Il 9 marzo del 2000 inizia il processo davanti ai
giudici della
Prima sezione penale di Milano. Il 17 novembre
i pm Ilda Boccassini e Gherardo Colombo
riformulano il capo d'imputazione, introducendo
la contestazione suppletiva. A fine dicembre
viene respinta la richiesta di proscioglimento
di Berlusconi, Previti e Pacifico, ritenendo che non
è possibile una decisione “allo stato degli
atti”. Un anno dopo, il 28 dicembre 2001, testimoniano
in aula il presidente della Commissione Ue, Romano
Prodi e l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato.
Sei giorni dopo, il 31 dicembre 2002, scoppia il
“caso Brambilla”: il ministero dispone il trasferimento
del giudice a latere Guido Brambilla che aveva chiesto
di essere assegnato al Tribunale di Sorveglianza. La Corte
non ritiene di interrompere il processo, come chiesto
dai difensori, e quelli di Previti ricusano il giudice (la
richiesta verrà respinta e Brambilla sarà “applicato”
al processo Sme fino al 9 gennaio 2004). Il primo marzo del
2002 la prima istanza di rimessione del processo a Brescia
presentata da Previti e Berlusconi. Il 18 ottobre depone Stefania
Ariosto, la teste “Omega”. Si arriva al 6 novembre, quando
la quinta sezione della Corte d’Appello dichiara inammissibile
la ricusazione proposta da Berlusconi nei confronti della
prima sezione del Tribunale penale.
Il 27 gennaio del 2003
le Sezioni unite della Cassazione affrontano le
richieste di rimessione dei processi milanesi presentate
da imputati illustri. Dopo una giornata e mezzo di discussione,
il verdetto è: i processi restano
a Milano. I novi magistrati delle Sezioni
unite presiedute da Nicola Marvulli rigettano
le istanze di trasferimento perché “non ci
sono gravi situazioni locali”. La reazione è
durissima. Silvio Berlusconi parla di un esito scontato
perché “la partita è truccata” e accusa la
Cassazione di aver preso una “decisione politica”.
Il 16 maggio il collegio presieduto da Luisa Ponti, alla
vigilia della requisitoria del pm Ilda Boccassini,
stralcia la posizione di Silvio Berlusconi anche per l'accusa
di corruzione in atti giudiziari. Così il 17 giugno
Silvio Berlusconi torna in aula per una serie di dichiarazioni
spontanee che presto si trasformano in un’offensiva
a tutto campo. Il premier attacca Carlo De Benedetti e legge
una lettera dell'ex ministro socialista Francesco Forte
nella quale si dice che Bettino Craxi gli riferì di
una “robusta dazione di denaro” data dall'ingegnere alla Dc
in occasione delle elezioni del 1983. Così, sostiene il
leader di Forza Italia in aula, “De Benedetti voleva acquistare
la Sme, come Totò il Colosseo”. Nello stesso mese la
nuova legge sull'immunità, quella che sospende i processi
avviati nei confronti delle cinque cariche più alte
dello Stato, chiude il sipario sul procedimento milanese
in corso per il solo Silvio Berlusconi.
Ad
andare avanti è solo il procedimento
principale che il 22 novembre vede la condanna
di Cesare Previti, Attilio Pacifico e Renato
Squillante. Il 13 gennaio del 2004 la Consulta
boccia il lodo-Schifani senza possibilità d'appello,
affermando che la legge votata viola i principi di uguaglianza
dei cittadini davanti alla legge e il diritto di
difesa sanciti dalla Carta Costituzionale. Il
processo stralcio sulla Sme può riprendere,
ma davanti ad altri giudici, e per il solo premier.
A novembre Ilda Boccassini tira le sue conclusioni
in aula. E per Silvio Berlusconi chiede una condanna
ad otto anni di reclusione e l'interdizione perpetua
dai pubblici uffici. A rincarare la dose ci penseranno
le parti civili che, il 19 novembre,faranno le
loro richieste risarcitorie: un milione di euro per
la presidenza del Consiglio, quattro miliardi e mezzo
di euro per la Cir. Il 3 dicembre tocca ai legali del
premier di parlare per chiedere l'assoluzione con
formula piena di Silvio Berlusconi. Il processo si chiude
il 9 dicembre del 2004. Il presidente della prima sezione
penale, Francesco Castellano, si ritira in camera
di consiglio con i giudici a latere, Stefania Abbate
e Fabiana Mastrominico, per emettere la sentenza. Il
giorno dopo arriva la sentenza. Berlusconi è assolto
“per non aver commesso il fatto” dall'accusa di aver comprato
la sentenza sulla Sme. Assolto e prescritto, dopo aver attenuto
le attenuanti generiche, per altri episodi di corruzione che
gli erano stati contestati dalla procura. Si arriva, quindi al
primo dicembre dello scorso anno.
La
Cassazione decide che la procura di Milano
era “incompetente” a livello territoriale per istruire
il processo Sme: per questo dispone il trasferimento
del fascicolo processuale alla procura
di Perugia e annulla entrambe le sentenze di merito,
di primo e secondo grado, emesse dai giudici milanesi.
Annullato dunque il primo capo di imputazione
del processo, quello di corruzione per cui Cesare
Previti, Attilio Pacifico, e Renato Squillante
erano stati condannati dai giudici di appello rispettivamente
a 5, 4 e 7 anni di reclusione. Gli atti sono trasferiti
al tribunale di Perugia. Il processo d’Appello
nei confronti di Berlusconi, invece, si è celebrato
a Milano dopo che la Corte Costituzionale ha annullato
a febbraio la legge Pecorella sull’inappellabilità
delle sentenze di assoluzione in primo grado. Così,
Berlusconi che appunto era stato assolto, ha dovuto subire
un nuovo processo visto che i pm avevano deciso l'appello.
Oggi la sentenza di assoluzione "perché il fatto non
sussiste" e "per non aver commesso il fatto". Un'epoca si è
chiusa.
(Remo Urbino
(dal Velino)
- 27 aprile 2007