ARCHIVIO APRILE 2007


BESTEMMIE POLITICHE SULLA TURCHIA
Confesso di essere un risoluto miscredente. Non credo in nessuna forma di religione; non c’è nel mio animo nemmeno una vaga religiosità; non ho rispetto per i miti; non mi commuovo né dinanzi ai presepi né dinanzi gli Altari della Patria. Per la stessa ragione, pur essendo convinto – con Churchill – che la democrazia sia il migliore dei regimi politici, non mi nascondo – con Churchill – che essa può avere grandissimi difetti. La preferisco a tutte le altre forme di governo ma non la venero: e se, per salvarle la vita, dovessi per qualche tempo porla in stato di coma farmacologico, non esiterei a farlo. Questa può apparire una bestemmia ma oggi ho deciso di bestemmiare, politicamente, e per questo scrivo in prima persona.
Nel 1933 Hitler prese il potere in Germania sulla base di una democratica elezione. Nel 1943 però fece votare una legge in base alla quale la volontà del Führer era ipso facto legge: cioè istituzionalizzò la dittatura nelle forme del Basso Impero. Con le conseguenze che sappiamo. La domanda è: se un angelo, nel 1938, avesse predetto ai vertici militari tedeschi ciò che Hitler avrebbe fatto poco dopo, non avrebbero fatto bene quei vertici militari a realizzare un putsch, sbattendo in galera quel criminale?
Altro caso. Allende fu un presidente democraticamente eletto (anche se col 30% dei voti o giù di lì) e Pinochet il capo di una giunta militare dittatoriale. Ma Allende portò il Cile al disastro economico e sull’orlo della guerra civile, Pinochet abbandonò il potere volontariamente e lasciò un Cile ferito ma prospero e pacificato. Si può essere sicuri che Allende fece il bene di quel paese e Pinochet lo danneggiò?
La vittoria del Fis in Algeria, anni fa, è stata un fatto democratico. La presa del potere da parte dei militari, che da allora hanno annullato quella vittoria ed hanno governato col pugno di ferro, è stata certamente un fatto antidemocratico. Ma sarebbe stato preferibile un governo di fanatici? Il Fis intendeva prendere il potere per instaurare la shariah e forse la teocrazia (come in Afghanistan): con quale coraggio si potrebbe non essere lieti che sia stata salvata un’Algeria laica ed occidentale? O sarebbe stato meglio lasciar operare le regole della democrazia affinché chi prendeva il potere potesse poi abolirla?
L’Occidente ha profondamente deprecato l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica e si è stati contenti quando la guerriglia ha liberato il paese dallo straniero. Ma poi sono venuti i Taliban ed in molti abbiamo rimpianto l’Unione Sovietica. Un po’ come tanti e tanti iraniani che hanno cominciato col detestare Reza Pahlevi e poi hanno dovuto riconoscere che si viveva meglio sotto il suo regno. A Oriana Fallaci, che lo intervistava con la sua solita aggressività e gli metteva sotto il muso qualche violazione della perfetta democrazia, lo scià rispose: “L’Iran non è la Svizzera e lei non può pretendere che sia governato come la Svizzera”. Ma la Fallaci, come tanti altri, voleva la perfezione. E infatti l’Iran è passato dall’autocrazia alla teocrazia.
E si potrebbe continuare.
Il caso più interessante ed attuale è quello della Turchia. Questo paese è figlio della riforma di Atatürk. È fieramente laico per costituzione ed ha mantenuto questa caratteristica da circa un’ottantina d’anni. L’esercito si è reso garante dell’eredità politica del Padre dei Turchi e più di una volta è intervenuto, anche pesantemente, per frenare una pericolosa deriva e restituendo poi il potere alle autorità civili e alla repubblica. Tutto questo, ovviamente, non è stato molto democratico: ma che cosa sarebbe avvenuto, in quel paese musulmano per oltre il 98%, se si fosse permesso lo smantellamento delle istituzioni repubblicane dall’interno?
Negli ultimi anni, anche al riparo della vigilanza europea, i governanti turchi si sono permessi un bradisismico smottamento verso la religione. Non è senza significato che, in un paese in cui un’impiegata postale non ha il diritto di andare in abbigliamento musulmano a fare il suo lavoro, la moglie del primo ministro vada ostinatamente in giro coperta col velo. E questo è tanto più allarmante in un periodo in cui l’Islàm sembra tendere a passare da religione dell’inerzia a religione dell’aggressività. È inoltre allarmante sia perché in molti, in quel paese, vedono in pericolo la laicità dello Stato, sia perché il primo ministro e il suo partito, malgrado la confortevole maggioranza che hanno in parlamento (a causa del sistema elettorale), non hanno un’altrettanto confortevole maggioranza nel paese. E infatti rifiutano nettamente di indire nuove elezioni. Dunque rischiano di governare contro la maggioranza dei turchi e contro la volontà dei militari. Cosa piuttosto azzardata.
Il problema del giorno è l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. In un primo momento Erdogan ha sognato di essere eletto lui stesso, vista la maggioranza di cui dispone ma ciò ha provocato una levata di scudi e proteste fierissime, sia in Parlamento che in piazza (una manifestazione di centinaia di migliaia di persone). Ecco allora che egli ha proposto il ministro Gül, del suo stesso partito, ma anche lui musulmano dichiarato, anche lui con una moglie velata e anche lui persona dalla laicità peggio che dubbia. A questo punto la Corte Costituzionale dovrà dirimere un problema tecnico, per la regolarità dell’elezione ed i militari hanno fatto sentire la loro voce per ammonire tutti a stare ben attenti a ciò che fanno.
Ecco l’attentato alla democrazia! “È di oggi la notizia – scrive il Corriere della Sera del 28 aprile 2007 - che il commissario Ue all'Allargamento, Olli Rehn, ha messo in guardia i militari turchi dall'occuparsi di politica”. Eh no, qui non ci siamo più.
La Turchia ha chiesto di entrare in Europa perché questo l’avrebbe meglio agganciata alle democrazie occidentali; avrebbe contribuito alla sua prosperità; avrebbe accentuato la sua laicità, diluendo la sua marea di musulmani nell’oceano cristiano; avrebbe infine contribuito a farle voltare le spalle al Medio Oriente: ma l’Unione Europea ha risposto picche. Ha moltiplicato gli esami d’ammissione e le obiezioni, fino a disgustare l’opinione pubblica turca. L’Europa può avere avuto le sue buone ragioni ma ora non ha più il diritto di dire alla Turchia e ai militari turchi ciò che devono fare.
Chi ama la Turchia spera che, malgrado tutto, la deriva islamica si arresti. Spera che questo governo cada e si vada a nuove elezioni: e per il resto che Allah conservi i militari alla Turchia. Sono l’unica garanzia che Istanbul rimanga una città europea, in cui per la strada si incontrano donne normali, donne velate e ragazze in minigonna. In cui ognuno è libero di essere credente o miscredente. In cui il codice civile è ispirato al codice svizzero e quello penale al codice italiano, non alla shariah.
Infine, bisogna sperare che basti la minaccia dell’intervento dei militari e che non sia necessario un intervento concreto. Ma se non esistessero, quei militari, se non potessero nemmeno minacciare quell’intervento? La democrazia formale vale la libertà sostanziale?

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 30 aprile 2007


MOLLICHINE
Silvia Baraldini ha avuto una trentina di cittadinanze onorarie, in Italia. Ovvio. Chi non vorrebbe avere per concittadina una condannata per associazione sovversiva?

Pecoraro, al settimanale “A”: “Potrei anche decidere di mettere su famiglia, un giorno. Moglie, figli, quella roba lì”. Ma i figli chi glieli fa?

L’Anm “pronta alla lotta contro Mastella”. Poi, se rimane tempo, lotta alla mafia.

Dal 1999 le pigioni sono aumentate del 112%. Se avessero avuto sensibilità per la simmetria, sarebbero aumentate del 111%.

Il Tar riapre lo stadio di Catania. Meglio Tar-di che mai.

Ahmadinejad libera gli ostaggi inglesi. Nessuno stupore. Dopo la spettacolo si torna a casa.

Prodi, per il “Pd”, sostiene che “non bisogna perdere nessuno”, e non escludere “soggetti interni ed esterni”. Insomma, cani e porci, come si usa dire.

Di Pietro ha detto la sua. Apertamente: “Il Partito democratico doveva essere aperto quando ancora la porta era aperta”.

Aeroflot presenterà “un piano per risolvere la crisi di Alitalia”. Articolo unico: tutti i rappresentanti dei sindacati saranno inviati al Gulag.

D’Alema promette a Gheddafi una strada dalla Tunisia all’Egitto (3,4 mld €). Comodissima. Ai siciliani, per attraversare lo Stretto, converrà passare da lì.

Baccini vuole “Un movimento di pensiero per andare oltre l'Udc”. I politici vogliono sempre andare oltre. Magari oltre il buon senso.

Mastella. Linguaggio diplomatico: “Mi sono sentito anche con Bossi, abbiamo convenuto che l'idea di fotterci c'è...”

Franca Rame: “La mia famiglia era molto povera, ed anche per uscire eravamo costretti a fare a turno per usare le stesse scarpe”. Per fortuna avevano i piedi tutti uguali.

Follini: “Casini dice cose che capitava di dire a me qualche tempo fa con una certa enfasi”. Insomma, Pierferdi è in ritardo di un tradimento.

Prodi ha smentito le accuse di Fini di un “ricatto” a Karzai: “Fini non ha mostrato documenti”. Effettivamente Karzai non ha scritto nulla, ha parlato.

“I caduti del lavoro sono martiri”, lo ha detto il premier Prodi. Di questo governo?

Cicchetto e Quagliarello: “Via il segreto dalle carte Mitrokhin. Il governo dirà no, “sono tutte bugie”. Ed hanno il difetto di somigliare alla verità.

Lozano, che ha ucciso Calipari: “Non avevo scelta”. Non è vero. Avrebbe potuto colpire la Sgrena

Rutelli, al congresso: “Le mie saranno lacrime d'amore”. Se non fosse morto, grideremmo: Mario Merola for President!

Bossi, a Pavia: “Mi sono trovato il Papa di fronte quasi all'improvviso”. E c’è mancato poco aggiungesse: “Che spavento!”

Bayrou, critico: “Esistono delle somiglianze fra Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy”. Infatti: Sarkozy vince.

Franco Grillini, avviandosi a fondare un movimento: “Saremo ciò che Ratzinger detesta di più!” Intelligenti?

Di Pietro: “L'assoluzione di Berlusconi nel processo Sme… non significa che quel fatto non sia stato commesso, anzi”. Anzi, è se l’avessero condannato che si sarebbe avuta la prova che non era stato commesso.

Grillini: «Fonderò i libdem». Accidenti, avevo letto “Fonderò i libidinem”.


Gianni Pardo

D'Ambrosio, l'uomo che non riesce a scolorire il "rosso" dalla sua toga
«Super-partes, super-partes!». Sono anni che Gerardo D‚Ambrosio vive con l'ossessione di dimostrare questo: di essere un magistrato superpartes. È che gli hanno sempre dato dell‚uomo di sinistra, questo è il fatto. Anzi, dell'uomo di partito, del Pci insomma. Che destino ingrato. A palazzo di giustizia, tra i cronisti giudiziari, anni fa girava la voce che D'Ambrosio - allora procuratore aggiunto - parlasse sì con i giornalisti, ma solo per interposta persona. Funzionava così, dicevano: funzionava che della truppa dei cronisti giudiziari se ne staccava uno, quello dell'Unità, e saliva su, al quarto piano, in Procura, a parlare con D'Ambrosio.
Dopo di che il cronista dell'Unità scendeva al terzo piano, entrava in sala stampa e riferiva ai colleghi, tutti pronti con il taccuino aperto. Ammesso che questa storia sia vera, è probabile - anzi è praticamente certo - che non era D'Ambrosio a pretendere di avere, come unico interlocutore, il cronista dell'Unità. È probabile invece che fossero i cronisti giudiziari degli altri giornali, ritenendo che D'Ambrosio fosse di quelle idee lì, a pensare di avere maggiori possibilità di raccogliere informazioni mandando avanti il collega dell'Unità. Il quale era, insomma, una specie di corsia preferenziale. Dìaltra parte la fama di magistrato comunista - fondata o infondata che fosse - D'Ambrosio ce lìaveva da molti anni. Da quando si cominciò, in Italia, a fare inchieste che avessero a che fare con la politica.
La data d'inizio di quella svolta è nota: 12 dicembre 1969, strage di piazza Fontana. Dopo i primi tempi in cui era la magistratura di Roma a procedere - e a procedere contro gli anarchici: l'indiziato numero uno era Pietro Valpreda - l'inchiesta finì, per caso, sul tavolo di due magistrati veneti, Stiz e Calogero, e da lì deviò naturalmente - per competenza territoriale - nell'ufficio milanese di Gerardo D'Ambrosio. Il quale seguì senza esitazioni la pista suggerita dai colleghi veneti: che non era anarchica, ma nera. Oggi sappiamo che quella pista era tutt'altro che campata per aria. Ma allora sembrò che la scelta di D'Ambrosio fosse ideologica, e così cominciò la storia del «magistrato comunista».
Però poco dopo a D'Ambrosio capitò sul tavolo un'altra grana, di quelle grosse. Anche qui c'entrava piazza Fontana: a D'Ambrosio fu chiesto di chiarire com‚era morto l'anarchico Giuseppe Pinelli, che era stato interrogato dal commissario Calabresi poche ore dopo la strage, e che era poi precipitato dalla finestra della questura. «Suicidio », diceva la polizia. «Omicidio», dicevano l'estrema sinistra e gran parte della stampa anche borghese, ormai già scivolata su posizioni più che radical-chic. Suicidio oppure omicidio? Avesse optato per l'una o per l'altra ipotesi, D'Ambrosio si sarebbe messo contro mezzo Paese. Se ne uscì con una soluzione terza, che a molti parve un capolavoro di equilibrismo: «malore attivo». Che voleva dire: Pinelli non si è buttato giù e nessuno lo ha buttato giù. Semplicemente, si è affacciato alla finestra per prendere una boccata d'aria e si è sentito male: male di un malore che è «attivo» perché produce una spinta in avanti.
La soluzione non piacque né alla famiglia Calabresi (nel frattempo il commissario era già stato ucciso) né all'estrema sinistra, che lo accusò di essere un giudice politicizzato. Ma non lo accusò di essere «di destra»: lo accusò di essere del Pci. Era il Pci, dicevano gli estremisti, a volere una sentenza del genere, perché cercava un compromesso con lo Stato. È vero che sul diario della figlia, a scuola, qualcuno scrisse «D'Ambrosio fascista»: ma allora «fascista» era un epiteto che non lo si negava a nessuno, nemmeno a un magistrato del Pci. Insomma. L'etichetta di uomo del Pci D'Ambrosio non è mai riuscito a scucirsela dalla toga. Invano ricordava ogni volta che era stato proprio lui, il 25 aprile del 1972, a festeggiare la Liberazione con la liberazione del missino Pino Rauti, accusato per le bombe di Milano. «Lo scarcerai per mancanza di indizi, sono un magistrato imparziale io!», diceva e ripeteva D'Ambrosio. Invano. Il suo destino, evidentemente, era quello di essere considerato un «comunista ».
Come quando scoppiò Mani Pulite e la sua collega Tiziana Parenti, che indagava sulle tangenti intascate dal Pci, disse che D'Ambrosio le metteva i bastoni tra le ruote. «Sono un magistrato super partes!», replicava seccato lui. Ha ragione? È vittima di tanti, così tanti equivoci? Mah. Certo che un po‚ la vita se la complica da solo. Comequando, dopo tante mezze smentite, sceglie di candidarsi al Senato. E per che partito? Ma per i Ds, guarda che caso. O come quando dice che chi assolve Berlusconi è un giudice «poco coraggioso».
[Da Il Giornale, articolo di MBr]

COGNE: CALA LA TELA
La sentenza di secondo grado nel processo Franzoni può essere vista in due modi: quello sentimentale e quello giuridico.
Tecnicamente, la sentenza sembra ineccepibile. La madre di Cogne, anche se mal consigliata ed irritante, è un’incensurata ed ha evidentemente una personalità disturbata. Se il caso non avesse raggiunto la mostruosa risonanza nazionale che si sa, probabilmente quella donna avrebbe avuto già in primo grado un processo normale e una condanna non dissimile da quella che leggiamo oggi. L’avere invece incrollabilmente insistito sulla propria inverosimile innocenza, malgrado l’evidenza delle prove circostanziali, dimostra infatti un certo infantile disorientamento. Anche se è riuscita a convincere la sua famiglia (non altrimenti si spiega il sostegno che da essa ha ricevuto), anche se ha convinto un avvocato forse più passionale che pragmatico, non poteva sperare di convincere persone abituate a pesare i fatti. La sua condotta processuale è stata suicida. Non è piagnucolando che si ottiene l’assoluzione: questo può funzionare in un asilo d’infanzia; in un’aula di Corte d’Assise è fuor di luogo. I professionisti del diritto penale sanno benissimo che le prigioni sono piene di pretesi innocenti.
Come si sa, la metà degli amanti di cronaca nera sono innocentisti. A costoro la disperazione di Anna Maria Franzoni è sembrata sincera e l’ipotesi che sia una tale simulatrice da non sgarrare mai, per anni, è sembrata inverosimile. Ai giudici di secondo grado, messi con le spalle al muro dai fatti e dal loro valore probante, è invece sembrato che una persona che “mente” così bene dev’essere in qualche modo anormale. E questo non ne diminuisce la responsabilità?
Questa sentenza, che a molti è sembrata di compromesso, è in realtà giusta. Ha affermato l’ineludibile reità dell’imputata ma nel frattempo ha preferito la giustizia a ciò che il di lei dissennato comportamento le avrebbe meritato: i trent’anni del primo grado. La Corte ha concesso delle attenuanti generiche che hanno il sapore del riconoscimento di una sostanziale seminfermità mentale. I giudici hanno difeso la Franzoni da se stessa ed hanno giudicato ciò che ha commesso, non il suo comportamento processuale. Le hanno inflitto la condanna che avrebbero inflitto a qualunque altra imputata, in condizioni analoghe, sentendo quella pietà di cui ha parlato anche la pubblica accusa.
Il punto di vista sentimentale, sulla vicenda, è invece diverso. I colpevolisti – ovviamente – avrebbero amato la semplice riconferma della sentenza di primo grado (“accidenti, ha ucciso suo figlio, un bambino di tre anni, no?”), senza tenere conto della parziale irresponsabilità dell’imputata. Gli innocentisti non potevano accontentarsi di nulla di meno dell’assoluzione piena. E infatti sono loro, i veri sconfitti. Sono loro i delusi, con tutte le loro ipotesi fantasiose, nutrite magari da improbabili telefilm americani. Oggi protestano contro una sentenza che appare loro “di compromesso”, come di giudici indecisi fra la condanna e l’assoluzione, senza capire che una sentenza di condanna implica la certezza della reità, ma la certezza della reità non implica a sua volta l’inflizione del massimo della pena.
Costoro dovrebbero imparare – come nel caso Sofri – che quando decine e decine di persone, fra carabinieri, poliziotti, polizia scientifica, periti, magistrati inquirenti, magistrati giudicanti e giudici popolari, in più gradi di giudizio, arrivano alla stessa conclusione, quella conclusione è giusta, nei limiti dell’umanità. E a quella conclusione sarebbero giunti anche loro, se avessero studiato il caso come l’hanno studiato quelle stesse persone.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 28 aprile 2007


NO, L’INCIUCIO NO…!
…Ed invece sì. Silvio Berlusconi fa i complimenti al Partito Democratico, ottiene uno sconto sul conflitto d’interessi e porge il suo mandato di fiducia verso la riforma elettorale benedetta dalla sinistra. Prodi incontra Bossi e si accorda sul salva-partitini e perfino la sinistra radicale tace, perché i partitini in fondo sono più di qua che di là. L’inciucio sì e purtroppo sfornerà un’ ennesima pagina triste del riformismo, anzi del trasformismo elettorale italiano. Non ci sarebbe altro da dire se non che tutto ciò è voluto ed è purtroppo un vicolo cieco della storia italiana. E’ assurdo pretendere una sana riforma elettorale da un Parlamento zeppo di partiti, dilaniato da divisioni compensabili solo con interessi reciproci e costituito da gente per la maggior parte, assolutamente ignorante in tema di sistemi elettorali, di diritto costituzionale e quant’altro serve per questo tipo di riforme (ci sarebbe da dire che c’è anche chi pensa che Garibaldi sia un cantante…ed è peggio). Ed il vicolo cieco è rappresentato anche da quei banchettini che sforneranno un referendum buon solo per tornare indietro ovvero per rispolverare il proporzionale mascherato da maggioritario con le facce dei presidenti sui simboli di ignobili aggregazioni elettorali, al posto del maggioritario condito da una sana dose di proporzionale così da dare a tutti i partiti la giusta ripartizione feudale dei seggi (perfino la Lista  Pensionati è in Parlamento). Tra tutte le tristi magagne delle ultime riforme elettorali c’è il cosiddetto “premio di maggioranza”, uno strumento ideato dalla destra e grandemente sfruttato e supportato dalla sinistra, che poco più di cinquant’anni fa apostrofava “truffa”, bestemmiando De Gasperi che aveva ideato la formula del premio per la stabilità. Il premio di maggioranza è un trucco in virtù del quale chi perde in perde in numero può rifarsi in percentuale, anzi in percentuale di coalizione e quindi ottenere il premio di maggioranza che non appartiene alla maggioranza, ma viene spartito a mò di tunica verso tutti quelli che hanno contribuito alla causa della coalizione, anche se un giorno non avranno più voglia di esserci.
Ecco, il primo passo da fare è abolire questi premi di maggioranza che sono un dileggio alla matematica e tornare al “chi ha più numeri, ha vinto”. Inutile dire che il sogno sarebbe uno sbarramento impossibile del 5%, alla “tedesca”, anzi ancor più che alla”tedesca”. Il vero maggioritario e la vera stabilità si ottiene in Italia con la costrizione politica ovvero con il vincolo dei partiti a restare nelle rispettive coalizioni (e non solo all’occorrenza per superare il 5%) e creare il mandato altrettanto vincolante di deputati e senatori (ovvero se lasci l’equipaggio, lasci tutta la barca). Bisognerebbe far ritornare a votare la gente ed anche questo è complicato. Ormai le liste bloccate stanno bene a tutti i partiti, perché all’interno di ipotetici grossi partiti democratici o delle Libertà o dei comunisti uniti o dei democristiani pentiti, le liste bloccate sono già un’occasione per definire le gerarchie interne, in barba agli elettori che devono solo mettere la croce sopra al simbolo e limitarsi a prendere atto. Troppo difficile…In tempi di inciucio poi…

Angelo M. D'Addesio

Sme, Berlusconi assolto per non aver commesso il fatto
La seconda sezione penale d'Appello del Tribunale di Milano ha assolto, per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste, Silvio Berlusconi nel processo di secondo grado che lo vede unico imputato, nell'ambito della vicenda Sme. Per l'ex premier l'accusa era di corruzione in atti giudiziari. Il procuratore generale, Piero De Petris aveva chiesto una condanna a cinque anni di reclusione. L'avvocato di Berlusconi, Gaetano Pecorella, ha terminato la sua arringa iniziata nella scorsa udienza, chiedendo l'assoluzione, De Petris nella sua controreplica ha ricordato il ruolo fondamentale, che in questo procedimento, hanno avuto le dichiarazioni della 'superteste', Stefania Ariosto. Niccolò Ghedini, altro difensore dell'ex premier ha affermato che il teorema accusatorio si basa solo sul "sospetto" e sulla considerazione che Berlusconi "non poteva non sapere". Troppo poco per chiederne la condanna.
Il processo riguardava la mancata vendita della Sme, il comparto agroalimentare dell’Iri, alla Cir di Carlo De Benedetti. Silvio Berlusconi è accusato dalla procura milanese di corruzione in atti giudiziari. L’origine della vicenda risale al 1985. Romano Prodi, all’epoca presidente dell’Iri, e Carlo De Benedetti, raggiungono un’intesa in base alla quale l’Iri avrebbe ceduto la sua partecipazione in Sme (63 per cento) a De Benedetti per circa 497 miliardi. La decisione vede la ferma opposizione dell'allora presidente del Consiglio Bettino Craxi e la discesa in campo di tre cordate, tra le quali una con la partecipazione di Berlusconi, pronte ad acquisire la Sme ad un prezzo maggiore di quello concordato tra Prodi e De Benedetti. L'allora patron dell'Olivetti si rivolge al Tribunale di Roma per chiedere che il contratto sia onorato, ma i giudici, presieduti da Filippo Verde (anche relatore della sentenza), danno torto all'ingegnere di Ivrea perchè il contratto, come aveva ammesso lo stesso Prodi nel corso del dibattimento, era stato stipulato senza il consenso del consiglio di amministrazione dell'Iri, come era indispensabile in base allo statuto. La Sme sarà venduta anni dopo, ma a un prezzo molto più alto,circa 1500 miliardi, e comunque nè a Berlusconi, nè alle altre due cordate che si erano candidate ad acquistare il gruppo.
I pm milanesi sospettano però, a distanza di anni, che il provvedimento sia stato “aggiustato”, dietro il versamento di tangenti a Verde e all'ex capo dei gip di Roma Renato Squillante. In particolare, insinuano che un passaggio di denaro tra i conti in Svizzera di Cesare Previti e del giudice Squillante fosse riferibile a un versamento proveniente da una cassaforte della Fininvest. Da qui l'accusa di corruzione in atti giudiziari, reato per il quale i tempi di prescrizione sono di 15 anni: più lunghi, quindi, rispetto a quelli della corruzione semplice. Queste le principali tappe del dibattimento Sme dopo il rinvio a giudizio degli imputati, tra cui Silvio Berlusconi (posizione stralciata), a conclusione di un'inchiesta cominciata nel luglio del ‘95 con le dichiarazioni di Stefania Ariosto e durante la quale vennero arrestati, nel marzo del ‘96, Squillante e Pacifico.
Il 9 marzo del 2000 inizia il processo davanti ai giudici della Prima sezione penale di Milano. Il 17 novembre i pm Ilda Boccassini e Gherardo Colombo riformulano il capo d'imputazione, introducendo la contestazione suppletiva. A fine dicembre viene respinta la richiesta di proscioglimento di Berlusconi, Previti e Pacifico, ritenendo che non è possibile una decisione “allo stato degli atti”. Un anno dopo, il 28 dicembre 2001, testimoniano in aula il presidente della Commissione Ue, Romano Prodi e l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato. Sei giorni dopo, il 31 dicembre 2002, scoppia il “caso Brambilla”: il ministero dispone il trasferimento del giudice a latere Guido Brambilla che aveva chiesto di essere assegnato al Tribunale di Sorveglianza. La Corte non ritiene di interrompere il processo, come chiesto dai difensori, e quelli di Previti ricusano il giudice (la richiesta verrà respinta e Brambilla sarà “applicato” al processo Sme fino al 9 gennaio 2004). Il primo marzo del 2002 la prima istanza di rimessione del processo a Brescia presentata da Previti e Berlusconi. Il 18 ottobre depone Stefania Ariosto, la teste “Omega”. Si arriva al 6 novembre, quando la quinta sezione della Corte d’Appello dichiara inammissibile la ricusazione proposta da Berlusconi nei confronti della prima sezione del Tribunale penale.
Il 27 gennaio del 2003 le Sezioni unite della Cassazione affrontano le richieste di rimessione dei processi milanesi presentate da imputati illustri. Dopo una giornata e mezzo di discussione, il verdetto è: i processi restano a Milano. I novi magistrati delle Sezioni unite presiedute da Nicola Marvulli rigettano le istanze di trasferimento perché “non ci sono gravi situazioni locali”. La reazione è durissima. Silvio Berlusconi parla di un esito scontato perché “la partita è truccata” e accusa la Cassazione di aver preso una “decisione politica”. Il 16 maggio il collegio presieduto da Luisa Ponti, alla vigilia della requisitoria del pm Ilda Boccassini, stralcia la posizione di Silvio Berlusconi anche per l'accusa di corruzione in atti giudiziari. Così il 17 giugno Silvio Berlusconi torna in aula per una serie di dichiarazioni spontanee che presto si trasformano in un’offensiva a tutto campo. Il premier attacca Carlo De Benedetti e legge una lettera dell'ex ministro socialista Francesco Forte nella quale si dice che Bettino Craxi gli riferì di una “robusta dazione di denaro” data dall'ingegnere alla Dc in occasione delle elezioni del 1983. Così, sostiene il leader di Forza Italia in aula, “De Benedetti voleva acquistare la Sme, come Totò il Colosseo”. Nello stesso mese la nuova legge sull'immunità, quella che sospende i processi avviati nei confronti delle cinque cariche più alte dello Stato, chiude il sipario sul procedimento milanese in corso per il solo Silvio Berlusconi.
Ad andare avanti è solo il procedimento principale che il 22 novembre vede la condanna di Cesare Previti, Attilio Pacifico e Renato Squillante. Il 13 gennaio del 2004 la Consulta boccia il lodo-Schifani senza possibilità d'appello, affermando che la legge votata viola i principi di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e il diritto di difesa sanciti dalla Carta Costituzionale. Il processo stralcio sulla Sme può riprendere, ma davanti ad altri giudici, e per il solo premier. A novembre Ilda Boccassini tira le sue conclusioni in aula. E per Silvio Berlusconi chiede una condanna ad otto anni di reclusione e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. A rincarare la dose ci penseranno le parti civili che, il 19 novembre,faranno le loro richieste risarcitorie: un milione di euro per la presidenza del Consiglio, quattro miliardi e mezzo di euro per la Cir. Il 3 dicembre tocca ai legali del premier di parlare per chiedere l'assoluzione con formula piena di Silvio Berlusconi. Il processo si chiude il 9 dicembre del 2004. Il presidente della prima sezione penale, Francesco Castellano, si ritira in camera di consiglio con i giudici a latere, Stefania Abbate e Fabiana Mastrominico, per emettere la sentenza. Il giorno dopo arriva la sentenza. Berlusconi è assolto “per non aver commesso il fatto” dall'accusa di aver comprato la sentenza sulla Sme. Assolto e prescritto, dopo aver attenuto le attenuanti generiche, per altri episodi di corruzione che gli erano stati contestati dalla procura. Si arriva, quindi al primo dicembre dello scorso anno.
La Cassazione decide che la procura di Milano era “incompetente” a livello territoriale per istruire il processo Sme: per questo dispone il trasferimento del fascicolo processuale alla procura di Perugia e annulla entrambe le sentenze di merito, di primo e secondo grado, emesse dai giudici milanesi. Annullato dunque il primo capo di imputazione del processo, quello di corruzione per cui Cesare Previti, Attilio Pacifico, e Renato Squillante erano stati condannati dai giudici di appello rispettivamente a 5, 4 e 7 anni di reclusione. Gli atti sono trasferiti al tribunale di Perugia. Il processo d’Appello nei confronti di Berlusconi, invece, si è celebrato a Milano dopo che la Corte Costituzionale ha annullato a febbraio la legge Pecorella sull’inappellabilità delle sentenze di assoluzione in primo grado. Così, Berlusconi che appunto era stato assolto, ha dovuto subire un nuovo processo visto che i pm avevano deciso l'appello. Oggi la sentenza di assoluzione "perché il fatto non sussiste" e "per non aver commesso il fatto". Un'epoca si è chiusa.

(Remo Urbino (dal Velino)  -  27 aprile  2007

BRIGATISMO SENZA FINE
Perché l'Italia è l'unico Paese dell'Unione Europea dove ancora alligna, sia pure in misura assai ridotta, il terrorismo rosso e da 20 anni non accenna a scomparire? E perché sempre l'Italia è l'unico Paese dove quel terrorismo sembra essere in grado di godere ancora oggi di un'area più o meno vasta di consenso? Le celebrazioni milanesi del 25 Aprile, con la loro appendice di slogan e di cartelli filo-Br, ripropongono questi imbarazzanti interrogativi che come fantasmi ci inseguono da decenni.
Ai quali è impossibile rispondere senza fare i conti con una questione più generale: quella della presenza storica nella società italiana di un fondo di violenza duro, tenace, che da sempre oppone un ostacolo insormontabile alla diffusione della cultura della legalità. Non è un caso se l'Italia è la patria delle più importanti organizzazioni storiche della criminalità europea.
La sfera politica italiana è stata segnata profondamente dalla violenza. Sorti alla statualità da un moto rivoluzionario con alcuni tratti di guerra civile, come per l'appunto fu il Risorgimento, l'idea che a certe condizioni la violenza sia ammissibile (addirittura necessaria) ha caratterizzato in modo netto tutte le moderne culture politiche che hanno visto la luce nella penisola, che affondano le radici nella realtà più autentica della nostra storia: il socialismo massimalista, il nazional-fascismo, il comunismo gramsciano, l'azionismo.
Tutte culture che in un modo o nell'altro si sono alimentate e hanno alimentato il mito della rivoluzione, qualunque fosse l'aggettivo che poi le veniva appiccicato. A livello di massa, in pratica, ha fatto eccezione solo la cultura politica cattolica. Se non ci fosse stata la quale, come si sa, è probabile che non ci sarebbe stata neppure l'Italia democratica che invece abbiamo avuto.
Ma la storia non è acqua. L'Italia democratica, pure se tale, è stata pur sempre figlia di una vicenda che aveva sviluppato un'antica e lunga contiguità con la violenza, nella forma, come ho detto, del mito rivoluzionario (all'origine, non da ultimo, con la Resistenza, della stessa legittimazione della Repubblica). La democrazia da noi non ha potuto che vivere gomito a gomito, e spesso intrecciata, con questo mito e con la sua cultura, entrambi opportunamente trasfigurati nella dimensione dell'«utopia», ancora oggi considerata dal senso comune politico italiano quanto di più nobile e degno la politica possa mettere in campo. Mentre lo Stato di diritto, da tutti a chiacchiere omaggiato e riverito, nei fatti commuove l'animo solo di sparute, sparutissime minoranze: quanti sono infatti, ancora oggi, quelli (a cominciare dal ministro degli Interni, si chiami Pisanu o Amato) che di fronte al blocco di una stazione da parte di un gruppo di scioperanti o alle truffe delle certificazioni sanitarie degli impiegati pubblici invocano il pugno della legge?
In realtà, il germe dell'illegalità e di quella sua manifestazione estrema che è la violenza l'Italia democratica lo porta in certo senso dentro di sé, nella sua storia culturale e dunque nella sua antropologia accreditata. Ed è per questo che non le è mai riuscito e non le riesce neppure oggi di estirparlo.
Può, per fare un esempio, cercare di insegnare l'educazione civica a scuola, ma nello stesso momento in cui lo fa mostra pateticamente quanto lei per prima creda poco ai suoi precetti non riuscendo a impedire in quella stessa scuola il venir meno di ogni norma di condotta, lo scatenarsi della più generale indisciplina. Non è il solo paradosso. C'è pure quello per cui l'Italia è il Paese dove più attecchiscono le parole d'ordine del pacifismo e la predicazione della non violenza ma insieme è anche quello dove rispetto al resto d'Europa più diffusa è la pratica dell'illegalità di massa e più frequente risuona l'esaltazione della violenza o la tolleranza di fatto nei suoi confronti: con una contraddizione solo apparente, però, dal momento che all'origine di entrambi i fenomeni c'è sempre il medesimo retaggio utopico della nostra cultura, sia pure diversamente declinato. Nonché, a custodire e perpetuare quel retaggio, l'involucro di una statualità debole che di fronte alle simpatie filo-Br di Milano dice per bocca del suo ministro degli Interni che sì, in effetti «c'è di che preoccuparsi» ma non se la sente di promettere nulla di più.
Ernesto Galli della Loggia - Corriere della Sera - 27 aprile 2007


Le mutande di Pratesi
Esistono vari modi per parlare di emergenza idrica e per scriverne sui quotidiani. Lo si può fare documentando i fatti, evidenziando i problemi complessi sottesi al fenomeno, con articoli ricchi e ben costruiti che mettano in luce i diversi aspetti della questione. Oppure si può fare la scelta del Corriere della Sera che, non pago di averci già in precedenza deliziato con le abitudini igieniche di Fulco Pratesi, ha pensato bene di ammannirci ancora una volta gli accorgimenti molto personali del presidente del WWF Italia per il risparmio dell'acqua per uso domestico.
Dall'ultima volta apprendiamo che il nostro ha compiuto dei passi in avanti verso la civilizzazione: infatti ci fa sapere che non conserva per un tempo indefinito le sue deiezioni nel water ma si è dotato di uno scarico intelligente che regola la quantità di acqua in base alle necessità. Questo gli ha consentito dunque di non più consigliarci all‚uopo l'uso di secchi sparsi per casa, atti a raccogliere l'acqua di cottura della pasta piuttosto che quella per il lavaggio dei pavimenti (di cui peraltro non ci ha informato: infatti è possibile che essi restino sporchi, magari gli si concede appena una spazzata, chissà).
Ma se il water risulta a posto, la cura della persona lascia molto a desiderare, anche se la causa si direbbe nobile: se infatti un bimbo palestinese ha a disposizione per un giorno intero la quantità di acqua che riempie mezzo lavandino, chi siamo noi per osare una doccia al giorno? E infatti il nostro Pratesi la rifugge, la doccia, come la peste: fa il bagno una volta a settimana, la mattina usa il water ma pulisce le "parti basse" di sera, le mutande poi le sostituisce dopo più di tre giorni e non parliamo di canottiere calzini e camicie, che stazionano sul suo corpo anche per un'intera settimana, con risultati che non osiamo immaginare visto che le abluzioni sono comunque parche' nè sono ammessi - Dio ne scampi! - i deodoranti.
Se poi si dovesse essere invitati a pranzo a casa Pratesi, c'è da informarsi prima sulla presenza della moglie (abbastanza perplessa, per ammissione stessa del nostro "consulente", riguardo all'igiene del marito) che è riuscita, buon per lei, ad evitare la rottamazione della lavastoviglie. In caso contrario, potremmo ritrovarci a mangiare in un unico piatto unto e bisunto che Pratesi per sovrappiù sciacqua appena senza far uso di detersivi: fosse per lui, infatti, "la scarpetta" potrebbe ben bastare alla bisogna!
Insomma,uno stupidario dettagliato con la scansione precisa di orari e abitudini, per diventare tutti degli emuli perfetti di questo ecologista ai quattro formaggi (ovviamente gorgonzola, roquefort, blue stilton, camembert), stazzonati, puteolonti, sgradevoli alla vista e all'olfatto, ma tanto tanto rigorosi.

di Teresa Dentamaro


Zahal, Kadima! Avanti Zahal!
"Zahal, Kadima"
Queste parole hanno dato inizio ai festeggiamenti per il 59 mo compleanno di Israele, le dice ogni anno, da ben 25 , un vecchio soldato che, a Gerusalemme sul Monte Herzl, apre e chiude le cerimonie di Yom Azmaut, ogni anno piu' vecchio e piu' simpatico.
Ogni anno, alla fine dei festeggiamenti, si piazza davanti al Presidente della Knesset e gli annuncia sorridendo " La cerimonia di Yom Haazmaut e' finita, Signore". Quest'anno ha detto "Signora' perche' il presidente della Knesset e facente funzioni del Presidente dello Stato e' Dalia Itzik.
Ogni anno il Presidente di turno lo abbraccia con affetto perche' il vecchio soldato e' un'istituzione in Israele, uno di famiglia, Yom Azmauth e' lui colla sua divisa caki e il basco rosso in testa, il viso di nonno burbero sempre pronto al sorriso.
Il giorno prima Israele aveva stretto in un abbraccio doloroso i suoi 22.305 caduti in guerra e per terrorismo, li aveva commemorati tutti davanti al Kotel , a Gerusalemme, e le sirene, ancora una volta dopo Yom HaShoa', avevano suonato per due minuti avvolgendo tutto Israele nello strazio.
Ventiduemilatrecentocinque morti per l'odio, per il rifiuto arabo di accettare accanto ai loro 21 stati, dislocati in un enorme territorio, uno stato piccolissimo, minuscolo, non arabo e non islamico. Uno stato che gli avrebbe portato solo benefici e progresso. Non lo hanno voluto e da quel giorno tentano di eliminarlo.
Uno stato ebraico, l'unico che gli ebrei abbiano, 20.000 kmq soltanto, un fazzoletto di terra che dava fastidio al mondo arcaico degli arabi e, prima ancora che le Nazioni Unite votassero per la sua nascita, gia' avevano incominciato a fargli la guerra.
Nel 1948 c'e' stata l'invasione seguita da altre guerre e da mezzo secolo di terrorismo.
Per questa stupidita' araba, per questa ignoranza, intransigenza, per il loro odio antisemita sono morti 22.305 israeliani, bambini, neonati, vecchi, adolescenti, famiglie intere decimate e distrutte e tanti troppi soldati giovanissimi, quasi bambini anch'essi.
Nelle sirene c'e' lo strazio delle madri che quando aprono la porta di casa e si trovano davanti due soldati, urlano disperate "NOOOOOO" . Sanno prima di sapere e il cuore si spezza.
C'e' la nostalgia di bambini rimasti senza mamma, bruciata in un autobus, c'e la disperazione di tutto un popolo. Le sirene suonano la morte che accompagna sempre il popolo ebraico, morte data senza nessun altro motivo che l'odio e la stupidita'.
" Non ne avete abbastanza del sangue che avete versato?"
Con queste parole Dalia Itzik, nel suo discorso, si rivolge agli arabi.
"Non ne avete abbastanza? "
"Noi siamo minacciati e attaccati da guerre da vicino e da lontano, dal lontano Iran, alla Siria fino all'Autorita' Palestinese , praticamente fuori dalla porta di casa. Sono tutti la' a dire che vogliono distruggere Israele...assetati di sangue...."
Poi ancora si rivolge ai palestinesi:
"Perche' non sostituite i katiusha e i qassam con computer e con l'educazione all'amore e al rispetto. Il sorriso di un ragazzo e' il futuro non la guerra..."

Alla fine del suo discorso, ha acceso il braciere, ancora fuoco, il fuoco della vita, il fuoco della gioia dopo quello della morte e dell'incubo del giorno precedente, la Giornata del Ricordo dei Caduti.
Ma noi li abbiamo presi quei 22.305 Fiori di Israele, li abbiamo messi nei nostri cuori , abbiamo asciugato le lacrime e li abbiamo portati alla festa del Giorno dell'Indipendenza per ricordare insieme a loro che noi ci siamo, che non li dimentichiamo, che Israele c'e.
Dodici israeliani, tutti cittadini di Gerusalemme perche' quest'anno si celebra anche la riunificazione della Capitale, hanno acceso altrettanti bracieri in onore delle dodici tribu' .
Accendendo i fuochi hanno detto a voce altissima "Le tif'eret Medinat Israel" per lo splendore di Israele.
Chi e' abituato alle parate della Festa della Repubblica in Italia deve sapere che qui da noi e' tutta un'altra cosa, la nostra e' una festa di famiglia, i ballerini hanno vestiti semplici, sembrano fatti in casa da una vecchia zia, i cantanti, soldatine e soldatini, sono tutti in divisa caki, senza gradi, tutti uguali, tutti della stessa famiglia, tutti ragazzi felici che cantano e ballano, anche male, e che ridono felici.
Sono belli, giovani. Non vanno a tempo? Non importa, e' una festa, la nostra festa, e' la festa di Israele.
Una festa semplice, povera rispetto alle parate faraoniche cui siamo abituati in Europa, casalinga, una vera festa israeliana, fuori dai canoni dell'eleganza, del militarismo, dell' etichetta ma vissuta col cuore, con amore e tanta commozione.
Poi arrivano i battaglioni con le bandiere e il pubblico e' in piedi che applaude , qualcuno chiama l'amico o il fratello, forse la figlia che sta marciando e marciano anche maluccio, non sono abituati alle parate ma fanno tanta tenerezza.
Quello che sanno fare bene e' difendere Israele.
Alla fine sono arrivati sulle loro carrozzelle i soldati disabili, feriti in guerra e hanno ballato anche loro le danze israeliane , sorridendo e sudando, accompagnati da giovani scatenati, tutti vestiti di bianco e azzurro, che li facevano girare e li riprendevano e gli si sedevano sulle ginocchia.
Una famiglia di innamorati di questo Paese cosi' piccolo, cosi' coraggioso e cosi' odiato.
Poi e' arrivato il nonno soldato, ha detto "Zahal Kadima", sono ritornate le bandiere di tutti i battaglioni e lui alla fine, tra gli applausi e le risate del pubblico entusiasta, in uno sventolio bianco azzurro, e' andato davati alla Presidente:
" La Festa di Yom Azmaut e' finita, Signora".
L'anno prossimo saranno 60.
Piangeremo ancora , temiamo che il numero dei caduti aumentera', vivremo altri incubi ma alla fine saremo tutti la' e ci sara' anche lui, il nonno soldato che, sotto gli occhi affettuosi e divertiti di tutti, arrivera' da solo, a passo di marcia, sul grande piazzale davanti al mausoleo di Herzl e dira' come ogni anno:
"Zahal, Kadima!".

Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com - www.deborahfait.ilcannocchiale.it

PARTITO DEMOCRATICO/Giornali e poltrone, stagione di saldi
Un nuovo partito? È più facile costruirlo sulle ceneri di qualcosa che è andato a fuoco o addirittura dal nulla. Basta guardare dentro l‚organizzazione di Ds e Margherita per capire che non ha torto Arturo Parisi quando dice «sarà un lavoro improbo». Perché di questi tempi sembra facile liquidare la storia e gli ideali, ricostruire un Pantheon per darsi una nuova (fragile) identità, ma è difficilissimo scardinare assetti di potere, nicchie e rendite che dentro i partiti proliferano. La politica ha una inossidabile resistenza all'autoriforma, figurarsi poi se si tratta di liquidare la ditta e procedere a una fusione. Troppi interessi da conciliare su un solo soggetto.
In gioco c'è il destino di qualche migliaio di dirigenti a livello nazionale e locale. E non si tratta di singole unità, ma di intere famiglie che di politica vivono e, in molti casi, se la passano anche piuttosto bene. Il grosso della partita si gioca sul ponte di comando e i primi rumori di sciabola si sono già sentiti. Perché Prodi sarà pure il leader ma è talmente transeunte che i suoi amici e alleati non si sono neppure preoccupati di salvare il bon ton e così l'arrembaggio alla leadership è partito. Con relativa grancassa mediatica.
Appassionante? Forse. Dietro il duello per il posto di comando c'è però un movimento di truppe silenzioso e invisibile che riguarda l'apparato al centro e soprattutto in periferia. Sì, il vecchio e caro apparato di ciascun partito che si rispetti. Perché assodato che il Partito democratico non sarà costruito nella forma del «partito leggero» - che forse starebbe bene alla Margherita ma non a un colosso come i Ds - l'eccedenza di organismi dirigenziali è la prima cosa che salta all'occhio anche del più sprovveduto degli osservatori politici. E dove c'è un «esubero» ci sono tagli. E dove ci sono tagli c'è la corsa a evitarli con tutti i mezzi possibili.
La metafora aziendale non è affatto casuale. I progetti di fusione, in questo caso, possono essere davvero un modello per chi lavora al Partito democratico. A voler essere maligni, un esempio di fusione nel «settore ulivista» c'è già: il matrimonio bancario tra Intesa e San Paolo. Banca di riferimento di Romano Prodi la prima, istituto più vicino alla Quercia la seconda. Cosa è successo nel caso finanziario? Prima hanno scelto presidente e amministratore delegato poi, per evitare di far saltare la poltrona al gruppo dirigente, si sono inventati il sistema della dual governance e così accanto al consiglio d'amministrazione è spuntato anche il consiglio di sorveglianza. La duplicazione degli organismi è stata la soluzione preferita.
Lo schema rischia di riproporsi tale e quale nel Partito democratico. Osservate il grafico pubblicato qui a fianco:
ovvio che non potranno esserci due segretari e due presidenti ma, appena sotto il vertice si comprende che sarà bagarre vera, dura, senza esclusione di colpi. Chi farà parte della Direzione del Partito democratico? Quanti componenti avrà? E chi sarà disposto nella Direzione nazionale dei Ds o nella Direzione federale della Margherita a farsi da parte? Non vorremmo essere nei panni dei «liquidatori» di Ds e Margherita. E neppure in quello degli attuali tesorieri. I bilanci sono fatti di attività e, quando si parla di politica, soprattutto di passività. Possiamo immaginare il bravissimo Ugo Sposetti, amministratore della Quercia, al tavolo della trattativa di fusione: porta in dote un enorme patrimonio immobiliare e Fassino ci ha tenuto a ribadire che «servono le sezioni» non solo i gazebo cari a Prodi. Liquidare i dirigenti dei 29 dipartimenti della Margherita o fonderli con i 14 dipartimenti e le 24 aree di lavoro dei Ds? Che fare di due quotidiani come l'Unità e Europa? Come e per chi funzionerà il non trascurabile sistema nazionale delle feste dell'Unità?
Qualcuno potrebbe dire che in fondo la soluzione è semplice: basta allargare l'organizzazione. Il problema è che i partiti di elefantiasi possono morire. Non si muovono, non decidono, vengono colti da paralisi. Tutto da scoprire sarà anche il capitolo della contrattazione politica o, per esser più chiari, l'applicazione del manuale Cencelli, della spartizione. La politica è anche questo, nessuno pensa davvero che la partita nel centrosinistra sia tutto un incontro-scontro di ideali. Se il Partito democratico è un soggetto unico, nella divisione dei posti di potere conta per una testa o per due? Trasferite questo scenario a livello locale e pensate a cosa accadrà nelle aziende municipalizzate, casseforti del potere, vera e propria manna per chi crea consenso con i clientes.
Il dilemma del Partito democratico non è tra Essere o non Essere, ma tra Avere e non Avere.

Mario Sechi

L’ANTROPIZZAZIONE DELLA REALTÀ
Dal “Giornale” (23.4.’07): in Cina, un bambino di nove anni scavalca la recinzione e con una fionda comincia a tirare pietre sui coccodrilli. Poi si avvicina troppo, ne prende a bastonate uno e non vede un altro animale che gli arriva alle spalle. Questo secondo coccodrillo lo ghermisce, lo trascina in acqua e lo divora. L’episodio è orrendo ma insegna qualcosa.
Un territorio si dice “antropizzato” quando esso non è più allo stato naturale ma è stato modificato dalla presenza dell’uomo. Cioè quando ci sono strade, tralicci per elettrodotti, ponti, case sparse. L’episodio narrato induce a fare l’ipotesi di un’antropizzazione di tutta la realtà: nel senso che, a forza di modificarla a misura d’uomo, alla fine essa ne esce talmente stravolta che in troppi dimenticano la natura.
Ovviamente, un adulto non ha l’incoscienza di quel povero bambino, per quanto riguarda i coccodrilli. Ma fin troppi pensano che la violenza sia completamente uscita dalle ipotesi verosimili, perfino quando si tratta di legittima difesa; che la fame sia un fenomeno d’altre epoche, quasi che gli scaffali dei supermercati non possano essere che pieni di merce; che nessuno mai possa fare male a un bambino e che per questo i piccoli possano permettersi tutto.
La realtà è molto diversa. Nella savana, i leoni attaccano soprattutto gli animali vecchi e malati oppure i cuccioli. Perché sono quelli meno in grado di correre o meno in grado di difendersi. Quei felini sono spietati ma logici. Perché strapazzarsi ad affrontare un bufalo o un facocero ben risoluto a vendere cara la pelle, quando c’è lì un cucciolo, più indifeso ed anche più tenero da mangiare? Il gatto – che pure è un predatore come il leone – se è attaccato da un cane, scappa: semplicemente perché il cane è più grosso e in natura il più grosso vince.
Ecco perché l’episodio del piccolo, sfortunato cinese è significativo. Nel suo orizzonte mentale si possono tirare le pietre agli animali. Nessuno gli può fare del male seriamente. I bambini avranno pure il diritto di giocare! Ed avranno pure il diritto di dare bastonate ad un bestione torpido e brutto, così, tanto per passare il tempo. Solo che, se questa è la mentalità dei bambini nella realtà antropizzata, nella realtà naturale il piccolo dell’uomo è solo un buon pasto, per giunta con il piacere sportivo di procurarselo da sé, come ha fatto quel coccodrillo. Al bambino mancava quel dato che il gatto ha: il più grosso mangia il più piccolo.
Purtroppo questo errore prospettico non è solo dei bambini. L’intera realtà contemporanea fa sorgere il sospetto che l’umanità civile sia ancor più stupida: il bambino aveva l’inconscia crudeltà dei piccoli che possono divertirsi a dare fastidio mentre gli adulti civili si avvicinano al metaforico coccodrillo non per dargli bastonate ma per offrirgli da mangiare a mani nude. Sono convinti che, essendo gentili e generosi con lui, lui non potrà che essere gentile e generoso con loro. Il coccodrillo –