ARCHIVIO APRILE 2007
BESTEMMIE POLITICHE
SULLA TURCHIA
Confesso di essere un risoluto miscredente.
Non credo in nessuna forma di religione;
non c’è nel mio animo nemmeno una vaga religiosità;
non ho rispetto per i miti; non mi commuovo
né dinanzi ai presepi né dinanzi gli
Altari della Patria. Per la stessa ragione, pur essendo
convinto – con Churchill – che la democrazia sia il migliore
dei regimi politici, non mi nascondo – con Churchill
– che essa può avere grandissimi difetti. La preferisco
a tutte le altre forme di governo ma non la venero: e
se, per salvarle la vita, dovessi per qualche tempo porla
in stato di coma farmacologico, non esiterei a farlo.
Questa può apparire una bestemmia ma oggi ho deciso di bestemmiare,
politicamente, e per questo scrivo in prima persona.
Nel 1933 Hitler prese il potere in Germania
sulla base di una democratica elezione.
Nel 1943 però fece votare una legge in base
alla quale la volontà del Führer era ipso
facto legge: cioè istituzionalizzò la
dittatura nelle forme del Basso Impero. Con le conseguenze
che sappiamo. La domanda è: se un
angelo, nel 1938, avesse predetto ai vertici militari
tedeschi ciò che Hitler avrebbe fatto poco dopo,
non avrebbero fatto bene quei vertici militari a realizzare
un putsch, sbattendo in galera quel criminale?
Altro caso. Allende fu un presidente
democraticamente eletto (anche se
col 30% dei voti o giù di lì) e Pinochet
il capo di una giunta militare dittatoriale.
Ma Allende portò il Cile al disastro economico
e sull’orlo della guerra civile, Pinochet abbandonò
il potere volontariamente e lasciò un Cile
ferito ma prospero e pacificato. Si può essere
sicuri che Allende fece il bene di quel paese e Pinochet
lo danneggiò?
La vittoria del Fis in Algeria, anni fa,
è stata un fatto democratico. La presa
del potere da parte dei militari, che da allora
hanno annullato quella vittoria ed hanno governato
col pugno di ferro, è stata certamente
un fatto antidemocratico. Ma sarebbe stato preferibile
un governo di fanatici? Il Fis intendeva prendere
il potere per instaurare la shariah e forse la teocrazia
(come in Afghanistan): con quale coraggio si potrebbe
non essere lieti che sia stata salvata un’Algeria
laica ed occidentale? O sarebbe stato meglio lasciar operare
le regole della democrazia affinché chi prendeva il potere
potesse poi abolirla?
L’Occidente ha profondamente
deprecato l’invasione
dell’Afghanistan da parte dell’Unione
Sovietica e si è stati contenti quando
la guerriglia ha liberato il paese dallo
straniero. Ma poi sono venuti i Taliban ed in molti
abbiamo rimpianto l’Unione Sovietica. Un po’ come
tanti e tanti iraniani che hanno cominciato col detestare
Reza Pahlevi e poi hanno dovuto riconoscere che si
viveva meglio sotto il suo regno. A Oriana Fallaci,
che lo intervistava con la sua solita aggressività
e gli metteva sotto il muso qualche violazione della perfetta
democrazia, lo scià rispose: “L’Iran non è
la Svizzera e lei non può pretendere che sia governato
come la Svizzera”. Ma la Fallaci, come tanti altri,
voleva la perfezione. E infatti l’Iran è passato dall’autocrazia
alla teocrazia.
E si potrebbe
continuare.
Il caso più
interessante ed attuale è quello della
Turchia. Questo paese è figlio della
riforma di Atatürk. È fieramente laico
per costituzione ed ha mantenuto questa caratteristica
da circa un’ottantina d’anni. L’esercito si è
reso garante dell’eredità politica del Padre
dei Turchi e più di una volta è intervenuto,
anche pesantemente, per frenare una pericolosa deriva
e restituendo poi il potere alle autorità civili
e alla repubblica. Tutto questo, ovviamente, non è
stato molto democratico: ma che cosa sarebbe avvenuto,
in quel paese musulmano per oltre il 98%, se si fosse
permesso lo smantellamento delle istituzioni repubblicane
dall’interno?
Negli ultimi
anni, anche al riparo della vigilanza
europea, i governanti turchi si sono permessi
un bradisismico smottamento verso la religione.
Non è senza significato che, in un paese in cui
un’impiegata postale non ha il diritto di andare
in abbigliamento musulmano a fare il suo lavoro,
la moglie del primo ministro vada ostinatamente
in giro coperta col velo. E questo è tanto più
allarmante in un periodo in cui l’Islàm sembra
tendere a passare da religione dell’inerzia a religione
dell’aggressività. È inoltre allarmante
sia perché in molti, in quel paese, vedono in pericolo
la laicità dello Stato, sia perché il
primo ministro e il suo partito, malgrado la confortevole
maggioranza che hanno in parlamento (a causa del sistema
elettorale), non hanno un’altrettanto confortevole
maggioranza nel paese. E infatti rifiutano nettamente
di indire nuove elezioni. Dunque rischiano di governare
contro la maggioranza dei turchi e contro la volontà
dei militari. Cosa piuttosto azzardata.
Il problema
del giorno è l’elezione del nuovo
presidente della Repubblica. In un primo
momento Erdogan ha sognato di essere eletto lui
stesso, vista la maggioranza di cui dispone ma ciò
ha provocato una levata di scudi e proteste fierissime,
sia in Parlamento che in piazza (una manifestazione
di centinaia di migliaia di persone). Ecco
allora che egli ha proposto il ministro Gül,
del suo stesso partito, ma anche lui musulmano dichiarato,
anche lui con una moglie velata e anche lui persona
dalla laicità peggio che dubbia. A questo punto la Corte
Costituzionale dovrà dirimere un problema tecnico,
per la regolarità dell’elezione ed i militari
hanno fatto sentire la loro voce per ammonire tutti a stare
ben attenti a ciò che fanno.
Ecco l’attentato
alla democrazia! “È di oggi la notizia
– scrive il Corriere della Sera del 28 aprile
2007 - che il commissario Ue all'Allargamento,
Olli Rehn, ha messo in guardia i militari turchi
dall'occuparsi di politica”. Eh no, qui non
ci siamo più.
La Turchia
ha chiesto di entrare in Europa perché
questo l’avrebbe meglio agganciata alle democrazie
occidentali; avrebbe contribuito alla sua
prosperità; avrebbe accentuato la sua laicità,
diluendo la sua marea di musulmani nell’oceano
cristiano; avrebbe infine contribuito a
farle voltare le spalle al Medio Oriente: ma l’Unione
Europea ha risposto picche. Ha moltiplicato gli
esami d’ammissione e le obiezioni, fino a disgustare
l’opinione pubblica turca. L’Europa può
avere avuto le sue buone ragioni ma ora non ha più
il diritto di dire alla Turchia e ai militari turchi
ciò che devono fare.
Chi ama la
Turchia spera che, malgrado tutto,
la deriva islamica si arresti. Spera che questo
governo cada e si vada a nuove elezioni:
e per il resto che Allah conservi i militari alla
Turchia. Sono l’unica garanzia che Istanbul rimanga
una città europea, in cui per la strada si incontrano
donne normali, donne velate e ragazze in minigonna.
In cui ognuno è libero di essere credente o miscredente.
In cui il codice civile è ispirato al codice svizzero
e quello penale al codice italiano, non alla shariah.
Infine, bisogna
sperare che basti la minaccia dell’intervento
dei militari e che non sia necessario
un intervento concreto. Ma se non esistessero,
quei militari, se non potessero nemmeno
minacciare quell’intervento? La democrazia formale
vale la libertà sostanziale?
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 aprile 2007
MOLLICHINE
Silvia Baraldini ha avuto una trentina
di cittadinanze onorarie, in Italia.
Ovvio. Chi non vorrebbe avere per concittadina
una condannata per associazione sovversiva?
Pecoraro, al settimanale “A”:
“Potrei anche decidere di mettere su
famiglia, un giorno. Moglie, figli, quella roba
lì”. Ma i figli chi glieli fa?
L’Anm “pronta alla lotta contro
Mastella”. Poi, se rimane tempo, lotta
alla mafia.
Dal 1999 le pigioni sono aumentate
del 112%. Se avessero avuto sensibilità
per la simmetria, sarebbero aumentate del 111%.
Il Tar riapre lo stadio di
Catania. Meglio Tar-di che mai.
Ahmadinejad libera gli ostaggi
inglesi. Nessuno stupore. Dopo la spettacolo
si torna a casa.
Prodi, per il “Pd”, sostiene
che “non bisogna perdere nessuno”, e
non escludere “soggetti interni ed esterni”.
Insomma, cani e porci, come si usa dire.
Di Pietro ha detto
la sua. Apertamente:
“Il Partito democratico doveva essere
aperto quando ancora la porta era aperta”.
Aeroflot presenterà “un piano per
risolvere la crisi di Alitalia”. Articolo
unico: tutti i rappresentanti dei sindacati
saranno inviati al Gulag.
D’Alema promette a Gheddafi una strada
dalla Tunisia all’Egitto (3,4 mld
€). Comodissima. Ai siciliani, per attraversare
lo Stretto, converrà passare da lì.
Baccini vuole “Un movimento di pensiero
per andare oltre l'Udc”. I politici vogliono
sempre andare oltre. Magari oltre il buon
senso.
Mastella. Linguaggio diplomatico: “Mi
sono sentito anche con Bossi, abbiamo
convenuto che l'idea di fotterci c'è...”
Franca Rame: “La mia famiglia era molto
povera, ed anche per uscire eravamo costretti
a fare a turno per usare le stesse scarpe”.
Per fortuna avevano i piedi tutti uguali.
Follini: “Casini dice cose che capitava
di dire a me qualche tempo fa con una certa
enfasi”. Insomma, Pierferdi è in ritardo
di un tradimento.
Prodi ha smentito le accuse di Fini di
un “ricatto” a Karzai: “Fini non ha mostrato
documenti”. Effettivamente Karzai non ha scritto
nulla, ha parlato.
“I caduti del lavoro sono martiri”, lo
ha detto il premier Prodi. Di questo governo?
Cicchetto e Quagliarello: “Via il segreto
dalle carte Mitrokhin. Il governo dirà
no, “sono tutte bugie”. Ed hanno il difetto
di somigliare alla verità.
Lozano, che ha ucciso Calipari: “Non avevo
scelta”. Non è vero. Avrebbe potuto
colpire la Sgrena
Rutelli, al congresso: “Le mie saranno
lacrime d'amore”. Se non fosse morto,
grideremmo: Mario Merola for President!
Bossi, a Pavia: “Mi sono trovato il Papa
di fronte quasi all'improvviso”. E c’è
mancato poco aggiungesse: “Che spavento!”
Bayrou, critico: “Esistono delle somiglianze
fra Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy”.
Infatti: Sarkozy vince.
Franco Grillini, avviandosi a fondare
un movimento: “Saremo ciò che Ratzinger
detesta di più!” Intelligenti?
Di Pietro: “L'assoluzione di Berlusconi
nel processo Sme… non significa che quel
fatto non sia stato commesso, anzi”. Anzi, è
se l’avessero condannato che si sarebbe avuta
la prova che non era stato commesso.
Grillini: «Fonderò i libdem».
Accidenti, avevo letto “Fonderò
i libidinem”.
Gianni Pardo
D'Ambrosio, l'uomo
che non riesce
a scolorire il "rosso" dalla sua toga
«Super-partes,
super-partes!».
Sono anni che Gerardo D‚Ambrosio vive
con l'ossessione di dimostrare questo: di
essere un magistrato superpartes. È che
gli hanno sempre dato dell‚uomo di sinistra,
questo è il fatto. Anzi, dell'uomo di partito,
del Pci insomma. Che destino ingrato. A palazzo
di giustizia, tra i cronisti giudiziari, anni fa girava
la voce che D'Ambrosio - allora procuratore aggiunto -
parlasse sì con i giornalisti, ma solo per interposta
persona. Funzionava così, dicevano: funzionava
che della truppa dei cronisti giudiziari se ne staccava
uno, quello dell'Unità, e saliva su, al quarto
piano, in Procura, a parlare con D'Ambrosio.
Dopo di che il cronista dell'Unità scendeva
al terzo piano, entrava in sala stampa
e riferiva ai colleghi, tutti pronti con il taccuino
aperto. Ammesso che questa storia sia vera,
è probabile - anzi è praticamente certo
- che non era D'Ambrosio a pretendere di avere, come
unico interlocutore, il cronista dell'Unità.
È probabile invece che fossero i cronisti
giudiziari degli altri giornali, ritenendo che D'Ambrosio
fosse di quelle idee lì, a pensare di avere
maggiori possibilità di raccogliere informazioni
mandando avanti il collega dell'Unità.
Il quale era, insomma, una specie di corsia preferenziale.
Dìaltra parte la fama di magistrato
comunista - fondata o infondata che fosse - D'Ambrosio
ce lìaveva da molti anni. Da quando si cominciò,
in Italia, a fare inchieste che avessero a che
fare con la politica.
La data d'inizio di quella svolta è
nota: 12 dicembre 1969, strage di piazza Fontana.
Dopo i primi tempi in cui era la magistratura
di Roma a procedere - e a procedere contro
gli anarchici: l'indiziato numero uno era Pietro
Valpreda - l'inchiesta finì, per caso, sul
tavolo di due magistrati veneti, Stiz e Calogero, e
da lì deviò naturalmente - per competenza territoriale
- nell'ufficio milanese di Gerardo D'Ambrosio.
Il quale seguì senza esitazioni la pista suggerita
dai colleghi veneti: che non era anarchica, ma
nera. Oggi sappiamo che quella pista era tutt'altro che
campata per aria. Ma allora sembrò che la scelta di
D'Ambrosio fosse ideologica, e così cominciò
la storia del «magistrato comunista».
Però poco dopo a D'Ambrosio capitò
sul tavolo un'altra grana, di quelle grosse.
Anche qui c'entrava piazza Fontana: a D'Ambrosio
fu chiesto di chiarire com‚era morto
l'anarchico Giuseppe Pinelli, che era stato interrogato
dal commissario Calabresi poche ore dopo la strage,
e che era poi precipitato dalla finestra della
questura. «Suicidio », diceva la polizia.
«Omicidio», dicevano l'estrema
sinistra e gran parte della stampa anche borghese,
ormai già scivolata su posizioni più che radical-chic.
Suicidio oppure omicidio? Avesse optato per
l'una o per l'altra ipotesi, D'Ambrosio si sarebbe
messo contro mezzo Paese. Se ne uscì con una
soluzione terza, che a molti parve un capolavoro di
equilibrismo: «malore attivo». Che voleva
dire: Pinelli non si è buttato giù e nessuno
lo ha buttato giù. Semplicemente, si è affacciato
alla finestra per prendere una boccata d'aria e
si è sentito male: male di un malore che è «attivo»
perché produce una spinta in avanti.
La soluzione non piacque né alla
famiglia Calabresi (nel frattempo il
commissario era già stato ucciso) né all'estrema
sinistra, che lo accusò di essere un giudice
politicizzato. Ma non lo accusò di essere
«di destra»: lo accusò di essere
del Pci. Era il Pci, dicevano gli estremisti,
a volere una sentenza del genere, perché cercava
un compromesso con lo Stato. È vero che sul diario
della figlia, a scuola, qualcuno scrisse «D'Ambrosio
fascista»: ma allora «fascista»
era un epiteto che non lo si negava a nessuno, nemmeno
a un magistrato del Pci. Insomma. L'etichetta di uomo
del Pci D'Ambrosio non è mai riuscito a scucirsela
dalla toga. Invano ricordava ogni volta che era
stato proprio lui, il 25 aprile del 1972, a festeggiare
la Liberazione con la liberazione del missino Pino Rauti,
accusato per le bombe di Milano. «Lo scarcerai
per mancanza di indizi, sono un magistrato imparziale
io!», diceva e ripeteva D'Ambrosio. Invano. Il
suo destino, evidentemente, era quello di essere considerato
un «comunista ».
Come quando scoppiò Mani Pulite e
la sua collega Tiziana Parenti, che indagava
sulle tangenti intascate dal Pci, disse che
D'Ambrosio le metteva i bastoni tra le ruote.
«Sono un magistrato super partes!»,
replicava seccato lui. Ha ragione? È vittima
di tanti, così tanti equivoci? Mah. Certo che un
po‚ la vita se la complica da solo. Comequando, dopo tante
mezze smentite, sceglie di candidarsi al Senato. E per che
partito? Ma per i Ds, guarda che caso. O come quando dice
che chi assolve Berlusconi è un giudice «poco
coraggioso».
[Da Il Giornale, articolo di MBr]
COGNE: CALA LA
TELA
La sentenza di secondo
grado nel processo
Franzoni può essere vista in due
modi: quello sentimentale e quello giuridico.
Tecnicamente, la sentenza sembra ineccepibile.
La madre di Cogne, anche se mal consigliata
ed irritante, è un’incensurata
ed ha evidentemente una personalità disturbata.
Se il caso non avesse raggiunto la mostruosa
risonanza nazionale che si sa, probabilmente
quella donna avrebbe avuto già in primo
grado un processo normale e una condanna non dissimile
da quella che leggiamo oggi. L’avere invece incrollabilmente
insistito sulla propria inverosimile innocenza,
malgrado l’evidenza delle prove circostanziali,
dimostra infatti un certo infantile disorientamento.
Anche se è riuscita a convincere la sua famiglia
(non altrimenti si spiega il sostegno che da essa ha
ricevuto), anche se ha convinto un avvocato forse più
passionale che pragmatico, non poteva sperare di convincere
persone abituate a pesare i fatti. La sua condotta processuale
è stata suicida. Non è piagnucolando che si ottiene
l’assoluzione: questo può funzionare in un asilo d’infanzia;
in un’aula di Corte d’Assise è fuor di luogo. I professionisti
del diritto penale sanno benissimo che le prigioni sono
piene di pretesi innocenti.
Come si sa, la metà degli amanti
di cronaca nera sono innocentisti. A
costoro la disperazione di Anna Maria
Franzoni è sembrata sincera e l’ipotesi
che sia una tale simulatrice da non sgarrare
mai, per anni, è sembrata inverosimile. Ai giudici
di secondo grado, messi con le spalle al muro dai
fatti e dal loro valore probante, è invece sembrato
che una persona che “mente” così bene dev’essere
in qualche modo anormale. E questo non ne diminuisce la
responsabilità?
Questa sentenza, che a molti è sembrata
di compromesso, è in realtà
giusta. Ha affermato l’ineludibile reità
dell’imputata ma nel frattempo ha preferito
la giustizia a ciò che il di lei dissennato comportamento
le avrebbe meritato: i trent’anni del
primo grado. La Corte ha concesso delle attenuanti
generiche che hanno il sapore del riconoscimento
di una sostanziale seminfermità mentale.
I giudici hanno difeso la Franzoni da se stessa ed hanno
giudicato ciò che ha commesso, non il suo comportamento
processuale. Le hanno inflitto la condanna
che avrebbero inflitto a qualunque altra imputata,
in condizioni analoghe, sentendo quella pietà
di cui ha parlato anche la pubblica accusa.
Il punto di vista sentimentale, sulla
vicenda, è invece diverso. I colpevolisti
– ovviamente – avrebbero amato la semplice
riconferma della sentenza di primo grado (“accidenti,
ha ucciso suo figlio, un bambino di tre anni,
no?”), senza tenere conto della parziale irresponsabilità
dell’imputata. Gli innocentisti non potevano accontentarsi
di nulla di meno dell’assoluzione piena.
E infatti sono loro, i veri sconfitti. Sono loro
i delusi, con tutte le loro ipotesi fantasiose, nutrite
magari da improbabili telefilm americani. Oggi
protestano contro una sentenza che appare loro “di
compromesso”, come di giudici indecisi fra la condanna
e l’assoluzione, senza capire che una sentenza di condanna
implica la certezza della reità, ma la certezza
della reità non implica a sua volta l’inflizione
del massimo della pena.
Costoro dovrebbero imparare – come nel
caso Sofri – che quando decine e decine di
persone, fra carabinieri, poliziotti, polizia
scientifica, periti, magistrati inquirenti,
magistrati giudicanti e giudici popolari, in più
gradi di giudizio, arrivano alla stessa conclusione,
quella conclusione è giusta, nei limiti dell’umanità.
E a quella conclusione sarebbero giunti
anche loro, se avessero studiato il caso come l’hanno
studiato quelle stesse persone.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 28 aprile 2007
NO, L’INCIUCIO
NO…!
…Ed invece sì. Silvio Berlusconi
fa i complimenti al Partito Democratico,
ottiene uno sconto sul conflitto d’interessi
e porge il suo mandato di fiducia verso la riforma
elettorale benedetta dalla sinistra. Prodi
incontra Bossi e si accorda sul salva-partitini
e perfino la sinistra radicale tace, perché i partitini
in fondo sono più di qua che di là.
L’inciucio sì e purtroppo sfornerà un’
ennesima pagina triste del riformismo, anzi del trasformismo
elettorale italiano. Non ci sarebbe altro da dire
se non che tutto ciò è voluto ed è purtroppo
un vicolo cieco della storia italiana. E’ assurdo pretendere
una sana riforma elettorale da un Parlamento zeppo di
partiti, dilaniato da divisioni compensabili solo
con interessi reciproci e costituito da gente per
la maggior parte, assolutamente ignorante in tema di
sistemi elettorali, di diritto costituzionale e quant’altro
serve per questo tipo di riforme (ci sarebbe da dire
che c’è anche chi pensa che Garibaldi sia un cantante…ed
è peggio). Ed il vicolo cieco è rappresentato
anche da quei banchettini che sforneranno un referendum
buon solo per tornare indietro ovvero per rispolverare
il proporzionale mascherato da maggioritario con le
facce dei presidenti sui simboli di ignobili aggregazioni
elettorali, al posto del maggioritario condito da una
sana dose di proporzionale così da dare a tutti i partiti
la giusta ripartizione feudale dei seggi (perfino la Lista
Pensionati è in Parlamento). Tra tutte le tristi magagne
delle ultime riforme elettorali c’è il cosiddetto
“premio di maggioranza”, uno strumento ideato dalla destra
e grandemente sfruttato e supportato dalla sinistra, che poco
più di cinquant’anni fa apostrofava “truffa”, bestemmiando
De Gasperi che aveva ideato la formula del premio per la
stabilità. Il premio di maggioranza è un trucco
in virtù del quale chi perde in perde in numero può
rifarsi in percentuale, anzi in percentuale di coalizione e quindi
ottenere il premio di maggioranza che non appartiene alla maggioranza,
ma viene spartito a mò di tunica verso tutti quelli che
hanno contribuito alla causa della coalizione, anche se un giorno
non avranno più voglia di esserci.
Ecco, il primo passo da fare è abolire
questi premi di maggioranza che sono un
dileggio alla matematica e tornare al “chi
ha più numeri, ha vinto”. Inutile dire che
il sogno sarebbe uno sbarramento impossibile
del 5%, alla “tedesca”, anzi ancor più che
alla”tedesca”. Il vero maggioritario e la vera
stabilità si ottiene in Italia con la costrizione
politica ovvero con il vincolo dei partiti a restare
nelle rispettive coalizioni (e non solo all’occorrenza
per superare il 5%) e creare il mandato altrettanto
vincolante di deputati e senatori (ovvero se lasci l’equipaggio,
lasci tutta la barca). Bisognerebbe far ritornare
a votare la gente ed anche questo è complicato. Ormai
le liste bloccate stanno bene a tutti i partiti, perché
all’interno di ipotetici grossi partiti democratici o delle
Libertà o dei comunisti uniti o dei democristiani
pentiti, le liste bloccate sono già un’occasione
per definire le gerarchie interne, in barba agli elettori
che devono solo mettere la croce sopra al simbolo e limitarsi
a prendere atto. Troppo difficile…In tempi di inciucio poi…
Angelo
M. D'Addesio
Sme, Berlusconi
assolto per non
aver commesso il fatto
La seconda sezione penale d'Appello
del Tribunale di Milano ha assolto,
per non aver commesso il fatto e perché
il fatto non sussiste, Silvio Berlusconi nel processo
di secondo grado che lo vede unico imputato, nell'ambito
della vicenda Sme. Per l'ex premier l'accusa
era di corruzione in atti giudiziari. Il procuratore
generale, Piero De Petris aveva chiesto una condanna
a cinque anni di reclusione. L'avvocato di Berlusconi,
Gaetano Pecorella, ha terminato la sua arringa
iniziata nella scorsa udienza, chiedendo l'assoluzione,
De Petris nella sua controreplica ha ricordato
il ruolo fondamentale, che in questo procedimento,
hanno avuto le dichiarazioni della 'superteste',
Stefania Ariosto. Niccolò Ghedini, altro difensore
dell'ex premier ha affermato che il teorema accusatorio
si basa solo sul "sospetto" e sulla considerazione
che Berlusconi "non poteva non sapere". Troppo poco per
chiederne la condanna.
Il
processo riguardava la mancata vendita
della Sme, il comparto agroalimentare
dell’Iri, alla Cir di Carlo De Benedetti. Silvio
Berlusconi è accusato dalla procura
milanese di corruzione in atti giudiziari.
L’origine della vicenda risale al 1985. Romano
Prodi, all’epoca presidente dell’Iri,
e Carlo De Benedetti, raggiungono un’intesa in
base alla quale l’Iri avrebbe ceduto la sua partecipazione
in Sme (63 per cento) a De Benedetti per circa
497 miliardi. La decisione vede la ferma opposizione
dell'allora presidente del Consiglio Bettino Craxi
e la discesa in campo di tre cordate, tra le quali
una con la partecipazione di Berlusconi, pronte ad acquisire
la Sme ad un prezzo maggiore di quello concordato
tra Prodi e De Benedetti. L'allora patron dell'Olivetti
si rivolge al Tribunale di Roma per chiedere che
il contratto sia onorato, ma i giudici, presieduti
da Filippo Verde (anche relatore della sentenza), danno
torto all'ingegnere di Ivrea perchè il contratto,
come aveva ammesso lo stesso Prodi nel corso del dibattimento,
era stato stipulato senza il consenso del consiglio di
amministrazione dell'Iri, come era indispensabile in base
allo statuto. La Sme sarà venduta anni dopo, ma a un prezzo
molto più alto,circa 1500 miliardi, e comunque nè
a Berlusconi, nè alle altre due cordate che si erano candidate
ad acquistare il gruppo.
I pm milanesi sospettano
però,
a distanza di anni, che il provvedimento
sia stato “aggiustato”, dietro il versamento
di tangenti a Verde e all'ex capo dei gip
di Roma Renato Squillante. In particolare,
insinuano che un passaggio di denaro tra i conti
in Svizzera di Cesare Previti e del giudice Squillante
fosse riferibile a un versamento proveniente da
una cassaforte della Fininvest. Da qui l'accusa di corruzione
in atti giudiziari, reato per il quale i tempi di prescrizione
sono di 15 anni: più lunghi, quindi, rispetto
a quelli della corruzione semplice. Queste le principali
tappe del dibattimento Sme dopo il rinvio a giudizio
degli imputati, tra cui Silvio Berlusconi (posizione
stralciata), a conclusione di un'inchiesta cominciata
nel luglio del ‘95 con le dichiarazioni di Stefania
Ariosto e durante la quale vennero arrestati, nel
marzo del ‘96, Squillante e Pacifico.
Il 9 marzo del 2000 inizia il processo davanti ai
giudici della
Prima sezione penale di Milano. Il 17 novembre
i pm Ilda Boccassini e Gherardo Colombo
riformulano il capo d'imputazione, introducendo
la contestazione suppletiva. A fine dicembre
viene respinta la richiesta di proscioglimento
di Berlusconi, Previti e Pacifico, ritenendo che non
è possibile una decisione “allo stato degli
atti”. Un anno dopo, il 28 dicembre 2001, testimoniano
in aula il presidente della Commissione Ue, Romano
Prodi e l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato.
Sei giorni dopo, il 31 dicembre 2002, scoppia il
“caso Brambilla”: il ministero dispone il trasferimento
del giudice a latere Guido Brambilla che aveva chiesto
di essere assegnato al Tribunale di Sorveglianza. La Corte
non ritiene di interrompere il processo, come chiesto
dai difensori, e quelli di Previti ricusano il giudice (la
richiesta verrà respinta e Brambilla sarà “applicato”
al processo Sme fino al 9 gennaio 2004). Il primo marzo del
2002 la prima istanza di rimessione del processo a Brescia
presentata da Previti e Berlusconi. Il 18 ottobre depone Stefania
Ariosto, la teste “Omega”. Si arriva al 6 novembre, quando
la quinta sezione della Corte d’Appello dichiara inammissibile
la ricusazione proposta da Berlusconi nei confronti della
prima sezione del Tribunale penale.
Il 27 gennaio del 2003
le Sezioni unite della Cassazione affrontano le
richieste di rimessione dei processi milanesi presentate
da imputati illustri. Dopo una giornata e mezzo di discussione,
il verdetto è: i processi restano
a Milano. I novi magistrati delle Sezioni
unite presiedute da Nicola Marvulli rigettano
le istanze di trasferimento perché “non ci
sono gravi situazioni locali”. La reazione è
durissima. Silvio Berlusconi parla di un esito scontato
perché “la partita è truccata” e accusa la
Cassazione di aver preso una “decisione politica”.
Il 16 maggio il collegio presieduto da Luisa Ponti, alla
vigilia della requisitoria del pm Ilda Boccassini,
stralcia la posizione di Silvio Berlusconi anche per l'accusa
di corruzione in atti giudiziari. Così il 17 giugno
Silvio Berlusconi torna in aula per una serie di dichiarazioni
spontanee che presto si trasformano in un’offensiva
a tutto campo. Il premier attacca Carlo De Benedetti e legge
una lettera dell'ex ministro socialista Francesco Forte
nella quale si dice che Bettino Craxi gli riferì di
una “robusta dazione di denaro” data dall'ingegnere alla Dc
in occasione delle elezioni del 1983. Così, sostiene il
leader di Forza Italia in aula, “De Benedetti voleva acquistare
la Sme, come Totò il Colosseo”. Nello stesso mese la
nuova legge sull'immunità, quella che sospende i processi
avviati nei confronti delle cinque cariche più alte
dello Stato, chiude il sipario sul procedimento milanese
in corso per il solo Silvio Berlusconi.
Ad
andare avanti è solo il procedimento
principale che il 22 novembre vede la condanna
di Cesare Previti, Attilio Pacifico e Renato
Squillante. Il 13 gennaio del 2004 la Consulta
boccia il lodo-Schifani senza possibilità d'appello,
affermando che la legge votata viola i principi di uguaglianza
dei cittadini davanti alla legge e il diritto di
difesa sanciti dalla Carta Costituzionale. Il
processo stralcio sulla Sme può riprendere,
ma davanti ad altri giudici, e per il solo premier.
A novembre Ilda Boccassini tira le sue conclusioni
in aula. E per Silvio Berlusconi chiede una condanna
ad otto anni di reclusione e l'interdizione perpetua
dai pubblici uffici. A rincarare la dose ci penseranno
le parti civili che, il 19 novembre,faranno le
loro richieste risarcitorie: un milione di euro per
la presidenza del Consiglio, quattro miliardi e mezzo
di euro per la Cir. Il 3 dicembre tocca ai legali del
premier di parlare per chiedere l'assoluzione con
formula piena di Silvio Berlusconi. Il processo si chiude
il 9 dicembre del 2004. Il presidente della prima sezione
penale, Francesco Castellano, si ritira in camera
di consiglio con i giudici a latere, Stefania Abbate
e Fabiana Mastrominico, per emettere la sentenza. Il
giorno dopo arriva la sentenza. Berlusconi è assolto
“per non aver commesso il fatto” dall'accusa di aver comprato
la sentenza sulla Sme. Assolto e prescritto, dopo aver attenuto
le attenuanti generiche, per altri episodi di corruzione che
gli erano stati contestati dalla procura. Si arriva, quindi al
primo dicembre dello scorso anno.
La
Cassazione decide che la procura di Milano
era “incompetente” a livello territoriale per istruire
il processo Sme: per questo dispone il trasferimento
del fascicolo processuale alla procura
di Perugia e annulla entrambe le sentenze di merito,
di primo e secondo grado, emesse dai giudici milanesi.
Annullato dunque il primo capo di imputazione
del processo, quello di corruzione per cui Cesare
Previti, Attilio Pacifico, e Renato Squillante
erano stati condannati dai giudici di appello rispettivamente
a 5, 4 e 7 anni di reclusione. Gli atti sono trasferiti
al tribunale di Perugia. Il processo d’Appello
nei confronti di Berlusconi, invece, si è celebrato
a Milano dopo che la Corte Costituzionale ha annullato
a febbraio la legge Pecorella sull’inappellabilità
delle sentenze di assoluzione in primo grado. Così,
Berlusconi che appunto era stato assolto, ha dovuto subire
un nuovo processo visto che i pm avevano deciso l'appello.
Oggi la sentenza di assoluzione "perché il fatto non
sussiste" e "per non aver commesso il fatto". Un'epoca si è
chiusa.
(Remo Urbino
(dal Velino)
- 27 aprile 2007
BRIGATISMO
SENZA FINE
Perché l'Italia è l'unico
Paese dell'Unione Europea dove ancora
alligna, sia pure in misura assai ridotta,
il terrorismo rosso e da 20 anni non accenna
a scomparire? E perché sempre l'Italia è
l'unico Paese dove quel terrorismo sembra essere in
grado di godere ancora oggi di un'area più o
meno vasta di consenso? Le celebrazioni milanesi
del 25 Aprile, con la loro appendice di slogan e di
cartelli filo-Br, ripropongono questi imbarazzanti
interrogativi che come fantasmi ci inseguono da
decenni.
Ai quali è impossibile
rispondere senza fare i conti con
una questione più generale: quella della presenza
storica nella società italiana di un fondo
di violenza duro, tenace, che da sempre oppone
un ostacolo insormontabile alla diffusione
della cultura della legalità. Non è un
caso se l'Italia è la patria delle più importanti
organizzazioni storiche della criminalità europea.
La sfera politica italiana
è stata segnata profondamente dalla
violenza. Sorti alla statualità da un moto rivoluzionario
con alcuni tratti di guerra civile, come per l'appunto
fu il Risorgimento, l'idea che a certe
condizioni la violenza sia ammissibile
(addirittura necessaria) ha caratterizzato in
modo netto tutte le moderne culture politiche che hanno
visto la luce nella penisola, che affondano le
radici nella realtà più autentica della nostra
storia: il socialismo massimalista, il nazional-fascismo,
il comunismo gramsciano, l'azionismo.
Tutte culture che in un
modo o nell'altro si sono alimentate
e hanno alimentato il mito della rivoluzione,
qualunque fosse l'aggettivo che poi
le veniva appiccicato. A livello di massa, in
pratica, ha fatto eccezione solo la cultura politica
cattolica. Se non ci fosse stata la quale, come
si sa, è probabile che non ci sarebbe stata
neppure l'Italia democratica che invece abbiamo
avuto.
Ma la storia non è
acqua. L'Italia democratica, pure se tale,
è stata pur sempre figlia di una vicenda che
aveva sviluppato un'antica e lunga contiguità con
la violenza, nella forma, come ho detto, del mito
rivoluzionario (all'origine, non da ultimo,
con la Resistenza, della stessa legittimazione
della Repubblica). La democrazia da noi non
ha potuto che vivere gomito a gomito, e spesso intrecciata,
con questo mito e con la sua cultura, entrambi
opportunamente trasfigurati nella dimensione dell'«utopia»,
ancora oggi considerata dal senso comune
politico italiano quanto di più nobile e
degno la politica possa mettere in campo. Mentre
lo Stato di diritto, da tutti a chiacchiere omaggiato e
riverito, nei fatti commuove l'animo solo di sparute,
sparutissime minoranze: quanti sono infatti, ancora
oggi, quelli (a cominciare dal ministro degli Interni,
si chiami Pisanu o Amato) che di fronte al blocco di
una stazione da parte di un gruppo di scioperanti
o alle truffe delle certificazioni sanitarie degli impiegati
pubblici invocano il pugno della legge?
In realtà, il germe
dell'illegalità e di quella sua manifestazione
estrema che è la violenza l'Italia
democratica lo porta in certo senso dentro
di sé, nella sua storia culturale
e dunque nella sua antropologia accreditata.
Ed è per questo che non le è mai riuscito
e non le riesce neppure oggi di estirparlo.
Può, per fare un
esempio, cercare di insegnare l'educazione
civica a scuola, ma nello stesso momento
in cui lo fa mostra pateticamente quanto
lei per prima creda poco ai suoi precetti non riuscendo
a impedire in quella stessa scuola il venir
meno di ogni norma di condotta, lo scatenarsi della
più generale indisciplina. Non è il solo
paradosso. C'è pure quello per cui l'Italia è
il Paese dove più attecchiscono le parole
d'ordine del pacifismo e la predicazione della non
violenza ma insieme è anche quello dove rispetto
al resto d'Europa più diffusa è la pratica
dell'illegalità di massa e più frequente risuona l'esaltazione
della violenza o la tolleranza di fatto nei suoi
confronti: con una contraddizione solo apparente, però,
dal momento che all'origine di entrambi i fenomeni
c'è sempre il medesimo retaggio utopico della
nostra cultura, sia pure diversamente declinato. Nonché,
a custodire e perpetuare quel retaggio, l'involucro
di una statualità debole che di fronte alle simpatie
filo-Br di Milano dice per bocca del suo ministro degli Interni
che sì, in effetti «c'è di che preoccuparsi»
ma non se la sente di promettere nulla di più.
Ernesto Galli della
Loggia - Corriere della Sera - 27
aprile 2007
Le mutande di Pratesi
Esistono vari modi per parlare di emergenza
idrica e per scriverne sui quotidiani.
Lo si può fare documentando i fatti, evidenziando
i problemi complessi sottesi al fenomeno,
con articoli ricchi e ben costruiti che
mettano in luce i diversi aspetti della questione.
Oppure si può fare la scelta del Corriere
della Sera che, non pago di averci già in precedenza
deliziato con le abitudini igieniche di Fulco
Pratesi, ha pensato bene di ammannirci ancora
una volta gli accorgimenti molto personali del
presidente del WWF Italia per il risparmio dell'acqua
per uso domestico.
Dall'ultima volta apprendiamo che
il nostro ha compiuto dei passi in
avanti verso la civilizzazione: infatti
ci fa sapere che non conserva per un tempo indefinito
le sue deiezioni nel water ma si è dotato
di uno scarico intelligente che regola la quantità
di acqua in base alle necessità. Questo
gli ha consentito dunque di non più consigliarci
all‚uopo l'uso di secchi sparsi per casa, atti a raccogliere
l'acqua di cottura della pasta piuttosto che quella
per il lavaggio dei pavimenti (di cui peraltro non
ci ha informato: infatti è possibile che essi
restino sporchi, magari gli si concede appena una spazzata,
chissà).
Ma se il water risulta a posto, la
cura della persona lascia molto
a desiderare, anche se la causa si direbbe
nobile: se infatti un bimbo palestinese ha
a disposizione per un giorno intero la quantità
di acqua che riempie mezzo lavandino, chi
siamo noi per osare una doccia al giorno? E infatti
il nostro Pratesi la rifugge, la doccia, come la peste:
fa il bagno una volta a settimana, la mattina usa
il water ma pulisce le "parti basse" di sera,
le mutande poi le sostituisce dopo più di tre
giorni e non parliamo di canottiere calzini e camicie,
che stazionano sul suo corpo anche per un'intera
settimana, con risultati che non osiamo immaginare
visto che le abluzioni sono comunque parche' nè
sono ammessi - Dio ne scampi! - i deodoranti.
Se poi si dovesse essere invitati
a pranzo a casa Pratesi, c'è da informarsi
prima sulla presenza della moglie (abbastanza
perplessa, per ammissione stessa del nostro
"consulente", riguardo all'igiene del marito)
che è riuscita, buon per lei, ad evitare
la rottamazione della lavastoviglie. In caso contrario,
potremmo ritrovarci a mangiare in un unico
piatto unto e bisunto che Pratesi per sovrappiù
sciacqua appena senza far uso di detersivi:
fosse per lui, infatti, "la scarpetta" potrebbe ben bastare
alla bisogna!
Insomma,uno stupidario dettagliato
con la scansione precisa di orari e
abitudini, per diventare tutti degli emuli
perfetti di questo ecologista ai quattro
formaggi (ovviamente gorgonzola, roquefort, blue
stilton, camembert), stazzonati, puteolonti, sgradevoli
alla vista e all'olfatto, ma tanto tanto
rigorosi.
di Teresa Dentamaro
Zahal, Kadima!
Avanti Zahal!
"Zahal, Kadima"
Queste parole hanno dato inizio ai
festeggiamenti per il 59 mo compleanno
di Israele, le dice ogni anno, da ben
25 , un vecchio soldato che, a Gerusalemme
sul Monte Herzl, apre e chiude le cerimonie di
Yom Azmaut, ogni anno piu' vecchio e piu' simpatico.
Ogni anno, alla fine dei festeggiamenti,
si piazza davanti al Presidente
della Knesset e gli annuncia sorridendo "
La cerimonia di Yom Haazmaut e' finita, Signore".
Quest'anno ha detto "Signora' perche' il presidente
della Knesset e facente funzioni del Presidente
dello Stato e' Dalia Itzik.
Ogni anno il Presidente di turno lo
abbraccia con affetto perche' il vecchio
soldato e' un'istituzione in Israele,
uno di famiglia, Yom Azmauth e' lui colla sua
divisa caki e il basco rosso in testa, il viso
di nonno burbero sempre pronto al sorriso.
Il giorno prima Israele aveva stretto
in un abbraccio doloroso i suoi
22.305 caduti in guerra e per terrorismo, li aveva
commemorati tutti davanti al Kotel , a
Gerusalemme, e le sirene, ancora una volta dopo
Yom HaShoa', avevano suonato per due minuti avvolgendo
tutto Israele nello strazio.
Ventiduemilatrecentocinque morti
per l'odio, per il rifiuto arabo di accettare
accanto ai loro 21 stati, dislocati in un
enorme territorio, uno stato piccolissimo,
minuscolo, non arabo e non islamico. Uno
stato che gli avrebbe portato solo benefici e progresso.
Non lo hanno voluto e da quel giorno tentano
di eliminarlo.
Uno stato ebraico, l'unico che gli
ebrei abbiano, 20.000 kmq soltanto,
un fazzoletto di terra che dava fastidio
al mondo arcaico degli arabi e, prima ancora
che le Nazioni Unite votassero per la sua nascita,
gia' avevano incominciato a fargli la guerra.
Nel 1948 c'e' stata l'invasione seguita
da altre guerre e da mezzo secolo
di terrorismo.
Per questa stupidita' araba, per questa
ignoranza, intransigenza, per il
loro odio antisemita sono morti 22.305 israeliani,
bambini, neonati, vecchi, adolescenti,
famiglie intere decimate e distrutte e tanti troppi
soldati giovanissimi, quasi bambini anch'essi.
Nelle sirene c'e' lo strazio delle
madri che quando aprono la porta
di casa e si trovano davanti due soldati, urlano
disperate "NOOOOOO" . Sanno prima di sapere
e il cuore si spezza.
C'e' la nostalgia di bambini rimasti
senza mamma, bruciata in un autobus,
c'e la disperazione di tutto un popolo. Le
sirene suonano la morte che accompagna sempre
il popolo ebraico, morte data senza nessun altro
motivo che l'odio e la stupidita'.
" Non ne avete abbastanza del sangue
che avete versato?"
Con queste parole Dalia Itzik, nel
suo discorso, si rivolge agli arabi.
"Non ne avete abbastanza? "
"Noi siamo minacciati e attaccati
da guerre da vicino e da lontano,
dal lontano Iran, alla Siria fino all'Autorita'
Palestinese , praticamente fuori
dalla porta di casa. Sono tutti la' a dire che
vogliono distruggere Israele...assetati di sangue...."
Poi ancora si rivolge ai palestinesi:
"Perche' non sostituite i katiusha
e i qassam con computer e con l'educazione
all'amore e al rispetto. Il sorriso di un ragazzo
e' il futuro non la guerra..."
Alla fine del suo discorso, ha acceso
il braciere, ancora fuoco, il fuoco
della vita, il fuoco della gioia dopo quello
della morte e dell'incubo del giorno precedente,
la Giornata del Ricordo dei Caduti.
Ma noi li abbiamo presi quei 22.305
Fiori di Israele, li abbiamo messi
nei nostri cuori , abbiamo asciugato le
lacrime e li abbiamo portati alla festa
del Giorno dell'Indipendenza per ricordare
insieme a loro che noi ci siamo, che non li dimentichiamo,
che Israele c'e.
Dodici israeliani, tutti cittadini
di Gerusalemme perche' quest'anno si
celebra anche la riunificazione della Capitale,
hanno acceso altrettanti bracieri in onore
delle dodici tribu' .
Accendendo i fuochi
hanno
detto a voce altissima "Le tif'eret Medinat
Israel" per lo splendore di Israele.
Chi e'
abituato alle parate della Festa della
Repubblica in Italia deve sapere che qui da
noi e' tutta un'altra cosa, la nostra e' una festa
di famiglia, i ballerini hanno vestiti semplici,
sembrano fatti in casa da una vecchia
zia, i cantanti, soldatine e soldatini, sono
tutti in divisa caki, senza gradi, tutti uguali,
tutti della stessa famiglia, tutti ragazzi felici
che cantano e ballano, anche male, e che ridono
felici.
Sono belli,
giovani. Non vanno a tempo? Non importa,
e' una festa, la nostra festa, e' la festa di Israele.
Una festa
semplice, povera rispetto alle
parate faraoniche cui siamo abituati in
Europa, casalinga, una vera festa israeliana,
fuori dai canoni dell'eleganza, del militarismo,
dell' etichetta ma vissuta col cuore, con
amore e tanta commozione.
Poi arrivano
i battaglioni con le bandiere
e il pubblico e' in piedi che applaude , qualcuno
chiama l'amico o il fratello, forse la figlia
che sta marciando e marciano anche maluccio,
non sono abituati alle parate ma fanno tanta
tenerezza.
Quello
che sanno fare bene e' difendere
Israele.
Alla fine
sono arrivati sulle loro carrozzelle
i soldati disabili, feriti in guerra e hanno
ballato anche loro le danze israeliane , sorridendo
e sudando, accompagnati da giovani scatenati,
tutti vestiti di bianco e azzurro, che li facevano
girare e li riprendevano e gli si sedevano sulle
ginocchia.
Una famiglia
di innamorati di questo Paese
cosi' piccolo, cosi' coraggioso e cosi' odiato.
Poi e'
arrivato il nonno soldato, ha detto "Zahal
Kadima", sono ritornate le bandiere di
tutti i battaglioni e lui alla fine,
tra gli applausi e le risate del pubblico entusiasta,
in uno sventolio bianco azzurro, e' andato
davati alla Presidente:
" La Festa
di Yom Azmaut e' finita, Signora".
L'anno
prossimo saranno 60.
Piangeremo
ancora , temiamo che il numero dei caduti
aumentera', vivremo altri incubi ma alla
fine saremo tutti la' e ci sara' anche
lui, il nonno soldato che, sotto gli occhi affettuosi
e divertiti di tutti, arrivera' da solo,
a passo di marcia, sul grande piazzale davanti al
mausoleo di Herzl e dira' come ogni anno:
"Zahal,
Kadima!".
Deborah
Fait -
www.informazionecorretta.com - www.deborahfait.ilcannocchiale.it
PARTITO DEMOCRATICO/Giornali
e poltrone,
stagione di saldi
Un nuovo partito? È più
facile costruirlo sulle ceneri di
qualcosa che è andato a fuoco o addirittura
dal nulla. Basta guardare dentro l‚organizzazione
di Ds e Margherita per capire che non
ha torto Arturo Parisi quando dice «sarà
un lavoro improbo». Perché di questi
tempi sembra facile liquidare la storia e gli ideali,
ricostruire un Pantheon per darsi una nuova
(fragile) identità, ma è difficilissimo
scardinare assetti di potere, nicchie
e rendite che dentro i partiti proliferano. La
politica ha una inossidabile resistenza all'autoriforma,
figurarsi poi se si tratta di liquidare la
ditta e procedere a una fusione. Troppi interessi
da conciliare su un solo soggetto.
In gioco c'è il destino di
qualche migliaio di dirigenti a livello
nazionale e locale. E non si tratta di singole
unità, ma di intere famiglie
che di politica vivono e, in molti casi, se la passano
anche piuttosto bene. Il grosso della partita
si gioca sul ponte di comando e i primi rumori di sciabola
si sono già sentiti. Perché Prodi
sarà pure il leader ma è talmente transeunte
che i suoi amici e alleati non si sono neppure preoccupati
di salvare il bon ton e così l'arrembaggio alla
leadership è partito. Con relativa grancassa mediatica.
Appassionante? Forse.
Dietro
il duello per il posto di comando c'è
però un movimento di truppe silenzioso
e invisibile che riguarda l'apparato
al centro e soprattutto in periferia. Sì,
il vecchio e caro apparato di ciascun partito
che si rispetti. Perché assodato che il Partito
democratico non sarà costruito nella forma
del «partito leggero» - che forse starebbe bene
alla Margherita ma non a un colosso come i Ds - l'eccedenza
di organismi dirigenziali è la prima cosa
che salta all'occhio anche del più sprovveduto
degli osservatori politici. E dove c'è un «esubero»
ci sono tagli. E dove ci sono tagli c'è la corsa a
evitarli con tutti i mezzi possibili.
La metafora aziendale non è
affatto casuale. I progetti di fusione,
in questo caso, possono essere davvero un modello
per chi lavora al Partito democratico.
A voler essere maligni, un esempio di fusione
nel «settore ulivista» c'è già:
il matrimonio bancario tra Intesa e San Paolo.
Banca di riferimento di Romano Prodi la
prima, istituto più vicino alla Quercia
la seconda. Cosa è successo nel caso finanziario?
Prima hanno scelto presidente e amministratore
delegato poi, per evitare di far saltare la
poltrona al gruppo dirigente, si sono inventati
il sistema della dual governance e così accanto
al consiglio d'amministrazione è spuntato
anche il consiglio di sorveglianza. La duplicazione
degli organismi è stata la soluzione preferita.
Lo schema rischia di riproporsi
tale e quale nel Partito democratico.
Osservate il grafico pubblicato qui a fianco:
ovvio che non potranno esserci due
segretari e due presidenti ma, appena
sotto il vertice si comprende che sarà
bagarre vera, dura, senza esclusione di colpi.
Chi farà parte della Direzione del Partito
democratico? Quanti componenti avrà? E chi
sarà disposto nella Direzione nazionale dei Ds
o nella Direzione federale della Margherita a farsi
da parte? Non vorremmo essere nei panni dei «liquidatori»
di Ds e Margherita. E neppure in quello degli attuali
tesorieri. I bilanci sono fatti di attività
e, quando si parla di politica, soprattutto
di passività. Possiamo immaginare il
bravissimo Ugo Sposetti, amministratore della Quercia,
al tavolo della trattativa di fusione: porta
in dote un enorme patrimonio immobiliare e Fassino
ci ha tenuto a ribadire che «servono le
sezioni» non solo i gazebo cari a Prodi. Liquidare
i dirigenti dei 29 dipartimenti della Margherita
o fonderli con i 14 dipartimenti e le 24 aree di lavoro
dei Ds? Che fare di due quotidiani come l'Unità
e Europa? Come e per chi funzionerà il non trascurabile
sistema nazionale delle feste dell'Unità?
Qualcuno potrebbe dire che in fondo
la soluzione è semplice: basta
allargare l'organizzazione. Il problema è
che i partiti di elefantiasi possono morire.
Non si muovono, non decidono, vengono colti
da paralisi. Tutto da scoprire sarà anche il capitolo
della contrattazione politica o, per esser più
chiari, l'applicazione del manuale Cencelli, della
spartizione. La politica è anche questo,
nessuno pensa davvero che la partita nel centrosinistra
sia tutto un incontro-scontro di ideali.
Se il Partito democratico è un soggetto unico, nella
divisione dei posti di potere conta per una testa
o per due? Trasferite questo scenario a livello locale
e pensate a cosa accadrà nelle aziende municipalizzate,
casseforti del potere, vera e propria manna per
chi crea consenso con i clientes.
Il dilemma del Partito democratico
non è tra Essere o non Essere, ma
tra Avere e non Avere.
Mario
Sechi
L’ANTROPIZZAZIONE
DELLA
REALTÀ
Dal “Giornale” (23.4.’07): in Cina,
un bambino di nove anni scavalca
la recinzione e con una fionda comincia a
tirare pietre sui coccodrilli. Poi si avvicina
troppo, ne prende a bastonate uno e non vede
un altro animale che gli arriva alle spalle. Questo
secondo coccodrillo lo ghermisce, lo trascina
in acqua e lo divora. L’episodio è orrendo
ma insegna qualcosa.
Un territorio si dice
“antropizzato” quando esso non è più
allo stato naturale ma è stato modificato
dalla presenza dell’uomo. Cioè quando
ci sono strade, tralicci per elettrodotti,
ponti, case sparse. L’episodio narrato induce
a fare l’ipotesi di un’antropizzazione
di tutta la realtà: nel senso che, a forza
di modificarla a misura d’uomo, alla fine essa ne
esce talmente stravolta che in troppi dimenticano
la natura.
Ovviamente, un adulto
non ha l’incoscienza di quel povero
bambino, per quanto riguarda i coccodrilli.
Ma fin troppi pensano che la violenza sia
completamente uscita dalle ipotesi verosimili,
perfino quando si tratta di legittima difesa;
che la fame sia un fenomeno d’altre epoche, quasi
che gli scaffali dei supermercati non possano essere
che pieni di merce; che nessuno mai possa fare male
a un bambino e che per questo i piccoli possano permettersi
tutto.
La realtà è
molto diversa. Nella savana, i leoni
attaccano soprattutto gli animali vecchi
e malati oppure i cuccioli. Perché sono
quelli meno in grado di correre o meno in grado
di difendersi. Quei felini sono spietati ma
logici. Perché strapazzarsi ad affrontare
un bufalo o un facocero ben risoluto a vendere cara
la pelle, quando c’è lì un cucciolo, più
indifeso ed anche più tenero da mangiare? Il gatto –
che pure è un predatore come il leone – se è
attaccato da un cane, scappa: semplicemente perché il
cane è più grosso e in natura il più grosso
vince.
Ecco perché l’episodio
del piccolo, sfortunato cinese
è significativo. Nel suo orizzonte mentale
si possono tirare le pietre agli animali.
Nessuno gli può fare del male seriamente. I
bambini avranno pure il diritto di giocare! Ed
avranno pure il diritto di dare bastonate ad un bestione
torpido e brutto, così, tanto per passare il
tempo. Solo che, se questa è la mentalità
dei bambini nella realtà antropizzata,
nella realtà naturale il piccolo dell’uomo è
solo un buon pasto, per giunta con il piacere sportivo
di procurarselo da sé, come ha fatto quel coccodrillo.
Al bambino mancava quel dato che il gatto ha: il
più grosso mangia il più piccolo.
Purtroppo questo errore
prospettico non è solo dei bambini.
L’intera realtà contemporanea
fa sorgere il sospetto che l’umanità
civile sia ancor più stupida: il bambino aveva
l’inconscia crudeltà dei piccoli che possono
divertirsi a dare fastidio mentre gli adulti civili
si avvicinano al metaforico coccodrillo non per dargli
bastonate ma per offrirgli da mangiare a mani nude.
Sono convinti che, essendo gentili e generosi con
lui, lui non potrà che essere gentile e generoso
con loro. Il coccodrillo – nella mentalità corrente
– non è un rettile che vive nei fiumi e conosce solo
la fame e la predazione: è l’abitante civile
e vagamente democratico di un giardino zoologico. È
una parte delle istituzioni. A momenti è un impiegato
statale.
Per questo si ha il dovere
di essere preoccupati per le sorti
dell’occidente. Il mondo civile ha dimenticato
che esistono gli aggressori. Ha dimenticato
che deve averne una sana paura. Ha dimenticato
il dovere di difendersi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 24 aprile 2007
SARKO VINCENTE,
SÉGO
PIAZZATA
I risultati del primo turno delle
elezioni francesi sono sul tavolo,
Sarko 31, Ségo 26%. Rimangono
da spiegare le ragioni dell’altissima percentuale
di votanti e la previsione per il secondo
turno.
Nel 1951 l’Italia si trovò
a scegliere, praticamente, tra la
democrazia e il comunismo, L’URSS e gli
Stati Uniti. In quel caso la partecipazione non
poteva che essere altissima, perché altissima
era la posta in gioco. Viceversa, nei paesi in cui la
democrazia è matura, le elezioni non sono un’ordalia.
Negli Stati Uniti, in fondo, che il Presidente
sia repubblicano o democratico, per molta gente
non fa differenza: e spesso la percentuale non è
lontana dal cinquanta per cento. È come se l’elettorato
dicesse: “L’uno o l’altro, per me fa lo stesso”.
Se in Francia la percentuale è
stata circa dell’84,6%, vuol dire
che i votanti non hanno considerato
indifferente che vincesse l’uno o l’altro
candidato. Per Sarkozy ha giocato la sua personalità
marcata, il progetto di governo duro, forte, nazionale,
privo di timidezze e non anti-americano:
qualcosa di non troppo dissimile
da un personaggio come Berlusconi. Per la Royal
ha giocato in primo luogo il fatto di non essere
Sarkozy, di non avere i suoi programmi e di essere di
sinistra. Il messaggio di Sarkozy è stato in positivo,
fino ad essere visto da alcuni come pericoloso,
quello della Royal in negativo, fino ad essere visto
come vago e incosistente.
Il voto di ieri significa dunque
che una buona parte dei francesi
vuole una svolta a destra: di ordine pubblico,
di orgoglio nazionale, di produttivismo,
di coraggio nell’azione: e per questo vota Sarkozy.
Fra l’altro, questo spiega anche il calo
di voti di Le Pen, che ha subito la concorrenza
sul suo stesso terreno. Sarkozy è sempre
stato in testa nei sondaggi proprio perché il
suo programma è stato chiaro e semplice da
percepire: una rinascita nel nome del vigore, dell’identità
francese, della volontà applicata alla realtà.
La sinistra invece si è mostrata
ancora spaventata dalla cattiva
esperienza fatta con la candidatura di Jospin:
e questo spiega anche il calo di voti dell’estrema
sinistra. Per non essere costretti
a votare Sarkozy come a suo tempo dovettero
votare per Chirac (pur di sbarrare la strada a Le
Pen) molti hanno risolutamente votato Royal. Si
sono resi conto che il “voto di testimonianza” poteva
condurli ad un nuovo disastro e, per cominciare,
sono andati in massa ad esorcizzare lo spettro-Sarkozy.
L’alta percentuale si spiega dunque
con una passione fuori dal comune
ed anzi con un’animosità particolare di buona
parte dell’elettorato, soprattutto
contro Sarkozy. Costui è stato, tanto
in positivo quanto in negativo, il vero protagonista
di questi mesi. Soprattutto se contrapposto
alla scolorita Ségolène
Royal: una candidata simile a quei politici
– Kennedy e Rutelli, per citarne due – di cui si
ricordano più il sorriso che le idee. Queste elezioni
sono quasi state, fino ad ora, un referendum pro
o contro Sarkozy, come da anni ormai in Italia le elezioni
sono un referendum pro o contro Berlusconi.
Rimane da vedere che cosa si può
prevedere per il prossimo turno.
Questo esercizio è sempre azzardato.
Persino i sondaggi, che pure sono fondati su
dati pazientemente raccolti, possono essere
pesantemente erronei. Tuttavia, dal momento che
il rischio è solo quello di dover dire “Ebbene
sì, ho sbagliato”, sarà pure lecito
azzardare qualche idea.
In molti dicono che l’ago della
bilancia è Bayrou con il suo 18,50
%. Che non è una piccola percentuale.
Solo che mentre un ago è un oggetto
singolo e massiccio, che può pendere a destra
o a sinistra, la percentuale di Bayrou è composita.
Prova ne sia che, prima delle elezioni, Bayrou
ha rifiutato un apparentamento con Ségolène
Royal, probabilmente perché il suo
elettorato non l’avrebbe seguito. E ulteriore
riprova di questa mancanza di sintonia,
seppure vaga, dell’elettorato di Bayrou, nei
confronti dei due attuali finalisti, è dimostrata
da questo: che se egli fosse arrivato secondo avrebbe
battuto con lo stesso ampio margine sia Sarkozy
che la Royal, per l’eccellente ragione che avrebbe
aggiunto ai propri i voti quelli degli “antipatizzanti” del
concorrente rimasto.
In conclusione, dal momento che
i voti di Bayrou andranno più o
meno divisi fra i due finalisti; dal momento
che Sarkozy tende ad aver fatto il pieno
dei voti di centro-destra, mentre la Royal ha fatto il
pieno dei voti di centro-sinistra, dovrebbe
vincere Sarkozy.
Poi, il futuro nessuno lo conosce.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 23 aprile 2007
W la France!
ALLAH E DIO
Sta scritto – in un testo molto
affidabile – che Geova non era “Dio”
nel senso corrente, ma “il dio degli ebrei”.
E chissà che questo non spieghi il concetto
di Israele “popolo eletto”. Infatti, mentre
normalmente si pensa che Dio preferirebbe gli
ebrei a tutti gli altri popoli, la verità potrebbe
essere che gli ebrei hanno eletto Geova a loro dio
e dunque è normale che il loro dio combattesse
accanto a loro (gli eletti, cioè gli “scelti”)
e contro gli altri. Per esempio contro Gerico.
Geova era dunque nome proprio. Analogamente, era
normale che Apollo, Giove o Minerva avessero dei
nomi, perché nessuno di loro era l’unico dio e bisognava
distinguerli.
Viceversa, per i filosofi, per
esempio Aristotele, Dio non poteva
che essere unico. All’unità di Dio
si arriva perché si vuole identificare
un creatore del tutto e anche perché
due dei ugualmente onnipotenti non possono
esistere. Se è onnipotente l’uno non lo è
l’altro. Questo, anche se, nell’antichità,
sono esistite coppie antagoniste di
divinità: ma avendo per così dire lasciato
da parte il concetto di onnipotenza.
Il Dio degli ebrei, caratteristico
per la sua unicità (“Non avrai altro
Dio all’infuori di me”, primo comandamento),
si è incontrato poi col platonismo,
con l’aristotelismo e con la riflessione gnostica.
Sicché è stato adottato dal Cristianesimo
con gli stessi attributi aristotelici ma
con una differenza essenziale rispetto ad Aristotele,
senza la quale non si sarebbe potuta avere religione:
Dio è stato concepito come provvidenziale.
Un dio che non si occupasse degli uomini, infatti,
non permetterebbe nessun rapporto uomo-Dio. Nel
Cristianesimo anzi questo rapporto di amicizia è divenuto
così intenso, che Dio sarebbe stato disposto ad
incarnarsi e, in quanto uomo, a soffrire sulla croce
per l’umanità.
L’avere la Chiesa
stabilito
che Gesù non è stato solo
un profeta come Isaia o Ezechiele,
ma Dio stesso incarnato, ha creato il problema
di una dualità di “persone”. Ulteriormente
complicata dall’esistenza di un misterioso
“Spirito Santo”. Questo ha creato seri
rischi di politeismo se non di feticismo:
ed è inevitabile avere un moto di perplessità
quando si vede gente che prega guardando una statua.
L’iconoclastia - una barbarie dal punto di vista
artistico - non è detto lo sia dal punto di
vista religioso.
Maometto – personaggio
peggio che discutibile – in questo
ha visto giusto. Se si vuol convincere
la massa dell’unicità di Dio e della sua totale
trascendenza rispetto ai parametri umani, l’unica
soluzione è la più rigorosa iconoclastia.
L’interno di qualunque moschea parla dell’astrattezza
di Dio più di qualunque chiesa cristiana.
Quei muri nudi, quella mancanza di un altare, quell’assenza
di riferimenti concreti invitano a trovare
Dio dentro di sé, nel pensiero stesso
e nella sua parola.
L’umanità ha tendenza
al politeismo perché spera, come
gli ebrei antichi, di avere una divinità
dalla propria parte, per vincere sugli altri
e sui loro dei. Inoltre ama avere dei di ambo i
sessi e l’avere eliminato nell’Islàm la venerazione
della divinità femminile ha provocato
a suo tempo una profonda ferita. Quasi in tutte
le religioni esiste una divinità femminile
dominante: basti citare Iside nell’antichità e
la Madonna ancora oggi.
Non è lecito,
per i credenti cristiani, sorridere
di Allah o credere che sia una divinità
diversa dal loro Dio. Anche Allah è il
creatore; anche Allah è buono e misericordioso;
anche Allah ascolta la preghiere degli uomini;
anche Allah è provvidenziale. Anzi,
secondo la concezione dell’Islàm (abbandono
alla volontà di Dio), è talmente
provvidenziale da intervenire massicciamente
nelle vicende terrene, fino ad annullare
quasi la volontà dell’uomo. L’inerzia del
credente è pia: purtroppo con le conseguenze che
si conoscono nella società musulmana.
Si può pensare
tutto il male che si vuole dell’islamismo;
si può ragionevolmente criticare
il Corano, anche perché risente maledettamente
dei quattordici secoli che ha sul groppone,
ma per quanto riguarda Allah bisogna sempre
ricordare che è il nostro stesso Dio.
E se qualcuno commette crimini in nome di Allah,
Allah non ne è responsabile più di quanto
Gesù sia stato responsabile dello sterminio degli
Albigesi.
Rimane la questione
del diverso rapporto con Dio che
ha il cristiano rispetto al musulmano.
Il cristiano, partendo dal fatto che Gesù
è anche Dio, può rivolgersi a Dio come
si rivolgerebbe ad un altro uomo. E questo umanizza
la religione. Il cristianesimo è
dunque (almeno oggi) una religione più mite, più
amichevole, meno severa. Ma il difetto di tutto questo
è che i credenti non sono più veramente
cristiani. Hanno conservato la religiosità (che
è forse un istinto umano) ma ignorano la dottrina
cristiana e non seguono i precetti della loro fede.
Preferiscono un cristianesimo “fai da te”. Per loro
è lecito dire, per quanto insegna il Papa, “questo
l’accetto e questo no”. Cosa completamente assurda
che però gli stessi preti finiscono col favorire: essi
predicano, anche per non perdere clienti, un cristianesimo
privo di spina dorsale, fatto di sorrisi e di fratellanza,
e confondono la religione con la bontà.
Quando non con la politica di sinistra.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it,
- 23 aprile
2007
P.S. Mi sono fatto
abbastanza nemici o devo anche dire
male di Garibaldi? Comunque, lo scritto
che precede non intende insegnare nulla.
Intende piuttosto porre delle domande.
ADIEU CINQUIEME
REPUBLIQUE
Lo choc del 2002, quando la Francia,
democratica, liberista, laica,
si ritrovò di fronte lo spauracchio Le
Pen, potrebbe non esserci, ma basti solo osservare
l’incredibile divisione ed indecisione
dell’elettorato francese, il totale disinteresse
verso le faccende interne (che pure dovrebbero
essere prioritarie, la Francia deve assumere
un suo ruolo importante in Africa e nel Medio Oriente
e deve responsabilizzarsi in Europa, dopo il No alla
Costituzione), la grande stagione di contestazione
dei francesi e l’attaccamento al leader più che
ai programmi per capire che la Francia è un
paese in crisi ed il primo paese che affronta le elezioni
nel bel mezzo di tre forme di crisi: la solita crisi economico-sociale
di tutti i paesi dell’area Euro; la crisi politica
ed ideologica di partiti e candidati che hanno iniziato
a differenziarsi solo nelle ultime settimane; la crisi
morale, etica e culturale di un paese, campione
della tolleranza ed ora esasperato. La Francia
deve attuare un’inversione di rotta. Da sempre paladina
degli interessi economici nazionali, non potrà pretendere
che Bnp Paribas o Carrefour facciano i monopolisti in altri
paesi, mentre le Opa altrui sull’energia o
in altri campi vengano bloccate. Tutti i candidati, indistintamente,
hanno chiesto che lo Stato compensi gli errori del progetto
Airbus (un progetto europeo che risente dell’euro,
ma anche della megalomania franco-tedesca),
che lo Stato preservi da svendite e crisi le grandi imprese,
dalla Peugeout, alla Sodexho ed altre. Nel frattempo
non si sa sec la legge delle 35 ore sarà abolita
e se conviene veramente lavorare di più per guadagnare
di più oppure se in questo modo la disoccupazione
rischierà di aumentare (e nonostante le 35 ore è
già ai massimi del 20%). La Francia non assorbe
più gli immigrati, non riesce a farli lavorare,
né a farli studiare ed in questo senso è
stata già surclassata dalla Spagna o dalla Gran Bretagna.
Il discorso energia va rivisto, in termini rigorosamente
europei e l’affezione francese verso nucleare e settore
elettrico, dovrà votarsi all’idroelettrico
ed al fotovoltaico.
C’è poi la
Francia
in crisi politica. Mai la repubblica
francese era arrivata ad un confronto
a quattro, in un sistema presidenziale
a doppio turno, dove il presidente gestisce
Governo ed Assemblea Nazionale e dove di solito
gli avversari gollisti e socialisti, salvo
eccezioni (Poher dell’Udf negli anni sessanta
fu l’ultimo candidato “centrista” a giungere al ballottaggio),
facevano il vuoto. Adesso l’eccezione diventa
realtà, se non rischio. Il rischio
Le Pen, l’ “Effetto Bayrou che insidia al 20% la candidata
socialista Royal, la stessa Royal che non riesce
ad unire i suoi stessi militanti, Besancenot, Bové,
e Aillot-Marie e Laguiller, l’estrema sinistra che
ancora tocca l’11-12%. Divisioni e spaccature che
sottolineano come la Francia dovrà rassegnarsi
a dare un ruolo più importante alle forze parlamentari,
se non vorrà un presidente continuamente screditato
dai suoi stessi premier e dall’intera Francia non rappresentata.
La Francia che va alle urne è in piena crisi morale.
Il dibattito degli ultimi giorni su eutanasia, pedofilia ed
omosessualità rappresenta bene il clima di confusione
e l’eccesso di laicismo che in Francia è diventato disordine
morale e mentale. Tutto è libertà e tutto è
possibilità. Ma non lo è, se la crisi di sicurezza
nelle banlieues significa che i giovani non trovano occupazione,
non hanno stimoli e sono in preda allo sbando, alle mode, alla
rabbia; gli immigrati non chiedono più case popolari
ed occupazione di buon cuore, ma parificazione in tutti i sensi;
gli operai non vogliono essere più la forza dimenticata
dei socialisti e la palla al piede della repubblica; gli impiegati
statali non vogliono perdere i loro privilegi. In questa
Francia è logico che un sergente di ferro come Sarkozy,
attivo e già esperto di battaglie politiche, quasi sicuro
vincitore del primo turno, fosse in vantaggio rispetto ad una candidata
socialista, frutto non più del vecchio socialismo
di bandiera, ma di proposte trasversali, di riforme (parola vietata
per i francesi), che Bayrou potesse sembrare il buon padre
di famiglia e Le Pen, il solito allarme a non riempire la Francia
di gente (al punto che metà dell’elettorato di Le Pen è
fatto di immigrati che temono l’arrivo di altri immigrati). In
ogni caso anche se lo scenario sarà Sarko vs. Segò,
la Francia dovrà fare un salto molto grande, perché i due
questa volta non riusciranno a coprire che il 50% dell’elettorato
francese e non potranno permettere che l’altro 50% si allinei
semplicemente. Non è un caso che Sarkozy cerchi già
parte dell’elettorato di FN (che lo appoggerà sicuramente
al ballottaggio) e che la Royal dovrà mediare fra l’estrema
sinistra e parte dell’elettorato dell’Udf che con Sarkozy
non vorrà avere a che fare. Sarà l’addio alla Quinta
Repubblica.
Angelo M. D'Addesio
IL PARTITO DEMOCRATICO
Un vecchio detto consiglia: “Se
ti dànno dell’asino, hai
diritto ad offenderti. Se ti dànno
una seconda volta dell’asino, hai diritto
di piangere. Ma se ti dànno una
terza volta dell’asino, ti conviene cominciare
a ragliare”. Nello stesso modo, se sin dal principio
non si capisce nulla del lancio di questo
“Partito Democratico”, si può essere un
po’ imbecilli. Se passano i giorni e si continua a non
capire nulla, non è scritto da nessuna parte
che si debba essere dei geni. Ma se si fa un congresso,
i leader parlano per ore, e la nebbia rimane fitta,
significa che dovremmo essere tutti scemi, e ragliare.
Oppure che questa operazione politica non è chiara.
Di questo partito
conosciamo soltanto gli slogan e,
in politica, quando si indicano i fini
e non i mezzi, non si è detto niente: sui
fini si è sempre tutti d’accordo. Per quanto
riguarda il Partito Democratico abbiamo sentito
parlare solo di botte piena e di moglie ubriaca.
Si è addirittura arrivati alla surreale
e inconcludente banalità di distinguere il nuovo
partito da un partito nuovo. Ma oggi non c’è nessuno
che possa dire che cosa in concreto vuole fare questa
compagine politica e soprattutto in che cosa il suo programma
sia diverso da (o identico a) quello dei
due partiti che si fondono. Tutti si sono rigorosamente
tenuti sulle generali, hanno parlato in politichese
stretto e si sono applauditi gli uni gli altri come il
magliaro e il suo compare. Fino ad ora, in materia di programma,
si sta a zero.
Al contrario, sono
chiare le difficoltà.
Le fusioni sono opportune quando la separazione
appare artificiosa e qui, invece, i
leader si affannano a ripetere che non perderanno
la loro identità, non rinunceranno
ai loro ideali e alle loro bandiere. I Ds
non faranno in nessun caso parte dei popolari europei,
la Margherita non farà in nessun
caso parte dei socialisti europei, e allora perché
si mettono insieme, se vogliono rimanere distinti?
Seconda difficoltà.
La fusione si attua quando l’unione
promette migliori risultati ma, almeno
per quanto riguarda l’esperienza italiana,
la cosa è più che dubbia. In passato
infatti queste operazioni hanno condotto
ad un risultato elettorale inferiore alla
somma dei voti dei soci: memorabile, al
riguardo, la fusione di Psi e Psdi.
Terza difficoltà.
Si parla di unificare e il primo
risultato è quello di perdere una
parte dei Ds. E questa scissione (che non
si vuole chiamare col suo nome) è un risultato
concreto mentre i vantaggi della fusione
sono di là da venire.
Sembra che in tutta
questa impresa si sia partiti dal
lato sbagliato. Quando due formazioni
hanno ideali, parametri e programmi tanto
comuni da non capire perché vogliano avere
denominazioni differenti; quando gli elettori
delle due formazioni, non che essere perplessi,
spingono per l’unificazione; quando infine
tutti - elettori e leader - riconoscono un capo
carismatico comune cui tutti sono disposti ad obbedire
perché è indispensabile, si può ipotizzare
che si arrivi all’unità. Ma qui manca
l’identità comune, manca il programma comune,
manca l’entusiasmo degli elettori e soprattutto
manca un capo carismatico. Una volta che si passerà
dalle nebbie dei progetti ad un nome preciso, ad un
uomo in concreto, lo si accuserà di partigianeria,
di voler far prevalere la sua formazione di provenienza,
di non essere all’altezza del compito.
Quell’uomo non sarà in una posizione invidiabile.
Quando, nel 1958, la Francia andò a cercare in
campagna Cincinnato-De Gaulle, lo fece con l’atteggiamento
di chi va a mettere il proprio destino nelle
mani di qualcuno la cui grandezza, il cui disinteresse
e la cui capacità erano al di sopra di ogni discussione.
C’è un uomo del genere, pronto a guidare il
centro-sinistra?
Il Partito Democratico
somiglia ad un uomo che ha deciso
di procurarsi una nuova automobile ma
per ora ne possiede solo i coprisedili.
Inoltre, se il Partito
Democratico parte senza un progetto
comune (che cosa s’intende fare per
le pensioni?) è giocoforza concludere
che il programma di questo nuovo partito
è semplicemente l’inazione. Esso non
sarebbe altro che l’istituzionalizzazione
della situazione attuale. Il governo Prodi
è immobilista perché, non appena accenna
a muoversi, rischia di cadere, e il Partito Democratico
potrebbe come lui avere questo programma:
non fare nulla per durare al potere. Complimenti.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 21 aprile
2007
LA PERNACCHIA DI MONSIEUR
PLATINI
C’era il rischio di trovarsi
una serpe in seno e con un seno così
scoperto, la serpe ha potuto giocare come
voleva. La serpe è il Monsieur Platini,
il seno è quello italiano, sempre più nudo
e sudicio di vergogna e l’inferno è l’intero
mondo del Calcio, dove l’Italia è riuscita soltanto
ad uscirne nella lontana estate del 2006. Ma non
pensate che Platini sia stato il mero vendicatore della
Francia finalista perdente ai Mondiali. Il Calcio
è ben altro e Platini ha capito che da presidente
UEFA è meglio farsi amico il sicuro futuro dittatore
FIFA Blatter. Pertanto al pari di Ecclestone che porta
i GP di Formula Uno in Bahrein e tra poco in Nepal,
così Platini porta il mondo del calcio dove il calcio
è roba da ricchi, corrotti (al pari dell’Italia),
ma i milioni e le tv sono poche, come i polli da spennare.
Niente di più facile. L’Italia si presentava alla
candidatura per l’Europeo nella peggiore posizione,
quella della favorita, illusa dalla vittoria, ma condannata
già ad essere sconfitta dall’urna mignatta, dove
chiunque può colpire alle spalle, senza essere
scoperto. L’Italia si presentava con una nazionale invidiata
da tutti, con dirigenti vecchi e bisunti (Matarrese vicepresidente
della FIGC, Carraro membro dell’Esecutivo UEFA e perfino
Abete non è un nome nuovo, pur essendo il Presidente
della FIGC), con una Federazione commissariata, un campionato
dimezzato che una squadra zeppa di stranieri non
riesce ancora a vincere, nonostante la noia mortale
delle altre squadre, con un’immagine deplorevole di hooligans
italiani, teppisti che manipolano le squadre, incidenti
fuori degli stadi, inagibilità dei medesimi, minacce
di nuove penalizzazioni ulteriori per numerose squadre,
incredibili presenze televisive di personaggi che hanno
gettato sterco sull’intera immagine del Calcio italiano
(vedi Moggi, opinionista preferito delle trasmissioni più
trash ed ignobili), un ingorgo televisivo mai definito. Di fronte
l’Italia aveva la freschezza dei paesi emergenti, e l’Ucraina,
un paese da educare e stabilizzare, governato da boss del
pallone che da Kiev a Donetsk, scambiano petrolio con giocatori
e sperano che la democrazia giunga su un campo di calcio.
Vuoi mettere poi la candidatura congiunta, l’effetto Europa
Unita che la Polonia dàcon l’Ucraina al mondo intero
che guarda ad Est ed Ovest. Scommetto che qualche dirigente italiano
possa essere perfino contento all’idea che l’Ucraina possa diventare
una nuova patria del mercato calcistico e del business che ne segue.
Quale delusione, dunque, se l’Italia
non aveva nulla per essere promossa
all’organizzazione degli Europei
del 2012. Italia paese perdente. Andò
male con le Olimpiadi per Roma, perfino Roma
e Milano hanno litigato per quelle del 2016,
adesso gli Europei. Siamo il vecchio Continente
e di questo siamo la punta inferiore. Platini lo ha
capito e ci ha trattato come ci trattava da giocatore,
con il sorriso beffardo di chi apre la busta e,
parafrasando Alberto Sordi avrebbe voluto dire”
Italiani……” e pernacchia.
Angelo M. D'Addesio
MOLLICHINE
Repubblica in sciopero per una
settimana. Prodi rimane a Palazzo
Chigi per il disbrigo degli affari
correnti.
Il titolo: “Giudice condannato:
troppo disordinato”. Ed io ho
sgranatogli occhi. Ma poi ho letto il sommario:
era un giudice di pace.
Bertinotti: “Non saprei immaginarmi
senza la politica”. Eppure perfino
il suo partito riesce ad immaginarsi
senza di lui.
Sgrena (sul processo Lozano):
“In America ci sono forze che vogliono
influenzare il processo”. Le conosciamo.
Sono le forze della reazione in agguato.
Il Foglio dà notizia di
un graffito contro la Cei (GE) e di
un altro in un liceo (MI). E io che scrivo
sui blog! Dovrei scrivere sui muri, per
avere visibilità.
Cho Seung Hui, ha lasciato scritto:
“È colpa vostra se l’ho fatto”.
Sì, ma è colpa di sua madre
se lui è nato.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 18 aprile 2007
LA STRAGE DI BLACKSBURG
La strage nell’Università di
Blacksburg, in Virginia, fa come
sempre versare fiumi d’inchiostro. I
temi eterni sono: è un fenomeno sempre
più grave? È giusto che in America
sia tanto facile procurarsi delle armi?
Si poteva prevenire una simile strage? E soprattutto,
che responsabilità ha la società moderna, in
questo genere di tragedie?
Chi è giovane può
trovare questi problemi interessanti,
chi è anziano non sfugge
invece ad un profondo tedio. Una barzelletta
fa ridere la prima volta, forse la seconda,
ma alla lunga provoca solo un sentimento
di imbarazzo. Quei quesiti, sotto l’apparenza
pensosa, sono insulsi.
I fatti gravi sembrano “sempre
più gravi” e “sempre più frequenti”
perché i giornalisti hanno interesse
a gonfiare la notizia (per gonfiare se stessi)
e perché ognuno non conosce la storia
ma solo la propria esperienza. Se sente parlare
di un pazzo che dà fuoco ad un grande
edificio parla di crimine inaudito: semplicemente
perché non ha mai sentito parlare di
Erostrato. Se poi un secondo pazzo provoca un
altro grande incendio, comincia a parlare di un’epoca
dei grandi incendi. Perché è il secondo
di cui sente parlare.
Le armi in America sono un polveroso
problema che va tanto a sangue alla
sinistra perché consente di presentare
l’immagine di un paese in cui tutti vanno al
saloon con la Colt al fianco e sparano per i motivi
più futili. In realtà, anche
se un controllo sulle armi è necessario,
non bisogna dimenticare che esse non uccidono da sole:
sono i delinquenti che uccidono. E, se vogliono
farlo, i mezzi se li procurano. In Svizzera tutti
coloro che hanno fatto il servizio militare tengono
in casa non una scacciacani ma un fucile d’assalto
dell’esercito e tuttavia in quel paese non
ci sono più morti ammazzati, con tale arma, di
quanti ce ne siano in Italia.
Si poteva prevenire la strage?
In Italia quasi tutti i palazzi
hanno dei balconi e, salendo su una sedia,
chiunque può scavalcare la ringhiera
e ammazzarsi. C’è modo di prevenire
questo fenomeno? Certamente sì. Basta
abolire tutti i balconi. E chiudere con grate
di ferro tutte le aperture. Certo, rimarrebbe il problema
di come fuggire in caso d’incendio, ma non si
può aver tutto. In realtà contro la follia
umana non c’è parata. Fra l’altro, se si rinchiudessero
in manicomio tutti coloro che sembrano pericolosi,
si direbbe subito che si sono messe all’ergastolo persone
che non hanno fatto niente di male e non sono neanche
matte: le diagnosi psichiatriche sono infatti opinabili.
La toppa peggiore del buco.
Si chiede infine: che responsabilità
ha la società moderna in questo genere
di tragedie?
Se un buon calciatore tira in
rete da trenta metri e segna, qualcuno
chiederebbe forse quale merito ha la
società contemporanea per un simile exploit?
Certamente no. Tutti penserebbero
che quel giovane ha una mira eccezionale, oppure
che ha avuto fortuna, e nessuno tirerebbe
in ballo la società. Nello stesso modo,
se un giovane psichicamente disturbato uccide 33
colleghi e ne ferisce un’altra trentina, il responsabile
del fatto è lui e il quesito sulla responsabilità
della società è sbagliato. È il singolo
che si è procurato l’arma e che ha ucciso.
Potrà avere avuto una famiglia difficile (cioè
normale), un passato di frustrazioni (come l’abbiamo
tutti), e perfino svantaggi particolari (un padre
bevitore, una psiche fragile, problemi sessuali), ma
rimane il fatto che altri giovani con i suoi stessi problemi
non per questo hanno compiuto uno strage: gli studenti di
quell’ateneo sono circa ventiseimila.
Questa tendenza a trascurare
il singolo e le sue responsabilità,
per volgere l’occhio verso
la società, non è nuova. È
figlia del vecchio pregiudizio di Jean-Jacques
Rousseau per il quale l’uomo nasce
buono e la società lo travìa. Sicché
quando il singolo commette un crimine, è
la società che gliel’ha fatto commettere.
Questa idea è delirante.
Non si capisce come mai una società
composta da uomini nati buoni possa essere
cattiva. Se è cattiva, è probabile
che gli uomini non nascano buoni: cosa che
è facile pensare avendo a che fare con
dei bambini. In secondo luogo, se responsabile
di tutto fosse la società e non il singolo,
il singolo dovrebbe rimanere impunito: con quali
risultati è facile immaginare. In terzo
luogo, questa concezione – il “determinismo
psichico” - nega la libertà di agire del singolo
e, se la si accettasse, farebbe crollare
in un sol colpo il diritto, la morale e la pacifica
convivenza. Per fortuna, esiste un escamotage.
Se qualcuno sostiene: “Sì, gli ho dato
una coltellata ma non sono libero di agire e dunque non
sono responsabile”, la società può sempre rispondergli:
“Neanch’io sono libera di non darti quattordici
anni di galera”.
Se il giovane demente di Blacksburg
non si fosse suicidato, sarebbe
stato giusto tenerlo responsabile di
ciò che aveva commesso e infliggergli una
trentina di ergastoli. È vero, questo non avrebbe
fatto resuscitare i poveri morti, ma contro
la follia imprevista non c’è difesa.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 17 aprile 2007
ISLAM
L’Islam è una religione
di tolleranza e di pace e qualcuno
sostiene che l’islamismo estremista
– quando non terrorista - è una lettura
abusiva del Corano. Ma è possibile,
una lettura abusiva del Corano?
Bisogna
innanzi tutto ammettere che persone
che invocano Allah dalla mattina alla sera,
pur compiendo le azioni più orribili,
non sono certo indifferenti ai dettami della
religione. Diversamente si commetterebbe
lo stesso errore che commise certa sinistra
al tempo delle Brigate Rosse. Allora molti, per
distanziarsi dai loro crimini, sostenevano
che i brigatisti non potevano essere comunisti;
si dicevano rossi ma erano neri. In realtà,
come è stato detto più volte, non tutti
gli islamici sono terroristi, ma tutti i terroristi
sono islamici. Il problema è dunque: questi
musulmani sono buoni musulmani? Effettuano una
lettura legittima del Corano?
Al
riguardo, si può fare un
parallelo col Cristianesimo, che nel tempo
ha avuto parecchie “letture”.
Diversamente non si sarebbero avute tante
eresie e infine le chiese protestanti.
Ad esempio nel Vangelo si legge: “Se la tua
mano o il tuo piede ti fanno cadere in peccato,
tagliali e gettali via da te; meglio è per
te entrare nella vita monco o zoppo, che avere
due mani e due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno.
E se il tuo occhio ti fa cadere in peccato, cavalo e
gettalo via da te; meglio è per te entrare nella
vita con un occhio solo, che aver due occhi ed esser gettato
nella geenna del fuoco” (Matteo, 18,8-9). Che lettura bisogna
dare, di questo passaggio? Per la maggior parte dei credenti,
Gesù dice che la vita eterna vale più dei piaceri
terreni; Origene invece, che non era indotto in tentazione
dall’occhio o dalla mano ma dall’istinto sessuale,
diede un valore letterale al Vangelo e si castrò.
Ma, fece bene?
Qui si vede la differenza
fra la Chiesa e la Ummah. La Chiesa,
figlia in questo dell’organizzazione
e del verticismo romani, è organizzata
come un esercito. Ha un capo che
la guida e dà ordini indiscutibili. È
lui che fornisce l’unica interpretazione autorizzata.
Proprio per questo, perché Origene non
era autorizzato a “leggere” il Vangelo a modo proprio,
il suo gesto è stato condannato e non costituisce
legittima lettura del Vangelo. Non ogni
interpretazione è possibile nel Cattolicesimo
e se si insiste si rischia l’espulsione dalla
comunità dei credenti (scomunica), con in più
(un tempo) il rogo. Il Magistero della Chiesa
è imperativo.
Questa “polizia della dottrina”
- malgrado le sbavature, si pensi
all’ignobile comportamento tenuto nei
confronti di Hus - ha fatto sì che l’unitarietà
della dottrina abbia condotto a successivi
adattamenti, fino a far sì che il Cattolicesimo
sia una religione pressoché compatibile
con la modernità. Invece nell’Islàm,
come eco dell’anarchia e dell’indipendenza
delle popolazioni nomadi presso cui
nacque, non esiste organizzazione; non esiste
clero; non esiste papa. Esistono studiosi del
Corano molto rispettati ma nessuno ha l’autorità
per imporne una data lettura: non raramente anzi,
anche fra i dotti, esistono profonde divergenze
di vedute. Un Origene musulmano sarebbe
stato condannato al massimo a titolo personale,
non certo a titolo ufficiale: mentre nel Cristianesimo
del suo errore si è fatto un paradigma.
Non esistendo nell’Islàm
un’interpretazione ufficiale
della religione non può esistere
una “vera lettura” del Corano. La stessa
denominazione di “integralisti”, che tanto
spesso si usa a proposito degli estremisti,
è sbagliata: essi non sono integralisti
perché nessuno può stabilire quale
sia l’integralità di quella religione.
Tuttavia il successo della predicazione
estremista si spiega col
fascino che può avere, presso
menti semplici, l’evidenza di un’interpretazione
letterale. L’imam può sempre
dire: se il Profeta ha detto che al ladro va
tagliata la mano, chi siamo noi per dire che questa
pratica è inumana e inammissibile?
Se Dio – attraverso il suo Profeta –questo ha
voluto, significa che è giusto tagliare
la mano al ladro, lapidare l’adultera, uccidere
gli ebrei, non concedere mai la pace agli
infedeli.
La lettura estremistica del
Corano non è meno valida della
lettura moderata e “moderna”. Rimane
solo da capire perché, mentre
il mondo si avviava verso uno tsunami tecnologico,
gran parte del mondo musulmano nei
decenni recenti si sia volto indietro, recuperando
la versione più “selvaggia” dell’islamismo.
L’Islàm, in anni molto
lontani, ha dato luogo ad una grande
civiltà. In seguito però,
anche a causa dell’atteggiamento
consigliato dalla stessa religione (Islàm
infatti significa inerzia, totale
abbandono alla volontà di Dio), s’è addormentato
e il risultato è stato che è arrivato
a non contare più nulla, nel mondo.
I territori dei musulmani sono diventati terreni
di caccia per il colonialismo ottocentesco
e per tutte le conquiste culturali i musulmani
sono sempre stati a rimorchio dell’Occidente.
Nei loro paesi non hanno avuto uno sviluppo autonomo
né le armi, che tanto amano, né la scienza,
né la musica, né la medicina, né
la filosofia né alcuna altra branca del progresso.
Sono arrivati alla più nera miseria, all’ignoranza
generalizzata e al degrado totale. Ma il fenomeno non
è stato notato in maniera acuta e dolorosa finché
le comunicazioni sono state scarse e veicolate soprattutto
da testi scritti. Nel momento invece in cui si è
generalizzato l’uso della radio e della televisione,
accessibili anche agli analfabeti, il confronto col resto
del mondo - e soprattutto con quell’Occidente che in
passato era stato un vincibile concorrente - ha provocato
un forte sentimento di frustrazione. Nel villaggio globale
il mondo islamico ha misurato la propria arretratezza.
A questo punto, le reazioni potevano
essere due: o impegnarsi a recuperare
il tempo perduto – ed è quello che
hanno fatto il Giappone e più recentemente
la Corea del Sud e la Cina – oppure distruggere
ciò che non si poteva avere. Esiste un’invidia
che spinge a superare l’altro ma esiste
un’invidia che spinge ad ucciderlo: è
questo il movente di Caino. Fra l’altro, questo recupero
dell’Islàm più primitivo
permette di cambiare di segno molte cose. La miseria
non è più un fardello, non più
di quanto lo fosse per San Francesco. È una
cosa senza importanza. La disapprovazione dei moderati,
per non parlare degli occidentali, è solo una
riprova della purezza della fede. La facilità con cui
si uccide e ci si uccide, non che dimostrare disprezzo per
l’umanità, dimostra quanto più si crede
alla parola del Profeta che all’evidenza stessa e all’istinto
di conservazione. E dunque quanto eroici si sia, dal
punto di vista morale.
L’estremismo islamico è
una salvifica fuga verso l’irrealtà.
E tuttavia, in mancanza di un
papa che la possa condannare, dal punto di
vista teologico islamico è una fuga
“legittima”. Inoltre è una fuga efficace perché
risolve in un sol colpo tutti i problemi
concreti. Il fatto di avere due occhi invece di
uno o due piedi invece di uno, non conta nulla rispetto
alla fedeltà alla parola del Profeta e, un giorno,
all’ingresso in paradiso.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 16 aprile 2007
Siamo tutti
orfani Sei Milioni di volte
"Quando io e le mie sorelle
siamo arrivate ad Auschwitz, lavoraravano
senza sosta cinque crematori. I nazisti
erano stanchi e allora prendevano i bambini
appena arrivati coi treni e li gettavano
dentro i forni."
"Ma come , chiede
il giornalista con un filo di voce, sotto
schock, ma come...vivi?"
"Si, vivi" , la
risposta secca. La voce tremava
appena ma gli occhi erano spalancati
sull'inferno.
Questa e' una delle
testimonianze dei sei sopravvissuti
che dovevano accendere le torce in
memoria dei sei milioni di ebrei sterminati
nella Shoa'.
Il pubblico presente
alla cerimonia ascoltava, c'era chi piangeva,
chi guardava davanti a se'
come inebetito, chi guardava per terra. Ho
visto un signore anziano coprisi le orecchie
colle mani per non sentire lo strazio di quelle
parole.
Un altro sopravvissuto, deportato
da Salonicco, con tutta la famiglia
e' tornato da solo, tutti morti , i
genitori, i fratelli, gli zii, le zie, i
cugini, i nonni. Non e' rimasto vivo nessuno
della sua famiglia come di tante altre famiglie
spazzate via da quel diluvio di orrore e
morte che e' stata l'Europa della Shoa'.
Un altro raccontava che lui
e suo fratello piu' piccolo correvano
per il campo chiamando mamma e papa'
e un ebreo belga li ha fermati e gli ha detto
"guardate lassu', guardate quel fumo, quelli
sono i vostri genitori" Lui e il fratello
gli si sono lanciati addosso con i pugni
urlando che non era vero, non era vero, non
era vero.
Dietro ai sei anziani sopravvissuti
c'erano sei giovani ebrei di Israele
che, dopo ogni storia, porgevano loro
la fiaccola per accendere il braciere.
Sei bracieri , sei fuochi, sei
persone morte tanto tempo fa,
sei storie, sei milioni di storie tutte
finite nel fumo dei camini o nelle fosse comuni.
Storie che rotolano tra la cenere umana
che ricopre l'Europa, storie che si leggono
nelle targhe che si trovano a Berlino , targhe
di metallo incastrate nel cemento delle case,"qui
abitava la famiglia..., deportata il....ad
Auschwitz, a Birkenau, a Bergen Belsen...non tornata...."
Questa mattina sono suonate
le sirene in Israele, due minuti
di strazio in cui ogni israeliano si alza
in piedi , esce dalle auto, scende dagli autobus,
ferma ogni lavoro e sta.
Dritto, guardando davanti a
se' verso il nulla, sta, e in due
minuti rivive la storia , rivede i
nonni, i genitori, i figli, montagne di cadaveri,
montagne di occhiali , di denti, di
capelli. Degli ebrei non si gettava niente,
neanche la pelle, poteva servire per le abat
jour di qualche nazista che apprezzava il
genere.
E di fronte a questo orrore il
Nunzio Apostolico si e' permesso
di fare i capricci?
Di dire che lui non sarebbe
andato alla cerimonia perche' a
Yad va Shem c'e una foto di Papa Pio
XII con una didascalia che non gli fa proprio
onore?
L'ambiguita' del Papa dell'epoca
e' nota a tutti, libri, documenti,
articoli ne parlano da decenni.
Il Papa ha aiutato gli ebrei?
NO, se lo avesse fatto non sarebbero
morti tanti, se lo avesse fatto forse
avrebbe potuto spegnere i crematori.
Non lo ha fatto, ha permesso
che i treni partissero da Roma pieni
di vite umane, di persone, famiglie
con bambini, giovani pieni di sogni per finire
nel buco nero dove li aspettava il demonio dagli
occhi azzurri e i baffetti.
Pio XII non ha salvato gli ebrei.
Poteva farlo? Doveva tentare.
Aveva paura? Si. Normale, umano. Pero'....
Pero' avranno avuto paura anche
le decine e decine di preti e
suore che hanno rischiato la vita,
senza pensarci su, per salvare gli ebrei.
Decine e decine di persone semplici, dal cuore
grande, con lo sdegno che gli rodeva l'anima,
hanno rischiato la vita, tanti sono morti
ma non si sono tirati indietro, mai.
Bastava dare un pezzo di pane
a un ebreo affamato per morire ammazzati
dalle belve eppure qualcuno lo ha fatto,
avra' avuto paura ma lo ha fatto ed e'
morto.
Oggi queste persone sono tutte
nel Libro dei Giusti tra le Nazioni,
sono ricordati con un albero , un cespuglio,
un fiore, nel Viale dei Giusti a
Gerusalemme.
Lui, Pio XII no, lui ha una
foto all'interno del memoriale,
in mezzo ai carnefici mentre guarda le
vittime.
Il Nunzio alla fine e' andato
a presenziare la cerimonia, resta
la speranza che quelle storie e quelle
immagini gli abbiano toccato il cuore e
fatto capire che di fronte alla tragedia piu'
immensa della storia dell'umanita' la piccola
vicenda di un Papa non conta molto.
Anzi conte niente. Robetta.
Contava il Kaddish recitato
ieri davanti al bassorilievo
di Yad vaShem.
Contava la Hatikva' cantata
da tutti mentre ancora le lacrime
tremavano in gola.
La Speranza di vivere liberi
nel nostro Paese, orfani Sei Milioni
di volte.
Deborah Fait -
www.informazionecorretta.com
SHOAH, ISRAELE
RICORDA I MORTI DELL'OLOCAUSTO
TEL AVIV - Al suono delle sirene,
la vita si e' fermata stamani in
tutto il territorio di Israele mentre
come tutti gli anni lo stato ebraico celebra
solennemente la Giornata della
Shoah e ricorda i sei milioni di ebrei sterminati
in Europa dai nazisti e dai loro alleati.
Nelle scuole le lezioni odierne
sono state dedicate al tema dell'Olocausto.
Gli allievi hanno accolto
sull'attenti il suono delle sirene, raccolti
nei cortili. La vita si e' fermata anche
negli uffici, nei luoghi pubblici e
nelle strade. Al suono delle sirene, trasmesso
anche per radio, gli automobilisti hanno accostato
i loro automezzi e hanno pure osservato due minuti
di raccoglimento. Le solenni cerimonie hanno
avuto inizio ieri sera al Museo dell'Olocausto
Yad va-Shem di Gerusalemme alla presenza del
presidente della Knesset (parlamento), Dalia
Yitzik (in sostituzione del capo di stato Moshe
Katzav, autosospesosi per vicende giudiziarie),
e del primo ministro, Ehud Olmert. Presenti
anche il nunzio apostolico, Antonio Franco,
assieme con l'intero corpo diplomatico, e
il ministro degli esteri della Polonia. Olmert ha in
particolare lamentato che ''gran parte della
popolazione mondiale non ha ancora preso coscienza
della Shoah e resta indifferente alla sorte del
popolo ebraico, esposta alla propaganda menzognera
di quanti negano l'Olocausto o ne minimizzano
la portata''.
LETTI NOMI EBREI ITALIANI
''Ogni uomo ha un nome'': sulla
base di questo versetto ebraico
la comunita' degli israeliani originari
dell'Italia (gli 'Italkim') in occasione
della Giornata della Shoah ha oggi provveduto
a leggere tutti i nomi degli ebrei uccisi
in Italia o deportati dai nazisti verso i campi
di sterminio nazisti. Gli 'Italkim' si sono dati
appuntamento oggi in due sinagoghe di rito italiano,
a Gerusalemme e a Ramat Gan (Tel Aviv) per rendere
omaggio alle vittime. La lettura di tutti
i nomi, proseguita senza sosta dalla prima mattina,
ha richiesto diverse ore. La lista delle vittime,
hanno reso noto gli organizzatori, e' stata basata
sul ''Libro della Memoria'' di Liliana Picciotto
Fargion.
TE NON TI AMO,
MA LUI LO ODIO
Il quotidiano francese “Le Monde”
segue con attenzione, come è
naturale, la battaglia per la conquista
della Presidenza della Repubblica
francese. Pubblica anzi, in una rubrica quotidiana
dal titolo “La campagna ora
per ora”, i risultati dei sondaggi dei principali
istituti demoscopici francesi (CSA, IFOP, IPSOS,
TNS Sofres, BVA ed LH2) a mano a mano che
sono pubblicati; e raramente sono più vecchi
di una settimana. Sulla base di queste ricerche,
da parecchio tempo la classifica delle preferenze
di voto è invariata: Sarkozy, Royal, Bayrou,
Le Pen. Tutto questo è ben noto. Ciò che invece
è interessante leggere sono i sondaggi riguardanti
il secondo turno. Anche in questo caso Sarkozy vince
contro Ségolène Royal ma tutto
cambia nel caso che sia eliminato uno di loro due
e il sopravvissuto debba vedersela con Bayrou.
La notizia sconvolgente è che, secondo
tutti i sondaggi, Bayrou vincerebbe alla grande. Vincerebbe
contro la Royal, se fosse contrapposto a lei,
e vincerebbe contro Sarkozy, se fosse contrapposto
a lui.
Si sarebbe tentati
di pensare che Bayrou sia più
gradito alla maggioranza dei francesi
di quanto non siano i due favoriti
ma questo ovviamente non è vero. Se fosse
il favorito, non sarebbe terzo nelle preferenze
del primo turno. Il fatto è che Bayrou
fruisce della “rendita del centro”.
Nel doppio turno
la prima volta si vota per la
persona “che si ama”, nel secondo turno
contro la persona “che si odia”. In Francia,
chi vota Ségolène
Royal vede il candidato dell’Ump con la stessa
simpatia con cui i Ds guardavano a Berlusconi,
nelle ultime elezioni politiche italiane;
e chi vota Sarkozy ha tendenza a disprezzare,
quando non odiare, la candidata socialista.
E poiché si “odia” più facilmente il candidato
politicamente più lontano, mentre il “centro”
è per definizione più vicino, al secondo
turno gli antipatizzanti di Sarkozy voterebbero
per Bayrou, e altrettanto farebbero gli antipatizzanti
della Royal, se fosse lei la sopravvissuta
al primo turno.
Tutto questo fa
pensare a quelle situazioni
assurde delle favole, in cui si dice al
protagonista: “potrai liberare te stesso
e la principessa se, rimanendo all’interno
del tuo carcere, riuscirai ad aprirne
la porta dall’esterno”. Una condizione impossibile,
ovviamente, per Bayrou. Il centro può vincere
se arriva al secondo turno ma se arriva al secondo
turno è più forte della destra o della sinistra,
dunque è il secondo partito, non il terzo, e costituisce
esso stesso o la destra o la sinistra! Lo schema si
riproduce perciò a favore di un terzo partito, intermedio,
se esiste. Tutto questo, ovviamente, salvo imprevedibili
sorprese.
L’unico caso in
cui il sistema permette una vera
incertezza è l’ipotesi di tre partiti,
(D)estra, (C)entro e (S)inistra che
al primo turno abbiano ottenuto questo risultato:
D 40%, C 29% e S 31 %. In questo caso, al secondo
turno, è ovvio che la destra perderebbe,
e non si saprebbe chi vincerebbe nel centro-sinistra,
perché lo scarto fra i due partiti
è minimo. Ma in questa situazione
non c’è un vero centro, ci sono due centri o due
sinistre, più o meno uguali. Per parlare
di un centro, bisogna che esso si differenzi effettivamente
sia dalla destra che dalla sinistra.
Il sistema a due
turni ha il preciso scopo di eliminare
i piccoli partiti, perfino quando raccolgono
fino al venti per cento delle previsioni
di voto.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 15 aprile 2007
COOPSERVICE, I
FURBETTI DELLA SPECULAZIONE FINANZIARIA
Coopservice nasce nel 1991
dalla fusione fra due cooperative
reggiane che vantano un'esperienza
ventennale nelle pulizie e nella vigilanza
privata: Cierrepi e Coopsicurezza.
La
nuova cooperativa si afferma
subito come una delle aziende più dinamiche
nel panorama italiano dei servizi alle imprese
e alla collettività, registrando
un elevato tasso di sviluppo.
Nel 2002 la Coopservice,
coperativa rossa di Reggio Emilia,
acquista il 100 per cento di Servizi
Italia, per 13,7 milioni; nell'agosto
2004 la proprietà di Servizi Italia
passa ad Aurum, anch'essa al 100 per cento
di Coopservice, la quale, nel dicembre dello
stesso anno costituisce nel Granducato di
Lussemburgo la First Service; nel febbraio 2005, il 43
per cento di Aurum è ceduto alla Fondazione
Manodori, di cui è presidente Antonella Spaggiari,
ex sindaco diessino di Reggio e responsabile cittadina
delle cooperative di servizi di Legacoop., con un'opzione
di riacquisto sul 40 per cento a favore della stessa
Aurum, a 1,149 euro per azione. È il classico
portage, operazione finanziaria proibita
con la quale si pilotano gli scambi: due soggetti si
mettono d'accordo per passarsi, senza rendere pubblica
la transazione, un determinato quantitativo di
titoli finanziari sul mercato, in un determinato
momento e a un determinato prezzo;
Aurum esercita il diritto di
riacquisto sui titoli Servizi Italia
nel settembre 2006, versando
alla Manodori 5,7 milioni. Ma non lo esercita
per sé, bensì «in
nome e per conto» di First Service, che
diventa così proprietaria del 40 per cento
di Servizi Italia. E in novembre la stessa
Aurum s'impegna a rilevare dalla società
del Granducato un milione e mezzo di titoli
(il 12,5 per cento di Servizi Italia) al futuro
prezzo di collocamento. Questo, nell'aprile 2007,
è fissato in 8,50 euro per azione. Pertanto
per il 12,50 per cento di Servizi Italia, First Service
riceve da Aurum 13,1 milioni, e altri 28,9 li incassa
dall'offerta pubblica di vendita, per 42 milioni,
con una plusvalenza di 36,4 esentasse... finiti nelle
privatissime tasche di 300 soci, alla faccia non
solo degli altri 5 mila soci di Coopservice ma anche
delle più elementari regole della mutua solidarietà
del sdistema cooperativo, che per questo gode di
notevoli vantaggi fiscali.
QUANTO CI SOMIGLIANO
QUESTI CUGINI!
Le elezioni francesi contano
eccome. Nel panorama italiano,
dove Fini si immagina Sarkozy ma è
ancora il secondo e non il primo, dove Forza Italia
ha già ribattezzato il presidente
Berlusconi come un De Gaulle dei tempi moderni
ma ha rinunciato alla spinta liberale, dove
la sinistra italiana è parimenti divisa
come la sinistra francese ma con l’aggravante
del vecchiume di cui è circondata, dove il
centrista Rutelli vorrebbe imitare Bayrou senza
sapere che quest’ultimo è favorevole all’aborto,
all’eutanasia ed alle battaglie per i diritti
civili...le elezioni francesi sono il metro
di ciò che potrebbe accadere in Italia fra cinque
anni o forse prima, a meno che l’Italia non decida
di concedersi un’altra legislatura di ancient regime.
L’ultimo sondaggio del quotidiano
Le Parisien che si è divertito come
tanti a costruire le forchette di
consenso, vede Sarkozy ancora in testa
con il 26-28%, la Royal seconda con
il 21-23%, Bayrou al 19-21% e Le Pen
al 12-14%. In prospettiva di secondo turno
tutti potrebbero avere bisogno di Bayrou, alla
faccia del presidenzialismo e del sistema
elettorale con doppio turno. Chi vince deve scendere
a compromessi con Bayrou e dovrà farlo
perché a giugno ci sono le elezioni legislative,
quindi…Certamente Royal e Bayrou si somigliano
tanto, troppo. Entrambi propongono
un nuovo referendum sulla Costituzione Europea,
entrambi sono contrari alla filosofia di Sarkozy
sui temi dell’eutanasia e della pedofilia (strano
ma vero, sono meno socialisti e più vicini alla
Chiesa dei gollisti), sulle 35 ore hanno tesi possibiliste,
mentre Sarkozy è per il cambiamento
radicale: via la legge sulle 35 ore, nuovo pacchetto
sicurezza, nuova bozza della Costituzione Europea,
nessun compromesso sui temi morali, politica estera
filo-atlantica ma anche attenta alle questioni mediorientali
e nordafricane. Insomma il quadro è chiaro.
Chiaro come si spera, potrà esserlo in Italia
nel prossimo futuro. Fini contro Veltroni contro
Casini, contro i tanti satelliti della sinistra italiana.
Da un lato il braccio duro della destra, dall’altro
il volto piacevole, “liberal” della sinistra. In Francia
ci hanno già provato. C’è chi dice che questa
sia già la battaglia decisiva della destra contro
la sinistra in Europa, della ragione contro il sentimento,
del cervello contro l’immagine (e che immagine, la Royal
è certamente più bella di Sarkozy). In mezzo
il passato, quello del Fronte Nazionale, ovvero del populismo
da piazza che si improvvisa intellettuale. Noi abbiamo quello
di sinistra, in Francia hanno quello di destra; noi abbiamo
Bertinotti, prima comunista, poi anti-americano, poi no-global,
ora intellettuale istituzionale, perfino fischiato dai
suoi, in Francia hanno Le Pen, signore piacione, prima fascista,
poi anti-semita, poi paladino anti-immigrazione, ora
uomo di mondo che accoglie gli immigrati, purché
lavorino, difende i giovani e gli sbandati delle banlieues,
perché è colpevole il “sistema duopolista” che
non si è mai preso cura di loro e sbatte sul
manifesto elettorale gigante una ragazza maghrebina
che confessa di essere con Le Pen.
Bisognerà aspettare il 6 maggio,
quando Sarkozy e Royal avranno tempo
per fare i calcoli necessari. Il
primo dovrà ripensare, se è meglio
rifugiarsi ancora nel pensiero solidarista
di Blum e Jaurès o restare l’uomo
tutto d’un pezzo delle destre e la seconda, che
ammira Prodi (non contraccambiata, vista
l’inspiegabile ammirazione del nostro per
Bayrou) ed è stata vittima come lui, della stessa
trappola infida delle primarie, dove si esce vincitori
e dannati, vittime dell’invidia altrui, della
falsità dei risultati (in Francia le primarie sono
state limitate al Psf, non hanno partecipato intellettuali
e filosofi di sinistra, ma senza tessera
che avrebbero premiato Strass-Kahn, che proprio come
Veltroni piace anche alla destra, né la sinistra
antagonista che avrebbe scelto Fabius) e che si trova
a scegliere fra l’”essere” e l’”avere”, essere paladina
della sinistra ed appoggiare le tesi estremiste di
Bové, di Besancenot, trozkista ma non troppo,
un Diliberto di Francia che oscilla fra il 3 ed il
5% preziosissimo o avere i voti di Bayrou, un centrista
di destra che con la sinistra non ha mai avuto nulla
a che vedere o meglio ancora un improbabile minestrone
alla francese.
Se poi dovesse vincere Bayrou
(e potrebbe farlo, europeista convinto,
appoggiato dalla destra moderata
ed anche dalla sinistra al ballottaggio),
pazienza per noi. Non abbiamo nessun
Bayrou in Italia e non ci illudiamo
minimamente, nonostante l’aria di congresso,
che la Dc, pardòn l’Udc abbia qualcosa
a che vedere con l’Udf, né che Rutelli e Casini
siano paragonabili all’uomo della sorpresa.
Angelo M. D'Addesio
MOLLICHINE
Silvia Baraldini ha avuto
una trentina di cittadinanze
onorarie, in Italia. Ovvio. Chi non
vorrebbe avere per concittadina una condannata
per associazione sovversiva?
Pecoraro, al settimanale “A”:
“Potrei anche decidere di mettere su famiglia,
un giorno. Moglie, figli, quella
roba lì”. Ma i figli chi glieli fa?
Prodi, per il “Pd”, sostiene
che “non bisogna perdere nessuno”, e non
escludere “soggetti interni ed esterni”.
Insomma, cani e porci, come si usa dire.
Di Pietro ha detto la sua. Apertamente:
“Il Partito democratico doveva essere
aperto quando ancora la porta era
aperta”.
Aeroflot presenterà “un piano per
risolvere la crisi di Alitalia”. Articolo
unico: tutti i rappresentanti dei sindacati
saranno inviati al Gulag.
D’Alema promette a Gheddafi
una strada dalla Tunisia all’Egitto
(3,4 mld €). Comodissima. Ai siciliani,
per attraversare lo Stretto, converrà
passare da lì.
Baccini vuole “Un movimento
di pensiero per andare oltre l'Udc”.
I politici vogliono sempre andare oltre.
Magari oltre il buon senso.
Mastella. Linguaggio diplomatico:
“Mi sono sentito anche con Bossi,
abbiamo convenuto che l'idea di fotterci
c'è...”
Franca Rame: “La mia famiglia
era molto povera, ed anche per uscire
eravamo costretti a fare a turno
per usare le stesse scarpe”. Per fortuna
avevano i piedi tutti uguali.
Follini: “Casini dice cose che
capitava di dire a me qualche tempo
fa con una certa enfasi”. Insomma, Pierferdi
è in ritardo di un tradimento.
Prodi ha smentito le accuse di
Fini di un “ricatto” a Karzai: “Fini
non ha mostrato documenti”. Effettivamente
Karzai non ha scritto nulla, ha parlato.
“I caduti del lavoro sono martiri”,
lo ha detto il premier Prodi. Di questo
governo?
Cicchitto e Quagliarello:
“Via il segreto dalle carte Mitrokhin.
Il governo dirà no, “sono tutte
bugie”. Ed hanno il difetto di somigliare
alla verità.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-14 aprile
2007
TRISTE COMMENTO MASTROGIACOMINO
SU PRODI, SU D’ALEMA E STRADA
GINO
Per
quanto la si giri e la si volti
Gli
errori del governo sono molti.
Ben
lo sappiam che in tutti i governanti
Scrupoli
e dubbi sono latitanti:
L’amore
primo ed ultimo è il
potere,
tenerlo
stretto l’unico dovere.
Ma come disse un saggio
e vecchio prete,
Cauti
certo, casti se potete.
È
certo ammesso far ciò che conviene
Ma
il fango va nascosto molto bene.
Il
nostro Prodi questo l’ha ignorato
E
sol per questo s’è disonorato.
Per
liberar un infelice ostaggio
Si
può perfino aver il gran coraggio
Di
negoziar col diavolo in persona
Ma
confessarlo non è cosa buona.
Occorre
agir con astuta destrezza
E
sempre in assoluta segretezza.
Non
bisogna l’incarico affidare
A
chi da sempre è aduso a straparlare;
E
se uno sceglie un tizio tipo
Strada
poi
non s’illuda di tenerlo a bada.
Gino
spiattella quello che ha nel
cuore
Che
agli altri piaccia o che gli
faccia orrore.
Ed
una cosa non ha mai imparato:
Chiudere
il becco per ragion di Stato.
Prodi
sperava gli tenesse il sacco
Mentre
mentiva, ma il cocente smacco
Era
da prevedere perché Gino,
Che
sia un gran genio, un santo od
un cretino,
ha
solamente una Stella Polare:
l’intera
società è da condannare.
Il
mondo è ancor la biblica città
Dove
un sol giusto ormai si troverà:
si
chiama Strada ed il resto è
immorale.
Il
suo giudizio è proprio universale.
Come
se non bastasse poi D’Alema
Senza
volerlo contro Prodi rema
In
quanto si fa dare del bugiardo
Dal
primo che l’ascolta: anche
da Pardo.
Passa
di gaffe in gaffe e in conclusione
Fa
proprio la figura del… guaglione.
Anche
se Prodi sorride giulivo
È
proprio un momentaccio per
l’Ulivo.
Ma
la speranza occor che non si
perda
Pur
se l’Italia resta nella merda.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 14 aprile 2007
IN LODE DELL’IMPUDICIZIA
Il maschio è interessato
solo all’aspetto della femmina
ed è tendenzialmente poligamo;
tende a diffondere al massimo i propri
geni e dunque ad accoppiarsi con tutte
le donne che trova attraenti. La femmina
al contrario, cosciente che le cure parentali
sono molto impegnative, cerca un solo partner
e che sia “di valore”. Per le donne sono
più attraenti gli uomini ricchi, importanti
o famosi perché promettono un uomo vincente,
dunque un eccellente sostegno per la famiglia.
Il loro aspetto importa meno: la bellezza infatti
non nutre.
Quando i due sessi si incontrano
hanno questi due atteggiamenti:
gli uomini tendono a mostrare quanto
sono intelligenti, potenti e vincenti. Cercano
d’apparire audaci e spiritosi, colti
e capaci di offrire una cena in un costoso
ristorante: esibiscono i valori che interessano
all’altro sesso. Le donne invece si
vestono in maniera attraente, si truccano,
si pettinano, e fanno di tutto per essere seducenti
da capo a piedi e durante l’incontro non tentano
neppure di essere troppo spiritose, troppo intelligenti
o troppo “pari all’uomo”: perché gli uomini
proprio da questo potrebbero essere allarmati. Potrebbero
temere d’avere incontrato “un” concorrente nel
successo piuttosto che “una” preda. L’incontro ideale
è fra un uomo che arriva in decappottabile e
una bella donna in minigonna: come ci mostra la pubblicità.
Del resto, quando si apprende che un uomo si
è sposato, tutti chiedono: “E lei com’è?
Bella?”
Il presentarsi come appetibile
è, per la giovane, il
miglior atout per essere ammessa
alla riproduzione. Essendo attraente
non solo avrà la possibilità d’avere un
partner, ma anche di sceglierselo. Per
gli uomini invece la bellezza femminile, che pure
è il primo motivo d’interesse, cambia
di segno non appena la donna diviene la loro
donna. Da quel momento il desiderio degli altri
uomini è visto dal “marito” come una sgradita
concorrenza e come un pericolo. Colui che
si è interessato ad una donna perché
aveva un bel décolleté vieta alla moglie quello
stesso décolleté, perché
inconsciamente è spaventato dall’idea
di allevare figli con geni non suoi.
La paura che il maschio
ha della concorrenza degli altri
maschi ha creato la morale sessuale,
caratterizzata da un double standard:
finché si sente libero, l’uomo apprezza
tutte le donne attraenti e con tutte
si vorrebbe accoppiare. Non appena ha una
donna stabile accanto, vuole che questa donna
non sia più attraente per nessuno. La pudicizia
della donna non è dunque qualcosa di naturale:
è un’imposizione del maschio che vuole
privare la donna della sua principale arma
naturale. Il marito vuol essere sicuro della
fedeltà della moglie, il padre vuole disporre
della sessualità della figlia per sposarla
secondo il proprio giudizio e questa esigenza è
tanto antica e tanto sentita da aver dato luogo ad un comandamento:
“non desiderare la donna d’altri”. Anzi, per essere
sicuri che non ci sia occasione di commettere questo
peccato, si è inventato il burka, col quale
la più bella delle donne è disarmata, nei
confronti dell’altro sesso, quanto una donna francamente
brutta.
Il meccanismo
del double standard funziona
in maniera analoga per le donne. Da
prima l’uomo che ha fama d’avere avuto molte
donne piace alle donne proprio per questo,
perché è un “vincente”; poi però
la sua donna pretende che lui smetta di
interessarsi alle altre e si comprende anche
il perché: un solo maschio non può mica
sostenere il peso di quattro o cinque famiglie.
La morale sessuale
è sostenuta dai vecchi maschi
per motivi di ordine sociale,
perché dà potere, per evitare di
doversi sobbarcare le cure parentali di
una figlia sventata e infine per l’invidia di
non poter più partecipare a quel bel gioco.
Le donne anziane sono severe per lo stesso motivo.
I vecchi insomma dicono: “Non ho più la tua
arma, dunque tolgo a te la tua”.
La morale sessuale
è alle giovani imposta da molti
millenni ed esse alla fine la
considerano un’evidenza. Anche se
un’evidenza non è ed è in contrasto
col loro istinto. Il risultato è che,
quando l’“insegnamento” è sufficientemente
cogente (o si esercita su psiche fragili),
si creano le “zitelle”. La pratica della
repressione, che nei paesi islamici arriva
a punte di delirio (come il chador o il burka,
per non parlare delle mutilazioni genitali),
è ciò che ha permesso per millenni
ai genitori di disporre della figlia come di un
bene. Un pegno per accordi fra grandi famiglie,
uno strumento per sposalizi fra patrimoni e comunque
un essere la cui riproduzione era decisa dai vecchi
piuttosto che dall’interessata. La modestia femminile,
quando è imposta, è una forma di oppressione:
si toglie alla giovane la sua principale arma sessuale
e dunque la sua libertà.
La pudicizia
è un problema di buon senso,
non un problema di morale. Non è che
ogni donna debba andare in giro vestita
come una prostituta, o debba andare a letto
con tutti gli uomini che incontra. Questo
non sarebbe in linea con i suoi interessi. Inoltre
il cattivo gusto opera una selezione al contrario
fra gli uomini. Infine, una donna troppo attraente
finisce con l’avere problemi, se sposata e madre.
Purtroppo, dal
momento che la bellezza fisica
è il principale atout esistenziale
delle donne, avviene che esse abbiano
bisogno di sentirsi attraenti non più
per arrivare alla riproduzione ma per
contrastare la naturale insicurezza di ogni essere
umano. Alcune, magari frigide, ci tengono
ad essere desiderate da tutti gli uomini e si
presentano per quello che non sono! Sarebbe bello
riuscire a far capire loro che hanno riposto male
il proprio narcisismo: e far capire a tutti che la bellezza
non è poi così importante, una volta che si
è trovato il partner o la partner giusti. Se
proprio bisogna dar corso al proprio narcisismo, che
sia per il valore centrale dell’essere umano: la personalità.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 12 aprile 2007
Faccia
da salvare e faccia da buttare
Silvio Berlusconi è
uno statista. Noi no. O almeno
io no. Ho visto troppa politica per credere
ai buoni sentimenti. E quanto allo scandalo
che vede Romano «our man» Prodi
al centro del massacro dell’immagine dell’Italia
penso che non si debba dare tregua al
governo, sia pure con la nobile intenzione di salvare
la faccia del Paese. La faccia del Paese starebbe
benissimo. La faccia del governo è invece
da buttare. L’Italia aveva risalito con Berlusconi
la china della mala tradizione che ci aveva voluto
inaffidabili, un po’ di qua e un po’ di là,
ed eravamo diventati ormai una delle «meglio
nazioni» dell’Occidente. Siamo stati noi,
con il governo che ha retto questo Paese dal
2001 al 2006 a rimettere in piedi la credibilità
dell’Italia e che non ci vengano a ricordare i coraggiosissimi
bombardamenti dell’aviazione di D’Alema su Belgrado,
né le missioni da crocerossine.
Quanto
agli ostaggi ricordo una
verità sulla quale bisogna avere il
coraggio di sfidare la maggioranza con
la prova del fuoco di una Commissione
parlamentare d’inchiesta su tutte le trattative,
passate e presenti, dalle due Simone a
Mastrogiacomo, dalla Sgrena con la morte
di Calipari a Quattrocchi caduto ringhiando
«Vi faccio vedere come muore
un italiano».
Sfidiamoli:
vogliamo tutta la verità.
Non c’è da avere paura perché
una differenza abissale separa i
due modelli, diciamo di destra e
di sinistra: quando si trattava col nemico
ai tempi di Berlusconi tutto avveniva in una
speciale stanza di Palazzo Chigi, alla presenza
attiva del direttore del Sismi (giustamente
portato sugli allori, allora, dalle sinistre)
e dei rappresentanti dei partiti dell’opposizione
che partecipavano, decidevano, si assumevano
le responsabilità per le decisioni prese e, all’occorrenza,
le coprivano e ancora le coprono.
Ricordo benissimo il clima di entusiasmo che
aleggiava in Senato quando il governo veniva a render
conto di ciò che aveva fatto insieme all’opposizione
nel segreto di una stanza insonorizzata.
Avrà pagato? Lo ha fatto con l’opposizione. Ci
ha nascosto qualcosa? Ce l’ha nascosta d’accordo con
l’opposizione per il bene superiore della vita umana.
L’Italia non riceveva lettere di disprezzo da sei ambasciatori
alleati e le nostre truppe erano quotate nella borsa
dell’onore. Adesso il re è nudo. O, se volete,
la mortadella è nuda. Lo scempio di legalità internazionale
cui abbiamo assistito è stato un vero mattatoio
di disonore e di sangue per i poveri afgani che hanno
perso la testa per salvare quella del signorino italiano
per cui la sinistra ha mosso manifestazioni di serie
A che non ha organizzato per altre vite di serie B.
Ora,
Berlusconi è un uomo di Stato
e un uomo buono. E chiede che il buon nome
del Paese non venga infangato ulteriormente.
Nobile proposito, ma dissentiamo:
è scaduto il tempo dell’abbraccio pietoso.
È arrivata invece l’ora della trasparenza
e della resa dei conti senza timori e senza sconti,
il miglior cosmetico per l’immagine dell’Italia.
Paolo Guzzanti -www.paologuzzanti.it
Conoscerlo
meglio:
Strada Gino
C'è uno strano caso
di "silenzio stampa" in questo
nostro grande paese: quello riguardante
il passato violento del dottor Gino
Strada. Il pacifista, la colomba, l'uomo
che ama il bene e fa del bene, il missionario
laico che va in soccorso degli oppressi,
colui che predica col ramoscello d'ulivo
in bocca, è lo stesso che faceva da "luogotenente"
- insieme al futuro odontoiatra Leghissa
- a Luca Cafiero il famigerato capo del servizio
d'ordine del famigerato Movimento Studentesco
del l'Università Statale di Milano, quello
dei terribili e mai dimenticati "katanghesi".
Sì, è proprio lui: il "pacifista"
Gino Strada, colui che oggi dà dei "delinquenti
politici" agli esponenti della casa della Libertà
e dei DS che non vogliono soggiacere ai suoi diktat di aspirante
leader politico che sogna un seggio in Parlamento.
Per l'esattezza Strada, insieme a Leghissa, era
il capo del servizio d'ordine di Medicina e Scienze
e il suo gruppo o squadra aveva questo inequivocabile
nome: "Lenin". Rispetto ai capi degli altri servizi
d'ordine - ad esempio Mario Martucci per la Bocconi
e il suo gruppo "Stalin", o Franco Origoni per la squadra
di Architettura, o Roberto Tuminelli, l'erede delle famose
scuole private per il recupero-anni, alla guida del
gruppo "Dimitroff", il bulgaro segretario della Terza Internazionale
accusato da Hitler di aver incendiato il
Reichstag - il gruppo guidato da Strada si distingueva
per la più cieca obbedienza e fedeltà a quel
fior di democratico e di amante dei diritti civili che rispondeva
al nome di Luca Cafiero, capo supremo di tutti
i Servizi d'Ordine e poi divenuto deputato del PCI,
candidato a Napoli, dove superò addirittura in fatto
di preferenze l'on. Giorgio Napolitano. Ora Cafiero è
ritornato a fare il docente universitario alla facoltà
di Filosofia della Statale. Al comando generale e assoluto
di Cafiero c'erano i gruppi "Stalin", "Dimitroff" e tanti
altri - ciascuno dei quali aveva uno o più sotto-capi
-, ma era il "Lenin" di Gino Strada che si distingueva
per la prontezza e la capacità di intervento laddove ce ne
fosse stato bisogno.
In sostanza, ancora ben
lontano dallo scoprire il suo
attuale animo pacifista, Gino Strada
era uno degli uomini di punta di
quel Movimento dichiaratamente marxista-leninista-stalinista-maoista
che aveva i suoi uomini
guida in Mario Capanna, Salvatore "Turi"
Toscano e Luca Cafiero. I milanesi,
e non solo loro, ricordano benissimo quegli
anni, e soprattutto quei sabati di violenza,
di scontri, di disordini. Ma ora nessuno dice loro
che ad accendere quelle scintille c'era anche
l'odierno "predicatore" Gino Strada.
Solo che allora non aveva
dimestichezza con le colombe
bianche, le bandiere multicolori,
il rispetto altrui, il ramoscello
d'ulivo.
Ma era molto di più
avvezzo ai seguenti segni identificativi:
l'eskimo, il casco da combattimento,
e l'obbligo di portare con sé,
24 ore su 24, le "caramelle": cioè due
sassi nelle tasche e soprattutto "la
penna", cioè la famosa Hazet 36 cromata,
una chiave inglese d'acciaio lunga quasi mezzo
metro nascosta sotto l'eskimo o nelle tasche del
loden. Alla "penna" - si usava tale termine
durante le telefonate per evitare problemi
con le intercettazioni - si era arrivati partendo
dalla "stagetta" (i manici di piccone che avevano
il difetto di spezzarsi al contatto col cranio
da colpire), dalle mazze con avvitato un bullone
sulla sommità per fare più male, e dai tondini
di ferro usati per armare il cemento, ma anch'essi
non adatti poiché si piegavano. I katanghesi
e il loro servizio
d'ordine, Gino Strada in
testa, erano arrivati a questa
scelta finale in fatto di armamentario,
su esplicita indicazione del loro collegio
di difesa che allineava nomi oggi
famosissimi come quello di Gaetano Pecorella,
Marco Janni, Gigi Mariani, insieme ad altre
decine di futuri principi del foro, mentre
sul fronte dei "Magistrati Democratici"
spiccava la figura di Edmondo Bruti
Liberati.
Il "collegio di difesa" aveva dato
istruzioni ben precise in caso
di arresti e processi: "Negare sempre
l'evidenza", anche in caso di fotografie
o filmati inequivocabili, definire come "strumento
di lavoro" la scoperta eventuale della
chiave inglese. Sarebbe stato difficile giustificare
come tale un manico da piccone o un tondino
di ferro, facilmente considerabili e
catalogabili come "arma impropria", mentre
diventata più facile con la chiave inglese.
"Dite che stavate andando a riparare il bagno
della nonna o che vi serviva per sistemare
l'auto di vostro padre", poteva essere una
delle indicazioni difensive consigliate in caso
di bisogno.
"Pacifici ma mai pacifisti"
era uno degli slogan ideati da
Mario Capanna, ed è strano dunque
che oggi Gino Strada si definisca proprio
"pacifista". Comunque - a parte
la canzoncina ritmata con cui si caricavano
prima degli scontri (kata-kata-katanga)
- essi pronunciavano ad alta voce ben altri
slogan di quelli di oggi e perseguivano ben altri
obiettivi. E i loro avversari non erano solo
i Tommaso Staiti sul fronte della destra,
ma anche i "compagni" di Avanguardia Operaia
(molti dei quali oggi sono esponenti dei Verdi), Lotta
Continua (dei Sofri, Mario Deaglio, Gad Lerner,
apprezzato radiocronista dai microfoni di Radio
Popolare incaricato di dare le istruzioni in diretta
sulle vie da evitare e sulle strade di fuga in cui
fuggire) e Lotta Comunista (memorabile e indimenticabile
uno scontro di inaudita violenza) e perfino
coi primi gruppi di Comunione & Liberazione.
Anche quelli di sinistra erano i "nemici" di Strada
al pari di Tom Staiti e dei suoi. Non c'è bisogno
di scomodare la memoria del prefetto Mazza e del suo famoso
rapporto, la cui rispondenza alla verità venne
riconosciuta solo molti anni dopo, per affermare che
il servizio d'ordine del Movimento Studentesco era uno
dei corpi più militarizzati, una autentica banda
armata che incuteva terrore e seminava odio in quegli
anni.
Si trattava di una autentica
falange macedone di 300-500
persone, (Strada e Leghissa ne
guidavano una cinquantina), che non arretravano
di un millimetro nemmeno di fronte
agli scudi della polizia in assetto da
combattimento. Semmai, purtroppo avveniva
talvolta il contrario. Unico aspetto positivo
è che, a differenza di Lotta Continua,
l'MS non ha prodotto successivi passaggi al
terrorismo. Anche se bisognerebbe riaprire
le pagine del delitto Franceschi alla Bocconi
e sarebbe ora che la coscienza di qualcuno che
conosce la verità finalmente si aprisse. Che
si trattasse di un corpo militarizzato, in tutti
i sensi, strumenti di violenza compresi, è fuor
di dubbio. Così come è indubitabile la
autentica ed elevata ferocia che caratterizzava
quei gruppi che attaccavano deliberatamente la polizia
come quando si trattò di arrivare alla Bocconi
per conquistare il diritto dei lavoratori ad
avere le aule per i loro corsi serali. E non possono
certo essere le attuali conversioni dei Sergio Cusani,
degli Alessandro Dalai, dei Gino Strada,
degli Ugo Volli (considerato, senza ritengno alcuno,
"l'erede di Umberto Eco") o degli Ugo Vallardi
(al vertice del gruppo Rizzoli-Corriere della
Sera) a far dimenticare quegli anni, quelle violenze,
e quelle "squadre di propaganda" di cui faceva parte
anche un certo Sergio Cofferati, in qualità di studente-lavoratore
della Pirelli. Qualcuno, quando incrocia
il dottor Gino Strada in qualche talk-show televisivo,
vuole provare a ricordargli se ha qualche ricordo
di quei giorni, di quegli scontri, di quelle spranghe,
di quei ragazzi (poliziotti o studenti) rimasti
sul selciato? Che bello sarebbe poterglielo chiedere al
dottor Gino Strada se rinnega il suo passato e come si
concilia col suo presente.
E poi, soprattutto: quale
titolo ha costui per poter
definire "delinquenti politici" gli
altri? (di
Gigi Moncalvo,
pubblicato da Capperi nel 2005)
HAYDN
Uno scrittore che conosco
si è chiesto: “Che senso avrebbe
[infatti] continuare a campare
dopo aver scoperto il senso della vita, ossia
dopo averne estirpato tutti quegli elementi – il mistero,
lo stupore, il caso, l’inatteso, l’inesplicabile
– che sono manifestamente inseparabili sia
dalla felicità sia dal dolore, vale a dire
da tutto ciò che rende la vita <interessante>?”
(Ruggero Guarini, Fisimario Napoletano, Spirali).
La considerazione nasceva
da una citazione di Leopardi, là
dove il poeta parla del momento
in cui il mondo sarà finito e tornato al
silenzioso caos iniziale. Effettivamente,
ci vuole lo stomaco di Gargantua
per digerire il concetto di un quieto nulla,
dimentico di tutto ciò che è stato,
di tutto il nostro universo esistenziale.
Ma forse il piacere di vivere, checché
ne dica Guarini, può essere ritrovato,
malgrado l’incombere di quello spietato esito,
attraverso una scorciatoia. Una scorciatoia da
percorrere di buon passo, solo fermandosi per
ascoltare un paio di sinfonie di Haydn.
Chi scopre la grande musica arriva
presto a vette d’entusiasmo. Che
tempeste emotive, accostandosi al
volitivo titanismo di Beethoven, alla straziante
e tuttavia incantevole malinconia
di Schubert e infine, se si hanno orecchie
fini, alla divina, astratta e sapiente armonia
di un Bach! Ma Haydn? Haydn, che pure è
molto più semplice, è più difficile
da comprendere perché lascia più
freddi. Forse addirittura perché c’è meno
da comprendere. Non solo non giunge all’arte miracolosa
di un Mozart, ma nemmeno a coinvolgerci come il
dolente Pergolesi dello “Stabat Mater” o l’enfatico,
esplosivo Caikowskij della Quinta Sinfonia.
Haydn è solo un grande, grandissimo artigiano.
Non compie prodigi, produce in serie. Beethoven
è arrivato a stento a nove sinfonie, Brahms
si è fermato a quattro, Franz Joseph ha superato
le cento.
Ecco ciò che insegna Haydn:
la musica può essere bella
e valida senza essere eccezionale, senza
strizzarci il cuore fino a farne sprizzare
il sangue come pure senza catturare
il nostro udito e la nostra anima fino ad
annullarci, a ridurci ad un paio d’orecchie ipnotizzate.
Haydn è un piacere normale. Quieto. Ripetibile.
Non è delirio, è serenità.
È solo musica, non confessione, non
rivelazione, non grido di dolore o d’amore.
E con questo si torna alla situazione
della vita senza metafisica,
senza futuro ed anzi con una prospettiva
di morte universale.
Di illusioni si ha bisogno
finché ancora ci si illude. Quando
infine, sia pure con uno stomaco più
piccolo di quello di Gargantua, si è inevitabilmente
compresa la natura contingente,
transeunte, in una parola mortale del
mondo, si può amare la vita come si ama Haydn.
Senza aspettarsene troppo. La si può
amare perché il tè ha finalmente raggiunto
la temperatura giusta per essere bevuto, perché
appena arriverò a casa il mio cane mi farà
le feste, perché il letto che prima era freddo
ora si è riscaldato e mi vorrà bene per tutta
la notte.
La risposta ad un mondo senza
senso, che sparirà senza lasciare
traccia, è una vita nascosta
che vale per sé, finché dura;
che non promette molto ed anzi, se abbiamo
fortuna, solo serenità. In compagnia
della musica di Haydn.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 11 aprile 2007
LA CANTONATA
Sul “Corriere della
Sera”, 11 aprile 2007: “Caro Romano, d'accordo
con il no al velo in classe. Allora
bisognerebbe dire no anche ai pantaloni
che mostrano slip e tanga, no ai top che lasciano
scoperto l'ombelico. O le limitazioni
devono riguardare solo i musulmani e i
giovani cattolici possono permettersi
tutto? Daniele Iannone, Milano”.
Sergio Romano risponde: “È davvero
strana una società in cui il pudore provoca
maggiore scandalo della sua mancanza”.
Questo scambio di battute
serve per dimostrare ottimamente come si
può essere colti, intelligenti ed anche
sottili, e tuttavia un certo giorno
svegliarsi stanchi e distratti e
prendere una monumentale cantonata.
Romano non ha pensato che la
differenza non riguarda quanti centimetri
quadrati della propria pelle
si vogliono mostrare, ma quanti si
è autorizzati a mostrarne. La
moda dell’ombelico al vento, delle mutande
che sporgono da jeans a vita bassa, delle
minigonne che non lasciano ignorare il colore
degli slip eccetera è certamente
di pessimo gusto. Ma nessuno è obbligato
a seguirla. E dunque se una donna preferisce
indossare un classico tailleur può
benissimo farlo. In certi posti, per esempio
i marciapiedi dei lungomare, si possono perfino
incontrare donne in bikini. Poi, si è liberi
di guardarle o di non guardarle, così come loro
sono state libere di andare fuori dallo stabilimento
balneare così poco coperte. La differenza
che Romano non ha visto è una cosetta pressoché
insignificante che chiamano libertà.
Il velo in classe troppo spesso
non è la scelta dell’interessata.
È la scelta della famiglia musulmana.
Infatti tutti i ragazzini, se a una cosa aspirano,
è ad essere accettati. A sentirsi
parte del gruppo. Ad essere come gli altri. E
per questo seguono anche le mode più stupide: comprano
lo stesso prodotto, le scarpe della stessa
marca degli altri, è perfino esistita la moda
dello zainetto con lo stesso logo in cui portare i libri.
Si può credere che mentre le altre portano
anelli al naso o perle sulla lingua, esibiscono
ombelichi, si fanno disegnare dall’elastico,
attraverso la stoffa dei pantaloni, le dimensioni
insignificanti del tanga, e in totale a volte si
acconciano come professioniste del sesso, le
giovani musulmane aspirino invece a vestirsi
come monache e ad essere diverse da tutte le altre?
Quand’è l’ultima volta che Sergio Romano ha avuto
da fare con una tredicenne? Non ha nipoti?
Ecco la ragione della legge sul
velo, recentemente votata in Francia.
Non si vieta ad una donna di portare
il burka, se così preferisce, perché
si presume che una donna di trenta o di quarant’anni
sia libera di scegliere il proprio abbigliamento.
Ma un’adolescente no. Un’adolescente porta
i vestiti che le comprano e magari le impongono
d’indossare. Non è il pudore, che fa
scandalo, come scrive l’illustre commentatore
del Corriere della Sera: è l’oppressione
della donna islamica. E se non l’ha capito,
è perché quandoque dormitat et bonus Homerus,
cioè a volte anche una persona intelligente
può dire un’enorme sciocchezza.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 11 aprile 2007
Come ci hanno ridotti!
Quando e' nato mio figlio
ho sperato, come tutti i genitori
, che potesse vivere in un mondo tranquillo
fatto di sogni, di desideri e
speranze.
Io sono nata alla fine della 2 Guerra
Mondiale, la mia giovinezza e' stata
segnata dai racconti della Shoa' e
dalla vista dei tremori di mia madre se
alla televisione parlavano di nazisti e di
lager.
Ricordo ancora il suo viso diventare
come una maschera di rassegnata
disperazione e la sua voce farsi
dura mentre diceva "Spegni".
Ho sperato tanto che, dopo quella
vergogna di cui si era macchiato
l'uomo, mio figlio potesse vivere
senza guerre e violenza in un mondo reso
pacifico, per forza e suo malgrado, dalla
vista delle ceneri dei morti su cui camminava,
dal fumo delle anime passate per i camini che
respirava, dal fungo della bomba atomica
su Hiroshima e Nagasaki che gli occhi si rifiutavano
di guardare.
No, l'orrore non e' stato abbastanza
e siamo arrivati ad assistere
urlando a quelle due Torri implose
quando quattro ali diaboliche le hanno
colpite sciogliendo in un colpo solo i
corpi di 3000 persone e le speranze del mondo
civile.
No, nemmeno quell'orrore
e' stato abbastanza e oggi mio figlio e
i suoi figli, tutti noi, ci troviamo a vivere
in un mondo dove gruppi di non persone sgozzano
e decapitano la gente come se nulla fosse
e dove ascoltiamo queste orrende notizie mentre
sediamo a tavola e magari qualcuno nemmeno
smette di mangiare.
Cosa siamo diventati? Come ci
hanno ridotti?
Non era questo che volevo!
Non era questo che volevamo!
Ricordo il primo sgozzamento
di un occidentale , quello di Daniel
Pearl: "Sono ebreo, mia madre e mio padre
sono ebrei" e poi il rantolo nel suo sangue,
ricordo la disperazione che mi prese e che prese
tutti per la barbarie cui stavamo assistendo
ancora dopo Auschwitz.
Ricordo l'attacco a Israele di
Saddam Hussein e la paura della
fine.
Credevamo, speravamo fosse l'ultimo
ma quando e' nato il mio primo nipote
l'ospedale ha consegnato ai genitori
una maschera antigas per neonati.
Non posso dimenticare il brivido
che provai e la ribellione che mi prese
al solo pensiero che qualche mostro
arabo potesse metterci in condizioni
di rinchiudere un piccolo bambino la' dentro.
Non era finita.
Ricordo
il bagno di sangue
in Israele, anni da incubo, anni
di terrore, decine di autobus, bar,
ristoranti coperti di cadaveri mutilati
che i volontari raccoglievano pezzetto
per pezzetto fino all'ultimo lembo di pelle
appiccicato nell'asfalto o sui muri.
La follia del dolore, mamme che
accompagnavano al cimitero i loro
bambini, bambini che piangevano
i loro genitori.
Quel piccolo bambino colla kipa'
fra i riccioli che diceva "Mamma, mi manchi"
tra le lacrime.
Papa' che mandavano i loro figli
a scuola su autobus diversi per paura
di perderli tutti insieme, un bum
e finita la vita, un bum e finita la famiglia,
un bum e finito Israele.
Quanti anni va avanti questa storia?
Duemila?
Ancora non sono stanchi, ancora
vogliono annichilirci, ancora tengono
tra le loro luride mani i nostri ragazzi.
Ancora dobbiamo leggere lettere
simili , lettere che ti fanno scoppiare
di dolore, lettere di una mamma
a suo figlio, prigioniero di mostri barbuti
col turbante:
Udi, bambino mio.
Oggi è la vigilia
di Passover, la festa della libertà.
In famiglia la celebreremo
separatamente quest‚anno. Il papà, Yair
ed io andremo a casa dalla zia Nurit
e zio Eitan, mentre Gadi è ancora
in India.
Sai, non abbiamo mai passato
in questo modo Passover. Eravamo sempre
insieme ridendo, scherzando, chiacchierando,
andando in giro. Insomma,
facevamo tutto sentendoci immensamente
tutti felici.
Ora siamo qui con te in ogni istante,
giorno e notte, resistendo,
non dandoci per vinti, proprio
perché nessuno ci sconfiggerà.
Questa notte cercheremo di
dare un sorriso come segno di gratitudine verso
chi ci ospita. Cercheremo di fare
questo.
Udi, devo dirti una cosa. Sono
stata avvicinata da diverse famiglie
le quali mi dissero che non avrebbero celebrato
quest‚anno Passover per solidarietà
con le tre famiglie dei ragazzi rapiti; Goldwasser
Regev e Shalit. Noi queste meravigliose
famiglie non le conosciamo ma ho chiesto ugualmente
loro di non rinunciare a festeggiare Passover,
ma di celebrarla ugualmente a dispetto di chi
ci vuole deboli e sconfitti.
Da parte nostra la celebreremo
con una sedia vuota. La tua.
Ma anche quelle di Gilad ed Eldad.
Ti prometto che nessuno ci sconfiggerà,
ne Hizbullah, e nemmeno
Hamas. Nessuno ci metterà a repentaglio,
noi saremo garanti del tuo rilascio.
La battaglia che stiamo facendo oggi
per il tuo rilascio, garantirà la salvezza
dei nostri bambini in futuro.
Udi, suppongo che tu
non sappia che giorno è oggi, suppongo che
tu non sappia che il cielo è blu e che
la primavera è molto vicina.
Forse i fiori che sbocciano ti stanno raggiungendo
con il loro profumo. Può
darsi che tu senta il canto degli uccelli
che migrano, e forse tutto questo è
immerso anche nei tuoi pensieri,
ma sappi che ora siamo qui con te, ogni istante,
giorno e notte, resistendo, non dandoci
per vinti, proprio perché nessuno ci sconfiggerà.
Felice Passover a te caro bambino
mio.
Felice Passover a tutta Israele.
Tua madre, Miki.
Non sono mai stanchi di
male, mai stanchi di farci assistere
all'orrore della loro cultura di morte
e di odio e di povera gente rantolante
nel suo stesso sangue, mai stanchi di
ridere del nostro dolore e della nostra
paura, mai stanchi di distruggere le nostre speranze
e anche la nostra stessa umanita'.
Per mio figlio e per i suoi bambini,
per tutti i bambini di Israele, io continuo
a sognare un mondo diverso,
e lo voglio!
Lo pretendo!
Un mondo di coraggio, un mondo
dove possano giocare nei prati senza paura
dell'orco barbuto in turbante o kefiah,
un mondo dove possano andare, come dice
la mamma di Udi, a vedere gli uccelli migratori
e ,lei ha ragione, non ci daremo per vinti,
la brutalita' di una non cultura, il demone della
barbarie non ci sconfiggeranno.
Il giorno di Pasqua pero' i nuovi
nazisti d'Oriente hanno decapitato
un uomo e
il ribrezzo e il terrore che
si prova di fronte alla ferocia piu'
bestiale non e' stato come quello
provato per il primo, per Daniel, l'orrore
provato dalla gente e' passato
quasi inosservato.
Nessuno ha gridato di sdegno, nessuno
si e' messo le mani tra i capelli, nessuno
ha pianto. Era Pasqua, scampagnate, pranzi,
giochi, felicita', probabilmente
anche il giornalista Mastrogiacomo
si puliva la bocca dopo un buon pasto
( che spero gli sia rimasto sullo stomaco)
mentre dall'altra parte del mondo
a un uomo terrorizzato, il suo interprete,
i talebani figli di Allah tagliavano la
testa dopo averlo sgozzato.
Allora io mi sento confusa
e piena di rabbia, come e' possibile
che ci abbiano abituati a questo, non puo' essere
che ci siamo assuefatti al loro inferno
medioevale, alla loro ferocia.
Noi non possiamo fare altro che
essere molto molto arrabbiati ribellandoci
con coraggio e con orgoglio,
maledicendo il Male che sono e il Male
che fanno e quelli che , in Europa, li difendono
e li proteggono dopo essersi calati i
pantaloni.
Noi dobbiamo sconfiggere questi
figli della morte e farli
sprofondare nel loro mondo di sangue e di
sabbia.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
<http://www.informazionecorretta.com>
PASTICCIO DISUMANITARIO
Coloro che chiedono conto
del loro comportamento. Ma a
che titolo si lamentano? Trattative
opache per il rilascio degli ostaggi sono
state condotte anche dal governo
Berlusconi, quello che avrebbe avuto scarso
senso dello stato, ma la centrale operativa
del negoziato ha sempre lavorato sotto
la regia dei nostri servizi di sicurezza e tra
i risultati non ci furono gole tagliate, prezzi
esosi fino al parossismo e polemiche omertose
rotte dalle grida vendicative di un Gino
Strada e dagli imbarazzi delle tribù di sinistra.
Qui lo stato fa senso, abdica, mette tutto
nelle mani di un ammiratore dei talebani, che con
essi convive nella zona grigia e che stima i mullah
in armi contro l’occidente più di quanto non
stimi l’Italia e i suoi alleati. Qui la determinazione
del bottino è nelle mani dei banditi, che sbertucciano
con richieste al rialzo incontrollabili
il potere di Karzai e la diplomazia spregiudicata e cinica
di D’Alema e di Prodi, si fanno consegnare cinque
capi militari dopo aver sgozzato un rapito e riservandosi,
nella disattenzione generale, di sgozzarne un altro
nei giorni di Pasqua. Dobbiamo credere a Strada, il nostro
improvvisato ministro degli Esteri e capo dei servizi, che
ha sostituito sul campo impedendone l’azione con il viatico
del governo, e pensare che Ramatullah Hanefi, il mediatore
del mediatore, sia incolpevole di quanto gli attribuiscono
obliquamente, e per ora senza capi di imputazione
chiari, i servizi di Kabul. Compiendo ancora una volta
un gesto devastante per il potere di difesa dei nostri
e degli alleati in Afghanistan, mentre due francesi
sono nelle loro mani, il cosiddetto mediatore ha rivelato
che il suo uomo aveva portato fiumi di denaro ai vari
Dadullah per la liberazione di Gabriele Torsello e ha accusato
lui, non noi, Prodi e Karzai di essere responsabili
della morte per decapitazione di Adjmal Nasqbandi, l’interprete.
E tutto nasce di qui, tutto questo ignobile pasticcio
disumanitario nasce dal fatto che a Strada riesce impossibile,
per via del suo pacifismo ideologico e farlocco,
capire che i tagliagole sono i talebani, del cui potere
ha bisogno per vantare la sua bontà e le sue opere
di bardo umanitario. E da questa ambiguità nel rapporto
con il nemico, fissato al livello di una mediazione compromessa
dall’ideologia, viene il sangue versato, di lì viene
la cupa sfortuna in cui ci ha cacciato e si è
cacciato questo governo incapace quando ha deciso che anche
la politica estera e di sicurezza si può fare in piazza
o in strada, come fosse una manifestazione in Campidoglio.
Se ne vadano, invece di lamentarsi, dopo avere rimediato
per sé e per il paese che dovrebbero rappresentare
una reputazione non combattente di piccolo meretricio politico
e di disonore militare.
(dal Foglio del 10
aprile 2007)
PERCHÉ L’ESECUZIONE
DI ADJMAL ERA INEVITABILE
In politica anche
la vita umana è una pedina nel gioco. L’assassinio
normalmente è un
crimine ma nella vita politica,
soprattutto nei secoli passati, è stato
semplicemente una mossa azzeccata o un errore.
La politica è un campo indifferente
alla morale e non si è mai avuto un eccessivo
rispetto per la vita del singolo.
Questo avveniva nei secoli passati,
in Europa: ma molta parte del resto
del mondo vive ancora in quei secoli,
mentalmente. Addirittura ad un livello
più antico di barbarie risalgono
gli atteggiamenti di certi gruppi, in
particolare dei terroristi: infatti
di Hitler è stato detto che è
era un personaggio apparso nell’evo sbagliato,
nel senso che la sua idea di conquistare
territori eliminandone i precedenti
abitatori, o la sua idea dell’eliminazione fisica
di un intero popolo, fanno pensare a conquistatori
orientali, se non alle invasioni barbariche;
ma ad Auschwitz ai morituri si diceva che andavano
a fare la doccia e il regime nazista fece di tutto
per tenere segreto lo sterminio che stava attuando.
1)
Viceversa, la barbarie
terroristica contemporanea,
invece di nascondere i propri crimini,
se ne vanta, li esibisce, li manda
in rete. Utilizza l’orrore come uno
strumento politico. Il crimine esemplare
in questo senso è l’attentato dell’11
settembre del 2001: l’ultimo imperativo
è che il crimine dev’essere spettacolare.
2) In secondo luogo, le persone
coinvolte devono se possibile essere avvertite
in anticipo. L’orrore
infatti non è più un effetto secondario
ma ciò che si vuole in primo
luogo ottenere. Lo scopo “educativo” del crimine
stesso. Bisogna dunque che i destinatari
conoscano in anticipo e nei particolari
la tragedia. I sequestratori di Beslan
non uccidono i bambini – cosa che non esiterebbero
a fare, ed anzi, cosa che poi hanno poi
fatto – ma minacciano di ucciderli. L’orrore
è massimo quando è declinato
al futuro e ci si chiede ancora se non sia evitabile.
3) Il terzo elemento caratteristico
della nuova barbarie è il
disprezzo della vita, disprezzo che si
estende a quella degli autori dell’orrore. La
disinvoltura con cui vengono sacrificati
gli attentatori suicidi ha questo significato:
se non teniamo alla vita dei nostri
amici, immaginate quanto teniamo alla vostra.
E se la morte dei nostri ci può un po’ dispiacere,
la vostra morte è per noi motivo di soddisfazione,
come quando si schiaccia uno scarafaggio.
Tutte queste considerazioni,
applicate al caso Mastrogiacomo
e Adjmal, ne rendono chiare modalità e sviluppi.
Ai Taliban della vita di Mastrogiacomo
non importava nulla. Avrebbero potuto
sgozzarlo, con la più totale indifferenza,
nei cinque minuti successivi alla cattura.
Ma sapevano che questo non è il
punto di vista degli occidentali (e dei più
“molli” fra essi, gli italiani di Prodi) e per
questo hanno preferito vendere il giornalista
per ottenere l’impensabile: la liberazione
dei terroristi detenuti.
E qui s’innesta la vicenda del
povero Adjmal. Una volta che i Taliban
l’hanno avuta vinta, perché
non ripercorrere la stessa strada, chiedendo
la liberazione di altri terroristi? Di Adjmal
non interessa molto, ai lettori di Repubblica,
ma fa notizia e crea problemi al governo
italiano. Oltre ai problemi che crea a Karzai.
Solo che stavolta il povero Karzai non poteva
cedere. Diversamente tanto sarebbe valso
consegnare le chiavi delle carceri ai detenuti.
Dal loro lato i Taliban non potevano certo lasciare
Adjmal in vita, diversamente si sarebbe pensato
che davano segni di umanità, che non
sono risoluti, che non sono capaci di uccidere e
che per Mastrogiacomo scherzavano. Insomma, Karzai
non poteva cedere per non esautorarsi come governo,
i Taliban non potevano lasciare in vita Adjmal per
non perdere la loro credibilità; e il finale non
poteva che essere quello che è stato.
Non bisogna cedere ai ricatti.
Se si cede al primo, o si cede a tutti gli
altri, o si sposta di un’unità la tragedia.
Se i terroristi non uccidono Mastrogiacomo
uccidono Adjmal. E se se si cede per Adjmal,
uccideranno il prossimo ostaggio. In una catena
infinita e vecchia come il mondo.
Tutto questo è banale e obbliga
solo ad alcune considerazioni sulla
nostra classe politica. A Prodi, a D’Alema,
al governo italiano e all’attuale maggioranza
sostanzialmente non importava
nulla di Mastrogiacomo, ma delle possibili
conseguenze sul governo, come hanno
detto in coro Gino Strada e Garzai.
A Prodi, a D’Alema e al governo italiano non importava
nulla dell’Afghanistan, dei possibili
altri ostaggi e di chi sarebbe stato ucciso
al posto di Mastrogiacomo. Non importava e
non importa nulla se i Taliban ora uccideranno
due francesi; non importava e non importa nulla
di tutti gli altri che uccideranno finché non
si convinceranno che con gli ostaggi non guadagnano
nulla. A Prodi e compagni importava che Repubblica
è una lobby potente e che il governo può
essere fatto cadere dall’estrema sinistra.
I Taliban avrebbero imparato
molto più velocemente a non ammazzare
il prossimo (tentando ricatti),
se si fosse resistito già al primo
caso. Non al secondo o al terzo o al quarto.
Si sarebbe dovuto dire: vi si può fare
l’elemosina di qualche euro, per il vostro
“disturbo”, ma se volete trattare da Stato a Stato,
da potenza a potenza, quasi che le vostre carceri
equivalgano a quelle del legittimo, democraticamente
eletto governo afgano, potete andare
al diavolo. Ammazzate chi volete. Del resto,
non aspettate certo il nostro permesso, per
farlo. E sappiate anche che se riusciremo a
prendervi vi ammazzeremo.
Per non parlare dei giornali afgani
che non hanno delirato quando hanno
suggerito, di contro alle minacce
di Dadullah, di rispondere semplicemente
con la minaccia di uccidere gli ostaggi
di cui si chiedeva la liberazione.
A procedimenti barbarici, risposte barbariche.
Ma più sensate del cedere dinanzi
al ricatto.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 9 aprile 2007
SMARCAMENTO
PASQUALE
A qualcuno dei nostri lettori
sembra importante far sapere,
qui a "Capperi" (come se non ci
pensassero già i TG!). che anche
in questa Pasqua si rinnova il rito pannelliano
della "Marcia" (stavolta
per una moratoria mondiale della pena di
morte) da concludere in San Pietro
sotto le finestre del Papa.
Tirato per la giacca, non
mi sottraggo.
Dunque, il piacere di destrutturare
le passeggiate di laicissimi
papi, antipati e mercanti
di illusioni, non può far altro
che rimettere in funzione l'enorme serbatoio
metaforico-simbolico della gastronomia,
con la sia dignità e la sua logica,
e un filo antropologico che la tiene insieme.
Dunque, a dirla tutta, il
mio gaudente smarcamento pasquale
traguarderà in un arioso ristorante sulla
spiaggia del Forte ...
Il caciucco bengodiano la farà
da padrone mentre, subito dopo, la cernia
risorgerà -ben prima di tre giorni-
tra l'olio, l'aglio, la salvia e
il rosmarino...
cp, 8 aprile 2007
SARKOSCONI
Nel “Monde” di domani (il giornale
esce nel pomeriggio con la
data del giorno dopo) c’è un articolo
di Ariane Chemin che, letto da
questo lato delle Alpi, risulta molto divertente.
Ci informa infatti che Sarkozy
ha degli avversari, e questo non sarebbe certo
una notizia, ma che parecchi di loro sono “unis
par un trait commun: : une détestation
viscérale de Nicolas Sarkozy ”.
E già qui noi crediamo di udire una musica
ben nota. Non l’opposizione a un programma politico;
non l’opposizione ad un uomo politico,
ma un odio viscerale. E questo lo dice Le Monde,
grande giornale di sinistra, più o meno “La Repubblica”
di Francia. Uno non si sorprende già a pensare
a qualcuno? Ma basta sentire il resto. Chi è
contro di lui? “La sinistra movimentista. Il gruppo
d’informazione e sostegno degli immigrati, la
Rete di educazione senza frontiere, la Lega dei diritti
dell’uomo… Per la sinistra associativa o libertaria,
Nicolas Sarkozy rappresenta un pericolo ”. Non
un avversario da battere, non un candidato che potrebbe
avere programmi che non ci piacciono, ma un pericolo.
Per la libertà, per la democrazia, ovviamente.
Come vedremo andando avanti.
« Una parte della sinistra denuncia
il tropismo americano del candidato
”. Nell’Humanité (L’Unità francese)
il demografo Emmanuel Todd reputa
che ‘Sarkozy non è più per
nulla all’interno dei valori francesi di
uguaglianza. In questo senso, è uscito
dal sistema culturale francese ”. Probabilmente
entrando in quello dell’uomo di Neanderthal.
Le accuse sono roventi. Sarkozy
è nientemeno accusato di essere “bushista”
e perfino “pétainista” che sarebbe,
in Italia, trattarlo da repubblichino.
Infine, ovviamente, è anche “quel
cortigiano di Georges Bush ”.
Ma ci sono solo i politici, contro
Sarkozy? Non sia mai. Come in Italia
contro Berlusconi, sono scesi nell’arena,
tridenti e daghe in mano, gli artisti.
Diam’s (Sa Iddio chi è) canta: “Quella
Francia che considero mia non è la loro,
quella che vota per gli estremisti (…) quella
che si crede in Texas, quella che ha paura delle
nostre bande/Quella che venera Sarko, intollerante
e fastidiosa”. Oppure, ne La Boulette, “C’è
un certo sapore di demagogia nella bocca di Sarko
”. Cosa divertente se si pensa che il consigliere economico
di Ségolène Royal l’ha abbandonata,
con grande eco nella stampa e nella politica,
perché la signora prometteva cose economicamente
irrealizzabili.
Il duo Tandem canta una vecchia
canzone molto ascoltata anche in Italia:
“in caso di vittoria del candidato [di centro-destra],
le periferie prenderanno
fuoco ”.
Sono contro Sarkozy anche alcuni
famosi calciatori, Lilian Thuram,
Patrick Vieira e gli altri “eroi del
Mondiale”. Né manca Yannick Noah, il
grande tennista: “Se mai Sarkozy vince,
me la batto ! ” Ma poi rettifica il tiro
e dice : « Non me ne vado. Bisogna resistere.
Opto per la resistenza ”. Ancora un piccolo
sforzo e avrebbe detto « Resistere, resistere,
resistere ! » Ma un tennista non
ha studiato abbastanza per arrivare
a questi livelli.
Marc
Abéles e Emmanuel Terray,
due antropologi, insieme con l’etnologa
Françoise Héritier,
i filosofi Etienne Balibar e Yves Duroux,
il sociologo Robert Castel, la
giurista Monique Chemillier-Gendreau
e Michel Tubiana lanciano un appello
(poteva mancare, l’appello?): bisogna
battere Sarkozy per evitare “una cappa di piombo
mediatica e poliziesca ”. C’è anche
la dimostrazione: “Domandiamo ai nostri
amici italiani di dirci che cosa sono stati
gli anni di Berlusconi ”. Dunque non era
solo il nostro spirito storto, che ci faceva
pensare al Cavaliere.
L’articolo del “Monde” è in un
certo senso consolante. Forse
non è vero che abbiamo, solo noi,
una sinistra incivile. Forse una grossa
parte della sinistra è sciocca e incivile
dappertutto. E tuttavia la sinistra italiana
riesce a battere ancora quella francese.
Infatti gli insulti sulla base del fisico, che
in Italia sono moneta corrente, tanto
è vero che Berlusconi è “il nano pelato” per
antonomasia, in Francia sono appannaggio dell’estrema
destra.
I « razzisti e antisemiti »
di destra, come li definisce il Monde,
hanno creato “un sito di lotta nazionale
contro la candidatura di Nagy
Bocsa, alias Sarkozy ” (ci si indigna
per le sue origini ungheresi) in cui si “sfotte
il suo fisico [Sarkozy non è alto] nella
più pura tradizione razzista dell’estrema
destra francese ”, dice il Monde. E dell’estrema
sinistra italiana forse che no?
Forse bisogna ritornare al pregiudizio
di partenza: abbiamo la sinistra
peggiore del mondo.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
D’ALEMA: A LIAR, A
LIAR, A LIAR
1. Nei giorni scorsi sono
stati pubblicati qui degli articoli in
cui si dimostrava come D’Alema non
solo sia un bugiardo, ma sia un bugiardo maldestro:
infatti si fa scoprire. È stato bugiardo
quando ha detto che gli americani erano
d’accordo, sulle trattative per
la liberazione di Mastrogiacomo e gli
ha dato sulla voce un anonimo funzionario del
Dipartimento di Stato. Questo aveva spinto
qualche incauto commentatore a svalutare
la dichiarazione: che importanza volete
che abbia, uno che non ha neanche un nome?
Ignorando che quando un articolo di fondo
non è firmato, impegna tutto il giornale
e probabilmente l’ha scritto il direttore. Poi
gli ha dato del bugiardo lo stesso Dipartimento di
Stato, ufficialmente, e Condoleezza Rice. Non
si sa che cosa si può pretendere di più,
per essere pubblicamente svergognati. È stato
sottolineato come nel mondo anglosassone, se si
dà a qualcuno del bugiardo, c’è motivo per
un duello o comunque per andare allo scontro.
La dichiarazione di guerra è condensata nelle
parole: “You are calling me a liar?”, mi stai dando del
bugiardo? proprio per far misurare all’altro che,
con quelle parole, sta innescando una zuffa. Ma se
la menzogna è dimostrata, bisogna come minimo dimettersi.
Nixon non è stato cacciato per altro. You are
a liar.
2. Poi D’Alema ha sostenuto che
il governo italiano non ha avuto
responsabilità, nello
scambio di Mastrogiacomo con cinque terroristi,
in quanto la trattativa era stata
affidata in totale autonomia ad Emergency.
Questo volta la smentita -
clamorosa, chiara e indubitabile - è venuta da
Gino Strada, il quale ha pubblicamente affermato
di non aver fatto nulla se non per incarico e
su precise indicazioni del governo italiano,
essendo in continuo, stretto contatto col governo
stesso e con l’unità di crisi della Farnesina.
Ragione per la quale, del resto, chiedeva e
chiede un maggiore impegno per la liberazione del
suo proprio collaboratore, incarcerato dal governo
afgano. You are a liar, you are a liar.
3. Ora arriva la terza smentita, quella
del Presidente afgano Karzai:
«Ci siamo mossi su precisa richiesta
italiana. Era una situazione molto
difficile, il governo italiano poteva
cadere in qualsiasi momento”. E questo
significa fra l’altro che il governo
italiano, più che da ragioni umanitarie,
è stato spinto dal timore che la sua stessa
maggioranza lo facesse cadere. Poi, sempre
secondo Karzai, il governo afgano aveva
precisi motivi per non dire di no al nostro
governo (e non a Gino Strada): gli italiani
«Costruiscono le nostre strade. Hanno
avuto diritto di chiedere il nostro aiuto e di avere
una risposta positiva». E tutto questo
è in netto contrasto con la dichiarazione
di D’Alema. Questi non aveva esitato ad affermare:
«Noi siamo grati al governo afghano
ma sinceramente è difficile accusare il governo
italiano di aver fatto trattative o liberato
terroristi». In realtà, sia lui che il governo
italiano nel suo complesso le hanno condotte, quelle
trattative, sia pure attraverso Gino Strada;
e i terroristi li hanno liberati, sia pure facendo
pressioni su Karzai. You are a liar, you are a liar,
you are a liar.
Che ha fatto, di male, questo infelice
paese per essere rappresentato
nel mondo da un bugiardo maldestro,
un Ministro degli Esteri pubblicamente
e ripetutamente umiliato?
Per fortuna, D’Alema ha risorse che
molti non avremmo: essendo un
ex-comunista, può affermare che lui non
sbaglia mai; e poi, se il mondo intero
gli rimprovera un errore, può sempre
dire che il mondo intero si sbaglia.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 7 aprile 2007
MOLLICHINE
Prodi: "La Finanziaria mi ha
portato ad un grandissimo
livello di impopolarità.
A me però non interessa". Primo
Ministro per Grazia di Dio.
Bertinotti: "Ci vorrebbe un Chaplin
che rifacesse Tempi Moderni‚ sulla
precarietà". E un Chaplin
che rifacesse Il Monello‚ su Francesco
Caruso.
Rutelli: "Sulla legge elettorale
si sta andando d'intesa". È proprio
vero che le banche hanno le mani dappertutto.
Epifani: "Com'è noto, molti operai
votano addirittura a destra". È
solo giustizia. Tanti ricchi votano per la sinistra!
Gianni Pardo