ARCHIVIO APRILE 2007


BESTEMMIE POLITICHE SULLA TURCHIA
Confesso di essere un risoluto miscredente. Non credo in nessuna forma di religione; non c’è nel mio animo nemmeno una vaga religiosità; non ho rispetto per i miti; non mi commuovo né dinanzi ai presepi né dinanzi gli Altari della Patria. Per la stessa ragione, pur essendo convinto – con Churchill – che la democrazia sia il migliore dei regimi politici, non mi nascondo – con Churchill – che essa può avere grandissimi difetti. La preferisco a tutte le altre forme di governo ma non la venero: e se, per salvarle la vita, dovessi per qualche tempo porla in stato di coma farmacologico, non esiterei a farlo. Questa può apparire una bestemmia ma oggi ho deciso di bestemmiare, politicamente, e per questo scrivo in prima persona.
Nel 1933 Hitler prese il potere in Germania sulla base di una democratica elezione. Nel 1943 però fece votare una legge in base alla quale la volontà del Führer era ipso facto legge: cioè istituzionalizzò la dittatura nelle forme del Basso Impero. Con le conseguenze che sappiamo. La domanda è: se un angelo, nel 1938, avesse predetto ai vertici militari tedeschi ciò che Hitler avrebbe fatto poco dopo, non avrebbero fatto bene quei vertici militari a realizzare un putsch, sbattendo in galera quel criminale?
Altro caso. Allende fu un presidente democraticamente eletto (anche se col 30% dei voti o giù di lì) e Pinochet il capo di una giunta militare dittatoriale. Ma Allende portò il Cile al disastro economico e sull’orlo della guerra civile, Pinochet abbandonò il potere volontariamente e lasciò un Cile ferito ma prospero e pacificato. Si può essere sicuri che Allende fece il bene di quel paese e Pinochet lo danneggiò?
La vittoria del Fis in Algeria, anni fa, è stata un fatto democratico. La presa del potere da parte dei militari, che da allora hanno annullato quella vittoria ed hanno governato col pugno di ferro, è stata certamente un fatto antidemocratico. Ma sarebbe stato preferibile un governo di fanatici? Il Fis intendeva prendere il potere per instaurare la shariah e forse la teocrazia (come in Afghanistan): con quale coraggio si potrebbe non essere lieti che sia stata salvata un’Algeria laica ed occidentale? O sarebbe stato meglio lasciar operare le regole della democrazia affinché chi prendeva il potere potesse poi abolirla?
L’Occidente ha profondamente deprecato l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica e si è stati contenti quando la guerriglia ha liberato il paese dallo straniero. Ma poi sono venuti i Taliban ed in molti abbiamo rimpianto l’Unione Sovietica. Un po’ come tanti e tanti iraniani che hanno cominciato col detestare Reza Pahlevi e poi hanno dovuto riconoscere che si viveva meglio sotto il suo regno. A Oriana Fallaci, che lo intervistava con la sua solita aggressività e gli metteva sotto il muso qualche violazione della perfetta democrazia, lo scià rispose: “L’Iran non è la Svizzera e lei non può pretendere che sia governato come la Svizzera”. Ma la Fallaci, come tanti altri, voleva la perfezione. E infatti l’Iran è passato dall’autocrazia alla teocrazia.
E si potrebbe continuare.
Il caso più interessante ed attuale è quello della Turchia. Questo paese è figlio della riforma di Atatürk. È fieramente laico per costituzione ed ha mantenuto questa caratteristica da circa un’ottantina d’anni. L’esercito si è reso garante dell’eredità politica del Padre dei Turchi e più di una volta è intervenuto, anche pesantemente, per frenare una pericolosa deriva e restituendo poi il potere alle autorità civili e alla repubblica. Tutto questo, ovviamente, non è stato molto democratico: ma che cosa sarebbe avvenuto, in quel paese musulmano per oltre il 98%, se si fosse permesso lo smantellamento delle istituzioni repubblicane dall’interno?
Negli ultimi anni, anche al riparo della vigilanza europea, i governanti turchi si sono permessi un bradisismico smottamento verso la religione. Non è senza significato che, in un paese in cui un’impiegata postale non ha il diritto di andare in abbigliamento musulmano a fare il suo lavoro, la moglie del primo ministro vada ostinatamente in giro coperta col velo. E questo è tanto più allarmante in un periodo in cui l’Islàm sembra tendere a passare da religione dell’inerzia a religione dell’aggressività. È inoltre allarmante sia perché in molti, in quel paese, vedono in pericolo la laicità dello Stato, sia perché il primo ministro e il suo partito, malgrado la confortevole maggioranza che hanno in parlamento (a causa del sistema elettorale), non hanno un’altrettanto confortevole maggioranza nel paese. E infatti rifiutano nettamente di indire nuove elezioni. Dunque rischiano di governare contro la maggioranza dei turchi e contro la volontà dei militari. Cosa piuttosto azzardata.
Il problema del giorno è l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. In un primo momento Erdogan ha sognato di essere eletto lui stesso, vista la maggioranza di cui dispone ma ciò ha provocato una levata di scudi e proteste fierissime, sia in Parlamento che in piazza (una manifestazione di centinaia di migliaia di persone). Ecco allora che egli ha proposto il ministro Gül, del suo stesso partito, ma anche lui musulmano dichiarato, anche lui con una moglie velata e anche lui persona dalla laicità peggio che dubbia. A questo punto la Corte Costituzionale dovrà dirimere un problema tecnico, per la regolarità dell’elezione ed i militari hanno fatto sentire la loro voce per ammonire tutti a stare ben attenti a ciò che fanno.
Ecco l’attentato alla democrazia! “È di oggi la notizia – scrive il Corriere della Sera del 28 aprile 2007 - che il commissario Ue all'Allargamento, Olli Rehn, ha messo in guardia i militari turchi dall'occuparsi di politica”. Eh no, qui non ci siamo più.
La Turchia ha chiesto di entrare in Europa perché questo l’avrebbe meglio agganciata alle democrazie occidentali; avrebbe contribuito alla sua prosperità; avrebbe accentuato la sua laicità, diluendo la sua marea di musulmani nell’oceano cristiano; avrebbe infine contribuito a farle voltare le spalle al Medio Oriente: ma l’Unione Europea ha risposto picche. Ha moltiplicato gli esami d’ammissione e le obiezioni, fino a disgustare l’opinione pubblica turca. L’Europa può avere avuto le sue buone ragioni ma ora non ha più il diritto di dire alla Turchia e ai militari turchi ciò che devono fare.
Chi ama la Turchia spera che, malgrado tutto, la deriva islamica si arresti. Spera che questo governo cada e si vada a nuove elezioni: e per il resto che Allah conservi i militari alla Turchia. Sono l’unica garanzia che Istanbul rimanga una città europea, in cui per la strada si incontrano donne normali, donne velate e ragazze in minigonna. In cui ognuno è libero di essere credente o miscredente. In cui il codice civile è ispirato al codice svizzero e quello penale al codice italiano, non alla shariah.
Infine, bisogna sperare che basti la minaccia dell’intervento dei militari e che non sia necessario un intervento concreto. Ma se non esistessero, quei militari, se non potessero nemmeno minacciare quell’intervento? La democrazia formale vale la libertà sostanziale?

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 30 aprile 2007


MOLLICHINE
Silvia Baraldini ha avuto una trentina di cittadinanze onorarie, in Italia. Ovvio. Chi non vorrebbe avere per concittadina una condannata per associazione sovversiva?

Pecoraro, al settimanale “A”: “Potrei anche decidere di mettere su famiglia, un giorno. Moglie, figli, quella roba lì”. Ma i figli chi glieli fa?

L’Anm “pronta alla lotta contro Mastella”. Poi, se rimane tempo, lotta alla mafia.

Dal 1999 le pigioni sono aumentate del 112%. Se avessero avuto sensibilità per la simmetria, sarebbero aumentate del 111%.

Il Tar riapre lo stadio di Catania. Meglio Tar-di che mai.

Ahmadinejad libera gli ostaggi inglesi. Nessuno stupore. Dopo la spettacolo si torna a casa.

Prodi, per il “Pd”, sostiene che “non bisogna perdere nessuno”, e non escludere “soggetti interni ed esterni”. Insomma, cani e porci, come si usa dire.

Di Pietro ha detto la sua. Apertamente: “Il Partito democratico doveva essere aperto quando ancora la porta era aperta”.

Aeroflot presenterà “un piano per risolvere la crisi di Alitalia”. Articolo unico: tutti i rappresentanti dei sindacati saranno inviati al Gulag.

D’Alema promette a Gheddafi una strada dalla Tunisia all’Egitto (3,4 mld €). Comodissima. Ai siciliani, per attraversare lo Stretto, converrà passare da lì.

Baccini vuole “Un movimento di pensiero per andare oltre l'Udc”. I politici vogliono sempre andare oltre. Magari oltre il buon senso.

Mastella. Linguaggio diplomatico: “Mi sono sentito anche con Bossi, abbiamo convenuto che l'idea di fotterci c'è...”

Franca Rame: “La mia famiglia era molto povera, ed anche per uscire eravamo costretti a fare a turno per usare le stesse scarpe”. Per fortuna avevano i piedi tutti uguali.

Follini: “Casini dice cose che capitava di dire a me qualche tempo fa con una certa enfasi”. Insomma, Pierferdi è in ritardo di un tradimento.

Prodi ha smentito le accuse di Fini di un “ricatto” a Karzai: “Fini non ha mostrato documenti”. Effettivamente Karzai non ha scritto nulla, ha parlato.

“I caduti del lavoro sono martiri”, lo ha detto il premier Prodi. Di questo governo?

Cicchetto e Quagliarello: “Via il segreto dalle carte Mitrokhin. Il governo dirà no, “sono tutte bugie”. Ed hanno il difetto di somigliare alla verità.

Lozano, che ha ucciso Calipari: “Non avevo scelta”. Non è vero. Avrebbe potuto colpire la Sgrena

Rutelli, al congresso: “Le mie saranno lacrime d'amore”. Se non fosse morto, grideremmo: Mario Merola for President!

Bossi, a Pavia: “Mi sono trovato il Papa di fronte quasi all'improvviso”. E c’è mancato poco aggiungesse: “Che spavento!”

Bayrou, critico: “Esistono delle somiglianze fra Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy”. Infatti: Sarkozy vince.

Franco Grillini, avviandosi a fondare un movimento: “Saremo ciò che Ratzinger detesta di più!” Intelligenti?

Di Pietro: “L'assoluzione di Berlusconi nel processo Sme… non significa che quel fatto non sia stato commesso, anzi”. Anzi, è se l’avessero condannato che si sarebbe avuta la prova che non era stato commesso.

Grillini: «Fonderò i libdem». Accidenti, avevo letto “Fonderò i libidinem”.


Gianni Pardo

D'Ambrosio, l'uomo che non riesce a scolorire il "rosso" dalla sua toga
«Super-partes, super-partes!». Sono anni che Gerardo D‚Ambrosio vive con l'ossessione di dimostrare questo: di essere un magistrato superpartes. È che gli hanno sempre dato dell‚uomo di sinistra, questo è il fatto. Anzi, dell'uomo di partito, del Pci insomma. Che destino ingrato. A palazzo di giustizia, tra i cronisti giudiziari, anni fa girava la voce che D'Ambrosio - allora procuratore aggiunto - parlasse sì con i giornalisti, ma solo per interposta persona. Funzionava così, dicevano: funzionava che della truppa dei cronisti giudiziari se ne staccava uno, quello dell'Unità, e saliva su, al quarto piano, in Procura, a parlare con D'Ambrosio.
Dopo di che il cronista dell'Unità scendeva al terzo piano, entrava in sala stampa e riferiva ai colleghi, tutti pronti con il taccuino aperto. Ammesso che questa storia sia vera, è probabile - anzi è praticamente certo - che non era D'Ambrosio a pretendere di avere, come unico interlocutore, il cronista dell'Unità. È probabile invece che fossero i cronisti giudiziari degli altri giornali, ritenendo che D'Ambrosio fosse di quelle idee lì, a pensare di avere maggiori possibilità di raccogliere informazioni mandando avanti il collega dell'Unità. Il quale era, insomma, una specie di corsia preferenziale. Dìaltra parte la fama di magistrato comunista - fondata o infondata che fosse - D'Ambrosio ce lìaveva da molti anni. Da quando si cominciò, in Italia, a fare inchieste che avessero a che fare con la politica.
La data d'inizio di quella svolta è nota: 12 dicembre 1969, strage di piazza Fontana. Dopo i primi tempi in cui era la magistratura di Roma a procedere - e a procedere contro gli anarchici: l'indiziato numero uno era Pietro Valpreda - l'inchiesta finì, per caso, sul tavolo di due magistrati veneti, Stiz e Calogero, e da lì deviò naturalmente - per competenza territoriale - nell'ufficio milanese di Gerardo D'Ambrosio. Il quale seguì senza esitazioni la pista suggerita dai colleghi veneti: che non era anarchica, ma nera. Oggi sappiamo che quella pista era tutt'altro che campata per aria. Ma allora sembrò che la scelta di D'Ambrosio fosse ideologica, e così cominciò la storia del «magistrato comunista».
Però poco dopo a D'Ambrosio capitò sul tavolo un'altra grana, di quelle grosse. Anche qui c'entrava piazza Fontana: a D'Ambrosio fu chiesto di chiarire com‚era morto l'anarchico Giuseppe Pinelli, che era stato interrogato dal commissario Calabresi poche ore dopo la strage, e che era poi precipitato dalla finestra della questura. «Suicidio », diceva la polizia. «Omicidio», dicevano l'estrema sinistra e gran parte della stampa anche borghese, ormai già scivolata su posizioni più che radical-chic. Suicidio oppure omicidio? Avesse optato per l'una o per l'altra ipotesi, D'Ambrosio si sarebbe messo contro mezzo Paese. Se ne uscì con una soluzione terza, che a molti parve un capolavoro di equilibrismo: «malore attivo». Che voleva dire: Pinelli non si è buttato giù e nessuno lo ha buttato giù. Semplicemente, si è affacciato alla finestra per prendere una boccata d'aria e si è sentito male: male di un malore che è «attivo» perché produce una spinta in avanti.
La soluzione non piacque né alla famiglia Calabresi (nel frattempo il commissario era già stato ucciso) né all'estrema sinistra, che lo accusò di essere un giudice politicizzato. Ma non lo accusò di essere «di destra»: lo accusò di essere del Pci. Era il Pci, dicevano gli estremisti, a volere una sentenza del genere, perché cercava un compromesso con lo Stato. È vero che sul diario della figlia, a scuola, qualcuno scrisse «D'Ambrosio fascista»: ma allora «fascista» era un epiteto che non lo si negava a nessuno, nemmeno a un magistrato del Pci. Insomma. L'etichetta di uomo del Pci D'Ambrosio non è mai riuscito a scucirsela dalla toga. Invano ricordava ogni volta che era stato proprio lui, il 25 aprile del 1972, a festeggiare la Liberazione con la liberazione del missino Pino Rauti, accusato per le bombe di Milano. «Lo scarcerai per mancanza di indizi, sono un magistrato imparziale io!», diceva e ripeteva D'Ambrosio. Invano. Il suo destino, evidentemente, era quello di essere considerato un «comunista ».
Come quando scoppiò Mani Pulite e la sua collega Tiziana Parenti, che indagava sulle tangenti intascate dal Pci, disse che D'Ambrosio le metteva i bastoni tra le ruote. «Sono un magistrato super partes!», replicava seccato lui. Ha ragione? È vittima di tanti, così tanti equivoci? Mah. Certo che un po‚ la vita se la complica da solo. Comequando, dopo tante mezze smentite, sceglie di candidarsi al Senato. E per che partito? Ma per i Ds, guarda che caso. O come quando dice che chi assolve Berlusconi è un giudice «poco coraggioso».
[Da Il Giornale, articolo di MBr]

COGNE: CALA LA TELA
La sentenza di secondo grado nel processo Franzoni può essere vista in due modi: quello sentimentale e quello giuridico.
Tecnicamente, la sentenza sembra ineccepibile. La madre di Cogne, anche se mal consigliata ed irritante, è un’incensurata ed ha evidentemente una personalità disturbata. Se il caso non avesse raggiunto la mostruosa risonanza nazionale che si sa, probabilmente quella donna avrebbe avuto già in primo grado un processo normale e una condanna non dissimile da quella che leggiamo oggi. L’avere invece incrollabilmente insistito sulla propria inverosimile innocenza, malgrado l’evidenza delle prove circostanziali, dimostra infatti un certo infantile disorientamento. Anche se è riuscita a convincere la sua famiglia (non altrimenti si spiega il sostegno che da essa ha ricevuto), anche se ha convinto un avvocato forse più passionale che pragmatico, non poteva sperare di convincere persone abituate a pesare i fatti. La sua condotta processuale è stata suicida. Non è piagnucolando che si ottiene l’assoluzione: questo può funzionare in un asilo d’infanzia; in un’aula di Corte d’Assise è fuor di luogo. I professionisti del diritto penale sanno benissimo che le prigioni sono piene di pretesi innocenti.
Come si sa, la metà degli amanti di cronaca nera sono innocentisti. A costoro la disperazione di Anna Maria Franzoni è sembrata sincera e l’ipotesi che sia una tale simulatrice da non sgarrare mai, per anni, è sembrata inverosimile. Ai giudici di secondo grado, messi con le spalle al muro dai fatti e dal loro valore probante, è invece sembrato che una persona che “mente” così bene dev’essere in qualche modo anormale. E questo non ne diminuisce la responsabilità?
Questa sentenza, che a molti è sembrata di compromesso, è in realtà giusta. Ha affermato l’ineludibile reità dell’imputata ma nel frattempo ha preferito la giustizia a ciò che il di lei dissennato comportamento le avrebbe meritato: i trent’anni del primo grado. La Corte ha concesso delle attenuanti generiche che hanno il sapore del riconoscimento di una sostanziale seminfermità mentale. I giudici hanno difeso la Franzoni da se stessa ed hanno giudicato ciò che ha commesso, non il suo comportamento processuale. Le hanno inflitto la condanna che avrebbero inflitto a qualunque altra imputata, in condizioni analoghe, sentendo quella pietà di cui ha parlato anche la pubblica accusa.
Il punto di vista sentimentale, sulla vicenda, è invece diverso. I colpevolisti – ovviamente – avrebbero amato la semplice riconferma della sentenza di primo grado (“accidenti, ha ucciso suo figlio, un bambino di tre anni, no?”), senza tenere conto della parziale irresponsabilità dell’imputata. Gli innocentisti non potevano accontentarsi di nulla di meno dell’assoluzione piena. E infatti sono loro, i veri sconfitti. Sono loro i delusi, con tutte le loro ipotesi fantasiose, nutrite magari da improbabili telefilm americani. Oggi protestano contro una sentenza che appare loro “di compromesso”, come di giudici indecisi fra la condanna e l’assoluzione, senza capire che una sentenza di condanna implica la certezza della reità, ma la certezza della reità non implica a sua volta l’inflizione del massimo della pena.
Costoro dovrebbero imparare – come nel caso Sofri – che quando decine e decine di persone, fra carabinieri, poliziotti, polizia scientifica, periti, magistrati inquirenti, magistrati giudicanti e giudici popolari, in più gradi di giudizio, arrivano alla stessa conclusione, quella conclusione è giusta, nei limiti dell’umanità. E a quella conclusione sarebbero giunti anche loro, se avessero studiato il caso come l’hanno studiato quelle stesse persone.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 28 aprile 2007


NO, L’INCIUCIO NO…!
…Ed invece sì. Silvio Berlusconi fa i complimenti al Partito Democratico, ottiene uno sconto sul conflitto d’interessi e porge il suo mandato di fiducia verso la riforma elettorale benedetta dalla sinistra. Prodi incontra Bossi e si accorda sul salva-partitini e perfino la sinistra radicale tace, perché i partitini in fondo sono più di qua che di là. L’inciucio sì e purtroppo sfornerà un’ ennesima pagina triste del riformismo, anzi del trasformismo elettorale italiano. Non ci sarebbe altro da dire se non che tutto ciò è voluto ed è purtroppo un vicolo cieco della storia italiana. E’ assurdo pretendere una sana riforma elettorale da un Parlamento zeppo di partiti, dilaniato da divisioni compensabili solo con interessi reciproci e costituito da gente per la maggior parte, assolutamente ignorante in tema di sistemi elettorali, di diritto costituzionale e quant’altro serve per questo tipo di riforme (ci sarebbe da dire che c’è anche chi pensa che Garibaldi sia un cantante…ed è peggio). Ed il vicolo cieco è rappresentato anche da quei banchettini che sforneranno un referendum buon solo per tornare indietro ovvero per rispolverare il proporzionale mascherato da maggioritario con le facce dei presidenti sui simboli di ignobili aggregazioni elettorali, al posto del maggioritario condito da una sana dose di proporzionale così da dare a tutti i partiti la giusta ripartizione feudale dei seggi (perfino la Lista  Pensionati è in Parlamento). Tra tutte le tristi magagne delle ultime riforme elettorali c’è il cosiddetto “premio di maggioranza”, uno strumento ideato dalla destra e grandemente sfruttato e supportato dalla sinistra, che poco più di cinquant’anni fa apostrofava “truffa”, bestemmiando De Gasperi che aveva ideato la formula del premio per la stabilità. Il premio di maggioranza è un trucco in virtù del quale chi perde in perde in numero può rifarsi in percentuale, anzi in percentuale di coalizione e quindi ottenere il premio di maggioranza che non appartiene alla maggioranza, ma viene spartito a mò di tunica verso tutti quelli che hanno contribuito alla causa della coalizione, anche se un giorno non avranno più voglia di esserci.
Ecco, il primo passo da fare è abolire questi premi di maggioranza che sono un dileggio alla matematica e tornare al “chi ha più numeri, ha vinto”. Inutile dire che il sogno sarebbe uno sbarramento impossibile del 5%, alla “tedesca”, anzi ancor più che alla”tedesca”. Il vero maggioritario e la vera stabilità si ottiene in Italia con la costrizione politica ovvero con il vincolo dei partiti a restare nelle rispettive coalizioni (e non solo all’occorrenza per superare il 5%) e creare il mandato altrettanto vincolante di deputati e senatori (ovvero se lasci l’equipaggio, lasci tutta la barca). Bisognerebbe far ritornare a votare la gente ed anche questo è complicato. Ormai le liste bloccate stanno bene a tutti i partiti, perché all’interno di ipotetici grossi partiti democratici o delle Libertà o dei comunisti uniti o dei democristiani pentiti, le liste bloccate sono già un’occasione per definire le gerarchie interne, in barba agli elettori che devono solo mettere la croce sopra al simbolo e limitarsi a prendere atto. Troppo difficile…In tempi di inciucio poi…

Angelo M. D'Addesio

Sme, Berlusconi assolto per non aver commesso il fatto
La seconda sezione penale d'Appello del Tribunale di Milano ha assolto, per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste, Silvio Berlusconi nel processo di secondo grado che lo vede unico imputato, nell'ambito della vicenda Sme. Per l'ex premier l'accusa era di corruzione in atti giudiziari. Il procuratore generale, Piero De Petris aveva chiesto una condanna a cinque anni di reclusione. L'avvocato di Berlusconi, Gaetano Pecorella, ha terminato la sua arringa iniziata nella scorsa udienza, chiedendo l'assoluzione, De Petris nella sua controreplica ha ricordato il ruolo fondamentale, che in questo procedimento, hanno avuto le dichiarazioni della 'superteste', Stefania Ariosto. Niccolò Ghedini, altro difensore dell'ex premier ha affermato che il teorema accusatorio si basa solo sul "sospetto" e sulla considerazione che Berlusconi "non poteva non sapere". Troppo poco per chiederne la condanna.
Il processo riguardava la mancata vendita della Sme, il comparto agroalimentare dell’Iri, alla Cir di Carlo De Benedetti. Silvio Berlusconi è accusato dalla procura milanese di corruzione in atti giudiziari. L’origine della vicenda risale al 1985. Romano Prodi, all’epoca presidente dell’Iri, e Carlo De Benedetti, raggiungono un’intesa in base alla quale l’Iri avrebbe ceduto la sua partecipazione in Sme (63 per cento) a De Benedetti per circa 497 miliardi. La decisione vede la ferma opposizione dell'allora presidente del Consiglio Bettino Craxi e la discesa in campo di tre cordate, tra le quali una con la partecipazione di Berlusconi, pronte ad acquisire la Sme ad un prezzo maggiore di quello concordato tra Prodi e De Benedetti. L'allora patron dell'Olivetti si rivolge al Tribunale di Roma per chiedere che il contratto sia onorato, ma i giudici, presieduti da Filippo Verde (anche relatore della sentenza), danno torto all'ingegnere di Ivrea perchè il contratto, come aveva ammesso lo stesso Prodi nel corso del dibattimento, era stato stipulato senza il consenso del consiglio di amministrazione dell'Iri, come era indispensabile in base allo statuto. La Sme sarà venduta anni dopo, ma a un prezzo molto più alto,circa 1500 miliardi, e comunque nè a Berlusconi, nè alle altre due cordate che si erano candidate ad acquistare il gruppo.
I pm milanesi sospettano però, a distanza di anni, che il provvedimento sia stato “aggiustato”, dietro il versamento di tangenti a Verde e all'ex capo dei gip di Roma Renato Squillante. In particolare, insinuano che un passaggio di denaro tra i conti in Svizzera di Cesare Previti e del giudice Squillante fosse riferibile a un versamento proveniente da una cassaforte della Fininvest. Da qui l'accusa di corruzione in atti giudiziari, reato per il quale i tempi di prescrizione sono di 15 anni: più lunghi, quindi, rispetto a quelli della corruzione semplice. Queste le principali tappe del dibattimento Sme dopo il rinvio a giudizio degli imputati, tra cui Silvio Berlusconi (posizione stralciata), a conclusione di un'inchiesta cominciata nel luglio del ‘95 con le dichiarazioni di Stefania Ariosto e durante la quale vennero arrestati, nel marzo del ‘96, Squillante e Pacifico.
Il 9 marzo del 2000 inizia il processo davanti ai giudici della Prima sezione penale di Milano. Il 17 novembre i pm Ilda Boccassini e Gherardo Colombo riformulano il capo d'imputazione, introducendo la contestazione suppletiva. A fine dicembre viene respinta la richiesta di proscioglimento di Berlusconi, Previti e Pacifico, ritenendo che non è possibile una decisione “allo stato degli atti”. Un anno dopo, il 28 dicembre 2001, testimoniano in aula il presidente della Commissione Ue, Romano Prodi e l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato. Sei giorni dopo, il 31 dicembre 2002, scoppia il “caso Brambilla”: il ministero dispone il trasferimento del giudice a latere Guido Brambilla che aveva chiesto di essere assegnato al Tribunale di Sorveglianza. La Corte non ritiene di interrompere il processo, come chiesto dai difensori, e quelli di Previti ricusano il giudice (la richiesta verrà respinta e Brambilla sarà “applicato” al processo Sme fino al 9 gennaio 2004). Il primo marzo del 2002 la prima istanza di rimessione del processo a Brescia presentata da Previti e Berlusconi. Il 18 ottobre depone Stefania Ariosto, la teste “Omega”. Si arriva al 6 novembre, quando la quinta sezione della Corte d’Appello dichiara inammissibile la ricusazione proposta da Berlusconi nei confronti della prima sezione del Tribunale penale.
Il 27 gennaio del 2003 le Sezioni unite della Cassazione affrontano le richieste di rimessione dei processi milanesi presentate da imputati illustri. Dopo una giornata e mezzo di discussione, il verdetto è: i processi restano a Milano. I novi magistrati delle Sezioni unite presiedute da Nicola Marvulli rigettano le istanze di trasferimento perché “non ci sono gravi situazioni locali”. La reazione è durissima. Silvio Berlusconi parla di un esito scontato perché “la partita è truccata” e accusa la Cassazione di aver preso una “decisione politica”. Il 16 maggio il collegio presieduto da Luisa Ponti, alla vigilia della requisitoria del pm Ilda Boccassini, stralcia la posizione di Silvio Berlusconi anche per l'accusa di corruzione in atti giudiziari. Così il 17 giugno Silvio Berlusconi torna in aula per una serie di dichiarazioni spontanee che presto si trasformano in un’offensiva a tutto campo. Il premier attacca Carlo De Benedetti e legge una lettera dell'ex ministro socialista Francesco Forte nella quale si dice che Bettino Craxi gli riferì di una “robusta dazione di denaro” data dall'ingegnere alla Dc in occasione delle elezioni del 1983. Così, sostiene il leader di Forza Italia in aula, “De Benedetti voleva acquistare la Sme, come Totò il Colosseo”. Nello stesso mese la nuova legge sull'immunità, quella che sospende i processi avviati nei confronti delle cinque cariche più alte dello Stato, chiude il sipario sul procedimento milanese in corso per il solo Silvio Berlusconi.
Ad andare avanti è solo il procedimento principale che il 22 novembre vede la condanna di Cesare Previti, Attilio Pacifico e Renato Squillante. Il 13 gennaio del 2004 la Consulta boccia il lodo-Schifani senza possibilità d'appello, affermando che la legge votata viola i principi di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e il diritto di difesa sanciti dalla Carta Costituzionale. Il processo stralcio sulla Sme può riprendere, ma davanti ad altri giudici, e per il solo premier. A novembre Ilda Boccassini tira le sue conclusioni in aula. E per Silvio Berlusconi chiede una condanna ad otto anni di reclusione e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. A rincarare la dose ci penseranno le parti civili che, il 19 novembre,faranno le loro richieste risarcitorie: un milione di euro per la presidenza del Consiglio, quattro miliardi e mezzo di euro per la Cir. Il 3 dicembre tocca ai legali del premier di parlare per chiedere l'assoluzione con formula piena di Silvio Berlusconi. Il processo si chiude il 9 dicembre del 2004. Il presidente della prima sezione penale, Francesco Castellano, si ritira in camera di consiglio con i giudici a latere, Stefania Abbate e Fabiana Mastrominico, per emettere la sentenza. Il giorno dopo arriva la sentenza. Berlusconi è assolto “per non aver commesso il fatto” dall'accusa di aver comprato la sentenza sulla Sme. Assolto e prescritto, dopo aver attenuto le attenuanti generiche, per altri episodi di corruzione che gli erano stati contestati dalla procura. Si arriva, quindi al primo dicembre dello scorso anno.
La Cassazione decide che la procura di Milano era “incompetente” a livello territoriale per istruire il processo Sme: per questo dispone il trasferimento del fascicolo processuale alla procura di Perugia e annulla entrambe le sentenze di merito, di primo e secondo grado, emesse dai giudici milanesi. Annullato dunque il primo capo di imputazione del processo, quello di corruzione per cui Cesare Previti, Attilio Pacifico, e Renato Squillante erano stati condannati dai giudici di appello rispettivamente a 5, 4 e 7 anni di reclusione. Gli atti sono trasferiti al tribunale di Perugia. Il processo d’Appello nei confronti di Berlusconi, invece, si è celebrato a Milano dopo che la Corte Costituzionale ha annullato a febbraio la legge Pecorella sull’inappellabilità delle sentenze di assoluzione in primo grado. Così, Berlusconi che appunto era stato assolto, ha dovuto subire un nuovo processo visto che i pm avevano deciso l'appello. Oggi la sentenza di assoluzione "perché il fatto non sussiste" e "per non aver commesso il fatto". Un'epoca si è chiusa.

(Remo Urbino (dal Velino)  -  27 aprile  2007

BRIGATISMO SENZA FINE
Perché l'Italia è l'unico Paese dell'Unione Europea dove ancora alligna, sia pure in misura assai ridotta, il terrorismo rosso e da 20 anni non accenna a scomparire? E perché sempre l'Italia è l'unico Paese dove quel terrorismo sembra essere in grado di godere ancora oggi di un'area più o meno vasta di consenso? Le celebrazioni milanesi del 25 Aprile, con la loro appendice di slogan e di cartelli filo-Br, ripropongono questi imbarazzanti interrogativi che come fantasmi ci inseguono da decenni.
Ai quali è impossibile rispondere senza fare i conti con una questione più generale: quella della presenza storica nella società italiana di un fondo di violenza duro, tenace, che da sempre oppone un ostacolo insormontabile alla diffusione della cultura della legalità. Non è un caso se l'Italia è la patria delle più importanti organizzazioni storiche della criminalità europea.
La sfera politica italiana è stata segnata profondamente dalla violenza. Sorti alla statualità da un moto rivoluzionario con alcuni tratti di guerra civile, come per l'appunto fu il Risorgimento, l'idea che a certe condizioni la violenza sia ammissibile (addirittura necessaria) ha caratterizzato in modo netto tutte le moderne culture politiche che hanno visto la luce nella penisola, che affondano le radici nella realtà più autentica della nostra storia: il socialismo massimalista, il nazional-fascismo, il comunismo gramsciano, l'azionismo.
Tutte culture che in un modo o nell'altro si sono alimentate e hanno alimentato il mito della rivoluzione, qualunque fosse l'aggettivo che poi le veniva appiccicato. A livello di massa, in pratica, ha fatto eccezione solo la cultura politica cattolica. Se non ci fosse stata la quale, come si sa, è probabile che non ci sarebbe stata neppure l'Italia democratica che invece abbiamo avuto.
Ma la storia non è acqua. L'Italia democratica, pure se tale, è stata pur sempre figlia di una vicenda che aveva sviluppato un'antica e lunga contiguità con la violenza, nella forma, come ho detto, del mito rivoluzionario (all'origine, non da ultimo, con la Resistenza, della stessa legittimazione della Repubblica). La democrazia da noi non ha potuto che vivere gomito a gomito, e spesso intrecciata, con questo mito e con la sua cultura, entrambi opportunamente trasfigurati nella dimensione dell'«utopia», ancora oggi considerata dal senso comune politico italiano quanto di più nobile e degno la politica possa mettere in campo. Mentre lo Stato di diritto, da tutti a chiacchiere omaggiato e riverito, nei fatti commuove l'animo solo di sparute, sparutissime minoranze: quanti sono infatti, ancora oggi, quelli (a cominciare dal ministro degli Interni, si chiami Pisanu o Amato) che di fronte al blocco di una stazione da parte di un gruppo di scioperanti o alle truffe delle certificazioni sanitarie degli impiegati pubblici invocano il pugno della legge?
In realtà, il germe dell'illegalità e di quella sua manifestazione estrema che è la violenza l'Italia democratica lo porta in certo senso dentro di sé, nella sua storia culturale e dunque nella sua antropologia accreditata. Ed è per questo che non le è mai riuscito e non le riesce neppure oggi di estirparlo.
Può, per fare un esempio, cercare di insegnare l'educazione civica a scuola, ma nello stesso momento in cui lo fa mostra pateticamente quanto lei per prima creda poco ai suoi precetti non riuscendo a impedire in quella stessa scuola il venir meno di ogni norma di condotta, lo scatenarsi della più generale indisciplina. Non è il solo paradosso. C'è pure quello per cui l'Italia è il Paese dove più attecchiscono le parole d'ordine del pacifismo e la predicazione della non violenza ma insieme è anche quello dove rispetto al resto d'Europa più diffusa è la pratica dell'illegalità di massa e più frequente risuona l'esaltazione della violenza o la tolleranza di fatto nei suoi confronti: con una contraddizione solo apparente, però, dal momento che all'origine di entrambi i fenomeni c'è sempre il medesimo retaggio utopico della nostra cultura, sia pure diversamente declinato. Nonché, a custodire e perpetuare quel retaggio, l'involucro di una statualità debole che di fronte alle simpatie filo-Br di Milano dice per bocca del suo ministro degli Interni che sì, in effetti «c'è di che preoccuparsi» ma non se la sente di promettere nulla di più.
Ernesto Galli della Loggia - Corriere della Sera - 27 aprile 2007


Le mutande di Pratesi
Esistono vari modi per parlare di emergenza idrica e per scriverne sui quotidiani. Lo si può fare documentando i fatti, evidenziando i problemi complessi sottesi al fenomeno, con articoli ricchi e ben costruiti che mettano in luce i diversi aspetti della questione. Oppure si può fare la scelta del Corriere della Sera che, non pago di averci già in precedenza deliziato con le abitudini igieniche di Fulco Pratesi, ha pensato bene di ammannirci ancora una volta gli accorgimenti molto personali del presidente del WWF Italia per il risparmio dell'acqua per uso domestico.
Dall'ultima volta apprendiamo che il nostro ha compiuto dei passi in avanti verso la civilizzazione: infatti ci fa sapere che non conserva per un tempo indefinito le sue deiezioni nel water ma si è dotato di uno scarico intelligente che regola la quantità di acqua in base alle necessità. Questo gli ha consentito dunque di non più consigliarci all‚uopo l'uso di secchi sparsi per casa, atti a raccogliere l'acqua di cottura della pasta piuttosto che quella per il lavaggio dei pavimenti (di cui peraltro non ci ha informato: infatti è possibile che essi restino sporchi, magari gli si concede appena una spazzata, chissà).
Ma se il water risulta a posto, la cura della persona lascia molto a desiderare, anche se la causa si direbbe nobile: se infatti un bimbo palestinese ha a disposizione per un giorno intero la quantità di acqua che riempie mezzo lavandino, chi siamo noi per osare una doccia al giorno? E infatti il nostro Pratesi la rifugge, la doccia, come la peste: fa il bagno una volta a settimana, la mattina usa il water ma pulisce le "parti basse" di sera, le mutande poi le sostituisce dopo più di tre giorni e non parliamo di canottiere calzini e camicie, che stazionano sul suo corpo anche per un'intera settimana, con risultati che non osiamo immaginare visto che le abluzioni sono comunque parche' nè sono ammessi - Dio ne scampi! - i deodoranti.
Se poi si dovesse essere invitati a pranzo a casa Pratesi, c'è da informarsi prima sulla presenza della moglie (abbastanza perplessa, per ammissione stessa del nostro "consulente", riguardo all'igiene del marito) che è riuscita, buon per lei, ad evitare la rottamazione della lavastoviglie. In caso contrario, potremmo ritrovarci a mangiare in un unico piatto unto e bisunto che Pratesi per sovrappiù sciacqua appena senza far uso di detersivi: fosse per lui, infatti, "la scarpetta" potrebbe ben bastare alla bisogna!
Insomma,uno stupidario dettagliato con la scansione precisa di orari e abitudini, per diventare tutti degli emuli perfetti di questo ecologista ai quattro formaggi (ovviamente gorgonzola, roquefort, blue stilton, camembert), stazzonati, puteolonti, sgradevoli alla vista e all'olfatto, ma tanto tanto rigorosi.

di Teresa Dentamaro


Zahal, Kadima! Avanti Zahal!
"Zahal, Kadima"
Queste parole hanno dato inizio ai festeggiamenti per il 59 mo compleanno di Israele, le dice ogni anno, da ben 25 , un vecchio soldato che, a Gerusalemme sul Monte Herzl, apre e chiude le cerimonie di Yom Azmaut, ogni anno piu' vecchio e piu' simpatico.
Ogni anno, alla fine dei festeggiamenti, si piazza davanti al Presidente della Knesset e gli annuncia sorridendo " La cerimonia di Yom Haazmaut e' finita, Signore". Quest'anno ha detto "Signora' perche' il presidente della Knesset e facente funzioni del Presidente dello Stato e' Dalia Itzik.
Ogni anno il Presidente di turno lo abbraccia con affetto perche' il vecchio soldato e' un'istituzione in Israele, uno di famiglia, Yom Azmauth e' lui colla sua divisa caki e il basco rosso in testa, il viso di nonno burbero sempre pronto al sorriso.
Il giorno prima Israele aveva stretto in un abbraccio doloroso i suoi 22.305 caduti in guerra e per terrorismo, li aveva commemorati tutti davanti al Kotel , a Gerusalemme, e le sirene, ancora una volta dopo Yom HaShoa', avevano suonato per due minuti avvolgendo tutto Israele nello strazio.
Ventiduemilatrecentocinque morti per l'odio, per il rifiuto arabo di accettare accanto ai loro 21 stati, dislocati in un enorme territorio, uno stato piccolissimo, minuscolo, non arabo e non islamico. Uno stato che gli avrebbe portato solo benefici e progresso. Non lo hanno voluto e da quel giorno tentano di eliminarlo.
Uno stato ebraico, l'unico che gli ebrei abbiano, 20.000 kmq soltanto, un fazzoletto di terra che dava fastidio al mondo arcaico degli arabi e, prima ancora che le Nazioni Unite votassero per la sua nascita, gia' avevano incominciato a fargli la guerra.
Nel 1948 c'e' stata l'invasione seguita da altre guerre e da mezzo secolo di terrorismo.
Per questa stupidita' araba, per questa ignoranza, intransigenza, per il loro odio antisemita sono morti 22.305 israeliani, bambini, neonati, vecchi, adolescenti, famiglie intere decimate e distrutte e tanti troppi soldati giovanissimi, quasi bambini anch'essi.
Nelle sirene c'e' lo strazio delle madri che quando aprono la porta di casa e si trovano davanti due soldati, urlano disperate "NOOOOOO" . Sanno prima di sapere e il cuore si spezza.
C'e' la nostalgia di bambini rimasti senza mamma, bruciata in un autobus, c'e la disperazione di tutto un popolo. Le sirene suonano la morte che accompagna sempre il popolo ebraico, morte data senza nessun altro motivo che l'odio e la stupidita'.
" Non ne avete abbastanza del sangue che avete versato?"
Con queste parole Dalia Itzik, nel suo discorso, si rivolge agli arabi.
"Non ne avete abbastanza? "
"Noi siamo minacciati e attaccati da guerre da vicino e da lontano, dal lontano Iran, alla Siria fino all'Autorita' Palestinese , praticamente fuori dalla porta di casa. Sono tutti la' a dire che vogliono distruggere Israele...assetati di sangue...."
Poi ancora si rivolge ai palestinesi:
"Perche' non sostituite i katiusha e i qassam con computer e con l'educazione all'amore e al rispetto. Il sorriso di un ragazzo e' il futuro non la guerra..."

Alla fine del suo discorso, ha acceso il braciere, ancora fuoco, il fuoco della vita, il fuoco della gioia dopo quello della morte e dell'incubo del giorno precedente, la Giornata del Ricordo dei Caduti.
Ma noi li abbiamo presi quei 22.305 Fiori di Israele, li abbiamo messi nei nostri cuori , abbiamo asciugato le lacrime e li abbiamo portati alla festa del Giorno dell'Indipendenza per ricordare insieme a loro che noi ci siamo, che non li dimentichiamo, che Israele c'e.
Dodici israeliani, tutti cittadini di Gerusalemme perche' quest'anno si celebra anche la riunificazione della Capitale, hanno acceso altrettanti bracieri in onore delle dodici tribu' .
Accendendo i fuochi hanno detto a voce altissima "Le tif'eret Medinat Israel" per lo splendore di Israele.
Chi e' abituato alle parate della Festa della Repubblica in Italia deve sapere che qui da noi e' tutta un'altra cosa, la nostra e' una festa di famiglia, i ballerini hanno vestiti semplici, sembrano fatti in casa da una vecchia zia, i cantanti, soldatine e soldatini, sono tutti in divisa caki, senza gradi, tutti uguali, tutti della stessa famiglia, tutti ragazzi felici che cantano e ballano, anche male, e che ridono felici.
Sono belli, giovani. Non vanno a tempo? Non importa, e' una festa, la nostra festa, e' la festa di Israele.
Una festa semplice, povera rispetto alle parate faraoniche cui siamo abituati in Europa, casalinga, una vera festa israeliana, fuori dai canoni dell'eleganza, del militarismo, dell' etichetta ma vissuta col cuore, con amore e tanta commozione.
Poi arrivano i battaglioni con le bandiere e il pubblico e' in piedi che applaude , qualcuno chiama l'amico o il fratello, forse la figlia che sta marciando e marciano anche maluccio, non sono abituati alle parate ma fanno tanta tenerezza.
Quello che sanno fare bene e' difendere Israele.
Alla fine sono arrivati sulle loro carrozzelle i soldati disabili, feriti in guerra e hanno ballato anche loro le danze israeliane , sorridendo e sudando, accompagnati da giovani scatenati, tutti vestiti di bianco e azzurro, che li facevano girare e li riprendevano e gli si sedevano sulle ginocchia.
Una famiglia di innamorati di questo Paese cosi' piccolo, cosi' coraggioso e cosi' odiato.
Poi e' arrivato il nonno soldato, ha detto "Zahal Kadima", sono ritornate le bandiere di tutti i battaglioni e lui alla fine, tra gli applausi e le risate del pubblico entusiasta, in uno sventolio bianco azzurro, e' andato davati alla Presidente:
" La Festa di Yom Azmaut e' finita, Signora".
L'anno prossimo saranno 60.
Piangeremo ancora , temiamo che il numero dei caduti aumentera', vivremo altri incubi ma alla fine saremo tutti la' e ci sara' anche lui, il nonno soldato che, sotto gli occhi affettuosi e divertiti di tutti, arrivera' da solo, a passo di marcia, sul grande piazzale davanti al mausoleo di Herzl e dira' come ogni anno:
"Zahal, Kadima!".

Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com - www.deborahfait.ilcannocchiale.it

PARTITO DEMOCRATICO/Giornali e poltrone, stagione di saldi
Un nuovo partito? È più facile costruirlo sulle ceneri di qualcosa che è andato a fuoco o addirittura dal nulla. Basta guardare dentro l‚organizzazione di Ds e Margherita per capire che non ha torto Arturo Parisi quando dice «sarà un lavoro improbo». Perché di questi tempi sembra facile liquidare la storia e gli ideali, ricostruire un Pantheon per darsi una nuova (fragile) identità, ma è difficilissimo scardinare assetti di potere, nicchie e rendite che dentro i partiti proliferano. La politica ha una inossidabile resistenza all'autoriforma, figurarsi poi se si tratta di liquidare la ditta e procedere a una fusione. Troppi interessi da conciliare su un solo soggetto.
In gioco c'è il destino di qualche migliaio di dirigenti a livello nazionale e locale. E non si tratta di singole unità, ma di intere famiglie che di politica vivono e, in molti casi, se la passano anche piuttosto bene. Il grosso della partita si gioca sul ponte di comando e i primi rumori di sciabola si sono già sentiti. Perché Prodi sarà pure il leader ma è talmente transeunte che i suoi amici e alleati non si sono neppure preoccupati di salvare il bon ton e così l'arrembaggio alla leadership è partito. Con relativa grancassa mediatica.
Appassionante? Forse. Dietro il duello per il posto di comando c'è però un movimento di truppe silenzioso e invisibile che riguarda l'apparato al centro e soprattutto in periferia. Sì, il vecchio e caro apparato di ciascun partito che si rispetti. Perché assodato che il Partito democratico non sarà costruito nella forma del «partito leggero» - che forse starebbe bene alla Margherita ma non a un colosso come i Ds - l'eccedenza di organismi dirigenziali è la prima cosa che salta all'occhio anche del più sprovveduto degli osservatori politici. E dove c'è un «esubero» ci sono tagli. E dove ci sono tagli c'è la corsa a evitarli con tutti i mezzi possibili.
La metafora aziendale non è affatto casuale. I progetti di fusione, in questo caso, possono essere davvero un modello per chi lavora al Partito democratico. A voler essere maligni, un esempio di fusione nel «settore ulivista» c'è già: il matrimonio bancario tra Intesa e San Paolo. Banca di riferimento di Romano Prodi la prima, istituto più vicino alla Quercia la seconda. Cosa è successo nel caso finanziario? Prima hanno scelto presidente e amministratore delegato poi, per evitare di far saltare la poltrona al gruppo dirigente, si sono inventati il sistema della dual governance e così accanto al consiglio d'amministrazione è spuntato anche il consiglio di sorveglianza. La duplicazione degli organismi è stata la soluzione preferita.
Lo schema rischia di riproporsi tale e quale nel Partito democratico. Osservate il grafico pubblicato qui a fianco:
ovvio che non potranno esserci due segretari e due presidenti ma, appena sotto il vertice si comprende che sarà bagarre vera, dura, senza esclusione di colpi. Chi farà parte della Direzione del Partito democratico? Quanti componenti avrà? E chi sarà disposto nella Direzione nazionale dei Ds o nella Direzione federale della Margherita a farsi da parte? Non vorremmo essere nei panni dei «liquidatori» di Ds e Margherita. E neppure in quello degli attuali tesorieri. I bilanci sono fatti di attività e, quando si parla di politica, soprattutto di passività. Possiamo immaginare il bravissimo Ugo Sposetti, amministratore della Quercia, al tavolo della trattativa di fusione: porta in dote un enorme patrimonio immobiliare e Fassino ci ha tenuto a ribadire che «servono le sezioni» non solo i gazebo cari a Prodi. Liquidare i dirigenti dei 29 dipartimenti della Margherita o fonderli con i 14 dipartimenti e le 24 aree di lavoro dei Ds? Che fare di due quotidiani come l'Unità e Europa? Come e per chi funzionerà il non trascurabile sistema nazionale delle feste dell'Unità?
Qualcuno potrebbe dire che in fondo la soluzione è semplice: basta allargare l'organizzazione. Il problema è che i partiti di elefantiasi possono morire. Non si muovono, non decidono, vengono colti da paralisi. Tutto da scoprire sarà anche il capitolo della contrattazione politica o, per esser più chiari, l'applicazione del manuale Cencelli, della spartizione. La politica è anche questo, nessuno pensa davvero che la partita nel centrosinistra sia tutto un incontro-scontro di ideali. Se il Partito democratico è un soggetto unico, nella divisione dei posti di potere conta per una testa o per due? Trasferite questo scenario a livello locale e pensate a cosa accadrà nelle aziende municipalizzate, casseforti del potere, vera e propria manna per chi crea consenso con i clientes.
Il dilemma del Partito democratico non è tra Essere o non Essere, ma tra Avere e non Avere.

Mario Sechi

L’ANTROPIZZAZIONE DELLA REALTÀ
Dal “Giornale” (23.4.’07): in Cina, un bambino di nove anni scavalca la recinzione e con una fionda comincia a tirare pietre sui coccodrilli. Poi si avvicina troppo, ne prende a bastonate uno e non vede un altro animale che gli arriva alle spalle. Questo secondo coccodrillo lo ghermisce, lo trascina in acqua e lo divora. L’episodio è orrendo ma insegna qualcosa.
Un territorio si dice “antropizzato” quando esso non è più allo stato naturale ma è stato modificato dalla presenza dell’uomo. Cioè quando ci sono strade, tralicci per elettrodotti, ponti, case sparse. L’episodio narrato induce a fare l’ipotesi di un’antropizzazione di tutta la realtà: nel senso che, a forza di modificarla a misura d’uomo, alla fine essa ne esce talmente stravolta che in troppi dimenticano la natura.
Ovviamente, un adulto non ha l’incoscienza di quel povero bambino, per quanto riguarda i coccodrilli. Ma fin troppi pensano che la violenza sia completamente uscita dalle ipotesi verosimili, perfino quando si tratta di legittima difesa; che la fame sia un fenomeno d’altre epoche, quasi che gli scaffali dei supermercati non possano essere che pieni di merce; che nessuno mai possa fare male a un bambino e che per questo i piccoli possano permettersi tutto.
La realtà è molto diversa. Nella savana, i leoni attaccano soprattutto gli animali vecchi e malati oppure i cuccioli. Perché sono quelli meno in grado di correre o meno in grado di difendersi. Quei felini sono spietati ma logici. Perché strapazzarsi ad affrontare un bufalo o un facocero ben risoluto a vendere cara la pelle, quando c’è lì un cucciolo, più indifeso ed anche più tenero da mangiare? Il gatto – che pure è un predatore come il leone – se è attaccato da un cane, scappa: semplicemente perché il cane è più grosso e in natura il più grosso vince.
Ecco perché l’episodio del piccolo, sfortunato cinese è significativo. Nel suo orizzonte mentale si possono tirare le pietre agli animali. Nessuno gli può fare del male seriamente. I bambini avranno pure il diritto di giocare! Ed avranno pure il diritto di dare bastonate ad un bestione torpido e brutto, così, tanto per passare il tempo. Solo che, se questa è la mentalità dei bambini nella realtà antropizzata, nella realtà naturale il piccolo dell’uomo è solo un buon pasto, per giunta con il piacere sportivo di procurarselo da sé, come ha fatto quel coccodrillo. Al bambino mancava quel dato che il gatto ha: il più grosso mangia il più piccolo.
Purtroppo questo errore prospettico non è solo dei bambini. L’intera realtà contemporanea fa sorgere il sospetto che l’umanità civile sia ancor più stupida: il bambino aveva l’inconscia crudeltà dei piccoli che possono divertirsi a dare fastidio mentre gli adulti civili si avvicinano al metaforico coccodrillo non per dargli bastonate ma per offrirgli da mangiare a mani nude. Sono convinti che, essendo gentili e generosi con lui, lui non potrà che essere gentile e generoso con loro. Il coccodrillo – nella mentalità corrente – non è un rettile che vive nei fiumi e conosce solo la fame e la predazione: è l’abitante civile e vagamente democratico di un giardino zoologico. È una parte delle istituzioni. A momenti è un impiegato statale.
Per questo si ha il dovere di essere preoccupati per le sorti dell’occidente. Il mondo civile ha dimenticato che esistono gli aggressori. Ha dimenticato che deve averne una sana paura. Ha dimenticato il dovere di difendersi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 24 aprile 2007

SARKO VINCENTE, SÉGO PIAZZATA
I risultati del primo turno delle elezioni francesi sono sul tavolo, Sarko 31, Ségo 26%. Rimangono da spiegare le ragioni dell’altissima percentuale di votanti e la previsione per il secondo turno.
Nel 1951 l’Italia si trovò a scegliere, praticamente, tra la democrazia e il comunismo, L’URSS e gli Stati Uniti. In quel caso la partecipazione non poteva che essere altissima, perché altissima era la posta in gioco. Viceversa, nei paesi in cui la democrazia è matura, le elezioni non sono un’ordalia.  Negli Stati Uniti, in fondo, che il Presidente sia repubblicano o democratico, per molta gente non fa differenza: e spesso la percentuale non è lontana dal cinquanta per cento. È come se l’elettorato dicesse: “L’uno o l’altro, per me fa lo stesso”.
Se in Francia la percentuale è stata circa dell’84,6%, vuol dire che i votanti non hanno considerato indifferente che vincesse l’uno o l’altro candidato. Per Sarkozy ha giocato la sua personalità marcata, il progetto di governo duro, forte, nazionale, privo di timidezze e non anti-americano: qualcosa di non troppo dissimile da un personaggio come Berlusconi. Per la Royal ha giocato in primo luogo il fatto di non essere Sarkozy, di non avere i suoi programmi e di essere di sinistra. Il messaggio di Sarkozy è stato in positivo, fino ad essere visto da alcuni come pericoloso, quello della Royal in negativo, fino ad essere visto come vago e incosistente.
Il voto di ieri significa dunque che una buona parte dei francesi vuole una svolta a destra: di ordine pubblico, di orgoglio nazionale, di produttivismo, di coraggio nell’azione: e per questo vota Sarkozy. Fra l’altro, questo spiega anche il calo di voti di Le Pen, che ha subito la concorrenza sul suo stesso terreno. Sarkozy è sempre stato in testa nei sondaggi proprio perché il suo programma è stato chiaro e semplice da percepire: una rinascita nel nome del vigore, dell’identità francese, della volontà applicata alla realtà.
La sinistra invece si è mostrata ancora spaventata dalla cattiva esperienza fatta con la candidatura di Jospin: e questo spiega anche  il calo di voti dell’estrema sinistra. Per non essere costretti a votare Sarkozy come a suo tempo dovettero votare per Chirac (pur di sbarrare la strada a Le Pen) molti hanno risolutamente votato Royal. Si sono resi conto che il “voto di testimonianza” poteva condurli ad un nuovo disastro e, per cominciare, sono andati in massa ad esorcizzare lo spettro-Sarkozy.
L’alta percentuale si spiega dunque con una passione fuori dal comune ed anzi con un’animosità particolare di buona parte dell’elettorato, soprattutto contro Sarkozy. Costui è stato, tanto in positivo quanto in negativo, il vero protagonista di questi mesi. Soprattutto se contrapposto alla scolorita Ségolène Royal: una candidata simile a quei politici – Kennedy e Rutelli, per citarne due – di cui si ricordano più il sorriso che le idee. Queste elezioni sono quasi state, fino ad ora, un referendum pro o contro Sarkozy, come da anni ormai in Italia le elezioni sono un referendum pro o contro Berlusconi.
Rimane da vedere che cosa si può prevedere per il prossimo turno. Questo esercizio è sempre azzardato. Persino i sondaggi, che pure sono fondati su dati pazientemente raccolti, possono essere pesantemente erronei. Tuttavia, dal momento che il rischio è solo quello di dover dire “Ebbene sì, ho sbagliato”, sarà pure lecito azzardare qualche idea.
In molti dicono che l’ago della bilancia è Bayrou con il suo 18,50 %. Che non è una piccola percentuale. Solo che mentre un ago è un oggetto singolo e massiccio, che può pendere a destra o a sinistra, la percentuale di Bayrou è composita. Prova ne sia che, prima delle elezioni, Bayrou ha rifiutato un apparentamento con Ségolène Royal, probabilmente perché il suo elettorato non l’avrebbe seguito. E ulteriore riprova di questa mancanza di sintonia, seppure vaga, dell’elettorato di Bayrou, nei confronti dei due attuali finalisti, è dimostrata da questo: che se egli fosse arrivato secondo avrebbe battuto con lo stesso ampio margine sia Sarkozy che la Royal, per l’eccellente ragione che avrebbe aggiunto ai propri i voti quelli degli “antipatizzanti” del concorrente rimasto.
In conclusione, dal momento che i voti di Bayrou andranno più o meno divisi fra i due finalisti; dal momento che Sarkozy tende ad aver fatto il pieno dei voti di centro-destra, mentre la Royal ha fatto il pieno dei voti di centro-sinistra, dovrebbe vincere Sarkozy.
Poi, il futuro nessuno lo conosce.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it  - 23 aprile 2007

W la France!







ALLAH E DIO
Sta scritto – in un testo molto affidabile – che Geova non era “Dio” nel senso corrente, ma “il dio degli ebrei”. E chissà che questo non spieghi il concetto di Israele “popolo eletto”. Infatti, mentre normalmente si pensa che Dio preferirebbe gli ebrei a tutti gli altri popoli, la verità potrebbe essere che gli ebrei hanno eletto Geova a loro dio e dunque è normale che il loro dio combattesse accanto a loro (gli eletti, cioè gli “scelti”) e contro gli altri. Per esempio contro Gerico. Geova era dunque nome proprio. Analogamente, era normale che Apollo, Giove o Minerva avessero dei nomi, perché nessuno di loro era l’unico dio e bisognava distinguerli.
Viceversa, per i filosofi, per esempio Aristotele, Dio non poteva che essere unico. All’unità di Dio si arriva perché si vuole identificare un creatore del tutto e anche perché due dei ugualmente onnipotenti non possono esistere. Se è onnipotente l’uno non lo è l’altro. Questo, anche se, nell’antichità, sono esistite coppie antagoniste di divinità: ma avendo per così dire lasciato da parte il concetto di onnipotenza.
Il Dio degli ebrei, caratteristico per la sua unicità (“Non avrai altro Dio all’infuori di me”, primo comandamento), si è incontrato poi col platonismo, con l’aristotelismo e con la riflessione gnostica. Sicché è stato adottato dal Cristianesimo con gli stessi attributi aristotelici ma con una differenza essenziale rispetto ad Aristotele, senza la quale non si sarebbe potuta avere religione: Dio è stato concepito come provvidenziale. Un dio che non si occupasse degli uomini, infatti, non permetterebbe nessun rapporto uomo-Dio. Nel Cristianesimo anzi questo rapporto di amicizia è divenuto così intenso, che Dio sarebbe stato disposto ad incarnarsi e, in quanto uomo, a soffrire sulla croce per l’umanità.
L’avere la Chiesa stabilito che Gesù non è stato solo un profeta come Isaia o Ezechiele, ma Dio stesso incarnato, ha creato il problema di una dualità di “persone”. Ulteriormente complicata dall’esistenza di un misterioso “Spirito Santo”. Questo ha creato seri rischi di politeismo se non di feticismo: ed è inevitabile avere un moto di perplessità quando si vede gente che prega guardando una statua. L’iconoclastia - una barbarie dal punto di vista artistico - non è detto lo sia dal punto di vista religioso.
Maometto – personaggio peggio che discutibile – in questo ha visto giusto. Se si vuol convincere la massa dell’unicità di Dio e della sua totale trascendenza rispetto ai parametri umani, l’unica soluzione è la più rigorosa iconoclastia. L’interno di qualunque moschea parla dell’astrattezza di Dio più di qualunque chiesa cristiana. Quei muri nudi, quella mancanza di un altare, quell’assenza di riferimenti concreti invitano a trovare Dio dentro di sé, nel pensiero stesso e nella sua parola.
L’umanità ha tendenza al politeismo perché spera, come gli ebrei antichi, di avere una divinità dalla propria parte, per vincere sugli altri e sui loro dei. Inoltre ama avere dei di ambo i sessi e l’avere eliminato nell’Islàm la venerazione della divinità femminile ha provocato a suo tempo una profonda ferita. Quasi in tutte le religioni esiste una divinità femminile dominante: basti citare Iside nell’antichità e la Madonna ancora oggi.
Non è lecito, per i credenti cristiani, sorridere di Allah o credere che sia una divinità diversa dal loro Dio. Anche Allah è il creatore; anche Allah è buono e misericordioso; anche Allah ascolta la preghiere degli uomini; anche Allah è provvidenziale. Anzi, secondo la concezione dell’Islàm (abbandono alla volontà di Dio), è talmente provvidenziale da intervenire massicciamente nelle vicende terrene, fino ad annullare quasi la volontà dell’uomo. L’inerzia del credente è pia: purtroppo con le conseguenze che si conoscono nella società musulmana.
Si può pensare tutto il male che si vuole dell’islamismo; si può ragionevolmente criticare il Corano, anche perché risente maledettamente dei quattordici secoli che ha sul groppone, ma per quanto riguarda Allah bisogna sempre ricordare che è il nostro stesso Dio. E se qualcuno commette crimini in nome di Allah, Allah  non ne è responsabile più di quanto Gesù sia stato responsabile dello sterminio degli Albigesi.
Rimane la questione del diverso rapporto con Dio che ha il cristiano rispetto al musulmano. Il cristiano, partendo dal fatto che Gesù è anche Dio, può rivolgersi a Dio come si rivolgerebbe ad un altro uomo. E questo umanizza la religione. Il cristianesimo è dunque (almeno oggi) una religione più mite, più amichevole, meno severa. Ma il difetto di tutto questo è che i credenti non sono più veramente cristiani. Hanno conservato la religiosità (che è forse un istinto umano) ma ignorano la dottrina cristiana e non seguono i precetti della loro fede. Preferiscono un cristianesimo “fai da te”. Per loro è lecito dire, per quanto insegna il Papa, “questo l’accetto e questo no”. Cosa completamente assurda che però gli stessi preti finiscono col favorire: essi predicano, anche per non perdere clienti, un cristianesimo privo di spina dorsale, fatto di sorrisi e di fratellanza, e confondono la religione con la bontà. Quando non con la politica di sinistra.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it, - 23 aprile 2007
P.S. Mi sono fatto abbastanza nemici o devo anche dire male di Garibaldi? Comunque, lo scritto che precede non intende insegnare nulla. Intende piuttosto porre delle domande.

ADIEU CINQUIEME REPUBLIQUE
Lo choc del 2002, quando la Francia, democratica, liberista, laica, si ritrovò di fronte lo spauracchio Le Pen, potrebbe non esserci, ma basti solo osservare l’incredibile divisione ed indecisione dell’elettorato francese, il totale disinteresse verso le faccende interne (che pure dovrebbero essere prioritarie, la Francia deve assumere un suo ruolo importante in Africa e nel Medio Oriente e deve responsabilizzarsi in Europa, dopo il No alla Costituzione), la grande stagione di contestazione dei francesi e l’attaccamento al leader più che ai programmi per capire che la Francia è un paese in crisi ed il primo paese che affronta le elezioni nel bel mezzo di tre forme di crisi: la solita crisi economico-sociale di tutti i paesi dell’area Euro; la crisi politica ed ideologica di partiti e candidati che hanno iniziato a differenziarsi solo nelle ultime settimane; la crisi morale, etica e culturale di un paese, campione della tolleranza ed ora esasperato. La Francia deve attuare un’inversione di rotta. Da sempre paladina degli interessi economici nazionali, non potrà pretendere che Bnp Paribas o Carrefour facciano i monopolisti in altri paesi, mentre le Opa altrui sull’energia o in altri campi vengano bloccate. Tutti i candidati, indistintamente, hanno chiesto che lo Stato compensi gli errori del progetto Airbus (un progetto europeo che risente dell’euro, ma anche della megalomania franco-tedesca), che lo Stato preservi da svendite e crisi le grandi imprese, dalla Peugeout, alla Sodexho ed altre. Nel frattempo non si sa sec la legge delle 35 ore sarà abolita e se conviene veramente lavorare di più per guadagnare di più oppure se in questo modo la disoccupazione rischierà di aumentare (e nonostante le 35 ore è già ai massimi del 20%). La Francia non assorbe più gli immigrati, non riesce a farli lavorare, né a farli studiare ed in questo senso è stata già surclassata dalla Spagna o dalla Gran Bretagna. Il discorso energia va rivisto, in termini rigorosamente europei e l’affezione francese verso nucleare e settore elettrico, dovrà votarsi all’idroelettrico ed al fotovoltaico.
C’è poi la Francia in crisi politica. Mai la repubblica francese era arrivata ad un confronto a quattro, in un sistema presidenziale a doppio turno, dove il presidente gestisce Governo ed Assemblea Nazionale e dove di solito gli avversari gollisti e socialisti, salvo eccezioni (Poher dell’Udf negli anni sessanta fu l’ultimo candidato “centrista” a giungere al ballottaggio), facevano il vuoto. Adesso l’eccezione diventa realtà, se non rischio. Il rischio Le Pen, l’ “Effetto Bayrou che insidia al 20% la candidata socialista Royal, la stessa Royal che non riesce ad unire i suoi stessi militanti, Besancenot, Bové, e Aillot-Marie e Laguiller, l’estrema sinistra che ancora tocca l’11-12%. Divisioni e spaccature che sottolineano come la Francia dovrà rassegnarsi a dare un ruolo più importante alle forze parlamentari, se non vorrà un presidente continuamente screditato dai suoi stessi premier e dall’intera Francia non rappresentata. La Francia che va alle urne è in piena crisi morale. Il dibattito degli ultimi giorni su eutanasia, pedofilia ed omosessualità rappresenta bene il clima di confusione e l’eccesso di laicismo che in Francia è diventato disordine morale e mentale. Tutto è libertà e tutto è possibilità. Ma non lo è, se la crisi di sicurezza nelle banlieues significa che i giovani non trovano occupazione, non hanno stimoli e sono in preda allo sbando, alle mode, alla rabbia; gli immigrati non chiedono più case popolari ed occupazione di buon cuore, ma parificazione in tutti i sensi; gli operai non vogliono essere più la forza dimenticata dei socialisti e la palla al piede della repubblica; gli impiegati statali non vogliono perdere i loro privilegi. In questa Francia è logico che un sergente di ferro come Sarkozy, attivo e già esperto di battaglie politiche, quasi sicuro vincitore del primo turno, fosse in vantaggio rispetto ad una candidata socialista, frutto non più del vecchio socialismo di bandiera, ma di proposte trasversali, di riforme (parola vietata per i francesi), che Bayrou potesse sembrare il buon padre di famiglia e Le Pen, il solito allarme a non riempire la Francia di gente (al punto che metà dell’elettorato di Le Pen è fatto di immigrati che temono l’arrivo di altri immigrati). In ogni caso anche se lo scenario sarà Sarko vs. Segò, la Francia dovrà fare un salto molto grande, perché i due questa volta non riusciranno a coprire che il 50% dell’elettorato francese e non potranno permettere che l’altro 50% si allinei semplicemente. Non è un caso che Sarkozy cerchi già parte dell’elettorato di FN (che lo appoggerà sicuramente al ballottaggio) e che la Royal dovrà mediare fra l’estrema sinistra e parte dell’elettorato dell’Udf che con Sarkozy non vorrà avere a che fare. Sarà l’addio alla Quinta Repubblica.
Angelo M. D'Addesio

IL PARTITO DEMOCRATICO
Un vecchio detto consiglia: “Se ti dànno dell’asino, hai diritto ad offenderti. Se ti dànno una seconda volta dell’asino, hai diritto di piangere. Ma se ti dànno una terza volta dell’asino, ti conviene cominciare a ragliare”. Nello stesso modo, se sin dal principio non si capisce nulla del lancio di questo “Partito Democratico”, si può essere un po’ imbecilli. Se passano i giorni e si continua a non capire nulla, non è scritto da nessuna parte che si debba essere dei geni. Ma se si fa un congresso, i leader parlano per ore, e la nebbia rimane fitta, significa che dovremmo essere tutti scemi, e ragliare. Oppure che questa operazione politica non è chiara.
Di questo partito conosciamo soltanto gli slogan e, in politica, quando si indicano i fini e non i mezzi, non si è detto niente: sui fini si è sempre tutti d’accordo. Per quanto riguarda il Partito Democratico abbiamo sentito parlare solo di botte piena e di moglie ubriaca. Si è addirittura arrivati alla surreale e inconcludente banalità di distinguere il nuovo partito da un partito nuovo. Ma oggi non c’è nessuno che possa dire che cosa in concreto vuole fare questa compagine politica e soprattutto in che cosa il suo programma sia diverso da (o identico a) quello dei due partiti che si fondono. Tutti si sono rigorosamente tenuti sulle generali, hanno parlato in politichese stretto e si sono applauditi gli uni gli altri come il magliaro e il suo compare. Fino ad ora, in materia di programma, si sta a zero.
Al contrario, sono chiare le difficoltà. Le fusioni sono opportune quando la separazione appare artificiosa e qui, invece, i leader si affannano a ripetere che non perderanno la loro identità, non rinunceranno ai loro ideali e alle loro bandiere. I Ds non faranno in nessun caso parte dei popolari europei, la Margherita non farà in nessun caso parte dei socialisti europei, e allora perché si mettono insieme, se vogliono rimanere distinti?
Seconda difficoltà. La fusione si attua quando l’unione promette migliori risultati ma, almeno per quanto riguarda l’esperienza italiana, la cosa è più che dubbia. In passato infatti queste operazioni hanno condotto ad un risultato elettorale inferiore alla somma dei voti dei soci: memorabile, al riguardo, la fusione di Psi e Psdi.
Terza difficoltà. Si parla di unificare e il primo risultato è quello di perdere una parte dei Ds. E questa scissione (che non si vuole chiamare col suo nome) è un risultato concreto mentre i vantaggi della fusione sono di là da venire.
Sembra che in tutta questa impresa si sia partiti dal lato sbagliato. Quando due formazioni hanno ideali, parametri e programmi tanto comuni da non capire perché vogliano avere denominazioni differenti; quando gli elettori delle due formazioni, non che essere perplessi, spingono per l’unificazione; quando infine tutti - elettori e leader - riconoscono un capo carismatico comune cui tutti sono disposti ad obbedire perché è indispensabile, si può ipotizzare che si arrivi all’unità. Ma qui manca l’identità comune, manca il programma comune, manca l’entusiasmo degli elettori e soprattutto manca un capo carismatico. Una volta che si passerà dalle nebbie dei progetti ad un nome preciso, ad un uomo in concreto, lo si accuserà di partigianeria, di voler far prevalere la sua formazione di provenienza, di non essere all’altezza del compito. Quell’uomo non sarà in una posizione invidiabile. Quando, nel 1958, la Francia andò a cercare in campagna Cincinnato-De Gaulle, lo fece con l’atteggiamento di chi va a mettere il proprio destino nelle mani di qualcuno la cui grandezza, il cui disinteresse e la cui capacità erano al di sopra di ogni discussione. C’è un uomo del genere, pronto a guidare il centro-sinistra?
Il Partito Democratico somiglia ad un uomo che ha deciso di procurarsi una nuova automobile ma per ora ne possiede solo i coprisedili.
Inoltre, se il Partito Democratico parte senza un progetto comune (che cosa s’intende fare per le pensioni?) è giocoforza concludere che il programma di questo nuovo partito è semplicemente l’inazione. Esso non sarebbe altro che l’istituzionalizzazione della situazione attuale. Il governo Prodi è immobilista perché, non appena accenna a muoversi, rischia di cadere, e il Partito Democratico potrebbe come lui avere questo programma: non fare nulla per durare al potere. Complimenti.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 21 aprile 2007

LA PERNACCHIA DI MONSIEUR PLATINI
C’era il rischio di trovarsi una serpe in seno e con un seno così scoperto, la serpe ha potuto giocare come voleva. La serpe è il Monsieur Platini, il seno è quello italiano, sempre più nudo e sudicio di vergogna e l’inferno è l’intero mondo del Calcio, dove l’Italia è riuscita soltanto ad uscirne nella lontana estate del 2006. Ma non pensate che Platini sia stato il mero vendicatore della Francia finalista perdente ai Mondiali. Il Calcio è ben altro e Platini ha capito che da presidente UEFA è meglio farsi amico il sicuro futuro dittatore FIFA Blatter. Pertanto al pari di Ecclestone che porta i GP di Formula Uno in Bahrein e tra poco in Nepal, così Platini porta il mondo del calcio dove il calcio è roba da ricchi, corrotti (al pari dell’Italia), ma i milioni e le tv sono poche, come i polli da spennare. Niente di più facile. L’Italia si presentava alla candidatura per l’Europeo nella peggiore posizione, quella della favorita, illusa dalla vittoria, ma condannata già ad essere sconfitta dall’urna mignatta, dove chiunque può colpire alle spalle, senza essere scoperto. L’Italia si presentava con una nazionale invidiata da tutti, con dirigenti vecchi e bisunti (Matarrese vicepresidente della FIGC, Carraro membro dell’Esecutivo UEFA e perfino Abete non è un nome nuovo, pur essendo il Presidente della FIGC), con una Federazione commissariata, un campionato dimezzato che una squadra zeppa di stranieri non riesce ancora a vincere, nonostante la noia mortale delle altre squadre, con un’immagine deplorevole di hooligans italiani, teppisti che manipolano le squadre, incidenti fuori degli stadi, inagibilità dei medesimi, minacce di nuove penalizzazioni ulteriori per numerose squadre, incredibili presenze televisive di personaggi che hanno gettato sterco sull’intera immagine del Calcio italiano (vedi Moggi, opinionista preferito delle trasmissioni più trash ed ignobili), un ingorgo televisivo mai definito. Di fronte l’Italia aveva la freschezza dei paesi emergenti, e l’Ucraina, un paese da educare e stabilizzare, governato da boss del pallone che da Kiev a Donetsk, scambiano petrolio con giocatori e sperano che la democrazia giunga su un campo di calcio. Vuoi mettere poi la candidatura congiunta, l’effetto Europa Unita che la Polonia dàcon l’Ucraina al mondo intero che guarda ad Est ed Ovest. Scommetto che qualche dirigente italiano possa essere perfino contento all’idea che l’Ucraina possa diventare una nuova patria del mercato calcistico e del business che ne segue.
Quale delusione, dunque, se l’Italia non aveva nulla per essere promossa all’organizzazione degli Europei del 2012. Italia paese perdente. Andò male con le Olimpiadi per Roma, perfino Roma e Milano hanno litigato per quelle del 2016, adesso gli Europei. Siamo il vecchio Continente e di questo siamo la punta inferiore. Platini lo ha capito e ci ha trattato come ci trattava da giocatore, con il sorriso beffardo di chi apre la busta e, parafrasando Alberto Sordi avrebbe voluto dire” Italiani……” e pernacchia.  
Angelo M. D'Addesio

MOLLICHINE
Repubblica in sciopero per una settimana. Prodi rimane a Palazzo Chigi per il disbrigo degli affari correnti.

Il titolo: “Giudice condannato: troppo disordinato”. Ed io ho sgranatogli occhi. Ma poi ho letto il sommario: era un giudice di pace.

Bertinotti: “Non saprei immaginarmi senza la politica”. Eppure perfino il suo partito riesce ad immaginarsi senza di lui.

Sgrena (sul processo Lozano): “In America ci sono forze che vogliono influenzare il processo”. Le conosciamo. Sono le forze della reazione in agguato.

Il Foglio dà notizia di un graffito contro la Cei (GE) e di un altro in un liceo (MI). E io che scrivo sui blog! Dovrei scrivere sui muri, per avere visibilità.

Cho Seung Hui, ha lasciato scritto: “È  colpa vostra se l’ho fatto”. Sì, ma è colpa di sua madre se lui è nato.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 18 aprile 2007

LA STRAGE DI BLACKSBURG
La strage nell’Università di Blacksburg, in Virginia, fa come sempre versare fiumi d’inchiostro. I temi eterni sono: è un fenomeno sempre più grave? È giusto che in America sia tanto facile procurarsi delle armi? Si poteva prevenire una simile strage? E soprattutto, che responsabilità ha la società moderna, in questo genere di tragedie?
Chi è giovane può trovare questi problemi interessanti, chi è anziano non sfugge invece ad un profondo tedio. Una barzelletta fa ridere la prima volta, forse la seconda, ma alla lunga provoca solo un sentimento di imbarazzo. Quei quesiti, sotto l’apparenza pensosa, sono insulsi.
I fatti gravi sembrano “sempre più gravi” e “sempre più frequenti” perché i giornalisti hanno interesse a gonfiare la notizia (per gonfiare se stessi) e perché ognuno non conosce la storia ma solo la propria esperienza. Se sente parlare di un pazzo che dà fuoco ad un grande edificio parla di crimine inaudito: semplicemente perché non ha mai sentito parlare di Erostrato. Se poi un secondo pazzo provoca un altro grande incendio, comincia a parlare di un’epoca dei grandi incendi. Perché è il secondo di cui sente parlare.
Le armi in America sono un polveroso problema che va tanto a sangue alla sinistra perché consente di presentare l’immagine di un paese in cui tutti vanno al saloon con la Colt al fianco e sparano per i motivi più futili. In realtà, anche se un controllo sulle armi è necessario, non bisogna dimenticare che esse non uccidono da sole: sono i delinquenti che uccidono. E, se vogliono farlo, i mezzi se li procurano. In Svizzera tutti coloro che hanno fatto il servizio militare tengono in casa non una scacciacani ma un fucile d’assalto dell’esercito e tuttavia in quel paese non ci sono più morti ammazzati, con tale arma, di quanti ce ne siano in Italia.
Si poteva prevenire la strage? In Italia quasi tutti i palazzi hanno dei balconi e, salendo su una sedia, chiunque può scavalcare la ringhiera e ammazzarsi. C’è modo di prevenire questo fenomeno? Certamente sì. Basta abolire tutti i balconi. E chiudere con grate di ferro tutte le aperture. Certo, rimarrebbe il problema di come fuggire in caso d’incendio, ma non si può aver tutto. In realtà contro la follia umana non c’è parata. Fra l’altro, se si rinchiudessero in manicomio tutti coloro che sembrano pericolosi, si direbbe subito che si sono messe all’ergastolo persone che non hanno fatto niente di male e non sono neanche matte: le diagnosi psichiatriche sono infatti opinabili. La toppa peggiore del buco.
Si chiede infine: che responsabilità ha la società moderna in questo genere di tragedie?
Se un buon calciatore tira in rete da trenta metri e segna, qualcuno chiederebbe forse quale merito ha la società contemporanea per un simile exploit? Certamente no. Tutti penserebbero che quel giovane ha una mira eccezionale, oppure che ha avuto fortuna, e nessuno tirerebbe in ballo la società. Nello stesso modo, se un giovane psichicamente disturbato uccide 33 colleghi e ne ferisce un’altra trentina, il responsabile del fatto è lui e il quesito sulla responsabilità della società è sbagliato. È il singolo che si è procurato l’arma e che ha ucciso. Potrà avere avuto una famiglia difficile (cioè normale), un passato di frustrazioni (come l’abbiamo tutti), e perfino svantaggi particolari (un padre bevitore, una psiche fragile, problemi sessuali), ma rimane il fatto che altri giovani con i suoi stessi problemi non per questo hanno compiuto uno strage: gli studenti di quell’ateneo sono circa ventiseimila.
Questa tendenza a trascurare il singolo e le sue responsabilità, per volgere l’occhio verso la società, non è nuova. È figlia del vecchio pregiudizio di Jean-Jacques Rousseau per il quale l’uomo nasce buono e la società lo travìa. Sicché quando il singolo commette un crimine, è la società che gliel’ha fatto commettere.
Questa idea è delirante. Non si capisce come mai una società composta da uomini nati buoni possa essere cattiva. Se è cattiva, è probabile che gli uomini non nascano buoni: cosa che è facile pensare avendo a che fare con dei bambini. In secondo luogo, se responsabile di tutto fosse la società e non il singolo, il singolo dovrebbe rimanere impunito: con quali risultati è facile immaginare. In terzo luogo, questa concezione – il “determinismo psichico” - nega la libertà di agire del singolo e, se la si accettasse, farebbe crollare in un sol colpo il diritto, la morale e la pacifica convivenza. Per fortuna, esiste un escamotage. Se qualcuno sostiene: “Sì, gli ho dato una coltellata ma non sono libero di agire e dunque non sono responsabile”, la società può sempre rispondergli: “Neanch’io sono libera di non darti quattordici anni di galera”.
Se il giovane demente di Blacksburg non si fosse suicidato, sarebbe stato giusto tenerlo responsabile di ciò che aveva commesso e infliggergli una trentina di ergastoli. È vero, questo non avrebbe fatto resuscitare i poveri morti, ma contro la follia imprevista non c’è difesa.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 17 aprile 2007

ISLAM
L’Islam è una religione di tolleranza e di pace e qualcuno sostiene che l’islamismo estremista – quando non terrorista - è una lettura abusiva del Corano. Ma è possibile, una lettura abusiva del Corano?
Bisogna innanzi tutto ammettere che persone che invocano Allah dalla mattina alla sera, pur compiendo le azioni più orribili, non sono certo indifferenti ai dettami della religione. Diversamente si commetterebbe lo stesso errore che commise certa sinistra al tempo delle Brigate Rosse. Allora molti, per distanziarsi dai loro crimini, sostenevano che i brigatisti non potevano essere comunisti; si dicevano rossi ma erano neri. In realtà, come è stato detto più volte, non tutti gli islamici sono terroristi, ma tutti i terroristi sono islamici. Il problema è dunque: questi musulmani sono buoni musulmani? Effettuano una lettura legittima del Corano?
Al riguardo, si può fare un parallelo col Cristianesimo, che nel tempo ha avuto parecchie “letture”. Diversamente non si sarebbero avute tante eresie e infine le chiese protestanti. Ad esempio nel Vangelo si legge: “Se la tua mano o il tuo piede ti fanno cadere in peccato, tagliali e gettali via da te; meglio è per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani e due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te; meglio è per te entrare nella vita con un occhio solo, che aver due occhi ed esser gettato nella geenna del fuoco” (Matteo, 18,8-9). Che lettura bisogna dare, di questo passaggio? Per la maggior parte dei credenti, Gesù dice che la vita eterna vale più dei piaceri terreni; Origene invece, che non era indotto in tentazione dall’occhio o dalla mano ma dall’istinto sessuale, diede un valore letterale al Vangelo e si castrò. Ma, fece bene?
Qui si vede la differenza fra la Chiesa e la Ummah. La Chiesa, figlia in questo dell’organizzazione e del verticismo romani, è organizzata come un esercito. Ha un capo che la guida e dà ordini indiscutibili. È lui che fornisce l’unica interpretazione autorizzata. Proprio per questo, perché Origene non era autorizzato a “leggere” il Vangelo a modo proprio, il suo gesto è stato condannato e non costituisce legittima lettura del Vangelo. Non ogni interpretazione è possibile nel Cattolicesimo e se si insiste si rischia l’espulsione dalla comunità dei credenti (scomunica), con in più (un tempo) il rogo. Il Magistero della Chiesa è imperativo.
Questa “polizia della dottrina” - malgrado le sbavature, si pensi all’ignobile comportamento tenuto nei confronti di Hus - ha fatto sì che l’unitarietà della dottrina abbia condotto a successivi adattamenti, fino a far sì che il Cattolicesimo sia una religione pressoché compatibile con la modernità. Invece nell’Islàm, come eco dell’anarchia e dell’indipendenza delle popolazioni nomadi presso cui nacque, non esiste organizzazione; non esiste clero; non esiste papa. Esistono studiosi del Corano molto rispettati ma nessuno ha l’autorità per imporne una data lettura: non raramente anzi, anche fra i dotti, esistono profonde divergenze di vedute. Un Origene musulmano sarebbe stato condannato al massimo a titolo personale, non certo a titolo ufficiale: mentre nel Cristianesimo del suo errore si è fatto un paradigma.
Non esistendo nell’Islàm un’interpretazione ufficiale della religione non può esistere una “vera lettura” del Corano. La stessa denominazione di “integralisti”, che tanto spesso si usa a proposito degli estremisti, è sbagliata: essi non sono integralisti perché nessuno può stabilire quale sia l’integralità di quella religione.
Tuttavia il successo della predicazione estremista si spiega col fascino che può avere, presso menti semplici, l’evidenza di un’interpretazione letterale. L’imam può sempre dire: se il Profeta ha detto che al ladro va tagliata la mano, chi siamo noi per dire che questa pratica è inumana e inammissibile? Se Dio – attraverso il suo Profeta –questo ha voluto, significa che è giusto tagliare la mano al ladro, lapidare l’adultera, uccidere gli ebrei, non concedere mai la pace agli infedeli.
La lettura estremistica del Corano non è meno valida della lettura moderata e “moderna”. Rimane solo da capire perché, mentre il mondo si avviava verso uno tsunami tecnologico, gran parte del mondo musulmano nei decenni recenti si sia volto indietro, recuperando la versione più “selvaggia” dell’islamismo.
L’Islàm, in anni molto lontani, ha dato luogo ad una grande civiltà. In seguito però, anche a causa dell’atteggiamento consigliato dalla stessa religione (Islàm infatti significa inerzia, totale abbandono alla volontà di Dio), s’è addormentato e il risultato è stato che è arrivato a non contare più nulla, nel mondo. I territori dei musulmani sono diventati terreni di caccia per il colonialismo ottocentesco e per tutte le conquiste culturali i musulmani sono sempre stati a rimorchio dell’Occidente. Nei loro paesi non hanno avuto uno sviluppo autonomo né le armi, che tanto amano, né la scienza, né la musica, né la medicina, né la filosofia né alcuna altra branca del progresso. Sono arrivati alla più nera miseria, all’ignoranza generalizzata e al degrado totale. Ma il fenomeno non è stato notato in maniera acuta e dolorosa finché le comunicazioni sono state scarse e veicolate soprattutto da testi scritti. Nel momento invece in cui si è generalizzato l’uso della radio e della televisione, accessibili anche agli analfabeti, il confronto col resto del mondo - e soprattutto con quell’Occidente che in passato era stato un vincibile concorrente - ha provocato un forte sentimento di frustrazione. Nel villaggio globale il mondo islamico ha misurato la propria arretratezza.
A questo punto, le reazioni potevano essere due: o impegnarsi a recuperare il tempo perduto – ed è quello che hanno fatto il Giappone e più recentemente la Corea del Sud e la Cina – oppure distruggere ciò che non si poteva avere. Esiste un’invidia che spinge a superare l’altro ma esiste un’invidia che spinge ad ucciderlo: è questo il movente di Caino. Fra l’altro, questo recupero dell’Islàm più primitivo permette di cambiare di segno molte cose. La miseria non è più un fardello, non più di quanto lo fosse per San Francesco. È una cosa senza importanza. La disapprovazione dei moderati, per non parlare degli occidentali, è solo una riprova della purezza della fede. La facilità con cui si uccide e ci si uccide, non che dimostrare disprezzo per l’umanità, dimostra quanto più si crede alla parola del Profeta che all’evidenza stessa e all’istinto di conservazione. E dunque quanto eroici si sia, dal punto di vista morale.
L’estremismo islamico è una salvifica fuga verso l’irrealtà. E tuttavia, in mancanza di un papa che la possa condannare, dal punto di vista teologico islamico è una fuga “legittima”. Inoltre è una fuga efficace perché risolve in un sol colpo tutti i problemi concreti. Il fatto di avere due occhi invece di uno o due piedi invece di uno, non conta nulla rispetto alla fedeltà alla parola del Profeta e, un giorno, all’ingresso in paradiso.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 16 aprile 2007

Siamo tutti orfani Sei Milioni di volte
"Quando io e le mie sorelle siamo arrivate ad Auschwitz, lavoraravano senza sosta cinque crematori. I nazisti erano stanchi e allora prendevano i bambini appena arrivati coi treni e li gettavano dentro i forni."
"Ma come , chiede il giornalista con un filo di voce, sotto schock, ma come...vivi?"
"Si, vivi" , la risposta secca. La voce tremava appena ma gli occhi erano spalancati sull'inferno.
Questa e' una delle testimonianze dei sei sopravvissuti che dovevano accendere le torce in memoria dei sei milioni di ebrei sterminati nella Shoa'.
Il pubblico presente alla cerimonia ascoltava, c'era chi piangeva, chi guardava davanti a se' come inebetito, chi guardava per terra. Ho visto un signore anziano coprisi le orecchie colle mani per non sentire lo strazio di quelle parole.
Un altro sopravvissuto, deportato da Salonicco, con tutta la famiglia e' tornato da solo, tutti morti , i genitori, i fratelli, gli zii, le zie, i cugini, i nonni. Non e' rimasto vivo nessuno della sua famiglia come di tante altre famiglie spazzate via da quel diluvio di orrore e morte che e' stata l'Europa della Shoa'.
Un altro raccontava che lui e suo fratello piu' piccolo correvano per il campo chiamando mamma e papa' e un ebreo belga li ha fermati e gli ha detto "guardate lassu', guardate quel fumo, quelli sono i vostri genitori" Lui e il fratello gli si sono lanciati addosso con i pugni urlando che non era vero, non era vero, non era vero.
Dietro ai sei anziani sopravvissuti c'erano sei giovani ebrei di Israele che, dopo ogni storia, porgevano loro la fiaccola per accendere il braciere.
Sei bracieri , sei fuochi, sei persone morte tanto tempo fa, sei storie, sei milioni di storie tutte finite nel fumo dei camini o nelle fosse comuni. Storie che rotolano tra la cenere umana che ricopre l'Europa, storie che si leggono nelle targhe che si trovano a Berlino , targhe di metallo incastrate nel cemento delle case,"qui abitava la famiglia..., deportata il....ad Auschwitz, a Birkenau, a Bergen Belsen...non tornata...."
Questa mattina sono suonate le sirene in Israele, due minuti di strazio in cui ogni israeliano si alza in piedi , esce dalle auto, scende dagli autobus, ferma ogni lavoro e sta.
Dritto, guardando davanti a se' verso il nulla, sta, e in due minuti rivive la storia , rivede i nonni, i genitori, i figli, montagne di cadaveri, montagne di occhiali , di denti, di capelli. Degli ebrei non si gettava niente, neanche la pelle, poteva servire per le abat jour di qualche nazista che apprezzava il genere.
E di fronte a questo orrore il Nunzio Apostolico si e' permesso di fare i capricci?
Di dire che lui non sarebbe andato alla cerimonia perche' a Yad va Shem c'e una foto di Papa Pio XII con una didascalia che non gli fa proprio onore?
L'ambiguita' del Papa dell'epoca e' nota a tutti, libri, documenti, articoli ne parlano da decenni.
Il Papa ha aiutato gli ebrei? NO, se lo avesse fatto non sarebbero morti tanti, se lo avesse fatto forse avrebbe potuto spegnere i crematori.
Non lo ha fatto, ha permesso che i treni partissero da Roma pieni di vite umane, di persone, famiglie con bambini, giovani pieni di sogni per finire nel buco nero dove li aspettava il demonio dagli occhi azzurri e i baffetti.
Pio XII non ha salvato gli ebrei. Poteva farlo? Doveva tentare. Aveva paura? Si. Normale, umano. Pero'....
Pero' avranno avuto paura anche le decine e decine di preti e suore che hanno rischiato la vita, senza pensarci su, per salvare gli ebrei. Decine e decine di persone semplici, dal cuore grande, con lo sdegno che gli rodeva l'anima, hanno rischiato la vita, tanti sono morti ma non si sono tirati indietro, mai.
Bastava dare un pezzo di pane a un ebreo affamato per morire ammazzati dalle belve eppure qualcuno lo ha fatto, avra' avuto paura ma lo ha fatto ed e' morto.
Oggi queste persone sono tutte nel Libro dei Giusti tra le Nazioni, sono ricordati con un albero , un cespuglio, un fiore, nel Viale dei Giusti a Gerusalemme.
Lui, Pio XII no, lui ha una foto all'interno del memoriale, in mezzo ai carnefici mentre guarda le vittime.
Il Nunzio alla fine e' andato a presenziare la cerimonia, resta la speranza che quelle storie e quelle immagini gli abbiano toccato il cuore e fatto capire che di fronte alla tragedia piu' immensa della storia dell'umanita' la piccola vicenda di un Papa non conta molto.
Anzi conte niente. Robetta.
Contava il Kaddish recitato ieri davanti al bassorilievo di Yad vaShem.
Contava la Hatikva' cantata da tutti mentre ancora le lacrime tremavano in gola.
La Speranza di vivere liberi nel nostro Paese, orfani Sei Milioni di volte.

Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com

SHOAH, ISRAELE RICORDA I MORTI DELL'OLOCAUSTO 
TEL AVIV - Al suono delle sirene, la vita si e' fermata stamani in tutto il territorio di Israele mentre come tutti gli anni lo stato ebraico celebra solennemente la Giornata della Shoah e ricorda i sei milioni di ebrei sterminati in Europa dai nazisti e dai loro alleati.
Nelle scuole le lezioni odierne sono state dedicate al tema dell'Olocausto. Gli allievi hanno accolto sull'attenti il suono delle sirene, raccolti nei cortili. La vita si e' fermata anche negli uffici, nei luoghi pubblici e nelle strade. Al suono delle sirene, trasmesso anche per radio, gli automobilisti hanno accostato i loro automezzi e hanno pure osservato due minuti di raccoglimento. Le solenni cerimonie hanno avuto inizio ieri sera al Museo dell'Olocausto Yad va-Shem di Gerusalemme alla presenza del presidente della Knesset (parlamento), Dalia Yitzik (in sostituzione del capo di stato Moshe Katzav, autosospesosi per vicende giudiziarie), e del primo ministro, Ehud Olmert. Presenti anche il nunzio apostolico, Antonio Franco, assieme con l'intero corpo diplomatico, e il ministro degli esteri della Polonia. Olmert ha in particolare lamentato che ''gran parte della popolazione mondiale non ha ancora preso coscienza della Shoah e resta indifferente alla sorte del popolo ebraico, esposta alla propaganda menzognera di quanti negano l'Olocausto o ne minimizzano la portata''.

LETTI NOMI EBREI ITALIANI
''Ogni uomo ha un nome'': sulla base di questo versetto ebraico la comunita' degli israeliani originari dell'Italia (gli 'Italkim') in occasione della Giornata della Shoah ha oggi provveduto a leggere tutti i nomi degli ebrei uccisi in Italia o deportati dai nazisti verso i campi di sterminio nazisti. Gli 'Italkim' si sono dati appuntamento oggi in due sinagoghe di rito italiano, a Gerusalemme e a Ramat Gan (Tel Aviv) per rendere omaggio alle vittime. La lettura di tutti i nomi, proseguita senza sosta dalla prima mattina, ha richiesto diverse ore. La lista delle vittime, hanno reso noto gli organizzatori, e' stata basata sul ''Libro della Memoria'' di Liliana Picciotto Fargion.

TE NON TI AMO, MA LUI LO ODIO
Il quotidiano francese “Le Monde” segue con attenzione, come è naturale, la battaglia per la conquista della Presidenza della Repubblica francese. Pubblica anzi, in una rubrica quotidiana dal titolo “La campagna ora per ora”, i risultati dei sondaggi dei principali istituti demoscopici francesi (CSA, IFOP, IPSOS, TNS Sofres, BVA ed LH2) a mano a mano che sono pubblicati; e raramente sono più vecchi di una settimana. Sulla base di queste ricerche, da parecchio tempo la classifica delle preferenze di voto è invariata: Sarkozy, Royal, Bayrou, Le Pen. Tutto questo è ben noto. Ciò che invece è interessante leggere sono i sondaggi riguardanti il secondo turno. Anche in questo caso Sarkozy vince contro Ségolène Royal ma tutto cambia nel caso che sia eliminato uno di loro due e il sopravvissuto debba vedersela con Bayrou. La notizia sconvolgente è che, secondo tutti i sondaggi, Bayrou vincerebbe alla grande. Vincerebbe contro la Royal, se fosse contrapposto a lei, e vincerebbe contro Sarkozy, se fosse contrapposto a lui.
Si sarebbe tentati di pensare che Bayrou sia più gradito alla maggioranza dei francesi di quanto non siano i due favoriti ma questo ovviamente non è vero. Se fosse il favorito, non sarebbe terzo nelle preferenze del primo turno. Il fatto è che Bayrou fruisce della “rendita del centro”.
Nel doppio turno la prima volta si vota per la persona “che si ama”, nel secondo turno contro la persona “che si odia”. In Francia, chi vota Ségolène Royal vede il candidato dell’Ump con la stessa simpatia con cui i Ds guardavano a Berlusconi, nelle ultime elezioni politiche italiane; e chi vota Sarkozy ha tendenza a disprezzare, quando non odiare, la candidata socialista.  E poiché si “odia” più facilmente il candidato politicamente più lontano, mentre il “centro” è per definizione più vicino, al secondo turno gli antipatizzanti di Sarkozy voterebbero per Bayrou, e altrettanto farebbero gli antipatizzanti della Royal, se fosse lei la sopravvissuta al primo turno.
Tutto questo fa pensare a quelle situazioni assurde delle favole, in cui si dice al protagonista: “potrai liberare te stesso e la principessa se, rimanendo all’interno del tuo carcere, riuscirai ad aprirne la porta dall’esterno”. Una condizione impossibile, ovviamente, per Bayrou. Il centro può vincere se arriva al secondo turno ma se arriva al secondo turno è più forte della destra o della sinistra, dunque è il secondo partito, non il terzo, e costituisce esso stesso o la destra o la sinistra! Lo schema si riproduce perciò a favore di un terzo partito, intermedio, se esiste. Tutto questo, ovviamente, salvo imprevedibili sorprese.
L’unico caso in cui il sistema permette una vera incertezza è l’ipotesi di tre partiti, (D)estra, (C)entro e (S)inistra che al primo turno abbiano ottenuto questo risultato: D 40%, C 29% e S 31 %. In questo caso, al secondo turno, è ovvio che la destra perderebbe, e non si saprebbe chi vincerebbe nel centro-sinistra, perché lo scarto fra i due partiti è minimo. Ma in questa situazione non c’è un vero centro, ci sono due centri o due sinistre, più o meno uguali. Per parlare di un centro, bisogna che esso si differenzi effettivamente sia dalla destra che dalla sinistra.
Il sistema a due turni ha il preciso scopo di eliminare i piccoli partiti, perfino quando raccolgono fino al venti per cento delle previsioni di voto.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 15 aprile 2007

COOPSERVICE, I FURBETTI DELLA SPECULAZIONE FINANZIARIA
Coopservice nasce nel 1991 dalla fusione fra due cooperative reggiane che vantano un'esperienza ventennale nelle pulizie e nella vigilanza privata: Cierrepi e Coopsicurezza.  La nuova cooperativa si afferma subito come una delle aziende più dinamiche nel panorama italiano dei servizi alle imprese e alla collettività, registrando un elevato tasso di sviluppo.
Nel 2002 la Coopservice, coperativa rossa di Reggio Emilia, acquista il 100 per cento di Servizi Italia, per 13,7 milioni; nell'agosto 2004 la proprietà di Servizi Italia passa ad Aurum, anch'essa al 100 per cento di Coopservice, la quale, nel dicembre dello stesso anno costituisce nel Granducato di Lussemburgo la First Service; nel febbraio 2005, il 43 per cento di Aurum è ceduto alla Fondazione Manodori, di cui è presidente Antonella Spaggiari, ex sindaco diessino di Reggio e responsabile cittadina delle cooperative di servizi di Legacoop., con un'opzione di riacquisto sul 40 per cento a favore della stessa Aurum, a 1,149 euro per azione. È il classico portage, operazione finanziaria proibita con la quale si pilotano gli scambi: due soggetti si mettono d'accordo per passarsi, senza rendere pubblica la transazione, un determinato quantitativo di titoli finanziari sul mercato, in un determinato momento e a un determinato prezzo;
Aurum esercita il diritto di riacquisto sui titoli Servizi Italia nel settembre 2006, versando alla Manodori 5,7 milioni. Ma non lo esercita per sé, bensì «in nome e per conto» di First Service, che diventa così proprietaria del 40 per cento di Servizi Italia. E in novembre la stessa Aurum s'impegna a rilevare dalla società del Granducato un milione e mezzo di titoli (il 12,5 per cento di Servizi Italia) al futuro prezzo di collocamento. Questo, nell'aprile 2007, è fissato in 8,50 euro per azione. Pertanto per il 12,50 per cento di Servizi Italia, First Service riceve da Aurum 13,1 milioni, e altri 28,9 li incassa dall'offerta pubblica di vendita, per 42 milioni, con una plusvalenza di 36,4 esentasse... finiti nelle privatissime tasche di 300 soci, alla faccia non solo degli altri 5 mila soci di Coopservice ma anche delle più elementari regole della mutua solidarietà del sdistema cooperativo, che per questo gode di notevoli vantaggi fiscali.

QUANTO CI SOMIGLIANO QUESTI CUGINI!
Le elezioni francesi contano eccome. Nel panorama italiano, dove Fini si immagina Sarkozy ma è ancora il secondo e non il primo, dove Forza Italia ha già ribattezzato il presidente Berlusconi come un De Gaulle dei tempi moderni ma ha rinunciato alla spinta liberale, dove la sinistra italiana è parimenti divisa come la sinistra francese ma con l’aggravante del vecchiume di cui è circondata, dove il centrista Rutelli vorrebbe imitare Bayrou senza sapere che quest’ultimo è favorevole all’aborto, all’eutanasia ed alle battaglie per i diritti civili...le elezioni francesi sono il metro di ciò che potrebbe accadere in Italia fra cinque anni o forse prima, a meno che l’Italia non decida di concedersi un’altra legislatura di ancient regime.
L’ultimo sondaggio del quotidiano Le Parisien che si è divertito come tanti a costruire le forchette di consenso, vede Sarkozy ancora in testa con il 26-28%, la Royal seconda con il 21-23%, Bayrou al 19-21% e Le Pen al 12-14%. In prospettiva di secondo turno tutti potrebbero avere bisogno di Bayrou, alla faccia del presidenzialismo e del sistema elettorale con doppio turno. Chi vince deve scendere a compromessi con Bayrou e dovrà farlo perché a giugno ci sono le elezioni legislative, quindi…Certamente Royal e Bayrou si somigliano tanto, troppo. Entrambi propongono un nuovo referendum sulla Costituzione Europea, entrambi sono contrari alla filosofia di Sarkozy sui temi dell’eutanasia e della pedofilia (strano ma vero, sono meno socialisti e più vicini alla Chiesa dei gollisti), sulle 35 ore hanno tesi possibiliste, mentre Sarkozy è per il cambiamento radicale: via la legge sulle 35 ore, nuovo pacchetto sicurezza, nuova bozza della Costituzione Europea, nessun compromesso sui temi morali, politica estera filo-atlantica ma anche attenta alle questioni mediorientali e nordafricane. Insomma il quadro è chiaro. Chiaro come si spera, potrà esserlo in Italia nel prossimo futuro. Fini contro Veltroni contro Casini, contro i tanti satelliti della sinistra italiana. Da un lato il braccio duro della destra, dall’altro il volto piacevole, “liberal” della sinistra. In Francia ci hanno già provato. C’è chi dice che questa sia già la battaglia decisiva della destra contro la sinistra in Europa, della ragione contro il sentimento, del cervello contro l’immagine (e che immagine, la Royal è certamente più bella di Sarkozy). In mezzo il passato, quello del Fronte Nazionale, ovvero del populismo da piazza che si improvvisa intellettuale. Noi abbiamo quello di sinistra, in Francia hanno quello di destra; noi abbiamo Bertinotti, prima comunista, poi anti-americano, poi no-global, ora intellettuale istituzionale, perfino fischiato dai suoi, in Francia hanno Le Pen, signore piacione, prima fascista, poi anti-semita, poi paladino anti-immigrazione, ora uomo di mondo che accoglie gli immigrati, purché lavorino, difende i giovani e gli sbandati delle banlieues, perché è colpevole il “sistema duopolista” che non si è mai preso cura di loro e sbatte sul manifesto elettorale gigante una ragazza maghrebina che confessa di essere con Le Pen.
Bisognerà aspettare il 6 maggio, quando Sarkozy e Royal avranno tempo per fare i calcoli necessari. Il primo dovrà ripensare, se è meglio rifugiarsi ancora nel pensiero solidarista di Blum e Jaurès o restare l’uomo tutto d’un pezzo delle destre e la seconda, che ammira Prodi (non contraccambiata, vista l’inspiegabile ammirazione del nostro per Bayrou) ed è stata vittima come lui, della stessa trappola infida delle primarie, dove si esce vincitori e dannati, vittime dell’invidia altrui, della falsità dei risultati (in Francia le primarie sono state limitate al Psf, non hanno partecipato intellettuali e filosofi di sinistra, ma senza tessera che avrebbero premiato Strass-Kahn, che proprio come Veltroni piace anche alla destra, né la sinistra antagonista che avrebbe scelto Fabius) e che si trova a scegliere fra l’”essere” e l’”avere”, essere paladina della sinistra  ed appoggiare le tesi estremiste di Bové, di Besancenot, trozkista ma non troppo, un Diliberto di Francia che oscilla fra il 3 ed il 5% preziosissimo o avere i voti di Bayrou, un centrista di destra che con la sinistra non ha mai avuto nulla a che vedere o meglio ancora un improbabile minestrone alla francese.
Se poi dovesse vincere Bayrou (e potrebbe farlo, europeista convinto, appoggiato dalla destra moderata ed anche dalla sinistra al ballottaggio), pazienza per noi. Non abbiamo nessun Bayrou in Italia e non ci illudiamo minimamente, nonostante l’aria di congresso, che la Dc, pardòn l’Udc abbia qualcosa a che vedere con l’Udf, né che Rutelli e Casini siano paragonabili all’uomo della sorpresa.
 
Angelo
M. D'Addesio

MOLLICHINE
Silvia Baraldini ha avuto una trentina di cittadinanze onorarie, in Italia. Ovvio. Chi non vorrebbe avere per concittadina una condannata per associazione sovversiva?

Pecoraro, al settimanale “A”: “Potrei anche decidere di mettere su famiglia, un giorno. Moglie, figli, quella roba lì”. Ma i figli chi glieli fa?

Prodi, per il “Pd”, sostiene che “non bisogna perdere nessuno”, e non escludere “soggetti interni ed esterni”. Insomma, cani e porci, come si usa dire.

Di Pietro ha detto la sua. Apertamente: “Il Partito democratico doveva essere aperto quando ancora la porta era aperta”.

Aeroflot presenterà “un piano per risolvere la crisi di Alitalia”. Articolo unico: tutti i rappresentanti dei sindacati saranno inviati al Gulag.

D’Alema promette a Gheddafi una strada dalla Tunisia all’Egitto (3,4 mld €). Comodissima. Ai siciliani, per attraversare lo Stretto, converrà passare da lì.

Baccini vuole “Un movimento di pensiero per andare oltre l'Udc”. I politici vogliono sempre andare oltre. Magari oltre il buon senso.

Mastella. Linguaggio diplomatico: “Mi sono sentito anche con Bossi, abbiamo convenuto che l'idea di fotterci c'è...”

Franca Rame: “La mia famiglia era molto povera, ed anche per uscire eravamo costretti a fare a turno per usare le stesse scarpe”. Per fortuna avevano i piedi tutti uguali.

Follini: “Casini dice cose che capitava di dire a me qualche tempo fa con una certa enfasi”. Insomma, Pierferdi è in ritardo di un tradimento.

Prodi ha smentito le accuse di Fini di un “ricatto” a Karzai: “Fini non ha mostrato documenti”. Effettivamente Karzai non ha scritto nulla, ha parlato.

“I caduti del lavoro sono martiri”, lo ha detto il premier Prodi. Di questo governo?

Cicchitto e Quagliarello: “Via il segreto dalle carte Mitrokhin. Il governo dirà no, “sono tutte bugie”. Ed hanno il difetto di somigliare alla verità.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it  -14 aprile 2007


TRISTE COMMENTO MASTROGIACOMINO
SU PRODI, SU D’ALEMA E STRADA GINO

Per quanto la si giri e la si volti
Gli errori del governo sono molti.
Ben lo sappiam che in tutti i governanti
Scrupoli e dubbi sono latitanti:
L’amore primo ed ultimo è il potere,
tenerlo stretto l’unico dovere.
Ma come disse un saggio e vecchio prete,
Cauti certo, casti se potete.
È certo ammesso far ciò che conviene
Ma il fango va nascosto molto bene.
Il nostro Prodi questo l’ha ignorato
E sol per questo s’è disonorato.
Per liberar un infelice ostaggio
Si può perfino aver il gran coraggio
Di negoziar col diavolo in persona
Ma confessarlo non è cosa buona.
Occorre agir con astuta destrezza
E sempre in assoluta segretezza.
Non bisogna l’incarico affidare
A chi da sempre è aduso a straparlare;
E se uno sceglie un tizio tipo Strada
poi non s’illuda di tenerlo a bada.
Gino spiattella quello che ha nel cuore
Che agli altri piaccia o che gli faccia orrore.
Ed una cosa non ha mai imparato:
Chiudere il becco per ragion di Stato.
Prodi sperava gli tenesse il sacco
Mentre mentiva, ma il cocente smacco
Era da prevedere perché Gino,
Che sia un gran genio, un santo od un cretino,
ha solamente una Stella Polare:
l’intera società è da condannare.
Il mondo è ancor la biblica città
Dove un sol giusto ormai si troverà:
si chiama Strada ed il resto è immorale.
Il suo giudizio è proprio universale.
Come se non bastasse poi D’Alema
Senza volerlo contro Prodi rema
In quanto si fa dare del bugiardo
Dal primo che l’ascolta: anche da Pardo.
Passa di gaffe in gaffe e in conclusione
Fa proprio la figura del… guaglione.
Anche se Prodi sorride giulivo
È proprio un momentaccio per l’Ulivo.
Ma la speranza occor che non si perda
Pur se l’Italia resta nella merda.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 14 aprile 2007

IN LODE DELL’IMPUDICIZIA
Il maschio è interessato solo all’aspetto della femmina ed è tendenzialmente poligamo; tende a diffondere al massimo i propri geni e dunque ad accoppiarsi con tutte le donne che trova attraenti. La femmina al contrario, cosciente che le cure parentali sono molto impegnative, cerca un solo partner e che sia “di valore”. Per le donne sono più attraenti gli uomini ricchi, importanti o famosi perché promettono un uomo vincente, dunque un eccellente sostegno per la famiglia. Il loro aspetto importa meno: la bellezza infatti non nutre.
Quando i due sessi si incontrano hanno questi due atteggiamenti: gli uomini tendono a mostrare quanto sono intelligenti, potenti e vincenti. Cercano d’apparire audaci e spiritosi, colti e capaci di offrire una cena in un costoso ristorante: esibiscono i valori che interessano all’altro sesso. Le donne invece si vestono in maniera attraente, si truccano, si pettinano, e fanno di tutto per essere seducenti da capo a piedi e durante l’incontro non tentano neppure di essere troppo spiritose, troppo intelligenti o troppo “pari all’uomo”: perché gli uomini proprio da questo potrebbero essere allarmati. Potrebbero temere d’avere incontrato “un” concorrente nel successo piuttosto che “una” preda. L’incontro ideale è fra un uomo che arriva in decappottabile e una bella donna in minigonna: come ci mostra la pubblicità. Del resto, quando si apprende che un uomo si è sposato, tutti chiedono: “E lei com’è? Bella?”
Il presentarsi come appetibile è, per la giovane, il miglior atout per essere ammessa alla riproduzione. Essendo attraente non solo avrà la possibilità d’avere un partner, ma anche di sceglierselo. Per gli uomini invece la bellezza femminile, che pure è il primo motivo d’interesse, cambia di segno non appena la donna diviene la loro donna. Da quel momento il desiderio degli altri uomini è visto dal “marito” come una sgradita concorrenza e come un pericolo. Colui che si è interessato ad una donna perché aveva un bel décolleté vieta alla moglie quello stesso décolleté, perché inconsciamente è spaventato dall’idea di allevare figli con geni non suoi.

La paura che il maschio ha della concorrenza degli altri maschi ha creato la morale sessuale, caratterizzata da un double standard: finché si sente libero, l’uomo apprezza tutte le donne attraenti e con tutte si vorrebbe accoppiare. Non appena ha una donna stabile accanto, vuole che questa donna non sia più attraente per nessuno. La pudicizia della donna non è dunque qualcosa di naturale: è un’imposizione del maschio che vuole privare la donna della sua principale arma naturale. Il marito vuol essere sicuro della fedeltà della moglie, il padre vuole disporre della sessualità della figlia per sposarla secondo il proprio giudizio e questa esigenza è tanto antica e tanto sentita da aver dato luogo ad un comandamento: “non desiderare la donna d’altri”. Anzi, per essere sicuri che non ci sia occasione di commettere questo peccato, si è inventato il burka, col quale la più bella delle donne è disarmata, nei confronti dell’altro sesso, quanto una donna francamente brutta.
Il meccanismo del double standard funziona in maniera analoga per le donne. Da prima l’uomo che ha fama d’avere avuto molte donne piace alle donne proprio per questo, perché è un “vincente”; poi però la sua donna pretende che lui smetta di interessarsi alle altre e si comprende anche il perché: un solo maschio non può mica sostenere il peso di quattro o cinque famiglie.
La morale sessuale è sostenuta dai vecchi maschi per motivi di ordine sociale, perché dà potere, per evitare di doversi sobbarcare le cure parentali di una figlia sventata e infine per l’invidia di non poter più partecipare a quel bel gioco. Le donne anziane sono severe per lo stesso motivo. I vecchi insomma dicono: “Non ho più la tua arma, dunque tolgo a te la tua”.
La morale sessuale è alle giovani imposta da molti millenni ed esse alla fine la considerano un’evidenza. Anche se un’evidenza non è ed è in contrasto col loro istinto. Il risultato è che, quando l’“insegnamento” è sufficientemente cogente (o si esercita su psiche fragili), si creano le “zitelle”. La pratica della repressione, che nei paesi islamici arriva a punte di delirio (come il chador o il burka, per non parlare delle mutilazioni genitali), è ciò che ha permesso per millenni ai genitori di disporre della figlia come di un bene. Un pegno per accordi fra grandi famiglie, uno strumento per sposalizi fra patrimoni e comunque un essere la cui riproduzione era decisa dai vecchi piuttosto che dall’interessata. La modestia femminile, quando è imposta, è una forma di oppressione: si toglie alla giovane la sua principale arma sessuale e dunque la sua libertà.
La pudicizia è un problema di buon senso, non un problema di morale. Non è che ogni donna debba andare in giro vestita come una prostituta, o debba andare a letto con tutti gli uomini che incontra. Questo non sarebbe in linea con i suoi interessi. Inoltre il cattivo gusto opera una selezione al contrario fra gli uomini. Infine, una donna troppo attraente finisce con l’avere problemi, se sposata e madre.
Purtroppo, dal momento che la bellezza fisica è il principale atout esistenziale delle donne, avviene che esse abbiano bisogno di sentirsi attraenti non più per arrivare alla riproduzione ma per contrastare la naturale insicurezza di ogni essere umano. Alcune, magari frigide, ci tengono ad essere desiderate da tutti gli uomini e si presentano per quello che non sono! Sarebbe bello riuscire a far capire loro che hanno riposto male il proprio narcisismo: e far capire a tutti che la bellezza non è poi così importante, una volta che si è trovato il partner o la partner giusti. Se proprio bisogna dar corso al proprio narcisismo, che sia per il valore centrale dell’essere umano: la personalità.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 12 aprile 2007

Faccia da salvare e faccia da buttare
Silvio Berlusconi è uno statista. Noi no. O almeno io no. Ho visto troppa politica per credere ai buoni sentimenti. E quanto allo scandalo che vede Romano «our man» Prodi al centro del massacro dell’immagine dell’Italia penso che non si debba dare tregua al governo, sia pure con la nobile intenzione di salvare la faccia del Paese. La faccia del Paese starebbe benissimo. La faccia del governo è invece da buttare. L’Italia aveva risalito con Berlusconi la china della mala tradizione che ci aveva voluto inaffidabili, un po’ di qua e un po’ di là, ed eravamo diventati ormai una delle «meglio nazioni» dell’Occidente. Siamo stati noi, con il governo che ha retto questo Paese dal 2001 al 2006 a rimettere in piedi la credibilità dell’Italia e che non ci vengano a ricordare i coraggiosissimi bombardamenti dell’aviazione di D’Alema su Belgrado, né le missioni da crocerossine.
Quanto agli ostaggi ricordo una verità sulla quale bisogna avere il coraggio di sfidare la maggioranza con la prova del fuoco di una Commissione parlamentare d’inchiesta su tutte le trattative, passate e presenti, dalle due Simone a Mastrogiacomo, dalla Sgrena con la morte di Calipari a Quattrocchi caduto ringhiando «Vi faccio vedere come muore un italiano».
Sfidiamoli: vogliamo tutta la verità. Non c’è da avere paura perché una differenza abissale separa i due modelli, diciamo di destra e di sinistra: quando si trattava col nemico ai tempi di Berlusconi tutto avveniva in una speciale stanza di Palazzo Chigi, alla presenza attiva del direttore del Sismi (giustamente portato sugli allori, allora, dalle sinistre) e dei rappresentanti dei partiti dell’opposizione che partecipavano, decidevano, si assumevano le responsabilità per le decisioni prese e, all’occorrenza, le coprivano e ancora le coprono. Ricordo benissimo il clima di entusiasmo che aleggiava in Senato quando il governo veniva a render conto di ciò che aveva fatto insieme all’opposizione nel segreto di una stanza insonorizzata. Avrà pagato? Lo ha fatto con l’opposizione. Ci ha nascosto qualcosa? Ce l’ha nascosta d’accordo con l’opposizione per il bene superiore della vita umana. L’Italia non riceveva lettere di disprezzo da sei ambasciatori alleati e le nostre truppe erano quotate nella borsa dell’onore. Adesso il re è nudo. O, se volete, la mortadella è nuda. Lo scempio di legalità internazionale cui abbiamo assistito è stato un vero mattatoio di disonore e di sangue per i poveri afgani che hanno perso la testa per salvare quella del signorino italiano per cui la sinistra ha mosso manifestazioni di serie A che non ha organizzato per altre vite di serie B.
Ora, Berlusconi è un uomo di Stato e un uomo buono. E chiede che il buon nome del Paese non venga infangato ulteriormente. Nobile proposito, ma dissentiamo: è scaduto il tempo dell’abbraccio pietoso. È arrivata invece l’ora della trasparenza e della resa dei conti senza timori e senza sconti, il miglior cosmetico per l’immagine dell’Italia.

Paolo Guzzanti -www.paologuzzanti.it


Conoscerlo meglio: Strada Gino
C'è uno strano caso di "silenzio stampa" in questo nostro grande paese: quello riguardante il passato violento del dottor Gino Strada. Il pacifista, la colomba, l'uomo che ama il bene e fa del bene, il missionario laico che va in soccorso degli oppressi, colui che predica col ramoscello d'ulivo in bocca, è lo stesso che faceva da "luogotenente" - insieme al futuro odontoiatra Leghissa - a Luca Cafiero il famigerato capo del servizio d'ordine del famigerato Movimento Studentesco del l'Università Statale di Milano, quello dei terribili e mai dimenticati "katanghesi". Sì, è proprio lui: il "pacifista" Gino Strada, colui che oggi dà dei "delinquenti politici" agli esponenti della casa della Libertà e dei DS che non vogliono soggiacere ai suoi diktat di aspirante leader politico che sogna un seggio in Parlamento. Per l'esattezza Strada, insieme a Leghissa, era il capo del servizio d'ordine di Medicina e Scienze e il suo gruppo o squadra aveva questo inequivocabile nome: "Lenin". Rispetto ai capi degli altri servizi d'ordine - ad esempio Mario Martucci per la Bocconi e il suo gruppo "Stalin", o Franco Origoni per la squadra di Architettura, o Roberto Tuminelli, l'erede delle famose scuole private per il recupero-anni, alla guida del gruppo "Dimitroff", il bulgaro segretario della Terza Internazionale accusato da Hitler di aver incendiato il Reichstag - il gruppo guidato da Strada si distingueva per la più cieca obbedienza e fedeltà a quel fior di democratico e di amante dei diritti civili che rispondeva al nome di Luca Cafiero, capo supremo di tutti i Servizi d'Ordine e poi divenuto deputato del PCI, candidato a Napoli, dove superò addirittura in fatto di preferenze l'on. Giorgio Napolitano. Ora Cafiero è ritornato a fare il docente universitario alla facoltà di Filosofia della Statale. Al comando generale e assoluto di Cafiero c'erano i gruppi "Stalin", "Dimitroff" e tanti altri - ciascuno dei quali aveva uno o più sotto-capi -, ma era il "Lenin" di Gino Strada che si distingueva per la prontezza e la capacità di intervento laddove ce ne fosse stato bisogno.
In sostanza, ancora ben lontano dallo scoprire il suo attuale animo pacifista, Gino Strada era uno degli uomini di punta di quel Movimento dichiaratamente marxista-leninista-stalinista-maoista che aveva i suoi uomini guida in Mario Capanna, Salvatore "Turi" Toscano e Luca Cafiero. I milanesi, e non solo loro, ricordano benissimo quegli anni, e soprattutto quei sabati di violenza, di scontri, di disordini. Ma ora nessuno dice loro che ad accendere quelle scintille c'era anche l'odierno "predicatore" Gino Strada.
Solo che allora non aveva dimestichezza con le colombe bianche, le bandiere multicolori, il rispetto altrui, il ramoscello d'ulivo.
Ma era molto di più avvezzo ai seguenti segni identificativi: l'eskimo, il casco da combattimento, e l'obbligo di portare con sé, 24 ore su 24, le "caramelle": cioè due sassi nelle tasche e soprattutto "la penna", cioè la famosa Hazet 36 cromata, una chiave inglese d'acciaio lunga quasi mezzo metro nascosta sotto l'eskimo o nelle tasche del loden. Alla "penna" - si usava tale termine durante le telefonate per evitare problemi con le intercettazioni - si era arrivati partendo dalla "stagetta" (i manici di piccone che avevano il difetto di spezzarsi al contatto col cranio da colpire), dalle mazze con avvitato un bullone sulla sommità per fare più male, e dai tondini di ferro usati per armare il cemento, ma anch'essi non adatti poiché si piegavano. I katanghesi e il loro servizio
d'ordine, Gino Strada in testa, erano arrivati a questa scelta finale in fatto di armamentario, su esplicita indicazione del loro collegio di difesa che allineava nomi oggi famosissimi come quello di Gaetano Pecorella, Marco Janni, Gigi Mariani, insieme ad altre decine di futuri principi del foro, mentre sul fronte dei "Magistrati Democratici" spiccava la figura di Edmondo Bruti Liberati.
Il "collegio di difesa" aveva dato istruzioni ben precise in caso di arresti e processi: "Negare sempre l'evidenza", anche in caso di fotografie o filmati inequivocabili, definire come "strumento di lavoro" la scoperta eventuale della chiave inglese. Sarebbe stato difficile giustificare come tale un manico da piccone o un tondino di ferro, facilmente considerabili e catalogabili come "arma impropria", mentre diventata più facile con la chiave inglese. "Dite che stavate andando a riparare il bagno della nonna o che vi serviva per sistemare l'auto di vostro padre", poteva essere una delle indicazioni difensive consigliate in caso di bisogno.
"Pacifici ma mai pacifisti" era uno degli slogan ideati da Mario Capanna, ed è strano dunque che oggi Gino Strada si definisca proprio "pacifista". Comunque - a parte la canzoncina ritmata con cui si caricavano prima degli scontri (kata-kata-katanga) - essi pronunciavano ad alta voce ben altri slogan di quelli di oggi e perseguivano ben altri obiettivi. E i loro avversari non erano solo i Tommaso Staiti sul fronte della destra, ma anche i "compagni" di Avanguardia Operaia (molti dei quali oggi sono esponenti dei Verdi), Lotta Continua (dei Sofri, Mario Deaglio, Gad Lerner, apprezzato radiocronista dai microfoni di Radio Popolare incaricato di dare le istruzioni in diretta sulle vie da evitare e sulle strade di fuga in cui fuggire) e Lotta Comunista (memorabile e indimenticabile uno scontro di inaudita violenza) e perfino coi primi gruppi di Comunione & Liberazione. Anche quelli di sinistra erano i "nemici" di Strada al pari di Tom Staiti e dei suoi. Non c'è bisogno di scomodare la memoria del prefetto Mazza e del suo famoso rapporto, la cui rispondenza alla verità venne riconosciuta solo molti anni dopo, per affermare che il servizio d'ordine del Movimento Studentesco era uno dei corpi più militarizzati, una autentica banda armata che incuteva terrore e seminava odio in quegli anni.
Si trattava di una autentica falange macedone di 300-500 persone, (Strada e Leghissa ne guidavano una cinquantina), che non arretravano di un millimetro nemmeno di fronte agli scudi della polizia in assetto da combattimento. Semmai, purtroppo avveniva talvolta il contrario. Unico aspetto positivo è che, a differenza di Lotta Continua, l'MS non ha prodotto successivi passaggi al terrorismo. Anche se bisognerebbe riaprire le pagine del delitto Franceschi alla Bocconi e sarebbe ora che la coscienza di qualcuno che conosce la verità finalmente si aprisse. Che si trattasse di un corpo militarizzato, in tutti i sensi, strumenti di violenza compresi, è fuor di dubbio. Così come è indubitabile la autentica ed elevata ferocia che caratterizzava quei gruppi che attaccavano deliberatamente la polizia come quando si trattò di arrivare alla Bocconi per conquistare il diritto dei lavoratori ad avere le aule per i loro corsi serali. E non possono certo essere le attuali conversioni dei Sergio Cusani, degli Alessandro Dalai, dei Gino Strada, degli Ugo Volli (considerato, senza ritengno alcuno, "l'erede di Umberto Eco") o degli Ugo Vallardi (al vertice del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera) a far dimenticare quegli anni, quelle violenze, e quelle "squadre di propaganda" di cui faceva parte anche un certo Sergio Cofferati, in qualità di studente-lavoratore della Pirelli. Qualcuno, quando incrocia il dottor Gino Strada in qualche talk-show televisivo, vuole provare a ricordargli se ha qualche ricordo di quei giorni, di quegli scontri, di quelle spranghe, di quei ragazzi (poliziotti o studenti) rimasti sul selciato? Che bello sarebbe poterglielo chiedere al dottor Gino Strada se rinnega il suo passato e come si concilia col suo presente.
E poi, soprattutto: quale titolo ha costui per poter definire "delinquenti politici" gli altri?
(di Gigi Moncalvo, pubblicato da Capperi nel 2005)

HAYDN
Uno scrittore che conosco si è chiesto: “Che senso avrebbe [infatti] continuare a campare dopo aver scoperto il senso della vita, ossia dopo averne estirpato tutti quegli elementi – il mistero, lo stupore, il caso, l’inatteso, l’inesplicabile – che sono manifestamente inseparabili sia dalla felicità sia dal dolore, vale a dire da tutto ciò che rende la vita <interessante>?” (Ruggero Guarini, Fisimario Napoletano, Spirali).
La considerazione nasceva da una citazione di Leopardi, là dove il poeta parla del momento in cui il mondo sarà finito e tornato al silenzioso caos iniziale. Effettivamente, ci vuole lo stomaco di Gargantua per digerire il concetto di un quieto nulla, dimentico di tutto ciò che è stato, di tutto il nostro universo esistenziale. Ma forse il piacere di vivere, checché ne dica Guarini, può essere ritrovato, malgrado l’incombere di quello spietato esito, attraverso una scorciatoia. Una scorciatoia da percorrere di buon passo, solo fermandosi per ascoltare un paio di sinfonie di Haydn.
Chi scopre la grande musica arriva presto a vette d’entusiasmo. Che tempeste emotive, accostandosi al volitivo titanismo di Beethoven, alla straziante e tuttavia incantevole malinconia di Schubert e infine, se si hanno orecchie fini, alla divina, astratta e sapiente armonia di un Bach! Ma Haydn? Haydn, che pure è molto più semplice, è più difficile da comprendere perché lascia più freddi. Forse addirittura perché c’è meno da comprendere. Non solo non giunge all’arte miracolosa di un Mozart, ma nemmeno a coinvolgerci come il dolente Pergolesi dello “Stabat Mater” o l’enfatico, esplosivo Caikowskij della Quinta Sinfonia. Haydn è solo un grande, grandissimo artigiano. Non compie prodigi, produce in serie. Beethoven è arrivato a stento a nove sinfonie, Brahms si è fermato a quattro, Franz Joseph ha superato le cento.
Ecco ciò che insegna Haydn: la musica può essere bella e valida senza essere eccezionale, senza strizzarci il cuore fino a farne sprizzare il sangue come pure senza catturare il nostro udito e la nostra anima fino ad annullarci, a ridurci ad un paio d’orecchie ipnotizzate. Haydn è un piacere normale. Quieto. Ripetibile. Non è delirio, è serenità. È solo musica, non confessione, non rivelazione, non grido di dolore o d’amore.
E con questo si torna alla situazione della vita senza metafisica, senza futuro ed anzi con una prospettiva di morte universale.
Di illusioni si ha bisogno finché ancora ci si illude. Quando infine, sia pure con uno stomaco più piccolo di quello di Gargantua, si è inevitabilmente compresa la natura contingente, transeunte, in una parola mortale del mondo, si può amare la vita come si ama Haydn. Senza aspettarsene troppo. La si può amare perché il tè ha finalmente raggiunto la temperatura giusta per essere bevuto, perché appena arriverò a casa il mio cane mi farà le feste, perché il letto che prima era freddo ora si è riscaldato e mi vorrà bene per tutta la notte.
La risposta ad un mondo senza senso, che sparirà senza lasciare traccia, è una vita nascosta che vale per sé, finché dura; che non promette molto ed anzi, se abbiamo fortuna, solo serenità. In compagnia della musica di Haydn.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 11 aprile 2007


LA CANTONATA
Sul “Corriere della Sera”, 11 aprile 2007: “Caro Romano, d'accordo con il no al velo in classe. Allora bisognerebbe dire no anche ai pantaloni che mostrano slip e tanga, no ai top che lasciano scoperto l'ombelico. O le limitazioni devono riguardare solo i musulmani e i giovani cattolici possono permettersi tutto? Daniele Iannone, Milano”. Sergio Romano risponde:  “È davvero strana una società in cui il pudore provoca maggiore scandalo della sua mancanza”.
Questo scambio di battute serve per dimostrare ottimamente come si può essere colti, intelligenti ed anche sottili, e tuttavia un certo giorno svegliarsi stanchi e distratti e prendere una monumentale cantonata.
Romano non ha pensato che la differenza non riguarda quanti centimetri quadrati della propria pelle si vogliono mostrare, ma quanti si è autorizzati a mostrarne. La moda dell’ombelico al vento, delle mutande che sporgono da jeans a vita bassa, delle minigonne che non lasciano ignorare il colore degli slip eccetera è certamente di pessimo gusto. Ma nessuno è obbligato a seguirla. E dunque se una donna preferisce indossare un classico tailleur può benissimo farlo. In certi posti, per esempio i marciapiedi dei lungomare, si possono perfino incontrare donne in bikini. Poi, si è liberi di guardarle o di non guardarle, così come loro sono state libere di andare fuori dallo stabilimento balneare così poco coperte. La differenza che Romano non ha visto è una cosetta pressoché insignificante che chiamano libertà.
Il velo in classe troppo spesso non è la scelta dell’interessata. È la scelta della famiglia musulmana. Infatti tutti i ragazzini, se a una cosa aspirano, è ad essere accettati. A sentirsi parte del gruppo. Ad essere come gli altri. E per questo seguono anche le mode più stupide: comprano lo stesso prodotto, le scarpe della stessa marca degli altri, è perfino esistita la moda dello zainetto con lo stesso logo in cui portare i libri. Si può credere che mentre le altre portano anelli al naso o perle sulla lingua, esibiscono ombelichi, si fanno disegnare dall’elastico, attraverso la stoffa dei pantaloni, le dimensioni insignificanti del tanga, e in totale a volte si acconciano come professioniste del sesso, le giovani musulmane aspirino invece a vestirsi come monache e ad essere diverse da tutte le altre? Quand’è l’ultima volta che Sergio Romano ha avuto da fare con una tredicenne? Non ha nipoti?
Ecco la ragione della legge sul velo, recentemente votata in Francia. Non si vieta ad una donna di portare il burka, se così preferisce, perché si presume che una donna di trenta o di quarant’anni sia libera di scegliere il proprio abbigliamento. Ma un’adolescente no. Un’adolescente porta i vestiti che le comprano e magari le impongono d’indossare. Non è il pudore, che fa scandalo, come scrive l’illustre commentatore del Corriere della Sera: è l’oppressione della donna islamica. E se non l’ha capito, è perché quandoque dormitat et bonus Homerus, cioè a volte anche una persona intelligente può dire un’enorme sciocchezza.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 11 aprile 2007


Come ci hanno ridotti!
Quando e' nato mio figlio ho sperato, come tutti i genitori , che potesse vivere in un mondo tranquillo fatto di sogni, di desideri e speranze.
Io sono  nata alla fine della 2 Guerra Mondiale, la mia giovinezza e' stata segnata dai racconti della Shoa' e dalla vista dei tremori di mia madre se alla televisione parlavano di nazisti e di lager.
Ricordo ancora il suo viso diventare come una maschera  di rassegnata disperazione e la sua voce farsi dura mentre diceva "Spegni".
Ho sperato tanto che, dopo quella vergogna di cui si era macchiato l'uomo, mio figlio potesse vivere senza guerre e violenza in un mondo reso pacifico, per forza e suo malgrado, dalla vista delle ceneri dei morti su cui camminava, dal fumo delle anime passate per i camini che respirava, dal fungo della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki che gli occhi si rifiutavano di guardare. 
No, l'orrore non e' stato abbastanza e siamo arrivati ad assistere urlando a quelle due Torri implose quando quattro ali diaboliche le hanno colpite sciogliendo in un colpo solo i corpi di 3000 persone e le speranze del mondo civile.
No, nemmeno quell'orrore e' stato  abbastanza e oggi mio figlio e i suoi figli, tutti noi, ci troviamo a vivere in un mondo dove gruppi di non persone sgozzano e decapitano la gente come se nulla fosse e dove ascoltiamo queste orrende  notizie mentre sediamo a tavola e magari qualcuno nemmeno smette di mangiare.
Cosa siamo diventati? Come ci hanno ridotti?
Non era questo che volevo!
Non era questo che volevamo!
Ricordo il primo sgozzamento di un occidentale , quello di Daniel Pearl: "Sono ebreo, mia madre e mio padre sono ebrei" e poi il rantolo nel suo sangue, ricordo la disperazione che mi prese e che prese tutti per la barbarie cui stavamo assistendo ancora dopo Auschwitz.
Ricordo l'attacco a Israele di Saddam Hussein e la paura della fine.
Credevamo, speravamo fosse l'ultimo ma quando e' nato il mio primo nipote l'ospedale ha consegnato ai genitori una maschera antigas per neonati.
Non posso dimenticare  il brivido che provai e la ribellione che mi prese al solo pensiero che qualche mostro arabo potesse metterci in condizioni di rinchiudere un piccolo bambino la' dentro.
Non era finita.
Ricordo il bagno di sangue in Israele, anni da incubo, anni di terrore, decine di autobus, bar, ristoranti coperti di cadaveri mutilati che i volontari raccoglievano pezzetto per pezzetto fino all'ultimo lembo di pelle appiccicato nell'asfalto o sui muri.
La follia del dolore, mamme che accompagnavano al cimitero i loro bambini, bambini che piangevano i loro genitori.
Quel piccolo bambino  colla kipa' fra i riccioli che diceva "Mamma, mi manchi" tra le lacrime.
Papa' che mandavano i loro figli a scuola su autobus diversi per paura di perderli tutti insieme, un bum e finita la vita, un bum e finita la famiglia, un bum e finito Israele.
Quanti anni va avanti questa storia? Duemila?
Ancora non sono stanchi, ancora vogliono annichilirci, ancora tengono tra le loro luride mani i nostri ragazzi.
Ancora dobbiamo leggere lettere simili , lettere che ti fanno scoppiare di dolore, lettere di una mamma a suo figlio, prigioniero di mostri barbuti col turbante:
 
Udi, bambino mio.
Oggi è la vigilia di Passover, la festa della libertà. In famiglia la celebreremo separatamente quest‚anno. Il papà, Yair ed io andremo a casa dalla zia Nurit e zio Eitan, mentre Gadi è ancora in India.
Sai, non abbiamo mai passato in questo modo Passover. Eravamo sempre insieme ridendo, scherzando, chiacchierando, andando in giro. Insomma, facevamo tutto sentendoci immensamente tutti felici.
Ora siamo qui con te in ogni istante, giorno e notte, resistendo, non dandoci per vinti, proprio perché nessuno ci sconfiggerà.
Questa notte cercheremo di dare un sorriso come segno di gratitudine verso chi ci ospita. Cercheremo di fare questo.
Udi, devo dirti una cosa. Sono stata avvicinata da diverse famiglie le quali mi dissero che non avrebbero celebrato quest‚anno Passover per solidarietà con le tre famiglie dei ragazzi rapiti; Goldwasser Regev e Shalit. Noi queste meravigliose famiglie non le conosciamo ma ho chiesto ugualmente loro di non rinunciare a festeggiare Passover, ma di celebrarla ugualmente a dispetto di chi ci vuole deboli e sconfitti.
Da parte nostra la celebreremo con una sedia vuota. La tua.
Ma anche quelle di Gilad ed Eldad.
Ti prometto che nessuno ci sconfiggerà, ne Hizbullah, e nemmeno Hamas. Nessuno ci metterà a repentaglio, noi saremo garanti del tuo rilascio. La battaglia che stiamo facendo oggi per il tuo rilascio, garantirà la salvezza dei nostri bambini in futuro.
Udi, suppongo che tu non sappia che giorno è oggi, suppongo che tu non sappia che il cielo è blu e che la primavera è molto vicina. Forse i fiori che sbocciano ti stanno raggiungendo con il loro profumo. Può darsi che tu senta il canto degli uccelli che migrano, e forse tutto questo è immerso anche nei tuoi pensieri, ma sappi che ora siamo qui con te, ogni istante, giorno e notte, resistendo, non dandoci per vinti, proprio perché nessuno ci sconfiggerà.
Felice Passover a te caro bambino mio.
Felice Passover a tutta Israele.
Tua madre, Miki.
 
 Non sono mai stanchi di male, mai stanchi di farci assistere all'orrore della loro cultura di morte e di odio e di  povera gente rantolante nel suo stesso sangue, mai stanchi di ridere del nostro dolore e della nostra paura, mai stanchi di distruggere le nostre speranze e anche la nostra stessa umanita'.
Per mio figlio e per i suoi bambini,  per tutti i bambini di Israele, io continuo a sognare un mondo diverso, e lo voglio!
Lo pretendo!
Un mondo di coraggio, un mondo dove possano giocare nei prati senza paura dell'orco barbuto in turbante o kefiah, un mondo dove possano andare, come dice la mamma di Udi, a vedere gli uccelli migratori e ,lei ha ragione, non ci daremo per vinti,  la brutalita' di una non cultura, il demone della barbarie non ci sconfiggeranno.
 
Il giorno di Pasqua pero' i nuovi nazisti d'Oriente hanno decapitato un uomo e
il ribrezzo e il terrore che si prova di fronte alla ferocia piu' bestiale non e' stato come quello provato per il primo, per Daniel, l'orrore provato dalla gente e'  passato quasi  inosservato.
Nessuno ha gridato di sdegno, nessuno si e' messo le mani tra i capelli, nessuno ha pianto. Era Pasqua, scampagnate, pranzi, giochi, felicita', probabilmente anche il giornalista Mastrogiacomo si puliva la bocca dopo un buon pasto ( che spero gli sia rimasto sullo stomaco) mentre dall'altra parte del mondo a un uomo terrorizzato, il suo interprete,  i talebani figli di Allah tagliavano la testa dopo averlo sgozzato.
Allora io mi sento confusa e  piena di rabbia, come e' possibile che ci abbiano abituati a questo, non puo' essere che ci siamo assuefatti al loro inferno medioevale, alla loro ferocia.
Noi non possiamo fare altro che essere molto molto arrabbiati ribellandoci con coraggio e con orgoglio,  maledicendo il Male che sono e il Male che fanno e quelli che , in Europa, li difendono e li proteggono dopo essersi calati i pantaloni.
Noi  dobbiamo sconfiggere  questi figli della morte  e farli sprofondare  nel loro mondo  di sangue e di sabbia.
 
Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com <http://www.informazionecorretta.com>

PASTICCIO DISUMANITARIO
Coloro che chiedono conto del loro comportamento. Ma a che titolo si lamentano? Trattative opache per il rilascio degli ostaggi sono state condotte anche dal governo Berlusconi, quello che avrebbe avuto scarso senso dello stato, ma la centrale operativa del negoziato ha sempre lavorato sotto la regia dei nostri servizi di sicurezza e tra i risultati non ci furono gole tagliate, prezzi esosi fino al parossismo e polemiche omertose rotte dalle grida vendicative di un Gino Strada e dagli imbarazzi delle tribù di sinistra. Qui lo stato fa senso, abdica, mette tutto nelle mani di un ammiratore dei talebani, che con essi convive nella zona grigia e che stima i mullah in armi contro l’occidente più di quanto non stimi l’Italia e i suoi alleati. Qui la determinazione del bottino è nelle mani dei banditi, che sbertucciano con richieste al rialzo incontrollabili il potere di Karzai e la diplomazia spregiudicata e cinica di D’Alema e di Prodi, si fanno consegnare cinque capi militari dopo aver sgozzato un rapito e riservandosi, nella disattenzione generale, di sgozzarne un altro nei giorni di Pasqua. Dobbiamo credere a Strada, il nostro improvvisato ministro degli Esteri e capo dei servizi, che ha sostituito sul campo impedendone l’azione con il viatico del governo, e pensare che Ramatullah Hanefi, il mediatore del mediatore, sia incolpevole di quanto gli attribuiscono obliquamente, e per ora senza capi di imputazione chiari, i servizi di Kabul. Compiendo ancora una volta un gesto devastante per il potere di difesa dei nostri e degli alleati in Afghanistan, mentre due francesi sono nelle loro mani, il cosiddetto mediatore ha rivelato che il suo uomo aveva portato fiumi di denaro ai vari Dadullah per la liberazione di Gabriele Torsello e ha accusato lui, non noi, Prodi e Karzai di essere responsabili della morte per decapitazione di Adjmal Nasqbandi, l’interprete. E tutto nasce di qui, tutto questo ignobile pasticcio disumanitario nasce dal fatto che a Strada riesce impossibile, per via del suo pacifismo ideologico e farlocco, capire che i tagliagole sono i talebani, del cui potere ha bisogno per vantare la sua bontà e le sue opere di bardo umanitario. E da questa ambiguità nel rapporto con il nemico, fissato al livello di una mediazione compromessa dall’ideologia, viene il sangue versato, di lì viene la cupa sfortuna in cui ci ha cacciato e si è cacciato questo governo incapace quando ha deciso che anche la politica estera e di sicurezza si può fare in piazza o in strada, come fosse una manifestazione in Campidoglio. Se ne vadano, invece di lamentarsi, dopo avere rimediato per sé e per il paese che dovrebbero rappresentare una reputazione non combattente di piccolo meretricio politico e di disonore militare.

(dal Foglio del 10 aprile 2007)

PERCHÉ L’ESECUZIONE DI ADJMAL ERA INEVITABILE
In politica anche la vita umana è una pedina nel gioco. L’assassinio normalmente è un crimine ma nella vita politica, soprattutto nei secoli passati, è stato semplicemente una mossa azzeccata o un errore. La politica è un campo indifferente alla morale e non si è mai avuto un eccessivo rispetto per la vita del singolo.
Questo avveniva nei secoli passati, in Europa: ma molta parte del resto del mondo vive ancora in quei secoli, mentalmente. Addirittura ad un livello più antico di barbarie risalgono gli atteggiamenti di certi gruppi, in particolare dei terroristi: infatti di Hitler è stato detto che è era un personaggio apparso nell’evo sbagliato, nel senso che la sua idea di conquistare territori eliminandone i precedenti abitatori, o la sua idea dell’eliminazione fisica di un intero popolo, fanno pensare a conquistatori orientali, se non alle invasioni barbariche; ma ad Auschwitz ai morituri si diceva che andavano a fare la doccia e il regime nazista fece di tutto per tenere segreto lo sterminio che stava attuando.
1) Viceversa, la barbarie terroristica contemporanea, invece di nascondere i propri crimini, se ne vanta, li esibisce, li manda in rete. Utilizza l’orrore come uno strumento politico. Il crimine esemplare in questo senso è l’attentato dell’11 settembre del 2001: l’ultimo imperativo è che il crimine dev’essere spettacolare.
2) In secondo luogo, le persone coinvolte devono se possibile essere avvertite in anticipo. L’orrore infatti non è più un effetto secondario ma ciò che si vuole in primo luogo ottenere. Lo scopo “educativo” del crimine stesso. Bisogna dunque che i destinatari conoscano in anticipo e nei particolari la tragedia. I sequestratori di Beslan non uccidono i bambini – cosa che non esiterebbero a fare, ed anzi, cosa che poi hanno poi fatto – ma minacciano  di ucciderli. L’orrore è massimo quando è declinato al futuro e ci si chiede ancora se non sia evitabile.
3) Il terzo elemento caratteristico della nuova barbarie è il disprezzo della vita, disprezzo che si estende a quella degli autori dell’orrore. La disinvoltura con cui vengono sacrificati gli attentatori suicidi ha questo significato: se non teniamo alla vita dei nostri amici, immaginate quanto teniamo alla vostra. E se la morte dei nostri ci può un po’ dispiacere, la vostra morte è per noi motivo di soddisfazione, come quando si schiaccia uno scarafaggio.
Tutte queste considerazioni, applicate al caso Mastrogiacomo e Adjmal, ne rendono chiare modalità e sviluppi. Ai Taliban della vita di Mastrogiacomo non importava nulla. Avrebbero potuto sgozzarlo, con la più totale indifferenza, nei cinque minuti successivi alla cattura. Ma sapevano che questo non è il punto di vista degli occidentali (e dei più “molli” fra essi, gli italiani di Prodi) e per questo hanno preferito vendere il giornalista per ottenere l’impensabile: la liberazione dei terroristi detenuti.
E qui s’innesta la vicenda del povero Adjmal. Una volta che i Taliban l’hanno avuta vinta, perché non ripercorrere la stessa strada, chiedendo la liberazione di altri terroristi? Di Adjmal non interessa molto, ai lettori di Repubblica, ma fa notizia e crea problemi al governo italiano. Oltre ai problemi che crea a Karzai. Solo che stavolta il povero Karzai non poteva cedere. Diversamente tanto sarebbe valso consegnare le chiavi delle carceri ai detenuti. Dal loro lato i Taliban non potevano certo lasciare Adjmal in vita, diversamente si sarebbe pensato che davano segni di umanità, che non sono risoluti, che non sono capaci di uccidere e che per Mastrogiacomo scherzavano. Insomma, Karzai non poteva cedere per non esautorarsi come governo, i Taliban non potevano lasciare in vita Adjmal per non perdere la loro credibilità; e il finale non poteva che essere quello che è stato.
Non bisogna cedere ai ricatti. Se si cede al primo, o si cede a tutti gli altri, o si sposta di un’unità la tragedia. Se i terroristi non uccidono Mastrogiacomo uccidono Adjmal. E se se si cede per Adjmal, uccideranno il prossimo ostaggio. In una catena infinita e vecchia come il mondo.
Tutto questo è banale e obbliga solo ad alcune considerazioni sulla nostra classe politica. A Prodi, a D’Alema, al governo italiano e all’attuale maggioranza sostanzialmente non importava nulla di Mastrogiacomo, ma delle possibili conseguenze sul governo, come hanno detto in coro Gino Strada e Garzai. A Prodi, a D’Alema e al governo italiano non importava nulla dell’Afghanistan, dei possibili altri ostaggi e di chi sarebbe stato ucciso al posto di Mastrogiacomo. Non importava e non importa nulla se i Taliban ora uccideranno due francesi; non importava e non importa nulla di tutti gli altri che uccideranno finché non si convinceranno che con gli ostaggi non guadagnano nulla. A Prodi e compagni importava che Repubblica è una lobby potente e che il governo può essere fatto cadere dall’estrema sinistra.
I Taliban avrebbero imparato molto più velocemente a non ammazzare il prossimo (tentando ricatti), se si fosse resistito già al primo caso. Non al secondo o al terzo o al quarto. Si sarebbe dovuto dire: vi si può fare l’elemosina di qualche euro, per il vostro “disturbo”, ma se volete trattare da Stato a Stato, da potenza a potenza, quasi che le vostre carceri equivalgano a quelle del legittimo, democraticamente eletto governo afgano, potete andare al diavolo. Ammazzate chi volete. Del resto, non aspettate certo il nostro permesso, per farlo. E sappiate anche che se riusciremo a prendervi vi ammazzeremo.
Per non parlare dei giornali afgani che non hanno delirato quando hanno suggerito, di contro alle minacce di Dadullah, di rispondere semplicemente con la minaccia di uccidere gli ostaggi di cui si chiedeva la liberazione. A procedimenti barbarici, risposte barbariche. Ma più sensate del cedere dinanzi al ricatto.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 9 aprile 2007

SMARCAMENTO PASQUALE
A qualcuno  dei nostri lettori sembra importante far sapere,  qui a  "Capperi" (come se non ci pensassero già i TG!).   che anche in questa  Pasqua  si rinnova il rito pannelliano della "Marcia" (stavolta  per una moratoria mondiale della pena di morte) da  concludere in San Pietro sotto le finestre del Papa.
Tirato per la giacca, non mi sottraggo.
Dunque,  il piacere  di destrutturare le  passeggiate di laicissimi papi,  antipati e mercanti di illusioni,   non può far altro che rimettere in funzione l'enorme serbatoio metaforico-simbolico della gastronomia, con la sia dignità e la sua logica, e un filo antropologico che la tiene insieme.
Dunque, a dirla tutta, il mio gaudente smarcamento pasquale traguarderà in un arioso ristorante sulla spiaggia del Forte ...
Il caciucco bengodiano la farà da padrone mentre, subito dopo, la cernia risorgerà -ben prima di tre giorni- tra l'olio, l'aglio, la salvia e il rosmarino...

cp, 8 aprile 2007

SARKOSCONI
Nel “Monde” di domani (il giornale esce nel pomeriggio con la data del giorno dopo) c’è un articolo di Ariane Chemin che, letto da questo lato delle Alpi, risulta molto divertente. Ci informa infatti che Sarkozy ha degli avversari, e questo non sarebbe certo una notizia, ma che parecchi di loro sono “unis par un trait commun: : une détestation viscérale de Nicolas Sarkozy ”. E già qui noi crediamo di udire una musica ben nota. Non l’opposizione a un programma politico; non l’opposizione ad un uomo politico, ma un odio viscerale. E questo lo dice Le Monde, grande giornale di sinistra, più o meno “La Repubblica” di Francia. Uno non si sorprende già a pensare a qualcuno? Ma basta sentire il resto. Chi è contro di lui? “La sinistra movimentista. Il gruppo d’informazione e sostegno degli immigrati, la Rete di educazione senza frontiere, la Lega dei diritti dell’uomo… Per la sinistra associativa o libertaria, Nicolas Sarkozy rappresenta un pericolo ”. Non un avversario da battere, non un candidato che potrebbe avere programmi che non ci piacciono, ma un pericolo. Per la libertà, per la democrazia, ovviamente. Come vedremo andando avanti.
« Una parte della sinistra denuncia il tropismo americano del candidato ”. Nell’Humanité (L’Unità francese) il demografo Emmanuel Todd reputa che ‘Sarkozy non è più per nulla all’interno dei valori francesi di uguaglianza. In questo senso, è uscito dal sistema culturale francese ”. Probabilmente entrando in quello dell’uomo di Neanderthal.
Le accuse sono roventi. Sarkozy è nientemeno accusato di essere “bushista” e perfino “pétainista” che sarebbe, in Italia, trattarlo da repubblichino. Infine, ovviamente, è anche “quel cortigiano di Georges Bush ”.
Ma ci sono solo i politici, contro Sarkozy? Non sia mai. Come in Italia contro Berlusconi, sono scesi nell’arena, tridenti e daghe in mano, gli artisti. Diam’s (Sa Iddio chi è) canta: “Quella Francia che considero mia non è la loro, quella che vota per gli estremisti (…) quella che si crede in Texas, quella che ha paura delle nostre bande/Quella che venera Sarko, intollerante e fastidiosa”. Oppure, ne La Boulette, “C’è un certo sapore di demagogia nella bocca di Sarko ”. Cosa divertente se si pensa che il consigliere economico di Ségolène Royal l’ha abbandonata, con grande eco nella stampa e nella politica, perché la signora prometteva cose economicamente irrealizzabili.
Il duo Tandem canta una vecchia canzone molto ascoltata anche in Italia: “in caso di vittoria del candidato [di centro-destra], le periferie prenderanno fuoco ”.
Sono contro Sarkozy anche alcuni famosi calciatori, Lilian Thuram, Patrick Vieira e gli altri “eroi del Mondiale”. Né manca Yannick Noah, il grande tennista: “Se mai Sarkozy vince, me la batto ! ” Ma poi rettifica il tiro e dice : « Non me ne vado. Bisogna resistere. Opto per la resistenza  ”. Ancora un piccolo sforzo e avrebbe detto « Resistere, resistere, resistere ! » Ma un tennista non ha studiato abbastanza per arrivare a questi livelli.
Marc Abéles e Emmanuel Terray, due antropologi, insieme con l’etnologa Françoise Héritier, i filosofi Etienne Balibar e Yves Duroux, il sociologo Robert Castel, la giurista Monique Chemillier-Gendreau e Michel Tubiana lanciano un appello (poteva mancare, l’appello?): bisogna battere Sarkozy per evitare “una cappa di piombo mediatica e poliziesca ”. C’è anche la dimostrazione: “Domandiamo ai nostri amici italiani di dirci che cosa sono stati gli anni di Berlusconi ”. Dunque non era solo il nostro spirito storto, che ci faceva pensare al Cavaliere.
L’articolo del “Monde” è in un certo senso consolante. Forse non è vero che abbiamo, solo noi, una sinistra incivile. Forse una grossa parte della sinistra è sciocca e incivile dappertutto. E tuttavia la sinistra italiana riesce a battere ancora quella francese. Infatti gli insulti sulla base del fisico, che in Italia sono moneta corrente, tanto è vero che Berlusconi è “il nano pelato” per antonomasia, in Francia sono appannaggio dell’estrema destra.
I « razzisti e antisemiti » di destra, come li definisce il Monde, hanno creato “un sito di lotta nazionale contro la candidatura di Nagy Bocsa, alias Sarkozy ” (ci si indigna per le sue origini ungheresi) in cui si “sfotte il suo fisico [Sarkozy non è alto] nella più pura tradizione razzista dell’estrema destra francese ”, dice il Monde. E dell’estrema sinistra italiana forse che no?
Forse bisogna ritornare al pregiudizio di partenza: abbiamo la sinistra peggiore del mondo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it

D’ALEMA: A LIAR, A LIAR, A LIAR
1. Nei giorni scorsi sono stati pubblicati qui degli articoli in cui si dimostrava come D’Alema non solo sia un bugiardo, ma sia un bugiardo maldestro: infatti si fa scoprire. È stato bugiardo quando ha detto che gli americani erano d’accordo, sulle trattative per la liberazione di Mastrogiacomo e gli ha dato sulla voce un anonimo funzionario del Dipartimento di Stato. Questo aveva spinto qualche incauto commentatore a svalutare la dichiarazione: che importanza volete che abbia, uno che non ha neanche un nome? Ignorando che quando un articolo di fondo non è firmato, impegna tutto il giornale e probabilmente l’ha scritto il direttore. Poi gli ha dato del bugiardo lo stesso Dipartimento di Stato, ufficialmente, e Condoleezza Rice. Non si sa che cosa si può pretendere di più, per essere pubblicamente svergognati. È stato sottolineato come nel mondo anglosassone, se si dà a qualcuno del bugiardo, c’è motivo per un  duello o comunque per andare allo scontro. La dichiarazione di guerra è condensata nelle parole: “You are calling me a liar?”, mi stai dando del bugiardo? proprio per far misurare all’altro che, con quelle parole, sta innescando una zuffa. Ma se la menzogna è dimostrata, bisogna come minimo dimettersi. Nixon non è stato cacciato per altro. You are a liar.
2. Poi D’Alema ha sostenuto che il governo italiano non ha avuto responsabilità, nello scambio di Mastrogiacomo con cinque terroristi, in quanto la trattativa era stata affidata in totale autonomia ad Emergency. Questo volta la smentita - clamorosa, chiara e indubitabile - è venuta da Gino Strada, il quale ha pubblicamente affermato di non aver fatto nulla se non per incarico e su precise indicazioni del governo italiano, essendo in continuo, stretto contatto col governo stesso e con l’unità di crisi della Farnesina. Ragione per la quale, del resto, chiedeva e chiede un maggiore impegno per la liberazione del suo proprio collaboratore, incarcerato dal governo afgano. You are a liar, you are a liar.
3. Ora arriva la terza smentita, quella del Presidente afgano Karzai: «Ci siamo mossi su precisa richiesta italiana. Era una situazione molto difficile, il governo italiano poteva cadere in qualsiasi momento”. E questo significa fra l’altro che il governo italiano, più che da ragioni umanitarie, è stato spinto dal timore che la sua stessa maggioranza lo facesse cadere. Poi, sempre secondo Karzai, il governo afgano aveva precisi motivi per non dire di no al nostro governo (e non a Gino Strada): gli italiani «Costruiscono le nostre strade. Hanno avuto diritto di chiedere il nostro aiuto e di avere una risposta positiva». E tutto questo è in netto contrasto con la dichiarazione di D’Alema. Questi non aveva esitato ad affermare: «Noi siamo grati al governo afghano ma sinceramente è difficile accusare il governo italiano di aver fatto trattative o liberato terroristi». In realtà, sia lui che il governo italiano nel suo complesso le hanno condotte, quelle trattative, sia pure attraverso Gino Strada; e i terroristi li hanno liberati, sia pure facendo pressioni su Karzai. You are a liar, you are a liar, you are a liar.
Che ha fatto, di male, questo infelice paese per essere rappresentato nel mondo da un bugiardo maldestro, un Ministro degli Esteri pubblicamente e ripetutamente umiliato?
Per fortuna, D’Alema ha risorse che molti non avremmo: essendo un ex-comunista, può affermare che lui non sbaglia mai; e poi, se il mondo intero gli rimprovera un errore, può sempre dire che il mondo intero si sbaglia.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 7 aprile 2007

MOLLICHINE
Prodi: "La Finanziaria mi ha portato ad un grandissimo livello di impopolarità. A me però non interessa". Primo Ministro per Grazia di Dio.

Bertinotti: "Ci vorrebbe un Chaplin che rifacesse Tempi Moderni‚ sulla precarietà". E un Chaplin che rifacesse Il Monello‚ su Francesco Caruso.

Rutelli: "Sulla legge elettorale si sta andando d'intesa". È proprio vero che le banche hanno le mani dappertutto.

Epifani: "Com'è noto, molti operai votano addirittura a destra". È solo giustizia. Tanti ricchi votano per la sinistra!

Gianni Pardo