ARCHIVIO APRILE
2006
RICEVIAMO
E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
Por favor, ver al final teléfono
y e-mail para enviar mensaje de solidaridad a Martha Beatriz,
así como link para ver fotos de ella después de la
golpiza que recibió en La Habana.
Amigos: Poquísimos diarios,
contados con los dedos de la mano, publicaron esta noticia
que acabamos de recibir sobre la agresión sufrida por la
opositora cubana Martha Beatriz Roque, que lucha pacíficamente
por la libertad de Cuba. Ayuden a difundir la noticia, contribuyendo
a proteger su vida. A continuación, el SOS que recibimos
de MAR por Cuba. Traten de enviar a Martha algunas palabras de
ánimo, por teléfono o por e-mail. Saludos, Roberto
Fernández, estudiante de Derecho, U. Andrés Bello.
GOLPEADA MARTHA BEATRIZ ROQUE!
En la tarde del 25 de abril, la dirigente
de la Asamblea para Promover la Sociedad Civil en Cuba,
Martha Beatriz Roque Cabello, fue golpeada y arrastrada
dentro de su vivienda por una turba de la policía política
del régimen castrista que impedía que ésta
saliera de su casa para asistir a una importante reunión.
En declaraciones posteriores, la activista
describió que la turba no estaba integrada por vecinos,
sino por personas desconocidas para ella, con excepción
de una mujer que la policía política ha situado
en un apartamento contiguo al suyo, la cual también la
golpeó. Mientras era arrastrada y golpeada, Martha Beatriz
valientemente gritaba ¡Abajo Fidel!
¿Escucharás tú
el llamado urgente de esta mujer cubana, y actuarás
en solidaridad para evitar que violaciones a los derechos
humanos como ésta sigan perpetrándose contra
los demócratas cubanos?
Tú tienes la palabra. Tú
puedes hacer algo. Tú puedes alzar tu voz. Transmite
esta denuncia a los gobiernos democráticos, organismos
internacionales de derechos humanos y a los medios de prensa
en tu país. ¡El oprimido pueblo cubano espera por
ti!
¡BASTA YA, PARA CUBA YA ES HORA!
Teléfono de Martha:
Martha Beatriz Roque Cabello
(537-406-821 en La Habana)
Link para ver las fotos de Martha después de la agresión:
http://www.asambleasociedadcivilcuba.info/noticias/galeria_Represion2006.htm
http://www.asambleasociedadcivilcuba.info
Para mayor información:
Sylvia G. Iriondo, Madres y Mujeres
Anti Represión (M.A.R.) - (1-305)-361-6800 (en la
Florida)
Ángel De Fana, Plantados Hasta
la Libertad y la Democracia - (1-305)-269-1812 (en la Florida)
Mario Martínez (1-954)-547-8472
(en la Florida)
La trasformazione
del 25 aprile
Dire «ci dispiace» non
può bastare. Dire: «deploriamo» è ridicolo.
È accaduto il 25 aprile a Milano ciò che avevamo
paventato perché già lo sapevamo: una parte della
maggioranza politica che sosterrà il governo di Romano Prodi
ha fra i suoi numeri indispensabili coloro che hanno trasformato
la giornata della Liberazione in un'orrida e prevista kermesse
antiparlamentare e persino razzista. Usiamo una buona volta i nomi
e gli aggettivi richiesti dai fatti e diciamo che quanti hanno bruciato
le bandiere di Israele gridando «sionisti assassini» (versione
modernizzata di «ebrei assassini») e coloro che hanno
linciato verbalmente in piazza Letizia Moratti, che spingeva la
carrozzina su cui sedeva suo padre, l'eroe della Resistenza Paolo
Brichetto, medaglia d'argento e reduce di Dachau, sono i nuovi nazisti.
Neanche fascisti: questa è roba da Joseph Goebbels, non da Roberto
Farinacci.
Coloro che hanno incendiato bandiere
e vomitato odio ignorano di essere neonazisti perché
ignorano tutto. L‚ignoranza della storia è la loro corazza.
Tuttavia, non c'è rischio di sbagliare: costoro appartengono
alla stessa tipologia di razzisti sorgivi e inconsapevoli
che settant'anni fa incendiavano negozi e si scatenavano contro gli
ebrei e contro la democrazia preferendo mille volte allearsi con
Stalin che con gli sporchi borghesi capitalisti.
Qualche lettore si sentirà
forse ferito da questo mio giudizio, ma bisogna ragionare
su alcuni punti. Primo: da una decina d'anni il 25 aprile
è stato trasformato, da anniversario del ritorno alla
democrazia all'esaltazione della lotta armata del solo Partito
comunista e di tutti coloro che oggi come ieri rimpiangono la
rivoluzione mancata. Sono coloro che praticano il negazionismo
contro patrioti come Paolo Brichetto ed Edgardo Sogno e lo fanno
schiamazzando in nome di una pretesa «nuova resistenza»
contro chi è colpevole di non pensarla come loro e si schiera
contro di loro, proprio perché la loro furia verbalmente
assassina accompagna il rimpianto della rivoluzione mancata che
insanguinò mezza Italia con omicidi, torture e le imprese
della Volante rossa e dei genitori spesso anche genetici delle
Brigate rosse.
Può
darsi che non lo sappiano. Ma è un'aggravante. Costoro
hanno trasformato il 25 aprile in una data di «resistenti»
non più al nemico invasore o alla dittatura, ma a partiti
democratici che competono in Parlamento. E infatti attaccano
da anni il Parlamento che amano circondare con girotondi insultanti.
Esagero? Non troppo: ho letto recentemente spaventosi articoli
in cui veniva sottolineata persino la tipologia fisica e dunque
razziale del nemico, così: «La loro inconsistenza è
morale, dialettica, strategica, culturale ma anche fisica. Sono a metà,
hanno delle trasparenze (in senso concreto, non metaforico) un
non-esserci che non ce li fa considerare nostri simili» (Il Manifesto).
Ecco dunque restaurato fisicamente
il concetto hitleriano di «Untermensch»,
il sottouomo, il mezzo uomo, il «non-sono-come-noi»
che caratterizza oggi come ieri «l'ewige Jude»,
l'eterno ebreo il quale, essendo eterno, è per sua disgrazia
immodificabile proprio perché è «ewige»,
incorreggibile e per forza di cose meritevole dell'unica misura
applicabile: la distruzione totale, la soluzione finale. Oggi
l'Untermensch è ebreo e anche non ebreo.
È comunque il «non-come-noi»,
ed essendo impraticabili ideonei luoghi in cemento armato
con docce, ai non-come-noi si possono intanto applicare gli
strumenti di ciò che in inglese si chiama «character
assassination», l'assassinio della personalità,
la negazione della dignità, processare il nemico dopo
avergli tolto bretelle e cintura, affinché si renda decaduto
dal diritto al rispetto. Se l'ebreo di Goebbels aveva le fattezze
oggi illustrate dalla stampa araba quando descrive gli ebrei sionisti,
nel 25 aprile di Milano il nemico anticomunista è ridotto
comunque a una antropologia miserabile che esclude, anch'essa, dal
rispetto.
La simbologia del nemico è
assassinabile e combustibile o vomitabile, come suggerisce
Gian Antonio Stella dal Corriere della sera quando scrive
che a Letizia Moratti «sono state vomitate addosso palate
di offese irripetibili». In altre cronache si riferisce
di «insulti volgari e sbraitati» che lo stesso cronista,
sia pure avvezzo alla brutalità, preferisce non trascrivere.
Eccessi? Intemperanze? Smettiamola
con queste vergognose giustificazioni. Romano Prodi declassifica
questo comportamento al sopportabile rango di «vile intolleranza»,
ma non spiega che cosa ci sarebbe stato da «tollerare»
che invece non è stato «tollerato»: bisognava
forse «tollerare» le bandiere della Brigata ebraica?
O sopportare la fastidiosa presenza di reduci da Dachau? O chiudere
un occhio sul continuo vilipendio del Parlamento della Repubblica?
Ce lo spieghi subito prima che sia
troppo tardi, per favore, il cittadino Prodi. ( Guzzanti
per Panorama )
PIRRO AVREBBE FATTO
DI MEGLIO
Dopo l’elezione di Franco Marini
a Presidente del Senato (poteva andare peggio, come scelta),
parecchi leader della sinistra hanno alzato il chicchirichì
del vincitore. Prodi ha battuto tutti con le parole: «In
quattro ore tutto è andato a posto». Come se non
fossero state necessarie molte votazioni e due giorni. Ma il
punto non è questo, è normale che chi vince faccia
finta d’avere vinto bene e facilmente, anche se ha vinto al quindicesimo
round e dopo tre o quattro atterramenti. Il punto è
che Pirro avrebbe fatto di meglio.
Finché una casa è
pericolante rimane la vaga speranza che i tecnici si siano
sbagliati; quando invece crolla, l’impatto emotivo è
ben diverso. Al Senato si sapeva che le cose sarebbero potute
andare così, ma dopo quanto è avvenuto non siamo
più al colloquio con i tecnici: siamo davanti alle macerie
fumanti.
Marini è stato eletto con
più voti di quanti ne avesse avuti precedentemente,
rispetto ad Andreotti, perché evidentemente la Cdl
ha per così dire gettato la spugna. Si è persino
permesso il lusso di applaudire l’eletto; in questa specialissima
occasione ha dato la prova che anche nelle occasioni specialissime,
quando una novantasettenne Rita Levi Montalcini rimane nella
sua trincea per tutto il tempo necessario, una cosa normalissima
e neppure controversa (in fondo Marini non è odiato da nessuno)
si riesce a fare solo arrampicandosi sugli specchi e camminando
sulle uova. E se questa è l’ouverture, a che opera stiamo
per assistere? Come andranno le cose quando la Montalcini avrà
novantotto anni? Che avverrà quando alcuni senatori, o
perché al governo, o perché in commissione, o perché
tornati all’estero (devono pure ogni tanto rivedere la famiglia,
no?), o perché venuti meno (età media dei senatori a
vita, 82 anni), saranno assenti? Lo stesso discorso non vale per l’opposizione,
che non ha una media di 82 anni e non ha altri impegni oltre quello
di mettere i bastoni fra le ruote della maggioranza, se lo vorrà.
Ha dimostrato che è in grado di farlo nelle peggiori delle
condizioni, cioè quando si tratta di una “specialissima occasione”
come quella di oggi, e quando i senatori di ogni età sono stati
precettati col rischio della condanna per diserzione. Non le sarà
forse più facile mettersi di traverso nella quotidiana vita parlamentare?
Aveva ragione Prodi quando, durante
la campagna elettorale, disse (all’Annunziata) che in
caso di parità si sarebbe dovuti tornare a votare. Ma
è stato così raro che dicesse qualcosa d’intelligente
che l’ha perfino dimenticata.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 30 aprile 2006
ESORDIO
INQUIETANTE - SI FRONTEGGIANO DUE DEBOLEZZE SPECULARI.
LE ELEZIONI DEI DUE PRESIDENTI SINDACALISTI ANTICIPANO IL
SICURO VIETNAM PARLAMENTARE AL QUALE IL CENTROSINISTRA SARÀ
CONDANNATO…
Nella lunga notte della Repubblica,
il centrosinistra, invece di prendere avventurosamente il
largo, rischia pericolosamente di naufragare. Romano Prodi,
dopo il 9 aprile, vince le elezioni alla Camera con 24.755 voti
di scarto. Franco Marini, dopo dodici ore al cardiopalma, non vince
i primi due scrutini al Senato. La prima legislatura millesimata
della storia italiana non riesce ancora a nascere. E forse era
già scritto, per come i «vincitori» ne hanno gestito
questo complicatissimo inizio. Quasi come la sfida del 9-10 aprile
tra Berlusconi e Prodi, anche la tormentata maratona di Palazzo Madama
si conclude con un risultato anomalo. Andreotti perde, ma Marini
non vince. Ancora una volta, si fronteggiano non due forze spettacolari,
ma due debolezze speculari. Eppure, tra la sconfitta del primo e la mancata
vittoria del secondo, è quest´ultima che rischia di
bruciare di più.
Marini, a questo punto, può
diventare un´anatra zoppa. Se è ancora il candidato
dell´Unione al Senato, nello scrutinio di oggi si
gioca a dadi la sua elezione. Se passa, è comunque un
vincitore infiacchito. Se non passa, si apre uno scenario indecifrabile.
Prodi rischia di non poter formare il suo governo e di dover rinunciare
a un rapido conferimento dell´incarico da parte del Capo
dello Stato. Ma anche se il suo tentativo riuscisse, e oggi a Palazzo
Madama non ci fossero sorprese dopo questa fantasmatica notte, quello
che è accaduto non può tranquillizzare nessuno. È
un test inquietante, che anticipa il sicuro Vietnam parlamentare
al quale il centrosinistra sarà condannato comunque nei prossimi
mesi. «La maggioranza tiene», ha detto Franco Giordano,
prossimo segretario di Rifondazione, dopo la prima fumata nera su Marini.
È tutt´altro che una consolazione. Una maggioranza stabile,
se esiste come tale, non «tiene», ma si impone con la forza
dei numeri, per quanto esigui e millesimati, ogni volta che è
richiesta una conta. In caso contrario, rischia di essere solo una maggioranza
variabile. Esiste in teoria, ma nella pratica è costretta ogni
volta a scommettere il tutto per tutto fino all´ultimo voto,
con la minaccia costante dei franchi tiratori nel voto segreto o degli
assenti ingiustificati in quello palese. Che questo fosse il destino,
al Senato, era già stato detto, alla luce dei fragili equilibri usciti
dall´urna il 9-10 aprile. Ma ieri se n´è avuta una
rappresentazione plastica e drastica. Grazie allo sciagurato «porcellum»
elettorale varato dal centrodestra, non siamo alla governabilità,
ma alla casualità. Non siamo alla politica, ma alla cabala.
Non siamo in una democrazia occidentale, ma alla roulette russa.
Il governo Prodi, se mai vedrà
la luce, si dovrà abituare a vivere (e a legiferare)
con il pallottoliere in mano. Oltre che di politici molto
coraggiosi, avrà bisogno di matematici molto precisi. L´intifada
azzurra in Parlamento, già ampiamente e logicamente promessa
dal Cavaliere, non darà tregua alla nuova maggioranza.
Serviranno disciplina, coesione, senso di responsabilità.
Merce rara, nell´Unione vittoriosa per un´incollatura
alle elezioni di venti giorni fa. La prova sta nei voti persi da
Marini alle prime due votazioni al Senato. Sta in quella manciata
di schede bianche o volutamente storpiate, con le quali qualcuno ha voluto
aprire un po´ di fuoco amico contro la coalizione. E per quello che
vale, sta anche in quella discreta messe di voti attribuiti a D´Alema
nella seconda votazione per la presidenza della Camera. Nulla che
metta a rischio l´elezione di Bertinotti, almeno quella regolarmente
prevista per oggi. Ma abbastanza per temere un deprecabile residuo
di basso mercantilismo sulle poltrone, un fastidioso pulviscolo di
dissensi ostinati, di disagi diffusi, di ripicche trasversali.
Un
po´ più di cautela, nel maneggiare un risultato
elettorale obiettivamente complesso, non avrebbe guastato.
Un po´ più di perizia, nell´affrontare i
prossimi passaggi politico-istituzionali oggettivamente delicati,
non guasterà. In primo luogo, la stessa elezione di
Marini a Palazzo Madama. Se la coalizione non serra i ranghi,
rischia seriamente il suicidio. In secondo luogo, la squadra
di governo, se mai sarà possibile formarne uno. Mettere a
posto le caselle, accontentando undici partiti rinvigoriti dalla
dose letale di proporzionalismo iniettata nel sistema con la porcata
calderoliana, è un´opera defatigante, e per certi versi
deprimente. Ma nelle prossime ore Prodi non può e non deve
sbagliare una mossa. E soprattutto deve fare in fretta. Un ingresso
diretto nell´esecutivo, da parte dei leader dell´alleanza,
sarebbe sicuramente un segnale di forza. Trasmetterebbe anche
un senso di fiducia autentica e condivisa, rispetto all´avventura
che sta per cominciare, se questi stessi leader, nell´assumere
vicepresidenze o ministeri di peso, si disimpegnassero dai rispettivi
partiti. E ne affidassero la gestione (almeno nel caso di Ds e Margherita)
a uno o due credibili mallevadori, cui affidare il compito di far
nascere, finalmente in pochi mesi, il mai tanto evocato "partito democratico".
In terzo luogo, l´elezione del nuovo presidente della Repubblica.
A questo punto, e a maggior ragione dopo il risultato di ieri, il
Quirinale è uno snodo fondamentale per gli equilibri dell´intera
legislatura. Se Prodi è convinto che la soluzione migliore
sia la riconferma di Ciampi, vada a offrirgli ufficialmente il reincarico,
insieme a Berlusconi che ha dichiarato (almeno in pubblico) di gradire
l´ipotesi. In caso contrario, ha due strade. La prima è
più larga: rediga una rosa di nomi, con spirito bipartisan, e
la proponga al centrodestra per ritentare il fortunato «metodo
Ciampi» del ´99. La seconda è più stretta:
avanzi una candidatura seria, anche di parte ma concertata a fondo
insieme agli alleati, e la imponga a maggioranza alle Camere riunite
in seduta comune.
Non c´è più
spazio per altri pasticci. Il centrosinistra, se Marini
riuscirà ad imporsi, ha il diritto e il dovere di governare.
Qualunque sia l´orizzonte che ha davanti. Qualunque
esitazione, qualunque cedimento, non è un pericolo solo
per il futuro del Professore, ma per il futuro dell´intero
Paese. Oggi più che mai siamo sospesi tra nuove tensioni
bipolari e vecchie tentazioni consociative. Il nostro sistema
politico, come diceva Bobbio, incuba ancora la sindrome del «centrismo
perpetuo». Ma a dispetto delle apparenze, come sosteneva
lo stesso Bobbio, l´ipotesi di un accordo di governo tra maggioranza
e opposizione «è impensabile in una democrazia occidentale».
La grosse koalition tedesca è nata storicamente da un accordo
sottoscritto in condizioni di emergenza per la Germania di allora. Sta
a Prodi dimostrare con i fatti che nell´Italia di oggi l´emergenza
non c´è. E che la lunga notte della Repubblica, sia pure
per pochi millesimi, può finire lo stesso
Massimo Giannini per “la
Repubblica” da Dagospia 29 Aprile 2006
FRANCESCO MARINI
IN SCALFARO
Cose dell'altro mondo. Al Senato
non sono
bastate tre votazioni (la seconda è stata ripetuta) a Franco Marini,
per essere eletto a presidente del Senato. Dopo la prima tornata
alle urne (Marini 157 voti, Andreotti 140). La seconda
è stata annullata per la contestazione di tre schede col nome
"Francesco Marini". Di fronte ai contrasti tra i segretari
(4 dell'Unione, due Cdl) Scalfaro (!) ha annullato e ripetuto
la votazione alle 22, tra le polemiche. Allo spoglio, verso
le 1,30, Marini ottiene 161 voti contro i 155 di Andreotti.
Cinque le schede nulle. Una valutata nulla. Incredibilmente una
scheda "Francesco Marini" è stata valutata valida (!) ed
assegnata a Franco Marini! In attesa della lettura dei risultati
- mentre il "seggio elettorale" veniva sospeso! - scaramucce tra
l'Udeur Cusumano ed esponenti della Margherita. Oggi si rivota alle
10.30, quando sarà necessaria, per essere eletti, la maggioranza
dei presenti.
Massima del giorno
La saggezza fa parte della
cultura e non della cultura scientifica. Dunque solo
l’uomo di lettere ha i piedi ben piantati per terra, se è
saggio.
G.P.
MOLLICHINE
Prodi tuona contro una riforma
costituzionale che dà maggiori poteri al premier.
Quale mirabile autocoscienza.
Cossiga ad Andreotti: “Ritirati,
altrimenti ti voto”. Come quello che disse: “Non farti
più vedere altrimenti ti sposo”.
26 aprile, Prodi: “Ah, non
sono piaciuti? Allora depreco anch’io gli eccessi”.
Iran. Condy Rice: “Per essere
credibile l’Onu deve agire”. Ma per essere l’Onu, no.
Ahmadinejad ha definito
l’Olocausto una “leggenda”. Nel suo caso in senso
etimologico: dovrebbe leggere un po’ di più.
Gianni Pardo
IL VECCHIO LIBERALE
In tempo di pace non s’immagina
la guerra. In tempo di democrazia non s’immagina l’oppressione.
In un paese civile come l’Italia non s’immagina che cosa
può avvenire in un paese barbaro. Ma il vecchio liberale
sa da sempre che cosa è stato l’orrore della dittatura
ideologica e dei suoi lager perché l’ha letto, un’eternità
fa, in libri di cui ha ormai dimenticato l’autore. E poi, anno
dopo anno, ha pianto con le vittime, Masaryk, Slansky, Imre Nagy,
Dubcek. Infine ha leggiucchiato tanta di quella storia, a destra
e a manca, da avere misurato tutto intero l’orrore della processione
dei carnefici, cioè dei sacerdoti di questa religione satanica:
da Felix Dzerzhinskij, a Stalin, a Mao e a Pol Pot. Chiunque crede che
qui si stia esagerando legga almeno un libro, uno solo, di un ex-comunista
per giunta: “Buio a mezzogiorno”, di Arthur Koestler. A suo tempo
fu una rivelazione per tutta quell’Europa che aveva deciso di non
chiudere gli occhi: per qualunque lettore il quadro sociale, il sistema
politico, l’orrore poliziesco e la crudeltà di quel mondo sono
indimenticabili. Meglio non parlare di comunismo realizzato, se
non si è letto questo libro.
Il liberale è spinto
dal suo allarmato e documentato odio tanto per il
comunismo quanto per tutti i fondamentalismi (inclusi i vari
fascismi, l’integralismo islamico e perfino il cattolicesimo
militante) a schierarsi senza esitazione accanto a chi
li combatte. In Italia, se non ci fosse un centro moderato,
il liberale voterebbe per Fini o Casini. Se non ci fossero
loro voterebbe per Rauti. Se non ci fosse Rauti e il Diavolo si
dichiarasse anticomunista, voterebbe per il Diavolo.
Qualcuno può obiettare
che il comunismo italiano di oggi non induce certo
a mangiare i bambini. Ed è vero. Infatti il suo non è
un “programma di crudeltà”, un programma che del resto
nessuno mai sbandiera: quello che fa paura è l’essenza
stessa di ogni fondamentalismo, cioè “la certezza d’essere
nel giusto”. Perché in nome di questo ideale e di questa certezza
si crede d’avere titolo a commettere qualunque nefandezza. È
questa la molla degli orrori. È questo l’atteggiamento
che spaventa, anche nell’estrema sinistra italiana.
A questo punto qualcuno,
illudendosi, obietta che gli italiani sono incapaci
degli orrori di cui si sono resi colpevoli i russi e i cambogiani,
i tedeschi e gli ungheresi, i cinesi e i boemi. Purtroppo,
la storia ha provato che non esiste una nazionalità
o una categoria dei cattivi. Basta leggere “La banalità
del male”, di Hannah Arendt. Persone che il giorno prima erano
salumieri, ragionieri o maestri elementari il giorno dopo possono
divenire professionisti della tortura, massacratori all’ingrosso,
stupratori. Eichmann era assolutamente normale. Era anzi un mediocre
privo di personalità, esattamente come la maggior parte
delle persone che incontriamo ogni giorno: uomini abituati a fare
quello che fanno gli altri e a non avere idee proprie. In generale
si potrebbe dire che la situazione crea i comportamenti. Per effettuare
uno studio di psicologia, in seguito divenuto famoso, alcuni studenti
di un’Università americana furono divisi in carcerati e carcerieri,
e poco tempo dopo fu necessario sospendere l’esperimento perché
i finti carcerati erano diventati ribelli ingovernabili e i finti
carcerieri sadici e brutali.
Noi siamo abituati
a concepire un’Italietta buonista e vagamente ridicola,
quella della bandiera con su scritto “Tengo famiglia”.
E dimentichiamo che la Germania degli Anni Trenta era più
bigotta, più conformista e più perbenista
dell’Italia di allora ed anche di oggi. E tuttavia fra quegli
stessi tedeschi conformisti e religiosi si trovò abbastanza
gente per disonorare la Germania con crimini indimenticabili.
No, l’italianità non è affatto una garanzia, basti
pensare a ciò che avvenne nel Triangolo della Morte.
Non bisogna mettere in mano un bastone neanche ad un onest’uomo:
si potrebbe scoprire che è un sadico.
Non solo è doveroso
giudicare con estrema severità il comunismo storico:
è addirittura una bestemmia parlarne con serenità.
Ha fatto troppo male perché si possa pronunciarne il
nome senza un brivido nella schiena.
Un nemico del popolo
(ovviamente)
ATTENTATO NASSIRIYA:
COSSIGA, «MILANO CHIAMA, NASSIRIA RISPONDE»
Tre carabinieri italiani e un militare
rumeno sono morti questa mattina a Nassiriya in seguito a
un'esplosione che
ha colpito un convoglio militare formato
da quattro veicoli. Secondo una prima ricostruzione, la bomba
è esplosa durante il passaggio di una camionetta a bordo
della quale viaggiavano i tre carabinieri, il militare rumeno
e un capitano dell'esercito italiano. Quest'ultimo èrimasto
gravemente ferito.
"Milano chiama, Nassyria risponde! E
magari uno di quei "valorosi" giovani sarà il prossimo
ministro dell'Interno! Vergogna!". Ad affermarlo l'ex presidente
della Repubblica Francesco Cossiga. "Il 25 aprile dal corteo
di Milano i "nuovi resistenti" - dice - idealmente uniti ai vecchi
volontari islamici inquadrati nelle SS naziste, 'hanno chiamato',
bruciando la bandiera dello Stato d'Israele, offendendo la memoria
dei ragazzi israeliani della Brigata palestinese morti per la liberazione
d'Italia dal nazifascismo, insultando un rappresentante dei deportati
politici civili italiani a Dachau". "La "nuova resistenza" antioccidentale",
aggiunge Cossiga, "ha subito risposto da Nassyria, ricordando l'invocazione
"democratica" urlata da giovani "democratici" in un corteo pacifista,
la versione modernizzata degli slogan dei ragazzi del movimento
negli anni di piombo durante gli scontri con le forze di polizia, e
considerati "sgherri nazisti: "Ora e sempre resistenza!", versione che
ora suona "Dieci, venti, mille Nassyria!" Milano chiama, Nassyria risponde!
E magari uno di quei "valorosi" giovani sarà il prossimo ministro
dell'Interno! Vergogna!". (AGE)
Mica scemo il "furbetto"
Come si fa a definire "socialmente
pericoloso" uno che si tromba Anna Falchi?
Cordialità.
Massimo C. Denominatore
Sogno o son destro..?..
Secondo quella santa donna di Rossana
Rossanda noi elettori di destra siamo quelli che parcheggiano
in seconda fila, e, quindi, siamo rozzi, grezzi e volgari, peggio
degli animali, mangiamo con le mani e ruttiamo a tavola, usiamo
il telefonino in modo becero, guardiamo il Grande Fratello, Rete 4
e non Fazio, etc. etc..
Probabilmente è tutto vero.
Ma siamo molto meno stronzi di lei.
Cordialità.
Massimo C. Denominatore
L’OPPORTUNITÀ
DELLA GUERRA
La distinzione fra guerre offensive
e guerre difensive è estremamente aleatoria. Spesso
chi intende condurre una guerra di aggressione la maschera da
guerra difensiva e dunque non basta guardare a chi fa in concreto
la prima mossa. Perché la prima mossa fa parte della tattica,
mentre volere o non volere una guerra fa parte della strategia. Nel
1967 Nasser creò il casus belli con Israele – chiedendo il ritiro
degli osservatori dell’Onu e chiudendo gli stretti di Tiran - e con
ciò dimostrò concretamente di volere la guerra. La
prima mossa militare invece fu dello Stato aggredito (Israele) che
distrusse l’aviazione egiziana al suolo e non per questo divenne
lo Stato aggressore.
Si noti al passaggio che le formali
dichiarazioni di guerra, presentate dall’ambasciatore con
la piuma sul cappello, non si usano più dai tempi di
Pearl Harbour. E dal momento che in seguito tutto quanto avvenuto
è giudicato sulla base delle appartenenze politiche, tanto
vale discutere dell’opportunità della guerra, senza perdere
tempo a vedere se essa sia aggressiva o difensiva.
La semplice espressione – opportunità
della guerra - fa certo saltare sulla sedia le anime belle:
“la guerra non è mai opportuna!”, grideranno; e c’è
del vero, in questa affermazione. Ma la pace può a volte
produrre effetti più negativi d’una guerra: proprio perché
non la evita. Con gli accordi di Monaco del 1938 le potenze democratiche
tollerarono la cancellazione della Cecoslovacchia e tutti applaudirono
quel momento come il prevalere della pace sulla guerra. Ma Winston
Churchill disse: “The nation had to choose between shame and
war. We have chosen shame. We shall get the war as well." La nazione
doveva scegliere fra la vergogna e la guerra. Abbiamo scelto la
vergogna. Ma avremo anche la guerra. Churchill fu buon profeta,
quella volta. Ma in generale, chi può dirlo? Chi può
dimostrare, e in che modo, che una guerra sia più opportuna
della pace, in un dato caso? Catone aveva ragione o torto, nel reclamare
in tempo di pace la totale distruzione di Cartagine?
L’opportunità di una guerra
è dimostrata a posteriori dalle sue conseguenze; o
dalle conseguenze del non averla cominciata. E quando la storia
emette la sentenza, chi ha avuto ragione se ne vanterà e
chi ha avuto torto se ne dorrà: ma il problema è che
la decisione va presa prima; quando ancora non si sa chi avrà
ragione e chi avrà torto.
Un
esempio. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Germania aveva
notevoli limiti per il proprio riarmo: i vincitori infatti non
volevano trovarsi a dover combattere una nuova guerra e a garanzia
dell’impegno s’erano riservati il diritto di invadere il paese
vinto, o almeno la Ruhr, se esso avesse violato il Trattato di
Versailles. Ma quando Hitler lo fece la Francia pacifista, aborrendo
il ricorso all’esercito, non intervenne. Il seguito si sa. Mentre una
piccola azione militare avrebbe evitato la Seconda Guerra Mondiale,
il pacifismo di una grande democrazia causò la più grande
umiliazione della Francia dai tempi di Vercingetorige e, niente di
meno, la Seconda Guerra Mondiale.
Passando al presente, che fare nei
confronti di un Iran integralista, aggressivo e delirante,
che vuole per giunta dotarsi dell’arma nucleare? Il problema
è troppo complesso per essere discusso da incompetenti
ma un’osservazione, riguardo a pacifisti e bellicisti, si
può fare.
I pacifisti hanno la vita facile.
Se la storia dimostra che hanno avuto ragione, non solo possono
gloriarsene, ma hanno dalla loro l’atteggiamento morale. “Ve
lo dicevamo che la guerra è sempre un male. E per giunta
nel caso specifico si è dimostrata un errore”. Se la storia
invece dimostra che hanno avuto torto, hanno sempre la possibilità
di dire: “Siamo stati troppo per bene, e troppo innamorati della pace,
per concepire la nequizia di simili nemici. I guasti che sono conseguiti
dalla nostra buona fede sono tutti colpa di quei nemici, non nostra.
Noi siamo fra le vittime”.
I bellicisti al contrario hanno sempre
vita difficile. Se la storia dimostra che hanno avuto ragione,
i pacifisti piangeranno con ragione sul costo della guerra,
che è sempre alto. E magari diranno audacemente che, evitandola,
non sarebbe successo niente. Se invece la storia dimostra che
hanno avuto torto, i bellicisti non troveranno nessuno, né
in cielo né in terra, che spenda una parola per la loro buona
fede. Churchill non ebbe buona stampa e fu nominato Primo Ministro
solo quando il Regno Unito fu sull’orlo del baratro. Fino a quel momento
i “buoni” erano Chamberlain e persino Mussolini.
L’Iran è un serio pericolo
contro cui bisognerebbe reagire o è, secondo l’espressione
di Mao, “una tigre di carta”? Chi scrive queste righe non
lo sa, ma fra qualche anno tutti diranno d’averlo saputo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 27 aprile 2006
La feccia
d'Italia
Purtroppo succede ogni anno che,
durante i cortei del 25 aprile, i nazirossi contestino
la gloriosa Brigata Ebraica, ma quest'anno si sono scatenati
forse perche' forti del fatto di aver vinto le elezioni.
Purtroppo succede ogni anno che la
polizia, anziche' isolare i gruppi nazisti, obblighi chi
porta il gonfalone della Brigata a isolarsi dal resto del corteo
per avere meno visibilita' possibile.
Quest'anno il 25 aprile e' coinciso
con la commemorazione del genocidio degli ebrei in Europa
e ai nazirossi naturalmente non e' parso vero di sputare proprio
in questo giorno sopra la bandiera di Israele, di bruciarla, di
calpestarla sotto i piedi, di urlare slogan di odio e di inneggiare
in italiano e in arabo a "palestina rossa e intifada vincera' ".
Non sanno cosa sia il rispetto, non
sanno cosa sia la democrazia, non sanno cosa sia il valore.
Sono soltanto dei vigliacchi che vivono alle spalle della societa'
civile e il loro modo di esprimersi e' solo violenza e volgarita'.
Mentre in Israele le sirene suonavano
e tutto si fermava per ricordare i sei milioni di ebrei
ridotti in cenere, in Italia quei vili personaggi
bruciavano le bandiere biancoazzurre che si erano portati all'uopo
e urlavano la loro speranza che il genocidio ebraico fosse finalmente
portato a termine.
Vediamo cosa gli autonomi fingono
di non sapere, vediamo chi hanno oltraggiato questi infami:
La Brigata Ebraica inizia la
sua difesa per la democrazia nel 1940 mandando tre battaglioni
con la bandiera con la Stella di David in Egitto e in Cirenaica
e nel 1944 si spostano in Europa affiancando gli alleati.
130.000 volontari Ebrei hanno combattuto
e 5.000 uomini della Brigata Ebraica, insieme agli
Anglo Americani, hanno partecipato alla Liberazione del
Nostro Paese.
Nel marzo 1945 la Brigata Ebraica
ha combattuto nei pressi di Imola insieme ai gruppi di combattimento
"Friuli" e "Cremona", portando a termine uno dei pochi assalti
frontali con la baionetta e che in quell'azione perirono 33
uomini, che oggi riposano nel Sacrario di Piangipane.
Non sanno, gli autonomi, che la Brigata
Ebraica ha partecipato attivamente alla liberazione di
Ravenna, Faenza, Russi, Cotignola, Alfonsine ed Imola, pagando
un debito di sangue.
La brigata ebraica fu l'unica unità
militare indipendente che combatté nell‚esercito britannico
e - di fatto - in tutte le Forze Alleate.
Questi atti di vero eroismo accadevano
mentre, nell'allora Palestina Britannica, gli arabi, i tanto
amati coccoli degli autonomi nazirossi, erano alleati dei nazisti
cui chiedevano ripetutamente consigli e aiuti per eliminare
anche in Medio Oriente la presenza ebraica esattamente come il
loro fraterno amico Hitler stava facendo in Europa.
In molti hanno applaudito le bandiere
di Israele e lo striscione della Brigata ma lo stupro c'e'
stato e il 25 aprile e' stato sepolto dalla vergogna delle solite
vetrine rotte e auto date alle fiamme, bandiere israeliane bruciate,
la memoria dei morti per la Liberta' offesa e dileggiata, lo
sventolio di bandiere del Che e bandiere palestinesi.
Quello che veniva considerato abominio
oggi viene passato come "liberta' di opinione"e questi
infami ne approfittano per esprimere la loro "opinione" negli
unici modi che conoscono, la violenza, l'oltraggio, l'ingiuria
e la provocazione.
Gridare assassini a chi e' morto
per liberare l'Italia dalla dittatura e dalla guerra non
e' liberta' di espressione, e' vigliaccheria, e' essere
criminali, e' essere feccia.
Loro, gli stessi che hanno applaudito
Dario Fo e Franca Rame, sono la feccia d'Italia.
Loro, gli stessi che hanno costretto
un vecchio in sedia a rotelle ad allontanarsi dal corteo
colpevole di essere il padre di Letizia Moratti, sono la feccia
d'Italia.
Loro, gli stessi che hanno preso
a calci e pugni un cosigliere di FI perche' portava al
collo il tricolore, sono la feccia d'Italia.
Loro, i nazirossi antisemiti, coloro
che inneggiano a morte e terrorismo, coloro che vogliono
la fine di Israele, coloro che sputano sui morti per la Liberta',
sono la feccia d'Italia.
L'unica speranza, in mezzo a tanta
vergogna, e' che la feccia non diventi la faccia dell'Italia
futura.
Deborah Fait - informazionecorretta
NAZICOMUNISMO
Che tristezza che nel XXI secolo
si possa ancora assistere ad episodi di comunismo da guerra
fredda e veder riprodotto tutto l'armamentario dell'imbecillismo
intollerante sovietizzante in quelle che dovrebbero essere
manifestazioni serie.
Il 25 aprile dovrebbe essere una
ricorrenza nazionale in cui gli italiani celebrano l'anniversario
della liberazione dello stato dalle forze di occupazione nazista,
dunque non vorremmo vedere esempi di inciviltà ed incidenti
e soprattutto bandiere di partito, perché si partecipa
ad una manifestazione nazionale in quanto cittadini, senza
distinguere tra l'appartenenza ad una formazione politica o ad
un'altra. Purtroppo, che il 25 di aprile sia un'occasione
per risfoderare la lotta politica e dare sfoggio dei più
vergognosi, e vorremmo poter dire fuori moda, atti di intolleranza
ideologica ormai è fuori discussione, perché si tratta
di un dato sotto gli occhi di tutti. A Milano, il ministro e candidato
sindaco della città, Letizia Moratti, che ha partecipato
alla manifestazione in compagnia del padre, deportato nei campi di
concentramento tedeschi e premiato per il valore alla Resistenza,
è stata fischiata nel solito modo ormai rodato ed ancora, apparentemente,
in vita : nel modo del più bieco comunismo. La si è fischiata
per qualcosa che non ha nulla a che vedere con la manifestazione e,
in particolare, lo si è fatto in modo gretto e violento, tanto
che poco dopo il ministro ha abbandonato il corteo. Ma che importa tutto
questo agli adepti del comunismo ? L'importante è raggiungere lo
scopo, come diceva il loro padre-padrone Lenin riguardo al potere, per
cui non si è fatto che onorare il maestro. La cosa ancora più
vergognosa è stato il contemporaneo caso di fanatismo riservato
ad Israele dai cosiddetti Autonomi - ma autonomi da cosa, visto che paiono
gli studenti più meritevoli del codice mentale comunista ? -,
i quali, come da manuale, hanno bruciato due bandiere di Israele ed hanno
intonato canti inneggianti alla Palestina libera, rossa ( qualcuno può
sorprendersi ? ), e, semplicemente, alla morte di Israele. Che questa
banda di comunisti ortodossi, retrivi ed abominevoli come la loro ideologia,
siano più che abbondantemente rappresentati in Parlamento non può
che preoccupare ; vedi in proposito il caso della coppia dei giullari
rossi, Franca Rame e Dario Fo, i quali hanno affermato, davanti ai loro
beniamini con il martello in testa e la falce al collo, che si stanno
attivando per provvedere alla tutela degli attentatori di Buenos Aires,
già i poveretti che, così turbati nell'animo dalla manifestazione
missina del pomeriggio, hanno pensato di provocare ingenti danni alla
proprietà pubblica e privata, oltre che danni alle forze dell'ordine
ed a comuni cittadini. Facendo in questo modo cento volte peggio del
peggiore comportamento che questi comunistelli potrebbero attribuire
ai missini.
Ma
tutto questo arsenale ispirato alla più pura idiozia
ideologica e materiale non doveva essere già in soffitta
e relegato ormai agli aspetti più raccapriccianti e maleodoranti
del XX secolo? Possibile che certe cadute in basso siano ancora
così frequenti e che si riproducano con lo stile vecchio e aberrante,
ma sempre uguale, cioé intollerante, assoluto e violento,
del comunismo sovietico-cinese?
Di fronte a questo spettacolo macabro
e rivoltante, il fatto che il Presidente della Repubblica
Ciampi intervenga con un discorso falso e fiabesco sulla
capacità del popolo italiano di vivere nell'unità
e nella condordia ( come ha fatto alcuni giorni or sono )
dimostra un paio di cose : che l'istituzione del Presidente della
Repubblica, così come prevista dalla Costituzione, è una
figura insignificante ed apprezzata da tutti perché, in buona
sostanza, non conta nulla e si limita ad una pura rappresentanza
protocollare e ultraretorica; e che è piuttosto opportuno che
Carlo Azelio Ciampi sia accontentato, cioè sia evitata nella
maniera più categorica la sua rielezione al Quirinale.
LUCIO SERGIO CATILINA
Siamo ancora
qui, Mondo!
Siamo qui, Mondo, siamo gli ebrei,
siamo i sopravvissuti, siamo quelli che stasera accenderanno
a Gerusalemme sei torce che lanceranno le loro fiamme
verso il cielo, alte nel buio della sera in cui ha inizio il
Giorno del Ricordo, Yom Ha shoa'.
Siamo qui , Mondo, siamo gli
ebrei , siamo i sopravvissuti, siamo quelli che, attraversata
l'Europa che aveva tentato di inghiottirci, sono saliti su
barche di ferro arrugginito e siamo venuti a ricostruire
il nostro Paese e, anche tra le onde e col pericolo di annegare,
dovevamo nasconderci perche' c'era qualcuno che ci correva dietro
per impedirci di ricominciare a vivere.
Siamo noi, i sopravvissuti e
ci siamo gettati fra quelle onde, di notte, per arrivare
a nuoto in Erez senza farci vedere da chi ci dava la
caccia in mare e poi in silenzio siamo saliti lungo la costa
per non farci scoprire da chi ci dava la caccia sulla terra.
Siamo gli ebrei, Mondo, i soparvvissuti
e siamo venuti a ricostruire il nostro Paese. Lo abbiamo
trovato coperto di sabbia e noi lo abbiamo trasformato
e ricoperto di fiori, noi, i sopravvissuti. Gli ebrei.
Sei bracieri lanceranno
le loro fiamme contro il cielo stasera e sei vecchi
, ogni anno piu' vecchi, ogni anno piu' disperati, ogni anno
piu' stanchi racconteranno la loro storia di orrore e piangeranno
non per aver visto i forni e il fumo uscire dai camini ma perche'
" mi hanno portato via e non so come e' morta mia mamma, non ho potuto
salutarla".
E' questo rimorso che li fa
piangere, non l'inferno da cui sono usciti viventi ma
non vivi.
Sei giovani ebrei, sei figli
di Israele, porgeranno loro le torce per accendere i barcieri,
in silenzio, in un silenzio che urla al mondo "Siamo qui,
siamo ancora qui. Guardateci, siamo noi, gli ebrei, i sopravvissuti,
i vecchi usciti dall'orrore e i giovani che quell'orrore
non lo vogliono piu' rivivere".
Siamo i figli di Israele e non
ci piegherete.
Guardateci bene! Guardateci
in faccia! Siamo qui, il fuoco urla in silenzio verso
il cielo, lo stesso cielo di chi oggi nega, lo stesso cielo
di chi oggi vuole un'altra Shoa' , lo stesso cielo di chi ride dei
sei milioni, lo stesso cielo di chi vuole altri cinque milioni
da ammazzare. E' lo stesso cielo, guardate , guardateci in faccia.
Ridono, negano, dicono " Non
e' finita, morirete ancora".
Silenzio! Sei milioni!
Auschwitz e' laggiu', la cenere
e' laggiu' e la Shoa' restera' immobile nella storia
passata e futura del mondo fino alla fine dei secoli.
Ridono, negano, non sono ancora
sazi ma non importa, La Shoa' restera' fino alla fine
del mondo e sei milioni, sei milioni, sei milioni saranno
la' per sempre, nell'aria , nel vento, tra le nuvole, nella nebbia,
nella pioggia, nella neve, nella terra d'Europa per sempre.
Per sempre.
Guardate, ci siamo ancora, siamo
gli ebrei, i sopravvissuti.
Abbiamo la testa alta, le schiene
dritte, siamo nel nostro Paese e ci difendiamo.
Siamo gli ebrei di Israele.
La
sabbia e' diventata alberi, prati, fiori.
Altri diavoli vogliono mangiarci
e noi non lo permetteremo, abbiamo combattuto guerre
e le abbiamo vinte ma loro, i diavoli, non sono sazi , vogliono
il nostro sangue, vogliono i nostri corpi, vogliono i nostri
figli e allora noi costruiamo una barriera per dividerci
da loro e per salvare le nostre vite, per far vivere i nostri
figli, perche' possano correre nei prati.
Gerusalemme, scrive un
amico, restera' come un diamante incastonato tra mura
che lo proteggono e lo fanno brillare ancora di
più e il mondo dove l'umanità è ancora viva,
possa vederlo e ammirarlo quale esempio di forza interiore vòlta
a salvaguardare il bene più prezioso che possiamo avere:
la libertà conquistata al prezzo più alto.
Si, la liberta'.
Noi siamo qui, a testa alta,
che sorreggiamo le teste stanche di chi e' uscito dall'inferno
senza nemmeno poter immaginare che un giorno, a Gerusalemme,
a casa loro, dei giovani e orgogliosi ebrei li
avrebbero aiutati ad accendere dei bracieri, uno per ogni
milione , per ricordare e per dire ad altri diavoli "Non ci
toccherete mai piu'" .
Siamo qui, Mondo, e penso alle
parole dette da Ariel Sharon nel 2004 :
"Ricordate le vittime, ricordate
gli assassini ma ricordate che il mondo e' rimasto in
silenzio".
Oggi dorme Ariel Sharon e non
sa che, mentre altri diavoli parlano e vogliono ributtarci
nel fuoco, il mondo resta ancora in silenzio.
Noi siamo qui, abbiamo
le teste alte, le schiene dritte, il nostro Paese bellissimo
e non permetteremo a nessuno di toccarci.
Oggi, Yom Ha Shoa', in Egitto
altri morti, altro fuoco, altre bombe, altri diavoli
assetati di carne e di sangue ma il mondo sta ancora in
silenzio, il mondo e' pronto a scusarli e a parlare con loro.
Il mondo vigliacco!
Ricordatelo, Mondo, noi siamo
qui, ci colpiscono, ci ammazzano ma non potranno mai
ucciderci.
Siamo gli ebrei di Israele,
a testa alta e vi guardiamo negli occhi.
Come mai voi abbassate i vostri?
Deborah Fait -
informazionecorretta
Massima del giorno
Sono un eclettico. Cioè uno che
è riuscito ad essere ignorante non in uno o due campi,
ma in cinque o dieci.
G.P.
MOLLICHINE
Prodi: "Lavoriamo per un governo forte".
Lui conosce solo due aggettivi: serio e forte. Gliene regaliamo
altri due: responsabile e robusto.
Presidenza della Camera al Prc. Giordano:
"Per rispetto istituzionale non parteciperemo ad alcun mercato".
Traduzione: ricatto senza alternative.
Financial Times: <Berlusconi «cattivo
perdente»> ma si sa, quando quel giornale parla di
Prodi intende Berlusconi. E vice versa.
In Inghilterra hanno stabilito che la
parola "omosessuale" è offensiva, e va sostituita con
gay, ecc. Sono perplesso: mi devo vergognare d'essere "eterosessuale"?
Presidenza della Camera. Fassino: "Prodi,
assumi l'iniziativa per risolvere l'impasse". E "Lo sventurato
rispose".
D‚Alema: "Il Quirinale è un bene
che non può essere lottizzato dai partiti". Cioè
non se ne può avere una fetta e bisogna prenderlo tutto.
Follini: prima contro Berlusconi, ora
anche contro l'Udc. Bisogna sorvegliarlo: potrebbe suicidarsi.
Gianni Pardo
INDRO MONTANELLI
A Pagina cinque del “Giornale” del 23 aprile
2006 c’è l’immagine della statua di Indro Montanelli, ora
posta in un giardino pubblico di Milano. Essa riproduce una fotografia
di Indro seduto più o meno per terra, mentre scrive sulla famosa
“Lettera 22” che tiene sulle ginocchia ossute. Questa immagine
può non dire molto ai giovani: ma chi è stato per decenni
lettore di quel grande giornalista la conosce a menadito e la considera
una sorta di monumento. Bene ha fatto il sindaco Albertini a riportare
su bronzo una memoria comune a tanti.
Gli uomini venerano - magari finché
non li ammazzano - i grandi demagoghi e i grandi tiranni: Stalin,
Hitler, Mao. Per il resto rifiutano di riconoscere la grandezza
dei loro contemporanei. Passeggiando al centro di Londra s’incontra
la statua di Winston Churchill ma da vivo gli inglesi lo ringraziarono
d’avere salvato l’Inghilterra mandandolo a casa e preferendogli
un incolore Anthony Eden. Solo chi ha buona memoria ricorda di
quanti insulti e calunnie fu fatto oggetto De Gaulle, da vivo.
Anche da parte di giornali - anzi, soprattutto da parte di giornali
- che si volevano intelligenti ed intellettuali come “Le Monde” di Beuve-Méry.
E si potrebbe continuare. Proprio per questo, sin da giovani bisognerebbe
imporsi di diagnosticare in tempo chi, un giorno, si potrà
vedere su un piedestallo. De Gasperi, per esempio, ma non Togliatti,
associato ad un criminale internazionale come Stalin. Oggi fra
i grandi riconosciuti come tali anche dalla sinistra c’è
De Gaulle, certissimamente, e anche Montanelli. Ed erano riconoscibili
come grandi già dai contemporanei.
Personalmente, proprio questo gli scrissi,
molti anni fa. Non conservo la lettera ma più o meno
essa diceva: Lei morirà, un giorno. E allora i posteri
si accorgeranno che lei - dopo che in vita le hanno dato del
fascista, l’hanno insultato in ogni modo, fino a far sì che
qualcuno le sparasse alle gambe - è stato un grand’uomo. Ebbene,
io questa soddisfazione gliela voglio dare mentre è vivo.
Scrivo appunto per dirglielo. Lei deve gustare questa riconoscimento
dell’Italia in anticipation, nel senso che dev’esserne sicuro sin da
ora. Deve vedere in me il primo di una folla che un giorno si leverà
il cappello dinanzi a lei come giornalista, come scrittore e come difensore
della libertà.
Mi rispose ringraziandomi.
Bisognerebbe andarci piano col disprezzo
dei contemporanei. Esso è fin troppo corrente, nel fuoco
del dibattito politico. Ci sono molti nomi che sul momento
sono stati segno di contraddizione e che il tempo ha rivalutato:
Richard Nixon, Margareth Thatcher, Ronald Reagan, Bettino Craxi.
A quest’ultimo scrissi una lettera analoga ad Hammamet e lui pure
mi rispose ringraziandomi, con una lettera manoscritta che decifrai
a fatica. E poiché i nomi rivalutati sono stati più
spesso conservatori che “progressisti”, tutti i “progressisti” (oggi
più che mai tra virgolette) sono invitati alla moderazione per
non dovere, da vecchi, riconoscere che da giovani sono stati ingiusti.
E anche se i conservatori credono d’avere ragioni per disprezzare certi
politici di sinistra, è bene pensino che il tempo potrebbe rivalutarli.
Magari riconoscendo nella loro azione più lati positivi di quanti
ne vedessero loro sul momento.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 23 aprile 2006
In
nota (clicca qui) una lettera
che scrissi a Montanelli, nel 1996, quando si era scatenato
nella sua crociata anti-Berlusconi.
FRODI
E così, ci dicono quelli della
Corte Suprema (!) , le elezioni sarebbero state vinte da
Prodi per una manciata di voti. Bush telefona, telefona anche
Putin. Dunque, cinguetta "il Corriere della pappa e cicca", tutto
come previsto... solo un neo: quel cafone di Berlusconi che
non sa perdere e non telefona.
Chissà cosa ne penseranno le massaie europee che stravedono
per la gran classe della regina Elisabetta che ci va anche
a letto con la borsetta...
E Prodi? Pronti via, Prodi - sorriso
d'ordinanza. pancia a terra, linguetta alla Fantozzi
- a spartire le sedie "istituzionali": il senato a quello, la
camera a quell'altro, il presidente della Repubblica a chi resta.
Che classe, l'ometto, quasi
come la regina.
Si, vabbuono, l'avete capito. A dirla
tutta... scappa da ridere.
Mai vittoria - e parliamo di numeri
(la differenza tra gli schieramenti
è zero virgola zero qualcosa), politicamente questa è una roba
da Pirro... - fu più risicata.
Ma è vittoria?
Qui possiamo affermare con ragionevole
certezza che basterebbe un controllo accurato delle 4423
sezioni elettorali dell'Emilia Romagna, e nelle altre migliaia
delle regioni rosse, per mettere in discussione il
risultato elettorale.
Non ci credete? Bene, i conti fateli
voi. Questi i fatti, accertati e documentati:
Lunedì 17 aprile 2006 già
1.297 erano i voti recuperati in Emilia Romagna dalla Casa
delle Libertà dalla verifica effettuata e certificata dai
magistrati dell'Ufficio centrale circoscrizionale.
"Tali voti - spiega in una conferenza
stampa l'On. Bertolini, Coordinatore regionale di Forza
Italia dell'Emilia Romagna, dopo aver seguito personalmente
tutte le operazioni di verifica - sono stati 'recuperati' in
sole 46 sezioni sulle circa 250 verificate, i cui verbali, con evidenti
anomalie, sono stati ricontrollati alle scuole di via Scandellara
a Bologna, dove viene raccolto tutto il materiale elettorale.
Le sezioni che non sono state controllate direttamente dai rappresentanti
dei partiti sono quindi 4200 sulle 4423 sezioni presenti in Emilia
Romagna".
Per la parlamentare azzurra, alla
luce di questi risultati, sarebbe "opportuno e legittimo
andare a revisionare tutti i verbali, anche quelli che all'apparenza
sembrerebbero senza evidenti anomalie".
A seguire, martedì 18 Aprile
2006 i rappresentanti delle liste di Forza Italia e della
Lega Nord presso l’Ufficio Centrale Circoscrizionale della
Corte d’Appello della Regione Emilia Romagna hanno depositato un
ricorso per chiedere che sia terminata la verifica dei dati elettorali
su tutte le oltre 4200 sezioni che non sono state esaminate direttamente
dalla Commissione Elettorale.
Tale richiesta veniva motivata dalle
numerose anomalie e discrepanze rilevate tra i dati riportati
dai funzionari della Commissione nelle tabelle definitive
di conteggio dei voti e i dati contenuti nei verbali.
Inoltre alcuni voti attribuiti dalla
Commissione, derivanti dalle schede contestate, non erano
stati conteggiati nel computo finale dei voti.
"Ci insospettisce il fatto che sono
sorti degli errori - ha spiegato l'On. Isabella Bertolini
- e che organi istituzionali come sono le Commissioni chiudano
gli occhi e vadano avanti nonostante l'evidenza".
Nelle ore seguenti i rappresentanti
di Forza Italia hanno continuato a incrociare i verbali
degli scrutini e i risultati riportati nei tabulati scoprendo
diverse 'irregolarità', al di là di quelle già
individuate nelle 250 sezioni sottoposte a controllo.
Per questo Forza Italia ha presentato alla
Commissione Elettorale altri quattro ricorsi.
Comunque i controlli non vengono
concessi; mercoledì 19 aprile la Corte d'Appello di Bologna
trasmette i dati in Cassazione.
"Quello che è accaduto
a Bologna in Corte d'Appello è scandaloso e falsa il
verdetto della Cassazione. I dati trasmessi alla Corte
Suprema relativi alle verifiche dei voti per l'Emilia Romagna
- spiega l'On. Bertolini - non sono veritieri ma sono stati inviati
ugualmente, anche se non corrispondono alla reale volontà democratica
dei cittadini. Quindi come può essere legittimato il verdetto
finale? Sono necessari nuovi controlli".
"L'Ufficio centrale circoscrizionale
dell'Emilia Romagna - aggiunge l'On. Bertolini - in conseguenza
dei ricorsi presentati da Forza Italia e dagli alleati,
ha riconosciuto che il programma di computer per il riconteggio
dei voti può commettere errori. Dopo le nostre segnalazioni
di irregolarità, oltre ai 1500 voti recuperati in Emilia
Romagna, sono venuti alla luce nuovi sbagli e gigantesche imprecisioni
sui dati elettorali reali, ma i Magistrati hanno deciso di
non riaprire i conteggi e quindi di non terminare le verifiche in
modo analitico e veritiero".
Telefonata? Ma quale telefonata. Qui
ci vuole una ricontata!
cp, 23 aprile 2006
Documentazione:
VOTI RECUPERATI DALLA CDL SUI VOTI PROVVISORIAMENTE NON ASSEGNATI Rimini - Sezione
41 + 1 Fiamma Tricolore Bologna - Sezione 266 + 1 Alternativa
Sociale Spilamberto - Sezione 4 + 1 Alleanza Nazionale Rimini
- Sezione 9 + 2 Forza Italia Bologna - Sezione 264 + 1 Alleanza
Nazionale Modena - Sezione 120 + 3 UDC Bologna - Sezione 156
+ 1 UDC Sorbolo - Sezione 2 + 1 Forza Italia Soragna - Sezione
4 + 1 Forza Italia Ferrara - Sezione 71 + 1 Forza Italia Ferrara
- Sezione 27 + 1 Fiamma Tricolore Ferrara - Sezione 6 + 1 Forza Italia
Piacenza - Sezione 29 + 1 Forza Italia Savignano S.P. - Sezione 14
+ 1 Forza Italia Borgonovo Val Tidone - Sezione 7 + 1 Alleanza Nazionale
Bologna - Sezione 432 + 1 Fiamma Tricolore Totale voti recuperati +
19 C.d.L.
VOTI RECUPERATI DALLA CDL NELLE 250
SEZIONI RIESAMINATE Parma - Sezione 67 + 100 Forza Italia
Anzola - Sezione 6 + 1 Alternativa Sociale Bazzano
- Sezione 6 - 19 UDEUR Castello di Serravalle - Sezione 5
+ 7 Forza Italia Medicina - Sezione 10 + 4 Fiamma Tricolore Monteveglio
- Sezione 2 + 28 UDC Fidenza - Sezione 13 - 6 Rosa nel Pugno Bologna
- Sezione 358 + 1 Forza Italia Bologna - Sezione 130 - 2 UDEUR
Castelfranco Emilia - Sezione 7 + 100 Forza Italia San Polo d'Enza
- Sezione 2 + 20 Forza Italia Salsomaggiore Terme - Sezione 7 + 48
UDC Montechiarugolo - Sezione 8 + 81 Alleanza Nazionale Bologna
- Sezione 396 - 50 UDEUR Bologna - Sezione 254 + 1 Forza Italia Bologna
- Sezione 237 + 66 Alleanza Nazionale Rimini - Sezione 13 + 50
Alleanza Nazionale Guastalla - Sezione 14 + 13 Forza Italia Parma -
Sezione 150 + 30 UDC Sissa - Sezione 4 - 10 UDEUR Imola
- Sezione 28 + 54 Alleanza Nazionale Pontenure
- Sezione 5 + 43 UDC Pontenure - Sezione 5 - 43 UDEUR Formignana
- Sezione 2 + 100 Forza Italia Bologna - Sezione 214 + 26 UDC Bologna
- Sezione 214 + 1 DC - Nuovo PSI Bologna - Sezione 214 +
1 Fiamma Tricolore Collecchio - Sezione 7 + 154 Forza Italia
Noceto - Sezione 1 + 220 Forza Italia Imola - Sezione 28 -126 Comunisti
Italiani Cesena - Sezione 65 + 102 Forza Italia Cesena - Sezione
65 + 43 Alleanza Nazionale Cesena - Sezione 65 + 2 UDC Cesena - Sezione
65 + 1 Fiamma Tricolore. Totale voti recuperati + 1.553 C.d.L.
L’INSULTO NEL FORUM
In
giro andiamo tutti vestiti ma sotto siamo tutti nudi.
Tutti dicono parolacce, ma moltissimi (e moltissime) non
lo farebbero mai in pubblico. Un conto è ciò che
si è disposti a fare sotto gli occhi di tutti, “firmando
ufficialmente” il proprio comportamento, un altro quello che
si fa quando si è liberi dal giudizio della collettività.
Per questa ragione i gabinetti pubblici, quelli delle scuole
ecc. sono pieni di graffiti volgari, disegni irriferibili e ogni
sorta di sconcezza: perché lì ci si chiude dietro la
porta e si abbassano sia i pantaloni che la moralità.
Un caso speciale sono i forum
su Internet. In essi la porta chiusa è l’anonimato
sostanziale e la mancanza di filtri e controlli prima della
pubblicazione. Gli organizzatori dei forum sanno benissimo che
è questo che ne assicura il successo. Se si sbarrasse
il passo ai maleducati, ai passionali, ai fanatici, i forum languirebbero.
La loro prima funzione non è quella di esporre idee e
discuterle ma quella di gridare alto e forte come la si pensa,
dando nel frattempo del cretino e del disonesto a chi la pensa
in modo diverso.
Il forum è utile per il
“défoulement”. Questo termine psicoanalitico è
così definito dal dizionario (Robert): “Accesso liberatore
alla coscienza di rappresentazioni (legate ad una pulsione)
mantenute fino a quel momento nell’inconscio”. Insomma, sempre
parlando in termini psicoanalitici, è una “abreazione”,
cioè il contrario della “rimozione” e in termini correnti un
umile “sfogo”. Se non fosse che nello “sfogo” si sa già da
prima ciò che si desidera dire, mentre nel défoulement
per così dire il soggetto si rivela a se stesso. Molti
di quelli che si lambiccano il cervello per meglio insultare chi
non la pensa come loro sarebbero sorpresi, in condizioni normali,
di vedersi considerare dei professionisti dell’invettiva, dei violenti
della parola, degli assassini verbali. Perché quando la porta non
è chiusa i “forumisti” si comportano come onesti, normali, insospettabili
borghesi. E anche se si trovano a parlare con chi la pensa diversamente
magari diranno in cuor loro “che cretino!”, ma non daranno luogo ad un’escalation
d’insulti senza freni. Invece, dove la spontaneità ha libero corso,
si ha una sorta di ping pong in cui prima ci si lanciano dei sassolini,
poi delle pietre, poi dei massi, infine si passa alle armi da fuoco
e ognuno cerca di dimostrare che la propria bomba atomica è la
più devastante.
Fra le concause del fenomeno va
segnalato che il forum, come le riunioni di condominio,
concede la parola a tutti. Dunque coloro che non hanno avuto
nessun diritto di tribuna, neanche in famiglia, e coloro che un
diritto di tribuna non meritano, qui possono parlare e essere finalmente
messi sullo stesso piano di chiunque, anche se nella vita vera
sarebbe dieci gradini sopra di loro. Questi fenomeni dell’aggressività
passano all’insulto direttamente dal primo intervento, proprio
perché abreagiscono alla loro frustrazione. Non scrivono
per dire: scrivono per mordere. Come certi botoli che in casa
si sentono abbastanza forti per azzannare un bambino.
Il forum è afflitto da
una grande povertà di contenuti e da un alto volume sonoro.
Come una bettola piena di avvinazzati. Ma bisogna lo stesso
benedirlo. Meglio tirar fuori il peggio di sé: chissà
che non si riesca a conoscersi e, chissà, uscire dall’equivoco
di chi pensa d’essere una persona beneducata.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 22 aprile 2006
IL VANTAGGIO DI
PERDERE
In filosofia il principio del
terzo escluso afferma, per esempio, che o Dio esiste
o Dio non esiste. Nello stesso modo, la Cdl grida sui tetti
che il centro-sinistra non riuscirà a governare e se
questo è vero non dovrebbe contestarne la vittoria, dovrebbe
stappare bottiglie di spumante e brindare. Sarà infatti
l’Unione, non la Cdl, quella che NON potrà governare.
Se invece la Cdl fosse dispiaciuta, significherebbe che avrebbe
amato vincere anche senza potere poi governare: cosa che non le
farebbe onore.
Per il comportamento di Berlusconi
si può invece azzardare un’interpretazione diversa.
Le elezioni sono state vissute non come un duello al “primo
sangue”, constatato da impeccabili padrini, ma come una lotta
in cui si vuole appendere la pelle insanguinata dell’avversario
ad un chiodo del saloon. L’iniziativa di questo atteggiamento
è stata del centro-sinistra. Per cinque anni esso ha combattuto
un’autentica crociata contro un singolo uomo, fino a parlare di
lui come se fosse tutta la Cdl, tutta la coalizione di centro-destra
e tutto il Parlamento. Ci hanno rintronato le orecchie dicendo:
“Berlusconi attenta alla democrazia”, “Berlusconi ha instaurato
una videocrazia”, “Berlusconi fa leggi ad personam”, “Berlusconi
è un mafioso”. Il Cavaliere è stato l’uomo nero responsabile
di tutto e persino i sostenitori della Cdl non sono stati votanti
anti-sinistra, ma berluscones: cioè piccoli cloni ridicoli
del grande Satana e le elezioni sono state presentate come l’ordalia
finale, un referendum su Berlusconi. Partendo da queste premesse si
capisce che l’uomo che si voleva battere e non è stato battuto,
che si voleva annientare e non è stato annientato, abbia voluto
rendere amara una vittoria che sostanzialmente non è neppure tale.
Berlusconi è stato capace d’apprendere in pochi mesi il mestiere
del politico vincente ed è dunque ben capace d’apprendere quello
di un’opposizione acre e senza sconti.
Nel mondo anglosassone si “concede
la vittoria” quando il risultato è chiaro: e infatti Al
Gore questa “concessione” la ritirò non appena si accorse
che il risultato era in bilico. Inoltre essa dipende da un
certo fair play. I candidati americani dicono: “Il
mio avversario non la pensa come me e non farebbe il bene del
paese come lo farei io”; ma non dicono: “Il mio avversario è
un furfante, un delinquente, un mafioso avanzo di galera, uno
che pensa solo ai propri interessi ed è un pericolo per la
democrazia”. Perché dopo le elezioni o l’uno non potrebbe stringere
la mano a un furfante ecc., o l’altro non potrebbe stringerla ad
un calunniatore.
Berlusconi il sopravvissuto
si vendica togliendo all’avversario il piacere d’un
risultato riconosciuto e per Prodi sei decimillesimi sono
troppo pochi per trionfare da solo. Questa vittoria lascia più
forte il perdente di quanto non avvantaggi il vincente e il
Cavaliere, stemperandola fino al ventotto aprile, le toglie
il sapore dell’attualità. Si passa dal fuoco d’artificio
alla constatazione notarile.
Si potrà giudicare questo
atteggiamento di Berlusconi come si vuole, e condannarlo,
anche: ma solo da destra. Da sinistra bisogna ricordare che
quando si dichiara la guerra totale, non bisogna stupirsi se
il nemico la combatte anche lui.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 22 aprile 2006
Massima del giorno
In politica chi promette di
"fare la cosa giusta" non la farà mai: perché
le elezioni le vincerà il suo avversario.
G.P.
MOLLICHINE
Berlusconi: "Un'intesa parziale,
limitata nel tempo". Anzi, ancora meglio, gli hanno
risposto: nessuna intesa.
Pancho Pardi. Berlusconi "è
illegale come leader dell'opposizione". Ed anche un po'
abusivo come essere umano.
Pancho Pardi: "Non esiste
al mondo un paese in cui il leader dell'opposizione
è proprietario dei mezzi di comunicazione". Infatti Bloomberg
non è all'opposizione.
Incontro tra Prodi e Bertinotti
nella casa di campagna del leader del Prc. Pare che
il tavolino e il bicchierino li abbiano molto incoraggiati.
Visco sul Financial Times:
"È un'analisi sbagliata". Sarebbe stata giusta due
mesi fa.
Ciampi, sul Corriere: "Sette
anni quassù sono già tanti". Ciampi al Quirinale:
"Libera ricostruzione di un incontro privato". In una parola:
qualcuno dice bugie.
Prodi: "Il Financial Times
spara su Berlusconi e non sul governo Prodi". Solo che
si confonde e scrive "Prodi" invece di "Berlusconi". Che sbadati,
questi inglesi.
Ahmadinejad: "Mozzeremo le
mani ai nemici". Per le mani gli crediamo: ma per le atomiche
tattiche?
Il ministro delle Finanze
palestinese ha dichiarato ieri che il debito dell'Anp
è di 1 miliardo e 300 mila dollari. Ma è solo un
problema dei creditori.
La polizia bielorussa ha chiuso
l'ultimo giornale dell'opposizione. Ora la delinquenza
diminuirà e i treni arriveranno in orario.
Senigallia: un elettore chiede
che sia rimosso il crocifisso, al rifiuto del Presidente
si astiene dal voto. È una coglionata. Sappiamo per
chi avrebbe votato.
A Treviso richiesta analoga,
stavolta risposta positiva. E ora sappiamo per chi avrà
votato il Presidente.
Gianni Pardo
IL
CAPO “STANCO” E GLI UOMINI PAVIDI
In realtà tutti hanno perso
e, si sa, quando si perde nessuno ammette la sconfitta
o entrambi ammettono la vittoria ed è proprio quello
che sta succedendo in questi giorni.
L’emblema assoluto della sconfitta
italiana, coincidente con la sconfitta del popolo italiano,
indeciso, abbindolato, trascinato da istintivi fuochi di
fiamma elettorali, con la sconfitta di due leader consumati dai
loro duelli personali e dall’assoluta prevedibilità delle
loro proposte, con la sconfitta delle coalizioni, che non sono mai
state tali, si chiama Carlo Azeglio Ciampi.
Nel momento in cui tutti (forse
esageratamente) si erano attaccati al Capo dello Stato,
colui che “rappresenta l’unità nazionale”, Ciampi ha
mollato la presa e si è autoproclamato prima nonno, poi
senatore a vita e poi, aggiungiamo noi, capo dell’Italia degli uomini
pavidi.
E’ triste constatare come in Germania
una “Grosse Koalition” sia stata realizzata senza conteggi
e con a capo chi aveva i numeri dalla sua parte o come
in Israele, dove pure c’è instabilità e i pub saltano
in aria fra le bombe di Hamas, un parlamento, seppur diviso,
si costituisca in poco più di un mese.
In Italia, no. Nell’Italia degli
uomini pavidi, il pavido Prodi attende che qualcuno gli
dia un incarico per governare, che qualcun altro gli dia l’assenso
per formare la squadra ministeriale, mentre i partiti minori
si spartiscono già le poltrone e D’Alema, (l’unico non
pavido, anzi) tende la mano all’amico nemico.
Ancora, il pavido Berlusconi si
attacca a due seggi e quattromila voti, piuttosto che
ammettere una sconfitta onorevole, che non è neppure
una sconfitta, se vista, dal lato della sua coalizione, dove i
pavidi Fini e Casini, hanno pagato il loro asservirsi per cinque
anni alla corte del Cavaliere, per poi diventare improvvisamente
i nuovi protagonisti di una Casa dei moderati già crollata.
Naturalmente il pavido popolo
italiano ha preferito per metà non perdere i propri
stretti e lobbistici interessi e per l’altra metà eliminare
o cercare di eliminare per mera paura, l’anomalia Berlusconi, senza
riuscire ad intravedere le vere anomalie italiane.
Dulcis
in fundo, Ciampi. Alla proposta di un Ciampi bis ha
declinato e quando ha visto il clamoroso pareggio fra i due
contendenti, allora da vero Nerone, si è lavato le mani
ed ha consegnato l’Italia ad una passione di un mese o forse più,
lasciando al nuovo presidente il compito di prendersi la patata
bollente.
E chi potrà esser il presidente
di un Parlamento diviso? Un nessuno. Ora, mentre l’Italia
precipita ed i pavidi giuscostituzionalisti non biasimano
Ciampi per il suo diniego, il Capo dello Stato, che la sa lunga,
se avesse voluto, avrebbe dovuto mostrare il vero senso istituzionale,
richiamato da una Costituzione, tanto difesa prima, quanto volutamente
dimenticata adesso.
Nel vuoto istituzionale, il Capo
dello Stato che, ripeto, rappresenta l’”unità nazionale”,
avrebbe dovuto sfruttare il suo potere di mediazione, chiamare
a raccolta il vincitore teorico ed il perdente numerico e metterli
di fronte al fatto compiuto: governo di coalizione, sconfitte
e vittorie elettorali, formazione di un governo.
Prima di tutto però, chiamare
tutti, per primo sé stesso, alle proprie responsabilità,
non solo di presidente, ma di figura fidata ed apprezzata dagli
italiani, di personaggio pulito e carismatico ed accettare il
secondo mandato.
Di seguito, affidare un incarico,
con la possibilità di poter effettuare le giuste
consultazioni, con il potere di inviare messaggi incisivi
a quelle stesse camere che avrebbero potuto creare difficoltà,
sciogliere una o entrambe in caso di empasse, per indire nuove
elezioni, in caso di urgente necessità e poi farsi da parte.
Due anni, forse anche meno…Invece
no. Ciampi è stanco e la sua stanchezza non è
legata a motivi anagrafici o problematiche di filosofia
del diritto, ma all’aria pesante, che suggerisce all’italiano
medio di cambiare aria appunto.
Peccato che Ciampi sia stato un
grande presidente per tutti. Un grande presidente nel
momento giusto, non più in quello cruciale.
Angelo M. D'Addesio
BASTA!
C'e' un'atmosfera quasi ovattata
oggi in Israele. Tutti fanno la vita di sempre e nessuno
parla dell'attentato. E' una cosa che resta nei nostri
cuori e nel nostro dolore, non serve parlarne, basta che ci
guardiamo negli occhi per sapere che tutti pensiamo solo a
quello che e' accaduto. Noi israeliani siamo qui, con rabbia
dolore e coraggio, a difendere Israele e il mondo.
Ieri l'ho saputo con una
telefonata. E' bastata la parola "Pigua-attentato" e
mi si e' gelato il sangue. Mi si e' chiusa la gola, per qualche
momento non ho pensato a niente e poi le telefonate. "Dove
siete? state bene? avete sentito? c'e' stato un pigua, nove vittime
".
Poi arrivano le telefonate
dall'Italia, mio figlio dalla Germania, amici e parenti
preoccupatissimi e ogni volta che rispondo stancamente
"Si, io sto bene", mi vergogno.
Appena saputo che tutti
eravamo salvi anche per questa volta, parenti, bambini,
amici, conoscenti e vicini di casa, allora ho acceso la
tv e in diretta , tra lacrime di rabbia e di dolore,
ho seguito i soccorsi. Le solite terribile cose, barelle,
gente che correva per dare aiuto ai medici e infermieri, inviati
delle televisioni che raccontavano lo scenario agghiacciante
del dopo attentati, ambulanze che arrivavano e partivano
col loro carico di sangue lasciando la' sulla strada i soccorritori
sotto schock, molti in lacrime, persone che si aggiravano
confuse per i marciapiedi col telefonino in mano per dire a casa:
"sto bene, tutto bene", i volontari di Zaka che raccoglievano
tutto quello che poteva essere un pezzo di corpo umano, un
lembo di pelle, qualsiasi cosa cui bisognava dare sepoltura e poi,
poi, poi... l'immagine dell'infame e dei palestinesi che festeggiavano
per la strada e distribuivano le solite caramelle ai passanti
sorridenti con le dita alzate a V.
Maledetti.
Una famiglia intera era andata a
mangiare al ristorantino di shwarma, mamma, papa' e bambini,
qui in Israele e' festa, era festa anche ieri e la gente usciva,
molti a fare i pic nic, altri al ristorante e quelli piu' modesti
a mangiarsi una porzione di shwarma o un falafel sotto casa.
La mamma e' stata colpita in pieno dall'esplosione, il papa' cercava
di allontanare i bambini che urlavano e non volevano allontanarsi
dalla mamma che giaceva a terra. "Ima Ima Ima" urlavano
ma la ima era gia' morta e uno dei suoi bambini di 10 anni,
rimasto ferito, e' ancora grave all'ospedale.
E' strano, i media italiani
, tra cui il sito di Repubblica, hanno pubblicato
immediatamente la foto della madre dell'infame con la foto
del figlio, poi hanno pubblicato la foto della sorella , anche
lei militante di hamas, in lacrime davanti al computer.
Quale e' il messaggio che vogliono mandare i media italiani?
Guardate, poveri palestinesi,
quanto soffrono? E' questo che vogliono dire ai lettori?
Sempre la stessa storia,
sempre la foto del mostro e della famiglia, e' la prima
cosa che fanno. Ormai e' tradizione, una vergognosa tradizione
giornalistica.
Ma le vittime? C'e' qualcuno
che pensa alle vittime di queste belve rabbiose, di
questi mostri, di questi assassini?
Nessuno sa , in Italia,
i nomi degli israeliani morti, sono ectoplasmi, 9 cadaveri
e basta. Non hanno un volto, non hanno una storia, non hanno
famiglia.
Solo l'infame ha un volto
e lo ha sua madre che ha allevato un mostro e suo padre
arrestato anche lui, e sua sorella, e i vicini di casa palestinesi
che piangono alla palestinese, strappandosi le vesti, tirandosi
i capelli, tanta scena, bravi attori, attori che rappresentano
odio e morte.
I media italiani dimenticano
di far vedere le risate, i palestinesi che distribuiscono
ridendo caramelle ad altri mostri sorridenti e soddisfatti
che se le mangiano e continuano felici per la loro strada
pensando che uno dei loro eroi ha appena ammazzato 9 yahud.
Nove ebrei, nove israeliani
che non gli avevano fatto niente, che mangiavano
panini e bevevano aranciata e probabilmente scherzavano
tra loro e pensavano a cosa fare la sera.
Ci sono altri 100 infami
pronti a farsi saltare nei territori, l'Iran ne ha addestrati
40.000 da mandare qua e la' a seminare morte e dolore e il
sito di Repubblica non trova di meglio che mostrare la
foto piangente di chi ha generato un assassino, un feroce , schifoso
assassino anziche' pubblicare la foto di quella madre israeliana
che abbraccia la bara del figlio David di 29 anni avvolta nella
bandiera di Israele.
Ecco i nomi delle vittime,
sia benedetta la loro memoria:
Victor Erez di Givatayim;
Benjamin Haputa, 47 anni,
di Lod;
Philip Balahsan, 45 anni
di Ashdod;
Rosalia Basanya, 48 anni
Boda Proshka, 50 anni
David Shaulov, 29 anni,
di Holon;
Lily Yunes di 42 anni di
Oranit
Ariel Darhi, 31 anni, di
Bat Yam.
La nona vittima, arrivata
in coma all'ospedale e morta subito dopo, e' ancora
sconosciuta perche' i medici non hanno rilasciato la sua
identita'.
Forse sta ancora passando
l'esame del DNA.
Continuate a parlare di
diritti dei palestinesi laggiu' in Europa?
Mentre qui da noi le persone
muoiono inghiottite dal fuoco esploso dal corpo di
un demonio e colpite da chiodi e pezzi di ferro mescolati
all'esplosivo, chiodi che penetrano nelle carni, che fanno
saltare gli occhi dalle orbite, che uccidono o rovinano
per sempre e rende morti che camminano anche i sopravvissuti,
voi parlate di diritti dei palestinesi?
Che fate? Oggi condannate?
Domani direte che dobbiamo
farli venire a lavorare in Israele per "motivi umanitari".
Oggi fate le facce contrite?
Domani direte che il terrorismo
e' la loro unica scelta.
E' per questo che io non
credo alla vostra contrizione e non credo al vostro
sdegno ipocrita.
No, il terrorismo non e'
l'unica scelta, ne hanno avute tante di scelte e di
possibilita' ma hanno voluto il terrorismo, solo il terrorismo
e adesso ancora una volta io dico BASTA e lo dico col cuore
pieno di rabbia e di disperazione.
Noi vogliamo vivere, lo
capite? I miei israeliani vogliono vivere! I nostri
bambini vogliono vivere!
E a chi ha la cultura della
morte e ai loro sostenitori europei io dico BASTA!
BASTA!
Deborah Fait -
informazionecorretta
ROBIN HOOD SCERIFFO
DI NOTTINGHAM
L’attentato di Tel Aviv va
contro gli interessi di Hamas ma essa non può
ammetterlo. Per mesi ed anni ha predicato la distruzione d’Israele
- che fa parte del suo Statuto - ed ha organizzato e giustificato
ogni forma di terrorismo. Ma ha fatto questo profittando della
“rendita dell’opposizione”: ha cioè potuto essere più
radicale, più risoluta, più dura e pura di chi governava
proprio perché non governava. L’inaspettata vittoria
alle elezioni ha invece cambiato il suo ruolo. È stato come
se Robin Hood fosse stato eletto sceriffo di Nottingham: o avrebbe
arrestato i ladri, e avrebbe così contraddetto la sua storia
e le ragioni stesse della sua elezione; o avrebbe capeggiato i
ladri e in tutta l’Inghilterra sarebbe stato considerato non uno
sceriffo ma un capo predone.
Il nuovo governo tuttavia,
nell’immediatezza della vittoria, non poteva fare
marcia indietro e dal loro lato, l’Unione Europea e gli Stati
Uniti non potevano aspettare a tempo indefinito un rinnegamento
dello Statuto, aiutando nell’attesa un’associazione
ufficialmente iscritta fra quelle terroristiche: dunque i
finanziamenti sono stati sospesi. Purtroppo, dal momento che
i palestinesi vivono per buona parte della carità internazionale,
Hamas ha dovuto a sua volta sospendere il pagamento degli stipendi
ai poliziotti palestinesi (140.000 famiglie) e si sono
già avute manifestazioni armate. Il governo ha allora
fatto appello ai paesi musulmani e l’Iran ha promesso cinquanta
milioni di dollari. Ma promettere non è ancora dare. Inoltre
cinquanta milioni sono circa un sesto di quanto i palestinesi
ricevevano prima, tutti i mesi, dagli occidentali. Questo denaro,
quando arriverà, compenserà appena la sospensione
del versamento dei diritti doganali riscossi fino a ieri da Israele
per conto dei palestinesi. Non c’è da stare allegri.
Ovviamente, i capi saranno
terroristi ma non stupidi e staranno rimpiangendo
d’avere scritto nello Statuto che il loro scopo è l’annientamento
(genocidio) degli israeliani. Ma che possono fare? L’unica
speranza è comportarsi come quei genitori che per punire
i figli sospendono la “paghetta” e poi, per non smentirsi, fanno
finta di non accorgersi che quelli gli sottraggono le banconote
dal portafogli. In una guerra su base coranica (in cui cioè
l’annientamento d’Israele è presentato come un irrevocabile
dovere religioso), la pace non si può fare: e la speranza
è forse stata che, prolungandosi nel tempo, la tregua
potesse indurre l’opinione internazionale a pensare (scioccamente)
che Hamas è terrorista a parole ma non nei fatti. Magari
arrivando infine ad aiutarla finanziariamente, per “farla procedere
sulla via della pace”. Ma è a questo punto che c’è
stato l’attentato di Tel Aviv. Esso non ha rivelato nulla di nuovo
agli israeliani ma ha insegnato parecchio agli altri. Infatti, anche
se Hamas non è stata direttamente impegnata nell’organizzazione
del crimine, non ha potuto dissociarsi da esso (secondo i termini
del suo Statuto) ed ha dovuto lodarlo. Questo ha confermato suggestivamente
la sua natura di organizzazione terroristica, riportando indietro
l’orologio.
In questa occasione Israele
ha avuto nove morti e molti feriti ma Hamas è
stata inchiodata alla sua inaccettabile natura di ha e ai suoi
scopi criminali. Ha dunque perso una grande battaglia sul piano
emotivo e dell’immagine. Una battaglia che peserà parecchio.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 19 aprile 2006
Attentato a Tel Aviv rivendicato
dagli amici di Prodi: nove morti e 40 feriti
Un kamikaze si è fatto
esplodere nel centro della città. Arrivata una
doppia rivendicazione da parte dei gruppi palestinesi. Hamas:
«Atto di autodifesa». Israele insorge: «Sono
loro i responsabili»
TEL AVIV (Reuters) -
Un attentatore suicida ha colpito oggi Tel Aviv, causando
otto morti e 60 feriti in un attacco definito da un portavoce
del gruppo militante islamico Hamas "un atto di auto-difesa".
Il governo israeliano del
primo ministro Ehud Olmert ha detto che l'autorità
palestinese guidata da Hamas è responsabile dell'attentato,
rivendicato da due diversi gruppi militanti palestinesi.
Olmert ha anche annunciato che sta valutando una risposta.
L'esplosione è avvenuta
presso un rivenditore di panini, vicino alla vecchia stazione
centrale degli autobus, nel mezzo delle festività ebraiche.
I mediic hanno detto che i morti sono otto, senza includere l'attentatore.
Due gruppi militanti palestinesi
hanno rivendicato la responsabilità dell'attentato. Un
membro delle Brigate dei martiri di al-Aqsa, ala armata
della fazione Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha
detto a Reuters al telefono di aver compiuto l'attacco per vendicare
"i massacri israeliani compiuti contro il nostro popolo a Gaza".
La tv araba al Arabiya ha
trasmesso un video in cui un militante che dice di
appartenere al gruppo radicale Jihad islamica rivendica l'attentato.
"Ci sono altri futuri martiri, che Dio lo voglia", dichiara
il giovane dicendo di essere un "figlio delle Brigate Quds",
ala militare della jihad islamica. "Io do me stesso... per
la salvezza di Dio".
L'attacco è avvenuto
mentre il primo ministro in carica Ehud Olmert è
impegnato nella formazione di un governo di coalizione tre
settimane dopo che il gruppo militante islamico Hamas ha preso
il controllo del governo palestinese.
E' il primo attentato in Israele
contro israeliani da quando Olmert ha assunto la guida
del governo a seguito dell'ictus che ha colpito Ariel Sharon
ai primi di gennaio.
"E' stata un'esplosione enorme.
Quello che si vede è incredibi
le", ha detto Yossi
Bar, un tassista, a Radio Israele. Immagini televisive mostrano
persone con le magliette imbrattate di sangue. Ambulanze e soccorritori
sono accorsi sul posto. L'ultimo attentato suicida in Israele
risale al 19 gennaio scorso, quando morì solo l'attentatore.
Ricordare per essere liberi
Durante il Seder, la cena della
prima sera di Pesach, leggiamo l'Haggadah, il libro
che racconta l'uscita dall'Egitto del popolo ebraico dopo 400
anni di schiavitù.
Tra i vari aneddoti che si
raccontano, vi è l'elenco delle 10 piaghe con cui
l'Altissimo colpì gli egiziani per stimolarli a lasciar
libero il popolo ebraico, piaghe che culminano con la morte
di tutti i primogeniti.
Per sovrappiù, Egli
sia Benedetto il Suo Nome fece aprire le acque del Mar
Rosso per fare passare gli Ebrei all'asciutto; esse però
si richiusero immediatamente sugli egiziani che li inseguivano,
travolgendoli e causandone la morte.
Mentre elenchiamo le dieci
piaghe siamo soliti versare una goccia di vino dal bicchiere.
Abarbanel (Studioso della Torah,
Spagna, secolo XV) fa notare che noi versiamo gocce
di vino mentre nominiamo le piaghe, per diminuire la nostra
allegria, con la triste constatazione che la nostra liberazione
è costata la sofferenza di altri esseri umani.
Il nostro bicchiere di felicità
non può essere stracolmo, se la nostra libertà
ha comportato una tragedia per altri, siano essi pure nostri
acerrimi nemici.
Io letteratura midrashica racconta
che, dopo il miracolo del passaggio del Mar Rosso, gli
angeli avrebbero voluto aggiungere le loro voci a quelle
dei figli d'Israele nel canto della vittoria, ma Dio glielo impedì
con queste parole: "Come potete cantare, mentre i Miei figli stanno
morendo? I flutti stanno inghiottendo le Mie creature, e voi
volete intonare un cantico? ".
Per questo motivo per Pasqua
si legge solo una parte dell'Hallel.
Non gioire quando il tuo nemico
cade. (Proverbi, 24:17)
Domanda: quale altro caso è
dato nella storia che un popolo, festeggiando la propria
liberazione, contemporaneamente compianga la triste sorte
del proprio nemico?
Roberto Napolitano
Lanterna magica
American Dreamz
Una popolare trasmissione americana
vede in gara delle aspiranti popstar, scelti spesso per
ragioni commerciali più che artistiche, suscitando
anche l’interesse del presidente degli Stati Uniti. Mediocre
satira della società a stelle e strisce con Hugh Grant…
American Dreamz
Regia: Paul Weitz
Interpreti: Hugh Grant, Mandy
Moore, Dennis Quaid, Marcia Gay Harden, Willem Dafoe,
Chris Klein, Shohreh Aghdashloo
Sceneggiatura: Paul Weitz
Data di uscita italiana: 9
giugno 2006
Voto: 4,5/10
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ALCUNI DATI SUL SENATO
1) Al Senato l'Unione
ha due seggi di vantaggio ma, se vorrà che uno
dei suoi divenga Presidente, il vantaggio si ridurrà
a uno.
2) L'aiuto che
potranno dare i senatori a vita (praticamente tutti
di sinistra), è aleatorio. Sono tutti largamente al di
là degli ottanta e Rita Levi Montalcini è al di là
dei novanta. Dunque non solo non è detto che durino a
lungo (auguri di lunga vita, comunque), e non è detto che
stiano sempre bene. Inoltre non è detto che intendano sacrificarsi
notte e giorno per sostenere il governo.
3) Ben difficilmente
i senatori residenti all'estero (anche in Australia)
lasceranno per sempre i paesi dove vivono per venire a bivaccare
in Senato, senza mai tornare a casa.
4) I senatori devono
essere disponibili a far parte delle Commissioni Parlamentari
(essenziali per il potere legislativo), e dunque spesso
perderanno la maggioranza o nelle Commissioni o nel Senato, non
potendo essere in due posti contemporaneamente.
5) Il regolamento
del Senato (non della Camera) permette di "darsi assenti"
anche se presenti. Questo significa che il numero legale -
continuamente verificato, come accade sempre - mancherà spessissimo.
6) Nel regolamento
del Senato (non della Camera) se qualcuno si astiene,
il voto è contato come contrario.
7) Il voto segreto
è sempre stato l'occasione in cui qualcuno si toglie
lo sfizio di votare a modo proprio. Di solito il fenomeno
misura i "mal di pancia" della coalizione ma se la maggioranza
è di un paio di voti, ogni deliberazione diviene una
roulette russa.
8) L'<acquisto>
di nuovi senatori, sottraendoli al centro-destra (moralità
dell'operazione a parte), di solito avviene allettando gli
interessati con incarichi ministeriali. Purtroppo nell'Unione
i partiti sono tanti ed hanno tanta fame arretrata di potere
che rimane ben poco da offrire ai terzi.
9) Tutto quanto detto
non vale per l'opposizione. Se la maggioranza riesce a
far passare una legge non farà notizia, mentre se l'attività
legislativa sarà bloccata, sarà una serie continua
di successi per l'opposizione, il cui compito sarà facile
e devastante.
10) La situazione è
stata peggiorata, sin dall‚inizio, dall'arroganza di
alcuni leader. La proposta berlusconiana di qualche intesa
almeno per la nomina del Presidente della Repubblica (non una
Grosse Koalition, solo un accordo limitato e contingente),
è stata estremamente conveniente: quella nomina è
condizione necessaria per il conferimento dell'incarico di formare
il nuovo governo. Ma la proposta è stata respinta, per
pregiudizio ed insipienza, e una serie di votazioni infruttuose
potrebbe ritardare anche di un mese il conferimento dell'incarico.
Comunque, per moltissimi elettori della Cdl, meglio così:
il centro-sinistra ha sempre cercato la guerra e non si vede perché
bisognerebbe offrire la pace, per giunta avendo l'aria di chiedere
un favore.
Le previsioni sono fosche.
Cercando lo scontro sin dal primo giorno, senza avere
le armi per sostenerlo, non si può ragionevolmente sperare
in un governo di lunga durata.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
Diritti, quali diritti?
Quando si parla di Israele e palestinesi
quello che si sente dire, se si e' fortunati, e' il ritornello
"il diritto di Israele di vivere in pace e il diritto
per i palestinesi di avere uno stato".
Se non si e' fortunati si
sente di peggio "Morte a Israele - Palestina una rossa
e islamica" e varie altre indecenze.
"Diritti per i palestinesi".
Oggi che e' Pasqua lo stanno
dicendo proprio tutti, dal Papa all'ultimo politicante.
"Diritti per i palestinesi".
Io credo invece che sarebbe
ora di guardarsi in faccia e di chiedersi "quali diritti
per i palestinesi?".
Quando la finiremo con le
ipocrisie? Nei discorsi ufficiali le ipocrisie sono
all'ordine del giorno ma dopo tanti anni penso proprio che
sia ora di piantarla e che qualcuno abbia il coraggio di porre
fine a questa litania.
I palestinesi hanno avuto
il diritto e la possibilita' di creare il loro paese
prima ancora di esistere come popolazione, parlo del 1947
quando l'ONU propose la formula "due popoli, due stati" formula
subito accettata dagli ebrei e rifiutata sdegnosamente
dagli arabi.
Poi le guerre proclamate
con l'intento preciso di distruggere Israele, obiettivo
non raggiunto poiche' Israele esiste ancora e sempre esistera'.
Nel periodo tra il 1948
e 1967 la Giudea e la Samaria, territori assegnati
agli ebrei gia' nel 1922, furono occupati dalla Giordania
e in quel periodo, durato quasi 20 anni, i palestinesi non
avanzarono mai una volta la pretesa di farne la Palestina.
Come mai?
Questa pretesa prese vita soltanto quando
Israele vinse la guerra dei sei giorni riprendendo possesso dei
territori occupati dalla Giordania, compresa Gerusalemme e fu
solo allora che i palestinesi scoprirono di volerli per loro come
proclamava l'OLP, nel frattempo venuta alla luce come movimento
del terrore capitanato da Arafat, con un unico fine, la distruzione
di Israele per fare la Grande Palestina comprendente Israele e, perche'
no, Giordania.
" Il nostro obiettivo e'
la distruzione di Israele. Non ci puo' essere ne' compromesso
ne' moderazione. NO, Noi non vogliamo la pace. Vogliamo
guerra e vittoria . La pace per noi significa la distruzione di
Israele e niente altro"
Questo dichiarava Arafat
nel 1971 a un giornale di Buenos Aires, l'Esquire.
E con queste parole si
guadagno' fino alla sua morte e anche oltre l'amore
del mondo antisemita di sinistra in special modo ma anche
della destra fascista che non gli pareva vero ci fosse qualcuno
pronto a finire il lavoro dei nazisti. (...)
Clicca
qui per proseguire nella
lettura.
Deborah
Fait - informazionecorretta
Massima
del giorno
Lord Brummel (che non
era lord) e il generale Custer (che non era generale).
Talvolta si riesce a smentire la storia, ma con la leggenda
non c'è niente da fare.
G.P.
VOTARE CON I PIEDI
Nella ricerca della verità,
il tentativo di partire da zero è insostenibile
perché per argomentare bisogna usare il linguaggio.
Il linguaggio non è zero e colui che usa le parole
della propria lingua è lungi dall'aver fatto tabula
rasa.
Quando si dice "il
cavallo ha quattro zampe", qualunque ascoltatore
capisce cosa si intende dire. Eppure chi parla non ha detto
il colore del cavallo o la sua razza, e chi ascolta non pensa
ad un cavallo in particolare, ma al concetto di cavallo.
Questa sintesi che noi astraiamo dai singoli e disparati fenomeni
sembrò tanto meravigliosa a Platone da fargli credere che
essa ci venisse dall'Empireo. Il concetto è filosofia
in atto: altro che tabula rasa!
La stessa costruzione
grammaticale e sintattica di una lingua è dialettica
cristallizzata. Ciò premesso, l'avventura intellettuale
di Descartes diviene ben poco plausibile. Egli cercava
una verità di base da cui partire, ed ha trovato che, se
dubitava, quanto meno esisteva, altrimenti non avrebbe potuto
né dubitare né pensare. Giusto: la certezza di esistere,
nello spirito di colui che pensa, è cosa innegabile. Ma questa
non è filosofia, è immediatezza. E così come,
per gli idealisti, l'immediatezza della percezione della materia
non è prova dell'esistenza della materia, nello stesso modo
l'immediatezza della percezione della propria esistenza non è
filosofia. La filosofia comincia nel momento in cui l'autore dice
cogito, ergo sum. Ma il dire implica fin troppe cose. Infatti,
mentre crede di avere eliminato ogni atto di fede, mentre crede di aggrapparsi,
nel mare dell'incertezza, all'unico scoglio della propria esistenza,
Cartesio non si accorge di accettare fideisticamente un'intera isola:
intanto usa un concetto, quello di pensiero, e lo reputa noto al
suo interlocutore , destinatario del Discorso sul Metodo. Poi accetta
che si possa scrivere in latino e in francese; che ci siano persone
fuori di lui; che queste persone capiscano queste lingue, abbiano nozione
di cosa vuol dire cogitare, sappiano che la parola ergo
(dunque) indica un innegabile nesso di causalità...
Più acuto è il discorso di
Kant sulle categorie mentali: ma anche lui, per tentare di
provarle, usa molti più utensili, ed anche più
complicati, di quelli che vuole inventare. La lingua, che
contiene in sé il nostro modo di argomentare, ne sa più
di Descartes e di Kant. Forse per questo Nietzsche una volta
ha scritto, brillantemente, "non è la gente che usa la
lingua, è la lingua che usa la gente".
I filosofi non partono
da zero, nel loro modo di ragionare, ma c'è di
peggio: essi dimostrano, vivendo, di essere insanabilmente
in contrasto con le loro idee. Teoricamente rifiutano anche
banali ovvietà (per gli idealisti il ferro non è
un metallo, è pensiero), concretamente asseriscono con
certezza frasi molto opinabili anche per l'uomo comune: "Non mi
hanno dato la cattedra perché sono un pugno di farabutti". Per
sapere che cosa pensano veramente, la testimonianza della loro vita
è preferibile alla lettura dei loro libri.
C'è in questo
campo un'espressione inglese, to vote with
one's feet, che significa dimostrare cosa si pensa mediante
ciò che si fa. Per esempio, alla fine del lungo sciopero
guidato da Scargill, i minatori inglesi "votarono con i loro
piedi", nel senso che non proclamarono nulla e si limitarono
a tornare al lavoro: prima in pochi, poi sempre di più,
infine a valanga.
I filosofi sono attaccati
al denaro e agli onori quanto tutti i loro colleghi
accademici di scienza delle finanze e di fisica teorica,
e non manifestano più dubbi, rispetto alla vita corrente,
di quanti ne manifestino le persone normali. In questo modo,
votando coi piedi, dimostrano quello che veramente pensano.
Proprio coloro che dovrebbero essere più coerenti della
gente comune, da un lato si arrampicano sull'astrazione più
astrusa, dall'altro vivono come tutti gli altri. Forse è
questa la ragione che rende così simpatici Socrate e Montaigne:
furono persone che vissero normal-mente, pensarono normalmente
e, se dissero cose discutibili almeno non usarono oscurità
hegeliane per intimidire il prossimo.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it, primi anni ’90.
UN DILEMMA PER TUTTI
Come si sa,
una delle cose più spesso ripetute dalla sinistra
è che bisogna ritirare “subito”, “senza se e senza
ma”, i nostri soldati dall’Iraq. L’ideale, per i partiti
moderati di centro-sinistra, sarebbe di fare i pesci in
barile e rinviare di mesi questa discussione, fino al ritiro naturale
e previsto entro la fine dell’anno. Ma presto bisognerà
votare per il finanziamento della missione: dunque una conta
in Parlamento sarà ineludibile. Ecco gli scenari:
1) il governo,
pur di non cadere subito, si piega al ricatto dei
comunisti e non finanzia la spedizione. I soldati vengono
immediatamente ritirati, l’Italia fa la figura che ha
fatto a suo tempo Zapatero, la nostra politica internazionale
è rivoluzionata, agli occhi del mondo e il centro-sinistra
ammette d’essere succubo dei comunisti.
2) Il governo
(che nelle promesse di Prodi dovrebbe concordare questo
ritiro con le autorità irachene) prende una posizione
tanto decisa che i comunisti devono rinunziare a ciò
che hanno promesso ai loro sostenitori per anni. Ciò però
ha effetti devastanti, agli occhi dell’elettorato di sinistra.
Infatti si vede chiaro e tondo che ciò che i singoli partiti
hanno promesso non poteva essere mantenuto, trattandosi di
cose contraddittorie. E che i comunisti, per andare al governo,
hanno venduto la loro anima.
3) I Ds e la
Margherita mantengono la loro posizione, i comunisti
pure, e la missione è finanziata con l’appoggio dell’opposizione,
come avvenne in passato.
La
domanda è: a vostro parere, l’Unione dovrebbe
chiedere l’aiuto dell’opposizione? La Cdl dovrebbe
sostenere la coalizione di centro-sinistra? Perché
sì? Perché no? E se si verificano altri casi
consimili (per esempio l’abolizione della legge Biagi)?
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it
LITTLE ITALY
A questo link
potete ammirare il rustico sito dell’inquietante pachiderma con parrucca
da cherubino che presto accoglieremo quale primo
ed unico neosenatore italobroccolino di Forza Italia.
Di cognome fa Ferrigno, non so se sia parente del Lou che
impersonava l'incredibile hulk nel telefilm dei
primi anni ’80.
Qui invece trovate il sito
del “medico per scelta” (???) neosenatore italobroccolino
prodiano, ance lui con un nome che è tutto
un programma: Gino Bucchino.
E qui il sito del secondo,
ulteriore neosenatorbroccolino dell'unione, tale Ron
Turano from Chicago, che qui intervistato
sul Corriere italocanadese si definisce moderato
e spiega che “da indipendente” si iscriverà al gruppo
della Margherita (Christian Rocca nel segnalare
questa intervista si sofferma sulla sua dichiarazione
contro i pacs, e titola sarcasticamente “Pacs Christi”).
Da Sal e da
Gino dipenderà in buona misura la stabilità
del futuro governo Prodi. Auguri, paisà…
(ale
tap, 14.04.06)
COROLLARI DEL VOTO
Le considerazioni
che ispira il recente risultato elettorale sono così
numerose che si è tentati di scrivere un commento
al giorno.
Primo. L’Italia è
divisa in due, con l’approssimazione di sei decimillesimi
(49,80 contro 49,74%). Ed è difficile governare
contro metà del paese. Perché anche se il premio
dà una confortevole maggioranza alla Camera, non solo
rimane il problema del Senato, ma non si può dimenticare
che, fuori, nel paese, si è tutt’altro che maggioranza.
Secondo. La situazione
è obiettivamente drammatica. E poiché chi
guida viene ritenuto responsabile anche di ciò che
avviene per caso (Piove, governo ladro!), chi si trova a governare
in un momento difficile è svantaggiato. Una volta,
in un teatro dell’opera di provincia, un baritono fu sonoramente
fischiato. Lui s’interruppe per dire al pubblico: “Fischiate
me? Sentirete il tenore!” Nello stesso modo, il centro-sinistra
non ha concesso attenuanti, al centro-destra, in questi
anni difficili, ma ora sentiremo il tenore.
Terzo. La vittoria
del centro-sinistra – in questo senso meritatissima
– è derivata dal voto degli italiani all’estero, i
quali sono sempre stati tradizionalmente conservatori ma
stavolta sono stati influenzati da una stampa internazionale
ammaestrata dagli ambienti radical chic romani frequentati
dai corrispondenti esteri. Dunque la campagna di demonizzazione
di Berlusconi e di catastrofismo in generale ha avuto effetto.
Bisogna rendere l’onore delle armi a questa operazione riuscita.
Viceversa essa non ha funzionato all’interno dell’Italia perché
qui la gente come vanno le cose. Se la sinistra dice che la gente
non arriva alla fine del mese, a Sydney magari ci credono: se invece
vivono a Gallarate o a Sciacca sanno benissimo che non raramente,
nei ristoranti, si rimane in piedi aspettando che si liberi un
tavolo, per poi pagare magari quaranta euro a testa. E in questi
giorni si parla di quindici milioni di veicoli diretti alle località
di vacanza! Contando cinque passeggeri ogni due automobili si arriverebbe
alla bellezza di 37 milioni di italiani che sicuramente arrivano
alla fine del mese. E gli avanzano i soldi per la benzina a 1,33
euro al litro.
Quarto. La coalizione
che ha vinto è composta per quasi un terzo di
veri comunisti. E qui i casi sono due: o costoro si acconciano
a sostenere una politica moderata (ma scontenteranno gravemente
i loro elettori), o inducono il governo ad adottare provvedimenti
estremistici, e in questo caso la sinistra potrà dimenticare
di andare al governo per i prossimi vent’anni. Basta immaginare
una pesante patrimoniale sulla casa (Bertinotti ne parla da anni)
per vaccinare gli elettori: già nessuno ha dimenticato
l’operazione notturna del sei per mille di Giuliano Amato, figurarsi
di fronte ad una sorta di estorsione solo perché si possiede
il tetto che si ha sulla testa.
Quinto. Lungo tutta
la campagna elettorale per il centro-sinistra l’ambiguità
è stata la regola, a proposito del programma. Una
volta che si passa alla pratica, una cosa o si fa o non si fa.
E qui ci si chiede come potranno essere appianati i contrasti.
Come ha detto qualcuno: “Per mesi ed anni hanno potuto dire sciocchezze,
ora dovranno farle”.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it - 14 aprile 2006
"Eliminare Israele e'
un dovere..."
Ayman
al-Zawahri, numero 2 di Al Queda, lancia un appello
a Bush: "Bush, figlio di Bush, eliminare Israele e' un
dovere di ogni credente".
Stiamo festaggiando
Pesach, la festa della Liberta', l'uscita dall'Egitto
e la fine della schiavitu' del popolo ebraico, stiamo
festeggiando, si, ma... siamo veramente usciti dall'Egitto?
Vogliono ancora eliminarci, vogliono ancora ucciderci.
I faraoni fanno
appelli all'Occidente per convincerlo che Israele
deve essere distrutto, al nord di Israele i terroristi
hezbollah bombardano, al sud di Israele i terroristi palestinesi
bombardano, al centro tentano di entrare centinaia di
terroristi per far saltare autobus e mercati. L'Iran prepara
la bomba per arrivare prima alla distruzione dei sionisti.
Noi siamo in
mezzo ancora boicottati dai faraoni occidentali amici
dei terroristi, ancora demonizzati nelle universita'
americane, inglesi, italiane.
Noi siamo in
mezzo e chi non e' contro di noi non ha voce oppure
e' indifferente.
E in Italia ha
vinto Prodi.
"Ma ihie' achshav?
Cosa succedera' adesso?" mi chiedono gli amici israeliani.
Cinque anni di
governo Berlusconi ci avevano abituati bene, avevamo
dopo tanti anni di odio italiano, un governo amico, un
Premier che aveva rifiutato, credo primo in Europa, di incontrare
Arafat guadagnandosi la nostra eterna riconoscenza per aver
cancellato con quel gesto decenni di umiliazioni subite
da tutti i leaders e politici europei ammiratori del raiss.
Come non ricordare
Prodi che si rifiuta di andare a Gerusalemme non
riconoscendola come Capitale di Israele?
Come dimenticare
le infami parole di D'Alema abbracciato ad Arafat
"Israele e' un paese terrorista"?
Come dimenticare
le visite di Agnoletto, di Cento dei Verdi, della
Morgantini , tutti ai piedi del mostro terrorista, tutti
pronti a giustificare la morte di piu' di 1000 civili, molti,
troppi bambini, ammazzati dagli assassini palestinesi?
Tutti in indifferente silenzio davanti ai 6000 feriti negli
ospedali di Israele e feriti significa mutilati, senza gambe,
senza braccia, senza volto perche' bruciato o colpito dai
chiodi mescolati all'esplosivo.
Avete mai sentito
una parola di pieta' da questi personaggi?
E adesso, dopo
che L'Italia di Berlusconi aveva fatto si che l'Europa
inserisse Hamas tra i gruppi terroristi , c'e' il pericolo
che accada il contrario e che il governo di sinistra faccia
in modo che avvenga la riabilitazione degli assassini.
Perche' questo
avverra'!
Perche'
i sentimenti antiisraeliani della sinistra non
sono cambiati anche se adesso parlano di "due popoli, due
stati". Loro ne parlano ma sanno che i palestinesi
non vogliono questo, vogliono la eliminazione fisica di
Israele, vogliono la Palestina dal fiume al mare, vogliono rimandare
gli ebrei in Europa, vogliono distruggerci.
E i faraoni di
tutto il mondo girano la testa e lasciano dire, lasciano
fare.
Vigliacchi. E
discutono se sia giusto o no mandare soldi all'ANP.
Analisti politici
israeliani, pur ammettendo che adesso sara' piu'
difficile avere buoni rapporti con la sinistra filoaraba
italiana, sono meno pessimisti e dicono che se l'Italia
cattocomunista vorra' avere un ruolo in Medio Oriente,
non potra' essere antiisraeliana come prima.
Non sanno questi
analisti politici che nel parlamento italiano entrera'
Fatah, con Ali' Rashid, non sanno che il nuovo parlamento
italiano avra' una Luisa Morgantini, non sanno che ci sara'
un certo Caruso tanto pieno di odio da aver tentato di
fermare un semplice congresso annuale delle associazioni Italia-Israele.
Non sanno che
all'interno dei Comunisti Italiani e di Rifondazione
c'e' chi brucia le bandiere di Israele e organizza cortei
con giovani travestiti da kamikaze. "Quattro idioti" tentano
di giustificare i capi dei partiti. Idioti si ma tanti
e si tramandano da generazioni.
Alla luce di
tutto questo e del passato triste e tremendo dell'Italia
di sinistra contro Israele, alla domanda degli amici
israeliani posso solo rispondere che andra' male per
noi perche' l'Italia che ha vinto le elezioni riabilitera'
il terrorismo palestinese, perche' il pericolo non e' solo
Prodi ma tutti quelli che gli stanno intorno e che aspettavano
questo momento per scatenarsi e si scateneranno alla grande.
In questi mesi,
prima delle elezioni, hanno cercato di rifarsi un'immagine
per guadagnarsi il voto degli ebrei italiani e cosi'
hanno dato fiato alle trombe con dichiarazioni false quanto
ridicole di amicizia nei confronti di Israele, hanno avuto
la faccia tosta di parlare di parenti che avevano salvato
ebrei durante la Shoa'.
I meno furbi
invece hanno continuato la loro campagna di odio
esaltando il terrorismo, scrivendo poesie piene di amore per
chi uccide gli ebrei e sognando lo sceicco Ahmad Yassin.
Alle critiche la signora Lia Briganti, candidata dei
Verdi, ha risposto che quello che fanno i palestinesi
"non sono atti terroristici, bensì azioni esemplari".
Questa gente
entrera' nel nuovo governo italiano. Paura? no. Preoccupazione,
disgusto, stanchezza per l'odio di sempre. Soprattutto
stanchezza.
Siamo usciti
veramente dall'Egitto?
Chi ne e' uscito
e' Ariel Sharon che proprio due giorni fa e' stato
dichiarato fuori dalla politica e dalla vita del
nostro Paese.
Lui, inconsapevole,
ha trovato la liberta', noi dovremo soffrire ancora.
Deborah
Fait -informazionecorretta.
Lanterna magica
L’era glaciale
2 – il disgelo
Sid il bradipo,
Manny il mammuth e Diego la tigre scoprono che la
loro valle sta per essere sommersa dal disgelo e cercano di
salvarsi abbandonando il luogo. Secondo episodio delle
avventure degli animali preistorici. Carino, ma l’originale
era decisamente superiore…
L’era glaciale
2 – il disgelo
Regia: Carlos
Saldanha
Interpreti: Claudio
Bisio, Leo Gullotta, Pino Insegno, Roberta Lanfranchi,
Lee Ryan
Sceneggiatura:
Peter Gaulke & Gerry Swallow & Jim Hecht
Data di uscita
italiana: 21 aprile 2006
Voto: 6/10
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SANA E ROBUSTA OPPOSIZIONE
Le possibilità combinatorie della fantasia
(per non dire della politica) sono infinite e,
spesso, spaventose. I greci crearono la chimera, mostro con
una testa di leone, una testa di drago, una testa
di capra; i teologi dei primi secoli, la Trinità,
nel cui ambito si districano inestricabilmente il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo... e potremmo continuare.
Ora, alla
luce del pareggio, si fantastica di nuove migrazioni
cattoliche e di vecchie pratiche inciuciste.
Come - davvero
- non manifestare la nostra ammirazione per
il mitico Silvio che, proponendolo, ha scoperto il gioco
e sparigliato l'allegra brigata dei pontieri.
Ora, per
tutti, non ci saranno alibi e per i "vincitori" (tra
virgolette perché non è detto che contando
e ricontando...) saranno cazzi. Amari.
cp,
12 aprile 2006
REGIME CHANGE
Mi ha
appena telefonato un caro amico giuslavorista di rientro
da un’importante trattativa sindacale in una impresa
medio-grande del Nord, in stato di crisi (molti operai
sono sull’orlo della mobilità).
Mi dice
che nella pausa caffè i presenti si sono concessi
qualche battuta sulle elezioni.
Mi dice
che i sindacalisti hanno votato per Prodi.
Mi dice
che anche i dirigenti (sia quelli di alto livello,
sia i “quadri”) hanno votato per Prodi.
Mi dice
che, invece, tutti – tutti – gli operai presenti per
la RSU hanno votato per il Berlusca.
Eh, insomma,
forse alle omelie sulle “Due
Italie uscite dalle urne” bisognerebbe
premettere un giretto nel mondo reale. Giusto
per schiarirsi le idee.
Meno male
che c’è Christian
Rocca.
(ale tap, 12.04.06)
Massima del giorno
Nella
politica internazionale la paura fa 90. Anche come
calibro.
G.P.
IL BI-COALIZIONISMO
Il pareggio si è
verificato. In molti, incluso Prodi,
avevano detto che in questo caso si sarebbe dovuti tornare
a votare ma ora che il pareggio c'è, nessuno dei presunti vincitori ne parla più.
E allora la domanda diviene: è possibile una
Grosse Koalition? Moltissimi a questo punto chiedono: i
Ds con Forza Italia? Fini con Bertinotti? Suvvia, chi può
pensare a una cosa del genere?
L'obiezione è
più che comprensibile ma forse non risponde alla
domanda giusta. In Germania la Grande Coalizione è
stata resa possibile, e forse necessaria, dal fatto che
il paese dispone di un bipartitismo pressoché perfetto.
Ma in Italia non c'è un bipartitismo: c'è,
per così dire, un bi-coalizionismo. Non ci sono due grandi
partiti più o meno moderati - laburisti e conservatori,
CDU e SPD, democratici e repubblicani - ma due insiemi contrapposti,
ognuno dei quali contiene all'interno formazioni a volte estremistiche.
Si faccia il caso
teorico di due coalizioni (50% contro 50%) in ciascuna
delle quali ci sia un grande partito da 30%, uno da 10%
e due da 5%. A questo punto basta che un partito che pesa cinque
passi all'altra coalizione per avere uno sbilancio di dieci,
55% contro 45%; e se il partito transfuga è quello
da dieci, lo sbilancio è addirittura di venti, 60% contro
40%: si avrebbe dunque una solida maggioranza e la coalizione
più forte non sarebbe obbligata a snaturarsi. Diliberto
non sarebbe obbligato ad avere Berlusconi come capo e Bossi non
dovrebbe sedere a fianco a fianco con Bertinotti.
Il partito da invitare
al cambio di campo è ovviamente uno di quelli
di centro, proprio perché essi sono i meno lontani dagli
avversari. Basta che l'Udc, riempiendosi la bocca di spirito
di servizio, di salvataggio della governabilità e di
interesse del paese, passi a sinistra, o che la Margherita, con
analoghi discorsi, passi a destra, ed ecco realizzato un governo
solido che può durare cinque anni.
Questa ipotesi è
anche da prendere in considerazione nel caso in cui i
partiti di estrema sinistra tirino troppo la corda. La coalizione
a quel punto, invece di rinunciare al potere, potrebbe scaricare
chi tende a rendere troppo radicale l'azione governativa e
parlare di salvataggio della patria a chi non ha ancora perso
- e mai perderà - la propria anima democristiana.
Un'anima fatta di
moderatismo e di valori cattolici, ma soprattutto di
uno sconfinato, incompressibile amore del potere. Chi ha
detto che in Italia c'è un solo Mastella?
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it - 12 aprile 2006
SETTE DECIMILLESIMI
L’Unione ha ottenuto
alla Camera il 49,8% dei voti contro il 49,73% dei
voti della Casa delle Libertà (fonte: Il Corriere della
Sera, ore 12). Il 49% significa 49 voti su cento. Il 49,7%
significa 497 voti su mille. Il 49,73% significa 4.973 voti
su diecimila, contro i 4.890 voti su diecimila dell’Unione.
In altri termini, l’Unione ha sette voti su diecimila in più:
si può chiamare vittoria, questa?
Tuttavia, in base
al premio di maggioranza introdotto dalla nuova legge
elettorale, l’Unione avrà 341 seggi contro i 277
della Cdl. Indubbiamente è un bene che un paese abbia
un regime democratico. Indubbiamente è un bene che
governi chi ha più voti, anche se sono pochi voti
in più. E proprio per questo, la legge ha deciso che,
anche con pochi seggi in più, si benefici di un premio
di maggioranza. Vinci un punto percentuale in più,
hai quaranta seggi percentuali in più, tanto per buttare
lì una cifra. In modo che tu possa governare. Questo sistema
fu proposto dalla Democrazia Cristiana, in anni lontani (oltre
mezzo secolo) ma qualcuno, da sinistra, lo chiamò “legge
truffa” (espressione indelebile, nella memoria) e si batté
a morte e con successo per non farlo divenire legge. Ora il
sistema è stato votato dalla Cdl nel 2005 e ne beneficia
l’Unione. La quale non sente affatto di truffare gli elettori
di centro-destra. Ha ragione, ha torto?
L’Unione ha perfettamente
ragione nel considerare legittimo il premio di
maggioranza che le è attribuito non per i suoi begli
occhi, ma perché il paese deve avere un governo stabile.
Ha torto nel dimenticare che per decenni – ed anche recentemente
– ha aspramente criticato questo sistema elettorale, definendolo
disonesto e non corrispondente alla volontà popolare.
C’è tuttavia
un limite. Se una coalizione ha il 55% dei voti, e
l’altra il 45% dei voti, il fattodi aumentare lo sbilancio
di voti corrisponde ad un’esigenza di stabilità ma
non tradisce la volontà degli elettori, si limita ad enfatizzarla.
Se viceversa la coalizione vincente ha sette decimillesimi
di voto in più, di fatto si avrà una coalizione
che governa l’intero paese essendo sconfessata dalla metà
esatta del paese stesso. Addirittura, in termini di voti,
ne ha avuti di più la Cld, al Senato. A questo punto il
governo conserverà qualcosa di artificiale e di innaturale.
Questo non significherà affatto che esso sia delegittimato,
ma che non potrà mai ignorare lo scontento eventuale
dei destinatari della sua azione. Uno scontento che potrà
farsi sentire in parlamento, dove le defezioni sono sempre
possibili e in cui il governo potrà spesso “andare sotto” nelle
votazioni.
Sarebbe stato meglio
vincesse chiaramente una delle due coalizioni.
L’Unione ha forse staccato dall’albero una mela avvelenata.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 11 aprile 2006
Itagliani
all'estero
E' certo.
Nonostante al Senato la CdL abbia la maggioranza con
il 50,2% dei voti contro il 48,9% del centro sinistra,
Prodi, con 158 senatori contro 156, ha la maggioranza
degli eletti.
Che dire?
Non sarà che in queste elezioni (poi governare
è altra questione...), il fatto che tutto accada
all'estero è uno dei fondamenti della messa in
scena di questo teatro dell'assurdo dove i demeriti
(legge eletterale compresa) sono più percettibili
che i meriti, e non richiedono di essere evidenziati.
cp, 11 aprile 2006.
Erezioni...
...è
già un altro giorno. Prodi, circondato da
580 giornalisti esteri - altrettanti i giornalisti
nostrani - sale sul palco giallo. Sventolio di
bandiere rosse, folla plaudente. Sta per
morire e sorride; anche le mura di casa mia sorridono.
cp, 11 aprile 2006
ESPIMI 1 DESIDERIO
Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo:
Salve, siamo alcuni
giovani giornalisti e abbiamo bisogno del vostro
aiuto.
Abbiamo lanciato una nuova iniziativa sul web in
occasione delle elezioni. Il progetto è "esprimi.1desiderio".
Non chiediamo altro che di inviare una mail
esprimendo un desiderio che si vorrebbe vedere realizzato
da chi vincerà le elezioni, poi tutte le e-mail
saranno inviate al vincitore della battaglia
politica.
IL RICATTO
I
fatti. L’Autorità Nazionale Palestinese ha sempre
beneficiato di elargizioni degli Stati Uniti e dell’Ue
per parecchie centinaia di milioni di euro. Recentemente
però le elezioni sono state vinte da Hamas. Questa
organizzazione è stata inclusa dagli occidentali fra
quelle definite terroristiche perché autrice di molti
attentati (firmati) e perché nel suo statuto c’è
scritto che il suo scopo è l’eliminazione fisica di
Israele. Cioè degli israeliani. A questo punto è
stato posto l’aut aut, o Hamas riconosce il diritto d’esistere
d’Israele, e rinuncia al terrorismo, o non potrà
beneficiare dei regali occidentali: non si possono finanziare
intenzioni palesemente criminali. Hamas invece ha confermato
le proprie posizioni (“Non cederemo ai ricatti di Europa
e USA”) e in conclusione l’Occidente ha sospeso i donativi.
La situazione è drammatica. Già i dipendenti
dell’Anp sono pagati con questi regali e dunque il
pericolo è che a fine mese ci siano cerca 140.000
persone senza stipendio. È vero che alcuni paesi arabi
e l’Iran hanno promesso di sostituirsi all’Occidente,
come paesi donatori, ma fino ad ora non l’hanno fatto. Hamas
da parte sua ha difficoltà a fare marcia indietro (ammesso
che lo desideri), perché non solo quegli assurdi
principi sono inscritti nel suo statuto, ed è sulla
base di essi che ha vinto le elezioni, ma per giunta essi sono
stati legati a ragioni religiose che, per loro natura,
sono indefettibili e irreversibili.
Nel momento in cui era minacciata d’esser privata
del sostegno economico, Hamas avrebbe potuto dire:
a) abbiate pietà di noi; b) intanto aiutateci,
poi troveremo una soluzione politica; c) se non
per amor nostro, aiutateci per evitare una ribellione armata:
qui c’è penuria di tutto ma non di armi e di gente
disposta ad usarle. Invece è significativo che abbia
detto che essa “non si lascia strangolare” e soprattutto “non
cede al ricatto”. E questo induce a riflessioni.
Il diritto penale per l’estorsione
statuisce: “Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo
taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura
a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno,
è punito con la reclusione da cinque a dieci anni”.
Ma nella fattispecie mancano tutti gli elementi. L’Occidente
non esercita nessuna violenza o minaccia: la minaccia è
la promessa di un male “ingiusto”, non di un qualunque “male”.
“Se continui a gridare me ne vado” non è una minaccia:
infatti, anche se a te dispiace che me ne vada, andarmene è
un mio preciso diritto. Riguardo allo scopo dell’azione, se l’Occidente
vuole indurre Hamas ad “omettere qualche cosa”, questo “qualche
cosa” è un genocidio. Infine non procura a se stesso nessun
profitto (a fortiori ingiusto!), visto che si tratta di denaro proprio;
e ridicolo sarebbe parlare di danno, perché non fare regali
a qualcuno non corrisponde a danneggiarlo.
La realtà è che, per Hamas, i palestinesi hanno
diritto a quel denaro. Un diritto come quello che ha il
creditore nei confronti del debitore. Non c’è da stupirsene:
se un ricco una domenica, andando a messa, dà venti
euro ad un mendicante, riceverà meravigliati e
sonori ringraziamenti che faranno voltare qualche passante.
Se lo fa ogni domenica, presto il mendicante si limiterà
solo a un distratto “grazie”. Se lo fa per un anno e una domenica
non lo fa, rischia gli insulti: dove sono i suoi venti
euro? chiederà il mendicante. E se il signore ha sospeso
l’elemosina perché il mendicante rifiuta di smettere di
bestemmiare dinanzi alla casa del Signore, questi, se palestinese,
parlerà magari di ricatto.
Ex facto oritur ius, dal fatto nasce il diritto. Prima
si verifica una cosa, poi se ne verifica un’altra simile,
infine diviene un’abitudine e dall’abitudine nasce
la consuetudine. La consuetudine, che il diritto chiama
opinio iuris et necessitatis, (cioè la convinzione che
la cosa sia legale e necessaria) a sua volta dà spesso
origine alla legge. I palestinesi reputano addirittura in
buona fede di avere diritto a ricevere dall’Occidente centinaia
di milioni di euro in regalo. Perché li hanno avuti
in passato.
Non bisogna essere troppo buoni e soprattutto non
bisogna esserlo con tale regolarità da permettere
al prossimo di considerare la generosità altrui
un dovere. Solo questo ci salverà dall’accusa di
ricatto.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 9
aprile 2006
MOLLICHINE
Prodi: “La primavera comincia il 10 aprile, con il
voto e il cambiamento”. Non ci sono più le stagioni
di una volta.
Gheddafi alle ex-potenze coloniali: “Restituite quello
che ci avete sottratto”. Per gli obelischi va bene,
ma come si fa per il tracoma e il vaiolo?
Fassino e Rutelli non sono andati a registrare Matrix
con Fini e Casini. Tre quarti d’ora dopo Fini e Casini,
stanchi di aspettare, sono andati via. Arroganti!
Fassino: “Le leggi Biagi, Moratti, Gasparri e Bossi-Fini
vanno cambiate”. E anche il sistema metrico decimale.
Hamas: “Il riconoscimento di Israele non rientra
nell’agenda del nostro governo”. Traduzione: “Li
vogliamo ammazzare tutti!”
Claudio Magris (Stampa) stigmatizza l’appello a
votare secondo i propri interessi. Tutti, fra un
risparmio di tasse e una predica di Scalfaro, non esiterebbero
un istante.
Gerusalemme. Arrestato per alcune ore il neoministro
palestinese, Arafa. Poi si sono accorti che non
era una resurrezione. Mancava una “t”.
Gianni Pardo
Una voce poco
fa...
Ho ricevuto un sms: «il furbetto dell'Unione
dona ai figli l'esenzione. A chi vota per l'Unione
tocca invece la tassazione». È la tipica
etica fiscale dell'Unione: esenzione per sé,
tassazione per gli altri. (Giulio Tremonti)
«Sono amareggiata» (Flavia Prodi)
Che cazzo d'Ici? (Maurizio Crippa)
Di Pietro: le tasse devono pagarle tutti. Pagassero
pure in una scatola da scarpe, basta che paghino.
(Anonimo veneziano)
Con la frase sui “bambini
bolliti” il presidente del Consiglio ha richiamato male, riducendola
ad argomento da campagna elettorale, la grande tragedia
del comunismo cinese. Ma cosa ci fa (vedi la foto
a pagina 47 dell’ultimo Corriere Magazine) un busto di
Mao nel salotto di casa Bertinotti? (Giovanni Belardelli)
Giuliana Sgrena si è arrabbiata per la medaglia
d’oro all’eroico Quattrocchi. A quando la richiesta
di rimborso delle spese sostenute per liberarla? (Giovanni
de Merulis)
Sento molto parlare di regole televisive (immagini
fisse, nessun controcampo, eccetera) che sarebbero
state attuate durante i dibattiti presidenziali
Bush-Kerry (sì, quelli che Kerry ha vinto 3 a
0). Io c'ero e non è vero. I due candidati si erano
effettivamente messi d'accordo anche su questo, ma le reti
televisive (notare il plurale) hanno rifiutato categoricamente
e hanno fatto come gli pareva, mandando in onda le immagini
che ritenevano migliori, non accettando il diktat dei due
candidati. Sicché chi ha visto il dibattito su Fox l'ha
visto in modo diverso da chi l'ha seguito su Cnn e così
via. Gli Stati Uniti sono un paese libero: liberi i candidati di
mettersi d'accordo sulle inquadrature, liberi i network di non accettare
e fare altrimenti. In Italia, più che modello americano,
pare un modello sovietico: televisione di Stato, regole decise
non dal mercato, ma dai partiti. (Christian Rocca)
Italia a crescita zero. L’unico
rimedio, peraltro già sperimentato con successo,
sono i tacchi alti. (Gianni Boncompagni)
Massima del giorno
L’uomo
medio ha una moralità media ma ne pretende una
altissima dai politici. Che invece, per mestiere,
l’hanno bassissima.
G.P.
IL RELATIVISMO
Il relativismo è fastidioso.
Per cominciare, perché non si è sicuri
di sapere che cosa sia ed è dunque opportuno darne
una definizione. Al bar, il relativismo potrebbe essere
riassunto con le parole del Duca di Mantova del “Rigoletto”:
“Questa e quella per me pari sono”. Dove questa e quella sono
la religione cristiana e quella islamica, la civiltà
parigina e quella del Bhutan, la musica di Mozart e Al Bano,
la scienza e gli oroscopi. Se questo è il relativismo,
è una sciocchezza. Come si dice, il denaro non fa la felicità,
ma figuratevi la miseria.
C’è
da pensare che il problema in realtà nasca dalla
confusione tra relativismo e tolleranza. Per un europeo
colto – in questo simile all’antico romano – è
ovvio che tutte le religioni, purché non diano
fastidio e non violino i più elementari diritti
umani, possano dire e fare quello che vogliono. Se invece,
per fare un esempio, si infibulano le bambine, no: in
quel caso si interviene. La tolleranza non si estende fino a
coprire l’attentato all’integrità fisica.
Questo
intervento però è oggettivamente un atto
d’intolleranza. La nostra società trova intollerabile
ciò che un’altra società considera normale
ed anzi dovuto. In un dato territorio si preferiscono i
valori occidentali e in un altro quelli islamici, ammesso
che l’infibulazione ne faccia parte. Si è costretti
ad ammetterlo, per noi non tutte le “culture” sono sullo stesso
piano. Ed è qui che nasce il problema.
L’Occidente tiene talmente
ad essere un modello, in questo campo, che non vorrebbe
vedere la sua fama di tolleranza macchiata da eccezioni
o limitazioni. Non ha il coraggio di dire agli infibulatori:
“Sarò civile o incivile, tollerante o intollerante,
ma se toccate questa bambina vi sbatto in galera”. Questa
risolutezza gli manca perché non ha una sufficiente coscienza
identitaria e perché non ha le idee chiare. Non si
può essere tolleranti ad ogni costo. A trecentosessanta
gradi e nei confronti di chiunque. Chi fosse tollerante al
cento per cento dovrebbe tollerare tutti gli atti del suo prossimo,
inclusi i sacrifici umani, che hanno fatto parte di alcune
civiltà. Se non si è disposti a questo, si deve rinunciare
alla qualifica di “tolleranti al cento per cento”. L’Occidente
vive soggettivamente un’insuperabile contraddizione. Da un
lato non può tollerare la barbarie (i sacrifici umani),
dall’altro vorrebbe lo stesso essere dichiarato universalmente
tollerante: e non s’accorge che veramente chiede troppo.
Basterebbe e avanzerebbe dire che si è molto, oppure notevolmente,
o infine per quanto umanamente possibile tolleranti: perché
tentare di negare la propria intolleranza per certe azioni?
La ragione
di questa assurda quanto corrente pretesa è che
l’occidentale pensa che permettere i sacrifici umani
non farebbe parte della tolleranza. Pensa che nessuno,
che non sia un folle, potrebbe chiederli o permetterli.
E invece. È qui che sbaglia: i gruppi umani sono stati
e sono capaci di ritenere doverose e morali le pratiche
più strane e barbare. Come l’infibulazione, che non
risale al tempo dei Maya ma è pratica corrente ancora
oggi e ancora in Italia. Né c’è modo di convincere
intellettualmente chi la vuole praticare che noi abbiamo ragione
e loro torto. Dunque la pretesa che ci sia perdonata la nostra
intolleranza è frutto di un pregiudizio. Esattamente il
pregiudizio dell’evidente e innegabile superiorità dei
nostri principi. Per l’occidentale medio sarebbero talmente
superiori che, al solo sentirli enunciare, tutti dovrebbero
abbracciarli entusiasticamente. E non si rassegna al fatto che
non sia così. Noi non saremmo stati capaci di convincere
i Maya che i sacrifici umani erano un orrore, e non saremmo nemmeno
stati capaci di convincere i nostri avi che bruciare le streghe
e gli eretici era un orrore. Perché oggi dovremmo riuscire a
convertire tutti? Che cosa è cambiato?
Questo
atteggiamento è un’eco della mentalità illuministica
per cui i valori della laicità e della tolleranza
sono quelli cui tutti naturalmente si adeguano: ma
pretendere che tutti lo facciano realmente, non è
il colmo dell’intolleranza?
L’Occidente, se non fosse in
preda ad una sorta marasma senile, dovrebbe riconoscere
i propri valori e proclamarli come suoi prima ancora
di proclamarli giusti. Almeno in casa propria si ha il
diritto d’essere se stessi. E si ha anche il diritto di pretendere
che gli ospiti mangino con le posate e non si mettano le dita
nel naso.
Oltre
tutto, i valori occidentali sono effettivamente tolleranti,
rispetto al resto del mondo, e non c’è ragione
di avere dei complessi. In Europa e negli Stati Uniti si vive
meglio che altrove, come si vede dai tentativi, anche illegali,
che fanno in migliaia per venirci ad abitare. E chi, venutoci,
non è contento del risultato, può
tornarsene a casa sua.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 8 aprile 2006
CHI PARLA E CHI ASCOLTA
Avevo
diciott’anni e una sera, imprevistamente, un coetaneo
mi aprì il suo cuore. Mi parlò dei suoi sentimenti,
dei suoi problemi, dei suoi sogni e delle sue speranze.
Lo considerai un grande onore e divenimmo amici.
Purtroppo poi scoprii che la sua era un’irrefrenabile
tendenza a parlare di sé e a mettersi al centro del mondo.
Non fu tuttavia la scoperta più interessante.
L’insegnamento massimo – se vogliamo buttarla sul paradosso
- fu ed è che non è chi si confida, che fa un onore
all’altro: è chi l’ascolta.
Questa
confusione esiste in molti campi. Mentre per secoli
l’artista ha cercato di piacere al pubblico, adeguandosi
ai suoi gusti e alla sua capacità di comprensione,
a partire dal Romanticismo – come quel mio amico –ha creduto
d’essere in credito col fruitore dell’opera. Una volta
che egli ha fatto lo sforzo di esprimersi ed ora lo spettatore,
l’ascoltatore, il lettore devono fare lo sforzo di capire. Se
necessario studiando e magari vincendo la noia. E questa è
diventata una verità accettata. A chi dice “ho letto metà
del libro”, oppure “ho visto metà di quel film e poi me
ne sono andato”, moltissimi rispondono con un rimprovero: per
giudicare bisogna andare fino in fondo, anche se costa! Chissà,
forse l’opera sarebbe risultata positiva, se conosciuta interamente!
Non si ha il diritto di disertare.
Ma chi
diamine l’ha detto? La pretesa che chi si accosta
alla bellezza debba essere disposto a soffrire è
una bestemmia. La Venere di Milo non richiede apprendistato.
Se l’opera d’arte non procura godimento, o per limiti
del creatore o per insufficiente comprensione da parte del
destinatario, non c’è che da constatare il fallimento
dell’incontro. Se non si è in grado di capirlo, ascoltare eroicamente
mezz’ora di Bela Bartok può servire soltanto a disgustarsi
dalla musica classica. Mentre si sarebbe potuto capire Haydn,
che è per giunta artista più grande di Bartok.
L’idea
perniciosa per cui il produttore è superiore
al consumatore, tanto che questi gli deve rispetto e obbedienza,
prospera stranamente anche nelle università.
Qui dei professori impongono le loro opere senza preoccuparsi
di scriverle bene, in maniera comprensibile ed adatta
all’insegnamento. Ma poiché hanno il potere, e sono
loro che scrivono i voti sul libretto, si possono permettere
questa estorsione accademica.
Un altro
campo in cui si manifesta il fenomeno è nel “giornalismo
di qualità”. Alcuni giornalisti reputano che,
dato l’alto valore della loro firma, i lettori siano
precettati a leggere articoli immensi. Dunque non cercano
la sintesi, non usano le forbici, divagano, fanno sfoggio
di cultura, senza chiedersi se il lettore abbia tanto tempo da
perdere e se tutte quelle righe l’interessino. Perché lo
schema è rovesciato: non è il lettore che giudica l’articolo,
è l’articolo che giudica il lettore. “Se non mi apprezzi
sei un ignorante”.
Questo
è francamente assurdo. È la riprova che
la nostra è un’epoca demente e presuntuosa.
Chissà che non sia questa la causa della spaventosa
decadenza artistica che viviamo. A forza d’écarter
l’importun , come diceva Mallarmé,
ci si è écarté dall’arte e l’arte
ha divorziato dal pubblico. I compositori hanno disdegnato
la melodia ed il pubblico ha disdegnato i compositori.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
7 aprile 2006
Lanterna magica
Indian – la grande sfida
Burt Munro, un anziano neozelandese appassionato di
moto, si reca negli Stati Uniti per tentare di battere
un record di velocità, nonostante lo scetticismo
generale. Un biopic con Anthony Hopkins a tratti affascinante,
ma troppo spesso noiosetto…
Indian – La grande sfida
Regia: Roger Donaldson
Interpreti: Anthony Hopkins, Diane Ladd, Paul Rodriguez,
Aaron Murphy, Bruce Greenwood
Sceneggiatura: Roger Donaldson
Data di uscita italiana: 7 aprile 2006
Voto: 5,5/10
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Cronaca di un giorno di straordinaria
follia.
Alla fine la
par condicio ha completamente svelato la propria idiozia:
ha fatto impazzire tutti, ha bloccato due belle trasmissioni
televisive a tre giorni dal voto, ha vestito i giornalisti
dei panni occhiuti e ottusi di un gigantesco Usigrai con sterilizzatore
pronto, ha trasformato i politici impegnati in una campagna
elettorale tosta e sanguigna in ballerine della Scala con
pruriti capricciosi, ha riempito le pagine di liti da condominio.
Ieri è finito tutto in farsa, tanto che Matrix e Terra!,
programmi Mediaset di cronaca e politica, hanno fatto l’unica
cosa possibile (dopo che ogni tentativo di serietà veniva
massacrato): l’hanno mostrata, tutta. Non hanno potuto fare altro
che raccontare i sì, i no, i comunicati, le riunioni,
le attese, gli appelli e infine l’impossibilità di mandare
in onda qualcosa di decente, con l’unica libertà di restare
lì, come scemi, a regolare il traffico dell’equal time.
Enrico Mentana era furibondo, Sandro Provvisionato e Toni Capuozzo
attoniti. Trasmissione sul mancato confronto tra i due candidati
premier in prima serata, trasmissione sul mancato dibattito tra
Francesco Rutelli, Piero Fassino, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando
Casini in seconda.
Poteva essere l’ultimo faccia a
faccia tra Prodi e Berlusconi, oppure l’ultima tentazione
del Cav. di farsi intervistare, visto che Prodi aveva già
detto, e ha ripetuto: “A Mediaset mai”, e il suo portavoce,
Silvio Sircana, a richiesta scritta di partecipare a “Terra!”
per un confronto, aveva dato una risposta scritta: “No”.
Molto dettagliata, per la verità: “Nel caso ci fosse
un assolo di Silvio Berlusconi su Canale 5 sarei legittimato
a credere che la tua lettera di ieri (martedì, ndr),
con la proposta last minute di un confronto fatta quando è
noto a tutti che la nostra agenda non ci permetterebbe comunque
di parteciparvi, sia stata un utile alibi per consentire al leader
dell’altra coalizione la sua esibizione in solitario”. Sarebbe
stata quindi una decisione oggetto di critiche, di stizza, anche
di richiamo da parte dell’Authority, ma è diventata nel
giro di poche ore l’ultima gigantesca follia prima delle elezioni.
Ieri mattina Carlo Rossella, direttore del Tg5, Fedele Confalonieri,
presidente di Mediaset, Toni Capuozzo e il cdr erano riuniti per
decidere che fare: Prodi non viene, Berlusconi verrebbe, facciamolo
intervistare da cinque giornalisti oppositori, e con “equal time di
spazio all’altro contendente, facendo vedere i suoi discorsi”. Poteva
essere un bello spettacolo, una cosa divertente. “Abbiamo visto martedì
scorso il dibattito in tivù e ci siamo chiesti: perché
Prodi non deve venire mai sulle reti Mediaset? Siamo figli di un Dio
minore?”, ha raccontato Carlo Rossella. Ma intanto filtravano sospetti
di “attentato all’informazione”, c’era l’Authority in allarme, Giuseppe
Giulietti scatenato sul colpo di mano dell’orrendo Cavaliere. Rossella
sudava, Confalonieri s’incazzava, il cdr alzava barricate di indignazione
democratica, minacciando lo stato di agitazione permanente, minacciando
di non fare andare in onda nemmeno il tiggì. Intanto Toni Capuozzo
provava a invitare i giornalisti di sinistra da contrapporre al Cav. “Io
personalmente non avrei avuto problemi a fare la trasmissione con il
premier. Non sono un ammiratore sviscerato delle regole della par condicio
e sono convinto che si sarebbe potuta fare una cosa di cui, da giornalista,
non avrei dovuto vergognarmi”, ha detto Capuozzo. Ma Piero Sansonetti,
direttore di Liberazione, non si trovava, e comunque a posteriori avrebbe
giudicato la proposta “inammissibile”, Gabriele Polo, direttore del
Manifesto in golf rosso anche in televisione, si offendeva per l’imprudenza
dell’invito: “Siccome sono un coglione non ci vado. E non voglio fare
l’utile idiota travestito da giornalista”.
Antonio Padellaro, direttore dell’Unità,
aveva forse anche detto sì, probabilmente
anche Stefano Cingolani del Riformista, ma c’è
stato il dietrofront immediato, l’appello accorato dei
giornalisti democratici che mai avrebbero voluto passare
per aiutanti del nemico. Super tempestivo, prima dell’ora
di pranzo, ecco l’annuncio dei direttori di sinistra Stefano
Menichini, di Europa, Padellaro, Polo e Sansonetti: “Silvio
Berlusconi annuncia, infrangendo le regole, che stasera sarà
da solo a Mediaset intervistato da quelli che lui definisce ‘alcuni
giornalisti di sinistra’. Di fronte a questa inaccettabile violazione
della legge sulla par condicio chiediamo a tutti i giornalisti italiani,
a prescindere dal loro orientamento politico, di non prestarsi
a questa operazione”. Secondo Rossella si è trattato
di “una tempesta ricattatoria verso chi doveva venire in trasmissione”,
e allora basta, cosa si può fare se non rinunciare,
telefonare, dire al Cav: grazie, non venga, soprassediamo, anche
se Prodi ci ha mandato affanculo da mesi. Va così, non se
ne fa niente.
Fedele Confalonieri
è furibondo (e ieri sera Terra!, nell’edizione
intitolata “Una giornata particolare”, l’ha intervistato,
mentre Sansonetti, cessata la minaccia alla democrazia,
è andato volentieri a chiacchierare). “Adesso
uso io una parola grossa: regime. Siamo davanti alle prove generali
di un regime”, ha detto Confalonieri, e “il fatto che la
prima televisione del paese, cioè Mediaset, non possa
avere il piacere di ospitare un faccia a faccia tra i due candidati
premier è un attentato alla libertà di informazione.
Brutta roba, proprio brutta roba”. Anche perché intanto,
mentre il tam tam demo-burocratico si dava da fare per far crollare
anche solo l’idea di poter creare la tramissione pensata, Enrico
Mentana, ignaro, avrebbe dovuto registrare una puntata di Matrix
con Rutelli, Fassino, Casini e Fini. Ma Rutelli e Fassino hanno
deciso, preventivamente, di non andare, di non presentarsi nemmeno
in una rete tanto orrenda. Anzi, hanno annunciato una conferenza
stampa per spiegare le ragioni dell’orrore. Mentre Casini e Fini
stavano in cortile ad aspettarli, fumando sigarette e innervosendosi.
Mentana, pur di non rinunciare alla puntata, aveva proposto addirittura
un “patto tra gentiluomini”: “Ci mettiamo qui, registriamo con tutti
e quattro, e se arriva Berlusconi a Canale 5 ce ne andiamo”, ma niente,
Rutelli e Fassino erano felicissimi di fare le principessine oltraggiate.
Finché è arrivata la notizia: non se ne fa nulla, niente
più Berlusconi. E allora i due erano pronti a tornare, perché
non avevano “nulla di personale contro Mentana e contro la redazione
di Matrix”. Ma Casini e Fini, offesi e nervosi per avere aspettato tre
quarti d’ora nel nulla, se ne sono andati dicendo: “Potevano almeno farci
una telefonata” (così, poi, Rutelli e Fassino li hanno potuti
accusare di “un piccolo atto di arroganza”).
Mentana è rimasto, ha detto,
come la vittima di un tamponamento a catena. Senza
più contendenti, senza puntata, senza un motivo.
“E’ come se fosse saltata una cena perché due degli
invitati non volevano vedere altri due invitati per colpa di
un quinto che non c’era”. Cioè la follia costruita sul
nulla. Tanto che a un certo punto si è arrabbiato molto
anche con Fedele Confalonieri perché pur essendo direttore
editoriale non era stato avvertito dell’ipotesi sul Terra!
speciale elezioni, e Confalonieri, esasperato, ha risposto: “Chi
se ne frega se Mentana non lo sapeva. Non centrava nulla. Matrix
è una trasmissione che ha la sua par condicio col bilancino,
e lo ha fatto e lo ha usato, mentre soltanto oggi è andata
fuori dal bilancino perché non sono venuti alcuni”. Mentana
ha abbozzato, ha detto che “oggi a molti sono saltati un po’ i nervi”,
ma poi ha sibilato: “Si può non essere leccaculo senza
essere coglioni”, e comunque alla fine ha registrato la breve puntata
fantasma, senza gli ospiti in studio.
Ecco la cronaca
di un giorno di straordinaria follia, in cui forse
ha vinto davvero la par condicio, ma tutto il resto ha perso,
e la televisione è stata oscurata perché non
sembrava sufficientemente sterilizzata, ciclostilata. “Un
assaggio di ciò che potrebbe capitare se vincesse
la sinistra”, ha detto Silvio Berlusconi. “Una campagna elettorale
che ha massacrato l’informazione”, ha letto Cristina Parodi,
ieri sera, durante il Tg5, nel comunicato del cdr. E dopo, due
trasmissioni fantasma.
IL SOSPENSORIO
Le parole di
Berlusconi sono state: "Ho troppa stima dell'intelligenza
degli italiani per pensare che ci siano in giro
tanti coglioni che possano votare contro i propri interessi".
E tutti i giornali hanno scritto che Berlusconi trattava
da coglioni coloro che votano per il centro sinistra.
Un momento,
ma Berlusconi ha parlato solo di “andare contro i
propri interessi”! Come mai non ce n’è stato che
abbia detto: “Giusto. Sono sciocchi coloro che votano
per Berlusconi, perché in questo caso andrebbero contro
i loro interessi”?
Non l’ha detto
nessuno perché non è vero e perché,
a sinistra, hanno la coda di paglia.
O il sospensorio
di paglia.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it
IL RITORNO ALLA REALTÀ
Qualcuno
potrebbe essere molto dispiaciuto degli attuali
problemi del centro-sinistra, qualcun altro potrebbe
ricavarne una gioia maligna, ma probabilmente la cosa
più interessante è capirne l'origine. I partiti
che compongono l'Unione sono stati per cinque anni lontani
dal potere e hanno passato questo tempo odiando Berlusconi
e sognando quello che avrebbero fatto una volta riconquistato
il governo. Ma se l'opposizione al Cavaliere è priva
di controindicazioni, non è lo stessa cosa per i sogni.
La situazione è simile a quella di una famiglia che gioca
al lotto: ognuno ha un progetto sull'uso della vincita e solo
al momento in cui essa si realizza ci si accorge che non tutti
i desideri sono realizzabili. Un po' perché non ci sono abbastanza
soldi, un po' perché alcuni desideri sono incompatibili con
altri.
Nel
momento in cui le previsioni li davano vincenti, i
partiti di centro-sinistra hanno cominciato ad esprimere
ad alta voce i loro progetti. Hanno voluto inserire
nel programma un pudico "adeguamento degli estimi catastali
ai valori di mercato", che per il popolo - dopo l'evidenza
della bolla immobiliare - va tradotto in fortissimo aumento
dell'Ici. Infatti l'imposta si paga in base a quegli estimi.
Bertinotti (che ne parlava da tempo) ha proposto un forte
prelievo sulle rendite. I Verdi hanno preteso ed ottenuto che
la TAV, varata dal centro-sinistra alcuni anni fa, fosse cancellata
dal programma. Riguardo ad essa alla fine i nodi sono venuti
al pettine e il risultato è stato che l'estrema sinistra ha
detto "non si farà", Prodi ha detto "si farà" e l'Italia
non sa se si farà o non si farà. Un conto è essere
d'accordo nel mandar via Berlusconi, un altro essere d'accordo
su ciò che si dovrebbe fare al suo posto.
Il Blücher
che a Waterloo trasforma una situazione problematica
in una sconfitta epocale è poi stato lo stesso
Prodi. Probabilmente per dimostrarsi capace di iniziativa,
è andato a ficcarsi nel ginepraio del "cuneo
fiscale" (9,5 miliardi di euro!). Con le orecchie piene dei
discorsi della sinistra cui aveva dovuto inchinarsi, ha parlato
di finanziare questo aiuto alla produzione con i mezzi
tante volte indicati dall‚estrema sinistra: cioè con l'aumento
della tassazione su case e capitali, ed ecco che, mentre
doveva essere Grouchy che arrivava in soccorso dei francesi, si
è trasformato in Blücher.
La coalizione ha cercato di
conciliare l'invidia sociale di un Marco Rizzo con
la protezione dei borghesi in cui s‚impegna Rutelli;
il laicismo oltranzista della Rosa nel Pugno con l'ostentato
conservatorismo cattolico di Mastella; il pragmatismo
moderato di Fassino col comunismo provocatorio di Diliberto:
ed è scoppiato il finimondo. La rodomontata del
taglio del "cuneo fiscale" ha acceso un fiammifero in una
stanza satura di metano. Malgrado 283 pagine di bla bla bla
programmatico, l'Unione è troppo eterogenea per ipotizzare
un'azione comune. In particolare ci sono in essa componenti
massimaliste insensibili al buon senso: solo degli incoscienti
potevano parlare d‚un forte aumento dell'Ici in un paese in
cui l‚83% (qualcuno dice l‚87%) delle famiglie abita in una casa
di sua proprietà e mentre Berlusconi per essa parla di esentarle
dall'Ici. L'estrema sinistra si è voluta portavoce di quel
17% che la casa non l'ha ma ne ha parlato una volta di troppo:
quando la possibilità di una punizione dei proprietari di casa
è divenuta realistica.
Sulla
tassa di successione - punizione dei mitologici "ricchi"
- prima della vincita al lotto si è stati a lungo
d‚accordo. Poi, quando si è scesi sul piano
della realtà, ognuno ha sparato una cifra diversa.
Bertinotti ha cominciato parlando di ripristinare il limite
dei 180.000 - (una casetta modesta, non in una grande
città) perché è contrario alla proprietà
privata: la sua eliminazione è "un orizzonte" verso cui
tendere. Quando è scoppiato l'allarme, Prodi ha
tentato un calcio d'angolo attestandosi sui 250.000 - e infine,
quando l'allarme è divenuto rosso, parlando - al
plurale - di milioni di euro! Quanti sono i padri che, morendo,
lasciano almeno quattro miliardi di lire di eredità,
ai figli? A questo punto, non sarebbe stato meglio dire: abbiamo
scherzato? Ma se questo avesse detto, come avrebbe poi obbligato
anche Bertinotti a dire che aveva scherzato per anni? E se non
si tassano i titoli di Stato, se non si aumenta l'Ici, se si
mantiene l'abolizione della tassa di successione, con quali risorse
si taglierà il cuneo fiscale? Con il serpente di mare della
lotta all'evasione, rispetto alla quale lo stesso Prodi confessa
che la gente ride, quando lui ne parla?
Il dramma
del centro-sinistra è il ritorno alla realtà.
Si sono messi intorno a un tavolo per decidere
che cosa fare della vincita al lotto e si sono accorti
che non erano d'accordo su nulla. E che forse la stessa notizia
della vincita era falsa.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 4
aprile 2006
Massima del giorno
È meglio non fare l'ipotesi della malafede prima
dell'ipotesi della stupidità: la malafede
implica un progetto intelligente.
G.P.
MOLLICHINE
"Nessuno tocchi Caino". Gli si può sparare anche
da lontano.
Luxuria teneva un comizio e denuncia: "Mi hanno lanciato
dei finocchi". Che modi! Bastava invitarli ad
andare da lui!
Il Papa: "Su vita e matrimonio non si negozia". Giusto.
Speriamo se lo ricordi il Parlamento italiano.
Rutelli: "Nuova legge sul conflitto d'interessi" e
Berlusconi alla Caienna. Ma almeno non sentiremo
più parlare di conflitto d'interessi?
Berlusconi: "La sinistra è fuori di testa, gli
sono saltati i nervi". Ma a lui è saltato
un femminile.
Berlusconi: "Sono 12 anni che non m'interesso delle
mie aziende". In compenso se ne interessano tutti.
Si dice che "Dopo i quarant'anni, ognuno ha la faccia
che si merita". Se è vero, quale amnistia salverà
Prodi?
Gianni Pardo
PRODI E LE TASSE: UNA SINTESI
Si assassina in un momento e si è assassini
per tutta la vita. Ma ci si può mettere nei
guai definitivamente anche per meno. In "Sei personaggi
in cerca d'autore", il dramma del padre è presto detto:
è stato sorpreso in una casa d'appuntamento dalla figliastra,
in una condizione e in un atteggiamento ben poco consoni alla
decenza, e da quel momento il pover'uomo, benché protesti
e se ne dolga, è inchiodato a quell'episodio. Poco importa
che tutti gli uomini non potrebbero certo mettere in pubblico
l'intera loro vita, senza doversi vergognare: a lui è
capitato che il faro della notorietà si concentrasse
su quella scena ed essa ormai domina tutta la sua esistenza[1].
Gli uomini politici sono usi fare promesse che sanno
di non poter mantenere, perché questo è
il gioco della politica. Ma il gioco ha una regola indefettibile:
non farsi scoprire col dito nella marmellata. Berlusconi
ha commesso un errore, per esempio, col famoso "Contratto
con gli italiani", ed oggi, per sua fortuna, è costretto
a combattere contro coloro che affermano che non lo ha mantenuto
per nulla. Perché sarebbe veramente in imbarazzo se
gli rinfacciassero la verità, e cioè che lo
ha mantenuto solo in parte. E un debito non interamente pagato
è un debito non pagato.
Prodi da parte sua, col famoso Programma di 283 pagine,
è stato il beneficiario d'un verboso miracolo:
in migliaia di righe gli autori sono stati capaci di
non dir nulla. Bastava che egli continuasse a fare il pesce
in barile, a dire e non dire, a promettere risultati senza
precisare i mezzi, e certamente senza precisare i finanziamenti,
e gli sarebbe ancora andata bene. La gente vota contro
Berlusconi: bastava dire "Votate per me e non l'avrete più".
Quanto al programma doveva solo ripetere, sorridendo: "Vedrete,
vedrete, vedrete!" La gente non capisce nulla d'economia ed ha
tanta voglia d'illudersi.
Invece, in un momento di follia,
lui che era riuscito a non far pesare l'ineludibile contrasto
programmatico sulla TAV, ha promesso qualcosa di
concreto e ne ha anche specificato i mezzi. Ha promesso
di ridurre di cinque punti percentuali la somma che il datore
di lavoro paga per ragioni varie oltre ciò che di netto
dà al lavoratore ("cuneo fiscale"), confessando che l'importo
dell'operazione è di 9,5 miliardi di euro (diciottomila
miliardi di vecchie lire), e che questo denaro sarà
ricavato, per 2,5 miliardi di euro, dalla tassazione delle
rendite finanziarie, e il resto dalla reintroduzione della
tassa sulle successioni e dalla revisione degli estimi catastali.
È stata una Waterloo. Probabilmente spinto dal
desiderio di fare una grande promessa all'Italia,
per il suo rilancio economico, ha commesso questi
errori.
1) Le rendite finanziarie comprendono i cosiddetti
"guadagni di Borsa", cioè anche gli interessi
su BOT e CCT, oltre che sui rendimenti dei fondi d'investimento,
obbligazioni, ecc. Questo ha terrorizzato i risparmiatori
e si è cercato di correre ai ripari. Si è
detto che si sarebbero tassate solo le grandi somme,
ma il guaio è che i titoli di Stato sono anonimi. Bisognerebbe
dunque rivoluzionare tutto il sistema? E poi si è
fatto notare che lo Stato si è impegnato a richiedere
una tassazione del 12,5%: se si è leali, un contratto
non lo si può cambiare unilateralmente a danno della
controparte. E non basta: a parte il fatto che la tassazione
sui titoli di Stato è una partita di giro (lo Stato
deve aumentare i rendimenti, se vuole continuare a venderli,
dunque perde da una parte ciò che incassa dall'altra),
se lo Stato vuole essere leale e tassa al 20% le nuove emissioni
soltanto (per gettare lì una cifra, ogni uomo politico di
sinistra ha detto la sua), le nuove emissioni non dànno il
gettito necessario di 2,5 miliardi di euro. Una Waterloo. È
certo vero che Prodi ha parlato di abbassare la tassa sui rendimenti
dei conti bancari, ma tutti gli italiani hanno un conto in banca
e tutti sanno che quei soldi non rendono niente. La banca chiede più
soldi per "la tenuta del conto" di quanti ne versi di interessi.
2) Ma parecchio lo Stato potrebbe ricavare con una
patrimoniale sui fondi d'investimento e le gestioni
di patrimoni. Ma proprio queste somme sono le
più difficili da colpire perché i loro titolari
non esiteranno un minuto ad esportare questi capitali verso
lidi più ospitali. E per giunta fuggiranno via anche
i capitali stranieri.
3) L'altra possibile voce d‚introiti (per i restanti
7 miliardi di euro) sarebbe la tassa di successione,
il cui gettito è insignificante, e soprattutto
la revisione degli estimi catastali. Cioè, come scritto
del resto nel programma, un adeguamento del valore catastale
delle case (su cui è commisurata l'ICI) al valore
di mercato. E poiché s'è avuta una bolla speculativa che
ha moltiplicato per due, quanto meno, il valore delle case, ne
risulterebbe moltiplicata per due l'ICI. Con quale gaudio degli
italiani, che oggi sono proprietari della casa in cui abitano per
l'82%, è facile immaginare.
4) Se poi, più semplicemente,
si imponesse una tassa "una tantum" sulle case(per
fare cassa entro i primi cento giorni, come promesso)
si tratterebbe di quella famosa "patrimoniale"
di cui in passato ha spesso parlato Bertinotti. Ed anche
qui è facile fare un calcolo. Immaginiamo che la
famiglia media italiana sia composta da quattro persone. Siamo
cinquantasei milioni, dunque quattordici milioni di famiglie.
Di queste famiglie, l‚82% è proprietario della casa
in cui vive, e sono dunque undici milioni e mezzo di famiglie.
Se esse dovessero pagare 7,5 miliardi di euro, dovrebbero
pagare in media seicentodieci euro di una tantum a famiglia.
Anche qui, s'immagina con quale gaudio.
5) A questo punto tutto il centro-sinistra si è
affannato a ripetere su tutti i toni che se vincerà
le elezioni non aumenterà la pressione fiscale. Ma
allora da dove prenderà i soldi per tagliare il
"cuneo fiscale" di cinque punti? È una domanda ineludibile.
Il povero Prodi aveva solo fatto una promessa, come
se ne fanno tante. Magari, pensava, forzo un po‚ la
mano e poi si vedrà. E invece! Invece tutti,
allarmati - come si è sempre quando si teme di dover
pagare di tasca propria - si sono messi a fare i conti
ed ora il centro-sinistra non riesce ad uscire da questo
girone infernale: se dice che tasserà, si aliena
gli elettori; se dice che non tasserà, la sua promessa
non risulta credibile; se ritira la promessa fa una figura
di m.... .
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 4
aprile 2006
[1] Adriano
Tilgher, Studi sul Teatro Contemporaneo, Libreria
di scienze e Lettere, Piazza Madama 19-20, Piazza Navona
79-80, Roma 1928.
19. ˜ Opposizione dell'individuo e del concetto costruzione
che se ne sono fatta gli altri. È il dramma
del Padre nei Sei personaggi in ceca di autore. Gli
eventi della vita vollero che la Figliastra lo sorprendesse
in una casa equivoca, in un atto in cui, secondo i normali
rapporti dell'esistenza, essa non avrebbe mai dovuto nè
potuto vederlo: in tutta la sua miseria di povera carne
umana insoddisfatta. Ora, per la Figliastra egli è rimasto
lì, agganciato, inchiodato per l'eternità a
quell'attimo di vita. Ed invano egli protesta che no, che
è ingiusto giudicarlo da quell'atto solo, come se
egli fosse tutto in esso, assommato e totalizzato in esso,
senza residui! La fanciulla non sa vederlo che come lo vide nella
casa infame, inchiodato in eterno a quell'attimo di vita,
come una statua in eterno irrigidita nel gesto che l'artista
le ha dato: «lei intende la perfidia di questa ragazza? M'ha
sorpreso in un luogo, in un atto, dove e come non doveva conoscermi,
come io non potevo essere per lei, e mi vuol dare una realtà,
quale io non potevo mai aspettarmi che dovessi assumere per lei,
in un momento fugace, vergognoso della mia vita! » (atto I).
LA FAME DI TESTIMONI
CORAGGIOSI
Papa Giovanni Paolo II moriva un anno fa. Al di là
del ricordo personale e collettivo, che unifica laici,
religiosi, credenti e non credenti, perfino quanti hanno
rapporti controversi con l’organismo Chiesa, quello che rende
più profondo il ricordo è la consapevolezza
di un vuoto importante nello scenario mondiale. Un vuoto causato
dall’assenza di testimonianze, anzi meglio, di testimoni. Ad
un anno dalla morte di Papa Karol Wojtyla, lo sguardo alla ricerca
di testimoni nel mondo, si è concentrato sul nuovo Papa Benedetto
XVI, ma non vi ha trovato lo stesso contatto, lo stesso senso comunicativo,
la stessa logica “politica”, lo spirito comunicativo, lo spirito
di libertà, la testimonianza. Quando parlo di politica,
connessa alla Chiesa, al soglio pontificio, voglio essere schietto.
Tutti i Papi hanno fatto politica, forse più di tutti
lo stesso Giovanni Paolo. E’ facile dire che tutti sono stati
conservatori, chiusi nei dogmi della Chiesa, una parola che nei
credenti è un punto fermo, ma nei liberali suscita fastidio,
impossibilità di dialogo. Ma se Benedetto XVI è
un conservatore stretto, che non ama la comunicazione, se non nello
strumento meramente biblico, ecclesiastico e che fa politica,
nel silenzio della diplomazia, Giovanni Paolo II era un socialista,
anzi un progressista ed in questo senso aveva individuato il sale
della libertà. Libertà, ovvero possibilità
di comunicare, di dialogare, di non trovarsi d’accordo, ma comunque
accogliere testimonianza nella gente di tutto il mondo, di tutte le
religioni. Attenzione non era un socialista massimalista, ma ben
attento al materialismo, al qualunquismo, alla libertà come
libero commercio di idee, di valori.
La Chiesa oggi sembra chiudersi alla testimonianza,
sembra non averne bisogno. Non cerca il dialogo,
ma si arrocca dietro al valore di famiglia, utilizzandolo
come uno strumento politico e non solo morale, per
non concedere nulla, non solo a leggi e decisioni future
di uno Stato laico, ma perfino ad un minimo di dialogo. La
gente ha bisogno di questo, ha bisogno di contatto e di esternazione
ed ha bisogno di avere in sé, una voglia di libertà
che si concili con i suoi principi morali, senza per questo essere
costretta a precludersi una strada. Un filo sottile fra liberalismo
e morale, che Papa Wojtyla aveva mantenuto, aprendosi al dialogo
con la scienza, aprendosi alla politica sociale, non quella
alta, ma quella “terra terra” della gente, aprendosi perfino ai
cambiamenti del mondo, piccoli e grandi e stabilendo comunicazioni
decisive con la gente.
Ora la gente a chi può affidarsi? Non potrà
di certo contare su una politica litigiosa, piena di interessi
propri, ma disinteressata ad offrire testimoni seri,
concreti, coraggiosi, liberi ed esempi di libertà
e morale. Credete possa servire, accodarsi al primo carro che
si definisce cattolico o cristiano o popolare ed al tempo
stesso socialista, liberale? O che basti trovare la libertà
nell’anti-clericalismo? O che ci si possa accontentare di
freddi inviti ad “appoggiare la famiglia e rifuggire da
chi la vuole distruggere”, emessi da un porporato, con smania
politica, ma convinzione intoccabile ed unilaterale. Ecco,
manca a tutti Giovanni Paolo II. Un testimone che sapeva
ascoltare e non solo decidere, sapeva dialogare e non solo raccomandare.
Un battitore libero. Libero.
Angelo M. D'Addesio
SCALFARI E SPINELLI
Alcuni uomini sono sensibili alla razionalità,
la maggior parte è succuba dell’affettività.
Machiavelli sollevò mille diffidenze mentre
Pierre l’Hermite, che predicava un’impresa disastrosa
e priva di senso, convinse decine di migliaia di persone
ad uscire di casa, a combattere e morire in terre lontane.
Il primo parlava alla ragione, il secondo al sentimento.
Un campo in cui si parla soprattutto al sentimento
è la politica. Un tempo, al di sopra delle
teste dei bifolchi, pochi s’interessavano di politica;
e questi pochi erano abbastanza realisti per sapere
come stavano le cose. Il potere era nelle mani del sovrano
che l’esercitava spesso nel proprio interesse ma almeno
sapeva quello che faceva. Con la rivoluzione francese
il potere è passato al popolo. Prima la massa non capiva
niente di storia, d’economia o perfino di geografia, ma
su queste materie nessuno la chiamava a votare. Oggi la massa
non capisce niente di storia, d’economia o perfino di geografia,
ma è chiamata a votare sulla politica. Con un livello di
semplificazione e di moralismo che la rende succuba della demagogia.
La democrazia rimane senza discussione il miglior
regime possibile ma in essa i politici devono ottenere
il sostegno del popolo e sono dunque costretti a
secondarne i pregiudizi, a formulare promesse inverosimili
e ad ostentare un livello di moralità impossibile
per i normali cittadini e a fortiori per loro. Tanto che
si è quasi tentati di giustificarli. Molto meno benevoli
si è invece indotti ad essere nei confronti degli intellettuali
e degli opinionisti che esprimono con estremo sussiego suggestive
sciocchezze. Personaggi che intimidiscono il lettore con
riferimenti culturali, magari a Grozio o Spinoza, e con atteggiamenti
da padreterno. L’esempio massimo è Eugenio Scalfari. Questo
guru, come la sua collega Barbara Spinelli, è capace di
scrivere lenzuolate oceaniche di articoli la cui semplice lunghezza
presuppone che il lettore sia tenuto a non manifestare né
impazienza né stanchezza. E tutto questo per formulare teorie
finto-colte, moniti arcivescovili, giudizi universali, moralismo
e infine portare l’acqua al solito mulino. Leggendo un articolo
di Ronchey, di Panebianco o di Cervi si capisce subito dove si
va a parare. Si può essere d’accordo o no, ma si sarebbe facilmente
in grado di riferirne il contenuto ad un amico. Con i santoni del
giornalismo è tutt’altra faccenda. Da un lato bisogna
leggere in ginocchio e prevedere il tempo di un rosario, dall’altro,
per arrivare ad una sintesi, si devono prendere note scritte.
Se una sintesi è possibile. E tuttavia questi venditori
di simil-pensiero che invece parlano al sentimento, questi prolissi
predicatori di superiore e inconsistente moralità sono presi
sul serio. La loro tragica mancanza di humour viene scambiata per
serietà e profondità, e mentre Nietzsche si faceva
un punto d’onore di ridere loro sono accigliati come Calvino o Zwingli.
L’incapacità di alcuni di noi d’apprezzare
questi geni contemporanei nasce, molto probabilmente,
dalle nostre ascendenze contadine. Un atavismo
che probabilmente fu anche di Montanelli. Questi scriveva
editoriali che raramente superavano la prima colonna a
sinistra e che, per giunta, si capivano.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
2 aprile 2006