archivio di luglio 2003

 

"Cognomi d'Italia: la radice 'Cas...' (Caselli, Casotto, Casini)"/ L.C.

Dicevamo: Caselli, Casotto, Casini.

L'antonomasia di Caselli va al ballottaggio tra la signora Caterina, il casco d'oro di "nessuno mi può giudicare", e il dottor Giancarlo, tutta un'altra pettinatura, ma "nessuno mi può giudicare" lo stesso, nonostante Andreotti, Carnevale, Musotto e sopra tutto la buon'anima di Lombardini. Trattasi di antonomasia comunque da non spettinare, questo Caselli, perchè di casta permalosa. Dunque, permettete la viltà, fatemelo dire subito: a me questo simpatico tifoso del Torino, che oggi si occupa di carceri, piace un sacco, non si può mai sapere. Vorrei, da vecchio (se ci arrivo), giungere anch'io a quei bellissimi riflessi viola, a quella piega che sembra impalcatura morale, a quel tipo di resistente, resistente, resistente bulbo. Non me ne perdo un sola parola, di questo Caselli, gli faccio google sotto le ascelle periodicamente. Siate vili pure voi, dite che vi piace: "Sono un affamato di lettura, ma per mancanza di tempo faccio un po' come il lupo che quando riesce a mettere le mani su un gregge di pecore ne prende dieci per poi riuscire a mangiarne una sola". Ah, cari miei, se il nostro blog avesse un 50.000 euro da buttare in tribunale, qui avrei postato anche un commento, con baci da Palermo! Ma andiamo avanti: "Io faccio così: accumulo libri, continuo a comprarne, esco dalle librerie sempre con dieci e più acquisti, poi riesco a leggerne solo una piccolissima parte. Mi dico: magari un giorno non si sa mai...". Speriamo che gli capiti voglia e tempo di togliere il cellophane a qualche buon volume di un altro Giancarlo, il Lehner.

Stessa radice, altro cognome in questa nostra sghembissima sinossi: Casotto, vicedirettore. Rimanga tra noi, pensavo fino a poco fa che ogni mia lettera spedita al Foglio arrivasse al pc del direttore. Lo immaginavo nella tinozza, col portatile poggiato sul bordo e la schiuma tutt'intorno, con la signora Anselma a lavorarne la schiena con lo spazzolone e Diaco a spremergli, devoto assai, i punti neri. In disparte, Luca Sofri addetto al telo di spugna. Poi ho saputo che no, non va così, che c'è un filtro: le legge prima Casotto, nella sua vice-tinozza, le mie paperelle. E' lì che l'Ubaldo me ne affoga sei su sette. Ma ora, vedrete, se per caso all'Ubaldo capita sotto gli occhi questa, anche la settima di quelle farà la morte del cigno: confesso, mi sento il succedaneo di me stesso.

Qui dovrei chiudere con Casini. Qualche tassonomista ozioso avrebbe scelto certamente Pierferdinando, lo skipper che sfida ogni bufera su inaffondabile legno; qui, quel tassonomista si sarebbe perso in malevolo e irritante gossip. Ma chi legge ormai l'avrà capito, "Cognomi d'Italia" è tutta un'altra cosa. Si è scelto qui l'omonimo Pierferdinando, figlioccio di Forlani. Quello che, per stigmatizzare un leghista fuori sincrono col suo boss, vibra sdegnato un "lei si prende le sue responsabilità per quello che ha detto; e quello che ha detto si commenta da solo". Che significa tutto e non significa niente, ma fa il suo bell'effetto istituzionale, in paziente attesa per il Quirinale. Flemme del genere potete sposarle in ticket con chi vi pare nell'ampio ventaglio da Lao Tse a Cesare Cremonini. Ho controllato, dal ventaglio non deborda Bassolino.

[Alla prossima puntata: "La radice 'Sca...': Scalfaro, Scalfari, Scaramacai"]


Rivoluzione (grande)

Da un nostro informatore riceviamo e pubblichiamo. Sono tre noti rivoluzionari: sapete riconoscerli?


RIVOLUZIONE (piccola)



A proposito di  donne, ricordandoci che nel 1866 Gustave Coubert fece un gesto rivoluzionario dipingendo il quadro che qui riproduciamo, intitolato: "L'origine del mondo". Fu quello un grande scandalo, nell'Europa dove le donne non avevano diritto di voto, affermare la sacralità naturale del luogo dove tutti siamo stati concepiti. 
Oggi sarebbe bello  se nei paesi musulmani qualche Gustave Coubert iniziasse  questa piccola rivoluzione.
(cp)


ARABESCHI


Il sito web dell’ambasciata dell’Arabia Saudita a Londra contiene un documento dal titolo: “Arabia Saudita – Interrogativi sui Diritti Umani.” Questo documento vuole rispondere alle domande più frequenti poste dagli occidentali in merito all’Arabia Saudita, ad esempio: “Perché è proibito ai non-musulmani di praticare la propria fede in Arabia Saudita” o “Perché alle donne non è permesso di viaggiare liberamente”. Le risposte non sono incoraggianti,  fa un certo effetto sentirsi raccontare che “ le società musulmane che hanno un alto codice morale, non possono accettare la libertà sessuale come diritto dell'uomo... ”,  eppoi, conoscendo certe abitudini di alcuni nostri magistrati di rito milanese o siciliano,  ci viene da sorridere leggendo che “In Arabia Saudita il giudice si comporta, in effetti, come l'avvocato difensore. Impugna qualsiasi prova presentata in dibattimento. Diversamente dai giudici occidentali i quali fungono semplicemente da arbitri che lasciano all’accusa e a alla difesa il compito di influenzare la giuria, i nostri giudici si considerano responsabili dinanzi a Dio per ogni sentenza pronunciata. Se un giudice condanna a morte un innocente, egli è consapevole della punizione divina che ne deriverà. Tra uomini timorosi di Dio, ciò rappresenta una potente salvaguardia."
Per il testo integrale del documento cliccare
qui
(cp)
 


"Il secondo libro di Hitler" (L.C.)

Il Corriere della Sera di martedì 24 giugno riporta un'intervista a Gerhald Weinberg, a firma Ennio Caretto, corrispondente dagli Stati Uniti. Professore emerito della University of South Carolina , germanista, storico ed editore, Weinberg dà anticipazioni su un volume, "Il secondo libro di Hitler", prossimamente sugli scaffali in Usa. Il testo, tradotto dal tedesco e curato dallo stesso Weinberg, è datato 1928 e fu concepito dal Fuhrer come seguito del suo celeberrimo "Mein Kampf". Per espressa volontà del dittatore, forse mera opportunità tattica, il testo rimase inedito e fu scoperto a Monaco dalle Forze armate Usa, nel 1945. Soltanto una ristretta cerchia di storici ha potuto leggerlo finora, ma la sua mancata pubblicazione per oltre mezzo secolo lascia spazio a due sole ipotesi. O è materiale incandescente o è un noioso sequel.

L'opera, a detta di Weinberg, tocca più d'uno dei temi notoriamente cari all'allucinazione politica hitleriana. Ma su due d'essi il libro pare concentrarsi: l'inscindibilità dei destini del fascismo e del nazismo; l'inevitabilità di una guerra contro gli Usa.

Sul primo di questi due temi, ciò che Weinberg ci anticipa del "Mein Kampf, 2" non pare possa gettare nuova luce sulla natura dell'asse storico (e mistico) Roma-Berlino. Converrà aspettare che l'opera arrivi anche in Italia, ci auguriamo con l'originale tedesco a fronte. Nel tentativo di approssimarci almeno sul piano linguistico alla comprensione della grande costruzione paranoica hitleriana, varrà la pena di ridiscutere quella cifra di inscindibilità. Tra le opposte ipotesi di un Hitler dalla risposta spengleriana (Urfragen) o bismarkiana (Fragepunkt) al "paradosso Italia" potremmo decidere di deciderci. Potremmo capire, semmai ancora valesse la pena porsi la domanda (e poi dal particolarissimo punto di vista hitleriano), se per la Germania degli ultimi due secoli siano stati più l'albero di zitrone (Goethe) o l'opera buffa (Beethoven).

Ma è sul secondo tema, l'inevitabilità di una guerra contro gli Usa, che questo libro di Hitler (dopo tanti libri su Hitler) potrebbe essere stimolante spunto di discussione sull'Occidente e sulla sua salute. Cosa mai vana, oggi utile, quasi necessaria. Se l'interpretazione weinberghiana del testo non è sovradimensionata dalla centralità filologica, parrebbe che l'artefice del Terzo Reich considerasse gli Usa un naturale competitore ben prima di quanto avesse lasciato intendere certa storiografia. L'elemento davvero interessante di questa pregiudiziale anti americana di Hitler sarebbe razziale, ma non nel senso più ovvio che la società multirazziale americana ha sempre offerto ai suoi nemici da destra. Gerhald Weinberg, infatti, afferma: "Hitler si sofferma sulle nuove leggi Usa che riducono l'immigrazione dall'Europa meridionale e orientale e aumentano quella dell'Europa settentrionale ed occidentale. Teme che sia una selezione della razza del nuovo mondo - i più colti e i più ariani - a scapito del vecchio e che alteri l'equilibrio delle forze". Come a temere che gli Usa vampirizzassero sangue ariano all'Europa nazista a venire, per lasciargliene di semita, slavo ed afroditico-mediterraneo: uno scenario da incubo per l'acquarellista austriaco. Inutile dire che quelle leggi non avessero mire eugenetiche, come ben sa chi ha studiato l'economia Usa che portò al venerdì nero di Wall Street del 1929. 

Dunque, a quanto pare, "Il secondo libro di Hitler" avrebbe almeno questo motivo di interesse: retrodatare di almeno una dozzina d'anni le ragioni di rivalità e di incompatibilità strutturali tra Usa e progetto hitleriano, spostarne le ragioni dalla stretta contingenza strategico-militare al meccanismo di identificazione proiettiva caratteristica delle psicosi, permetterne un'analisi extra politica come mera letteratura (i Demoni dostoevskiani? il Golem? il Bafometto? il Santo Graal?). Adesso ci si mette anche Adolf Hitler, a fare il revisionista! Comprare il libro e metterlo accanto alle altre grandi allucinazioni in lingua tedesca: Memorie del presidente Schroeber di Freud, Iperione di Holderlin, America di Kafka.



FOR SALE


 
Come fare per andare sui giornali?  Una volta era fatica, tanta. Qualcuno ci provava uccidendo la portinaia; altri correndo nudi sul prato verde di qualche torneo di football.  Oggi? Oggi basta appostarsi in qualche corridoio del tribunale di Milano e augurare al Presidente del consiglio di fare la fine di Ciaucescu... oppure  andare nell’aula magna dell’Humboldt Universitäd di Berlino,   sgambettare e alzare il ditino.
Eccola,  la signorina Paba, in prima serata su tutti i TG,  oggi è li  a strapazzare per conto terzi l’Azeglio Ciampi per via di restaurati fasci littori  e presunte firme manifestamente anticostituzionali. <<Presidente... >>.  Ronzano le telecamere, traboccano i taccuini,  il Corrierone riserva una pagina (qui per l’articolo), madame Verdurin ha un orgasmo, Ezio Mauro massaggia Tabucchi...
Ottima stagione, questa, per i saldi.
(cp)





"Cognomi d'Italia: la radice 'Panic...' (Panichelli, Paniconi, Panicucci)"/ L.C.
 

Ricordate la signora Panichelli? E' il giugno del 2002 e la signora, avvolta in un drappo tricolore, assiste a una parata militare ai Fori imperiali. Il Cav. se la trova davanti nella passeggiata lungo le transenne e, pensando sia una sua fan, le schiocca due baci. Rapido scambio di battute: "Presidente, non tocchi l'art.18". "Tranquilla, non lo tocco". La Panichelli è intervistata il giorno stesso da la Repubblica (2.6.2002): "Ho sempre votato a sinistra e continuerò a farlo anche se Berlusconi mi ha baciata". 

Non si confonda questa signora Panichelli con la signora Paniconi, quella che scrive a l'Unità nel giugno dell'anno dopo, il 24.6.2003: "Una toga. Uno sguardo amaro. (...) La sofferenza di Ilda. La solitudine di Ilda. La speranza di Ilda. Cara, coraggiosa donna (...) Hai visto morire la speranza, la voglia del riscatto (...) Ma sei rimasta lì al tuo postro, incrollabile, sicura, sola". Una banale somiglianza tra i due cognomi non può e non deve creare confusione tra un episodio di cronaca, che illustrò un indomito orgoglio resistente, ed un incidente redazionale, quello di mandare in stampa il testo sul retro di un santino, credendolo poesia.

Neppure si faccia confusione tra la Panichelli, la Paniconi ed una terza signora, la Panicucci. Così di lei, testualmente, Marano, direttore di Raidue: "Per la televisione d'approfondimento, al posto di Santoro, che sinceramente ha rotto le palle, metteremo la Panicucci" (la Repubblica, 13.5.2002). Qui, come è evidente, il cognome evoca i due precedenti, perchè la cronaca che vi si lega è consimilmente evocativa, sia d'indomito orgoglio resistente (quello di Santoro), sia d'incidente redazionale (quello di Marano). Neppure qui, però, si può o si deve fare confusione. Perchè c'è una bella differenza tra elli, oni e ucci. 

Viene lo stesso la domanda: che stramaledetti guazzabugli stiamo depositando in emeroteca?

[Alla prossima puntata: "La radice 'Cas...': Caselli, Casotto, Casini"]


WILMA

Un  avvocato,  famoso mezzo secolo fa, soleva ricordare la raccomandazione paterna a lui studente: <<Studia , studia: sennò diventerai pubblico ministero.>>.
Questo m’è tornato alla mente stamattina mentre leggevo, sul Corriere della Sera,  il resoconto giornalistico dell’ultima performance della PM Ilda Boccassini al Tribunale di Milano.
Due chicche.  
L’incipit, in prima pagina, di  Giovanni Bianconi (clicca qui per l’articolo):<<Al suono della campanella i presenti prendono posto tra i banchi...il pubblico ministero  Ilda Boccassini prende la parola con tono tutt’altro che gioviale... >> .
Luigi Ferrarella  a pagina 9 (clicca qui per l’articolo):<<... il pm Ilda Boccassini forza l’attimo e impugna la clava...>>.
Wilmaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!

(cp)


PEDALARE

Oggi il Corriere delle Sera da il via alla lunga campagna elettorale di Sergio Cofferati per il rinnovo dell’amministrazione al comune di Bologna (si voterà nella primavera del 2004). L’intera pagina 14 (qui per il testo dell’intervista ) è dedicata all’ex leader della Cgil. Al di la delle solite banalità in politichese-sindacalese, Cofferati cerca di liquidare le polemiche che l’hanno coinvolto in seguito all’omicidio, di Marco Biagi, 52 anni, consulente del ministro del Welfare Roberto Maroni, ucciso, il 19 marzo 2001, a colpi di pistola davanti alla sua abitazione, mentre rientrava a casa, in un agguato di stampo terroristico a firma BR. Dichiara Cofferati: «Ho letto cose volgari e inaccettabili che mi hanno rattristato. C'è chi si ostina a riproporre un'assurdità: l'idea che il dissenso di merito in politica produca pericoli per le persone e le esponga al rischio della vita. Il mio rispetto verso le persone delle quali ho criticato o critico l'operato non è mai venuto meno. Né per il professor Biagi né per altri. Francamente non intendo derogare da questo modo di interpretare e vivere la politica». Certo rimane difficile dimenticare quanto scritto da Marco Biagi nella lettera inviata il 12 luglio 2001 al direttore generale della Confindustria Stefano Parisi: <<Voglio continuare a fare le cose che mi piacciono, ma non vorrei che le minacce di Cofferati (riferitemi da persona assolutamente attendibile) nei miei confronti venissero strumentalizzate da qualche criminale>> ;  il 15 luglio 2001 nella lettera al Presidente della Camera Casini: <<Sono molto preoccupato perché i miei avversari (Cofferati in primo luogo) criminalizzano la mia figura>>. Bene, i suoi assassini sono ancora liberi e anche Cofferati sta molto meglio. Succede infatti che la Cgil e Cofferati, dopo la pubblicazione delle lettere di Marco Biagi, decidono di presentare un esposto, affidato ad un pool di giuristi guidato dal professor Guido Calvi. "Sarà una denuncia - spiega in quei giorni ai giornali Cofferati - per fare chiarezza sugli avvenimenti e difendere un'organizzazione che è stata sistematicamente aggredita. ... Perché circolano oggi quelle lettere? Sono realmente attribuibili a Marco Biagi? Da dove provengono, se non tutte sono in mano della Procura di Bologna e quelle che la Procura ha visionato non fanno riferimento alla mia persona? Perché non sono state consegnate prima alla magistratura? Su questo - ha concluso Cofferati - dovrà essere fatta luce" perché "quello che sta succedendo è un disegno che mira a delegittimare non la mia persona, ma ciò che la Cgil sta facendo". Presentato l’esposto, questi non finisce, come sarebbe giusto,  nel cestino... ma la Procura indaga e l' ipotesi è quella di reato di diffamazione contro persona da identificare. Siamo ad oggi. Il Giudice di Pace di Bologna, accogliendo in pieno la richiesta del Procuratore Enrico Di Nicola, archivia, ma nella sua richiesta di archiviazione scrive che l' autore della confidenza a Biagi, che non è stato possibile identificare, avrebbe in realtà fornito al docente informazioni prive di credibile fondamento. Come? Prive di credibile fondamento? Ma se è stato proprio Biagi ad indicare in Sergio Cofferati tra i suoi persecutori che, testuale, lo “criminalizzavano”... come fa un Procuratore a smentire un morto? Succede anche questo nelle lunga campagna elettorale di Cofferati per la riconquista di Bologna.

(cp)


ADERIAMO ALL'APPELLO DI ROLLI E DI ALTRI BLOGS PER ADRIANO SOFRI

Ci sono cose che un Paese civile non può permettersi: una di queste è la pena esclusivamente afflittiva. Non entro nel merito della condanna a Sofri, pur avendo le mie idee chiare e precise al riguardo; entro nel merito del significato di continuare a trattenere un uomo in carcere quando non è più, nemmeno lontanamente, la persona di quei tempi, di quegli anni così feroci.
Adriano Sofri si è sempre dichiarato innocente e sta scontando la pena inflitta senza chiedere benefici, palliativi, grazie o sospensioni. Non vuole elemosine, vuole la sua rispettabilità di uomo.
Se avesse chinato il capo (di fronte a quella che tu ritieni ingiustizia, quando sei in un vicolo cieco che porta direttamente in una cella, spesso conviene farlo) forse oggi sarebbe libero, o semilibero; comunque meno prigioniero di quanto non sia ..ma per lui la vera prigione, la galera, è la mancanza di giustizia, l'essere ritenuto mandante di un' omicidio, non essere riuscito a dimostrare la sua innocenza.
Non l'ha chinato il capo, e si vede, dallo sguardo che ha, chiaro, aperto: a volte i giudici dovrebbero imparare a guardare gli occhi degli imputati, se il dubbio su di loro è feroce.
Non l'ha chinato, sapendo che sarebbe stata la sua condanna ma, paradosso, la garanzia della sua personale libertà; quella che è radicata nella dignità .
Sofri è conosciuto nel mondo, e non solo per il delitto Calabresi; è conosciuto nei Balcani, in Cecenia, quasi ovunque vi sia gente che ama e soffre. E chi lo conosce lo ama, lo stima, lo ricorda.
Non è certo un pericolo per la società, anzi! Basta leggere quello che scrive, conoscere il lavoro che riesce a fare anche dietro le sbarre, per combattere ingiustizie e atrocità, per alzare la voce e rappresentare il grido di dolore di chi soffre e non è ascoltato. L'orecchio e la voce di quella porzione di mondo che altrimenti si perde, si dimentica.
Che senso ha tenerlo in carcere ? Anche se fosse colpevole, come qualcuno afferma, qual'è il senso della sua detenzione? Recuperarlo? No. Non ne ha bisogno. Punirlo? La sua vita è stata spezzata, tranciata di netto. Fargliela pagare cara? Triste quello Stato che per dimostrare di praticare la giustizia deve camminare sulla strada della vendetta. Triste e debole
La famiglia del commissario Calabresi non vuole vendicarsi, non ha nulla in contrario affinchè Adriano esca dal carcere : lo Stato evidentemente si.
Non c'è colore di governo che tenga: qualunque esso sia, non ha il coraggio, politico e morale, di liberarlo.
Allora proviamoci noi, noi che nonostante le divergenze politiche abbiamo in comune il senso di civiltà; noi che crediamo che il ruolo della pena afflittiva debba avere un termine che coincide con quello che è l'uomo; noi che pensiamo che se il carcere deve svolgere un ruolo rieducativo e di reinserimento, questo ruolo non ha più ragione d'essere, è esaurito di fronte a quello che è Adriano; perchè non c'è nulla da rieducare in lui, se non lo sguardo per spaziare al di fuori di una cella e le gambe per camminare, attraversare le strade, abituarsi alla gente che ti cammina intorno.
Proviamoci noi, lanciamo i nostri messaggi, riuniamo le nostre forze, firmiamo tra di noi, chiamiamo altri, parliamone, incateniamo le une con le altre le nostre parole. Siamo tanti, potremmo diventare immensi. Cominciamo così... ognuno ha le sue rivoluzioni: se vi va, noi abbiamo questa. Io ci credo.


Sono Cesare Previti, non un "bambino viziato"


Interessante e documentatissimo il sito di Cesare Previti,   per chi è interessato cliccare qui  http://www.previti.it/

 


ENZO, PAOLO  e  CORNELIO
 

Diciamo subito che non abbiamo alcuna simpatia per quel genere di persone che non trovano di meglio da fare che fondare "Opposizione civile" (qui, il testo completo dell'atto costitutivo). Già si potrebbe ironizzare sul nome... sui tre sbarbatelli (!) che hanno dato vita davanti al notaio a questo nuovo tipo di civiltà...  sull'altra opposizione, quella  incivile,  e sul destino di una simile società di fatto. Ma lasciamo perdere. Cosa aspettarsi di  <<civile>> da simile opposizione se non un bel referendum? Eccolo infatti! Il 23  giugno scorso Paolo Sylos Labini, Enzo Marzo,  Cornelio Veltri, gli sbarbatelli di Opposizione Civile, insieme a Marco Rizzo, capogruppo alla Camera dei Comunisti Italiani, Paola Balducci, responsabile giustizia dei Verdi, Antonio Di Pietro dell'Italia dei Valori, Enrico Fontana della segreteria nazionale di Legambiente, hanno presentato un quesito referendario per abrogare l'articolo 1 del cosiddetto <<lodo Maccanico>>, già ribattezzato  <<lodo Schifani>>. Insomma, visti i risultati delle ultime campagne referendarie,  l' iniziativa,  tanto democratica nella forma quanto vuota nella sostanza, sarebbe null'altro che ipocrita se non per quel tanto di <<pane e volpe>>  che, civilmente,   la circonda.
Quorum...  quod scripsi, scrippsi.


COLPO FATALE

Il giornale del Qatar Al-Watan ha pubblicato oggi un comunicato (qui il testo originale), presumibilmente scritto dal capo degli addestratori di Al-Qa'ida, Muhammad Al-Ablaj, che riferisce di un imminente attacco da parte dell'organizzazione.

Il comunicato afferma che il capo degli addestratori di Al-Qa'ida, Muhammad Al-Ablaj ha dichiarato che Osama bin Laden sta per ordinare un "colpo fatale" alla "testa del serpente internazionale dei media, che serve i capricci e gli interessi americani". Ha aggiunto che l'imminente fase contro gli Stati Uniti "taglierà le ali dell'aquila americana, reciderà le sue arterie e alla fine la macellerà con il rito islamico."

Al-Ablaj ha anche sostenuto che Al-Qa'ida possiede una brigata indipendente in Iraq.
(cp)


Rai Educational va in onda a orari infami e certe volte è davvero un peccato. L'altra notte, all'una e dispari, in mezzo a una trentina di liceali in età da brufoli e spinello, Paolo Cirino Pomicino sembrava Aiace Telamonio, l'eroe che in mezzo a greggi e mandrie, credendoli nella follia nemici, menava colpi micidiali, stendendo vacche e pecorelle. Ah, che amarezza! Se quell'assediata Troia della Dc avesse avuto quella stessa gloriosa furia al momento giusto e contro i suoi nemici veri! A quei tempi Ulisse era qualcuno (oggi è Nessuno) e costruiva il suo cavallo in procura, un'altra gioiosa macchina da guerra; Paride scampanellava così bene alla camera dei deputati che l'opinione pubblica di Elena lo rimirava, rapita; Oscar Luigi Menelao non c'era o, se c'era, si nascondeva e comunque "non ci stava"; e intanto quella Cassandra del segretario della polis gufava. Che storie, Omero, lo posseno ceca'! Era ai tempi dell'assedio che ci volevano gli eroi, altro che questo inutile macello al pascolo dell'altra notte! Povere barbette di capri insanguinate, povere porchette sgozzate! E poi c'è chi si chiede a cosa possa mai servire un televisore al plasma! Spettacolo comunque edificante, perchè verso la fine, sul megaschermo in studio, è apparso il coro, anzi l'ha riempito tutto. Era in bretelle rosse e ha dato lisi alla tragedia con la nota pietas di chi, da ex machina, sa già che è così che doveva finire. Roba da catarsi. (L.C.)


Noi sappiamo che lei finge di zoppicare e che ha intascato truffaldinamente il risarcimento dalla nostra società assicurativa. Ma sappia: la seguiremo notte e giorno. Prima o poi la smaschereremo" disse uno. E l'altro fece: "Seguitemi fintanto che vi pare. Anzi, fatemi facilitarvi il lavoro: vi avverto che sto partendo per Lourdes, dove, se mi seguite, potrete assistere ad un miracolo".

Questa soriella, non so perchè, m'è ritornata in mente, guardando in foto su Repubblica la foto di una sfavillante Silvia Baraldini in un elegante tubino nero, bella più della Stefania Ariosto, e tutta sorridente sotto un titolo che recitava "un lavoro al Campidoglio, 12mila euro all'anno per una consulenza". Che consulenza? L'avrò letto, ma è strano come la cosa non m'abbia fatto radici nel memento.

Non mi si fraintenda, non sono tanto carogna da voler ironizzare su chi era così vicina alla morte ed ora ne è così lontana. Io sono sinceramente contento per la signora Baraldini, che è sprone ed esempio a tanti sofferenti col suo attaccamento alla vita.

Però, tutto contento, chiedo: in questa nostra società assicurativa "Italia Spa" chi è che stabilisce i premi delle polizze, chi fa le perizie, chi liquida, chi segue il cliente fino a Lourdes? Com'è che quel posto non è capitato ad una sconosciuta emerita, ma ad un testimonial dell'Ulivo? Caso? Ignote graduatorie? Preferirei fosse stata un'assunzione a chiamata diretta. Lo era? Odo lontana una fanfaretta. (L.C.)