ARCHIVIO
DI OTTOBRE ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
"NOI ZITELLE DELLA POLITICA CHE NON LA DIAMO
PIÙ A NESSUNO"
Confesso
il mio imbarazzo. Che cosa sarebbe della nostra (mia)
vita, del nostro (mio) vivere quotidiano se non
ci potessimo permettere il lusso di essere, o essere
stati per poco o tanto, radicali?
A questo
pensavo stamattina mentre, facendomi la barba, ascoltavo
Massimo Bordin leggere a Radio Radicale una lettera-articolo
di Dimitri Buffa pubblicata da “Il Riformista”.
Per Buffa
“essere un radicale ... è ormai un’abitudine,
come essere calvo, basso e con gli occhiali. E sta
diventando altrettanto frustrante e deprimente” anche
perché, secondo Buffa, i radicali si sentono
“zitelle e zitelli della politica italiana”, per
colpa del “male oscuro... in una sola parola:
Pannella”, che i radicali amano e odiano e di cui non
possono più fare a meno perché li “fa sentire
tutti dei primi della classe”.
Sarà
per questo che, non frequentando abitudini,
zitelle e nemmeno i primi della classe, da dieci anni non
m’iscrivo a un qualche cosa di radicale? (cp, 31.10.2003) Tre carte
1.
L'umanità
è inestirpabile dall'uomo, due piccoli dettagli
lo dimostrano anche in queste nuove Br. Una delle
brigatiste fermate, messa a confronto con un video dei
servizi segreti che la riprendevano, nega e trova un'ironia:
"quella è più brutta di me, non sono io". Un'altra
dà disposizioni alle pompe funebri per la tomba dell'amico
caduto in un'azione di comunismo combattente: vuole una lapide
con rivestimento anti vernice e con epigrafe scolpita, vuole
vasetti e fiori e giardiniere, fa la pignola ordinazione epistolare.
Fino alla condanna definitiva, per quanto le prove siano schiaccianti,
non dimentichiamoci che sono un po' come noi. Rispettiamo almeno
quello, se proprio "non possiamo non dirci cristiani".
2.
Modererò
i toni per il rispetto che si deve anche al peggior
uomo, se morto. Ma vorrei ricordare, con rispetto e garbo,
che l'Alessandro Galante Garrone che qualcuno premia
della virtù di "moralità" nell'encomio
funebre fu anche il giudice antisemita che mostrava fervoroso
talento nei suoi articoli giuridici sul Rassenrecht
e sulla procedura di "rapido e definitivo accertamento della
razza", pubblicati nel 1940 dalla "Rivista del Diritto
Razziale Italiano", nei numeri di marzo e di agosto. Riprendo
fiato dalla frase troppo lunga e dico: al confronto, anche un
Savoia diventa un Perlasca. Ciò nonostante, capo chino di
fronte alla morte! Shalom!
3.
Mia figlia
mi dice che ha visto l'ultimo Tarantino e me ne parla
entusiasticamente. "Ma non è vietato ai minori
di 14 anni anni?" faccio io. "Papà, ce li ho!" fa
lei. E non basta: da come mi fa vedere che sguardo ha Uma
in una certa scena prima del coma temo che mi stia diventando
terribilmente bella e un po' pulp.
(L.C.,
31.X.2003)
Un chiodo
sul muro e basta. Ciascuno ci immagini
appeso il dio che vuole. Con buona pace di chi al
catechismo ci diceva che "Dio è in ogni luogo"
e senza schiamazzi di atei, semicredenti e iconoclasti
assortiti. Però il chiodo ci vuole: è parte
della nostra tradizione. (L.C.) Dal nostro inviato
Per quella parte del blog che dovrebb'essere
diario privato oggi vorrei levare alto il lamento per
la durezza del lavoro di blogger. Ok, se avete un blog e siete
una qualsiasi Selvaggia Lucarelli, la cosa è da poco,
potete scrivere se vi pare, quanto vi pare, come vi pare.
Ma "Capperi!", più che un blog, è un giornale. Atipico,
ma un giornale. La direzione è collettiva, i redattori
fanno anche i fattorini, stipendio niente, un centinaio di
lettori (tutti finissimi e dottissimi). Con in mano un arnese del
genere è difficile capire donde scaturiscano le decisioni
correnti, quelle di cui bisogna fare treccioline contingenti
e strutturali. Ma le cose vanno, le decisioni scaturiscono. Io,
per esempio, sarei l'inviato al congresso dei radicali italiani,
a Roma, hotel Ergife. Non chiedetemi chi abbia deciso che io adesso
debba inviare ogni giorno una corrispondenza dall'Ergife, non
saprei dirlo. La cosa s'è decisa da sè. Domani sera arriverò
a Roma e sabato e domenica leggerete qui su "Capperi!" che cravatta
aveva Capezzone. E se i sinistri ce l'hanno fatta ad impiccarlo
con quella seta al ramo più alto. La vita da neocon è
dura in un partito dove, come ti giri, sparlano di te, semmai in egiziano.
Forza Daniele! (L.C., 30.X.2003)
Crociato per forza
Non sono credente,
ma non posso non dirmi cristiano. Non credo che Cristo
sia figlio di Dio, ma non posso non riconoscere la luce nel
suo messaggio. Sono laico, ma non posso non concedere alla Chiesa
il suo alto magistero morale. Sono liberale, ma non posso non difendere
il simbolo del crocifisso. Non potrò non battezzare le mie
figlie, se le unità sanitarie locali saranno autorizzate
a praticare infibulazioni alle piccole immigrate musulmane. Giù
per mantenere alto il mio filo-occidentalismo. Stanno cercando
di convincermi che Dio è necessario. E io, che se proprio era
il caso, avrei voluto convincermi da solo!
(L.C., 29.X.2003) Massima del giorno:
Gli
uomini per millenni hanno accusato le donne di essere
delle bugiarde. Dimenticando che chi non ha il diritto di dire
la verità è costretto a mentire.
G.P. MOLLICHINE
Maroni aveva parlato di "sciopero
part-time". Pezzotta: "Siamo pronti a uno sciopero full-time".
They know so little Italian that they speak English, between
them.
Berlusconi a pranzo con i
sei nuovi cardinali italiani. Comincia a darsi da fare
per quando si candiderà a Papa.
"L'Europa ha radici giudeo-cristiane
e greco-romane", dice Ciampi. E così coloro che
pensavano che avesse radici shintoiste e tartare sono
serviti.
Blair dice ancora no alla
difesa comune europea. Il Regno Unito vorrebbe continuare
la tradizione di vincerle, le guerre.
Arrestati sei brigatisti.
La vedova D'Antona, come molti uomini di sinistra, "colpita
dalla coincidenza con lo sciopero". Pare anche sia stato arrestato
anche Bin Laden, ma lo tengono da parte per le prossime elezioni.
Fini insiste su una verifica
di governo "a metà percorso, per tarare la squadra".
Ma non è già tarata?
Il Corriere della Sera è
il primo quotidiano per diffusione, 679.701 copie medie.
Pochissime eccezionali.
G.P. LA SPADA DI BRENNO È INOSSIDABILE
Nemer Hammad, rappresentante
dell‚Autorità Nazionale Palestinese in Italia, a proposito
della recinzione difensiva d'Israele, sostiene: "Sarei
d'accordo con quel muro, se percorresse la frontiera del
1967: in quel caso, nulla in contrario. Ma la costruzione procede
mangiando parti importanti del nostro territorio". Sembra un'ovvietà
e non è.
Hammad dimentica innanzi
tutto che questa frontiera non esiste,
ed anzi non esiste per fatto dei palestinesi e loro
alleati. Essa è stata violata da loro, in armi, con
l'intenzione di eliminare Israele e dunque Israele, vincendo,
ha conquistato - anche se non formalmente annesso - tutta la Palestina.
Se non fosse così, la teoria di Hammad e di chi gli dà
ragione sarebbe: noi facciamo una guerra e se la vinciamo vi ributtiamo
a mare fino all'ultimo, cancellando Israele dal mondo come già
lo cancelliamo, nelle nostre scuole, dalla carta geografica. Se invece
la vincete voi, tutto deve rimanere come prima. Solo così
Hammad può parlare di "nostro territorio". Che poi gli israeliani
decidano d'annettersi solo parte della Palestina (per esempio, Gerusalemme),
che decidano di concederle l'autonomia amministrativa o addirittura
una limitata sovranità, si tratterà comunque di vantaggi
octroyés.
Questo è un punto
essenziale. I palestinesi continuano a dimenticare
che hanno dato inizio, loro, alle guerre contro Israele,
proprio quando era stato offerto loro di costituire uno Stato
sovrano (1948). E dimenticano che, avendole perdute, hanno
perso ogni diritto. De Gasperi nel 1946, presentandosi dinanzi
ai vincitori nella Conferenza della Pace di Parigi, e parlando
per un paese con ben altre tradizioni rispetto alle loro (mentre
la Palestina come Stato non è mai esistita) cominciò
il proprio discorso così: "Prendendo la parola in questo
consesso mondiale sento che tutto , tranne la vostra personale
cortesia, è contro di me". Non parlava di diritti legittimi.
Non si permetteva di accusare paesi, come la Francia o l'Inghilterra,
che l'Italia aveva vigliaccamente aggredito quando parevano sul
punto di cedere all'aggressione nazista. Sapeva di non potere avanzare
nessuna pretesa e di potere sperare d'ottenere qualcosa solo dalla
magnanimità dei vincitori. Magnanimità dei vincitori che
non mancò, in effetti: ma l'Italia perse lo stesso il valico
del Moncenisio, Briga, Tenda e l'intera Istria. Poco mancò non
perdesse anche Trieste. L'Italia era un paese vinto, ecco tutto. Quanto
alla Germania, si vide sottrarre immensi territori ad Est, fino
a cambiare forma, sulla carta geografica. Perfino la Polonia, paese
aggredito ma non vincitore, si vide letteralmente spostare verso ovest,
a vantaggio dell'Unione Sovietica. Brenno non è mai morto.
Ora sono passati quasi sessant'anni
e viviamo in un mondo scervellato in cui si pretende
che il vincitore di una guerra si scusi e comunque si prenda
cura del paese vinto. Magari meglio di come esso si prendeva
cura di se stesso. Come nella barzelletta di quel paese che faceva
l'ipotesi di dichiarare guerra agli Stati Uniti. "Perché?
Perché ovviamente vincerebbero loro e poi dovrebbero darci
da mangiare e il resto". Insomma si è passati dal diritto
del vincitore d'uccidere il vinto o conservarlo per farne uno schiavo
("servare", conservare, viene proprio da servus, schiavo), all'eccesso
opposto. Almeno a parole. Perché la realtà rimane
quella di sempre e ancora nel Ventesimo Secolo, con Hitler, si sono
avuti i genocidi che erano frequenti nell'antichità.
Ovviamente nessuno può
essere contento di questa mentalità hobbesiana e bestiale,
ma ciò rende impossibile a tollerare, senza protestare,
che un Nemer Hammad parli del suo territorio, dopo che l'ha
perso in guerra. O che si parli instancabilmente di "diritti
legittimi dei palestinesi". Quali diritti, su quale base?
Non ne hanno nessuno, perché fra gli Stati non c'è nessuna
legge sanzionata. In realtà, se la Francia non s'è
preso l'intero Piemonte, se non s'è appropriata la Saar, è
perché, memore delle radici della Seconda Guerra Mondiale,
non ha voluto porre le premesse di un nuovo Revanchisme e di
una Terza Guerra Mondiale. Analogamente, Israele ha interesse
ad avere un buon vicino e per questo è disposto a fare
concessioni. Ma nessuno pensi che "concessioni" significhi che
la guerra l'ha vinta chi l'ha persa.
(Giannipardo@libero.it ,
28 ottobre 2003) PERO’ POSSIAMO…
Confesso di non aver mai
ritenuto che quella del crocifisso nelle aule scolastiche
sia una questione troppo importante, per la quale valga
la pena di spendere troppe energie, per lo meno sul piano della
politica. E però debbo ammettere che l’argomento è
stato, più di una volta, occasione per riflessioni davvero
di gran pregio.
Fino a ieri lo scritto più
bello sul tema era, secondo me, quello firmato da Natalia
Ginzburg su L’Unità nel 1988, ripescato
l’anno scorso da quelli di Liberal ed ora ricicciato
da Giulianone Ferrara, ieri per “Otto e Mezzo” e oggi per
il Foglio. L’ho sempre trovato il più pregevole, anche
se, nel merito, non ne condivido affatto le conclusioni.
Oggi però segnalo
un pezzo che, a mio avviso, li batte tutti, anche perché
lo condivido anche nel merito: quello di Renato Farina per Libero
La riflessione è veramente azzeccata: se più cattolici
avessero il coraggio di ragionare così, il problema
della laicità sarebbe risolto in poche ore.
Non possiamo non dirci cristiani;
Però, con un po’ di buon senso, potremmo al contempo
arrivare a dirci anche tutti laici.
Con buona pace della Turco,
di Bossi, ecc.ecc.
(ale tap., 28.10.2003)
NON POSSIAMO
Non
possiamo non dirci cristiani, è vero. Però
quel giudice non ha assolutamente sbagliato, ha semplicemente
applicato la legge. E a quanto pare ci voleva coraggio,
perchè da Umberto Bossi a Livia Turco, da Massimo Cacciari
a Paolo Guzzanti s'è levato lo sdegno di tutti i buoni cristiani.
Affezionati al crocefisso e tanto cristiani che proprio "non possono
non dirsi" tali. Tutti, anche gli atei, sono amici del Papa, a intermittenza.
(L.C., 28.X.2003)
Sugli arresti dei presunti brigatisti.
Sarò
un inguaribile garantista ma... non capisco come
un magistrato possa dichiarare in TV e sui giornali:
“in base agli indizi in nostro possesso questi sono i
responsabili dell’omicidio D’Antona e forse anche di Biagi”.
La presunzione d'innocenza è
un optional?
Insomma - e la mia è
una domanda - può la magistratura, a prescindere dalla
colpevolezza o meno degli arrestati, emettere una
sentenza di condanna senza contradditorio e sulla base dei soli
elementi indiziari?
(cp, 26.10.2003)
Tutto sacrosanto!
Mi soffermo su una vicenda
di cronaca. Un giornale sta per mandare in edicola l'indomani,
giovedì 23 ottobre, un articolo su una rapina alla quale
hanno partecipato alcuni presunti brigatisti; le forze dell'ordine
sospettano che con quell'articolo si possano, forse solo
involontariamente, allertare quelli e gli eventuali complici
di quelli, sottraendoli alla cattura, prevista per martedì
28; procedono tra mercoledì 22 e giovedì 23 ottobre,
in modo discreto, con una verifica alla redazione di quel giornale,
prendendo visione dell'articolo in oggetto che va regolarmente
in edicola l'indomani; la cattura dei sospettati di appartenere
alle Br viene anticipata a venerdì 24 ottobre. Ad uno sprovveduto
potrebbe venire in testa che quell'articolo potesse contenere,
forse solo involontariamente, una dritta alle Br o almeno un
forse solo involontario campanello d'allarme per i "comunisti
combattenti". Perchè questo è potuto accaduto all'Unità
e non ad un altro giornale? Perchè mercoledì 22 ottobre
quel giornale, nell'edizione di Firenze aveva già pubblicato
un articolo a titolo "Br, due giovani fiorentini dietro il colpo...",
forse solo involontariamente assai pertinente. Mi sembra tutto
molto italiano. Sacrosanto il diritto della stampa a mandare in
edicola quello che le pare, sacrosanto il diritto delle forze dell'ordine
a proteggere le loro operazioni contro le organizzazioni criminali
da forse solo involontarie soffiate, sacrosanta l'indignazione del
presidente della federazione della stampa, sacrosanti i vittimismi
di Furio Colombo. Sacrosanta l'anticipazione della cattura dei Br.
Chissà se sarebbe riuscita, martedì 28 ottobre!
(L.C., 26.X.2003) Spuria
S'è
consumato un'altra volta il rituale stanco, pigro e burocratico
di uno sciopero generale, ma non si può chiedere
perchè, sennò i sindacati s'impermalosiscono.
Al netto della retorica d'apparato, invece chiederei: alla
fin fine, cosa ne è venuto di positivo, da questo sciopero,
al glorioso lavoratore in termini di stipendio, pensione
e futuro della prole?
Alla fin fine, in un modo
o nell'altro, Marco Travaglio è riuscito a ottenere
quello che voleva: la mezza paginata gratis, che l'onesta Foppapedretti
invece deve pagare profumatamente. Secondo me, quello è
un altro che ama Il Foglio, ma gli brucia il culo a doverlo ammettere.
Avete presente la lettera
a Paolo Mieli di quel Dario Fo che degna Giuliano Ferrara
di molti diritti umani correnti, al punto che quello si
commuove e gli titilla il genio letterario? Bene, leggete con
me, di quella lettera, in questo punto, che è un inizio di
frase: "Con tutto che sono in disaccordo totale, sia ideologico
che stilistico, con il modo in cui Ferrara...". "Con tutto
che"? Ma, dico: è un lessico da Nobel per la letteratura?
Bisogna rileggerlo per
esser certi d'averlo capito bene: Fulvio Abbate dall'Unità
suggerisce agli artisti che partecipano alla mostra "Pagine
nere" di inserire tra i loro ritratti di dittatori da Hitler a
Saddam Hussein, passando per Pol Pot e Amin Dada, un ritratto
di Silvio Berlusconi. "Ma sì, aggiungendo un bel ritratto
di Berlusconi la mostra assumerebbe un carattere militante,
conquistando quel plusvalore che non fa male alla riflessione".
Quanto farebbe bene alla riflessione mettere un ritratto di Fulvio
Abbate in una galleria di ritratti di imbecilli. Che plusvalore
militante!
Non ho alcun dubbio: prima
o poi, monsieur Colombani pubblicherà la replica di
monsieur Ferrara alle velenose bugie di monsieur Tabucchi.
Ne ho più d'uno, invece, circa il fatto che un qualsivoglia
direttore di giornale possa decidere un oui o un ne pas, sotto
pressione di querule, per quanto sacrosante, insistenze epistolari,
stranamente scritte in un buon francese, proprio perchè
vengono dall'estero. Ecco perchè non trovo utile scrivere
a Le Monde. Almeno tre le ragioni, permettete. 1) Il Monde avrà
(mon dieu, lo spero!) un vicedirettore che, come tutti i vicedirettori,
filtra da dieu le cose che potrebbero ferire il prezioso timpano.
2) Se un francese decide di aprire un credito di stima e di rispetto
a un italiano, può aprirlo a un italiano solo, a due già
gli verrebbe un repentir. Monsieur Colombani ha già scelto
di aprirlo a Tabucchi, da tempo, con réciproque satisfaction:
figurarsi se si può aprirlo anche a Ferrara. 3) Ma stiamo parlando
dello stesso monsieur Colombani di cui parlano monsieur Pèan
e monsieur Cohen in quel gustoso pamphlet dal titolo "La face cachée
du Monde"? E allora a quanti francesi, tutti insieme, possiamo aprire
un credito di stima e di rispetto? La replica sarà, prima o
poi, pubblicata sul Monde, per il semplice aver insistito. E non sarà
una bella vittoria, rispetto a una più sana strafottenza.
(L.C., 26.X.2003) LASCIARSI ANDARE
Mangiare significa anche sedersi a tavola
e lasciarsi andare.
Quando ne ho voglia,
di solito al calar del sole mentre l’ora del Rosario
fa il suo mestiere sul campanile, prendo il telefono e chiamo
chi vorrei incontrare.
Il ristorante lo scelgo
in base al menù e all’atmosfera che dovrebbe
sempre accompagnare, e difendere, una conversazione
tra amici.
Che si parli di politica
(ahimè, quasi sempre) o di donne (ahimè,
sempre meno) piuttosto che di lavoro (ahimè, anche)
il mio modello ideale rimane il film “La cena” di Ettore
Scola dove, ai tavoli di un ristorante si susseguono avventori,
quali Vittorio Gasmann, Stefania Sandrelli, Giancarlo
Giannini e Francesca D'Aloja che mangiando esprimono tutte
le loro debolezze e particolarità caratteriali... oppure,
in subordine, l’atmosfera del film “La cena dei cretini”, del
regista francese Francis Veber, dove, il rito goliardico
di riunire a tavola un gruppo di "cretini", si trasforma in uno
modo per conoscere se stessi e chi si ha di fronte.
Altro è darsi
appuntamento al ristorante con l’amata, soprattutto
se l’amata non sa di essere l’amata, allora il pranzo,
gli altri amici, il contesto... son niente, tutto una scusa per
cogliere di nascosto un sorriso...
E, lasciandosi andare,
basta un sorriso per riempire una serata...
(cp, 24.10.2003) Lì per lì
Lì per lì
non sai cosa dire. Giorni fa l’Unità titolava
in prima pagina: “Un nazista miliardario trionfa in Svizzera
– I razzisti dell’Udc diventano il primo partito dopo una campagna
contro gli immigrati”...
Cappericchia, un
nazista miliardario vince le elezioni in Svizzera?
Sarà, il titolo è forte, lì per lì,
appunto, non sai cosa dire... poi leggi l’articolo:
“Inizialmente votavano per lui dal fondo delle valli o dai
villaggi alti sulle montagne, dove tradizionalmente il visitatore
della valle accanto suscita la stessa diffidenza di un immigrato
kosovaro. Oggi Blocher pare far breccia anche nella cerchia
urbana, in quegli ambienti agiati che vedono con preoccupazione
barcollare il ‘modello svizzero’ e ne attribuiscono le cause, almeno
in parte, a quel venti per cento di stranieri che conta il
paese su sette milioni di abitanti”, leggi altri giornali
e non ci vuol molto a capire che la questione Blocher non è
nei termini descritti dall’Unità.
E allora ti domandi:
ma il giornale della Verdurin sa che cos’è
la democrazia? Capiamoci, nessuno, ad esempio, dubita
che la questione immigrazione sia un problema, tant'e’
che costituisce un’emergenza in tutta Europa; solo ieri
il Parlamento europeo discuteva quali misure adottare per
far fronte all’emergenza immigrazione, e applaudiva
le proposte di Berlusconi.
In Olanda, in Francia,
in Austria, in Italia e, adesso, anche nella vicina
Svizzera quello dell’immigrazione è talmente un problema
che è contato nel voto della gente.
Tutti nazisti? Tutti
razzisti?
In realtà,
quando ai problemi non si danno risposte convincenti
si perdono le elezioni: questa è la democrazia.
Giocare il gioco
della democrazia e poi, quando lo si perde, tacciare
l’avversario di razzismo e di nazismo è, invece, la
solita vecchia storia, quella intollerante di matrice comunista.
(cp, 23.10.2003) WIND OF CHANGE
Ieri il Re Abdullah ha dimissionato l’attuale
governo giordano, disponendo che se ne formi uno nuovo
con un programma
improntato alla modernizzazione dello stato.
Il nuovo governo includerà due o tre donne
tra i suoi ministri; verrà
soppresso il Ministero dell’Informazione.
Il Primo Ministro
dimissionato Abul-Ragheb aveva
notoriamente coltivato forti legami con il regime
Irakeno, e si era opposto senza
mezzi termini alla guerra contro Saddam; il nuovo Primo
Ministro in pectore Faysal Fayez, invece, si dice sia
un moderato gradito ad USA e Israele.
Notizie di questo
tenore continuano a susseguirsi da mesi in M.O.
E’ solo un inizio,
ma non è poco. Ed è difficile negare che
si tratti del “fallout democratico” dovuto alla liberazione
dell’Iraq.
Due giorni fa
un articolo di Charles Levinson, corrispondente dal
Cairo per il San
Francisco Chronicle faceva efficacemente
il punto su questa tendenza: la monarchia reazionaria
dell’Arabia Saudita che la settimana scorsa ha dichiarato,
per la prima volta nella sua storia, di voler indire elezioni
democratiche; la nuova Costituzione in Qatar, che prevede
un parlamento democraticamente eletto per la prima volta in
quel paese; la soppressione in Egitto dei “tribunali speciali
per la sicurezza dello Stato”, cui è seguito, il 6 ottobre,
il rilascio di 2.000 prigionieri politici. Commento di Hisham Kassem,
presidente della Egyptian Organization for Human Rights: “Le riforme
nel mondo arabo stanno prendendo piede con una velocità che
non avevo mai visto da quando mi occupo di politica''.
Emma
Bonino già lo scorso maggio l’aveva
ben detto: "La caduta di Bagdad comincia
ad avere per questa regione lo stesso effetto che ebbe
per l'est europeo la caduta del muro di Berlino. [...] Bisogna
essere ciechi e sordi per non accorgersi che la cacciata
di Saddam Hussein sta provocando una specie di terremoto sui
tanti regimi autoritari e corrotti che governano questa area
del mondo. Non si sono certamente convertiti improvvisamente
alla democrazia ma semplicemente temono che, dopo Bagdad, potrebbe
toccare anche a loro".
(ale tap., 23.10.2003) Il nuovo antisemitismo "Nel
1967 ero una giovane comunista, come la maggior parte
dei ragazzi italiani..."
Così
Fiamma Nirenstein nell'incipit di un
suo articolo pubblicato sul numero in
edicola della rivista Liberal dal titolo:
"Il
nuovo antisemitismo - Origini e inganni di un inquietante
fenomeno politico e culturale".
Per il testo
completo dell'articolo, cliccare qui.
(cp, 23.10.2003)
Giovedì, 23 ottobre 2003,
alle 16.30, Brunella (la pupa del Castaldi) si laurea
in Giurisprudenza con una tesi sul "Danno Esistenziale".
Auguri
a Brunella.
CONTROCORRENTE "Il papa beatifica
madre Teresa, una fanatica, una fondamentalista
e una truffatrice."
<<Una delle maledizioni
dell’India e di molti altri paesi poveri è il medico
ciarlatano che promette guarigioni miracolose. Domenica
è stato un grande giorno per questi parassiti,
che hanno visto i loro stupidi metodi abbracciati da Sua Santità
e da tutta la stampa internazionale. Inoltre abbiamo visto la consacrazione
del dogmatismo più estremo, della fede
cieca e del culto della mediocrità umana. Molta gente
è povera e malata a causa di Madre Teresa, e molti
di più lo saranno se il suo esempio verrà seguito.
Era una fanatica, una fondamentalista e una truffatrice.
E una chiesa che ufficialmente protegge coloro che violano
gli innocenti, ci ha dato un altro segno per capire da che parte
sta su questioni morali e etiche”>>
Così scrive Christopher Hitchens,
giornalista britannico che vive
a Washington, già conosciuto per un articolo
controcorrente , pubblicato nel febbraio di quest’anno
dal “The Mirror”, dove, durante il conflitto irakeno, lui,
giornalista con ottime amicizie e pedigree di
sinistra, accusava i pacifisti di essersi schierati con
il peggiore dei dittatori e contro un popolo che lottava
per la democrazia (I wanted it to rain on their parade,
The Mirror,
qui il testo integrale).
Per chi volesse saperne di più sull’articolo
su Madre Teresa di Calcutta cliccare qui; sullo stesso
argomento qui
la sua intervista alla rivista Free
Inquiry.
(cp, 22.10.2003)
Sul mestiere
dello scrittore in Antonio Tabucchi
(di Luigi
Castaldi)
IL SANTO DEL GIORNO
Auguri ad Alfred Nobel, chimico svedese autodidatta,
inventore della dinamite, fondatore del premio
Nobel (per disposizione testamentaria).
Oggi compirebbe 170 anni.
Ma, diciamocelo, di lui chi si ricorda? “Il Nobel”,
per tutti, è solo il premio – cioè il
santino.
Poco importa che fin dall’origine sia stato assegnato
in base a meccanismi decisamente ridicoli
(e per lo più per ragioni squisitamente lobbystiche).
Il primo, quello per la letteratura del 1901, venne
assegnato a Sully Prudhomme preferendola a Lev
Tolstoj, a causa della nazionalità di quest’ultimo.
Altri trombati celebri: Kafka, Gadda, Joyce, Musil,
Borges. Albert Einstein, invece, fu premiato ma per
un suo lavoro secondario sull'effetto fotoelettrico,
mentre i suoi studi sulla relatività non vennero
considerati.
Ai simpaticoni del Nobel si deve anche l’invenzione
di quello che è probabilmente da considerarsi
il non-plus-ultra della perversione politically-correct,
ossia il premio per la Pace assegnato in tandem
alle “strane coppie”: la prima volta nel 75 al
duo Kissinger - Le Duc Tho (il vietnamita però
lo rifiutò), l’ultima al duo Peres-Arafat (quest’ultimo
invece lo accettò di buon grado: forse, da buon
terrorista, in omaggio all’inventore della dinamite…).
Il commento più intelligente di un premiato: “Di sicuro il Nobel viene visto in una maniera
distorta. Agli occhi dell'opinione pubblica,
chiunque lo vince diventa un esperto autorizzato
ad aprire bocca praticamente su tutto. Dopo aver ottenuto
il Nobel ho ricevuto le domande più improbabili,
compresa la richiesta di definire il valore di alcuni
cimeli della presidenza Kennedy…”
(Milton Friedman, Nobel per l'economia nel 1976).
Verissimo: noi italiani ne
sappiamo qualcosa .
(ale tap., 21.10.2003) AUDIBLUFF
Sul numero di
PRIMA COMUNICAZIONE in edicola, Marco Benatti,
country manager per l'Italia di Wpp (il maggior gruppo
mondiale di pubblicità), denuncia: i responsabili delle
ricerche sui mezzi hanno drogato il mercato. Sono tre
anni che invece di Auditel e Audipress ci servono Audibluff.
Per Benatti "Il
mercato dei media per due anni è stato terribile"
però tutti hanno fatto finta di nulla. Insomma:
mercato drogato e "l'impianto delle ricerche
è vecchio e non sta più dietro al mutamento delle
abitudini degli italiani". Benatti fa l'esempio della
tivù. "In questi ultimi quattro o cinque anni", dice,
"milioni di videocassette allegate ai settimanali hanno liquefatto
l’audience della tivù; poi ci sono stati Internet,
i videogiochi, il digitale e la radio che hanno sottratto una
quota importante della tivù in una fascia di pubblico con
alto potere di acquisto; e poi c’è stato il recupero del
cinema… tutti insieme hanno ridotto l’esposizione del pubblico. Invece
i risultati delle ricerche sull’ascolto della tivù sono
gli stessi, nonostante le sottrazioni di audience dei nuovi mezzi.
Questo può significare soltanto una cosa: o il pubblico italiano
è cresciuto fino a 100 milioni e noi non ce ne siamo accorti;
oppure il pubblico italiano non lavora, non mangia, sta soltanto
davanti alla televisione dalla mattina alla sera".
"Credo" conclude
Benatti "che bisogna avere il coraggio di mettere
in discussione l’intero sistema". Qui il testo completo dell'articolo.
(cp, 20.10.2003) NUOVA ERA
C’è da rimanerne abbagliati. Eccoli
i nanetti della politica politicante all’italiana, eccoli, dopo
la nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza
sull'Iraq, tutti in fila a dichiarare: <<E’ venuta
meno quella ragione ostativa che faceva sì che
la presenza italiana fosse illegale>> (M. D’Alema
al Corriere della Sera) ... <<Sono sempre stato favorevole
a un’assunzione di responsabilità da parte
delle Nazioni Unite e quindi...>> (R. Prodi al Corriere
della Sera); eccoli questi sinistri voltagabbana
del pensiero pacifista a convenienza, eccoli
pontificare su una nuova era per un paese che ha sofferto
per decine d’anni l ‘oppressione di Saddam Hussein.
Visti i tempi
di rivoltamento frittate (avete presente Telekom Serbia?),
sommessamente, a futura memoria, vorremmo ricordare
che "la nuova era" dell'Iraq è cominciata
quando le truppe della coalizione anglo-americana hanno - infischiandosene
dei Prodi, dei D’Alema e anche dell’ONU- marciato su
Bagdad rovesciando Saddam. (cp, 20.10.2003) Massima del giorno:
Avere a che fare con le donne è un guaio. Ma chi non
se lo procura mi preoccupa.
G.P.
Il simbolo del lobbista
Corriere
del Mezzogiorno, domenica 19 ottobre, intervista
a Claudio Velardi, che nell'introduzione è presentato
come "oggi lobbista ed editore de 'il Riformista', all'epoca
capo ufficio stampa di Massimo D'Alema". Cosa possa
essere un "capo ufficio stampa" approssimativamente riesco
ad intuirlo; sfoglio il De Mauro per la definizione di "lobbista"
che mi rimanda a "lobby": "gruppo di persone che , mediante
pressioni anche illecite su uomini politici e funzionari
pubblici, riesce a ottenere provvedimenti legislativi o amministrativi
in proprio favore". Bene, ottima presentazione, leggiamo
l'intervista. Molte banalità, poi il punto rivelatore,
sulla campagna elettorale di Antonio Bassolino, curata a suo tempo
dall'intervistato.
"E il
programma?" chiede il giornalista, Antonio Fiore. "C'era,
è ovvio - risponde Claudio Velardi - ma di rifiuti,
trasporti, disoccupazione parlavano tutti i candidati,
di qualsiasi orientamento fossero. Allora ci inventammo
un obiettivo di forte valore simbolico e che puntava al
futuro, Napoli 'città dei bambini' ". "Che, dopo
10 anni, ancora non s'è realizzata" precisa l'intervistatore.
"Riconosco che su questo punto s'è fatto poco - risponde
il lobbista - ma era un tema ad alto valore simbolico".
Povero
Antonio Polito! Lui crederà in perfetta buona
fede (è un così caro ragazzo!) di stare lì
a costruire il riformismo. E invece starà al massimo
a strofinare il simbolo. (L.C., 19.X.2003)
MOLLICHINE 1
Casini
invita ancora "a non abbassare la guardia". Allarme
nei pronto soccorso per la quantità di mascelle
slogate per sbadigli.
Bossi
contro Fini, Fini contro Bossi, una guerra di Troia.
Ma in quella guerra un motivo abbastanza futile (un paio
di corna) almeno c'era.
Ciampi:
"Il sistema multilaterale rispetti le leggi nell'interesse
della comunità internazionale". Leggi? Nella
comunità internazionale?
Centinaia
di manifestanti a Riad, in Arabia Saudita, hanno sfilato
per chiedere riforme sui diritti umani. Diritti umani?
Ma che vogliono, di più? I principi, ad esempio,
sono decapitati con una scimitarra d'oro.
Saad
bin Laden, figlio di Osama, è il nuovo uomo-chiave
di al Qaida. Non bastava Kim Il Jong figlio di Kim
Il Sung, il figlio di Assad a capo della Siria, il figlio
di Mubarak in corsa per rais egiziano e il resto. Ora
anche il capo-terrorista è divenuto ereditario. Il secolo
rischia d'essere monarchico.
MOLLICHINE 2
15.10.'03. Bossi (immigrati): "Con le polemiche
si danneggia il governo". Scoperta dell'America
con un paio di giorni di ritardo.
Prodi:
"Mai sollevato conflitti con Berlusconi. Il mio comportamento
istituzionale è stato perfetto". Notizia sicura
da fonte disinteressata.
Bush
ritiene l‚Anp responsabile dell‚attentato a Gaza.
Calunnia. L'Anp è irresponsabile.
John
Chipman sulle armi di distruzione di massa: "Il fatto
che non siano state trovate non dimostra che non ci
siano mai state". È come per i marziani.
Calderoli,
nel "test di naturalizzazione" per gli stranieri
vorrebbe la certificazione che conoscano il dialetto
della regione di residenza. Io ho amici che non conoscono
il siciliano. Gli togliamo la nazionalità?
Ciampi:
"Bisogna tener viva la memoria dell‚Olocausto". E
addormentare la memoria del Gulag.
Supersfigati:
almeno 7 arresti della polizia palestinese a Gaza
per l‚attentato antiamericano. O superfortunati: perché
non li hanno individuati gli israeliani.
Il Consiglio
europeo chiede a Israele di congelare insediamenti
e muro di difesa. Ad Arafat di fermare gli attentati.
E al lupo di divenire pastore.
Strage
di Gaza. Arafat alla Bbc: "Non è detto che siano
dei palestinesi i colpevoli, questo è solo il
punto di vista di Bush". L'ipotesi più probabile è
che siano marziani.
(Giannipardo@libero.it) I NUMERI RITARDATARI
Se un
bambino chiede tutti i giorni la stessa favola prima
di addormentarsi sorridiamo con affettuoso compatimento.
Se lo facesse un adulto ci preoccuperemmo seriamente.
Se lo fanno milioni di adulti, invece, nessuno se ne
meraviglia più e la cosa diviene normale. Ecco perché
molti giornali pubblicano l'oroscopo del giorno, spesso
diviso per segni zodiacali, per il caso che non fosse abbastanza
scientifico.
Lottare contro la fede nell‚influenza dei
segni zodiacali è vano. Quando alla voglia di credere
si accoppia una magnifica ignoranza si sbatte contro
un muro. Per questo, se qualcuno ci chiede il nostro segno
zodiacale, è bene dirglielo e basta. Badando a non
impallidire di collera all'immancabile esclamazione: "Me l'aspettavo!
Lei è proprio il tipo del suo segno zodiacale!"
Avviene
pure che alcuni ci chiedano "Lei è del tale segno?"
e che ci azzecchino. In questo caso, i fanatici di
quelle lontane costellazioni di cui non sanno nulla ottengono
la prova provata, sperimentale, della fondatezza delle
loro fandonie. Non rimane che rassegnarsi e lasciarli sereni
nella loro culla.
C'è
un altro campo che ha anch'esso i suoi fanatici e
si presta ancor meglio ad una discussione semplice: i numeri
ritardatari al lotto. Anche in questo caso i giornali assecondano
le stupidaggini correnti e pubblicano tabelle da cui risulta
che il tale numero è in ritardo di tot settimane sulla
tale ruota. Esistono addirittura pubblicazioni specialistiche.
Ma un numero in ritardo è un assurdo già nella formulazione
del concetto. In ritardo è qualcuno che ha un orario
di arrivo, o per cui è stato fissato un orario di arrivo.
Mentre il numero non ha fissato alcuna data di arrivo e non riceve
ordini da nessuno: dunque non è in ritardo.
Un momento,
dirà il giocatore del Lotto (riffa ab immemorabili
definita "La tassa sui fessi"): è la statistica,
che gli impone di uscire. Poiché si estraggono
cinque numeri su novanta, ognuno di loro dovrebbe uscire
all'incirca una volta ogni diciotto settimane. Se dunque
un dato numero non esce né dopo diciotto settimane né
dopo cinquanta né dopo cento, è in ritardo. E più
passano le settimane, maggiori sono le probabilità che
esca, visto che è inverosimile che non esca più.
È
un paralogismo, vulgo stupidaggine. La statistica
funziona solo sui gradi numeri. Il 17 sulla ruota di Bari
uscirà un numero di volte pressoché (ma non esattamente)
conforme a quello previsto dalla statistica, certo,
ma non su cinquanta o cento settimane (due anni); piuttosto,
a due estrazioni per settimana, su diecimila o centomila
settimane. E chi può giocare per diecimila settimane (192
anni) di seguito lo stesso numero? E quanto gli costerebbe?
E cosa ci guadagnerebbe? Il 17 uscirebbe infatti con la frequenza
regolare, il nostro giocatore l'avrebbe giocato tutte le
settimane e il Lotto paga solo una percentuale delle giocate.
Dunque gli pagherebbe una vincita inferiore al costo delle giocate.
In secondo
luogo, è vero, la statistica dice che su diecimila
settimane quel tale numero in media uscirà quel
dato numero di volte: ma non dice che quel numero ha più
probabilità di uscire in una data estrazione. Potrebbe non
uscire per dieci anni (sono molto meno di 192) e uscire
poi tre settimane di seguito. Nella singola estrazione le probabilità
di uscita di un numero sono sempre le stesse.
In terzo
luogo, è vero che gettando 40.000 volte in aria
una moneta, alla lunga si avrà quasi lo stesso
numero di testa e di croce: ma ammesso che si fossero avute
21.342 volte testa e 18.758 volte croce, gettando la moneta
in aria non sarebbe difficile arrivare ad una testa in più,
arrivare cioè a 21.343 volte testa: infatti, gettando in
aria la monetina, si ha una possibilità su due. E questo
benché - secondo i giocatori del Lotto - croce sia in ritardo.
Il fatto
è che, pur ammettendo che sia strano che ci
sia un notevole sbilancio fra testa e croce, per
aumentare di uno questo sbilancio non ci vuol molto:
la possibilità di aumentare lo sbilancio di una
testa è una su due. Esattamente come quando si è
gettata la monetina per la prima volta.
In quarto
ed ultimo luogo, i giocatori del Lotto dovrebbero
rendersi conto che, mentre loro hanno le professioni
più diverse, gli organizzatori del gioco del Lotto
si occupano di statistica. Il gioco è congegnato
per far vincere chi tiene il banco, cioè lo Stato. Se ci
fossero serie probabilità di vincita con i numeri ritardatari
o con qualunque altro sistema, lo Stato modificherebbe
il regolamento, perché deve sempre e comunque vincere
il banco. Ma il problema non si pone. Anzi lo Stato è
grato a quei giornali, complici inconsapevoli di chi impone
la tassa sui fessi, che pubblicano con grande evidenza le vincite
ottenute con i numeri ritardatari. Infatti questo induce i lettori
a non aprire gli occhi sulle immense somme perdute continuando
a giocare quel numero mentre era "in ritardo". E a giocare
i nuovi numeri "ritardatari".
Se non
ci fosse il Lotto, dovremmo tutti pagare imposte più
pesanti. In conclusione i giocatori del Lotto sono pregati
di giocare ancor di più sui numeri ritardatari.
Non possono non uscire.
(Giannipardo@libero.it)
Schegge
«Negli anni Novanta senza più il disturbo
di nessun democristiano e di nessun socialista, Carlo
De Benedetti, Giovanni Agnelli, Leopoldo Pirelli, Marco
Tronchetti Provera, Enrico Cuccia e tutto il salotto buono
del capitalismo d’affari si allea con la sinistra postcomunista
per guidare in prima persona il governo del Paese. Mette
in campo i suoi uomini (Carlo Azeglio Ciampi anzitutto)
e ottiene a prezzi scontatissimi parte rilevante di quell’ambìto
patrimonio pubblico. Sono gli anni in cui vengono privatizzati
Comit e Credit, Eni, Telecom, San Paolo, Bnl, Sme, rinunciando
a ogni accordo, a ogni possibilità di internazionalizzazione,
a ogni chance di sopravvivenza nei mercati europei ed extraeuropei
che pure sarebbe stata possibile. Più che una vendita
è una liquidazione dell’azienda Italia, che i circoli
economici vogliono per cogliere le opportunità migliori.
Il centrosinistra al governo del Paese accetta tutto in cambio
della tutela e dell’appoggio da parte del potere economico:
è il prezzo che i postcomunisti hanno pagato ai grandi
borghesi per farsi perdonare settant’anni di lotte contro il
capitale e l’economia di mercato».
Geronimo, Dietro le quinte, Mondadori,2002 In breve
1.
Per la sua martellante réclame televisiva la
nota casa produttrice di dado per il brodo usa come testimonial
alcuni grandi cuochi, cercando di accreditare un
pur dichiarato prodotto a base di glutammato come ingrediente
ubiquitario di alte e basse gastronomie. Mi sembra cosa
più onesta che dare a Roberto Benigni una laurea
ad honorem in psicologia.
2.
Se Bill Gertz e Rowan Scarborough scrivono sul Washington
Times che gli scopi della missione Shenzhou V sarebbero
stati prevalentemente spionistici e che la Cina
preparerebbe un attacco a Taiwan, non so perchè,
mi viene naturale crederci, per quanto io sia sospettosissimo
verso ogni dietrologia. Nemmeno rileggo, ci credo. Non
so perchè, invece, gli onestissimi taglia-incolla
di Marco Travaglio e Peter Gomez, pure a rileggerli
e rileggerli, mi facciano struggere in mille perplessi "uhmmm".
Maledetta esterofilia di noi italiani!
3.
"Non potete immaginare quanti guasti ne conseguiranno"
disse Enrico Berlinguer all'indomani dell'elezione
di Bettino Craxi a segretario del Psi, mettendo
in forma di profezia una dichiarazione di guerra. "E se un
giorno noi socialisti ereditassimo tutti i voti comunisti?"
fu la risposta di Bettino Craxi, mettendo in forma di sogno
ad occhi aperti una sfida riformista. Sarò deboluccio
di stomaco, ma stanno cominciando a diventarmi insopportabili
questi avanzi di Frattocchie che consumarono tutta la loro
gioventù (se mai n'ebbero una) per capire che la frase di
Craxi veniva prima e quella di Berlinguer dopo. I tonti della
cronologia. (L.C., 18.X.2003) Richard Perle
Su “La Stampa” Fiamma Nirenstein intervista a Richard
Perle.
Nell'articolo, dal titolo «Ma Europa e Onu continuano
a non capirci», Perle,
che si trova a Gerusalemme dove ha ricevuto
un premio, parlando dell'intervento anglo-americano
in Irak, ha con forza denunciato la «posizione
miope e colpevole che finge di ignorare l'importanza della
terribile guerra integralista in corso contro la democrazia
liberale, la libertà, i diritti umani, tutto quello
che l'Occidente rappresenta» e ha affermato che «ciò
di cui veramente l'Iraq ha bisogno fino a che non sia in
grado di camminare sulle sue gambe è aiuto, aiuto
economico. Il denaro è la cosa di cui più di tutto
l'Iraq ha bisogno. Ed è ridicolo, anzi insultante, che
l'Europa abbia stanziato 233 milioni di euro in tutto. L'Iraq
non ha bisogno di ricostruzione, dato che è stato poco danneggiato,
ma di costruzione: le infrastrutture sono obsolete, occorre
un grande sforzo per garantire il benessere. L'Iraq, mentre
tutte le belle parole sul suo autogoverno verranno dimenticate,
non dimenticherà - ed è bene che la Francia e la
Germania ci pensino - la somma data dall’Unione europea: 233 milioni
di euro, una vergogna». Comunque, per Perle « in Iraq
le cose vanno molto meglio di quello che si crede comunemente. Quasi
l'intero Paese, nella sua vastità, è pacifico; le fazioni,
le sette, le religioni non si combattono reciprocamente; ogni città
ha un suo Consiglio locale funzionante, ovunque vigeva la dittatura
del Baath si raggiungono accordi; non ci sono senzatetto né
gente che muore di fame; le strutture mediche funzionano; l'acqua scorre
ovunque, l'elettricità c’è. L'aspetto negativo è
il terrorismo, che vuole impedire il progresso in Iraq: è
perpetrato da una parte dagli orfani di Saddam, dalla sua gerarchia
che torturava, imprigionava, rubava. E' logico che oggi facciano
di tutto per tornare al passato. Ricordiamoci che in Francia ci furono
10mila vittime nello scontro civile del dopo-Seconda guerra mondiale.
Anche l'Italia sa qualcosa di fascisti, collaborazionisti e guerra civile.
In secondo luogo ci sono le schegge del terrorismo internazionale,
i sauditi, gli egiziani, i palestinesi, i siriani, gli iraniani che si
sono dati appuntamento perché pensano che l'Iraq sia un buon posto
per combattere l'Occidente, fortemente seguito dai media, facile da raggiungere».
Per chi volesse leggere il testo integrale dell'intervista,
articolo riportato da Informazione Corretta,
cliccare qui.
(cp, 17.10.2003) Troppi tagli cesarei
in Campania?
No, piuttosto, 3nTC + n' articolo di Luigi Castaldi BEGLI AMICI.
1. "Mai, da nessuno e in alcuna forma, né
direttamente, né indirettamente, l'acquisto
di una quota di Telekom Serbia da parte del gruppo
Telecom Italia fu sottoposto alla mia attenzione, ne'
come privato cittadino ne' come presidente del Consiglio;
non vi era alcuna ragione ne' formale ne' sostanziale
perché cio' avvenisse". Così
Romano Prodi poco più di un mese fa.
E qualche giorno prima, in un’intervista a 'Il
Sole-24 Ore', Lamberto Dini aveva addirittura dichiarato:
''Se il Governo doveva essere informato delle trattative
su Telekom-Serbia, come qualcuno dice, il
Governo é stato ingannato perche' la societa'
(Telecom-Stet, ndr) non l'ha fatto''.
Ecco.
Oggi sull’ultimo numero de “L’Espresso”, lunga
intervista
a Tomaso Tommasi di Vignano
dal titolo “Ora basta con le bugie”.
Dice Tommasi: “Nell’aprile 1997, quando il ministro
degli Esteri, dopo i rapporti di Bascone,
ci chiese notizie, rispondemmo alla competente direzione
della Farnesina. […] Di più, i quotidiani avevano
cominciato a scrivere dell’accordo una decina di giorni
prima della firma. Tutti dunque sapevano, ma nessuno
mi ha chiesto di fermarmi o anche solo di dare altri chiarimenti”.
Sicché adesso l’uomo-chiave della trattativa
ci racconta che il governo Prodi fu informato dell’operazione
due mesi prima della conclusione dell’affare
(in tempo utile per bloccarla, quindi).
2. Ancora dalla intervista a Tommasi.
Domanda: “Ma lei non era amico di Romano Prodi
ed Enrico Micheli”?
Risposta: “Li avevo conosciuti prima, all’interno
dell’Iri: rappresentavano l’azionista. Erano
rapporti professionali e di stima. Se poi sono entrati
in politica, questa è una scelta alla quale
io non ho preso parte: appartiene a loro”.
Ahi, ahi. Ma allora anche Tommasi c’ha il vizietto:
infatti, fu così estraneo alla scelta di Prodi
di entrare in politica, da rivestire durante le elezioni
politiche del 1996 la carica di presidente del comitato
"per l'Italia che vogliamo" (cioè il comitato elettorale
di Prodi) per il Lazio (cfr. articolo di Augusto Minzolini
su "La Stampa" del 28 novembre 1997). Il resto è storia:
l’Ulivo vinse le elezioni e Tommasi si ritrovò
amministratore generale di Telecom Italia.
(ale tap. , 17.10.2003) "Io ho appena compiuto
20 anni"
Per quella parte del blog che dovrebb'essere
diario privato vorrei parlarvi oggi di sgabuzzini.
Ci sono quelli pieni di vecchie riviste.
Ne sfoglio una, un Linus dell'agosto 1977 (XIII,
8, pag.103), e leggo:
Caro Linus,
ma si può essere tanto criminali e cretini
da rispondere senza imbarazzo, nè vergogna
a "qual'è il tuo modello di cultura?" dopo
trecento Feste de l'Unità e tutte le figure di
cacca di Lucio Lombardo Radice, di Napolitano e di Amendola?
Penso proprio di sì, se si è iscritti
al Pci e se si è Mario Spinella. Il poverino, d'altra
parte, non è il solo: i suoi gusti tutti "Madame
Bovary e Dorian Gray" sono così comuni oggi (ne sarà
felice, suppongo) a un po' tutti questi nuovi padroni, non
importa se coglioni di provincia o capoccia di federazione,
che si sono improvvisati intellettuali al bar, in sezione
o dal barbiere, leggiucchiando i resoconti da sette righe sull'Almanacco.
Il trucco si mantiene su male e cola giù, mentre
il signor von Aschembach muore per lasciare posto ad un'altra
Dc, quella dei prossimi vent'anni, quella di Gramsci
e Togliatti. Così "Moravia è un padreterno"
(e non conoscono neppure "Witkiewitz"),
"Proust è un modello"