ARCHIVIO DI OTTOBRE
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"NOI ZITELLE DELLA POLITICA CHE NON LA DIAMO PIÙ A NESSUNO"

Confesso il mio imbarazzo. Che cosa sarebbe della nostra (mia) vita, del nostro (mio) vivere quotidiano se non ci potessimo permettere il lusso di essere, o essere stati per poco o tanto, radicali?
A questo pensavo stamattina mentre,  facendomi la barba, ascoltavo Massimo Bordin leggere a Radio Radicale una lettera-articolo di Dimitri Buffa pubblicata da “Il Riformista”.
Per Buffa “essere un radicale ... è ormai un’abitudine, come essere calvo, basso e con gli occhiali. E sta diventando altrettanto frustrante e deprimente” anche perché, secondo Buffa, i radicali si sentono  “zitelle e zitelli della politica italiana”, per colpa del “male oscuro... in una sola parola: Pannella”,   che i radicali amano e odiano e di cui non possono più fare a meno perché li “fa sentire tutti dei primi della classe”.
Sarà per questo che,  non frequentando  abitudini,   zitelle  e nemmeno i primi della classe, da dieci anni non m’iscrivo a un qualche cosa di radicale? (cp, 31.10.2003)


Tre carte
  1.
L'umanità è inestirpabile dall'uomo, due piccoli dettagli lo dimostrano anche in queste nuove Br. Una delle brigatiste fermate, messa a confronto con un video dei servizi segreti che la riprendevano, nega e trova un'ironia: "quella è più brutta di me, non sono io". Un'altra dà disposizioni alle pompe funebri per la tomba dell'amico caduto in un'azione di comunismo combattente: vuole una lapide con rivestimento anti vernice e con epigrafe scolpita, vuole vasetti e fiori e giardiniere, fa la pignola ordinazione epistolare. Fino alla condanna definitiva, per quanto le prove siano schiaccianti, non dimentichiamoci che sono un po' come noi. Rispettiamo almeno quello, se proprio "non possiamo non dirci cristiani".
 2.
Modererò i toni per il rispetto che si deve anche al peggior uomo, se morto. Ma vorrei ricordare, con rispetto e garbo, che l'Alessandro Galante Garrone che qualcuno premia della virtù di "moralità" nell'encomio funebre fu anche il giudice antisemita che mostrava fervoroso talento nei suoi articoli giuridici sul Rassenrecht e sulla procedura di "rapido e definitivo accertamento della razza", pubblicati nel 1940 dalla "Rivista del Diritto Razziale Italiano", nei numeri di marzo e di agosto. Riprendo fiato dalla frase troppo lunga e dico: al confronto, anche un Savoia diventa un Perlasca. Ciò nonostante, capo chino di fronte alla morte! Shalom!
 3.
Mia figlia mi dice che ha visto l'ultimo Tarantino e me ne parla entusiasticamente. "Ma non è vietato ai minori di 14 anni anni?" faccio io. "Papà, ce li ho!" fa lei. E non basta: da come mi fa vedere che sguardo ha Uma in una certa scena prima del coma temo che mi stia diventando terribilmente bella e un po' pulp.
(L.C., 31.X.2003)


Un chiodo sul muro e basta. Ciascuno ci immagini appeso il dio che vuole. Con buona pace di chi al catechismo ci diceva che "Dio è in ogni luogo" e senza schiamazzi di atei, semicredenti e iconoclasti assortiti. Però il chiodo ci vuole: è parte della nostra tradizione. (L.C.)

Dal nostro inviato
Per quella parte del blog che dovrebb'essere diario privato oggi vorrei levare alto il lamento per la durezza del lavoro di blogger. Ok, se avete un blog e siete una qualsiasi Selvaggia Lucarelli, la cosa è da poco, potete scrivere se vi pare, quanto vi pare, come vi pare. Ma "Capperi!", più che un blog, è un giornale. Atipico, ma un giornale. La direzione è collettiva, i redattori fanno anche i fattorini, stipendio niente, un centinaio di lettori (tutti finissimi e dottissimi). Con in mano un arnese del genere è difficile capire donde scaturiscano le decisioni correnti, quelle di cui bisogna fare treccioline contingenti e strutturali. Ma le cose vanno, le decisioni scaturiscono. Io, per esempio, sarei l'inviato al congresso dei radicali italiani, a Roma, hotel Ergife. Non chiedetemi chi abbia deciso che io adesso debba inviare ogni giorno una corrispondenza dall'Ergife, non saprei dirlo. La cosa s'è decisa da sè. Domani sera arriverò a Roma e sabato e domenica leggerete qui su "Capperi!" che cravatta aveva Capezzone. E se i sinistri ce l'hanno fatta ad impiccarlo con quella seta al ramo più alto. La vita da neocon è dura in un partito dove, come ti giri, sparlano di te, semmai in egiziano. Forza Daniele! (L.C., 30.X.2003)


Crociato per forza 
                  
Non sono credente, ma non posso non dirmi cristiano. Non credo che Cristo sia figlio di Dio, ma non posso non riconoscere la luce nel suo messaggio. Sono laico, ma non posso non concedere alla Chiesa il suo alto magistero morale. Sono liberale, ma non posso non difendere il simbolo del crocifisso. Non potrò non battezzare le mie figlie, se le unità sanitarie locali saranno autorizzate a praticare infibulazioni alle piccole immigrate musulmane. Giù per mantenere alto il mio filo-occidentalismo. Stanno cercando di convincermi che Dio è necessario. E io, che se proprio era il caso, avrei voluto convincermi da solo!
(L.C., 29.X.2003)


Massima del giorno:
Gli uomini per millenni hanno accusato le donne di essere delle bugiarde. Dimenticando che chi non ha il diritto di dire la verità è costretto a mentire.
G.P.


MOLLICHINE
Maroni aveva parlato di "sciopero part-time". Pezzotta: "Siamo pronti a uno sciopero full-time". They know so little Italian that they speak English, between them.

Berlusconi a pranzo con i sei nuovi cardinali italiani. Comincia a darsi da fare per quando si candiderà a Papa.

"L'Europa ha radici giudeo-cristiane e greco-romane", dice Ciampi. E così coloro che pensavano che avesse radici shintoiste e tartare sono serviti.

Blair dice ancora no alla difesa comune europea. Il Regno Unito vorrebbe continuare la tradizione di vincerle, le guerre.

Arrestati sei brigatisti. La vedova D'Antona, come molti uomini di sinistra, "colpita dalla coincidenza con lo sciopero". Pare anche sia stato arrestato anche Bin Laden, ma lo tengono da parte per le prossime elezioni.

Fini insiste su una verifica di governo "a metà percorso, per tarare la squadra". Ma non è già tarata?

Il Corriere della Sera è il primo quotidiano per diffusione, 679.701 copie medie. Pochissime eccezionali.

G.P.


LA SPADA DI BRENNO È INOSSIDABILE
Nemer Hammad, rappresentante dell‚Autorità Nazionale Palestinese in Italia, a proposito della recinzione difensiva d'Israele, sostiene: "Sarei d'accordo con quel muro, se percorresse la frontiera del 1967: in quel caso, nulla in contrario. Ma la costruzione procede mangiando parti importanti del nostro territorio". Sembra un'ovvietà e non è.
Hammad dimentica innanzi tutto che questa frontiera non esiste, ed anzi non esiste per fatto dei palestinesi e loro alleati. Essa è stata violata da loro, in armi, con l'intenzione di eliminare Israele e dunque Israele, vincendo, ha conquistato - anche se non formalmente annesso - tutta la Palestina. Se non fosse così, la teoria di Hammad e di chi gli dà ragione sarebbe: noi facciamo una guerra e se la vinciamo vi ributtiamo a mare fino all'ultimo, cancellando Israele dal mondo come già lo cancelliamo, nelle nostre scuole, dalla carta geografica. Se invece la vincete voi, tutto deve rimanere come prima. Solo così Hammad può parlare di "nostro territorio". Che poi gli israeliani decidano d'annettersi solo parte della Palestina (per esempio, Gerusalemme), che decidano di concederle l'autonomia amministrativa o addirittura una limitata sovranità, si tratterà comunque di vantaggi octroyés.
Questo è un punto essenziale. I palestinesi continuano a dimenticare che hanno dato inizio, loro, alle guerre contro Israele, proprio quando era stato offerto loro di costituire uno Stato sovrano (1948). E dimenticano che, avendole perdute, hanno perso ogni diritto. De Gasperi nel 1946, presentandosi dinanzi ai vincitori nella Conferenza della Pace di Parigi, e parlando per un paese con ben altre tradizioni rispetto alle loro (mentre la Palestina come Stato non è mai esistita) cominciò il proprio discorso così: "Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto , tranne la vostra personale cortesia, è contro di me". Non parlava di diritti legittimi. Non si permetteva di accusare paesi, come la Francia o l'Inghilterra, che l'Italia aveva vigliaccamente aggredito quando parevano sul punto di cedere all'aggressione nazista. Sapeva di non potere avanzare nessuna pretesa e di potere sperare d'ottenere qualcosa solo dalla magnanimità dei vincitori. Magnanimità dei vincitori che non mancò, in effetti: ma l'Italia perse lo stesso il valico del Moncenisio, Briga, Tenda e l'intera Istria. Poco mancò non perdesse anche Trieste. L'Italia era un paese vinto, ecco tutto. Quanto alla Germania, si vide sottrarre immensi territori ad Est, fino a cambiare forma, sulla carta geografica. Perfino la Polonia, paese aggredito ma non vincitore, si vide letteralmente spostare verso ovest, a vantaggio dell'Unione Sovietica. Brenno non è mai morto.
Ora sono passati quasi sessant'anni e viviamo in un mondo scervellato in cui si pretende che il vincitore di una guerra si scusi e comunque si prenda cura del paese vinto. Magari meglio di come esso si prendeva cura di se stesso. Come nella barzelletta di quel paese che faceva l'ipotesi di dichiarare guerra agli Stati Uniti. "Perché? Perché ovviamente vincerebbero loro e poi dovrebbero darci da mangiare e il resto". Insomma si è passati dal diritto del vincitore d'uccidere il vinto o conservarlo per farne uno schiavo ("servare", conservare, viene proprio da servus, schiavo), all'eccesso opposto. Almeno a parole. Perché la realtà rimane quella di sempre e ancora nel Ventesimo Secolo, con Hitler, si sono avuti i genocidi che erano frequenti nell'antichità.
Ovviamente nessuno può essere contento di questa mentalità hobbesiana e bestiale, ma ciò rende impossibile a tollerare, senza protestare, che un Nemer Hammad parli del suo territorio, dopo che l'ha perso in guerra. O che si parli instancabilmente di "diritti legittimi dei palestinesi". Quali diritti, su quale base? Non ne hanno nessuno, perché fra gli Stati non c'è nessuna legge sanzionata. In realtà, se la Francia non s'è preso l'intero Piemonte, se non s'è appropriata la Saar, è perché, memore delle radici della Seconda Guerra Mondiale, non ha voluto porre le premesse di un nuovo Revanchisme e di una Terza Guerra Mondiale. Analogamente, Israele ha interesse ad avere un buon vicino e per questo è disposto a fare concessioni. Ma nessuno pensi che "concessioni" significhi che la guerra l'ha vinta chi l'ha persa.
(Giannipardo@libero.it , 28 ottobre 2003)


PERO’ POSSIAMO…
Confesso di non aver mai ritenuto che quella del crocifisso nelle aule scolastiche sia una questione troppo importante, per la quale valga la pena di spendere troppe energie, per lo meno sul piano della politica. E però debbo ammettere che l’argomento è stato, più di una volta, occasione per riflessioni davvero di gran pregio.
Fino a ieri lo scritto più bello sul tema era, secondo me, quello firmato da Natalia Ginzburg su L’Unità nel 1988, ripescato l’anno scorso da quelli di Liberal  ed ora ricicciato da Giulianone Ferrara, ieri per “Otto e Mezzo” e oggi per il Foglio. L’ho sempre trovato il più pregevole, anche se, nel merito, non ne condivido affatto le conclusioni.
Oggi però segnalo un pezzo che, a mio avviso, li batte tutti, anche perché lo condivido anche nel merito: quello di Renato Farina per Libero  La riflessione è veramente azzeccata: se più cattolici avessero il coraggio di ragionare così, il problema della laicità sarebbe risolto in poche ore.
Non possiamo non dirci cristiani; Però, con un po’ di buon senso, potremmo al contempo arrivare a dirci anche tutti laici.
Con buona pace della Turco, di Bossi, ecc.ecc.
(ale tap., 28.10.2003)
   

NON POSSIAMO
Non possiamo non dirci cristiani, è vero. Però quel giudice non ha assolutamente sbagliato, ha semplicemente applicato la legge. E a quanto pare ci voleva coraggio, perchè da Umberto Bossi a Livia Turco, da Massimo Cacciari a Paolo Guzzanti s'è levato lo sdegno di tutti i buoni cristiani. Affezionati al crocefisso e tanto cristiani che proprio "non possono non dirsi" tali. Tutti, anche gli atei, sono amici del Papa, a intermittenza.
(L.C., 28.X.2003)



Sugli arresti dei presunti brigatisti.
Sarò un inguaribile garantista ma...  non  capisco come un magistrato  possa   dichiarare in TV e sui giornali: “in base agli indizi in nostro possesso questi sono i  responsabili dell’omicidio D’Antona e forse anche di Biagi”.
La presunzione d'innocenza è un optional?
Insomma - e la mia è una domanda - può la magistratura, a prescindere dalla colpevolezza o meno degli arrestati,  emettere una sentenza di condanna senza contradditorio e sulla base dei soli elementi indiziari?
(cp, 26.10.2003)



Tutto sacrosanto!
Mi soffermo su una vicenda di cronaca. Un giornale sta per mandare in edicola l'indomani, giovedì 23 ottobre, un articolo su una rapina alla quale hanno partecipato alcuni presunti brigatisti; le forze dell'ordine sospettano che con quell'articolo si possano, forse solo involontariamente, allertare quelli e gli eventuali complici di quelli, sottraendoli alla cattura, prevista per martedì 28; procedono tra mercoledì 22 e giovedì 23 ottobre, in modo discreto, con una verifica alla redazione di quel giornale, prendendo visione dell'articolo in oggetto che va regolarmente in edicola l'indomani; la cattura dei sospettati di appartenere alle Br viene anticipata a venerdì 24 ottobre. Ad uno sprovveduto potrebbe venire in testa che quell'articolo potesse contenere, forse solo involontariamente, una dritta alle Br o almeno un forse solo involontario campanello d'allarme per i "comunisti combattenti". Perchè questo è potuto accaduto all'Unità e non ad un altro giornale? Perchè mercoledì 22 ottobre quel giornale, nell'edizione di Firenze aveva già pubblicato un articolo a titolo "Br, due giovani fiorentini dietro il colpo...", forse solo involontariamente assai pertinente. Mi sembra tutto molto italiano. Sacrosanto il diritto della stampa a mandare in edicola quello che le pare, sacrosanto il diritto delle forze dell'ordine a proteggere le loro operazioni contro le organizzazioni criminali da forse solo involontarie soffiate, sacrosanta l'indignazione del presidente della federazione della stampa, sacrosanti i vittimismi di Furio Colombo. Sacrosanta l'anticipazione della cattura dei Br. Chissà se sarebbe riuscita, martedì 28 ottobre!
(L.C., 26.X.2003)


Spuria
S'è consumato un'altra volta il rituale stanco, pigro e burocratico di uno sciopero generale, ma non si può chiedere perchè, sennò i sindacati s'impermalosiscono. Al netto della retorica d'apparato, invece chiederei: alla fin fine, cosa ne è venuto di positivo, da questo sciopero, al glorioso lavoratore in termini di stipendio, pensione e futuro della prole?
Alla fin fine, in un modo o nell'altro, Marco Travaglio è riuscito a ottenere quello che voleva: la mezza paginata gratis, che l'onesta Foppapedretti invece deve pagare profumatamente. Secondo me, quello è un altro che ama Il Foglio, ma gli brucia il culo a doverlo ammettere.
 
Avete presente la lettera a Paolo Mieli di quel Dario Fo che degna Giuliano Ferrara di molti diritti umani correnti, al punto che quello si commuove e gli titilla il genio letterario? Bene, leggete con me, di quella lettera, in questo punto, che è un inizio di frase: "Con tutto che sono in disaccordo totale, sia ideologico che stilistico, con il modo in cui Ferrara...". "Con tutto che"? Ma, dico: è un lessico da Nobel per la letteratura?
 
Bisogna rileggerlo per esser certi d'averlo capito bene: Fulvio Abbate dall'Unità suggerisce agli artisti che partecipano alla mostra "Pagine nere" di inserire tra i loro ritratti di dittatori da Hitler a Saddam Hussein, passando per Pol Pot e Amin Dada, un ritratto di Silvio Berlusconi. "Ma sì, aggiungendo un bel ritratto di Berlusconi la mostra assumerebbe un carattere militante, conquistando quel plusvalore che non fa male alla riflessione". Quanto farebbe bene alla riflessione mettere un ritratto di Fulvio Abbate in una galleria di ritratti di imbecilli. Che plusvalore militante!
 
Non ho alcun dubbio: prima o poi, monsieur Colombani pubblicherà la replica di monsieur Ferrara alle velenose bugie di monsieur Tabucchi. Ne ho più d'uno, invece, circa il fatto che un qualsivoglia direttore di giornale possa decidere un oui o un ne pas, sotto pressione di querule, per quanto sacrosante, insistenze epistolari, stranamente scritte in un buon francese, proprio perchè vengono dall'estero. Ecco perchè non trovo utile scrivere a Le Monde. Almeno tre le ragioni, permettete. 1) Il Monde avrà (mon dieu, lo spero!) un vicedirettore che, come tutti i vicedirettori, filtra da dieu le cose che potrebbero ferire il prezioso timpano. 2) Se un francese decide di aprire un credito di stima e di rispetto a un italiano, può aprirlo a un italiano solo, a due già gli verrebbe un repentir. Monsieur Colombani ha già scelto di aprirlo a Tabucchi, da tempo, con réciproque satisfaction: figurarsi se si può aprirlo anche a Ferrara. 3) Ma stiamo parlando dello stesso monsieur Colombani di cui parlano monsieur Pèan e monsieur Cohen in quel gustoso pamphlet dal titolo "La face cachée du Monde"? E allora a quanti francesi, tutti insieme, possiamo aprire un credito di stima e di rispetto? La replica sarà, prima o poi, pubblicata sul Monde, per il semplice aver insistito. E non sarà una bella vittoria, rispetto a una più sana strafottenza.
 (L.C., 26.X.2003)


LASCIARSI ANDARE
Mangiare significa anche sedersi a tavola e lasciarsi andare.
Quando ne ho voglia, di solito al calar del sole mentre l’ora del Rosario fa il suo mestiere sul campanile, prendo il telefono e chiamo chi vorrei incontrare.
Il ristorante lo scelgo in base al menù e all’atmosfera che dovrebbe sempre accompagnare, e difendere,  una conversazione tra amici.
Che si parli di politica (ahimè,  quasi sempre) o di donne (ahimè,  sempre meno) piuttosto che di lavoro (ahimè, anche) il mio modello  ideale rimane il film “La cena” di Ettore Scola dove, ai tavoli di un ristorante si susseguono avventori, quali Vittorio Gasmann, Stefania Sandrelli, Giancarlo Giannini e Francesca D'Aloja che mangiando esprimono tutte le loro debolezze e particolarità caratteriali... oppure, in subordine, l’atmosfera del film “La cena dei cretini”, del regista francese Francis Veber,  dove,  il rito goliardico di riunire a tavola un gruppo di "cretini", si trasforma in uno modo per conoscere se stessi e chi si ha di fronte.
Altro è darsi appuntamento al ristorante con l’amata, soprattutto se l’amata non sa di essere l’amata, allora il pranzo, gli altri amici, il contesto... son niente, tutto una scusa per cogliere di nascosto un sorriso...
E, lasciandosi andare, basta un sorriso per riempire una serata...
(cp, 24.10.2003)

Lì per lì
Lì per lì  non sai cosa dire. Giorni fa l’Unità titolava in prima pagina: “Un nazista miliardario trionfa in Svizzera – I razzisti dell’Udc diventano il primo partito dopo una campagna contro gli immigrati”...
Cappericchia, un nazista miliardario vince le elezioni in Svizzera? Sarà, il titolo è forte, lì per lì, appunto,   non sai cosa dire... poi leggi l’articolo: “Inizialmente votavano per lui dal fondo delle valli o dai villaggi alti sulle montagne, dove tradizionalmente il visitatore della valle accanto suscita la stessa diffidenza di un immigrato kosovaro. Oggi Blocher pare far breccia anche nella cerchia urbana, in quegli ambienti agiati che vedono con preoccupazione barcollare il ‘modello svizzero’ e ne attribuiscono le cause, almeno in parte, a quel venti per cento di stranieri che conta il paese su sette milioni di abitanti”,  leggi  altri giornali e non ci vuol molto a capire che la questione Blocher non è nei termini descritti dall’Unità. 
E allora ti domandi: ma  il giornale della Verdurin sa che cos’è  la democrazia? Capiamoci, nessuno, ad esempio, dubita che la questione immigrazione sia un problema, tant'e’  che costituisce un’emergenza in tutta Europa;  solo ieri il Parlamento europeo discuteva quali misure adottare per far fronte all’emergenza immigrazione,  e applaudiva le proposte di Berlusconi.
In Olanda, in Francia, in Austria, in Italia e, adesso, anche nella vicina Svizzera quello dell’immigrazione è talmente un problema che è contato nel voto della gente.
Tutti nazisti? Tutti razzisti?
In realtà, quando ai problemi  non si danno risposte convincenti si perdono le elezioni: questa è la democrazia. 
Giocare il gioco della democrazia e poi,  quando lo si perde,  tacciare l’avversario di razzismo e di nazismo è, invece,  la solita vecchia storia, quella intollerante di matrice comunista.
(cp, 23.10.2003)


WIND OF CHANGE
Ieri il Re Abdullah ha dimissionato l’attuale governo giordano, disponendo che se ne formi uno nuovo con un programma  improntato alla modernizzazione dello stato. Il nuovo governo includerà due o tre donne tra i suoi ministri;  verrà soppresso il Ministero dell’Informazione.
Il Primo Ministro dimissionato Abul-Ragheb aveva notoriamente coltivato forti legami con il regime Irakeno, e si era opposto senza mezzi termini alla guerra contro Saddam; il nuovo Primo Ministro in pectore Faysal Fayez, invece, si dice sia un moderato gradito ad USA e Israele.

Notizie di questo tenore continuano a susseguirsi da mesi in M.O.
E’ solo un inizio, ma non è poco. Ed è difficile negare che si tratti del “fallout democratico” dovuto alla liberazione dell’Iraq.
Due giorni fa un articolo di Charles Levinson, corrispondente dal Cairo per il San Francisco Chronicle faceva efficacemente il punto su questa tendenza: la monarchia reazionaria dell’Arabia Saudita che la settimana scorsa ha dichiarato, per la prima volta nella sua storia, di voler indire elezioni democratiche; la nuova Costituzione in Qatar, che prevede un parlamento democraticamente eletto per la prima volta in quel paese; la soppressione in Egitto dei “tribunali speciali per la sicurezza dello Stato”, cui è seguito, il 6 ottobre, il rilascio di 2.000 prigionieri politici. Commento di Hisham Kassem, presidente della Egyptian Organization for Human Rights: “Le riforme nel mondo arabo stanno prendendo piede con una velocità che non avevo mai visto da quando mi occupo di politica''.

Emma Bonino già lo scorso maggio l’aveva ben detto: "La caduta di Bagdad comincia ad avere per questa regione lo stesso effetto che ebbe per l'est europeo la caduta del muro di Berlino. [...] Bisogna essere ciechi e sordi per non accorgersi che la cacciata di Saddam Hussein sta provocando una specie di terremoto sui tanti regimi autoritari e corrotti che governano questa area del mondo. Non si sono certamente convertiti improvvisamente alla democrazia ma semplicemente temono che, dopo Bagdad, potrebbe toccare anche a loro".
(ale tap., 23.10.2003)

Il nuovo antisemitismo
"Nel 1967 ero una giovane comunista, come la maggior parte dei ragazzi italiani..."
Così Fiamma Nirenstein nel
l'incipit di un suo  articolo pubblicato sul numero in edicola della rivista Liberal dal titolo:
 "Il nuovo antisemitismo - Origini e inganni di un inquietante fenomeno  politico e culturale".
Per il testo completo dell'articolo, cliccare qui.  
(cp, 23.10.2003)


Giovedì, 23 ottobre 2003, alle 16.30, Brunella (la pupa del Castaldi) si laurea in Giurisprudenza con una tesi sul "Danno Esistenziale".
 
Auguri a Brunella.




CONTROCORRENTE
"Il papa beatifica madre Teresa, una fanatica, una fondamentalista e una truffatrice."

<<Una delle maledizioni dell’India e di molti altri paesi poveri è il medico ciarlatano che promette guarigioni miracolose. Domenica è stato un grande giorno per questi parassiti, che hanno visto i loro stupidi metodi abbracciati da Sua Santità e da tutta la stampa internazionale. Inoltre abbiamo visto la consacrazione del dogmatismo più estremo, della fede cieca e del culto della mediocrità umana. Molta gente è povera e malata a causa di Madre Teresa, e molti di più lo saranno se il suo esempio verrà seguito.  Era una fanatica, una fondamentalista e una truffatrice.  E una chiesa che ufficialmente protegge coloro che violano gli innocenti, ci ha dato un altro segno per capire da che parte sta su questioni morali e etiche”>>
Così  scrive Christopher Hitchens,
giornalista britannico che vive a Washington,   già conosciuto per un articolo controcorrente , pubblicato nel febbraio di quest’anno dal “The Mirror”, dove, durante il conflitto irakeno,  lui,  giornalista con ottime amicizie e  pedigree di sinistra,  accusava i pacifisti di essersi schierati  con il peggiore dei dittatori e contro un popolo che lottava per la democrazia (I wanted it to rain on their parade, The Mirror,   qui il testo integrale).
Per chi volesse saperne di più sull’articolo su Madre Teresa di Calcutta cliccare qui;  sullo stesso argomento qui la sua intervista alla rivista Free Inquiry.
(cp, 22.10.2003)


Sul mestiere dello scrittore in Antonio Tabucchi  
(di Luigi Castaldi)



IL SANTO DEL GIORNO
Auguri ad Alfred Nobel, chimico svedese autodidatta, inventore della dinamite, fondatore del premio Nobel (per disposizione testamentaria).
Oggi compirebbe 170 anni.
Ma, diciamocelo, di lui chi si ricorda? “Il Nobel”, per tutti, è solo il premio – cioè il santino.
Poco importa che fin dall’origine sia stato assegnato in base a meccanismi decisamente ridicoli (e per lo più per ragioni squisitamente lobbystiche).
Il primo, quello per la letteratura del 1901, venne assegnato a Sully Prudhomme preferendola a Lev Tolstoj, a causa della nazionalità di quest’ultimo. Altri trombati celebri: Kafka, Gadda, Joyce, Musil, Borges.  Albert Einstein, invece, fu premiato ma per un suo lavoro secondario sull'effetto fotoelettrico, mentre i suoi studi sulla relatività non vennero considerati.
Ai simpaticoni del Nobel si deve anche l’invenzione di quello che è probabilmente da considerarsi il non-plus-ultra della perversione politically-correct, ossia il premio per la Pace assegnato in tandem alle “strane coppie”: la prima volta nel 75 al duo Kissinger -  Le Duc Tho (il vietnamita però lo rifiutò), l’ultima al duo Peres-Arafat  (quest’ultimo invece lo accettò di buon grado: forse, da buon terrorista, in omaggio all’inventore della dinamite…).
Il commento più intelligente di un premiato:
 “Di sicuro il Nobel viene visto in una maniera distorta. Agli occhi dell'opinione pubblica, chiunque lo vince diventa un esperto autorizzato ad aprire bocca praticamente su tutto. Dopo aver ottenuto il Nobel ho ricevuto le domande più improbabili, compresa la richiesta di definire il valore di alcuni cimeli della presidenza Kennedy…”
(Milton Friedman, Nobel per l'economia nel 1976).
Verissimo: noi italiani ne sappiamo qualcosa .
(ale tap., 21.10.2003)


AUDIBLUFF
Sul numero di PRIMA COMUNICAZIONE in edicola,   Marco Benatti, country manager per l'Italia di Wpp (il maggior gruppo mondiale di pubblicità), denuncia: i responsabili delle ricerche sui mezzi hanno drogato il mercato. Sono tre anni che invece di Auditel e Audipress ci servono Audibluff.
Per Benatti "Il mercato dei media per due anni è stato terribile" però tutti hanno fatto finta di nulla.  Insomma:  mercato  drogato e  "l'impianto delle ricerche  è vecchio e non sta più dietro al mutamento delle abitudini degli italiani".   Benatti fa l'esempio della tivù. "In questi ultimi quattro o cinque anni", dice, "milioni di videocassette allegate ai settimanali hanno liquefatto l’audience della tivù; poi ci sono stati Internet, i videogiochi, il digitale e la radio che hanno sottratto una quota importante della tivù in una fascia di pubblico con alto potere di acquisto; e poi c’è stato il recupero del cinema… tutti insieme hanno ridotto l’esposizione del pubblico. Invece i risultati delle ricerche sull’ascolto della tivù sono gli stessi, nonostante le sottrazioni di audience dei nuovi mezzi. Questo può significare soltanto una cosa: o il pubblico italiano è cresciuto fino a 100 milioni e noi non ce ne siamo accorti; oppure il pubblico italiano non lavora, non mangia, sta soltanto davanti alla televisione dalla mattina alla sera".
"Credo" conclude Benatti "che bisogna avere il coraggio di mettere in discussione l’intero sistema".
Qui il testo completo dell'articolo. (cp, 20.10.2003)


NUOVA ERA
C’è da rimanerne abbagliati.  Eccoli i nanetti della politica politicante all’italiana, eccoli, dopo la nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza sull'Iraq,  tutti in fila a dichiarare: <<E’ venuta meno quella ragione ostativa  che faceva sì che la presenza italiana fosse illegale>> (M. D’Alema al Corriere della Sera) ... <<Sono sempre stato favorevole a un’assunzione di responsabilità  da parte delle Nazioni Unite e quindi...>> (R. Prodi al Corriere della Sera);  eccoli questi sinistri voltagabbana del pensiero pacifista a convenienza,  eccoli   pontificare su una nuova era per un paese che ha sofferto per decine d’anni  l ‘oppressione di Saddam Hussein.
Visti i tempi di rivoltamento frittate (avete presente Telekom Serbia?),  sommessamente, a futura memoria,   vorremmo ricordare che  "la nuova era" dell'Iraq è cominciata quando le truppe della coalizione anglo-americana hanno - infischiandosene dei Prodi,  dei D’Alema e anche dell’ONU- marciato su Bagdad rovesciando Saddam. (cp, 20.10.2003)


Massima del giorno:

Avere a che fare con le donne è un guaio. Ma chi non se lo procura mi preoccupa.
G.P.




Il simbolo del lobbista
Corriere del Mezzogiorno, domenica 19 ottobre, intervista a Claudio Velardi, che nell'introduzione è presentato come "oggi lobbista ed editore de 'il Riformista', all'epoca capo ufficio stampa di Massimo D'Alema". Cosa possa essere un "capo ufficio stampa" approssimativamente riesco ad intuirlo; sfoglio il De Mauro per la definizione di "lobbista" che mi rimanda a "lobby": "gruppo di persone che , mediante pressioni anche illecite su uomini politici e funzionari pubblici, riesce a ottenere provvedimenti legislativi o amministrativi in proprio favore". Bene, ottima presentazione, leggiamo l'intervista. Molte banalità, poi il punto rivelatore, sulla campagna elettorale di Antonio Bassolino, curata a suo tempo dall'intervistato.
"E il programma?" chiede il giornalista, Antonio Fiore. "C'era, è ovvio - risponde Claudio Velardi - ma di rifiuti, trasporti, disoccupazione parlavano tutti i candidati, di qualsiasi orientamento fossero. Allora ci inventammo un obiettivo di forte valore simbolico e che puntava al futuro, Napoli 'città dei bambini' ". "Che, dopo 10 anni, ancora non s'è realizzata" precisa l'intervistatore. "Riconosco che su questo punto s'è fatto poco - risponde il lobbista - ma era un tema ad alto valore simbolico".
Povero Antonio Polito! Lui crederà in perfetta buona fede (è un così caro ragazzo!) di stare lì a costruire il riformismo. E invece starà al massimo a strofinare il simbolo. (L.C., 19.X.2003)



MOLLICHINE 1

Casini invita ancora "a non abbassare la guardia". Allarme nei pronto soccorso per la quantità di mascelle slogate per sbadigli.

Bossi contro Fini, Fini contro Bossi, una guerra di Troia. Ma in quella guerra un motivo abbastanza futile (un paio di corna) almeno c'era.

Ciampi: "Il sistema multilaterale rispetti le leggi nell'interesse della comunità internazionale". Leggi? Nella comunità internazionale?

Centinaia di manifestanti a Riad, in Arabia Saudita, hanno sfilato per chiedere riforme sui diritti umani. Diritti umani? Ma che vogliono, di più? I principi, ad esempio, sono decapitati con una scimitarra d'oro.

Saad bin Laden, figlio di Osama, è il nuovo uomo-chiave di al Qaida. Non bastava Kim Il Jong figlio di Kim Il Sung, il figlio di Assad a capo della Siria, il figlio di Mubarak in corsa per rais egiziano e il resto. Ora anche il capo-terrorista è divenuto ereditario. Il secolo rischia d'essere monarchico.


MOLLICHINE 2

15.10.'03. Bossi (immigrati): "Con le polemiche si danneggia il governo". Scoperta dell'America con un paio di giorni di ritardo.

Prodi: "Mai sollevato conflitti con Berlusconi. Il mio comportamento istituzionale è stato perfetto". Notizia sicura da fonte disinteressata.

Bush ritiene l‚Anp responsabile dell‚attentato a Gaza. Calunnia. L'Anp è irresponsabile.

John Chipman sulle armi di distruzione di massa: "Il fatto che non siano state trovate non dimostra che non ci siano mai state". È come per i marziani.

Calderoli, nel "test di naturalizzazione" per gli stranieri vorrebbe la certificazione che conoscano il dialetto della regione di residenza. Io ho amici che non conoscono il siciliano. Gli togliamo la nazionalità?

Ciampi: "Bisogna tener viva la memoria dell‚Olocausto". E addormentare la memoria del Gulag.

Supersfigati: almeno 7 arresti della polizia palestinese a Gaza per l‚attentato antiamericano. O superfortunati: perché non li hanno individuati gli israeliani.

Il Consiglio europeo chiede a Israele di congelare insediamenti e muro di difesa. Ad Arafat di fermare gli attentati. E al lupo di divenire pastore.

Strage di Gaza. Arafat alla Bbc: "Non è detto che siano dei palestinesi i colpevoli, questo è solo il punto di vista di Bush". L'ipotesi più probabile è che siano marziani.

(Giannipardo@libero.it)

I NUMERI RITARDATARI

Se un bambino chiede tutti i giorni la stessa favola prima di addormentarsi sorridiamo con affettuoso compatimento. Se lo facesse un adulto ci preoccuperemmo seriamente. Se lo fanno milioni di adulti, invece, nessuno se ne meraviglia più e la cosa diviene normale. Ecco perché molti giornali pubblicano l'oroscopo del giorno, spesso diviso per segni zodiacali, per il caso che non fosse abbastanza scientifico.

Lottare contro la fede nell‚influenza dei segni zodiacali è vano. Quando alla voglia di credere si accoppia una magnifica ignoranza si sbatte contro un muro. Per questo, se qualcuno ci chiede il nostro segno zodiacale, è bene dirglielo e basta. Badando a non impallidire di collera all'immancabile esclamazione: "Me l'aspettavo! Lei è proprio il tipo del suo segno zodiacale!"

Avviene pure che alcuni ci chiedano "Lei è del tale segno?" e che ci azzecchino. In questo caso, i fanatici di quelle lontane costellazioni di cui non sanno nulla ottengono la prova provata, sperimentale, della fondatezza delle loro fandonie. Non rimane che rassegnarsi e lasciarli sereni nella loro culla.

C'è un altro campo che ha anch'esso i suoi fanatici e si presta ancor meglio ad una discussione semplice: i numeri ritardatari al lotto. Anche in questo caso i giornali assecondano le stupidaggini correnti e pubblicano tabelle da cui risulta che il tale numero è in ritardo di tot settimane sulla tale ruota. Esistono addirittura pubblicazioni specialistiche. Ma un numero in ritardo è un assurdo già nella formulazione del concetto. In ritardo è qualcuno che ha un orario di arrivo, o per cui è stato fissato un orario di arrivo. Mentre il numero non ha fissato alcuna data di arrivo e non riceve ordini da nessuno: dunque non è in ritardo.

Un momento, dirà il giocatore del Lotto (riffa ab immemorabili definita "La tassa sui fessi"): è la statistica, che gli impone di uscire. Poiché si estraggono cinque numeri su novanta, ognuno di loro dovrebbe uscire all'incirca una volta ogni diciotto settimane. Se dunque un dato numero non esce né dopo diciotto settimane né dopo cinquanta né dopo cento, è in ritardo. E più passano le settimane, maggiori sono le probabilità che esca, visto che è inverosimile che non esca più.

È un paralogismo, vulgo stupidaggine. La statistica funziona solo sui gradi numeri. Il 17 sulla ruota di Bari uscirà un numero di volte pressoché (ma non esattamente) conforme a quello previsto dalla statistica, certo, ma non su cinquanta o cento settimane (due anni); piuttosto, a due estrazioni per settimana, su diecimila o centomila settimane. E chi può giocare per diecimila settimane (192 anni) di seguito lo stesso numero? E quanto gli costerebbe? E cosa ci guadagnerebbe? Il 17 uscirebbe infatti con la frequenza regolare, il nostro giocatore l'avrebbe giocato tutte le settimane e il Lotto paga solo una percentuale delle giocate. Dunque gli pagherebbe una vincita inferiore al costo delle giocate.

In secondo luogo, è vero, la statistica dice che su diecimila settimane quel tale numero in media uscirà quel dato numero di volte: ma non dice che quel numero ha più probabilità di uscire in una data estrazione. Potrebbe non uscire per dieci anni (sono molto meno di 192) e uscire poi tre settimane di seguito. Nella singola estrazione le probabilità di uscita di un numero sono sempre le stesse.

In terzo luogo, è vero che gettando 40.000 volte in aria una moneta, alla lunga si avrà quasi lo stesso numero di testa e di croce: ma ammesso che si fossero avute 21.342 volte testa e 18.758 volte croce, gettando la moneta in aria non sarebbe difficile arrivare ad una testa in più, arrivare cioè a 21.343 volte testa: infatti, gettando in aria la monetina, si ha una possibilità su due. E questo benché - secondo i giocatori del Lotto - croce sia in ritardo.

Il fatto è che, pur ammettendo che sia strano che ci sia un notevole sbilancio fra testa e croce, per aumentare di uno questo sbilancio non ci vuol molto: la possibilità di aumentare lo sbilancio di una testa è una su due. Esattamente come quando si è gettata la monetina per la prima volta.

In quarto ed ultimo luogo, i giocatori del Lotto dovrebbero rendersi conto che, mentre loro hanno le professioni più diverse, gli organizzatori del gioco del Lotto si occupano di statistica. Il gioco è congegnato per far vincere chi tiene il banco, cioè lo Stato. Se ci fossero serie probabilità di vincita con i numeri ritardatari o con qualunque altro sistema, lo Stato modificherebbe il regolamento, perché deve sempre e comunque vincere il banco. Ma il problema non si pone. Anzi lo Stato è grato a quei giornali, complici inconsapevoli di chi impone la tassa sui fessi, che pubblicano con grande evidenza le vincite ottenute con i numeri ritardatari. Infatti questo induce i lettori a non aprire gli occhi sulle immense somme perdute continuando a giocare quel numero mentre era "in ritardo". E a giocare i nuovi numeri "ritardatari".

Se non ci fosse il Lotto, dovremmo tutti pagare imposte più pesanti. In conclusione i giocatori del Lotto sono pregati di giocare ancor di più sui numeri ritardatari. Non possono non uscire.


(Giannipardo@libero.it)


Schegge
«Negli anni Novanta senza più il disturbo di nessun democristiano e di nessun socialista, Carlo De Benedetti, Giovanni Agnelli, Leopoldo Pirelli, Marco Tronchetti Provera, Enrico Cuccia e tutto il salotto buono del capitalismo d’affari si allea con la sinistra postcomunista per guidare in prima persona il governo del Paese. Mette in campo i suoi uomini (Carlo Azeglio Ciampi anzitutto) e ottiene a prezzi scontatissimi parte rilevante di quell’ambìto patrimonio pubblico. Sono gli anni in cui vengono privatizzati Comit e Credit, Eni, Telecom, San Paolo, Bnl, Sme, rinunciando a ogni accordo, a ogni possibilità di internazionalizzazione, a ogni chance di sopravvivenza nei mercati europei ed extraeuropei che pure sarebbe stata possibile. Più che una vendita è una liquidazione dell’azienda Italia, che i circoli economici vogliono per cogliere le opportunità migliori. Il centrosinistra al governo del Paese accetta tutto in cambio della tutela e dell’appoggio da parte del potere economico: è il prezzo che i postcomunisti hanno pagato ai grandi borghesi per farsi perdonare settant’anni di lotte contro il capitale e l’economia di mercato».
Geronimo, Dietro le quinte, Mondadori,2002


In breve
1.
Per la sua martellante réclame televisiva la nota casa produttrice di dado per il brodo usa come testimonial alcuni grandi cuochi, cercando di accreditare un pur dichiarato prodotto a base di glutammato come ingrediente ubiquitario di alte e basse gastronomie. Mi sembra cosa più onesta che dare a Roberto Benigni una laurea ad honorem in psicologia.
 
2.
Se Bill Gertz e Rowan Scarborough scrivono sul Washington Times che gli scopi della missione Shenzhou V sarebbero stati prevalentemente spionistici e che la Cina preparerebbe un attacco a Taiwan, non so perchè, mi viene naturale crederci, per quanto io sia sospettosissimo verso ogni dietrologia. Nemmeno rileggo, ci credo. Non so perchè, invece, gli onestissimi taglia-incolla di Marco Travaglio e Peter Gomez, pure a rileggerli e rileggerli, mi facciano struggere in mille perplessi "uhmmm". Maledetta esterofilia di noi italiani!
 
3.
"Non potete immaginare quanti guasti ne conseguiranno" disse Enrico Berlinguer all'indomani dell'elezione di Bettino Craxi a segretario del Psi, mettendo in forma di profezia una dichiarazione di guerra. "E se un giorno noi socialisti ereditassimo tutti i voti comunisti?" fu la risposta di Bettino Craxi, mettendo in forma di sogno ad occhi aperti una sfida riformista. Sarò deboluccio di stomaco, ma stanno cominciando a diventarmi insopportabili questi avanzi di Frattocchie che consumarono tutta la loro gioventù (se mai n'ebbero una) per capire che la frase di Craxi veniva prima e quella di Berlinguer dopo. I tonti della cronologia. (L.C., 18.X.2003)


Richard Perle
Su “La Stampa”  Fiamma Nirenstein intervista a Richard Perle.
Nell'articolo, dal titolo «Ma Europa e Onu continuano a non capirci
»,  Perle, che si trova   a Gerusalemme dove ha ricevuto un premio,  parlando dell'intervento anglo-americano in Irak, ha con forza denunciato la «posizione miope e colpevole  che finge di ignorare l'importanza della terribile guerra integralista in corso contro la democrazia liberale, la libertà, i diritti umani, tutto quello che l'Occidente rappresenta» e ha affermato che «ciò di cui veramente l'Iraq ha bisogno fino a che non sia in grado di camminare sulle sue gambe è aiuto, aiuto economico. Il denaro è la cosa di cui più di tutto l'Iraq ha bisogno. Ed è ridicolo, anzi insultante, che l'Europa abbia stanziato 233 milioni di euro in tutto. L'Iraq non ha bisogno di ricostruzione, dato che è stato poco danneggiato, ma di costruzione: le infrastrutture sono obsolete, occorre un grande sforzo per garantire il benessere. L'Iraq, mentre tutte le belle parole sul suo autogoverno verranno dimenticate, non dimenticherà - ed è bene che la Francia e la Germania ci pensino - la somma data dall’Unione europea: 233 milioni di euro, una vergogna». Comunque,  per Perle « in Iraq le cose vanno molto meglio di quello che si crede comunemente. Quasi l'intero Paese, nella sua vastità, è pacifico; le fazioni, le sette, le religioni non si combattono reciprocamente; ogni città ha un suo Consiglio locale funzionante, ovunque vigeva la dittatura del Baath si raggiungono accordi; non ci sono senzatetto né gente che muore di fame; le strutture mediche funzionano; l'acqua scorre ovunque, l'elettricità c’è. L'aspetto negativo è il terrorismo, che vuole impedire il progresso in Iraq: è perpetrato da una parte dagli orfani di Saddam, dalla sua gerarchia che torturava, imprigionava, rubava. E' logico che oggi facciano di tutto per tornare al passato. Ricordiamoci che in Francia ci furono 10mila vittime nello scontro civile del dopo-Seconda guerra mondiale. Anche l'Italia sa qualcosa di fascisti, collaborazionisti e guerra civile. In secondo luogo ci sono le schegge del terrorismo internazionale, i sauditi, gli egiziani, i palestinesi, i siriani, gli iraniani che si sono dati appuntamento perché pensano che l'Iraq sia un buon posto per combattere l'Occidente, fortemente seguito dai media, facile da raggiungere».
Per chi volesse leggere il testo integrale dell'intervista, articolo riportato da Informazione Corretta,  cliccare qui.
(cp, 17.10.2003)

Troppi tagli cesarei in Campania?
No, piuttosto, 3nTC + n'

 
articolo di Luigi Castaldi

BEGLI AMICI.
1. "Mai, da nessuno e in alcuna forma, né direttamente, né indirettamente, l'acquisto di una quota di Telekom Serbia da parte del gruppo Telecom Italia fu sottoposto alla mia attenzione, ne' come privato cittadino ne' come presidente del Consiglio; non vi era alcuna ragione ne' formale ne' sostanziale perché cio' avvenisse".
Così Romano Prodi poco più di un mese fa.
E qualche giorno prima, in un’intervista a 'Il Sole-24 Ore', Lamberto Dini aveva addirittura dichiarato:
''Se il Governo doveva essere informato delle trattative su Telekom-Serbia, come qualcuno dice, il Governo é stato ingannato perche' la societa' (Telecom-Stet, ndr) non l'ha fatto''.
Ecco.
Oggi sull’ultimo numero de “L’Espresso”, lunga intervista a Tomaso Tommasi di Vignano dal titolo “Ora basta con le bugie”.
Dice Tommasi: “Nell’aprile 1997, quando il ministro degli Esteri, dopo i rapporti di Bascone, ci chiese notizie, rispondemmo alla competente direzione della Farnesina. […] Di più, i quotidiani avevano cominciato a scrivere dell’accordo una decina di giorni prima della firma. Tutti dunque sapevano, ma nessuno mi ha chiesto di fermarmi o anche solo di dare altri chiarimenti”.
Sicché adesso l’uomo-chiave della trattativa ci racconta che il governo Prodi fu informato dell’operazione due mesi prima della conclusione dell’affare (in tempo utile per bloccarla, quindi).

2
. Ancora dalla intervista a Tommasi.
Domanda: “Ma lei non era amico di Romano Prodi ed Enrico Micheli”?
Risposta: “Li avevo conosciuti prima, all’interno dell’Iri: rappresentavano l’azionista. Erano rapporti professionali e di stima. Se poi sono entrati in politica, questa è una scelta alla quale io non ho preso parte: appartiene a loro”.
Ahi, ahi. Ma allora anche Tommasi c’ha il vizietto: infatti, fu così estraneo alla scelta di Prodi di entrare in politica, da rivestire durante le elezioni politiche del 1996 la carica di presidente del comitato "per l'Italia che vogliamo" (cioè il comitato elettorale di Prodi) per il Lazio  (cfr. articolo di Augusto Minzolini  su "La Stampa" del 28 novembre 1997). Il resto è storia: l’Ulivo vinse le elezioni e Tommasi si ritrovò amministratore generale di Telecom Italia.
(ale tap. , 17.10.2003)


"Io ho appena compiuto 20 anni"
Per quella parte del blog che dovrebb'essere diario privato vorrei parlarvi oggi di sgabuzzini. Ci sono quelli pieni di vecchie riviste. Ne sfoglio una, un Linus dell'agosto 1977 (XIII, 8, pag.103), e leggo:
 
Caro Linus,
ma si può essere tanto criminali e cretini da rispondere senza imbarazzo, nè vergogna a "qual'è il tuo modello di cultura?" dopo trecento Feste de l'Unità e tutte le figure di cacca di Lucio Lombardo Radice, di Napolitano e di Amendola? Penso proprio di sì, se si è iscritti al Pci e se si è Mario Spinella. Il poverino, d'altra parte, non è il solo: i suoi gusti tutti "Madame Bovary e Dorian Gray" sono così comuni oggi (ne sarà felice, suppongo) a un po' tutti questi nuovi padroni, non importa se coglioni di provincia o capoccia di federazione, che si sono improvvisati intellettuali al bar, in sezione o dal barbiere, leggiucchiando i resoconti da sette righe sull'Almanacco. Il trucco si mantiene su male e cola giù, mentre il signor von Aschembach muore per lasciare posto ad un'altra Dc, quella dei prossimi vent'anni, quella di Gramsci e Togliatti. Così "Moravia è un padreterno" (e non conoscono neppure "Witkiewitz"), "Proust è un modello"