ARCHIVIO DI SETTEMBRE


CONVERSIONE DI MARCIA
Viste le sinistre eccitazioni da Prima Repubblica  provocate dalle  interviste (non in rete) di La Repubblica  ai Licio "P2" Anselmi... e le fole neopiduiste riscoperte sull'Unità (articolo non in rete) dal solito Nicola Trafaglia, riteniamo congruo, a risarcimento morale,  pubblicare  integralmente  la lettera (non in rete) che   Francesco Cossiga ha inviato a  La Repubblica in risposta all'intervista ai Licio "P2" Anselmi:

<<Caro Direttore, molto la ringrazio per avermi la cara Concita De Gregorio trasmesso con la sua bella e coraggiosa intervista i lusinghieri giudizi espressi su di me da Licio Gelli e i cordiali saluti da lui inviatimi e che entrambi ho molto gradito. Benché nulla mai egli mi abbia chiesto di meno che lecito e nulla io abbia mai chiesto a lui, abbiamo avuto sempre ottimi rapporti, anche se, a differenza che con altri uomini politici importanti di destra, di centro e di sinistra, non molto frequenti. Conobbi la sua gentilissima signora, una vera e paziente cristiana, in occasione della cui malattia e morte Licio Gelli fu duramente perseguitato da una parte della magistratura e della polizia, così come poi lo furono Andreotti, Craxi e Berlusconi.
L'affaire P2 fu il primo caso di "operazione di disinformazja" condotta con successo, anche a motivo dell'ingenuità di Giovanni Spadolini (poi frenato dal suo partito e dagli americani) e della incipiente mortale debolezza della Dc. Ma mentre della seconda grande operazione di largo successo (ne furono contagiati anche i vertici della Dc), quella riguardante l'inquinamento anti americano del caso Moro, si sa ormai perfettamente quale sia stata l'origine: il Kgb; dell'"Operazione P2" l'origine non si è ancora scoperta; né essa onestamente è addebitabile alla sinistra che con la P2 per un certo tempo intrattenne ottimi rapporti, almeno sul piano finanziario. Basti pensare al generoso, per ammontare e condizioni, finanziamento a Paese Sera da parte del Banco Ambrosiano, prima che questo giornale comunista ottenesse, all'insaputa del Pci, sostanziosi finanziamenti dal Pcus, non più tramite l'Ambasciata dell'Urss a Roma ma, come è stato lealmente reso noto, tramite l'Ambasciata di quel grande Paese a Parigi.
Certo, la P2 fu una organizzazione complessa. Basti pensare che di essa fecero parte un Segretario generale del ministero degli Esteri, valoroso "gappista" socialista della Resistenza romana, voluto fermamente da Aldo Moro; un Capo di Stato Maggiore della difesa imposto da Sandro Pertini in opposizione al candidato del governo Cossiga; un grande generale dell'Arma dei Carabinieri, stretto amico di Ugo Pecchioli: un altro valoroso generale dell'Arma, poi eroe nazionale nella lotta contro il terrorismo e la mafia, erano tutti certamente democratici, "atlantici" e "filo americani".
Certo, a scoprire le oscure origini di questa operazione potrebbero dedicarsi l'amico D'Avanzo e i suoi abili detective, cui naturalmente augurerei che però la loro inchiesta non degenerasse, in direzione opposta a quella prevista, come è accaduto con il loro sfortunato scoop sul caso Telekom Serbia che ha costretto il suo giornale più tardi a fare una per altro assai vigorosa e dignitosa conversione di marcia di centottanta gradi! Debbo dar atto al suo giornale peraltro di un grande coraggio, sia per la indicata conversione a centottanta gradi sia per aver infranto con l'intervista odierna il tabù Gell
i.>>

(cp, 01.10.2003)


DELL’ESSERE “GOVERNATIVI”

Ogni persona mentalmente per bene si vergogna d’essere governativa. Perché si sa che chi sta col potere spesso lo fa perché ne ritrae vantaggio. E se è chiaro a tutti che non ne ritrae nessun vantaggio, c’è ancora il rischio d’essere considerati conformisti, succubi dell’autorità e perfino disinformati, viste le infinite pecche di chi comanda.
Tuttavia c’è chi ha tendenza a dar ragione al professore piuttosto che all’alunno, al poliziotto piuttosto che all’automobilista, fino a preferire il ministro all’impiegatuccio che ne critica le circolari. E c’è un motivo razionale, per questo atteggiamento.
Nella vita si può operare o stare a guardare. Chi sta a guardare considera ovvio ciò che viene fatto e si preoccupa del di più che si potrebbe fare. Vedo il tecnico che m’aggiusta l’automobile, riparando un guasto dinanzi al quale sarei impotente, e nel frattempo penso che meglio avrebbe fatto a non mettere le sue manacce sul mio volante. Rischierò di sporcarmi. La critica non è infondata, certo. Ma il fatto è che al suo posto – probabilmente – farei come lui. Concentrando la mia attenzione sul guasto, ed essendo rassegnato al fatto che il mio è un lavoro in cui ci si sporcano le mani, questa stessa sporcizia potrei tendere a dimenticarla.
Inoltre qualunque attività è più difficile di quanto non si pensi per la semplice ragione che l’incompetente vede solo il problema nella sua formulazione più elementare, mentre il competente tiene a mente anche le complicazioni, le ipotesi meno frequenti, le interferenze possibili. Il grande chirurgo non è tale perché ha successo nell’operazione di routine, ma perché risolve un problema raro e imprevedibile.
Per giunta i problemi ben raramente sono semplici come li vede la gente. Basta leggere le lettere che i lettori scrivono ai giornali per vedere come essi spesso ipotizzino soluzioni, magari sulla base di un grande e infantile idealismo. Diecimila persone stanno morendo di fame in Africa? Semplice: basta che ogni Europeo offra un centesimo di euro e presto si disporrà di quattro milioni di euro, che divisi per il numero di quei poveracci fanno quattrocento euro a testa, milleseicento euro per una famiglia di quattro persone. Chi scrive queste stupidaggini non si rende conto che il costo della raccolta sarebbe infinitamente superiore ai quattro milioni di euro, che bisognerebbe per giunta trovare chi, prima,  spiegasse a ciascun contribuente di che si tratta, come e perché deve versare un centesimo di euro, gli firmasse una ricevuta... Insomma, la proposta di quel signore dimostra soltanto la sua insipienza. Eppure, molti anni fa, moltissimi italiani versarono ben più di un centesimo di euro per lottare contro la fame in India. Raggiungendo una somma totale molto cospicua, quasi bastevole a fornire una brioche, per un solo giorno, alla metà dei bambini indiani.
Questo fenomeno è correntissimo. C’è per esempio una proposta ricorrente, nei giornali. Qualcuno scrive: la maggior parte degli incidenti mortali sono dovuti alla velocità delle automobili, limitiamola (per esempio) a ottanta chilometri orari. E non ci si accorge, 1) che urtando contro un muro o investendo qualcuno a ottanta ora, ci scappa il morto eccome; 2) che bisognerebbe costruire automobili speciali per l’Italia, vietando l’importazione delle automobili estere; 3) che bisognerebbe buttare tutte le auto costruite prima di questo provvedimento, incluse le auto d’epoca; 4) che sarebbe impossibile effettuare un sorpasso in tempi ragionevoli e tali da non creare un pericolo; 5) che le automobili non riuscirebbero più a fare certe salite, perché ciò che in autostrada è velocità, in un condominio può essere la pendenza dal garage al livello stradale; e si potrebbe continuare.
La conseguenza di ripetute osservazioni di questo genere induce una mentalità razionale a dire: prima di criticare ciò che è stato fatto, e prima di proporre una modifica, informiamoci sul perché le cose stanno come stanno. Magari le modifiche peggiorerebbero tutto. Poi, certo, avendo effettivamente studiato il problema, è lecito proporre soluzioni. E magari dire che chi attualmente governa il fenomeno è uno sciocco o un incompetente.
Ma è vero che se limitassimo i nostri giudizi negativi a ciò di cui siamo competenti e su cui abbiamo le informazioni necessarie, apriremmo la bocca molto meno spesso.
Giannipardo@libero.it , 30 settembre 2003


Tolti i tre paginoni di pubblicità che la inframmezzano, si tratta di dieci pagine di colloquio, con quattordici foto e due sintetiche schede biografiche dell'intervistato e dell'intervistatore: l'ultimo numero de l'Espresso (n.40) pubblica una lunga intervista di Oliver Stone a Fidel Castro.
I dittatori, si sa, hanno una loro particolarissima visione del mondo, che spesso si riduce a una particolare costruzione paranoica interna, talvolta un Risiko, talvolta il Piccolo Chimico, talvolta il Monopoli. Quella di Fidel Castro ha la forma di un campo di basket, in cui palleggia e palleggia una palla, quella della rivoluzione cubana. Un poco moscia, ultimamente. Ma le palle si possono gonfiare, si sa anche questo. Fidel le gonfia, anche quando gliele passano mosce. Per un centinaio di volte Oliver Stone dà l'assist e altrettante Fidel Castro va a canestro. Grazie alle rifiniture del regista il dittatore fa i tre punti anche sulle recenti condanne a morte de L'Avana, nemmeno Minà avrebbe potuto far meglio. Ciascuna delle domande poste dall'intervistatore potrebbe essere passata al filtro che taluni usano per le domande di Bruno Vespa, ma qui si tratta di Oliver Stone, un mito, non si fa, non sarebbe bello.
Una sola, la più bella di tutte, vale la pena di riportare, di queste domande, l'ultima, la centotrè. Oliver chiede: "Si considera un dinosauro?" Fidel risponde: "L'esatto contrario. Mi sento come un uccello che esce dal nido. Io volo verso l'eterno..." E vai col soundtrack dei titoli di coda. (Luigi Castaldi, 30.09.2003)




Seduto in quel caffè
io non pensavo a te...

(cp x 29 settembre)


JFK nel 1940
"Sia in Inghilterra che in America, vi è sempre stata una grande avversione per gli armamenti come fonte di guadagno o autentico stimolo agli affari" scrive John F. Kennedy nel suo "Why England slept" del 1940: un libro di 230 pagine che la casa editrice "il Borghese" pubblicò nel 1964, mai più ristampato. JFK, in quel 1940, era interventista, un vero falco, un fottutissimo ricco senza ideali se non quelli della difesa dell'economia nazionale. Tutt'altra cosa che l'iconetta sul trittico col Papa Buono e con Kruscev. Tutt'altra cosa che il JFK di quell'Oliver Stone che oggi si fa i tète-a-tète con Fidel. E' il negativo della vertigine del vedere un ribelle diventare notaio, perchè quando un notaio diventa un ribelle son cazzi. "Le democrazie, che sono fondamentalmente pacifiste, debbono ricevere stimoli esterni per essere indotte al riarmo. Esse non sono lungimiranti. (...) In questo modo , le dittature, con la loro politica lungimirante possono sempre tener testa alle democrazie. (...) Una democrazia cercherà solo di controbilanciare le minacce che la mettono in pericolo direttamente" scriveva il falco. Quanti pacifisti avrebbe messo a rosicare, se avesse avuto la presidenza degli Stati Uniti sessant'anni dopo, questo JFK! Rapida carrellata: Marilyn, Jacqueline, bum bum. Siamo alle solite: è meglio Hitler o è meglio Saddam Hussein? Siamo noi che cambiamo idee o sono le idee che cambiano noi?
(Luigi Castaldi, 29.9.2003)


Lunedissimo
"Quando eravamo al governo noi, non è mai successo" Pierluigi Castagnetti, Ansa
"Cala, cala, Trinchetto!" Gian Antonio Stella, Il Corriere della Sera
"Ho visto automobili dai fari abbacinanti che si aprivano varchi nel nero tra i vecchi palazzi, mentre imboccavano strade contromano, o passavano pericolosamente sotto i semafori spenti senza neanche rallentare" Vincenzo Cerami, la Repubblica
"Esemplare il comportamento dei cittadini" Walter Veltroni, l'Unità
"Il Papa ha scelto 31 nuovi cardinali", Il Giornale
"Guardate il povero Ferrara come soffre e sbuffa" Antonio Polito, Il Riformista
 "Il governo è diventato un casino de senoritas" Giuliano Ferrara, Il Foglio
 (Luigi Castaldi, 29.9.2003)



IL CALZINO DI OLIVER
L’Espresso in edicola gli dedica 14 pagine.  No, non al calzino di Oliver, di quello parleremo dopo, parliamo del più longevo dittatore  mai esistito sulla faccia della terra:  Fidel Castro, 44 anni ininterrotti al potere.
Oliver Stone, telecamera e zuccherino al seguito, gli rivolge una serie di domande, caritatevoli fino alla lacrima, dove, nonostante tutto,  il sinistro dittatore riesce a dire  che: 1) In otto giorni a Cuba si processa, si condanna e si esegue la pena di morte, senza possibilità d’appello; 2) L’intellettuale dissidente è uno che vuole distruggere la rivoluzione cubana e merita 28 anni di prigione; 4) Cuba non ha tempo da perdere e  per questo non accetta gli ispettori per i diritti civili dell’Onu; 5) Castro accetta le critiche solo se sono fatte in buona fede, però non ne ricorda nessuna ; 6) Non si possono né girare né proiettare films sgraditi al regime.
Insomma, nulla di nuovo, solita roba da dittatori comunisti.
Quello che colpisce sono i calzini, anzi il calzino del piede sinistro di Oliver Stone.
Guardate la foto di copertina dell’Espresso, sarà un vizio ma,  come l’intera intervista,  quel calzino nella foto è, palesemente ritoccato, aggiustato,  taroccato.
Perchè?

(cp, 27.09.2003)

Non so voi, ma io sono abitudinario e pignolo. Abitudinario fino all'ossessione, pignolo fino alla cattiveria. Così, giorni fa ho cercato di trarre qualche conclusione sui blog che visito abitualmente. Insomma, sono andato a Cronologia e ho cominciato a fare il cattivo con le mie ossessioni. Perchè? Perchè comincio a credere che 'sto fenomeno del cazzo abbia raggiunto il plateau, tra poco comincerà la discesa e credo che sarà lenta, lenta, lenta, ma inesorabile. Soprattutto sarà crudele con questi grandi bluff di GnuEconomy, Wittgenstein, Manteblog, Selvaggia Lucarelli. Lenta come fu la disaffezione ai grattaschiena in finto avorio che tanto furoreggiarono negli anni cinquanta, insieme ai cani di cartapesta che dondolavano la testa sul lunotto posteriore delle seicento Fiat. E anche quella fu cosa crudele.
Sei mesi fa visitavo una media di trentadue blog al giorno, tre mesi fa intorno ai diciotto, oggi una media di dieci. Gli unici visitati regolarmente tutti i giorni, oggi: 1972, Rolli, Robba, Lo Spino nel Culo, Kane, Quarky, Quinto Stato, Camillo e Ciccio. Oh, certo, io non faccio campione statistico, mai stato accucciato sotto la curva di Gauss, io; sempre votato per i perdenti, tranne due volte; mai ingarrato la vincitrice di Miss Italia; una sola volta un dodici al Totocalcio (ottantatremilalire). Ma, tenuto conto che nel 1993 dicevo di Di Pietro "uhm, questo fa una fine scialba e triste!", si grattassero le palle GnuEconomy, Wittgenstein, Manteblog, Selvaggia Lucarelli e compagnia bella. Con un grattapalle in finto avorio, perchè, oltre che abitudinario e pignolo, porto una sfiga terribile a chi mi sta dal lato opposto del grattapalle in finto avorio. (L.C.)




Cazzo, il Manifesto Gnefobico ha già 18 anni!
(L.C.)



Accidentaccio, m'ero scordato il Manifesto Gnefobico. Mettendo a posto vecchie carte, ne ho trovato una copia ripiegata tra le annate de Il Mondo: 150 x 90 cm. Era il 1985, ora ricompongo nel gran disordine della memoria. Ci trovammo a cena in cinque, in un ristorantino di Chiaia: Nino, grande pittore della transavanguardia, duecento milioni a tela; Pino, neuropsicofisiologo del sonno REM; sua moglie Chiara, a quei tempi violinista di fila al San Carlo, grande interprete di Beethoven; una cretina molisana che frequentavo in quei mesi, tette un po' pendule ma grande fellatrice; e me, a quei tempi un .
Tutto partì dallo spettegolare su Carlotta, l'antipaticissima Carlotta, grande vampira di chiattilli e accanita consumatrice di sedili in pelle. Venimmo all'unanime conclusione che Carlotta era "gne-gne" e che avesse meno colpe di quelle che le si potevano attribuire. Era l'"Idea Gne-gne" il problema, Carlotta solo una miserabile ipostasi. Urgeva un coraggioso gesto, pensammo: dichiarare guerra allo "Gne-gne", scrivere un Manifesto Gnefobico. Penna, tovagliolino di carta, i maschietti un nocino, le femminucce un caffè: la cosa venne giù di getto, non senza qualche impuntatura e qualche veto. Ci trovammo davanti un testo che, senza alcuna idea che come e del perchè, in meno d'una settimana stampammo in 1000 copie, tappezzandone i muri da piazza dei Martiri a piazza Amedeo. Lo ripropongo qui, su "Capperi!", così, così, così.

MANIFESTO GNEFOBICO

"attenzione non hanno,
dire non sanno"
Eraclito


Noi, che teniamo la testa al posto giusto (e cioè sul collo), figli illegittimi del XX secolo e cugini di Zorro, dichiariamo guerra all'abominevole figura dello Gne-gne, oggi ubiquitaria e trasversale. Gnefobici per complessione d'indole, scelta metastorica e particolare toccatura di nervi, odiamo con sincero voltastomaco lo Gne-gne, le sue sciarpette, i suoi mocassini, la sua autoradio, i suoi completini da sci.
Lo Gne-gne non merita l'aria che respira.
Lo Gne-gne toglie onore anche a un cancro.

Premesse storiche
Cos'è veramente uno Gne-gne?
La prima descrizione ci viene da Dione di Caristo: "Di natura incline alla tristezza (dysanios), lo tormenta la nausea." Origene vide nello Gne-gne una sorta di eone rappresentante il cream-caramel. Dionigi Aeropagita ne "Le gerarchie degli angeli" lo definisce "quella persona che ha centro dappertutto e periferia da nessuna parte" (il che sarà poi parafrasato da Biagio Pascal, uno Gne-gne pure lui). Per Aristotele lo Gne-gne non esiste. Nel tradurre l'"Ethica Nicomachea" Averroè chiama lo Gne-gne "El-Amhn-gne-amhn" (colui che si assenta perchè è assente). La figura si riprsenta nel Seicento. La colpa è di Cartesio, fautore del Metodo Gne-gne. Quasi contemporaneamente Shakespeare, dopo la morte di un famoso Gne-gne, fa dire ad Antonio: "Tutti l'amaste un tempo e non senza un motivo; quale motivo vi impedisce di amarlo oggi?" Dopo la conquista di Corinto nel 1687 lo Gne-gne si nutre di uvetta e scompare. L'evento è celebrato dal Tiepolo.
1774: Werther si suicida; vestiti di blù e di giallo, gli Gne-gne tornano e qualcuno affoga nelle gelide acque dei laghi europei.
1852: il giovane Wagner, dopo un passeggero alterco con Listz, scrive "Der Zugunst von Gne-gne".
Per Lombroso lo Gne-gne ha lo zigomo ambiguo. Per Weininger lo Gne-gne è una deformazione ellittica.
Furono Gne-gne: Empedocle, Filone Alessandrino, Ratramno, Voltaire, Parini, Racine, Hugo, Proust, Jung, Gramsci, Picasso, Pasolini e Zoff, solo per citarne qualcuno. I critici d'arte, i camerieri, le donne abbandonate, le commesse delle boutiques, le attrici italiane, i figli dei primari sono Gne-gne, quasi tutti. Forse anche i coiffeurs pour dames e quelli del '63.

Noi Gnefobici
Noi siamo contro tutto quello che attossica il mondo di sapore Gne-gne. Siamo contro quelli che: leggono Fromm, Marcuse, Hesse, Prèvèrt, tutti i Ginzburg, Erika Jong, Moravia e Giorgio Bocca; citano Freud, Nietzsche, Borges e San Matteo; dicono "gnente!"; si fanno venire i sensi di colpa per evitare le colpe dei sensi; si mettono le cordicelle alle stanghette degli occhiali.
Siamo contro gli psichiatri e i giornalisti; siamo contro i giudici con la coscienza di classe, i pittori stiptici, gli attori sperimentali, i mendicanti con il santino, gli autisti, gli autistici e i permalosi.
Siamo contro quelli che, oltre a torturarsi per quasi tre ore di "Paris, Texas", sono pure costretti a dire che è un capolavoro. Siamo contro quelli che in mancanza di un'anima comprano una Toyota 4x4.
Lo Gne-gne invidia, piange e fotte. Poi pensa all'Umanità.
Ci viene l'asma a vedere uno Gne-gne: siamo Gnefobici!!!
Noi Gnefobici, a Kafka, preferiamo il padre di Kafka. Noi Gnefobici odiamo gli "spazi annessi" in cui lo Gne-gne pascola, ruminando la sua brava Repubblica ed ogni tanto, via...un ruttino, una mostra, un viaggio.

Programma
Lo Gne-gne non è come la pietra filosofale, l'Odradek o il Sarchiapone: Lo Gne-gne esiste.
E' quello che si pettina i peli pubici per sembrare più carino. E' quello che dice di aver mangiato alla stessa tavola di Quello Lì.
Lo Gne-gne crede che Michelangelo sia il nome di un regista.
Lo Gne-gne è mediocre, stupido, tirchio, banale, viscido, routinario. Vuole il posto fisso.
Ha sempre in macchina un Arbre Magique, ha sempre in cuore un'Idea Immortale, ha sempre nel fodero una Buona Intenzione, ha sempre un'agendina telefonica piena piena.
Dio tollera lo Gne-gne per puro equilibrio ecologico.

Gnefobici sempre!!!

Candida Albicans
Caprice de Dieu
Edmondo Dedalus
Ignazio Pabst
Pesciolinus Mappamondus

Napoli, 7 febbraio 1985 (Anno I dell'Era Gnefobica)


Con scintillante perfidia Giuliano Ferrara fa chiarezza sull'impossibilità di risparmiare un euro, quando si tratta di informazione: lettera al Foglio .
Puro godimento: da incorniciare. (L.C.)


Sero venientibus aliquid
Dall’articolo di Cassese apprendo che le televisioni vivono di proroghe dal 1984. Sono diciannove anni. Poi Cassese si lamenta che, con la legge Gasparri, si profili un altro anno di regime transitorio. Avrà ragione, ma avrebbe avuto diciannove volte più ragione se avesse esposto le sue lamentele anno dopo anno, chiunque ci fosse al governo. E infatti oggi basta rispondergli: meglio tardi che mai.
Giannipardo@libero.it


Calunnie
L'Unità del 23 settembre strilla che Igor Marini "è un calunniatore". Già nel sottotitolo precisa che la Procura di Torino "indaga" su quelle che, dunque, sarebbero le presunte calunnie del faccendiere. Poi nell'articolo chiarisce che egli "verrà" iscritto nel registro degli indagati per calunnia, non si capisce quando, nè come il giornale possa averne certezza. Forse Igor Marini è un calunniatore, chissà, stabilirà la Procura di Torino. Al momento, corre il rischio d'esserlo l'Unità, che come sempre, quando pressata da interessatissima premura, salta a pie' pari tutto quello che c'è di mezzo tra ipotesi di reato e pubblicazione della sentenza. Alla faccia del garantismo fin qui invocato per i presunti calunniati dal presunto calunniatore.
(Luigi Castaldi, 23.9.2003)



IL COMMENTATORE PERPLESSO
Un giorno un commentatore politico s’accorse che mancava d’ispirazione. E la cosa lo preoccupò. Infatti i giornali erano sempre dello stesso numero di pagine, i telegiornali duravano il tempo stabilito, insomma era lui, che non vedeva notizie: gli altri le vedevano.
Sicché ebbe l’idea di scrivere qualcosa sulla sua mancanza d’ispirazione, poteva approfittare del fatto che conosceva l’espressione latina petitio principii e poteva sfruttarla, se pure distorcendola, in questa occasione. Ma era un giornalista professionista, iscritto all’albo, con una pratica più che trentennale, e sapeva bene che dei sentimenti e dei problemi del commentatore politico al lettore medio "non gliene poteva frega’ de meno", come dicono a Roma. Doveva trovare qualcosa di meglio. E infatti, da attento lettore delle veline dei Baci Perugina, si ricordò che un saggio cinese aveva posto una domanda fondamentale: "Che cosa ti preoccupava esattamente un anno fa? Se non te lo ricordi – e non te lo ricordi! – deducine che ciò che ti preoccupa oggi sarà dimenticato appena fra dodici mesi".
Ecco, si disse, questo spiega non solo la mia mancanza d’ispirazione, ma forse anche l’inutilità di quello che oggi hanno scritto i colleghi. Il mio commento è giustificato: non c’è niente da commentare. E per sfuggire alla petitio principii cercò di dimostrarlo anche ai suoi lettori. Non foss’altro per non farsi licenziare dal suo editore. E scrisse ciò che segue.

È notizia la costituzione di una lista unica del centro-sinistra per le prossime europee? Forse sì. Se solo fosse già stata decisa, irrevocabilmente. Ma se ne parla. Oh, se se ne parla. E val la pena di parlarne? Qualcuno diceva che non si può temere la morte perché se c’è la morte non ci siamo noi e se ci siamo noi non c’è la morte. Nello stesso modo, a che scopo parlare di quella lista, ancora in fieri? Se ci sarà ne parleremo, se non ci sarà non ne parleremo, ma parlare del fatto che potrebbe esserci significa darle troppa importanza. Abbiamo già abbastanza da fare con ciò che è già successo. Solo un innamorato, perdendo le sue ore su un marciapiede, può aspettare con ansia che la sua bella, forse, esca di casa. Tutti gli altri si limitano a telefonare. "Ci vediamo?" Se sì, sì, se no, no. Ed io non sono innamorato della lista unica del centro-sinistra.
Poi ci sono le dichiarazioni di Berlusconi. Che a volte mi dànno fastidio. Ma dal momento che io non sono obbligato a parlare con lui e discutere queste dichiarazioni, se le trovo sceme le lascio perdere. Finché sono flatus vocis non importano. Neanche delle sue dichiarazioni sono innamorato. Quel tale che chiedeva "Ci vediamo?" qui chiederebbe: "Ne consegue qualcosa, sul piano concreto?" e se la risposta è no, passa ad altro.
Iraq. Certo, è triste che muoia qualche soldato, anche se sono centoquarantamila. Ma ne muore poco più di uno al giorno e questo fa sì che da un lato la cosa cessi d’essere notizia (ogni aurora è uno splendore, ma ce n’è una al giorno e la stampa non ne parla), dall’altro è certo che questo fenomeno non metterà in forse la vittoria statunitense. E allora? Allora, dice qualcuno, ci chiediamo che ne sarà dell’Iraq, ci chiediamo quale sarà il bilancio complessivo di questa campagna militare. E il resto. Ma il non innamorato a questo punto risponde: "Bella domanda. Ma la risposta la darà il tempo. È inutile essere impazienti". E passa ad altro.
Infine il non innamorato legge le righe che precedono e s’accorge che hanno detto tutto quello che avevano da dire. E conclude: "O questo smette o passo ad altro".
Giannipardo@libero.it , 22 settembre 2003



Comunicato
"Compagni! Una vile prepotenza aziendale di chiaro stampo berlusconiano si abbatte su tre dipendenti della Rai, strappandoli dal video, dove per anni hanno mietuto stima, simpatia e non trascurabile share! Le ragioni addotte dai vertici di viale Mazzini sono speciose e mortificanti, giacchè le tre persone ora punitivamente demansionate hanno sempre fatto un'informazione corretta e democratica! Si portino le prove di qualsivoglia loro scorrettezza o menzogna o infedeltà! E' chiaro che la manovra aziendale sia, neppure nascostamente, un tentativo di imbavagliare la voce di coloro che in Rai non si piegano all'ormai generale e supino ossequio al Regime! A tutto ciò non si può rimanere insensibili! Tutti i cittadini democratici ed antifascisti sono invitati ad un girotondo di solidarietà per Canale, Svizzero e Viaggi, a Saxa Rubra! Facciamo sentire forte la voce della libertà, come abbiamo già fatto per Biagi, Santoro e Luttazzi! Gradita la bandiera del Che!". (L.C., 22.9.2003)


Aremotis



"automatismo psichico puro con il quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente sia in ogni altro modo, il funzionamento reale del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori d’ogni preoccupazione estetica o morale"




(cp, 21.09.2003)


"Forza e coraggio, fratelli!"

Bisogna fare molta attenzione ad evitare posizioni sbrigativamente illuministiche di fronte ad un fenomeno come quello dei flagellanti e dei battenti. Una grossa sensibilità etno-antropologica non fa correre questo rischio ad Antonio Bassolino. Dopo l'ennesima processione di incappucciati, che ai primi di settembre hanno mostrato molte estasi e molte emorragie per le viuzze di Guardia Sanframondi, nel Sannio, al grido di "forza e coraggio, fratelli: in nome di Maria, battetevi!", il governatore campano ha infatti dichiarato: "E' una rappresentazione sacra e unica al mondo, espressione di una religiosità antica e forte, ma è anche un rito di identità collettiva. Credo che tanta gente come me sia venuta qui non tanto per curiosità, ma per un profondo rispetto di una grande tradizione popolare e religiosa alla quale bisogna guardare con lo spirito giusto".
Ecco, questo è il punto: "lo spirito giusto". Perchè un grossolano sentire d'impronta laica si porrebbe, forse, di fronte a tanta estasi e a tanto sangue con la stessa presunzione di superiorità culturale di chi non sa trovare che orrore e sgomento di fronte ad altrettali riti di identità collettiva, come i match tra pitbull, , i gavettoni in caserma, i petardi a Capodanno e le risse allo stadio. Ecco, ci pare esatto ribadire, occorre guardare a queste cose con "lo spirito giusto".
"Non a caso - ha aggiunto il governatore - la Regione ha inserito i Riti Settennali tra i grandi eventi della Campania e ha stanziato 400mila euro per la costruzione di un museo dei Riti Settennali". Che, insieme ai corsi regionali di formazione per Veline, dà indubbio smalto culturale a questa presidenza della Regione Campania, a dispetto di quanti, parrucconi del più bieco ed ateo materialismo, v'hanno voluto leggere un alone di populismo da terzomondo.
Di fronte allo spettacolo di quei devoti al culto di Maria, stravolti dal mistico fervore al punto da configgersi nelle carni, non ci è noto con quanta preventiva disinfezione, quelle deliziose spatole di sughero con trentatrè spilli sopra, la tentazione di un becero illuminista sarebbe quella d'inorridire come di fronte alle picas e alle banderillas d'una corrida e di chiamare subito il ministro Sirchia, perchè antibiotici, garze e cerotti non gravino sulla spesa dello Stato. Ma la sensibilità del nostro governatore bello sa che il galletto sgozzato dei riti voodoo è preso dalla stessa stia dalla quale fu preso quello che Socrate si raccomandò fosse sacrificato ad Asclepio. E rispettoso di una "espressione di una religiosità antica e forte" si mette in processione coi suoi sciiti, per questa sponsorizzanda autoflagellazione di Guardia Sanframondi. Ad un passo dietro di lui, ci dicono le cronache, v'è Clemente Mastella, fors'anche mosso da eguale sensibilità circoscrizionale. Che altro dire? "In nome di Maria, battetevi!"
(Luigi Castaldi, 20.9.2003)
Poscritto per Carduccio:
Ho disperatamente cercato di impreziosire il post con una foto di "bella donna nuda" come mi suggerisci sempre tu, ma proprio non c'entrava nulla e mi sono dovuto rassegnare a darti un altro dolore con questa foto di flagellante, sicuramente più appropriata, ma (ahimè!) trucidissima. Davvero mi duole, te lo dico col cuore in mano (se la metafora non è troppo trucida pur'essa); e ti prego di credermi, non lo faccio apposta a farti rigirare nello stomaco delle succulente prelibatezze culinarie che vi saranno. In verità, c'era una foto di "donna nuda" che poteva anche andare bene per l'argomento, ma era da un sito sadomaso e t'assicuro non era più "bella" di questa. Ti prometto che il prossimo post sarà su temi meno cruenti (sono indeciso tra il cunniligtus e la zuppa inglese): ti prometto una foto eccezionale. Scusa, un bacio e ciao. Tuo Lù.




Giovanni Sartori si chiede: "A un povero normale italiano è ancora consentito di fiatare? Può criticare senza rischiare querele di milioni euro? Esiste uno spazio di libertà?". Avrei una risposta: "Dipende, vecchio trombone!"
Alla Festa de l'Unità di Bologna, sul filo d'alta tensione ch'è steso tra stalinismo e neoriformismo, Rutelli cinguetta a Floris che la guerra in Iraq è stata inutile e crudele, nello stesso giorno in cui oltre l'80% degli iracheni si dichiara soddisfatto della caduta di Saddam Hussein. Cinguettano, i polli?
(L.C., 20.9.2003)



(cp x ventisettembre)



Agiografia metropolitana a Pyongyang....qui, poi cliccare "photos" sulla sinistra 1972


Talking shop
“Quello che ha detto Berlusconi lo pensano in tanti”, Piero Ostellino sul Corriere della Sera;
”Onorevole presidente, la prego... mi avvalgo dell’essere una donna, adesso, quindi calma eh?”, Donatella Dini, dal resoconto stenografico audizione della Commissione parlamentare di Telekom Serbia;
“D’Alema è uno che dà del cretino a tutti quanti... è realmente un totus politicus”, intervista di Michele Salvati al Foglio;
“A proposito, preparatevi: mi hanno detto che uscirà una terza parte dell’intervista di Nicholas Farrel”, Silvio Berlusconi, al Comitato di presidenza di Forza Italia;
“Adesso inizia la fase due, passiamo all’attacco”, Luciano Violante, a proposito dell’affaire Telekom Serbia, dai giornali;
”Una manifestazione enorme... del centrosinistra... per cacciare il governo Berlusconi”, Fausto Bertinotti, dai giornali;
”Piazze piene, urne vuote”, Enrico Boselli, citando Nenni, in risposta a Bertinotti, dal Corriere della Sera;
”Arafat è un leader fallito”, il presidente Bush, dai giornali;
“Ho convertito Jovannotti”, Red Ronnie intervistato dal Corriere della Sera;
“La sua totale mancanza d’immagine.... sarà... la sua rovina”, Giulio Meotti su Berlusconi, lettera al Foglio;
“Ho partecipato alla fondazione di svariati partiti del 30 per cento che poi alle elezioni hanno preso la metà”, Fabio Mussi intervistato da l’Espresso;
“Non è mai stato democristiano, è piuttosto un cattolico dossettiano, quindi antiliberale e integralista... quasi reazionario e quindi affascinato dall’estremismo di sinistra”, ritrattino di Romano Prodi. Francesco Cossiga nel suo ultimo libro “Per carità di Patria”;
“Prodi... non solo perché sono suo amico... é coinvolto in una volgare polemica”, Enzo Biagi sull’Espresso, a proposito di Telekom Serbia;
“La RAI non si può essere abbandonata in mano di incompetenti”, Maurizio Costanzo, dai giornali.
“L’Associazione nazionale magistrati è vivamente allarmata”, da una dichiarazione dell’Associazione nazionale magistrati, sulla stampa;
“Guardi che io già due anni fa avevo parlato su Le Monde di inizio di regime. Mi erano saltati tutti addosso, compreso Il Manifesto”, Dario Fo, intervista sull’Espresso.

Indiscrezione editoriale di Primaonline: Il Foglio passerebbe al gruppo editoriale Mondadori.
(cp, 19.09.2003)


Doppio giramento

Uffa! Dunque, non si può dire che la dittatura di Saddam è stata peggio di quella di Mussolini?
No, non lo si può dire, e non basta nemmeno scusarsi.
Non c’è rimedio? No, a quanto pare, non c'è rimedio.
Sulle scuse, s’incazza Ferrara e pure i vertici delle Comunità ebraiche saltano sul tavolo riempendo le scuse di distinguo.
Si sa, Ferrara è uno stalinista, pazienza.
Ma i vertici delle Comunità ebraiche?
Sono amico degli ebrei, anzi, intimamente mi sento l’ebreo che non sono e non solo per via dell’estremità genitale falciata in pubertà... eppure, mettetela come volete, ma, e non è la prima volta, questi vertici ...
(cp. 18.09.2003)


Satrapi, non fascisti

Va bene la filosofia neocon, va bene tutto l'antiprogressismo del mondo, ma qui è necessario forse fare un breve distinguo: non si può dire che i regimi totalitari del mondo arabo sono la diretta continuazione di quelli novecenteschi, e cioè che Baghdad era una capitale fascista. Questo perchè, per definizione, il fascismo come lo conosciamo nella sua forma più classica nasce come tentativo violento e disperato di superare la democrazia laddove questa risulta debole e incapace. Cioè, niente fascismo se prima non c'è una democrazia moribonda. Quindi, sarebbe bene usare il termine semmai di satrapismo sanguinario. E poi, finiamola col dire che il fascismo è quella forma politica che prevede l'eliminazione violenta degli avversari: fascismo, come insegnava Reich in un suo notevolissimo saggio di psicoanalisi politica, è controllo dell'intera popolazione attraverso l'uso del Terrore.



Prima gallina che canta...

La verità è che il giornalista, qui in Italy oppure a New York, è comunque un furbacchione, ma qui in Italy, soprattutto se “di sinistra”, non solo pretende di raccontare “la verità”, verità pettinata secondo la convenienza politica, ma pure s’incazza se qualcuno non sta al gioco...
Questi i fatti: succede che l'inviato del New York Times, John Burns descrive, in un libro appena uscito negli Stati Uniti, i vizi e le virtù dei suoi colleghi giornalisti inviati a Bagdad: <<C’erano corrispondenti che ritenevano corretto cercare l’approvazione dei loro controllori: il ministero dell’Informazione e in particolare il suo direttore>>, scrive Burns, che prosegue raccontando di molti dirigenti del ministero dell’informazione <<che prendevano tangenti di migliaia di dollari da questi giornalisti televisivi che poi non parlavano mai del terrore>>.
Non condividendo tale atteggiamento, le cose per Burns cominciarono a complicarsi, a febbraio gli fu negato il visto, alla fine riuscii ad ottenerne uno valido solo per la copertura delle notizie sulle manifestazioni pacifiste. Ma cominciarono le minacce e il primo aprile fu arrestato. racconta il Foglio: “I funzionari dei servizi di Saddam lo reclusero nella sua stanza d’albergo, gli presero 200 mila dollari e tutto quello che c’era da rubare”.
Burns si trovò così a Bagdad, recluso, solo e senza una lira, ma di notte si accorse che non c’era nessuno a fargli la guardia, così decise di fuggire e in suo aiuto arrivò una giornalista televisiva italiana: <<Mi incontrò sulle scale e mi chiese: ‘cosa stai facendo?’, ‘non lo so’ le risposi, ‘sono in un vicolo cieco’. ‘Vieni nella mia stanza, lì non entreranno’. Lei è una ex comunista italiana e non li aveva mai sfidati>>.
Ghiotta la cosa: <<una ex comunista italiana e non li aveva mai sfidati>>, insooma, , dice Burns, la gionalista televisiva italiana non raccontava la verità dei fatti ma si adeguava alle veline del Ministero dell’informazione irakeno...
Qui dovrebbe iniziare il gioco dei nomi: <<è la Lilli Gruber>>... <<no è la Giovanna Botteri>>.
Ma siamo in Italy e dunque non si prende atto, semplicemente, che un giornalista racconta una storia, si da conto di quella storia, se ne verifica l’attendibilità... no no, l’atteggiamento è:
1) Non si da conto;
2) Si da conto, ma si afferma che siamo di fronte al "una operazione di linciaggio personale".
Al primo punto, si sono adeguati tutti i quotidiani italiani con l’esclusione di 'Libero', 'Il Foglio' e 'Il Giornale'.
Al secondo punto, sìè adeguato il Direttore del TG3 Antonio Di Bella che all’Ansa dichiara: "La Direzione del Tg3 ribadisce l'apprezzamento per l'eccellente lavoro di Giovanna Botteri in Iraq. E' pronta ad accettare, controbattere e discutere critiche alla linea editoriale del giornale, non a una campagna di aggressione personale diffamatoria dalle conseguenze imprevedibili".
E’ la stampa (italiana), bellezza!
(cp, 17.09.2003)


Oh, Bologna!

Per quella parte del blog che dovrebb'essere diario privato, vorrei parlare di Bologna, la mia Bologna, la Bologna che chissà quando (ahimè!) potrò rivedere mai. Brunella, la mia pupa, s'è tuffata da qualche giorno nei sudatissimi studi di magistratura, tra pile di libroni, appunti e fotocopie. Già guarda con qualche malevolo sbieco i giovanili jeans sdruciti da viaggio, taglia 40, e computa eventuali tailleurini, eventuali camicette di seta candidissima, certo più consoni (silenzioso annuisco, in me rabbrividendo) a questa inaugurata stagione di curricolari prodezze di secchionaggine. Quando inizia una cosa, non c'è verso di fermarla, deve arrivare in fondo. Un trenta e lode preso in Diritto Amministrativo col terribile Professor Palma e l'ingiunzione "lei è fatta per magistratura, signorina" ha fatto il resto. Sento che mormora di tanto in tanto "cazzo, dovessi metterci pure dieci anni...". Lì un trasalimento, cui non so dare un nome, mi raggiunge da chissà quale Iperuranio e mi stramazza. Poi mi resuscita in un ghigno: ho sempre desiderato far certe cose a un giudice, ora basta aspettare. Le hanno detto che questo concorso è duro, molto duro, e a lei (posso testimoniarlo) le cose molto dure stimolano particolare impegno, con punte di tenerissima e accorta dedizione. Mai stato tanto tenace io, eterno farfallone con la scusa dell'ekletismo: preferisco le morbidezze, per questo si va d'accordo, da un lustro o giù di lì. Insomma, per non farla troppo lunga, per non passare dal privato all'intimo, dei nostri bei weekend lunghi bolognesi non se ne parla fino al 2006, ahi!

Per noi due che schifiltiamo Napoli con tutta l'anima nostra, Bologna era fino a un mese fa l'isoletta felice, l'oasi del dolce far niente, il tepore. La chiamavano "Boloooogna", come per una domestica confidenza, anche perchè io e la mia pupa solitamente ribattezziamo con strambi nomignoli un po' tutto, cose, persone, luoghi, sicchè il computer è Pierfabrizio, la 156 è Carletta, Ferrara è "lo Smilzo", Bordin è "Sublime Laringite", e così via. A sentirci parlottare, l'80% se ne dovrebbe andare in note a pie' di pagina.

A Bologna abbiamo sempre goduto come veri dannati, ventiquattr'ore al giorno. Ci siamo andati ogni volta che potevamo. Lo so, per chi deve per forza trotterellare dalla Papuasia a Bombay sennò si sente stretto e, fatto il giro del mondo, si sente afflitto perchè non sa più dove cazzo andare, sarebbe facile la fatwa di "abitudinari". Ma quando c'è piovuta addosso l'accusa, ci siamo guardati complici, abbiamo fatto spallucce e telepaticamente ci siamo fatti tetragoni in un "chi lascia la via vecchia per la nuova sa quello che lascia e non sa quello che truova". Pasqua? Capodanno? Anche soltanto tre giorni liberi dal mio lavoro o dai suoi esami? Bologna è sempre stata la risposta automatica. Se i giorni erano quattro o cinque, ci mettevamo vicino una seconda meta sulla via: una notte a Modena, un pomeriggio a Todi, un po' di shopping a Ravenna, una mostra a Parma... Sfidando gli autovelox che intendevano mortificare i cavalli di Carletta, ci arrivavamo in tre o quattr'ore, partendo per lo più alle cinque di mattina. Sempre lo stesso hotel Roma, in via D'Azeglio, dietro Piazza Maggiore. Oh, delizioso ozio! Oh, cene sontuose al Diana o da Serghej! Oh, pomeriggi interi nella vasca a chiacchierar di niente e tutto! Andarsene per Feste de l'Unità a consumare chili di braciate, litri di lambrusco, sussurrandoci all'orecchio terribili commenti sulle gonne della Melandri, i baffi di Livia Turco, le cazzate peraltro applauditissime del Cinese. Nevermore, nevermore, nevermore!

Caro m'è in questo istante un tenero ricordo, in quel di Bologna. Piazza Maggiore, undici di mattina: un signore sulla settantina al centro di un capannello vomita il peggio dell'ex partigiano che ha in sè. Inutile dirlo, Berlusconi di qui, Berlusconi di là, Berlusconi di sopra, Berlusconi di sotto... Qualcuno mi bisbiglia che i Ds non hanno smesso l'abitudine che era del Pci e prim'ancora di Lenin: mandare in piazza agitatori (volontari, ma qualche volta anche pagati, suppongo con qualche buon vinello) a "sensibilizzare" la plebe, così, per tener su la temperatura. A un certo punto, 'sto poveretto con l'Unità in tasca sbraita qualcosa che mi irrita. Ribatto, e in un momento mi trovo al centro del capannello con lui: mi dà del fascista e altre immeritate medaglie. Sorrido e gli risputo punto su punto. Arrivato a corto di argomenti, il coso mi fa: "Fascio, non sei informato. Leggi, e poi parli". Io rispondo: "Parli tu, vecchio rimbambito d'un gappista, che leggi solo l'Unità?". "Ma va, che tu al massimo leggerai solo Il Giornale" fa lui. A questo punto, Brunella mi toglie dalla spalla la mia borsa, la posa a terra e comincia a cacciar fuori, senza dire una parola, Il Giornale, Il Foglio, Libero, Corriere della Sera, la Repubblica, il Manifesto, Liberazione, Stampa, Il Messaggero e Il Resto del Carlino. Ancora china, alza lo sguardo verso me e fa: "Luigi, mostro anche i settimanali a questo ridicolo signore comunista e semi-analfabeta?" Oh, Bologna!

(L.C., 17.9.2003)


FASSINO E L’IMMUNITÀ
La maggioranza della stampa è schierata col centro-sinistra. Ma su ogni forma di faziosità fa premio l’ignoranza dei giornalisti. Infatti tutti hanno annunciato che Fassino rinuncia all’immunità parlamentare, dimenticando che egli questa immunità non ha. E che Berlusconi i 15 milioni di euro glieli chiede in sede civile. Ma vediamo la cosa più da vicino.