ARCHIVIO DI SETTEMBRE
Ogni persona mentalmente
per bene si vergogna d’essere governativa. Perché
si sa che chi sta col potere spesso lo fa perché ne ritrae
vantaggio. E se è chiaro a tutti che non ne ritrae nessun
vantaggio, c’è ancora il rischio d’essere considerati
conformisti, succubi dell’autorità e perfino disinformati,
viste le infinite pecche di chi comanda.
Tolti i tre paginoni di pubblicità
che la inframmezzano, si tratta di dieci pagine di colloquio,
con quattordici foto e due sintetiche schede biografiche
dell'intervistato e dell'intervistatore: l'ultimo numero
de l'Espresso (n.40) pubblica una lunga intervista di Oliver
Stone a Fidel Castro.
"Sia in Inghilterra
che in America, vi è sempre stata una grande avversione
per gli armamenti come fonte di guadagno o autentico
stimolo agli affari" scrive John F. Kennedy nel suo "Why
England slept" del 1940: un libro di 230 pagine che la
casa editrice "il Borghese" pubblicò nel 1964, mai più ristampato.
JFK, in quel 1940, era interventista, un vero falco, un fottutissimo
ricco senza ideali se non quelli della difesa dell'economia
nazionale. Tutt'altra cosa che l'iconetta sul trittico col
Papa Buono e con Kruscev. Tutt'altra cosa che il JFK di quell'Oliver
Stone che oggi si fa i tète-a-tète con Fidel. E' il
negativo della vertigine del vedere un ribelle diventare
notaio, perchè quando un notaio diventa un ribelle son cazzi.
"Le democrazie, che sono fondamentalmente pacifiste, debbono
ricevere stimoli esterni per essere indotte al riarmo. Esse
non sono lungimiranti. (...) In questo modo , le dittature, con la
loro politica lungimirante possono sempre tener testa alle democrazie.
(...) Una democrazia cercherà solo di controbilanciare le
minacce che la mettono in pericolo direttamente" scriveva il
falco. Quanti pacifisti avrebbe messo a rosicare, se avesse avuto
la presidenza degli Stati Uniti sessant'anni dopo, questo JFK!
Rapida carrellata: Marilyn, Jacqueline, bum bum. Siamo alle solite:
è meglio Hitler o è meglio Saddam Hussein? Siamo noi che cambiamo
idee o sono le idee che cambiano noi?
"Quando eravamo
al governo noi, non è mai successo" Pierluigi Castagnetti,
Ansa
Non so voi, ma io sono
abitudinario e pignolo. Abitudinario fino all'ossessione,
pignolo fino alla cattiveria. Così, giorni fa
ho cercato di trarre qualche conclusione sui blog che
visito abitualmente. Insomma, sono andato a Cronologia
e ho cominciato a fare il cattivo con le mie ossessioni. Perchè?
Perchè comincio a credere che 'sto fenomeno del cazzo abbia
raggiunto il plateau, tra poco comincerà la discesa e credo
che sarà lenta, lenta, lenta, ma inesorabile. Soprattutto sarà
crudele con questi grandi bluff di GnuEconomy, Wittgenstein,
Manteblog, Selvaggia Lucarelli. Lenta come fu la disaffezione
ai grattaschiena in finto avorio che tanto furoreggiarono
negli anni cinquanta, insieme ai cani di cartapesta che dondolavano
la testa sul lunotto posteriore delle seicento Fiat. E anche
quella fu cosa crudele.
Cazzo, il Manifesto Gnefobico
ha già 18 anni! (L.C.)
Accidentaccio, m'ero
scordato il Manifesto Gnefobico. Mettendo a posto vecchie carte,
ne ho trovato una copia ripiegata tra le annate de Il Mondo: 150
x 90 cm. Era il 1985, ora ricompongo nel gran disordine della memoria.
Ci trovammo a cena in cinque, in un ristorantino di Chiaia: Nino,
grande pittore della transavanguardia, duecento milioni a tela;
Pino, neuropsicofisiologo del sonno REM; sua moglie Chiara, a
quei tempi violinista di fila al San Carlo, grande interprete di
Beethoven; una cretina molisana che frequentavo in quei mesi, tette
un po' pendule ma grande fellatrice; e me, a quei tempi un .
Tutto partì dallo spettegolare
su Carlotta, l'antipaticissima Carlotta, grande vampira
di chiattilli e accanita consumatrice di sedili in pelle. Venimmo
all'unanime conclusione che Carlotta era "gne-gne" e che avesse
meno colpe di quelle che le si potevano attribuire. Era l'"Idea
Gne-gne" il problema, Carlotta solo una miserabile ipostasi. Urgeva
un coraggioso gesto, pensammo: dichiarare guerra allo "Gne-gne",
scrivere un Manifesto Gnefobico. Penna, tovagliolino di carta,
i maschietti un nocino, le femminucce un caffè: la cosa venne giù
di getto, non senza qualche impuntatura e qualche veto. Ci trovammo
davanti un testo che, senza alcuna idea che come e del perchè, in
meno d'una settimana stampammo in 1000 copie, tappezzandone i muri
da piazza dei Martiri a piazza Amedeo. Lo ripropongo qui, su "Capperi!",
così, così, così.
MANIFESTO GNEFOBICO
Noi, che teniamo
la testa al posto giusto (e cioè sul collo), figli illegittimi
del XX secolo e cugini di Zorro, dichiariamo guerra all'abominevole
figura dello Gne-gne, oggi ubiquitaria e trasversale. Gnefobici
per complessione d'indole, scelta metastorica e particolare
toccatura di nervi, odiamo con sincero voltastomaco lo Gne-gne,
le sue sciarpette, i suoi mocassini, la sua autoradio, i suoi
completini da sci.
Lo Gne-gne non merita l'aria che
respira.
Lo Gne-gne toglie onore anche a
un cancro.
Premesse storiche
Cos'è veramente uno Gne-gne?
La prima descrizione ci viene da
Dione di Caristo: "Di natura incline alla tristezza (dysanios),
lo tormenta la nausea." Origene vide nello Gne-gne una sorta
di eone rappresentante il cream-caramel. Dionigi Aeropagita ne
"Le gerarchie degli angeli" lo definisce "quella persona che ha
centro dappertutto e periferia da nessuna parte" (il che sarà
poi parafrasato da Biagio Pascal, uno Gne-gne pure lui). Per Aristotele
lo Gne-gne non esiste. Nel tradurre l'"Ethica Nicomachea" Averroè
chiama lo Gne-gne "El-Amhn-gne-amhn" (colui che si assenta perchè
è assente). La figura si riprsenta nel Seicento. La colpa è di
Cartesio, fautore del Metodo Gne-gne. Quasi contemporaneamente Shakespeare,
dopo la morte di un famoso Gne-gne, fa dire ad Antonio: "Tutti l'amaste
un tempo e non senza un motivo; quale motivo vi impedisce di amarlo
oggi?" Dopo la conquista di Corinto nel 1687 lo Gne-gne si nutre di
uvetta e scompare. L'evento è celebrato dal Tiepolo.
1774: Werther si suicida; vestiti
di blù e di giallo, gli Gne-gne tornano e qualcuno affoga
nelle gelide acque dei laghi europei.
1852: il giovane Wagner, dopo un
passeggero alterco con Listz, scrive "Der Zugunst von
Gne-gne".
Per Lombroso lo Gne-gne ha lo zigomo
ambiguo. Per Weininger lo Gne-gne è una deformazione
ellittica.
Furono Gne-gne: Empedocle, Filone
Alessandrino, Ratramno, Voltaire, Parini, Racine, Hugo,
Proust, Jung, Gramsci, Picasso, Pasolini e Zoff, solo per citarne
qualcuno. I critici d'arte, i camerieri, le donne abbandonate,
le commesse delle boutiques, le attrici italiane, i figli
dei primari sono Gne-gne, quasi tutti. Forse anche i coiffeurs
pour dames e quelli del '63.
Noi Gnefobici
Noi siamo contro tutto quello che
attossica il mondo di sapore Gne-gne. Siamo contro quelli
che: leggono Fromm, Marcuse, Hesse, Prèvèrt, tutti i Ginzburg,
Erika Jong, Moravia e Giorgio Bocca; citano Freud, Nietzsche,
Borges e San Matteo; dicono "gnente!"; si fanno venire i sensi
di colpa per evitare le colpe dei sensi; si mettono le cordicelle
alle stanghette degli occhiali.
Siamo contro gli psichiatri e i
giornalisti; siamo contro i giudici con la coscienza di
classe, i pittori stiptici, gli attori sperimentali, i mendicanti
con il santino, gli autisti, gli autistici e i permalosi.
Siamo contro quelli che, oltre
a torturarsi per quasi tre ore di "Paris, Texas", sono
pure costretti a dire che è un capolavoro. Siamo contro quelli
che in mancanza di un'anima comprano una Toyota 4x4.
Lo Gne-gne invidia, piange e fotte.
Poi pensa all'Umanità.
Ci viene l'asma a vedere uno Gne-gne:
siamo Gnefobici!!!
Noi Gnefobici, a Kafka, preferiamo
il padre di Kafka. Noi Gnefobici odiamo gli "spazi annessi"
in cui lo Gne-gne pascola, ruminando la sua brava Repubblica
ed ogni tanto, via...un ruttino, una mostra, un viaggio.
Programma
Lo Gne-gne non è come la pietra
filosofale, l'Odradek o il Sarchiapone: Lo Gne-gne esiste.
E' quello che si pettina i peli
pubici per sembrare più carino. E' quello che dice di aver
mangiato alla stessa tavola di Quello Lì.
Lo Gne-gne crede che Michelangelo
sia il nome di un regista.
Lo Gne-gne è mediocre, stupido,
tirchio, banale, viscido, routinario. Vuole il posto fisso.
Ha sempre in macchina un Arbre
Magique, ha sempre in cuore un'Idea Immortale, ha sempre
nel fodero una Buona Intenzione, ha sempre un'agendina telefonica
piena piena.
Dio tollera lo Gne-gne per puro
equilibrio ecologico.
Gnefobici sempre!!!
Candida Albicans
Caprice de Dieu
Edmondo Dedalus
Ignazio Pabst
Pesciolinus Mappamondus
Napoli, 7 febbraio 1985 (Anno I
dell'Era Gnefobica)
Con scintillante perfidia Giuliano Ferrara fa chiarezza
sull'impossibilità di risparmiare un euro, quando si tratta
di informazione: lettera
al Foglio .
Puro godimento: da incorniciare.
(L.C.)
Sero venientibus aliquid
Dall’articolo
di Cassese apprendo che le televisioni vivono di proroghe
dal 1984. Sono diciannove anni. Poi Cassese si lamenta
che, con la legge Gasparri, si profili un altro anno di regime
transitorio. Avrà ragione, ma avrebbe avuto diciannove
volte più ragione se avesse esposto le sue lamentele anno dopo
anno, chiunque ci fosse al governo. E infatti oggi basta rispondergli:
meglio tardi che mai.
Giannipardo@libero.it
Calunnie
L'Unità del 23 settembre
strilla che Igor Marini "è un calunniatore". Già nel sottotitolo
precisa che la Procura di Torino "indaga" su quelle
che, dunque, sarebbero le presunte calunnie del faccendiere.
Poi nell'articolo chiarisce che egli "verrà" iscritto
nel registro degli indagati per calunnia, non si capisce
quando, nè come il giornale possa averne certezza. Forse Igor
Marini è un calunniatore, chissà, stabilirà la Procura di Torino.
Al momento, corre il rischio d'esserlo l'Unità, che come sempre,
quando pressata da interessatissima premura, salta a pie' pari
tutto quello che c'è di mezzo tra ipotesi di reato e pubblicazione
della sentenza. Alla faccia del garantismo fin qui invocato per i
presunti calunniati dal presunto calunniatore.
(Luigi Castaldi, 23.9.2003)
IL COMMENTATORE PERPLESSO
Un giorno un commentatore
politico s’accorse che mancava d’ispirazione. E
la cosa lo preoccupò. Infatti i giornali erano sempre dello
stesso numero di pagine, i telegiornali duravano il tempo
stabilito, insomma era lui, che non vedeva notizie: gli altri
le vedevano.
Sicché ebbe l’idea
di scrivere qualcosa sulla sua mancanza d’ispirazione,
poteva approfittare del fatto che conosceva l’espressione
latina petitio principii e poteva sfruttarla, se pure distorcendola,
in questa occasione. Ma era un giornalista professionista,
iscritto all’albo, con una pratica più che trentennale, e sapeva
bene che dei sentimenti e dei problemi del commentatore politico
al lettore medio "non gliene poteva frega’ de meno", come dicono
a Roma. Doveva trovare qualcosa di meglio. E infatti, da attento
lettore delle veline dei Baci Perugina, si ricordò che un saggio
cinese aveva posto una domanda fondamentale: "Che cosa ti preoccupava
esattamente un anno fa? Se non te lo ricordi – e non te lo ricordi!
– deducine che ciò che ti preoccupa oggi sarà dimenticato appena fra
dodici mesi".
Ecco, si disse, questo
spiega non solo la mia mancanza d’ispirazione, ma forse
anche l’inutilità di quello che oggi hanno scritto i colleghi.
Il mio commento è giustificato: non c’è niente da commentare.
E per sfuggire alla petitio principii cercò di dimostrarlo
anche ai suoi lettori. Non foss’altro per non farsi licenziare
dal suo editore. E scrisse ciò che segue.
È notizia la costituzione
di una lista unica del centro-sinistra per le prossime
europee? Forse sì. Se solo fosse già stata decisa, irrevocabilmente.
Ma se ne parla. Oh, se se ne parla. E val la pena di parlarne?
Qualcuno diceva che non si può temere la morte perché se c’è
la morte non ci siamo noi e se ci siamo noi non c’è la morte. Nello
stesso modo, a che scopo parlare di quella lista, ancora in fieri?
Se ci sarà ne parleremo, se non ci sarà non ne parleremo, ma parlare
del fatto che potrebbe esserci significa darle troppa importanza.
Abbiamo già abbastanza da fare con ciò che è già successo. Solo
un innamorato, perdendo le sue ore su un marciapiede, può aspettare
con ansia che la sua bella, forse, esca di casa. Tutti gli altri
si limitano a telefonare. "Ci vediamo?" Se sì, sì, se no, no.
Ed io non sono innamorato della lista unica del centro-sinistra.
Poi ci sono le dichiarazioni
di Berlusconi. Che a volte mi dànno fastidio. Ma
dal momento che io non sono obbligato a parlare con lui e
discutere queste dichiarazioni, se le trovo sceme le lascio
perdere. Finché sono flatus vocis non importano. Neanche delle
sue dichiarazioni sono innamorato. Quel tale che chiedeva "Ci
vediamo?" qui chiederebbe: "Ne consegue qualcosa, sul piano
concreto?" e se la risposta è no, passa ad altro.
Iraq. Certo, è triste
che muoia qualche soldato, anche se sono centoquarantamila.
Ma ne muore poco più di uno al giorno e questo fa sì che
da un lato la cosa cessi d’essere notizia (ogni aurora è uno
splendore, ma ce n’è una al giorno e la stampa non ne parla),
dall’altro è certo che questo fenomeno non metterà in forse la vittoria
statunitense. E allora? Allora, dice qualcuno, ci chiediamo che
ne sarà dell’Iraq, ci chiediamo quale sarà il bilancio complessivo
di questa campagna militare. E il resto. Ma il non innamorato
a questo punto risponde: "Bella domanda. Ma la risposta la darà il
tempo. È inutile essere impazienti". E passa ad altro.
Infine il non innamorato
legge le righe che precedono e s’accorge che hanno
detto tutto quello che avevano da dire. E conclude: "O questo
smette o passo ad altro".
Giannipardo@libero.it
, 22 settembre 2003
Comunicato
"Compagni! Una vile
prepotenza aziendale di chiaro stampo berlusconiano
si abbatte su tre dipendenti della Rai, strappandoli dal
video, dove per anni hanno mietuto stima, simpatia e non trascurabile
share! Le ragioni addotte dai vertici di viale Mazzini sono
speciose e mortificanti, giacchè le tre persone ora punitivamente
demansionate hanno sempre fatto un'informazione corretta
e democratica! Si portino le prove di qualsivoglia loro scorrettezza
o menzogna o infedeltà! E' chiaro che la manovra aziendale
sia, neppure nascostamente, un tentativo di imbavagliare
la voce di coloro che in Rai non si piegano all'ormai generale
e supino ossequio al Regime! A tutto ciò non si può rimanere insensibili!
Tutti i cittadini democratici ed antifascisti sono invitati ad un
girotondo di solidarietà per Canale, Svizzero e Viaggi, a Saxa Rubra!
Facciamo sentire forte la voce della libertà, come abbiamo già fatto
per Biagi, Santoro e Luttazzi! Gradita la bandiera del Che!". (L.C.,
22.9.2003)
Aremotis
"Forza e coraggio,
fratelli!"
(cp x ventisettembre)
Agiografia metropolitana
a Pyongyang....qui,
poi cliccare "photos" sulla sinistra
1972
Talking shop
“Quello che ha detto Berlusconi lo pensano
in tanti”, Piero Ostellino sul
Corriere della Sera;
”Onorevole presidente, la prego... mi avvalgo dell’essere
una donna, adesso, quindi calma eh?”, Donatella
Dini, dal resoconto stenografico audizione della Commissione
parlamentare di Telekom Serbia;
“D’Alema è uno che dà del cretino a tutti quanti...
è realmente un totus politicus”, intervista di
Michele Salvati al Foglio;
“A proposito, preparatevi: mi hanno detto che uscirà
una terza parte dell’intervista di Nicholas Farrel”,
Silvio Berlusconi, al Comitato di presidenza di Forza Italia;
“Adesso inizia la fase due, passiamo all’attacco”,
Luciano Violante, a proposito dell’affaire
Telekom Serbia, dai giornali;
”Una manifestazione enorme... del centrosinistra...
per cacciare il governo Berlusconi”, Fausto
Bertinotti, dai giornali;
”Piazze piene, urne vuote”, Enrico Boselli,
citando Nenni, in risposta a Bertinotti, dal Corriere
della Sera;
”Arafat è un leader fallito”, il presidente
Bush, dai giornali;
“Ho convertito Jovannotti”, Red Ronnie intervistato
dal Corriere della Sera;
“La sua totale mancanza d’immagine.... sarà...
la sua rovina”, Giulio Meotti su Berlusconi,
lettera al Foglio;
“Ho
partecipato alla fondazione di svariati partiti
del 30 per cento che poi alle elezioni hanno preso la
metà”, Fabio Mussi intervistato da l’Espresso;
“Non è mai stato democristiano, è piuttosto un
cattolico dossettiano, quindi antiliberale e integralista...
quasi reazionario e quindi affascinato dall’estremismo
di sinistra”, ritrattino di Romano Prodi. Francesco
Cossiga nel suo ultimo libro “Per carità di Patria”;
“Prodi... non solo perché sono suo amico... é coinvolto
in una volgare polemica”, Enzo Biagi sull’Espresso,
a proposito di Telekom Serbia;
“La RAI non si può essere abbandonata in mano di
incompetenti”, Maurizio Costanzo, dai giornali.
“L’Associazione nazionale magistrati è vivamente
allarmata”, da una dichiarazione dell’Associazione
nazionale magistrati, sulla stampa;
“Guardi che io già due anni fa avevo parlato su
Le Monde di inizio di regime. Mi erano saltati tutti
addosso, compreso Il Manifesto”, Dario Fo, intervista
sull’Espresso.
Indiscrezione editoriale di Primaonline:
Il Foglio passerebbe al gruppo
editoriale Mondadori.
(cp, 19.09.2003)
Doppio giramento
Uffa! Dunque, non si può dire che la dittatura di
Saddam è stata peggio di quella di Mussolini?
No,
non lo si può dire, e non basta nemmeno scusarsi.
Non
c’è rimedio? No, a quanto pare, non c'è rimedio.
Sulle
scuse, s’incazza Ferrara e pure i vertici delle Comunità
ebraiche saltano sul tavolo riempendo le scuse di distinguo.
Si sa, Ferrara è uno stalinista, pazienza.
Ma
i vertici delle Comunità ebraiche?
Sono
amico degli ebrei, anzi, intimamente mi sento l’ebreo
che non sono e non solo per via dell’estremità genitale
falciata in pubertà... eppure, mettetela come volete,
ma, e non è la prima volta, questi vertici ...
(cp. 18.09.2003)
Satrapi, non fascisti
Va bene la filosofia neocon, va bene tutto l'antiprogressismo del mondo, ma qui è necessario forse fare un breve distinguo: non si può dire che i regimi totalitari del mondo arabo sono la diretta continuazione di quelli novecenteschi, e cioè che Baghdad era una capitale fascista. Questo perchè, per definizione, il fascismo come lo conosciamo nella sua forma più classica nasce come tentativo violento e disperato di superare la democrazia laddove questa risulta debole e incapace. Cioè, niente fascismo se prima non c'è una democrazia moribonda. Quindi, sarebbe bene usare il termine semmai di satrapismo sanguinario. E poi, finiamola col dire che il fascismo è quella forma politica che prevede l'eliminazione violenta degli avversari: fascismo, come insegnava Reich in un suo notevolissimo saggio di psicoanalisi politica, è controllo dell'intera popolazione attraverso l'uso del Terrore.
Prima gallina che canta...
La verità è che il giornalista, qui in Italy oppure
a New York, è comunque un furbacchione, ma qui
in Italy, soprattutto se “di sinistra”, non solo pretende
di raccontare “la verità”, verità pettinata secondo la convenienza
politica, ma pure s’incazza se qualcuno non sta al gioco...
Questi i fatti: succede che l'inviato del
New York Times, John Burns
descrive, in un libro appena uscito negli Stati Uniti,
i vizi e le virtù dei suoi colleghi giornalisti inviati a
Bagdad: <<C’erano corrispondenti che ritenevano corretto
cercare l’approvazione dei loro controllori: il ministero
dell’Informazione e in particolare il suo direttore>>,
scrive Burns, che prosegue raccontando di molti
dirigenti del ministero dell’informazione <<che
prendevano tangenti di migliaia di dollari da questi
giornalisti televisivi che poi non parlavano mai del
terrore>>.
Non condividendo tale atteggiamento, le cose per
Burns cominciarono a complicarsi, a febbraio gli fu
negato il visto, alla fine riuscii ad ottenerne uno valido
solo per la copertura delle notizie sulle manifestazioni
pacifiste. Ma cominciarono le minacce e il primo aprile
fu arrestato. racconta il Foglio: “I funzionari dei
servizi di Saddam lo reclusero nella sua stanza d’albergo,
gli presero 200 mila dollari e tutto quello che c’era
da rubare”.
Burns si trovò così a Bagdad, recluso, solo e
senza una lira, ma di notte si accorse che non c’era
nessuno a fargli la guardia, così decise di fuggire
e in suo aiuto arrivò una giornalista televisiva italiana:
<<Mi incontrò sulle scale e mi chiese: ‘cosa stai
facendo?’, ‘non lo so’ le risposi, ‘sono in un vicolo
cieco’. ‘Vieni nella mia stanza, lì non entreranno’. Lei è una
ex comunista italiana e non li aveva mai sfidati>>.
Ghiotta la cosa: <<una ex comunista italiana
e non li aveva mai sfidati>>, insooma, , dice
Burns, la gionalista televisiva italiana non raccontava
la verità dei fatti ma si adeguava alle veline del
Ministero dell’informazione irakeno...
Qui dovrebbe iniziare il gioco dei nomi: <<è
la Lilli Gruber>>... <<no è la Giovanna
Botteri>>.
Ma siamo in Italy e dunque non si prende atto,
semplicemente, che un giornalista racconta una storia,
si da conto di quella storia, se ne verifica l’attendibilità...
no no, l’atteggiamento è:
1) Non si da conto;
2) Si da conto, ma si afferma che siamo di fronte
al "una operazione di linciaggio personale".
Al primo punto, si sono adeguati tutti i quotidiani
italiani con l’esclusione di 'Libero', 'Il
Foglio' e 'Il Giornale'.
Al secondo punto, sìè adeguato il Direttore del
TG3 Antonio Di Bella
che all’Ansa dichiara:
"La Direzione del Tg3 ribadisce l'apprezzamento per
l'eccellente lavoro di Giovanna Botteri in Iraq.
E' pronta ad accettare, controbattere e discutere
critiche alla linea editoriale del giornale, non a una campagna
di aggressione personale diffamatoria dalle conseguenze
imprevedibili".
E’ la stampa (italiana), bellezza! (cp, 17.09.2003)
Oh, Bologna!
Per noi due che schifiltiamo Napoli con tutta l'anima nostra, Bologna era fino a un mese fa l'isoletta felice, l'oasi del dolce far niente, il tepore. La chiamavano "Boloooogna", come per una domestica confidenza, anche perchè io e la mia pupa solitamente ribattezziamo con strambi nomignoli un po' tutto, cose, persone, luoghi, sicchè il computer è Pierfabrizio, la 156 è Carletta, Ferrara è "lo Smilzo", Bordin è "Sublime Laringite", e così via. A sentirci parlottare, l'80% se ne dovrebbe andare in note a pie' di pagina.
A Bologna abbiamo sempre goduto come veri dannati, ventiquattr'ore al giorno. Ci siamo andati ogni volta che potevamo. Lo so, per chi deve per forza trotterellare dalla Papuasia a Bombay sennò si sente stretto e, fatto il giro del mondo, si sente afflitto perchè non sa più dove cazzo andare, sarebbe facile la fatwa di "abitudinari". Ma quando c'è piovuta addosso l'accusa, ci siamo guardati complici, abbiamo fatto spallucce e telepaticamente ci siamo fatti tetragoni in un "chi lascia la via vecchia per la nuova sa quello che lascia e non sa quello che truova". Pasqua? Capodanno? Anche soltanto tre giorni liberi dal mio lavoro o dai suoi esami? Bologna è sempre stata la risposta automatica. Se i giorni erano quattro o cinque, ci mettevamo vicino una seconda meta sulla via: una notte a Modena, un pomeriggio a Todi, un po' di shopping a Ravenna, una mostra a Parma... Sfidando gli autovelox che intendevano mortificare i cavalli di Carletta, ci arrivavamo in tre o quattr'ore, partendo per lo più alle cinque di mattina. Sempre lo stesso hotel Roma, in via D'Azeglio, dietro Piazza Maggiore. Oh, delizioso ozio! Oh, cene sontuose al Diana o da Serghej! Oh, pomeriggi interi nella vasca a chiacchierar di niente e tutto! Andarsene per Feste de l'Unità a consumare chili di braciate, litri di lambrusco, sussurrandoci all'orecchio terribili commenti sulle gonne della Melandri, i baffi di Livia Turco, le cazzate peraltro applauditissime del Cinese. Nevermore, nevermore, nevermore!
Caro m'è in questo istante un tenero ricordo, in quel di Bologna. Piazza Maggiore, undici di mattina: un signore sulla settantina al centro di un capannello vomita il peggio dell'ex partigiano che ha in sè. Inutile dirlo, Berlusconi di qui, Berlusconi di là, Berlusconi di sopra, Berlusconi di sotto... Qualcuno mi bisbiglia che i Ds non hanno smesso l'abitudine che era del Pci e prim'ancora di Lenin: mandare in piazza agitatori (volontari, ma qualche volta anche pagati, suppongo con qualche buon vinello) a "sensibilizzare" la plebe, così, per tener su la temperatura. A un certo punto, 'sto poveretto con l'Unità in tasca sbraita qualcosa che mi irrita. Ribatto, e in un momento mi trovo al centro del capannello con lui: mi dà del fascista e altre immeritate medaglie. Sorrido e gli risputo punto su punto. Arrivato a corto di argomenti, il coso mi fa: "Fascio, non sei informato. Leggi, e poi parli". Io rispondo: "Parli tu, vecchio rimbambito d'un gappista, che leggi solo l'Unità?". "Ma va, che tu al massimo leggerai solo Il Giornale" fa lui. A questo punto, Brunella mi toglie dalla spalla la mia borsa, la posa a terra e comincia a cacciar fuori, senza dire una parola, Il Giornale, Il Foglio, Libero, Corriere della Sera, la Repubblica, il Manifesto, Liberazione, Stampa, Il Messaggero e Il Resto del Carlino. Ancora china, alza lo sguardo verso me e fa: "Luigi, mostro anche i settimanali a questo ridicolo signore comunista e semi-analfabeta?" Oh, Bologna!
(L.C., 17.9.2003)
FASSINO E L’IMMUNITÀ
La maggioranza della stampa è schierata col centro-sinistra.
Ma su ogni forma di faziosità fa premio l’ignoranza
dei giornalisti. Infatti tutti hanno annunciato
che Fassino rinuncia all’immunità parlamentare, dimenticando
che egli questa immunità non ha. E che Berlusconi
i 15 milioni di euro glieli chiede in sede civile. Ma vediamo
la cosa più da vicino.