ARCHIVIO DI SETTEMBRE


CONVERSIONE DI MARCIA
Viste le sinistre eccitazioni da Prima Repubblica  provocate dalle  interviste (non in rete) di La Repubblica  ai Licio "P2" Anselmi... e le fole neopiduiste riscoperte sull'Unità (articolo non in rete) dal solito Nicola Trafaglia, riteniamo congruo, a risarcimento morale,  pubblicare  integralmente  la lettera (non in rete) che   Francesco Cossiga ha inviato a  La Repubblica in risposta all'intervista ai Licio "P2" Anselmi:

<<Caro Direttore, molto la ringrazio per avermi la cara Concita De Gregorio trasmesso con la sua bella e coraggiosa intervista i lusinghieri giudizi espressi su di me da Licio Gelli e i cordiali saluti da lui inviatimi e che entrambi ho molto gradito. Benché nulla mai egli mi abbia chiesto di meno che lecito e nulla io abbia mai chiesto a lui, abbiamo avuto sempre ottimi rapporti, anche se, a differenza che con altri uomini politici importanti di destra, di centro e di sinistra, non molto frequenti. Conobbi la sua gentilissima signora, una vera e paziente cristiana, in occasione della cui malattia e morte Licio Gelli fu duramente perseguitato da una parte della magistratura e della polizia, così come poi lo furono Andreotti, Craxi e Berlusconi.
L'affaire P2 fu il primo caso di "operazione di disinformazja" condotta con successo, anche a motivo dell'ingenuità di Giovanni Spadolini (poi frenato dal suo partito e dagli americani) e della incipiente mortale debolezza della Dc. Ma mentre della seconda grande operazione di largo successo (ne furono contagiati anche i vertici della Dc), quella riguardante l'inquinamento anti americano del caso Moro, si sa ormai perfettamente quale sia stata l'origine: il Kgb; dell'"Operazione P2" l'origine non si è ancora scoperta; né essa onestamente è addebitabile alla sinistra che con la P2 per un certo tempo intrattenne ottimi rapporti, almeno sul piano finanziario. Basti pensare al generoso, per ammontare e condizioni, finanziamento a Paese Sera da parte del Banco Ambrosiano, prima che questo giornale comunista ottenesse, all'insaputa del Pci, sostanziosi finanziamenti dal Pcus, non più tramite l'Ambasciata dell'Urss a Roma ma, come è stato lealmente reso noto, tramite l'Ambasciata di quel grande Paese a Parigi.
Certo, la P2 fu una organizzazione complessa. Basti pensare che di essa fecero parte un Segretario generale del ministero degli Esteri, valoroso "gappista" socialista della Resistenza romana, voluto fermamente da Aldo Moro; un Capo di Stato Maggiore della difesa imposto da Sandro Pertini in opposizione al candidato del governo Cossiga; un grande generale dell'Arma dei Carabinieri, stretto amico di Ugo Pecchioli: un altro valoroso generale dell'Arma, poi eroe nazionale nella lotta contro il terrorismo e la mafia, erano tutti certamente democratici, "atlantici" e "filo americani".
Certo, a scoprire le oscure origini di questa operazione potrebbero dedicarsi l'amico D'Avanzo e i suoi abili detective, cui naturalmente augurerei che però la loro inchiesta non degenerasse, in direzione opposta a quella prevista, come è accaduto con il loro sfortunato scoop sul caso Telekom Serbia che ha costretto il suo giornale più tardi a fare una per altro assai vigorosa e dignitosa conversione di marcia di centottanta gradi! Debbo dar atto al suo giornale peraltro di un grande coraggio, sia per la indicata conversione a centottanta gradi sia per aver infranto con l'intervista odierna il tabù Gell
i.>>

(cp, 01.10.2003)


DELL’ESSERE “GOVERNATIVI”

Ogni persona mentalmente per bene si vergogna d’essere governativa. Perché si sa che chi sta col potere spesso lo fa perché ne ritrae vantaggio. E se è chiaro a tutti che non ne ritrae nessun vantaggio, c’è ancora il rischio d’essere considerati conformisti, succubi dell’autorità e perfino disinformati, viste le infinite pecche di chi comanda.
Tuttavia c’è chi ha tendenza a dar ragione al professore piuttosto che all’alunno, al poliziotto piuttosto che all’automobilista, fino a preferire il ministro all’impiegatuccio che ne critica le circolari. E c’è un motivo razionale, per questo atteggiamento.
Nella vita si può operare o stare a guardare. Chi sta a guardare considera ovvio ciò che viene fatto e si preoccupa del di più che si potrebbe fare. Vedo il tecnico che m’aggiusta l’automobile, riparando un guasto dinanzi al quale sarei impotente, e nel frattempo penso che meglio avrebbe fatto a non mettere le sue manacce sul mio volante. Rischierò di sporcarmi. La critica non è infondata, certo. Ma il fatto è che al suo posto – probabilmente – farei come lui. Concentrando la mia attenzione sul guasto, ed essendo rassegnato al fatto che il mio è un lavoro in cui ci si sporcano le mani, questa stessa sporcizia potrei tendere a dimenticarla.
Inoltre qualunque attività è più difficile di quanto non si pensi per la semplice ragione che l’incompetente vede solo il problema nella sua formulazione più elementare, mentre il competente tiene a mente anche le complicazioni, le ipotesi meno frequenti, le interferenze possibili. Il grande chirurgo non è tale perché ha successo nell’operazione di routine, ma perché risolve un problema raro e imprevedibile.
Per giunta i problemi ben raramente sono semplici come li vede la gente. Basta leggere le lettere che i lettori scrivono ai giornali per vedere come essi spesso ipotizzino soluzioni, magari sulla base di un grande e infantile idealismo. Diecimila persone stanno morendo di fame in Africa? Semplice: basta che ogni Europeo offra un centesimo di euro e presto si disporrà di quattro milioni di euro, che divisi per il numero di quei poveracci fanno quattrocento euro a testa, milleseicento euro per una famiglia di quattro persone. Chi scrive queste stupidaggini non si rende conto che il costo della raccolta sarebbe infinitamente superiore ai quattro milioni di euro, che bisognerebbe per giunta trovare chi, prima,  spiegasse a ciascun contribuente di che si tratta, come e perché deve versare un centesimo di euro, gli firmasse una ricevuta... Insomma, la proposta di quel signore dimostra soltanto la sua insipienza. Eppure, molti anni fa, moltissimi italiani versarono ben più di un centesimo di euro per lottare contro la fame in India. Raggiungendo una somma totale molto cospicua, quasi bastevole a fornire una brioche, per un solo giorno, alla metà dei bambini indiani.
Questo fenomeno è correntissimo. C’è per esempio una proposta ricorrente, nei giornali. Qualcuno scrive: la maggior parte degli incidenti mortali sono dovuti alla velocità delle automobili, limitiamola (per esempio) a ottanta chilometri orari. E non ci si accorge, 1) che urtando contro un muro o investendo qualcuno a ottanta ora, ci scappa il morto eccome; 2) che bisognerebbe costruire automobili speciali per l’Italia, vietando l’importazione delle automobili estere; 3) che bisognerebbe buttare tutte le auto costruite prima di questo provvedimento, incluse le auto d’epoca; 4) che sarebbe impossibile effettuare un sorpasso in tempi ragionevoli e tali da non creare un pericolo; 5) che le automobili non riuscirebbero più a fare certe salite, perché ciò che in autostrada è velocità, in un condominio può essere la pendenza dal garage al livello stradale; e si potrebbe continuare.
La conseguenza di ripetute osservazioni di questo genere induce una mentalità razionale a dire: prima di criticare ciò che è stato fatto, e prima di proporre una modifica, informiamoci sul perché le cose stanno come stanno. Magari le modifiche peggiorerebbero tutto. Poi, certo, avendo effettivamente studiato il problema, è lecito proporre soluzioni. E magari dire che chi attualmente governa il fenomeno è uno sciocco o un incompetente.
Ma è vero che se limitassimo i nostri giudizi negativi a ciò di cui siamo competenti e su cui abbiamo le informazioni necessarie, apriremmo la bocca molto meno spesso.
Giannipardo@libero.it , 30 settembre 2003


Tolti i tre paginoni di pubblicità che la inframmezzano, si tratta di dieci pagine di colloquio, con quattordici foto e due sintetiche schede biografiche dell'intervistato e dell'intervistatore: l'ultimo numero de l'Espresso (n.40) pubblica una lunga intervista di Oliver Stone a Fidel Castro.
I dittatori, si sa, hanno una loro particolarissima visione del mondo, che spesso si riduce a una particolare costruzione paranoica interna, talvolta un Risiko, talvolta il Piccolo Chimico, talvolta il Monopoli. Quella di Fidel Castro ha la forma di un campo di basket, in cui palleggia e palleggia una palla, quella della rivoluzione cubana. Un poco moscia, ultimamente. Ma le palle si possono gonfiare, si sa anche questo. Fidel le gonfia, anche quando gliele passano mosce. Per un centinaio di volte Oliver Stone dà l'assist e altrettante Fidel Castro va a canestro. Grazie alle rifiniture del regista il dittatore fa i tre punti anche sulle recenti condanne a morte de L'Avana, nemmeno Minà avrebbe potuto far meglio. Ciascuna delle domande poste dall'intervistatore potrebbe essere passata al filtro che taluni usano per le domande di Bruno Vespa, ma qui si tratta di Oliver Stone, un mito, non si fa, non sarebbe bello.
Una sola, la più bella di tutte, vale la pena di riportare, di queste domande, l'ultima, la centotrè. Oliver chiede: "Si considera un dinosauro?" Fidel risponde: "L'esatto contrario. Mi sento come un uccello che esce dal nido. Io volo verso l'eterno..." E vai col soundtrack dei titoli di coda. (Luigi Castaldi, 30.09.2003)




Seduto in quel caffè
io non pensavo a te...

(cp x 29 settembre)


JFK nel 1940
"Sia in Inghilterra che in America, vi è sempre stata una grande avversione per gli armamenti come fonte di guadagno o autentico stimolo agli affari" scrive John F. Kennedy nel suo "Why England slept" del 1940: un libro di 230 pagine che la casa editrice "il Borghese" pubblicò nel 1964, mai più ristampato. JFK, in quel 1940, era interventista, un vero falco, un fottutissimo ricco senza ideali se non quelli della difesa dell'economia nazionale. Tutt'altra cosa che l'iconetta sul trittico col Papa Buono e con Kruscev. Tutt'altra cosa che il JFK di quell'Oliver Stone che oggi si fa i tète-a-tète con Fidel. E' il negativo della vertigine del vedere un ribelle diventare notaio, perchè quando un notaio diventa un ribelle son cazzi. "Le democrazie, che sono fondamentalmente pacifiste, debbono ricevere stimoli esterni per essere indotte al riarmo. Esse non sono lungimiranti. (...) In questo modo , le dittature, con la loro politica lungimirante possono sempre tener testa alle democrazie. (...) Una democrazia cercherà solo di controbilanciare le minacce che la mettono in pericolo direttamente" scriveva il falco. Quanti pacifisti avrebbe messo a rosicare, se avesse avuto la presidenza degli Stati Uniti sessant'anni dopo, questo JFK! Rapida carrellata: Marilyn, Jacqueline, bum bum. Siamo alle solite: è meglio Hitler o è meglio Saddam Hussein? Siamo noi che cambiamo idee o sono le idee che cambiano noi?
(Luigi Castaldi, 29.9.2003)


Lunedissimo
"Quando eravamo al governo noi, non è mai successo" Pierluigi Castagnetti, Ansa
"Cala, cala, Trinchetto!" Gian Antonio Stella, Il Corriere della Sera
"Ho visto automobili dai fari abbacinanti che si aprivano varchi nel nero tra i vecchi palazzi, mentre imboccavano strade contromano, o passavano pericolosamente sotto i semafori spenti senza neanche rallentare" Vincenzo Cerami, la Repubblica
"Esemplare il comportamento dei cittadini" Walter Veltroni, l'Unità
"Il Papa ha scelto 31 nuovi cardinali", Il Giornale
"Guardate il povero Ferrara come soffre e sbuffa" Antonio Polito, Il Riformista
 "Il governo è diventato un casino de senoritas" Giuliano Ferrara, Il Foglio
 (Luigi Castaldi, 29.9.2003)



IL CALZINO DI OLIVER
L’Espresso in edicola gli dedica 14 pagine.  No, non al calzino di Oliver, di quello parleremo dopo, parliamo del più longevo dittatore  mai esistito sulla faccia della terra:  Fidel Castro, 44 anni ininterrotti al potere.
Oliver Stone, telecamera e zuccherino al seguito, gli rivolge una serie di domande, caritatevoli fino alla lacrima, dove, nonostante tutto,  il sinistro dittatore riesce a dire  che: 1) In otto giorni a Cuba si processa, si condanna e si esegue la pena di morte, senza possibilità d’appello; 2) L’intellettuale dissidente è uno che vuole distruggere la rivoluzione cubana e merita 28 anni di prigione; 4) Cuba non ha tempo da perdere e  per questo non accetta gli ispettori per i diritti civili dell’Onu; 5) Castro accetta le critiche solo se sono fatte in buona fede, però non ne ricorda nessuna ; 6) Non si possono né girare né proiettare films sgraditi al regime.
Insomma, nulla di nuovo, solita roba da dittatori comunisti.
Quello che colpisce sono i calzini, anzi il calzino del piede sinistro di Oliver Stone.
Guardate la foto di copertina dell’Espresso, sarà un vizio ma,  come l’intera intervista,  quel calzino nella foto è, palesemente ritoccato, aggiustato,  taroccato.
Perchè?

(cp, 27.09.2003)

Non so voi, ma io sono abitudinario e pignolo. Abitudinario fino all'ossessione, pignolo fino alla cattiveria. Così, giorni fa ho cercato di trarre qualche conclusione sui blog che visito abitualmente. Insomma, sono andato a Cronologia e ho cominciato a fare il cattivo con le mie ossessioni. Perchè? Perchè comincio a credere che 'sto fenomeno del cazzo abbia raggiunto il plateau, tra poco comincerà la discesa e credo che sarà lenta, lenta, lenta, ma inesorabile. Soprattutto sarà crudele con questi grandi bluff di GnuEconomy, Wittgenstein, Manteblog, Selvaggia Lucarelli. Lenta come fu la disaffezione ai grattaschiena in finto avorio che tanto furoreggiarono negli anni cinquanta, insieme ai cani di cartapesta che dondolavano la testa sul lunotto posteriore delle seicento Fiat. E anche quella fu cosa crudele.
Sei mesi fa visitavo una media di trentadue blog al giorno, tre mesi fa intorno ai diciotto, oggi una media di dieci. Gli unici visitati regolarmente tutti i giorni, oggi: 1972, Rolli, Robba, Lo Spino nel Culo, Kane, Quarky, Quinto Stato, Camillo e Ciccio. Oh, certo, io non faccio campione statistico, mai stato accucciato sotto la curva di Gauss, io; sempre votato per i perdenti, tranne due volte; mai ingarrato la vincitrice di Miss Italia; una sola volta un dodici al Totocalcio (ottantatremilalire). Ma, tenuto conto che nel 1993 dicevo di Di Pietro "uhm, questo fa una fine scialba e triste!", si grattassero le palle GnuEconomy, Wittgenstein, Manteblog, Selvaggia Lucarelli e compagnia bella. Con un grattapalle in finto avorio, perchè, oltre che abitudinario e pignolo, porto una sfiga terribile a chi mi sta dal lato opposto del grattapalle in finto avorio. (L.C.)




Cazzo, il Manifesto Gnefobico ha già 18 anni!
(L.C.)



Accidentaccio, m'ero scordato il Manifesto Gnefobico. Mettendo a posto vecchie carte, ne ho trovato una copia ripiegata tra le annate de Il Mondo: 150 x 90 cm. Era il 1985, ora ricompongo nel gran disordine della memoria. Ci trovammo a cena in cinque, in un ristorantino di Chiaia: Nino, grande pittore della transavanguardia, duecento milioni a tela; Pino, neuropsicofisiologo del sonno REM; sua moglie Chiara, a quei tempi violinista di fila al San Carlo, grande interprete di Beethoven; una cretina molisana che frequentavo in quei mesi, tette un po' pendule ma grande fellatrice; e me, a quei tempi un .
Tutto partì dallo spettegolare su Carlotta, l'antipaticissima Carlotta, grande vampira di chiattilli e accanita consumatrice di sedili in pelle. Venimmo all'unanime conclusione che Carlotta era "gne-gne" e che avesse meno colpe di quelle che le si potevano attribuire. Era l'"Idea Gne-gne" il problema, Carlotta solo una miserabile ipostasi. Urgeva un coraggioso gesto, pensammo: dichiarare guerra allo "Gne-gne", scrivere un Manifesto Gnefobico. Penna, tovagliolino di carta, i maschietti un nocino, le femminucce un caffè: la cosa venne giù di getto, non senza qualche impuntatura e qualche veto. Ci trovammo davanti un testo che, senza alcuna idea che come e del perchè, in meno d'una settimana stampammo in 1000 copie, tappezzandone i muri da piazza dei Martiri a piazza Amedeo. Lo ripropongo qui, su "Capperi!", così, così, così.

MANIFESTO GNEFOBICO

"attenzione non hanno,
dire non sanno"
Eraclito


Noi, che teniamo la testa al posto giusto (e cioè sul collo), figli illegittimi del XX secolo e cugini di Zorro, dichiariamo guerra all'abominevole figura dello Gne-gne, oggi ubiquitaria e trasversale. Gnefobici per complessione d'indole, scelta metastorica e particolare toccatura di nervi, odiamo con sincero voltastomaco lo Gne-gne, le sue sciarpette, i suoi mocassini, la sua autoradio, i suoi completini da sci.
Lo Gne-gne non merita l'aria che respira.
Lo Gne-gne toglie onore anche a un cancro.

Premesse storiche
Cos'è veramente uno Gne-gne?
La prima descrizione ci viene da Dione di Caristo: "Di natura incline alla tristezza (dysanios), lo tormenta la nausea." Origene vide nello Gne-gne una sorta di eone rappresentante il cream-caramel. Dionigi Aeropagita ne "Le gerarchie degli angeli" lo definisce "quella persona che ha centro dappertutto e periferia da nessuna parte" (il che sarà poi parafrasato da Biagio Pascal, uno Gne-gne pure lui). Per Aristotele lo Gne-gne non esiste. Nel tradurre l'"Ethica Nicomachea" Averroè chiama lo Gne-gne "El-Amhn-gne-amhn" (colui che si assenta perchè è assente). La figura si riprsenta nel Seicento. La colpa è di Cartesio, fautore del Metodo Gne-gne. Quasi contemporaneamente Shakespeare, dopo la morte di un famoso Gne-gne, fa dire ad Antonio: "Tutti l'amaste un tempo e non senza un motivo; quale motivo vi impedisce di amarlo oggi?" Dopo la conquista di Corinto nel 1687 lo Gne-gne si nutre di uvetta e scompare. L'evento è celebrato dal Tiepolo.
1774: Werther si suicida; vestiti di blù e di giallo, gli Gne-gne tornano e qualcuno affoga nelle gelide acque dei laghi europei.
1852: il giovane Wagner, dopo un passeggero alterco con Listz, scrive "Der Zugunst von Gne-gne".
Per Lombroso lo Gne-gne ha lo zigomo ambiguo. Per Weininger lo Gne-gne è una deformazione ellittica.
Furono Gne-gne: Empedocle, Filone Alessandrino, Ratramno, Voltaire, Parini, Racine, Hugo, Proust, Jung, Gramsci, Picasso, Pasolini e Zoff, solo per citarne qualcuno. I critici d'arte, i camerieri, le donne abbandonate, le commesse delle boutiques, le attrici italiane, i figli dei primari sono Gne-gne, quasi tutti. Forse anche i coiffeurs pour dames e quelli del '63.

Noi Gnefobici
Noi siamo contro tutto quello che attossica il mondo di sapore Gne-gne. Siamo contro quelli che: leggono Fromm, Marcuse, Hesse, Prèvèrt, tutti i Ginzburg, Erika Jong, Moravia e Giorgio Bocca; citano Freud, Nietzsche, Borges e San Matteo; dicono "gnente!"; si fanno venire i sensi di colpa per evitare le colpe dei sensi; si mettono le cordicelle alle stanghette degli occhiali.
Siamo contro gli psichiatri e i giornalisti; siamo contro i giudici con la coscienza di classe, i pittori stiptici, gli attori sperimentali, i mendicanti con il santino, gli autisti, gli autistici e i permalosi.
Siamo contro quelli che, oltre a torturarsi per quasi tre ore di "Paris, Texas", sono pure costretti a dire che è un capolavoro. Siamo contro quelli che in mancanza di un'anima comprano una Toyota 4x4.
Lo Gne-gne invidia, piange e fotte. Poi pensa all'Umanità.
Ci viene l'asma a vedere uno Gne-gne: siamo Gnefobici!!!
Noi Gnefobici, a Kafka, preferiamo il padre di Kafka. Noi Gnefobici odiamo gli "spazi annessi" in cui lo Gne-gne pascola, ruminando la sua brava Repubblica ed ogni tanto, via...un ruttino, una mostra, un viaggio.

Programma
Lo Gne-gne non è come la pietra filosofale, l'Odradek o il Sarchiapone: Lo Gne-gne esiste.
E' quello che si pettina i peli pubici per sembrare più carino. E' quello che dice di aver mangiato alla stessa tavola di Quello Lì.
Lo Gne-gne crede che Michelangelo sia il nome di un regista.
Lo Gne-gne è mediocre, stupido, tirchio, banale, viscido, routinario. Vuole il posto fisso.
Ha sempre in macchina un Arbre Magique, ha sempre in cuore un'Idea Immortale, ha sempre nel fodero una Buona Intenzione, ha sempre un'agendina telefonica piena piena.
Dio tollera lo Gne-gne per puro equilibrio ecologico.

Gnefobici sempre!!!

Candida Albicans
Caprice de Dieu
Edmondo Dedalus
Ignazio Pabst
Pesciolinus Mappamondus

Napoli, 7 febbraio 1985 (Anno I dell'Era Gnefobica)


Con scintillante perfidia Giuliano Ferrara fa chiarezza sull'impossibilità di risparmiare un euro, quando si tratta di informazione: lettera al Foglio .
Puro godimento: da incorniciare. (L.C.)


Sero venientibus aliquid
Dall’articolo di Cassese apprendo che le televisioni vivono di proroghe dal 1984. Sono diciannove anni. Poi Cassese si lamenta che, con la legge Gasparri, si profili un altro anno di regime transitorio. Avrà ragione, ma avrebbe avuto diciannove volte più ragione se avesse esposto le sue lamentele anno dopo anno, chiunque ci fosse al governo. E infatti oggi basta rispondergli: meglio tardi che mai.
Giannipardo@libero.it


Calunnie
L'Unità del 23 settembre strilla che Igor Marini "è un calunniatore". Già nel sottotitolo precisa che la Procura di Torino "indaga" su quelle che, dunque, sarebbero le presunte calunnie del faccendiere. Poi nell'articolo chiarisce che egli "verrà" iscritto nel registro degli indagati per calunnia, non si capisce quando, nè come il giornale possa averne certezza. Forse Igor Marini è un calunniatore, chissà, stabilirà la Procura di Torino. Al momento, corre il rischio d'esserlo l'Unità, che come sempre, quando pressata da interessatissima premura, salta a pie' pari tutto quello che c'è di mezzo tra ipotesi di reato e pubblicazione della sentenza. Alla faccia del garantismo fin qui invocato per i presunti calunniati dal presunto calunniatore.
(Luigi Castaldi, 23.9.2003)



IL COMMENTATORE PERPLESSO
Un giorno un commentatore politico s’accorse che mancava d’ispirazione. E la cosa lo preoccupò. Infatti i giornali erano sempre dello stesso numero di pagine, i telegiornali duravano il tempo stabilito, insomma era lui, che non vedeva notizie: gli altri le vedevano.
Sicché ebbe l’idea di scrivere qualcosa sulla sua mancanza d’ispirazione, poteva approfittare del fatto che conosceva l’espressione latina petitio principii e poteva sfruttarla, se pure distorcendola, in questa occasione. Ma era un giornalista professionista, iscritto all’albo, con una pratica più che trentennale, e sapeva bene che dei sentimenti e dei problemi del commentatore politico al lettore medio "non gliene poteva frega’ de meno", come dicono a Roma. Doveva trovare qualcosa di meglio. E infatti, da attento lettore delle veline dei Baci Perugina, si ricordò che un saggio cinese aveva posto una domanda fondamentale: "Che cosa ti preoccupava esattamente un anno fa? Se non te lo ricordi – e non te lo ricordi! – deducine che ciò che ti preoccupa oggi sarà dimenticato appena fra dodici mesi".
Ecco, si disse, questo spiega non solo la mia mancanza d’ispirazione, ma forse anche l’inutilità di quello che oggi hanno scritto i colleghi. Il mio commento è giustificato: non c’è niente da commentare. E per sfuggire alla petitio principii cercò di dimostrarlo anche ai suoi lettori. Non foss’altro per non farsi licenziare dal suo editore. E scrisse ciò che segue.

È notizia la costituzione di una lista unica del centro-sinistra per le prossime europee? Forse sì. Se solo fosse già stata decisa, irrevocabilmente. Ma se ne parla. Oh, se se ne parla. E val la pena di parlarne? Qualcuno diceva che non si può temere la morte perché se c’è la morte non ci siamo noi e se ci siamo noi non c’è la morte. Nello stesso modo, a che scopo parlare di quella lista, ancora in fieri? Se ci sarà ne parleremo, se non ci sarà non ne parleremo, ma parlare del fatto che potrebbe esserci significa darle troppa importanza. Abbiamo già abbastanza da fare con ciò che è già successo. Solo un innamorato, perdendo le sue ore su un marciapiede, può aspettare con ansia che la sua bella, forse, esca di casa. Tutti gli altri si limitano a telefonare. "Ci vediamo?" Se sì, sì, se no, no. Ed io non sono innamorato della lista unica del centro-sinistra.
Poi ci sono le dichiarazioni di Berlusconi. Che a volte mi dànno fastidio. Ma dal momento che io non sono obbligato a parlare con lui e discutere queste dichiarazioni, se le trovo sceme le lascio perdere. Finché sono flatus vocis non importano. Neanche delle sue dichiarazioni sono innamorato. Quel tale che chiedeva "Ci vediamo?" qui chiederebbe: "Ne consegue qualcosa, sul piano concreto?" e se la risposta è no, passa ad altro.
Iraq. Certo, è triste che muoia qualche soldato, anche se sono centoquarantamila. Ma ne muore poco più di uno al giorno e questo fa sì che da un lato la cosa cessi d’essere notizia (ogni aurora è uno splendore, ma ce n’è una al giorno e la stampa non ne parla), dall’altro è certo che questo fenomeno non metterà in forse la vittoria statunitense. E allora? Allora, dice qualcuno, ci chiediamo che ne sarà dell’Iraq, ci chiediamo quale sarà il bilancio complessivo di questa campagna militare. E il resto. Ma il non innamorato a questo punto risponde: "Bella domanda. Ma la risposta la darà il tempo. È inutile essere impazienti". E passa ad altro.
Infine il non innamorato legge le righe che precedono e s’accorge che hanno detto tutto quello che avevano da dire. E conclude: "O questo smette o passo ad altro".
Giannipardo@libero.it , 22 settembre 2003



Comunicato
"Compagni! Una vile prepotenza aziendale di chiaro stampo berlusconiano si abbatte su tre dipendenti della Rai, strappandoli dal video, dove per anni hanno mietuto stima, simpatia e non trascurabile share! Le ragioni addotte dai vertici di viale Mazzini sono speciose e mortificanti, giacchè le tre persone ora punitivamente demansionate hanno sempre fatto un'informazione corretta e democratica! Si portino le prove di qualsivoglia loro scorrettezza o menzogna o infedeltà! E' chiaro che la manovra aziendale sia, neppure nascostamente, un tentativo di imbavagliare la voce di coloro che in Rai non si piegano all'ormai generale e supino ossequio al Regime! A tutto ciò non si può rimanere insensibili! Tutti i cittadini democratici ed antifascisti sono invitati ad un girotondo di solidarietà per Canale, Svizzero e Viaggi, a Saxa Rubra! Facciamo sentire forte la voce della libertà, come abbiamo già fatto per Biagi, Santoro e Luttazzi! Gradita la bandiera del Che!". (L.C., 22.9.2003)


Aremotis



"automatismo psichico puro con il quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente sia in ogni altro modo, il funzionamento reale del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori d’ogni preoccupazione estetica o morale"




(cp, 21.09.2003)


"Forza e coraggio, fratelli!"

Bisogna fare molta attenzione ad evitare posizioni sbrigativamente illuministiche di fronte ad un fenomeno come quello dei flagellanti e dei battenti. Una grossa sensibilità etno-antropologica non fa correre questo rischio ad Antonio Bassolino. Dopo l'ennesima processione di incappucciati, che ai primi di settembre hanno mostrato molte estasi e molte emorragie per le viuzze di Guardia Sanframondi, nel Sannio, al grido di "forza e coraggio, fratelli: in nome di Maria, battetevi!", il governatore campano ha infatti dichiarato: "E' una rappresentazione sacra e unica al mondo, espressione di una religiosità antica e forte, ma è anche un rito di identità collettiva. Credo che tanta gente come me sia venuta qui non tanto per curiosità, ma per un profondo rispetto di una grande tradizione popolare e religiosa alla quale bisogna guardare con lo spirito giusto".
Ecco, questo è il punto: "lo spirito giusto". Perchè un grossolano sentire d'impronta laica si porrebbe, forse, di fronte a tanta estasi e a tanto sangue con la stessa presunzione di superiorità culturale di chi non sa trovare che orrore e sgomento di fronte ad altrettali riti di identità collettiva, come i match tra pitbull, , i gavettoni in caserma, i petardi a Capodanno e le risse allo stadio. Ecco, ci pare esatto ribadire, occorre guardare a queste cose con "lo spirito giusto".
"Non a caso - ha aggiunto il governatore - la Regione ha inserito i Riti Settennali tra i grandi eventi della Campania e ha stanziato 400mila euro per la costruzione di un museo dei Riti Settennali". Che, insieme ai corsi regionali di formazione per Veline, dà indubbio smalto culturale a questa presidenza della Regione Campania, a dispetto di quanti, parrucconi del più bieco ed ateo materialismo, v'hanno voluto leggere un alone di populismo da terzomondo.
Di fronte allo spettacolo di quei devoti al culto di Maria, stravolti dal mistico fervore al punto da configgersi nelle carni, non ci è noto con quanta preventiva disinfezione, quelle deliziose spatole di sughero con trentatrè spilli sopra, la tentazione di un becero illuminista sarebbe quella d'inorridire come di fronte alle picas e alle banderillas d'una corrida e di chiamare subito il ministro Sirchia, perchè antibiotici, garze e cerotti non gravino sulla spesa dello Stato. Ma la sensibilità del nostro governatore bello sa che il galletto sgozzato dei riti voodoo è preso dalla stessa stia dalla quale fu preso quello che Socrate si raccomandò fosse sacrificato ad Asclepio. E rispettoso di una "espressione di una religiosità antica e forte" si mette in processione coi suoi sciiti, per questa sponsorizzanda autoflagellazione di Guardia Sanframondi. Ad un passo dietro di lui, ci dicono le cronache, v'è Clemente Mastella, fors'anche mosso da eguale sensibilità circoscrizionale. Che altro dire? "In nome di Maria, battetevi!"
(Luigi Castaldi, 20.9.2003)
Poscritto per Carduccio:
Ho disperatamente cercato di impreziosire il post con una foto di "bella donna nuda" come mi suggerisci sempre tu, ma proprio non c'entrava nulla e mi sono dovuto rassegnare a darti un altro dolore con questa foto di flagellante, sicuramente più appropriata, ma (ahimè!) trucidissima. Davvero mi duole, te lo dico col cuore in mano (se la metafora non è troppo trucida pur'essa); e ti prego di credermi, non lo faccio apposta a farti rigirare nello stomaco delle succulente prelibatezze culinarie che vi saranno. In verità, c'era una foto di "donna nuda" che poteva anche andare bene per l'argomento, ma era da un sito sadomaso e t'assicuro non era più "bella" di questa. Ti prometto che il prossimo post sarà su temi meno cruenti (sono indeciso tra il cunniligtus e la zuppa inglese): ti prometto una foto eccezionale. Scusa, un bacio e ciao. Tuo Lù.




Giovanni Sartori si chiede: "A un povero normale italiano è ancora consentito di fiatare? Può criticare senza rischiare querele di milioni euro? Esiste uno spazio di libertà?". Avrei una risposta: "Dipende, vecchio trombone!"
Alla Festa de l'Unità di Bologna, sul filo d'alta tensione ch'è steso tra stalinismo e neoriformismo, Rutelli cinguetta a Floris che la guerra in Iraq è stata inutile e crudele, nello stesso giorno in cui oltre l'80% degli iracheni si dichiara soddisfatto della caduta di Saddam Hussein. Cinguettano, i polli?
(L.C., 20.9.2003)



(cp x ventisettembre)



Agiografia metropolitana a Pyongyang....qui, poi cliccare "photos" sulla sinistra 1972


Talking shop
“Quello che ha detto Berlusconi lo pensano in tanti”, Piero Ostellino sul Corriere della Sera;
”Onorevole presidente, la prego... mi avvalgo dell’essere una donna, adesso, quindi calma eh?”, Donatella Dini, dal resoconto stenografico audizione della Commissione parlamentare di Telekom Serbia;
“D’Alema è uno che dà del cretino a tutti quanti... è realmente un totus politicus”, intervista di Michele Salvati al Foglio;
“A proposito, preparatevi: mi hanno detto che uscirà una terza parte dell’intervista di Nicholas Farrel”, Silvio Berlusconi, al Comitato di presidenza di Forza Italia;
“Adesso inizia la fase due, passiamo all’attacco”, Luciano Violante, a proposito dell’affaire Telekom Serbia, dai giornali;
”Una manifestazione enorme... del centrosinistra... per cacciare il governo Berlusconi”, Fausto Bertinotti, dai giornali;
”Piazze piene, urne vuote”, Enrico Boselli, citando Nenni, in risposta a Bertinotti, dal Corriere della Sera;
”Arafat è un leader fallito”, il presidente Bush, dai giornali;
“Ho convertito Jovannotti”, Red Ronnie intervistato dal Corriere della Sera;
“La sua totale mancanza d’immagine.... sarà... la sua rovina”, Giulio Meotti su Berlusconi, lettera al Foglio;
“Ho partecipato alla fondazione di svariati partiti del 30 per cento che poi alle elezioni hanno preso la metà”, Fabio Mussi intervistato da l’Espresso;
“Non è mai stato democristiano, è piuttosto un cattolico dossettiano, quindi antiliberale e integralista... quasi reazionario e quindi affascinato dall’estremismo di sinistra”, ritrattino di Romano Prodi. Francesco Cossiga nel suo ultimo libro “Per carità di Patria”;
“Prodi... non solo perché sono suo amico... é coinvolto in una volgare polemica”, Enzo Biagi sull’Espresso, a proposito di Telekom Serbia;
“La RAI non si può essere abbandonata in mano di incompetenti”, Maurizio Costanzo, dai giornali.
“L’Associazione nazionale magistrati è vivamente allarmata”, da una dichiarazione dell’Associazione nazionale magistrati, sulla stampa;
“Guardi che io già due anni fa avevo parlato su Le Monde di inizio di regime. Mi erano saltati tutti addosso, compreso Il Manifesto”, Dario Fo, intervista sull’Espresso.

Indiscrezione editoriale di Primaonline: Il Foglio passerebbe al gruppo editoriale Mondadori.
(cp, 19.09.2003)


Doppio giramento

Uffa! Dunque, non si può dire che la dittatura di Saddam è stata peggio di quella di Mussolini?
No, non lo si può dire, e non basta nemmeno scusarsi.
Non c’è rimedio? No, a quanto pare, non c'è rimedio.
Sulle scuse, s’incazza Ferrara e pure i vertici delle Comunità ebraiche saltano sul tavolo riempendo le scuse di distinguo.
Si sa, Ferrara è uno stalinista, pazienza.
Ma i vertici delle Comunità ebraiche?
Sono amico degli ebrei, anzi, intimamente mi sento l’ebreo che non sono e non solo per via dell’estremità genitale falciata in pubertà... eppure, mettetela come volete, ma, e non è la prima volta, questi vertici ...
(cp. 18.09.2003)


Satrapi, non fascisti

Va bene la filosofia neocon, va bene tutto l'antiprogressismo del mondo, ma qui è necessario forse fare un breve distinguo: non si può dire che i regimi totalitari del mondo arabo sono la diretta continuazione di quelli novecenteschi, e cioè che Baghdad era una capitale fascista. Questo perchè, per definizione, il fascismo come lo conosciamo nella sua forma più classica nasce come tentativo violento e disperato di superare la democrazia laddove questa risulta debole e incapace. Cioè, niente fascismo se prima non c'è una democrazia moribonda. Quindi, sarebbe bene usare il termine semmai di satrapismo sanguinario. E poi, finiamola col dire che il fascismo è quella forma politica che prevede l'eliminazione violenta degli avversari: fascismo, come insegnava Reich in un suo notevolissimo saggio di psicoanalisi politica, è controllo dell'intera popolazione attraverso l'uso del Terrore.



Prima gallina che canta...

La verità è che il giornalista, qui in Italy oppure a New York, è comunque un furbacchione, ma qui in Italy, soprattutto se “di sinistra”, non solo pretende di raccontare “la verità”, verità pettinata secondo la convenienza politica, ma pure s’incazza se qualcuno non sta al gioco...
Questi i fatti: succede che l'inviato del New York Times, John Burns descrive, in un libro appena uscito negli Stati Uniti, i vizi e le virtù dei suoi colleghi giornalisti inviati a Bagdad: <<C’erano corrispondenti che ritenevano corretto cercare l’approvazione dei loro controllori: il ministero dell’Informazione e in particolare il suo direttore>>, scrive Burns, che prosegue raccontando di molti dirigenti del ministero dell’informazione <<che prendevano tangenti di migliaia di dollari da questi giornalisti televisivi che poi non parlavano mai del terrore>>.
Non condividendo tale atteggiamento, le cose per Burns cominciarono a complicarsi, a febbraio gli fu negato il visto, alla fine riuscii ad ottenerne uno valido solo per la copertura delle notizie sulle manifestazioni pacifiste. Ma cominciarono le minacce e il primo aprile fu arrestato. racconta il Foglio: “I funzionari dei servizi di Saddam lo reclusero nella sua stanza d’albergo, gli presero 200 mila dollari e tutto quello che c’era da rubare”.
Burns si trovò così a Bagdad, recluso, solo e senza una lira, ma di notte si accorse che non c’era nessuno a fargli la guardia, così decise di fuggire e in suo aiuto arrivò una giornalista televisiva italiana: <<Mi incontrò sulle scale e mi chiese: ‘cosa stai facendo?’, ‘non lo so’ le risposi, ‘sono in un vicolo cieco’. ‘Vieni nella mia stanza, lì non entreranno’. Lei è una ex comunista italiana e non li aveva mai sfidati>>.
Ghiotta la cosa: <<una ex comunista italiana e non li aveva mai sfidati>>, insooma, , dice Burns, la gionalista televisiva italiana non raccontava la verità dei fatti ma si adeguava alle veline del Ministero dell’informazione irakeno...
Qui dovrebbe iniziare il gioco dei nomi: <<è la Lilli Gruber>>... <<no è la Giovanna Botteri>>.
Ma siamo in Italy e dunque non si prende atto, semplicemente, che un giornalista racconta una storia, si da conto di quella storia, se ne verifica l’attendibilità... no no, l’atteggiamento è:
1) Non si da conto;
2) Si da conto, ma si afferma che siamo di fronte al "una operazione di linciaggio personale".
Al primo punto, si sono adeguati tutti i quotidiani italiani con l’esclusione di 'Libero', 'Il Foglio' e 'Il Giornale'.
Al secondo punto, sìè adeguato il Direttore del TG3 Antonio Di Bella che all’Ansa dichiara: "La Direzione del Tg3 ribadisce l'apprezzamento per l'eccellente lavoro di Giovanna Botteri in Iraq. E' pronta ad accettare, controbattere e discutere critiche alla linea editoriale del giornale, non a una campagna di aggressione personale diffamatoria dalle conseguenze imprevedibili".
E’ la stampa (italiana), bellezza!
(cp, 17.09.2003)


Oh, Bologna!

Per quella parte del blog che dovrebb'essere diario privato, vorrei parlare di Bologna, la mia Bologna, la Bologna che chissà quando (ahimè!) potrò rivedere mai. Brunella, la mia pupa, s'è tuffata da qualche giorno nei sudatissimi studi di magistratura, tra pile di libroni, appunti e fotocopie. Già guarda con qualche malevolo sbieco i giovanili jeans sdruciti da viaggio, taglia 40, e computa eventuali tailleurini, eventuali camicette di seta candidissima, certo più consoni (silenzioso annuisco, in me rabbrividendo) a questa inaugurata stagione di curricolari prodezze di secchionaggine. Quando inizia una cosa, non c'è verso di fermarla, deve arrivare in fondo. Un trenta e lode preso in Diritto Amministrativo col terribile Professor Palma e l'ingiunzione "lei è fatta per magistratura, signorina" ha fatto il resto. Sento che mormora di tanto in tanto "cazzo, dovessi metterci pure dieci anni...". Lì un trasalimento, cui non so dare un nome, mi raggiunge da chissà quale Iperuranio e mi stramazza. Poi mi resuscita in un ghigno: ho sempre desiderato far certe cose a un giudice, ora basta aspettare. Le hanno detto che questo concorso è duro, molto duro, e a lei (posso testimoniarlo) le cose molto dure stimolano particolare impegno, con punte di tenerissima e accorta dedizione. Mai stato tanto tenace io, eterno farfallone con la scusa dell'ekletismo: preferisco le morbidezze, per questo si va d'accordo, da un lustro o giù di lì. Insomma, per non farla troppo lunga, per non passare dal privato all'intimo, dei nostri bei weekend lunghi bolognesi non se ne parla fino al 2006, ahi!

Per noi due che schifiltiamo Napoli con tutta l'anima nostra, Bologna era fino a un mese fa l'isoletta felice, l'oasi del dolce far niente, il tepore. La chiamavano "Boloooogna", come per una domestica confidenza, anche perchè io e la mia pupa solitamente ribattezziamo con strambi nomignoli un po' tutto, cose, persone, luoghi, sicchè il computer è Pierfabrizio, la 156 è Carletta, Ferrara è "lo Smilzo", Bordin è "Sublime Laringite", e così via. A sentirci parlottare, l'80% se ne dovrebbe andare in note a pie' di pagina.

A Bologna abbiamo sempre goduto come veri dannati, ventiquattr'ore al giorno. Ci siamo andati ogni volta che potevamo. Lo so, per chi deve per forza trotterellare dalla Papuasia a Bombay sennò si sente stretto e, fatto il giro del mondo, si sente afflitto perchè non sa più dove cazzo andare, sarebbe facile la fatwa di "abitudinari". Ma quando c'è piovuta addosso l'accusa, ci siamo guardati complici, abbiamo fatto spallucce e telepaticamente ci siamo fatti tetragoni in un "chi lascia la via vecchia per la nuova sa quello che lascia e non sa quello che truova". Pasqua? Capodanno? Anche soltanto tre giorni liberi dal mio lavoro o dai suoi esami? Bologna è sempre stata la risposta automatica. Se i giorni erano quattro o cinque, ci mettevamo vicino una seconda meta sulla via: una notte a Modena, un pomeriggio a Todi, un po' di shopping a Ravenna, una mostra a Parma... Sfidando gli autovelox che intendevano mortificare i cavalli di Carletta, ci arrivavamo in tre o quattr'ore, partendo per lo più alle cinque di mattina. Sempre lo stesso hotel Roma, in via D'Azeglio, dietro Piazza Maggiore. Oh, delizioso ozio! Oh, cene sontuose al Diana o da Serghej! Oh, pomeriggi interi nella vasca a chiacchierar di niente e tutto! Andarsene per Feste de l'Unità a consumare chili di braciate, litri di lambrusco, sussurrandoci all'orecchio terribili commenti sulle gonne della Melandri, i baffi di Livia Turco, le cazzate peraltro applauditissime del Cinese. Nevermore, nevermore, nevermore!

Caro m'è in questo istante un tenero ricordo, in quel di Bologna. Piazza Maggiore, undici di mattina: un signore sulla settantina al centro di un capannello vomita il peggio dell'ex partigiano che ha in sè. Inutile dirlo, Berlusconi di qui, Berlusconi di là, Berlusconi di sopra, Berlusconi di sotto... Qualcuno mi bisbiglia che i Ds non hanno smesso l'abitudine che era del Pci e prim'ancora di Lenin: mandare in piazza agitatori (volontari, ma qualche volta anche pagati, suppongo con qualche buon vinello) a "sensibilizzare" la plebe, così, per tener su la temperatura. A un certo punto, 'sto poveretto con l'Unità in tasca sbraita qualcosa che mi irrita. Ribatto, e in un momento mi trovo al centro del capannello con lui: mi dà del fascista e altre immeritate medaglie. Sorrido e gli risputo punto su punto. Arrivato a corto di argomenti, il coso mi fa: "Fascio, non sei informato. Leggi, e poi parli". Io rispondo: "Parli tu, vecchio rimbambito d'un gappista, che leggi solo l'Unità?". "Ma va, che tu al massimo leggerai solo Il Giornale" fa lui. A questo punto, Brunella mi toglie dalla spalla la mia borsa, la posa a terra e comincia a cacciar fuori, senza dire una parola, Il Giornale, Il Foglio, Libero, Corriere della Sera, la Repubblica, il Manifesto, Liberazione, Stampa, Il Messaggero e Il Resto del Carlino. Ancora china, alza lo sguardo verso me e fa: "Luigi, mostro anche i settimanali a questo ridicolo signore comunista e semi-analfabeta?" Oh, Bologna!

(L.C., 17.9.2003)


FASSINO E L’IMMUNITÀ
La maggioranza della stampa è schierata col centro-sinistra. Ma su ogni forma di faziosità fa premio l’ignoranza dei giornalisti. Infatti tutti hanno annunciato che Fassino rinuncia all’immunità parlamentare, dimenticando che egli questa immunità non ha. E che Berlusconi i 15 milioni di euro glieli chiede in sede civile. Ma vediamo la cosa più da vicino.

Prima del ciclone di Mani Pulite, la Costituzione affermava (articolo 68) che nessun membro del Parlamento poteva essere sottoposto a procedimento penale senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene: ma questa parte è stata abolita. Ancora oggi essa afferma (art.68) che nessun parlamentare può essere "perseguito per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle sue funzioni".

Fassino sa dunque perfettamente che egli non ha modo d’impedire che venga incardinato un processo penale contro di lui. Egli è un semplice parlamentare. E allora, che cosa potrebbe aver inteso dire? È possibile che abbia voluto affermare che egli non si avvarrà, come tesi difensiva, dell’immunità (art.68 Cost) per le opinioni politiche espresse nell’esercizio delle sue funzioni. Ma questa difesa è azzardata. Se qualcuno afferma che Berlusconi è cornuto, può sostenersi che si tratta di un’opinione politica? E che cos’è più l’infortunio coniugale o calunniare l’opposizione, corrompere la Commissione, subornare i testimoni? Se dunque Fassino accusa Berlusconi di tutti questi reati uno dei due dev’essere condannato, magari alla scadenza del mandato. Altro che immunità.

In secondo luogo, è sciocca l’affermazione secondo cui Berlusconi dovrebbe raccogliere la sfida e rinunciare pure lui all’immunità. L’immunità per cosa? Di che cosa è accusato, Berlusconi, in questo contesto? E anche ammesso che Berlusconi si dichiarasse disposto a farsi processare per divieto di sosta, non potrebbe: l’immunità recentemente introdotta per le massime cariche dello Stato (col casino che si sa) non è soggetta a rinuncia. Semplicemente la magistratura non è autorizzata a processare questi personaggi.

Non meritevole di commento infine è la minaccia di querelare il "Giornale", chiedendo gli stessi quindici milioni di euro di risarcimento. O la campagna di stampa è stata diffamatoria, e in questo caso avrebbero già querelato il giornale, o non lo è stata e non lo è, e la minaccia fa ridere. O sostengono forse che fino ad ora hanno amato troppo quel quotidiano per dargli fastidio?

Peccato. Ai tempi in cui il Pci era un partito pericoloso ma serio cose del genere non sarebbero mai successe.

Giannipardo@libero.it




LA VERITÀ DI FALOMI

Il 15 sera Falomi (Ds), interrogato da Fede, ha dato come prova d’un atteggiamento critico della Rai di Zaccaria nei confronti dei governi di centro-sinistra "una trasmissione di Santoro che provocò addirittura dei problemi". Una trasmissione di Santoro. Dopo un’affermazione del genere bisognerebbe osservare qualche secondo di assoluto silenzio, come alla fine di certe musiche sublimi, in attesa di ridiscendere sulla Terra da un empireo d’ammirazione, ed infine scoppiare in un applauso irrefrenabile, entusiastico, interminabile.

Falomi non ha detto un’assurdità. Ha usato una tecnica collaudata e non priva d’allori storici.

La prima caratteristica che deve avere un’affermazione per essere credibile non è che sia vera o verosimile, ma che l’ascoltatore abbia voglia di crederci. Se non fosse così le signore, invece di sentirsi lusingate per certi complimenti azzardati, dovrebbero reagire offendendosi: "Mi prende per scema? Guardi che io uno specchio l’ho, a casa!" Aspettiamo ancora di sentirla, questa risposta. Falomi dunque parlava a chi era disposto a dargli ragione checché dicesse, come certi tifosi sono sempre pronti a credere che un arbitro ha fischiato un rigore inesistente, se si tratta della loro squadra.

Poi un’affermazione può essere credibile perché il destinatario è ignorante. Dite che Ottaviano vinse ad Azio perché i suoi cannoni erano più potenti e molti vi crederanno.

Infine un’affermazione è credibile se echeggia consimili affermazioni precedenti. Basta parlare per mezzo secolo della vittoria dei partigiani sui nazisti e ciò diverrà vangelo. Una bugia infinitamente ripetuta diviene verità. Del resto, in "1984" Orwell ci parla del Ministero della Verità, il cui compito era diffondere bugie, ripetendole e imponendole. E in Unione Sovietica si riscriveva continuamente la storia, ed anche l’Enciclopedia, in modo che il passato fosse in linea col presente e lo favorisse.

Un caso, dunque, quello di Falomi? Nient’affatto. Lenin ha detto: "Se la verità è contro il partito, tanto peggio per la verità". E questo atteggiamento non nasce da semplice disonestà. L’origine prima è la convinzione di servire una causa tanto nobile che la verità di un singolo fatto, o anche di molti fatti, in fondo non pesa abbastanza perché la si rispetti. Quando i vertici militari cominciarono a convincersi dell’innocenza di Dreyfus cercarono lo stesso d’impedirne la riabilitazione "nell’interesse dell’onore dell’esercito". Dei galantuomini, magari eroi di guerra, erano disposti, per amore di un’idea, a sacrificare non la verità, ma un essere umano.

È ovvio che questo atteggiamento peggio che disinvolto nei confronti della verità sia più frequente nei partiti di sinistra. Moralmente essi si sentono più legittimati, portatori di un ideale più alto, eticamente migliori. Ecco perché Falomi non sorprende. Dicendo quelle parole ha dimostrato la propria cultura storica e politica. Si è reso degno di certi uomini di Stato che il mondo ha conosciuto tra il 1917 e il 1989.

Giannipardo@libero.it




MISS, MIA CARA MISS
Carnagione scura, occhi vivaci, labbra carnose. Non è molto alta nè particolarmente magra, una Penelope Cruz dei poveri, insomma ecco Francesca Chillemi, nuova Miss Italia.
Nata 18 anni fa a Barcellona (ME), è del segno del leone. Frequenta il liceo classico e vorrebbe diventare attrice. Le piace nuotare, andare in palestra, al cinema e in discoteca.
Purtroppo, la nostra Miss, non solo nuota, va al cinema e in discoteca, purtroppo parla, si fa intervistare. E son dolori. Sentite questa spalmatina di miele e protocomunismo, andata in onda su RAI 1 a notte fonda: <<Le chiedo cosa vorrebbe cambiare del mondo e, senza imbarazzo, si prende il suo tempo per pensarci, serenamente, ma con un briciolo di tristezza negli occhi. “Sai, dal denaro dipende tutto, vorrei che non fosse così e che qualsiasi mestiere tu faccia, il compenso fosse uguale per tutti.” Si illumina mentre per un lungo attimo Francesca ci crede veramente, sognatrice e utopista, i suoi occhi grandi da cerbiatta mi osservano folgorando e trapassando i miei pensieri, come se fosse in grado di leggerli tutti. Si commuove Francesca, addirittura ci abbracciamo.>>
Sipario, avanti n’atra.
(cp, 16.09.2003)




Sting, il maestro

Io adoro questo blog. Ma devo ammettere che questo amore è nato piano piano. All'inizio, mi proponevo di riciclarvi vecchie letterine spedite e mai pubblicate; e così ho fatto, confesso. Poi, mano mano, ho cominciato a riciclare le cose che scrivevo per il blog, adattandole e spedendole. Chiamo a testimone la cronologia: quasi sempre le cose che scrivo appaiono prima qui e solo poi sul Foglio o sul Riformista. Fa eccezione qualche scarabocchio, che risparmio a "Capperi!", perchè troppo ozioso, e che mando solo a Ferrara o a Polito, vedendomele lo stesso pubblicate. Va a capire, boh. Ad uno di questi scarabocchi, invece, vorrei capitasse sorte opposta, perchè solo dopo averne visto la pubblicazione (Il Riformista, 16.9.2003) ho capito che saldava un mio vecchio conto con Sting, in assoluto il tizio che mi è più antipatico nella galassia. Sì, pure più antipatico di Travaglio. Scusandomi per la parte di questo post che è fatua e un po' patetica vanità, ecco:

Caro direttore,
ho letto i testi delle canzoni dell'album di Sting che Andrea Scanzi recensisce con spericolata benignità sul Riformista di lunedì 15 settembre. Sono insulsi, melensi e spocchiosi come chi li ha scritti. Sicchè, se come il benigno recensore scrive, con questo album l'artista "vuole insegnare a tutti a invecchiare e morire", viene spontaneo implorare Sting di darci l'esempio. Volendo, può anche saltare la parte relativa all'invecchiamento, perchè in quella già ce la caviamo bene, a differenza di certi eterni zuzzurelloni noglobal e pacifisti. Saluti

Luigi Castaldi, Napoli


Brevi dal mondo

1.
Sono profondamente deluso e amareggiato del fatto che il governo d'Israele dichiari che una delle opzioni sia l'eliminazione fisica di Yasser Arafat. Sono cose che non si dichiarano prima.
2.
Significativamente bassa la vita media dei lottatori giapponesi rispetto ad altre categorie di atleti. Il sumo uccide.
3.
L'odiosa insinuazione che Fabio Fazio sapesse fare solo "Quelli che il calcio" è ora magnificamente smentita da "Quelli che il meteo". Come s'usa, complimenti per la trasmissione.
(L.C., 16.9.2003)


Il 15 maggio 1860, nella battaglia di Calatafimi, rimasero sul campo, tra morti e feriti, 140 napoletani e 70 garibaldini; appena il giorno prima, a Salemi, Giuseppe Garibaldi aveva assunto la carica di dittatore, in nome di Vittorio Emanuele. Confermata la regola che ogni dittatura è sanguinaria. Non resta che darci appuntamento in piazza Garibaldi per tirar giù la statua del dittatore. Gradita la presenza di tutti i sinceri democratici. Grazie.

(L.C., 15.9.2003)


Scalfari non sarebbe un calunniatore
La lenzuolata d' articolo domenicale di Scalfari, sulla Repubblica, è preziosa e di valore letterario. Da una vita sentiamo citare la shakespeariana celebrazione di Cesare da parte di Antonio. Per accusare Bruto, Antonio lo loda continuamente ("Ma Bruto è un uomo d' onore!") ma lo accusa nei fatti. Scalfari non è un imitatore e non usa il procedimento di Shakespeare. Infatti, per accusare Berlusconi, usa il procedimento inverso: dichiara che i fatti non sono veri "o comunque lui non sa se sono veri" ma Berlusconi è colpevole.

Cominciamo tuttavia con una nota umoristica. Per le carte svizzere di Telekom Srbija Barbapapà comincia col dire che si tratta di 2.500 pagine e poi aggiunge che "Da un primo esame compiuto dai commissari non risultano in alcun luogo e in alcun modo, né diretto né allusivo, tracce degli uomini politici chiamati in causa da Marini". Ora è lecito chiedersi come si possa, in pochi minuti, o anche in poche ore, compiere un esame che, pur rimanendo un "primo esame", esclude che ci siano certi riferimenti a nomi o fatti "in alcun luogo e in alcun modo, né diretto né allusivo". Per affermare che una cosa non esiste "in alcun luogo e in alcun modo, né diretto né allusivo", magari solo in un libro di trecento pagine, non basta un primo esame, ce ne vuole un secondo, un terzo ed anche un quarto. Solo se il testo fosse digitalizzato e trasformato in file si potrebbe, col comando "Trova", constatare che non esiste la parola "Fassino". Ma come escludere che di lui si parli come del "segretario dei Ds"? O anche come del "filiforme dirigente comunista torinese che di nome va Piero"? Dunque Scalfari spara stupidaggini contando su un pari livello dei suoi lettori. Ma il meglio deve ancora venire.

Afferma Scalfari: "sembra che il Capo li abbia incitati [i commissari della Telekom Srbija) a perseverare; non so se sia vero". E aggiunge: "Se fosse vero, lo ripeto", ma lui non sa se sia vero, "sarebbe grave e anzi gravissimo: avremmo infatti un presidente del Consiglio che suggerisce (ordina?) ai commissari dei partiti della maggioranza il comportamento e la tattica che debbono seguire". Ma lui non sa se sia vero. Ne conseguirebbe, uno potrebbe pensare, che Scalfari s' informasse, prima di parlare. Diversamente qualcuno potrebbe dire che "sembra" che sua moglie batta i marciapiedi vicini alla stazione. "Io non so se sia vero, ma l' ho letto da qualche parte". E, se fosse vero, "sarebbe gravissimo". Magari aggiungendo tra parentesi, così come lui aggiunge "(ordina?)", "quella signora batte il marciapiede (a prezzi stracciati?"). Non credo che l'anziano giornalista gradirebbe.

Ma egli non si ferma. "Perseverate, avrebbe detto". Avrebbe detto? Così come sua moglie avrebbe detto: "Vieni, bello, ti farò godere!"?

"Ma può il capo dell'esecutivo interferire nei lavori d'una commissione d'inchiesta? Evidente che non può". No, infatti, e chi gliel' ha detto che l' abbia fatto? Lui stesso dice di non saperne niente. Perché insiste, allora? È come se io proseguissi dicendo che sua moglie "Ha forse bisogno di quel denaro, per sopravvivere? Certo che no. Lo fa solo per vizio, come Messalina".

Ma Scalfari non si ferma dinanzi a nulla e dà consigli anche a Trantino. "Forse lo specchiato presidente di quella commissione dovrebbe andare a fondo su questa questione tutt'altro che marginale. Per esempio interrogando i giornalisti che hanno pubblicato quella notizia". Qui l' intellettualmente onesto Scalfari (onesto come Trantino è specchiato) suggerisce a Trantino un' operazione di cui non crediamo abbia il potere, e per la quale sarebbe immediatamente accusato di attacco alla libertà di stampa ed instaurazione del regime nazista. Perché non li interroga lui, Scalfari, prima di pubblicare sciocchezze sul secondo giornale d' Italia (per diffusione, non per altro, per diffusione)?

Come conclude Scalfari? Riferendo le parole di Berlusconi. "Perseverate, avrebbe detto il presidente del Consiglio". Avrebbe detto. Condizionale passato. Invece qui si può dire: "Scalfari scrive calunnie". Indicativo presente.

Giannipardo@libero.it , 14 settembre 2003






Prego, un sorriso, Carlos!

Più d'una imprecisione è presente nell'articolo di Carlos Fuentes, pubblicato dal Corriere della Sera, sabato 13 settembre ("Leni, Bunuel e il film bocciato da Roosevelt"). Basta confrontare alcuni brani dell'articolo con alcuni passi da "Dei miei sospiri estremi" di Luis Bunuel (Rizzoli, 1983).

Carlos Fuentes scrive: "Il grande regista aragonese lavorava alla cineteca del Museo d'Arte Moderna di New York, agli ordini di Iris Barry. (...) Si trattava di prendere il film di Leni Riefenstahl sul congresso nazionalsocialista allo stadio di Norimberga, Il trionfo della volontà, e trasformarlo da epico canto di esaltazione germanica e nazista ad arma di propaganda avversa. Ciò significava che Bunuel doveva trasformare la pellicola di Leni, che era di propaganda nazista, in una pellicola di propaganda antinazista". Nel suo libro di memorie, invece, Luis Bunuel narra le cose in modo diverso, a cominciare da Iris Barry, "sposata con il vicepresidente del Museo d'Arte Moderna" e dunque semplice intermediaria del progetto, che - scrive il regista - disse: "Come sa, gli ambienti governativi americani, contrariamente a quelli tedeschi, non credono all'efficacia della propaganda cinematografica. Gli dimostreremo che si sbagliano. Prenda i due film, li rimonti, perchè sono troppo lunghi, (...) e li proietteremo a chi di dovere per farne vedere tutta la forza". Prima imprecisione dell'articolo di Fuentes: "per farne vedere tutta la forza", non "trasformarla in una pellicola di propaganda antinazista".

Più oltre Fuentes descrive la scena nella quale Bunuel mostrò il suo lavoro di montaggio a Charlie Chaplin e René Clair: "Ogni volta che Adolf Hitler appariva sullo schermo, Chaplin si smascellava dal ridere, puntava il dito sul Fuhrer ed esclamava: 'Mi sta imitando! Ma si rendono conto? Non è altro che una mia imitazione!' (...) René Clair guardava con adombrato e gallico silenzio".

Diverso il racconto di Bunuel: "René Clair, orripilato dalla forza del film, mi disse: 'Non faccia mai vedere cose del genere, se no siamo perduti!' Chaplin invece rideva come un pazzo. Ridi ridi, è perfino caduto dalla seggiola. Perchè? Che fosse per via del Grande dittatore? Non sono mai riuscito a saperlo". "Mai riuscito a saperlo"? Bastava chiedere a Carlos Fuentes, che non era presente a quella proiezione, ma che sa tutto e lo scrive sul Corriere della Sera. Sa anche, come scrive nel finale del suo articolo, che Pinochet era "uno sciacallo assassino": un altro modo per trattare il passato con quel tanto di colore che rende la scrittura un lavoro di invenzione. Complimenti.

(Luigi Castaldi, 14.9.2003)


Farnese riprende a postare, visitatelo...


ZUPPA INGLESE
"Così come ho già fatto in passato, vi chiedo di brindare con un bicchiere di sangiovese ai vostri liberatori anglo-americani e, naturalmente, al Cavaliere, una figura solitaria che ha avuto il coraggio di dire la verità sulla storia d'Italia.
Viva l'America! Viva la Gran Bretagna! E viva Berlusca!"

Dall'articolo di quel simpatico mascalzone di Nicholas Farrell pubblicato da "La Cronaca", quotidiano di Rimini, qui il testo completo.
(cp, 13.09.2003)


Scarti riciclabili

Antefatto.
Mi scrive Mauro Suttora: si complimenta per una mia letterina apparsa su Il Foglio e mi rimprovera del fatto che sto perdendo la virtù della brevità, se mai l'ebbi. Ha ragione, cazzo, mi devo moderare.
1.
Secondo il mio umilissimo parere, il Cav. si sta divertendo un mondo a scandalizzare e inviperire i severi custodi del ammuffito sacrario dei luoghi comuni italiani col repertorio dei controluoghi comuni italiani. Che il fascismo sia stata una "dittatura benigna" si sente ripeterlo sui bus e ai bar da quasi cinquant'anni, con molti convinti annuire, come alle Feste de l'Unità si sente ripetere da quasi cinquant'anni che a liberare l'Italia da quella dittatura siano stati i partigiani e non le truppe Usa, con molti convinti annuire. E' la libertà, no?
2.
La condanna subita da Marco Travaglio per diffamazione nei confronti di Cesare Previti? "Era un processo civile, non penale. Ha accertato un danno, non un reato. E poi avevo scritto una cosa vera: il giudice non ha potuto darmi ragione perchè il mio avvocato non ha prodotto la prova che mi scagionava" dice il condannato ("Sette", n.37). Una visione del Diritto davvero sbarazzina, non c'è che dire. Procurare un danno non è reato? "Nessuna sentenza dice che io ho commesso un reato" insiste il condannato (ibidem). Ma la diffamazione non era un "delitto contro l'onore", come recita il codice, punibile fino a due anni di reclusione, addirittura fino a tre nei casi di aggravante per la diffusione a mezzo stampa? Certe vittime della giustizia si dibattono ben oltre il dibattimento, dànno la colpa al povero avvocato, piagnucolano che "il giudice non ha potuto darmi ragione". Se non è un matto, il giudice, è un impedito. Tutto questo, ovviamente, quando si tratta dei cazzi loro.
3.
Mi auguro che questo piccolo e comunque affettuoso appunto non le faccia l'effetto che solitamente fa la Crusca: col massimo rispetto, lei usa il termine "pazzotico" in modo improprio. Ingannato forse dal suono, che sembrerebbe impasto di "pazzo" e "cervellotico", lei ascrive al termine ogni volta un significato che, a desumere dai contesti, sembrerebbe l'equivalente di "paradossale fino al bizzarro". Questo significato non è corretto. A mio umile sapere, "pazzotico" appare per la prima volta nel 1823, ne "Il fortunato inganno", dramma giocoso in due atti per musiche di Gaetano Donizetti su libretto di Antonio Leone Tottola, nella III scena del I atto: "Ulisse già saje ca era 'nu guerriero pazzotico e mmiezo grottesco", sulle labbra di Vulcano, poeta, voce di tenore. "Ingegnoso fino allo stravagante", dunque. Non le paia pedanteria, la prego. E' che, per la grande autorevolezza della sua persona e del suo giornale, anche altri termini da lei brillantemente pescati dal desueto ("fuffa", "belluria", ecc.) hanno la sorte d'essere poi usati a spoposito, a mo' di vezzo referenziale, dai suoi tanti estimatori, con conseguente e grande confusione e qualche effetto tragicomico. Devotamente,
(L.C.)





TARADASH IN ONDA SU RETE 4
Da Prima on line riportiamo: <<Dai primi di novembre Marco Taradash condurrà in prima serata un talk show politico su Rete 4. Il programma, di cui non è ancora stato deciso il nome, andrà in onda ogni lunedì.
Una lunga militanza radicale, l’ex parlamentare del Polo, lascia la conduzione di ‘Iceberg’, trasmissione politica settimanale dell’emittente pluriregionale Telelombardia.>> (cp, 10.09.2003)



Da medico, posso assicurare che, per molta gente, già l'idea di avere dei polmoni, per quanto indenni dai danni da fumo e dunque, se indenni anche dai danni da smog cittadino, d'un delicato rosa e di un tumido e fastoso aspetto, - ma fatti poi in quel modo lì, di quella particolare forma, di quel particolare rosa, di quella particolare consistenza che la foto di un polmone lascia supporre a chi non l'ha mai visto dal vero - già tutto questo, per molta gente, è pura pornografia, con i suoi diversi effetti di passeggero disagio o passeggera eccitazione, - non risulta essere informazione. Dei propri e altrui organi interni, in un clima di rimozione culturale per tutto ciò che il corpo è di là dal mito e i suoi traslati, ciascuno si fa la sua idea, cogliendo indifferentemente da un film horror, dal Codice Atlantico di Leonardo, dalle diapositive colorate che Mirabella manda in onda ad Elisir ed ora anche da un pacchetto di Marlboro. C'è poca dimestichezza, in generale, per ciò che è sotto pelle e, in generale, dentro. Quasi ogni giorno faccio i conti con queste imago fantasmate d'organi interni che sono diverse da paziente a paziente, sicchè per taluni il colon è un tubo, per talaltri è una sacca, per talaltri ancora è un punto che fa male e basta. Spiegare loro il colon con l'ausilio di una foto, quand'anche mi sembrasse strettamente necessario per un'esatta informazione, non mi ha mai dato significative prove che la foto di un colon sano trovi migliore accoglienza rispetto a quella di uno malato. Ora, è evidente che l'idea di mettere sui pacchetti di sigarette immagini reali di trachee e placente e corpi cavernosi non è diverso dal sottoporre il fumatore ad un continuo fare i conti con questa verità autoptica, giacchè non mi risulta che il dispositivo della commissione Ue preveda immagini comparate sano/malato. Verità autoptica che sarebbe risparmiata al non fumatore. Insomma, dietro la scusa della sensibilizzazione ad un problema che è reale almeno quanto lo smog cittadino, si nasconde un inutile, sadico e intrusivo "memento mori" per chi fuma. Almeno fino a quando la detta commissione Ue non disporrà che sulla confezione di quel grande bluff farmacologico che sono gli epatoprotettori ci sia la foto di un fegato fresco, bello e tosto; o che si cominci dalle scuole elementari con qualche semplice rudimento di anatomia normale e patologica; o che all'ingresso d'ogni ristorante ci sia la foto dell'arteria e del trombo; o che sul fiocco rosa o azzurro che annuncia che dietro quella porta c'è un neonato si scriva "fatto/a di carne e fragilità: destinato/a a sicura morte". Avrei finito. Qualcuno ha da accendere? (L.C.)




“Ero in bagno”
Sull’affaire Telecom Serbia, l’autodifesa di Prodi, ieri su tutti i giornali, non solo non ha convinto nemmeno l’Osservatore Romano, che scrive: <<Resta dunque l’interrogativo sulle responsabilità decisionali dell’operazione>> ma, per dirla con le parole di Pascale, l’ex amministratore delegato di Stet Telecom defenestrato da Prodi proprio nell’imminenza dell’ operazione Telekom Serbia, <<L’impressione è quella di una persona che sfugge a certe responsabilità. Mi ricorda quel tale che quando gli chiesero conto di una certa decisione disse: “Ero in bagno”...>>
Poi Prodi è rimasto invischiato, se non altro per mancato controllo, anche in quella roba che, tra finti contratti e conti occulti, non abbiamo ancora capito bene e si chiama “scandalo Eurostat”.

Quello che abbiamo capito è che il poco osservatore Romano Prodi si farà interrogare dai suoi colleghi parlamentari europei della commissione di controllo dei bilanci, in una sede riservata, preclusa agli altri parlamentari, al pubblico e alla stampa... d’ altra parte quando si è in “bagno” meglio chiudere la porta... (cp, 10.09.2003)




LA SEDUTA
Eravamo in cinque, annoiatissimi. Qualche tentativo s'era fatto, ma pareva che la serata fosse nata già morta. Eravamo in troppi per giocare a tresette, si sarebbe potuto fare un poker, ma due di noi erano troppo kantiani. Avevamo acceso la tv, ma c'era da spararsi in bocca: la cosa più interessante era un oligofrenico dell'Italia dei Valori su Raitre, che, al confronto, il suo guardagregge ci faceva la figura del finissimo intellettuale. Niente tv, era meglio guardare la lavatrice. Fu a quel punto che a uno di noi, non ricordo chi, venne in testa l'idea della seduta spiritica. Non fatevi una cattiva idea della comitiva, l'idea scartata subito prima di questa era quella di aprire un forum sulla Quadruplice Radice del Principio di Ragion Sufficiente di Arthur Schopenauer. Ma eravamo in cinque, la radice era quadruplice: uno di troppo, come per il tresette. Così ci venne in testa la seduta, urca! E poi, e poi, e poi, credete davvero che sia una fanfaluca quella di mettersi a un tavolino per fare intervistine ai morti? Avete letto troppo Guenon. O non sapete nulla di via Gradoli. O avete troppi pregiudizi. Comunque sia, facemmo la seduta. Per inesperienza sbagliammo dimensione e ci apparve lo spirito di Marco Pannella. Ci tenne inchiodati al tavolino per sei ore... (L.C. 09.09.2003)





Bentornato tra i tuoi.
<<Mieli? Da quando è diventato il campione del cerchiobottismo>>, si diceva nei salotti di sinistra, <<se non lo recuperiamo subito, per noi è perso>>.
Sembrava proprio così, succedevano cose.
Mentre a sinistra ci si stracciava le vesti per quei <<porci di americani che l’ 11 di settembre se lo sono meritato>>, o si tifava per quelli che massacravano negli autobus il popolo d’Israele, il Mieli, abbandonato per un momento il cerchiobottismo, senza indugi di schierava con gli americani e con gli israeliani.
Poi arrivarono i giorni di quella presidenza RAI sfilata da sotto il naso ...
Nulla di preoccupante, si pensava, cose che capitano...
Eppure già quest’estate, chiusa per ferie la sua pagina sul Corriere, c’aveva lasciati un pochetto incarognito.
Poi, con il primo fresco, cominciano a succedere cose che non vorremmo aver né visto né udito.
Infatti, l’altroieri ce lo troviamo a Capalbio a sostenere, rivendicare e premiare un libro di Fassino non ancora uscito in libreria, poi, da ieri, è ritornato a regalarci le sue impalpabili opinioni da Corriere della Sera... e già oggi ce lo ritroviamo al suo posto di combattimento in fila dietro l’editoriale di Francesco Merlo, che è in fila dietro i <<giudici matti>>, che sono in fila dietro i giustizialisti e massimalisti di sinistra.
Ciao Mieli, bentornato tra i tuoi. (cp. 09.09.2003)




Domande retoriche

1.Quando Pierferdinando Casini dice che anche nella magistratura ci sono "mele marce", a quali mele esattamente si riferisce? Fuori i nomi. Vogliamo far inasprir qualche mela di quel ramo?
2.A pag. 3 de l'Unità di martedì 9 settembre, con la notizia che Excalibur riapre i battenti (in bocca al lupo, Socci!), leggo un mesto duolo: "Com'è tradizione, per i Ds un solo invitato". Eppure, se la memoria non m'inganna, s'era detto che a quella trasmissione i Ds non sarebbero mai andati? Ora, uno è poco?
3.Spunta un tatuaggio sul braccio di Maradona junior, in tutto simile a quello di Maradona senior. Chillo 'o fatto è niro niro?
(L.C., 9.9.2003)


Và!
Se pure uno ha fatto tanto, e a prezzo di tragicomiche nevrosi s'è liberato d'una madre asfissiante di premure, ecco che ti si para davanti lo Stato . Ti consiglia vivamente anche lui di metterti la maglia di lana, perchè se prendi freddo e ti ammali diventi un peso per l'economia nazionale. Non è un parlare tra adulti, diamine! Mamma ogni tanto pure chiudeva un occhio, e le scappava una mezza coccola. Con quanto confidare nel mio imprinting lo Stato conta di legarmi a questa fattispecie di affetto? Tanta, evidentemente. Sennò non userebbe certi metodi che neanche la mediterranea madre di cui sopra. "Il fumo uccide", e ce lo sapevamo. "Allacciatevi alla vita", vabbè, non togliamo posto in rianimazione a chi s'è rotta la testa non contro un parabrezza, ma scivolando dal bidet. Non è un parlare da adulti il far presente la difficoltà di genitore di fronte alla richiesta di presunti figli, che non abbiamo chiesto d'essere. Nè un gruppo di mammoni che senza mamma non muove mai un passo e che per non farla piangere obbedisce e obbedisce, nè un gruppo di viziati statalisti-assistenzialisti riusciranno mai a convincerci che questo sia il modo di far crescere bene un figlio, o un cittadino. Comunque, mamma, se stai leggendo, vorrei farti sapere che tu eri di media assillanza e che ti perdono, và! (Luigi Castaldi, 09.09.2003)


BOLLETTINO DEI NAVIGANTI

Per quel poco che di questo blog dovrebb'essere diario privato, vorrei sbracarmi un poco su quello che è mi accaduto in web, non molto tempo fa. Conoscevo già da un due annetti un delizioso nick e ... Ecco, lo sapevo, non avete capito un cazzo! Non sto parlando di chat, ma di quei meravigliosi mondi sottomarini che sono le communities politiche. Il nick non era 'chantal1982' o 'utero_bollente', ma proprio un nome e un cognome. Bè, che dire, io, quando amo, faccio pena: m'inginocchio e adoro. I suoi interventi erano tutti strepitosi, mi lasciavano talmente incantato da non riuscire ad essere neppure invidioso. Pensatela come vi pare, ma (1) ho conosciuto l'invidia certe volte, ed è così dolce lasciarsi andare ad essa che, se a uno gli scappa, e meglio non se la tenga; e poi (2) è difficilissimo che m'inginocchi, ho un menisco orgogliosissimo. Uno sterminato sapere, un'impressionante sensibilità, una stoffa d'anima inestimabile, ugualissimo e diversissimo, ma a un livello ch'io tuttora credo superiore, sicchè dovrei crescere ancora per dirmi pari: insomma, mi sono innamorato di questo forumista. Ecco, lo sapevo, non avete capito un cazzo di nuovo! Perciò non si dovrebbero mai andare a dire i fatti propri in giro, perchè ci sono orecchie come le vostre. Non vi permetto di equivocare, il sesso non c'entrava niente, come dice il blog di Platinette.

[Questo, gente, era un inciso ironico su certi post che ti dettagliano esattamente quanti peli pubici ha il postatore e a quanto sta il suo colesterolo. Non c'eravate arrivati, eh? Finora avrete addirittura pensato ch'io mi faccia le tresche platoniche, che sia checca, o domineddio sa che altro, perchè ho detto "mi sono innamorato di questo forumista", io, io che vengo dal Msi, c'ho florida prole, fama di sventrapapere e che strappo codeste cazzate al sonno quando non mi viene? Continuiamo, và, sennò metto su una delle permalosate mie che il Meotti ne sa qualcosa...]

Dunque. Mi pare lui corrisponda, sì sì, corrisponde: Dio, che onore, corrisponde! Insomma, sono stati due anni di paradiso. Battibecchi quasi quotidiani nel forum, gentilezze, falsi litigi divertentissimi, complimenti-che-quando-sono-veri-te-ne-accorgi-subito, pieno godimento reciproco. (Non so perchè, qui non ho paura d'essere immodesto, rischiando il ridicolo: "reciproco", perchè sono stato abbondantemente confermato. Sapete, le insicurezze maschili sono burroni e termitai, e l'horror vacui è tutto un brulicar di prole e papere...) 'Nsomma, non mi viene anche con lui la mia solita idea di voler conoscere di persona quelli di cui ho amato tele, dischi, pagine, idee? Mi viene. Ho qualche eccesso di carnalità, con dolenza convengo.

Noi due avevamo un pur rado epistolario privato, perchè le nostre faccende le avevamo sempre sbrigate in pubblico, sotto gli occhi di tutti, due sfacciate sbarbine nel bukkake. Gli scrivo, e scrivo più o meno "vengo a Roma, hai tempo per prendere un caffè da Rosati?". Scopro che non si può muovere, non può nemmeno parlarmi al telefono. Sono medico, ma non ho il coraggio di chiedere "di che si tratta?" Esiti di un incidente è l'idea che mi frulla in testa, non so perchè. Ma potrebbe essere qualsiasi cosa. Di fronte a questa rivelazione ho un botto, addirittura chiudo il telefono in faccia a chi mi dice dall'altra parte del filo che il mio bello "non può parlare, ha una tracheotomia, deve dire a me e io poi le dirò cos'ha risposto". Mi vergogno un poco a dirlo, ma l'ho fatto. Fatevene l'idea che vi pare, anime-pie-del-cazzo. Quell'uomo, in rete, era l'esatto contrario. Sono rimasto ventiquattr'ore come istupidito. Gli riscrivo, spiego, lo abbraccio per e-mail. Ecco, sto quasi per finire, chiudo subito il diario. Noi due, ora, si continua a godere insieme in rete e per e-mail, addirittura adesso ci vogliamo bene e ce lo diciamo senza doverci nascondere dietro quel modo un-po'-così di stare in rete che certe volte è posa e poc'altro. Ora, quando nelle sue poesie in quel forum lui si descrive come una belva che gira nella notte sui tetti in cerca di vergini tremanti, io so a cosa esattamente miri e come spessissimo ci riesce: è una penna eccezionale! Da parte sua, egli sa che quando faccio il sadico sentimentale, come in questo pezzo, in realtà io detto e un altro scrive.

[Postilla: Tu che dei blog ami la parte che dovrebb'essere diario privato e sei arrivato alla fine di questo lungo pezzo (però saltando, ammetti: non fare il disonesto, chè ti ho visto!) , non era meglio che ti leggevi il "Bollettino dei Naviganti"?] (L.C.)


L’IMBROGLIO DEL PREMIO
Sul “Corriere” si fatica a trovarla ma, in fondo a pag.14, la notizia c’è: <<Fassino premiato a Capalbio>>.
Notizia, invero, clandestina e stagionata.
Aveva cominciato Dagospia con Gianpaolo Pansa che dichiarava: <<trovo paradossale che un libro sia premiato prima di essere letto da qualsiasi critico, di aver incontrato un qualunque lettore, prima ancora di essere finito sugli scaffali di una libreria: se questa diventasse la regola i premi letterari sarebbero assegnati ai buio e preventivamente: francamente mi pare un po' troppo>>
E, banalità - visto il nulla che pubblicavano il Corriere, La Repubblica, l’Unità e compania cantando - ci s’immagina cosa sarebbe successo se, ad una qualsiasi giostra letteraria, avessero premiato un libro, non ancora uscito in libreria, di Berlusconi...
Ma ritorniamo a pag. 14 del Corriere della Sera.
Le tre colonnine di fondo pagina danno una notizia e una slinguazzata.
La notizia: Paolo Mieli, presidente della giuria, dichiara <<Il premio a Fassino? Ho deciso io>>.
Capperi!
La slinguazzata: <<il figlio di Renato Zangheri, un bimbetto di 8 anni... mentre i grandi parlano... ha sfogliato le prime pagine del libro>> poi rivolgendosi al padre gli ha detto:<< E’ un libro scritto da una persona dolce che ama Torino>>
Ricapperi!
Alla rimpatriata capalbiese c’era pure Michele Santoro che ha pure dichiarato qualche cosa; questa ve la risparmiamo. (cp, 07.09.2003)




In un post del 23.8.2003, mostravo pesanti perplessità sulla durata di Abu Mazen e scrivevo: "E' stato un grave errore di Israele lasciare in vita Yasser Arafat, credo che lo si capirà pienamente solo alla caduta di Abu Mazen". Due settimane scarse hanno dimostrato che, con Arafat vivo, è impossibile qualsiasi Road Map. Altro che lasciarlo libero di girare, come blatera ora qualche coglionazzo! Allo stato dei fatti, la morte di Arafat aiuterebbe innanzi tutto i palestinesi intenzionati alla pace, ovviamente dopo qualche inevitabile recrudescenza di terrorismo in reazione alla sua uccisione. Morti che Israele avrebbe potuto risparmiare, se Arafat fosse stato eliminato prima. "E' stato un grave errore di Israele lasciare in vita Yasser Arafat, credo che ora lo si sia capito". (L.C.)


Follia?
Non so se un'altra delle prerogative esclusive di cui godono i giudici sia l'essere matti. Se sì, non so se questa prerogativa sia data loro di diritto con le altre o se proprio dalle altre derivi. Un fatto è certo: non fanno fare ai giudici una vita normale.
Appena laureati in Legge, li chiudono in stanzette strette, tra cumuli di libri e carte; dicono loro che vincere il concorso di magistratura è una disperatissima chimera; fanno pagare loro certi corsi esoterici e salatissimi a prezzo di lunghe umiliazioni domestiche; studiano tanto e con tanta fatica che pure un bue stramazzerebbe e Pico diventerebbe un Picchiatello; dicono loro che non conosceranno week-end, natali e ferragosti, e infatti via via i poverini si rendono conto che per loro davvero non esistono; fanno capire loro che il curriculum di Parsifal è una passeggiatina rispetto a quello che li aspetta. D'altronde, fare il giudice è una cosa seria, non per nulla consiste nell'amministrare la Verità, il Giusto e il Bello. Cosa può fare un ragazzetto sulla ventina, bravo e volenteroso, ma fatto di carne e pulsioni, per tacere degli archi riflessi, che, indipendentemente dal motivo, abbia scelto la missione di servitore dello Stato, accumulando, insieme al dolore e e insieme alla fatica, la diffidenza antropologica per il rosticciere sotto casa? Il quale, sia detto, onestamente, è grasso, zotico e contento, col suo forchettone gocciolante in mano.
Arriva finalmente il giorno del concorso. Fanno entrare il candidato, lo perquisiscono, gli tolgono cellulare e effetti personali, lo mandano a un banchetto sorvegliato da un poliziotto perchè non copi, deve entro tot ore consegnare un'anonima busta che guai se ci sono sopra due gocce di Chanel che permettano d'identificarti. Uno su cento o su trecento vince, è giudice, guai a lui se è napoletano, chè il Corriere s'incazza. Lo vince, questo concorso, e allora lo sbattono per cinque anni a Oristano. Quando alla fine è alla soglia della quarantina e della realtà che lo circonda gli hanno fatto veramente dimenticare tutto per ridarglielo in vaghe forme di abigeato, usucapione e tutte le gamme dei doli, ecco che il giudice si trova davanti il rosticciere. Il quale, sia detto, onestamente, ha schiaffeggiato la moglie, detto "cornuto" a un vigile e fatto pipì su una piazzola autostradale. Cose che neanche Parsifal tollererebbe. Il codice parla chiaro, l'avvocato difensore è un fighetto figlio di avvocato con la BM cabriolet: ecco seicento pagine di motivazione alla sentenza, che semmai assolve il rosticciere, perchè uno stronzo di legislatore, perchè uno stronzo di cancelliere, perchè uno stronzo di collega in cassazione... E tutto questo può dirsi follia?
(Luigi Castaldi, 06.09.2003)


EUROPA PINOCCHIA
Facciamo che uno, ieri mattina, avesse avuto l’avventura di assistere alla seduta del Parlamento Europeo a Strasburgo dove, con 252 si e 190 no (18 le astensioni), s’è votato un documento che definisce il caso italia <<inquietante>> perché: «il capo del governo esercita la propria tutela sulla televisione pubblica Rai, ma è al tempo stesso proprietario del maggiore gruppo di mezzi d’informazione privato del Paese»...
Facciamo poi che quell’uno, sempre ieri, prenda l’aereo e arrivi a Milano in tempo per i telegiornali TGI, TG2, TG3, TG5... chi più ha più guardi... e su Berlusconi, per una sua battuta sui magistrati che hanno condannato Andreotti per omicidio, si scatena l’iraddio.
Dal Presidente della Repubblica all’ultimo portaborse ulivista; da Rognoni -di nome o di fatto?- ad un certo Salvatore Scaduti, una folla di dichiarazioni contro Berlusconi assedia i TG della sera...
Si, vabbuono, ma come la mettiamo con quel documento del Parlamento Europeo?
Ha ben da sfiatarsi il Renato Schifani, che nel frattempo s’è tagliato il riporto, ha dichiarare: <<Tanto baccano per nulla>>; anche nei TG della notte si ripete l’assedio antiberlusconiano.
Poi, quell’uno, va nanna e, ripensando a quel documento d’inquietudine approvato di mattino dal Parlamento Europeo, magari gli scappa di sognare un Pinocchio, nel paese dei balocchi, di dimensioni europee...
Poi stamattina, quell’uno, si sveglia, fa un salto all’edicola... e, hai voglia a scegliere: dalla Stampa a Repubblica, dall’Unità al Messaggero, dall’ultima Gazzetta dell’ultima provincia italiana al giornalino della Margherita che forse si chiama Europa, son cazzi: tutti addosso al Berlusconi.
Se poi quell’uno si limita a leggere il maggiore quotidiano italiano - il Corrierone, purtroppo capita, e quasi solo quello leggono in Europa- , quell’uno si trova, sparato in prima, un titolo a tutta pagina sullo <<sconcerto per le dichiarazioni del Cavaliere>> e, a sinistra, due colonne del solito Merlo che, <<oltre il limite>>, si spinge sino alla <<commiserazione>> di Berlusconi... <<la stessa provata per Robert De Niro che, pugile per forza, dopo l'incontro si finisce dissanguandosi nelle toilettes.>>... allora, forse, a quell'uno non resta che pensare: <<Minchia questo Berlusconi, che tutela!>>
(cp, 05.09.2003)


D’accordo, Berlusconi che ha tanto da fare come mai trova il tempo di straparlare? E di divenire un professionista dei self-inflicted disasters? Ma stavolta parlava di Andreotti. Un vecchio che dei giudici hanno condannato per omicidio e che tuttavia è onorato dal Papa e da tutta la comunità nazionale. Qualcuno deve avere problemi mentali. Magari tutti gli italiani. Gianni Pardo


Senza titoli
1. "Ho il dovere ed il piacere di comunicarvi ufficialmente che l'Italia dei Valori ha raggiunto e superato (prima ancora della data di scadenza fissata) abbondantemente la raccolta delle canoniche 500.000 firme..." (Antonio Di Pietro, l'Unità, 2.9.2003).
Prima il dovere e poi il piacere, scuola milanese.

2. Sbrigando la sua triste routine, Marco Travaglio scrive: "Primo comandamento: non nominare il nome di Berlusconi invano" (l'Unità, 1.9.2003). Se quello che Travaglio intende calzare alla Cdl è il Codice dell'Alleanza (Esodo), sbaglia parafrasi. Il primo di quei comandamenti recita "non avrai altro Dio fuor che me"; a recitare invece "non nominare il nome di Dio invano" è il secondo. Ma qui mi viene un dubbio: che cazzo può fottermene di Travaglio?

3. Per la seconda volta Emanuele Macaluso (Il Riformista, 4.9.2003) esibisce, come un trofeo, la pulce che crede d'aver fatto a Sandro Bondi, citandone una frase tratta da un'intervista al Corriere. A parer suo, sarebbe prova provata (e con la forza del lapsus) dell'ipocrisia del centrodestra in tema di garantismo. Certo, nessuno nega che certo centrodestra abbia slanci di garantismo a intermittenza, ma in questo caso, o per infortunio argomentativo o per amor di propaganda, Macaluso erra. L'on. Trantino non è un giudice innanzi al quale debba formarsi la prova a partire dal contraddittorio di accusa e difesa, messe in pari condizioni, secondo i dettami procedurali. Egli è il presidente di una commissione parlamentare che non emetterà una sentenza, ma al più una relazione di maggioranza ed una di minoranza. Ora, "è interesse dei leader del centrosinistra (...) dimostrare l'infondatezza ecc." non significa, sensu stricto, che essi "debbano", ma che appunto sia loro "interesse". Più che una presunzione di colpevolezza rispetto ad un reato di cui si interesserà l'apposito tribunale, il contesto autorizza a credere che quella sia una richiesta di spiegazioni politiche rispetto a una vicenda che, se non ponesse dubbi sul piano processuale, molti ne avanza rispetto ai modi di gestire il patrimonio dello Stato da parte del governo dell'Ulivo. Da qui a considerare Bondi un giustizialista ce ne corre, a meno che non si voglia confondere le carte in tavola. Cosa che Macaluso non "deve" evitare, ma, per la sua gran fama di commentatore, avrebbe "interesse" ad evitare. Ancora un'ultima cosa, forse una semplice inezia: quando si mette tra virgolette le ragioni dell'uno, bisognerebbe mettere tra virgolette anche le ragioni dell'altro, e "burattinaio" nel corsivo di Macaluso non era virgolettato. Verrebbe da gridare alla mancanza di garantismo, usando il metro di chi in quel corsivo se n'è lamentato.

4. "Se la terapia sostitutiva fa male lo decidano le pazienti" scrive Elisabetta Rasy su "Sette". Il fatto è che le donne in menopausa non possono decidere se quella terapia faccia male, ma solo se intendano o meno praticarla nonostante quello. La qual cosa sia concessa in nome della libertà di ciascuno, per quanto esistano farmaci capaci di combattere i fastidi della menopausa (vampate, osteoporosi, ecc.), senza per questo eluderla comprando le mestruazioni in farmacia al prezzo degli effetti collaterali (la Rasy non li cita, a meno che non abbia fatto confusione con le citate invece "pesanti controindicazioni"). La menopausa non è una malattia, lo è piuttosto il non sapere invecchiare. Non si tratta di vietare paternalisticamente ad una paziente la scelta di prolungare a piacimento i suoi tassi ematici di estrogeni e progesterone, terrorizzandola, ma di evitare che ciò che scrive "Lancet" sia considerato poco più d'un opinione, degna nè più nè meno di quella di una paziente che per errata informazione (grazie, Rasy!) fa confusione tra effetti collaterali e controindicazioni. Se sia avventato costruire una casa sulla battigia facciamolo decidere all'ingegnere, lasciando pure la libertà agli ingegneri folli o compiacenti e ai loro folli e disinformati clienti di farlo pure, se proprio si ama tanto quella particolare prospettiva del tramonto marino e la si voglia godere proprio da un letto a baldacchino. Ma che almeno non si venga a dire, a fine pezzo, "da sempre il corpo femminile produce fanatismi". A metà pezzo l'avevamo già intuito.

5. Spunta un tatuaggio sul braccio di Maradona junior, in tutto simile a quello di Maradona senior. Chillo 'o fatto è niro niro.

6. Leggete, leggete, leggete "Moscardino".

(Luigi Castaldi, 04.09.2003)


Domandina a Fassino

Il garantismo direbbe di andare cauti e che i teste quando sono super sanno sempre di pompaggio un pò sospetto. Ma mettiamo la questione Telekom Serbia sul piano della storia. Per la sinistra quello balcanico è il peggior fascismo degli ultimi anni: perchè stringere un accordo economico e politico con qualcuno che si reputa un macellaio come Milosevic proprio durante un conflitto? E' quantomeno saporifera e soggetta a luculliane speculazioni questa compravendita telefonica, la Telecom Italia la rivende al 58% in meno, in più se ci mettiamo un interesse bancario del 12%, per sei anni, il totale va a più di 866 miliardi in fumo. Il signor Fassino potrebbe mettersi nei panni dell'italiano medio, e rispondere: l'Omega sì, l'Igor no? La forca senza se e senza ma per Previti che si dichiara innocente, e nemmeno il sospetto o l'insinuazione per questa colossale truffa di stato? Caro Cordero, capisco che le cifre stimolano meno dei polipai del Cav., ma dov'è finita la tua fantasia? (gm)




Profanare i corpi, segnare le anime...

Non so se ne valga la pena. Comunque, vista l’ incursione agostana tra il Domenicale e Wu Ming, voglio lasciare traccia di una lunga polemica sviluppatasi su Indymedia tra “spartacus”, che accusa Wu Ming di essere, via Einaudi, <<gente che lavora per Berlusconi>>, e dunque di doppiogiochismo con gioco concordato sottobanco con il Domenicale, e “Wu Ming 1” che definisce lo stesso “spartacus” <<un povero coglione... molto più pericoloso di qualunque infiltrato>>:
La polemica, tra i vari <<leccaculo>> ... <<serve berlusconiane>>... <<sei un ominicchio>>, s’alza di tono; intervengono altri che prendono per i fondelli Wu Ming: <<non bisognerebbe mai cadere sulle bucce di banana della propria etica>>...; altri ancora, vestiti da Sherlock Holmes, svelano la presunta identità di “spartacus” o inseguono tra i vicoli romani, con tanto di mappa, un certo editore che s’incontra con il doppio gioco... poi la cosa si perde nei meandri di sconosciute case editrici, <<uffici stampa di bancarottieri>>... naufragando nell' <<ambiente culturale romano che è una fogna, con canalette tracimanti merda che passano di salotto in salotto>>
Insomma per chi avesse un’oretta da buttare e volesse saperne di più clicchi qui.
(cp, 03.09.2003)



TELECOM-SERBIA, alla maniera di TOTO’

* Dal punto di vista del Governo: È il vaso che ha fatto traboccare la goccia!
* Dal punto di vista dell’opposizione: Quisquilie, bazzecole, pinzillacchere, sciocchezzuole!
* Dal punto di vista del cittadino: È la somma che fa il totale!



(cp, 03.09.2003)


Mix
1. Da un'intervista a Daniele Luttazzi (l'Unità, 31.8.2003): "Ciampi si renda conto che abbiamo un capo del governo illegittimo"; "L'opposizione è sorda alla società e non fa opposizione. (...) Per ora l'importante è mandare a casa Berlusconi, ma poi si dovranno fare i conti anche a sinistra"; "Nei Ds vige un centralismo democratico un po' farlocco"; "C'è da fare la resistenza"; "Serve qualcuno che veda tutto al contrario per cogliere il senso di prospettiva delle cose"; e altre simili delizie. Nell'introdurre l'intervista Luigina Venturelli aveva scritto: "Questa è un'intervista politica". Sottotitolo al pezzo: "Non c'è niente da ridere". Come? Una volta tanto che il povero Daniele c'era riuscito?

2. Quando su un palco si ha un microfono davanti, un fondale dipinto dietro e tanta gente sotto che applaude, qualche sventatezza può scappar di bocca, è umano. Ritirare questa querela a Piero Fassino sarebbe un grandissimo gesto. Solitamente, prima si fa e più grande è il gesto. Un po' lo conosciamo ormai, prima o poi il Cav. ritirerà questa querela. Non c'è bisogno che sia troppo presto però, sennò scatta la solita diagnosi di narcisismo. Tutto con molta calma.

3. Non è bello rifugiarsi nell'orrore e negare all'antropofagismo il rispetto che si deve ad ogni cultura diversa dalla nostra. Se uno, dopo averlo ucciso, mangia il suo nemico, è per assumerne forza, coraggio e carisma, scongiurandone la vendetta dello spettro. Anche il cannibale merita rispetto. Ma che Bettino Craxi gli rimanga sullo stomaco o addirittura gli si metta in gola di traverso!

(Luigi Castaldi, 02.08.2003)


(L.C., 2.9.2003)
Alba Parietti ha aperto un suo blog http://alba.blog.tiscali.it . Mamma butta la pasta, diceva Dan Peterson.


BE&BE
Venezia 1: foto Bernardo Bertolucci per il mercato nord-americano


Venezia 2: foto Bernardo Bertolucci per il mercato europeo








(cp, 01.09.2003)




Memorie da "Adriano
"
Per quella parte di blog che dovrebb'essere diario privato vorrei parlare di una serata a Carovilli (Isernia). Fosse per me, starei a girarmi i pollici su un divano per interi secoli, guardandomi in vhs vecchie puntate di Ottoemezzo, la Lulù di Pabst e La via lattea di Bunuel, leggendo e rileggendo Eliot, Pound e Beckett, sfogliando riproduzioni di Bacon e Cranach. Mi salva la fidanzata. Quando s'accorge che sta crescendomi un po' di muffa sotto il cervelletto, prende la macchina e mi scorrazza in giro per l'Italia. Io faccio il muso e bofonchio, ma si capisce che è un rituale, il primo ad esserne contento sono io. Ci si muove, si va a sfruculiare l'Appennino. Di solito si parte presto, coi primi scaracchi di Bordin sulla rassegna stampa. Se è il turno di Capezzone o Taradash, si fa un sospiro e ci si spara un cd di quelli collaudati. Pieno, olio, acqua, mazzetta di giornali, caffè, carta di credito e una stecca di Marlboro.
Stavolta, Carovilli. Carovilli, perchè su l'Espresso di questa settimana c'era la recensione di un ristorantino, "Adriano", via Napoli 14/i, n. tel. 0865/838688 (attenzione, perchè quella merdaccia di giornale dà il numero sbagliato, a quello giusto qui sopra ci si è arrivati alla Claudio Bisio, con l'892424!). Brunella, che poi sarebbe la fidanzata di cui sopra (classe 1978, indole asprigna ed essenziale di capricorno con luna in ariete), ha già pronto nascostamente il programma da qualche giorno.
Mattinata a Roccaraso, a mantecare i prati tra farfalle e cicale. Due righe a Ferrara su Tzvetan Todorov, due righe a Polito su Daniele Luttazzi, minutino di solidale cordoglio perchè Meotti non c'è nè sul Domenicale nè sul Foglio (io e Brunella sappiamo cosa significa in quel d'Arezzo) e già s'è fatta l'ora dello spuntino prandiale. Dal bagagliaio escono il patè preso a Paris, le more, i lamponi e due Campari mix. Ruttino, pulizia del prato, partenza per Carovilli, con soundtrack di quella checca maso di Wim Mertens.
Carovilli è un paesino come tanti. Gente cordiale, con qualche tollerabile punta d'invadenza verso i forestieri. Assicuro che, se uno come me dice "cordiale" e "tollerabile", la gente di Carovilli potrebbe sembrare celestiale a un qualsiasi altro essere umano, perchè sono un tipaccio, ho ucciso mamma a undici anni, perchè insisteva con la maglia di lana. Ma è meglio non divagare.
Siamo in collina, fa fresco, con un tenue rimpianto d'afa. C'è una sezione del Pds (sic!), a Carovilli si sono persi due passaggi intermedi verso il Partito Riformista, di cui pare stia per schiudersi l'uovo. In chiesa, leggiamo sul sagrato, ci sarà un coro di Agnone in serata. Non c'è neppure bisogno di azzardare una bozza di proposta. L'altra metà del mio cuore me la stronca con quell'obliquo sguardo da Giuditta su Oloferne, come per dire "musica per mufloni dopo aver mangiato?". Andiamo da "Adriano". Abbiamo fatto bene a prenotare.
Cerchiamo di metterlo in difficoltà chiedendo del vino bianco, giusto per fare un po' gli stronzi. Smorfia di dolore dell'oste che torna con un Fiocco del 2002 e con un correttivo-propedeutico-moratorio-lenitivo: un'anima di miele su un tocco di ricotta caprina. Ci viene amorevolmente intimato di non toccare il pane, un po' perchè il tripudio di tartufo che sta per scatenarsi ne soffrirebbe, un po' perchè la cena ha nove portate (il menù è a discrezione di "Adriano"). Obbediamo.
Tralascio il resto, perchè consiglio vivamente il ristorante e la sorpresa dei piatti è parte del godimento. 62,50 euro in due, grappa di rovere, regalini da portare a casa (marmellata del posto e formella di ricotta), stretta di mano, promessa di ritorno.
Come alle mie figlie, quand'erano piccine, alla fine delle favolette euipniche di "Cappuccetto Fucsia" e dei "Tre porcellini tossicodipendenti", chiedo a voi, disperando di una risposta esatta: "Come ci insegna quanto fin qui narrato?". Che pure l'Espresso, tra le tante solite stronzate, può scriverne di tanto in tanto una giusta. (L.C., 01.09.2003)


"Passione secondo Piero", I

1.
"Mi iscrivo direttamente al Pci e non alla Fgci, che in quel periodo (1968, ndr), anche se non formalmente, si è praticamente disciolta. Il suo profilo politico si è appannato di molto, da quando (...) è prevalsa la linproposta da Achille Occhetto e Claudio Petruccioli di 'stare nel movimento' " (Piero Fassino, "Per Passione", pag. 39).

"Il movimento studentesco si batte contro il sistema capitalistico, quindi è nostro alleato" (Luigi Longo, segretario del Pci, 1968).

2.
"In ogni caso, in quel settembre del '68 scelgo il Pci perchè sono sempre stato istintivamente alieno da ogni forma di massimalismo" (Piero Fassino, Op. cit., pag. 41).

"La Nato è repressione, la Nato è fascismo", "La terra a chi la lavora", "Sospensione del Mercato Comune Europeo!", "La Dc è con i padroni, i comunisti sono con gli operai", "Rispondi al padrone: diventa comunista", "50° della Rivoluzione Socialista d'Ottobre: mezzo secolo di lotte e di conquiste per lo sviluppo della civiltà umana" (Manifesti del Pci, 1967-1968).

3.
"Pajetta (...) non volle mai arrendersi all'idea, che si è dimostrata inesorabilmente vera, che il comunismo fosse incompatibile con la libertà e la democrazia" (Piero Fassino, Op. cit., pag. 49).

"Cosa gli rimprovero? Quell'intervista al Corriere nella quale dice che si è iscritto al Pci contro il comunismo. Non è vero, naturalmente, e allora perché dirlo?" (Diego Novelli in: Piero Sansonetti, "La storia di Piero", l'Unità, 17.11.2001).
"Piero Fassino, nella complessa mappa degli schieramenti interni, certamente nasce a sinistra. Forse, all’inizio della sua militanza, poteva persino essere definito ingraiano, anche se non organicamente. Era legato a Bruno Ferrero, il segretario regionale, e la parola d'ordine era: 'centralità operaia'. Poi diventò berlingueriano. Enrico Berlinguer lo mise nel gruppetto dei trentenni sui quali puntava" (dal sito della Federazione Provinciale di Cuneo, www.dscuneo.it).
(Luigi Castaldi, 29.08.2003, segue)






Un ritratto di Giuliano Ferrara, molto simile a questo , viene fatto da Piero Fassino su "Sette"
(anticipazioni dal volume "Per Passione").
Fassino non ci frega, il vero Ferrara è questo:



Sul finire d'agosto (L.C.)

1. Cos'è meno vile e odioso verso Caino, il linciaggio in piazza, l'esecuzione della pena di morte o l'imputazione morale di mancato suicidio riparatore? Raccolgo alla tv la delusione delle pie anime di Rozzano, che preferivano un diverso happy end, e provo orrore. Non disgiunto però ad un grande rispetto per le (a me ignote, ma sicuramente immancabili e salde) virtù di storia, tradizione, gastronomia e paesaggio, gelosamente difese dalla indefessa pro-loco.


2. Se il commento politico che degenera in risikata ci fa dire "non accadrà, ma ce lo siamo letto", quello che viene anticipato di questa "Passione secondo Piero" ci fa dire "non è accaduto, ma ce lo leggeremo". Non è accaduto, semplicemente non è accaduto, che il Pci sia diventato Pds in quel modo, o almeno non proprio, ma, nella speranza di cavarci qualche rivelatore lapsus calami, ce la leggeremo tutta. Vi faremo sapere.


RE NUDO
Davanti al giornalaio stamattina, come ogni tanto mi capita quando mi ritrovo tra tanta gente (si, i maledetti, sono tornati quasi tutti dalle ferie!), m’ha preso una specie di solitudine, subito esorcizzata perdendomi nella lettura delle copertine dei giornali esposti.
E’ qui che, sotto la testata di “Re Nudo” , “la rivista per la rivoluzione dell’essere” (così -madonna che presuntuosi!- si definiscono) ho incontrato Massimo Lensi, anzi: <<Massimo Lensi . Viaggi: L’india in Toscana>>
Per via dell’avere, sono 3 euro e 80 centesimi quelli che ho dovuto sborsare per portarmi a casa un poco di Massimo Lensi e un troppo di Majid Valcarenghi.
Del troppo di Majid, e di un tale, di nome fa Italo Bertolasi, che nel casino mediorientale distilla tutto il suo unilateralismo antiebraico scrivendo di <<eroi e martiri che si sacrificano per la libertà della Palestina>> e facendo credere che il problema di quella parte del mondo sono le “colonie ebree” e non la minaccia all’esistenza stessa d‘Israele, parlerò n’altra volta.
Oggi parliamo di Massimo, cioè del suo articolo-racconto-viaggio.
Godibilissimo.
Tra San Galgano, Macondo e Puri, il racconto di Massimo si sviluppa in dialettica con il suo Guru preferito: <<Malmessi nel fisico, ci ripetiamo però che se la costruzione del probabile, per dirla altrimenti, ci impegna ancora, ora dopo ora, giorno dopo giorno, fino a quando non ci si sentirà leggeri, è perché nutriamo la speranza di scovare d’improvviso negli anfratti di un eremo i resti di qualcosa che sempre affiora e -alla malora- scacciamo sempre via. Lontano. Altrove. Si chiama: libertà. Altro non è...>> e lì, <<prendendo il sole, bevendo birre, mangiando pesce>> ... <<lontano dai desideri di un mondo migliore, ma non da quello dell’utopia>> riconosco quella specie di solitudine che è anche la mia e che, volendomi bene, mi prende a tradimento.
Si, il re è nudo, e neanche Massimo veste Armani.
(cp, 28.08.2003)





Una volta si chiamavano “marchette”, ora... "marketing".
A dispetto di ogni più allarmante previsione bisogna pur constatare che quelli del Corriere della Sera sono dei maghi.
Lor signori, pur di pubblicare la miglior battuta dell’anno (Fassino: Nel giugno del 2001, ad una giornalista francese che mi chiedeva per quale sinistra io mi candidassi a segretario nazionale dei Ds, risposi «una sinistra che non abbia paura. Una sinistra che alla tranquillità della conservazione preferisca il rischio dell’innovazione») hanno dedicato l’intera pagina 11 (con occhiello in prima) alla promozione, gratuita, del libro di Piero Fassino, edito da Rizzoli, da domani in libreria.
Che testa da marketing questo Folli!
(cp, 27.08.2003)



"Matt Groening, per farsi leggere si è fatto coniglio di Giulio Meotti- Il Foglio, domenica 24 agosto 2003


Cliccate qui per visitare una interessante animazione flash sulla storia di Israele........


Lo spirito
Piero Sansonetti ci viene a dire che gli è apparso "lo spirito del vecchio Pci alle Feste dell'Unità". Liberata dalla forma goffamente sentimentale, l'affermazione merita attenzione e qualche domanda. E' su quella gente che cena a venti euro con lambrusco e salsicce alla brace che aleggia lo spirito del vecchio Pci? Aleggia su quei pensionati sarcastici e rancorosi, su quelle maestrine cellulitiche ed afflitte, su quei rari giovani irreparabilmente retrò? Può darsi abbia ragione Piero Sansonetti. Chi coltivò la "differenza" come l'arrocco di una declinante egemonia culturale e il colpo di coda di un settarismo velleitario è probabile che avesse in serbo, connaturalmente, questo destino di fioco e dimesso ectoplasma. Poi, chi lavora per certi media, di tanto in tanto, se ne fa medium.
(Luigi Castaldi, 26.08.2003)






Giù le mani da G.M.!
Quando posso difendere un amico dalle offese o dalle insinuazioni di un terzo, mi sento bene dentro, come nel saldare un debito. Divento addirittura orgoglioso e con un poco di vanità mi piace raccontarlo dopo. Stavolta ero al mare, con la mia bella, qualche amico e qualche nuova conoscenza. Giornata splendida, mare d'incanto, divina l'aragosta, meraviglioso il vino. In più, una tersa letizia mi danzava in petto, perchè a un amico avevano finalmente pubblicato un pezzo sul cartaceo. Avevo condiviso con lui l'ansia di quella attesa, come se fossi in fila con lui in farmacia a comprare il sedativo, l'analgesico o il tonico. Ecco perchè, tutto orgoglioso, tra una coppetta di fragoline con un'animella di limone ed un caffè davvero magistrale, mi viene l'idea di farmi bello e dire: "Questo qui è amico mio, adesso vi leggo che ha scritto". Forse ho sbagliato. Al punto in cui ho letto un inciso del mio amico, in cui mirabilmente era fatto il ritratto dell'"intellettuale di mezza età che si tiene giovane", accade il fatto brutto. Un tale lì presente , conoscente d'un conoscente, brutto come due Cacciari e facoltoso come un quarto di Briatore, mi attacca un acidissimo pippone.
"Questo amico tuo - dice lo stronzo - è come quel bacarozzo che si nutre di carta stampata. Giusto il tempo che spuntino le ali e passerà alla credenza delle provviste, paradiso d'ogni insetto. I bacarozzi della credenza sembrano ottusi privilegiati alla larva nello scaffale dei libri e, sgranocchiando l'ennesima pagina, li sbieca con malcelata invidia".
Non vi racconto il resto per pura modestia, ma sappiate: stava volando un posacenere.
(Luigi Castaldi, 26.08.2003)




STORIA, STORIE, STORIELLE
Ma guarda che tipo da giostra questo Enzo Biagi. Non contento di scrivere, e di farsi pagare, da 10 anni sulla prima pagina del Corriere della Sera lo stesso articolo contro Berlusconi, cerca persino, con l’aiutino postumo di Luciano Canfora, di riscrivere la storia del PCI e rivalutare Togliatti che, poverino, uscito dall’Urss, appena dietro l’angolo, al suono di un valzer viennese, avrebbe sussurrato nell’orecchio della Nilde: <<Finalmente liberi!>>
Succede infatti che giovedì scorso, sul “Corriere”, Biagi si mette a raccontare de <<il filo di perle coltivate, il fazzolettino gualcito>> della Nilde Iotti (le perle? coltivate... il fazzolettino? gualcito... ummm, cominciamo bene...) e tra il ricordo e la malinconia eccotelo con quella frasetta, che darà il titolo all’articolo: <<Usciti dall’Urss Palmiro mi disse: finalmente liberi!>>.
Ma ve l’immaginate voi il Palmirone Togliatti, quello che non aveva fatto una piega mentre in URSS si massacravano i suoi compagni italiani; quello che, al fianco del compagno Stalin era riuscito a passare indenne tutte le “purghe” che decimarono la nomenclatura sovietica, si, quel Togliatti lì, nel 1951, <<una volta arrivando a Vienna, di ritorno dall’unione Sovietica, si lasciò andare>> e pronunciò la frase fatidica: <<Finalmente liberi!>>... Un poco come quell’altra volta (due sole debolezze in una vita intera!), lo racconta sempre la Nilde ad Enzo, <<nell’autunno del 1946 da Belgrado>>, il Togliatti le scrisse una lettera nella quale c’erano programmi: <<Noi costruiremo qualche cosa di nuovo>>.
Capperi!
Si, insomma, la cosa, anche se raccontata da Biagi, era un poco debolina e allora, tacchete, sulla “terza pagina” del “Corriere” di domenica, arriva in soccorso Luciano Canfora, titolo a tutta pagina: “E Togliatti a Mosca disse:<<No, compagno Stalin>>”.
Capito?
Non solo il Palmiro confidò alla Nilde, via Enzo Biagi, che fuori dall’Urss era <<Finalmente libero>>... ma anche in Urss il Palmiro ebbe il coraggio di dire <<No, compagno Stalin>>, garantisce, via “Corriere”, Luciano Canfora ...
Luciano Canfora chi? Quello che, se ben ricordo, nel 1989 entrò in polemica con Leonardo Siascia per via di alcune lettere inviate nell’aprile del 1928 in carcere a tre esponenti di primo piano del Partito Comunista d’Italia, Terracini, Scoccimarro e Gramsci, coimputati nello storico processo del Tribunale Speciale fascista all’esecutivo comunista, lettere dove si ribadiva l’alto livello gerarchico degli imputati e si confermavano i loro rapporti con i latitanti all’estero, lettere spedite in un momento particolarmente delicato, essendosi appena conclusa l’istruttoria del processo e tutto essendo ormai pronto per il giudizio, e finite in mano all'OVRA. Insomma, con quelle lettere a Terracini, Scoccimarro e Gramsci s’ammetteva in pratica la loro colpevolezza di fronte al tribunale fascista... se due più due fa quattro... un modo, vista la criticità dei tre nei confronti di mamma Urss, per toglierli di mezzo.
La firma che le lettere recano in calce è quella di Ruggero Grieco, coimputato egli pure nel medesimo processo ma contumace all’estero...Sciascia ritiene le lettere autentiche, Canfora le ritiene false... e la polemica monta...
In conclusione, Sciascia, che non le mandava a dire, vide in questa presa di posizione di Canfora l’ultimo atto di un tentativo complessivo di falsificazione della storia del PCI...
Insomma, se Luciano Canfora prosegue nel suo mestiere di riscrivere in positivo la storia del PCI, Enzo Biagi che c’entra in tutto questo?

(cp, 25.08.2003)





Storie di provincia (seconda e ultima parte)

E allora, se per capire dove ti trovi bisogna andarseli a cercare e leggerseli i quotidiani di provincia, allora dopo Piacenza, Rimini.
I riminesi (si dice così?) sono inconfondibili. E non certamente perché appartengono ad una comunità standard; al contrario, a conoscerli non ce n’è uno uguale all’altro. Quel che li distingue e nel contempo li accomuna, è un non so che di raffinata genialità che forse viene dal mare o dalla via Emilia...
I riminesi che fanno i giornali poi, sono ancora un qualcosa di più, un poco c’hanno dentro lo spirito di Woodward e Bernstein, un poco quello dei Fratelli Max.
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Si, sembrerà strano, qualcuno potrebbe parlare perfino di censura,  ma abbiamo deciso di cancellare  il resto di questo articolo perché, 
nonostante l'attenzione da noi usata,  qualcuno ha ravvisato nel contenuto  elementi di calunnia.
Non avendo alcuna intenzione di calunniare,  e non entrando nemmeno nel merito sul fatto che il testo incriminato possa essere o non essere calunnioso (in realtà riprendeva, "virgolettando", l'articolo di un quotidiano di Rimini),   abbiamo provveduto  a rimuovere il pezzo  in questione.


(cp, 23.08.2003)



Due tipi di unzione

1. Cercare di vendere a sottocosto un pezzo dell'Iri a De Benedetti e poi comprare a sovracosto un pezzo di Telekom da Milosevic non sono reati, ma solo prove che non si è portati alla gestione del patrimonio pubblico, perchè ci si fa prendere troppo dalla simpatia per acquirenti e venditori. Quando uno è nato con quel faccione da buono... (L.C.)

2. Quando uno è Unto, dev'essere disposto a farsi mettere in croce. Mi dà un pizzico di amarezza che il Cav. non sia andato all'Arena di Verona. Fatte salve le condizioni di incolumità fisica, un vero leader se ne fotte dei fischi, quando sa da che boccucce a culo provengono. E' un'altra piccola delusione da parte di Amor Nostro, che amo anch'io come mezza Italia, per quanto in modo un po' più algido. Quand'anche avessero fischiato, questi merli, quand'anche fossero sbocciati in striscioni vituperosi, non sarebbe stato splendido un scrollar di (incipiente e limitata) calvizie con uno di quegli splendidi sorrisi ironici da homme de monde che ha nel repertorio? Sbagliato non andare a Verona. Ma c'è un'altra ragione, ce la suggerisce quella simpatica supplentina della Storia: il popolino agitato va fatto sfiatare, come una lattina. Sennò, prima o poi, esplode sul doppiopetto. (L.C.)


NOTE
1.
Non è difficile provare umana simpatia per Abu Mazen. Anche se il nuovo leader palestinese è cresciuto nella tana culturale ed affaristica di quella subdola e spelacchiata volpe di Yasser Arafat, i segni della sua lealtà rispetto agli accordi presi con la Road Map sembrano più d'uno, fin'ora. L'impegno allo smantellamento di Hamas e Jihad sarebbe, in questo senso, l'ennesima e più alta prova delle sue buone intenzioni, per quanto questo possa suonare come un atroce sberleffo di fronte all'ennesimo bus sventrato a Gerusalemme. Ma appare evidente che con quest'ultimo gesto di rottura Abu Mazen si sia giocato tutto.
Restano ora due sole ipotesi, una terza non la vedo. La prima è che Yasser Arafat faccia saltare il piano di pace, sostenendo a parole la linea di Abu Mazen, ma continuando a non rompere gli ambigui legami di sempre con i gruppi oltranzisti. La seconda è che Yasser Arafat esasperi questi ultimi con un pieno appoggio ad Abu Mazen, che suonerebbe come tradimento: sarebbe inevitabile la guerra civile.
Per la passata politica di Yasser Arafat, in quale altro modo, se non nel sangue, si possono spegnere Hamas e Jihad? Arrestando migliaia di militanti, fiancheggiatori e simpatizzanti? Per quanto tempo? Sopportando quali ritorsioni? A che prezzo di risorse umane e materiali? L'Autorità nazionale palestinese ha questi mezzi? E' intenzionata ad usarli? E' stato un grave errore di Israele lasciare in vita Yasser Arafat, credo che lo si capirà pienamente solo alla caduta di Abu Mazen. Oppure, e in un paradosso atroce di soluzione temporanea, contando i morti palestinesi in caso di guerra civile. (L.C.)
2.
Dalla "Revue d'études palestiniennes" (n.10, 1984): "La complicità tra gli Usa e Israele non deriva soltanto dalla potenza di una lobby sionista. (...) Gli Usa ritrovano in Israele un elemento della loro storia: lo sterminio degli indiani, che anche in quel caso fu fisico solo parzialmente. (...) Per molti aspetti i palestinesi sono i nuovi indiani, gli indiani di Israele". Il titolo dell'articolo è "Grandezza di Yasser Arafat", ne è autore Gilles Deleuze. Per il grande Manitù, quanta acqua di fuoco è stata data al gran capo Volpe Ipocrita da certi mezzosangue d'Europa? (L.C.)


ARCHIBUGIO
Correva l’anno 1527 e, al primo colpo d’archibugio, il Borbone comandante l’assalto alle mura capitoline ci rimase secco.
Buona mira quel Benvenuto Cellini che comunque non evitò ai lanzichenecchi di mangiarsi le ostie consacrate fritte in olio santo ... e a Carlo V d’incoronarsi re d’Italia.
Quella che ai contemporanei pareva l’apocalisse, e poi venne ricordata come il Sacco di Roma, segnò una sorta di anno zero anche nell’arte con l’azzeramento di una stagione artistica prevalentemente romanocentrica.
Molto ci mise Roma a risalir la china degli sventramenti non solo murari, insomma, il Sacco di Roma generò una sorta di choc per la città, che non si aspettava di essere attaccata direttamente, e che in tale occasione perse la sua centralità politica ed anche artistica. Contemporaneamente l’arte italiana conosceva altri artisti e altri luoghi in una feconda stagione post-rinascimentale che vide emergere un nuovo baricentro artistico e culturale lungo i Ducati che si irrobustivano e crescevano lungo l’asse padano a ridosso del Po, con Giulio Romano a Mantova e Parmigianino a Parma a far da battistrada a quella nuova corrente artistica che noi conosceremo come il Manierismo.
Di questo, in tarda serata lunedì scorso su Raitre a "Passepartout", la trasmissione d’arte e cultura scritta e condotta da Philippe Daverio, discutevano Achille Bonito Oliva, critico d’arte; Claudio Strinati, Soprintendente Polo Museale di Roma e la scrittrice Liaty Pisani.
Ben sanno, gli amici di mouse, del mio amore per il manierismo e per quel genio malinconico di Francesco Mazzola detto il Parmigianino.
Le antenne, nonostante l’ora e la calura, eran dunque ritte.
L’affabulare nel tubo catodico proseguiva, ricco d’immagini e spunti un po’ troppo enciclopedici e autocelebrativi, quando l’Achille Bonito Oliva, con gli altri ospiti in ammutolito consenso, se ne usciva con paragoni tra il Sacco di Roma e fatti attuali come l’attentato alle Twins Towers e la guerra in Iraq... quasi a voler mettere gli Usa, l’Italia e l’Occidente con l’esclusione di Francia e Germania (anche questo è stato detto) al posto di Carlo V e dei lanzichenecchi... con annessi e connessi ...
Confesso, in quel preciso istante ho visto dall’archibugio del Cellini partire la palla al rallentatore... e conficcarsi lì, appena sopra il cuore, nell’Oliva.
Dissolvenza...
(cp, 22.08.2003)




UN NUOVO CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME. EVVIVA!
Finalmente. Oggi la solita bomba contro la road map, novità? Mica tanto. La vera novità da Gerusalemme è l'insediamento come corrispondente della Rai di Claudio Pagliara, ex tg2 da Parigi. Prende il posto di quello sciagurato fazioso di Paolo Longo, stessa famiglia di Marc Innaro e di quella ciofeca filoarabazza di Cristiano, quello della lettera al giornale palestinese in cui diceva che non l'aveva ripreso lui il linciaggio a Ramallah dei due soldati israeliani. Dunque Pagliara, collegamento spartano, sobrio ed efficace, nessun piagnisteo, ecco di chi sono le responsabilità, ecco un bambino morto, il kamikaze ha "corano e fucile" in mano. Israele ha un giornalista della Rai in grado di raccontare la verità senza censure o preguidizi. Riccardo Cristiano che fine ha fatto? Pare faccia il vaticanista adesso....ovvio. (gm)



Storie di provincia
(prima parte)

<<Consulta sempre lo spirito del luogo>>. Son passati quasi quattro secoli da quando il poeta inglese Alexander Pope dava questo consiglio a quanti volevano vivere in un determinato posto.
Questo perché, se vuoi veramente capire dove ti trovi, devi sforzarti di cogliere ciò che dà ad ogni luogo la propria individualità.
Così, in quest’angolino del mondo chiamato Emilia-Romagna, oggi per consultare lo spirito del luogo bisognerebbe andarseli a cercare e leggerseli i quotidiani di provincia, i quotidiani veri non quelli oramai rovinati dall’affiliazione ai grandi gruppi editoriali.
Lungo la via Emilia, da Piacenza a Rimini gli esempi non mancano.
Partiamo da Piacenza...
A Piacenza, da poci più di un anno, esce un piccolo quotidiano, <<La Cronaca>> , che contende la piazza allo storico giornale locale <<Libertà>>, finito in squadra con i quotidiani legati al gruppo Caracciolo-L’Espresso...
Sarà un caso, mentre <<Libertà>> si mette ad intervistare il presidente della Provincia Squeri che se la prende con il <<conflitto d’interessi>> del Presidente del Consiglio... solo il piccolo quotidiano ha, con una serie di articoli, alzato il velo sulla commistione di interessi (privati e meno) che condizionano l'economia agricola piacentina.
Nella fattispecie, si parla della vicenda Cirio, che in provincia di Piacenza possiede uno stabilimento per la trasformazione del pomodoro, e della cordata di imprenditori locali che, viste le difficoltà del gruppo, intendeva rilevarla... sembrerebbe, e invece mentre a Roma L'Ulivo chiede al Governo di salvare il gruppo Cirio, a Piacenza i suoi uomini sono tutti mobiliati per affossarla.
Infatti sono alcune visure camerali a far scoprire a <<La Cronaca>> che, a proposito della vicenda Cirio, qualcuno <<giocava , al tempo stesso, al boia e all'impiccato. Una tecnica vecchia, quella di tenere il piede in due scarpe, ma utile, molto utile, per le fortune del proprio portafoglio e di quello dei propri accoliti...>>.
Interessati al rilevamento dello stabilimento erano infatti Alberto Squeri (amministratore delegato Columbus e capogruppo della Margherita in Consiglio comunale di Piacenza) e il di lui fratello Dario Squeri (amministratore delegato Steriltom, azienda agroalimentare specializzata nella trasformazione del pomodoro, e presidente della Provincia di Piacenza)... <<la commistione d'interessi>>, scrive il quotidiano, <<non risulterebbe chiara se non fosse perché al tavolo delle trattative con la Cirio a farla da duri sono stati, in più occasioni, due rappresentanti di punta del mondo dei produttori e contemporaneamente esponenti dell'Ulivo... Le commistioni tra politica e pomodoro a Piacenza non sono, tuttavia, una novità di queste ultime ore. Ce lo conferma un vecchio dipendente Cirio che ricorda, come alcuni anni fa, per ordine della magistratura di Salerno, scattarono le manette per l'ingegner Stefano Fornari, allora assessore all'Agricoltura della Giunta Squeri, e per l'ingegner Luigi De Micheli (parente della presidentessa ulivista della cooperativa Agridoro), ieri e oggi sindaco ulivista di Pontenure, comune a sei chilometri da Piacenza. "Ma poi" - aggiunge sconsolato "non se ne è più saputo niente. In Italia finisce sempre così">> (segue)
(cp, 20.08.2003)



Bondi, Bondi, Bondi

Ad un filo diretto di Radioradicale, ospite l'on. Sandro Bondi, ho seguito col fiato sospeso la telefonata di un agitatissimo ascoltatore: "Berlusconi è l'uomo più grande del mondo!", "Lunga vita a Berlusconi!" e così via.

Due erano le cose. O quel pittoresco fan era un burlone simulatore, e allora di lì a poco una raggelante e sarcastica battuta sarebbe venuta a offendere irreparabilmente la devozione di Bondi per l'Unto. O quell'ascoltatore era genuinamente invasato d'amore per il Così Riunto, e lo era tanto da superare Bondi in devozione.
Dapprima, ho preferito che si trattasse del solito scacazzamento alla Vauro, la prova riprovata che certi teppisti di sinistra amano sfregiare.
Poi, ho preferito la seconda. Sarebbe stata un'altra prova di quanto ormai tra Berlusconi e parte del Paese si sia saldato un vincolo viscerale, una topica di costume e storia. Andava bene in ogni caso, inutile sospendere il fiato.
Tanto più che ora c'era da sbuffare: l'ascoltatore era un ossesso genuino, la telefonata finiva senza vigliacche staffilate e Bondi rispondeva imbarazzatissimo un "beh, certo, certo!", che aveva lo stesso amaro di quando i ritrattisti di Montmartre ti sbagliano la caricatura. (Luigi Castaldi)