ARCHIVIO DICEMBRE 2005

Il regno dell’anarchia e della corruzione
I poliziotti palestinesi segnano la fine del 2005 con un attacco incruento,masignificativo dell'anarchia che regna in Palestina, alla sede degli osservatori europei del valico con l'Egitto a Rafah, obbligandoli a rifugiarsi in Israele. È l'ultimo di una serie di violenze dirette contro l'autorità del presidente Abu Mazen e contro i membri della vecchia guardia di Al Fatah, paracadutati con la famiglia dalla Tunisia in Palestina al seguito di Arafat. Si tratta di circa 200 mila persone che vivono di un sistema di clientelismo da record anche per il Medio Oriente. Ad esempio il ministero dell'Educazione dispone di 12 direttori generali distribuiti per gruppi di famiglie con stipendio di 600 dollari al mese, automobile e telefono cellulare. Attorno a questa corrotta amministrazione hanno proliferato bande e sottobande armate: Aquile rosse, Partito democratico di Liberazione Palestinese, Jihad Islamica, Fatah Tanzim (giovani di Al Fatah), scisso in gruppi locali come Tamzin Balata, Tamsim Askar etc, a cui si aggiungono molteplici servizi di sicurezza che Abu Mazen ha cercato invano di riunire. Il via all'anarchia lo ha dato l'otto settembre scorso l'assalto alla residenza del generale palestinese Moussa Arafat, cugino di Yasser, terminato con la sua uccisione, del figlio e della guardia, a poca distanza dalla villa del presidente palestinese che ha giurato di punire gli assalitori a tutt'oggi in libertà. Questa dimostrazione di impotente pusillanimità è stata un invito a trasformare uno stato di banditismo endemico in un aperto regolamento di conti mirante ad occupare spazi in vista delle elezioni previste in gennaio.
 Al primo ministro Ahmed Qurei è stato impedito di parlare in pubblico. La prigione centrale di Gaza è stata attaccata, armi alla mano, dai familiari di un uomo arrestato dalla polizia. Sostenitori dei «giovani» di Al Fatah hanno assaltato l'ufficio centrale elettorale per garantirsi posti sicuri nella lista dei candidati; con metodi uguali hanno risposto i sostenitori della «vecchia guardia». Intanto Abu Mazen negoziava per telefono, con l'assenso di Israele, la fine della scissione del suo partito patteggiando con un detenuto eccellente, Barghuti, condannato a vita nelle carceri israeliane.
 Tutto ciò mentre la Jihad Islamica si fa propaganda elettorale sparando missili contro Israele in violazione degli ordini di Abu Mazen e altre bande catturando stranieri - cooperatori, giornalisti, membri di Ong - per far soldi. Eall’interno di Hamas (trionfante nelle elezioni amministrative), che continua ad osservare la tregua d'armi, i dirigenti parlano linguaggi diversi. Alcuni esaltano le dichiarazioni del presidente iraniano Ahmadinejad sulla necessità di distruggere Israele. Gli altri, in vista della possibilità di condividere il potere col partito di Abu Mazen, ventilano la possibilità di dialogo coi sionisti. In tutto questo caos Abu Mazen - scriveva ieri Dan Schueftan del Centro studi di Sicurezza nazionale dell'univertità di Haifa - diventa per Israele più «irrilevante» di quanto lo fosse l’Arafat degli ultimi tempi. 
Dal “Giornale” del 31 dicembre, articolo di R.A. Segre

Bar sport o tesoretto rosso
Cinquanta milioni di euri in consulenze? La domanda su Consorte resta inevasa. I Ds sdegnati ora dicono che il partito poteva non sapere. Il fumo del complotto per celare la lotta a sinistra tra due collateralismi

Roma. Sui giornali è durato lo spazio di un mattino, e forse non è stato raffigurato nella sua pienezza, il retropensiero su quei cinquanta milioni di euro lievitati per accumulo pluriennale dentro un conto corrente estero di Giovanni Consorte, ex ad e presidente di Unipol indagato insieme al suo (ex) vice Ivano Sacchetti per aggiotaggio e appropriazione indebita nella vicenda delle scalate incrociate di Bpi su Antonveneta e della compagnia assicurativa bolognese sulla Bnl. La traiettoria delle operazioni bancarie – apparentate a quella di Stefano Ricucci su Rcs per consanguineità di branco e mutuo soccorso fra attori – la si conosce almeno quanto è diventato facile immaginarne l’esito: fallita la manovra della Popolare lodigiana e ingabbiato il suo architetto Gianpiero Fiorani, è verosimile che il medesimo schema si stia ripetendo per l’Unipol (con o senza manette ai polsi). Ma nel giorno in cui le Coop invocano ancora una risposta dal nuovo governatore Mario Draghi sulla fattibilità della loro scalata, al centro della politica non c’è una sola riflessione credibile sul fallimento dell’opa rossa già annunciato da Repubblica. Gli attori di complemento patteggiano intanto l’uscita di scena. Ricucci – se fanno fede i verbali degli interrogatori precipitati sui giornali – rivendica un’aggressiva estraneità ai maneggi di Fiorani e cerca aiuto per svendere la propria partecipazione in Rcs. Molta fretta di scomparire dai cda frequentati fino a ieri, poi, per Chicco Gnutti. E’ lui il principale erogatore delle grasse plusvalenze che hanno preso a viaggiare in direzione di Consorte a partire dal 1999, quando i capitani coraggiosi e dalemiani davano l’assalto al cielo delle telecomunicazioni. Per qualche ora si è chiacchierato sull’ipotesi che la parola “plusvalenza” sia un termine aggiornato e nemmeno chic di dire “tangente”. Un modo per avvolgere la pratica del finanziamento illecito nella grisaglia del lessico finanziario. Poi tutti sono tornati al “travaglio usato”: quello dell’Unità che si dedica come di consueto al Cav.; quello degli altri giornali che si sono reimmersi nella palude delle intercettazioni. I Ds si vedono accerchiati dalle accuse di collateralismo provenienti da protagonisti e fiancheggiatori del nascituro partito democratico, e dalle pressioni dei grandi quotidiani. Si sforzano di tenere in equilibrio la morale con gli affari della banca di famiglia, il bon ton pubblico con l’insofferenza privata. Quando hanno trovato la forza – ma mai con una voce sola e per lo più nel momento in cui sono stati bastonati come cani, secondo le parole pronunciate da Pierluigi Bersani nell’intervista al Foglio di una settimana fa – alcuni di loro sono riusciti a contrattaccare. Lo hanno fatto sulla scia del segretario Piero Fassino che due mesi fa invitava Paolo Mieli a farsi un partito personale prima di orchestrare la demolizione dei Ds. E’ così che in mezzo al palcoscenico del centrosinistra finiscono per soggiornare solo i due collateralismi rivali e non dichiarati. Quello degli ex comunisti collaterali alla banca piccola ma dalla bocca larga che voleva replicare la gloriosa stagione dei Colaninno. E quello dei centristi alla Francesco Rutelli, che nella Bnl vecchia gestione (quella di Luigi Abete e Diego Della Valle) hanno scelto i referenti per i quali tifare. Fino al punto di sollecitare all’ostruzione amici e sodali, come il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, ma dichiarando in pubblico che “la politica non deve tifare” (il 10 giugno scorso, come riportava ieri in un pezzo riepilogativo il quotidiano della Margherita, Europa).
Più schietto Cesare Salvi
In questa fuliggine si può perdere di vista la “domanda da cinquanta milioni di euri” sollevata ieri da questo giornale; l’invito affinché “i nuovi Craxi” facciano come fece Craxi a suo tempo, onorando il principio di chiarezza intorno a quei soldi depositati fuori dall’Italia. Cercata, provocata dal Foglio e ripresa dalle agenzie (appunto di “provocazione” parla il senatore Lanfranco Turci con la Dire), la questione trova una risposta quasi corale nella seconda fila diessina. Segue l’elenco di chi ha voluto spiegarsi senza ricorrere alla metafora difensiva del “giornalismo da bar dello sport” lasciata filtrare dalla segreteria fassiniana. Accampato nella sinistra del partito, il senatore Cesare Salvi dice che “non si può dedurre la colpevolezza dei Ds sulla base di un semplice sospetto”. Di qui l’invito ad aspettare che il pm Francesco Greco stabilisca “se il tesoretto di Consorte, oggi, è come certi tesoretti scoperti in passato”. Perché sul fatto che esista un “tesoretto” poco chiaro Salvi non ha dubbi. “Per ora mi fa pensare a certi manager del capitalismo d’assalto che, dal caso Enron in poi, tentano di arraffare e scappare”. Un altro senatore della sinistra diessina, Piero Di Siena, si domanda “perché D’Alema dovrebbe rispondere di eventuali responsabilità penali che riguardano soltanto l’operazione individuale di Consorte”. Ciò detto, “di fronte all’evidente unità delle cordate di Unipol e Bpl, bisogna aprire una discussione seria con chi troppo a lungo ha lavorato per favorire l’azione dei cosiddetti capitani coraggiosi”. E almeno su questo punto D’Alema dovrà spiegarsi un poco. Lievemente sdegnato è Peppino Caldarola, parlamentare fassinian-dalemiano: “Quello del Foglio è un ricco teorema costruito sul concetto secondo il quale i diesse non potevano non sapere. Si chiede a D’Alema di difendersi da un’accusa che al momento non è stata formulata neanche dai pm contro Giovanni Consorte. Così facendo si dà fiato a coloro che gridano al complotto contro il partito”.
Altro discorso è quello che riguarda l’imbarazzo della sinistra sul rapporto fra soldi e politica. “Premesso – continua Caldarola – che quando ero direttore dell’Unità, e il quotidiano aveva bisogno di soldi, le Coop mi hanno inflitto molte delusioni, solo un cretino può dire che noi non tifiamo per l’operazione di Unipol. Se il sistema di rapporti tra politica e finanza fosse pubblicamente regolato in Italia come avviene in America, certi equivoci scomparirebbero”. E’ stato proprio Bersani, responsabile economico dei Ds, fra i primi ad accogliere l’invito a scavalcare inutili pudori su denaro e potere politico. Adesso, dopo le dimissioni di Consorte e Sacchetti (e con il tesoriere Ugo Sposetti che non se la passa benissimo), Bersani attende gli sviluppi, come D’Alema e come Fassino e come pure Romano Prodi. Un altro dalemiano, il deputato Salvatore Buglio, rivela il proprio stupore: “Le cose sono molto cambiate rispetto agli anni dell’affare Enimont. Allora, dopo trent’anni di malessere, corruzione dilagante e paura legittima che i comunisti andassero al governo, il sistema italiano vomitò Tangentopoli. E noi facemmo il grave errore di essere a priori giustizialisti. Uno sbaglio che paghiamo ancora oggi che la realtà è tanto diversa”. Buglio non vede nel malaffare di Unipol “un vecchio schema che si ripete meccanicamente. Del resto anche la reazione dei cittadini non è identica a quella dei primi anni Novanta”. Nella richiesta di spiegazioni rivolta alla classe dirigente diessina coglie “una semplificazione eccessiva: “Si corre il rischio di dare per scontato che alcune responsabilità soggettive, quelle dei dirigenti Unipol, siano anche responsabilità oggettive da addebitare ai Ds. Mentre ancora non si sa abbastanza sulla vicenda”. In attesa che le procure chiariscano se la Quercia abbia il suo nuovo Primo Greganti, per Buglio occorre “evitare di offrire munizioni al giustizialismo che delegittima la politica, i partiti, le istituzioni. Altrimenti si diventa vassalli dell’angelo sterminatore, di coloro che aspettano il momento giusto per mettere la politica nelle mani degli ‘uomini del destino’. Dei Mario Monti e dei Luca Cordero di Montezemolo”. “Non si tratta – conclude – di assecondare l’invito di Sandro Bondi a un’alleanza tra Forza Italia e Ds, però almeno destra e sinistra siano unite nel non assecondare la cultura del sospetto”.
Fuori dalla Quercia, anche un protagonista della prima Repubblica come Paolo Cirino Pomicino (oggi è dirigente della nuova Dc), davanti alla plusvalenza di Consorte, preferisce “lasciare ai magistrati l’accertamento di fatti sconosciuti”. Per lui è più urgente “notare come il bastone usato da certe forze per tramortire, ma senza uccidere, i Ds, sia lo stesso che colpì a suo tempo i vertici politici della prima repubblica. Ieri il radicalismo di Eugenio Scalfari, oggi la sapienza di Paolo Mieli”.
(31/12/2005) Da Il Foglio

Massima del giorno di Arthur Block
Mai discutere con un cretino. Gli altri potrebbero non accorgersi della differenza.
G.P.
MOLLICHINE
A causa del rallentamento della rotazione della Terra, il Nuovo Anno arriverà con un secondo di ritardo. Berlusconi riferisca in Parlamento.

Il premier utilizzerà il prossimo periodo “per comunicare agli italiani quello che abbiamo fatto”. E per chiedere l’assoluzione per insufficienza di prove.

Montezemolo s’è fatto dire da Maroni: “Si occupi degli affari suoi”. Vi pare giusto costringerci ad applaudire Maroni?

Il Papa: “in varie parti del mondo professare la fede cristiana richiede l’eroismo dei martiri”. Ed essere laici in Italia, gli pare uno scherzo?

Sharon dovrà sottoporsi ad un intervento al cuore. Così, in un colpo solo, guarirà e dimostrerà d’avere un cuore.

In Cina legge contro gli aborti selettivi (eliminazione delle femmine). Le donne costrette a combattere per la parità ancor prima di nascere.

Amnistia. Don Mazzi ha chiesto a Prodi di “uscire dal limbo”. Ma al limbo andavano gli innocenti. Dopo l’affaire Sme Prodi ne fa parte?

L’Interpol ha emesso un mandato d’arresto internazionale per al Zarqawi. Accidenti che prontezza di riflessi!

Berlusconi: “Su Bankitalia avvierò consultazioni”. “La pensate come me oppure siete del mio parere?”

Kate Burton, inglese rapita in Palestina, dove lavora per i diritti umani in quel paese. Inumano.

Kofi Annan, interrogato su una Mercedes “superscontata”, ha perso le staffe. L’Onu è super partes, ma non sopra la propria.

Gianni Pardo

KEEP SMILING
Le ultime parole dell’esploratore polare: “E dimmi, bell’orsacchiotto, come va? Hai perduto la tua mamma?”

Un topo incontra un giovane e gli chiede: “Tu chi sei, che fai nella vita?” Studio informatica e sono appassionato di computer. E tu come mai parli?” “Sono in realtà una principessa. Se mi baci sarò tua”. Il giovane prende il topino, se lo mette nel taschino e al bar lo mostra agli amici. “E tu l’hai baciato?”, chiede uno. “No. Non ho molto interesse per le donne. Ma sono interessantissimo a questo mouse, perché è il primo parlante…”

Che cosa dice un tennista colpito da un servizio nelle parti basse? “Palle nuove, prego”.

La sai l’ultimissima sulle statistiche? Probabilmente sì. Al 70%.

“Tutto il nostro matrimonio è stato un errore, dice lei. Sin dal primo momento!” “E lo dici a me, risponde lui, che avevo fischiato ad un taxi…”

I FURBETTI E LO SCIOCCHINO
I giornali, la televisione e la radio ci inondano di notizie riguardanti i vari Consorte, Fiorani, Gnutti, Ricucci ecc. E tuttavia si sarebbe in grave difficoltà se si dovesse dire chi voleva fare che cosa e di che cosa potrebbe rivelarsi colpevole. Su tutta la faccenda plana la nebbia di un mondo che è lontano dall'esperienza quotidiana, in cui i parametri sono diversi e in cui, per orientarsi, bisognerebbe avere una competenza specialistica. Il singolo si trova ad affrontare queste notizie sentendosi confuso ed inerme.
Poiché però ad alcuni di noi tutto questo dà la tendenza a reagire con un annoiato, insopprimibile disinteresse, si può esaminare la causa di questo atteggiamento in un caso particolare: il mio.
1. Tutti i mezzi di comunicazione tendono a dimostrare che si è di fronte ad uno scandalo. O di fronte a parecchi scandali. Personalmente tuttavia, sapendo in che modo gli uomini si comportano, quando si tratta di denaro, non riesco a scandalizzarmi. Non è stupefacente scoprire che Consorte o Ricucci o altri hanno fatto i loro interessi o eventualmente quelli del loro partito o dei loro amici: l'unico scandalo è eventualmente quello dei mancati controlli o delle norme insufficienti.
2. Tutti i mezzi di comunicazione, attraverso la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, tendono a provare non solo le eventuali scorrettezze di personaggi importanti ma anche la loro pochezza morale. Ma neanche questa è una notizia. Perché mai - se non per un pregiudizio - dovrei attribuire a chi maneggia milioni di euro più scrupoli di quanti ne attribuisca a chi maneggia pochi di euro? Più grande è la somma più grande è la tentazione. Perché dovrei aspettarmi da Fiorani più correttezza di quanta me ne aspetti dal salumiere, che cerca di rubare sul peso?
3.  I mezzi di comunicazione di massa tendono a presentare i possibili colpevoli come le mele marce di un ambiente per il resto stimabile. Ma questa sembra un‚ingenuità. Come dicono a volte i magistrati, "gli incensurati sono quelli che non sono stati ancora scoperti". Dunque reputo moralmente uguali agli "accusati" coloro che ancora non lo sono. Forse sono più abili e non si metteranno mai in condizione di essere portati dinanzi al giudice penale: ma, per l'appunto, li giudico più abili, non moralmente migliori.
4.   Come giudicare infine coloro che, per decenni, hanno assunto l'atteggiamento dei moralisti nei confronti dei terzi (con una vittima capofila: Berlusconi) e che domani potrebbero trovarsi sul banco degli accusati? Indubbiamente, Tartufo è più spregevole di un qualunque peccatore. Ma la politica è una categoria diversa da quella della morale e dunque non se ne possono condannare i mezzi. Piuttosto, colpevole è la massa che per decenni ha creduto alla  "diversità morale" della sinistra. E come prima sono stato esteticamente disgustato da questa arma politica - adatta alle menti dei semplici e dei malevoli - oggi sono ugualmente disgustato dalla miseria mentale di chi vorrebbe che D'Alema, dopo essere stato Presidente del Consiglio, per fare il bagno al massimo dovrebbe disporre d'una ciambella gonfiabile. E tuttavia - almeno politicamente - i giornali hanno ragione quando approfittano dei sospetti: chi ha ferito di moralismo peloso non deve stupirsi se è a sua volta ferito dalla stessa arma.
Il cittadino qualunque, magari lo sciocchino sottoscritto, scontrandosi con una complicata "affaire" di furbetti cui s'intreccia assurdamente una questione morale, tende ad occuparsi d'altro. La tentazione è quella di riunire qualunquisticamente in un unico giudizio tutto questo mondo dell'alta finanza e della politica.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 28 dicembre 2005

I BUONI E I CATTIVI
Nella vita ci sono i buoni e ci sono i cattivi, come si usa dire. E i buoni dovrebbero essere difesi dai cattivi: prova ne sia che tutto il codice penale ha questo scopo. Ma questo non impedisce che i buoni abbiano le loro colpe.
La truffa ad esempio è un reato subdolo e pesantemente doloso. Essa usa l’intelligenza, e persino il senso artistico, la commedia dell’arte, per svilirli a strumenti da scasso. A piede di porco della psiche. Ma i truffati hanno anche loro le loro colpe. Spesso infatti il reato ha successo perché la vittima è allettata da un affare insolito e convenientissimo, anche se ai limiti della correttezza. Il truffatore deve incassare una grossissima somma e chiede al truffato una sommetta – in quel momento suppostamene necessaria – promettendolo di compensarlo generosissimamente. “Io devo ricevere 500.000 €, non posso riscuoterli se lei non me ne presta mille, me li dia e oggi pomeriggio gliene restituisco 10.000. Che cosa vuole che siano, a fronte di 500.000 €?” Un interesse del 1.000% per poche ore, questo sì è un affare! Ma chi, accecato dall’avidità, non vede che l’affare è inverosimile, e che chi presta uno per avere dieci commette il reato di usura, più grave dello stesso reato di truffa, l’impara poi a sue spese. Da un lato c’è un colpevole di truffa, certo, ma dall’altro non c’è un colpevole di avidità? Se si fidasse di chi prospetta l’affare, potrebbe anche prestare i mille euro gratis, per alcune ore. Ma questo chi lo farebbe, con uno sconosciuto?
Non molto diverso è il caso di coloro che si lasciano truffare da gente che promette di togliergli il malocchio, fargli ritrovare l’amore e la salute o rivelargli i numeri del lotto vincenti. In questo caso la colpa del truffato è un’inescusabile ignoranza. Se si è così stupidi e arretrati da credere che qualcuno possa fornire simili servizi si è al livello dei selvaggi dei fumetti. Quelli che dànno oro in cambio di specchietti e perline di vetro. Anche qui, il “buono” ha le sue brave colpe: qui è uno che cerca di aggirare con l’inganno e la magia le difficoltà che gli altri affrontano personalmente e a viso aperto.
Lo schema può essere allargato ad altri ambiti. Un popolo oppresso dalla tirannia è certo sfortunato ma a volte la tirannia ha modo di installarsi perché il popolo non ha protestato alle prime angherie. Chi non vuole rischiare la manganellata dei poliziotti a volte si trova poi a subire il lager o il gulag. La viltà dei molti è ciò che permette l’oppressione da parte dei pochi.
Bisogna certo proteggere i buoni dai cattivi ma i buoni devono fare la loro parte. Se non la fanno e sono danneggiati, il diritto condannerà i cattivi soltanto, perché quello è il suo mestiere, ma la morale condannerà anche loro.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  -
28 dicembre 2005

«Le coop comandano la politica dei Ds»
Roma - Prima si stuzzicano, poi fanno la pace e quindi tornano a lanciarsi messaggi in codice sempre meno criptati. Benchè fulcro e asse portante dello schieramento di centrosinistra, l’alleanza tra Ds e Margherita fa registrare da qualche tempo pericolosi scricchiolii. Il costruendo edificio del Partito Democratico, infatti, è epicentro di continue scosse sismiche provocate dai movimenti sotterranei delle due grandi “placche geologiche” dell’Unione: quella che raccoglie ed aggiorna l’eredità della Democrazia Cristiana e quella che raccoglie ed aggiorna l’eredità del Partito Comunista. Ultimamente le turbolenze si sono fatte più frequenti e, proprio mentre si lavora a una sorta di fusione delle due anime politiche in un unico soggetto, si registra una significiativa escalation di screzi, divergenze, allusioni e distinguo. A scoperchiare la pentola, come noto, è stata l’inchiesta, ancora tutta in divenire, sulla scalata di Unipol a Bnl. Giova ricordare, a questo proposito, che in questa partita si fronteggiano uomini di entrambe le fazioni visto che il presidente di Bnl, Luigi Abete, è molto vicino al partito di Rutelli e che Unipol raccoglie e raggruppa l’universo delle cosiddette Coop Rosse, il premiato sistema economico-cooperativo diventato vanto e bandiera dalla sinistra comunista che oggi si riconosce nel riformismo diessino. A dare fuoco alle polveri, finora, è sempre stata la Margherita, il cui presidente Francesco Rutelli, pochi giorni fa, aveva dichiarato che in materia di moralità il suo partito “non avrebbe fatto sconti a nessuno”. Con la spada di Damocle dell’inchiesta su Unipol e Giovanni Consorte calata sulla testa, la Quercia si sentì chiamata in causa. Ne derivarono forti malumori e subito dopo, guardacaso, arrivò la pubblica smentita di Rutelli che chiarì di non essersi mai espresso in quel modo.
Ora, però, è Europa a chiamare in causa l’alleato. «Noi siamo qui ogni giorno a chiederci perchè sotto la Quercia c’è tanta difficoltà a liberarsi da questo peso -scrive il quotidiano dei Dl - e l’unica spiegazione che regge è che l’attacco a Unipol è sentito come l’attacco a se stessi, a un tutt’uno inscindibile».
Il “peso” di cui parla il giornale in un fondo di prima pagina firmato dal direttore Stefano Menichini, è rappresentato naturalmente dall’intreccio tra il mondo cooperativo e i Ds e quindi, a livello più generale, dal legame tra affari e politica. Un problema, fa notare il quotidiano in un confronto che fatalmente risulta provocatorio, che nei Dl non esiste: «Nè Abete nè Della Valle per quanto forse amici della Margherita, sono da essa vissuti come parte del proprio mondo per il banale motivo che un mondo della Margherita non esiste, non ha fatto in tempo a generarsi e probabilmente non ne avrà il tempo. Non ci sarà mai comunque qualcosa di simile al rapporto che la Dc aveva con la Coldiretti». «Bersani - prosegue l’editoriale - parla di cotè finanziario della Margherita: Bene, ma nella sua Emilia Romagna non c’è alcun cotè: come descriveva Antonio La Forgia due giorni fa su Europa c’è un vero e proprio sistema e per di più rovesciato, sicchè sono le coop a comandare la politica e non viceversa». L’attacco, decisamente pesante, viene quindi esplicitato e circostanziato. Ai Ds, in poche parole, si rimprovera di non tagliare il cordone che lega il partito alla cosiddetta “finanza rossa”.
«A tutt’ora - fa notare il quotidiano - non c’è ancora un dirigente di primo piano della Quercia che abbia avuto il modo di prendere con nettezza le distanze dal presidente dell’Unipol e di riconoscere che le operazioni finanziarie della società, ammissibili in sè, sarebbero però compromesse dalle eventuali scorettezze del manager che le ha decise, condotte e presentate alla politica». Secondo Europa, l’atteggiamento difensivo adottato dai vertici di via Nazionale nei confronti di Unipol è «comprensibile (basta guardarsi intorno tra gli sponsor degli stand alle Feste dell’Unità) ma è esattamente “il” problema: nello schema lobbistico americano che piace tanto a Pierluigi Bersani non esiste una simile identità».
I diesse, ovviamente, non hanno gradito. Al momento, però, hanno dovuto ingoiare il rospo. Su queste fondamenta, comunque, appare assai difficile costruire il grande edificio del Partito Democratico.
Articolo di A. Mon.,  da La Padania del 28 dicembre 2005


Sognando Giuda Maccabeo
E' accaduto. Ce lo aspettavamo,  non in modo cosi' spudorato, ma ce lo aspettavamo.
Non c'e' stato  telegiornale italiano che, tasmettendo  la cronaca di Natale da Betlemme, non abbia parlato del muro, anzi del Muro colla emme maiuscola, perche' pare che per i giornalisti  questo sia l'unico muro  al mondo, non uno dei tanti e , sicuramente, il piu' giustificato in quanto SALVAVITA!
Tutti, nessuno escluso, parlando del turismo a Betlemme in occasione del Natale, tutti indistintamente, durante i collegamenti per la Messa dalla Basilica hanno ricordato e fatto vedere e rivedere il famigerato Muro  commentando con tono di aspro rimprovero che, "secondo" gli israeliani, dovrebbe proteggere dal terrorismo, come se non fosse vero, come se fosse una fantasia, come se non fosse provato che nei tratti dove il muro esiste, la' non passano i terroristi suicidi!
E allora eccoci travolti da telecronache che fanno vedere Monsignor Sabbah, grande ammiratore del defunto di Ramallah oltre che  gigantesco   ipocrita che mai disse una parola contro i terroristi suicidi, mentre pianta ulivi davanti al muro.
Eccoci tormentati da immagini di poveri e innocenti palestinesi che sfilano con le candele davanti al muro maledetto, mentre noi ricordiamo amaramente altre sfilate con candelotti esplosivi al posto delle candele.
Ecco reportages piagnucolanti sui palestinesi segregati, venduti ai telespettatori come pacifiche vittime di Israele anziche' barbari simpatizzanti di assassini suicidi nonche' danzatori di piazza instancabili alla notizia di ogni  attentato andato a buon fine.
La vergogna dei collegamenti da Betlemme per il Natale  si sta
concludendo senza una parola sul terrorismo , senza un accenno sugli avvenimenti che , in questi anni di guerra, hanno reso la Betlemme cristiana  vittima dei palestinesi musulmani e citta' ostaggio dei terroristi.
Naturalmente non sono stati ricordati le decine  di attentati subiti da Israele e provenienti proprio da questa citta' prima che iniziasse la costruzione del muro per scongiurarli.
Nessuno giornalista, con l'occasione di trovarsi a Betlemme,  ha approfittato per parlare, anche en passant e tanto per onesta' di cronaca,  di quello che fu  uno degli avvenimenti piu' vergognosi perpetrati  in questa cittadina dai palestinesi quando, nel 2002,  200 terroristi entrarono a forza, sparando a raffica,  nella Basilica della Nativita' e vi si insediarono per settimane, sporcandola, sconsacrandola, riempiendola di immondizie e escrementi.
Nessuno dei giornalisti presenti in questi giorni a Bet Lechem ha ricordato l'accaduto e le menzogne dei frati francescani, Padre Ibrahim loro portavoce in testa, che piagnucolavano dicendo di non aver da bere e da mangiare per colpa dell'esercito israeliano,  salvo poi aver trovato decine di chili di cibo avariato e puzzolente poiche' ne avevano tanto da non poter essere consumato.
I Francescani hanno  fatto credere al mondo intero di essere stati ostaggi dei soldati israeliani anziche' dei terroristi, mentendo in grande stile e con una maestria e una faccia tosta  incredibili, con un impatto mediatico superlativo sul pubblico che, una volta di piu', fu preso per i fondelli da giornalisti senza scrupoli.
Il mondo intero si rivolto' contro Israele ancora una volta.
I veri colpevoli furono raffigurati come povere vittime ancora una volta. 
Grande performance di pelo sullo stomaco dei media italiani ancora una volta.
Il mondo filopalestinese ragiona cosi', piu' che altro sragiona cosi': duecento terroristi armati fino ai denti entrano nella Basilica, la occupano, tengono in ostaggio i frati e alcuni giornalisti, tra cui l'italiano Marc Innaro, mangiano, bevono, defecano sotto gli altari, rompono tutto , dissacrano il luogo piu' santo della Cristianita' e la colpa di chi e'?
Di Israele, naturalmente!
Non solo, si costruisce questa colpa giorno per giorno con collegamenti strappalcrime e lo si fa in modo talmente eccessivo da non credere che la gente possa essere tanto ingenua da  cascarci e invece ci casco' perche' e' cosi' facile, e' cosi' semplice, e' cosi' bello e soddisfacente odiare Israele per sentirsi piu' buoni.
Nemmeno quando incomincio' a emergere la verita' , nemmeno quando vi furono timide testimonianze sullo scempio fatto nella Basilica, nemmeno allora la gente credette a Israele.
Nessuno dunque, pur trovandosi in loco,  ha trovato il tempo di rammentare questa vergogna e nessuno ha accennato al fatto che i cristiani di Betlemme stiano scomparendo perche' perseguitati e vessati dai musulmani e che  dal 90%  si sono ridotti al 7 %  dal giorno in cui Betlemme e' passata all'ANP e hanno incominciato a fuggire  a gambe levate . Meglio parlare del muro, che diamine!
Ci sarebbe tanto da raccontare  su Betlemme, volendo.
Ve la ricordate la facciata della Basilica durante la tirannia di Arafat? No eh? Infatti nessuno ne ha mai parlato per paura e allora  non ci  si ricorda come fosse deturpata da un enorme lenzuolo con il ritratto del mostro malefico che dominava la Piazza.
Come mai il Vaticano o qualsiasi passante cristiano non hanno mai protestato per quel ritratto gigantesco che avviliva la facciata della Chiesa.
Come hanno potuto accettare una simile porcheria senza dire una parola?
Come mai nessuno si e' sentito offeso e umiliato nella propria Fede da quella brutta faccia ghignante contro il bianco delle pietre della Chiesa che per tutti i cristiani del mondo e' il  luogo piu' sacro in assoluto?
Come mai nessun giornalista si e' sentito in dovere di denunciare una simile porcheria come scandalo e offesa contro la Cristianita', il senso del decoro e del buon gusto?
Come e' possibile che tutti abbiano  finto di non vederla quella Brutta Faccia sulla  Basilica che racchiude la Grotta dove nacque Gesu'?
La risposta logica e' che  una parte della cristianita'  aveva paura di farlo notare e l'altra parte, quella antisemita, adorava Arafat piu' di Gesu' Bambino.
Oggi quel lenzuolo e' scomparso per fortuna, non si vede piu' la Brutta Faccia, la Basilica e' stata ripulita e riconsacrata subito dopo la fine della occupazione terroristica, hanno persino tolto la kafiah dalla seggiola che il bandito occupava durante la Messa di mezzanotte e al suo posto vi si e' seduto Abu Mazen.
Sono cambiate alcune cose, la piu' importante e mai abbastanza benedetta e' stata proprio la morte di Arafat ma non sono diminuite le fughe dei cristiani da Betlemme, da Bet Jalla e altri villaggi dei territori palestinesi.
Soprattutto non e' cambiato l'atteggiamento dei giornalisti che, non appena gli si presenta l'occasione,  partono con le loro sparate contro Israele usando ogni volta un gadget nuovo, quest'anno si vende bene il muro.
Il Muro della vergogna, lo chiamano ipocritamente, il Muro che Israele costruisce per rinchiudere i palestinesi, dicono. Rinchiudere dove? hanno tutto il mondo arabo davanti a loro, e' Israele che si rinchiude "dentro", per tener fuori le belve che sono i terroristi.
Il muro e' una conseguenza del terrorismo, non viceversa, il muro e' la' per impedire che le belve sbranino  i bambini ebrei!  Il muro serve ad evitare che dei terroristi entrino in una casa qualsiasi e scannino tutti i suoi abitanti, bambini compresi, anzi i bambini per primi per vedere impazzire i genitori.
Il muro ci serve per vivere, signori giornalisti, questo dovreste ricordarlo ogni tanto , cosi', per un senso di onesta' professionale, se ne avete.
Forse pero' e' chiedere  troppo  perche' anche  i giornalisti sono uomini e quindi soggetti a pressioni psicologiche.
Recenti avvenimenti hanno confuso ulteriormente le loro idee.
Abbiamo sentito il criminale presidente  iraniano , Ahmedinejad , chiedere la distruzione di Israele  e la ricollocazione degli ebrei  in Europa.
Dopo una settimanina di " Oddio che vergogna" nessuno ne parlava piu'.
Abbiamo visto la riccioluta testa bianca di Kofi Annan, "Kefiah" per gli amici, sotto una cartina della Palestina da  cui Israele era stato cancellato durante la "giornata di solidarieta' con il popolo paletinese"...
I media non si sono interessati alla cosa, fosse accaduto il contrario avrebbero starnazzato come oche  impazzite.
Leggiamo ogni giorno di episodi di antisemitismo in tutto il mondo, giornalisti ebrei non vengono ammessi in paesi arabi a causa della loro etnicita', israeliani vengono scacciati da universita' europee e americane, se uno si azzarda a fare una ricerca su Google  legge di Israele peste e corna, compresi massacri, naturalmente mai avvenuti come quello immaginario di Jenin.
Non dobbiamo quindi meravigliarci se i poveri giornalisti, da Betlemme,  in nome del Santo Natale e della pace nel mondo, non sanno fare altro che accusare Israele solo perche' si difende nel modo meno cruento possibile, con una barriera per tener lontani i terroristi.
Puntate pure il dito accusatore ancora e ancora contro Israele...noi intanto accendiamo le candeline di Chanuka'  e , per consolarci,  sognamo Giuda Maccabeo.
Le luci di Chanuka' , da Gerusalemme a tutte le citta' del mondo, ci illuminano e ci daranno la forza e la pazienza di aspettare il miracolo che viene dal coraggio del popolo di Israele, vittima  ancora oggi di un'ideologia neonazista e poi  calunniato e demonizzato se si difende orgogliosamente.
Chanuka' insegna: Antioco  Epifane verra' sconfitto  sempre e il miracolo della luce si rinnovera' per il Popolo di Israele.
 
Deborah Fait - informazionecorretta

Massima del giorno
Per anni in Europa s'è parlato del problema della suddivisione della ricchezza. Ora, dopo l'ingresso di India e Cina nell'economia, ci sarà il problema della condivisione della povertà.
G.P.

MOLLICHINE
D'Alema ha fatto un leasing con Fiorani. Tutto normale, tutto lecito. Sì, ma che ne dirà Travaglio?

Tremonti da qualche tempo riesce a nascondere il proprio disprezzo del prossimo. Se fosse bravo quanto lui, Sharon riuscirebbe a nascondere la propria obesità.

Intesa bi-partisan Prodi-Berlusconi per Bankitalia. L'incontro: "Buongiorno". "No, buonasera". "Non è tardi, ho detto buongiorno!" "E io buonasera! Ma allora vuoi proprio litigare?".

Ai funerali di Stanley "Tookie" Williams 2.000 persone. Hanno avuto un'esecuzione di Stato e avrebbero voluto un funerale di Stato.

Riprenderanno a gennaio i colloqui sul programma nucleare iraniano. Non bisogna affrettarsi. Diversamente Tehran non avrebbe il tempo di fabbricare la bomba.

Gianni Pardo

DOMANDE SBAGLIATE
Alcune volte vengono poste domande la cui risposta sembra difficile, se non impossibile. Per esempio: "Che cos'è la Verità?  In questi casi l'interrogato, soprattutto dal momento che il sostantivo è scritto con una intimidatoria maiuscola, si sente moralmente obbligato a fare la faccia seria e ad affermare di non essere in grado di rispondere. Come tutti, del resto, tanto la domanda è ardua. Ma in realtà si tratta d'un falso problema.
La Verità in sé non esiste. Ci sono affermazioni campate in aria o contrarie ai dati accertati ("La Terra è piatta"), la cui caratteristica fondamentale è la falsità. Esistono invece altre affermazioni il cui contenuto corrisponde alla realtà (adeaquatio mentis et rei, diceva San Tommaso), per esempio "La Terra è tonda", e può dirsi che la verità è la caratteristica di tali affermazioni. Da quando si è riusciti a buscar el Levante por el Poniente, cioè dai tempi di Colombo e Magellano, la differenza fra queste due affermazioni è innegabile per tutti. La verità non è una cosa in sé, dunque: è semplicemente la qualità di una frase come "la Terra è tonda" e che non ha una frase come "la Terra è piatta".
Chiedere "Che cos'è la Verità?" è come chiedere "Che cos'è la Falsità?", "Che cos'è la Semplicità?", "Che cos'è la Genuinità?".
Un'altra domanda seria e coinvolgente è: "Perché siamo sulla Terra?" O anche: "Qual è il destino dell'uomo?". Anche questo interrogativo - una delle molle fondamentali della metafisica - fa tremare le vene e i polsi. E tuttavia ci si può chiedere se esso non sia futile come la domanda su ciò che è la Verità. Infatti, prima di chiedersi perché si è sulla Terra, bisognerebbe chiedersi se un perché ci sia: non è detto che si tratti solo di identificarlo. Prima di chiedere: "perché esiste l'uomo?" bisogna chiedere: "l'esistenza dell'uomo ha un perché?". E che cosa prova che l'uomo abbia un destino, cioè una destinazione, cioè una finalità?
Se un uomo è colpito dal fulmine, è sciocco chiedersi chi abbia voluto ucciderlo. Viceversa, se è colpito da un colpo di fucile, è normale chiedersi chi gli abbia sparato. Perché in tanto si può cercare un responsabile in quanto si ipotizzi una cosciente volontà. Nello stesso modo, se fossimo certi che l'uomo è stato messo sulla Terra da qualcuno che aveva l'intenzione di ottenere qualcosa, sarebbe normale chiedersi che cosa intendesse ottenere. E dunque qual è il senso della sua esistenza. Ma se l'uomo fosse sulla Terra esattamente per caso, o come conseguenza d'una incosciente serie causale, che senso avrebbe porsi questa domanda?
Il problema del perché dell'esistenza si sposta immediatamente su un altro piano. Se si crede ad un Creatore, cioè ad un essere che crea l'uomo e s'interessa alla sua esistenza, è giusto cercare la risposta al "perché?" della vita. Ed in effetti i teologi dicevano che Dio ha creato l'uomo perché bonum est diffusivum sui (il bene per sua natura ha tendenza ad espandersi) e dunque Dio avrebbe creato l'uomo per il piacere di renderlo felice. Anche se - visto come vanno le cose - è chiaro che intende farlo in un'altra vita. Viceversa, se non si crede a questa teoria, o a qualche teoria analoga, non si può che giungere alla conclusione che l'uomo esiste semplicemente perché si è avuta una serie di fenomeni che lo ha fatto esistere. Una meccanica catena causale che ha dato da un lato l'uomo e dall'altro la medusa. Con uguale indifferenza. Anzi, con la stessa indifferenza con cui nessuno di noi si sogna mai di chiedersi quale sia il destino della medusa.
Si potrebbero ipotizzare altre domande sbagliate (per esempio: "qual è la lingua più adatta ad esprimere concetti ardui e sentimenti sottili?" "che cosa si potrebbe fare per rendere tutti gli uomini buoni?") ma una cosa rimane accertata: prima di cercare di rispondere ad alcune domande interessanti bisogna chiedersi se esse abbiano senso, se non siano un falso problema e se non implichino che vada prima risolto un problema a monte.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 26 dicembre 2005


TESTE D'UOVO
Il 14 novembre 2004, due mesi e mezzo prima del voto iracheno del 30 gennaio 2005, Eugenio Scalfari scrisse su Repubblica questa frase: "Elezioni a gennaio? Come si potrà organizzare, in regime di coprifuoco e in presenza di una guerra civile che miete vittime in tutto l'Iraq centrale, una campagna elettorale? Almeno un simulacro di campagna elettorale? Le liste degli aventi diritto al voto? I seggi e gli scrutatori? I comizi? Le liste dei candidati? Di tutto ciò nessuno parla".
La campagna elettorale invece ci fu, e grazie a essa il 60 per cento degli iracheni, vale a dire otto milioni di persone, si presentarono alle urne e votarono, evidentemente informati - a differenza di Scalfari - sia dei seggi sia delle liste dei candidati. A quel voto, come i lettori del Foglio sanno bene, ne sono seguiti altri due, un referendum costituzionale il 15 ottobre e poi un'altra elezione, il 15 dicembre scorso, questa volta per eleggere il primo Parlamento democraticamente eletto di tutto il medio oriente, Israele escluso. Pensate che Scalfari o qualche testa d'uovo di Repubblica ne abbia preso atto? Pensate male. Nemmeno una ruga sulla fronte. Eppure il 60 per cento del 30 gennaio 2005, meno di un anno dopo è diventato il 70 per cento. Gli otto milioni sono diventati 11 milioni. Agli sciiti e ai curdi si sono aggiunti anche i sunniti di quell'Iraq centrale che tempo fa stava tanto a cuore al fondatore di Repubblica. Nonostante tre consultazioni seguite ad altrettante partecipate campagne elettorali, centinaia di comizi, migliaia di manifesti e una robusta articolazione di liste e di alleanze politiche, Scalfari non ha offerto ulteriori riflessioni a quelle sue opinioni poi smentite dai fatti e dagli iracheni.
Con l'eccezione di Khaled Fouad Allam e del suo articolo intitolato "E' esportata, ma è democrazia", gli ideologi dell'impossibilità di esportare la democrazia in Iraq, da Bernie Valli a Guido Rampoldi, da Vittorio Zucconi a Lucio Caracciolo, da Mario Pirani a Gabriele Romagnoli, hanno scelto di non intervenire sull'argomento, una volta che la loro tesi è stata colorata di viola tre volte in un anno prima da otto milioni di persone, poi da altri otto e, infine, da 11 milioni di iracheni. Fouad Allam è stato l'unico, anche perché in precedenza aveva tentato in tutti i modi di spiegare ai colleghi republicones che le previsioni di tipo scalfaresco non erano fondate sulla realtà, ma su pregiudizi. Pregiudizi antibushiani, se non antiamericani, e magari anche nei confronti degli arabi in quanto impreparati a poter godere della libertà e della democrazia.
Il voto in sé, anche se ripetuto tre volte in un anno, ovviamente non trasforma dal giorno alla notte un'ex dittatura brutale durata 35 anni in una società liberale, ed è perfino ragionevole pensare che la democrazia a Baghdad non sarà mai la copia conforme del modello Westminster. Però, almeno, quel voto dovrebbe far riconoscere a Scalfari &Co. quanto i progressi democratici compiuti in Iraq siano straordinari e come, per la prima volta, lo scontro etnico, territoriale e religioso sia diventato politico e istituzionale. Il dibattito ora è in Parlamento tra i legittimi rappresentanti del popolo, anziché una guerra civile tra una tribù sunnita golpista che torturava i dissidenti, gasava i curdi, massacrava gli sciiti, sterminava gli arabi delle paludi, bombardava Israele e invadeva i paesi vicini. Una parolina o un pensierino sull'effetto benefico dell'intervento americano e magari anche sul positivo sommovimento dell'asfittico status quo mediorientale, dal Libano all'Egitto, da Gaza alla Siria, i lettori di Repubblica probabilmente se li meriterebbero. Se perfino un antiamericano di rango come il leader libanese Walid Jumblatt ha riconosciuto che grazie ai marines di George W. "è caduto il muro di Berlino" del medio oriente, perché Scalfari non si smuove da affermazioni, come quella del 24 luglio 2005, secondo cui il "terrorismo qaidista" conta "sull'appoggio di un buon terzo della popolazione irachena"? Perché il fondatore di Repubblica non prende carta e penna per rivalutare la sua perentoria analisi secondo cui "la guerra preventiva irachena è stata oggettivamente perduta dall'America di Bush"? Libero di non farlo, ovviamente, ma in quel caso almeno aggiunga ai suoi editoriali l'avvertenza che "ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale".
Dal "Foglio" - 23 dicembre

 Massima del giorno
L'adorazione dei potenti insieme al calcio dell'asino sono il pane e companatico della politica.
G.P.

MOLLICHINE
Ahmadinejad: l'olocausto è leggenda. La sua personale è quella del Santo Bevitore.

Affluenza del 70% alle urne irakene. Chi l'avrebbe detto che lì ci fosse una così alta percentuale di collaborazionisti!

"Israele è un cancro". Così Ahmadinejad e così i Fratelli Musulmani in Egitto. Ma col loro basso livello scientifico, come contano di guarirlo?

Angela Merkel: "il principale vantaggio della coalizione rossonera è l'esclusione dei Verdi". Ma che dice! I Verdi appartengono alla natura, come l'anofele!

Malore di Sharon. Hamas: "Sia lodato Allah!" Ma fino a sentenza definitiva noi lo riteniamo innocente.

Gianni Pardo


LE DIMISSIONI DI FAZIO
Le dimissioni di Fazio hanno certamente un significato, ma in molti non sappiamo qual è. È la vittima innocente di un attacco concentrico e crudele, quasi di cani intorno ad una volpe ferita, o è un colpevole privo di vergogna che si è aggrappato alla sua poltrona al di là di ogni decenza?
Tuttavia questo dubbio non è essenziale. Più importante è notare che questo è uno di quei casi in cui la folla si scatena e fa paura. Tutti - imbeccati dai giornali e dai politici - hanno suggerito, invocato, richiesto, preteso a gran voce le dimissioni. Ma tutti, se richiesti di rispondere a questa semplice domanda: "Ma di che è colpevole, Fazio?", non avrebbero saputo rispondere. Si sarebbero rifugiati in accuse fumose di scorrettezze, favoritismi, mancati controlli, senza saper scendere nei particolari. Si ripete: Fazio potrebbe anche essere colpevole del peggio e un giorno i giudici potrebbero anche dimostrarlo: ma fino a quel giorno, su che cosa si basa la severità dell‚uomo della strada?
La gente fiuta nell'aria che bisogna dir male di qualcuno - Craxi, Fazio, chiunque sia dichiarato "nemico del popolo" - ed è felice di gridare "crucifige!".
Ed è questo, il punto. C'è chi è felice di gridare quella parola prima ancora di sapere chi si tratta di crocifiggere e c'è chi si rifiuta di gridarla anche se è sicuro della colpevolezza dell'accusato. Alcuni amano i cori, altri ne hanno orrore.
Se un motivo c‚è per non schierarsi a favore della grazia a Sofri (per il resto plausibile) è che anche qui c'è un coro, anche se a favore. Un coro a favore per un condannato per omicidio perfino nel giudizio di revisione, e un coro contro un uomo accusato non si sa di cosa. Tanto che molti hanno detto che avrebbe dovuto dimettersi solo perché accusato, anche se innocente, solo perché sgradito, per il buon nome dell'Italia. Come se il buon nome di un paese fosse sostenibile costringendo alle dimissioni uno che magari poi risulta innocente. Il caso del Presidente Giovanni Leone non ha insegnato nulla.
Non ci si deve, non ci si può associare ai cori. Bisogna essere gelosi della propria indipendenza intellettuale. E non dimenticare mai che Gesù era innocente.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 20 dicembre 2005

BUDDHA E TRAVAGLIO
Un giorno Buddha, uscendo da casa, ebbe il dubbio di non avere chiuso il gas. Certo, pensò, non dovrebbe succedere nulla. Il tubo è pressoché nuovo, chi l'ha montato conosce il suo mestiere e nessuno accenderà una fiamma per dare fuoco alla casa, eventualmente. Ma un tubo potrebbe sempre bucarsi ed io non sarei lì per sentire la puzza. L’artigiano potrebbe aver commesso un errore nelle giunzioni. E si potrebbe avere un corto circuito che incendia il gas. Oppure io stesso, tornando a casa, potrei accendere la luce e far saltare in aria la casa, e uccidere i vicini e morire io stesso. Dovrei proprio tornare indietro e controllare d’aver girato quel dannato rubinetto.
Buddha stava per tornare indietro quando un pensiero lo bloccò. A parte il fatto, si disse, che io chiudo quel rubinetto meccanicamente, praticamente sempre, e solo una volta l'ho trovato aperto, questa che vivo è un’ansia nevrotica. Se cedo, magari la prossima volta che uscirò avrò lo stesso dubbio; e tornerò indietro; e troverò il rubinetto chiuso; ma questo non m’impedirà d’avere lo stesso dubbio, la volta seguente, e magari, sempre più ansioso, di tornare indietro una seconda volta per essere sicuro che, la prima volta che sono tornato indietro, ho effettivamente chiuso il rubinetto. Insomma, concluse: se torno indietro avrò salva la vita ma al prezzo della nevrosi, se non torno indietro rischierò forse un po’ di più, ma sarò un uomo sano e normale. Sicché se ne andò per i fatti suoi e al ritorno trovò che il rubinetto era dovutamente chiuso.
Questo aneddoto inventato è in linea con un’osservazione generale: non tutto ciò che è possibile controllare val la pena d’essere controllato. Non si finirebbe mai. Ecco perché, quando qualcuno dice che le grandi multinazionali petrolifere non vogliono che si faccia conoscere la scoperta del motore ad acqua, oppure che tutta la politica mondiale è dominata dagli ebrei, oppure che il tale giornalista non è morto in un incidente ma è stato fatto ammazzare dal Papa, oppure che sono stati gli Ufo a far affondare le navi nel triangolo delle Bermude e mille altre cose del genere, non è il caso di strapazzarsi ad indagare. Lo stesso vale per giornalisti come Marco Travaglio. Certo, sarebbe possibile che tutto ciò che dice sia corrispondente alla verità e che sia provato dai documenti. Ma come mai tutte queste verità le ha solo lui, come mai tutte queste verità non smuovono i grandi giornali e le Procure della Repubblica e l’universo mondo? Non è lecito pensare che chi ha assaggiato i suoi testi alla fine abbia concluso che c’era molto fumo e poco arrosto? Possibile che tutti siano collusi col potere, possibile che l’onestà e l’intelligenza dell’intera Italia si siano rannicchiate nella testa riccioluta di Marco Travaglio?
È questo il fastidio che inducono i vari Girolamo Savonarola. Nessuno nega che nei vangeli sia scritto che non è necessario filare o tessere, visto che gli uccelli che non filano e non tessono sono meglio vestiti di Salomone. Ma, detto questo, lasciate le filande in pace. La gente, anche se credente, non andrà in giro vestita di piume. Il Savonarola fu forse un pazzo, soprattutto dal punto di vista laico: ma non si può negare che la sua predicazione fosse in linea con la più retta e severa morale cristiana. Soprattutto con quella dottrina che rimane nella mente di chi ha letto i quattro Vangeli: ma la dottrina non è tutto e la Chiesa la sapeva molto più lunga. Sapeva e sa quanta acqua mettere nel suo vino. Se così non fosse, non sarebbe durata tanto.
I Savonarola e i Travaglio fanno sorgere il dubbio che non vengano per rivelare verità ed invitare al bene, quanto per dare sfogo alla propria nevrosi e al proprio moralismo castrante. Prima ancora di ascoltarli per sapere che cosa dicono, uno avrebbe voglia di chiedergli se hanno digerito bene, se hanno un bel rapporto con una donna, se hanno simpatia oppure odio per l’umanità. Infatti chi è felice (soprattutto in amore) ha tendenza a sorridere a tutti, mentre chi è infelice ha tendenza a trovare fuori di sé mille ragioni di ansia e di odio. Meglio lasciare il rubinetto aperto che tornare indietro a controllare. O addirittura, come diceva un siciliano, meglio essere cornuti che gelosi. Mentre Travaglio è forse geloso persino della notorietà di Ritanna Armeni.
In questo campo basterebbe dire che la magistratura non è benevola nei confronti di Berlusconi. Non solo ha cominciato ad indagare su di lui appena si è dato alla politica (e Dio sa che gli imprenditori vivono più che ai margini della legalità!) ma è stata capace di notificargli un’accusa per gravissimi reati mentre da Presidente del Consiglio partecipava a un convegno internazionale sulla malavita. Ciò malgrado, Berlusconi non è stato condannato, né per il reato di cui a quell’avviso di garanzia né per altri. Che cosa va dunque cercando, Travaglio? Vuole dimostrare che ha corrotto i giudici? E chi può avere voglia di ascoltarlo, a questo punto, se non qualcuno che, come lui, sta già raccontandosi una leggenda nera con cui condannare nel proprio cuore i grandi e consolarsi della propria personale insignificanza?
Gianni Pardo

Il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, ha rassegnato  le dimissioni
Le dimissioni, spiega una nota, «verranno presentate al Consiglio superiore nell'ordinaria riunione di domani.
La decisione, autonomamente assunta con tranquilla coscienza, è volta a riportare serenità nel superiore interesse del Paese e della Banca d'Italia».
Nella nota di annuncio delle dimissioni si ricorda che Fazio ha servito la Banca e il Paese per quarantacinque anni. Nel corso del suo lungo impegno ha dato impulso alla ricerca economica e istituzionale.
«La Banca d'Italia, con la politica monetaria e del credito ha abbattuto alla metà degli anni novanta l'inflazione, realizzando in tal modo la condizione per partecipare all'unione economica e monetaria».
Nel comunicato, che fa una sorta di bilancio dell'opera di Fazio, si ricorda come il sistema bancario fosse fragile a metà degli anni novanta. «è stata condotta un'opera di ristrutturazione e di consolidamento dalla quale è emerso un sistema bancario ampiamente privatizzato, con accresciute dimensioni degli intermediari, solidità economica e patrimoniale accentuata concorrenza».
La decisione «autonomamente assunta con tranquilla coscienza, è volta a riportare serenità nel superiore interesse del Paese e della Banca d'Italia»
Berlusconi: «Ora si passi al mandato a termine»
Prodi: «Pronti a collaborare per la nuova nomina»

Mani pulite delle banche ? Illusione , il nodo è la concorrenza
Da piu' parti si sente aleggiare che, con le vicende che stanno coinvolgendo la Bpi, si stia andando verso una "Mani Pulite" delle banche, che dovrebbe spazzare i malfattori e restituire il maltolto. Abbiamo piu' che un ragionevole dubbio. A parte il fatto che la "Mani pulite" della politica, cioe' la via giudiziaria al rinnovamento della politica, non ci sembra abbia dato grandi risultati per i consumatori: "mazziati e cornuti" prima, "mazziati e cornuti" oggi.
Il problema centrale, al di la' degli specifici fatti delittuosi che auguriamo siano presto accertati e altrettanto presto siano puniti i colpevoli, non e' solo fare piazza pulita di un gruppo di persone che avrebbero commesso una serie di reati, ma di capovolgere un metodo e un sistema che ha portato a che non potra' che continuare a portare a situazioni del genere. Il metodo e' quello delle nomine politiche ai vertici degli istituti di credito, piuttosto che di merito, e creare le condizioni perche' una selezione per il merito sia possibile.
Far si' che ci sia concorrenza, che le banche attirino i clienti per i loro effettivi vantaggi proposti e che i migliori e i piu' capaci siano premiati dal mercato a discapito dei peggiori e degli incapaci. Uno dei nodi centrali e' la politica e l'assetto di Bankitalia:
1 - Fintanto che in Italia non esistera' una banca che fallisce invece di essere recuperata, piu' o meno obbligando quelle banche presunte sane ad assorbirle, non si potra' parlare di concorrenza, ed e' consequenziale che i dirigenti siano nominati per garantire questo equilibrio piu' che la capacita' dello specifico istituto di essere sul mercato.
2 - Fintanto che non sara', per esempio, l'Antitrust a garantire la concorrenza sul mercato, ma la stessa Bankitalia, in una sorta di funzione di controllore che controlla se stesso, non si potra' parlare di concorrenza.
3 - Fintanto che l'assetto proprietario dell'Istituto centrale non sara' controllato dallo Stato, piuttosto che dalle stesse banche che "concorrono" sul mercato, continueremo ad assistere solo ad un gioco delle parti in cui la finzione e' la caratteristica prevalente.
4 - Fintanto che avremo un governatore di Bankitalia imposto senza scadenza di mandato da queste banche private proprietarie dello stesso Istituto, continuera' ad essere una questione che Governo e Parlamento hanno deciso debba riguardare gli assetti di potere economico e politico di queste banche, consentendo loro di continuare il lucro imponendo la loro politica sugli italiani tutti.
Parte di quanto diciamo dovrebbe essere compreso nella mitica riforma del risparmio. Ma abbiamo piu' che un ragionevole dubbio che vi si proceda in questo modo, sostituendo l'economia politica e il mercato alla politica politicante sia del centro-destra che del centro-sinistra.
Sara' bene che i risparmiatori/sudditi e le vittime delle innumerevoli truffe che hanno portato al prosciugamento delle tasche dei risparmiatori, facciano tesoro di questo ogni volta che devono decidere il loro contributo, sia che si tratti di essere davanti allo sportello di una banca che davanti ad un'urna elettorale.
Vincenzo Donvito, presidente Associazione Difesa Consumatori Utenti

Eccoli qua i nemici della pace e della verita'
Eccoli qua, ancora una volta, i nemici di Israele, i nemici della pace, gli assassini della verita'.
Eccoli qua ancora una volta, mai sazi di odio, a manifestare contro Israele con un proclama che vuole imbrogliare  la gente che si prepara a festeggiare il Natale.
Eccoli qua a parlare di "Natale di pace in Palestina".
Eccoli qua, sempre i soliti, sempre loro, sempre quelli che un paio di anni fa  sono andati a sfilare a Roma vestiti da kamikaze.
Non dimentichiamo quella vergogna che ha macchiato  la Capitale d'Italia, non dimentichiamola mai.
Eccoli qua, il 23 dicembre saranno a Milano dove vogliono costruire un muro uguale a quello che si sta costruendo in Israele.
Eccoli qua, pieni di rabbia perche' la costruzione del muro impedisce ai terroristi di passare e di ammazzare Israeliani innocenti.
Lo chiamano "Muro della vergogna" eppure dovrebbero sapere che i muri non li abbiamo inventati noi ma "loro" e contro i "loro" muri questa gente non manifesta perche' non sono stati gli israeliani ad erigerli, non sono stati gli ebrei a pensarli , allora si fa silenzio e si evita di ricordarli, tanto la gente comune non lo sa....
E' proprio su questo che puntano, sull'ignoranza della gente cui puoi raccontare quello che vuoi sul perfido Israele diffamato per anni da costoro, senza tregua e senza vergogna.
No, non parlano mai degli altri muri, dei loro muri, allora glieli ricordo io, citando la lettera di un amico che vive a Gerusalemme:
"Il Muro cristiano, quello che dagli anni '60 devasta, sconvolge, avvilisce e degrada Belfast, Londonderry e tutto il Nord Irlanda che però impedisce che le molotov colpiscano i bambini che vanno a scuola bruciandoli vivi per strada (bruciare vive le persone è qualcosa di genetico nella civilissima Europa)."
Il Muro di Berlino che ebbe il merito di dividere due barbarie, quella nazista da quella comunista.
Il Muro del Vaticano costruito per impedire ad altri barbari di invadere il piccolo stato.

Il Muro invalicabile che divide il Marocco dal Marocco spagnolo impedendo ai fuggiaschi di raggiungere la Spagna, fuggiaschi sui quali Zapatero fece sparare senza pieta'.
Israele costruisce la sua barriera salvavita per salvarsi la vita! E' tanto difficile da capire?
"Il muro corre per lo 85% sul tracciato del cessate il fuoco pre-1967 (non confine! non esisteva e non esiste un confine! esistono dei territori contesi e delle linee di cessate il fuoco!)
E non si alterna al reticolato senza una logica ! La logica c'è ed è ferrea: da dove i musulmani sparavano sugli israeliani (TulKarem, Qalkilia, alcuni quartieri arabi fuori Gerusalemme, BetJalla etc etc) lì c'è il "muro" per impedire, appunto, alle pallottole di passare.
Negli altri posti, dove i centri abitati o il passaggio di persone è sufficientemente lontano, corre un normale reticolato di confine con sensori elettronici per individuare infiltrazioni (meno problematico dei campi minati usati ai confini di parecchi stati moderni!)
Oltretutto si  dimentica volutamente di dire che la parte in muratura della barriera di sicurezza ammonta a circa 20 km su oltre 380 di confine. In fin dei conti una parte trascurabile, anche se essenziale per la salvezza di vite umane (Ebraiche, ovviamente)"
A questo proposito parlano le statistiche: i morti Israeliani per mano di terroristi musulmani sono calati in modo netto e proporzionale dalle molte centinaia dei primi anni di guerra, piu' di 1000 fino al 2004, siamo arrivati a "solo" 52 vittime nel 2005.
Sappiamo che le vite degli israeliani non hanno  importanza per questi imbroglioni della pace (cha mai sono venuti a manifestare davanti ai cadaveri bruciati dentro uno dei tanti autobus fatti esplodere)  ma per noi si, la vita di ogni ebreo ha importanza e siccome  in Europa ne hanno ammazzati troppi, adesso tocca a noi difenderci dai barbari, dai nuovi nazisti, dai terroristi, dagli amici dei pacicattocomunisti.
Vorrei dire agli ebrei italiani che se un Di Canio e' da biasimare e da condannare severamente  per i ripetuti saluti romani che ci sbatte sul naso, e' da questi pacicattocumunisti che dobbiamo difenderci oggi.
Diffidate di chi parla di "pace tra israeliani e palestinesi" manifestando contro la Barriera salvavita e NON contro il terrorismo palestinese.
Diffidate di loro: sono loro i  nemici di Israele, i nemici della pace, gli assassini della verita'.
Deborah Fait

ALL’EST NIENTE DI NUOVO
Il giorno 16 dicembre 2005 si è votato in tutto l’Iraq. I quotidiani hanno certo dato la notizia, però trattando quel giorno di elezioni come avrebbero trattato le elezioni in Turchia. Un fatto normale in un paese normale. Anche se a ben vedere Turchia ed Iraq, in quanto paesi musulmani, non sono normali, essendo gli unici in cui si vota. Solo che la Turchia è una democrazia, se pure sorvegliata, dai tempi di Atatürk, mentre l’Iraq assaggia con avidità il metodo democratico solo da pochi mesi. Ecco perché questo trionfo della volontà popolare - contro venti e maree, contro il terrorismo e contro le divisioni etniche e religiose - andava salutato con grida di giubilo e fiaccolate in piazza. Perché è un evento epocale. E invece silenzio. È mancato poco che la notizia, per i giornali italiani, fosse “Elezioni in Iraq, calma in tutto il paese, come al solito”.
Qui come al solito non c’è niente. Già che abbia votato tutto l’Iraq significa che hanno votato anche i sunniti: quegli stessi che, contestando la nuova democrazia, si erano astenuti dalle precedenti elezioni. Poi la partecipazione al voto è stata altissima (circa il 70%), e questo malgrado quell’infelice paese sia afflitto da una violenza endemica. Una violenza alimentata da quei poteri arabi che dai progressi della democrazia hanno tutto da temere.  Insomma, come ha detto Bush, l’Iraq si è lasciato alle spalle una pietra miliare sul cammino della democrazia. Se la tendenza non cambia direzione, si annuncia la riuscita di quell’esportazione della democrazia su cui tanto s’è ironizzato. Gli Stati Uniti possono avere sbagliato, pensando di ripetere in questo contesto ciò che fecero nel 1945 con i tre paesi dell’asse Roma-Berlino-Tokyo, anche perché L’Iraq è un paese etnicamente diviso e incoerente dal punto di vista religioso, ma gli irakeni hanno dimostrato d’essere capaci di trasformare quell’errore in un successo. Si sono dimostrati più maturi per la democrazia di quanto pensassero gli occidentali, soprattutto gli intellettuali di sinistra che si riempiono la bocca di stima e amore per il popolo e spesso lo disprezzano. I maîtres à penser superciliosi sono stati peggio che scettici, le donne irakene sono state felici di farsi fotografare col dito sporco d’inchiostro.
Mastro don Gesualdo è un capolavoro assoluto, ma Verga commette un errore ideologico: volendo essere realista ed anzi pessimista, non risparmia al lettore tutto ciò che può dimostrare la negatività della vita. Poiché tuttavia la storia di Gesualdo è quella di un uomo di successo, d’un uomo che si eleva dalla povertà alla ricchezza e addirittura al contatto con i nobili, Verga è costretto ad adottare quello che in inglese si chiama double standard: racconta con dovizia di particolari i problemi e le sconfitte di Gesualdo, mentre sorvola con un paio di righe sui suoi successi. Con questo metodo si può trasformare in tragedia anche la storia di Cenerentola.
Il pregiudizio ideologico distorce la realtà. Se si è fin troppo ottimisti ci si può credere uomini di successo mentre si è dei mediocri, se si è pessimisti si può essere infelici, come Cesare giovane, all’idea che alla sua stessa età Alessandro Magno aveva fatto tanto di più.
Tutta la sinistra europea e, in generale, l’Europa stessa hanno talmente deprecato la guerra irakena e talmente desiderato che gli americani fallissero clamorosamente che quando l’Iraq ha vissuto una giornata gloriosa, una giornata che promette un futuro migliore e democratico (finalmente!) ad un paese arabo, si sono voltati dall’altra parte.
All’Est niente di nuovo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it


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