Roma - Prima si stuzzicano,
poi fanno la pace e quindi tornano a lanciarsi messaggi
in codice sempre meno criptati. Benchè fulcro e asse portante
dello schieramento di centrosinistra, l’alleanza tra Ds
e Margherita fa registrare da qualche tempo pericolosi scricchiolii.
Il costruendo edificio del Partito Democratico, infatti,
è epicentro di continue scosse sismiche provocate dai
movimenti sotterranei delle due grandi “placche geologiche” dell’Unione:
quella che raccoglie ed aggiorna l’eredità della Democrazia
Cristiana e quella che raccoglie ed aggiorna l’eredità
del Partito Comunista. Ultimamente le turbolenze si sono fatte
più frequenti e, proprio mentre si lavora a una sorta di
fusione delle due anime politiche in un unico soggetto, si registra
una significiativa escalation di screzi, divergenze, allusioni
e distinguo. A scoperchiare la pentola, come noto, è stata
l’inchiesta, ancora tutta in divenire, sulla scalata di Unipol a
Bnl. Giova ricordare, a questo proposito, che in questa partita si fronteggiano
uomini di entrambe le fazioni visto che il presidente di Bnl,
Luigi Abete, è molto vicino al partito di Rutelli e che Unipol
raccoglie e raggruppa l’universo delle cosiddette Coop Rosse,
il premiato sistema economico-cooperativo diventato vanto e bandiera
dalla sinistra comunista che oggi si riconosce nel riformismo
diessino. A dare fuoco alle polveri, finora, è sempre stata
la Margherita, il cui presidente Francesco Rutelli, pochi giorni
fa, aveva dichiarato che in materia di moralità il suo partito
“non avrebbe fatto sconti a nessuno”. Con la spada di Damocle
dell’inchiesta su Unipol e Giovanni Consorte calata sulla testa,
la Quercia si sentì chiamata in causa.
Ne derivarono forti malumori e subito dopo, guardacaso, arrivò
la pubblica smentita di Rutelli che chiarì di non essersi
mai espresso in quel modo.
Ora, però,
è Europa a chiamare in causa l’alleato. «Noi
siamo qui ogni giorno a chiederci perchè sotto la
Quercia c’è tanta difficoltà a liberarsi da questo
peso -scrive il quotidiano dei Dl - e l’unica spiegazione
che regge è che l’attacco a Unipol è sentito
come l’attacco a se stessi, a un tutt’uno inscindibile».
Il “peso”
di cui parla il giornale in un fondo di prima pagina
firmato dal direttore Stefano Menichini, è rappresentato
naturalmente dall’intreccio tra il mondo cooperativo e
i Ds e quindi, a livello più generale, dal legame tra affari
e politica. Un problema, fa notare il quotidiano in un confronto
che fatalmente risulta provocatorio, che nei Dl non esiste:
«Nè Abete nè Della Valle per quanto forse
amici della Margherita, sono da essa vissuti come parte del
proprio mondo per il banale motivo che un mondo della Margherita non
esiste, non ha fatto in tempo a generarsi e probabilmente non
ne avrà il tempo. Non ci sarà mai comunque qualcosa
di simile al rapporto che la Dc aveva con la Coldiretti».
«Bersani - prosegue l’editoriale - parla di cotè finanziario
della Margherita: Bene, ma nella sua Emilia Romagna non c’è
alcun cotè: come descriveva Antonio La Forgia due giorni
fa su Europa c’è un vero e proprio sistema e per di più
rovesciato, sicchè sono le coop a comandare la politica e non
viceversa». L’attacco, decisamente pesante, viene quindi esplicitato
e circostanziato. Ai Ds, in poche parole, si rimprovera di non tagliare
il cordone che lega il partito alla cosiddetta “finanza rossa”.
«A tutt’ora
- fa notare il quotidiano - non c’è ancora un
dirigente di primo piano della Quercia che abbia avuto il modo
di prendere con nettezza le distanze dal presidente dell’Unipol
e di riconoscere che le operazioni finanziarie della
società, ammissibili in sè, sarebbero però
compromesse dalle eventuali scorettezze del manager che le
ha decise, condotte e presentate alla politica». Secondo
Europa, l’atteggiamento difensivo adottato dai vertici di
via Nazionale nei confronti di Unipol è «comprensibile
(basta guardarsi intorno tra gli sponsor degli stand alle Feste
dell’Unità) ma è esattamente “il” problema: nello
schema lobbistico americano che piace tanto a Pierluigi Bersani
non esiste una simile identità».
I diesse,
ovviamente, non hanno gradito. Al momento, però,
hanno dovuto ingoiare il rospo. Su queste fondamenta,
comunque, appare assai difficile costruire il grande edificio
del Partito Democratico.
Articolo
di A. Mon., da La Padania del 28 dicembre 2005
Sognando Giuda Maccabeo
E' accaduto. Ce lo aspettavamo,
non in modo cosi' spudorato, ma ce lo aspettavamo.
Non c'e' stato telegiornale
italiano che, tasmettendo la cronaca di Natale da Betlemme,
non abbia parlato del muro, anzi del Muro colla emme maiuscola,
perche' pare che per i giornalisti questo sia l'unico muro
al mondo, non uno dei tanti e , sicuramente, il piu' giustificato
in quanto SALVAVITA!
Tutti, nessuno escluso, parlando
del turismo a Betlemme in occasione del Natale, tutti
indistintamente, durante i collegamenti per la Messa dalla
Basilica hanno ricordato e fatto vedere e rivedere il famigerato
Muro commentando con tono di aspro rimprovero che, "secondo"
gli israeliani, dovrebbe proteggere dal terrorismo, come se non
fosse vero, come se fosse una fantasia, come se non fosse provato
che nei tratti dove il muro esiste, la' non passano i terroristi
suicidi!
E allora eccoci travolti da telecronache
che fanno vedere Monsignor Sabbah, grande ammiratore del
defunto di Ramallah oltre che gigantesco
ipocrita che mai disse una parola contro i terroristi suicidi, mentre
pianta ulivi davanti al muro.
Eccoci tormentati da immagini
di poveri e innocenti palestinesi che sfilano con le
candele davanti al muro maledetto, mentre noi ricordiamo
amaramente altre sfilate con candelotti esplosivi al posto delle
candele.
Ecco reportages piagnucolanti
sui palestinesi segregati, venduti ai telespettatori
come pacifiche vittime di Israele anziche' barbari simpatizzanti
di assassini suicidi nonche' danzatori di piazza instancabili
alla notizia di ogni attentato andato a buon fine.
La vergogna dei collegamenti da
Betlemme per il Natale si sta concludendo
senza una parola sul terrorismo , senza un accenno sugli
avvenimenti che , in questi anni di guerra, hanno reso la Betlemme
cristiana vittima dei palestinesi musulmani e citta' ostaggio
dei terroristi.
Naturalmente non sono stati ricordati
le decine di attentati subiti da Israele e provenienti
proprio da questa citta' prima che iniziasse la costruzione
del muro per scongiurarli.
Nessuno giornalista, con l'occasione
di trovarsi a Betlemme, ha approfittato per parlare,
anche en passant e tanto per onesta' di cronaca, di quello
che fu uno degli avvenimenti piu' vergognosi perpetrati
in questa cittadina dai palestinesi quando, nel 2002, 200 terroristi
entrarono a forza, sparando a raffica, nella Basilica della
Nativita' e vi si insediarono per settimane, sporcandola, sconsacrandola,
riempiendola di immondizie e escrementi.
Nessuno dei giornalisti presenti
in questi giorni a Bet Lechem ha ricordato l'accaduto e
le menzogne dei frati francescani, Padre Ibrahim loro portavoce
in testa, che piagnucolavano dicendo di non aver da bere e da
mangiare per colpa dell'esercito israeliano, salvo poi aver
trovato decine di chili di cibo avariato e puzzolente poiche' ne
avevano tanto da non poter essere consumato.
I Francescani hanno fatto
credere al mondo intero di essere stati ostaggi dei soldati
israeliani anziche' dei terroristi, mentendo in grande
stile e con una maestria e una faccia tosta incredibili,
con un impatto mediatico superlativo sul pubblico che, una
volta di piu', fu preso per i fondelli da giornalisti senza scrupoli.
Il mondo intero si rivolto' contro
Israele ancora una volta.
I veri colpevoli furono raffigurati
come povere vittime ancora una volta.
Grande performance di pelo sullo
stomaco dei media italiani ancora una volta.
Il mondo filopalestinese ragiona
cosi', piu' che altro sragiona cosi': duecento terroristi armati
fino ai denti entrano nella Basilica, la occupano, tengono in
ostaggio i frati e alcuni giornalisti, tra cui l'italiano Marc
Innaro, mangiano, bevono, defecano sotto gli altari, rompono tutto
, dissacrano il luogo piu' santo della Cristianita' e la colpa
di chi e'?
Di Israele, naturalmente!
Non solo, si costruisce questa
colpa giorno per giorno con collegamenti strappalcrime
e lo si fa in modo talmente eccessivo da non credere che la
gente possa essere tanto ingenua da cascarci e invece ci
casco' perche' e' cosi' facile, e' cosi' semplice, e' cosi' bello
e soddisfacente odiare Israele per sentirsi piu' buoni.
Nemmeno quando incomincio' a emergere
la verita' , nemmeno quando vi furono timide testimonianze
sullo scempio fatto nella Basilica, nemmeno allora la gente
credette a Israele.
Nessuno dunque, pur trovandosi
in loco, ha trovato il tempo di rammentare questa vergogna
e nessuno ha accennato al fatto che i cristiani di Betlemme
stiano scomparendo perche' perseguitati e vessati dai musulmani
e che dal 90% si sono ridotti al 7 % dal giorno
in cui Betlemme e' passata all'ANP e hanno incominciato a fuggire
a gambe levate . Meglio parlare del muro, che diamine!
Ci sarebbe tanto da raccontare
su Betlemme, volendo.
Ve la ricordate la facciata della
Basilica durante la tirannia di Arafat? No eh? Infatti
nessuno ne ha mai parlato per paura e allora non ci si
ricorda come fosse deturpata da un enorme lenzuolo con il ritratto
del mostro malefico che dominava la Piazza.
Come mai il Vaticano o qualsiasi
passante cristiano non hanno mai protestato per quel ritratto
gigantesco che avviliva la facciata della Chiesa.
Come hanno potuto accettare una
simile porcheria senza dire una parola?
Come mai nessuno si e' sentito
offeso e umiliato nella propria Fede da quella brutta faccia
ghignante contro il bianco delle pietre della Chiesa che per
tutti i cristiani del mondo e' il luogo piu' sacro in assoluto?
Come mai nessun giornalista si
e' sentito in dovere di denunciare una simile porcheria
come scandalo e offesa contro la Cristianita', il senso del
decoro e del buon gusto?
Come e' possibile che tutti abbiano
finto di non vederla quella Brutta Faccia sulla Basilica
che racchiude la Grotta dove nacque Gesu'?
La risposta logica e' che
una parte della cristianita' aveva paura di farlo notare
e l'altra parte, quella antisemita, adorava Arafat piu'
di Gesu' Bambino.
Oggi quel lenzuolo e' scomparso
per fortuna, non si vede piu' la Brutta Faccia, la Basilica
e' stata ripulita e riconsacrata subito dopo la fine della
occupazione terroristica, hanno persino tolto la kafiah dalla
seggiola che il bandito occupava durante la Messa di mezzanotte
e al suo posto vi si e' seduto Abu Mazen.
Sono cambiate alcune cose, la
piu' importante e mai abbastanza benedetta e' stata proprio
la morte di Arafat ma non sono diminuite le fughe dei cristiani
da Betlemme, da Bet Jalla e altri villaggi dei territori palestinesi.
Soprattutto non e' cambiato l'atteggiamento
dei giornalisti che, non appena gli si presenta l'occasione,
partono con le loro sparate contro Israele usando ogni volta
un gadget nuovo, quest'anno si vende bene il muro.
Il Muro della vergogna, lo chiamano
ipocritamente, il Muro che Israele costruisce per rinchiudere
i palestinesi, dicono. Rinchiudere dove? hanno tutto il
mondo arabo davanti a loro, e' Israele che si rinchiude "dentro",
per tener fuori le belve che sono i terroristi.
Il muro e' una conseguenza del
terrorismo, non viceversa, il muro e' la' per impedire
che le belve sbranino i bambini ebrei! Il muro serve ad
evitare che dei terroristi entrino in una casa qualsiasi e scannino
tutti i suoi abitanti, bambini compresi, anzi i bambini per primi
per vedere impazzire i genitori.
Il muro ci serve per vivere, signori
giornalisti, questo dovreste ricordarlo ogni tanto , cosi',
per un senso di onesta' professionale, se ne avete.
Forse pero' e' chiedere
troppo perche' anche i giornalisti sono uomini
e quindi soggetti a pressioni psicologiche.
Recenti avvenimenti hanno confuso
ulteriormente le loro idee.
Abbiamo sentito il criminale presidente iraniano ,
Ahmedinejad , chiedere la distruzione di Israele e la ricollocazione
degli ebrei in Europa.
Dopo una settimanina di " Oddio che vergogna" nessuno ne
parlava piu'.
Abbiamo visto la riccioluta testa bianca di Kofi Annan,
"Kefiah" per gli amici, sotto una cartina della Palestina da
cui Israele era stato cancellato durante la "giornata di solidarieta'
con il popolo paletinese"...
I media non si sono interessati alla cosa, fosse accaduto
il contrario avrebbero starnazzato come oche impazzite.
Leggiamo ogni giorno di episodi di antisemitismo in tutto
il mondo, giornalisti ebrei non vengono ammessi in paesi arabi
a causa della loro etnicita', israeliani vengono scacciati da
universita' europee e americane, se uno si azzarda a fare una ricerca
su Google legge di Israele peste e corna, compresi massacri,
naturalmente mai avvenuti come quello immaginario di Jenin.
Non dobbiamo quindi meravigliarci se i poveri giornalisti,
da Betlemme, in nome del Santo Natale e della pace nel
mondo, non sanno fare altro che accusare Israele solo perche'
si difende nel modo meno cruento possibile, con una barriera per
tener lontani i terroristi.
Puntate pure il dito accusatore
ancora e ancora contro Israele...noi intanto accendiamo
le candeline di Chanuka' e , per consolarci, sognamo
Giuda Maccabeo.
Le luci di Chanuka' , da Gerusalemme
a tutte le citta' del mondo, ci illuminano e ci daranno
la forza e la pazienza di aspettare il miracolo che viene
dal coraggio del popolo di Israele, vittima ancora oggi
di un'ideologia neonazista e poi calunniato e demonizzato
se si difende orgogliosamente.
Chanuka' insegna: Antioco
Epifane verra' sconfitto sempre e il miracolo della luce si
rinnovera' per il Popolo di Israele.
Deborah Fait - informazionecorretta
Massima del giorno
Per anni in Europa s'è
parlato del problema della suddivisione della ricchezza.
Ora, dopo l'ingresso di India e Cina nell'economia, ci sarà
il problema della condivisione della povertà.
G.P.
MOLLICHINE
D'Alema ha fatto un leasing
con Fiorani. Tutto normale, tutto lecito. Sì,
ma che ne dirà Travaglio?
Tremonti
da qualche tempo riesce a nascondere il proprio disprezzo
del prossimo. Se fosse bravo quanto lui, Sharon riuscirebbe
a nascondere la propria obesità.
Intesa bi-partisan Prodi-Berlusconi
per Bankitalia. L'incontro: "Buongiorno". "No, buonasera".
"Non è tardi, ho detto buongiorno!" "E io buonasera!
Ma allora vuoi proprio litigare?".
Ai funerali di Stanley "Tookie"
Williams 2.000 persone. Hanno avuto un'esecuzione di
Stato e avrebbero voluto un funerale di Stato.
Riprenderanno a gennaio i colloqui
sul programma nucleare iraniano. Non bisogna affrettarsi.
Diversamente Tehran non avrebbe il tempo di fabbricare
la bomba.
Gianni Pardo
DOMANDE SBAGLIATE
Alcune volte vengono poste domande
la cui risposta sembra difficile, se non impossibile. Per
esempio: "Che cos'è la Verità? In questi casi
l'interrogato, soprattutto dal momento che il sostantivo è
scritto con una intimidatoria maiuscola, si sente moralmente obbligato
a fare la faccia seria e ad affermare di non essere in grado di
rispondere. Come tutti, del resto, tanto la domanda è ardua.
Ma in realtà si tratta d'un falso problema.
La Verità in sé
non esiste. Ci sono affermazioni campate in aria o contrarie
ai dati accertati ("La Terra è piatta"), la cui caratteristica
fondamentale è la falsità. Esistono invece
altre affermazioni il cui contenuto corrisponde alla realtà
(adeaquatio mentis et rei, diceva San Tommaso), per
esempio "La Terra è tonda", e può dirsi che la verità
è la caratteristica di tali affermazioni. Da quando si è
riusciti a buscar el Levante por el Poniente, cioè
dai tempi di Colombo e Magellano, la differenza fra queste due
affermazioni è innegabile per tutti. La verità non
è una cosa in sé, dunque: è semplicemente la qualità
di una frase come "la Terra è tonda" e che non ha una frase come
"la Terra è piatta".
Chiedere "Che cos'è la
Verità?" è come chiedere "Che cos'è
la Falsità?", "Che cos'è la Semplicità?",
"Che cos'è la Genuinità?".
Un'altra domanda seria e coinvolgente
è: "Perché siamo sulla Terra?" O anche:
"Qual è il destino dell'uomo?". Anche questo interrogativo
- una delle molle fondamentali della metafisica - fa tremare
le vene e i polsi. E tuttavia ci si può chiedere se esso
non sia futile come la domanda su ciò che è la Verità.
Infatti, prima di chiedersi perché si è sulla Terra,
bisognerebbe chiedersi se un perché ci sia: non è
detto che si tratti solo di identificarlo. Prima di chiedere: "perché
esiste l'uomo?" bisogna chiedere: "l'esistenza dell'uomo ha un perché?".
E che cosa prova che l'uomo abbia un destino, cioè una destinazione,
cioè una finalità?
Se un uomo è colpito
dal fulmine, è sciocco chiedersi chi abbia voluto
ucciderlo. Viceversa, se è colpito da un colpo di fucile,
è normale chiedersi chi gli abbia sparato. Perché
in tanto si può cercare un responsabile in quanto si ipotizzi
una cosciente volontà. Nello stesso modo, se fossimo
certi che l'uomo è stato messo sulla Terra da qualcuno
che aveva l'intenzione di ottenere qualcosa, sarebbe normale
chiedersi che cosa intendesse ottenere. E dunque qual è il
senso della sua esistenza. Ma se l'uomo fosse sulla Terra esattamente
per caso, o come conseguenza d'una incosciente serie causale, che
senso avrebbe porsi questa domanda?
Il problema del perché
dell'esistenza si sposta immediatamente su un altro piano.
Se si crede ad un Creatore, cioè ad un essere che
crea l'uomo e s'interessa alla sua esistenza, è giusto cercare
la risposta al "perché?" della vita. Ed in effetti i
teologi dicevano che Dio ha creato l'uomo perché
bonum est diffusivum sui (il bene per sua natura ha tendenza
ad espandersi) e dunque Dio avrebbe creato l'uomo per il piacere
di renderlo felice. Anche se - visto come vanno le cose - è
chiaro che intende farlo in un'altra vita. Viceversa, se non si
crede a questa teoria, o a qualche teoria analoga, non si può
che giungere alla conclusione che l'uomo esiste semplicemente perché
si è avuta una serie di fenomeni che lo ha fatto esistere. Una
meccanica catena causale che ha dato da un lato l'uomo e dall'altro
la medusa. Con uguale indifferenza. Anzi, con la stessa indifferenza
con cui nessuno di noi si sogna mai di chiedersi quale sia il destino
della medusa.
Si potrebbero ipotizzare altre
domande sbagliate (per esempio: "qual è la lingua
più adatta ad esprimere concetti ardui e sentimenti
sottili?" "che cosa si potrebbe fare per rendere tutti gli uomini
buoni?") ma una cosa rimane accertata: prima di cercare di rispondere
ad alcune domande interessanti bisogna chiedersi se esse abbiano
senso, se non siano un falso problema e se non implichino che vada
prima risolto un problema a monte.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 26 dicembre 2005
TESTE D'UOVO
Il 14 novembre 2004, due
mesi e mezzo prima del voto iracheno del 30 gennaio
2005, Eugenio Scalfari scrisse su Repubblica questa frase:
"Elezioni a gennaio? Come si potrà organizzare, in regime
di coprifuoco e in presenza di una guerra civile che miete
vittime in tutto l'Iraq centrale, una campagna elettorale? Almeno
un simulacro di campagna elettorale? Le liste degli aventi diritto
al voto? I seggi e gli scrutatori? I comizi? Le liste dei candidati?
Di tutto ciò nessuno parla".
La campagna elettorale invece ci
fu, e grazie a essa il 60 per cento degli iracheni, vale
a dire otto milioni di persone, si presentarono alle urne e
votarono, evidentemente informati - a differenza di Scalfari
- sia dei seggi sia delle liste dei candidati. A quel voto, come
i lettori del Foglio sanno bene, ne sono seguiti altri due, un
referendum costituzionale il 15 ottobre e poi un'altra elezione,
il 15 dicembre scorso, questa volta per eleggere il primo Parlamento
democraticamente eletto di tutto il medio oriente, Israele escluso.
Pensate che Scalfari o qualche testa d'uovo di Repubblica ne
abbia preso atto? Pensate male. Nemmeno una ruga sulla fronte. Eppure
il 60 per cento del 30 gennaio 2005, meno di un anno dopo è
diventato il 70 per cento. Gli otto milioni sono diventati 11 milioni.
Agli sciiti e ai curdi si sono aggiunti anche i sunniti di quell'Iraq
centrale che tempo fa stava tanto a cuore al fondatore di Repubblica.
Nonostante tre consultazioni seguite ad altrettante partecipate
campagne elettorali, centinaia di comizi, migliaia di manifesti e una
robusta articolazione di liste e di alleanze politiche, Scalfari
non ha offerto ulteriori riflessioni a quelle sue opinioni poi smentite
dai fatti e dagli iracheni.
Con l'eccezione di Khaled Fouad
Allam e del suo articolo intitolato "E' esportata, ma è
democrazia", gli ideologi dell'impossibilità di esportare
la democrazia in Iraq, da Bernie Valli a Guido Rampoldi,
da Vittorio Zucconi a Lucio Caracciolo, da Mario Pirani a Gabriele
Romagnoli, hanno scelto di non intervenire sull'argomento,
una volta che la loro tesi è stata colorata di viola
tre volte in un anno prima da otto milioni di persone, poi da altri
otto e, infine, da 11 milioni di iracheni. Fouad Allam è
stato l'unico, anche perché in precedenza aveva tentato in
tutti i modi di spiegare ai colleghi republicones che le previsioni
di tipo scalfaresco non erano fondate sulla realtà, ma
su pregiudizi. Pregiudizi antibushiani, se non antiamericani,
e magari anche nei confronti degli arabi in quanto impreparati
a poter godere della libertà e della democrazia.
Il voto in sé, anche se
ripetuto tre volte in un anno, ovviamente non trasforma dal
giorno alla notte un'ex dittatura brutale durata 35 anni in
una società liberale, ed è perfino ragionevole pensare
che la democrazia a Baghdad non sarà mai la copia conforme
del modello Westminster. Però, almeno, quel voto dovrebbe
far riconoscere a Scalfari &Co. quanto i progressi democratici
compiuti in Iraq siano straordinari e come, per la prima volta,
lo scontro etnico, territoriale e religioso sia diventato politico
e istituzionale. Il dibattito ora è in Parlamento tra i
legittimi rappresentanti del popolo, anziché una guerra civile
tra una tribù sunnita golpista che torturava i dissidenti,
gasava i curdi, massacrava gli sciiti, sterminava gli arabi delle
paludi, bombardava Israele e invadeva i paesi vicini. Una parolina
o un pensierino sull'effetto benefico dell'intervento americano e
magari anche sul positivo sommovimento dell'asfittico status
quo mediorientale, dal Libano all'Egitto, da Gaza alla Siria, i
lettori di Repubblica probabilmente se li meriterebbero. Se perfino
un antiamericano di rango come il leader libanese Walid Jumblatt
ha riconosciuto che grazie ai marines di George W. "è caduto
il muro di Berlino" del medio oriente, perché Scalfari non si
smuove da affermazioni, come quella del 24 luglio 2005, secondo cui
il "terrorismo qaidista" conta "sull'appoggio di un buon terzo della
popolazione irachena"? Perché il fondatore di Repubblica non prende
carta e penna per rivalutare la sua perentoria analisi secondo cui
"la guerra preventiva irachena è stata oggettivamente perduta
dall'America di Bush"? Libero di non farlo, ovviamente, ma in quel
caso almeno aggiunga ai suoi editoriali l'avvertenza che "ogni riferimento
a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale".
Dal "Foglio"
- 23 dicembre
Massima
del giorno
L'adorazione dei
potenti insieme al calcio dell'asino sono il pane
e companatico della politica.
G.P.
MOLLICHINE
Ahmadinejad: l'olocausto
è leggenda. La sua personale è quella
del Santo Bevitore.
Affluenza del
70% alle urne irakene. Chi l'avrebbe detto che lì
ci fosse una così alta percentuale di collaborazionisti!
"Israele è
un cancro". Così Ahmadinejad e così i Fratelli
Musulmani in Egitto. Ma col loro basso livello scientifico,
come contano di guarirlo?
Angela Merkel:
"il principale vantaggio della coalizione rossonera
è l'esclusione dei Verdi". Ma che dice! I Verdi
appartengono alla natura, come l'anofele!
Malore di Sharon.
Hamas: "Sia lodato Allah!" Ma fino a sentenza definitiva
noi lo riteniamo innocente.
Gianni Pardo
LE DIMISSIONI DI FAZIO
Le dimissioni di
Fazio hanno certamente un significato, ma in molti
non sappiamo qual è. È la vittima innocente
di un attacco concentrico e crudele, quasi di cani intorno
ad una volpe ferita, o è un colpevole privo di vergogna
che si è aggrappato alla sua poltrona al di là di
ogni decenza?
Tuttavia questo
dubbio non è essenziale. Più importante è
notare che questo è uno di quei casi in cui la folla
si scatena e fa paura. Tutti - imbeccati dai giornali e dai
politici - hanno suggerito, invocato, richiesto, preteso a gran
voce le dimissioni. Ma tutti, se richiesti di rispondere a questa
semplice domanda: "Ma di che è colpevole, Fazio?", non avrebbero
saputo rispondere. Si sarebbero rifugiati in accuse fumose
di scorrettezze, favoritismi, mancati controlli, senza saper
scendere nei particolari. Si ripete: Fazio potrebbe anche essere
colpevole del peggio e un giorno i giudici potrebbero anche dimostrarlo:
ma fino a quel giorno, su che cosa si basa la severità dell‚uomo
della strada?
La gente fiuta
nell'aria che bisogna dir male di qualcuno - Craxi,
Fazio, chiunque sia dichiarato "nemico del popolo" - ed
è felice di gridare "crucifige!".
Ed è questo,
il punto. C'è chi è felice di gridare quella
parola prima ancora di sapere chi si tratta di crocifiggere
e c'è chi si rifiuta di gridarla anche se è
sicuro della colpevolezza dell'accusato. Alcuni amano
i cori, altri ne hanno orrore.
Se un motivo
c‚è per non schierarsi a favore della grazia
a Sofri (per il resto plausibile) è che anche qui
c'è un coro, anche se a favore. Un coro a favore per
un condannato per omicidio perfino nel giudizio di revisione,
e un coro contro un uomo accusato non si sa di cosa. Tanto
che molti hanno detto che avrebbe dovuto dimettersi solo perché
accusato, anche se innocente, solo perché sgradito,
per il buon nome dell'Italia. Come se il buon nome di un paese
fosse sostenibile costringendo alle dimissioni uno che magari
poi risulta innocente. Il caso del Presidente Giovanni Leone
non ha insegnato nulla.
Non ci si deve,
non ci si può associare ai cori. Bisogna essere
gelosi della propria indipendenza intellettuale. E non
dimenticare mai che Gesù era innocente.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 20 dicembre 2005
BUDDHA E TRAVAGLIO
Un giorno Buddha,
uscendo da casa, ebbe il dubbio di non avere chiuso
il gas. Certo, pensò, non dovrebbe succedere nulla.
Il tubo è pressoché nuovo, chi l'ha montato conosce
il suo mestiere e nessuno accenderà una fiamma per
dare fuoco alla casa, eventualmente. Ma un tubo potrebbe sempre
bucarsi ed io non sarei lì per sentire la puzza. L’artigiano
potrebbe aver commesso un errore nelle giunzioni. E si potrebbe avere
un corto circuito che incendia il gas. Oppure io stesso, tornando a
casa, potrei accendere la luce e far saltare in aria la casa, e uccidere
i vicini e morire io stesso. Dovrei proprio tornare indietro e controllare
d’aver girato quel dannato rubinetto.
Buddha stava per
tornare indietro quando un pensiero lo bloccò.
A parte il fatto, si disse, che io chiudo quel rubinetto
meccanicamente, praticamente sempre, e solo una volta
l'ho trovato aperto, questa che vivo è un’ansia nevrotica.
Se cedo, magari la prossima volta che uscirò avrò
lo stesso dubbio; e tornerò indietro; e troverò
il rubinetto chiuso; ma questo non m’impedirà d’avere
lo stesso dubbio, la volta seguente, e magari, sempre più
ansioso, di tornare indietro una seconda volta per essere sicuro che,
la prima volta che sono tornato indietro, ho effettivamente
chiuso il rubinetto. Insomma, concluse: se torno indietro avrò
salva la vita ma al prezzo della nevrosi, se non torno indietro
rischierò forse un po’ di più, ma sarò un
uomo sano e normale. Sicché se ne andò per i fatti
suoi e al ritorno trovò che il rubinetto era dovutamente
chiuso.
Questo aneddoto inventato
è in linea con un’osservazione generale: non tutto
ciò che è possibile controllare val la pena d’essere
controllato. Non si finirebbe mai. Ecco perché, quando
qualcuno dice che le grandi multinazionali petrolifere non
vogliono che si faccia conoscere la scoperta del motore ad acqua,
oppure che tutta la politica mondiale è dominata dagli ebrei,
oppure che il tale giornalista non è morto in un incidente
ma è stato fatto ammazzare dal Papa, oppure che sono stati gli
Ufo a far affondare le navi nel triangolo delle Bermude e mille
altre cose del genere, non è il caso di strapazzarsi ad indagare.
Lo stesso vale per giornalisti come Marco Travaglio. Certo, sarebbe
possibile che tutto ciò che dice sia corrispondente alla verità
e che sia provato dai documenti. Ma come mai tutte queste verità
le ha solo lui, come mai tutte queste verità non smuovono i grandi
giornali e le Procure della Repubblica e l’universo mondo? Non è
lecito pensare che chi ha assaggiato i suoi testi alla fine abbia concluso
che c’era molto fumo e poco arrosto? Possibile che tutti siano collusi
col potere, possibile che l’onestà e l’intelligenza dell’intera
Italia si siano rannicchiate nella testa riccioluta di Marco Travaglio?
È
questo il fastidio che inducono i vari Girolamo Savonarola.
Nessuno nega che nei vangeli sia scritto che non è
necessario filare o tessere, visto che gli uccelli che non
filano e non tessono sono meglio vestiti di Salomone. Ma,
detto questo, lasciate le filande in pace. La gente, anche se
credente, non andrà in giro vestita di piume. Il Savonarola
fu forse un pazzo, soprattutto dal punto di vista laico: ma
non si può negare che la sua predicazione fosse in linea
con la più retta e severa morale cristiana. Soprattutto
con quella dottrina che rimane nella mente di chi ha letto i quattro
Vangeli: ma la dottrina non è tutto e la Chiesa la sapeva
molto più lunga. Sapeva e sa quanta acqua mettere nel suo vino.
Se così non fosse, non sarebbe durata tanto.
I
Savonarola e i Travaglio fanno sorgere il dubbio che
non vengano per rivelare verità ed invitare al bene,
quanto per dare sfogo alla propria nevrosi e al proprio moralismo
castrante. Prima ancora di ascoltarli per sapere che cosa
dicono, uno avrebbe voglia di chiedergli se hanno digerito
bene, se hanno un bel rapporto con una donna, se hanno simpatia
oppure odio per l’umanità. Infatti chi è felice
(soprattutto in amore) ha tendenza a sorridere a tutti,
mentre chi è infelice ha tendenza a trovare fuori di sé
mille ragioni di ansia e di odio. Meglio lasciare il rubinetto
aperto che tornare indietro a controllare. O addirittura, come
diceva un siciliano, meglio essere cornuti che gelosi. Mentre
Travaglio è forse geloso persino della notorietà
di Ritanna Armeni.
In
questo campo basterebbe dire che la magistratura non
è benevola nei confronti di Berlusconi. Non solo
ha cominciato ad indagare su di lui appena si è dato
alla politica (e Dio sa che gli imprenditori vivono più
che ai margini della legalità!) ma è stata
capace di notificargli un’accusa per gravissimi reati mentre
da Presidente del Consiglio partecipava a un convegno internazionale
sulla malavita. Ciò malgrado, Berlusconi non è
stato condannato, né per il reato di cui a quell’avviso
di garanzia né per altri. Che cosa va dunque cercando,
Travaglio? Vuole dimostrare che ha corrotto i giudici? E chi
può avere voglia di ascoltarlo, a questo punto, se non
qualcuno che, come lui, sta già raccontandosi una leggenda
nera con cui condannare nel proprio cuore i grandi e consolarsi
della propria personale insignificanza?
Gianni
Pardo
Il governatore della Banca d'Italia, Antonio
Fazio, ha rassegnato le dimissioni
Le dimissioni, spiega una
nota, «verranno presentate al Consiglio superiore
nell'ordinaria riunione di domani.
La decisione,
autonomamente assunta con tranquilla coscienza, è
volta a riportare serenità nel superiore interesse del
Paese e della Banca d'Italia».
Nella nota di
annuncio delle dimissioni si ricorda che Fazio ha servito
la Banca e il Paese per quarantacinque anni. Nel corso del
suo lungo impegno ha dato impulso alla ricerca economica e
istituzionale.
«La Banca
d'Italia, con la politica monetaria e del credito ha
abbattuto alla metà degli anni novanta l'inflazione,
realizzando in tal modo la condizione per partecipare all'unione
economica e monetaria».
Nel comunicato,
che fa una sorta di bilancio dell'opera di Fazio, si ricorda
come il sistema bancario fosse fragile a metà degli anni
novanta. «è stata condotta un'opera di ristrutturazione
e di consolidamento dalla quale è emerso un sistema
bancario ampiamente privatizzato, con accresciute dimensioni
degli intermediari, solidità economica e patrimoniale accentuata
concorrenza».
La decisione
«autonomamente assunta con tranquilla coscienza,
è volta a riportare serenità nel superiore interesse
del Paese e della Banca d'Italia»
Berlusconi: «Ora
si passi al mandato a termine»
Prodi: «Pronti
a collaborare per la nuova nomina»
Mani pulite delle banche ? Illusione
, il nodo è la concorrenza
Da piu' parti si sente aleggiare
che, con le vicende che stanno coinvolgendo la Bpi,
si stia andando verso una "Mani Pulite" delle banche, che dovrebbe
spazzare i malfattori e restituire il maltolto. Abbiamo
piu' che un ragionevole dubbio. A parte il fatto che la "Mani
pulite" della politica, cioe' la via giudiziaria al rinnovamento
della politica, non ci sembra abbia dato grandi risultati per
i consumatori: "mazziati e cornuti" prima, "mazziati e cornuti"
oggi.
Il problema centrale, al di la'
degli specifici fatti delittuosi che auguriamo siano presto
accertati e altrettanto presto siano puniti i colpevoli, non
e' solo fare piazza pulita di un gruppo di persone che avrebbero
commesso una serie di reati, ma di capovolgere un metodo e un
sistema che ha portato a che non potra' che continuare a portare
a situazioni del genere. Il metodo e' quello delle nomine politiche
ai vertici degli istituti di credito, piuttosto che di merito,
e creare le condizioni perche' una selezione per il merito sia possibile.
Far si' che ci sia concorrenza,
che le banche attirino i clienti per i loro effettivi vantaggi
proposti e che i migliori e i piu' capaci siano premiati dal
mercato a discapito dei peggiori e degli incapaci. Uno dei
nodi centrali e' la politica e l'assetto di Bankitalia:
1 - Fintanto che in Italia non esistera'
una banca che fallisce invece di essere recuperata, piu'
o meno obbligando quelle banche presunte sane ad assorbirle,
non si potra' parlare di concorrenza, ed e' consequenziale
che i dirigenti siano nominati per garantire questo equilibrio
piu' che la capacita' dello specifico istituto di essere sul mercato.
2 - Fintanto che non sara', per esempio,
l'Antitrust a garantire la concorrenza sul mercato, ma la
stessa Bankitalia, in una sorta di funzione di controllore che
controlla se stesso, non si potra' parlare di concorrenza.
3 - Fintanto che l'assetto
proprietario dell'Istituto centrale non sara' controllato
dallo Stato, piuttosto che dalle stesse banche che "concorrono"
sul mercato, continueremo ad assistere solo ad un gioco delle
parti in cui la finzione e' la caratteristica prevalente.
4 - Fintanto che avremo un governatore
di Bankitalia imposto senza scadenza di mandato da queste
banche private proprietarie dello stesso Istituto, continuera'
ad essere una questione che Governo e Parlamento hanno
deciso debba riguardare gli assetti di potere economico e politico
di queste banche, consentendo loro di continuare il lucro
imponendo la loro politica sugli italiani tutti.
Parte di quanto diciamo dovrebbe essere
compreso nella mitica riforma del risparmio. Ma abbiamo
piu' che un ragionevole dubbio che vi si proceda in questo
modo, sostituendo l'economia politica e il mercato alla
politica politicante sia del centro-destra che del centro-sinistra.
Sara' bene che i risparmiatori/sudditi
e le vittime delle innumerevoli truffe che hanno portato al
prosciugamento delle tasche dei risparmiatori, facciano tesoro
di questo ogni volta che devono decidere il loro contributo,
sia che si tratti di essere davanti allo sportello di una banca che
davanti ad un'urna elettorale.
Vincenzo Donvito, presidente Associazione Difesa Consumatori
Utenti
Eccoli qua i nemici della pace e della verita'
Eccoli qua, ancora una volta, i nemici di
Israele, i nemici della pace, gli assassini della verita'.
Eccoli qua ancora una
volta, mai sazi di odio, a manifestare contro Israele
con un proclama che vuole imbrogliare la gente che si
prepara a festeggiare il Natale.
Eccoli qua a parlare
di "Natale di pace in Palestina".
Eccoli qua, sempre i
soliti, sempre loro, sempre quelli che un paio di anni
fa sono andati a sfilare a Roma vestiti da kamikaze.
Non dimentichiamo quella
vergogna che ha macchiato la Capitale d'Italia,
non dimentichiamola mai.
Eccoli qua, il 23 dicembre
saranno a Milano dove vogliono costruire un muro
uguale a quello che si sta costruendo in Israele.
Eccoli qua, pieni di
rabbia perche' la costruzione del muro impedisce ai
terroristi di passare e di ammazzare Israeliani innocenti.
Lo chiamano "Muro della
vergogna" eppure dovrebbero sapere che i muri non li
abbiamo inventati noi ma "loro" e contro i "loro" muri questa
gente non manifesta perche' non sono stati gli israeliani
ad erigerli, non sono stati gli ebrei a pensarli , allora
si fa silenzio e si evita di ricordarli, tanto la gente comune
non lo sa....
E' proprio su questo
che puntano, sull'ignoranza della gente cui puoi raccontare
quello che vuoi sul perfido Israele diffamato per anni
da costoro, senza tregua e senza vergogna.
No, non parlano mai degli
altri muri, dei loro muri, allora glieli ricordo io,
citando la lettera di un amico che vive a Gerusalemme:
"Il Muro cristiano, quello
che dagli anni '60 devasta, sconvolge, avvilisce
e degrada Belfast, Londonderry e tutto il Nord Irlanda che
però impedisce che le molotov colpiscano i bambini che vanno
a scuola bruciandoli vivi per strada (bruciare vive le persone
è qualcosa di genetico nella civilissima Europa)."
Il Muro di Berlino che
ebbe il merito di dividere due barbarie, quella nazista
da quella comunista.
Il Muro del Vaticano
costruito per impedire ad altri barbari di invadere
il piccolo stato.
Il Muro
invalicabile che divide il Marocco dal Marocco spagnolo
impedendo ai fuggiaschi di raggiungere la Spagna, fuggiaschi
sui quali Zapatero fece sparare senza pieta'.
Israele costruisce la sua barriera
salvavita per salvarsi la vita! E' tanto difficile da
capire?
"Il muro corre per lo 85% sul tracciato
del cessate il fuoco pre-1967 (non confine! non esisteva
e non esiste un confine! esistono dei territori contesi
e delle linee di cessate il fuoco!)
E non si alterna al reticolato
senza una logica ! La logica c'è ed è ferrea: da
dove i musulmani sparavano sugli israeliani (TulKarem, Qalkilia,
alcuni quartieri arabi fuori Gerusalemme, BetJalla etc etc)
lì c'è il "muro" per impedire, appunto, alle pallottole
di passare.
Negli altri posti, dove i centri
abitati o il passaggio di persone è sufficientemente
lontano, corre un normale reticolato di confine con sensori
elettronici per individuare infiltrazioni (meno problematico
dei campi minati usati ai confini di parecchi stati moderni!)
Oltretutto si dimentica volutamente
di dire che la parte in muratura della barriera di sicurezza
ammonta a circa 20 km su oltre 380 di confine. In fin
dei conti una parte trascurabile, anche se essenziale per
la salvezza di vite umane (Ebraiche, ovviamente)"
A questo proposito parlano le statistiche:
i morti Israeliani per mano di terroristi musulmani
sono calati in modo netto e proporzionale dalle molte centinaia
dei primi anni di guerra, piu' di 1000 fino al 2004, siamo
arrivati a "solo" 52 vittime nel 2005.
Sappiamo che le vite degli israeliani
non hanno importanza per questi imbroglioni della
pace (cha mai sono venuti a manifestare davanti ai cadaveri
bruciati dentro uno dei tanti autobus fatti esplodere)
ma per noi si, la vita di ogni ebreo ha importanza e siccome
in Europa ne hanno ammazzati troppi, adesso tocca a noi difenderci
dai barbari, dai nuovi nazisti, dai terroristi, dagli amici dei pacicattocomunisti.
Vorrei dire agli ebrei italiani
che se un Di Canio e' da biasimare e da condannare severamente
per i ripetuti saluti romani che ci sbatte sul naso, e' da questi
pacicattocumunisti che dobbiamo difenderci oggi.
Diffidate di chi parla di "pace
tra israeliani e palestinesi" manifestando contro la Barriera
salvavita e NON contro il terrorismo palestinese.
Diffidate di loro: sono loro i
nemici di Israele, i nemici della pace, gli assassini della
verita'.
Deborah Fait
ALL’EST NIENTE DI NUOVO
Il giorno 16 dicembre
2005 si è votato in tutto l’Iraq. I quotidiani
hanno certo dato la notizia, però trattando quel giorno
di elezioni come avrebbero trattato le elezioni in Turchia.
Un fatto normale in un paese normale. Anche se a ben vedere Turchia
ed Iraq, in quanto paesi musulmani, non sono normali, essendo
gli unici in cui si vota. Solo che la Turchia è una democrazia,
se pure sorvegliata, dai tempi di Atatürk, mentre l’Iraq
assaggia con avidità il metodo democratico solo da pochi
mesi. Ecco perché questo trionfo della volontà popolare
- contro venti e maree, contro il terrorismo e contro le
divisioni etniche e religiose - andava salutato con grida di
giubilo e fiaccolate in piazza. Perché è un evento epocale.
E invece silenzio. È mancato poco che la notizia, per
i giornali italiani, fosse “Elezioni in Iraq, calma in tutto
il paese, come al solito”.
Qui come al solito
non c’è niente. Già che abbia votato tutto l’Iraq
significa che hanno votato anche i sunniti: quegli stessi
che, contestando la nuova democrazia, si erano astenuti
dalle precedenti elezioni. Poi la partecipazione al voto
è stata altissima (circa il 70%), e questo malgrado quell’infelice
paese sia afflitto da una violenza endemica. Una violenza alimentata
da quei poteri arabi che dai progressi della democrazia hanno
tutto da temere. Insomma, come ha detto Bush, l’Iraq si
è lasciato alle spalle una pietra miliare sul cammino della
democrazia. Se la tendenza non cambia direzione, si annuncia la
riuscita di quell’esportazione della democrazia su cui tanto s’è
ironizzato. Gli Stati Uniti possono avere sbagliato, pensando di ripetere
in questo contesto ciò che fecero nel 1945 con i tre paesi
dell’asse Roma-Berlino-Tokyo, anche perché L’Iraq è
un paese etnicamente diviso e incoerente dal punto di vista religioso,
ma gli irakeni hanno dimostrato d’essere capaci di trasformare quell’errore
in un successo. Si sono dimostrati più maturi per la democrazia
di quanto pensassero gli occidentali, soprattutto gli intellettuali
di sinistra che si riempiono la bocca di stima e amore per il popolo
e spesso lo disprezzano. I maîtres à penser superciliosi
sono stati peggio che scettici, le donne irakene sono state felici
di farsi fotografare col dito sporco d’inchiostro.
Mastro don Gesualdo
è un capolavoro assoluto, ma Verga commette
un errore ideologico: volendo essere realista ed anzi pessimista,
non risparmia al lettore tutto ciò che può
dimostrare la negatività della vita. Poiché tuttavia
la storia di Gesualdo è quella di un uomo di successo,
d’un uomo che si eleva dalla povertà alla ricchezza
e addirittura al contatto con i nobili, Verga è costretto
ad adottare quello che in inglese si chiama double standard:
racconta con dovizia di particolari i problemi e le sconfitte
di Gesualdo, mentre sorvola con un paio di righe sui suoi successi.
Con questo metodo si può trasformare in tragedia anche
la storia di Cenerentola.
Il pregiudizio ideologico
distorce la realtà. Se si è fin troppo
ottimisti ci si può credere uomini di successo mentre
si è dei mediocri, se si è pessimisti si può
essere infelici, come Cesare giovane, all’idea che alla sua
stessa età Alessandro Magno aveva fatto tanto di più.
Tutta la sinistra
europea e, in generale, l’Europa stessa hanno talmente
deprecato la guerra irakena e talmente desiderato che
gli americani fallissero clamorosamente che quando l’Iraq
ha vissuto una giornata gloriosa, una giornata che promette
un futuro migliore e democratico (finalmente!) ad un paese arabo,
si sono voltati dall’altra parte.
All’Est niente
di nuovo.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it
LETTERA