ARCHIVIO FEBBRAIO 2006


LA SINDROME DEL VINCENTE
L’odio per Berlusconi ha spinto a formulare contro di lui le accuse più sgradevoli e tremende: ma non tutti sono degli appassionati dello stile catastrofico. Alcuni si limitano, con palese godimento, ad ironizzare sulla sua vanità: è piccolo e vorrebbe sembrare alto; è vecchio e vorrebbe sembrare giovane; dovrebbe essere un’istituzione e non resiste alla tentazione d’apparire spiritoso. Fra l’altro, si può aggiungere, essendo incapace di concepire la tetraggine o la malafede altrui, si mette nei guai raccontando barzellette a gente che manca del senso dell’umorismo. Dimentica che, come insegna Molière, le premesse della tragedia e della commedia sono le stesse: dunque è facile, volendo, leggere nelle sue storielle empietà e crudeltà. Come del resto fece quell’esimio esempio di virtù di Rousseau. Chissà quanti amici gliel’avranno detto: ma Berlusconi non resiste alla tentazione di ottenere la risata e l’applauso.
Tutto questo è stranoto. Più interessante è dunque chiedersene la ragione: come mai un uomo che veramente “non ha bisogno di chiedere” chiede sempre simpatia? Come mai sorride costantemente e tende la mano a tutti, persino ai suoi nemici? Un spiegazione potrebbe essere la sindrome del vincente. Che sarà qui illustrata con un esempio.
Un quarantenne timido non aveva mai corteggiato una donna e si era sposato solo perché una donna ne aveva preso l’iniziativa. Era piccolo e grasso. Stimato da tutti per le sue qualità, come maschio era in disarmo. Poi invece s’innamorò d’una donna e lui che non aveva saputo comportarsi da ragazzo quando lo era, per amore divenne audace. Non solo corteggiò una signora molto più giovane e sposata, ma smise di  mangiare pur di dimagrire, cercò di vestirsi meglio, ebbe l’impudenza di scrivere poesie, fece qualche follia. Divenne un altro uomo ed ebbe successo. Comportandosi da perdente aveva perduto, comportandosi da vincente aveva vinto.
La caratteristica del vincitore è infatti la capacità di sperare nella vittoria e di non dare per scontata la sconfitta. Neppure quella che sembra inevitabile. Il vincente, se è povero e vuole arricchirsi, è capace di fondare un’impresa con denaro preso a prestito, se è brutto non si priva di corteggiare Venere, che del resto i greci hanno fatto moglie di uno zoppo. Se gli cadono i capelli non accetta il verdetto dell’età e procede al trapianto. Se può sembrare più alto con dei tacchi un po’ più spessi, più giovane con una tintura per capelli o con un po’ di cerone in più, non vede perché non dovrebbe farlo. “I pessimisti non realizzano gran che, nella vita”: l’ha detto Berlusconi. Il quale, nei confronti del successo, ha la sfacciataggine di Don Giovanni. Costui non si privava di corteggiare nessuno. Se ci avesse provato con la Madre Superiora, e se lei lo avesse mandato al diavolo, lui poi in un orecchio vi avrebbe confidato che tuttavia, una volta… E il bello è che avrebbe detto la verità .

Berlusconi è un vincente. Lo dimostra il fatto che non riesce a trattenersi dallo scherzare. Applica la raccomandazione di Nietzsche per cui il superuomo non deve camminare, deve danzare sulla corda. E deve saper ridere. Mentre i molti, quando hanno raggiunto una posizione preminente, mostrano tutta la prudenza di chi teme di cadere dall’alto soglio, Berlusconi continua a fare il monello, come se la distanza dagli altri fosse sempre tale da lasciargli un grande margine. Dimostra un’immensa sicurezza di sé. Alcuni l’hanno inconsciamente percepito e l’hanno accusato di arroganza ma egli non è affatto arrogante: non ha bisogno d’arrogarsi nulla, perché ha già tutto. È semplicemente capace, come Cassius Clay,  di saltellare sul ring con le braccia penzoloni: perché sa d’avere una riserva di velocità che non concede all’avversario nessuna possibilità.
Berlusconi può anche perdere e magari perderà. Ma rimarrà un vincente paradigmatico: perché non diviene mai calvo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -1° marzo 2006

«Per i suoi rapporti con Israele la sinistra vada dallo psicanalista»
Intervista de "Il Giornale" a Fiamma Nirenstein

Quello della sinistra italiana con lo Stato d’Israele è sempre stato un rapporto ambiguo e spesso di aperta ostilità. Con Fiamma Nirenstein, scrittrice ebrea, editorialista della Stampa, esperta di Medio Oriente, ripercorriamo questo travagliato rapporto. Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, afferma di sostenere l’idea deiduepopoli indue Stati. Eppure nella loro manifestazione è stata bruciata la bandiera d’Israele e lo scontro con la comunità ebraica è al calor bianco. Lei che ne pensa? «Occorrerebbe da parte della sinistra una presa di coscienza maggiore della propria storia e hanno anche bisogno di uno psicanalista». Lo psicanalista? Perché? «Perché se a livello consciopuò darsi che Diliberto non desideri affatto la distruzione di Israele, nella storia della sinistra italiana, anche in quella più recente, ci sono fatti che dimostrano che è proprio la legittimità dello Stato di Israele ad essere messa in discussione. È difficile negarloquandosi pensa cheunrapporto con Hassan Nasrallah non risulta lesivo del concetto stesso di esistenza di Israele. Nasrallah, nelle piazze libanesi, evoca e desidera e costruisce concretamente, insieme all’Iran, l’idea della distruzione di Israele. Per dimostrare di non prendere parte a quello che è diventato un chiaro e presente pericolo per Israele, bisogna sconfessare l’amicizia con gli Hezbollah e Hamas. Diliberto nel 2004 fece visita agli Hezbollah e oggi deve dire di essere contro quelle organizzazioni addestrate e armate che si battono in maniera primaria e decisiva per la distruzione di Israele ». Nei Ds però - è il caso di D’Alema - c’è una linea morbida. «Quando D’Alema sostiene che Hamasnon è una pura e semplice organizzazione terroristica vuol dire che non ha mai visto un autobus saltato per aria con dei bambini morti, fatti a pezzi. Su Israele meglio, molto meglio, le cose dette da Piero Fassino e Francesco Rutelli». La sinistra però sostiene di nonessere affatto anti-israeliana. «È una professione di innocenza non rispettosa della storia. Se andiamo al 1967, dopo la guerra dei Sei giorni, il Pci prese una linea fortemente anti-Israele, sulla scia dell’Urss. Sull’Unità dell’epoca possiamo leggere una serie di prese di posizione che non sono una critica alla politica di Israele, ma ben altro. Ricordo un articolo che diceva di sostituire lo Stato ebraico con quello palestinese, ricordo il licenziamento di Fausto Coen da Paese Sera, ricordo Piero Della Seta sostenere la tesi dello Stato bi-nazionale...». ... e se fosse stata solo una conseguenza di una politica sinceramente terzomondista? «Esistevanoduesinistre.Daunaparte, i comunisti legati all’Unione Sovietica che vedevano Israele come la longamanusdell’imperialismomondiale e dell’America in Medio Oriente. Dall’altra, quella legata al Pdup e al Manifesto, che vedeva Israele comela creazione di un’ideologia, il sionismo, che non si confà agli ebrei». Cioè? «Per loro la creazione dello Stato di Israele è un errore della storia, pensano che l’ebraismo ha in sé per sé un carattere diasporico». Aproposito del Manifesto: Rossana Rossanda ha condannato chi brucia la bandiera di Israele. «Questo mi convince che c’è affezione segreta di una parte della sinistra verso Israele. Per loro è il Paese in cui l’ideale socialista si realizza nel kibbutz, è l’Israele che fa rifiorire il deserto. È qualcosa che suscita in persone che hanno coscienza, come la Rossanda, un sentimento di sacro rispetto». Una sinistra diversa da quella di Berlinguer? «La sinistra ha fatto della questione israeliana una questione primaria.Con Berlinguer ci fondarono la loro politica terzomondista e molta parte del cattocomunismo che guardava acriticamente ai palestinesi e chiudeva gli occhi sul terrorismo». AncheBettino Craxi era terzomondista e filoarabo.
«Certo, ancheCraxi.Checercava giustamente di fondare una politica estera diversa da quella comunista, ma dovendo mantenere un rapporto con la sinistra, scelse di sacrificare Israele e gli ebrei. Sigonella, l’amicizia con Arafat, furono un tributo che pagò alla sinistra». Anche il mondo degli intellettuali italiani però è sempre stato filoarabo. Eccezioni? «Ricordo Pasolini che nel ’67, dopo la guerra, diceva: “Leggendo l’Unità hoprovato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese, per essere amici del popolo arabo bisogna aiutarlo a capire la follia politica di Nasser”». Ieri c’era Pasolini, oggi parlano in piazza migliaia di no global. «Queste alleanze che si sono fatte nelle piazze sono preoccupanti se diventano strategiche. C’è il rischio di riportare la sinistra su posizioni arretrate»
Intervista di Mario Sechi -  Il Giornale, 28 febbraio 2006

Sanremo 2006:  in testa il mezzo capezzolo di Ilary
Ha avuto inizio l'edizione n° 56 del Festival di Sanremo. Subito in testa il mezzo capezzolo di Ilary, per il resto nulla di nulla.  S'inizia con Panariello al buio in occhio di bue a dire fregnacce, si prosegue con Panariello alle prese con le solite insipide scenette dell'ospite (John Travolta) che non viene riconosciuto; la  bella Ilary Blasi s'incarta sul  possibile arrivo del marito Francesco Totti e sfoggia i vestiti disegnati per lei da Valentino, mentre Victoria Cabello pateticamente entra in scena su  una scala da aeroporto spinta a mano da due  facchini  ... le canzoni - si, a San Remo ci sono anche  le canzoni - nessuno se le fila ne tantomeno se le ricorda  (per la cronaca, dopo la prima serata per gli uomini in testa Michele Zarrillo, per le donne Dolcenera, per i gruppi I Nomadi).
Se non fosse per quel capezzolo galeotto, meglio una tombola con i nonni... .



DEBORAH FAIT
Non è la prima volta che ho la tentazione di parlare di Deborah Fait. Se lo faccio ancora è perché questa donna, oltre ad essere reale, è, per così dire, paradigmatica. Spinge cioè a chiedersi se, in quanto personaggio, sia condivisibile o no e perché.
Per chi non la conoscesse, basterà dire che è un’israeliana di origine italiana (se non sbaglio). È una donna che si è data la missione di rispondere, nel confuso e non raramente volgare bailamme di voci di internet, a tutti gli antisemiti, che siano o no travestiti da anti-israeliani. Fin qui mancherebbe la notizia, se non fosse per le armi che lei usa: infatti a scelto di usare quelle dei suoi contraddittori. Loro sono volgari? Lei risponde con la stessa volgarità. Lo sono aggressivi? E lei li batte in aggressività. Quelli insinuano qualcosa? Lei risponde chiaramente e mordendo. Ovviamente, in questo modo è come se agitasse un drappo rosso dinanzi al toro ed è oggetto di attacchi forsennati. Gli altri si lambiccano il cervello per trovare insulti sanguinosi e, se possibile, nuovi ma con scarso successo, dal momento che è probabile loro si stanchino prima di lei. Perché loro sono antisemiti all’occasione, Deborah conduce una battaglia e, come ogni buon soldato, non diserta e non parla di stanchezza.
Lo spettatore neutrale – neutrale almeno quanto allo stile – è dunque indotto a fare alcune riflessioni. La prima riguarda la validità degli argomenti usati. Poiché l’antisemitismo è fatto fondamentalmente di pregiudizi, Deborah si presenta allo scontro meglio armata degli altri. Le basta nel merito citare la storia, i dati, i fatti. E anche se i suoi interlocutori, spesso perché non sanno che dire, si mostrano scettici od ironici, rimane che chi può citare avvenimenti, date, nomi, statistiche, finisce con l’essere più convincente.
Per quanto riguarda lo stile, personalmente non lo condivido e non sono sicuro che sia il più efficace ma questo è secondario rispetto ad una domanda che moltissimi sembrano porsi: è suo diritto usarlo?
Una prima risposta nasce dal passato. Gli ebrei, fino al 1948, sono stati minoranza in tutti i paesi in cui sono vissuti. E in tutti, essendo una minoranza a volte odiata ma costantemente guardata con sospetto, hanno imparato a tenere un basso profilo, essere umili e non dare nell’occhio. Questo non ha impedito i pogrom, in Russia, ed è stato uno dei motivi per cui Hitler disprezzava gli ebrei. Li considerava vili, incapaci di reagire e di battersi. Untermenschen. A questa mentalità gli ebrei storicamente reagirono prima con la battaglia del Ghetto di Varsavia, poi con le guerre israeliane dal 1948. Dimostrando così di essere non semplicemente combattenti, ma combattenti straordinari, quasi mitici. Al punto che gli ignoranti reputano naturale considerare guerrafondaio e militarista un popolo che, per millenni, le legnate le ha solo subite e mai date. Con questo background, non è strano che un ebreo possa aver voglia di rispondere alla durezza con la durezza e all’insulto con l’insulto. Per troppi anni non l’ha fatto e ne ha ricavato solo disprezzo.

In Italia molto si spiega con una sorta di evoluzione dell’opinione pubblica. Al momento della nascita di Israele, l’Unione Sovietica fu favorevole al nuovo Stato e nessuno in Italia era anti-israeliano. Poi, per motivi di politica internazionale (e di legittimo interesse, ovviamente), l’Unione Sovietica cambiò atteggiamento e divenne incondizionatamente pro-araba. Per conseguenza i comunisti, come sempre ossequienti alle posizioni della Casa Madre, la seguirono come un sol uomo. Né hanno cambiato opinione dopo che l’implosione dell’Unione Sovietica stessa, perché che nessuno gli ha ordinato di cambiarla.
Questo fatto ha la sua importanza. Una delle caratteristiche delle persone di sinistra è quella d’essere talmente sicuri delle proprie opinioni - e della propria superiorità morale - da potersi permettere di giudicare gli altri. All’occasione con severità ma ancor più spesso con disprezzo. E poiché, ovviamente, sono convinti che gli altri hanno torto e non sono neppure persone per bene, sono indignati quando qualcuno gli risponde per le rime. Gli scontri con Deborah divengono sanguinosi perché è come se un arcivescovo dicesse ad un cattolico “Sei un peccatore e dovresti fare penitenza” e il cattolico gli rispondesse: “Pensa ai tuoi peccati, che io ben conosco e che sono ben peggiori dei miei”. Nello schema mentale dell’arcivescovo c’è che quello che lui può permettersi gli altri non se lo possono permettere.
In questo schema, Deborah è il cattolico insolente che risponde a muso duro all’arcivescovo, contestandone la finta autorità. Per questo sorprende, irrita, indigna. Fa andare fuori dai gangheri soprattutto coloro che il loro antisemitismo più o meno nascosto l’hanno vissuto in serenità, senza che nessuno li contestasse. Senza che nessuno gli mostrasse le loro contraddizioni. Senza che nessuno sottolineasse la profonda ingiustizia di molti dei loro atteggiamenti. A questo punto si arriva alla rottura e si potrebbe pensare che Deborah Fait non abbia concluso nulla. Ma una cosa avrà sicuramente ottenuto: Ha detto in faccia all’arcivescovo che non ogni uomo che incontra è una pecorella del suo gregge. E che probabilmente si fa molte illusioni sulla superiorità della propria virtù.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it

Massima del giorno
L'eroismo non vale più della causa per cui agisce.
G.P.


MOLLICHINE
"La serietà al governo". Prodi la raccomanda perché a molti scappa da ridere.

La Lega araba ha esortato l'Ue a finanziare Hamas. Lenin almeno parlava di pagarla, la corda che gli avrebbe venduto l'Europa.


Musulmani contro cristiani, sciiti contro sunniti. E dire che basterebbe conoscere un po' di latino: cuius regio eius religio.

L'Iran finanzierà il governo palestinese guidato da Hamas. È giusto che chi vuole il terrorismo se lo paghi di tasca sua.

La Fallaci prepara una vignetta su Maometto. Ci sarà da ridere, come disse quello che non aveva capito niente.

Tehran, dodici milioni di abitanti, Israele circa sei. Meglio non parlare d'annientamento.

Prodi rifiuta d'incontrare Berlusconi, ma l'incontra se insieme con Fini e Casini. Un quintale è pesante, tre invece...

Pera: "L'occidente difenda i suoi valori, ma no alla guerra di civiltà". E chi parla di guerra? Qui siamo al terrorismo.

Bush: "In Iraq qualcuno vuole la guerra civile". Che intuito!

Una madre inesperta ha ustionato il figlioletto. L'on.Dorina Bianchi (Dl) ne ha dato la colpa a Berlusconi, che per giunta "fa finta di non vedere". Eh sì.

La Fallaci, fotografata con cappellaccio e occhialacci, vive nascosta a New York e non riceve nessuno. Che sia Greta Garbo, in realtà?

"La serietà al governo". Wladimir Luxuria for President.


Gianni Pardo

LA MOSCHEA DI SAMARRA
La maggior parte dei paesi islamici ha regimi autocratici. Questo fa sì che in tanto si può avere una manifestazione di piazza in quanto il governo sia d'accordo, la ordini o almeno la tolleri benevolmente. Infatti non si ebbero mai proteste sotto Saddam Hussein, che pure sedeva su una polveriera religiosa e su una massa di sciiti oppressi dalla minoranza sunnita. Quando il governo è democratico moti di piazza per stupidaggini (come quelle per vignette vecchie di mesi e che nessuno aveva notato) non se ne hanno. O se ne hanno raramente e non in tanti paesi contemporaneamente.
Nei paesi che sono o solo sunniti o solo sciiti una manifestazione religiosa è facilmente volta contro gli "infedeli" (gli europei e gli americani). I recenti scontri in Iraq - paese sciita e sunnita nello stesso tempo - non si sono avuti perché il governo desiderasse disordini - ché ne avrebbe fatto volentieri a meno - ma al contrario perché dei terroristi hanno fatto leva sull‚odio religioso per tentare d'innescare una guerra civile da cui (nelle loro speranze) sarebbe nata una teocrazia sulla base della loro setta, come avvenne in Afghanistan e come ha sempre predicato bin Laden. Gli sciiti, a ciò spronati anche dalle loro prudenti autorità religiose, avevano fino ad oggi stoicamente sopportato anni di attentati da parte dei sunniti e dei wahabiti, magari collegati con al Qaeda: ma la distruzione della moschea dalla cupola d'oro è andata troppo oltre e s'è rischiato parecchio. I moti irakeni non sono né anti-americani né anti-europei. E non sono neppure anti-infedeli. Sono un accenno di guerra di religione.
Le conclusioni sono interessanti.
I moti di piazza non sono stati spontanei. Certo, la folla non sarebbe così volentieri scesa in strada se non ne avesse già avuto voglia: ma questo può anche significare che le autorità abbiano desiderato canalizzare il malcontento della popolazione indirizzandolo contro obiettivi esterni e lontani. E non si sono avuti moti in Iraq perché esso è una democrazia.
Noi "infedeli" dovremmo guardare a tutto questo fuoco di paglia con estremo distacco. Non è vero che siamo colpevoli di quelle violenze. Non è vero che ne siamo stati la causa scatenante. Non è vero che chi attacca la Moschea di Samarra lo fa in nome dell'indipendenza dell'Iraq, che ha già un governo liberamente eletto e da cui gli americani non vedono l'ora di andarsene.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 25 febbraio 2006


Manifesto-appello del presidente del Senato
''L'Occidente è vita. L'Occidente è civiltà. L'Occidente è libertà''. Sono le espressioni che sintetizzano e concludono il manifesto 'Per l'Occidente forza di civilità'', presentato nei giorni scorsi dal presidente del Senato Marcello Pera.
Un appello che ha già riscosso il consenso di numerosi esponenti politici del centrodestra, di uomini di cultura, di esponenti della società civile. Anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, annuncia Pera, ''lo ha condiviso e ha detto di sottoscriverlo''.
''Un documento impegnativo -sottolinea il presidente del Senato- che raccoglie il lavoro di molti anni, che dovrebbe essere l'elemento di cultura politica che serve in particolare al centrodestra. Non si tratta di imporre alcunché ad alcuno, ma di richiamare principi fondamentali senza i quali perdiamo identità e la nostra crisi si aggraverebbe''.
Per aderire all'appello clicca qui.

Tutto su Guantánamo
Pubblichiamo, ringraziando Il Foglio,  un articolo del quotidiano britannico Daily Telegraph, in cui l’autore, Con Coughlin, racconta quel che ha visto nella base americana di Guantanamo.
Sono le anime perdute della guerra contro il terrorismo. Quattro anni dopo essere stati catturati sui campi di battaglia dell’Afghanistan, le varie centinaia di combattenti talebani e di al Qaida detenuti a Guantanamo si trovano intrappolati in una “legal no-mans’s land”, in una terra di nessuno dal punto di vista legale. Nel corso di una rarissima visita che io stesso ho potuto effettuare questa settimana a Camp Delta (la rete di edifici supersorvegliati nei quali i prigionieri sono alloggiati), ho visto detenuti di età e retroterra culturali molti diversi che stanno ancora cercando di adattarsi in qualche modo al loro incoerente mondo su un’isola caraibica. (...)

© Daily Telegraph 

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LE PERLINE DEL PROGRAMMONE
Come ha già notato Gianni Pardo, una delle “perle” del mega-programmone elettorale di 281 pagine dell’Unione prodiana è “il ripristino della tassa di successione per i grandi patrimoni”.
Uno dei primissimi atti del governo Berlusconi fu quello di eliminare del tutto le imposte su successioni e donazioni che un anno prima il Governo Amato aveva circoscritto ai soli “grandi patrimoni”.
Fu un intervento con connotati comprensibilmente propagandistici (del resto anche la riforma di Amato era stata fatta a ridosso delle elezioni), ma nondimeno intriso di buon senso e sano pragmatismo dato che da molti anni quella tassa era ormai divenuta per le casse pubbliche un costo e non un guadagno, essendo le spese sostenute per tentare disperatamente di tamponarne l’evasione superiori al gettito recuperato con quel poco di quella tassa che si riusciva effettivamente a riscuotere! Del resto, ciò era tutto sommato coerente con la natura di quella tassa: non una natura economico-finanziaria bensì etico-ideologica. L’unica utilità pratica di quella tassa era quella di combattere il latifondo, in un’epoca storica remota in cui l’Italia era un Paese agricolo-pastorale ed i grandi patrimoni erano più che altro fondiari. 
Franco Debenedetti, in un eccellente intervento sul Riformista nel maggio dell’anno scorso  spiegò perché sarebbe stato assai saggio che nel programma dell’Unione non si proponesse alcuna reintroduzione dell’imposta: “Il suo effetto redistributivo è minimo, anzi proprio Joseph Stiglitz, presidente dei consiglieri economici di Bill Clinton, sostenne che le eredità  hanno l'effetto di aumentare  l'uguaglianza, soprattutto nel caso di proprietari di piccole  aziende. L'unico effetto redistributivo certo é quello a favore di professionisti e gestori di patrimoni”.
E ancora: “l'imposta di successione è un’imposta ideologica: il suo gettito, prima della riduzione operata dal centrosinistra, era inferiore a 300 milioni di euro l'anno. Dimostrare che non si governerà indulgendo a ideologie populiste, è il vero «gettito» che la questione dell'imposta di successione può dare”.
Parole sante, pronunciate da uno dei migliori intellettuali di sinistra del nostro Paese… che non a caso NON sarà ricandidato dall’Unione prodiana.

(ale tap, 24.02.05)

L’ANTICOMUNISTA VISCERALE
L’intelligenza è spesso misurata con test logico-matematici: purtroppo, i problemi che pone la vita non sono logico-matematici. Il risultato è che a volte di fronte ad un problema semplice, addirittura elementare, il soggetto non riesce a vedere la soluzione. O, più esattamente, è come se chiudesse gli occhi per non vederla. La sua intelligenza è capace di mostrare la via da seguire ma il resto della personalità, in particolare l’affettività, non intende seguire quella via: e dunque non la vede. La persona innamorata ad esempio ha dell’oggetto del suo amore una visione che nessun altro condivide e tuttavia rimane del proprio parere. Le critiche altrui sono semplicemente malevole. O invidiose. E l’opinione dell’innamorato non rimane scalfita neanche dal fatto che persone evidentemente disinteressate manifestino le peggiori perplessità.
Questo accade anche in politica. Qui le convinzioni maturate costituiscono un ostacolo insormontabile e ognuno vede qualunque fatto nuovo non com’è ma come immagina debba essere. Ogni cosa deve rientrare nel quadro precostituito. L’uomo di destra, essendo convinto che i politici di sinistra siano in malafede o, per bene che vada, poco intelligenti, vede tutto ciò che fanno o dicono come negativo. Se apprende una loro intenzione che sembra plausibile, come primo istinto ha quello di chiedersi dove sta il trucco e che cosa gli è sfuggito. Se poi è anche stupido, sarà facilmente disposto a credere al primo movente deteriore che riuscirà ad ipotizzare: perché il marcio non può non esserci. Se infine non potrà negare che “i comunisti” per una volta intendano fare qualcosa di buono, rimarrà convinto che o non lo faranno o lo faranno a costi esorbitanti. Tanto da far rimpiangere la loro inattività.

Lo stesso avviene a chi ha convinzioni di sinistra. Per ogni nuova legge ci si chiede cui prodest e se si riesce a stabilire un qualunque collegamento con Berlusconi, per quanto fantasioso, si dice che è una legge ad personam e nociva per i cittadini. Il procedimento è del resto facile: dal momento che le leggi si applicano a tutti, se il Parlamento vara una legge che favorisce i fabbricanti di scarpe l’uomo di sinistra non si chiede se sia una legge buona o cattiva, si chiede se Berlusconi fabbrichi scarpe o abbia fra i suoi parenti un fabbricante di scarpe. È come per gli americani. Se si interessano di un paese in cui c’è il petrolio non ci sono altre indagini da fare: agiscono per il petrolio. Poco importa che, nel caso dell’Iraq, spendano infinitamente di più di quanto starebbero ricavando (e da che cosa?); poco importa che il petrolio irakeno, se lo comprano, lo comprano al prezzo degli altri: c’è il petrolio e questo spiega tutto. Ragionamenti che hanno la sottigliezza di un cavo d’ormeggio.
Un caso particolare e interessante è rappresentato dagli anticomunisti viscerali anziani. Per una volta, qui non è vero che in medio stat virtus . Chiunque abbia seguito a lungo la politica ha avuto modo di vedere che nel mondo comunista tutto è sempre stato subordinato al partito. Proprio tutto: anche la prosperità, anche la verità, anche la vita umana. Ha visto i comunisti applaudire la repressione della rivoluzione ungherese e l’invasione della Cecoslovacchia. Li ha visti cantare le lodi di quel Mao che ha fatto morire di fame milioni di cinesi. Li ha visti sostenere i tiranni che hanno oppresso tanti popoli per tanti decenni. Li ha visti negare l’evidenza, sostenendo che il Muro di Berlino era fatto per tenere fuori gli occidentali e non per tenere dentro gli orientali. Il Moloch dell’ideologia comunista ha deviato le menti fino ad indurre a crimini più incomprensibili di quelli di Hitler. Questi era disposto ad uccidere il resto della popolazione mondiale per far trionfare il Herrenvolk ma Pol Pot ha voluto uccidere metà del suo stesso popolo in nome di un’ideologia! E lo ha fatto.
Dopo mezzo secolo di conferme ininterrotte i liberali anziani hanno sviluppato una diffidenza totale. Hanno avuto ragione troppe volte, in troppe occasioni, in troppi contesti per non essere convinti della fondamentale doppiezza morale - o dell’incapacità di vedere la realtà - dei comunisti e dei loro simpatizzanti.
L’anticomunista viscerale è afflitto da un roccioso pregiudizio ma il rischio è che un pregiudizio confermato dai fatti per settant’anni ed oltre si chiami esperienza.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 24 gennaio 2006


Do You Remember Mauro Mellini?
"Sono andato all’Ergife all’assemblea dei Riformatori Liberali, i Radicali che hanno rifiutato la brutta pantomima del matrimonio con quel certo Boselli di quel certo Sdi, con relativo conferimento in date dalla gloriosa ed, ahimè, da oltre un decennio dismessa “Rosa nel pugno”. Lontano dalla cosiddetta politica attiva e da competizioni elettorali dal 1992 e dedito, oramai ad un impegno politico diverso e monotematico (ma centrale), quello sulla giustizia, ho inteso e intendo dare una mano, anche con una candidatura, a quanti, rimasti fino a ieri con Pannella, hanno aperto gli occhi di fronte alla sciagurata ed oramai definitiva liquidazione del patrimonio radicale consumata con l’ingresso nell’Unione di Prodi. Forse ha avuto per me un effetto determinante vedere quel tale Boselli agitare con un sorriso radioso la rosa nel pugno, quella rifiutata a Craxi (Bettino), che era Craxi. Mi venne fuori una battutaccia, in verità molto volgare ed irripetibile. Ma il pensiero era ed è quello. Lasciai il Partito Radicale qualche tempo dopo il congresso di Bologna, che ne sancì lo scioglimento e la fuga nella metapolitica. Anzi, a dire il vero, ne fui espulso nel senso di essere messo in condizione di non poter più avere dialogo vero con i miei compagni. Non seppi mai i particolari del discorso di scomunica che Pannella pronunziò nei miei confronti a Trieste, nel corso di un consiglio nazionale in partenza per la Slovenia (il partito, oltre che transpartito, era divenuto transnazionale!), perché lo pronunziò in francese (noblesse e transnazionalità, oblige, anzi, obbligava), lingua che non parlo, mentre mi sembrava di non poter condividere il gusto del ridicolo mettendomi la cuffia della registrazione simultanea per sentire quel che Marco poteva avere da dirmi.
In realtà, il partito era stato bistrattato e messo in condizione di non operatività da molto tempo. Il successo del 1979 fu stravolto e vanificato portando alla Camera sì Leonardo Sciascia, ma ahimé, Pio Baldelli, Mimmo Pinto, Marco Boato, la Macciocchi. Alle successive elezioni era stato portato a rappresentare i radicali Toni Negri e poi ancora, nel 1987, anziché Tortora, eletto con ampio margine in tre circoscrizioni avanti a Pannella alle precedenti europee, nientemeno che il generale Viviani, Azzolino, etc. Poi il voto perpetuo di castità elettorale dei radicali “in quanto tali”, la dispersione del gruppo parlamentare. Risultato: quando nel 1992 si profilò la crisi del consociativismo ed iniziò il golpe di “mani pulite”, i radicali non c’erano in Parlamento a difendere la funzione e la dignità contro la sua stessa sindrome autodistruttiva (abolizione dell’immunità parlamentare, etc..). C’era un gruppo di “antiproibizionisti” che con l’antiproibizionismo, benché cosa seria, si baloccava Pannella, come si baloccò e fece baloccare tanti deputati che gli diedero retta con le famose autoconvocazioni alle sette del mattino e relativi aggiornamenti per…mancanza del numero legale. Credo che quello squagliamento radicale di fronte al golpe abbia avuto effetti assai gravi ed irreversibili sugli eventi di allora e, di conseguenza, sulla situazione politica di oggi e abbia rappresentato un autentico sbandamento in campo aperto ed una “diserzione di fronte al nemico”. Ma l’entrata nell’Unione di Prodi è qualcosa di assai peggio: è il “passaggio al nemico”.
Il cosiddetto centrosinistra è, infatti, la naturale alleanza (con soci palesi ed occulti, ma non troppo) tra gli autori del golpe in prima persona (che, del resto, sono quelli che hanno suonato la tromba della riscossa dopo la sconfitta del 2001), i loro mandanti, i beneficiari del golpe, gli autori delle dilapidazioni e delle depredazioni del patrimonio pubblico, rappresentato dalle partecipazioni statali “privatizzate”, dei collitorti del monopolio culturale-mediatico cattocomunista. In una parola, l’Unione è la miscela di tutto ciò contro cui si sono battuti i radicali in quella che è stata, finché c’è stata, una loro coerente e dura battaglia antiregime. Certamente nei due schieramenti vi sono eccezioni, equivoci, incongruenze in ordine a questo dato centrale: quello di una parte che rappresenta e sostiene il golpismo, gli interessi ed i poteri “forti”, le prevaricazioni istituzionali (non solo della magistratura) e l’altra, quella che, bene o male, al golpismo si è opposta, delle prevaricazioni istituzionali è stata obiettivo e vittima, che si è messa di traverso al golpe, che contrasta gli interessi dominanti, i padroni della stampa, i terminali politici di tutti i corporativismi residui e di nuovo conio. Ma l’alternativa è questa, questi sono gli schieramenti. Non vi è rimedio alla diserzione del 1992 (e seguenti), ma c’è rimedio al passaggio al nemico, consumato con la rottura di quel balordo voto di castità elettorale per andare in soccorso di quel Boselli ed il suo Sdi (i socialisti che non furono degnati di un’incriminazione dai golpisti) ed a portare acqua al mulino di Prodi e compagni, che macina quel che macina. Della Vedova, Taradash, Calderisi, Palma meritano tutto il nostro appoggio e lo avranno, per quel che potrà valere. Il loro successo sarà prezioso per il Paese e per la libertà."

Mauro Mellini 


Massima del giorno
Bisogna torcere il collo al passato perché abbiamo una sola vita, finché dura: e si chiama presente.
G.P.

MOLLICHINE
Il Vaticano ha parlato di esigere reciprocità con i musulmani. Insomma meritiamo lezioni di uso degli "attributi" da chi ha fatto voto di non usarli.

Luciano Violante: le idee politiche dell'ayatollah Khatami sono "molto simili all'idea italiana di democrazia". Italiana o sua personale?

Il programma dell'Unione necessita di 3 legislature per essere realizzato: le prime due serviranno a leggerlo (Un "forumista", R.T.M, su "Capperi.net").

Marco Rizzo ha partecipato alla sfilata pro-Palestina ma non ha sentito i cori 10,100,1000 Nassiryah. Non c'è peggior sordo...


Gianni Pardo giannipardo@libero.it

L'erbivoro
Il leone mangia la gazzella senza scrupoli: è un carnivoro e solo così può sopravvivere. L'essere umano invece può scegliere. Diversamente dal leone è onnivoro e se vuole può permettersi d'essere vegetariano. Questo fenomeno, col progresso e la pace, si è amplificato fino alla patologia. L'Occidente è divenuto infantile, imbelle, pauroso e anzi prono ai dettati della madre superiora.
È imbelle perché, dopo sessant'anni di pace, si culla nell'illusione che la guerra non potrebbe mai riguardarlo. La considera una barbarie di tempi lontani, facile da esorcizzare demonizzando le armi e privandosi di una difesa efficace. Non è raro udire politici che considerano uno spreco qualunque somma spesa in armamenti.
Stranamente, mentre non ha paura della guerra, l'uomo dei paesi prosperi ha paura di tutto il resto. Ha paura della scienza, del progresso, delle grandi opere civili, dei cibi prodotti dall'industria, del buco nell'ozono, dello scioglimento dei ghiacci polari, della mucca pazza e dell‚influenza aviaria. Ha paura di tutto e non impara a difendersi da nulla: se non con la fuga, come un erbivoro. Infatti non solo tende a rifiutare la legittima difesa, e l'impegno civile e virile che essa richiede, ma reagisce alle minacce e alle violenze offrendo doni e chiedendo scusa anche per ciò che non ha fatto. Emblematico il comportamento nei confronti dei moti di piazza islamici quando non dei terroristi.
In Occidente l'uomo ha dimenticato la propria responsabilità d'adulto. Vuole avere il diritto di vivere spensieratamente come un adolescente, tanto alla sua vecchiaia deve pensare lo Stato. Uno Stato che deve anche curarlo gratis se sta male, gli deve dare un sussidio se perde il lavoro, deve dargli una casa e proteggerlo anche se lui non fa nulla per difendersi. Molti addirittura proclamano il proprio orrore all'idea di rispondere alla violenza con la violenza.
Una volta si parlava di Stato Provvidenza, oggi si chiede lo Stato Mamma. Un'entità che non solo si occupa dei nostri bisogni di base ma ci obbliga a indossare la cintura di sicurezza in auto e il casco in motocicletta. Manca solo che ci raccomandi la maglia di lana in inverno e ci canti la ninna nanna la sera.
Le masse di straccioni del Terzo Mondo che gridano ed agitano il pugno ci fanno paura perché non sapremmo come affrontarle. Le vediamo come i bambini vedono gli adulti.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 22 febbraio 2006

VOGLIA DI ATTENTATO
Ieri sera, sul tardi, saltando in tv con il telecomando da  Matrix a Porta a Porta,   mano a mano che le immagini e le parole raggiungevano i titoli di coda ho percepito una strana senzazione di disagio massmediologico dovuta al futuribile  attentato islamico da imputare alla maglietta di Calderoli che i vari interlocutori di sinistra (da Pecoraro Scanio e Franceschini) sembravano  richiamare e strategicamente annunciare.
Abyssus abyssum invocat... vuoi vedere che...
cp, 21 febbraio 2006


Bella Ciao per i terroristi palestinesi
Settimana di fuoco in Italia. Settimane di fuoco, quello vero quello che ammazza, brucia, distrugge, in tutto il mondo islamico. Morti a Bengasi, morti in Nigeria, morti in Pakistan, cristiani e non musulmani ammazzati senza pieta' con ogni scusa, anche la piu' cretina perche' loro, gli assatanati, non hanno bisogno di motivi seri per ammazzare, e' il loro passatempo preferito.
Uno si chiede legittimamente : ma non lavorano mai questi qua, ma i giovani non vanno mai a scuola? Evidentemente no e lo si nota dal loro livello socioculturale. Nell'ANP, per poter mandare i bambini a manifestare contro le famose vignette che nessuno di loro avra' visto, hanno chiuso le scuole di ogni ordine e grado e li hanno mandati a urlare "morte all'occidente, morte a Israele, morte all'Italia, morte alla Danimarca, morte all'Europa". Morte a tutti insomma, chissa' se l'Unione Europea si e' sentita in imbarazzo nel vedere le sue sedi distrutte e saccheggiate  a Gaza , a Ramallah, a Jenin, dopo aver mantenuto per anni questi parassiti urlanti.

Nessuno ha detto una parola, hanno paura anche di parlare gli europei.
Mi dicono che la gente normale in Italia e' incazzata nera contro questi assatanati ma navigando su internet si leggono quasi sempre giustificazioni e le condanne sono tutte per l'Occidente: colpevoli i giornalisti danesi, colpevole , da condannare praticamente all'egastolo il ministro, anzi l'ex ministro, Calderoli per essersi sbottonato due bottoni della camicia sotto cui si intravvedeva qualcosa.
Quel gesto inconsulto e' stato la fine anzi l'inizio di un nuovo  incubo nell'incubo gia' in atto , il casino totale, tutti a chiedere scusa agli assatanati, Berlusconi che si mette in ginocchio davanti a un terrorista assassino come Gheddafi, prelati che si strappano le vesti, la sinistra che gongola e approfitta per fare campagna elettorale gettando fango sul governo, la comunita' ebraica che esprime solidarieta' all'islam sempre a causa dei due  bottoni slacciati dal ministro e a questo punto mi piacerebbe sapere se la comunita' islamica ha espresso solidarieta' agli ebrei per il ragazzo ebreo  torturato a Parigi per settimane e poi ucciso bruciandolo vivo.
Ditemi, lo hanno fatto? Forse che la comunita' islamica di tutta Europa ha mai solidarizzato con gli ebrei per tutti i loro morti, per gli slogan antisemiti, per le migliaia di vignette antisemite, per le aggressioni a cittadini innocenti? 
Lo chiedo perche' mi sembra addirittura impossibile che la dhimmitudine degli italiani, ebrei e non, arrivi a questi livelli di autoumiliazione, di rispetto di se' : zero, di orgoglio: zero, di dignita': zero.
Mentre, a causa della indubbia cretinata di Calderoli,  gli italiani si strappano le vesti e non sanno piu' a chi genuflettersi  e Fini corre in moschea, ecco che a Roma viene  organizzata una bella e grande manifestazione  pro Hamas, ecco che in testa al corteo si vedono gli amici dei terroristi, Diliberto, Rizzo e altri kam...kompagni, tutti a cantare a voce spiegata  Bella Ciao.
O caspiterina e cosa c'entra il Bella Ciao con i palestinesi?? Ahhhh giusto ...si son svegliati e han trovato l'invasor.....beh, ognuno ha il suo punto di vista a seconda di come gliela raccontano pero' non mi vengano a cantare anche l'ultima strofa i signori comunisti italiani, i signori  kamerati..ooops pardon... kompagni...non mi vengano a cantare  " mi seppellirai lassu' in montagna, sotto l'ombra di un bel fior" perche' i palestinesi le uniche montagne che hanno  sono quelle delle immondizie  e del fior nemmeno il miraggio, li hanno bruciati tutti i fiori, signori kam..kompagni.

Comunque gli slogan urlati da questa gentaglia erano della piu' grande sconcezza, indecenti come al solito, come solo  la loro anima nera sa esprimersi "«Dieci/cento/mille Nassiriya». «Sabra e Shatila/ strage falangista/ è Ariel Sharon/ il vero terrorista». Oppure: «I popoli in rivolta/ scrivono la storia/ Intifada/ fino alla vittoria».
Mentre i piu'  urlavano queste porcherie, altri avanzi di galera si dedicavano all'incendio di bandiere, quelle solite , l'americana e l'israeliana. Ma dove le trovano tutte queste bandiere da bruciare? Se le fanno preparare a casa dalle mamme e dalle fidanzate?
Calderoli  dunque si e' dimesso, mossa sbagliata che comporta l'istantanea calata di brache del governo italiano, e a questi deputati, capi di partito che vanno a cantare Bella Ciao per i terroristi palestinesi, che hanno formato piu' di una generazione di odiatori di Israele e di razzisti , a questi figuri cosi' loschi e beceri  nessuno chiede di dimettersi e di andare a vendere kebab a Gaza?
Questa manifestazione indecente  pro  terroristi  si svolgeva mentre Governo italiano, comunita' ebraica, clero cattolico, esprimevano la propria solidarieta'  a quelli che sventolavano  le bandiere verdi dell'islam,  le bandiere  palestinesi imbevute  di sangue ebraico  e che urlavano il loro odio contro Israele e contro l'occidente come solo i seguaci dei figli di Satana sanno fare..
Non c'e' speranza, loro vinceranno.
Voi continuate a farvi del male.
In questo quadro desolante della povera, tremolante Europa, una bella notizia arriva dall'Austria , David Irving ha chiesto scusa agli ebrei, ha ammesso di essersi sbagliato e adesso chi glielo dice a tutti quei giovani che si sono imbevuti di antisemitismo leggendo i suoi libri di "storia"? 
Ha detto anche di essere annoiato e cosi' gli hanno dato tre anni di galera per farlo divertire un po'.
Tre anni! Pochi per il male fatto ma meglio di niente.
 
Deborah Fait - informazionecorretta

E' MORTO LUCA COSCIONI
La notizia è stata data in diretta a Radio Radicale da Marco Pannella. Luca Coscioni, leader dell'Associazione Coscioni, che comunicava grazie a un sintetizzatore vocale, è stato un simbolo della battaglia per la libertà di ricerca scientifica. Obiettivo portato avanti dall'Associazione che ha il suo nome, fondata il 20 settembre del 2002, schierata in prima linea contro il divieto di ricerca sulle cellule staminali embrionali.

Madamina, il catalogo è questo
"Mai afferriamo l'essere umano - ciò che egli significa - se non in modo ingannevole:  l'umanità si smentisce sempre, passando repentinamente dalla bontà alla bassa crudeltà, dal pudore estremo all'estrema impudicizia, dall'aspetto più  affascinante al più odioso. Spesso,  noi parliamo del mondo, dell'umanità, come se vi fosse una qualche unità: in effetti, l'umanità compone dei mondi, vicini secondo l'apparenza ma in verità estranei l'uno all'altro."
Georges Bataille, L'Histoire de l'érotisme - 1976 Edition Gallimard

SENZA PAROLE

Foto scattata il 20 febbraio 2006 all'ingresso del  supermercato Coop di Fidenza.








Censura o mitomania??
Beppe Grillo crede che la Cina (?) abbia censurato la sua immagine.
Lo scrive nel suo blog e i suoi fedelissimi (centinaia di migliaia se si tratta di contarli sulla rete, poche decine quelli presenti al primo raduno nazionale de Gli Amici di Beppe Grillo... potrebbe vantarne di più Maria De Filippi (Gli Amici di Maria De Filippi), ossia "il marito di Costanzo", come dice Grillo, sulla cui simpatia non si discute, subito gridano allo scandalo.
Ma si tratta davvero di censura??
Il post in italiano supera i 1400 commenti, quello in inglese (da notare che beppegrillo.it è di default in inglese: del resto Grillo ricorda spesso che il suo blog è uno dei più visitati del mondo) ne ha al momento soltanto 2 (e mediamente i commenti ai post in lingua inglese sono 5-10: è uno dei blog più visitati del mondo e così pochi stranieri vi inseriscono commenti?): tuttavia, il primo commento è molto interessante (e controtendenza):
Most occidental people is censured on that site. Why do you think you are SO important that the Chinese government is directly targeting you?
Grillo certamente non risponderà (non risponde quasi mai ai visitatori del suo blog, non dialoga con loro) e allora l'unico modo per avere una risposta attendibile è seguire lo stesso consiglio di Grillo: Provate anche voi.
Ho provato (basta andare in Google immagini nella versione cinese, ndr) e mi sono accorto che Grillo è un mitomane.
Dal sito La Rivoluzione
.

IL FESTIVAL DELLA FRUSTRAZIONE
È noto che cinquantamila persone in uno stadio hanno un livello mentale di bambini di otto-dieci anni: al punto che lo stesso codice penale ha previsto un’apposita attenuante per chi commette un reato facendo parte di una “folla in tumulto”. Questo fenomeno è sfruttato dai demagoghi i quali, se riescono a dire le parole che la folla sperava di sentire, possono essere certi del successo. Da quel momento hanno una turba disposta a seguirli e perfino a combattere per loro. Il fatto è talmente noto che è inutile stare a citare i grandi manipolatori di masse, da Alcibiade a Mussolini e Hitler.
Una folla incollerita che grida contro qualcuno o qualcosa, magari per una ragione futile come un rigore negato, può fare paura. Nondimeno, essa è terribile solo a partire dal momento in cui qualcuno la organizza e soprattutto la arma. Finché rimane informe e dilettantesca, una carica di polizia, una bella semina di gas lacrimogeni ed eventualmente qualche colpo d’arma da fuoco, magari in aria, possono facilmente averne ragione. Ci sarà qualche contuso, qualcuno finirà al pronto soccorso, ma la domenica finisce, domani è lunedì e si torna al lavoro.
Diverso è il caso quando la folla diviene massa di manovra, quando qualcuno l’inquadra fino a farne una macchina da guerra. È questa la differenza fra la Hitlerjugend e le masse islamiche. I giovani hitleriani erano il vivaio delle future SS, sarebbero andati volontari sotto le armi e sarebbero stati il ferro di lancia di uno Stato moderno, bene armato, ben guidato e capace di vittorie strabilianti. Le masse islamiche invece, sia per il loro spaventoso livello d’ignoranza, sia perché i capi dei loro paesi mai si sognerebbero di dar loro delle armi, mimano la violenza senza essere in grado di esercitarla. Né in quel momento né dopo. La folla che applaudiva Hitler avrebbe dovuto fare paura e non ne fece abbastanza, le folle islamiche, anche se bruciano qualche automobile o qualche bandiera, dovrebbero fare sorridere: non hanno i mezzi per comportarsi male.

Ma francamente nessuno ha voglia di sorridere e si ha piuttosto voglia d’avere spiegazioni. Le più probabili sono rinvenibili nell’ambito del mito. Il fenomeno “glorioso” ha una sostanza e dei simboli. Un centravanti diviene un campione internazionale per come gioca, e questo è il fatto; poi c’è la sua maglietta e il suo numero e questi sono i simboli. I bambini vorrebbero giocare come il loro eroe ed è evidentemente impossibile: però è possibile indossare una maglietta col nome e il numero del campionissimo e con questo, simbolicamente, divenire lui. Il bambino vive in parte nella realtà (“Non posso giocare come il campione”) e in parte nel mito (“Posso indossare la sua maglietta e dunque appropriarmi magicamente delle sue capacità”). È questa la ragione per cui Yasser Arafat, che non ha mai avuto un esercito, andava sempre in giro in divisa militare.
Le masse islamiche si ubriacano di odio e di minacce contro l’Occidente. Promettono sfracelli che non potranno mai attuare; sofferenze che non potranno infliggere; vittorie che non potranno mai ottenere. I palestinesi che non sono stati in grado di battere Israele con l’aiuto di tutti i paesi arabi (1967), ora che sono soli e disarmati promettono di eliminarlo. Sfilano con tute mimetiche, si coprono il volto come per difendere l’anonimato delle loro eroiche gesta, scuotono gli AK47 o magari sparano in aria. Come se tutto questo potesse fare impressione ai carri armati israeliani.
In questi giorni lo schema di comportamento palestinese si è allargato al mondo intero. Qualcuno, mesi dopo la loro pubblicazione, ha soffiato sul fuoco attizzato da qualche vignetta sconclusionata ed ora ci sono dovunque violenze di piazza, contro i danesi, contro gli europei e soprattutto contro gli americani. È il festival della frustrazione. E infatti a Teheran, che rischia d’avere l’atomica, non ci sono state manifestazioni.
In un mondo in cui la televisione ha raggiunto il mondo intero, gli islamici vedono ogni giorno quanto più ricchi, più liberi, più forti sono gli occidentali: e non riescono a sopportarlo. Avere continuamente sotto gli occhi il successo del proprio vicino (Israele, in primo luogo!), paragonato col proprio fallimento e la propria miseria, e non poterci fare nulla, giorno dopo giorno, può rendere folli di rabbia. Il bambino è geloso del giocattolo dell’amichetto e cerca d’impossessarsene od anche semplicemente di romperlo. Gli occidentali tendono ad avere paura della violenza islamica ma non pensano che il rischio è solo quello di qualche attentato. Gravissimo per chi lo subisce personalmente, certo, ma del tutto ininfluente dal punto di vista della grande politica.
La folla islamica grida la propria autostima per nascondere la propria frustrazione; grida terribili minacce per compensare il sentimento della propria debolezza; grida il proprio odio per ciò che vorrebbe avere e non può.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 20 febbraio 2006

TI A' PIACIATO?!!
"Se nessuno di voi spara qualche colpo, se mi assicurate che non avete un cannone in tasca, se non tenete nascosto un dirigibile con un paio di bombe, se non fate sternuti e non avete mangiato legumi, io esco... dalle trincee! In ogni modo mi raccomando, là ad Allah, figlio d'Aa-lllah e di Allallarallallarallà! Ma ometto di raccomandarmi a Maometto gran profeta, figlio di Feta, autore della profetosità mussulmana, col muso nelle mani, anzi nelle otto mani, per farci scappare con otto piedi! Il nostro programma è eroico: coraggio e... scappiamo!"
Ettore Petrolini, 1915

Massima del giorno
Molta gente crede che la rivoluzione sia un tipo di vestiario.
G.P.


DIFESA DI MARCO FERRANDO
Marco Ferrando non sarà candidato da Rifondazione Comunista. I grandi partiti dell’Unione si sono vergognati di lui e hanno fatto pressioni. Tuttavia le sue tesi (ricavate dall’intervista televisiva a Maurizio Belpietro) non sono affatto deliranti. Da molto tempo esse sono sostenute dalla maggior parte della sinistra e l’unico torto di Ferrando è d’averle affermate senza eufemismi.
Egli descrive ad esempio l’Iraq come un paese sottoposto ad occupazione e per questo parla del “diritto di resistenza a queste forze di occupazione, un diritto universalmente riconosciuto e assolutamente sacrosanto”. Qui ha ragione: le truppe americane e dei loro alleati sono truppe di occupazione dal momento che effettivamente occupano il paese in seguito ad una vittoria militare. Dove sbaglia è però nel non considerare che queste truppe hanno grandemente migliorato la situazione di quello stesso paese, sicché è difficile chiamarle “occupanti” e basta: noi abbiamo chiamato liberatori gli alleati anglo-americani quando hanno invaso l’Italia nel 1943-45. Il discrimine non è che un esercito invada un paese, ma che il paese invaso l’approvi o no. Nel momento in cui gli irakeni legittimano con libere elezioni un governo che è giunto al potere come conseguenza della caduta di Saddam Hussein (e votano perfino i sunniti), gli occupanti non sono più tali: sono alleati che collaborano alla ripresa del paese. Non diversamente da come avvenne in Italia, in Germania e in Giappone. Qualcuno chiamerebbe occupanti gli americani della base di Sigonella?
Ferrando sbaglia, si è detto: ma è il solo? La sinistra, per puro antiamericanismo, e per dichiarare che in ogni caso la vicenda irakena è stata un disastro, ha sempre sostenuto che il terrorismo è aumentato a causa della guerra e che quelli che il centro-destra chiama terroristi, sono “insorti”, “ribelli”, “resistenti” (con ovvio accenno alla Resistenza antifascista), e via dicendo. Ferrando, se sbaglia, non sbaglia da solo. L’unica sua colpa è di dire ad alta voce e coerentemente quello che gli altri dicono per via di allusioni e solo quando gli conviene
. Magari nel fuoco di un dibattito televisivo.
Poi Ferrando parla dei “crimini e [del]le brutalità delle truppe di occupazione inglesi nei confronti di bimbi iracheni”, e commette due errori: primo, non ci sono stati crimini ma solo brutalità; secondo, non nei confronti di bimbi (i bimbi hanno meno dei sei anni), ma nei confronti di adolescenti che avevano prima aggredito i soldati a colpi di pietra. Il rifondarolo trova il tempo di parlare di questo e non trova l’occasione per parlare delle decapitazioni in diretta di persone colpevoli soltanto d’essere americane? E tuttavia non ci se ne può stupire. Questo è il modo in cui la sinistra considera i fatti. L’Unità è forse più scrupolosa?
Dopo avere detto che “sappiamo come muoiono gli italiani”, Ferrando scrive: invece “sappiamo poco su come muoiono gli iracheni sotto il piombo delle truppe italiane”. Questa espressione è peggio che tendenziosa. Essa suggerisce che gli italiani sparino facilmente e indiscriminatamente contro la popolazione civile irachena. Cosa non vera. Ma la sinistra sostiene che gli italiani sono lì per fare una guerra e una guerra si fa sparando. E non è colpa dei soldati se ormai non c’è più un esercito irakeno e sono costretti a fare il tiro a bersaglio sparando sui civili. Almeno, questo è ciò che pensa Ferrando: ma non è il solo.
Né può stupire l’attacco a D’Alema, chiamato “un ex presidente del Consiglio che ha bombardato la Serbia con l'opposizione di Rifondazione comunista e che oggi chiede a Rifondazione comunista di depurare i candidati che sono coerentemente contro la guerra”. Qui Ferrando ha interamente ragione. Se si è irenisti, se la guerra è sempre ingiustificata, perfino quella in difesa dell’incolpevole Kuwait invaso, come si può accettare che si vadano a bombardare dall’alto i civili, come avvenne in Serbia? Quell’azione fu certamente più di guerra di quanto non sia l’<occupazione> italiana dell’Iraq.
Il vangelo dice che se il nostro occhio ci è occasione di tentazione è meglio strapparcelo e andare in paradiso orbi che con tutti e due gli occhi all’inferno. E Origene si castrò. La Chiesa ovviamente disapprovò quel gesto ma l’errore fu quello d’aver preso il Vangelo alla lettera. Ferrando è – nella sinistra - un personaggio come Origene.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 18 febbraio 2006


MAGLIETTE SATANICHE
Povero Calderoli. Domani -scommettiamo?- i giornali l'incolperanno di 11 o 12 morti. Pure Berlusconi s'è incazzato per via di quella invisibile  vignetta stampata sulla maglietta della salute,   portata in TV sotto giacca e camicia (vedi foto). «Pentito? Ma stiamo scherzando?» ha commentato a caldo il  ministro «Attentati e violenze di matrice islamica sono cominciate molto prima di qualunque maglietta». «So che a me potrebbe anche succedere qualcosa - ha proseguito Calderoli - ma bisogna reagire a questa situazione. Non ci prendiamo in giro, l'attentato alle Torri Gemelle ci sono state prima delle eventuali provocazioni e la mia maglietta voleva essere proprio una segnalazione del rischio che proviene da quel mondo».
Insomma, ora sembra accertato: scoreggi al tg3,  crolla un palazzo dall'altra parte del mondo e ti danno pure la colpa.

Che tempi signora mia, che tempi!
cp, 17 febbraio 2004

STUPRO GRATIS. O QUASI
O yes: se stupri la figliastra di 14 anni e lei non è vergine puoi cavartela con poco. Così ha sentenziato la Terza sezione penale della Cassazione, accogliendo il ricorso dello stupratore. I danni sono più lievi, hanno stabilito i dotti signori. Perché in questo caso la personalità della vittima, «dal punto di vista sessuale, è molto più sviluppata di quanto ci si può normalmente aspettare da una ragazza della sua età». La minorenne in questione, poi, è vissuta in un ambiente socialmente degradato e in tal caso – chi non lo capirebbe? – essere stuprate non è poi la fine del mondo. Come bere un bicchier d’acqua, praticamente. Mi viene da pensare alla mia amica A., stuprata a 11 anni da un amico di famiglia (l’aveva portata nel bosco con la scusa di andare a funghi. E mentre si tirava su i pantaloni ha trillato giulivo: «Guarda che bel fungo! Questo lo porto alla mia bambina, chissà come sarà contenta!»). Ecco, ad averlo saputo, qualcuno se la sarebbe potuta tranquillamente fare a dodici anni, certo di poter godere di un bel po’ di attenuanti. Tanto lei, ormai, dal punto di vista sessuale era molto più sviluppata di quanto ci si potrebbe normalmente aspettare da una bambina di seconda media. Non si osa poi immaginare cosa potrebbe accadere se la ragazzina stuprata, oltre a non essere vergine, indossasse per giunta un paio di jeans (a proposito: a pronunciare la famosa sentenza in base alla quale se la ragazza indossa i jeans non c’è stupro, era stata la Terza sezione penale della Cassazione: la stessa dell’immonda sentenza di oggi: non ci sarà per caso del marcio lì dentro?). Potrebbe apparire scontato, a questo punto, scagliarsi contro l’insensibilità maschile. Ritengo tuttavia doveroso ricordare il giudice donna che alcuni anni fa in Canada ha emesso l’oscena sentenza di condanna a UNDICI MESI nei confronti di un arabo che aveva sodomizzato la figliastra di nove anni, con la motivazione (non sono riuscita a trovarla in internet, ma posso citarla a memoria con assoluta precisione, tanto mi è rimasta scolpita nella memoria) che «in tal modo ha preservato la verginità della bambina, ritenuta particolarmente importante nella sua cultura». E non credo servano ulteriori commenti.
dal blog di Barbara.  


Foto scattate ad una manifestazione a Londra da Eyal Mizrahi

   

     


LA RISERVA MENTALE
La caratteristica del programma dell’Unione è la riserva mentale. Per essa in teologia s’intende, secondo il Devoto-Oli, una “limitazione mentale di quanto si dichiara, si promette, si giura”. Come se si chiedesse a qualcuno: “Hai preso tu, oggi, quel denaro?” e quello rispondesse: “No”, ma pensando: “Oggi non l’ho preso, l’ho preso ieri”. In passato la validità del procedimento fu dibattuta a lungo ma qui interessa passare dal piano etico a quello giuridico.
Giuridicamente, la riserva mentale è semplicemente una bugia. Se assicuro che un determinato oggetto “è d’oro”, e preciso mentalmente che “è d’oro in superficie”, sono semplicemente colpevole di truffa in commercio. Perché il diritto non guarda alle parole ma a ciò che si è fatto credere all’acquirente.
Il programma dell’Unione è dunque giuridicamente inefficace perché caratterizzato da troppe riserve mentali. È scritto in modo che ciascuno ci possa leggere ciò che gli interessa e possa non vedere ciò che ci possono leggere gli altri. Ognuno può interpretare ciò che vi è scritto (essendo vago) o ciò che non è vi è scritto come corrispondente alle proprie intenzioni. L’esempio inevitabile è la Tav. Secondo Ds e Margherita la Tav è prevista in quanto si accenna alle grandi comunicazioni, mentre secondo l’estrema sinistra essa è esclusa “tanto è vero che nel programma non se ne parla”. Chi ha ragione? Domanda sciocca: il programma è scritto in modo che non si possa decidere chi ha ragione.
Quando i contraenti firmano un contratto che permette molte riserve mentali è come se non lo firmassero: infatti nessuno assume degli impegni. Il programma dell’Unione, atto di obbedienza formale alla nuove legge elettorale,  è uno specchietto per le allodole. Serve solo a dire che si è firmato un programma mentre si è solo firmato soltanto un documento in base al quale domani accusarsi reciprocamente di malafede. L’Unione spera così di vincere le elezioni ma i rischi sono evidenti.
Innanzi tutto, gli stessi elettori possono accorgersi – se non strizzano gli occhi per non vedere – che un vero programma non esiste. Molte cose non ci sono, molte altre sono vaghe, dei progetti più nobili non si indicano i mezzi per realizzarli. Per non parlare del patetico programma di lotta all’evasione fiscale come fonte di grandi finanziamenti. E poi la realtà è incontournable, non la si può aggirare. Ciò su cui oggi si sorvola domani tornerà imperiosamente a ripresentarsi. Sicché i partiti che si saranno impegnati su una data posizione con i loro elettori saranno costretti o a smentirsi o a mettere a rischio il governo. E se per alcune cose, per non urtare nessuno, basterà non far nulla, per altre l’inazione sarà impossibile. Potrà affrontare i suoi problemi e sopravvivere decentemente un’Italia governata da una coalizione litigiosa e dalle posizioni inconciliabili, tenuta insieme solo dalla voglia di potere?
Le premesse sono pessime. L’Italia è la casa di tutti e di questo stato di cose non c’è proprio ragione di essere contenti. Poco importano le idee politiche di ognuno e solo uno stupido può augurarsi di vedere il proprio nemico nel fango, se nel fango ci trascina anche lui.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 16 febbraio 2006


Putin, Hamas e la danza del ventre.
A volte uno si fa prendere dalla disperazione perche' sembra di sbattere contro un muro di gomma.
Dopo la vittoria di hamas che avrebbe dovuto aprire gli occhi ai piu' a dimostrazione del nazismo che anima i palestinesi,
dopo aver sentito dire da quattro imbecilli che le elezioni sono state un esempio della democrazia palestinese come se bastasse votare per essere una democrazia, come se la democrazia non fosse un processo socio-culturale completamente assente nei nazipalestinesi, come se queste elezioni non ricordassero quelle altrettanto "democratiche" che portarono Hitler al potere nel 1933,
dopo aver sentito i nazisti di hamas dichiarare che mai riconosceranno Israele e che la Palestina sara' un unico paese sotto la legge della sharia in cui gli ebrei ancora vivi potranno vivere come dhimmi,
Dopo tutto questo, che non e' altro che il proseguimento della quarantennale politica di morte palestinese perche' nulla e' cambiato dai tempi dell'OLP,  quale e' la preoccupazione dei media italiani? I soldi!
I soldi che qualcuno ha minacciato di non dare piu' all'ANP quando andranno al governo i nazisti.
Pero' erano nazisti anche Arafat e l'OLP e allora dove sta la differenza? Mah, forse nel fatto che questi ultimi si dichiaravano comunisti, quindi nazicomunisti laici, fratelli dei loro colleghi europei, molti corpi ma un'anima antisemita sola.
Sono preoccupatissimi dunque i giornalisti italiani, che sentono ancora vivo questo fraterno legame, che Israele e USA tentino di isolare i terroristi, che l'Europa trovi le palle necessarie per  non pagare il pizzo mensile di milioni di euro e