ARCHIVIO FEBBRAIO 2006


LA SINDROME DEL VINCENTE
L’odio per Berlusconi ha spinto a formulare contro di lui le accuse più sgradevoli e tremende: ma non tutti sono degli appassionati dello stile catastrofico. Alcuni si limitano, con palese godimento, ad ironizzare sulla sua vanità: è piccolo e vorrebbe sembrare alto; è vecchio e vorrebbe sembrare giovane; dovrebbe essere un’istituzione e non resiste alla tentazione d’apparire spiritoso. Fra l’altro, si può aggiungere, essendo incapace di concepire la tetraggine o la malafede altrui, si mette nei guai raccontando barzellette a gente che manca del senso dell’umorismo. Dimentica che, come insegna Molière, le premesse della tragedia e della commedia sono le stesse: dunque è facile, volendo, leggere nelle sue storielle empietà e crudeltà. Come del resto fece quell’esimio esempio di virtù di Rousseau. Chissà quanti amici gliel’avranno detto: ma Berlusconi non resiste alla tentazione di ottenere la risata e l’applauso.
Tutto questo è stranoto. Più interessante è dunque chiedersene la ragione: come mai un uomo che veramente “non ha bisogno di chiedere” chiede sempre simpatia? Come mai sorride costantemente e tende la mano a tutti, persino ai suoi nemici? Un spiegazione potrebbe essere la sindrome del vincente. Che sarà qui illustrata con un esempio.
Un quarantenne timido non aveva mai corteggiato una donna e si era sposato solo perché una donna ne aveva preso l’iniziativa. Era piccolo e grasso. Stimato da tutti per le sue qualità, come maschio era in disarmo. Poi invece s’innamorò d’una donna e lui che non aveva saputo comportarsi da ragazzo quando lo era, per amore divenne audace. Non solo corteggiò una signora molto più giovane e sposata, ma smise di  mangiare pur di dimagrire, cercò di vestirsi meglio, ebbe l’impudenza di scrivere poesie, fece qualche follia. Divenne un altro uomo ed ebbe successo. Comportandosi da perdente aveva perduto, comportandosi da vincente aveva vinto.
La caratteristica del vincitore è infatti la capacità di sperare nella vittoria e di non dare per scontata la sconfitta. Neppure quella che sembra inevitabile. Il vincente, se è povero e vuole arricchirsi, è capace di fondare un’impresa con denaro preso a prestito, se è brutto non si priva di corteggiare Venere, che del resto i greci hanno fatto moglie di uno zoppo. Se gli cadono i capelli non accetta il verdetto dell’età e procede al trapianto. Se può sembrare più alto con dei tacchi un po’ più spessi, più giovane con una tintura per capelli o con un po’ di cerone in più, non vede perché non dovrebbe farlo. “I pessimisti non realizzano gran che, nella vita”: l’ha detto Berlusconi. Il quale, nei confronti del successo, ha la sfacciataggine di Don Giovanni. Costui non si privava di corteggiare nessuno. Se ci avesse provato con la Madre Superiora, e se lei lo avesse mandato al diavolo, lui poi in un orecchio vi avrebbe confidato che tuttavia, una volta… E il bello è che avrebbe detto la verità .

Berlusconi è un vincente. Lo dimostra il fatto che non riesce a trattenersi dallo scherzare. Applica la raccomandazione di Nietzsche per cui il superuomo non deve camminare, deve danzare sulla corda. E deve saper ridere. Mentre i molti, quando hanno raggiunto una posizione preminente, mostrano tutta la prudenza di chi teme di cadere dall’alto soglio, Berlusconi continua a fare il monello, come se la distanza dagli altri fosse sempre tale da lasciargli un grande margine. Dimostra un’immensa sicurezza di sé. Alcuni l’hanno inconsciamente percepito e l’hanno accusato di arroganza ma egli non è affatto arrogante: non ha bisogno d’arrogarsi nulla, perché ha già tutto. È semplicemente capace, come Cassius Clay,  di saltellare sul ring con le braccia penzoloni: perché sa d’avere una riserva di velocità che non concede all’avversario nessuna possibilità.
Berlusconi può anche perdere e magari perderà. Ma rimarrà un vincente paradigmatico: perché non diviene mai calvo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -1° marzo 2006

«Per i suoi rapporti con Israele la sinistra vada dallo psicanalista»
Intervista de "Il Giornale" a Fiamma Nirenstein

Quello della sinistra italiana con lo Stato d’Israele è sempre stato un rapporto ambiguo e spesso di aperta ostilità. Con Fiamma Nirenstein, scrittrice ebrea, editorialista della Stampa, esperta di Medio Oriente, ripercorriamo questo travagliato rapporto. Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, afferma di sostenere l’idea deiduepopoli indue Stati. Eppure nella loro manifestazione è stata bruciata la bandiera d’Israele e lo scontro con la comunità ebraica è al calor bianco. Lei che ne pensa? «Occorrerebbe da parte della sinistra una presa di coscienza maggiore della propria storia e hanno anche bisogno di uno psicanalista». Lo psicanalista? Perché? «Perché se a livello consciopuò darsi che Diliberto non desideri affatto la distruzione di Israele, nella storia della sinistra italiana, anche in quella più recente, ci sono fatti che dimostrano che è proprio la legittimità dello Stato di Israele ad essere messa in discussione. È difficile negarloquandosi pensa cheunrapporto con Hassan Nasrallah non risulta lesivo del concetto stesso di esistenza di Israele. Nasrallah, nelle piazze libanesi, evoca e desidera e costruisce concretamente, insieme all’Iran, l’idea della distruzione di Israele. Per dimostrare di non prendere parte a quello che è diventato un chiaro e presente pericolo per Israele, bisogna sconfessare l’amicizia con gli Hezbollah e Hamas. Diliberto nel 2004 fece visita agli Hezbollah e oggi deve dire di essere contro quelle organizzazioni addestrate e armate che si battono in maniera primaria e decisiva per la distruzione di Israele ». Nei Ds però - è il caso di D’Alema - c’è una linea morbida. «Quando D’Alema sostiene che Hamasnon è una pura e semplice organizzazione terroristica vuol dire che non ha mai visto un autobus saltato per aria con dei bambini morti, fatti a pezzi. Su Israele meglio, molto meglio, le cose dette da Piero Fassino e Francesco Rutelli». La sinistra però sostiene di nonessere affatto anti-israeliana. «È una professione di innocenza non rispettosa della storia. Se andiamo al 1967, dopo la guerra dei Sei giorni, il Pci prese una linea fortemente anti-Israele, sulla scia dell’Urss. Sull’Unità dell’epoca possiamo leggere una serie di prese di posizione che non sono una critica alla politica di Israele, ma ben altro. Ricordo un articolo che diceva di sostituire lo Stato ebraico con quello palestinese, ricordo il licenziamento di Fausto Coen da Paese Sera, ricordo Piero Della Seta sostenere la tesi dello Stato bi-nazionale...». ... e se fosse stata solo una conseguenza di una politica sinceramente terzomondista? «Esistevanoduesinistre.Daunaparte, i comunisti legati all’Unione Sovietica che vedevano Israele come la longamanusdell’imperialismomondiale e dell’America in Medio Oriente. Dall’altra, quella legata al Pdup e al Manifesto, che vedeva Israele comela creazione di un’ideologia, il sionismo, che non si confà agli ebrei». Cioè? «Per loro la creazione dello Stato di Israele è un errore della storia, pensano che l’ebraismo ha in sé per sé un carattere diasporico». Aproposito del Manifesto: Rossana Rossanda ha condannato chi brucia la bandiera di Israele. «Questo mi convince che c’è affezione segreta di una parte della sinistra verso Israele. Per loro è il Paese in cui l’ideale socialista si realizza nel kibbutz, è l’Israele che fa rifiorire il deserto. È qualcosa che suscita in persone che hanno coscienza, come la Rossanda, un sentimento di sacro rispetto». Una sinistra diversa da quella di Berlinguer? «La sinistra ha fatto della questione israeliana una questione primaria.Con Berlinguer ci fondarono la loro politica terzomondista e molta parte del cattocomunismo che guardava acriticamente ai palestinesi e chiudeva gli occhi sul terrorismo». AncheBettino Craxi era terzomondista e filoarabo.
«Certo, ancheCraxi.Checercava giustamente di fondare una politica estera diversa da quella comunista, ma dovendo mantenere un rapporto con la sinistra, scelse di sacrificare Israele e gli ebrei. Sigonella, l’amicizia con Arafat, furono un tributo che pagò alla sinistra». Anche il mondo degli intellettuali italiani però è sempre stato filoarabo. Eccezioni? «Ricordo Pasolini che nel ’67, dopo la guerra, diceva: “Leggendo l’Unità hoprovato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese, per essere amici del popolo arabo bisogna aiutarlo a capire la follia politica di Nasser”». Ieri c’era Pasolini, oggi parlano in piazza migliaia di no global. «Queste alleanze che si sono fatte nelle piazze sono preoccupanti se diventano strategiche. C’è il rischio di riportare la sinistra su posizioni arretrate»
Intervista di Mario Sechi -  Il Giornale, 28 febbraio 2006

Sanremo 2006:  in testa il mezzo capezzolo di Ilary
Ha avuto inizio l'edizione n° 56 del Festival di Sanremo. Subito in testa il mezzo capezzolo di Ilary, per il resto nulla di nulla.  S'inizia con Panariello al buio in occhio di bue a dire fregnacce, si prosegue con Panariello alle prese con le solite insipide scenette dell'ospite (John Travolta) che non viene riconosciuto; la  bella Ilary Blasi s'incarta sul  possibile arrivo del marito Francesco Totti e sfoggia i vestiti disegnati per lei da Valentino, mentre Victoria Cabello pateticamente entra in scena su  una scala da aeroporto spinta a mano da due  facchini  ... le canzoni - si, a San Remo ci sono anche  le canzoni - nessuno se le fila ne tantomeno se le ricorda  (per la cronaca, dopo la prima serata per gli uomini in testa Michele Zarrillo, per le donne Dolcenera, per i gruppi I Nomadi).
Se non fosse per quel capezzolo galeotto, meglio una tombola con i nonni... .



DEBORAH FAIT
Non è la prima volta che ho la tentazione di parlare di Deborah Fait. Se lo faccio ancora è perché questa donna, oltre ad essere reale, è, per così dire, paradigmatica. Spinge cioè a chiedersi se, in quanto personaggio, sia condivisibile o no e perché.
Per chi non la conoscesse, basterà dire che è un’israeliana di origine italiana (se non sbaglio). È una donna che si è data la missione di rispondere, nel confuso e non raramente volgare bailamme di voci di internet, a tutti gli antisemiti, che siano o no travestiti da anti-israeliani. Fin qui mancherebbe la notizia, se non fosse per le armi che lei usa: infatti a scelto di usare quelle dei suoi contraddittori. Loro sono volgari? Lei risponde con la stessa volgarità. Lo sono aggressivi? E lei li batte in aggressività. Quelli insinuano qualcosa? Lei risponde chiaramente e mordendo. Ovviamente, in questo modo è come se agitasse un drappo rosso dinanzi al toro ed è oggetto di attacchi forsennati. Gli altri si lambiccano il cervello per trovare insulti sanguinosi e, se possibile, nuovi ma con scarso successo, dal momento che è probabile loro si stanchino prima di lei. Perché loro sono antisemiti all’occasione, Deborah conduce una battaglia e, come ogni buon soldato, non diserta e non parla di stanchezza.
Lo spettatore neutrale – neutrale almeno quanto allo stile – è dunque indotto a fare alcune riflessioni. La prima riguarda la validità degli argomenti usati. Poiché l’antisemitismo è fatto fondamentalmente di pregiudizi, Deborah si presenta allo scontro meglio armata degli altri. Le basta nel merito citare la storia, i dati, i fatti. E anche se i suoi interlocutori, spesso perché non sanno che dire, si mostrano scettici od ironici, rimane che chi può citare avvenimenti, date, nomi, statistiche, finisce con l’essere più convincente.
Per quanto riguarda lo stile, personalmente non lo condivido e non sono sicuro che sia il più efficace ma questo è secondario rispetto ad una domanda che moltissimi sembrano porsi: è suo diritto usarlo?
Una prima risposta nasce dal passato. Gli ebrei, fino al 1948, sono stati minoranza in tutti i paesi in cui sono vissuti. E in tutti, essendo una minoranza a volte odiata ma costantemente guardata con sospetto, hanno imparato a tenere un basso profilo, essere umili e non dare nell’occhio. Questo non ha impedito i pogrom, in Russia, ed è stato uno dei motivi per cui Hitler disprezzava gli ebrei. Li considerava vili, incapaci di reagire e di battersi. Untermenschen. A questa mentalità gli ebrei storicamente reagirono prima con la battaglia del Ghetto di Varsavia, poi con le guerre israeliane dal 1948. Dimostrando così di essere non semplicemente combattenti, ma combattenti straordinari, quasi mitici. Al punto che gli ignoranti reputano naturale considerare guerrafondaio e militarista un popolo che, per millenni, le legnate le ha solo subite e mai date. Con questo background, non è strano che un ebreo possa aver voglia di rispondere alla durezza con la durezza e all’insulto con l’insulto. Per troppi anni non l’ha fatto e ne ha ricavato solo disprezzo.

In Italia molto si spiega con una sorta di evoluzione dell’opinione pubblica. Al momento della nascita di Israele, l’Unione Sovietica fu favorevole al nuovo Stato e nessuno in Italia era anti-israeliano. Poi, per motivi di politica internazionale (e di legittimo interesse, ovviamente), l’Unione Sovietica cambiò atteggiamento e divenne incondizionatamente pro-araba. Per conseguenza i comunisti, come sempre ossequienti alle posizioni della Casa Madre, la seguirono come un sol uomo. Né hanno cambiato opinione dopo che l’implosione dell’Unione Sovietica stessa, perché che nessuno gli ha ordinato di cambiarla.
Questo fatto ha la sua importanza. Una delle caratteristiche delle persone di sinistra è quella d’essere talmente sicuri delle proprie opinioni - e della propria superiorità morale - da potersi permettere di giudicare gli altri. All’occasione con severità ma ancor più spesso con disprezzo. E poiché, ovviamente, sono convinti che gli altri hanno torto e non sono neppure persone per bene, sono indignati quando qualcuno gli risponde per le rime. Gli scontri con Deborah divengono sanguinosi perché è come se un arcivescovo dicesse ad un cattolico “Sei un peccatore e dovresti fare penitenza” e il cattolico gli rispondesse: “Pensa ai tuoi peccati, che io ben conosco e che sono ben peggiori dei miei”. Nello schema mentale dell’arcivescovo c’è che quello che lui può permettersi gli altri non se lo possono permettere.
In questo schema, Deborah è il cattolico insolente che risponde a muso duro all’arcivescovo, contestandone la finta autorità. Per questo sorprende, irrita, indigna. Fa andare fuori dai gangheri soprattutto coloro che il loro antisemitismo più o meno nascosto l’hanno vissuto in serenità, senza che nessuno li contestasse. Senza che nessuno gli mostrasse le loro contraddizioni. Senza che nessuno sottolineasse la profonda ingiustizia di molti dei loro atteggiamenti. A questo punto si arriva alla rottura e si potrebbe pensare che Deborah Fait non abbia concluso nulla. Ma una cosa avrà sicuramente ottenuto: Ha detto in faccia all’arcivescovo che non ogni uomo che incontra è una pecorella del suo gregge. E che probabilmente si fa molte illusioni sulla superiorità della propria virtù.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it

Massima del giorno
L'eroismo non vale più della causa per cui agisce.
G.P.


MOLLICHINE
"La serietà al governo". Prodi la raccomanda perché a molti scappa da ridere.

La Lega araba ha esortato l'Ue a finanziare Hamas. Lenin almeno parlava di pagarla, la corda che gli avrebbe venduto l'Europa.


Musulmani contro cristiani, sciiti contro sunniti. E dire che basterebbe conoscere un po' di latino: cuius regio eius religio.

L'Iran finanzierà il governo palestinese guidato da Hamas. È giusto che chi vuole il terrorismo se lo paghi di tasca sua.

La Fallaci prepara una vignetta su Maometto. Ci sarà da ridere, come disse quello che non aveva capito niente.

Tehran, dodici milioni di abitanti, Israele circa sei. Meglio non parlare d'annientamento.

Prodi rifiuta d'incontrare Berlusconi, ma l'incontra se insieme con Fini e Casini. Un quintale è pesante, tre invece...

Pera: "L'occidente difenda i suoi valori, ma no alla guerra di civiltà". E chi parla di guerra? Qui siamo al terrorismo.

Bush: "In Iraq qualcuno vuole la guerra civile". Che intuito!

Una madre inesperta ha ustionato il figlioletto. L'on.Dorina Bianchi (Dl) ne ha dato la colpa a Berlusconi, che per giunta "fa finta di non vedere". Eh sì.

La Fallaci, fotografata con cappellaccio e occhialacci, vive nascosta a New York e non riceve nessuno. Che sia Greta Garbo, in realtà?

"La serietà al governo". Wladimir Luxuria for President.


Gianni Pardo

LA MOSCHEA DI SAMARRA
La maggior parte dei paesi islamici ha regimi autocratici. Questo fa sì che in tanto si può avere una manifestazione di piazza in quanto il governo sia d'accordo, la ordini o almeno la tolleri benevolmente. Infatti non si ebbero mai proteste sotto Saddam Hussein, che pure sedeva su una polveriera religiosa e su una massa di sciiti oppressi dalla minoranza sunnita. Quando il governo è democratico moti di piazza per stupidaggini (come quelle per vignette vecchie di mesi e che nessuno aveva notato) non se ne hanno. O se ne hanno raramente e non in tanti paesi contemporaneamente.
Nei paesi che sono o solo sunniti o solo sciiti una manifestazione religiosa è facilmente volta contro gli "infedeli" (gli europei e gli americani). I recenti scontri in Iraq - paese sciita e sunnita nello stesso tempo - non si sono avuti perché il governo desiderasse disordini - ché ne avrebbe fatto volentieri a meno - ma al contrario perché dei terroristi hanno fatto leva sull‚odio religioso per tentare d'innescare una guerra civile da cui (nelle loro speranze) sarebbe nata una teocrazia sulla base della loro setta, come avvenne in Afghanistan e come ha sempre predicato bin Laden. Gli sciiti, a ciò spronati anche dalle loro prudenti autorità religiose, avevano fino ad oggi stoicamente sopportato anni di attentati da parte dei sunniti e dei wahabiti, magari collegati con al Qaeda: ma la distruzione della moschea dalla cupola d'oro è andata troppo oltre e s'è rischiato parecchio. I moti irakeni non sono né anti-americani né anti-europei. E non sono neppure anti-infedeli. Sono un accenno di guerra di religione.
Le conclusioni sono interessanti.
I moti di piazza non sono stati spontanei. Certo, la folla non sarebbe così volentieri scesa in strada se non ne avesse già avuto voglia: ma questo può anche significare che le autorità abbiano desiderato canalizzare il malcontento della popolazione indirizzandolo contro obiettivi esterni e lontani. E non si sono avuti moti in Iraq perché esso è una democrazia.
Noi "infedeli" dovremmo guardare a tutto questo fuoco di paglia con estremo distacco. Non è vero che siamo colpevoli di quelle violenze. Non è vero che ne siamo stati la causa scatenante. Non è vero che chi attacca la Moschea di Samarra lo fa in nome dell'indipendenza dell'Iraq, che ha già un governo liberamente eletto e da cui gli americani non vedono l'ora di andarsene.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 25 febbraio 2006


Manifesto-appello del presidente del Senato
''L'Occidente è vita. L'Occidente è civiltà. L'Occidente è libertà''. Sono le espressioni che sintetizzano e concludono il manifesto 'Per l'Occidente forza di civilità'', presentato nei giorni scorsi dal presidente del Senato Marcello Pera.
Un appello che ha già riscosso il consenso di numerosi esponenti politici del centrodestra, di uomini di cultura, di esponenti della società civile. Anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, annuncia Pera, ''lo ha condiviso e ha detto di sottoscriverlo''.
''Un documento impegnativo -sottolinea il presidente del Senato- che raccoglie il lavoro di molti anni, che dovrebbe essere l'elemento di cultura politica che serve in particolare al centrodestra. Non si tratta di imporre alcunché ad alcuno, ma di richiamare principi fondamentali senza i quali perdiamo identità e la nostra crisi si aggraverebbe''.
Per aderire all'appello clicca qui.

Tutto su Guantánamo
Pubblichiamo, ringraziando Il Foglio,  un articolo del quotidiano britannico Daily Telegraph, in cui l’autore, Con Coughlin, racconta quel che ha visto nella base americana di Guantanamo.
Sono le anime perdute della guerra contro il terrorismo. Quattro anni dopo essere stati catturati sui campi di battaglia dell’Afghanistan, le varie centinaia di combattenti talebani e di al Qaida detenuti a Guantanamo si trovano intrappolati in una “legal no-mans’s land”, in una terra di nessuno dal punto di vista legale. Nel corso di una rarissima visita che io stesso ho potuto effettuare questa settimana a Camp Delta (la rete di edifici supersorvegliati nei quali i prigionieri sono alloggiati), ho visto detenuti di età e retroterra culturali molti diversi che stanno ancora cercando di adattarsi in qualche modo al loro incoerente mondo su un’isola caraibica. (...)

© Daily Telegraph 

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LE PERLINE DEL PROGRAMMONE
Come ha già notato Gianni Pardo, una delle “perle” del mega-programmone elettorale di 281 pagine dell’Unione prodiana è “il ripristino della tassa di successione per i grandi patrimoni”.
Uno dei primissimi atti del governo Berlusconi fu quello di eliminare del tutto le imposte su successioni e donazioni che un anno prima il Governo Amato aveva circoscritto ai soli “grandi patrimoni”.
Fu un intervento con connotati comprensibilmente propagandistici (del resto anche la riforma di Amato era stata fatta a ridosso delle elezioni), ma nondimeno intriso di buon senso e sano pragmatismo dato che da molti anni quella tassa era ormai divenuta per le casse pubbliche un costo e non un guadagno, essendo le spese sostenute per tentare disperatamente di tamponarne l’evasione superiori al gettito recuperato con quel poco di quella tassa che si riusciva effettivamente a riscuotere! Del resto, ciò era tutto sommato coerente con la natura di quella tassa: non una natura economico-finanziaria bensì etico-ideologica. L’unica utilità pratica di quella tassa era quella di combattere il latifondo, in un’epoca storica remota in cui l’Italia era un Paese agricolo-pastorale ed i grandi patrimoni erano più che altro fondiari. 
Franco Debenedetti, in un eccellente intervento sul Riformista nel maggio dell’anno scorso  spiegò perché sarebbe stato assai saggio che nel programma dell’Unione non si proponesse alcuna reintroduzione dell’imposta: “Il suo effetto redistributivo è minimo, anzi proprio Joseph Stiglitz, presidente dei consiglieri economici di Bill Clinton, sostenne che le eredità  hanno l'effetto di aumentare  l'uguaglianza, soprattutto nel caso di proprietari di piccole  aziende. L'unico effetto redistributivo certo é quello a favore di professionisti e gestori di patrimoni”.
E ancora: “l'imposta di successione è un’imposta ideologica: il suo gettito, prima della riduzione operata dal centrosinistra, era inferiore a 300 milioni di euro l'anno. Dimostrare che non si governerà indulgendo a ideologie populiste, è il vero «gettito» che la questione dell'imposta di successione può dare”.
Parole sante, pronunciate da uno dei migliori intellettuali di sinistra del nostro Paese… che non a caso NON sarà ricandidato dall’Unione prodiana.

(ale tap, 24.02.05)

L’ANTICOMUNISTA VISCERALE
L’intelligenza è spesso misurata con test logico-matematici: purtroppo, i problemi che pone la vita non sono logico-matematici. Il risultato è che a volte di fronte ad un problema semplice, addirittura elementare, il soggetto non riesce a vedere la soluzione. O, più esattamente, è come se chiudesse gli occhi per non vederla. La sua intelligenza è capace di mostrare la via da seguire ma il resto della personalità, in particolare l’affettività, non intende seguire quella via: e dunque non la vede. La persona innamorata ad esempio ha dell’oggetto del suo amore una visione che nessun altro condivide e tuttavia rimane del proprio parere. Le critiche altrui sono semplicemente malevole. O invidiose. E l’opinione dell’innamorato non rimane scalfita neanche dal fatto che persone evidentemente disinteressate manifestino le peggiori perplessità.
Questo accade anche in politica. Qui le convinzioni maturate costituiscono un ostacolo insormontabile e ognuno vede qualunque fatto nuovo non com’è ma come immagina debba essere. Ogni cosa deve rientrare nel quadro precostituito. L’uomo di destra, essendo convinto che i politici di sinistra siano in malafede o, per bene che vada, poco intelligenti, vede tutto ciò che fanno o dicono come negativo. Se apprende una loro intenzione che sembra plausibile, come primo istinto ha quello di chiedersi dove sta il trucco e che cosa gli è sfuggito. Se poi è anche stupido, sarà facilmente disposto a credere al primo movente deteriore che riuscirà ad ipotizzare: perché il marcio non può non esserci. Se infine non potrà negare che “i comunisti” per una volta intendano fare qualcosa di buono, rimarrà convinto che o non lo faranno o lo faranno a costi esorbitanti. Tanto da far rimpiangere la loro inattività.

Lo stesso avviene a chi ha convinzioni di sinistra. Per ogni nuova legge ci si chiede cui prodest e se si riesce a stabilire un qualunque collegamento con Berlusconi, per quanto fantasioso, si dice che è una legge ad personam e nociva per i cittadini. Il procedimento è del resto facile: dal momento che le leggi si applicano a tutti, se il Parlamento vara una legge che favorisce i fabbricanti di scarpe l’uomo di sinistra non si chiede se sia una legge buona o cattiva, si chiede se Berlusconi fabbrichi scarpe o abbia fra i suoi parenti un fabbricante di scarpe. È come per gli americani. Se si interessano di un paese in cui c’è il petrolio non ci sono altre indagini da fare: agiscono per il petrolio. Poco importa che, nel caso dell’Iraq, spendano infinitamente di più di quanto starebbero ricavando (e da che cosa?); poco importa che il petrolio irakeno, se lo comprano, lo comprano al prezzo degli altri: c’è il petrolio e questo spiega tutto. Ragionamenti che hanno la sottigliezza di un cavo d’ormeggio.
Un caso particolare e interessante è rappresentato dagli anticomunisti viscerali anziani. Per una volta, qui non è vero che in medio stat virtus . Chiunque abbia seguito a lungo la politica ha avuto modo di vedere che nel mondo comunista tutto è sempre stato subordinato al partito. Proprio tutto: anche la prosperità, anche la verità, anche la vita umana. Ha visto i comunisti applaudire la repressione della rivoluzione ungherese e l’invasione della Cecoslovacchia. Li ha visti cantare le lodi di quel Mao che ha fatto morire di fame milioni di cinesi. Li ha visti sostenere i tiranni che hanno oppresso tanti popoli per tanti decenni. Li ha visti negare l’evidenza, sostenendo che il Muro di Berlino era fatto per tenere fuori gli occidentali e non per tenere dentro gli orientali. Il Moloch dell’ideologia comunista ha deviato le menti fino ad indurre a crimini più incomprensibili di quelli di Hitler. Questi era disposto ad uccidere il resto della popolazione mondiale per far trionfare il Herrenvolk ma Pol Pot ha voluto uccidere metà del suo stesso popolo in nome di un’ideologia! E lo ha fatto.
Dopo mezzo secolo di conferme ininterrotte i liberali anziani hanno sviluppato una diffidenza totale. Hanno avuto ragione troppe volte, in troppe occasioni, in troppi contesti per non essere convinti della fondamentale doppiezza morale - o dell’incapacità di vedere la realtà - dei comunisti e dei loro simpatizzanti.
L’anticomunista viscerale è afflitto da un roccioso pregiudizio ma il rischio è che un pregiudizio confermato dai fatti per settant’anni ed oltre si chiami esperienza.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 24 gennaio 2006


Do You Remember Mauro Mellini?
"Sono andato all’Ergife all’assemblea dei Riformatori Liberali, i Radicali che hanno rifiutato la brutta pantomima del matrimonio con quel certo Boselli di quel certo Sdi, con relativo conferimento in date dalla gloriosa ed, ahimè, da oltre un decennio dismessa “Rosa nel pugno”. Lontano dalla cosiddetta politica attiva e da competizioni elettorali dal 1992 e dedito, oramai ad un impegno politico diverso e monotematico (ma centrale), quello sulla giustizia, ho inteso e intendo dare una mano, anche con una candidatura, a quanti, rimasti fino a ieri con Pannella, hanno aperto gli occhi di fronte alla sciagurata ed oramai definitiva liquidazione del patrimonio radicale consumata con l’ingresso nell’Unione di Prodi. Forse ha avuto per me un effetto determinante vedere quel tale Boselli agitare con un sorriso radioso la rosa nel pugno, quella rifiutata a Craxi (Bettino), che era Craxi. Mi venne fuori una battutaccia, in verità molto volgare ed irripetibile. Ma il pensiero era ed è quello. Lasciai il Partito Radicale qualche tempo dopo il congresso di Bologna, che ne sancì lo scioglimento e la fuga nella metapolitica. Anzi, a dire il vero, ne fui espulso nel senso di essere messo in condizione di non poter più avere dialogo vero con i miei compagni. Non seppi mai i particolari del discorso di scomunica che Pannella pronunziò nei miei confronti a Trieste, nel corso di un consiglio nazionale in partenza per la Slovenia (il partito, oltre che transpartito, era divenuto transnazionale!), perché lo pronunziò in francese (noblesse e transnazionalità, oblige, anzi, obbligava), lingua che non parlo, mentre mi sembrava di non poter condividere il gusto del ridicolo mettendomi la cuffia della registrazione simultanea per sentire quel che Marco poteva avere da dirmi.
In realtà, il partito era stato bistrattato e messo in condizione di non operatività da molto tempo. Il successo del 1979 fu stravolto e vanificato portando alla Camera sì Leonardo Sciascia, ma ahimé, Pio Baldelli, Mimmo Pinto, Marco Boato, la Macciocchi. Alle successive elezioni era stato portato a rappresentare i radicali Toni Negri e poi ancora, nel 1987, anziché Tortora, eletto con ampio margine in tre circoscrizioni avanti a Pannella alle precedenti europee, nientemeno che il generale Viviani, Azzolino, etc. Poi il voto perpetuo di castità elettorale dei radicali “in quanto tali”, la dispersione del gruppo parlamentare. Risultato: quando nel 1992 si profilò la crisi del consociativismo ed iniziò il golpe di “mani pulite”, i radicali non c’erano in Parlamento a difendere la funzione e la dignità contro la sua stessa sindrome autodistruttiva (abolizione dell’immunità parlamentare, etc..). C’era un gruppo di “antiproibizionisti” che con l’antiproibizionismo, benché cosa seria, si baloccava Pannella, come si baloccò e fece baloccare tanti deputati che gli diedero retta con le famose autoconvocazioni alle sette del mattino e relativi aggiornamenti per…mancanza del numero legale. Credo che quello squagliamento radicale di fronte al golpe abbia avuto effetti assai gravi ed irreversibili sugli eventi di allora e, di conseguenza, sulla situazione politica di oggi e abbia rappresentato un autentico sbandamento in campo aperto ed una “diserzione di fronte al nemico”. Ma l’entrata nell’Unione di Prodi è qualcosa di assai peggio: è il “passaggio al nemico”.
Il cosiddetto centrosinistra è, infatti, la naturale alleanza (con soci palesi ed occulti, ma non troppo) tra gli autori del golpe in prima persona (che, del resto, sono quelli che hanno suonato la tromba della riscossa dopo la sconfitta del 2001), i loro mandanti, i beneficiari del golpe, gli autori delle dilapidazioni e delle depredazioni del patrimonio pubblico, rappresentato dalle partecipazioni statali “privatizzate”, dei collitorti del monopolio culturale-mediatico cattocomunista. In una parola, l’Unione è la miscela di tutto ciò contro cui si sono battuti i radicali in quella che è stata, finché c’è stata, una loro coerente e dura battaglia antiregime. Certamente nei due schieramenti vi sono eccezioni, equivoci, incongruenze in ordine a questo dato centrale: quello di una parte che rappresenta e sostiene il golpismo, gli interessi ed i poteri “forti”, le prevaricazioni istituzionali (non solo della magistratura) e l’altra, quella che, bene o male, al golpismo si è opposta, delle prevaricazioni istituzionali è stata obiettivo e vittima, che si è messa di traverso al golpe, che contrasta gli interessi dominanti, i padroni della stampa, i terminali politici di tutti i corporativismi residui e di nuovo conio. Ma l’alternativa è questa, questi sono gli schieramenti. Non vi è rimedio alla diserzione del 1992 (e seguenti), ma c’è rimedio al passaggio al nemico, consumato con la rottura di quel balordo voto di castità elettorale per andare in soccorso di quel Boselli ed il suo Sdi (i socialisti che non furono degnati di un’incriminazione dai golpisti) ed a portare acqua al mulino di Prodi e compagni, che macina quel che macina. Della Vedova, Taradash, Calderisi, Palma meritano tutto il nostro appoggio e lo avranno, per quel che potrà valere. Il loro successo sarà prezioso per il Paese e per la libertà."

Mauro Mellini 


Massima del giorno
Bisogna torcere il collo al passato perché abbiamo una sola vita, finché dura: e si chiama presente.
G.P.

MOLLICHINE
Il Vaticano ha parlato di esigere reciprocità con i musulmani. Insomma meritiamo lezioni di uso degli "attributi" da chi ha fatto voto di non usarli.

Luciano Violante: le idee politiche dell'ayatollah Khatami sono "molto simili all'idea italiana di democrazia". Italiana o sua personale?

Il programma dell'Unione necessita di 3 legislature per essere realizzato: le prime due serviranno a leggerlo (Un "forumista", R.T.M, su "Capperi.net").

Marco Rizzo ha partecipato alla sfilata pro-Palestina ma non ha sentito i cori 10,100,1000 Nassiryah. Non c'è peggior sordo...


Gianni Pardo giannipardo@libero.it

L'erbivoro
Il leone mangia la gazzella senza scrupoli: è un carnivoro e solo così può sopravvivere. L'essere umano invece può scegliere. Diversamente dal leone è onnivoro e se vuole può permettersi d'essere vegetariano. Questo fenomeno, col progresso e la pace, si è amplificato fino alla patologia. L'Occidente è divenuto infantile, imbelle, pauroso e anzi prono ai dettati della madre superiora.
È imbelle perché, dopo sessant'anni di pace, si culla nell'illusione che la guerra non potrebbe mai riguardarlo. La considera una barbarie di tempi lontani, facile da esorcizzare demonizzando le armi e privandosi di una difesa efficace. Non è raro udire politici che considerano uno spreco qualunque somma spesa in armamenti.
Stranamente, mentre non ha paura della guerra, l'uomo dei paesi prosperi ha paura di tutto il resto. Ha paura della scienza, del progresso, delle grandi opere civili, dei cibi prodotti dall'industria, del buco nell'ozono, dello scioglimento dei ghiacci polari, della mucca pazza e dell‚influenza aviaria. Ha paura di tutto e non impara a difendersi da nulla: se non con la fuga, come un erbivoro. Infatti non solo tende a rifiutare la legittima difesa, e l'impegno civile e virile che essa richiede, ma reagisce alle minacce e alle violenze offrendo doni e chiedendo scusa anche per ciò che non ha fatto. Emblematico il comportamento nei confronti dei moti di piazza islamici quando non dei terroristi.
In Occidente l'uomo ha dimenticato la propria responsabilità d'adulto. Vuole avere il diritto di vivere spensieratamente come un adolescente, tanto alla sua vecchiaia deve pensare lo Stato. Uno Stato che deve anche curarlo gratis se sta male, gli deve dare un sussidio se perde il lavoro, deve dargli una casa e proteggerlo anche se lui non fa nulla per difendersi. Molti addirittura proclamano il proprio orrore all'idea di rispondere alla violenza con la violenza.
Una volta si parlava di Stato Provvidenza, oggi si chiede lo Stato Mamma. Un'entità che non solo si occupa dei nostri bisogni di base ma ci obbliga a indossare la cintura di sicurezza in auto e il casco in motocicletta. Manca solo che ci raccomandi la maglia di lana in inverno e ci canti la ninna nanna la sera.
Le masse di straccioni del Terzo Mondo che gridano ed agitano il pugno ci fanno paura perché non sapremmo come affrontarle. Le vediamo come i bambini vedono gli adulti.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 22 febbraio 2006

VOGLIA DI ATTENTATO
Ieri sera, sul tardi, saltando in tv con il telecomando da  Matrix a Porta a Porta,   mano a mano che le immagini e le parole raggiungevano i titoli di coda ho percepito una strana senzazione di disagio massmediologico dovuta al futuribile  attentato islamico da imputare alla maglietta di Calderoli che i vari interlocutori di sinistra (da Pecoraro Scanio e Franceschini) sembravano  richiamare e strategicamente annunciare.
Abyssus abyssum invocat... vuoi vedere che...
cp, 21 febbraio 2006


Bella Ciao per i terroristi palestinesi
Settimana di fuoco in Italia. Settimane di fuoco, quello vero quello che ammazza, brucia, distrugge, in tutto il mondo islamico. Morti a Bengasi, morti in Nigeria, morti in Pakistan, cristiani e non musulmani ammazzati senza pieta' con ogni scusa, anche la piu' cretina perche' loro, gli assatanati, non hanno bisogno di motivi seri per ammazzare, e' il loro passatempo preferito.
Uno si chiede legittimamente : ma non lavorano mai questi qua, ma i giovani non vanno mai a scuola? Evidentemente no e lo si nota dal loro livello socioculturale. Nell'ANP, per poter mandare i bambini a manifestare contro le famose vignette che nessuno di loro avra' visto, hanno chiuso le scuole di ogni ordine e grado e li hanno mandati a urlare "morte all'occidente, morte a Israele, morte all'Italia, morte alla Danimarca, morte all'Europa". Morte a tutti insomma, chissa' se l'Unione Europea si e' sentita in imbarazzo nel vedere le sue sedi distrutte e saccheggiate  a Gaza , a Ramallah, a Jenin, dopo aver mantenuto per anni questi parassiti urlanti.

Nessuno ha detto una parola, hanno paura anche di parlare gli europei.
Mi dicono che la gente normale in Italia e' incazzata nera contro questi assatanati ma navigando su internet si leggono quasi sempre giustificazioni e le condanne sono tutte per l'Occidente: colpevoli i giornalisti danesi, colpevole , da condannare praticamente all'egastolo il ministro, anzi l'ex ministro, Calderoli per essersi sbottonato due bottoni della camicia sotto cui si intravvedeva qualcosa.
Quel gesto inconsulto e' stato la fine anzi l'inizio di un nuovo  incubo nell'incubo gia' in atto , il casino totale, tutti a chiedere scusa agli assatanati, Berlusconi che si mette in ginocchio davanti a un terrorista assassino come Gheddafi, prelati che si strappano le vesti, la sinistra che gongola e approfitta per fare campagna elettorale gettando fango sul governo, la comunita' ebraica che esprime solidarieta' all'islam sempre a causa dei due  bottoni slacciati dal ministro e a questo punto mi piacerebbe sapere se la comunita' islamica ha espresso solidarieta' agli ebrei per il ragazzo ebreo  torturato a Parigi per settimane e poi ucciso bruciandolo vivo.
Ditemi, lo hanno fatto? Forse che la comunita' islamica di tutta Europa ha mai solidarizzato con gli ebrei per tutti i loro morti, per gli slogan antisemiti, per le migliaia di vignette antisemite, per le aggressioni a cittadini innocenti? 
Lo chiedo perche' mi sembra addirittura impossibile che la dhimmitudine degli italiani, ebrei e non, arrivi a questi livelli di autoumiliazione, di rispetto di se' : zero, di orgoglio: zero, di dignita': zero.
Mentre, a causa della indubbia cretinata di Calderoli,  gli italiani si strappano le vesti e non sanno piu' a chi genuflettersi  e Fini corre in moschea, ecco che a Roma viene  organizzata una bella e grande manifestazione  pro Hamas, ecco che in testa al corteo si vedono gli amici dei terroristi, Diliberto, Rizzo e altri kam...kompagni, tutti a cantare a voce spiegata  Bella Ciao.
O caspiterina e cosa c'entra il Bella Ciao con i palestinesi?? Ahhhh giusto ...si son svegliati e han trovato l'invasor.....beh, ognuno ha il suo punto di vista a seconda di come gliela raccontano pero' non mi vengano a cantare anche l'ultima strofa i signori comunisti italiani, i signori  kamerati..ooops pardon... kompagni...non mi vengano a cantare  " mi seppellirai lassu' in montagna, sotto l'ombra di un bel fior" perche' i palestinesi le uniche montagne che hanno  sono quelle delle immondizie  e del fior nemmeno il miraggio, li hanno bruciati tutti i fiori, signori kam..kompagni.

Comunque gli slogan urlati da questa gentaglia erano della piu' grande sconcezza, indecenti come al solito, come solo  la loro anima nera sa esprimersi "«Dieci/cento/mille Nassiriya». «Sabra e Shatila/ strage falangista/ è Ariel Sharon/ il vero terrorista». Oppure: «I popoli in rivolta/ scrivono la storia/ Intifada/ fino alla vittoria».
Mentre i piu'  urlavano queste porcherie, altri avanzi di galera si dedicavano all'incendio di bandiere, quelle solite , l'americana e l'israeliana. Ma dove le trovano tutte queste bandiere da bruciare? Se le fanno preparare a casa dalle mamme e dalle fidanzate?
Calderoli  dunque si e' dimesso, mossa sbagliata che comporta l'istantanea calata di brache del governo italiano, e a questi deputati, capi di partito che vanno a cantare Bella Ciao per i terroristi palestinesi, che hanno formato piu' di una generazione di odiatori di Israele e di razzisti , a questi figuri cosi' loschi e beceri  nessuno chiede di dimettersi e di andare a vendere kebab a Gaza?
Questa manifestazione indecente  pro  terroristi  si svolgeva mentre Governo italiano, comunita' ebraica, clero cattolico, esprimevano la propria solidarieta'  a quelli che sventolavano  le bandiere verdi dell'islam,  le bandiere  palestinesi imbevute  di sangue ebraico  e che urlavano il loro odio contro Israele e contro l'occidente come solo i seguaci dei figli di Satana sanno fare..
Non c'e' speranza, loro vinceranno.
Voi continuate a farvi del male.
In questo quadro desolante della povera, tremolante Europa, una bella notizia arriva dall'Austria , David Irving ha chiesto scusa agli ebrei, ha ammesso di essersi sbagliato e adesso chi glielo dice a tutti quei giovani che si sono imbevuti di antisemitismo leggendo i suoi libri di "storia"? 
Ha detto anche di essere annoiato e cosi' gli hanno dato tre anni di galera per farlo divertire un po'.
Tre anni! Pochi per il male fatto ma meglio di niente.
 
Deborah Fait - informazionecorretta

E' MORTO LUCA COSCIONI
La notizia è stata data in diretta a Radio Radicale da Marco Pannella. Luca Coscioni, leader dell'Associazione Coscioni, che comunicava grazie a un sintetizzatore vocale, è stato un simbolo della battaglia per la libertà di ricerca scientifica. Obiettivo portato avanti dall'Associazione che ha il suo nome, fondata il 20 settembre del 2002, schierata in prima linea contro il divieto di ricerca sulle cellule staminali embrionali.

Madamina, il catalogo è questo
"Mai afferriamo l'essere umano - ciò che egli significa - se non in modo ingannevole:  l'umanità si smentisce sempre, passando repentinamente dalla bontà alla bassa crudeltà, dal pudore estremo all'estrema impudicizia, dall'aspetto più  affascinante al più odioso. Spesso,  noi parliamo del mondo, dell'umanità, come se vi fosse una qualche unità: in effetti, l'umanità compone dei mondi, vicini secondo l'apparenza ma in verità estranei l'uno all'altro."
Georges Bataille, L'Histoire de l'érotisme - 1976 Edition Gallimard

SENZA PAROLE

Foto scattata il 20 febbraio 2006 all'ingresso del  supermercato Coop di Fidenza.








Censura o mitomania??
Beppe Grillo crede che la Cina (?) abbia censurato la sua immagine.
Lo scrive nel suo blog e i suoi fedelissimi (centinaia di migliaia se si tratta di contarli sulla rete, poche decine quelli presenti al primo raduno nazionale de Gli Amici di Beppe Grillo... potrebbe vantarne di più Maria De Filippi (Gli Amici di Maria De Filippi), ossia "il marito di Costanzo", come dice Grillo, sulla cui simpatia non si discute, subito gridano allo scandalo.
Ma si tratta davvero di censura??
Il post in italiano supera i 1400 commenti, quello in inglese (da notare che beppegrillo.it è di default in inglese: del resto Grillo ricorda spesso che il suo blog è uno dei più visitati del mondo) ne ha al momento soltanto 2 (e mediamente i commenti ai post in lingua inglese sono 5-10: è uno dei blog più visitati del mondo e così pochi stranieri vi inseriscono commenti?): tuttavia, il primo commento è molto interessante (e controtendenza):
Most occidental people is censured on that site. Why do you think you are SO important that the Chinese government is directly targeting you?
Grillo certamente non risponderà (non risponde quasi mai ai visitatori del suo blog, non dialoga con loro) e allora l'unico modo per avere una risposta attendibile è seguire lo stesso consiglio di Grillo: Provate anche voi.
Ho provato (basta andare in Google immagini nella versione cinese, ndr) e mi sono accorto che Grillo è un mitomane.
Dal sito La Rivoluzione
.

IL FESTIVAL DELLA FRUSTRAZIONE
È noto che cinquantamila persone in uno stadio hanno un livello mentale di bambini di otto-dieci anni: al punto che lo stesso codice penale ha previsto un’apposita attenuante per chi commette un reato facendo parte di una “folla in tumulto”. Questo fenomeno è sfruttato dai demagoghi i quali, se riescono a dire le parole che la folla sperava di sentire, possono essere certi del successo. Da quel momento hanno una turba disposta a seguirli e perfino a combattere per loro. Il fatto è talmente noto che è inutile stare a citare i grandi manipolatori di masse, da Alcibiade a Mussolini e Hitler.
Una folla incollerita che grida contro qualcuno o qualcosa, magari per una ragione futile come un rigore negato, può fare paura. Nondimeno, essa è terribile solo a partire dal momento in cui qualcuno la organizza e soprattutto la arma. Finché rimane informe e dilettantesca, una carica di polizia, una bella semina di gas lacrimogeni ed eventualmente qualche colpo d’arma da fuoco, magari in aria, possono facilmente averne ragione. Ci sarà qualche contuso, qualcuno finirà al pronto soccorso, ma la domenica finisce, domani è lunedì e si torna al lavoro.
Diverso è il caso quando la folla diviene massa di manovra, quando qualcuno l’inquadra fino a farne una macchina da guerra. È questa la differenza fra la Hitlerjugend e le masse islamiche. I giovani hitleriani erano il vivaio delle future SS, sarebbero andati volontari sotto le armi e sarebbero stati il ferro di lancia di uno Stato moderno, bene armato, ben guidato e capace di vittorie strabilianti. Le masse islamiche invece, sia per il loro spaventoso livello d’ignoranza, sia perché i capi dei loro paesi mai si sognerebbero di dar loro delle armi, mimano la violenza senza essere in grado di esercitarla. Né in quel momento né dopo. La folla che applaudiva Hitler avrebbe dovuto fare paura e non ne fece abbastanza, le folle islamiche, anche se bruciano qualche automobile o qualche bandiera, dovrebbero fare sorridere: non hanno i mezzi per comportarsi male.

Ma francamente nessuno ha voglia di sorridere e si ha piuttosto voglia d’avere spiegazioni. Le più probabili sono rinvenibili nell’ambito del mito. Il fenomeno “glorioso” ha una sostanza e dei simboli. Un centravanti diviene un campione internazionale per come gioca, e questo è il fatto; poi c’è la sua maglietta e il suo numero e questi sono i simboli. I bambini vorrebbero giocare come il loro eroe ed è evidentemente impossibile: però è possibile indossare una maglietta col nome e il numero del campionissimo e con questo, simbolicamente, divenire lui. Il bambino vive in parte nella realtà (“Non posso giocare come il campione”) e in parte nel mito (“Posso indossare la sua maglietta e dunque appropriarmi magicamente delle sue capacità”). È questa la ragione per cui Yasser Arafat, che non ha mai avuto un esercito, andava sempre in giro in divisa militare.
Le masse islamiche si ubriacano di odio e di minacce contro l’Occidente. Promettono sfracelli che non potranno mai attuare; sofferenze che non potranno infliggere; vittorie che non potranno mai ottenere. I palestinesi che non sono stati in grado di battere Israele con l’aiuto di tutti i paesi arabi (1967), ora che sono soli e disarmati promettono di eliminarlo. Sfilano con tute mimetiche, si coprono il volto come per difendere l’anonimato delle loro eroiche gesta, scuotono gli AK47 o magari sparano in aria. Come se tutto questo potesse fare impressione ai carri armati israeliani.
In questi giorni lo schema di comportamento palestinese si è allargato al mondo intero. Qualcuno, mesi dopo la loro pubblicazione, ha soffiato sul fuoco attizzato da qualche vignetta sconclusionata ed ora ci sono dovunque violenze di piazza, contro i danesi, contro gli europei e soprattutto contro gli americani. È il festival della frustrazione. E infatti a Teheran, che rischia d’avere l’atomica, non ci sono state manifestazioni.
In un mondo in cui la televisione ha raggiunto il mondo intero, gli islamici vedono ogni giorno quanto più ricchi, più liberi, più forti sono gli occidentali: e non riescono a sopportarlo. Avere continuamente sotto gli occhi il successo del proprio vicino (Israele, in primo luogo!), paragonato col proprio fallimento e la propria miseria, e non poterci fare nulla, giorno dopo giorno, può rendere folli di rabbia. Il bambino è geloso del giocattolo dell’amichetto e cerca d’impossessarsene od anche semplicemente di romperlo. Gli occidentali tendono ad avere paura della violenza islamica ma non pensano che il rischio è solo quello di qualche attentato. Gravissimo per chi lo subisce personalmente, certo, ma del tutto ininfluente dal punto di vista della grande politica.
La folla islamica grida la propria autostima per nascondere la propria frustrazione; grida terribili minacce per compensare il sentimento della propria debolezza; grida il proprio odio per ciò che vorrebbe avere e non può.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 20 febbraio 2006

TI A' PIACIATO?!!
"Se nessuno di voi spara qualche colpo, se mi assicurate che non avete un cannone in tasca, se non tenete nascosto un dirigibile con un paio di bombe, se non fate sternuti e non avete mangiato legumi, io esco... dalle trincee! In ogni modo mi raccomando, là ad Allah, figlio d'Aa-lllah e di Allallarallallarallà! Ma ometto di raccomandarmi a Maometto gran profeta, figlio di Feta, autore della profetosità mussulmana, col muso nelle mani, anzi nelle otto mani, per farci scappare con otto piedi! Il nostro programma è eroico: coraggio e... scappiamo!"
Ettore Petrolini, 1915

Massima del giorno
Molta gente crede che la rivoluzione sia un tipo di vestiario.
G.P.


DIFESA DI MARCO FERRANDO
Marco Ferrando non sarà candidato da Rifondazione Comunista. I grandi partiti dell’Unione si sono vergognati di lui e hanno fatto pressioni. Tuttavia le sue tesi (ricavate dall’intervista televisiva a Maurizio Belpietro) non sono affatto deliranti. Da molto tempo esse sono sostenute dalla maggior parte della sinistra e l’unico torto di Ferrando è d’averle affermate senza eufemismi.
Egli descrive ad esempio l’Iraq come un paese sottoposto ad occupazione e per questo parla del “diritto di resistenza a queste forze di occupazione, un diritto universalmente riconosciuto e assolutamente sacrosanto”. Qui ha ragione: le truppe americane e dei loro alleati sono truppe di occupazione dal momento che effettivamente occupano il paese in seguito ad una vittoria militare. Dove sbaglia è però nel non considerare che queste truppe hanno grandemente migliorato la situazione di quello stesso paese, sicché è difficile chiamarle “occupanti” e basta: noi abbiamo chiamato liberatori gli alleati anglo-americani quando hanno invaso l’Italia nel 1943-45. Il discrimine non è che un esercito invada un paese, ma che il paese invaso l’approvi o no. Nel momento in cui gli irakeni legittimano con libere elezioni un governo che è giunto al potere come conseguenza della caduta di Saddam Hussein (e votano perfino i sunniti), gli occupanti non sono più tali: sono alleati che collaborano alla ripresa del paese. Non diversamente da come avvenne in Italia, in Germania e in Giappone. Qualcuno chiamerebbe occupanti gli americani della base di Sigonella?
Ferrando sbaglia, si è detto: ma è il solo? La sinistra, per puro antiamericanismo, e per dichiarare che in ogni caso la vicenda irakena è stata un disastro, ha sempre sostenuto che il terrorismo è aumentato a causa della guerra e che quelli che il centro-destra chiama terroristi, sono “insorti”, “ribelli”, “resistenti” (con ovvio accenno alla Resistenza antifascista), e via dicendo. Ferrando, se sbaglia, non sbaglia da solo. L’unica sua colpa è di dire ad alta voce e coerentemente quello che gli altri dicono per via di allusioni e solo quando gli conviene
. Magari nel fuoco di un dibattito televisivo.
Poi Ferrando parla dei “crimini e [del]le brutalità delle truppe di occupazione inglesi nei confronti di bimbi iracheni”, e commette due errori: primo, non ci sono stati crimini ma solo brutalità; secondo, non nei confronti di bimbi (i bimbi hanno meno dei sei anni), ma nei confronti di adolescenti che avevano prima aggredito i soldati a colpi di pietra. Il rifondarolo trova il tempo di parlare di questo e non trova l’occasione per parlare delle decapitazioni in diretta di persone colpevoli soltanto d’essere americane? E tuttavia non ci se ne può stupire. Questo è il modo in cui la sinistra considera i fatti. L’Unità è forse più scrupolosa?
Dopo avere detto che “sappiamo come muoiono gli italiani”, Ferrando scrive: invece “sappiamo poco su come muoiono gli iracheni sotto il piombo delle truppe italiane”. Questa espressione è peggio che tendenziosa. Essa suggerisce che gli italiani sparino facilmente e indiscriminatamente contro la popolazione civile irachena. Cosa non vera. Ma la sinistra sostiene che gli italiani sono lì per fare una guerra e una guerra si fa sparando. E non è colpa dei soldati se ormai non c’è più un esercito irakeno e sono costretti a fare il tiro a bersaglio sparando sui civili. Almeno, questo è ciò che pensa Ferrando: ma non è il solo.
Né può stupire l’attacco a D’Alema, chiamato “un ex presidente del Consiglio che ha bombardato la Serbia con l'opposizione di Rifondazione comunista e che oggi chiede a Rifondazione comunista di depurare i candidati che sono coerentemente contro la guerra”. Qui Ferrando ha interamente ragione. Se si è irenisti, se la guerra è sempre ingiustificata, perfino quella in difesa dell’incolpevole Kuwait invaso, come si può accettare che si vadano a bombardare dall’alto i civili, come avvenne in Serbia? Quell’azione fu certamente più di guerra di quanto non sia l’<occupazione> italiana dell’Iraq.
Il vangelo dice che se il nostro occhio ci è occasione di tentazione è meglio strapparcelo e andare in paradiso orbi che con tutti e due gli occhi all’inferno. E Origene si castrò. La Chiesa ovviamente disapprovò quel gesto ma l’errore fu quello d’aver preso il Vangelo alla lettera. Ferrando è – nella sinistra - un personaggio come Origene.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 18 febbraio 2006


MAGLIETTE SATANICHE
Povero Calderoli. Domani -scommettiamo?- i giornali l'incolperanno di 11 o 12 morti. Pure Berlusconi s'è incazzato per via di quella invisibile  vignetta stampata sulla maglietta della salute,   portata in TV sotto giacca e camicia (vedi foto). «Pentito? Ma stiamo scherzando?» ha commentato a caldo il  ministro «Attentati e violenze di matrice islamica sono cominciate molto prima di qualunque maglietta». «So che a me potrebbe anche succedere qualcosa - ha proseguito Calderoli - ma bisogna reagire a questa situazione. Non ci prendiamo in giro, l'attentato alle Torri Gemelle ci sono state prima delle eventuali provocazioni e la mia maglietta voleva essere proprio una segnalazione del rischio che proviene da quel mondo».
Insomma, ora sembra accertato: scoreggi al tg3,  crolla un palazzo dall'altra parte del mondo e ti danno pure la colpa.

Che tempi signora mia, che tempi!
cp, 17 febbraio 2004

STUPRO GRATIS. O QUASI
O yes: se stupri la figliastra di 14 anni e lei non è vergine puoi cavartela con poco. Così ha sentenziato la Terza sezione penale della Cassazione, accogliendo il ricorso dello stupratore. I danni sono più lievi, hanno stabilito i dotti signori. Perché in questo caso la personalità della vittima, «dal punto di vista sessuale, è molto più sviluppata di quanto ci si può normalmente aspettare da una ragazza della sua età». La minorenne in questione, poi, è vissuta in un ambiente socialmente degradato e in tal caso – chi non lo capirebbe? – essere stuprate non è poi la fine del mondo. Come bere un bicchier d’acqua, praticamente. Mi viene da pensare alla mia amica A., stuprata a 11 anni da un amico di famiglia (l’aveva portata nel bosco con la scusa di andare a funghi. E mentre si tirava su i pantaloni ha trillato giulivo: «Guarda che bel fungo! Questo lo porto alla mia bambina, chissà come sarà contenta!»). Ecco, ad averlo saputo, qualcuno se la sarebbe potuta tranquillamente fare a dodici anni, certo di poter godere di un bel po’ di attenuanti. Tanto lei, ormai, dal punto di vista sessuale era molto più sviluppata di quanto ci si potrebbe normalmente aspettare da una bambina di seconda media. Non si osa poi immaginare cosa potrebbe accadere se la ragazzina stuprata, oltre a non essere vergine, indossasse per giunta un paio di jeans (a proposito: a pronunciare la famosa sentenza in base alla quale se la ragazza indossa i jeans non c’è stupro, era stata la Terza sezione penale della Cassazione: la stessa dell’immonda sentenza di oggi: non ci sarà per caso del marcio lì dentro?). Potrebbe apparire scontato, a questo punto, scagliarsi contro l’insensibilità maschile. Ritengo tuttavia doveroso ricordare il giudice donna che alcuni anni fa in Canada ha emesso l’oscena sentenza di condanna a UNDICI MESI nei confronti di un arabo che aveva sodomizzato la figliastra di nove anni, con la motivazione (non sono riuscita a trovarla in internet, ma posso citarla a memoria con assoluta precisione, tanto mi è rimasta scolpita nella memoria) che «in tal modo ha preservato la verginità della bambina, ritenuta particolarmente importante nella sua cultura». E non credo servano ulteriori commenti.
dal blog di Barbara.  


Foto scattate ad una manifestazione a Londra da Eyal Mizrahi

   

     


LA RISERVA MENTALE
La caratteristica del programma dell’Unione è la riserva mentale. Per essa in teologia s’intende, secondo il Devoto-Oli, una “limitazione mentale di quanto si dichiara, si promette, si giura”. Come se si chiedesse a qualcuno: “Hai preso tu, oggi, quel denaro?” e quello rispondesse: “No”, ma pensando: “Oggi non l’ho preso, l’ho preso ieri”. In passato la validità del procedimento fu dibattuta a lungo ma qui interessa passare dal piano etico a quello giuridico.
Giuridicamente, la riserva mentale è semplicemente una bugia. Se assicuro che un determinato oggetto “è d’oro”, e preciso mentalmente che “è d’oro in superficie”, sono semplicemente colpevole di truffa in commercio. Perché il diritto non guarda alle parole ma a ciò che si è fatto credere all’acquirente.
Il programma dell’Unione è dunque giuridicamente inefficace perché caratterizzato da troppe riserve mentali. È scritto in modo che ciascuno ci possa leggere ciò che gli interessa e possa non vedere ciò che ci possono leggere gli altri. Ognuno può interpretare ciò che vi è scritto (essendo vago) o ciò che non è vi è scritto come corrispondente alle proprie intenzioni. L’esempio inevitabile è la Tav. Secondo Ds e Margherita la Tav è prevista in quanto si accenna alle grandi comunicazioni, mentre secondo l’estrema sinistra essa è esclusa “tanto è vero che nel programma non se ne parla”. Chi ha ragione? Domanda sciocca: il programma è scritto in modo che non si possa decidere chi ha ragione.
Quando i contraenti firmano un contratto che permette molte riserve mentali è come se non lo firmassero: infatti nessuno assume degli impegni. Il programma dell’Unione, atto di obbedienza formale alla nuove legge elettorale,  è uno specchietto per le allodole. Serve solo a dire che si è firmato un programma mentre si è solo firmato soltanto un documento in base al quale domani accusarsi reciprocamente di malafede. L’Unione spera così di vincere le elezioni ma i rischi sono evidenti.
Innanzi tutto, gli stessi elettori possono accorgersi – se non strizzano gli occhi per non vedere – che un vero programma non esiste. Molte cose non ci sono, molte altre sono vaghe, dei progetti più nobili non si indicano i mezzi per realizzarli. Per non parlare del patetico programma di lotta all’evasione fiscale come fonte di grandi finanziamenti. E poi la realtà è incontournable, non la si può aggirare. Ciò su cui oggi si sorvola domani tornerà imperiosamente a ripresentarsi. Sicché i partiti che si saranno impegnati su una data posizione con i loro elettori saranno costretti o a smentirsi o a mettere a rischio il governo. E se per alcune cose, per non urtare nessuno, basterà non far nulla, per altre l’inazione sarà impossibile. Potrà affrontare i suoi problemi e sopravvivere decentemente un’Italia governata da una coalizione litigiosa e dalle posizioni inconciliabili, tenuta insieme solo dalla voglia di potere?
Le premesse sono pessime. L’Italia è la casa di tutti e di questo stato di cose non c’è proprio ragione di essere contenti. Poco importano le idee politiche di ognuno e solo uno stupido può augurarsi di vedere il proprio nemico nel fango, se nel fango ci trascina anche lui.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 16 febbraio 2006


Putin, Hamas e la danza del ventre.
A volte uno si fa prendere dalla disperazione perche' sembra di sbattere contro un muro di gomma.
Dopo la vittoria di hamas che avrebbe dovuto aprire gli occhi ai piu' a dimostrazione del nazismo che anima i palestinesi,
dopo aver sentito dire da quattro imbecilli che le elezioni sono state un esempio della democrazia palestinese come se bastasse votare per essere una democrazia, come se la democrazia non fosse un processo socio-culturale completamente assente nei nazipalestinesi, come se queste elezioni non ricordassero quelle altrettanto "democratiche" che portarono Hitler al potere nel 1933,
dopo aver sentito i nazisti di hamas dichiarare che mai riconosceranno Israele e che la Palestina sara' un unico paese sotto la legge della sharia in cui gli ebrei ancora vivi potranno vivere come dhimmi,
Dopo tutto questo, che non e' altro che il proseguimento della quarantennale politica di morte palestinese perche' nulla e' cambiato dai tempi dell'OLP,  quale e' la preoccupazione dei media italiani? I soldi!
I soldi che qualcuno ha minacciato di non dare piu' all'ANP quando andranno al governo i nazisti.
Pero' erano nazisti anche Arafat e l'OLP e allora dove sta la differenza? Mah, forse nel fatto che questi ultimi si dichiaravano comunisti, quindi nazicomunisti laici, fratelli dei loro colleghi europei, molti corpi ma un'anima antisemita sola.
Sono preoccupatissimi dunque i giornalisti italiani, che sentono ancora vivo questo fraterno legame, che Israele e USA tentino di isolare i terroristi, che l'Europa trovi le palle necessarie per  non pagare il pizzo mensile di milioni di euro e che alla fine  i palestinesi non ricevano  il miliardo di dollari all'anno che gli serve per finanziare il terrorismo.
Stringi stringi si capisce che anche i nazisti di hamas suscitano la simpatia dei media , quasi quanta ne suscitava Arafat, in assoluto l'idolo del giornalismo italiano.
La storia si ripete: Abu Mazen li aveva lasciati orfani, cosi' grigio, anonimo e privo di personalita', avevano nostalgia del raiss diabolico  che li riempiva di baci umidicci, di odio per gli ebrei, di regali, di sceneggiate e soprattutto di speranza, la solita antica speranza che riuscisse a far fuori Israele e che gli facesse scorrere l'adrenalina nelle vene al pensiero che il  sogno comune si avverasse. 
Non devono preoccuparsi i nostri cari giornalisti poiche' Putin il cosacco ha gia' invitato hamas a Mosca e le nazioni piu' schiave  degli arabi , Francia e Spagna, insieme alla miglior ballerina di danza del ventre del mondo , Kofi Anan, appoggiano la decisione russa e  sono gia' la' che aspettano con le bave alla bocca di poter abbracciare i barbuti figli di Satana.
Putin rinnova il ruolo dell'URSS che accolse a braccia aperte Arafat e l'OLP quando dichiaravano di voler distruggere Israele  facendo si che il comunismo mondiale ne seguisse l'esempio e isolasse completamente lo Stato ebraico.
Quarant'anni fa Arafat, oggi Mashal e la parola d'ordine e' sempre quella che mette in moto l'adrenalina: Israele a morte.

Il cosacco dalla fredda faccia  da gestapo non solo apre a hamas ma sta armando l'Iran e la Siria, mettendosi chiaramente contro la comunita' internazionale che , debole e fiacca, non reagisce ne' contro Putin ne' contro Teheran, Damasco e hamas se non emettendo spaventati e timidi guaiti con la coda fra le gambe e dicendo che si, hamas al potere cambiera', non sara' piu' un' organizzazazione terrorista ma un governo responsabile.
L'occidente insomma crede nelle favole e passivamente permette alle nazioni che meglio ballano la danza del ventre di guidare la politica internazionale.
Le cose dunque si stanno facendo interessanti e credo che nel giro di un paio di mesi Hamas avra' credito in tutta Europa, raccontera' agli idioti che il desiderio di distruggere Israele non fara' piu' parte del suo programma politico....in attesa di tempi migliori,  i naziislamici palestinesi si trasformeranno in agnellini per ricevere i soldi e l'Europa glieli dara'  felice lanciando  occhiatacce  di rimprovero a Israele e alle sue proteste. Dopodiche' hamas si riciclera' in uno dei tanti gruppi terroristici e sotto altro nome continuera' tranquillamente  gli attentati in attesa della risolutiva bomba iraniana.
E l'Iran che fa? per distrarsi prepara un concorso di vignette sbeffeggianti l'Olocausto, ne hanno gia' pubblicate alcune che hanno suscitato la simpatia e l'ilarita' di Francesca Paci, giornalista della Stampa, la quale scrive soddisfatta  che le vignette in questione sono rivolte alle colpe  e alla cattiva memoria di Israele  e qui mi spiazza perche' non so a che colpe e a quale cattiva memoria si riferisca la signora  che alla fine, al limite del codice penale, auspica che lo sbeffeggio antisemita sulla Shoa' trovi seguito :
"Chissà che la loro provocazione contro Israele non venga raccolta e pubblicata da altri giornali australiani o brasiliani".
Che la mamma dei cretini sia veramente sempre incinta? Pare proprio di si.
E' incintissima sia  in Italia che  e all'estero.
In Inghilterra, mentre l'islam brucia, distrugge, ammazza tutto quello che e' occidentale nel medio e estremo oriente,  la "creme de la creme" britannica, la prestigiosa Universita' di Oxford ha deciso di boicottare ...indovinate ancora una volta...vogliono boicottare forse  l'Iran o la Siria o l'ANP o l'Indonesia, le Filippine, l'Egitto???
Ma no, ma cosa pensate , l'unica nazione che la "creme de la creme" britannica boicotta e' naturalmente Israele!
Commenti? Nessuno. Solo una forte nausea.
Deborah Fait  - Informazionecorretta

COOPPERI!
"L’intreccio tra giunte di sinistra, coop rosse e DS è  una verità scomoda alla sinistra. In Emilia Romagna i colossi della cooperazione rossa, cinghia di trasmissione delle amministrazioni di sinistra, hanno creato di fatto un monopolio occulto nella gestione degli appalti pubblici.
Chi vive in Emilia Romagna conosce bene gli effetti di questo sistema esclusivo ed illiberale dove i finanziamenti più ingenti e gli appalti pubblici più importanti seguono un’unica direzione. Senza considerare il mare magnum delle consulenze, degli incarichi e delle commesse milionarie nel campo dei servizi affidate dalle giunte di sinistra ai soliti noti giganti della cooperazione rossa. La vicenda Unipol ha portato alla ribalta nazionale solo uno dei tanti casi che testimoniano il fitto e consolidato intreccio di interessi tra coop rosse, amministrazioni di sinistra, partito della quercia e affari.
Un sistema di potere politico e finanziario che da anni si è allontanato dai propri scopi mutualistici, pur godendo ancora di enormi agevolazioni fiscali. Un sistema che continua a produrre utili attraverso S.p.A. create "ad hoc" da pool di cooperative per aggiudicarsi, in regime di monopolio, gli appalti più ricchi erogati dalle giunte di sinistra. Non è un caso che in questo sistema di scatole cinesi le carriere di partito si intersecano quasi sempre con quelle dei vertici delle cooperative rosse e delle giunte DS. E’ questo sistema illiberale e clientelare, che finanzia solo chi si muove a sinistra, che Forza Italia continuerà a combattere per garantire un futuro di libertà e di sviluppo all’Emilia Romagna e al nostro Paese”.

On. Isabella Bertolini.


TUTTI GLI INTERESSI DI PRODI SULLA TAV
È stato prima garante, poi “controllore” dell’Alta Velocità Roma-Napoli, diventata business malavitoso
La storia che vorremmo raccontarvi - di miliardi, appalti, politica, camorra e processi - è piuttosto complessa, tanto che ha ben due date di inizio: 7 agosto 1991 e 23 gennaio 1992. È complicata anche perché è ancora in pieno svolgimento e peserà sulle nostre tasche fino al 2040. Si tratta, tanto per intenderci, dell’affaire Alta Velocità.
Tranquilli, non vi parleremo di Val di Susa e di proteste valligiane. Piuttosto, facciamo un tuffo nel passato raccontandovi una vicenda torbida che vale la pena non dimenticare. Perché ha molti addentellati con il presente e perché “qualsiasi grande scandalo dell’era di Tangentopoli impallidisce di fronte a questo assalto predatorio che alcuni esperti hanno valutato nell’astronomica cifra di 140mila miliardi di lire”, come scrivono Ferdinando Imposimato, Giuseppe Pisauro e Sandro Provvisionato ne Corruzione ad Alta Velocità (Koiné, pp. 192, 14,46 euro), testo dal quale desumiamo parte dei fatti che andiamo a esporvi.
Partiamo, appunto, da due date. La prima, il 7 agosto 1991: nasce Tav spa, società a capitale misto pubblico e privato (un mero artificio per “ingannare” l’Europa: lo Stato sborsa il 40% dei finanziamenti, ma “garantisce” anche il 60% appannaggio dei privati; la parte “privata” era poi perlopiù costituita dalle allora banche di diritto pubblico...). Ha un obiettivo: costruire in Italia quasi 900 chilometri di linee per treni ad alta velocità (nelle tratte Torino-Milano-Padova, Milano-Napoli e Milano-Genova), con una spesa prevista di 26.180 miliardi. Quindici anni dopo, ai giorni nostri, i cantieri sono ancora aperti e, quando mai l’opera sarà completata (quando mai?), verrà a costarci circa 80 miliardi di euro, quasi 160mila miliardi di lire: più di sei volte tanto (la società Tav indica invece costi complessivi per 44 miliardi di euro: “solo” tre volte tanto). La tratta Roma-Napoli, l’unica già in funzione anche se mancano ancora i 20 chilometri finali verso Napoli, è costata ufficialmente 12mila miliardi di lire! Secondo stime, pagheremo tutti questi debiti fino al 2040 a un ritmo di 2 miliardi e 300 milioni di euro all’anno.

Un quadro desolante. Ecco, sapete chi è stato il “garante” di questa bella fregatura? Romano Prodi. (...) Per proseguire clicca qui.
Carlo Passera, La Padania

L'equivoco Radicale,  una lunga storia di indecisioni tra Stato e liberalismo
Che fine faranno i radicali? Ma soprattutto: che fine faranno quegli aneliti liberali che di tanto in tanto avevano saputo introdurre nel dibattito politico italiano, pur tra mille arlecchinate e scioperi della sete “A staffetta"? E’ legittimo chiederselo ora che l'alleanza con Prodi e l'abbraccio con i socialisti stanno spingendo il gruppo pannelliano ad enfatizzare gli elementi più solidaristi e gauchisti della loro tradizione (comunque sempre ben presenti: basti pensare alle storiche campagne per aumentare gli aiuti di Stato al Terzo Mondo). Tutta una serie di equivoci culturali paiono oggi venire enfatizzati dall'alleanza con lo Sdi, e quindi dall'inevitabile riesumazione di quel filone liberalsocialista che certo nulla può avere a che fare con un'ispirazione rigorosamente liberista: volta a ridurre il peso dello Stato, potenziare l'autonomia della società civile, tagliare tasse e presenza pubblica in ogni ambito. La decisione di Pannella e Boselli di trovare un terreno comune nell'anticlericalismo, per giunta, sta producendo effetti evidenti. Invece che domandare la fine della scuola di Stato ed il passaggio ad un mercato dell'educazione, oggi la Rosa nel pugno è impegnata nella difesa dell'istruzione pubblica: che è scelta occasionalmente anche laicista (data la forte presenza di scuole cattoliche in Italia), ma soprattutto che è opzione statalista, mirante a rafforzare quelli che Louis Althusser chiamava “gli apparati ideologici dello Stato”.
Qualche proposta liberale e liberista, di tanto intanto, emerge ancora. L'idea di eliminare gli ordini professionali è tra queste. E però un peccato che tutto ciò venga affogato entro un generico appello alla cosiddetta "agenda Giavazzi", la quale include una vera minaccia per il nostro sistema economico e per le nostre libertà individuali. Mi riferisco all'idea di introdurre un reddito di cittadinanza, che sostituisca il caos degli attuali ammortizzatori sociali (mobilità e cassa integrazione), attribuiti in maniera del tutto discriminatoria e sulla base di pressioni politiche e sindacali. La situazione attuale è indifendibile, ma è pure evidente a tutti che se davvero introducessimo un sistema di welfare "alla danese" quello appunto che Giavazzi ha prospettato sul Corriere dello Sera la spesa pubblica esploderebbe e ogni incentivo a lavorare verrebbe meno. Un reddito di base garantito e per tutti avrebbe l'effetto di far schizzare verso l'alto il nostro tasso di disoccupazione. Come ha saggiamente sottolineato non certo un libertario radicale, ma un politico di consumata esperienza come Massimo D'Alema, il reddito di cittadinanza farebbe moltiplicare per sette volte la spesa pubblica in materia di sostegno a quanti non hanno un lavoro. Sarebbe liberale, tutto ciò? Farebbe diminuire la pressione fiscale? Allargherebbe gli spazi di libertà e di possibilità di intrapresa? Favorirebbe nuovi investimenti? Non proprio. Il guaio atavico del movimento radicale, allora, è una certa confusione di idee sulle questioni cruciali: il rapporto tra individuo e Stato, tra libere comunità e scena pubblica, tra mercato e dirigismo. Anche se si sono spesso presentati come "libertari", in realtà i radicali hanno ereditato dalla tradizione risorgimentale (dalla destra storica fino all'azionismo) un senso dello Stato che i libertari non hanno, nè possono avere. Per Pannella ed i suoi, lo Stato italiano rappresenta una realizzazione importante sulla strada delle libertà e della laicità.
Quando la società ottocentesca era cattolica e bigotta, le lame dei Savoia avrebbero avuto il merito di avviare un processo di decnistianizzazione del Paese. I liberali ed i libertari guardano lo Stato in altro modo. Per loro, nella migliore delle ipotesi è un male necessario, ma per molti è addirittura un male che si potrebbe estirpare senza problemi: aprendo ogni settore ad una vera concorrenza tra agenzie private in concorrenza. Non vi è vero liberale, comunque, che abbia considerato necessario e doveroso respingere ogni retorica patriottarda ed ogni appello ad esportare con le armi i propri valori e i propri principi. In tema di tasse e spesa pubblica, inoltre, i liberali sono sempre e pregiudizialmente avversi all'idea di usare i soldi delle imposte per "aiutare" qualcuno: si tratti di un disoccupato di Frosinone o di una povera famiglia keniota. Non è egoismo o indifferenza, ma semplicemente comprensione del fatto che la libertà di un uomo è anche libertà di tenersi i propri soldi, e diffidenza di fronte ad ogni potere. Può apparire strano, e perfino bizzarro, ma l'anomalia dei radicali non va cercato nelle candidature di Cicciolina e Toni Negri. Di fronte alla tradizione occidentale del liberalismo, i radicali sono "eccentrici" perché come (gli stessi socialisti, ora uniti sotto lo stesso tetto) sono eredi dell'Italia di Machiavelli e Mazzini, di Giovanni Giolitti e Giuseppe Lombardo Radice. Quanto vi è di meno liberale nell'animus radicale è riconoscibile nel loro vivere la militanza politica, le istituzioni ed i simboli dello Stato come tratti di una "religione civile": di una fede totalmente secolare che per forza di cose finisce per entrare in conflitto con le altre fedi e comunità.
E che produce, manco a dirlo, esiti del tutto illiberali.
Articolo di Carlo Lottieri  per L'Indipendente.

Nomisma, o del lavaggio fatto in casa
Chi ricorda che Nomisma, la società fondata dal vincitore delle primarie dell'Unione, ha ricevuto per la campagna elettorale del 1996 150 milioni di finanziamento da parte della Parmalat di Calisto Tanzi?
Prodi si dimise dalla presidenza alla vigilia delle elezioni del 1996, ma proprio per quella operazione ricevette due finanziamenti ¨in contanti¨. Centocinquanta milioni passarono per le mani di Gianni Pecci, direttore generale di Nomisma e poi chairman di Cirm. Altri finanziamenti vennero effettuati prima del fallimento Parmalat. Tanzi entrò come socio in Nomisma.
Libero e Notizie.parma.it ricostruirono i passaggi chiave: "Per evitare la legge contro il riciclaggio vennero aperti due conti correnti a San Marino, uno intestato a me, l'altro a Gorreri (nel consiglio di amministrazione Parmalat, passato poi alla presidenza della Banca Monte Parma e arrestato il 19 gennaio 2004, ndr) , racconta Tanzi nei verbali. Da Monte Parma venivano travasati i soldi che servivano ad alimentare i due conti clandestini di San Marino. Nella lista dei politici figurava anche un altro importante leader del centrosinistra: ¨Abbiamo dato soldi anche a Massimo D'Alema¨ che venne pagato ¨attraverso Marco Minniti¨. Queste elargizioni, secondo la ricostruzioni di Calisto Tanzi, passarono anche attraverso l'interessamento di Pierluigi Piccini, presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena e, attraverso un altro canale raggiungevano pure la Fondazione Italiani Europei, ideata dallo stesso D'Alema. Ma destinatario di premurose attenzioni fu anche l'ex ministro dei Trasporti, Pierluigi Bersani...".

Nomisma è la società di consulenza aziendale fondata da Romano Prodi nel 1981 "sotto l'ala protettrice" di Nerio Nesi, l'industriale poi diventato presidente di BNL, ex socialista lombardiano, poi cossuttiano. E' molto interessante la lista dei circa 100 azionisti  della società di Prodi. A parte Mediolanum, probabilmente inserita da Milano per controllare ciò che si succede in quel di Bologna, la composizione degli azionisti spiega il 100% delle mosse economico-finanziarie di Prodi e dell'Unione. A partire da BNL e PARIBAS, la banca che ha recentemente salvato la Banca Nazionale del Lavoro, a continuare con Banco Bilbao Vizcaja Argentaria S.A., i finanzieri spagnoli che, dopo aver contrastato la scalata Unipol, si sono gentilmente fatti da parte per lasciare campo libero all'operazione francese, che noi continuiamo a considerare degna di turpiloquio e ipocritamente silenziata come "cosa buona e giusta".
Tra gli azionisti risulta anche la Banca Antoniano Popolare Veneta, salvata dall'espansionismo di Fiorani grazie all'operato della magistratura. Come non notare che vi sono Montepaschi di Siena e molte delle famose e vituperate cooperative rosse?
Come non notare infine la presenza di Capitalia, di Cirio (toh chi si rivede), della Finarvedi, una holding dell'acciaio in mano a un antico amico di De Mita, a sua volta ottimo amico di Prodi (fu De Mita a volerlo alla guida dell'IRI).

Nomisma è il Gotha della massoneria bianco-rossa, un salotto nel quale si realizzano gli accordi e si predicano gli scontri tra i satrapi (che sono l'esatto contrario dell'imprenditoria) dei "poteri forti" italiani ed europei.
Durante la presidenza dell'IRI da parte di Prodi fioccavano numerosissime consulenze miliardarie e inutili per Nomisma, tanto da provocare un'inchiesta della Corte dei Conti. Il top venne raggiunto, come ricorda il blog Schegge di vetro, con la consulenza sull'Alta velocità (dichiarazioni di ieri di Prodi: "Si farà! Si farà!), che produsse più di 5500 pagine di testo, con alcune perle letterario-economiche passate alla storia, tra le quali:
1.     “Un treno che viaggia a 300 km all’ora impiega metà tempo di uno che procede a 150 km orari a percorrere lo stesso tragitto”;
2.     “Più alta è la velocità, maggiore è il rischio di incidenti”;
3.     “Il beneficio dell’alta velocità è la velocità”;    
4.     [a proposito della Stazione Termini]: “La zona era, un tempo, linda e simpatica, ma poi si è degradata”;
5.     “La velocità consente di risparmiare tempo”;
6.     “Quattro corsie, o binari, consentono più scorrevolezza di due o una”
7.      “Il posizionamento frontale dei seggiolini facilita la socializzazione”.
Nel 1995 Prodi si dimette dalla presidenza di Nomisma, allo scopo di evitare possibili "conflitti di interesse". Ma anche i topi di Casalecchio sul Reno e le cimici di Canicattì sanno che tutto è cambiato perché nulla potesse cambiare, come dimostra l'operazione BNL-Unipol-Paribas, gestita da una solida e accorta regia.
La pulce di Voltaire

GLI  OSTAGGI
Giù la maschera, estremisti ed eversivi che non siete altro. No, non mi sto rivolgendo a Saya e Tilgher, o a Caruso e Ferrando. Essi in fondo sono solo gli ennesimi opportunisti di uno scontro violento e arrivista, costruito solo sulle apparenze e sulle ipocrisie, che le forze politiche hanno volutamente inasprito, a suon di furbizie di alta finanza o di tipo giustizialista e che adesso non riescono a tenere in pugno. Così ci fa tenerezza Bertinotti, “costretto”, dopo aver candidato Caruso e Luxuria (quest’ultima, persona fine ed intelligente), sfruttandoli per aggraziarsi lo zoccolo duro dell’elettorato più disprezzato ovvero black block italiani e transessuali (che nulla hanno a che vedere con gli omosessuali, diventati ormai una casta eletta socialmente e politicamente), a cacciare Ferrando che rappresenta quel grande gruppo di aficionados del sogno brigatista, o delle rivoluzioni utopistiche da Che e Castro, che sono orfani di partito ed all’occorrenza si abbracciano al buon Fausto, unico pronto ad accoglierli, salvo poi smentite bilaterali tempestive.
Perché Ferrando ha giustificato Nassiriya? Semplice, per dimostrare ai suoi che nonostante l’accordo con Bertinotti, egli non aveva tradito la causa. “Ferrando si vende per un seggio al Senato”. “Ferrando e Ghisolla hanno lavorato per mesi alle spalle dei loro gruppi per favorire le alleanze singole”. Così, anzi, più violentemente ancora, l’8 febbraio un comunicato editoriale del PMLI rinfacciava a Ferrando l’abbandono della “lotta”, accusando anche l’Ernesto ed il gruppo di Sinistra Critica. Ferito nell’orgoglio, Ferrando ha sparato un’altra volta sui militari di Nassiriya, ma così ha perso anche il seggio senatoriale. Bertinotti non aspettava altro, come in Match Point, di liberarsi degli amanti scomodi, che non vorrebbe, ma ai quali non può dire di no. Ma non può scartare tutti. Da Indymedia ai Comunisti ufficiali c’è tutto un mondo di cui è già premier e che l’Unione vuole piuttosto come amico che non come avversario, ma solo alle elezioni. Al Governo, ci penserà Faustus a tenerli buoni.
Ora Faustus ha i suoi problemi però. Non sa se è meglio stare al governo o fare l’oppositore che lotta, contro borghesi ed imperalisti. Perché con chi lotta non si fa governo. O ammette di essere diventato un uomo di centro-sinistra istituzionale, un “borghese”, come potrebbero definirlo sprezzamente i “compagni”, altrimenti dovrà abbandonare le simil-alleanze con L’Unione. Giù la maschera. In mezzo non può più stare, ora che anche i gruppetti rossi focosi sono entrati in campo.
Giù la maschera, Fini. Già, proprio Fini, perché non lo vediamo proprio Berlusconi trattare per accaparrarsi Tilgher, Rauti, Forza Nuova. Così, nel momento decisivo, Fini ha deciso di accontentare i nostalgici della destra nazionale che sono ancora nel suo partito, da Storace al rampante Alemanno e nel frattempo allargare il fronte della destra, approfittando del proporzionale e del dilagare personalistico del Cavaliere. In fondo che pericolo può costituire Alessandra Mussolini? Lei, nessuno, anzi…ma le e-mail di Saya a Colombo sì, come tutti i fanatici che fanno parte della rete di Forza Nuova o del Nuovo Msi, gruppi e blog dai nomi e dai credi più disparati. Il Ras, Decima Legione, Kommando Fascista, l’intero movimento di Fascismo e Libertà (per la verità uno dei più moderati). Tutti i siti ed i gruppi si presentano come associazioni di divulgazione culturale, una buona scusa per aggirare la disposizione sul reato di apologia del fascismo, ma è difficile credere che chi si saluta “Salve Camerata”, o si mischia ai tifosi per fare propaganda, magari aiutato da un ignorante giocatore laziale, o  sia solo un chiacchierone. Ora, delle due l’una: o questo pietoso settaccio di voti porterà le fazioni estreme ad istituzionalizzarsi e piegarsi ai partiti più grandi oppure si permetterà a nuove forze estreme di manovrare i destini della Repubblica, approfittando della pochezza dei leader italiani, unicamente assetati di poltrona governativa. In questo senso lo scambio di biglietti fra Veltroni e Casini non è uno scandalo, ma una speranza di apertura d’occhi ed un avviso a Fini e Berlusconi e Prodi e Fassino. Peccato che siano solo biglietti, a dimostrazione, che quella poltrona in fondo val bene un benvenuto all’estremista. Tutti ostaggi del mondo estremo vero o falso che sia. Cosa scegliere fra gli ostaggi di PRC, Casarini e Trozkisti e quelli di Forza Nuova, anarchici di destra, nostalgici monarchici ed autonomisti?
(...) Clicca qui per continuare nella lettura.
Angelo M. D'Addesio

Tav, l’Unione fa la farsa e i no global se la ridono
Dopo avere partorito un programma di più di 280 pagine in cui c’è tutto e il contrario di tutto, ma nulla è scritto in maniera chiara, ieri è partita tra i preoccupatissimi dirigenti diessini e della Margherita la corsa all’esegesi della pagina 138 per dimostrare agli italiani che non è vero quanto scriveva lunedì persino Sergio Romano sul “Corrierone”, e cioè che in materia di opere pubbliche nel centro sinistra esiste una spaccatura evidente tra due “scuole di pensiero.” Chiamiamola così. E’ stato lo stesso segretario dei Ds Piero Fassino a cominciare il nobile certamen nell’intervista che “Radio anche noi” gli ha fatto di buon mattino. Seguito poco dopo dal responsabile industria ed ex minsitro del settore Pierluigi Bersani. La frase con cui Fassino e Bersani hanno tentato di rispondere alla domanda sulla Tav e la tratta Torino – Lione è praticamente la stessa: “fa parte del programma di governo dell’Unione realizzare l’alta velocità, non c’è alcuna derubricazione, certo forse la formulazione poteva essere più esplicita, ma è chiara: priorità all’integrazione con le grandi reti europee”.
E per Fassino questa opera si realizzerà “nel modo più sicuro, interloquendo con la gente”. Nanni Moretti avrebbe forse detto “no, il dibattito no”, ma tant’è. Quando poi gli è stato chiesto dove fosse questo punto programmatico nel grande romanzo del programma dell’Ulivo (una sorta di “Guerra e pace” tascabile) Fassino ha rischiato il ridicolo. Rispondendo così: “a pagina 138 del programma dell’Unione c’è una frase inequivocabie e che dice che è un obbiettivo prioritario la piena integrazione della rete di trasporto e mobilità dell’Italia con le grandi reti europee, siccome l’alta velocità dalla Val di Susa a Trieste è uno dei corridoi paneuropei è chiaro che nel nostro programma c’è scritto che intendiamo realizzare la ferrovia ad alta velocità dalla Val di Susa a Trieste”. Insomma siamo, per l’appunto, all’esegesi del testo sacro. Una cosa da far ridere tutti, compresi i no global che avranno buon gioco a dire che nel programma in questione non c’è scritto un cavolo di niente. D’altronde anche il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, che non è un’estremista di certo e che non ama giocare con le parole, lunedì a “Repubblica” aveva consegnato dichiarazioni di fuoco dicendo che “è meglio rischiare di perdere le elezioni con un programma chiaro che vincerle con mediazioni politiciste che non consentono poi di governare” e che “è evidente che se non c'è chiarezza sulla Torino-Lione nel programma dell'Unione, questo è un fatto molto grave”.
Altri però, come ad esempio il segretario dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, non sembrano fare un dramma di questa cosa, né tantomeno della mancanza di chiarezza nel programma, che al contrario risulta essere la circostanza che permette a tutti i cocci di stare insieme. “ Il programma è un accordo, noi vogliamo le opere utili e non lo spreco di risorse” – spiega infatti il leader dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio - “e quindi si fanno prima le priorità e cioè Brennero e Gottardo, poi si ragiona sulle altre opere strategiche”. Se l’italiano non è un’opinione questo significa che della Tav nel programma non c’è traccia. Nonostante ciò che si affanna a spergiurare Prodi in qualunque convegno venga invitato a parlare. Tanto che per una volta si può senz’altro dire che abbia ragione il vicepremier Gianfranco Fini che accusa il Professore di “abbaiare alla luna” e di non potere imporre nulla agli altri “non avendo un proprio partito”.
Di Dimitri Buffa da L'Opinione

Appunti liberali
«Sopra se stesso, sul suo corpo, e sul suo spirito l'individuo è sovrano. Nessuno può essere costretto a fare o non fare qualche cosa per la ragione che sarebbe meglio per lui, o perché quella cosa lo renderebbe più felice, o perché nella mente dei terzi ciò sarebbe saggio od anche giusto. Le colpe puramente personali non possono dar luogo ad alcuna misura, né preventiva, né punitiva».

Stuart Mill

Massima del giorno
La guerra non è né buona né cattiva: è necessaria o non necessaria. Come la chirurgia.
G.P.


MOLLICHINE
La saga del Programma.
Per Pecoraro Scanio, l’assenza della Tav nel programma è “una [sua] precisa vittoria”. Se poi riuscirà ad abolire la ruota, sarà un trionfo.
Prodi: La Tav «Si farà, punto e basta». Il ruggito del topo.
E in ogni caso «il programma è la cornice - ha scandito - il quadro lo decido io». Savana terrorizzata.
Bertinotti: La Tav «è un tema che è rimasto fuori [dal programma] perchè non c'è ancora la maturità per una scelta in questa direzione». I comunisti non sono maturi.
Marco Rizzo: No alla Tav. «La priorità è la sicurezza dei treni». Mentre la Tav è composta d’aeroplani.
Niente Mose. Si ci sarà l’acqua alta, la berranno i Verdi.
Niente Ponte sullo Stretto. Anzi, forse si spingerà al largo la Sicilia.
Gianni Pardo


VULGUS VULT DECIPI
Narra Tucidide che Cleone, demagogo ateniese, criticava molto gli strateghi perché non riuscivano a conquistare Pilo, porto del sud-ovest del Peloponneso. Strepitò tanto che alla fine, benché il poveretto, essendo un incompetente, si schermisse fin dove poteva, gli affidarono il comando d’una spedizione. E Cleone, inaspettatamente, conquistò Pilo. Convintosi a questo punto d’avere doti innate di stratega – oltre che di stratego – affrontò Brasida ad Anfipoli e perdette sia la battaglia sia la vita.
Questa storia ci dice che, anche se si può avere un colpo di fortuna, un conto è criticare, un conto è fare.
Come si sa, la politica è l’arte del possibile. Proprio per questo, mentre chi agisce fa quel che può, chi non fa può facilmente criticare tutto e promettere l’impossibile. Questo è fisiologico ma, secondo il tipo di regime, i risultati sono opposti. Se chi comanda ha un potere assoluto, ne approfitterà anche per vietare la critica e chiunque avrà il diritto d’aprire bocca sarà obbligato a magnificare le prodezze compiute in ogni campo dall’uomo che la Divina Provvidenza s’è compiaciuta di regalare a quel felice popolo. Per converso, se qualcuno si permetterà di esprimere critiche o dubbi, sarà mandato a riflettere in galera o sottoterra.
In democrazia invece il potere dipende dal consenso popolare manifestato con elezioni periodiche. Inoltre, dal momento che vige il principio della libertà di parola, chi è all’opposizione non solo ha il diritto di criticare il governo ma anche di abusare di demagogia e perfino di malafede. Questa situazione di vantaggio incontra tuttavia un limite nel fatto che l’opposizione non sempre rimane tale: può vincere le elezioni e, con ciò stesso, essere bersaglio della controparte che userà senza scrupoli lo strumento della critica, della demagogia e della malafede.

Proprio per questa possibilità di scambio di ruoli, la democrazia offre uno spettacolo interessante, quando non comico. Avviene infatti che il nuovo governo faccia le stesse cose del governo precedente, pur avendole prima criticate a morte. Perché mentre le elezioni si vincono barando, nell’agire concretamente ci si confronta con (l’unica) realtà. E non si può barare.
Questo gioco potrebbe essere istruttivo per gli elettori se solo avessero sufficiente memoria del passato. Purtroppo, come ha detto un saggio, “in politica sei mesi sono l’eternità”. Dunque all’approssimarsi delle nuove elezioni i cittadini non ricordano né i benefici né i disastri magari d’un paio d’anni prima e si concentrano sul presente o al massimo sugli avvenimenti dei mesi più recenti. Infine votano e, come si svegliassero da un sogno, appena comincia la nuova legislatura notano quante cose continuano ad andare male come prima. Quante promesse (i famosi “primi cento giorni”!) non vanno a buon fine. Quanto litigiosa e inefficiente sia la nuova amministrazione. No, questo non l’Eden promesso. E la gente conclude che i politici sono tutti disonesti, incompetenti, bugiardi. Dimenticando che se, nel corso della campagna elettorale, si fosse presentato un politico che avesse fatto esclusivamente promesse realistiche, nessuno l’avrebbe votato.
Vulgus vult decipi, ergo decipiatur, il volgo vuol essere ingannato e dunque che lo sia. Qui gli ingannati non sono meno colpevoli degli ingannatori.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 14 febbraio 2006


IL TRANSFUGA
Tutti ricordiamo la delusione di Domenico Fisichella quando si vide preferire Marcello Pera come Presidente del Senato: una delusione che non ha mai perdonato, né a Berlusconi né ad Alleanza Nazionale. Ora apprendiamo che, nelle prossime elezioni, si presenterà con la Margherita: è dunque tecnicamente un transfuga. Secondo il Devoto-Oli il transfuga è colui che “diserta il proprio posto di combattimento per passare alla parte avversa”. Secondo la definizione costui sarebbe dunque un disertore (“diserta”), nel momento del pericolo (“combattimento” o elezioni), e un traditore (“passare alla parte avversa”). Ma il suo comportamento può essere valutato sotto vari aspetti.
Dal punto di vista politico – cioè secondo i metri d’un mondo estraneo alla morale – il transfuga, se è utile, va accolto a braccia aperte. Ma la sua utilità non riesce a coprire il problema della sua lealtà. Pure se, in quell’ambiente, nessuno si attende Dio sa quale sensibilità all’onore, la sfacciataggine di chi, in un mondo dominato dalla comunicazione e dalla pubblica opinione, non teme di mostrare che non tiene in nessun conto le ideologie, non teme di rinnegare le proprie precedenti dichiarazioni, le proprie amicizie e perfino le proprie inimicizie, è allarmante. Bruto tradì e uccise Cesare e tuttavia la tradizione non ne ha fatto un traditore perché fu un idealista, uno che credette di attuare un tirannicidio. Viceversa il politico che passa alla parte avversa, solo perché crede di non aver ricavato sufficienti vantaggi dalla precedente posizione, dimostra con ciò stesso una sfacciataggine, nella propria mancanza di scrupoli, non solo allarmante per i suoi nuovi padroni, ma controproducente sul piano politico. Machiavelli – che era Machiavelli - raccomandava sì la mancanza di scrupoli, ma sotto un’inattaccabile parvenza di onore e virtù. Chi non ha neppure la parvenza dell’onore e della virtù è un cattivo politico.
Specularmente, il transfuga che cosa può realisticamente aspettarsi da chi, malgrado il proprio intimo disprezzo, lo ha accolto per puro interesse? Semplicemente d’essere usato e gettato via non appena l’utilità cesserà. E la cosa potrà essere fatta farlo senza ammantare l’operazione con qualche nobile motivazione e senza cercare elaborati pretesti. L’accusa d’infedeltà contro il nuovo servo, che è diventato nostro dopo aver tradito il suo primo padrone, sarà sempre creduta.
Il transfuga, per un compenso immediato, si consegna con mani e piedi legati a chi non ha nessuna considerazione, per lui. Avendo perduto sul rosso punta sul nero, ma nessuno gli assicura che non perderà col nero come col rosso.
Dal punto di vista morale fino ad ora non s’è detto nulla, ma forse non è necessario. Se il livello di una persona è talmente basso da risultare inaccettabile persino per la politica (che è “sangue e merda”, come ha detto Rino Formica), non c’è altro da aggiungere. E non basterà la cultura, non basteranno gli occhiali e il doppiopetto per trasformare in vir un servus fugitivus.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 13 febbraio 2006


Nei licei niente par condicio. Solo Repubblica
Lettera al Presidente Ciampi
Caro Presidente,
la par condicio, vista dal punto di vista del cittadino, è molto complicata. La televisione è uno spazio aperto, che ognuno è libero di utilizzare cambiando canale o, viceversa, scegliendo una trasmissione. Preoccupazioni per la democrazia nascono quando non c'è la possibilità di cambiare canale, quando manca ogni pluralismo. Se le opinioni e le fonti di cronaca sulla politica nazionale e internazionale vengono date privilegiando soltanto un punto di vista e censurando, di fatto, quello opposto, non siamo in presenza di un contesto paritario. Se ciò avviene nel mondo della scuola la domanda da porsi è: come può nascere una coscienza critica, il senso civico, se non dal confronto? In questi anni i testi scolastici sono leggermente migliorati, ma nei decenni scorsi demagogia e pensiero unico trionfavano. Tuttavia oggi, nelle classi delle scuole elementari della città dove abito, è arrivato un quotidiano che nessun italiano potrebbe immaginare come "politicamente imparziale". Parlo di La Repubblica. Lei, caro Presidente, forse non ha mai sentito parlare del "Progetto Fragola", organizzato dalla "Associazione per la diffusione della Lettura" e da "Giornale@scuola" e da Euromeeting (strutture del gruppo editoriale L'Espresso).

Questo progetto, avviato nel 1999, fa in modo che quasi ottomila (8000!) scuole elementari, medie, superiori, ricevano - nella misura di un quotidiano ogni due alunni - il giornale La Repubblica. Il tutto avviene nel più elementare (medio, superiore) spregio del primo criterio di formazione del senso critico e civile dei giovani: attingere da più fonti le informazioni, per fare in modo che ogni individuo abbia l'opportunità di formarsi una propria opinione. Per intendersi: La Repubblica (come L'Unità, come Il Giornale) non può entrare in una scuola italiana senza la compresenza di un quotidiano che dia una interpretazione diversa. Mi spiego meglio: questo progetto soffoca la democrazia e deforma l'educazione; è una vergogna per la nostra scuola "pubblica".
Non si tratta infatti di un giornale locale, né di un giornale "neutrale" (se ne esistono), come per esempio possono essere La Stampa o il Corriere della Sera. Il fondatore di La Repubblica scriveva cose molto gravi sugli ebrei nel 1942, e questo fatto mi preoccupa. Eugenio Scalfari negli anni '70 scrisse un libro sul capitalismo italiano (in realtà si trattava di approfittatori, non di imprenditori: su questo non si fa mai sufficiente chiarezza), intitolato "Razza padrona", con un lessico improprio. Pochi anni fa, nel corso di una sanguinosissima Intifada, su quel giornale sono state scritte cose tremende, si è rammentata l'idea che gli ebrei avrebbero potuto "fondare il loro Stato" in Africa o in Argentina. Negli ultimi anni il quotidiano ha prodotto un continuo e sottile sentimento di ostilità nei confronti del popolo americano, dovuto proprio alla parzialità politica della testata.
E' il quotidiano dei "non superiori, ma diversi". Tutto ciò mi preoccupa profondamente: questa potrebbe essere un'opinione personale se non fosse per il fatto che il "Progetto Fragola" si occupa di scuola. In questo contesto, ripeto, esso viola le regole democratiche ed educative perchè tende (certo involontariamente) a creare nella parte più preziosa ed esposta della popolazione un‚opinione conforme, un pensiero unico, privo di contraddittorio. Non interessa qui stabilire se la politica e i riferimenti culturali del quotidiano in questione siano giusti o sbagliati (anche se ho elencato alcuni gravi motivi di preoccupazione). Affermo però che non ci può essere democrazia in classe, e nel paese, in presenza di una informazione non pluralista. Non parliamo di televisione, parliamo di scuola, un settore ancora più importante e delicato. La questione, come converrà, è di grande urgenza democratica.
Paolo Della Sala


Anche i cattolici nel loro piccolo si incazzano
Affermare che l’antigiudaismo del cristianesimo delle origini ha portato all’antisemitismo non è diffamatorio: lo ha stabilito, martedì 31 gennaio, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, rigettando la sentenza pronunciata dalla corte d’appello d’Orléans contro il saggista Paul Giniewski e condannando la Francia per violazione del diritto alla libertà di espressione.
Giniewski, cittadino austriaco di 80 anni residente a Parigi, è noto nei circoli dell’amicizia giudaico-cristiana. Ma, il 4 gennaio 1994, aveva pubblicato sul Quotidien de Paris un articolo intitolato «L’oscurità e l’errore», nel quale criticava l’enciclica Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II, pubblicata nel 1993.   
Un’associazione vicina agli ambienti integralisti, l’Alleanza generale contro il razzismo e per il rispetto dell’identità francese e cristiana (Agrif), aveva querelato Giniewski e il direttore del giornale, all’epoca Philippe Tesson, per «diffamazione razziale verso la comunità cristiana».
La denuncia prendeva di mira la frase seguente: «Numerosi cristiani hanno riconosciuto che l’antigiudaismo dei Vangeli e la dottrina del “completamento” dell’Antica Alleanza da parte della Nuova (il cristianesimo, ndr) conducono all’antisemitismo e hanno coltivato il terreno su cui sono germogliati l’idea e la soluzione finale di Auschwitz». Questa vecchia teoria cristiana delle Scritture ebraiche dell’Antico Testamento (termine sostitutivo di Alleanza) da parte dei Vangeli (Nuovo Testamento) era già stata messa in discussione al concilio Vaticano II (1962-65).
Davanti alla corte di Strasburgo, Giniewski ha dichiarato di aver voluto mostrare che il «primato conferito al Nuovo Testamento, poiché ha come corollario la svalutazione dell’Antico tra Dio e il popolo ebraico, ha ricoperto di ignominia quest’ultimo ed è stato il lievito dell’antisemitismo senza il quale non ci sarebbe stata Auschwitz». Tuttavia non ha affermato che la dottrina della Chiesa sia intrinsecamente antisemita. La corte d’Appello d'Orléans — la cui sentenza era stata confermata dalla Corte di Cassazione — non avrebbe dovuto contestargli di aver imputato ai cristiani le responsabilità dei massacri.
La giurisdizione del Consiglio d’Europa gli ha dato ragione. I suoi magistrati hanno considerato che Giniewski «ha voluto elaborare una tesi sulla portata di un dogma e sui possibili legami con le origini dell’Olocausto». Ha così dato un «contributo» a un «dibattito d’idee molto vasto e già in corso». I giudici fanno notare che «gli stessi due ultimi papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, si sono espressi sulla possibilità che il modo in cui gli ebrei sono presentati nel Nuovo Testamento abbia contribuito a creare un’ostilità nei loro confronti».
Rafaële Rivaisda,  da Le Monde, febbraio 2006


L’ultima follia suicida palestinese: i nemici da distruggere sono i fiori
Sono  l'ultima risorsa tra le rovine. L'unica immediata fonte di lavoro per centinaia di palestinesi. La sola ricchezza sopravvissuta al ritiro degli israeliani. Ma a Gaza distruggono anche quella. Da giorni bande di miliziani armati e orde di civili assaltano, saccheggiano e riducono in rovina le serre di Khan Younis. Le bande armate protagoniste dell' ultimo gesto di autolesionismo collettivo la chiamano protesta. Quegli assalti, quegli scontri a colpi di kalashinikov con la polizia per depredare tubature, computer, pannelli solari sono, invece, l'ultimo segnale dell'agonia civile di Gaza. L'ultimo sintomo dell' impeto autodistruttivo che trascina all'anarchia l'intera Striscia. La vicenda delle serre si trascina dai mesi precedenti al ritiro israeliano. Allora da quelle piramidi di vetro ed acciaio uscivano fiori, frutta e verdura venduti in Israele ed esportati in tutto il mondo. In quelle stesse serre trovavano lavoro centinaia di palestinesi pagati dai coloni mille dollari al mese. Nelle settimane precedenti al ritiro il governo israeliano i coloni scoprirono che smontare e trasportare altrove le serre era più costoso di ricostruirle ex novo. A salvare le case di fragole e gerani dai cingoli dei bulldozer arrivò un consorzio internazionale guidato da Usaid, l'agenzia che gestisce molti degli aiuti governativi americani. Dopo una complessa e costosa trattativa le serre vennero comprate dai coloni e cedute ad un gruppo d'investitori palestinesi sotto il controllo del ministero delle Finanze. Da allora nessuna serra ha ripreso a funzionare come prima. La Pal Trade, la compagnia incaricata dall'Autorità Palestinese di rivitalizzare le coltivazioni, non ha mai raggiunto il suo obbiettivo. Oggi dalle poche serre rimesse in attività esce solo un' esigua porzione dei prodotti d'un tempo. I coloni in maniche di camicia sono stati sostituiti da invisibili dirigenti, ma in cambio i salari si son più che dimezzati. I lavoratori delle serre si devono oggi accontentare di meno di 400 dollari al mese. E neppure quelli, viste le ristrettezze finanziarie dell'Anp, son sempre garantiti. Così in pochi mesi l'inadeguatezza, l'incapacità e la scarsa generosità dei nuovi gestori ha finito con l'esasperare le maestranze palestinesi, spingendole a rimpiangere i vecchi padroni israeliani.
A scatenare la furia delle maestranze è stato - alla fine - il mancato pagamento degli stipendi. Ma a guidar gli assalti alle case di vetro sono stati i miliziani assunti dall'Anp per far la guardia alle rovine degli insediamenti. Dopo aver atteso per due mesi i 150 dollari di salario promessi in cambio dell'inquadramento tra le file della Sicurezza nazionale i militanti armati hanno scatenato l'assalto all'unica infrastruttura ancora in piedi. Dietro a loro si son fatti largo i civili assettati di saccheggio. La polizia palestinese intervenuta per bloccare uomini armati e folle impazzite è fuggita sotto i colpi di kalashnikov trascinandosi dietro una decina di feriti. Oggi il danno in qualche decina di serre è praticamente irreparabile. Gran parte delle strutture sono completamente scomparse, il poco rimasto è stato fatto a pezzi.
L'ultimo colpo alle esigue risorse palestinesi arriva mentre la magistratura dell'Anp cerca di far luce su dodici anni di corruzione e ruberie aprendo le prime inchieste ed arrestando decine di sospetti. Secondo il procuratore generale di Gaza Ahmed al Meghani le indagini hanno già portato all' arresto di 25 funzionari. Una mezza dozzina di personaggi legati alla dirigenza palestinese dei tempi di Arafat avrebbero invece cercato rifugio in Giordania. Il procuratore generale si è rifiutato di rendere pubblici i nomi degli ex potenti finiti nelle carceri dell'Anp, ma stando alle voci in circolazione uno dei primi ad entrar in carcere sarebbe stato un vice ministro accusato di aver convogliato sui propri conti una somma di circa centomila dollari. Bazzecole rispetto ai miliardi di dollari di ammanchi che Al Meghani sostiene di star ancora cercando di rintracciare. «Ogni giorno che passa scopriamo nuovi episodi di corruzione e malgestione » ha detto il procuratore citando le indagini appena avviate sull'Autorità per il Petrolio, il monopolio che gestiva tutte le importazioni di benzina e idrocarburi a Gaza e in Cisgiordania.
Gian Micalessin da Gaza per Il Giornale, 11-02-2006

10 FEBBRAIO, GIORNO DEL RICORDO  per le vittime delle foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati
“Questo nostro incontro non ha valore puramente simbolico. Testimonia la presa di coscienza dell' intera comunità nazionale. L'Italia non può e non vuole dimenticare: non perché ci anima il risentimento, ma perché vogliamo che le tragedie del passato non si ripetano in futuro”. Lo ha detto il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi durante la cerimonia in Quirinale per il “Giorno del Ricordo”,  dedicato (come recita la legge di istituzione della Giornata approvata nel 2004 dal Parlamento), a ‘conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale’.
“E’ giusto che agli anni del silenzio faccia seguito la solenne affermazione del ricordo” ha sottolineato il Capo dello Stato, ricordando che “la celebrazione di quest'anno si arricchisce di un momento di grande significato: la prima consegna a congiunti delle vittime di una medaglia dedicata a quanti perirono in modo atroce, nelle foibe, al termine della seconda guerra mondiale”. E per l’occasione Ciampi ha consegnato diplomi e medaglie commemorative e una medaglia d'oro al Merito Civile alla memoria di Norma Cossetto. Norma Cossetto era una giovane istriana. Fu torturata e gettata in una foiba con altre 25 persone nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943.
Il Presidente della Repubblica  ha proseguito la cerimonia ricordando che “il riconoscimento del supplizio patito è un atto di giustizia nei confronti di ognuna di quelle vittime, restituisce le loro esistenze alla realtà presente perché le custodisca nella pienezza del loro valore, come individui e come cittadini italiani”.
“L'evocazione delle loro sofferenze, e del dolore di quanti si videro costretti ad allontanarsi per sempre dalle loro case in Istria, nel Quarnaro e nella Dalmazia, ci unisce oggi nel rispetto e nella meditazione” ha aggiunto Ciampi .
Richiamando alla “responsabilità” verso le giovani generazioni. Responsabilità che “ci impone di tramandare loro la consapevolezza di avvenimenti che costituiscono parte integrante della storia della nostra Patria”. Poiché “la memoria ci aiuta a guardare al passato con interezza di sentimenti, a riconoscerci nella nostra identità, a radicarci nei suoi valori fondanti per costruire un futuro nuovo e migliore”.

Perdona loro perché non sanno quello che fanno
Nessuno di quelli che assaltano le ambasciate  danesi ha visto le vignette incriminate.  Sarebbe peccato. Milioni di persone si fidano  però di chi dice di averle viste e garantisce loro che sono blasfeme
Non ci sto, non posso accettare che il cosiddetto mondo islamico si indigni a orologeria, cioè a cavallo tra gennaio e febbraio 2006, per alcuni vignette satiriche apparse sulla stampa danese quasi cinque mesi prima! Chi l’ha fatto indignare proprio adesso? E perché, in Europa, le televisioni e la stampa mostrano con tanta insistenza questa indignazione e queste violenze, che puzzano lontano un chilometro di situazioni costruite a tavolino per un asserito gravissimo affronto alla religione e alla cultura islamiche?
Chi guadagna da un montare dell’odio e da unoscontro tra religioni e culture?
Di tutte le erbe un fascio. Manifestanti iraniani bruciano bandiere danesi e francesi davanti all’ambasciata austriaca di Teheran.
In attesa di risposte certe a quelle domande mi preme urlare che la vignetta con Maometto che invita i kamikaze a non farsi più esplodere perché le vergini sono finite è, se così si può dire, sacrosanta. Come possiamo pretendere di non sorridere su un argomento dottrinale come quello delle vergini Uri che, in paradiso,  accoglierebbero i martiri dell’islam? E le martiri femmine, da chi verrebbero attese in paradiso? Da Rocco Siffredi e dai suoi fratelli?
E, per favore, giornalisti televisivi e non, i suicidi che si fanno esplodere chiamateli martiri, chiamateli resistenti o terroristi ma non chiamateli kamikaze: questi erano soldati giapponesi che davano la vita per distruggere navi militari nemiche, non i ragazzi che prendono l’autobus per andare a scuola, oppure chi va a fare spesa nei centri commerciali oppure chi organizza la festa di nozze in un ristorante.  
Un’altra cosa che vorrei urlare e ché non è possibile accettare la dottrina secondo la quale della religione non si può ridere, se ne può ridere eccome. Non ascoltiamo chi cerca di imporci una religione della quale non si può ridere: questi profittatori vogliono che la religione faccia paura, affinché possa essere usata per spaventare le persone e renderle obbedienti. Una religione della quale si può ridere non farebbe più paura, quindi a culo tutto il resto (obbedienza, …eccetera).  
Allah sarà sicuramente grande, Maometto è certamente il suo profeta ma chi, in questi giorni, assalta le ambasciate europee, aizza all’odio contro la Danimarca , costringe i ragazzini delle elementari a scimmiottare collera e indignazione per la pretesa grandissima offesa subita da poche vignette satiriche, è veramente piccolo piccolo, anzi meschino.  

George Clifford da Navecorsara


MOLLICHINE
L’Anm: “Teneteci fuori dalla campagna elettorale”. Se ce la fate.

Calderoli (“razzista!”) ha chiamato Rula Jebreal “quella signora abbronzata”. Prodi ha detto che Berlusconi, per essere all’altezza, dovrebbe salire su una sedia. Nessuno l’ha biasimato. Meglio nani che abbronzati.

L’Anm chiede che i politici smettano d’attaccare la magistratura. Per una maggiore audience, affidi il messaggio a Caselli. Lui sì ha peso nella politica.

D’Alema non avrebbe candidato Cuffaro, imputato. Ma l’Unione candida Francesco Caruso, che ha ventitré imputazioni. C’è chi può e c’è chi non può.

D’Alema ha rifiutato la presenza di Berlusconi perché il suo intervento “non era previsto in scaletta”. Come se, nel poker, bisognasse annunciare i rilanci prima dell’apertura.

Pisanu: “In Italia esiste l’Islam moderato”. È come l’oro nei fiumi. Il difficile è trovarlo.

Ciampi sulle Foibe: “L’Italia non può e non vuole dimenticare”. Ma fino ad ora ha voluto e potuto.

Berlusconi dice che non ama andare in tv, è un forte stress: mente. Bertinotti dice la stessa cosa: è la verità.


Francesco Caruso: "Le pratiche della disobbedienza sono un dovere di ogni cittadino”. Unico modo per fregare FC, abolire tutte le leggi.

FC: “Rifondazione conosce bene il mio percorso politico-storico-culturale”. Nientemeno. E noi che pensavamo che il suo percorso fosse “fanatico-ignorante-folle”.

FC: “Occupare una casa non è una azione violenta”. E se poi uno la occupa mentre lui non c’è?


Gianni Pardo - 10 febbraio 2006


CASELLI, SEMPRE
Giancarlo Caselli ha ripetutamente affermato che i fatti – per i quali Andreotti avrebbe potuto essere condannato e per i quali si è stati obbligati ad assolverlo per intervenuta prescrizione – sono accertati. È scritto in sentenza, dice. E il giornalista Angelo Alessandro Sammarco, sul “Giornale” del 9 febbraio, pur contestando la cosa, scrive: “Il punto di vista del Dott. Caselli è di natura tecnico-giuridica ed è ineccepibile. La sentenza che dichiara la prescrizione non accerta infatti l’innocenza dell’imputato: anzi, può stabilire che l’imputato abbia effettivamente commesso i fatti”.
La tesi è contestabile. Il giudice che deve dichiarare la prescrizione è dispensato dal condurre indagini per accertare la verità riguardo ai fatti oggetto della prescrizione. Solo se, pure senza tali indagini, l’innocenza dell’imputato è chiara oltre ogni ragionevole dubbio, egli è tenuto ad assolverlo per non aver commesso il fatto. Ma se tale abbagliante chiarezza non esiste, non è che ipso facto esista la prova del contrario. Cioè della colpevolezza. E poiché è contro l’economia processuale perdere tempo a stabilire la fondatezza di avvenimenti a proposito dei quali si dovrà comunque dichiarare la prescrizione, questa lascia impregiudicata la reale colpevolezza dell’imputato. È anzi lecito ipotizzare che una sentenza che si lascia andare a dare non necessari giudizi di fondatezza sui fatti oggetto della prescrizione ciò fa per fini extra-processuali. Inoltre, nella specie, lo stesso Sammarco parla di “prove” fondate solo su discutibili dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, prive di riscontri obiettivi.
L’affermazione di colpevolezza per fatti coperti dalla prescrizione, se non assolutamente necessaria, costituisce inoltre, in quanto priva delle normali garanzie processuali, un’ingiustizia: l’imputato può difendersi dall’accusa per i fatti giudicabili, mentre non può difendersi dall’assoluzione per intervenuta prescrizione. E questo può danneggiarlo al di là del tollerabile. Se già da molti anni il legislatore s’è premurato di abolire l’assoluzione per insufficienza di prove è perché un’assoluzione non deve mai trasformarsi in una condanna morale. Condanna che il dottor Caselli s’intestardisce ad infliggere al senatore Andreotti. E nasce il sospetto che egli ciò faccia per dimostrare la validità dell’impianto processuale nel processo Andreotti. Ma con ciò stesso – visto l’interesse che egli manifesta per quella vicenda – può anche indurre a pensare che l’estensore della sentenza, mentre non poteva che assolvere il senatore, ha dato un contentino all’accusa. Questo sospetto, che immaginiamo infondato, sta lì tuttavia a dimostrare quanto negativo sia, da parte d’un magistrato, partecipare così passionalmente ai doveri del suo ufficio.
Allo spettatore neutrale sembra chiaro che è stato necessario assolvere il senatore per la parte in cui era giuridicamente possibile condannarlo, mentre, a parere del dr.Caselli, lo si sarebbe condannato per la parte in cui gli era giuridicamente impossibile difendersi.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 11 febbraio 2006


La colpa e' sempre di Israele. Non lo sapevate?
Insomma, gira che tigira siamo arrivati dove era logico arrivare, dove i naziilsamici volevano arrivare e dove i nazitalici li hanno seguiti con grande piacere: la colpa delle vignette e di tutto quanto e' successo in queste ultime due settimane e'.... di chi? di chi? di chi?
Ricchi premi per chi indovina! Non avete ancora capito? Eppure e' facile: la colpa di aver messo il mondo a ferro e fuoco  e' degli ebrei e di Israele, loro ne sono i registi, perdio!
Vedete era molto facile indovinare, il complotto ebraico e' sempre di grande attualita' tra i nuovi nazisti italiani e islamici e le dichiarazioni di Maurizio Blondet combaciano perfettamente con quelle del leader supremo iraniano , l'Ayatollah Ali' Khamenei. Vediamo cosa dicono  i due campioni.
Khamenei: "Le vignette sono parte della cospirazione dei sionisti arrabbiati per la vittoria di Hamas".
Blondet: "Insomma la prima impressione è confermata: si è trattato di un'operazione neocon-israeliana dal principio alla fine".
Ecco, adesso possiamo stare tranquilli, le colpe sono state date, le prime dosi di veleno sono state iniettate e adesso non ci vorra' molto perche' no-global, neonazi, filopalestini, cioe' la feccia della societa' italiana vada a manifestare per le strade contro  l'eterno colpevole dei mali del mondo. Israele!
Pero' pensateci, deve essere una grande soddisfazione aver sempre qualcuno su cui far ricadere la colpa del male che ci affligge. Pensate agli antisemiti , qualsiasi cosa succeda sanno sempre come  e su chi sfogare  odio e violenza . Meglio che andare  in analisi.
Pensate ai musulmani: stanno bruciando, saccheggiando, distruggendo, ammmazzando, minacciando il mondo intero e possono dire "mica e' colpa nostra, e' colpa degli ebrei"
E' colpa degli ebrei...e' colpa degli ebrei... e' colpa degli ebrei...hanno avvelenato i pozzi....uccidono i bambini cristiani e musulmani....le azzime col loro sangue....e' colpa degli ebrei....per questo dobbiamo distruggere Israele....e' tutta colpa degli ebrei....tutta colpa degli ebrei...i sionisti....complotto.....distruggeteli....vogliono dominare il mondo....gli ebrei....gli ebrei....Israele....occupazione.... a morte...gli ebrei...
Tutto questo viene diffuso con maestria e dai vertici naziislamici, naziitalici, nazieuropei, naziamericani   il messaggio arriva alle masse che si scatenano.
Semplice, estremamente semplice, addirittura elementare, e' il trucchetto usato sempre, da almeno un paio di mellenni, dall'antisemitismo mondiale e  servito su un piatto d'argento ai trogloditi che abboccano e che non aspettano altro che di sfrenarsi nell'odio contro l'ebreo.
A proposito di odio, oggi Israele e' sotto schock per la sorpresa,   la chiesa anglicana ha deciso di boicottare i prodotti  che Israele usa nei "territori palestinesi", non si sa bene quali territori , probabilmente dal Giordano al mare.....
Dunque la Chiesa anglicana in un momento in cui masse islamiche distruggono mezzo mondo, da Gaza all'Indonesia, alle Filippine, non trova di meglio da fare che boicottare Israele. 
Consoliamoci da tanta stupidita' e partigianeria con le parole dell'ex Arcivescovo di Canterbury, George Carey:  " Mi vergogno di essere anglicano, questa e' una  decisione disonorevole e di parte che ignora il trauma del popolo ebraico colpito dal terrorismo dei palestinesi".
Vabbe', magra consolazione ma noi ci accontentiamo.
Il boicottaggio fa rabbia perche' ingiusto, fa danni economici enormi ma e' niente se paragonato all'effetto che fanno le risate dei capi di Hamas seguite alle parole di Olmert su confini stabili tra Israele e i palestinesi. Si stanno sganasciando i vertici del terrorismo e rilanciano:
" Israele si chiamera' Palestina e se gli ebrei vorranno, potranno vivere in mezzo a noi in un paese islamico!"
Beh ridiamo anche noi a questo punto e confidiamo nei nostri meravigliosi soldati visto che le prospettive di dialogo con  questi ominidi e' pressocche' nulla.
Vogliono Israele e non ci sono speranze che il mondo si ribelli a questa pretesa venendo in nostro aiuto, dovremo fare da soli, come sempre del resto e al mondo lasciamo il facile e grato compito di criticarci e condannarci.  Lo fa sempre cosi' bene!

Pero', Dio non paga il sabato, come si usa dire, e anche noi abbiamo la nostra piccola e umana soddisfazione. L'Europa che ha boicottato Israele per 40 anni a periodi alterni, cioe' quando glielo ordinava Arafat, viene adesso boicottata dagli amici di sempre con danni economici incalcolabili .
Vai a fidarti degli amici.
Ehhh cara Europa, era il lontano 1967 , Israele circondato per l'annientamento, e De Gaulle che non ci voleva  dare gli  armamenti gia' pagati, lasciandoci , cinicamente,  correre il rischio di essere distrutti e da allora e' stato tutto un boicottaggio economico, scientifico, culturale, l'isolamento totale per Israele per almeno 40 anni.
Adesso tocca a te, cara Europa, i tuoi amici di sempre stanno gettando per le strade del medio e estremo oriente  tutti i tuoi prodotti.
I palestinesi da te foraggiati a peso d'oro per mezzo secolo, stanno saccheggiando tutti gli edifici di rappresentanze europee e le danno alle fiamme!
Pensa te che fior di gratitudine, Europa, dopo averli mantenuti a miliardi.
E tutto questo per 12 disegni raffiguranti un vecchio in turbante e scimitarra che esalta le 72 vergini che stanno in paradiso per accogliere degnamente ogni anima di lurido terrorista.
Eppure lo dicono loro che succede questo! Ogni shahid  che ammazza ebrei e occidentali  se ne va in paradiso a godere delle grazie di 72 vergini.
E' noto che i terroristi si mettono anche 10 paia di mutande prima dell'attentato proprio nella speranza di preservare i gioielli di famiglia dal danno dell'esplosione.
Quanto poco basta, Europa cara,  per scatenare il loro odio verso i benefattori di sempre.
Mi dispiace tanto,  Europa, o come mi dispiace! Ma c'e' un proverbio famoso ...come dice? Ahhh si, adesso ricordo:
Chi la fa l'aspetti! 
 
Deborah Fait  - informazionecorretta


«E' il jihad del nagozionismo a unire Teheran, Damasco, Beirut e Gaza»
Roma. L’ayatollah Ali Khamenei, guida della rivoluzione iraniana, ha compiuto ieri una nuova escalation fanatica sul caso delle vignette danesi su Maometto. Ha denunciato “mani diaboliche coinvolte in questa diabolica questione”, ha sostenuto che è “una cospirazione dei sionisti per provocare tensione tra musulmani e cristiani” e ha ribadito le sue tesi negazioniste sulla Shoah. Khamenei ha anche espresso pieno appoggio a Mahmoud Ahmadinejad circa la risposta iraniana nei confronti dell’Onu sul nucleare. L’Iran mira a prendere la leadership del movimento di protesta fondamentalista sul “caso danese” indirizzandolo su un terreno di grande presa nel mondo islamico. La denuncia del “complotto ebraico” trova oggi larghissimo ascolto popolare nell’islam e getta una nuova luce sulla dinamica degli incidenti di Damasco e di Beirut, evidentemente provocati dal regime Baath. La ragione di questa provocazione siriana è stata colta dalla coalizione parlamentare antisiriana libanese (le “Forze del 14 marzo”) che l’ha denunciata con parole nette e allarmate: “quegli incidenti rappresentano un inizio di colpo di stato da parte del regime siriano che mira a trasformare il Libano in un secondo Iraq”. Un pericolo serio e imminente a tal punto che gli stessi partiti antisiriani libanesi hanno chiesto l’immediato intervento del Consiglio di sicurezza dell’Onu per sventare i progetti di Damasco. Il fatto che soltanto in Siria e Libano, tra tutti i paesi arabi, i manifestanti siano riusciti nel loro intento di devastazione, assume dunque una luce sempre più sinistra, come ha notato anche il ministro degli Esteri italiano, Gianfranco Fini, che ha usato parole durissime nei confronti del governo siriano. E’ sempre più evidente che lo “scandalo delle vignette” è usato in maniera strategica dal nuovo asse politico Teheran-Damasco- Beirut-Gaza, che si è costituito negli ultimi due mesi e che comprende anche il mullah iracheno Moqtada al Sadr. Un asse che si è rapidamente definito a partire dall’esortazione del 25 ottobre scorso del presidente iraniano a distruggere Israele. Da quel giorno, infatti, Ahmadinejad, in pieno raccordo con l’ayatollah Khamenei, ha definito una catena di alleanze su più piani. Su quello della propaganda ha dato spessore e veleno all’antisemitismo islamico, affiancando al tradizionale antisionismo di Khomeini una martellante campagna di negazione della Shoah. Non soltanto Israele occuperebbe illegalmente una terra sacra all’islam, ma lo stesso Olocausto sarebbe una “menzogna degli ebrei”. Su questa parola d’ordine Ahmadinejad ha lanciato un vero e proprio “jihad negazionista”. Ha stretto un patto con Beshar al Assad, che ha incontrato a Damasco il 19 febbraio, su una politica comune sul Libano (tramite il “partito fratello” Hezbollah), sul nucleare e sulla Palestina. A Damasco Ahmadinejad ha incontrato anche il leader di Hamas, Meshaal Khaled e gli ha garantito pieno appoggio. Assad ha concordato in pieno con Teheran sul nucleare e ha delineato un percorso comune diretto contro il processo democratico in Iraq: “Il progetto iracheno sta fallendo e mira a destabilizzare il sentimento nazionale arabo”. Il preciso intento destabilizzatore nei confronti di Baghdad è stato perfezionato con gli onori di stato che Assad ha tributato il 6 febbraio a Damasco al ribelle filoiraniano Moqtada al Sadr. Definiti i campi di azione comune nei punti caldi della crisi mediorientale, il nuovo “asse del jihad” intende non soltanto omogeneizzare le politiche dei governi e dei partiti, ma anche lanciare al mondo musulmano un suo “Manifesto” che ha il suo punto di forza nel negazionismo dell’Olocausto, già patrimonio storico del Baath e di Hamas. Le minacce contro Israele lanciate da Ahmadinejad a ottobre non erano dunque casuali, ma puntavano a marcare una nuova strategia d’attacco.
Carlo Panella da Il Foglio

Massima del giorno
In molti hanno provato a sopprimere la religione, nessuno ce l'ha fatta. Il che non prova che essa sia vera. Prova che gli uomini ne hanno bisogno
G.P.


CASA PROPRIA, CASA ALTRUI
In quale misura la libertà di parola e di stampa deve rispettare la sensibilità degli altri? In questi giorni si parla molto di questo problema, in particolare per quanto riguarda la sensibilità religiosa, e molto spesso si tende a schierarsi su una di queste due linee: non si ha il diritto di offendere chi ha una sensibilità diversa dalla nostra, neanche con cose che non avremmo neppure immaginato potessero offenderlo, e bisogna dunque stare attenti; altri dicono invece che la libertà di stampa è una conquista intangibile che non può e non deve essere limitata da preoccupazioni di nessun genere. Ambedue le tesi sono sbagliate.
Per la prima è facile obiettare che, se si accettasse integralmente questo principio, la nostra vita ne sarebbe sconvolta. Non solo non potremmo criticare le assurdità di certe religioni, di certe teorie politiche o perfino di certe teorie mediche (l’omeopatia), non potremmo neppure avere giornali illustrati: perché secondo alcuni integralisti islamici la raffigurazione degli esseri viventi è peccaminosa. Senza dire che anche da noi ci sono i bigotti: dunque non potremmo avere donne semivestite sulle copertine delle riviste esposte in edicola; non potremmo pubblicare libri contro la religione cristiana e dovremmo perfino vietare la pubblicazione dei libri di Nietzsche. Gli esempi potrebbero essere moltiplicati. Quasi ogni cosa che diciamo rischia di offendere qualcuno. Persino dichiararsi lieti della sconfitta della Juventus, dal momento che ci potrebbe sentire un tifoso di quella squadra.

La seconda teoria è essa pure inaccettabile e lo prova già il fatto che il codice penale vieta l’oltraggio alla bandiera, all’esercito, alla magistratura, ai capi di Stato esteri, e soprattutto la diffamazione, la pornografia, e l’istigazione al reato, per non parlare del gravissimo reato di calunnia. Nei paesi liberi si ha il diritto di manifestare la propria opinione ma la libertà di parola incontra dovunque il limite sociale del livello e del tipo di civiltà: in nessun posto è o può essere totale. Essa non è un assoluto, è immersa nella storia e al momento storico corrisponde.
E così si giunge al nocciolo del problema. Dal momento che non è possibile né tenere conto della sensibilità di tutti né una totale libertà di parola, tutto si riduce a sapere dove, fra questi estremi, si deve fermare il pendolo. La risposta dipende dal tempo e dal luogo.
Un avvocato ha denunciato il parroco di Bagnoregio per abuso della credulità popolare perché il religioso sostiene che Gesù Cristo è una figura storica. Il processo si celebra in questi giorni e qui interessa solo notare che se l’avv.Cascioli avesse sostenuto questa tesi qualche secolo fa, sarebbe stato bruciato sulla pubblica piazza. Ovviamente qualcuno dirà che l’autodafé è un’assurdità, cosa d’altri tempi ma chi ciò dicesse evidentemente dimostrerebbe di non sapere che in Arabia Saudita l’apostasia (la rinuncia alla religione islamica) è punita con la morte. Non in un lontano passato: esattamente oggi. Ogni paese ha un suo tipo e livello di civiltà. Prima di condannare l’Arabia Saudita, dobbiamo ricordarci della nostra Inquisizione.
Il problema non è che cosa sia lecito dire o fare, in astratto. È lecito ciò che un dato paese decide sia lecito, è illecito ciò che quello stesso paese decide sia illecito. In Italia fino ad un’epoca non troppo lontana l’adulterio era un reato, oggi la sola idea farebbe ridere: ma, proprio a causa di questa variabilità nel tempo e nello spazio, nessun paese può chiedere ad un altro di tenere conto della propria sensibilità. Il francese che va in Marocco si toglierà le scarpe prima di entrare nella moschea, il marocchino che va a Parigi non dovrà scandalizzarsi delle ragazze in minigonna. Nessuno obbliga i francesi ad entrare nelle moschee marocchine, nessuno obbliga i marocchini a visitare Parigi.
C’è poi il problema delle minoranze. La risposta da dare a chi si chiede che conto bisogna tenere degli stranieri è semplicemente questa: “Siamo a casa nostra e facciamo ciò che ci pare. Delle nostre istituzioni non dobbiamo rendere conto a nessuno”. Agli islamici per esempio potremmo dire: “Così come noi non vi chiediamo di rendere conto della vostra poligamia, delle vostre mutilazioni genitali, della vostra mancanza di libertà – e al massimo vi disapproviamo - voi non ci dovete chiedere conto della nostra libertà”.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 7 febbraio 2006


Il caos promesso dal centrosinistra
La particolarità più inquietante del schieramento del centro sinistra è che i suoi componenti non promettono agli elettori di garantire al paese un governo solido e duraturo. Al contrario, assicurano che all’indomani delle elezioni la loro preoccupazione principale sarà quella di contestare gli alleati e mandare all’aria gli equilibri attuali dello schieramento. Clemente Mastella ha confermato di voler continuare a far parte del centro sinistra. Ma, per catturare gli elettori di centro, ha preannunciato che dopo il voto l’Udeur ribadirà il proprio ruolo di forza antagonista ed alternativa di Rifondazione Comunista e della Rosa nel Pugno. Per impedire ai vari Luxuria e Casarini di imporre una deriva estremista alla coalizione prodiana. E per evitare a Marco Pannella ed Enrico Boselli di provocare una deriva laicista alla stessa coalizione. Mastella non assicura che ammorbidirà la particolari posizioni del proprio partito in nome della superiore esigenza di dare forza e stabilità al governo di centro sinistra. Anzi, proclama e garantisce l’esatto contrario. Come a voler far intendere ai propri elettori che una volta battuto Silvio Berlusconi l’Unione si disunirà all’insegna del “liberi tutti”. Ed ogni suo attuale componente si metterà in movimento alla ricerca di alleanze meno scombicchierate di quella attuale e formate da forze più omologhe tra di loro.
Lo stesso vale per la Rosa nel Pugno. Emma Bonino ha concluso il congresso che ha segnato la fusione tra radicali e Sdi (meglio sarebbe dire l’annessione dello Sdi al partito di Pannella) annunciando che il programma della nuova formazione politica sarà quello di essere la spina nel fianco del centro sinistra. Per rompere l’egemonia catto-comunista dell’Unione e dare una impronta laica all’intero centro sinistra. Francesco Rutelli e Franco Marini, a loro volta, non hanno affatto nascosto che a loro modo di vedere le chiacchiere di Prodi sul Partito Democratico stanno a zero. E che la partita, prima e dopo le elezioni, è tra Margherita e Ds per la conquista del bastone di comando della baracca. Insomma, tutti promettono fuoco e fiamme dopo le elezioni. Ma non nei confronti del centro destra, dato comunque per perdente e fuori gioco, ma nei confronti degli attuali alleati. Come a dire che il voto darà il via ad una legislatura in cui l’unica certezza sarà quella che l’eventuale governo Prodi durerà lo spazio di un mattino.
E poi ci sarà il caos!
di Arturo Diaconale da L'Opinione


Satira antisemita: Ecco la qualità del loro umorismo
Solo gli sprovveduti potevano cascarci e noi europei lo siamo. Adesso la cosa più chiara di tutte è che questa suscettibilità di islamici colpiti bassamente nelle loro sacre credenze è tutta una cosa di facciata. In ballo ci sono i finanziamenti ad Hamas e il mondo delle dispotiche istituzioni arabe, cinico e non credente, solleva le masse con qualunque pretesto contro l’Europa per ricattarla. Intendiamoci, i sauditi e gli egiziani e i siriani e gli iraniani i soldi sottobanco alle formazioni armate come la jihad, gli hezbollah e la stessa hamas li pompano a milioni di euro sottobanco da sempre. Ma i suddetti regimi sarebbero assai seccati se dovessero metterci apertmente altre ingenti somme per riempire un buco che sicuramente l’America lascerà aperto e che l’Europa forse pure. Su quel “forse pure” si sta giocando la cinica battaglia di questi giorni in cui spregiudicatamente in maniera davvero blasfema si sta usando l’islam come una clava e soprattutto come instrumentum regni. Purtoppo anche in questo i fondamentalisi di oggi hanno imparato dall’Europa di ieri e dall’utilizzo passato del cristianesimo.
A proposito di satira poi, le masse infiammate e gli imam suscettibili come la mettono con queste vignette che parlano da sole tratte dal sito della Lega degli arabi europei , godibili per chi ha lo stomaco forte cliccando qui. Una vignetta ci pare di una infamia tale che merita di essere ulteriormente sottolineata. E’ quella in cui si vede Hitler con tanto di svastiche sulla maglietta che sembra avere avuto una notte d’amore con una ragazzina e che le dice: “lo metterai tutto ciò nel tuo diario Anna?” Ovviamente si tratterebbe di Anna Frank, una sorta di incesto dell’Olocausto con il nazismo. Vignette come queste le troviamo ogni giorno su tutti i media arabi da almeno trenta anni. Qualcuno ha mai assaltato le loro ambasciate in Europa, in Israele (quelle due o tre che fanno finta di esserci) o in America per questo? Date una risposta rapida e coerente e poi ne riparliamo di sentimenti umani e religiosi offesi e di provocazioni.
di Dimitri Buffa da L'Opinione

IL DIRITTO ALL’UDITORIO
In democrazia ognuno ha il diritto di parlare. Ma non è che gli altri abbiano il dovere di ascoltarlo.
Nella democrazia diretta, cioè nella città-stato, l’assemblea era costituita da tutti i cittadini. Facciamo l’ipotesi che questi cittadini fossero solo mille: se, su un solo punto di un dato argomento, fossero dovuti intervenire tutti, parlando ognuno per cinque minuti, il dibattito – discutendo per dodici ore al giorno – sarebbe durato una settimana esatta. Il sistema non poteva dunque essere questo. In realtà, la stragrande maggioranza di coloro che avrebbero avuto il diritto di parlare o si affidavano all’esposizione di qualcuno che la pensava come loro oppure non osavano aprir bocca, per paura di fare cattiva figura.
Tuttavia, se tutti hanno il diritto di parlare, il problema del dibattito rimane aperto. Infatti esistono sempre coloro che, pur non avendo nulla di serio da dire, pretendono di essere ascoltati. E un posto in cui questo si vede benissimo sono le assemblee di condominio (e oggi i forum dei blog). Qui i cretini, essendo autorizzati a pensare d’essere in condizione di parità con tutti gli altri, dànno libero sfogo alla loro nocività; abusano del diritto d’intervento e costituiscono una pietra d’inciampo per tutti. Persino per quelli che la pensano come loro. Tuttavia va notato che i seccatori, se insistono a parlare, trasformano il loro intervento in un intervallo: la gente aspetta, per riprendere la discussione, che finiscano o che il Presidente li inviti a cedere la parola. E nei forum salta i loro testi. La sanzione più seria al discorso dello stupido è il non ascolto.
Il diritto all’ascolto non esiste. Ecco perché tutti coloro che si lamentano di scrivere ai giornali e di non vedere pubblicate le loro lettere hanno torto: i giornali non hanno il dovere di pubblicare ciò che giudicano lungo, inconcludente, simile a cento altre lettere o contrario alla linea del giornale stesso. Inoltre, ammettendo che qualcuno fosse pubblicato spessissimo, potrebbe dire d’avere guadagnato un pubblico? No. Se scrivesse sciocchezze, basterebbe la sua firma per fare scappare i lettori.
Lo sciocco ha il diritto di parola ma per parlare col muro. L’uditorio bisogna conquistarselo. Persino chi può disporre della televisione a reti unificate alle nove di sera non può impedire al singolo di spegnere il televisore. La sanzione del disinteresse non risparmia neppure i mostri sacri. Da quando Enzo Biagi, che è Enzo Biagi, ha usato la rubrica sul Corriere solo per dire male di Berlusconi, parecchi non l’hanno più letta. Ed hanno fatto bene. Perché quello che c’era da sapere l’avevano già letto la settimana prima. E la settimana ancora prima. Ed anche la precedente. Fino a dire basta. Il diritto di parola è come un pianoforte: non vale nulla se non lo si sa usare.

Un caso speciale è rappresentato da coloro di cui si sa in anticipo che diranno cose per noi inutili. Il Presidente della Repubblica e il Papa sono persone importanti che certo non dicono sciocchezze ma il primo non può che dire cose condivisibili da tutti, cioè ovvietà, e il secondo solo cose valide per chi ha la fede; ma non per chi non l’ha.
Nella lista si devono mettere anche coloro che hanno dato troppe prove negative di sé per avere diritto ad un riesame. Prima che Diliberto apra la bocca si sa che dirà qualcosa di vetero-comunista, condivisibile solo da chi è vetero-comunista. A questo punto, se non si è vetero-comunisti (o masochisti)  ci si può dispensare dall’ascolto. Non diversamente da come nessuna persona ragionevole ascolterebbe Wanna Marchi mentre spiega che, contro modico pagamento, invierà i numeri del lotto vincenti.
Questo punto di vista può sembrare aristocratico ma è semplicemente economico. Nessuno ha il tempo di leggere tutti i giornali, tutti gli articoli di fondo, tutti i libri importanti. Siamo tutti disperatamente e invincibilmente ignoranti. Io stesso non ho ancora finito l’Ulysse de Joyce. E forse non lo finirò mai.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 5 febbraio 2006


Galli della Loggia
Galli della Loggia, in un pregevole articolo, si lamenta del fatto che il centro-sinistra, dopo avere alzato alti lai per la riforma federalista, oggi se ne disinteressi. In questo modo, dice, “Si dà insomma una lezione devastante di cinismo, gli autori della quale il Paese non potrebbe che augurarsi di vedere chiamati al più presto a risponderne”. Poiché qui se ne vuole parlare solo dal punto di vista linguistico va innanzi tutto detto che essa è chiarissima. Alla terza lettura. Ma alla prima ricorda la perplessità con cui, al liceo, si affrontava la versione di latino. Si leggeva una frase e si aveva la sensazione di dover rimettere insieme i pezzi di un puzzle. Questo è un aggettivo accusativo plurale, a quale nome accusativo plurale si riferisce? O è per caso un aggettivo sostantivato?
Nessun vuol dare a Galli della Loggia lezioni di politologia, e probabilmente scriveva di fretta, ma la sua frase può servire come esempio di come assolutamente non bisogna scrivere. Egli voleva semplicemente dire: “Si dà insomma una lezione devastante di cinismo [punto, meglio scrivere frasi brevi, senza subordinate]. Il Paese [è sempre bene mettere il soggetto all’inizio] può augurarsi [evitare le doppie negazioni] di vedere al più presto chiamati a rispondere gli autori di questo cinismo [evitando la frase passiva, in cui gli autori di questo cinismo erano il soggetto]”. Ma anche così la frase è troppo complicata. La frase migliore sarebbe stata questa: “Il Paese, nel caso vinca il centro-sinistra, dovrebbe chiamarlo a rispondere di questo cinismo”.
Gianni Pardo

"Le caricature su tutti i giornali
                                         
«Tutti i giornali dovrebbero pubblicare le caricature del quotidiano danese, quelli che non l'hanno fatto e che si proclamano laici in realtà sono dei vigliacchi. La vera empietà è sgozzare un ostaggio davanti a una cinepresa o farsi saltare in aria mormorando il nome di Maometto»: André Glucksmann

Se tirassero fuori le palle una buona volta
Gli arabi hanno trovato un nuovo divertimento.
I palestinesi, non avessero niente da fare, hanno trovato un nuovo modo per fare violenza, distruggere, bruciare bandiere, uno dei loro passatempi preferiti, pulirsi i piedi sul simbolo danese che tra l'altro rappresenta una croce quindi due piccioni con una fava, niente di meglio: esprimere il loro dispregio contro il Paese che , secondo loro , ha offeso l'islam e il simbolo del cristianesimo che loro offendono quotidianamente da sempre. Esistono volumi interi, in inglese, di vignette contro ebrei e cristiani  pubblicate sui maggiori media arabi e persino sui libri di testo delle loro scuole. 
Se la bandiera danese avesse oltre alla croce anche un piccolo maghen David da qualche parte sarebbe stato il massimo anche se in verita' non hanno bisogno di scuse per calpestare il maghen David, fa parte del loro quotidiano come sparare, riempirsi di candelotti esplosivi e lanciare razzi contro comunita' israeliane.
In questi giorni i media sono inflazionati  da notizie sulle vignette "blasfeme" pubblicate da un giornale danese. Notizie per niente simpatiche o rassicuranti, praticamente l'Islam e' esploso a causa di disegni che rappresentano in modo poco rispettoso Maometto il profeta.
Gettare un crocefisso dalla finestra e' rispettoso?
Tagliare la pancia a un regista europeo per aver girato un filmato sulla condizione della donna islamica, e' rispettoso?
Sgozzare la gente, urlando Allahhu Achbar, davanti alle telecamere e' rispettoso?
Riempirsi di esplosivo e farsi esplodere in un autobus pieno di innocenti e' rispettoso?
Urlare di voler distruggere  la cristianita' e' rispettoso?

Predicare nelle moschee che la bandiera verde dell'islam sventolera' su San Pietro e' rispettoso?
Invocare la distruzione di una Nazione civile e democratica e' rispettoso?
Far saltare treni, fare implodere grattacieli, attaccare metropolitane e' riaspettoso?
No, non e' rispettoso manco per niente,  e' criminale, e' fanatico, e' quello che fa l'Islam da anni e adesso hanno il coraggio di urlare che ci ammazzeranno tutti perche' noi abbiamo offeso il loro Maometto?
I palestinesi non hanno appena fatto delle specie di elezioni? Non dovrebbero incominciare a lavorare o almeno a provarci? Nooo, nemmeno per sogno, loro distruggono tutti i simboli europei, spaccano tutto negli uffici dell'Unione Europea, danno la caccia agli europei che ormai saggiamente sono scappati tutti.
Chissa' se la Morgantini sta ancora la' , forse si, lei e' al sicuro, e' una di loro.
A Gaza, Ramallah, a Jenin, in tutte le citta' palestinesi dei pazzi folli e fanatici  appiccicano ai marciapiedi le bandiere danesi e vi camminano sopra e ci sputano sopra e nel frattempo continuano a non far niente, a non lavorare, a non pensare neppure lontanamente a costruire un paese. Che paese dovrebbero costruire del resto? Abitato da chi? Da cani rabbiosi nullafacenti e nullapensanti?
E gli europei cosa fanno? hanno forse  tirato su la testa , hanno forse detto "sentite piantatela, ci state rompendo le scatole da anni, il minimo che potessimo fare era qualche vignetta sull'uomo (perche' Maometto era uomo non Dio ) in nome del quale commettete delitti efferati."
Niente di tutto questo. Gli europei licenziano il direttore di France Soir per ordine dei musulmani di Francia. Gli europei si fanno l'esame di coscienza "ma come siamo cattivi , ma come siamo cattivi, ma come siamo irrispettosi, ma come siamo blasfemi, fustighiamoci col gatto a nove code".
Questo fanno  gli europei strisciando come lumache.
Eppure di vignette irrispettose i media italiani e europei ne hanno sempre fatte in quantita'. Contro i simboli cristiani, contro i simboli ebraici e nessuno ha protestato. Chi non ricorda le vignette antisemite di Vauro e Forattini contro Israele usando Gesu' come protagonista della loro satira crudele?
Qualcuno ha protestato minacciando di morte gli autori? Sono insorti il mondo cristiano, ebraico, israeliano ? No, nessuno ha detto niente anche se spesso le vignette facevano male, erano ingiuste e offensive. Non solo nessuno e' stato minacciato ma gli italiani , certi italiani, hanno dileggiato chi protestava per la famosa vignetta di Vauro che rappresentava Gesu bambino che,  davanti ai soldati israeliani,  diceva impaurito "Ecco mi vogliono uccidere una seconda volta".

Chiaro esempio di antisemitismo e antisionismo, l' antica accusa di deicidio unita all'odio contro Israele che si difendeva dai palestinesi, con in piu' il falso storico che tenta da anni di far diventare arabo/palestinese l'ebreo Gesu'.
Una vergogna  per cui  abbiamo civilmente protestato in molti per essere  presi in giro dai piu'. Alla fine siamo stati offesi noi che protestavamo, siamo stati fatti passare per pazzi visionari, con la prepotenza, l'arroganza e il sarcasmo  proprie degli antisemiti.
E adesso di fronte alla violenza islamica eccoli i nostri eroi, cosi' coraggiosi con chi non minaccia mai e non si vendica mai, eccoli con la coda fra le gambe, pronti a interrogarsi, a fustigarsi, a chiedere perdono, a fare a loro volta vignette velenose  contro la Danimarca.
Tutti contro la Danimarca, persino l'America, tutti a piagnucolare che noi occidentali non rispettiamo i sentimenti dell'Islam, tutti pronti  a capire le reazioni barbare e incivili che avvengono nei territori palestinesi, in Indonesia, in Marocco e in tutti i paesi arabi.
Di fronte a questa mancanza di dignita' e a tanta vilta' voglio esprimere la mia totale solidarieta' ai giornalisti danesi e credo che tutti dovrebbero farlo se tirassero fuori le palle una buona volta.
 
Deborah Fait
informazionecorretta

BATTISTA E LE VIGNETTE SATANICHE
Sul “Corriere della Sera” Pierluigi Battista, a proposito delle famigerate vignette “anti-islamiche”, fa notare che il modo in cui sono rappresentati gli arabi, e perfino personalmente Maometto, trasuda disprezzo. Tanto da ricordare le vignette antisemite degli anni Trenta e dei giornali nazisti. Poi osserva che i giornali arabi non si vietano affatto di rappresentare gli ebrei con gli stessi tratti sporchi e demoniaci con cui il giornale danese ha rappresentato gli arabi, ma noi non dovremmo imitarli.
A Battista si può rispondere, innanzi tutto, che c’è una differenza fondamentale fra le vignette danesi (o italiane) e quelle naziste o arabe. Le nostre sono espressione di satira privata, quelle arabe sono frutto di un “odio di Stato”. Le nostre vignette, anche le più graffianti, hanno lo scopo di far ridere, quelle arabe (come a suo tempo quelle naziste) costituiscono propaganda politica. In Italia Berlusconi è rappresentato come un nano, Forattini ha rappresenta sempre Veltroni come un verme, ma nessuno si è mai sentito incitato alla violenza, a causa di queste vignette. Nessuno ha pensato che Forattini volesse Veltroni schiacciato a terra e nessuno, per reazione, ha incitato all’uccisione di Forattini.
Decisamente ci sono troppe differenze, per accettare il parallelo di Battista. E per accettare lezioni di moralità o libertà di stampa dai musulmani.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it


Massima del giorno
Coloro che credono di fare un favore raccontando i loro segreti si sbagliano. È chi li ascolta, che fa loro un favore.
G.P.


MOLLICHINE
Mandato di cattura per Gaucci: bancarotta di 100 mln di euro. Quanta severità! Neanche due consulenze di Consorte!

Ismail Haniyeh (Hamas): «La libertà di stampa di cui parla l'Europa è servita a colpire l'Islam». E finalmente abbiamo saputo perché c'è stata la Rivoluzione Francese.


IL COMPLESSO DI COLPA DELL’OCCIDENTE
Il bambino, nascendo, comincia a vivere in una famiglia in cui delle necessità essenziali si occupano i genitori. Da questo deriva inevitabilmente una mentalità in base alla quale il cibo, il tetto e alcune comodità sono evidenti di per sé. Sembra esistano per virtù propria e ne possano beneficiare in uguale misura e senza sforzo tanto i genitori quanto i figli. Questa mentalità si mantiene anche quando si cresce. Infatti nei paesi ricchi, diversamente da quanto avviene nei paesi poveri o presso i primitivi, l’adolescente e perfino il ventenne continuano a vivere a carico dei genitori. Perfino per i lussi. L’universitario non raramente va in giro in automobile e mangia in pizzeria con gli amici senza ancora avere mai guadagnato un euro. In questo modo si prolunga l’illusione che il denaro cada dal cielo, tanto che se i genitori lo lesinano sono colpevoli di tirchieria. I bambini non sanno far di conto.
La mentalità per cui l’economia “va da sé” induce buona parte della società a dare la preminenza ad altri valori: per esempio la solidarietà, la pietà umana, il senso di colpa nei confronti di chi ha meno. Nessuno è tanto generoso quanto colui che può fare regali a spese altrui. Non solo i figli largheggiano, quando pagano i genitori, ma anche quando divengono economicamente responsabili questa mentalità si prolunga con l’idea che lo Stato – padre universale - debba essere generosissimo con tutti. Esso ha il dovere imprescindibile di fornire a tutti una buona sanità, alte pensioni, elettricità, gas e acqua a basso prezzo, ecc. Purtroppo lo Stato-mamma costa moltissimo e alla fine impoverisce tutti. Ma questo lo sanno solo gli adulti: un’età a cui non tutti arrivano. (...)
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Gianni Pardo - 4 gennaio 2006


Quelli della "superiorità morale"...
Ci risiamo. A ben guardare è storia antica. Basterebbe andarsi a rileggere (lasciando perdere l'oro di Mosca...) i quotidiani del 1993 e dintorni per scoprire che  già ai tempi di "tangentopoli" quelli della "superiorità morale"  e delle "mani pulite" trafficavano in  bustarelle miliardarie, ambigue operazioni immobiliari, conti esteri, appalti cooperativi e impunità giudiziarie.
Di queste ultime ne sappiamo ben qualcosa noi qui in Emilia-Romagna dove al tempo non una Procura - nonostante le centinaia di denunce riguardanti le collusioni tra coop rosse, pubblica amministrazione e dirigenti di partito - ha mai aperto e portato a processo una qualsiasi indagine giudiziaria.
Storia vecchia, dunque. E' ben vero che in casa comunista l'antica militanza ideologica è più forte del buonsenso e sotto la vernice fresca dei DS  c'é, ancor oggi tutta intera,  la corazza leninista che protegge il culto della pretesa diversità,  ma le risposte imbarazzate e reticenti dell'ultima vicenda legata a "bancopoli" fanno cadere le braccia anche a noi garantisti non dell'ultima ora.
Che  tristezza  scoprire, ancora una volta, che la ragione laica e l'onestà intellettuale sono ancora oggi estranee alla loro cultura.
Ci sono i vertici delle coop rosse che da mesi entrano (ed escono)  dalle stanze dei giudici milanesi, ci sono centinaia di euromilioni di "plusvalenze" che dai conti correnti svizzeri ritornano in Italy e non trovano spiegazioni, ci sono intercettazioni telefoniche, comportamenti collusori e quelli della "superiorità morale", di nuovo, ci vengono a raccontare  che si tratta di incidenti di percorso, leggerezze, sbandate marginali, "null'altro che reciproca simpatia" (Violante) e se qualcuno ha sbagliato è questione di qualche malandrino inopinatamente finito a dirigere l'impero economico delle coop rosse...
Se non bastasse, come da collaudato  copione (da Violante a D'Ambrosio), ecco arrivare le candidature elettorali nelle liste dei DS dei soliti  magistrati ad hoc.
In realtà per i compagni vale sempre la vecchia questione, da Stalin in poi,  del fine che giustifica i mezzi.  I mezzi, "cari" compagni,  sono stati pessimi e il fine ancor di più.
cp, 03-02-2006

L'ITALIA CHE SOGNIAMO E CHIEDIAMO AL PREMIER
Sono passati sei mesi da quando i radicali italiani hanno fatto la scelta di campo a favore del centrosinistra. E da quando noi, non condividendo per nulla quella svolta, abbiamo deciso di dare vita a una nuova formazione radicale e liberale alleata al  centrodestra.
Ora che la campagna elettorale entra nel vivo, sentiamo la necessità di rivolgere un appello, in primo luogo agli elettori radicali, a sostenere un soggetto politico come il nostro che porti all'interno della Casa delle Libertà i contenuti della politica liberale liberista e radicale. Marco Pannella (cui abbiamo rinnovato in queste ore un pieno appoggio per la sua battaglia contro una norma elettorale discriminatoria) ha giustificato la scelta di correre alle prossime elezioni nell'Unione prodiana con le insegne della Rosa nel Pugno con lo slogan "alternanza per l'alternativa", ritenendo cioè che l'eliminazione dalla scena politica di Silvio Berlusconi sia un passaggio essenziale per l'affermazione futura di una maggioranza liberale.
Questo assunto ci pare del tutto astratto dalla realtà della politica italiana e per questo fuorviante. Certamente l'azione riformatrice liberale del Governo Berlusconi (spesso frenato a causa della ragnatela tessuta dagli alleati) avrebbe dovuto essere più incisiva, pur tenendo nel dovuto conto le difficoltà congiunturali di questi cinque anni. Ma ci sentiamo anni luce lontani dalle critiche conformiste e, in fondo, intellettualmente disoneste, di quanti pretenderebbero di archiviare il Governo Berlusconi come un susseguirsi di leggi "ad personam" che hanno condotto il paese allo sfascio. Su questo, ci basta rispondere che se un giornale tutt'altro che tenero con il Cavaliere come Il Sole 24Ore titola a proposito del "contratto con gli italiani": "obiettivi centrati a metà", allora siamo di fronte ad una vera rivoluzione liberale nel metodo e a importanti passi avanti nel merito.
Cosa c'è di più rivoluzionario e positivo per la politica parolaia e consociativa del nostro paese che essersi  presentati agli elettori con un breve elenco di significativi obiettivi programmatici sottoponendosi cinque anni dopo allo scrutinio rigoroso di analisti ed elettori? E quale altro Governo ha mai potuto vantare, per di più in una congiuntura imprevedibilmente difficile, di aver avviato e in buona misura attuato (in realtà anche più del 50%) gli impegni assunti con gli elettori?

Di questo il centrosinistra non vuole prendere atto e preferisce lo scontro pregiudiziale sulla "opportunità" che il centrodestra continui a governare il paese. Siamo ancora alla presunta supremazia in termini di legittimità democratica della sinistra e poco più. Nulla di nuovo, per la verità, se è vero che già Enrico Berlinguer giudicava il Governo Craxi "un pericolo per la democrazia". Ci stupisce, questo sì, che al coro partecipi oggi anche Marco Pannella. Il ruolo dei radicali nel centrosinistra, avrebbe dovuto essere quello di aprire un fronte liberista e americano nella sinistra italiana che non si è mai liberata di miti marxisti e terzomondisti. Cosa che non è stata fatta. Persino il Corriere della Sera, che pure sostiene e dà grande spazio alla scelta di Pannella a favore del centrosinistra, ha più volte segnalato, attraverso gli editoriali di Angelo Panebianco, la mancanza di visione strategica con cui si è caratterizzata la Rosa nel pugno.
Questa ha invece centrato la propria iniziativa e la propria comunicazione sull'anticlericalismo, tema che, ideologicamente, non crea problemi a sinistra, anche se, all'atto pratico, a partire dai Pacs (noi siamo favorevoli, purché non divengano "pacs e benefit") neppure nel centrosinistra prevale in modo politicamente decisivo un orientamento liberale di rivendicazione della piena autonomia della politica dalle indicazioni della CEI. Per quanto ci riguarda riteniamo che un conto sia reagire con chiarezza e intransigenza alle pressioni clericali sul fronte legislativo, un altro professarsi anticlericali come se la Chiesa possedesse in Italia un potere "talebano". Il ruolo della Chiesa è complesso e non può essere ridotto al clericalismo: la rivendicazione di un ruolo pubblico della religione nell'agorà politica è cosa ben diversa dall'imposizione delle verità di fede nell'ordinamento civile.
Sull'economia occorrerà pure ammettere che una cosa è misurarsi con la persistenza, in ampi settori del centrodestra, di una cultura politica corporativa e statalista, fondata sulla centralità della spesa pubblica, ma tutt'altra cosa è affidare le speranze di modernizzazione economica e sociale ad uno schieramento che avversa programmaticamente le riforme di mercato, e affida alle organizzazioni sindacali un esplicito e incontestato potere di veto sulle politiche economiche. O no? Tant‚è che quanto di meglio che è stato fatto (Legge Biagi, pensioni, grandi opere, riforma Moratti) è esattamente ciò che buona parte del centrosinistra vuole cancellare e quello che di più si doveva fare è l'opposto di quanto possa impegnarsi a fare Romano Prodi nella cui coalizione le componenti massimaliste ed estremiste, comuniste rifondate e no, rosse o verdi che siano, hanno sempre un peso decisivo, contrariamente a quanto avviene nei partiti socialdemocratici e laburisti di tutti i paesi occidentali.
Più in generale siamo convinti che un'eventuale vittoria di Prodi, ottenuta anche grazie alla collaborazione del "giapponese" Pannella, non sarebbe affatto l'inizio di una presunta riscossa liberale, ma la consacrazione di un'Italia immobilista, conservatrice e chiusa alla concorrenza, forte dell'appoggio di tutti i poteri protetti (in prima fila quelli bancari, editoriali, sindacali, giudiziari e via discorrendo). Non sarebbe questa l'Italia che sogniamo, né quella per cui i radicali hanno fatto tante lotte liberali. Noi abbiamo scelto chi non ha avuto dubbi su quale fosse il fronte da presidiare nella crisi irachena: quello di Blair e di Bush impegnati per la ricostruzione democratica del paese liberato da Saddam e non certo quello dei tanti Ponzio Pilato europei eletti a modello dal centrosinistra prodiano. Abbiamo scelto chi si è impegnato, anche se con alterni risultati, sul fronte delle garanzie per gli imputati contro le prevaricazioni delle corporazioni che occupano il potere giudiziario. Del resto, perfino nella battaglia per l'amnistia alla fine Pannella si è trovato al fianco Forza Italia e UDC e contro Margherita e DS.
Per questo, in sintesi, noi abbiamo scelto, pur consapevoli delle difficoltà che avremmo dovuto affrontare, il centrodestra e continuiamo a ritenere che i radicali tutti avrebbero potuto in questo modo investire al meglio le proprie straordinarie risorse politiche ed ideali. La nostra ambizione di Riformatori, Liberali e Radicali è oggi quella di contribuire a  rilanciare le idee e le politiche che vanno giustamente sotto l'insegna dello "spirito del '94", in particolare lavorando con Forza Italia per il sostegno alla leadership di Silvio Berlusconi. Questo risultato potremo ottenerlo, in primo luogo, se gli elettori radicali si mobiliteranno al nostro fianco, dandoci la forza per contribuire ad imprimere una svolta di cui il paese ha vitale urgenza. L'altra condizione - ovviamente - è che entro la data dell'Assemblea Nazionale, prevista a Roma per il prossimo 18 e 19 febbraio, si raggiunga un accordo definitivo, politico e elettorale, tra i Riformatori Liberali Radicali e il leader della coalizione, Silvio Berlusconi.
Benedetto Della Vedova, Marco Taradash, Peppino Calderisi, Carmelo Palma
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IL FUCO E L’APE REGINA
E’ difficile esaminare la sentenza del Tribunale di Monza, presieduto da tal Calabrò, magistrato di lungo corso, prima grande accusatore ed ora giudice clemente e liberale noto per la sua smania di farsi notare in modo politically correct, magari per qualche candidatura e per le sue sortite al Processo di Biscardi a discutere di arbitri e giustizia sportiva e doping, cioè questioni che con la giustizia non hanno molto a che vedere, visto che il Calcio assolve tutti. Ebbene la sentenza del suddetto tribunale sarà ricordata come la sentenza del fuco e dell’ape regina. Il marito chiede la separazione perché l’aborto della moglie non gli era stato comunicato e chiede il relativo risarcimento del danno per lesione del diritto alla paternità. Nisba, la madre ha un diritto riconosciuto per legge in fatto di aborto e quindi del suo feto ne fa quello che vuole. Applausi a scena aperta! Dai palchi sinistroidi arriva la benedizione alla “sentenza liberale”, quella per cui esseri madri è più importante di essere padri. Qual è il principio che pretende la parità fra i sessi, ma non il loro uguale diritto sul nascituro? Forse la favola popolare per cui il marito, fuco appunto, rende incinta la moglie-ape regina e va via e toccherà a lei, moglie e madre, soffrire con il pancione, “deporre le uova”, lavorare in casa e magari anche fuori, soffrire le doglie, mentre il marito esce con gli amici e lavora per suo conto. Bene allora bentornati nel Medio Evo, in un Medio Evo che pretende di dare alle donne non la parità, ma la potenza assoluta su un bene e su un principio di vita. Certamente la nuda e cruda giustizia esternata in un sentenza della Corte di Cassazione del 1998 aveva già affermato che solo la donna è titolare del diritto di abortire, di interrompere la gravidanza, senza alcuna voce in capitolo da attribuire all’uomo che non può impedirlo. Non vedo perché allora, non si garantisca il libero utilizzo degli embrioni, visto che il nascituro è un bene di semplice gestibilità femminile e visto che a nulla serve l’uomo se non alla mera e materiale esecuzione dell’atto sessuale che porta alla nascita, non potendo decidere nulla su quel “bene”, diventato una nuda proprietà della donna, moglie, madre. Non vedo perché si tenti ancora di appesantire i consultori di consiglieri ed ispettori; se nella tangibilità di un feto da parte della donna, non può nulla suo padre, che ha un diritto ed un dovere e perfino un istinto (oppure anche questo è solo materno?) paterno, cosa possono estranei scienziati della psiche o cervelli del diritto? Il futuro è questo. E’ il futuro è oggi, un oggi dove le donne-madri sfilano con le loro figlie a manifestare per l’aborto, quasi a voler ammettere “magari avessi potuto…” e lo fanno senza i mariti, inerti, incoscienti di poco sentimento; un oggi dove la parità si confonde con la potenza, la libertà ed il liberismo stesso si confondono con la volontà, con il sentirsi sciolto da ogni laccio morale, da ogni scrupolo, da ogni obbligo, perché oggi tutto ciò che è sacrificio, regola è sentito come obbligo opprimente. Libero di decidere in virtù di un orgoglio, di una rivincita di emancipazione che i Tribunali incoraggiano, sanzionando così anche la fine delle regole su cui si basa il loro operato, ovvero il principio per cui la legge è uguale per tutti. No, c’è chi ha un potere su tutto. Una donna ha diritto a fare e disfare un corpicino, in un mondo senza ragione la mamma leonessa difende i suoi cuccioli o li fa soccombere perché non soffrano, il padre non esiste. Nella realtà umana, è uguale. Non c’è più un diritto giuridico paterno e non c’è spazio per la sua scelta di vita contro la scelta di morte di chi ne ha la potestà fisica e giuridica. L’ape regina condanna tutti, uova e fuco soccombono e con essi, la loro ragion d’essere.  
Angelo M. D'Addesio

Massima del giorno
Troppo facilmente si cerca la colpa di chi ha ragione.
G.P.


MOLLICHINE
Prodi: "I romani sono a loro modo simpatici". E i serial killer, a loro modo, interessanti.

Ahmadinejad incontra i leader di Hamas e del Jihad islamico. Per una volta, non si registrano vittime.

Il Tribunale civile di Roma: Alitalia non puo‚ comprare Volare. Volare non è il suo mestiere.

Ostaggi. Fini: "Non abbiamo pagato alcun riscatto". Quasi ci pagavano loro perché ci riprendessimo la Sgrena.

Casini: "Non può esistere uno scontro tra la Cdl e Ciampi". Per lui la Cdl  si deve sempre calare le braghe.

Storace ha proposto di introdurre la visita medica per gli immigrati. E che lascino l'impronta della zampa.

Tagliati i sussidi ai palestinesi. I poverini dovranno togliersi le pallottole di bocca, per nutrire i loro figli.

Hamas: tregua se Israele, nei confini del 1967, libererà i detenuti palestinesi. E il ritorno dei rifugiati? E la Palestina dal Mediterraneo al Giordano? Ma sono guidati da traditori?

Il Venezuela si schiererà con l'Iran nella disputa sul nucleare. Questione di gittata dei missili.

Al Zawahiri: "Sono scampato a un raid americano". E finché Allah non si distrae...


Gianni Pardo