ARCHIVIO FEBBRAIO 2006
LA SINDROME DEL
VINCENTE
L’odio per Berlusconi ha spinto
a formulare contro di lui le accuse più sgradevoli
e tremende: ma non tutti sono degli appassionati dello stile catastrofico.
Alcuni si limitano, con palese godimento, ad ironizzare sulla
sua vanità: è piccolo e vorrebbe sembrare alto;
è vecchio e vorrebbe sembrare giovane; dovrebbe essere un’istituzione
e non resiste alla tentazione d’apparire spiritoso. Fra l’altro,
si può aggiungere, essendo incapace di concepire la tetraggine
o la malafede altrui, si mette nei guai raccontando barzellette
a gente che manca del senso dell’umorismo. Dimentica che, come insegna
Molière, le premesse della tragedia e della commedia sono
le stesse: dunque è facile, volendo, leggere nelle sue storielle
empietà e crudeltà. Come del resto fece quell’esimio
esempio di virtù di Rousseau. Chissà quanti amici gliel’avranno
detto: ma Berlusconi non resiste alla tentazione di ottenere la
risata e l’applauso.
Tutto questo è stranoto.
Più interessante è dunque chiedersene la ragione:
come mai un uomo che veramente “non ha bisogno di chiedere” chiede
sempre simpatia? Come mai sorride costantemente e tende la mano
a tutti, persino ai suoi nemici? Un spiegazione potrebbe essere la
sindrome del vincente. Che sarà qui illustrata con un esempio.
Un quarantenne timido non aveva
mai corteggiato una donna e si era sposato solo perché
una donna ne aveva preso l’iniziativa. Era piccolo e grasso.
Stimato da tutti per le sue qualità, come maschio era in
disarmo. Poi invece s’innamorò d’una donna e lui che non aveva
saputo comportarsi da ragazzo quando lo era, per amore divenne
audace. Non solo corteggiò una signora molto più giovane
e sposata, ma smise di mangiare pur di dimagrire, cercò
di vestirsi meglio, ebbe l’impudenza di scrivere poesie, fece qualche
follia. Divenne un altro uomo ed ebbe successo. Comportandosi da perdente
aveva perduto, comportandosi da vincente aveva vinto.
La caratteristica del vincitore
è infatti la capacità di sperare nella vittoria e
di non dare per scontata la sconfitta. Neppure quella che
sembra inevitabile. Il vincente, se è povero e vuole
arricchirsi, è capace di fondare un’impresa con denaro preso
a prestito, se è brutto non si priva di corteggiare Venere,
che del resto i greci hanno fatto moglie di uno zoppo. Se gli cadono
i capelli non accetta il verdetto dell’età e procede al trapianto.
Se può sembrare più alto con dei tacchi un po’
più spessi, più giovane con una tintura per capelli
o con un po’ di cerone in più, non vede perché non
dovrebbe farlo. “I pessimisti non realizzano gran che, nella vita”:
l’ha detto Berlusconi. Il quale, nei confronti del successo, ha
la sfacciataggine di Don Giovanni. Costui non si privava di corteggiare
nessuno. Se ci avesse provato con la Madre Superiora, e se lei lo
avesse mandato al diavolo, lui poi in un orecchio vi avrebbe confidato
che tuttavia, una volta… E il bello è che avrebbe detto la
verità .
Berlusconi è
un vincente. Lo dimostra il fatto che non riesce a trattenersi
dallo scherzare. Applica la raccomandazione di Nietzsche per
cui il superuomo non deve camminare, deve danzare sulla corda.
E deve saper ridere. Mentre i molti, quando hanno raggiunto una
posizione preminente, mostrano tutta la prudenza di chi teme
di cadere dall’alto soglio, Berlusconi continua a fare il monello,
come se la distanza dagli altri fosse sempre tale da lasciargli
un grande margine. Dimostra un’immensa sicurezza di sé. Alcuni
l’hanno inconsciamente percepito e l’hanno accusato di arroganza
ma egli non è affatto arrogante: non ha bisogno d’arrogarsi
nulla, perché ha già tutto. È semplicemente capace,
come Cassius Clay, di saltellare sul ring con le braccia penzoloni:
perché sa d’avere una riserva di velocità che non concede
all’avversario nessuna possibilità.
Berlusconi può anche perdere
e magari perderà. Ma rimarrà un vincente paradigmatico:
perché non diviene mai calvo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
-1° marzo 2006
«Per
i suoi rapporti con Israele la sinistra vada dallo psicanalista»
Intervista de "Il Giornale" a Fiamma
Nirenstein
Quello della sinistra italiana
con lo Stato d’Israele è sempre stato un rapporto
ambiguo e spesso di aperta ostilità. Con Fiamma Nirenstein,
scrittrice ebrea, editorialista della Stampa, esperta di Medio
Oriente, ripercorriamo questo travagliato rapporto. Oliviero
Diliberto, segretario del Pdci, afferma di sostenere l’idea deiduepopoli
indue Stati. Eppure nella loro manifestazione è stata
bruciata la bandiera d’Israele e lo scontro con la comunità
ebraica è al calor bianco. Lei che ne pensa? «Occorrerebbe
da parte della sinistra una presa di coscienza maggiore della propria
storia e hanno anche bisogno di uno psicanalista». Lo
psicanalista? Perché? «Perché se a livello
consciopuò darsi che Diliberto non desideri affatto la distruzione
di Israele, nella storia della sinistra italiana, anche in
quella più recente, ci sono fatti che dimostrano che è
proprio la legittimità dello Stato di Israele ad essere messa
in discussione. È difficile negarloquandosi pensa cheunrapporto
con Hassan Nasrallah non risulta lesivo del concetto stesso
di esistenza di Israele. Nasrallah, nelle piazze libanesi, evoca
e desidera e costruisce concretamente, insieme all’Iran, l’idea
della distruzione di Israele. Per dimostrare di non prendere
parte a quello che è diventato un chiaro e presente pericolo
per Israele, bisogna sconfessare l’amicizia con gli Hezbollah
e Hamas. Diliberto nel 2004 fece visita agli Hezbollah e oggi
deve dire di essere contro quelle organizzazioni addestrate e armate
che si battono in maniera primaria e decisiva per la distruzione di
Israele ». Nei Ds però - è il caso di D’Alema - c’è
una linea morbida. «Quando D’Alema sostiene che Hamasnon è
una pura e semplice organizzazione terroristica vuol dire che non ha
mai visto un autobus saltato per aria con dei bambini morti, fatti a
pezzi. Su Israele meglio, molto meglio, le cose dette da Piero Fassino
e Francesco Rutelli». La sinistra però sostiene di nonessere
affatto anti-israeliana. «È una professione di innocenza
non rispettosa della storia. Se andiamo al 1967, dopo la guerra dei
Sei giorni, il Pci prese una linea fortemente anti-Israele, sulla scia
dell’Urss. Sull’Unità dell’epoca possiamo leggere una serie di
prese di posizione che non sono una critica alla politica di Israele,
ma ben altro. Ricordo un articolo che diceva di sostituire lo Stato
ebraico con quello palestinese, ricordo il licenziamento di Fausto
Coen da Paese Sera, ricordo Piero Della Seta sostenere la tesi dello Stato
bi-nazionale...». ... e se fosse stata solo una conseguenza di
una politica sinceramente terzomondista? «Esistevanoduesinistre.Daunaparte,
i comunisti legati all’Unione Sovietica che vedevano Israele
come la longamanusdell’imperialismomondiale e dell’America
in Medio Oriente. Dall’altra, quella legata al Pdup e al Manifesto,
che vedeva Israele comela creazione di un’ideologia, il sionismo,
che non si confà agli ebrei». Cioè? «Per
loro la creazione dello Stato di Israele è un errore della
storia, pensano che l’ebraismo ha in sé per sé un carattere
diasporico». Aproposito del Manifesto: Rossana Rossanda ha condannato
chi brucia la bandiera di Israele. «Questo mi convince che c’è
affezione segreta di una parte della sinistra verso Israele. Per loro
è il Paese in cui l’ideale socialista si realizza nel kibbutz,
è l’Israele che fa rifiorire il deserto. È qualcosa che
suscita in persone che hanno coscienza, come la Rossanda, un sentimento
di sacro rispetto». Una sinistra diversa da quella di Berlinguer?
«La sinistra ha fatto della questione israeliana una questione
primaria.Con Berlinguer ci fondarono la loro politica terzomondista
e molta parte del cattocomunismo che guardava acriticamente ai palestinesi
e chiudeva gli occhi sul terrorismo». AncheBettino Craxi era
terzomondista e filoarabo. «Certo,
ancheCraxi.Checercava giustamente di fondare una politica estera
diversa da quella comunista, ma dovendo mantenere un rapporto
con la sinistra, scelse di sacrificare Israele e gli ebrei. Sigonella,
l’amicizia con Arafat, furono un tributo che pagò alla sinistra».
Anche il mondo degli intellettuali italiani però è
sempre stato filoarabo. Eccezioni? «Ricordo Pasolini che nel
’67, dopo la guerra, diceva: “Leggendo l’Unità hoprovato lo
stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale
borghese, per essere amici del popolo arabo bisogna aiutarlo a capire
la follia politica di Nasser”». Ieri c’era Pasolini, oggi
parlano in piazza migliaia di no global. «Queste alleanze
che si sono fatte nelle piazze sono preoccupanti se diventano
strategiche. C’è il rischio di riportare la sinistra su posizioni
arretrate»
Intervista di Mario Sechi -
Il Giornale, 28 febbraio 2006
Sanremo 2006:
in testa il mezzo capezzolo di Ilary
Ha avuto inizio l'edizione
n° 56 del Festival di Sanremo. Subito in testa il mezzo
capezzolo di Ilary, per il resto nulla di nulla. S'inizia
con Panariello al buio in occhio di bue a dire fregnacce,
si prosegue con Panariello alle prese con le solite insipide
scenette dell'ospite (John Travolta) che non viene riconosciuto;
la bella Ilary Blasi s'incarta sul possibile arrivo del
marito Francesco Totti e sfoggia i vestiti disegnati per lei da
Valentino, mentre Victoria Cabello pateticamente entra in scena
su una scala da aeroporto spinta a mano da due facchini
... le canzoni - si, a San Remo ci sono anche le canzoni - nessuno
se le fila ne tantomeno se le ricorda (per la cronaca, dopo la
prima serata per gli uomini in testa Michele Zarrillo, per le donne
Dolcenera, per i gruppi I Nomadi).
Se non fosse per quel capezzolo
galeotto, meglio una tombola con i nonni... .
DEBORAH FAIT
Non è la prima
volta che ho la tentazione di parlare di Deborah Fait.
Se lo faccio ancora è perché questa donna, oltre
ad essere reale, è, per così dire, paradigmatica.
Spinge cioè a chiedersi se, in quanto personaggio,
sia condivisibile o no e perché.
Per chi non la conoscesse,
basterà dire che è un’israeliana di origine
italiana (se non sbaglio). È una donna che si è
data la missione di rispondere, nel confuso e non raramente
volgare bailamme di voci di internet, a tutti gli antisemiti,
che siano o no travestiti da anti-israeliani. Fin qui mancherebbe
la notizia, se non fosse per le armi che lei usa: infatti
a scelto di usare quelle dei suoi contraddittori. Loro sono volgari?
Lei risponde con la stessa volgarità. Lo sono aggressivi?
E lei li batte in aggressività. Quelli insinuano qualcosa?
Lei risponde chiaramente e mordendo. Ovviamente, in questo modo
è come se agitasse un drappo rosso dinanzi al toro ed è
oggetto di attacchi forsennati. Gli altri si lambiccano il cervello
per trovare insulti sanguinosi e, se possibile, nuovi ma con scarso
successo, dal momento che è probabile loro si stanchino
prima di lei. Perché loro sono antisemiti all’occasione,
Deborah conduce una battaglia e, come ogni buon soldato, non diserta
e non parla di stanchezza.
Lo spettatore neutrale
– neutrale almeno quanto allo stile – è dunque
indotto a fare alcune riflessioni. La prima riguarda la validità
degli argomenti usati. Poiché l’antisemitismo è fatto
fondamentalmente di pregiudizi, Deborah si presenta
allo scontro meglio armata degli altri. Le basta nel merito
citare la storia, i dati, i fatti. E anche se i suoi interlocutori,
spesso perché non sanno che dire, si mostrano scettici
od ironici, rimane che chi può citare avvenimenti, date,
nomi, statistiche, finisce con l’essere più convincente.
Per quanto riguarda
lo stile, personalmente non lo condivido e non sono
sicuro che sia il più efficace ma questo è secondario
rispetto ad una domanda che moltissimi sembrano porsi: è
suo diritto usarlo?
Una prima risposta
nasce dal passato. Gli ebrei, fino al 1948, sono stati
minoranza in tutti i paesi in cui sono vissuti. E in tutti,
essendo una minoranza a volte odiata ma costantemente guardata
con sospetto, hanno imparato a tenere un basso profilo, essere
umili e non dare nell’occhio. Questo non ha impedito i pogrom,
in Russia, ed è stato uno dei motivi per cui Hitler
disprezzava gli ebrei. Li considerava vili, incapaci di reagire
e di battersi. Untermenschen. A questa mentalità gli
ebrei storicamente reagirono prima con la battaglia del Ghetto
di Varsavia, poi con le guerre israeliane dal 1948. Dimostrando
così di essere non semplicemente combattenti, ma combattenti
straordinari, quasi mitici. Al punto che gli ignoranti reputano
naturale considerare guerrafondaio e militarista un popolo che,
per millenni, le legnate le ha solo subite e mai date. Con questo
background, non è strano che un ebreo possa aver voglia
di rispondere alla durezza con la durezza e all’insulto con l’insulto.
Per troppi anni non l’ha fatto e ne ha ricavato solo disprezzo.
In Italia molto si spiega con una
sorta di evoluzione dell’opinione pubblica. Al momento della
nascita di Israele, l’Unione Sovietica fu favorevole
al nuovo Stato e nessuno in Italia era anti-israeliano. Poi,
per motivi di politica internazionale (e di legittimo interesse,
ovviamente), l’Unione Sovietica cambiò atteggiamento
e divenne incondizionatamente pro-araba. Per conseguenza i comunisti,
come sempre ossequienti alle posizioni della Casa Madre,
la seguirono come un sol uomo. Né hanno cambiato opinione
dopo che l’implosione dell’Unione Sovietica stessa, perché
che nessuno gli ha ordinato di cambiarla.
Questo fatto ha la
sua importanza. Una delle caratteristiche delle persone
di sinistra è quella d’essere talmente sicuri delle
proprie opinioni - e della propria superiorità morale
- da potersi permettere di giudicare gli altri. All’occasione
con severità ma ancor più spesso con disprezzo.
E poiché, ovviamente, sono convinti che gli altri hanno
torto e non sono neppure persone per bene, sono indignati quando
qualcuno gli risponde per le rime. Gli scontri con Deborah divengono
sanguinosi perché è come se un arcivescovo dicesse
ad un cattolico “Sei un peccatore e dovresti fare penitenza”
e il cattolico gli rispondesse: “Pensa ai tuoi peccati, che io
ben conosco e che sono ben peggiori dei miei”. Nello schema
mentale dell’arcivescovo c’è che quello che lui può
permettersi gli altri non se lo possono permettere.
In questo schema,
Deborah è il cattolico insolente che risponde
a muso duro all’arcivescovo, contestandone la finta autorità.
Per questo sorprende, irrita, indigna. Fa andare fuori
dai gangheri soprattutto coloro che il loro antisemitismo
più o meno nascosto l’hanno vissuto in serenità,
senza che nessuno li contestasse. Senza che nessuno gli mostrasse
le loro contraddizioni. Senza che nessuno sottolineasse la
profonda ingiustizia di molti dei loro atteggiamenti. A
questo punto si arriva alla rottura e si potrebbe pensare che
Deborah Fait non abbia concluso nulla. Ma una cosa avrà sicuramente
ottenuto: Ha detto in faccia all’arcivescovo che non ogni uomo
che incontra è una pecorella del suo gregge. E che probabilmente
si fa molte illusioni sulla superiorità della propria virtù.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
Massima del giorno
L'eroismo non vale più
della causa per cui agisce.
G.P.
MOLLICHINE
"La serietà al governo".
Prodi la raccomanda perché a molti scappa da ridere.
La Lega araba ha esortato l'Ue
a finanziare Hamas. Lenin almeno parlava di pagarla, la
corda che gli avrebbe venduto l'Europa.
Musulmani contro cristiani, sciiti contro sunniti. E dire
che basterebbe conoscere un po' di latino: cuius
regio eius religio.
L'Iran finanzierà il
governo palestinese guidato da Hamas. È giusto
che chi vuole il terrorismo se lo paghi di tasca sua.
La Fallaci prepara una vignetta
su Maometto. Ci sarà da ridere, come disse quello
che non aveva capito niente.
Tehran, dodici milioni di abitanti,
Israele circa sei. Meglio non parlare d'annientamento.
Prodi rifiuta d'incontrare Berlusconi,
ma l'incontra se insieme con Fini e Casini. Un quintale
è pesante, tre invece...
Pera: "L'occidente difenda i
suoi valori, ma no alla guerra di civiltà". E chi
parla di guerra? Qui siamo al terrorismo.
Bush: "In Iraq qualcuno vuole
la guerra civile". Che intuito!
Una madre inesperta ha ustionato
il figlioletto. L'on.Dorina Bianchi (Dl) ne ha dato la
colpa a Berlusconi, che per giunta "fa finta di non vedere".
Eh sì.
La Fallaci, fotografata con
cappellaccio e occhialacci, vive nascosta a New York
e non riceve nessuno. Che sia Greta Garbo, in realtà?
"La serietà al governo".
Wladimir Luxuria for President.
Gianni Pardo
LA MOSCHEA DI SAMARRA
La maggior parte dei paesi islamici
ha regimi autocratici. Questo fa sì che in tanto si
può avere una manifestazione di piazza in quanto il
governo sia d'accordo, la ordini o almeno la tolleri benevolmente.
Infatti non si ebbero mai proteste sotto Saddam Hussein, che
pure sedeva su una polveriera religiosa e su una massa di sciiti
oppressi dalla minoranza sunnita. Quando il governo è democratico
moti di piazza per stupidaggini (come quelle per vignette vecchie
di mesi e che nessuno aveva notato) non se ne hanno. O se ne
hanno raramente e non in tanti paesi contemporaneamente.
Nei paesi che sono o solo sunniti
o solo sciiti una manifestazione religiosa è facilmente
volta contro gli "infedeli" (gli europei e gli americani).
I recenti scontri in Iraq - paese sciita e sunnita nello
stesso tempo - non si sono avuti perché il governo desiderasse
disordini - ché ne avrebbe fatto volentieri a meno - ma al
contrario perché dei terroristi hanno fatto leva sull‚odio
religioso per tentare d'innescare una guerra civile da cui (nelle
loro speranze) sarebbe nata una teocrazia sulla base della loro
setta, come avvenne in Afghanistan e come ha sempre predicato bin
Laden. Gli sciiti, a ciò spronati anche dalle loro prudenti autorità
religiose, avevano fino ad oggi stoicamente sopportato anni di attentati
da parte dei sunniti e dei wahabiti, magari collegati con al Qaeda:
ma la distruzione della moschea dalla cupola d'oro è andata
troppo oltre e s'è rischiato parecchio. I moti irakeni non sono
né anti-americani né anti-europei. E non sono neppure anti-infedeli.
Sono un accenno di guerra di religione.
Le conclusioni sono interessanti.
I moti di piazza non sono stati
spontanei. Certo, la folla non sarebbe così volentieri
scesa in strada se non ne avesse già avuto voglia: ma
questo può anche significare che le autorità abbiano
desiderato canalizzare il malcontento della popolazione indirizzandolo
contro obiettivi esterni e lontani. E non si sono avuti moti
in Iraq perché esso è una democrazia.
Noi "infedeli" dovremmo guardare
a tutto questo fuoco di paglia con estremo distacco.
Non è vero che siamo colpevoli di quelle violenze. Non
è vero che ne siamo stati la causa scatenante. Non è
vero che chi attacca la Moschea di Samarra lo fa in nome dell'indipendenza
dell'Iraq, che ha già un governo liberamente eletto e
da cui gli americani non vedono l'ora di andarsene.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 25 febbraio 2006
Manifesto-appello
del presidente del Senato
''L'Occidente è vita.
L'Occidente è civiltà. L'Occidente è
libertà''. Sono le espressioni che sintetizzano e
concludono il manifesto
'Per l'Occidente forza di civilità'', presentato
nei giorni scorsi dal presidente del Senato Marcello Pera.
Un appello che ha già
riscosso il consenso di numerosi esponenti politici
del centrodestra, di uomini di cultura, di esponenti della
società civile. Anche il presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi, annuncia Pera, ''lo ha condiviso e ha detto di
sottoscriverlo''.
''Un documento impegnativo
-sottolinea il presidente del Senato- che raccoglie
il lavoro di molti anni, che dovrebbe essere l'elemento
di cultura politica che serve in particolare al centrodestra.
Non si tratta di imporre alcunché ad alcuno, ma di
richiamare principi fondamentali senza i quali perdiamo identità
e la nostra crisi si aggraverebbe''. Per aderire all'appello clicca qui.
Tutto su Guantánamo
Pubblichiamo, ringraziando Il
Foglio, un articolo del quotidiano britannico Daily Telegraph,
in cui l’autore, Con Coughlin, racconta quel che ha visto
nella base americana di Guantanamo.
Sono le anime perdute della
guerra contro il terrorismo. Quattro anni dopo essere
stati catturati sui campi di battaglia dell’Afghanistan,
le varie centinaia di combattenti talebani e di al Qaida detenuti
a Guantanamo si trovano intrappolati in una “legal no-mans’s
land”, in una terra di nessuno dal punto di vista legale. Nel
corso di una rarissima visita che io stesso ho potuto effettuare
questa settimana a Camp Delta (la rete di edifici supersorvegliati
nei quali i prigionieri sono alloggiati), ho visto detenuti di età
e retroterra culturali molti diversi che stanno ancora cercando di adattarsi
in qualche modo al loro incoerente mondo su un’isola caraibica.
(...)
© Daily Telegraph
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LE PERLINE DEL PROGRAMMONE
Come ha già notato
Gianni Pardo, una delle “perle” del mega-programmone
elettorale di 281 pagine dell’Unione prodiana è
“il ripristino della tassa di successione per i grandi patrimoni”.
Uno dei primissimi atti
del governo Berlusconi fu quello di eliminare del
tutto le imposte su successioni e donazioni che un anno prima
il Governo Amato aveva circoscritto ai soli “grandi patrimoni”.
Fu un intervento con
connotati comprensibilmente propagandistici (del resto
anche la riforma di Amato era stata fatta a ridosso delle
elezioni), ma nondimeno intriso di buon senso e sano pragmatismo
dato che da molti anni quella tassa era ormai divenuta per
le casse pubbliche un costo e non un guadagno, essendo le spese
sostenute per tentare disperatamente di tamponarne l’evasione
superiori al gettito recuperato con quel poco di quella tassa
che si riusciva effettivamente a riscuotere! Del resto, ciò
era tutto sommato coerente con la natura di quella tassa: non una
natura economico-finanziaria bensì etico-ideologica. L’unica
utilità pratica di quella tassa era quella di combattere
il latifondo, in un’epoca storica remota in cui l’Italia era un Paese
agricolo-pastorale ed i grandi patrimoni erano più che
altro fondiari.
Franco Debenedetti,
in un eccellente intervento
sul Riformista nel maggio dell’anno scorso
spiegò perché sarebbe stato assai saggio che nel
programma dell’Unione non si proponesse alcuna reintroduzione
dell’imposta: “Il suo effetto redistributivo è minimo,
anzi proprio Joseph Stiglitz, presidente dei consiglieri economici
di Bill Clinton, sostenne che le eredità hanno
l'effetto di aumentare l'uguaglianza, soprattutto nel caso
di proprietari di piccole aziende. L'unico effetto redistributivo
certo é quello a favore di professionisti e gestori
di patrimoni”.
E ancora: “l'imposta
di successione è un’imposta ideologica: il suo
gettito, prima della riduzione operata dal centrosinistra,
era inferiore a 300 milioni di euro l'anno. Dimostrare che non
si governerà indulgendo a ideologie populiste, è il
vero «gettito» che la questione dell'imposta di successione
può dare”.
Parole sante, pronunciate
da uno dei migliori intellettuali di sinistra del
nostro Paese… che non a caso NON sarà ricandidato dall’Unione
prodiana.
(ale tap, 24.02.05)
L’ANTICOMUNISTA
VISCERALE
L’intelligenza è spesso
misurata con test logico-matematici: purtroppo, i problemi
che pone la vita non sono logico-matematici. Il risultato
è che a volte di fronte ad un problema semplice, addirittura
elementare, il soggetto non riesce a vedere la soluzione. O,
più esattamente, è come se chiudesse gli occhi per non
vederla. La sua intelligenza è capace di mostrare la
via da seguire ma il resto della personalità, in particolare
l’affettività, non intende seguire quella via: e dunque
non la vede. La persona innamorata ad esempio ha dell’oggetto del
suo amore una visione che nessun altro condivide e tuttavia rimane
del proprio parere. Le critiche altrui sono semplicemente malevole.
O invidiose. E l’opinione dell’innamorato non rimane scalfita neanche
dal fatto che persone evidentemente disinteressate manifestino le
peggiori perplessità.
Questo accade anche in politica.
Qui le convinzioni maturate costituiscono un ostacolo
insormontabile e ognuno vede qualunque fatto nuovo non com’è
ma come immagina debba essere. Ogni cosa deve rientrare nel quadro
precostituito. L’uomo di destra, essendo convinto che i politici
di sinistra siano in malafede o, per bene che vada, poco intelligenti,
vede tutto ciò che fanno o dicono come negativo. Se apprende
una loro intenzione che sembra plausibile, come primo istinto
ha quello di chiedersi dove sta il trucco e che cosa gli è
sfuggito. Se poi è anche stupido, sarà facilmente disposto
a credere al primo movente deteriore che riuscirà ad ipotizzare:
perché il marcio non può non esserci. Se infine non
potrà negare che “i comunisti” per una volta intendano fare
qualcosa di buono, rimarrà convinto che o non lo faranno o lo
faranno a costi esorbitanti. Tanto da far rimpiangere la loro inattività.
Lo stesso avviene a chi ha convinzioni
di sinistra. Per ogni nuova legge ci si chiede cui prodest
e se si riesce a stabilire un qualunque collegamento con
Berlusconi, per quanto fantasioso, si dice che è una
legge ad personam e nociva per i cittadini. Il procedimento
è del resto facile: dal momento che le leggi si applicano a
tutti, se il Parlamento vara una legge che favorisce i fabbricanti
di scarpe l’uomo di sinistra non si chiede se sia una legge buona
o cattiva, si chiede se Berlusconi fabbrichi scarpe o abbia fra i
suoi parenti un fabbricante di scarpe. È come per gli americani.
Se si interessano di un paese in cui c’è il petrolio non ci
sono altre indagini da fare: agiscono per il petrolio. Poco importa
che, nel caso dell’Iraq, spendano infinitamente di più
di quanto starebbero ricavando (e da che cosa?); poco importa che
il petrolio irakeno, se lo comprano, lo comprano al prezzo degli altri:
c’è il petrolio e questo spiega tutto. Ragionamenti
che hanno la sottigliezza di un cavo d’ormeggio.
Un caso particolare e interessante
è rappresentato dagli anticomunisti viscerali anziani.
Per una volta, qui non è vero che in medio stat virtus
. Chiunque abbia seguito a lungo la politica ha avuto modo
di vedere che nel mondo comunista tutto è sempre stato
subordinato al partito. Proprio tutto: anche la prosperità,
anche la verità, anche la vita umana. Ha visto i
comunisti applaudire la repressione della rivoluzione ungherese
e l’invasione della Cecoslovacchia. Li ha visti cantare le lodi
di quel Mao che ha fatto morire di fame milioni di cinesi.
Li ha visti sostenere i tiranni che hanno oppresso tanti popoli
per tanti decenni. Li ha visti negare l’evidenza, sostenendo che
il Muro di Berlino era fatto per tenere fuori gli occidentali e non
per tenere dentro gli orientali. Il Moloch dell’ideologia comunista
ha deviato le menti fino ad indurre a crimini più incomprensibili
di quelli di Hitler. Questi era disposto ad uccidere il resto
della popolazione mondiale per far trionfare il Herrenvolk ma Pol
Pot ha voluto uccidere metà del suo stesso popolo in nome
di un’ideologia! E lo ha fatto.
Dopo mezzo secolo di conferme
ininterrotte i liberali anziani hanno sviluppato una
diffidenza totale. Hanno avuto ragione troppe volte, in troppe
occasioni, in troppi contesti per non essere convinti della
fondamentale doppiezza morale - o dell’incapacità di vedere
la realtà - dei comunisti e dei loro simpatizzanti.
L’anticomunista viscerale
è afflitto da un roccioso pregiudizio ma il rischio
è che un pregiudizio confermato dai fatti per settant’anni
ed oltre si chiami esperienza.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 24 gennaio 2006
Do You Remember
Mauro Mellini?
"Sono andato all’Ergife
all’assemblea dei Riformatori Liberali, i Radicali
che hanno rifiutato la brutta pantomima del matrimonio con
quel certo Boselli di quel certo Sdi, con relativo conferimento
in date dalla gloriosa ed, ahimè, da oltre un decennio
dismessa “Rosa nel pugno”. Lontano dalla cosiddetta politica
attiva e da competizioni elettorali dal 1992 e dedito,
oramai ad un impegno politico diverso e monotematico (ma centrale),
quello sulla giustizia, ho inteso e intendo dare una mano,
anche con una candidatura, a quanti, rimasti fino a ieri con
Pannella, hanno aperto gli occhi di fronte alla sciagurata ed oramai
definitiva liquidazione del patrimonio radicale consumata con
l’ingresso nell’Unione di Prodi. Forse ha avuto per me un effetto
determinante vedere quel tale Boselli agitare con un sorriso radioso
la rosa nel pugno, quella rifiutata a Craxi (Bettino), che era
Craxi. Mi venne fuori una battutaccia, in verità molto volgare
ed irripetibile. Ma il pensiero era ed è quello. Lasciai il
Partito Radicale qualche tempo dopo il congresso di Bologna, che ne
sancì lo scioglimento e la fuga nella metapolitica. Anzi, a dire
il vero, ne fui espulso nel senso di essere messo in condizione di non
poter più avere dialogo vero con i miei compagni. Non seppi mai
i particolari del discorso di scomunica che Pannella pronunziò
nei miei confronti a Trieste, nel corso di un consiglio nazionale in partenza
per la Slovenia (il partito, oltre che transpartito, era divenuto transnazionale!),
perché lo pronunziò in francese (noblesse e transnazionalità,
oblige, anzi, obbligava), lingua che non parlo, mentre mi sembrava
di non poter condividere il gusto del ridicolo mettendomi la cuffia
della registrazione simultanea per sentire quel che Marco poteva
avere da dirmi.
In realtà, il partito era
stato bistrattato e messo in condizione di non operatività
da molto tempo. Il successo del 1979 fu stravolto e vanificato
portando alla Camera sì Leonardo Sciascia, ma ahimé,
Pio Baldelli, Mimmo Pinto, Marco Boato, la Macciocchi.
Alle successive elezioni era stato portato a rappresentare
i radicali Toni Negri e poi ancora, nel 1987, anziché Tortora,
eletto con ampio margine in tre circoscrizioni avanti a Pannella
alle precedenti europee, nientemeno che il generale Viviani,
Azzolino, etc. Poi il voto perpetuo di castità elettorale
dei radicali “in quanto tali”, la dispersione del gruppo parlamentare.
Risultato: quando nel 1992 si profilò la crisi del consociativismo
ed iniziò il golpe di “mani pulite”, i radicali non c’erano
in Parlamento a difendere la funzione e la dignità contro
la sua stessa sindrome autodistruttiva (abolizione dell’immunità
parlamentare, etc..). C’era un gruppo di “antiproibizionisti” che
con l’antiproibizionismo, benché cosa seria, si baloccava Pannella,
come si baloccò e fece baloccare tanti deputati che gli diedero
retta con le famose autoconvocazioni alle sette del mattino e relativi
aggiornamenti per…mancanza del numero legale. Credo che quello squagliamento
radicale di fronte al golpe abbia avuto effetti assai gravi ed
irreversibili sugli eventi di allora e, di conseguenza, sulla situazione
politica di oggi e abbia rappresentato un autentico sbandamento
in campo aperto ed una “diserzione di fronte al nemico”. Ma l’entrata
nell’Unione di Prodi è qualcosa di assai peggio: è il
“passaggio al nemico”.
Il cosiddetto centrosinistra
è, infatti, la naturale alleanza (con soci
palesi ed occulti, ma non troppo) tra gli autori del golpe
in prima persona (che, del resto, sono quelli che hanno suonato
la tromba della riscossa dopo la sconfitta del 2001), i loro
mandanti, i beneficiari del golpe, gli autori delle dilapidazioni
e delle depredazioni del patrimonio pubblico, rappresentato
dalle partecipazioni statali “privatizzate”, dei collitorti del
monopolio culturale-mediatico cattocomunista. In una parola,
l’Unione è la miscela di tutto ciò contro cui si sono
battuti i radicali in quella che è stata, finché c’è
stata, una loro coerente e dura battaglia antiregime. Certamente
nei due schieramenti vi sono eccezioni, equivoci, incongruenze in
ordine a questo dato centrale: quello di una parte che rappresenta
e sostiene il golpismo, gli interessi ed i poteri “forti”, le
prevaricazioni istituzionali (non solo della magistratura) e
l’altra, quella che, bene o male, al golpismo si è opposta,
delle prevaricazioni istituzionali è stata obiettivo e vittima,
che si è messa di traverso al golpe, che contrasta gli interessi
dominanti, i padroni della stampa, i terminali politici di tutti i
corporativismi residui e di nuovo conio. Ma l’alternativa è questa,
questi sono gli schieramenti. Non vi è rimedio alla diserzione
del 1992 (e seguenti), ma c’è rimedio al passaggio al nemico,
consumato con la rottura di quel balordo voto di castità elettorale
per andare in soccorso di quel Boselli ed il suo Sdi (i socialisti
che non furono degnati di un’incriminazione dai golpisti) ed a portare
acqua al mulino di Prodi e compagni, che macina quel che macina. Della
Vedova, Taradash, Calderisi, Palma meritano tutto il nostro appoggio
e lo avranno, per quel che potrà valere. Il loro successo sarà
prezioso per il Paese e per la libertà."
Mauro Mellini
Massima del giorno
Bisogna torcere il
collo al passato perché abbiamo una sola vita,
finché dura: e si chiama presente.
G.P.
MOLLICHINE
Il Vaticano ha parlato
di esigere reciprocità con i musulmani. Insomma
meritiamo lezioni di uso degli "attributi" da chi ha fatto
voto di non usarli.
Luciano Violante: le
idee politiche dell'ayatollah Khatami sono "molto
simili all'idea italiana di democrazia". Italiana o sua
personale?
Il programma dell'Unione
necessita di 3 legislature per essere realizzato:
le prime due serviranno a leggerlo (Un "forumista", R.T.M,
su "Capperi.net").
Marco Rizzo ha partecipato
alla sfilata pro-Palestina ma non ha sentito i cori
10,100,1000 Nassiryah. Non c'è peggior sordo...
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
L'erbivoro
Il leone mangia la
gazzella senza scrupoli: è un carnivoro e solo
così può sopravvivere. L'essere umano invece può
scegliere. Diversamente dal leone è onnivoro e se vuole
può permettersi d'essere vegetariano. Questo fenomeno,
col progresso e la pace, si è amplificato fino alla
patologia. L'Occidente è divenuto infantile, imbelle,
pauroso e anzi prono ai dettati della madre superiora.
È imbelle perché,
dopo sessant'anni di pace, si culla nell'illusione
che la guerra non potrebbe mai riguardarlo. La considera
una barbarie di tempi lontani, facile da esorcizzare demonizzando
le armi e privandosi di una difesa efficace. Non è raro
udire politici che considerano uno spreco qualunque somma
spesa in armamenti.
Stranamente, mentre
non ha paura della guerra, l'uomo dei paesi prosperi
ha paura di tutto il resto. Ha paura della scienza, del
progresso, delle grandi opere civili, dei cibi prodotti dall'industria,
del buco nell'ozono, dello scioglimento dei ghiacci polari,
della mucca pazza e dell‚influenza aviaria. Ha paura di
tutto e non impara a difendersi da nulla: se non con la fuga,
come un erbivoro. Infatti non solo tende a rifiutare la legittima
difesa, e l'impegno civile e virile che essa richiede, ma reagisce
alle minacce e alle violenze offrendo doni e chiedendo scusa anche
per ciò che non ha fatto. Emblematico il comportamento nei
confronti dei moti di piazza islamici quando non dei terroristi.
In Occidente l'uomo
ha dimenticato la propria responsabilità d'adulto.
Vuole avere il diritto di vivere spensieratamente come un adolescente,
tanto alla sua vecchiaia deve pensare lo Stato. Uno Stato
che deve anche curarlo gratis se sta male, gli deve dare un
sussidio se perde il lavoro, deve dargli una casa e proteggerlo
anche se lui non fa nulla per difendersi. Molti addirittura
proclamano il proprio orrore all'idea di rispondere alla violenza
con la violenza.
Una volta si parlava
di Stato Provvidenza, oggi si chiede lo Stato Mamma.
Un'entità che non solo si occupa dei nostri bisogni
di base ma ci obbliga a indossare la cintura di sicurezza
in auto e il casco in motocicletta. Manca solo che ci raccomandi
la maglia di lana in inverno e ci canti la ninna nanna la sera.
Le masse di straccioni
del Terzo Mondo che gridano ed agitano il pugno
ci fanno paura perché non sapremmo come affrontarle.
Le vediamo come i bambini vedono gli adulti.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it - 22 febbraio 2006
VOGLIA
DI ATTENTATO
Ieri sera, sul
tardi, saltando in tv con il telecomando da Matrix
a Porta a Porta, mano a mano che le immagini
e le parole raggiungevano i titoli di coda ho percepito
una strana senzazione di disagio massmediologico dovuta
al futuribile attentato islamico da imputare alla maglietta
di Calderoli che i vari interlocutori di sinistra (da Pecoraro
Scanio e Franceschini) sembravano richiamare e strategicamente
annunciare.
Abyssus
abyssum invocat... vuoi vedere che...
cp, 21
febbraio 2006
Bella Ciao
per i terroristi palestinesi
Settimana di fuoco in
Italia. Settimane di fuoco, quello vero quello che ammazza,
brucia, distrugge, in tutto il mondo islamico. Morti a Bengasi,
morti in Nigeria, morti in Pakistan, cristiani e non musulmani
ammazzati senza pieta' con ogni scusa, anche la piu' cretina
perche' loro, gli assatanati, non hanno bisogno di motivi seri
per ammazzare, e' il loro passatempo preferito.
Uno si chiede legittimamente
: ma non lavorano mai questi qua, ma i giovani non
vanno mai a scuola? Evidentemente no e lo si nota dal loro
livello socioculturale. Nell'ANP, per poter mandare i bambini a
manifestare contro le famose vignette che nessuno di loro avra'
visto, hanno chiuso le scuole di ogni ordine e grado e li hanno
mandati a urlare "morte all'occidente, morte a Israele, morte
all'Italia, morte alla Danimarca, morte all'Europa". Morte a tutti
insomma, chissa' se l'Unione Europea si e' sentita in imbarazzo nel
vedere le sue sedi distrutte e saccheggiate a Gaza , a Ramallah,
a Jenin, dopo aver mantenuto per anni questi parassiti urlanti.
Nessuno ha detto una parola, hanno
paura anche di parlare gli europei.
Mi dicono che la gente
normale in Italia e' incazzata nera contro questi assatanati
ma navigando su internet si leggono quasi sempre giustificazioni
e le condanne sono tutte per l'Occidente: colpevoli
i giornalisti danesi, colpevole , da condannare praticamente
all'egastolo il ministro, anzi l'ex ministro, Calderoli per
essersi sbottonato due bottoni della camicia sotto cui
si intravvedeva qualcosa.
Quel gesto inconsulto
e' stato la fine anzi l'inizio di un nuovo incubo
nell'incubo gia' in atto , il casino totale, tutti a chiedere
scusa agli assatanati, Berlusconi che si mette in ginocchio
davanti a un terrorista assassino come Gheddafi, prelati
che si strappano le vesti, la sinistra che gongola e approfitta
per fare campagna elettorale gettando fango sul governo,
la comunita' ebraica che esprime solidarieta' all'islam sempre
a causa dei due bottoni slacciati dal ministro e a questo
punto mi piacerebbe sapere se la comunita' islamica ha espresso
solidarieta' agli ebrei per il ragazzo ebreo torturato
a Parigi per settimane e poi ucciso bruciandolo vivo.
Ditemi, lo hanno fatto?
Forse che la comunita' islamica di tutta Europa ha
mai solidarizzato con gli ebrei per tutti i loro morti, per
gli slogan antisemiti, per le migliaia di vignette antisemite,
per le aggressioni a cittadini innocenti?
Lo chiedo perche' mi
sembra addirittura impossibile che la dhimmitudine
degli italiani, ebrei e non, arrivi a questi livelli di autoumiliazione,
di rispetto di se' : zero, di orgoglio: zero, di dignita':
zero.
Mentre, a causa della
indubbia cretinata di Calderoli, gli italiani si
strappano le vesti e non sanno piu' a chi genuflettersi e
Fini corre in moschea, ecco che a Roma viene organizzata una
bella e grande manifestazione pro Hamas, ecco che
in testa al corteo si vedono gli amici dei terroristi, Diliberto,
Rizzo e altri kam...kompagni, tutti a cantare a voce spiegata
Bella Ciao.
O caspiterina e cosa
c'entra il Bella Ciao con i palestinesi?? Ahhhh giusto
...si son svegliati e han trovato l'invasor.....beh, ognuno
ha il suo punto di vista a seconda di come gliela raccontano
pero' non mi vengano a cantare anche l'ultima strofa i signori
comunisti italiani, i signori kamerati..ooops pardon...
kompagni...non mi vengano a cantare " mi seppellirai lassu'
in montagna, sotto l'ombra di un bel fior" perche' i palestinesi
le uniche montagne che hanno sono quelle delle immondizie
e del fior nemmeno il miraggio, li hanno bruciati tutti i fiori,
signori kam..kompagni.
Comunque gli slogan urlati da questa
gentaglia erano della piu' grande sconcezza, indecenti
come al solito, come solo la loro anima nera sa esprimersi
"«Dieci/cento/mille Nassiriya». «Sabra
e Shatila/ strage falangista/ è Ariel Sharon/ il vero
terrorista». Oppure: «I popoli in rivolta/ scrivono
la storia/ Intifada/ fino alla vittoria».
Mentre i piu'
urlavano queste porcherie, altri avanzi di galera si
dedicavano all'incendio di bandiere, quelle solite , l'americana
e l'israeliana. Ma dove le trovano tutte queste bandiere
da bruciare? Se le fanno preparare a casa dalle mamme e dalle
fidanzate?
Calderoli dunque
si e' dimesso, mossa sbagliata che comporta l'istantanea
calata di brache del governo italiano, e a questi deputati,
capi di partito che vanno a cantare Bella Ciao per i terroristi
palestinesi, che hanno formato piu' di una generazione di
odiatori di Israele e di razzisti , a questi figuri cosi' loschi e
beceri nessuno chiede di dimettersi e di andare a vendere kebab
a Gaza?
Questa manifestazione
indecente pro terroristi si svolgeva mentre
Governo italiano, comunita' ebraica, clero cattolico,
esprimevano la propria solidarieta' a quelli che sventolavano
le bandiere verdi dell'islam, le bandiere palestinesi
imbevute di sangue ebraico e che urlavano il loro
odio contro Israele e contro l'occidente come solo i seguaci
dei figli di Satana sanno fare..
Non c'e' speranza, loro
vinceranno.
Voi continuate a farvi
del male.
In questo quadro desolante
della povera, tremolante Europa, una bella notizia
arriva dall'Austria , David Irving ha chiesto scusa agli ebrei,
ha ammesso di essersi sbagliato e adesso chi glielo dice
a tutti quei giovani che si sono imbevuti di antisemitismo
leggendo i suoi libri di "storia"?
Ha detto anche di essere
annoiato e cosi' gli hanno dato tre anni di galera
per farlo divertire un po'.
Tre anni! Pochi per
il male fatto ma meglio di niente.
Deborah Fait
- informazionecorretta
E' MORTO LUCA COSCIONI
La notizia è stata data in diretta
a Radio Radicale da Marco Pannella. Luca Coscioni, leader
dell'Associazione Coscioni,
che comunicava grazie a un sintetizzatore vocale, è
stato un simbolo della battaglia per la libertà
di ricerca scientifica. Obiettivo portato avanti dall'Associazione
che ha il suo nome, fondata il 20 settembre del 2002,
schierata in prima linea contro il divieto di ricerca sulle
cellule staminali embrionali.
Madamina, il catalogo
è questo
"Mai afferriamo
l'essere umano - ciò che egli significa - se
non in modo ingannevole: l'umanità si smentisce
sempre, passando repentinamente dalla bontà alla
bassa crudeltà, dal pudore estremo all'estrema impudicizia,
dall'aspetto più affascinante al più
odioso. Spesso, noi parliamo del mondo, dell'umanità,
come se vi fosse una qualche unità: in effetti,
l'umanità compone dei mondi, vicini secondo
l'apparenza ma in verità estranei l'uno
all'altro."
Georges
Bataille, L'Histoire de l'érotisme - 1976
Edition Gallimard
SENZA PAROLE
Foto scattata il 20 febbraio
2006 all'ingresso del supermercato Coop di Fidenza.
Censura o
mitomania??
Beppe Grillo crede
che la Cina (?) abbia censurato la sua immagine.
Lo scrive nel suo
blog e i suoi fedelissimi (centinaia di migliaia se
si tratta di contarli sulla rete, poche decine quelli presenti
al primo raduno nazionale de Gli Amici di Beppe Grillo...
potrebbe vantarne di più Maria De Filippi (Gli Amici di
Maria De Filippi), ossia "il marito di Costanzo", come dice
Grillo, sulla cui simpatia non si discute, subito gridano allo
scandalo.
Ma si tratta davvero
di censura??
Il post in italiano
supera i 1400 commenti, quello in inglese (da notare
che beppegrillo.it è di default in inglese: del resto
Grillo ricorda spesso che il suo blog è uno dei più
visitati del mondo) ne ha al momento soltanto 2 (e mediamente
i commenti ai post in lingua inglese sono 5-10: è uno
dei blog più visitati del mondo e così pochi stranieri
vi inseriscono commenti?): tuttavia, il primo
commento è molto interessante (e controtendenza):
Most occidental
people is censured on that site. Why do you think
you are SO important that the Chinese government is directly
targeting you?
Grillo certamente
non risponderà (non risponde quasi mai ai visitatori
del suo blog, non dialoga con loro) e allora l'unico
modo per avere una risposta attendibile è seguire
lo stesso consiglio di Grillo: Provate anche voi.
Ho provato (basta
andare in Google immagini nella versione cinese, ndr)
e mi sono accorto che Grillo è un mitomane.
Dal sito
La
Rivoluzione .
IL FESTIVAL DELLA
FRUSTRAZIONE
È
noto che cinquantamila persone in uno stadio hanno
un livello mentale di bambini di otto-dieci anni:
al punto che lo stesso codice penale ha previsto un’apposita
attenuante per chi commette un reato facendo parte
di una “folla in tumulto”. Questo fenomeno è sfruttato
dai demagoghi i quali, se riescono a dire le parole che la folla
sperava di sentire, possono essere certi del successo.
Da quel momento hanno una turba disposta a seguirli e perfino
a combattere per loro. Il fatto è talmente noto che è
inutile stare a citare i grandi manipolatori di masse, da Alcibiade
a Mussolini e Hitler.
Una folla
incollerita che grida contro qualcuno o qualcosa,
magari per una ragione futile come un rigore negato,
può fare paura. Nondimeno, essa è terribile
solo a partire dal momento in cui qualcuno la organizza
e soprattutto la arma. Finché rimane informe e dilettantesca,
una carica di polizia, una bella semina di gas lacrimogeni
ed eventualmente qualche colpo d’arma da fuoco, magari in
aria, possono facilmente averne ragione. Ci sarà qualche
contuso, qualcuno finirà al pronto soccorso, ma la
domenica finisce, domani è lunedì e si torna al lavoro.
Diverso
è il caso quando la folla diviene massa di manovra,
quando qualcuno l’inquadra fino a farne una macchina
da guerra. È questa la differenza fra la Hitlerjugend
e le masse islamiche. I giovani hitleriani erano
il vivaio delle future SS, sarebbero andati volontari sotto
le armi e sarebbero stati il ferro di lancia di uno Stato
moderno, bene armato, ben guidato e capace di vittorie strabilianti.
Le masse islamiche invece, sia per il loro spaventoso livello
d’ignoranza, sia perché i capi dei loro paesi mai
si sognerebbero di dar loro delle armi, mimano la violenza
senza essere in grado di esercitarla. Né in quel momento
né dopo. La folla che applaudiva Hitler avrebbe dovuto
fare paura e non ne fece abbastanza, le folle islamiche, anche
se bruciano qualche automobile o qualche bandiera, dovrebbero
fare sorridere: non hanno i mezzi per comportarsi male.
Ma francamente nessuno ha voglia
di sorridere e si ha piuttosto voglia d’avere spiegazioni.
Le più probabili sono rinvenibili nell’ambito
del mito. Il fenomeno “glorioso” ha una sostanza e dei simboli.
Un centravanti diviene un campione internazionale per
come gioca, e questo è il fatto; poi c’è la sua maglietta
e il suo numero e questi sono i simboli. I bambini vorrebbero
giocare come il loro eroe ed è evidentemente impossibile:
però è possibile indossare una maglietta col nome
e il numero del campionissimo e con questo, simbolicamente,
divenire lui. Il bambino vive in parte nella realtà
(“Non posso giocare come il campione”) e in parte nel mito
(“Posso indossare la sua maglietta e dunque appropriarmi magicamente
delle sue capacità”). È questa la ragione per
cui Yasser Arafat, che non ha mai avuto un esercito, andava sempre
in giro in divisa militare.
Le masse
islamiche si ubriacano di odio e di minacce contro
l’Occidente. Promettono sfracelli che non potranno mai
attuare; sofferenze che non potranno infliggere; vittorie
che non potranno mai ottenere. I palestinesi che non sono
stati in grado di battere Israele con l’aiuto di tutti i paesi
arabi (1967), ora che sono soli e disarmati promettono di
eliminarlo. Sfilano con tute mimetiche, si coprono il volto come
per difendere l’anonimato delle loro eroiche gesta, scuotono
gli AK47 o magari sparano in aria. Come se tutto questo potesse
fare impressione ai carri armati israeliani.
In questi
giorni lo schema di comportamento palestinese si è
allargato al mondo intero. Qualcuno, mesi dopo la loro
pubblicazione, ha soffiato sul fuoco attizzato da qualche
vignetta sconclusionata ed ora ci sono dovunque violenze
di piazza, contro i danesi, contro gli europei e soprattutto
contro gli americani. È il festival della frustrazione.
E infatti a Teheran, che rischia d’avere l’atomica, non
ci sono state manifestazioni.
In un
mondo in cui la televisione ha raggiunto il mondo intero,
gli islamici vedono ogni giorno quanto più ricchi,
più liberi, più forti sono gli occidentali:
e non riescono a sopportarlo. Avere continuamente sotto
gli occhi il successo del proprio vicino (Israele, in
primo luogo!), paragonato col proprio fallimento e la propria
miseria, e non poterci fare nulla, giorno dopo giorno, può
rendere folli di rabbia. Il bambino è geloso del giocattolo
dell’amichetto e cerca d’impossessarsene od anche semplicemente
di romperlo. Gli occidentali tendono ad avere paura della
violenza islamica ma non pensano che il rischio è solo quello
di qualche attentato. Gravissimo per chi lo subisce personalmente,
certo, ma del tutto ininfluente dal punto di vista della grande
politica.
La folla
islamica grida la propria autostima per nascondere
la propria frustrazione; grida terribili minacce
per compensare il sentimento della propria debolezza;
grida il proprio odio per ciò che vorrebbe avere
e non può.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 20
febbraio 2006
TI A' PIACIATO?!!
"Se nessuno di voi spara qualche colpo, se mi
assicurate che non avete un cannone in tasca, se non
tenete nascosto un dirigibile con un paio di bombe,
se non fate sternuti e non avete mangiato legumi, io esco...
dalle trincee! In ogni modo mi raccomando, là ad Allah,
figlio d'Aa-lllah e di Allallarallallarallà!
Ma ometto di raccomandarmi a Maometto gran profeta, figlio
di Feta, autore della profetosità mussulmana, col
muso nelle mani, anzi nelle otto mani, per farci scappare
con otto piedi! Il nostro programma è eroico: coraggio
e... scappiamo!"
Ettore Petrolini, 1915
Massima del giorno
Molta gente
crede che la rivoluzione sia un tipo di vestiario.
G.P.
DIFESA DI MARCO
FERRANDO
Marco Ferrando
non sarà candidato da Rifondazione Comunista.
I grandi partiti dell’Unione si sono vergognati di lui e hanno
fatto pressioni. Tuttavia le sue tesi (ricavate dall’intervista
televisiva a Maurizio Belpietro) non sono affatto deliranti.
Da molto tempo esse sono sostenute dalla maggior parte della
sinistra e l’unico torto di Ferrando è d’averle affermate
senza eufemismi.
Egli descrive
ad esempio l’Iraq come un paese sottoposto ad occupazione
e per questo parla del “diritto di resistenza a queste
forze di occupazione, un diritto universalmente riconosciuto
e assolutamente sacrosanto”. Qui ha ragione: le truppe
americane e dei loro alleati sono truppe di occupazione dal
momento che effettivamente occupano il paese in seguito ad una
vittoria militare. Dove sbaglia è però nel non considerare
che queste truppe hanno grandemente migliorato la situazione
di quello stesso paese, sicché è difficile chiamarle
“occupanti” e basta: noi abbiamo chiamato liberatori gli
alleati anglo-americani quando hanno invaso l’Italia nel 1943-45.
Il discrimine non è che un esercito invada un paese,
ma che il paese invaso l’approvi o no. Nel momento in cui gli
irakeni legittimano con libere elezioni un governo che è
giunto al potere come conseguenza della caduta di Saddam Hussein
(e votano perfino i sunniti), gli occupanti non sono più
tali: sono alleati che collaborano alla ripresa del paese. Non
diversamente da come avvenne in Italia, in Germania e in Giappone.
Qualcuno chiamerebbe occupanti gli americani della base di
Sigonella?
Ferrando
sbaglia, si è detto: ma è il solo? La sinistra,
per puro antiamericanismo, e per dichiarare che in ogni
caso la vicenda irakena è stata un disastro, ha
sempre sostenuto che il terrorismo è aumentato a causa
della guerra e che quelli che il centro-destra chiama terroristi,
sono “insorti”, “ribelli”, “resistenti” (con ovvio accenno
alla Resistenza antifascista), e via dicendo. Ferrando, se
sbaglia, non sbaglia da solo. L’unica sua colpa è di dire
ad alta voce e coerentemente quello che gli altri dicono per
via di allusioni e solo quando gli conviene.
Magari nel fuoco di un dibattito
televisivo.
Poi Ferrando
parla dei “crimini e [del]le brutalità delle
truppe di occupazione inglesi nei confronti di bimbi iracheni”,
e commette due errori: primo, non ci sono stati crimini
ma solo brutalità; secondo, non nei confronti di
bimbi (i bimbi hanno meno dei sei anni), ma nei confronti
di adolescenti che avevano prima aggredito i soldati a colpi
di pietra. Il rifondarolo trova il tempo di parlare di questo
e non trova l’occasione per parlare delle decapitazioni
in diretta di persone colpevoli soltanto d’essere americane? E
tuttavia non ci se ne può stupire. Questo è il modo
in cui la sinistra considera i fatti. L’Unità è forse
più scrupolosa?
Dopo avere
detto che “sappiamo come muoiono gli italiani”, Ferrando
scrive: invece “sappiamo poco su come muoiono gli iracheni
sotto il piombo delle truppe italiane”. Questa espressione
è peggio che tendenziosa. Essa suggerisce che gli italiani
sparino facilmente e indiscriminatamente contro la popolazione
civile irachena. Cosa non vera. Ma la sinistra sostiene
che gli italiani sono lì per fare una guerra e una guerra
si fa sparando. E non è colpa dei soldati se ormai
non c’è più un esercito irakeno e sono costretti
a fare il tiro a bersaglio sparando sui civili. Almeno, questo
è ciò che pensa Ferrando: ma non è il solo.
Né
può stupire l’attacco a D’Alema, chiamato “un
ex presidente del Consiglio che ha bombardato la Serbia
con l'opposizione di Rifondazione comunista e che oggi
chiede a Rifondazione comunista di depurare i candidati
che sono coerentemente contro la guerra”. Qui Ferrando
ha interamente ragione. Se si è irenisti, se la guerra
è sempre ingiustificata, perfino quella in difesa dell’incolpevole
Kuwait invaso, come si può accettare che si vadano
a bombardare dall’alto i civili, come avvenne in Serbia? Quell’azione
fu certamente più di guerra di quanto non sia l’<occupazione>
italiana dell’Iraq.
Il vangelo
dice che se il nostro occhio ci è occasione di
tentazione è meglio strapparcelo e andare in paradiso
orbi che con tutti e due gli occhi all’inferno. E Origene
si castrò. La Chiesa ovviamente disapprovò quel
gesto ma l’errore fu quello d’aver preso il Vangelo alla
lettera. Ferrando è – nella sinistra - un personaggio
come Origene.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 18 febbraio 2006
MAGLIETTE SATANICHE
Povero Calderoli. Domani -scommettiamo?-
i giornali l'incolperanno di 11 o 12 morti. Pure
Berlusconi s'è incazzato per via di quella invisibile
vignetta stampata sulla maglietta della salute,
portata in TV sotto giacca e camicia (vedi foto). «Pentito?
Ma stiamo scherzando?» ha commentato a caldo
il ministro «Attentati e violenze di matrice
islamica sono cominciate molto prima di qualunque maglietta».
«So che a me potrebbe anche succedere qualcosa
- ha proseguito Calderoli - ma bisogna reagire
a questa situazione. Non ci prendiamo in giro, l'attentato
alle Torri Gemelle ci sono state prima delle eventuali provocazioni
e la mia maglietta voleva essere proprio una segnalazione
del rischio che proviene da quel mondo».
Insomma,
ora sembra accertato: scoreggi al tg3, crolla
un palazzo dall'altra parte del mondo e ti danno pure la
colpa.
Che tempi signora mia, che
tempi!
cp, 17 febbraio 2004
STUPRO GRATIS.
O QUASI
O yes:
se stupri la figliastra di 14 anni e lei non è
vergine puoi cavartela con poco. Così ha sentenziato
la Terza sezione penale della Cassazione, accogliendo
il ricorso dello stupratore. I danni sono più lievi,
hanno stabilito i dotti signori. Perché in questo caso
la personalità della vittima, «dal punto di
vista sessuale, è molto più sviluppata di quanto
ci si può normalmente aspettare da una ragazza
della sua età». La minorenne in questione,
poi, è vissuta in un ambiente socialmente degradato
e in tal caso – chi non lo capirebbe? – essere stuprate non
è poi la fine del mondo. Come bere un bicchier d’acqua,
praticamente. Mi viene da pensare alla mia amica A., stuprata
a 11 anni da un amico di famiglia (l’aveva portata nel bosco
con la scusa di andare a funghi. E mentre si tirava su i pantaloni
ha trillato giulivo: «Guarda che bel fungo! Questo lo
porto alla mia bambina, chissà come sarà contenta!»).
Ecco, ad averlo saputo, qualcuno se la sarebbe potuta tranquillamente
fare a dodici anni, certo di poter godere di un bel po’ di attenuanti.
Tanto lei, ormai, dal punto di vista sessuale era molto più
sviluppata di quanto ci si potrebbe normalmente aspettare da una bambina
di seconda media. Non si osa poi immaginare cosa potrebbe accadere
se la ragazzina stuprata, oltre a non essere vergine, indossasse per
giunta un paio di jeans (a proposito: a pronunciare la famosa sentenza
in base alla quale se la ragazza indossa i jeans non c’è stupro,
era stata la Terza sezione penale della Cassazione: la stessa dell’immonda
sentenza di oggi: non ci sarà per caso del marcio lì
dentro?). Potrebbe apparire scontato, a questo punto, scagliarsi
contro l’insensibilità maschile. Ritengo tuttavia doveroso ricordare
il giudice donna che alcuni anni fa in Canada ha emesso l’oscena
sentenza di condanna a UNDICI MESI nei confronti di un arabo
che aveva sodomizzato la figliastra di nove anni, con la motivazione
(non sono riuscita a trovarla in internet, ma posso citarla a memoria
con assoluta precisione, tanto mi è rimasta scolpita nella
memoria) che «in tal modo ha preservato la verginità della
bambina, ritenuta particolarmente importante nella sua cultura».
E non credo servano ulteriori commenti.
dal blog di Barbara.
Foto scattate
ad una manifestazione a Londra da Eyal Mizrahi
LA RISERVA MENTALE
La caratteristica del programma dell’Unione è
la riserva mentale. Per essa in teologia s’intende,
secondo il Devoto-Oli, una “limitazione mentale
di quanto si dichiara, si promette, si giura”. Come se si
chiedesse a qualcuno: “Hai preso tu, oggi, quel denaro?”
e quello rispondesse: “No”, ma pensando: “Oggi non l’ho
preso, l’ho preso ieri”. In passato la validità del procedimento
fu dibattuta a lungo ma qui interessa passare dal piano
etico a quello giuridico.
Giuridicamente, la riserva mentale è semplicemente
una bugia. Se assicuro che un determinato oggetto
“è d’oro”, e preciso mentalmente che “è
d’oro in superficie”, sono semplicemente colpevole
di truffa in commercio. Perché il diritto non guarda
alle parole ma a ciò che si è fatto credere all’acquirente.
Il programma dell’Unione è dunque giuridicamente
inefficace perché caratterizzato da troppe riserve
mentali. È scritto in modo che ciascuno ci
possa leggere ciò che gli interessa e possa non vedere
ciò che ci possono leggere gli altri. Ognuno può
interpretare ciò che vi è scritto (essendo vago) o
ciò che non è vi è scritto come corrispondente
alle proprie intenzioni. L’esempio inevitabile è
la Tav. Secondo Ds e Margherita la Tav è prevista in
quanto si accenna alle grandi comunicazioni, mentre secondo
l’estrema sinistra essa è esclusa “tanto è
vero che nel programma non se ne parla”. Chi ha ragione?
Domanda sciocca: il programma è scritto in modo che
non si possa decidere chi ha ragione.
Quando i contraenti firmano un contratto che permette
molte riserve mentali è come se non lo
firmassero: infatti nessuno assume degli impegni.
Il programma dell’Unione, atto di obbedienza formale
alla nuove legge elettorale, è uno specchietto
per le allodole. Serve solo a dire che si è firmato
un programma mentre si è solo firmato soltanto un
documento in base al quale domani accusarsi reciprocamente
di malafede. L’Unione spera così di vincere le elezioni
ma i rischi sono evidenti.
Innanzi tutto, gli stessi elettori possono accorgersi
– se non strizzano gli occhi per non vedere
– che un vero programma non esiste. Molte cose non
ci sono, molte altre sono vaghe, dei progetti più nobili
non si indicano i mezzi per realizzarli. Per non parlare
del patetico programma di lotta all’evasione fiscale
come fonte di grandi finanziamenti. E poi la realtà
è incontournable, non la si può aggirare. Ciò
su cui oggi si sorvola domani tornerà imperiosamente
a ripresentarsi. Sicché i partiti che si saranno
impegnati su una data posizione con i loro elettori saranno
costretti o a smentirsi o a mettere a rischio il governo.
E se per alcune cose, per non urtare nessuno, basterà
non far nulla, per altre l’inazione sarà impossibile.
Potrà affrontare i suoi problemi e sopravvivere
decentemente un’Italia governata da una coalizione litigiosa
e dalle posizioni inconciliabili, tenuta insieme solo dalla
voglia di potere?
Le premesse sono pessime. L’Italia è la casa
di tutti e di questo stato di cose non c’è proprio
ragione di essere contenti. Poco importano le idee
politiche di ognuno e solo uno stupido può augurarsi
di vedere il proprio nemico nel fango, se nel fango ci
trascina anche lui.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
16 febbraio 2006
Putin, Hamas
e la danza del ventre.
A
volte uno si fa prendere dalla disperazione perche'
sembra di sbattere contro un muro di gomma.
Dopo
la vittoria di hamas che avrebbe dovuto aprire gli
occhi ai piu' a dimostrazione del nazismo che anima
i palestinesi,
dopo
aver sentito dire da quattro imbecilli che le elezioni
sono state un esempio della democrazia palestinese
come se bastasse votare per essere una democrazia,
come se la democrazia non fosse un processo socio-culturale
completamente assente nei nazipalestinesi, come se queste
elezioni non ricordassero quelle altrettanto "democratiche"
che portarono Hitler al potere nel 1933,
dopo
aver sentito i nazisti di hamas dichiarare che mai
riconosceranno Israele e che la Palestina sara' un
unico paese sotto la legge della sharia in cui gli
ebrei ancora vivi potranno vivere come dhimmi,
Dopo
tutto questo, che non e' altro che il proseguimento
della quarantennale politica di morte palestinese
perche' nulla e' cambiato dai tempi dell'OLP,
quale e' la preoccupazione dei media italiani? I soldi!
I
soldi che qualcuno ha minacciato di non dare piu' all'ANP
quando andranno al governo i nazisti.
Pero'
erano nazisti anche Arafat e l'OLP e allora dove
sta la differenza? Mah, forse nel fatto che questi
ultimi si dichiaravano comunisti, quindi nazicomunisti
laici, fratelli dei loro colleghi europei, molti corpi
ma un'anima antisemita sola.
Sono
preoccupatissimi dunque i giornalisti italiani,
che sentono ancora vivo questo fraterno legame, che
Israele e USA tentino di isolare i terroristi, che
l'Europa trovi le palle necessarie per non pagare il
pizzo mensile di milioni di euro e