ARCHIVIO FEBBRAIO 2006
LA SINDROME DEL
VINCENTE
L’odio per Berlusconi ha spinto
a formulare contro di lui le accuse più sgradevoli
e tremende: ma non tutti sono degli appassionati dello stile catastrofico.
Alcuni si limitano, con palese godimento, ad ironizzare sulla
sua vanità: è piccolo e vorrebbe sembrare alto;
è vecchio e vorrebbe sembrare giovane; dovrebbe essere un’istituzione
e non resiste alla tentazione d’apparire spiritoso. Fra l’altro,
si può aggiungere, essendo incapace di concepire la tetraggine
o la malafede altrui, si mette nei guai raccontando barzellette
a gente che manca del senso dell’umorismo. Dimentica che, come insegna
Molière, le premesse della tragedia e della commedia sono
le stesse: dunque è facile, volendo, leggere nelle sue storielle
empietà e crudeltà. Come del resto fece quell’esimio
esempio di virtù di Rousseau. Chissà quanti amici gliel’avranno
detto: ma Berlusconi non resiste alla tentazione di ottenere la
risata e l’applauso.
Tutto questo è stranoto.
Più interessante è dunque chiedersene la ragione:
come mai un uomo che veramente “non ha bisogno di chiedere” chiede
sempre simpatia? Come mai sorride costantemente e tende la mano
a tutti, persino ai suoi nemici? Un spiegazione potrebbe essere la
sindrome del vincente. Che sarà qui illustrata con un esempio.
Un quarantenne timido non aveva
mai corteggiato una donna e si era sposato solo perché
una donna ne aveva preso l’iniziativa. Era piccolo e grasso.
Stimato da tutti per le sue qualità, come maschio era in
disarmo. Poi invece s’innamorò d’una donna e lui che non aveva
saputo comportarsi da ragazzo quando lo era, per amore divenne
audace. Non solo corteggiò una signora molto più giovane
e sposata, ma smise di mangiare pur di dimagrire, cercò
di vestirsi meglio, ebbe l’impudenza di scrivere poesie, fece qualche
follia. Divenne un altro uomo ed ebbe successo. Comportandosi da perdente
aveva perduto, comportandosi da vincente aveva vinto.
La caratteristica del vincitore
è infatti la capacità di sperare nella vittoria e
di non dare per scontata la sconfitta. Neppure quella che
sembra inevitabile. Il vincente, se è povero e vuole
arricchirsi, è capace di fondare un’impresa con denaro preso
a prestito, se è brutto non si priva di corteggiare Venere,
che del resto i greci hanno fatto moglie di uno zoppo. Se gli cadono
i capelli non accetta il verdetto dell’età e procede al trapianto.
Se può sembrare più alto con dei tacchi un po’
più spessi, più giovane con una tintura per capelli
o con un po’ di cerone in più, non vede perché non
dovrebbe farlo. “I pessimisti non realizzano gran che, nella vita”:
l’ha detto Berlusconi. Il quale, nei confronti del successo, ha
la sfacciataggine di Don Giovanni. Costui non si privava di corteggiare
nessuno. Se ci avesse provato con la Madre Superiora, e se lei lo
avesse mandato al diavolo, lui poi in un orecchio vi avrebbe confidato
che tuttavia, una volta… E il bello è che avrebbe detto la
verità .
Berlusconi è
un vincente. Lo dimostra il fatto che non riesce a trattenersi
dallo scherzare. Applica la raccomandazione di Nietzsche per
cui il superuomo non deve camminare, deve danzare sulla corda.
E deve saper ridere. Mentre i molti, quando hanno raggiunto una
posizione preminente, mostrano tutta la prudenza di chi teme
di cadere dall’alto soglio, Berlusconi continua a fare il monello,
come se la distanza dagli altri fosse sempre tale da lasciargli
un grande margine. Dimostra un’immensa sicurezza di sé. Alcuni
l’hanno inconsciamente percepito e l’hanno accusato di arroganza
ma egli non è affatto arrogante: non ha bisogno d’arrogarsi
nulla, perché ha già tutto. È semplicemente capace,
come Cassius Clay, di saltellare sul ring con le braccia penzoloni:
perché sa d’avere una riserva di velocità che non concede
all’avversario nessuna possibilità.
Berlusconi può anche perdere
e magari perderà. Ma rimarrà un vincente paradigmatico:
perché non diviene mai calvo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
-1° marzo 2006
«Per
i suoi rapporti con Israele la sinistra vada dallo psicanalista»
Intervista de "Il Giornale" a Fiamma
Nirenstein
Quello della sinistra italiana
con lo Stato d’Israele è sempre stato un rapporto
ambiguo e spesso di aperta ostilità. Con Fiamma Nirenstein,
scrittrice ebrea, editorialista della Stampa, esperta di Medio
Oriente, ripercorriamo questo travagliato rapporto. Oliviero
Diliberto, segretario del Pdci, afferma di sostenere l’idea deiduepopoli
indue Stati. Eppure nella loro manifestazione è stata
bruciata la bandiera d’Israele e lo scontro con la comunità
ebraica è al calor bianco. Lei che ne pensa? «Occorrerebbe
da parte della sinistra una presa di coscienza maggiore della propria
storia e hanno anche bisogno di uno psicanalista». Lo
psicanalista? Perché? «Perché se a livello
consciopuò darsi che Diliberto non desideri affatto la distruzione
di Israele, nella storia della sinistra italiana, anche in
quella più recente, ci sono fatti che dimostrano che è
proprio la legittimità dello Stato di Israele ad essere messa
in discussione. È difficile negarloquandosi pensa cheunrapporto
con Hassan Nasrallah non risulta lesivo del concetto stesso
di esistenza di Israele. Nasrallah, nelle piazze libanesi, evoca
e desidera e costruisce concretamente, insieme all’Iran, l’idea
della distruzione di Israele. Per dimostrare di non prendere
parte a quello che è diventato un chiaro e presente pericolo
per Israele, bisogna sconfessare l’amicizia con gli Hezbollah
e Hamas. Diliberto nel 2004 fece visita agli Hezbollah e oggi
deve dire di essere contro quelle organizzazioni addestrate e armate
che si battono in maniera primaria e decisiva per la distruzione di
Israele ». Nei Ds però - è il caso di D’Alema - c’è
una linea morbida. «Quando D’Alema sostiene che Hamasnon è
una pura e semplice organizzazione terroristica vuol dire che non ha
mai visto un autobus saltato per aria con dei bambini morti, fatti a
pezzi. Su Israele meglio, molto meglio, le cose dette da Piero Fassino
e Francesco Rutelli». La sinistra però sostiene di nonessere
affatto anti-israeliana. «È una professione di innocenza
non rispettosa della storia. Se andiamo al 1967, dopo la guerra dei
Sei giorni, il Pci prese una linea fortemente anti-Israele, sulla scia
dell’Urss. Sull’Unità dell’epoca possiamo leggere una serie di
prese di posizione che non sono una critica alla politica di Israele,
ma ben altro. Ricordo un articolo che diceva di sostituire lo Stato
ebraico con quello palestinese, ricordo il licenziamento di Fausto
Coen da Paese Sera, ricordo Piero Della Seta sostenere la tesi dello Stato
bi-nazionale...». ... e se fosse stata solo una conseguenza di
una politica sinceramente terzomondista? «Esistevanoduesinistre.Daunaparte,
i comunisti legati all’Unione Sovietica che vedevano Israele
come la longamanusdell’imperialismomondiale e dell’America
in Medio Oriente. Dall’altra, quella legata al Pdup e al Manifesto,
che vedeva Israele comela creazione di un’ideologia, il sionismo,
che non si confà agli ebrei». Cioè? «Per
loro la creazione dello Stato di Israele è un errore della
storia, pensano che l’ebraismo ha in sé per sé un carattere
diasporico». Aproposito del Manifesto: Rossana Rossanda ha condannato
chi brucia la bandiera di Israele. «Questo mi convince che c’è
affezione segreta di una parte della sinistra verso Israele. Per loro
è il Paese in cui l’ideale socialista si realizza nel kibbutz,
è l’Israele che fa rifiorire il deserto. È qualcosa che
suscita in persone che hanno coscienza, come la Rossanda, un sentimento
di sacro rispetto». Una sinistra diversa da quella di Berlinguer?
«La sinistra ha fatto della questione israeliana una questione
primaria.Con Berlinguer ci fondarono la loro politica terzomondista
e molta parte del cattocomunismo che guardava acriticamente ai palestinesi
e chiudeva gli occhi sul terrorismo». AncheBettino Craxi era
terzomondista e filoarabo. «Certo,
ancheCraxi.Checercava giustamente di fondare una politica estera
diversa da quella comunista, ma dovendo mantenere un rapporto
con la sinistra, scelse di sacrificare Israele e gli ebrei. Sigonella,
l’amicizia con Arafat, furono un tributo che pagò alla sinistra».
Anche il mondo degli intellettuali italiani però è
sempre stato filoarabo. Eccezioni? «Ricordo Pasolini che nel
’67, dopo la guerra, diceva: “Leggendo l’Unità hoprovato lo
stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale
borghese, per essere amici del popolo arabo bisogna aiutarlo a capire
la follia politica di Nasser”». Ieri c’era Pasolini, oggi
parlano in piazza migliaia di no global. «Queste alleanze
che si sono fatte nelle piazze sono preoccupanti se diventano
strategiche. C’è il rischio di riportare la sinistra su posizioni
arretrate»
Intervista di Mario Sechi -
Il Giornale, 28 febbraio 2006
Sanremo 2006:
in testa il mezzo capezzolo di Ilary
Ha avuto inizio l'edizione
n° 56 del Festival di Sanremo. Subito in testa il mezzo
capezzolo di Ilary, per il resto nulla di nulla. S'inizia
con Panariello al buio in occhio di bue a dire fregnacce,
si prosegue con Panariello alle prese con le solite insipide
scenette dell'ospite (John Travolta) che non viene riconosciuto;
la bella Ilary Blasi s'incarta sul possibile arrivo del
marito Francesco Totti e sfoggia i vestiti disegnati per lei da
Valentino, mentre Victoria Cabello pateticamente entra in scena
su una scala da aeroporto spinta a mano da due facchini
... le canzoni - si, a San Remo ci sono anche le canzoni - nessuno
se le fila ne tantomeno se le ricorda (per la cronaca, dopo la
prima serata per gli uomini in testa Michele Zarrillo, per le donne
Dolcenera, per i gruppi I Nomadi).
Se non fosse per quel capezzolo
galeotto, meglio una tombola con i nonni... .
DEBORAH FAIT
Non è la prima
volta che ho la tentazione di parlare di Deborah Fait.
Se lo faccio ancora è perché questa donna, oltre
ad essere reale, è, per così dire, paradigmatica.
Spinge cioè a chiedersi se, in quanto personaggio,
sia condivisibile o no e perché.
Per chi non la conoscesse,
basterà dire che è un’israeliana di origine
italiana (se non sbaglio). È una donna che si è
data la missione di rispondere, nel confuso e non raramente
volgare bailamme di voci di internet, a tutti gli antisemiti,
che siano o no travestiti da anti-israeliani. Fin qui mancherebbe
la notizia, se non fosse per le armi che lei usa: infatti
a scelto di usare quelle dei suoi contraddittori. Loro sono volgari?
Lei risponde con la stessa volgarità. Lo sono aggressivi?
E lei li batte in aggressività. Quelli insinuano qualcosa?
Lei risponde chiaramente e mordendo. Ovviamente, in questo modo
è come se agitasse un drappo rosso dinanzi al toro ed è
oggetto di attacchi forsennati. Gli altri si lambiccano il cervello
per trovare insulti sanguinosi e, se possibile, nuovi ma con scarso
successo, dal momento che è probabile loro si stanchino
prima di lei. Perché loro sono antisemiti all’occasione,
Deborah conduce una battaglia e, come ogni buon soldato, non diserta
e non parla di stanchezza.
Lo spettatore neutrale
– neutrale almeno quanto allo stile – è dunque
indotto a fare alcune riflessioni. La prima riguarda la validità
degli argomenti usati. Poiché l’antisemitismo è fatto
fondamentalmente di pregiudizi, Deborah si presenta
allo scontro meglio armata degli altri. Le basta nel merito
citare la storia, i dati, i fatti. E anche se i suoi interlocutori,
spesso perché non sanno che dire, si mostrano scettici
od ironici, rimane che chi può citare avvenimenti, date,
nomi, statistiche, finisce con l’essere più convincente.
Per quanto riguarda
lo stile, personalmente non lo condivido e non sono
sicuro che sia il più efficace ma questo è secondario
rispetto ad una domanda che moltissimi sembrano porsi: è
suo diritto usarlo?
Una prima risposta
nasce dal passato. Gli ebrei, fino al 1948, sono stati
minoranza in tutti i paesi in cui sono vissuti. E in tutti,
essendo una minoranza a volte odiata ma costantemente guardata
con sospetto, hanno imparato a tenere un basso profilo, essere
umili e non dare nell’occhio. Questo non ha impedito i pogrom,
in Russia, ed è stato uno dei motivi per cui Hitler
disprezzava gli ebrei. Li considerava vili, incapaci di reagire
e di battersi. Untermenschen. A questa mentalità gli
ebrei storicamente reagirono prima con la battaglia del Ghetto
di Varsavia, poi con le guerre israeliane dal 1948. Dimostrando
così di essere non semplicemente combattenti, ma combattenti
straordinari, quasi mitici. Al punto che gli ignoranti reputano
naturale considerare guerrafondaio e militarista un popolo che,
per millenni, le legnate le ha solo subite e mai date. Con questo
background, non è strano che un ebreo possa aver voglia
di rispondere alla durezza con la durezza e all’insulto con l’insulto.
Per troppi anni non l’ha fatto e ne ha ricavato solo disprezzo.
In Italia molto si spiega con una
sorta di evoluzione dell’opinione pubblica. Al momento della
nascita di Israele, l’Unione Sovietica fu favorevole
al nuovo Stato e nessuno in Italia era anti-israeliano. Poi,
per motivi di politica internazionale (e di legittimo interesse,
ovviamente), l’Unione Sovietica cambiò atteggiamento
e divenne incondizionatamente pro-araba. Per conseguenza i comunisti,
come sempre ossequienti alle posizioni della Casa Madre,
la seguirono come un sol uomo. Né hanno cambiato opinione
dopo che l’implosione dell’Unione Sovietica stessa, perché
che nessuno gli ha ordinato di cambiarla.
Questo fatto ha la
sua importanza. Una delle caratteristiche delle persone
di sinistra è quella d’essere talmente sicuri delle
proprie opinioni - e della propria superiorità morale
- da potersi permettere di giudicare gli altri. All’occasione
con severità ma ancor più spesso con disprezzo.
E poiché, ovviamente, sono convinti che gli altri hanno
torto e non sono neppure persone per bene, sono indignati quando
qualcuno gli risponde per le rime. Gli scontri con Deborah divengono
sanguinosi perché è come se un arcivescovo dicesse
ad un cattolico “Sei un peccatore e dovresti fare penitenza”
e il cattolico gli rispondesse: “Pensa ai tuoi peccati, che io
ben conosco e che sono ben peggiori dei miei”. Nello schema
mentale dell’arcivescovo c’è che quello che lui può
permettersi gli altri non se lo possono permettere.
In questo schema,
Deborah è il cattolico insolente che risponde
a muso duro all’arcivescovo, contestandone la finta autorità.
Per questo sorprende, irrita, indigna. Fa andare fuori
dai gangheri soprattutto coloro che il loro antisemitismo
più o meno nascosto l’hanno vissuto in serenità,
senza che nessuno li contestasse. Senza che nessuno gli mostrasse
le loro contraddizioni. Senza che nessuno sottolineasse la
profonda ingiustizia di molti dei loro atteggiamenti. A
questo punto si arriva alla rottura e si potrebbe pensare che
Deborah Fait non abbia concluso nulla. Ma una cosa avrà sicuramente
ottenuto: Ha detto in faccia all’arcivescovo che non ogni uomo
che incontra è una pecorella del suo gregge. E che probabilmente
si fa molte illusioni sulla superiorità della propria virtù.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
Massima del giorno
L'eroismo non vale più
della causa per cui agisce.
G.P.
MOLLICHINE
"La serietà al governo".
Prodi la raccomanda perché a molti scappa da ridere.
La Lega araba ha esortato l'Ue
a finanziare Hamas. Lenin almeno parlava di pagarla, la
corda che gli avrebbe venduto l'Europa.
Musulmani contro cristiani, sciiti contro sunniti. E dire
che basterebbe conoscere un po' di latino: cuius
regio eius religio.
L'Iran finanzierà il
governo palestinese guidato da Hamas. È giusto
che chi vuole il terrorismo se lo paghi di tasca sua.
La Fallaci prepara una vignetta
su Maometto. Ci sarà da ridere, come disse quello
che non aveva capito niente.
Tehran, dodici milioni di abitanti,
Israele circa sei. Meglio non parlare d'annientamento.
Prodi rifiuta d'incontrare Berlusconi,
ma l'incontra se insieme con Fini e Casini. Un quintale
è pesante, tre invece...
Pera: "L'occidente difenda i
suoi valori, ma no alla guerra di civiltà". E chi
parla di guerra? Qui siamo al terrorismo.
Bush: "In Iraq qualcuno vuole
la guerra civile". Che intuito!
Una madre inesperta ha ustionato
il figlioletto. L'on.Dorina Bianchi (Dl) ne ha dato la
colpa a Berlusconi, che per giunta "fa finta di non vedere".
Eh sì.
La Fallaci, fotografata con
cappellaccio e occhialacci, vive nascosta a New York
e non riceve nessuno. Che sia Greta Garbo, in realtà?
"La serietà al governo".
Wladimir Luxuria for President.
Gianni Pardo
LA MOSCHEA DI SAMARRA
La maggior parte dei paesi islamici
ha regimi autocratici. Questo fa sì che in tanto si
può avere una manifestazione di piazza in quanto il
governo sia d'accordo, la ordini o almeno la tolleri benevolmente.
Infatti non si ebbero mai proteste sotto Saddam Hussein, che
pure sedeva su una polveriera religiosa e su una massa di sciiti
oppressi dalla minoranza sunnita. Quando il governo è democratico
moti di piazza per stupidaggini (come quelle per vignette vecchie
di mesi e che nessuno aveva notato) non se ne hanno. O se ne
hanno raramente e non in tanti paesi contemporaneamente.
Nei paesi che sono o solo sunniti
o solo sciiti una manifestazione religiosa è facilmente
volta contro gli "infedeli" (gli europei e gli americani).
I recenti scontri in Iraq - paese sciita e sunnita nello
stesso tempo - non si sono avuti perché il governo desiderasse
disordini - ché ne avrebbe fatto volentieri a meno - ma al
contrario perché dei terroristi hanno fatto leva sull‚odio
religioso per tentare d'innescare una guerra civile da cui (nelle
loro speranze) sarebbe nata una teocrazia sulla base della loro
setta, come avvenne in Afghanistan e come ha sempre predicato bin
Laden. Gli sciiti, a ciò spronati anche dalle loro prudenti autorità
religiose, avevano fino ad oggi stoicamente sopportato anni di attentati
da parte dei sunniti e dei wahabiti, magari collegati con al Qaeda:
ma la distruzione della moschea dalla cupola d'oro è andata
troppo oltre e s'è rischiato parecchio. I moti irakeni non sono
né anti-americani né anti-europei. E non sono neppure anti-infedeli.
Sono un accenno di guerra di religione.
Le conclusioni sono interessanti.
I moti di piazza non sono stati
spontanei. Certo, la folla non sarebbe così volentieri
scesa in strada se non ne avesse già avuto voglia: ma
questo può anche significare che le autorità abbiano
desiderato canalizzare il malcontento della popolazione indirizzandolo
contro obiettivi esterni e lontani. E non si sono avuti moti
in Iraq perché esso è una democrazia.
Noi "infedeli" dovremmo guardare
a tutto questo fuoco di paglia con estremo distacco.
Non è vero che siamo colpevoli di quelle violenze. Non
è vero che ne siamo stati la causa scatenante. Non è
vero che chi attacca la Moschea di Samarra lo fa in nome dell'indipendenza
dell'Iraq, che ha già un governo liberamente eletto e
da cui gli americani non vedono l'ora di andarsene.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 25 febbraio 2006
Manifesto-appello
del presidente del Senato
''L'Occidente è vita.
L'Occidente è civiltà. L'Occidente è
libertà''. Sono le espressioni che sintetizzano e
concludono il manifesto
'Per l'Occidente forza di civilità'', presentato
nei giorni scorsi dal presidente del Senato Marcello Pera.
Un appello che ha già
riscosso il consenso di numerosi esponenti politici
del centrodestra, di uomini di cultura, di esponenti della
società civile. Anche il presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi, annuncia Pera, ''lo ha condiviso e ha detto di
sottoscriverlo''.
''Un documento impegnativo
-sottolinea il presidente del Senato- che raccoglie
il lavoro di molti anni, che dovrebbe essere l'elemento
di cultura politica che serve in particolare al centrodestra.
Non si tratta di imporre alcunché ad alcuno, ma di
richiamare principi fondamentali senza i quali perdiamo identità
e la nostra crisi si aggraverebbe''. Per aderire all'appello clicca qui.
Tutto su Guantánamo
Pubblichiamo, ringraziando Il
Foglio, un articolo del quotidiano britannico Daily Telegraph,
in cui l’autore, Con Coughlin, racconta quel che ha visto
nella base americana di Guantanamo.
Sono le anime perdute della
guerra contro il terrorismo. Quattro anni dopo essere
stati catturati sui campi di battaglia dell’Afghanistan,
le varie centinaia di combattenti talebani e di al Qaida detenuti
a Guantanamo si trovano intrappolati in una “legal no-mans’s
land”, in una terra di nessuno dal punto di vista legale. Nel
corso di una rarissima visita che io stesso ho potuto effettuare
questa settimana a Camp Delta (la rete di edifici supersorvegliati
nei quali i prigionieri sono alloggiati), ho visto detenuti di età
e retroterra culturali molti diversi che stanno ancora cercando di adattarsi
in qualche modo al loro incoerente mondo su un’isola caraibica.
(...)
© Daily Telegraph
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LE PERLINE DEL PROGRAMMONE
Come ha già notato
Gianni Pardo, una delle “perle” del mega-programmone
elettorale di 281 pagine dell’Unione prodiana è
“il ripristino della tassa di successione per i grandi patrimoni”.
Uno dei primissimi atti
del governo Berlusconi fu quello di eliminare del
tutto le imposte su successioni e donazioni che un anno prima
il Governo Amato aveva circoscritto ai soli “grandi patrimoni”.
Fu un intervento con
connotati comprensibilmente propagandistici (del resto
anche la riforma di Amato era stata fatta a ridosso delle
elezioni), ma nondimeno intriso di buon senso e sano pragmatismo
dato che da molti anni quella tassa era ormai divenuta per
le casse pubbliche un costo e non un guadagno, essendo le spese
sostenute per tentare disperatamente di tamponarne l’evasione
superiori al gettito recuperato con quel poco di quella tassa
che si riusciva effettivamente a riscuotere! Del resto, ciò
era tutto sommato coerente con la natura di quella tassa: non una
natura economico-finanziaria bensì etico-ideologica. L’unica
utilità pratica di quella tassa era quella di combattere
il latifondo, in un’epoca storica remota in cui l’Italia era un Paese
agricolo-pastorale ed i grandi patrimoni erano più che
altro fondiari.
Franco Debenedetti,
in un eccellente intervento
sul Riformista nel maggio dell’anno scorso
spiegò perché sarebbe stato assai saggio che nel
programma dell’Unione non si proponesse alcuna reintroduzione
dell’imposta: “Il suo effetto redistributivo è minimo,
anzi proprio Joseph Stiglitz, presidente dei consiglieri economici
di Bill Clinton, sostenne che le eredità hanno
l'effetto di aumentare l'uguaglianza, soprattutto nel caso
di proprietari di piccole aziende. L'unico effetto redistributivo
certo é quello a favore di professionisti e gestori
di patrimoni”.
E ancora: “l'imposta
di successione è un’imposta ideologica: il suo
gettito, prima della riduzione operata dal centrosinistra,
era inferiore a 300 milioni di euro l'anno. Dimostrare che non
si governerà indulgendo a ideologie populiste, è il
vero «gettito» che la questione dell'imposta di successione
può dare”.
Parole sante, pronunciate
da uno dei migliori intellettuali di sinistra del
nostro Paese… che non a caso NON sarà ricandidato dall’Unione
prodiana.
(ale tap, 24.02.05)
L’ANTICOMUNISTA
VISCERALE
L’intelligenza è spesso
misurata con test logico-matematici: purtroppo, i problemi
che pone la vita non sono logico-matematici. Il risultato
è che a volte di fronte ad un problema semplice, addirittura
elementare, il soggetto non riesce a vedere la soluzione. O,
più esattamente, è come se chiudesse gli occhi per non
vederla. La sua intelligenza è capace di mostrare la
via da seguire ma il resto della personalità, in particolare
l’affettività, non intende seguire quella via: e dunque
non la vede. La persona innamorata ad esempio ha dell’oggetto del
suo amore una visione che nessun altro condivide e tuttavia rimane
del proprio parere. Le critiche altrui sono semplicemente malevole.
O invidiose. E l’opinione dell’innamorato non rimane scalfita neanche
dal fatto che persone evidentemente disinteressate manifestino le
peggiori perplessità.
Questo accade anche in politica.
Qui le convinzioni maturate costituiscono un ostacolo
insormontabile e ognuno vede qualunque fatto nuovo non com’è
ma come immagina debba essere. Ogni cosa deve rientrare nel quadro
precostituito. L’uomo di destra, essendo convinto che i politici
di sinistra siano in malafede o, per bene che vada, poco intelligenti,
vede tutto ciò che fanno o dicono come negativo. Se apprende
una loro intenzione che sembra plausibile, come primo istinto
ha quello di chiedersi dove sta il trucco e che cosa gli è
sfuggito. Se poi è anche stupido, sarà facilmente disposto
a credere al primo movente deteriore che riuscirà ad ipotizzare:
perché il marcio non può non esserci. Se infine non
potrà negare che “i comunisti” per una volta intendano fare
qualcosa di buono, rimarrà convinto che o non lo faranno o lo
faranno a costi esorbitanti. Tanto da far rimpiangere la loro inattività.
Lo stesso avviene a chi ha convinzioni
di sinistra. Per ogni nuova legge ci si chiede cui prodest
e se si riesce a stabilire un qualunque collegamento con
Berlusconi, per quanto fantasioso, si dice che è una
legge ad personam e nociva per i cittadini. Il procedimento
è del resto facile: dal momento che le leggi si applicano a
tutti, se il Parlamento vara una legge che favorisce i fabbricanti
di scarpe l’uomo di sinistra non si chiede se sia una legge buona
o cattiva, si chiede se Berlusconi fabbrichi scarpe o abbia fra i
suoi parenti un fabbricante di scarpe. È come per gli americani.
Se si interessano di un paese in cui c’è il petrolio non ci
sono altre indagini da fare: agiscono per il petrolio. Poco importa
che, nel caso dell’Iraq, spendano infinitamente di più
di quanto starebbero ricavando (e da che cosa?); poco importa che
il petrolio irakeno, se lo comprano, lo comprano al prezzo degli altri:
c’è il petrolio e questo spiega tutto. Ragionamenti
che hanno la sottigliezza di un cavo d’ormeggio.
Un caso particolare e interessante
è rappresentato dagli anticomunisti viscerali anziani.
Per una volta, qui non è vero che in medio stat virtus
. Chiunque abbia seguito a lungo la politica ha avuto modo
di vedere che nel mondo comunista tutto è sempre stato
subordinato al partito. Proprio tutto: anche la prosperità,
anche la verità, anche la vita umana. Ha visto i
comunisti applaudire la repressione della rivoluzione ungherese
e l’invasione della Cecoslovacchia. Li ha visti cantare le lodi
di quel Mao che ha fatto morire di fame milioni di cinesi.
Li ha visti sostenere i tiranni che hanno oppresso tanti popoli
per tanti decenni. Li ha visti negare l’evidenza, sostenendo che
il Muro di Berlino era fatto per tenere fuori gli occidentali e non
per tenere dentro gli orientali. Il Moloch dell’ideologia comunista
ha deviato le menti fino ad indurre a crimini più incomprensibili
di quelli di Hitler. Questi era disposto ad uccidere il resto
della popolazione mondiale per far trionfare il Herrenvolk ma Pol
Pot ha voluto uccidere metà del suo stesso popolo in nome
di un’ideologia! E lo ha fatto.
Dopo mezzo secolo di conferme
ininterrotte i liberali anziani hanno sviluppato una
diffidenza totale. Hanno avuto ragione troppe volte, in troppe
occasioni, in troppi contesti per non essere convinti della
fondamentale doppiezza morale - o dell’incapacità di vedere
la realtà - dei comunisti e dei loro simpatizzanti.
L’anticomunista viscerale
è afflitto da un roccioso pregiudizio ma il rischio
è che un pregiudizio confermato dai fatti per settant’anni
ed oltre si chiami esperienza.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 24 gennaio 2006
Do You Remember
Mauro Mellini?
"Sono andato all’Ergife
all’assemblea dei Riformatori Liberali, i Radicali
che hanno rifiutato la brutta pantomima del matrimonio con
quel certo Boselli di quel certo Sdi, con relativo conferimento
in date dalla gloriosa ed, ahimè, da oltre un decennio
dismessa “Rosa nel pugno”. Lontano dalla cosiddetta politica
attiva e da competizioni elettorali dal 1992 e dedito,
oramai ad un impegno politico diverso e monotematico (ma centrale),
quello sulla giustizia, ho inteso e intendo dare una mano,
anche con una candidatura, a quanti, rimasti fino a ieri con
Pannella, hanno aperto gli occhi di fronte alla sciagurata ed oramai
definitiva liquidazione del patrimonio radicale consumata con
l’ingresso nell’Unione di Prodi. Forse ha avuto per me un effetto
determinante vedere quel tale Boselli agitare con un sorriso radioso
la rosa nel pugno, quella rifiutata a Craxi (Bettino), che era
Craxi. Mi venne fuori una battutaccia, in verità molto volgare
ed irripetibile. Ma il pensiero era ed è quello. Lasciai il
Partito Radicale qualche tempo dopo il congresso di Bologna, che ne
sancì lo scioglimento e la fuga nella metapolitica. Anzi, a dire
il vero, ne fui espulso nel senso di essere messo in condizione di non
poter più avere dialogo vero con i miei compagni. Non seppi mai
i particolari del discorso di scomunica che Pannella pronunziò
nei miei confronti a Trieste, nel corso di un consiglio nazionale in partenza
per la Slovenia (il partito, oltre che transpartito, era divenuto transnazionale!),
perché lo pronunziò in francese (noblesse e transnazionalità,
oblige, anzi, obbligava), lingua che non parlo, mentre mi sembrava
di non poter condividere il gusto del ridicolo mettendomi la cuffia
della registrazione simultanea per sentire quel che Marco poteva
avere da dirmi.
In realtà, il partito era
stato bistrattato e messo in condizione di non operatività
da molto tempo. Il successo del 1979 fu stravolto e vanificato
portando alla Camera sì Leonardo Sciascia, ma ahimé,
Pio Baldelli, Mimmo Pinto, Marco Boato, la Macciocchi.
Alle successive elezioni era stato portato a rappresentare
i radicali Toni Negri e poi ancora, nel 1987, anziché Tortora,
eletto con ampio margine in tre circoscrizioni avanti a Pannella
alle precedenti europee, nientemeno che il generale Viviani,
Azzolino, etc. Poi il voto perpetuo di castità elettorale
dei radicali “in quanto tali”, la dispersione del gruppo parlamentare.
Risultato: quando nel 1992 si profilò la crisi del consociativismo
ed iniziò il golpe di “mani pulite”, i radicali non c’erano
in Parlamento a difendere la funzione e la dignità contro
la sua stessa sindrome autodistruttiva (abolizione dell’immunità
parlamentare, etc..). C’era un gruppo di “antiproibizionisti” che
con l’antiproibizionismo, benché cosa seria, si baloccava Pannella,
come si baloccò e fece baloccare tanti deputati che gli diedero
retta con le famose autoconvocazioni alle sette del mattino e relativi
aggiornamenti per…mancanza del numero legale. Credo che quello squagliamento
radicale di fronte al golpe abbia avuto effetti assai gravi ed
irreversibili sugli eventi di allora e, di conseguenza, sulla situazione
politica di oggi e abbia rappresentato un autentico sbandamento
in campo aperto ed una “diserzione di fronte al nemico”. Ma l’entrata
nell’Unione di Prodi è qualcosa di assai peggio: è il
“passaggio al nemico”.
Il cosiddetto centrosinistra
è, infatti, la naturale alleanza (con soci
palesi ed occulti, ma non troppo) tra gli autori del golpe
in prima persona (che, del resto, sono quelli che hanno suonato
la tromba della riscossa dopo la sconfitta del 2001), i loro
mandanti, i beneficiari del golpe, gli autori delle dilapidazioni
e delle depredazioni del patrimonio pubblico, rappresentato
dalle partecipazioni statali “privatizzate”, dei collitorti del
monopolio culturale-mediatico cattocomunista. In una parola,
l’Unione è la miscela di tutto ciò contro cui si sono
battuti i radicali in quella che è stata, finché c’è
stata, una loro coerente e dura battaglia antiregime. Certamente
nei due schieramenti vi sono eccezioni, equivoci, incongruenze in
ordine a questo dato centrale: quello di una parte che rappresenta
e sostiene il golpismo, gli interessi ed i poteri “forti”, le
prevaricazioni istituzionali (non solo della magistratura) e
l’altra, quella che, bene o male, al golpismo si è opposta,
delle prevaricazioni istituzionali è stata obiettivo e vittima,
che si è messa di traverso al golpe, che contrasta gli interessi
dominanti, i padroni della stampa, i terminali politici di tutti i
corporativismi residui e di nuovo conio. Ma l’alternativa è questa,
questi sono gli schieramenti. Non vi è rimedio alla diserzione
del 1992 (e seguenti), ma c’è rimedio al passaggio al nemico,
consumato con la rottura di quel balordo voto di castità elettorale
per andare in soccorso di quel Boselli ed il suo Sdi (i socialisti
che non furono degnati di un’incriminazione dai golpisti) ed a portare
acqua al mulino di Prodi e compagni, che macina quel che macina. Della
Vedova, Taradash, Calderisi, Palma meritano tutto il nostro appoggio
e lo avranno, per quel che potrà valere. Il loro successo sarà
prezioso per il Paese e per la libertà."
Mauro Mellini
Massima del giorno
Bisogna torcere il
collo al passato perché abbiamo una sola vita,
finché dura: e si chiama presente.
G.P.
MOLLICHINE
Il Vaticano ha parlato
di esigere reciprocità con i musulmani. Insomma
meritiamo lezioni di uso degli "attributi" da chi ha fatto
voto di non usarli.
Luciano Violante: le
idee politiche dell'ayatollah Khatami sono "molto
simili all'idea italiana di democrazia". Italiana o sua
personale?
Il programma dell'Unione
necessita di 3 legislature per essere realizzato:
le prime due serviranno a leggerlo (Un "forumista", R.T.M,
su "Capperi.net").
Marco Rizzo ha partecipato
alla sfilata pro-Palestina ma non ha sentito i cori
10,100,1000 Nassiryah. Non c'è peggior sordo...
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
L'erbivoro
Il leone mangia la
gazzella senza scrupoli: è un carnivoro e solo
così può sopravvivere. L'essere umano invece può
scegliere. Diversamente dal leone è onnivoro e se vuole
può permettersi d'essere vegetariano. Questo fenomeno,
col progresso e la pace, si è amplificato fino alla
patologia. L'Occidente è divenuto infantile, imbelle,
pauroso e anzi prono ai dettati della madre superiora.
È imbelle perché,
dopo sessant'anni di pace, si culla nell'illusione
che la guerra non potrebbe mai riguardarlo. La considera
una barbarie di tempi lontani, facile da esorcizzare demonizzando
le armi e privandosi di una difesa efficace. Non è raro
udire politici che considerano uno spreco qualunque somma
spesa in armamenti.
Stranamente, mentre
non ha paura della guerra, l'uomo dei paesi prosperi
ha paura di tutto il resto. Ha paura della scienza, del
progresso, delle grandi opere civili, dei cibi prodotti dall'industria,
del buco nell'ozono, dello scioglimento dei ghiacci polari,
della mucca pazza e dell‚influenza aviaria. Ha paura di
tutto e non impara a difendersi da nulla: se non con la fuga,
come un erbivoro. Infatti non solo tende a rifiutare la legittima
difesa, e l'impegno civile e virile che essa richiede, ma reagisce
alle minacce e alle violenze offrendo doni e chiedendo scusa anche
per ciò che non ha fatto. Emblematico il comportamento nei
confronti dei moti di piazza islamici quando non dei terroristi.
In Occidente l'uomo
ha dimenticato la propria responsabilità d'adulto.
Vuole avere il diritto di vivere spensieratamente come un adolescente,
tanto alla sua vecchiaia deve pensare lo Stato. Uno Stato
che deve anche curarlo gratis se sta male, gli deve dare un
sussidio se perde il lavoro, deve dargli una casa e proteggerlo
anche se lui non fa nulla per difendersi. Molti addirittura
proclamano il proprio orrore all'idea di rispondere alla violenza
con la violenza.
Una volta si parlava
di Stato Provvidenza, oggi si chiede lo Stato Mamma.
Un'entità che non solo si occupa dei nostri bisogni
di base ma ci obbliga a indossare la cintura di sicurezza
in auto e il casco in motocicletta. Manca solo che ci raccomandi
la maglia di lana in inverno e ci canti la ninna nanna la sera.
Le masse di straccioni
del Terzo Mondo che gridano ed agitano il pugno
ci fanno paura perché non sapremmo come affrontarle.
Le vediamo come i bambini vedono gli adulti.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it - 22 febbraio 2006
VOGLIA
DI ATTENTATO
Ieri sera, sul
tardi, saltando in tv con il telecomando da Matrix
a Porta a Porta, mano a mano che le immagini
e le parole raggiungevano i titoli di coda ho percepito
una strana senzazione di disagio massmediologico dovuta
al futuribile attentato islamico da imputare alla maglietta
di Calderoli che i vari interlocutori di sinistra (da Pecoraro
Scanio e Franceschini) sembravano richiamare e strategicamente
annunciare.
Abyssus
abyssum invocat... vuoi vedere che...
cp, 21
febbraio 2006
Bella Ciao
per i terroristi palestinesi
Settimana di fuoco in
Italia. Settimane di fuoco, quello vero quello che ammazza,
brucia, distrugge, in tutto il mondo islamico. Morti a Bengasi,
morti in Nigeria, morti in Pakistan, cristiani e non musulmani
ammazzati senza pieta' con ogni scusa, anche la piu' cretina
perche' loro, gli assatanati, non hanno bisogno di motivi seri
per ammazzare, e' il loro passatempo preferito.
Uno si chiede legittimamente
: ma non lavorano mai questi qua, ma i giovani non
vanno mai a scuola? Evidentemente no e lo si nota dal loro
livello socioculturale. Nell'ANP, per poter mandare i bambini a
manifestare contro le famose vignette che nessuno di loro avra'
visto, hanno chiuso le scuole di ogni ordine e grado e li hanno
mandati a urlare "morte all'occidente, morte a Israele, morte
all'Italia, morte alla Danimarca, morte all'Europa". Morte a tutti
insomma, chissa' se l'Unione Europea si e' sentita in imbarazzo nel
vedere le sue sedi distrutte e saccheggiate a Gaza , a Ramallah,
a Jenin, dopo aver mantenuto per anni questi parassiti urlanti.
Nessuno ha detto una parola, hanno
paura anche di parlare gli europei.
Mi dicono che la gente
normale in Italia e' incazzata nera contro questi assatanati
ma navigando su internet si leggono quasi sempre giustificazioni
e le condanne sono tutte per l'Occidente: colpevoli
i giornalisti danesi, colpevole , da condannare praticamente
all'egastolo il ministro, anzi l'ex ministro, Calderoli per
essersi sbottonato due bottoni della camicia sotto cui
si intravvedeva qualcosa.
Quel gesto inconsulto
e' stato la fine anzi l'inizio di un nuovo incubo
nell'incubo gia' in atto , il casino totale, tutti a chiedere
scusa agli assatanati, Berlusconi che si mette in ginocchio
davanti a un terrorista assassino come Gheddafi, prelati
che si strappano le vesti, la sinistra che gongola e approfitta
per fare campagna elettorale gettando fango sul governo,
la comunita' ebraica che esprime solidarieta' all'islam sempre
a causa dei due bottoni slacciati dal ministro e a questo
punto mi piacerebbe sapere se la comunita' islamica ha espresso
solidarieta' agli ebrei per il ragazzo ebreo torturato
a Parigi per settimane e poi ucciso bruciandolo vivo.
Ditemi, lo hanno fatto?
Forse che la comunita' islamica di tutta Europa ha
mai solidarizzato con gli ebrei per tutti i loro morti, per
gli slogan antisemiti, per le migliaia di vignette antisemite,
per le aggressioni a cittadini innocenti?
Lo chiedo perche' mi
sembra addirittura impossibile che la dhimmitudine
degli italiani, ebrei e non, arrivi a questi livelli di autoumiliazione,
di rispetto di se' : zero, di orgoglio: zero, di dignita':
zero.
Mentre, a causa della
indubbia cretinata di Calderoli, gli italiani si
strappano le vesti e non sanno piu' a chi genuflettersi e
Fini corre in moschea, ecco che a Roma viene organizzata una
bella e grande manifestazione pro Hamas, ecco che
in testa al corteo si vedono gli amici dei terroristi, Diliberto,
Rizzo e altri kam...kompagni, tutti a cantare a voce spiegata
Bella Ciao.
O caspiterina e cosa
c'entra il Bella Ciao con i palestinesi?? Ahhhh giusto
...si son svegliati e han trovato l'invasor.....beh, ognuno
ha il suo punto di vista a seconda di come gliela raccontano
pero' non mi vengano a cantare anche l'ultima strofa i signori
comunisti italiani, i signori kamerati..ooops pardon...
kompagni...non mi vengano a cantare " mi seppellirai lassu'
in montagna, sotto l'ombra di un bel fior" perche' i palestinesi
le uniche montagne che hanno sono quelle delle immondizie
e del fior nemmeno il miraggio, li hanno bruciati tutti i fiori,
signori kam..kompagni.
Comunque gli slogan urlati da questa
gentaglia erano della piu' grande sconcezza, indecenti
come al solito, come solo la loro anima nera sa esprimersi
"«Dieci/cento/mille Nassiriya». «Sabra
e Shatila/ strage falangista/ è Ariel Sharon/ il vero
terrorista». Oppure: «I popoli in rivolta/ scrivono
la storia/ Intifada/ fino alla vittoria».
Mentre i piu'
urlavano queste porcherie, altri avanzi di galera si
dedicavano all'incendio di bandiere, quelle solite , l'americana
e l'israeliana. Ma dove le trovano tutte queste bandiere
da bruciare? Se le fanno preparare a casa dalle mamme e dalle
fidanzate?
Calderoli dunque
si e' dimesso, mossa sbagliata che comporta l'istantanea
calata di brache del governo italiano, e a questi deputati,
capi di partito che vanno a cantare Bella Ciao per i terroristi
palestinesi, che hanno formato piu' di una generazione di
odiatori di Israele e di razzisti , a questi figuri cosi' loschi e
beceri nessuno chiede di dimettersi e di andare a vendere kebab
a Gaza?
Questa manifestazione
indecente pro terroristi si svolgeva mentre
Governo italiano, comunita' ebraica, clero cattolico,
esprimevano la propria solidarieta' a quelli che sventolavano
le bandiere verdi dell'islam, le bandiere palestinesi
imbevute di sangue ebraico e che urlavano il loro
odio contro Israele e contro l'occidente come solo i seguaci
dei figli di Satana sanno fare..
Non c'e' speranza, loro
vinceranno.
Voi continuate a farvi
del male.
In questo quadro desolante
della povera, tremolante Europa, una bella notizia
arriva dall'Austria , David Irving ha chiesto scusa agli ebrei,
ha ammesso di essersi sbagliato e adesso chi glielo dice
a tutti quei giovani che si sono imbevuti di antisemitismo
leggendo i suoi libri di "storia"?
Ha detto anche di essere
annoiato e cosi' gli hanno dato tre anni di galera
per farlo divertire un po'.
Tre anni! Pochi per
il male fatto ma meglio di niente.
Deborah Fait
- informazionecorretta
E' MORTO LUCA COSCIONI
La notizia è stata data in diretta
a Radio Radicale da Marco Pannella. Luca Coscioni, leader
dell'Associazione Coscioni,
che comunicava grazie a un sintetizzatore vocale, è
stato un simbolo della battaglia per la libertà
di ricerca scientifica. Obiettivo portato avanti dall'Associazione
che ha il suo nome, fondata il 20 settembre del 2002,
schierata in prima linea contro il divieto di ricerca sulle
cellule staminali embrionali.
Madamina, il catalogo
è questo
"Mai afferriamo
l'essere umano - ciò che egli significa - se
non in modo ingannevole: l'umanità si smentisce
sempre, passando repentinamente dalla bontà alla
bassa crudeltà, dal pudore estremo all'estrema impudicizia,
dall'aspetto più affascinante al più
odioso. Spesso, noi parliamo del mondo, dell'umanità,
come se vi fosse una qualche unità: in effetti,
l'umanità compone dei mondi, vicini secondo
l'apparenza ma in verità estranei l'uno
all'altro."
Georges
Bataille, L'Histoire de l'érotisme - 1976
Edition Gallimard
SENZA PAROLE
Foto scattata il 20 febbraio
2006 all'ingresso del supermercato Coop di Fidenza.
Censura o
mitomania??
Beppe Grillo crede
che la Cina (?) abbia censurato la sua immagine.
Lo scrive nel suo
blog e i suoi fedelissimi (centinaia di migliaia se
si tratta di contarli sulla rete, poche decine quelli presenti
al primo raduno nazionale de Gli Amici di Beppe Grillo...
potrebbe vantarne di più Maria De Filippi (Gli Amici di
Maria De Filippi), ossia "il marito di Costanzo", come dice
Grillo, sulla cui simpatia non si discute, subito gridano allo
scandalo.
Ma si tratta davvero
di censura??
Il post in italiano
supera i 1400 commenti, quello in inglese (da notare
che beppegrillo.it è di default in inglese: del resto
Grillo ricorda spesso che il suo blog è uno dei più
visitati del mondo) ne ha al momento soltanto 2 (e mediamente
i commenti ai post in lingua inglese sono 5-10: è uno
dei blog più visitati del mondo e così pochi stranieri
vi inseriscono commenti?): tuttavia, il primo
commento è molto interessante (e controtendenza):
Most occidental
people is censured on that site. Why do you think
you are SO important that the Chinese government is directly
targeting you?
Grillo certamente
non risponderà (non risponde quasi mai ai visitatori
del suo blog, non dialoga con loro) e allora l'unico
modo per avere una risposta attendibile è seguire
lo stesso consiglio di Grillo: Provate anche voi.
Ho provato (basta
andare in Google immagini nella versione cinese, ndr)
e mi sono accorto che Grillo è un mitomane.
Dal sito
La
Rivoluzione .
IL FESTIVAL DELLA
FRUSTRAZIONE
È
noto che cinquantamila persone in uno stadio hanno
un livello mentale di bambini di otto-dieci anni:
al punto che lo stesso codice penale ha previsto un’apposita
attenuante per chi commette un reato facendo parte
di una “folla in tumulto”. Questo fenomeno è sfruttato
dai demagoghi i quali, se riescono a dire le parole che la folla
sperava di sentire, possono essere certi del successo.
Da quel momento hanno una turba disposta a seguirli e perfino
a combattere per loro. Il fatto è talmente noto che è
inutile stare a citare i grandi manipolatori di masse, da Alcibiade
a Mussolini e Hitler.
Una folla
incollerita che grida contro qualcuno o qualcosa,
magari per una ragione futile come un rigore negato,
può fare paura. Nondimeno, essa è terribile
solo a partire dal momento in cui qualcuno la organizza
e soprattutto la arma. Finché rimane informe e dilettantesca,
una carica di polizia, una bella semina di gas lacrimogeni
ed eventualmente qualche colpo d’arma da fuoco, magari in
aria, possono facilmente averne ragione. Ci sarà qualche
contuso, qualcuno finirà al pronto soccorso, ma la
domenica finisce, domani è lunedì e si torna al lavoro.
Diverso
è il caso quando la folla diviene massa di manovra,
quando qualcuno l’inquadra fino a farne una macchina
da guerra. È questa la differenza fra la Hitlerjugend
e le masse islamiche. I giovani hitleriani erano
il vivaio delle future SS, sarebbero andati volontari sotto
le armi e sarebbero stati il ferro di lancia di uno Stato
moderno, bene armato, ben guidato e capace di vittorie strabilianti.
Le masse islamiche invece, sia per il loro spaventoso livello
d’ignoranza, sia perché i capi dei loro paesi mai
si sognerebbero di dar loro delle armi, mimano la violenza
senza essere in grado di esercitarla. Né in quel momento
né dopo. La folla che applaudiva Hitler avrebbe dovuto
fare paura e non ne fece abbastanza, le folle islamiche, anche
se bruciano qualche automobile o qualche bandiera, dovrebbero
fare sorridere: non hanno i mezzi per comportarsi male.
Ma francamente nessuno ha voglia
di sorridere e si ha piuttosto voglia d’avere spiegazioni.
Le più probabili sono rinvenibili nell’ambito
del mito. Il fenomeno “glorioso” ha una sostanza e dei simboli.
Un centravanti diviene un campione internazionale per
come gioca, e questo è il fatto; poi c’è la sua maglietta
e il suo numero e questi sono i simboli. I bambini vorrebbero
giocare come il loro eroe ed è evidentemente impossibile:
però è possibile indossare una maglietta col nome
e il numero del campionissimo e con questo, simbolicamente,
divenire lui. Il bambino vive in parte nella realtà
(“Non posso giocare come il campione”) e in parte nel mito
(“Posso indossare la sua maglietta e dunque appropriarmi magicamente
delle sue capacità”). È questa la ragione per
cui Yasser Arafat, che non ha mai avuto un esercito, andava sempre
in giro in divisa militare.
Le masse
islamiche si ubriacano di odio e di minacce contro
l’Occidente. Promettono sfracelli che non potranno mai
attuare; sofferenze che non potranno infliggere; vittorie
che non potranno mai ottenere. I palestinesi che non sono
stati in grado di battere Israele con l’aiuto di tutti i paesi
arabi (1967), ora che sono soli e disarmati promettono di
eliminarlo. Sfilano con tute mimetiche, si coprono il volto come
per difendere l’anonimato delle loro eroiche gesta, scuotono
gli AK47 o magari sparano in aria. Come se tutto questo potesse
fare impressione ai carri armati israeliani.
In questi
giorni lo schema di comportamento palestinese si è
allargato al mondo intero. Qualcuno, mesi dopo la loro
pubblicazione, ha soffiato sul fuoco attizzato da qualche
vignetta sconclusionata ed ora ci sono dovunque violenze
di piazza, contro i danesi, contro gli europei e soprattutto
contro gli americani. È il festival della frustrazione.
E infatti a Teheran, che rischia d’avere l’atomica, non
ci sono state manifestazioni.
In un
mondo in cui la televisione ha raggiunto il mondo intero,
gli islamici vedono ogni giorno quanto più ricchi,
più liberi, più forti sono gli occidentali:
e non riescono a sopportarlo. Avere continuamente sotto
gli occhi il successo del proprio vicino (Israele, in
primo luogo!), paragonato col proprio fallimento e la propria
miseria, e non poterci fare nulla, giorno dopo giorno, può
rendere folli di rabbia. Il bambino è geloso del giocattolo
dell’amichetto e cerca d’impossessarsene od anche semplicemente
di romperlo. Gli occidentali tendono ad avere paura della
violenza islamica ma non pensano che il rischio è solo quello
di qualche attentato. Gravissimo per chi lo subisce personalmente,
certo, ma del tutto ininfluente dal punto di vista della grande
politica.
La folla
islamica grida la propria autostima per nascondere
la propria frustrazione; grida terribili minacce
per compensare il sentimento della propria debolezza;
grida il proprio odio per ciò che vorrebbe avere
e non può.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 20
febbraio 2006
TI A' PIACIATO?!!
"Se nessuno di voi spara qualche colpo, se mi
assicurate che non avete un cannone in tasca, se non
tenete nascosto un dirigibile con un paio di bombe,
se non fate sternuti e non avete mangiato legumi, io esco...
dalle trincee! In ogni modo mi raccomando, là ad Allah,
figlio d'Aa-lllah e di Allallarallallarallà!
Ma ometto di raccomandarmi a Maometto gran profeta, figlio
di Feta, autore della profetosità mussulmana, col
muso nelle mani, anzi nelle otto mani, per farci scappare
con otto piedi! Il nostro programma è eroico: coraggio
e... scappiamo!"
Ettore Petrolini, 1915
Massima del giorno
Molta gente
crede che la rivoluzione sia un tipo di vestiario.
G.P.
DIFESA DI MARCO
FERRANDO
Marco Ferrando
non sarà candidato da Rifondazione Comunista.
I grandi partiti dell’Unione si sono vergognati di lui e hanno
fatto pressioni. Tuttavia le sue tesi (ricavate dall’intervista
televisiva a Maurizio Belpietro) non sono affatto deliranti.
Da molto tempo esse sono sostenute dalla maggior parte della
sinistra e l’unico torto di Ferrando è d’averle affermate
senza eufemismi.
Egli descrive
ad esempio l’Iraq come un paese sottoposto ad occupazione
e per questo parla del “diritto di resistenza a queste
forze di occupazione, un diritto universalmente riconosciuto
e assolutamente sacrosanto”. Qui ha ragione: le truppe
americane e dei loro alleati sono truppe di occupazione dal
momento che effettivamente occupano il paese in seguito ad una
vittoria militare. Dove sbaglia è però nel non considerare
che queste truppe hanno grandemente migliorato la situazione
di quello stesso paese, sicché è difficile chiamarle
“occupanti” e basta: noi abbiamo chiamato liberatori gli
alleati anglo-americani quando hanno invaso l’Italia nel 1943-45.
Il discrimine non è che un esercito invada un paese,
ma che il paese invaso l’approvi o no. Nel momento in cui gli
irakeni legittimano con libere elezioni un governo che è
giunto al potere come conseguenza della caduta di Saddam Hussein
(e votano perfino i sunniti), gli occupanti non sono più
tali: sono alleati che collaborano alla ripresa del paese. Non
diversamente da come avvenne in Italia, in Germania e in Giappone.
Qualcuno chiamerebbe occupanti gli americani della base di
Sigonella?
Ferrando
sbaglia, si è detto: ma è il solo? La sinistra,
per puro antiamericanismo, e per dichiarare che in ogni
caso la vicenda irakena è stata un disastro, ha
sempre sostenuto che il terrorismo è aumentato a causa
della guerra e che quelli che il centro-destra chiama terroristi,
sono “insorti”, “ribelli”, “resistenti” (con ovvio accenno
alla Resistenza antifascista), e via dicendo. Ferrando, se
sbaglia, non sbaglia da solo. L’unica sua colpa è di dire
ad alta voce e coerentemente quello che gli altri dicono per
via di allusioni e solo quando gli conviene.
Magari nel fuoco di un dibattito
televisivo.
Poi Ferrando
parla dei “crimini e [del]le brutalità delle
truppe di occupazione inglesi nei confronti di bimbi iracheni”,
e commette due errori: primo, non ci sono stati crimini
ma solo brutalità; secondo, non nei confronti di
bimbi (i bimbi hanno meno dei sei anni), ma nei confronti
di adolescenti che avevano prima aggredito i soldati a colpi
di pietra. Il rifondarolo trova il tempo di parlare di questo
e non trova l’occasione per parlare delle decapitazioni
in diretta di persone colpevoli soltanto d’essere americane? E
tuttavia non ci se ne può stupire. Questo è il modo
in cui la sinistra considera i fatti. L’Unità è forse
più scrupolosa?
Dopo avere
detto che “sappiamo come muoiono gli italiani”, Ferrando
scrive: invece “sappiamo poco su come muoiono gli iracheni
sotto il piombo delle truppe italiane”. Questa espressione
è peggio che tendenziosa. Essa suggerisce che gli italiani
sparino facilmente e indiscriminatamente contro la popolazione
civile irachena. Cosa non vera. Ma la sinistra sostiene
che gli italiani sono lì per fare una guerra e una guerra
si fa sparando. E non è colpa dei soldati se ormai
non c’è più un esercito irakeno e sono costretti
a fare il tiro a bersaglio sparando sui civili. Almeno, questo
è ciò che pensa Ferrando: ma non è il solo.
Né
può stupire l’attacco a D’Alema, chiamato “un
ex presidente del Consiglio che ha bombardato la Serbia
con l'opposizione di Rifondazione comunista e che oggi
chiede a Rifondazione comunista di depurare i candidati
che sono coerentemente contro la guerra”. Qui Ferrando
ha interamente ragione. Se si è irenisti, se la guerra
è sempre ingiustificata, perfino quella in difesa dell’incolpevole
Kuwait invaso, come si può accettare che si vadano
a bombardare dall’alto i civili, come avvenne in Serbia? Quell’azione
fu certamente più di guerra di quanto non sia l’<occupazione>
italiana dell’Iraq.
Il vangelo
dice che se il nostro occhio ci è occasione di
tentazione è meglio strapparcelo e andare in paradiso
orbi che con tutti e due gli occhi all’inferno. E Origene
si castrò. La Chiesa ovviamente disapprovò quel
gesto ma l’errore fu quello d’aver preso il Vangelo alla
lettera. Ferrando è – nella sinistra - un personaggio
come Origene.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 18 febbraio 2006
MAGLIETTE SATANICHE
Povero Calderoli. Domani -scommettiamo?-
i giornali l'incolperanno di 11 o 12 morti. Pure
Berlusconi s'è incazzato per via di quella invisibile
vignetta stampata sulla maglietta della salute,
portata in TV sotto giacca e camicia (vedi foto). «Pentito?
Ma stiamo scherzando?» ha commentato a caldo
il ministro «Attentati e violenze di matrice
islamica sono cominciate molto prima di qualunque maglietta».
«So che a me potrebbe anche succedere qualcosa
- ha proseguito Calderoli - ma bisogna reagire
a questa situazione. Non ci prendiamo in giro, l'attentato
alle Torri Gemelle ci sono state prima delle eventuali provocazioni
e la mia maglietta voleva essere proprio una segnalazione
del rischio che proviene da quel mondo».
Insomma,
ora sembra accertato: scoreggi al tg3, crolla
un palazzo dall'altra parte del mondo e ti danno pure la
colpa.
Che tempi signora mia, che
tempi!
cp, 17 febbraio 2004
STUPRO GRATIS.
O QUASI
O yes:
se stupri la figliastra di 14 anni e lei non è
vergine puoi cavartela con poco. Così ha sentenziato
la Terza sezione penale della Cassazione, accogliendo
il ricorso dello stupratore. I danni sono più lievi,
hanno stabilito i dotti signori. Perché in questo caso
la personalità della vittima, «dal punto di
vista sessuale, è molto più sviluppata di quanto
ci si può normalmente aspettare da una ragazza
della sua età». La minorenne in questione,
poi, è vissuta in un ambiente socialmente degradato
e in tal caso – chi non lo capirebbe? – essere stuprate non
è poi la fine del mondo. Come bere un bicchier d’acqua,
praticamente. Mi viene da pensare alla mia amica A., stuprata
a 11 anni da un amico di famiglia (l’aveva portata nel bosco
con la scusa di andare a funghi. E mentre si tirava su i pantaloni
ha trillato giulivo: «Guarda che bel fungo! Questo lo
porto alla mia bambina, chissà come sarà contenta!»).
Ecco, ad averlo saputo, qualcuno se la sarebbe potuta tranquillamente
fare a dodici anni, certo di poter godere di un bel po’ di attenuanti.
Tanto lei, ormai, dal punto di vista sessuale era molto più
sviluppata di quanto ci si potrebbe normalmente aspettare da una bambina
di seconda media. Non si osa poi immaginare cosa potrebbe accadere
se la ragazzina stuprata, oltre a non essere vergine, indossasse per
giunta un paio di jeans (a proposito: a pronunciare la famosa sentenza
in base alla quale se la ragazza indossa i jeans non c’è stupro,
era stata la Terza sezione penale della Cassazione: la stessa dell’immonda
sentenza di oggi: non ci sarà per caso del marcio lì
dentro?). Potrebbe apparire scontato, a questo punto, scagliarsi
contro l’insensibilità maschile. Ritengo tuttavia doveroso ricordare
il giudice donna che alcuni anni fa in Canada ha emesso l’oscena
sentenza di condanna a UNDICI MESI nei confronti di un arabo
che aveva sodomizzato la figliastra di nove anni, con la motivazione
(non sono riuscita a trovarla in internet, ma posso citarla a memoria
con assoluta precisione, tanto mi è rimasta scolpita nella
memoria) che «in tal modo ha preservato la verginità della
bambina, ritenuta particolarmente importante nella sua cultura».
E non credo servano ulteriori commenti.
dal blog di Barbara.
Foto scattate
ad una manifestazione a Londra da Eyal Mizrahi
LA RISERVA MENTALE
La caratteristica del programma dell’Unione è
la riserva mentale. Per essa in teologia s’intende,
secondo il Devoto-Oli, una “limitazione mentale
di quanto si dichiara, si promette, si giura”. Come se si
chiedesse a qualcuno: “Hai preso tu, oggi, quel denaro?”
e quello rispondesse: “No”, ma pensando: “Oggi non l’ho
preso, l’ho preso ieri”. In passato la validità del procedimento
fu dibattuta a lungo ma qui interessa passare dal piano
etico a quello giuridico.
Giuridicamente, la riserva mentale è semplicemente
una bugia. Se assicuro che un determinato oggetto
“è d’oro”, e preciso mentalmente che “è
d’oro in superficie”, sono semplicemente colpevole
di truffa in commercio. Perché il diritto non guarda
alle parole ma a ciò che si è fatto credere all’acquirente.
Il programma dell’Unione è dunque giuridicamente
inefficace perché caratterizzato da troppe riserve
mentali. È scritto in modo che ciascuno ci
possa leggere ciò che gli interessa e possa non vedere
ciò che ci possono leggere gli altri. Ognuno può
interpretare ciò che vi è scritto (essendo vago) o
ciò che non è vi è scritto come corrispondente
alle proprie intenzioni. L’esempio inevitabile è
la Tav. Secondo Ds e Margherita la Tav è prevista in
quanto si accenna alle grandi comunicazioni, mentre secondo
l’estrema sinistra essa è esclusa “tanto è
vero che nel programma non se ne parla”. Chi ha ragione?
Domanda sciocca: il programma è scritto in modo che
non si possa decidere chi ha ragione.
Quando i contraenti firmano un contratto che permette
molte riserve mentali è come se non lo
firmassero: infatti nessuno assume degli impegni.
Il programma dell’Unione, atto di obbedienza formale
alla nuove legge elettorale, è uno specchietto
per le allodole. Serve solo a dire che si è firmato
un programma mentre si è solo firmato soltanto un
documento in base al quale domani accusarsi reciprocamente
di malafede. L’Unione spera così di vincere le elezioni
ma i rischi sono evidenti.
Innanzi tutto, gli stessi elettori possono accorgersi
– se non strizzano gli occhi per non vedere
– che un vero programma non esiste. Molte cose non
ci sono, molte altre sono vaghe, dei progetti più nobili
non si indicano i mezzi per realizzarli. Per non parlare
del patetico programma di lotta all’evasione fiscale
come fonte di grandi finanziamenti. E poi la realtà
è incontournable, non la si può aggirare. Ciò
su cui oggi si sorvola domani tornerà imperiosamente
a ripresentarsi. Sicché i partiti che si saranno
impegnati su una data posizione con i loro elettori saranno
costretti o a smentirsi o a mettere a rischio il governo.
E se per alcune cose, per non urtare nessuno, basterà
non far nulla, per altre l’inazione sarà impossibile.
Potrà affrontare i suoi problemi e sopravvivere
decentemente un’Italia governata da una coalizione litigiosa
e dalle posizioni inconciliabili, tenuta insieme solo dalla
voglia di potere?
Le premesse sono pessime. L’Italia è la casa
di tutti e di questo stato di cose non c’è proprio
ragione di essere contenti. Poco importano le idee
politiche di ognuno e solo uno stupido può augurarsi
di vedere il proprio nemico nel fango, se nel fango ci
trascina anche lui.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
16 febbraio 2006
Putin, Hamas
e la danza del ventre.
A
volte uno si fa prendere dalla disperazione perche'
sembra di sbattere contro un muro di gomma.
Dopo
la vittoria di hamas che avrebbe dovuto aprire gli
occhi ai piu' a dimostrazione del nazismo che anima
i palestinesi,
dopo
aver sentito dire da quattro imbecilli che le elezioni
sono state un esempio della democrazia palestinese
come se bastasse votare per essere una democrazia,
come se la democrazia non fosse un processo socio-culturale
completamente assente nei nazipalestinesi, come se queste
elezioni non ricordassero quelle altrettanto "democratiche"
che portarono Hitler al potere nel 1933,
dopo
aver sentito i nazisti di hamas dichiarare che mai
riconosceranno Israele e che la Palestina sara' un
unico paese sotto la legge della sharia in cui gli
ebrei ancora vivi potranno vivere come dhimmi,
Dopo
tutto questo, che non e' altro che il proseguimento
della quarantennale politica di morte palestinese
perche' nulla e' cambiato dai tempi dell'OLP,
quale e' la preoccupazione dei media italiani? I soldi!
I
soldi che qualcuno ha minacciato di non dare piu' all'ANP
quando andranno al governo i nazisti.
Pero'
erano nazisti anche Arafat e l'OLP e allora dove
sta la differenza? Mah, forse nel fatto che questi
ultimi si dichiaravano comunisti, quindi nazicomunisti
laici, fratelli dei loro colleghi europei, molti corpi
ma un'anima antisemita sola.
Sono
preoccupatissimi dunque i giornalisti italiani,
che sentono ancora vivo questo fraterno legame, che
Israele e USA tentino di isolare i terroristi, che
l'Europa trovi le palle necessarie per non pagare il
pizzo mensile di milioni di euro e che alla fine i palestinesi
non ricevano il miliardo di dollari all'anno che
gli serve per finanziare il terrorismo.
Stringi
stringi si capisce che anche i nazisti di hamas
suscitano la simpatia dei media , quasi quanta ne suscitava
Arafat, in assoluto l'idolo del giornalismo italiano.
La
storia si ripete: Abu Mazen li aveva lasciati orfani,
cosi' grigio, anonimo e privo di personalita', avevano
nostalgia del raiss diabolico che li riempiva
di baci umidicci, di odio per gli ebrei, di regali, di
sceneggiate e soprattutto di speranza, la solita antica
speranza che riuscisse a far fuori Israele e che gli facesse
scorrere l'adrenalina nelle vene al pensiero che il
sogno comune si avverasse.
Non
devono preoccuparsi i nostri cari giornalisti poiche'
Putin il cosacco ha gia' invitato hamas a Mosca e
le nazioni piu' schiave degli arabi , Francia e
Spagna, insieme alla miglior ballerina di danza del ventre
del mondo , Kofi Anan, appoggiano la decisione russa e
sono gia' la' che aspettano con le bave alla bocca di poter
abbracciare i barbuti figli di Satana.
Putin
rinnova il ruolo dell'URSS che accolse a braccia
aperte Arafat e l'OLP quando dichiaravano di voler
distruggere Israele facendo si che il comunismo mondiale
ne seguisse l'esempio e isolasse completamente lo Stato
ebraico.
Quarant'anni
fa Arafat, oggi Mashal e la parola d'ordine e'
sempre quella che mette in moto l'adrenalina: Israele
a morte.
Il cosacco dalla fredda faccia
da gestapo non solo apre a hamas ma sta armando l'Iran e la
Siria, mettendosi chiaramente contro la comunita' internazionale
che , debole e fiacca, non reagisce ne' contro Putin
ne' contro Teheran, Damasco e hamas se non emettendo
spaventati e timidi guaiti con la coda fra le gambe e dicendo
che si, hamas al potere cambiera', non sara' piu' un' organizzazazione
terrorista ma un governo responsabile.
L'occidente
insomma crede nelle favole e passivamente permette
alle nazioni che meglio ballano la danza del ventre di
guidare la politica internazionale.
Le
cose dunque si stanno facendo interessanti e credo
che nel giro di un paio di mesi Hamas avra' credito
in tutta Europa, raccontera' agli idioti che il desiderio
di distruggere Israele non fara' piu' parte del suo programma
politico....in attesa di tempi migliori, i naziislamici
palestinesi si trasformeranno in agnellini per ricevere i
soldi e l'Europa glieli dara' felice lanciando occhiatacce
di rimprovero a Israele e alle sue proteste. Dopodiche' hamas
si riciclera' in uno dei tanti gruppi terroristici e sotto
altro nome continuera' tranquillamente gli attentati in
attesa della risolutiva bomba iraniana.
E
l'Iran che fa? per distrarsi prepara un concorso di
vignette sbeffeggianti l'Olocausto, ne hanno gia'
pubblicate alcune che hanno suscitato la simpatia
e l'ilarita' di Francesca Paci, giornalista della Stampa,
la quale scrive soddisfatta che le vignette in questione
sono rivolte alle colpe e alla cattiva memoria di
Israele e qui mi spiazza perche' non so a che colpe e a
quale cattiva memoria si riferisca la signora che alla fine,
al limite del codice penale, auspica che lo sbeffeggio antisemita
sulla Shoa' trovi seguito :
"Chissà
che la loro provocazione contro Israele non venga
raccolta e pubblicata da altri giornali australiani
o brasiliani".
Che
la mamma dei cretini sia veramente sempre incinta?
Pare proprio di si.
E'
incintissima sia in Italia che e all'estero.
In
Inghilterra, mentre l'islam brucia, distrugge, ammazza
tutto quello che e' occidentale nel medio e estremo
oriente, la "creme de la creme" britannica, la prestigiosa
Universita' di Oxford ha deciso di boicottare ...indovinate
ancora una volta...vogliono boicottare forse l'Iran
o la Siria o l'ANP o l'Indonesia, le Filippine, l'Egitto???
Ma
no, ma cosa pensate , l'unica nazione che la "creme
de la creme" britannica boicotta e' naturalmente
Israele!
Commenti?
Nessuno. Solo una forte nausea.
Deborah
Fait - Informazionecorretta
COOPPERI!
"L’intreccio tra giunte di sinistra, coop rosse e
DS è una verità scomoda alla sinistra.
In Emilia Romagna i colossi della cooperazione rossa,
cinghia di trasmissione delle amministrazioni di sinistra,
hanno creato di fatto un monopolio occulto nella gestione
degli appalti pubblici.
Chi vive in Emilia Romagna conosce bene gli effetti
di questo sistema esclusivo ed illiberale dove i
finanziamenti più ingenti e gli appalti pubblici
più importanti seguono un’unica direzione. Senza
considerare il mare magnum delle consulenze, degli
incarichi e delle commesse milionarie nel campo dei servizi
affidate dalle giunte di sinistra ai soliti noti giganti
della cooperazione rossa. La vicenda Unipol ha portato
alla ribalta nazionale solo uno dei tanti casi che testimoniano
il fitto e consolidato intreccio di interessi tra coop rosse,
amministrazioni di sinistra, partito della quercia e affari.
Un sistema di potere politico e finanziario che da
anni si è allontanato dai propri scopi mutualistici,
pur godendo ancora di enormi agevolazioni fiscali.
Un sistema che continua a produrre utili attraverso
S.p.A. create "ad hoc" da pool di cooperative per aggiudicarsi,
in regime di monopolio, gli appalti più ricchi
erogati dalle giunte di sinistra. Non è un caso
che in questo sistema di scatole cinesi le carriere di partito
si intersecano quasi sempre con quelle dei vertici delle cooperative
rosse e delle giunte DS. E’ questo sistema illiberale
e clientelare, che finanzia solo chi si muove a sinistra,
che Forza Italia continuerà a combattere per garantire
un futuro di libertà e di sviluppo all’Emilia Romagna
e al nostro Paese”.
On. Isabella
Bertolini.
TUTTI GLI
INTERESSI DI PRODI SULLA TAV
È stato prima garante, poi “controllore” dell’Alta
Velocità Roma-Napoli, diventata business malavitoso
La storia
che vorremmo raccontarvi - di miliardi, appalti,
politica, camorra e processi - è piuttosto
complessa, tanto che ha ben due date di inizio: 7
agosto 1991 e 23 gennaio 1992. È complicata anche perché
è ancora in pieno svolgimento e peserà sulle
nostre tasche fino al 2040. Si tratta, tanto per intenderci,
dell’affaire Alta Velocità.
Tranquilli, non vi parleremo di Val di Susa e di
proteste valligiane. Piuttosto, facciamo un tuffo
nel passato raccontandovi una vicenda torbida che vale
la pena non dimenticare. Perché ha molti addentellati
con il presente e perché “qualsiasi grande scandalo
dell’era di Tangentopoli impallidisce di fronte a questo
assalto predatorio che alcuni esperti hanno valutato nell’astronomica
cifra di 140mila miliardi di lire”, come scrivono Ferdinando
Imposimato, Giuseppe Pisauro e Sandro Provvisionato ne Corruzione
ad Alta Velocità (Koiné, pp. 192, 14,46 euro),
testo dal quale desumiamo parte dei fatti che andiamo a esporvi.
Partiamo, appunto, da due date. La prima, il 7 agosto
1991: nasce Tav spa, società a capitale misto
pubblico e privato (un mero artificio per “ingannare” l’Europa:
lo Stato sborsa il 40% dei finanziamenti, ma “garantisce”
anche il 60% appannaggio dei privati; la parte “privata”
era poi perlopiù costituita dalle allora banche di diritto
pubblico...). Ha un obiettivo: costruire in Italia quasi
900 chilometri di linee per treni ad alta velocità (nelle
tratte Torino-Milano-Padova, Milano-Napoli e Milano-Genova),
con una spesa prevista di 26.180 miliardi. Quindici anni dopo,
ai giorni nostri, i cantieri sono ancora aperti e, quando mai l’opera
sarà completata (quando mai?), verrà a costarci
circa 80 miliardi di euro, quasi 160mila miliardi di lire: più
di sei volte tanto (la società Tav indica invece costi complessivi
per 44 miliardi di euro: “solo” tre volte tanto). La tratta Roma-Napoli,
l’unica già in funzione anche se mancano ancora i 20
chilometri finali verso Napoli, è costata ufficialmente
12mila miliardi di lire! Secondo stime, pagheremo tutti questi
debiti fino al 2040 a un ritmo di 2 miliardi e 300 milioni di
euro all’anno.
Un quadro desolante. Ecco,
sapete chi è stato il “garante” di questa bella
fregatura? Romano Prodi. (...) Per proseguire clicca qui.
Carlo Passera, La Padania
L'equivoco Radicale,
una lunga storia di indecisioni tra Stato e liberalismo
Che fine faranno i radicali? Ma soprattutto: che
fine faranno quegli aneliti liberali che di tanto
in tanto avevano saputo introdurre nel dibattito
politico italiano, pur tra mille arlecchinate e scioperi
della sete “A staffetta"? E’ legittimo chiederselo ora
che l'alleanza con Prodi e l'abbraccio con i socialisti stanno
spingendo il gruppo pannelliano ad enfatizzare gli elementi
più solidaristi e gauchisti della loro tradizione
(comunque sempre ben presenti: basti pensare alle storiche
campagne per aumentare gli aiuti di Stato al Terzo Mondo).
Tutta una serie di equivoci culturali paiono oggi venire
enfatizzati dall'alleanza con lo Sdi, e quindi dall'inevitabile
riesumazione di quel filone liberalsocialista che certo
nulla può avere a che fare con un'ispirazione rigorosamente
liberista: volta a ridurre il peso dello Stato, potenziare l'autonomia
della società civile, tagliare tasse e presenza pubblica
in ogni ambito. La decisione di Pannella e Boselli di trovare
un terreno comune nell'anticlericalismo, per giunta, sta producendo
effetti evidenti. Invece che domandare la fine della scuola
di Stato ed il passaggio ad un mercato dell'educazione, oggi
la Rosa nel pugno è impegnata nella difesa dell'istruzione
pubblica: che è scelta occasionalmente anche laicista
(data la forte presenza di scuole cattoliche in Italia),
ma soprattutto che è opzione statalista, mirante a rafforzare
quelli che Louis Althusser chiamava “gli apparati ideologici dello
Stato”.
Qualche proposta liberale
e liberista, di tanto intanto, emerge ancora.
L'idea di eliminare gli ordini professionali è
tra queste. E però un peccato che tutto ciò venga
affogato entro un generico appello alla cosiddetta
"agenda Giavazzi", la quale include una vera minaccia
per il nostro sistema economico e per le nostre libertà
individuali. Mi riferisco all'idea di introdurre un reddito
di cittadinanza, che sostituisca il caos degli attuali ammortizzatori
sociali (mobilità e cassa integrazione), attribuiti
in maniera del tutto discriminatoria e sulla base di pressioni
politiche e sindacali. La situazione attuale è indifendibile,
ma è pure evidente a tutti che se davvero introducessimo
un sistema di welfare "alla danese" quello appunto che Giavazzi
ha prospettato sul Corriere dello Sera la spesa pubblica
esploderebbe e ogni incentivo a lavorare verrebbe meno. Un
reddito di base garantito e per tutti avrebbe l'effetto di
far schizzare verso l'alto il nostro tasso di disoccupazione.
Come ha saggiamente sottolineato non certo un libertario radicale,
ma un politico di consumata esperienza come Massimo D'Alema, il
reddito di cittadinanza farebbe moltiplicare per sette volte la
spesa pubblica in materia di sostegno a quanti non hanno un lavoro.
Sarebbe liberale, tutto ciò? Farebbe diminuire la pressione
fiscale? Allargherebbe gli spazi di libertà e di possibilità
di intrapresa? Favorirebbe nuovi investimenti? Non proprio. Il guaio
atavico del movimento radicale, allora, è una certa confusione
di idee sulle questioni cruciali: il rapporto tra individuo e Stato,
tra libere comunità e scena pubblica, tra mercato e dirigismo.
Anche se si sono spesso presentati come "libertari", in realtà
i radicali hanno ereditato dalla tradizione risorgimentale (dalla
destra storica fino all'azionismo) un senso dello Stato che i libertari
non hanno, nè possono avere. Per Pannella ed i suoi, lo Stato
italiano rappresenta una realizzazione importante sulla strada delle
libertà e della laicità.
Quando la società
ottocentesca era cattolica e bigotta, le lame dei Savoia
avrebbero avuto il merito di avviare un processo di decnistianizzazione
del Paese. I liberali ed i libertari guardano lo Stato in
altro modo. Per loro, nella migliore delle ipotesi è
un male necessario, ma per molti è addirittura un male che
si potrebbe estirpare senza problemi: aprendo ogni settore ad una
vera concorrenza tra agenzie private in concorrenza. Non vi è
vero liberale, comunque, che abbia considerato necessario e doveroso
respingere ogni retorica patriottarda ed ogni appello ad esportare
con le armi i propri valori e i propri principi. In tema
di tasse e spesa pubblica, inoltre, i liberali sono sempre e pregiudizialmente
avversi all'idea di usare i soldi delle imposte per "aiutare"
qualcuno: si tratti di un disoccupato di Frosinone o di una povera
famiglia keniota. Non è egoismo o indifferenza, ma semplicemente
comprensione del fatto che la libertà di un uomo è anche
libertà di tenersi i propri soldi, e diffidenza di fronte ad
ogni potere. Può apparire strano, e perfino bizzarro,
ma l'anomalia dei radicali non va cercato nelle candidature
di Cicciolina e Toni Negri. Di fronte alla tradizione
occidentale del liberalismo, i radicali sono "eccentrici"
perché come (gli stessi socialisti, ora uniti sotto
lo stesso tetto) sono eredi dell'Italia di Machiavelli e Mazzini,
di Giovanni Giolitti e Giuseppe Lombardo Radice. Quanto vi
è di meno liberale nell'animus radicale è riconoscibile
nel loro vivere la militanza politica, le istituzioni ed
i simboli dello Stato come tratti di una "religione civile":
di una fede totalmente secolare che per forza di cose finisce
per entrare in conflitto con le altre fedi e comunità.
E che produce, manco a dirlo, esiti del tutto
illiberali.
Articolo di Carlo Lottieri per
L'Indipendente.
Nomisma, o
del lavaggio fatto in casa
Chi ricorda che Nomisma, la società fondata
dal vincitore delle primarie dell'Unione, ha ricevuto
per la campagna elettorale del 1996 150 milioni
di finanziamento da parte della Parmalat di Calisto
Tanzi?
Prodi si dimise dalla presidenza alla vigilia
delle elezioni del 1996, ma proprio per quella
operazione ricevette due finanziamenti ¨in contanti¨.
Centocinquanta milioni passarono per le mani di
Gianni Pecci, direttore generale di Nomisma e poi chairman
di Cirm. Altri finanziamenti vennero effettuati prima
del fallimento Parmalat. Tanzi entrò come socio in
Nomisma.
Libero e Notizie.parma.it ricostruirono i passaggi
chiave: "Per evitare la legge contro il riciclaggio
vennero aperti due conti correnti a San Marino,
uno intestato a me, l'altro a Gorreri (nel consiglio
di amministrazione Parmalat, passato poi alla presidenza
della Banca Monte Parma e arrestato il 19 gennaio 2004, ndr)
, racconta Tanzi nei verbali. Da Monte Parma venivano travasati
i soldi che servivano ad alimentare i due conti clandestini
di San Marino. Nella lista dei politici figurava anche
un altro importante leader del centrosinistra: ¨Abbiamo
dato soldi anche a Massimo D'Alema¨ che venne pagato ¨attraverso
Marco Minniti¨. Queste elargizioni, secondo la ricostruzioni
di Calisto Tanzi, passarono anche attraverso l'interessamento
di Pierluigi Piccini, presidente della Fondazione Monte
dei Paschi di Siena e, attraverso un altro canale raggiungevano
pure la Fondazione Italiani Europei, ideata dallo stesso
D'Alema. Ma destinatario di premurose attenzioni fu anche
l'ex ministro dei Trasporti, Pierluigi Bersani...".
Nomisma è la
società di consulenza aziendale fondata da Romano
Prodi nel 1981 "sotto l'ala protettrice" di
Nerio Nesi, l'industriale poi diventato presidente
di BNL, ex socialista lombardiano, poi cossuttiano.
E' molto interessante la lista dei circa 100 azionisti
della società di Prodi. A parte Mediolanum, probabilmente
inserita da Milano per controllare ciò
che si succede in quel di Bologna, la composizione
degli azionisti spiega il 100% delle mosse economico-finanziarie
di Prodi e dell'Unione. A partire da BNL e PARIBAS,
la banca che ha recentemente salvato la Banca Nazionale
del Lavoro, a continuare con Banco Bilbao Vizcaja
Argentaria S.A., i finanzieri spagnoli che, dopo aver contrastato
la scalata Unipol, si sono gentilmente fatti da parte
per lasciare campo libero all'operazione francese, che
noi continuiamo a considerare degna di turpiloquio e ipocritamente
silenziata come "cosa buona e giusta".
Tra gli azionisti risulta anche la Banca Antoniano
Popolare Veneta, salvata dall'espansionismo di
Fiorani grazie all'operato della magistratura. Come
non notare che vi sono Montepaschi di Siena e molte
delle famose e vituperate cooperative rosse?
Come non notare infine la presenza di Capitalia,
di Cirio (toh chi si rivede), della Finarvedi,
una holding dell'acciaio in mano a un antico amico
di De Mita, a sua volta ottimo amico di Prodi (fu De Mita
a volerlo alla guida dell'IRI).
Nomisma è il Gotha
della massoneria bianco-rossa, un salotto nel
quale si realizzano gli accordi e si predicano gli
scontri tra i satrapi (che sono l'esatto contrario dell'imprenditoria)
dei "poteri forti" italiani ed europei.
Durante la presidenza dell'IRI da parte di Prodi
fioccavano numerosissime consulenze miliardarie e
inutili per Nomisma, tanto da provocare un'inchiesta
della Corte dei Conti. Il top venne raggiunto,
come ricorda il blog Schegge
di vetro, con la consulenza sull'Alta
velocità (dichiarazioni di ieri di Prodi:
"Si farà! Si farà!), che produsse
più di 5500 pagine di testo, con alcune perle
letterario-economiche passate alla storia, tra le
quali:
1. “Un treno che viaggia a 300
km all’ora impiega metà tempo di uno che procede
a 150 km orari a percorrere lo stesso tragitto”;
2. “Più alta è la velocità,
maggiore è il rischio di incidenti”;
3. “Il beneficio dell’alta velocità
è la velocità”;
4.
[a proposito della Stazione Termini]: “La zona era,
un tempo, linda e simpatica, ma poi si è
degradata”;
5. “La velocità consente di
risparmiare tempo”;
6. “Quattro corsie, o binari, consentono
più scorrevolezza di due o una”
7. “Il posizionamento frontale
dei seggiolini facilita la socializzazione”.
Nel 1995 Prodi si dimette dalla presidenza di
Nomisma, allo scopo di evitare possibili "conflitti
di interesse". Ma anche i topi di Casalecchio sul
Reno e le cimici di Canicattì sanno che tutto è
cambiato perché nulla potesse cambiare, come
dimostra l'operazione BNL-Unipol-Paribas, gestita
da una solida e accorta regia.
La pulce
di Voltaire
GLI OSTAGGI
Giù la maschera, estremisti ed eversivi che
non siete altro. No, non mi sto rivolgendo a Saya
e Tilgher, o a Caruso e Ferrando. Essi in fondo sono
solo gli ennesimi opportunisti di uno scontro violento
e arrivista, costruito solo sulle apparenze e sulle ipocrisie,
che le forze politiche hanno volutamente inasprito, a suon
di furbizie di alta finanza o di tipo giustizialista e che
adesso non riescono a tenere in pugno. Così ci fa
tenerezza Bertinotti, “costretto”, dopo aver candidato Caruso
e Luxuria (quest’ultima, persona fine ed intelligente), sfruttandoli
per aggraziarsi lo zoccolo duro dell’elettorato più
disprezzato ovvero black block italiani e transessuali
(che nulla hanno a che vedere con gli omosessuali, diventati
ormai una casta eletta socialmente e politicamente), a cacciare
Ferrando che rappresenta quel grande gruppo di aficionados
del sogno brigatista, o delle rivoluzioni utopistiche da
Che e Castro, che sono orfani di partito ed all’occorrenza
si abbracciano al buon Fausto, unico pronto ad accoglierli,
salvo poi smentite bilaterali tempestive.
Perché Ferrando ha giustificato
Nassiriya? Semplice, per dimostrare ai suoi che nonostante
l’accordo con Bertinotti, egli non aveva tradito la causa.
“Ferrando si vende per un seggio al Senato”. “Ferrando
e Ghisolla hanno lavorato per mesi alle spalle dei loro
gruppi per favorire le alleanze singole”. Così, anzi,
più violentemente ancora, l’8 febbraio un comunicato
editoriale del PMLI rinfacciava a Ferrando l’abbandono della
“lotta”, accusando anche l’Ernesto ed il gruppo di Sinistra
Critica. Ferito nell’orgoglio, Ferrando ha sparato un’altra
volta sui militari di Nassiriya, ma così ha perso anche
il seggio senatoriale. Bertinotti non aspettava altro, come
in Match Point, di liberarsi degli amanti scomodi, che non vorrebbe,
ma ai quali non può dire di no. Ma non può scartare
tutti. Da Indymedia ai Comunisti ufficiali c’è tutto
un mondo di cui è già premier e che l’Unione vuole
piuttosto come amico che non come avversario, ma solo alle elezioni.
Al Governo, ci penserà Faustus a tenerli buoni.
Ora Faustus ha i suoi problemi però. Non sa
se è meglio stare al governo o fare l’oppositore
che lotta, contro borghesi ed imperalisti. Perché
con chi lotta non si fa governo. O ammette di essere diventato
un uomo di centro-sinistra istituzionale, un “borghese”,
come potrebbero definirlo sprezzamente i “compagni”, altrimenti
dovrà abbandonare le simil-alleanze con L’Unione. Giù
la maschera. In mezzo non può più stare, ora che
anche i gruppetti rossi focosi sono entrati in campo.
Giù la maschera, Fini. Già, proprio Fini,
perché non lo vediamo proprio Berlusconi trattare
per accaparrarsi Tilgher, Rauti, Forza Nuova.
Così, nel momento decisivo, Fini ha deciso di accontentare
i nostalgici della destra nazionale che sono ancora nel
suo partito, da Storace al rampante Alemanno e nel frattempo
allargare il fronte della destra, approfittando del
proporzionale e del dilagare personalistico del Cavaliere.
In fondo che pericolo può costituire Alessandra Mussolini?
Lei, nessuno, anzi…ma le e-mail di Saya a Colombo sì,
come tutti i fanatici che fanno parte della rete di Forza
Nuova o del Nuovo Msi, gruppi e blog dai nomi e dai credi
più disparati. Il Ras, Decima Legione, Kommando Fascista,
l’intero movimento di Fascismo e Libertà (per la verità
uno dei più moderati). Tutti i siti ed i gruppi si presentano
come associazioni di divulgazione culturale, una buona scusa
per aggirare la disposizione sul reato di apologia del
fascismo, ma è difficile credere che chi si saluta “Salve
Camerata”, o si mischia ai tifosi per fare propaganda, magari
aiutato da un ignorante giocatore laziale, o sia solo un
chiacchierone. Ora, delle due l’una: o questo pietoso settaccio
di voti porterà le fazioni estreme ad istituzionalizzarsi
e piegarsi ai partiti più grandi oppure si permetterà
a nuove forze estreme di manovrare i destini della Repubblica,
approfittando della pochezza dei leader italiani, unicamente
assetati di poltrona governativa. In questo senso lo scambio
di biglietti fra Veltroni e Casini non è uno scandalo, ma
una speranza di apertura d’occhi ed un avviso a Fini e Berlusconi
e Prodi e Fassino. Peccato che siano solo biglietti, a dimostrazione,
che quella poltrona in fondo val bene un benvenuto all’estremista.
Tutti ostaggi del mondo estremo vero o falso che sia. Cosa
scegliere fra gli ostaggi di PRC, Casarini e Trozkisti e quelli
di Forza Nuova, anarchici di destra, nostalgici monarchici ed
autonomisti? (...)
Clicca qui per continuare
nella lettura.
Angelo M. D'Addesio
Tav, l’Unione fa
la farsa e i no global se la ridono
Dopo avere partorito un programma di più di 280
pagine in cui c’è tutto e il contrario di tutto,
ma nulla è scritto in maniera chiara, ieri è
partita tra i preoccupatissimi dirigenti diessini e della
Margherita la corsa all’esegesi della pagina 138 per dimostrare
agli italiani che non è vero quanto scriveva lunedì
persino Sergio Romano sul “Corrierone”, e cioè che
in materia di opere pubbliche nel centro sinistra esiste
una spaccatura evidente tra due “scuole di pensiero.” Chiamiamola
così. E’ stato lo stesso segretario dei Ds Piero Fassino
a cominciare il nobile certamen nell’intervista che “Radio
anche noi” gli ha fatto di buon mattino. Seguito poco dopo dal
responsabile industria ed ex minsitro del settore Pierluigi
Bersani. La frase con cui Fassino e Bersani hanno tentato di
rispondere alla domanda sulla Tav e la tratta Torino – Lione
è praticamente la stessa: “fa parte del programma di governo
dell’Unione realizzare l’alta velocità, non c’è alcuna
derubricazione, certo forse la formulazione poteva essere più
esplicita, ma è chiara: priorità all’integrazione
con le grandi reti europee”.
E per Fassino questa opera
si realizzerà “nel modo più sicuro, interloquendo
con la gente”. Nanni Moretti avrebbe forse detto
“no, il dibattito no”, ma tant’è. Quando poi gli
è stato chiesto dove fosse questo punto programmatico
nel grande romanzo del programma dell’Ulivo (una
sorta di “Guerra e pace” tascabile) Fassino ha rischiato
il ridicolo. Rispondendo così: “a pagina 138 del
programma dell’Unione c’è una frase inequivocabie e
che dice che è un obbiettivo prioritario la piena
integrazione della rete di trasporto e mobilità dell’Italia
con le grandi reti europee, siccome l’alta velocità
dalla Val di Susa a Trieste è uno dei corridoi paneuropei
è chiaro che nel nostro programma c’è scritto che
intendiamo realizzare la ferrovia ad alta velocità dalla
Val di Susa a Trieste”. Insomma siamo, per l’appunto, all’esegesi
del testo sacro. Una cosa da far ridere tutti, compresi i no global
che avranno buon gioco a dire che nel programma in questione non
c’è scritto un cavolo di niente. D’altronde anche il sindaco
di Torino Sergio Chiamparino, che non è un’estremista
di certo e che non ama giocare con le parole, lunedì a “Repubblica”
aveva consegnato dichiarazioni di fuoco dicendo che “è meglio
rischiare di perdere le elezioni con un programma chiaro che
vincerle con mediazioni politiciste che non consentono poi di
governare” e che “è evidente che se non c'è chiarezza
sulla Torino-Lione nel programma dell'Unione, questo è
un fatto molto grave”.
Altri però, come ad esempio il segretario
dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, non sembrano fare
un dramma di questa cosa, né tantomeno della mancanza
di chiarezza nel programma, che al contrario risulta essere
la circostanza che permette a tutti i cocci di stare insieme. “
Il programma è un accordo, noi vogliamo le opere utili
e non lo spreco di risorse” – spiega infatti il leader dei Verdi,
Alfonso Pecoraro Scanio - “e quindi si fanno prima le priorità
e cioè Brennero e Gottardo, poi si ragiona sulle altre opere
strategiche”. Se l’italiano non è un’opinione questo
significa che della Tav nel programma non c’è traccia. Nonostante
ciò che si affanna a spergiurare Prodi in qualunque convegno
venga invitato a parlare. Tanto che per una volta si può
senz’altro dire che abbia ragione il vicepremier Gianfranco Fini
che accusa il Professore di “abbaiare alla luna” e di non potere
imporre nulla agli altri “non avendo un proprio partito”.
Di Dimitri
Buffa da L'Opinione
Appunti liberali
«Sopra se stesso, sul suo corpo, e sul suo
spirito l'individuo è sovrano. Nessuno può
essere costretto a fare o non fare qualche cosa per
la ragione che sarebbe meglio per lui, o perché quella
cosa lo renderebbe più felice, o perché nella mente
dei terzi ciò sarebbe saggio od anche giusto. Le colpe
puramente personali non possono dar luogo ad alcuna misura,
né preventiva, né punitiva».
Stuart Mill
Massima del giorno
La guerra non è né buona né cattiva:
è necessaria o non necessaria. Come la chirurgia.
G.P.
MOLLICHINE
La saga del Programma.
Per Pecoraro Scanio, l’assenza della Tav nel programma
è “una [sua] precisa vittoria”. Se poi riuscirà
ad abolire la ruota, sarà un trionfo.
Prodi: La Tav «Si farà, punto e basta».
Il ruggito del topo.
E in ogni caso «il programma è la cornice
- ha scandito - il quadro lo decido io».
Savana terrorizzata.
Bertinotti: La Tav «è un tema che è
rimasto fuori [dal programma] perchè non c'è
ancora la maturità per una scelta in questa direzione».
I comunisti non sono maturi.
Marco Rizzo: No alla Tav. «La priorità
è la sicurezza dei treni». Mentre la Tav è
composta d’aeroplani.
Niente Mose. Si ci sarà l’acqua alta, la berranno
i Verdi.
Niente Ponte sullo Stretto. Anzi, forse si spingerà
al largo la Sicilia.
Gianni Pardo
VULGUS VULT DECIPI
Narra Tucidide che Cleone, demagogo ateniese,
criticava molto gli strateghi perché non
riuscivano a conquistare Pilo, porto del sud-ovest del
Peloponneso. Strepitò tanto che alla fine, benché
il poveretto, essendo un incompetente, si schermisse
fin dove poteva, gli affidarono il comando d’una spedizione.
E Cleone, inaspettatamente, conquistò Pilo. Convintosi
a questo punto d’avere doti innate di stratega – oltre che
di stratego – affrontò Brasida ad Anfipoli e perdette
sia la battaglia sia la vita.
Questa storia ci dice che, anche se si può
avere un colpo di fortuna, un conto è criticare,
un conto è fare.
Come si sa, la politica è l’arte del possibile.
Proprio per questo, mentre chi agisce fa quel
che può, chi non fa può facilmente criticare
tutto e promettere l’impossibile. Questo è fisiologico
ma, secondo il tipo di regime, i risultati sono opposti.
Se chi comanda ha un potere assoluto, ne approfitterà
anche per vietare la critica e chiunque avrà il diritto d’aprire
bocca sarà obbligato a magnificare le prodezze compiute
in ogni campo dall’uomo che la Divina Provvidenza s’è
compiaciuta di regalare a quel felice popolo. Per converso,
se qualcuno si permetterà di esprimere critiche o dubbi,
sarà mandato a riflettere in galera o sottoterra.
In democrazia invece il potere dipende dal consenso
popolare manifestato con elezioni periodiche.
Inoltre, dal momento che vige il principio della
libertà di parola, chi è all’opposizione non solo
ha il diritto di criticare il governo ma anche di abusare
di demagogia e perfino di malafede. Questa situazione
di vantaggio incontra tuttavia un limite nel fatto
che l’opposizione non sempre rimane tale: può vincere
le elezioni e, con ciò stesso, essere bersaglio della
controparte che userà senza scrupoli lo strumento
della critica, della demagogia e della malafede.
Proprio per questa
possibilità di scambio di ruoli, la democrazia offre
uno spettacolo interessante, quando non comico.
Avviene infatti che il nuovo governo faccia le stesse
cose del governo precedente, pur avendole prima
criticate a morte. Perché mentre le elezioni si vincono
barando, nell’agire concretamente ci si confronta con
(l’unica) realtà. E non si può barare.
Questo gioco potrebbe essere istruttivo per gli
elettori se solo avessero sufficiente memoria del
passato. Purtroppo, come ha detto un saggio, “in
politica sei mesi sono l’eternità”. Dunque all’approssimarsi
delle nuove elezioni i cittadini non ricordano né
i benefici né i disastri magari d’un paio d’anni prima
e si concentrano sul presente o al massimo sugli avvenimenti
dei mesi più recenti. Infine votano e, come si svegliassero
da un sogno, appena comincia la nuova legislatura notano
quante cose continuano ad andare male come prima. Quante promesse
(i famosi “primi cento giorni”!) non vanno a buon fine. Quanto
litigiosa e inefficiente sia la nuova amministrazione. No, questo
non l’Eden promesso. E la gente conclude che i politici sono tutti
disonesti, incompetenti, bugiardi. Dimenticando che se, nel
corso della campagna elettorale, si fosse presentato un politico
che avesse fatto esclusivamente promesse realistiche, nessuno l’avrebbe
votato.
Vulgus vult decipi, ergo decipiatur,
il volgo vuol essere ingannato e dunque che lo sia.
Qui gli ingannati non sono meno colpevoli degli
ingannatori.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
14 febbraio 2006
IL TRANSFUGA
Tutti ricordiamo la delusione di Domenico Fisichella
quando si vide preferire Marcello Pera come
Presidente del Senato: una delusione che non ha
mai perdonato, né a Berlusconi né ad Alleanza
Nazionale. Ora apprendiamo che, nelle prossime elezioni,
si presenterà con la Margherita: è dunque tecnicamente
un transfuga. Secondo il Devoto-Oli il transfuga
è colui che “diserta il proprio posto di combattimento
per passare alla parte avversa”. Secondo la definizione
costui sarebbe dunque un disertore (“diserta”), nel
momento del pericolo (“combattimento” o elezioni), e un traditore
(“passare alla parte avversa”). Ma il suo comportamento
può essere valutato sotto vari aspetti.
Dal punto di vista politico – cioè secondo
i metri d’un mondo estraneo alla morale – il transfuga,
se è utile, va accolto a braccia aperte.
Ma la sua utilità non riesce a coprire il problema
della sua lealtà. Pure se, in quell’ambiente,
nessuno si attende Dio sa quale sensibilità all’onore,
la sfacciataggine di chi, in un mondo dominato dalla comunicazione
e dalla pubblica opinione, non teme di mostrare che
non tiene in nessun conto le ideologie, non teme di rinnegare
le proprie precedenti dichiarazioni, le proprie amicizie
e perfino le proprie inimicizie, è allarmante. Bruto
tradì e uccise Cesare e tuttavia la tradizione non ne ha
fatto un traditore perché fu un idealista, uno che credette
di attuare un tirannicidio. Viceversa il politico che passa
alla parte avversa, solo perché crede di non aver ricavato
sufficienti vantaggi dalla precedente posizione, dimostra con
ciò stesso una sfacciataggine, nella propria mancanza
di scrupoli, non solo allarmante per i suoi nuovi padroni, ma
controproducente sul piano politico. Machiavelli – che era Machiavelli
- raccomandava sì la mancanza di scrupoli, ma sotto un’inattaccabile
parvenza di onore e virtù. Chi non ha neppure la parvenza
dell’onore e della virtù è un cattivo politico.
Specularmente, il transfuga che cosa può
realisticamente aspettarsi da chi, malgrado il
proprio intimo disprezzo, lo ha accolto per puro interesse?
Semplicemente d’essere usato e gettato via non
appena l’utilità cesserà. E la cosa potrà
essere fatta farlo senza ammantare l’operazione con
qualche nobile motivazione e senza cercare elaborati
pretesti. L’accusa d’infedeltà contro il nuovo servo,
che è diventato nostro dopo aver tradito il suo
primo padrone, sarà sempre creduta.
Il transfuga, per un compenso immediato, si consegna
con mani e piedi legati a chi non ha nessuna considerazione,
per lui. Avendo perduto sul rosso punta sul nero,
ma nessuno gli assicura che non perderà col nero
come col rosso.
Dal punto di vista morale fino ad ora non s’è
detto nulla, ma forse non è necessario.
Se il livello di una persona è talmente basso
da risultare inaccettabile persino per la politica (che
è “sangue e merda”, come ha detto Rino Formica),
non c’è altro da aggiungere. E non basterà la cultura,
non basteranno gli occhiali e il doppiopetto per trasformare
in vir un servus fugitivus.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
13 febbraio 2006
Nei licei
niente par condicio. Solo Repubblica
Lettera al Presidente Ciampi
Caro Presidente,
la par condicio,
vista dal punto di vista del cittadino, è molto
complicata. La televisione è uno spazio aperto,
che ognuno è libero di utilizzare cambiando canale o,
viceversa, scegliendo una trasmissione. Preoccupazioni
per la democrazia nascono quando non c'è la possibilità
di cambiare canale, quando manca ogni pluralismo. Se le opinioni
e le fonti di cronaca sulla politica nazionale e internazionale
vengono date privilegiando soltanto un punto di vista e
censurando, di fatto, quello opposto, non siamo in presenza
di un contesto paritario. Se ciò avviene nel mondo della
scuola la domanda da porsi è: come può nascere una
coscienza critica, il senso civico, se non dal confronto? In
questi anni i testi scolastici sono leggermente migliorati,
ma nei decenni scorsi demagogia e pensiero unico trionfavano.
Tuttavia oggi, nelle classi delle scuole elementari della città
dove abito, è arrivato un quotidiano che nessun italiano
potrebbe immaginare come "politicamente imparziale". Parlo di
La Repubblica. Lei, caro Presidente, forse non ha mai sentito
parlare del "Progetto Fragola", organizzato dalla "Associazione
per la diffusione della Lettura" e da "Giornale@scuola" e da
Euromeeting (strutture del gruppo editoriale L'Espresso).
Questo progetto, avviato nel 1999,
fa in modo che quasi ottomila (8000!) scuole elementari,
medie, superiori, ricevano - nella misura di un quotidiano
ogni due alunni - il giornale La Repubblica. Il tutto avviene
nel più elementare (medio, superiore) spregio del
primo criterio di formazione del senso critico e civile dei
giovani: attingere da più fonti le informazioni, per fare
in modo che ogni individuo abbia l'opportunità di formarsi
una propria opinione. Per intendersi: La Repubblica (come
L'Unità, come Il Giornale) non può entrare in
una scuola italiana senza la compresenza di un quotidiano
che dia una interpretazione diversa. Mi spiego meglio: questo progetto
soffoca la democrazia e deforma l'educazione; è
una vergogna per la nostra scuola "pubblica".
Non si tratta
infatti di un giornale locale, né di un giornale
"neutrale" (se ne esistono), come per esempio possono
essere La Stampa o il Corriere della Sera. Il fondatore
di La Repubblica scriveva cose molto gravi sugli ebrei
nel 1942, e questo fatto mi preoccupa. Eugenio Scalfari negli
anni '70 scrisse un libro sul capitalismo italiano (in realtà
si trattava di approfittatori, non di imprenditori: su questo non
si fa mai sufficiente chiarezza), intitolato "Razza padrona",
con un lessico improprio. Pochi anni fa, nel corso di una
sanguinosissima Intifada, su quel giornale sono state scritte
cose tremende, si è rammentata l'idea che gli ebrei avrebbero
potuto "fondare il loro Stato" in Africa o in Argentina. Negli
ultimi anni il quotidiano ha prodotto un continuo e sottile sentimento
di ostilità nei confronti del popolo americano, dovuto proprio
alla parzialità politica della testata.
E'
il quotidiano dei "non superiori, ma diversi".
Tutto ciò mi preoccupa profondamente: questa potrebbe
essere un'opinione personale se non fosse per il fatto
che il "Progetto Fragola" si occupa di scuola. In questo
contesto, ripeto, esso viola le regole democratiche ed educative
perchè tende (certo involontariamente) a creare nella
parte più preziosa ed esposta della popolazione un‚opinione
conforme, un pensiero unico, privo di contraddittorio. Non
interessa qui stabilire se la politica e i riferimenti culturali
del quotidiano in questione siano giusti o sbagliati (anche
se ho elencato alcuni gravi motivi di preoccupazione). Affermo
però che non ci può essere democrazia in classe, e nel
paese, in presenza di una informazione non pluralista. Non parliamo
di televisione, parliamo di scuola, un settore ancora più
importante e delicato. La questione, come converrà, è
di grande urgenza democratica.
Paolo
Della Sala
Anche i cattolici
nel loro piccolo si incazzano
Affermare che
l’antigiudaismo del cristianesimo delle origini
ha portato all’antisemitismo non è diffamatorio:
lo ha stabilito, martedì 31 gennaio, la Corte europea
dei diritti dell’uomo di Strasburgo, rigettando la
sentenza pronunciata dalla corte d’appello d’Orléans
contro il saggista Paul Giniewski e condannando la Francia
per violazione del diritto alla libertà di espressione.
Giniewski, cittadino
austriaco di 80 anni residente a Parigi, è
noto nei circoli dell’amicizia giudaico-cristiana. Ma, il
4 gennaio 1994, aveva pubblicato sul Quotidien de Paris un
articolo intitolato «L’oscurità e l’errore»,
nel quale criticava l’enciclica Veritatis Splendor di
Giovanni Paolo II, pubblicata nel 1993.
Un’associazione
vicina agli ambienti integralisti, l’Alleanza generale
contro il razzismo e per il rispetto dell’identità
francese e cristiana (Agrif), aveva querelato Giniewski e il
direttore del giornale, all’epoca Philippe Tesson, per
«diffamazione razziale verso la comunità cristiana».
La denuncia
prendeva di mira la frase seguente: «Numerosi
cristiani hanno riconosciuto che l’antigiudaismo dei
Vangeli e la dottrina del “completamento” dell’Antica Alleanza
da parte della Nuova (il cristianesimo, ndr) conducono
all’antisemitismo e hanno coltivato il terreno su cui sono
germogliati l’idea e la soluzione finale di Auschwitz».
Questa vecchia teoria cristiana delle Scritture ebraiche
dell’Antico Testamento (termine sostitutivo di Alleanza)
da parte dei Vangeli (Nuovo Testamento) era già stata messa
in discussione al concilio Vaticano II (1962-65).
Davanti alla
corte di Strasburgo, Giniewski ha dichiarato di aver
voluto mostrare che il «primato conferito al Nuovo
Testamento, poiché ha come corollario la svalutazione
dell’Antico tra Dio e il popolo ebraico, ha ricoperto
di ignominia quest’ultimo ed è stato il lievito dell’antisemitismo
senza il quale non ci sarebbe stata Auschwitz». Tuttavia
non ha affermato che la dottrina della Chiesa sia intrinsecamente
antisemita. La corte d’Appello d'Orléans — la cui
sentenza era stata confermata dalla Corte di Cassazione
— non avrebbe dovuto contestargli di aver imputato ai cristiani
le responsabilità dei massacri.
La giurisdizione
del Consiglio d’Europa gli ha dato ragione. I suoi
magistrati hanno considerato che Giniewski «ha voluto
elaborare una tesi sulla portata di un dogma e sui possibili
legami con le origini dell’Olocausto». Ha così
dato un «contributo» a un «dibattito d’idee molto
vasto e già in corso». I giudici fanno notare
che «gli stessi due ultimi papi, Giovanni Paolo
II e Benedetto XVI, si sono espressi sulla possibilità che
il modo in cui gli ebrei sono presentati nel Nuovo Testamento abbia
contribuito a creare un’ostilità nei loro confronti».
Rafaële
Rivaisda, da Le Monde, febbraio 2006
L’ultima
follia suicida palestinese: i nemici da distruggere sono i fiori
Sono
l'ultima risorsa tra le rovine. L'unica immediata
fonte di lavoro per centinaia di palestinesi. La sola
ricchezza sopravvissuta al ritiro degli israeliani.
Ma a Gaza distruggono anche quella. Da giorni bande di
miliziani armati e orde di civili assaltano, saccheggiano
e riducono in rovina le serre di Khan Younis. Le bande armate
protagoniste dell' ultimo gesto di autolesionismo collettivo
la chiamano protesta. Quegli assalti, quegli scontri a colpi
di kalashinikov con la polizia per depredare tubature, computer,
pannelli solari sono, invece, l'ultimo segnale dell'agonia
civile di Gaza. L'ultimo sintomo dell' impeto autodistruttivo
che trascina all'anarchia l'intera Striscia. La vicenda delle
serre si trascina dai mesi precedenti al ritiro israeliano. Allora
da quelle piramidi di vetro ed acciaio uscivano fiori, frutta
e verdura venduti in Israele ed esportati in tutto il mondo. In
quelle stesse serre trovavano lavoro centinaia di palestinesi pagati
dai coloni mille dollari al mese. Nelle settimane precedenti al
ritiro il governo israeliano i coloni scoprirono che smontare
e trasportare altrove le serre era più costoso di ricostruirle
ex novo. A salvare le case di fragole e gerani dai cingoli dei bulldozer
arrivò un consorzio internazionale guidato da Usaid, l'agenzia
che gestisce molti degli aiuti governativi americani. Dopo una
complessa e costosa trattativa le serre vennero comprate dai
coloni e cedute ad un gruppo d'investitori palestinesi sotto
il controllo del ministero delle Finanze. Da allora nessuna serra
ha ripreso a funzionare come prima. La Pal Trade, la compagnia
incaricata dall'Autorità Palestinese di rivitalizzare le coltivazioni,
non ha mai raggiunto il suo obbiettivo. Oggi dalle poche serre
rimesse in attività esce solo un' esigua porzione dei prodotti
d'un tempo. I coloni in maniche di camicia sono stati sostituiti
da invisibili dirigenti, ma in cambio i salari si son più che
dimezzati. I lavoratori delle serre si devono oggi accontentare di
meno di 400 dollari al mese. E neppure quelli, viste le ristrettezze
finanziarie dell'Anp, son sempre garantiti. Così in pochi mesi
l'inadeguatezza, l'incapacità e la scarsa generosità dei
nuovi gestori ha finito con l'esasperare le maestranze palestinesi,
spingendole a rimpiangere i vecchi padroni israeliani.
A scatenare la furia delle
maestranze è stato - alla fine - il mancato
pagamento degli stipendi. Ma a guidar gli assalti alle
case di vetro sono stati i miliziani assunti dall'Anp
per far la guardia alle rovine degli insediamenti. Dopo aver
atteso per due mesi i 150 dollari di salario promessi in cambio
dell'inquadramento tra le file della Sicurezza nazionale i militanti
armati hanno scatenato l'assalto all'unica infrastruttura
ancora in piedi. Dietro a loro si son fatti largo i civili assettati
di saccheggio. La polizia palestinese intervenuta per bloccare
uomini armati e folle impazzite è fuggita sotto i colpi
di kalashnikov trascinandosi dietro una decina di feriti. Oggi il
danno in qualche decina di serre è praticamente irreparabile.
Gran parte delle strutture sono completamente scomparse, il poco
rimasto è stato fatto a pezzi.
L'ultimo
colpo alle esigue risorse palestinesi arriva mentre
la magistratura dell'Anp cerca di far luce su dodici
anni di corruzione e ruberie aprendo le prime inchieste
ed arrestando decine di sospetti. Secondo il procuratore
generale di Gaza Ahmed al Meghani le indagini hanno già
portato all' arresto di 25 funzionari. Una mezza dozzina
di personaggi legati alla dirigenza palestinese dei tempi di Arafat
avrebbero invece cercato rifugio in Giordania. Il procuratore
generale si è rifiutato di rendere pubblici i nomi degli
ex potenti finiti nelle carceri dell'Anp, ma stando alle voci in
circolazione uno dei primi ad entrar in carcere sarebbe stato
un vice ministro accusato di aver convogliato sui propri conti
una somma di circa centomila dollari. Bazzecole rispetto ai miliardi
di dollari di ammanchi che Al Meghani sostiene di star ancora cercando
di rintracciare. «Ogni giorno che passa scopriamo nuovi episodi
di corruzione e malgestione » ha detto il procuratore citando
le indagini appena avviate sull'Autorità per il Petrolio,
il monopolio che gestiva tutte le importazioni di benzina
e idrocarburi a Gaza e in Cisgiordania.
Gian Micalessin da Gaza per Il Giornale, 11-02-2006
10 FEBBRAIO, GIORNO DEL RICORDO
per le vittime delle
foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati
“Questo
nostro incontro non ha valore puramente simbolico.
Testimonia la presa di coscienza dell' intera comunità
nazionale. L'Italia non può e non vuole dimenticare:
non perché ci anima il risentimento, ma perché
vogliamo che le tragedie del passato non si ripetano in
futuro”. Lo ha detto il Presidente della Repubblica Carlo
Azeglio Ciampi durante la cerimonia in Quirinale per il “Giorno
del Ricordo”, dedicato (come recita la legge di istituzione
della Giornata approvata nel 2004 dal Parlamento), a ‘conservare
e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di
tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli
istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della
più complessa vicenda del confine orientale’.
“E’ giusto
che agli anni del silenzio faccia seguito la solenne
affermazione del ricordo” ha sottolineato il Capo dello
Stato, ricordando che “la celebrazione di quest'anno
si arricchisce di un momento di grande significato: la
prima consegna a congiunti delle vittime di una medaglia dedicata
a quanti perirono in modo atroce, nelle foibe, al termine della
seconda guerra mondiale”. E per l’occasione Ciampi ha consegnato
diplomi e medaglie commemorative e una medaglia d'oro al Merito
Civile alla memoria di Norma Cossetto. Norma Cossetto era
una giovane istriana. Fu torturata e gettata in una foiba con
altre 25 persone nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943.
Il Presidente
della Repubblica ha proseguito la cerimonia
ricordando che “il riconoscimento del supplizio patito
è un atto di giustizia nei confronti di ognuna
di quelle vittime, restituisce le loro esistenze alla
realtà presente perché le custodisca nella pienezza
del loro valore, come individui e come cittadini italiani”.
“L'evocazione
delle loro sofferenze, e del dolore di quanti si
videro costretti ad allontanarsi per sempre dalle loro
case in Istria, nel Quarnaro e nella Dalmazia, ci unisce
oggi nel rispetto e nella meditazione” ha aggiunto Ciampi
.
Richiamando
alla “responsabilità” verso le giovani generazioni.
Responsabilità che “ci impone di tramandare loro
la consapevolezza di avvenimenti che costituiscono
parte integrante della storia della nostra Patria”.
Poiché “la memoria ci aiuta a guardare al passato
con interezza di sentimenti, a riconoscerci nella nostra
identità, a radicarci nei suoi valori fondanti per costruire
un futuro nuovo e migliore”.
Perdona
loro perché non sanno quello che fanno
Nessuno di quelli che assaltano
le ambasciate danesi ha visto le vignette
incriminate. Sarebbe peccato. Milioni di persone
si fidano però di chi dice di averle viste e garantisce
loro che sono blasfeme
Non
ci sto, non posso accettare che il cosiddetto mondo
islamico si indigni a orologeria, cioè a cavallo
tra gennaio e febbraio 2006, per alcuni vignette satiriche
apparse sulla stampa danese quasi cinque mesi prima! Chi
l’ha fatto indignare proprio adesso? E perché,
in Europa, le televisioni e la stampa mostrano con tanta insistenza
questa indignazione e queste violenze, che puzzano lontano
un chilometro di situazioni costruite a tavolino per un asserito
gravissimo affronto alla religione e alla cultura islamiche?
Chi
guadagna da un montare dell’odio e da unoscontro tra
religioni e culture?
Di tutte
le erbe un fascio. Manifestanti iraniani bruciano
bandiere danesi e francesi davanti all’ambasciata austriaca
di Teheran.
In attesa
di risposte certe a quelle domande mi preme urlare
che la vignetta con Maometto che invita i kamikaze
a non farsi più esplodere perché le vergini sono finite
è, se così si può dire, sacrosanta. Come possiamo
pretendere di non sorridere su un argomento dottrinale come
quello delle vergini Uri che, in paradiso, accoglierebbero
i martiri dell’islam? E le martiri femmine, da chi verrebbero
attese in paradiso? Da Rocco Siffredi e dai suoi fratelli?
E, per
favore, giornalisti televisivi e non, i suicidi che
si fanno esplodere chiamateli martiri, chiamateli
resistenti o terroristi ma non chiamateli kamikaze: questi
erano soldati giapponesi che davano la vita per distruggere
navi militari nemiche, non i ragazzi che prendono l’autobus
per andare a scuola, oppure chi va a fare spesa nei centri
commerciali oppure chi organizza la festa di nozze in un
ristorante.
Un’altra
cosa che vorrei urlare e ché non è possibile
accettare la dottrina secondo la quale della religione
non si può ridere, se ne può ridere eccome. Non
ascoltiamo chi cerca di imporci una religione della
quale non si può ridere: questi profittatori vogliono
che la religione faccia paura, affinché possa essere
usata per spaventare le persone e renderle obbedienti.
Una religione della quale si può ridere non farebbe più
paura, quindi a culo tutto il resto (obbedienza, …eccetera).
Allah
sarà sicuramente grande, Maometto è certamente
il suo profeta ma chi, in questi giorni, assalta le
ambasciate europee, aizza all’odio contro la Danimarca
, costringe i ragazzini delle elementari a scimmiottare
collera e indignazione per la pretesa grandissima offesa
subita da poche vignette satiriche, è veramente
piccolo piccolo, anzi meschino.
George
Clifford da Navecorsara
MOLLICHINE
L’Anm: “Teneteci fuori dalla
campagna elettorale”. Se ce la fate.
Calderoli
(“razzista!”) ha chiamato Rula Jebreal “quella signora
abbronzata”. Prodi ha detto che Berlusconi, per
essere all’altezza, dovrebbe salire su una sedia. Nessuno
l’ha biasimato. Meglio nani che abbronzati.
L’Anm
chiede che i politici smettano d’attaccare la magistratura.
Per una maggiore audience, affidi il messaggio a
Caselli. Lui sì ha peso nella politica.
D’Alema
non avrebbe candidato Cuffaro, imputato. Ma l’Unione
candida Francesco Caruso, che ha ventitré imputazioni.
C’è chi può e c’è chi non può.
D’Alema
ha rifiutato la presenza di Berlusconi perché
il suo intervento “non era previsto in scaletta”. Come
se, nel poker, bisognasse annunciare i rilanci prima dell’apertura.
Pisanu:
“In Italia esiste l’Islam moderato”. È come l’oro
nei fiumi. Il difficile è trovarlo.
Ciampi
sulle Foibe: “L’Italia non può e non vuole dimenticare”.
Ma fino ad ora ha voluto e potuto.
Berlusconi
dice che non ama andare in tv, è un forte stress:
mente. Bertinotti dice la stessa cosa: è la
verità.
Francesco Caruso: "Le pratiche
della disobbedienza sono un dovere di ogni cittadino”.
Unico modo per fregare FC, abolire tutte le leggi.
FC:
“Rifondazione conosce bene il mio percorso politico-storico-culturale”.
Nientemeno. E noi che pensavamo che il suo percorso
fosse “fanatico-ignorante-folle”.
FC:
“Occupare una casa non è una azione violenta”.
E se poi uno la occupa mentre lui non c’è?
Gianni
Pardo - 10 febbraio 2006
CASELLI,
SEMPRE
Giancarlo
Caselli ha ripetutamente affermato che i fatti
– per i quali Andreotti avrebbe potuto essere condannato
e per i quali si è stati obbligati ad assolverlo
per intervenuta prescrizione – sono accertati. È
scritto in sentenza, dice. E il giornalista Angelo
Alessandro Sammarco, sul “Giornale” del 9 febbraio, pur contestando
la cosa, scrive: “Il punto di vista del Dott. Caselli
è di natura tecnico-giuridica ed è ineccepibile.
La sentenza che dichiara la prescrizione non accerta infatti
l’innocenza dell’imputato: anzi, può stabilire che
l’imputato abbia effettivamente commesso i fatti”.
La
tesi è contestabile. Il giudice che deve dichiarare
la prescrizione è dispensato dal condurre indagini
per accertare la verità riguardo ai fatti oggetto
della prescrizione. Solo se, pure senza tali indagini,
l’innocenza dell’imputato è chiara oltre ogni ragionevole
dubbio, egli è tenuto ad assolverlo per non aver commesso
il fatto. Ma se tale abbagliante chiarezza non esiste, non è
che ipso facto esista la prova del contrario. Cioè della
colpevolezza. E poiché è contro l’economia processuale
perdere tempo a stabilire la fondatezza di avvenimenti a proposito
dei quali si dovrà comunque dichiarare la prescrizione,
questa lascia impregiudicata la reale colpevolezza dell’imputato.
È anzi lecito ipotizzare che una sentenza che si lascia
andare a dare non necessari giudizi di fondatezza sui fatti oggetto
della prescrizione ciò fa per fini extra-processuali. Inoltre,
nella specie, lo stesso Sammarco parla di “prove” fondate solo su discutibili
dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, prive di riscontri
obiettivi.
L’affermazione
di colpevolezza per fatti coperti dalla prescrizione,
se non assolutamente necessaria, costituisce inoltre,
in quanto priva delle normali garanzie processuali,
un’ingiustizia: l’imputato può difendersi dall’accusa
per i fatti giudicabili, mentre non può difendersi
dall’assoluzione per intervenuta prescrizione. E
questo può danneggiarlo al di là del tollerabile.
Se già da molti anni il legislatore s’è premurato
di abolire l’assoluzione per insufficienza di prove è
perché un’assoluzione non deve mai trasformarsi in
una condanna morale. Condanna che il dottor Caselli s’intestardisce
ad infliggere al senatore Andreotti. E nasce il sospetto
che egli ciò faccia per dimostrare la validità
dell’impianto processuale nel processo Andreotti. Ma con ciò
stesso – visto l’interesse che egli manifesta per quella
vicenda – può anche indurre a pensare che l’estensore
della sentenza, mentre non poteva che assolvere il senatore,
ha dato un contentino all’accusa. Questo sospetto, che immaginiamo
infondato, sta lì tuttavia a dimostrare quanto negativo
sia, da parte d’un magistrato, partecipare così passionalmente
ai doveri del suo ufficio.
Allo
spettatore neutrale sembra chiaro che è stato
necessario assolvere il senatore per la parte in cui era giuridicamente
possibile condannarlo, mentre, a parere del dr.Caselli,
lo si sarebbe condannato per la parte in cui gli era giuridicamente
impossibile difendersi.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 11
febbraio 2006
La colpa
e' sempre di Israele. Non lo sapevate?
Insomma, gira che tigira siamo arrivati dove era
logico arrivare, dove i naziilsamici volevano arrivare
e dove i nazitalici li hanno seguiti con grande
piacere: la colpa delle vignette e di tutto quanto e' successo
in queste ultime due settimane e'.... di chi? di chi?
di chi?
Ricchi premi per chi indovina! Non avete ancora
capito? Eppure e' facile: la colpa di aver messo il
mondo a ferro e fuoco e' degli ebrei e di Israele,
loro ne sono i registi, perdio!
Vedete era molto facile indovinare, il complotto
ebraico e' sempre di grande attualita' tra i nuovi nazisti
italiani e islamici e le dichiarazioni di Maurizio
Blondet combaciano perfettamente con quelle del leader
supremo iraniano , l'Ayatollah Ali' Khamenei. Vediamo cosa
dicono i due campioni.
Khamenei: "Le vignette sono parte della cospirazione
dei sionisti arrabbiati per la vittoria di Hamas".
Blondet: "Insomma la prima impressione è confermata:
si è trattato di un'operazione neocon-israeliana
dal principio alla fine".
Ecco, adesso possiamo stare tranquilli, le colpe
sono state date, le prime dosi di veleno sono state
iniettate e adesso non ci vorra' molto perche' no-global,
neonazi, filopalestini, cioe' la feccia della societa'
italiana vada a manifestare per le strade contro
l'eterno colpevole dei mali del mondo. Israele!
Pero' pensateci, deve essere una grande soddisfazione
aver sempre qualcuno su cui far ricadere la colpa
del male che ci affligge. Pensate agli antisemiti ,
qualsiasi cosa succeda sanno sempre come e su chi sfogare
odio e violenza . Meglio che andare in analisi.
Pensate ai musulmani: stanno bruciando, saccheggiando,
distruggendo, ammmazzando, minacciando il mondo
intero e possono dire "mica e' colpa nostra, e' colpa degli
ebrei"
E' colpa degli ebrei...e' colpa degli ebrei... e'
colpa degli ebrei...hanno avvelenato i pozzi....uccidono
i bambini cristiani e musulmani....le azzime
col loro sangue....e' colpa degli ebrei....per questo
dobbiamo distruggere Israele....e' tutta colpa degli
ebrei....tutta colpa degli ebrei...i sionisti....complotto.....distruggeteli....vogliono
dominare il mondo....gli ebrei....gli ebrei....Israele....occupazione....
a morte...gli ebrei...
Tutto questo viene
diffuso con maestria e dai vertici naziislamici,
naziitalici, nazieuropei, naziamericani
il messaggio arriva alle masse che si scatenano.
Semplice, estremamente semplice, addirittura elementare,
e' il trucchetto usato sempre, da almeno un paio
di mellenni, dall'antisemitismo mondiale e
servito su un piatto d'argento ai trogloditi che abboccano
e che non aspettano altro che di sfrenarsi nell'odio
contro l'ebreo.
A proposito di odio, oggi Israele e' sotto schock
per la sorpresa, la chiesa anglicana ha
deciso di boicottare i prodotti che Israele usa
nei "territori palestinesi", non si sa bene quali territori
, probabilmente dal Giordano al mare.....
Dunque la Chiesa anglicana in un momento in cui masse
islamiche distruggono mezzo mondo, da Gaza all'Indonesia,
alle Filippine, non trova di meglio da fare che boicottare
Israele.
Consoliamoci da tanta stupidita' e partigianeria
con le parole dell'ex Arcivescovo di Canterbury, George
Carey: " Mi vergogno di essere anglicano, questa e'
una decisione disonorevole e di parte che ignora
il trauma del popolo ebraico colpito dal terrorismo
dei palestinesi".
Vabbe', magra consolazione ma noi ci accontentiamo.
Il boicottaggio fa rabbia perche' ingiusto, fa danni
economici enormi ma e' niente se paragonato all'effetto
che fanno le risate dei capi di Hamas seguite
alle parole di Olmert su confini stabili tra Israele e
i palestinesi. Si stanno sganasciando i vertici del
terrorismo e rilanciano:
" Israele si chiamera' Palestina e se gli ebrei
vorranno, potranno vivere in mezzo a noi in un paese
islamico!"
Beh ridiamo anche noi a questo punto e confidiamo
nei nostri meravigliosi soldati visto che le prospettive
di dialogo con questi ominidi e' pressocche' nulla.
Vogliono Israele e non ci sono speranze che il mondo
si ribelli a questa pretesa venendo in nostro
aiuto, dovremo fare da soli, come sempre del resto e
al mondo lasciamo il facile e grato compito di criticarci
e condannarci. Lo fa sempre cosi' bene!
Pero', Dio non paga il sabato,
come si usa dire, e anche noi abbiamo la nostra piccola
e umana soddisfazione. L'Europa che ha boicottato Israele
per 40 anni a periodi alterni, cioe' quando glielo ordinava
Arafat, viene adesso boicottata dagli amici di sempre con danni
economici incalcolabili .
Vai a fidarti degli amici.
Ehhh cara Europa, era il lontano 1967 , Israele circondato
per l'annientamento, e De Gaulle che non ci
voleva dare gli armamenti gia' pagati, lasciandoci
, cinicamente, correre il rischio di essere distrutti
e da allora e' stato tutto un boicottaggio economico,
scientifico, culturale, l'isolamento totale per Israele
per almeno 40 anni.
Adesso tocca a te, cara Europa, i tuoi amici di sempre
stanno gettando per le strade del medio e estremo
oriente tutti i tuoi prodotti.
I palestinesi da te foraggiati a peso d'oro per mezzo
secolo, stanno saccheggiando tutti gli edifici di rappresentanze
europee e le danno alle fiamme!
Pensa te che fior di gratitudine, Europa, dopo averli
mantenuti a miliardi.
E tutto questo per 12 disegni raffiguranti un vecchio
in turbante e scimitarra che esalta le 72 vergini
che stanno in paradiso per accogliere degnamente ogni
anima di lurido terrorista.
Eppure lo dicono loro che succede questo! Ogni shahid
che ammazza ebrei e occidentali se ne va in paradiso
a godere delle grazie di 72 vergini.
E' noto che i terroristi si mettono anche 10 paia
di mutande prima dell'attentato proprio nella speranza
di preservare i gioielli di famiglia dal danno dell'esplosione.
Quanto poco basta, Europa cara, per scatenare
il loro odio verso i benefattori di sempre.
Mi dispiace tanto, Europa, o come mi dispiace!
Ma c'e' un proverbio famoso ...come dice? Ahhh si,
adesso ricordo:
Chi la fa l'aspetti!
Deborah Fait - informazionecorretta
«E'
il jihad del nagozionismo a unire Teheran,
Damasco, Beirut e Gaza»
Roma. L’ayatollah Ali Khamenei, guida della rivoluzione
iraniana, ha compiuto ieri una nuova escalation
fanatica sul caso delle vignette danesi su Maometto.
Ha denunciato “mani diaboliche coinvolte in questa
diabolica questione”, ha sostenuto che è “una cospirazione
dei sionisti per provocare tensione tra musulmani
e cristiani” e ha ribadito le sue tesi negazioniste
sulla Shoah. Khamenei ha anche espresso pieno appoggio
a Mahmoud Ahmadinejad circa la risposta iraniana nei
confronti dell’Onu sul nucleare. L’Iran mira a prendere la
leadership del movimento di protesta fondamentalista sul
“caso danese” indirizzandolo su un terreno di grande presa
nel mondo islamico. La denuncia del “complotto ebraico” trova
oggi larghissimo ascolto popolare nell’islam e getta una nuova
luce sulla dinamica degli incidenti di Damasco e di Beirut,
evidentemente provocati dal regime Baath. La ragione di questa
provocazione siriana è stata colta dalla coalizione
parlamentare antisiriana libanese (le “Forze del 14 marzo”) che
l’ha denunciata con parole nette e allarmate: “quegli incidenti
rappresentano un inizio di colpo di stato da parte del regime siriano
che mira a trasformare il Libano in un secondo Iraq”. Un pericolo
serio e imminente a tal punto che gli stessi partiti antisiriani
libanesi hanno chiesto l’immediato intervento del Consiglio
di sicurezza dell’Onu per sventare i progetti di Damasco. Il
fatto che soltanto in Siria e Libano, tra tutti i paesi arabi,
i manifestanti siano riusciti nel loro intento di devastazione,
assume dunque una luce sempre più sinistra, come ha notato anche
il ministro degli Esteri italiano, Gianfranco Fini, che ha usato
parole durissime nei confronti del governo siriano. E’ sempre più
evidente che lo “scandalo delle vignette” è usato in maniera
strategica dal nuovo asse politico Teheran-Damasco- Beirut-Gaza,
che si è costituito negli ultimi due mesi e che comprende anche
il mullah iracheno Moqtada al Sadr. Un asse che si è rapidamente
definito a partire dall’esortazione del 25 ottobre scorso del presidente
iraniano a distruggere Israele. Da quel giorno, infatti, Ahmadinejad,
in pieno raccordo con l’ayatollah Khamenei, ha definito una catena di
alleanze su più piani. Su quello della propaganda ha dato spessore
e veleno all’antisemitismo islamico, affiancando al tradizionale
antisionismo di Khomeini una martellante campagna di negazione della
Shoah. Non soltanto Israele occuperebbe illegalmente una terra sacra
all’islam, ma lo stesso Olocausto sarebbe una “menzogna degli ebrei”.
Su questa parola d’ordine Ahmadinejad ha lanciato un vero e proprio
“jihad negazionista”. Ha stretto un patto con Beshar al Assad, che
ha incontrato a Damasco il 19 febbraio, su una politica comune
sul Libano (tramite il “partito fratello” Hezbollah), sul nucleare
e sulla Palestina. A Damasco Ahmadinejad ha incontrato anche il leader di
Hamas, Meshaal Khaled e gli ha garantito pieno appoggio. Assad ha concordato
in pieno con Teheran sul nucleare e ha delineato un percorso comune
diretto contro il processo democratico in Iraq: “Il progetto
iracheno sta fallendo e mira a destabilizzare il sentimento nazionale
arabo”. Il preciso intento destabilizzatore nei confronti
di Baghdad è stato perfezionato con gli onori di stato
che Assad ha tributato il 6 febbraio a Damasco al ribelle filoiraniano
Moqtada al Sadr. Definiti i campi di azione comune nei punti
caldi della crisi mediorientale, il nuovo “asse del jihad” intende
non soltanto omogeneizzare le politiche dei governi e dei partiti,
ma anche lanciare al mondo musulmano un suo “Manifesto” che ha
il suo punto di forza nel negazionismo dell’Olocausto, già
patrimonio storico del Baath e di Hamas. Le minacce contro Israele
lanciate da Ahmadinejad a ottobre non erano dunque casuali, ma
puntavano a marcare una nuova strategia d’attacco.
Carlo Panella da Il
Foglio
Massima del
giorno
In molti hanno provato a sopprimere la religione,
nessuno ce l'ha fatta. Il che non prova che essa sia
vera. Prova che gli uomini ne hanno bisogno
G.P.
CASA PROPRIA,
CASA ALTRUI
In quale
misura la libertà di parola e di stampa deve rispettare
la sensibilità degli altri? In questi giorni si
parla molto di questo problema, in particolare per quanto
riguarda la sensibilità religiosa, e molto spesso
si tende a schierarsi su una di queste due linee: non si
ha il diritto di offendere chi ha una sensibilità diversa
dalla nostra, neanche con cose che non avremmo neppure immaginato
potessero offenderlo, e bisogna dunque stare attenti; altri
dicono invece che la libertà di stampa è una conquista
intangibile che non può e non deve essere limitata
da preoccupazioni di nessun genere. Ambedue le tesi sono sbagliate.
Per
la prima è facile obiettare che, se si accettasse
integralmente questo principio, la nostra vita ne sarebbe
sconvolta. Non solo non potremmo criticare le assurdità
di certe religioni, di certe teorie politiche o perfino
di certe teorie mediche (l’omeopatia), non potremmo neppure
avere giornali illustrati: perché secondo alcuni
integralisti islamici la raffigurazione degli esseri viventi
è peccaminosa. Senza dire che anche da noi ci sono i bigotti:
dunque non potremmo avere donne semivestite sulle copertine
delle riviste esposte in edicola; non potremmo pubblicare
libri contro la religione cristiana e dovremmo perfino vietare
la pubblicazione dei libri di Nietzsche. Gli esempi potrebbero
essere moltiplicati. Quasi ogni cosa che diciamo rischia di
offendere qualcuno. Persino dichiararsi lieti della sconfitta della
Juventus, dal momento che ci potrebbe sentire un tifoso di quella
squadra.
La seconda teoria è essa
pure inaccettabile e lo prova già il fatto che
il codice penale vieta l’oltraggio alla bandiera, all’esercito,
alla magistratura, ai capi di Stato esteri, e soprattutto
la diffamazione, la pornografia, e l’istigazione al reato,
per non parlare del gravissimo reato di calunnia. Nei paesi
liberi si ha il diritto di manifestare la propria opinione
ma la libertà di parola incontra dovunque il limite
sociale del livello e del tipo di civiltà: in nessun
posto è o può essere totale. Essa non è un assoluto,
è immersa nella storia e al momento storico corrisponde.
E così
si giunge al nocciolo del problema. Dal momento
che non è possibile né tenere conto della sensibilità
di tutti né una totale libertà di parola, tutto
si riduce a sapere dove, fra questi estremi, si deve
fermare il pendolo. La risposta dipende dal tempo e dal
luogo.
Un avvocato
ha denunciato il parroco di Bagnoregio per abuso
della credulità popolare perché il religioso
sostiene che Gesù Cristo è una figura storica.
Il processo si celebra in questi giorni e qui interessa
solo notare che se l’avv.Cascioli avesse sostenuto questa
tesi qualche secolo fa, sarebbe stato bruciato sulla
pubblica piazza. Ovviamente qualcuno dirà che l’autodafé
è un’assurdità, cosa d’altri tempi ma chi ciò
dicesse evidentemente dimostrerebbe di non sapere che in
Arabia Saudita l’apostasia (la rinuncia alla religione islamica)
è punita con la morte. Non in un lontano passato: esattamente
oggi. Ogni paese ha un suo tipo e livello di civiltà.
Prima di condannare l’Arabia Saudita, dobbiamo ricordarci
della nostra Inquisizione.
Il problema
non è che cosa sia lecito dire o fare, in astratto.
È lecito ciò che un dato paese decide sia
lecito, è illecito ciò che quello stesso paese
decide sia illecito. In Italia fino ad un’epoca non troppo
lontana l’adulterio era un reato, oggi la sola idea farebbe
ridere: ma, proprio a causa di questa variabilità nel
tempo e nello spazio, nessun paese può chiedere ad un altro
di tenere conto della propria sensibilità. Il francese
che va in Marocco si toglierà le scarpe prima di entrare
nella moschea, il marocchino che va a Parigi non dovrà scandalizzarsi
delle ragazze in minigonna. Nessuno obbliga i francesi ad
entrare nelle moschee marocchine, nessuno obbliga i marocchini
a visitare Parigi.
C’è
poi il problema delle minoranze. La risposta da dare
a chi si chiede che conto bisogna tenere degli stranieri
è semplicemente questa: “Siamo a casa nostra
e facciamo ciò che ci pare. Delle nostre istituzioni
non dobbiamo rendere conto a nessuno”. Agli islamici per esempio
potremmo dire: “Così come noi non vi chiediamo di rendere
conto della vostra poligamia, delle vostre mutilazioni genitali,
della vostra mancanza di libertà – e al massimo vi disapproviamo
- voi non ci dovete chiedere conto della nostra libertà”.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 7
febbraio 2006
Il caos promesso
dal centrosinistra
La particolarità
più inquietante del schieramento del
centro sinistra è che i suoi componenti non promettono
agli elettori di garantire al paese un governo solido
e duraturo. Al contrario, assicurano che all’indomani
delle elezioni la loro preoccupazione principale sarà
quella di contestare gli alleati e mandare all’aria gli equilibri
attuali dello schieramento. Clemente Mastella ha confermato
di voler continuare a far parte del centro sinistra.
Ma, per catturare gli elettori di centro, ha preannunciato
che dopo il voto l’Udeur ribadirà il proprio ruolo
di forza antagonista ed alternativa di Rifondazione Comunista
e della Rosa nel Pugno. Per impedire ai vari Luxuria e Casarini
di imporre una deriva estremista alla coalizione prodiana. E
per evitare a Marco Pannella ed Enrico Boselli di provocare una
deriva laicista alla stessa coalizione. Mastella non assicura
che ammorbidirà la particolari posizioni del proprio
partito in nome della superiore esigenza di dare forza e stabilità
al governo di centro sinistra. Anzi, proclama e garantisce l’esatto
contrario. Come a voler far intendere ai propri elettori che
una volta battuto Silvio Berlusconi l’Unione si disunirà
all’insegna del “liberi tutti”. Ed ogni suo attuale componente
si metterà in movimento alla ricerca di alleanze meno
scombicchierate di quella attuale e formate da forze più
omologhe tra di loro.
Lo stesso
vale per la Rosa nel Pugno. Emma Bonino ha concluso
il congresso che ha segnato la fusione tra radicali
e Sdi (meglio sarebbe dire l’annessione dello Sdi al
partito di Pannella) annunciando che il programma della nuova
formazione politica sarà quello di essere la spina
nel fianco del centro sinistra. Per rompere l’egemonia catto-comunista
dell’Unione e dare una impronta laica all’intero centro
sinistra. Francesco Rutelli e Franco Marini, a loro volta,
non hanno affatto nascosto che a loro modo di vedere le chiacchiere
di Prodi sul Partito Democratico stanno a zero. E che la partita,
prima e dopo le elezioni, è tra Margherita e Ds per la
conquista del bastone di comando della baracca. Insomma, tutti promettono
fuoco e fiamme dopo le elezioni. Ma non nei confronti del centro
destra, dato comunque per perdente e fuori gioco, ma nei confronti
degli attuali alleati. Come a dire che il voto darà il
via ad una legislatura in cui l’unica certezza sarà quella
che l’eventuale governo Prodi durerà lo spazio di un
mattino.
E poi
ci sarà il caos!
di Arturo Diaconale da L'Opinione
Satira antisemita:
Ecco la qualità del loro umorismo
Solo gli
sprovveduti potevano cascarci e noi europei lo siamo.
Adesso la cosa più chiara di tutte è che
questa suscettibilità di islamici colpiti bassamente
nelle loro sacre credenze è tutta una cosa di
facciata. In ballo ci sono i finanziamenti ad Hamas e il mondo
delle dispotiche istituzioni arabe, cinico e non credente,
solleva le masse con qualunque pretesto contro l’Europa
per ricattarla. Intendiamoci, i sauditi e gli egiziani e i
siriani e gli iraniani i soldi sottobanco alle formazioni armate
come la jihad, gli hezbollah e la stessa hamas li pompano a
milioni di euro sottobanco da sempre. Ma i suddetti regimi sarebbero
assai seccati se dovessero metterci apertmente altre ingenti
somme per riempire un buco che sicuramente l’America lascerà
aperto e che l’Europa forse pure. Su quel “forse pure” si sta giocando
la cinica battaglia di questi giorni in cui spregiudicatamente
in maniera davvero blasfema si sta usando l’islam come una clava
e soprattutto come instrumentum regni. Purtoppo anche in questo
i fondamentalisi di oggi hanno imparato dall’Europa di ieri e dall’utilizzo
passato del cristianesimo.
A proposito
di satira poi, le masse infiammate e gli imam suscettibili
come la mettono con queste vignette che parlano da
sole tratte dal sito della Lega degli arabi europei , godibili
per chi ha lo stomaco forte cliccando qui. Una
vignetta ci pare di una infamia tale che merita di essere
ulteriormente sottolineata. E’ quella in cui si vede Hitler
con tanto di svastiche sulla maglietta che sembra
avere avuto una notte d’amore con una ragazzina e che
le dice: “lo metterai tutto ciò nel tuo diario Anna?”
Ovviamente si tratterebbe di Anna Frank, una sorta di incesto
dell’Olocausto con il nazismo. Vignette come queste le
troviamo ogni giorno su tutti i media arabi da almeno trenta
anni. Qualcuno ha mai assaltato le loro ambasciate in Europa,
in Israele (quelle due o tre che fanno finta di esserci) o
in America per questo? Date una risposta rapida e coerente
e poi ne riparliamo di sentimenti umani e religiosi offesi
e di provocazioni.
di Dimitri Buffa da L'Opinione
IL
DIRITTO ALL’UDITORIO
In democrazia
ognuno ha il diritto di parlare. Ma non è
che gli altri abbiano il dovere di ascoltarlo.
Nella
democrazia diretta, cioè nella città-stato,
l’assemblea era costituita da tutti i cittadini.
Facciamo l’ipotesi che questi cittadini fossero solo mille:
se, su un solo punto di un dato argomento, fossero dovuti
intervenire tutti, parlando ognuno per cinque minuti, il
dibattito – discutendo per dodici ore al giorno – sarebbe durato
una settimana esatta. Il sistema non poteva dunque essere
questo. In realtà, la stragrande maggioranza di coloro
che avrebbero avuto il diritto di parlare o si affidavano
all’esposizione di qualcuno che la pensava come loro oppure
non osavano aprir bocca, per paura di fare cattiva figura.
Tuttavia,
se tutti hanno il diritto di parlare, il problema
del dibattito rimane aperto. Infatti esistono sempre
coloro che, pur non avendo nulla di serio da dire, pretendono
di essere ascoltati. E un posto in cui questo si vede benissimo
sono le assemblee di condominio (e oggi i forum dei blog).
Qui i cretini, essendo autorizzati a pensare d’essere in condizione
di parità con tutti gli altri, dànno libero sfogo
alla loro nocività; abusano del diritto d’intervento
e costituiscono una pietra d’inciampo per tutti. Persino per
quelli che la pensano come loro. Tuttavia va notato che i seccatori,
se insistono a parlare, trasformano il loro intervento in
un intervallo: la gente aspetta, per riprendere la discussione,
che finiscano o che il Presidente li inviti a cedere la parola.
E nei forum salta i loro testi. La sanzione più seria
al discorso dello stupido è il non ascolto.
Il diritto
all’ascolto non esiste. Ecco perché tutti coloro
che si lamentano di scrivere ai giornali e di non vedere
pubblicate le loro lettere hanno torto: i giornali
non hanno il dovere di pubblicare ciò che giudicano
lungo, inconcludente, simile a cento altre lettere o contrario
alla linea del giornale stesso. Inoltre, ammettendo che
qualcuno fosse pubblicato spessissimo, potrebbe dire
d’avere guadagnato un pubblico? No. Se scrivesse sciocchezze,
basterebbe la sua firma per fare scappare i lettori.
Lo sciocco
ha il diritto di parola ma per parlare col muro. L’uditorio
bisogna conquistarselo. Persino chi può disporre
della televisione a reti unificate alle nove di sera
non può impedire al singolo di spegnere il televisore.
La sanzione del disinteresse non risparmia neppure i
mostri sacri. Da quando Enzo Biagi, che è Enzo Biagi,
ha usato la rubrica sul Corriere solo per dire male di Berlusconi,
parecchi non l’hanno più letta. Ed hanno fatto bene.
Perché quello che c’era da sapere l’avevano già letto
la settimana prima. E la settimana ancora prima. Ed anche
la precedente. Fino a dire basta. Il diritto di parola è
come un pianoforte: non vale nulla se non lo si sa usare.
Un caso speciale è rappresentato
da coloro di cui si sa in anticipo che diranno cose
per noi inutili. Il Presidente della Repubblica e il Papa
sono persone importanti che certo non dicono sciocchezze ma
il primo non può che dire cose condivisibili da tutti,
cioè ovvietà, e il secondo solo cose valide per
chi ha la fede; ma non per chi non l’ha.
Nella
lista si devono mettere anche coloro che hanno dato
troppe prove negative di sé per avere diritto
ad un riesame. Prima che Diliberto apra la bocca si
sa che dirà qualcosa di vetero-comunista, condivisibile
solo da chi è vetero-comunista. A questo punto,
se non si è vetero-comunisti (o masochisti) ci si
può dispensare dall’ascolto. Non diversamente da come nessuna
persona ragionevole ascolterebbe Wanna Marchi mentre spiega che,
contro modico pagamento, invierà i numeri del lotto vincenti.
Questo
punto di vista può sembrare aristocratico ma è
semplicemente economico. Nessuno ha il tempo di leggere
tutti i giornali, tutti gli articoli di fondo, tutti i
libri importanti. Siamo tutti disperatamente e invincibilmente
ignoranti. Io stesso non ho ancora finito l’Ulysse de
Joyce. E forse non lo finirò mai.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 5 febbraio
2006
Galli della
Loggia
Galli
della Loggia, in un pregevole articolo, si lamenta
del fatto che il centro-sinistra, dopo avere alzato
alti lai per la riforma federalista, oggi se ne disinteressi.
In questo modo, dice, “Si dà insomma una lezione
devastante di cinismo, gli autori della quale il Paese
non potrebbe che augurarsi di vedere chiamati al più
presto a risponderne”. Poiché qui se ne vuole parlare
solo dal punto di vista linguistico va innanzi tutto detto
che essa è chiarissima. Alla terza lettura. Ma alla
prima ricorda la perplessità con cui, al liceo, si affrontava
la versione di latino. Si leggeva una frase e si aveva
la sensazione di dover rimettere insieme i pezzi di un puzzle.
Questo è un aggettivo accusativo plurale, a quale nome
accusativo plurale si riferisce? O è per caso un aggettivo
sostantivato?
Nessun
vuol dare a Galli della Loggia lezioni di politologia,
e probabilmente scriveva di fretta, ma la sua frase
può servire come esempio di come assolutamente non
bisogna scrivere. Egli voleva semplicemente dire: “Si dà
insomma una lezione devastante di cinismo [punto, meglio scrivere
frasi brevi, senza subordinate]. Il Paese [è sempre bene
mettere il soggetto all’inizio] può augurarsi [evitare
le doppie negazioni] di vedere al più presto chiamati
a rispondere gli autori di questo cinismo [evitando la frase
passiva, in cui gli autori di questo cinismo erano il soggetto]”.
Ma anche così la frase è troppo complicata. La
frase migliore sarebbe stata questa: “Il Paese, nel caso vinca
il centro-sinistra, dovrebbe chiamarlo a rispondere di questo
cinismo”.
Gianni Pardo
"Le caricature
su tutti i giornali
«Tutti i giornali dovrebbero
pubblicare le caricature del quotidiano danese,
quelli che non l'hanno fatto e che si proclamano laici
in realtà sono dei vigliacchi. La vera empietà è
sgozzare un ostaggio davanti a una cinepresa o farsi saltare
in aria mormorando il nome di Maometto»: André
Glucksmann
Se tirassero
fuori le palle una buona volta
Gli arabi hanno trovato un
nuovo divertimento.
I
palestinesi, non avessero niente da fare, hanno trovato
un nuovo modo per fare violenza, distruggere, bruciare
bandiere, uno dei loro passatempi preferiti, pulirsi
i piedi sul simbolo danese che tra l'altro rappresenta
una croce quindi due piccioni con una fava, niente di meglio:
esprimere il loro dispregio contro il Paese che , secondo
loro , ha offeso l'islam e il simbolo del cristianesimo
che loro offendono quotidianamente da sempre. Esistono
volumi interi, in inglese, di vignette contro ebrei e
cristiani pubblicate sui maggiori media arabi e persino
sui libri di testo delle loro scuole.
Se
la bandiera danese avesse oltre alla croce anche un
piccolo maghen David da qualche parte sarebbe stato
il massimo anche se in verita' non hanno bisogno
di scuse per calpestare il maghen David, fa parte del
loro quotidiano come sparare, riempirsi di candelotti
esplosivi e lanciare razzi contro comunita' israeliane.
In
questi giorni i media sono inflazionati da notizie
sulle vignette "blasfeme" pubblicate da un giornale
danese. Notizie per niente simpatiche o rassicuranti,
praticamente l'Islam e' esploso a causa di disegni che
rappresentano in modo poco rispettoso Maometto il profeta.
Gettare
un crocefisso dalla finestra e' rispettoso?
Tagliare
la pancia a un regista europeo per aver girato un
filmato sulla condizione della donna islamica, e'
rispettoso?
Sgozzare
la gente, urlando Allahhu Achbar, davanti alle
telecamere e' rispettoso?
Riempirsi
di esplosivo e farsi esplodere in un autobus pieno
di innocenti e' rispettoso?
Urlare
di voler distruggere la cristianita' e' rispettoso?
Predicare nelle moschee
che la bandiera verde dell'islam sventolera' su
San Pietro e' rispettoso?
Invocare
la distruzione di una Nazione civile e democratica
e' rispettoso?
Far
saltare treni, fare implodere grattacieli, attaccare
metropolitane e' riaspettoso?
No,
non e' rispettoso manco per niente, e' criminale,
e' fanatico, e' quello che fa l'Islam da anni e adesso
hanno il coraggio di urlare che ci ammazzeranno tutti
perche' noi abbiamo offeso il loro Maometto?
I
palestinesi non hanno appena fatto delle specie di
elezioni? Non dovrebbero incominciare a lavorare o almeno
a provarci? Nooo, nemmeno per sogno, loro distruggono
tutti i simboli europei, spaccano tutto negli uffici
dell'Unione Europea, danno la caccia agli europei che ormai
saggiamente sono scappati tutti.
Chissa'
se la Morgantini sta ancora la' , forse si, lei e'
al sicuro, e' una di loro.
A
Gaza, Ramallah, a Jenin, in tutte le citta' palestinesi
dei pazzi folli e fanatici appiccicano ai marciapiedi
le bandiere danesi e vi camminano sopra e ci sputano sopra
e nel frattempo continuano a non far niente, a non lavorare,
a non pensare neppure lontanamente a costruire un paese.
Che paese dovrebbero costruire del resto? Abitato da chi?
Da cani rabbiosi nullafacenti e nullapensanti?
E
gli europei cosa fanno? hanno forse tirato su la
testa , hanno forse detto "sentite piantatela, ci
state rompendo le scatole da anni, il minimo che potessimo
fare era qualche vignetta sull'uomo (perche' Maometto
era uomo non Dio ) in nome del quale commettete delitti
efferati."
Niente
di tutto questo. Gli europei licenziano il direttore
di France Soir per ordine dei musulmani di Francia.
Gli europei si fanno l'esame di coscienza "ma come siamo
cattivi , ma come siamo cattivi, ma come siamo irrispettosi,
ma come siamo blasfemi, fustighiamoci col gatto a nove
code".
Questo
fanno gli europei strisciando come lumache.
Eppure
di vignette irrispettose i media italiani e europei
ne hanno sempre fatte in quantita'. Contro i simboli
cristiani, contro i simboli ebraici e nessuno ha protestato.
Chi non ricorda le vignette antisemite di Vauro e Forattini
contro Israele usando Gesu' come protagonista della loro
satira crudele?
Qualcuno
ha protestato minacciando di morte gli autori?
Sono insorti il mondo cristiano, ebraico, israeliano
? No, nessuno ha detto niente anche se spesso le vignette
facevano male, erano ingiuste e offensive. Non solo nessuno
e' stato minacciato ma gli italiani , certi italiani,
hanno dileggiato chi protestava per la famosa vignetta di
Vauro che rappresentava Gesu bambino che, davanti ai
soldati israeliani, diceva impaurito "Ecco mi vogliono
uccidere una seconda volta".
Chiaro esempio di antisemitismo
e antisionismo, l' antica accusa di deicidio
unita all'odio contro Israele che si difendeva dai
palestinesi, con in piu' il falso storico che tenta da
anni di far diventare arabo/palestinese l'ebreo Gesu'.
Una
vergogna per cui abbiamo civilmente protestato
in molti per essere presi in giro dai piu'.
Alla fine siamo stati offesi noi che protestavamo, siamo
stati fatti passare per pazzi visionari, con la prepotenza,
l'arroganza e il sarcasmo proprie degli antisemiti.
E
adesso di fronte alla violenza islamica eccoli i nostri
eroi, cosi' coraggiosi con chi non minaccia mai e non
si vendica mai, eccoli con la coda fra le gambe, pronti
a interrogarsi, a fustigarsi, a chiedere perdono, a fare
a loro volta vignette velenose contro la Danimarca.
Tutti
contro la Danimarca, persino l'America, tutti a piagnucolare
che noi occidentali non rispettiamo i sentimenti
dell'Islam, tutti pronti a capire le reazioni barbare
e incivili che avvengono nei territori palestinesi,
in Indonesia, in Marocco e in tutti i paesi arabi.
Di
fronte a questa mancanza di dignita' e a tanta vilta'
voglio esprimere la mia totale solidarieta' ai giornalisti
danesi e credo che tutti dovrebbero farlo se tirassero
fuori le palle una buona volta.
Deborah Fait - informazionecorretta
BATTISTA
E LE VIGNETTE SATANICHE
Sul
“Corriere della Sera” Pierluigi Battista, a proposito
delle famigerate vignette “anti-islamiche”, fa notare
che il modo in cui sono rappresentati gli arabi, e perfino
personalmente Maometto, trasuda disprezzo. Tanto da ricordare
le vignette antisemite degli anni Trenta e dei giornali nazisti.
Poi osserva che i giornali arabi non si vietano affatto di
rappresentare gli ebrei con gli stessi tratti sporchi e demoniaci
con cui il giornale danese ha rappresentato gli arabi, ma noi
non dovremmo imitarli.
A Battista
si può rispondere, innanzi tutto, che c’è
una differenza fondamentale fra le vignette danesi (o
italiane) e quelle naziste o arabe. Le nostre sono
espressione di satira privata, quelle arabe sono frutto
di un “odio di Stato”. Le nostre vignette, anche le più
graffianti, hanno lo scopo di far ridere, quelle arabe (come
a suo tempo quelle naziste) costituiscono propaganda politica.
In Italia Berlusconi è rappresentato come un
nano, Forattini ha rappresenta sempre Veltroni come un verme,
ma nessuno si è mai sentito incitato alla violenza,
a causa di queste vignette. Nessuno ha pensato che Forattini
volesse Veltroni schiacciato a terra e nessuno, per reazione,
ha incitato all’uccisione di Forattini.
Decisamente
ci sono troppe differenze, per accettare il parallelo
di Battista. E per accettare lezioni di moralità
o libertà di stampa dai musulmani.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
Massima del
giorno
Coloro
che credono di fare un favore raccontando i loro
segreti si sbagliano. È chi li ascolta, che fa
loro un favore.
G.P.
MOLLICHINE
Mandato
di cattura per Gaucci: bancarotta di 100 mln di euro.
Quanta severità! Neanche due consulenze di Consorte!
Ismail
Haniyeh (Hamas): «La libertà di stampa
di cui parla l'Europa è servita a colpire l'Islam».
E finalmente abbiamo saputo perché c'è stata
la Rivoluzione Francese.
IL COMPLESSO
DI COLPA DELL’OCCIDENTE
Il
bambino, nascendo, comincia a vivere in una famiglia
in cui delle necessità essenziali si occupano
i genitori. Da questo deriva inevitabilmente una mentalità
in base alla quale il cibo, il tetto e alcune comodità
sono evidenti di per sé. Sembra esistano per virtù
propria e ne possano beneficiare in uguale misura e senza sforzo
tanto i genitori quanto i figli. Questa mentalità si
mantiene anche quando si cresce. Infatti nei paesi ricchi, diversamente
da quanto avviene nei paesi poveri o presso i primitivi, l’adolescente
e perfino il ventenne continuano a vivere a carico dei genitori.
Perfino per i lussi. L’universitario non raramente va in giro
in automobile e mangia in pizzeria con gli amici senza ancora
avere mai guadagnato un euro. In questo modo si prolunga l’illusione
che il denaro cada dal cielo, tanto che se i genitori lo lesinano sono
colpevoli di tirchieria. I bambini non sanno far di conto.
La mentalità per cui l’economia “va da sé”
induce buona parte della società a dare la preminenza
ad altri valori: per esempio la solidarietà,
la pietà umana, il senso di colpa nei confronti
di chi ha meno. Nessuno è tanto generoso quanto
colui che può fare regali a spese altrui. Non solo
i figli largheggiano, quando pagano i genitori, ma anche quando
divengono economicamente responsabili questa mentalità
si prolunga con l’idea che lo Stato – padre universale - debba
essere generosissimo con tutti. Esso ha il dovere imprescindibile
di fornire a tutti una buona sanità, alte pensioni, elettricità,
gas e acqua a basso prezzo, ecc. Purtroppo lo Stato-mamma costa
moltissimo e alla fine impoverisce tutti. Ma questo lo sanno solo
gli adulti: un’età a cui non tutti arrivano. (...)
Clicca qui per proseguire
nella lettura
Gianni
Pardo - 4 gennaio 2006
Quelli della
"superiorità morale"...
Ci risiamo. A ben
guardare è storia antica. Basterebbe andarsi a
rileggere (lasciando perdere l'oro di Mosca...) i quotidiani
del 1993 e dintorni per scoprire che già
ai tempi di "tangentopoli" quelli della "superiorità morale"
e delle "mani pulite" trafficavano in bustarelle
miliardarie, ambigue operazioni immobiliari, conti esteri,
appalti cooperativi e impunità giudiziarie.
Di queste
ultime ne sappiamo ben qualcosa noi qui in Emilia-Romagna dove al
tempo non una Procura - nonostante le centinaia di denunce riguardanti
le collusioni tra coop rosse, pubblica amministrazione e dirigenti
di partito - ha mai aperto e portato a processo una qualsiasi indagine
giudiziaria.
Storia
vecchia, dunque. E' ben vero che in casa comunista l'antica militanza
ideologica è più forte del buonsenso e sotto la vernice
fresca dei DS c'é, ancor oggi tutta intera,
la corazza leninista che protegge il culto della pretesa
diversità, ma le risposte imbarazzate e reticenti
dell'ultima vicenda legata a "bancopoli" fanno cadere le braccia
anche a noi garantisti non dell'ultima ora.
Che tristezza
scoprire, ancora una volta, che la ragione laica
e l'onestà intellettuale sono ancora oggi estranee alla
loro cultura.
Ci sono
i vertici delle coop rosse che da mesi entrano (ed escono)
dalle stanze dei giudici milanesi, ci sono
centinaia di euromilioni di "plusvalenze" che dai conti correnti
svizzeri ritornano in Italy e non trovano spiegazioni,
ci sono intercettazioni telefoniche, comportamenti collusori
e quelli della "superiorità morale", di nuovo, ci vengono
a raccontare che si tratta di incidenti di percorso,
leggerezze, sbandate marginali, "null'altro che reciproca
simpatia" (Violante) e se qualcuno ha sbagliato è
questione di qualche malandrino inopinatamente finito a dirigere
l'impero economico delle coop rosse...
Se non
bastasse, come da collaudato copione (da Violante a D'Ambrosio), ecco arrivare
le candidature
elettorali nelle liste dei DS dei soliti magistrati
ad hoc.
In realtà
per i compagni vale sempre la vecchia questione, da Stalin in poi,
del fine che giustifica i mezzi. I mezzi, "cari" compagni, sono
stati pessimi e il fine ancor di più.
cp, 03-02-2006
L'ITALIA
CHE SOGNIAMO E CHIEDIAMO AL PREMIER
Sono passati
sei mesi da quando i radicali italiani hanno fatto
la scelta di campo a favore del centrosinistra. E da quando
noi, non condividendo per nulla quella svolta, abbiamo deciso
di dare vita a una nuova formazione radicale e liberale alleata
al centrodestra.
Ora che la campagna
elettorale entra nel vivo, sentiamo la necessità
di rivolgere un appello, in primo luogo agli elettori
radicali, a sostenere un soggetto politico come il
nostro che porti all'interno della Casa delle Libertà
i contenuti della politica liberale liberista e radicale.
Marco Pannella (cui abbiamo rinnovato in queste ore un pieno
appoggio per la sua battaglia contro una norma elettorale
discriminatoria) ha giustificato la scelta di correre alle prossime
elezioni nell'Unione prodiana con le insegne della Rosa nel
Pugno con lo slogan "alternanza per l'alternativa", ritenendo
cioè che l'eliminazione dalla scena politica di Silvio
Berlusconi sia un passaggio essenziale per l'affermazione futura
di una maggioranza liberale.
Questo assunto
ci pare del tutto astratto dalla realtà della
politica italiana e per questo fuorviante. Certamente l'azione
riformatrice liberale del Governo Berlusconi (spesso
frenato a causa della ragnatela tessuta dagli alleati)
avrebbe dovuto essere più incisiva, pur tenendo nel
dovuto conto le difficoltà congiunturali di questi
cinque anni. Ma ci sentiamo anni luce lontani dalle critiche
conformiste e, in fondo, intellettualmente disoneste,
di quanti pretenderebbero di archiviare il Governo Berlusconi
come un susseguirsi di leggi "ad personam" che hanno condotto
il paese allo sfascio. Su questo, ci basta rispondere che se
un giornale tutt'altro che tenero con il Cavaliere come Il
Sole 24Ore titola a proposito del "contratto con gli italiani":
"obiettivi centrati a metà", allora siamo di fronte ad
una vera rivoluzione liberale nel metodo e a importanti passi
avanti nel merito.
Cosa c'è
di più rivoluzionario e positivo per la politica
parolaia e consociativa del nostro paese che essersi
presentati agli elettori con un breve elenco di significativi
obiettivi programmatici sottoponendosi cinque anni dopo
allo scrutinio rigoroso di analisti ed elettori? E quale
altro Governo ha mai potuto vantare, per di più in
una congiuntura imprevedibilmente difficile, di aver avviato
e in buona misura attuato (in realtà anche più del
50%) gli impegni assunti con gli elettori?
Di questo il centrosinistra non
vuole prendere atto e preferisce lo scontro pregiudiziale sulla
"opportunità" che il centrodestra continui
a governare il paese. Siamo ancora alla presunta supremazia
in termini di legittimità democratica della sinistra
e poco più. Nulla di nuovo, per la verità, se
è vero che già Enrico Berlinguer giudicava il Governo
Craxi "un pericolo per la democrazia". Ci stupisce, questo sì,
che al coro partecipi oggi anche Marco Pannella. Il ruolo dei radicali
nel centrosinistra, avrebbe dovuto essere quello di aprire un
fronte liberista e americano nella sinistra italiana che non
si è mai liberata di miti marxisti e terzomondisti. Cosa
che non è stata fatta. Persino il Corriere della Sera, che
pure sostiene e dà grande spazio alla scelta di Pannella
a favore del centrosinistra, ha più volte segnalato, attraverso
gli editoriali di Angelo Panebianco, la mancanza di visione
strategica con cui si è caratterizzata la Rosa nel pugno.
Questa ha invece
centrato la propria iniziativa e la propria comunicazione
sull'anticlericalismo, tema che, ideologicamente, non
crea problemi a sinistra, anche se, all'atto pratico, a partire
dai Pacs (noi siamo favorevoli, purché non divengano
"pacs e benefit") neppure nel centrosinistra prevale in modo
politicamente decisivo un orientamento liberale di rivendicazione
della piena autonomia della politica dalle indicazioni della
CEI. Per quanto ci riguarda riteniamo che un conto sia reagire
con chiarezza e intransigenza alle pressioni clericali sul
fronte legislativo, un altro professarsi anticlericali come se
la Chiesa possedesse in Italia un potere "talebano". Il ruolo della
Chiesa è complesso e non può essere ridotto al clericalismo:
la rivendicazione di un ruolo pubblico della religione nell'agorà
politica è cosa ben diversa dall'imposizione delle verità
di fede nell'ordinamento civile.
Sull'economia
occorrerà pure ammettere che una cosa è misurarsi
con la persistenza, in ampi settori del centrodestra,
di una cultura politica corporativa e statalista, fondata
sulla centralità della spesa pubblica, ma tutt'altra
cosa è affidare le speranze di modernizzazione economica
e sociale ad uno schieramento che avversa programmaticamente
le riforme di mercato, e affida alle organizzazioni sindacali
un esplicito e incontestato potere di veto sulle politiche economiche.
O no? Tant‚è che quanto di meglio che è stato fatto
(Legge Biagi, pensioni, grandi opere, riforma Moratti) è esattamente
ciò che buona parte del centrosinistra vuole cancellare e
quello che di più si doveva fare è l'opposto di quanto
possa impegnarsi a fare Romano Prodi nella cui coalizione le componenti
massimaliste ed estremiste, comuniste rifondate e no, rosse
o verdi che siano, hanno sempre un peso decisivo, contrariamente
a quanto avviene nei partiti socialdemocratici e laburisti di tutti
i paesi occidentali.
Più
in generale siamo convinti che un'eventuale
vittoria di Prodi, ottenuta anche grazie alla collaborazione
del "giapponese" Pannella, non sarebbe affatto l'inizio
di una presunta riscossa liberale, ma la consacrazione
di un'Italia immobilista, conservatrice e chiusa alla
concorrenza, forte dell'appoggio di tutti i poteri protetti
(in prima fila quelli bancari, editoriali, sindacali, giudiziari
e via discorrendo). Non sarebbe questa l'Italia che sogniamo,
né quella per cui i radicali hanno fatto tante lotte
liberali. Noi abbiamo scelto chi non ha avuto dubbi su quale
fosse il fronte da presidiare nella crisi irachena: quello di
Blair e di Bush impegnati per la ricostruzione democratica del
paese liberato da Saddam e non certo quello dei tanti Ponzio Pilato
europei eletti a modello dal centrosinistra prodiano. Abbiamo
scelto chi si è impegnato, anche se con alterni risultati,
sul fronte delle garanzie per gli imputati contro le prevaricazioni
delle corporazioni che occupano il potere giudiziario. Del resto,
perfino nella battaglia per l'amnistia alla fine Pannella si è
trovato al fianco Forza Italia e UDC e contro Margherita e DS.
Per questo,
in sintesi, noi abbiamo scelto, pur consapevoli delle
difficoltà che avremmo dovuto affrontare, il centrodestra
e continuiamo a ritenere che i radicali tutti avrebbero
potuto in questo modo investire al meglio le proprie straordinarie
risorse politiche ed ideali. La nostra ambizione di Riformatori,
Liberali e Radicali è oggi quella di contribuire a
rilanciare le idee e le politiche che vanno giustamente sotto
l'insegna dello "spirito del '94", in particolare lavorando con
Forza Italia per il sostegno alla leadership di Silvio Berlusconi.
Questo risultato potremo ottenerlo, in primo luogo, se gli
elettori radicali si mobiliteranno al nostro fianco, dandoci
la forza per contribuire ad imprimere una svolta di cui il
paese ha vitale urgenza. L'altra condizione - ovviamente - è
che entro la data dell'Assemblea Nazionale, prevista a Roma per
il prossimo 18 e 19 febbraio, si raggiunga un accordo definitivo,
politico e elettorale, tra i Riformatori Liberali Radicali e il
leader della coalizione, Silvio Berlusconi.
Benedetto Della Vedova,
Marco Taradash, Peppino Calderisi, Carmelo Palma.
IL FUCO E
L’APE REGINA
E’ difficile
esaminare la sentenza del Tribunale di Monza, presieduto
da tal Calabrò, magistrato di lungo corso,
prima grande accusatore ed ora giudice clemente e liberale
noto per la sua smania di farsi notare in modo politically
correct, magari per qualche candidatura e per le
sue sortite al Processo di Biscardi a discutere di arbitri
e giustizia sportiva e doping, cioè questioni che
con la giustizia non hanno molto a che vedere, visto che il
Calcio assolve tutti. Ebbene la sentenza del suddetto tribunale
sarà ricordata come la sentenza del fuco e dell’ape regina.
Il marito chiede la separazione perché l’aborto della moglie
non gli era stato comunicato e chiede il relativo risarcimento
del danno per lesione del diritto alla paternità. Nisba,
la madre ha un diritto riconosciuto per legge in fatto di aborto
e quindi del suo feto ne fa quello che vuole. Applausi a scena aperta!
Dai palchi sinistroidi arriva la benedizione alla “sentenza liberale”,
quella per cui esseri madri è più importante di
essere padri. Qual è il principio che pretende la parità
fra i sessi, ma non il loro uguale diritto sul nascituro? Forse
la favola popolare per cui il marito, fuco appunto, rende incinta
la moglie-ape regina e va via e toccherà a lei, moglie e
madre, soffrire con il pancione, “deporre le uova”, lavorare in casa
e magari anche fuori, soffrire le doglie, mentre il marito esce
con gli amici e lavora per suo conto. Bene allora bentornati nel Medio
Evo, in un Medio Evo che pretende di dare alle donne non la parità,
ma la potenza assoluta su un bene e su un principio di vita.
Certamente la nuda e cruda giustizia esternata in un sentenza
della Corte di Cassazione del 1998 aveva già affermato che
solo la donna è titolare del diritto di abortire, di interrompere
la gravidanza, senza alcuna voce in capitolo da attribuire all’uomo
che non può impedirlo. Non vedo perché allora,
non si garantisca il libero utilizzo degli embrioni, visto che
il nascituro è un bene di semplice gestibilità femminile
e visto che a nulla serve l’uomo se non alla mera e materiale
esecuzione dell’atto sessuale che porta alla nascita, non potendo
decidere nulla su quel “bene”, diventato una nuda proprietà
della donna, moglie, madre. Non vedo perché si tenti ancora
di appesantire i consultori di consiglieri ed ispettori; se nella
tangibilità di un feto da parte della donna, non può
nulla suo padre, che ha un diritto ed un dovere e perfino un istinto
(oppure anche questo è solo materno?) paterno, cosa possono
estranei scienziati della psiche o cervelli del diritto? Il futuro
è questo. E’ il futuro è oggi, un oggi dove le donne-madri
sfilano con le loro figlie a manifestare per l’aborto, quasi a voler
ammettere “magari avessi potuto…” e lo fanno senza i mariti, inerti,
incoscienti di poco sentimento; un oggi dove la parità si confonde
con la potenza, la libertà ed il liberismo stesso si confondono
con la volontà, con il sentirsi sciolto da ogni laccio morale,
da ogni scrupolo, da ogni obbligo, perché oggi tutto ciò
che è sacrificio, regola è sentito come obbligo opprimente.
Libero di decidere in virtù di un orgoglio, di una rivincita
di emancipazione che i Tribunali incoraggiano, sanzionando così
anche la fine delle regole su cui si basa il loro operato, ovvero
il principio per cui la legge è uguale per tutti. No, c’è
chi ha un potere su tutto. Una donna ha diritto a fare e disfare un corpicino,
in un mondo senza ragione la mamma leonessa difende i suoi cuccioli
o li fa soccombere perché non soffrano, il padre non esiste.
Nella realtà umana, è uguale. Non c’è più un
diritto giuridico paterno e non c’è spazio per la sua scelta
di vita contro la scelta di morte di chi ne ha la potestà fisica
e giuridica. L’ape regina condanna tutti, uova e fuco soccombono e
con essi, la loro ragion d’essere.
Angelo M. D'Addesio
Massima del
giorno
Troppo
facilmente si cerca la colpa di chi ha ragione.
G.P.
MOLLICHINE
Prodi:
"I romani sono a loro modo simpatici". E i serial killer,
a loro modo, interessanti.
Ahmadinejad
incontra i leader di Hamas e del Jihad islamico.
Per una volta, non si registrano vittime.
Il Tribunale
civile di Roma: Alitalia non puo‚ comprare Volare.
Volare non è il suo mestiere.
Ostaggi.
Fini: "Non abbiamo pagato alcun riscatto". Quasi ci
pagavano loro perché ci riprendessimo la Sgrena.
Casini:
"Non può esistere uno scontro tra la Cdl e
Ciampi". Per lui la Cdl si deve sempre calare le
braghe.
Storace
ha proposto di introdurre la visita medica per gli
immigrati. E che lascino l'impronta della zampa.
Tagliati
i sussidi ai palestinesi. I poverini dovranno togliersi
le pallottole di bocca, per nutrire i loro figli.
Hamas:
tregua se Israele, nei confini del 1967, libererà
i detenuti palestinesi. E il ritorno dei rifugiati?
E la Palestina dal Mediterraneo al Giordano? Ma sono guidati
da traditori?
Il Venezuela
si schiererà con l'Iran nella disputa sul nucleare.
Questione di gittata dei missili.
Al Zawahiri:
"Sono scampato a un raid americano". E finché
Allah non si distrae...
Gianni
Pardo