ARCHIVIO GENNAIO 2005

Le cornacchie pacifiste hanno perso le elezioni irachene
Oltre il 60% degli iracheni (ma secondo altre fonti anche l’80%) ha sfidato le minacce di morte dei terroristi e si è recato alle urne per dare un governo democratico all’Iraq che la coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti ha restituito alla libertà sottraendolo al giogo del tiranno Saddam Hussein.
Con questo gli iracheni hanno manifestato la loro voglia di dire no alle minacce dei terroristi, hanno sbattuto la porta in faccia a Al Zarquawi e ad al Qaeda che, nei fatti, ieri ha conosciuto l’ennesima sconfitta.
Un successo le elezioni irchene che attesta le ragioni del presidente Usa George W. Bush e dei suoi alleati occidentali, primi tra tutti Blair e Berlusconi.
Ma accanto a questi sicuri vincitori ci sono altrettanto certi sconfitti.
Dei terroristi abbiamo detto.
Ma ieri molti altri sono stati battuti dalle urne.
Ha perso l’Onu del pavido Annan che si è ostinatamente opposto alla liberazione dell’Iraq, ha perso il pacifismo globale di Giovanni Paolo II che, certo involontariamente, rischia di favorire l’islam più estremista, Hanno perso il tronfio presidente francese Chiraq e il suo sodale tedesco.
Molti, poi, gli sconfitti nostrani. Sono tutte le cornacchie del pacifismo filoislamico e filoterrorista, sono la sinistra alleata dei kamikaze, sono le due Simone, i Gino Strada, gli pseudocomici di RaiTre che vorrebbero sostenere che in Iraq si stava meglio con Saddam, è il gruppo di fuoco dell’impero editoriale di Carlo De Benedetti che adesso, a seggi chiusi tenta di salvare almeno la faccia correggendo il tito di Repubblica-L’Espresso.
Tutti questi sono stati sbugiardati dagli 8 milioni di iracheni che ieri hanno votato per scegliere finalmente il futuro del nuovo Iraq. (editoriale de "Il Giornale")

Freschi di stampa
Articolo di Lucia Annunziata su "La Stampa":  La sconfitta di Al Zarqawi
"Chi ha perso davvero ieri in Iraq è il terrorista al Zarqawi: il bagno di sangue minacciato, i cecchini sui tetti, non si sono materializzati. I morti ci sono stati, è vero: ma il terrorismo ha provato di non avere né il volume di fuoco né la pressione psicologica necessari a fermare il voto.
..."
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Articolo di M. Allam sul Corriere della Sera: Al Arabiya soddisfatta per l'esito delle elezioni in Iraq, Al Jazira le contesta

"Le prime elezioni veramente libere nella storia dell’Iraq e del mondo arabo non sono piaciute affatto a Al Zarqawi, Saddam, Assad e Al Jazira . Sono piaciute poco a Erdogan, re Fahd, Khamenei. Sono risultate indigeste anche agli europei ossessionati dall’antiamericanismo e persino agli americani che mal sopportano Bush. Ma sono piaciute tanto, veramente tanto, alla maggioranza degli iracheni, dentro e fuori l’Iraq. ..."    Clicca qui per leggere il testo completo dell'articolo.


Articolo di Michael Ignatieff su "La Repubblica":  Iraq, la sconfitta degli scettici sulle elezioni

"Perché sono stati così pochi coloro che hanno avvertito anche solo un fremito di indignazione, vedendo morire uccisi nelle strade di Bagdad gli iracheni iscritti nelle liste elettorali? Perché nella stampa non vi è stato che qualche raro briciolo di apprezzamento per le migliaia di iracheni che di fatto si sono candidati a una carica politica a rischio della loro stessa vita? Siamo davvero diventati tutti così disillusi che devono essere gli iracheni a rammentarci che cosa di valido può effettivamente significare una libera elezione? Spiegare il silenzio intollerabile di queste ultime settimane impone di comprendere in che modo il sostegno alla democrazia irachena sia diventato anch´esso una vittima della caustica animosità che contrassegna tuttora la decisione iniziale di andare in guerra. ..."
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Questo articolo ve lo potevamo risparmiare...  ma è con sottile perfidia che gustiamo la  rabbia e il dispiacere del solito Zucconi.

Articolo di Vittorio Zucconi su "La Repubblica": Tragico se l'esito del voto in Iraq fosse il nulla osta per altre guerre
"George W. Bush, "the fortunate son", il figlio fortunato, ha vinto la sua seconda elezione in tre mesi e «si congratula con gli iracheni», per dire in realtà che si congratula con se stesso. Il 2 novembre 2004 è stato eletto presidente degli Usa, al prezzo di 500 milioni di dollari. Ieri, ha sconfitto per interposto popolo gli avversari, i cinici, gli scettici e le autobombe, al prezzo di migliaia di vite e di almeno 250 miliardi di dollari.  Ma ha vinto. ..."  Clicca qui per leggere il testo completo dell'articolo.

COSE DELL'ALTROMONDO
Dal  Forum sociale mondiale di Porto Alegre, in Brasile - chiuso dopo quattro giorni di incontri  riaffermando la sua opposizione alla guerra in Irak (!) e con la decisione di impegnarsi (!)  a costruire il "mondo possibile" (!!!) -   apprendiamo che  per  il 19 marzo è stata indetta una giornata mondiale di manifestazioni "contro l'occupazione dell'Irak da parte degli Stati Uniti". Durante il Forum , con il solito disprezzo per la democrazia e molta puzza sotto il naso,  l'intellettuale (!) brasiliano Emir Sader  ha dichiarato che le elezioni in Irak "eleggeranno un governo che rappresenterà solo il presidente americano George W. Bush". Amen!
(cp, 31-01.2005)

Parigi:  i «rifugiati» manifestano per l’assassino
Da "Il Tempo": «Per sostenere Cesare e gli altri italiani minacciati» e «per Paolo Persichetti»: queste le motivazioni della giornata di mobilitazione organizzata ieri in un teatro parigino dai fuoriusciti italiani degli «anni di piombo», dai loro familiari e amici e da un folto gruppo di sostenitori. La giornata di mobilitazione si è svolta in un luogo inedito per i rifugiati italiani e i loro amici, un teatro del ventesimo arrondissement parigino molto accogliente, lo «Studio de l'hermitage». Il manifesto preparato per l'occasione recitava: «pomeriggio di solidarietà con Paolo Persichetti, contro l'estradizione di Cesare Battisti e le minacce fatte pesare su altri rifugiati italiani».
C'erano fra le 200 e le 300 persone a partecipare all'iniziativa nata attorno al lavoro del gruppo artistico «Teatrum» e al loro spettacolo «Sallinger». Gli artisti, che vivono in Lussemburgo e con i quali lavora la compagna di uno dei rifugiati in Francia, hanno proposto la loro piece centrata sul rifiuto della guerra. E l'hanno espressamente dedicata a Persichetti, detenuto in Italia dopo aver vissuto per anni a Parigi (lavorava all'Università) e Battisti. Persichetti, detenuto in Italia, ha effettuato di recente uno sciopero della fame per protesta contro la mancata concessione di permessi da parte della direzione del carcere di Viterbo.
Battisti, condannato a due ergastoli in Italia, è latitante dal 21 agosto, giorno nel quale ha fatto perdere le tracce e non si è più recato a firmare in commissariato nel rispetto della libertà vigilata alla quale era sottoposto. Per lui, resta in piedi un ricorso al Consiglio di Stato contro il decreto di estradizione pronunciato dal primo ministro Jean-Pierre Raffarin.


I bambini di Sderot:"Cosa direbbero la' in Italia se i loro figli dovessero vivere come viviamo noi?".
Sono arrivati cinque autobus da Sderot, cinque autobus pieni di bambini stressati dai continui bombardamenti palestinesi sulla citta' israeliana del Neghev.
Ho voluto incontrarli per testimoniare a chi non sa e non immagina, a chi legge distrattamente che sono caduti altri razzi Qassam su Sderot o sui kibbuz e villaggi israeliani della zona e poi gira pagina e dimentica immediatamente.
Yosef-Ori' ha otto anni e mezzo, ci tiene che scriva anche il "mezzo", capelli neri corti, kippa' in testa come gli altri e due occhi nerissimi e vivacissimi che mentre parla diventano cupi e spaventati.
La parola che esce costantemente dalla sua bocca e' "pachad" , paura, e mi fa venire un brivido di emozione mentre si butta a terra per farmi vedere in che posizione devono mettersi ogni volta che il lancio dei qassam li sorprende per la strada: ventre a terra, schiacciandosi il piu' possibile contro il selciato e mani strette alla nuca.
"Due giorni fa sono caduti 11 qassam davanti a casa mia, a cinque metri da noi, tutto tremava, abbiamo avuto tanta paura e non abbiamo fatto nemmeno in tempo a correre nel rifugio" mi racconta con gli occhi spalancati ma senza una lacrima.
Si rasserena quando si mette a descrivere l'accoglienza che hanno ricevuto qui a Rehovot dove sono stati invitati da un'organizzazione religiosa Chabad che ha un nome molto significativo "Vivere con dignita'" .
"Ci hanno portati nel Giardino dell'Eden" dice sorridendo felice.
Il Giardino dell'Eden sarebbe un ambiente antistress dove i bambini israeliani spaventati dal terrorismo e dai bombardamenti dei palestinesi vengono curati psicologicamente da personale specializzato.
E' un ambiente pieno di giochi, di fontanelle, di colori dove i bambini possono rilassarsi, stare a piedi nudi e correre, sdraiarsi a terra su un pavimento morbido, ascoltare la musica che viene suonata in continuazione e parlare con medici e paramedici vestiti come loro, come loro a piedi nudi, che giocano e ascoltano , soprattutto ascoltano.
Chaia ha 14 anni, ne dimostra meno, e' una bella bambina con lunghi capelli castani, sorridente, mi racconta che non possono mai fare la doccia da soli ma sempre con un adulto della famiglia, che non possono mai uscire da soli, che escono poco e sempre vicinissimi ai rifugi perche' dall'allarme alla caduta del razzo passano SOLO 15 secondi.
Credo di aver capito male "15 minuti ?" chiedo a conferma di quella che e' solo una mia speranza.
"NO, 15 secondi" E dove vanno in 15 secondi? corrono nei rifugi o si gettano a terra , mani sulla testa. Non possono fare nient'altro! E sperare di non morire.
Chaia mi parla di Ella, la ragazzina di 17 anni uccisa da un razzo mentre col suo corpo proteggeva il fratellino piccolo. Ella era amica della sorella maggiore , la vedeva spesso a casa.
"Adesso e' morta". Abbassa gli occhi e non dice altro.
Chiedo a Daniel, 10 anni e a Nachum 11 se questo e' quello che succede tutti i giorni. "Si, tutti i giorni e piu' volte al giorno". Raccontano che a scuola e' piu' pericoloso perche' sono in tanti e che fanno ogni giorno le prove per andare nei rifugi in modo ordinato e tranquillo, senza correre e senza agitarsi.
Ho la gola chiusa.
A 60 anni dalla Shoa', penso, ancora bambini ebrei devono vivere costantemente colla paura di essere ammazzati. Non c'e' mai stata una tregua, finita la persecuzione in Europa sono incominciate le guerre arabe qui a casa nostra e il terrorismo arabo sempre dentro casa e bambini ammazzati e bambini spaventati, senza sosta. Senza un attimo di sosta, dall'odio europeo all'odio arabo, dall'orrore di Aushwitz a Ma'alot, a sei guerre, a centinaia di bambini ammazzati nei roghi degli autobus. Quando finira'?
Sono piena di ammirazione per questi bambini coraggiosi che raccontano la loro tragedia senza fare scenate isteriche, senza piagnistei , anche se ne avrebbero tutto il diritto. Mi parlano tranquillamente, serenamente, con chiarezza e con coraggio.
Chiedo "Cosa vorreste ricevere in regalo?"
Chaia risponde timidamente "La fine della paura".
Josef-Ori', con gli occhioni sorridenti: "ci piacerebbe avere a Sderot il Giardino dell'Eden ma costa tantissimi soldi".
Facciamo un colletta? Chiedo. "Magari" e' la risposta di tutti e sono tornati ad essere dei bambini sorridenti che aspettano un regalo.
Cosa vorreste dire agli italiani?
E il piccolo Josef-Ori' al quale non manca mai la battuta, mi guarda serio serio e dice lentamente, quasi soppesando ogni parola: " Cosa direbbero la' in Italia se i loro figli dovessero vivere come viviamo noi?".
Deborah Fait -informazionecorretta

Nonostante Lilly Gruber, Al Zarqawi e Gianni Vattimo, gli iracheni sfidano le bombe - Ai seggi un'affluenza del 72%
Riprendiamo da "La Repubblica":
BAGDAD - La voglia di decidere del futuro del proprio paese prevale sulla paura delle bombe. A poco più di sette ore dall'apertura dei seggi in Iraq, primo passo verso la ricostruzione politica del paese, un funzionario della Commissione elettorale indipendente dell'Iraq ha detto che l'affluenza alle urne fino a questo momento è stata del 72 per cento. Se queste cifre saranno confermate, il governo provvisorio e le autorità della coalizione otterranno una legittimazione ampia della consultazione. I risultati preliminari non sono attesi prima di sette giorni, per quelli finali se ne dovranno aspettare circa dieci.
Non sono mancate le bombe, che hanno causato 32 morti, in diverse città dell'Iraq, ma la gente sta sfidando le minacce lanciate ancora ieri dal capo di Al Qaeda in Iraq, Al Zarqawi, e fanno la fila davanti ai seggi. Tra loro molte donne, che per la prima volta hanno diritto al voto, a dimostrazione della voglia di voltare pagina del Paese, e soprattutto simpatizzanti della maggioranza sciita e dei separatisti curdi.
Più alta l'affluenza nelle città a maggioranza sciita, mentre in quelle sunnite molti seggi non sono stati neanche aperti e si confermano le previsioni, secondo le quali nella zona a triangolo a nord di Bagdad, che ha come vertici le città di Baquba, Ramadi e Falluja, sarà quasi impossibile votare. A Samarra, considerata una roccaforte del triangolo, dove il sindaco aveva dichiarato ieri che non si sarebbe votato per motivi di sicurezza, sono stati rapiti trenta funzionari elettorali.

DOMENICA, 30 GENNAIO, ORE 14,30
Le elezioni irachene si avviano ad essere un successo. Il Telegiornale di Raitre delle 14,20, che sarebbe certo stato felice, se la paura dei terroristi avesse vinto e la gente non fosse andata a votare, ha annunciato che la partecipazione è altissima (dicevano il 70%), che la gente fa la fila fuori dai seggi e che, probabilmente, bisognerà procrastinarne la chiusura.
Quando si dice che Raitre sarebbe stata felice di annunciare che i terroristi avevano vinto non si intende affermare che amino i terroristi: solo odiano talmente gli americani da essere felici di annunciare qualunque disastro li colpisca, terremoti inclusi.
In fondo ci contavano in molti, sulla paura ispirata dai terroristi. Come sottolineano parecchi commentatori oltre Atlantico, gli europei spasimano dalla voglia di constatare disastri e insuccessi, in Iraq, solo per poter dire: "We told you so", ve l'avevamo detto. Invece stavolta sono gli americani e i loro alleati (italiani non di sinistra in prima linea) a poter dire We told you so. La guerriglia non è sostenuta dagli iracheni che odiano l'invasore, ma dai terroristi islamici che temono l'instaurazione d'una democrazia. Perché essa toglierebbe loro potere per sempre.

Rimane da spiegare il fenomeno e vedere quali conseguenze potrà avere.
La ragione del pessimismo dei media e di tanta gente, rispetto a queste elezioni, nasce dal fatto che viviamo in Italia e dell'Iraq sappiamo ciò che ne dicono i giornalisti. Ed ecco quel che si verifica sempre: tutti conosciamo bene gli avvenimenti eccezionali mentre non teniamo conto di ciò che è normale, non fa notizia e non è dunque citato dai giornalisti. Se ci sono un paio d'omicidi a Partinico la gente si chiede come si possa vivere in Sicilia, mentre magari i ragusani o i messinessi di quel fatto non hanno neppure sentito parlare.
È un fenomeno costante. Prendiamo il caso d'una maestra che schiaffeggi un bambino. L'intera Italia si chiederà se per caso le scuole elementari non siano diventate lager e se non bisogni mettere quella maestra in galera per qualche anno. Poi, se il giorno seguente un professore, all'altro capo della penisola, si rende colpevole di qualcosa del genere, ecco nasce quella che i giornalisti si compiacciono di chiamare "psicosi". Tutti sono sicuri, a quel punto, che nella scuola italiana c'è qualcosa di marcio; che la violenza impera; che bisogna porre un freno a questo stato di cose. In realtà, episodi devianti ce ne sono stati sempre e ce ne saranno sempre. Ma non significano nulla. Non solo in migliaia e migliaia di altre aule non s'è verificato nulla del genere, ma se si verificano due o tre episodi di violenza nel giro d'una settimana, mentre di solito vanno a distanza di mesi o anni, questo dimostra soltanto che siamo di fronte ad una distribuzione a caso; la quale, proprio perché a caso, non è affatto uniformemente scandita nel tempo.
In conclusione, dell'Iraq noi conosciamo tutti gli attentati, ma molti iracheni abitano e vivono in posti in cui non hanno visto o sentito nessuna esplosione. Certo quelli che abitano a Bagdad, e non sono sordi, la violenza l'hanno percepita: ma anche le grandi città hanno quartieri che a volte si ignorano reciprocamente, per anni. Uno che abiti a Montmartre e lavori a Porte de la Chapelle potrebbe non avere rapporti col XVII Arrondissement per anni. E alla Porte d'Italie si sentirebbe forse all'estero.

In secondo luogo, anche ad ammettere che Al Zarqawi sia il delinquente che è, come potrebbe validamente opporsi a qualcosa che si svolge contemporaneamente in tutto il paese? Anche se ammazzasse cinquanta persone e distruggesse venti o trenta seggi la gente avrebbe forse il tempo di saperlo? Lo saprebbe magari il giorno dopo aver votato, cioè quando quel capo terrorista è già stato sconfitto.
Ovviamente, tutte queste argomentazioni sono valide solo perché le cose sono andate come sono andate.
Nessuno avrebbe potuto dire, il giorno prima, come avrebbero reagito gli iracheni alla campagna d'intimidazione di cui sono stati fatti oggetto per mesi. Ma, una volta che tutto è andato bene, è lecito dedurne delle conseguenze.
Gli iracheni tengono alla vita come tutti noi. Ma hanno, diversamente da noi, un'esperienza ben più terribile. La vita umana, ai tempi di Saddam, pesava poco. Sia quella dei civili sia, soprattutto, quella dei militari.
Dunque un morto ammazzato, che in Italia fa i grandi titoli dei giornali, in Iraq è una banalità. Qui ci stracciamo facilmente le vesti per una sola vittima (ragione per la quale, del resto, i musulmani ci disprezzano), in Iraq i reclutatori della polizia e dell'esercito devono respingere i postulanti. E dire che Al Zarqawi di queste povere reclute ne ha ammazzate a decine. "Ma che si può fare?" penseranno gli iracheni. Da un lato c'è il fatalismo (perché dovrebbe capitare proprio a me?), dall'altro l'attuale governo distribuisce paghe appetibilissime: e in un paese afflitto dalla disoccupazione e dal bisogno quel denaro fa gola.
Quali saranno le conseguenze di questo afflusso ai seggi?
In primo luogo, riceve un duro colpo il pessimismo di tutti coloro che si sono affannati a dire che l'Iraq non era maturo per la democrazia. Gli iracheni (e, cosa stupefacente, le irachene) ci tengono a votare, ad avere una democrazia e ad essere liberi. Tutto questo, se confermato, fa ben sperare.
In secondo luogo, quand'anche dovesse risultare che l'affluenza nelle zone sunnite è stata bassissima, la democrazia irachena, se dovesse nascere, non ne sarà delegittimata perché, secondo quanto dicono, la quota di partecipazione sunnita al potere non dipenderà dai voti ma dalla costituzione. Si tiene infatti ad evitare la prevalenza d'un gruppo sull' altro, per non ribaltare la situazione che si era avuta prima, con la dittatura della minoranza sunnita sulla maggioranza sciita.
Per concludere, l'Iraq è un paese in cui ci sono terroristi ma non tutti gli iracheni sono terroristi e la maggior parte di loro vorrebbe vivere in pace e in democrazia.
Gianni Pardo


DEPISTAGGI &  DEPISTATORI
Oggi il Corriere della Sera (pag.14, articolo non in rete) sotto il titolo <<Protesta dei Sindacati - La Commissione Alpi fa perquisire 2 giornalisti>>,  pubblica un trafiletto dove si da conto della protesta per  alcune perquisizioni, ordinate dalla Commissione  parlamentare d'inchiesta, al fine di acquisire "documenti occultati" .
A ben vedere, se non fosse scattato il solito riflesso corporativo, la notizia poteva essere  ben altra. Infatti,  i
n una  lettera all’ANSA i genitori di Ilaria Alpi, la  giornalista Rai uccisa in Somalia nel '94, nei giorni scorsi hanno preso posizione contro i depistaggi e in particolare,  e molto duramente,  contro la costituzione, per  iniziativa di Roberto di Nunzio - reporter indipendente, e fondatore del sito web Reporter Associati  ed ex consulente della Commissione parlamentare d'inchiesta - di un comitato indipendente sul caso.
Ecco la lettera, del 26 gennaio.   Di seguito la  pubblichiamo integralmente:
"Ad un anno dall'insediamento della Commissione Parlamentare d'inchiesta sull'uccisione di nostra figlia Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin riteniamo doveroso testimoniare il nostro sincero apprezzamento per il lavoro sin qui svolto dalla stessa.
Un ringraziamento particolare al Presidente, on. Carlo Taormina, agli onorevoli Commissari, delle diverse formazioni politiche, che con la loro assidua e attenta presenza hanno consentito di dare speditezza ai lavori, ai consulenti la cui dedizione è andata spesso ben oltre i doveri istituzionali. Dopo quasi undici anni di omissioni e depistaggi, siamo fiduciosi che si possa finalmente giungere a far luce su modalità, cause, esecutori e mandanti dell'agguato in cui Ilaria e Miran sono stati assasinati, il 20 marzo 1994 a Mogadiscio.
In questi mesi la Commissione ha lavorato percorrendo ogni pista, senza tralasciare alcuna ipotesi investigativa, ivi compresa quella recentemente richiamata sulle pagine dell'Espresso, relativa al collegamento tra i traffici di rifiuti tossici, la Somalia e la morte di Ilaria e Miran. E'sulla base di queste considerazioni che riteniamo assolutamente inopportuna ogni iniziativa che utilizzi il nome di nostra figlia senza la nostra autorizzazione.
Riceviamo notizia della costituzione di un "Comitato indipendente per la verità sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin", promosso da un ex consulente della Commissione, Roberto di Nunzio, cui avrebbe aderito addirittura il Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Paolo Serventi Longhi che si sarebbe impegnato a sottoporre l'adesione a tale Comitato alla prossima giunta della Federazione, convocata per fine gennaio.
Siamo decisamente allarmati da una iniziativa che si contrappone alla Commissione parlamentare d'inchiestache, ci piace ricordare, essere stata votata all'unanimità dalla Camera dei Deputati. Questo cosidetto "Comitato indipendente" può solo ostacolare lo svolgimento dei lavori dell'organo parlamentare ed il conseguente raggiungimento degli obiettivi assegnati e dunque della verità. Diffidiamo pertanto chiunque dall'intraprendere o proseguire ogni attività in nome di Ilaria."

Giorgio e Luciana Alpi

Freschi di stampa
Dall'Avvenire, articolo si Sergio Soave: Cattolici dei due Poli e Prc di fronte all'alleanza coi Radicali

"In vista di elezioni regionali dall'esito assai incerto, le maggiori coalizioni si guardano attorno, cercando alleanze tra le forze che stanno all'esterno dei loro confini senza per ciò stesso essere apparentate con quella avversaria. In un primo tempo era parso che su questo terreno ci fosse il raggruppamento di Clemente Mastella, il quale - si ricorderà - si era preso un paio di settimane di libera uscita dall'alleanza di centrosinistra. ..."Clicca qui per leggere l'articolo.

Massima del giorno
La timidezza dei buoni fornisce troppe armi ai cattivi.
G.P.


MOLLICHINE
Prodi accusa Bertinotti di opporsi a lui senza un programma alternativo. Ma alternativo a quale programma?

La partecipazione di tutte le autorità (PdR,  Berlusconi,  ministri,  opposizione) per la morte del povero Cola sorprende. Durante la Prima Guerra Mondiale si sarebbe dovuta ripetere 600.000 volte.

Fassino: "Berlusconi non parli a vanvera. La sinistra ha dato un contributo decisivo a riscattare l'onore della nazione e della bandiera,  restituendo a questo paese libertà e democrazia". Sarà. Comunque,  c'è anche un altro che parla a vanvera.

De Michelis: "Andare oltre il bipolarismo bastardo". Non è bastata la legge 40,  a evitare questo bastardo.

Abu Mazen dispiega i propri agenti per impedire il lancio dei razzi Qassam contro gli insediamenti ebraici. Speriamo riesca ad impedire anche i lanci contro se stesso.

Arrestate sette persone a Parigi. Si preparavano a raggiungere l'Iraq per combattere contro la coalizione multinazionale. La colpa degli arrestati: non avere agito in Italia.

Di Pietro: "Prodi mi ha chiesto di candidarmi alle primarie". Prodi: "Mai detto,  c'è un equivoco". Nessuno stupore: uno parla uno strano italiano,  l'altro farfuglia.

Bondi: "La CdL ha esaurito il programma di governo". Possibile interpretazione dell'<Unità>: ha già fatto tutto il danno che poteva fare.

Bondi: "La Margherita ha più convergenze con noi che con i Ds". Convergenze parallele?

Bertinotti: "Non mi ritiro neanche se me lo chiede il Papa,  che nella mia personale gerarchia conta più di Prodi". Era dai tempi di Stalin che il Pontefice aspettava le sue divisioni.

Appello di Siniscalco sul Lotto: "Giocate con il cervello". Ma ce l'ha il cervello, chi gioca?

Speranze in Palestina. Arafat, uomo di pace,  è dunque più efficace da morto che da vivo.

Gianni Pardo


LE PRIMARIE
Per quanto ne sa il lettore di giornali, in America le primarie hanno questo senso: un partito deve decidere chi sarà il suo candidato alle elezioni presidenziali e a questo scopo invita i suoi propri uomini politici a competere. Infine uno vince ed è lo sfidante per la Presidenza.
In Italia Prodi ha proposto le primarie per individuare lo sfidante del centro-sinistra alle prossime politiche. La prima ragione di questa iniziativa è che egli non ha un partito, dietro di sé, e soffre dunque della qualifica di "candidato paracadutato". Di "faccia presentabile" d'una coalizione dominata dagli ex-comunisti. Prodi infatti è sempre stato un "non". Di area di sinistra ma "non" comunista e nemmeno socialista. Di area democristiana ma "non" democristiano. Infine, ultima e più importante caratteristica, moderato ma "non" Berlusconi. Le definizioni negative tuttavia lasciano un fondo d'amaro. Non basta opporsi a qualcuno o qualcosa, bisogna anche essere qualcuno e proporre qualcosa: e Prodi, purtroppo, non può proporre nulla. La coalizione di centro-sinistra è così divisa che chi parla di programmi è perduto. Qualunque cosa si dica si è sicuri di essere attaccati: da Rifondazione o dalla Margherita, dai Verdi o dai Ds.
Prodi appare inconsistente perché è il rappresentante inconsistente d'una coalizione inconsistente.  Anche se poi si rende ridicolo dicendo che lui di programmi ne potrebbe scrivere quaranta in un giorno.
Poiché però tutti dicono sia insostituibile, con le primarie ha pensato d'ottenere  un vantaggio senza rischi.  Avere, col voto largamente maggioritario in suo favore, quell'investitura popolare che gli è sempre mancata. È sembrato un calcolo elementare ma s'è rivelato sbagliato.
La prima cosa assolutamente falsa è credere che le cose possano andare come in America. Mentre infatti lì i candidati si scontrano ma i votanti sono tutti dello stesso partito, qui i votanti appartengono a partiti diversi e in contrasto fra loro. Cosa che inevitabilmente li danneggerà tutti, rivelando, dallo stesso lato della coalizione, le loro pecche e i limiti del loro programma. Prodi pensava ottimisticamente che questa nomination non potesse costituire per lui che un vantaggio, dal momento che nessuno poteva batterlo, e non ha previsto che esse potranno soprattutto costituire una tribuna pubblicitaria formidabile per il candidato d'un partito alternativo. Insomma ha rischiato e rischia di conseguire una vittoria perdendo poi la guerra.
Bertinotti non ha serie possibilità di batterlo. Tuttavia è possibile che votino per lui, visto che possono farlo senza rischio, tutti coloro che sono arrabbiati per come vanno le cose in Italia. Tutti coloro che hanno antipatia per Prodi. Tutti gli estremisti e gli idealisti convinti che, "con questi qui, non vinceremo mai". Se dunque Bertinotti perde con onore e con una percentuale di voti largamente superiore a quella di Rifondazione Comunista, riuscirà a ridimensionare Prodi e a condizionarlo dal punto di vista programmatico.
Rutelli, pure di solito fumoso e vacuo, stavolta ha identificato il pericolo. Ha infatti detto che "ogni candidato deve portare il suo programma, accettando quello di chi vince senza trattative successive" (Il Foglio, 26 gennaio 2005). Ma sogna ad occhi aperti. Non ha capito che Bertinotti intende fare esattamente il contrario: perdere ma propagandare il proprio programma in contrasto con quello di Prodi. Mentre molti politici, a sinistra, mirano al governo e ai posti di governo, il leader di Rifondazione ha un partito sostanzialmente di mera testimonianza. Non ha interessi concreti. Vuole solo condizionare la politica nazionale per spostarla verso il suo neo-comunismo. E nel momento stesso in cui si sarà reso credibile con un buon risultato nello scontro con Prodi ricaverà questo dividendo importantissimo: proclamerà alti e forti gli ideali dell'estrema sinistra e potrà sempre dire che "il popolo di sinistra", per una percentuale superiore a quella di Rifondazione, vuole una politica per buona parte allineata col programma di Rifondazione.
Ecco perché Prodi rischia di vincere la battaglia e perdere la guerra. Da un lato viene legittimato dall'elezione primaria, dall'altra si trova tra l'incudine e il martello: se sposa in parte il programma di Rifondazione perde le elezioni; se non accetta in parte il programma di Rifondazione, perde Rifondazione. E, con essa, le elezioni.
Gianni Pardo 28 gennaio 2005

Freschi di stampa
Da Il Foglio: Per Pino Arlacchi dal voto nascono le “dittature della maggioranza”
"Nell’imminenza del voto in Iraq, il difficile tentativo di far rinascere la democrazia in quel paese deve confrontarsi non solo con le aggressioni terroristiche dei tagliagola locali e importati, ma anche con quelle verbali, meno sanguinose, della sinistra snob di casa nostra. Gianni Vattimo, seguendo una linea di “pensiero” cui si era già ispirato Antonio Tabucchi
. ..."   Clicca qui per leggere l'articolo.


Da Il Foglio: I funzionari Onu criticano i soldati Usa impegnati a far votare gli iracheni
"Ogni santo giorno spunta un funzionaricchio delle Nazioni Unite che si adopera per screditarle, anche quando il cosiddetto governo mondiale ne ha fatta una giusta. ..."  Clicca qui per leggere l'articolo.


Da Il Manifesto: I Ds a Prodi: la ricreazione è finita

"«Prodi deve sapere che la ricreazione è finita. Noi adesso siamo uniti: Fassino, D'Alema, Veltroni, Cofferati...». Sfuggono parole pesanti all'entourage del segretario diessino. Ma perché l'offensiva nei confronti del professore è tutt'altro che di maniera. E vuole arrivare alla dimostrazione di forza in occasione del congresso. ..."  Clicca qui per leggere l'articolo.


Da L'Opinione: Violante, Caselli ed il Centrodestra
"A ragione o a torto Luciano Violante costituisce il simbolo vivente della giustizia politicizzata. Quella che persegue Edgardo Sogno e che ispira, guida e cavalca la cosiddetta rivoluzione giudiziaria, diretta a liquidare l’intera classe dirigente dei partiti democratici con la sola ed accorta eccezione dei dirigenti dell’ex partito comunista e delle correnti democristiane schierate a sinistra. Non a caso Violante abbandona la toga per essere cooptato immediatamente al vertice del Pci prima, del Pds poi e dei Ds successivamente. ..."  Clicca qui per leggere l'articolo.


Perché fuori dai salotti e dai giornali la sinistra che ragiona non conta niente

"La Gad è fragile, e questo si sapeva. Ma ora la vittoria pugliese del ragazzo poeta con l'orecchino crea un dramma nel dramma. Quello di una coalizione debole che vede crescere la forza della sua componente più radicale, e al suo interno quello dei riformisti che attraverso l'omonimo giornale principe si interrogano sul senso della vita. Dove andiamo, cosa facciamo, ma soprattutto a cosa serviamo se le nostre idee fanno proseliti solo tra sparute, infime minoranze? ..." Clicca qui per leggere l'articolo.



Impossibile negare le responsabilità del fascismo nella Shoah
La Stampa intervista Riccardo Pacifici (articolo non in rete, si ringrazia informazionecorretta).
«Collaborazionisti venite fuori e raccontate come andò». Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica di Roma, è un quarantenne. Suo nonno era il rabbino capo di Genova ed è morto ad Auschwitz. Sua nonna, nascosta in un convento di suore, fu arrestata e deportata. «La presero i fascisti, non i nazisti. C’è la testimonianza della madre superiore del convento». Le parole di Domenico Gramazio («L’Italia fascista non condivise le leggi razziali») gli hanno fatto male.
Pacifici, lei è indignato. Ha tenuto a dire che «il signor Gramazio» non ha nessun peso politico e che spera non se lo conquisti adesso.
«Certo. Gramazio, ma chi è? Non ha uno ruolo politico, a meno che qualcuno dopo le ultime dichiarazioni non glielo voglia dare...».

Lei, ha sentito i vertici di Alleanza nazionale.
«Sì, e mi risulta che Storace abbia stigmatizzato. Bene, è positivo, perché Storace ha la responsabilità politica della Regione Lazio e di questo viaggio. Mi ha telefonato anche Marco Verzaschi, che è l’assessore alla Sanità e capeggiava la delegazione a Gerusalemme: furibondo. Altrettanto si può dire di Gianfranco Fini, a cui ho subito segnalato la cosa. D’altra parte, uscite come quella di Gramazio sono un danno proprio per l’immagine del ministro degli Esteri. Siamo comunque soddisfatti che l’intero mondo politico abbia preso le distanze. Questo incidente, che per noi è davvero grave, perché quelle parole revisioniste sono state dette all’uscita dal Museo dell’Olocausto, e per di più a pochi passi dal nostro rabbino capo, ci insegna che non dobbiamo mai abbassare la guardia. Ora che c’è la Giornata della memoria, dobbiamo sapere che non si deve dare nulla per acquisito. Arrivo a dire: non tutti i mali vengono per nuocere».
In che senso, scusi?
«Dobbiamo cambiare rotta velocemente, noi ebrei e gli altri che conservano la memoria di chi è morto nei campi di sterminio. Intendo dire che è ora di affrontare il nodo principale della nostra storia una volta per tutte, ossia il collaborazionismo. La Germania ha fatto definitivamente i conti con il suo passato. In Francia pochi anni fa hanno condannato un certo signor Papon per la sua attività di collaborazionista con i tedeschi. E invece l’Italia, entrata in guerra con i nazisti, ne è uscita brillantemente con gli americani e con l’immagine pulita. Come se non fosse stato il Parlamento italiano, pochi anni prima, a votare compattamente le leggi razziali».
Lei auspica un caso Papon anche da noi?
«Attenzione, stiamo parlando di persone che hanno 80-90 anni. A me non interessa una persecuzione giudiziaria. Ma lancio un appello a queste persone: che vengano allo scoperto, che raccontino a noi, ai loro nipoti, come andò davvero in quegli anni. Dovrebbe essere un dovere morale nei confronti della storia».
Quale area grigia?
«Questori, prefetti, podestà, gerarchi, ma anche semplici poliziotti o soldati: raccontino come arrestarono e trattarono gli ebrei. I delatori che incassavano cinquemila lire a ebreo arrestato. Ma anche i professori che hanno usurpato le cattedre, i professionisti che sostituirono i colleghi ebrei i quali non potevano più esercitare, i commessi non ebrei che si intestarono i negozi. C’è stato chi ha custodito e poi restituito i beni. Chi ha messo a repentaglio la sua vita per proteggere una famiglia ebrea. Ma anche chi non ha restituito. Chi si è arricchito perché nessuno è tornato dal lager a chiedere quanto era suo o perché hanno sbattuto la porta in faccia ai sopravvissuti. Parlino perché un altro signor Gramazio non possa negare quanto accadde».
Clicca qui per la documentazione sulle LEGGI RAZZIALI promulgate dal regime fascista.

I radicali non hanno intenzione di stabilire alcun genere di alleanza
I radicali trattano con la Cdl. E, come scrive Marco Taradash su “Il Giornale”, lo fanno con una determinazione mai vista in passato. Ma al tempo stesso “L’Unità” pubblica un appello ai radicali ad allearsi al centro sinistra. E quegli stessi esponenti del Pr che trattano con la massima determinazione con il centro destra in generale e con Forza Italia in particolare, manifestano grande compiacimento per il segno d’attenzione mostrato dal quotidiano dei Ds e per gli inviti ad entrare nella grande alleanza della sinistra. Daniele Capezzone parla di segnale importante e significativo. E lo stesso Marco Pannella manifesta il proprio apprezzamento direttamente a Furio Colombo nel corso di una trasmissione di radio Radicale a cui vengono invitati direttori e giornalisti di vario orientamento. Per chi conosce un minimo il canovaccio rigido seguito dagli esponenti radicali nella gestione dei rapporti con gli altri partiti, l’apparente contraddizione di aprire una trattativa con uno schieramento lanciando al tempo stesso segnali di disponibilità allo schieramento contrapposto al primo, ha un solo ed inequivocabile significato. I radicali non hanno intenzione di stabilire alcun genere di alleanza. Apparentemente sembrano mettersi in vendita al miglior offerente. Come alle vecchie aste degli schiavi. In realtà sono decisi ad incamerare la grande visibilità mediatica che deriva da questa sorta di riffa politica ma si preparano a rompere con gli uni e con gli altri sbeffeggiando i primi e spernacchiando i secondi per mantenere intatta la propria piena autonomia ed indipendenza dai due schieramenti. Nessun addetto ai lavori, soprattutto se ha dimestichezza con i comportamenti radicali, si scandalizza più di tanto di un simile comportamento. Chi non gode di grandi coperture mediatiche deve pure ingegnarsi per bucare il muro dell’indifferenza. E se i dirigenti del Pr riescono con il metodo della vendita apparente al miglior offerente a bucare anche questa volta il muro del silenzio mediatico tanto di cappello! Ma un conto sono gli addetti ai lavori, un conto è l’opinione pubblica. Non tanto quella generale , quanto quella particolare formata da quelle fasce di elettorato laico e liberale che da sempre costituiscono il bacino del voto d’opinione in favore di Marco Pannella e di Emma Bonino. A questi elettori d’opinione l’applicazione apparente da parte dei dirigenti radicali della antica regola nazionale “o Franza, o Spagna, purché se magna” non fa togliere il cappello. Al contrario. Produce un notevole sconcerto. In primo luogo perché nessuno riesce a comprendere come mai il partito che più di ogni altro ha sempre posto al centro del proprio impegno i valori ed i contenuti tipici di una forza liberale, liberista e libertaria, subordini l’eventuale alleanza con gli uni o con gli altri ad un accordo politico globale sulle regionali e le politiche del 2006. In secondo luogo perché questo elettorato laico può anche arrivare a turarsi il naso ed a mandare giù una alleanza con un centro destra dove esistono forze illiberali minoritarie ma non può assolutamente mettere in conto che una identica alleanza possa essere ipotizzata con un centro sinistra dove le forze illiberali di matrice catto-comunista sono l’assoluta maggioranza. Agli occhi dei laici Pannella non può essere confuso con Mastella. E se mai dovesse avvenire la confusione è chiaro che al momento del voto, sia per le regionali che per le politiche, gli elettori laici d’opinione si sentiranno sciolti da ogni vincolo di fiducia nei confronti del proprio leader storico. Se Pannella avanza lo seguiamo. Ma se indietreggia lo salutiamo!
 Da l'Opinione, Arturo Diaconale - 27-01.2005


DOCUMENTAZIONE:
Tribunale di Milano – Ufficio del Gip – sentenza 24 gennaio 2005
, Giudice Forleo

Clicca qui per  il testo integrale della sentenza del Tribunale di Milano che ha  assolto  i presunti reclutatori di terroristi.

«La magistratura faccia il “mea culpa”»
«È grave, come dice il senatore Andreotti, la contrapposizione tra politica e magistratura, ma ancor più grave sarebbe la distanza tra magistratura e popolo, visto che proprio in nome del popolo deve essere amministrata la giustizia».
Non usa mezzi termini il ministro per le Riforme istituzionali, il leghista Roberto Calderoli, intervenendo ieri sulla vicenda che ha visti assolti dal magistrato milanese Clementina Forleo gli appartenenti a un gruppo islamico che reclutavano kamikaze.

 Questo l'incipit dell'articolo comparso su "La Padania". Clicca qui per leggere integralmente  l'articolo .

Elezioni come apostasia
"Le organizzazioni terroristiche islamiste sono accomunate da una profonda convinzione che le elezioni siano apostasia. I musulmani andrebbero governati dalle leggi religiose islamiche (Shariah), secondo l’interpretazione di gente come bin Laden o Al Zarqawi, e non da leggi fatte dall’uomo, promulgate da funzionari eletti. Questa visione islamista del mondo venne ampiamente delineata da Sayyid Qutb nel suo libro “Ma’alim ‘ala al tariq” (“Segnali sulla strada”), pubblicato dai Fratelli Musulmani al Cairo nel 1957. Il libro implicava una perfetta dicotomia tra credenti e infedeli, fra leggi religiose islamiche e leggi degli infedeli, fra tradizione e decadenza e fra trasformazioni violente e fasulla legittimità. Per citare le parole di Qutb: “Nel mondo c’è solo un partito, il partito di Allah; tutti gli altri sono partiti di Satana e della ribellione. Quelli che credono combattono per la causa di Allah e quelli che non credono combattono per la causa della ribellione”. In breve, votare alle elezioni o fare una scelta è, stando ai seguaci del pensiero di Qutb, una sfida alla suprema autorità di Allah sulla condotta degli esseri umani. ..."
 Per approfondire l'argomento, clicca qui.

LA GUERRA AL TERRORISMO  SI PUO' FARE IN PROCURA?
Editoriale da  Il Foglio: "Un giudice di Milano ha stabilito che non poteva rinviare a giudizio un gruppo di reclutatori del terrorismo internazionale in base ai codici vigenti, e subito si è scatenata una crociata a buon prezzo contro la “scandalosa” decisione. Può essere che il giudice abbia sottilizzato un po’ troppo, che abbia ecceduto nell’interpretazione, che sia stato guidato da una distinzione evanescente fra concetti come “terrorismo” e “guerriglia”, ma alla fine un giudice è pagato anche per sottilizzare, quello è il suo mestiere. Di scandaloso, invece, c’è sicuramente l’idea che la guerra al terrorismo internazionale si possa fare in procura. Siccome la Costituzione, dicono gli ignavi, la vieta, allora per noi la guerra è missione di pace; siccome la pace non c’è, e i reclutatori di bin Laden ci sono, e la strage di Madrid è stata organizzata anche da Milano, allora affidiamo al pretore la caccia al terrorista. Per sottrarre alla giustizia ordinaria americana e alle sue fortissime garanzie formali la guerra al terrorismo gli Stati Uniti si sono dotati di una legge, il Patriot Act, che il Congresso ha votato a stragrande maggioranza. Il succo della legge è l’aumento dei poteri dell’esecutivo, perché non risulta che le guerre le facciano il legislativo o il giudiziario, almeno nella storia umana fin qui conosciuta. Nelle guerre ciò che decide è la responsabilità di guida dei governi, degli eserciti, dei servizi di intelligence, sotto il controllo dei parlamenti e con il vaglio costituzionale delle supreme corti, figuriamoci se si può battere al Zarqawi con i mezzi investigativi e le strategie buone per gli scippi o gli omicidi passionali, figuriamoci se la cattura e la messa in mora di un nemico, che è una figura molto diversa dal delinquente, può procedere con lo stesso protocollo della giustizia ordinaria. Ma il nostro paese, si sa, è incapace di capire il posto delegato ma autonomo dell’esecutivo nella divisione dei poteri, e per questa sua debolezza di cultura politica si è beccato vent’anni di fascismo, poi quarant’anni di regime democristiano a governabilità variabile e rinviabile, infine un cambio di Repubblica affidato anch’esso alla magistratura e alla sua fatale supplenza, con le conseguenze del caso. Ora vogliamo che il Gup ci sbrighi la pratica di al Qaida, sradichi il reticolo terrorista annidato nelle nostre città, prenda su di sé responsabilità che sono di stretta pertinenza del governo, dei servizi, della polizia e dell’esercito."

 KAMIKAZE LIBERO
"Nell' Esprit des lois , Montesquieu scrive che ci sono quattro specie di delitti, una delle quali, la quarta, è contro la sicurezza dei cittadini. Aggiunge Montesquieu che «le pene inflitte devono derivare dalla natura di ciascuna di queste specie». Non sembra proprio che il magistrato milanese che ha condannato per reati minori - fra i quali il traffico di documenti falsi - tre nordafricani, accusati di aver reclutato e mandato kamikaze in Iraq, e sospettati di aver preparato attentati in Europa, e che ha inviato alla Procura di Brescia la posizione di altri due, sia una gran lettrice. Non solo di Montesquieu, il che non sarebbe grave, ma, quel che è peggio, neppure delle più recenti normative di diritto internazionale. Nelle motivazioni della sentenza, il magistrato - ignorando palesemente la risoluzione dell’Onu 1511 del 16 ottobre 2003, che legittima la presenza della coalizione militare internazionale a garanzia della sicurezza del Paese - ritiene, infatti, che inviare combattenti e aiuti economici in Iraq non configuri il reato di terrorismo internazionale, in quanto una cosa sarebbero gli attentati alle truppe di occupazione, che rientrerebbero nella fattispecie della guerriglia, un'altra quelli contro civili che cadrebbero, invece, in quella di terrorismo. Ciò che lascia francamente esterrefatti e scandalizzati è, dunque, oltre all'ignoranza della situazione irachena e del diritto internazionale, il carattere esplicitamente politico che finisce con assumere la sentenza, in perfetta sintonia con l'estremismo di chi continua a definire «resistenti» i terroristi iracheni. Il fatto, poi, che il magistrato dichiari di non aver voluto, con ciò, legittimare anche l'attentato di Nassiriya ai nostri militari, perché quella italiana è una «missione di pace», mentre quella del resto della coalizione non lo sarebbe - con l’assurdo corollario che ammazzare gli americani o gli inglesi non sarebbe un crimine, ma un'azione di guerra - non ne attenua, bensì ne aggrava la posizione. A conferma della confusione concettuale che sembra aver presieduto alla singolare sentenza. Meno grave, in questo contesto, appare, invece, la parte della motivazione in cui si dice che non risulterebbe provato che gli imputati stessero preparando attentati anche in Europa. Qui, siamo sul terreno - dice ancora la sentenza - «riferibile alle più svariate fonti di intelligence» che non fanno testo sotto il profilo del diritto penale. L'assenza di strumenti legislativi, o quanto meno giurisprudenziali, e la conseguente difficoltà di accertare reati che sono oggetto di indagini da parte dei servizi di sicurezza, anche se non giustifica, quanto meno attenua le responsabilità del magistrato, chiamando a rispondere del caso le forze politiche. Sono note le riserve che la legislazione antiterroristica americana (il Patriot Act ) ha sollevato, anche negli Usa, in tema di tutela dei diritti civili. Ma che qualcosa si debba fare anche da noi, la sentenza di Milano lo prova con tutta evidenza."
Articolo di Piero Ostellino, Corriere della Sera

La decisione del giudice milanese Clementina Forleo fa sobbalzare

Non è necessario pensarla sull'Islam come Oriana Fallaci per sobbalzare di fronte alla decisione del giudice milanese Clementina Forleo, che ha assolto dall'accusa di terrorismo internazionale una «cellula» di fondamentalisti che aveva finanziato e arruolato uomini armati in Iraq, considerandoli semplici guerriglieri anziché aspiranti kamikaze. Ammettiamo l'impossibilità di districarsi nel guazzabuglio ideologico che ormai fa dipendere la distinzione fra terroristi e resistenti dal giudizio che si dà sui loro nemici, gli americani. Ed evitiamo la scorciatoia emotiva che indurrebbe a chiedersi se il comportamento della dottoressa Forleo sarebbe stato lo stesso, qualora suo figlio o suo marito avessero fatto parte delle truppe italiane che rischiano ogni giorno la pelle contro le pallottole finanziate da «cellule» come quella da lei assolta. Poiché però a qualche certezza occorre pure aggrapparsi, consentiteci di individuarne una, piccolo borghese e retorica finché si vuole: quel giudice è un'italiana. Potrà piacerle o no, ma il suo Parlamento ha deciso di mandare dei militari in Iraq per proteggere la popolazione locale. Non dagli americani, ma da coloro che i fondamentalisti di Milano finanziavano e arruolavano. Ora, un magistrato che assolve dall'accusa di terrorismo chi spara o fa sparare contro i soldati dello Stato di cui è al servizio, sarà forse un esempio di fulgido spirito democratico, ma dovrebbe avere la coerenza di farsi passare lo stipendio da qualcun altro.
Articolo di Massimo Gramellini, La stampa


LA BOTTEGA DELLA FEDE
Non essendo "chirichetti rispettosi", con piacere pubblichiamo questo articolo non firmato da Il FoglioLe lacrime new age della Madonnina e quelle di Luca Coscioni nella processione politica del dolore. Messori e Pannella amministrano miracoli devozionali e illusioni laiche. Con mezzi da magic shop.
"Roma. Miracoli promessi. “Libertà di vivere. Di poter guarire. Di poter cercare una cura per sé e per quelli nelle sue condizioni e per tanti, troppi ancora”. Quando al centro dell’attenzione c’è Luca Coscioni, con il suo “corpo immobile eppure contundente” usato eroicamente come arma in battaglia, succede spesso che il giornalismo si faccia preghiera, omelia, invocazione, anatema, scomunica e santificazione. L’amen sarà senz’altro assicurato da officianti fervorosi, toccati dalla grazia. E non ci sarà contraddittorio, altrimenti che messa sarebbe? Ci saranno invece chierichetti rispettosi e compresi nel ruolo, come Cesare Fiumi sul Magazine del Corriere della Sera, per esempio, che a Coscioni, definito “l’uomo della libertà di ricerca scientifica”, ha dedicato la copertina venerdì scorso...." Clicca qui per proseguire nella lettura. (da IL FOGLIO - 25/01/2005)

Israele c'e'!
Ho raccontato  la tragedia di Elio Mordo come e' nel mio ricordo di bambina che ascoltava le storie della famiglia dalle labbra della nonna.
Raccontava raccontava raccontava, gli occhi verdi lucenti, storie di morte. Lei si era salvata, era stata rinchiusa per giorni in un armadio in  soffitta.
Parlava delle fughe, dei documenti falsi, delle scuole  in cantina, del terrore, senza mai nominare i tedeschi, senza mai pronunciare la parola "nazisti".
Raccontava le storie ma non parlava della Shoa'.
Nessuno parlava della Shoa'.
Quando sono cresciuta ho capito che mia nonna mi aveva trasmesso un'identita' fortissima,  non era  osservante ma era ebrea dalla testa ai piedi e grazie a lei io ho sentito questo travolgente senso di appartenenza al popolo di Israele.
Mi ha insegnato  la dignita' e l'orgoglio di essere quella che sono e, senza averlo mai visto, mi parlava di Israele e del suo significato senza mai dire che nulla sarebbe accaduto se ci fosse stato.
Non parlava della Shoa'.
Per anni gli ebrei non hanno parlato della Shoa'.
Poi accadde qualcosa di grande: Eichmann, la sua cattura in Argentina  e il processo in Israele.
Leggevo tutto, bevevo tutto, raccoglievo gli articoli di giornale. La televisione, in bianco e nero, faceva vedere le immagini da Gerusalemme, le testimonianze  dei sopravvissuti, le loro grida mentre ricordavano, gli svenimenti  quando la memoria era impossibile da sopportare. Ricordo mia nonna e mia mamma, guardavano in silenzio,  senza un commento, senza una parola.
Fino al processo Eichmann gli ebrei non avevano mai parlato della Shoa', tacevano perche' era insopportabile persino il ricordo ma quel processo e quella faccia dietro il vetro della gabbia in cui era rinchiuso, quella faccia che aveva sempre un sorriso sardonico,  la freddezza delle sue parole, la completa assenza di rimorso, il fastidio, la noia che gli si leggeva  sul  volto mentre ascoltava  quei poveretti che testimoniavano,  tutto questo ha travolto gli ebrei e il loro silenzio.
Era arrivato il momento di spalancare la bocca in un urlo silenzioso, era arrivato il momento di far parlare i fantasmi che si aggiravano senza pace per le strade d'Europa, era arrivato il momento di scavare tra la cenere di milioni di corpi bruciati. 
Hanno incominciato a parlare, a raccontare, a urlare, come un fiume in piena, una valanga irrefrenabile di parole, di ricordi e di pianti  urlati senza lacrime.
Quando il dolore diventa orrore non si puo' piu' piangere e quel processo e' stato un urlo liberatorio per tutti gli ebrei del mondo.
Ho visto, nel kibbuz dove e' conservata,  la gabbia di vetro di Eichmann,  piccola ma sufficiente a contenere il mostro le cui ceneri sono state sparse in mare fuori dai confini di Israele perche' nemmeno un granello del suo corpo sporcasse la nostra Terra.
Al Memorial della Shoa' di Gerusalemme c'e' una bacheca di legno scuro con all'interno una scarpetta bianca di bambino, un po' sporca. Una sola scarpina e sotto, in lettere dorate, il numero, atroce, terribile, disumano: "1.500.000".
Nient'altro.
Un milione e mezzo di bambini ebrei assassinati , Un milione e mezzo di fiori bruciati e passati per il camino, 6 milioni di ebrei sbranati e divorati dalla Belva  ed e' potuto accadere solo perche' Israele non c'era.
Oggi vorrebbero ritentare l'esperienza , gli arabi e i loro amici, vorrebbero vederci scomparire, eccome se lo vorrebbero,  hanno tentato e ritentato con 6 guerre, con anni di terrorismo, con la propaganda  di menzogne per mettere il mondo contro di noi.
Per la verita' non e' difficile, pare che il mondo non aspetti altro.
C'e' solo un problema, un problema insormontabile: Israele esiste.
E' l'unico paese al mondo di cui ancora, dopo 60 anni, si mette in discussione il diritto all'esistenza ma c'e'!
Israele c'e'  e mai piu' nessuno al mondo strappera' i nostri fiori, mai piu' nessuno li brucera'.
I camini, la cenere, il buio sono rimasti la', in Europa. Montagne di cadaveri su cui gli europei camminano e da cui hanno ancora la sfrontatezza di giudicarci e di gridare " via dalla Palestina" dimenticando che 60 anni fa urlavano il contrario "andate in Palestina" .
L'odio resiste, e' stato alimentato per piu' di 20 secoli e forse ce ne vorranno altrettanti per distruggerlo ma ogni ebreo del mondo sa che  le tenebre non scenderanno piu' perche' c'e' Israele e guardando verso Gerusalemme vedra' la luce.
Deborah Fait- informazionecorretta


A ME MI PIACE L’IMPERO
Ogni tanto anche al Corriere ne combinano una di giuste.
Oggi pubblicano tutta la traduzione di un fitto articolone di Michael Ignatieff  uscito il 12 dicembre sul New York Times: davvero bello, una delle analisi più complete fra quelle lette negli ultimi mesi.
Tra le altre cose, ha il pregio di ricordare l’importanza del “Millennium challenge account”, cioè il fondo di 5 miliardi di dollari stanziato due anni fa dall’amministrazione Bush per finanziare i governi del Terzo Mondo che investono in politiche concretamente rispettose del liberalismo politico ed economico (ovviamente non mancò la solita tiritera del “nuovo Piano Marshall”, ma poi gli intellettuali si sono tendenzialmente disinteressati della faccenda).
Vale la pena di leggerlo tutto, ‘sto mattone, da cima a fondo: clicca qui  per il testo integrale.
Da tener presente che Ignatieff, direttore del «Carr Center for Human Rights Policy»  di Harvard, è un intellettuale di sinistra che ha apertamente appoggiato l’intervento in Iraq pur non amando la destra neocon (“Preferisco di gran lunga frequentare quelli che stanno dall'altra parte, ma credo che stiano sbagliando”).
In un altro corsivo uscito recentemente sul NYT, spiegava: “ciò che trovo maggiormente difficile da rispettare è capire come i miei amici contrari alla guerra apparissero del tutto indifferenti al fatto che ciò che essi ritenevano essere la cosa giusta, saggia e non-violenta, ossia lasciare Saddam Hussein al potere, avrebbe comportato dei costi che sarebbero stati sostenuti interamente e solamente dagli iracheni”. 
(ale tap, 24-01.2005)

I sessant'anni di Auschwitz: Schlomo Venezia, «barbiere» d’Auschwitz


In Europa si moltiplicano le cerimonie di commemorazione per i sessant'anni della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz. La Tribune de Genève ha raccolto la testimonianza di Schlomo Venezia, un ebreo di nazionalità italiana nato in Grecia, che venne catturato a Salonicco nel 1944. Deportato ad Auschwitz, venne assegnato al Sonderkommando, il gruppo di prigionieri incaricati di far funzionare le camere a gas e i forni crematori. Venezia è una delle sei persone ancora in vita di questo gruppo. "Le Ss con i cani", racconta il sopravvissuto, "ci aspettavano all'uscita dei vagoni. La selezione cominciò immediatamente. Mia madre e due persone più giovani salirono su un camion". Nessuno di loro sapeva che il camion andava direttamente alle camere a gas.
Clicca qui per leggere l'articolo de La Tribune de Genève, Svizzera


HASTA LA MACEDONIA SIEMPRE
E’ di questi giorni la notizia che Oliver Stone ha deciso di emigrare in Francia, spinto dall’indignazione  per il disastroso fiasco che il suo colossal  “Alexander” ha registrato negli USA.
Secondo Stone, il floppone del filmone sarebbe infatti da addebitare all’ignoranza e al bigottismo del pubblico americano, che “non studia i classici come si fa in Europa” e che non avrebbe “capito” l’insistenza del regista sul privato omosex del conquistatore macedone.
Oggi a “Speciale SkyTG24” un Alessandro meno “magno”, ossia il solito Cecchi Paone reinventatosi testimonial della bisex way of life con lo zelo del neofita (e, sull’onda dell’entusiasmo per il film di Stone, reinventatosi pure biografo del suo omonimo con un tempestivo libretto ), perorava questa tesi confermando che sì, la colpa è proprio dei buzzurri amerikani, che non han capito la pertinenza delle scene omosex: e a riprova di ciò contrapponeva il recente successo commerciale di “Troy”, patacca cinematografara ammerecana sull’Iliade piena di strafalcioni e di censure bigotte, nella quale il legame tra Achille e Patroclo è stato comicamente riadattato da amoroso a parentale (cugini!).
Uhm. Sarà.
A dire il vero non è che nei raffinati licei classici nostrani l’approccio sia tanto meno bigotto che nei filmetti amati dai rednecks omofobi d’oltreoceano: anche a noi colti studenti della raffinata Vecchia Europa giusto una decina d’anni fa Patroclo veniva sbrigativamente presentato da progrediti docenti come “migliore amico” di Achille, lasciandoci ineluttabilmente perplessi di fronte alla furiosa vendetta che l’eroe infieriva all’assassino di quello che in realtà era l’amato partner.
Quanto al film di Stone, aspettiamo di vederlo per giudicare; intanto prendiamo nota che nell’intervista promozionale trasmessa oggi sempre su SkyTG24 il solito Stone spiegava con un sorriso vagamente mistico di averlo voluto girare perché affascinato dalla figura di un uomo capace di cambiare l’intero mondo in pochi anni: figura che, a suo parere troverebbe nel mondo contemporaneo un corrispondente solo in Fidel Castro (!).
Se queste sono le premesse, è pronosticabile una buona accoglienza in Francia – del regista, se non anche del film.
(ale tap, 24.01.05)


E poi, dalle docce, il gas
Andava ogni mattina al Caffe' Stella Polare a Trieste, beveva il suo  capuccino, leggeva il Piccolo e poi proseguiva verso la scuola greca dove  insegnava. Ormai non aveva piu' allievi, la scuola era chiusa e deserta, gli  ebrei di Trieste erano nascosti ma lui, elegantissimo, vestito di lino bianco e panama in testa, cosi' me lo ricorda una vecchia fotografia, continuava a illudersi che tutto fosse come prima.
Rifiutava di nascondersi mio zio Elio: " Non ho fatto niente" diceva "perche' dovrebbero prendermi?".
Non aveva fatto niente, come niente avevano fatto tutti gli altri ebrei di  Trieste, d'Italia, come niente avevano fatto gli ebrei d'Europa.
I nazisti erano a Trieste e andavano di casa in casa a cercare gli ebrei  "che non avevano fatto niente", erano ebrei semplicemente, il popolo che  Hitler aveva deciso di sterminare.
"Il primo dovere del popolo tedesco e' quello di annientare gli ebrei"  gridava il Fuehrer al suo biondo popolo acclamante.
Una spiata anonima. Zio Elio e' seduto al Caffe' Stella Polare di Trieste,  due della Gestapo entrano e, senza esitare, vanno dritti verso di lui: "Elio  Mordo?" "Si".
I suoi genitori erano scappati da Corfu' durante il grande pogrom, erano  arrivati a Trieste, citta' cosmopolita dove si respirava aria di cultura e  liberta'.

Erano arrivati pieni di speranze e di figli, continuando la fuga dei loro  genitori, dei nonni, degli avi erranti di paese in paese, di nazione in  nazione, sempre in fuga, sempre pronti a scappare da qualche altra parte.
Dalla Spagna alla Grecia passando per la Calabria e poi ancora dalla Grecia  verso l'Italia, verso Trieste, citta' della Speranza.
Una fuga attraverso il tempo, un secolo dopo l'altro, una lingua dopo  l'altra, una casa dopo l'altra, una paura dopo l'altra, figli perduti, ricordi di morte e disperazione, racconti di roghi e di torture, di  persecuzioni senza fine attraverso questa Europa che li rincorreva coi
forconi per ammazzarli tutti.
A Trieste non sarebbe successo, ne erano certi, Trieste era una citta'  speciale, vi si parlavano tutte le lingue, era il punto d'incontro di popoli  e culture.
"Elio Mordo?" "Si" e non puo' scappare da nessuna parte.
Dove scappare? Come fa a scappare un signore distinto vestito di lino bianco  e col panama in testa che si trova davanti a due rappresentanti della razza  padrona vestiti di nero con un teschio sul berretto?
Dove poteva scappare per mettersi in salvo questo ebreo "che non aveva fatto  niente"?
La citta' che aveva accolto la sua famiglia si era chiusa sopra di lui,  niente piu' cultura, niente piu' liberta', solo terrore, disperazione e la  Risiera di San Sabba.
Zio Elio incomincia il suo viaggio, Corfu' e' lontana nella memoria, anche  il mare di Trieste non c'e' piu', i suoi libri saranno stati bruciati, la  sua vita ormai e' dentro i vagoni bestiame che lo portano verso l'inferno di
 Auschwitz. Il centro del Male dell'umanita'.
Chissa' quali pensieri avranno attraversato la sua mente, non poteva sapere  che altre migliaia di vagoni bestiame come il suo viaggiavano attraverso  l'Europa per arrivare tutti in un unico punto, il crematorio.
Non poteva sapere che a Babi Yar avevano ammazzato in due giorni 40.000  ebrei come lui, che, come lui, non avevano fatto niente. Non poteva sapere  che in Europa gia' si camminava sui cadaveri di ebrei scaraventati vivi e  morti nelle fosse comuni o nei burroni, in una follia inarrestabile di odio.
Come poteva immaginare lui, piccolo ebreo triestino, che l'Europa  sprofondava in una putredine intellettuale che avrebbe fatto del novencento  il secolo maledetto.
Il suo carro bestiame si fermo' all'entrata di Auschwitz, i suoi occhi forse  avranno letto il benvenuto, "Arbeit macht frei", il lavoro rende liberi.

A cosa poteva servire un vecchio ebreo probabilmente gia' impazzito per il  dolore, l'umiliazione e l'incapacita' di comprendere la portata di quello  che stava vivendo?
Lo avranno portato insieme ad altri, inutilizzabili come lui, vecchi, donne  e bambini "che non avevano fatto niente", verso le camere a gas. Saranno  entrati nudi e storditi, incapaci ormai di pensare e di capire dove si trovavano e perche'.
Qualcuno avra' chiuso ermeticamente la porta, forse zio Elio lo avra'   guardato, e poi, dalle docce, il gas.

Deborah  Fait - informazionecorretta

Iraq, ucciso un elicotterista italiano a Nassiriya
Il maresciallo Simone Cola, in forza al Primo Reggimento "Idra" dell'Aviazione dell'Esercito (Aves) è stato ucciso ieri da una raffica d'arma da fuoco, mentre si trovava a bordo di un elicottero