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GENNAIO 2005
Le cornacchie
pacifiste hanno perso le elezioni irachene
Oltre il 60% degli
iracheni (ma secondo altre fonti anche l’80%) ha
sfidato le minacce di morte dei terroristi e si è
recato alle urne per dare un governo democratico all’Iraq
che la coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti
ha restituito alla libertà sottraendolo al giogo del
tiranno Saddam Hussein.
Con questo gli
iracheni hanno manifestato la loro voglia di dire
no alle minacce dei terroristi, hanno sbattuto la porta
in faccia a Al Zarquawi e ad al Qaeda che, nei fatti, ieri
ha conosciuto l’ennesima sconfitta.
Un successo le
elezioni irchene che attesta le ragioni del presidente
Usa George W. Bush e dei suoi alleati occidentali, primi
tra tutti Blair e Berlusconi.
Ma accanto a
questi sicuri vincitori ci sono altrettanto certi
sconfitti.
Dei terroristi
abbiamo detto.
Ma ieri molti
altri sono stati battuti dalle urne.
Ha perso l’Onu
del pavido Annan che si è ostinatamente opposto
alla liberazione dell’Iraq, ha perso il pacifismo globale
di Giovanni Paolo II che, certo involontariamente,
rischia di favorire l’islam più estremista, Hanno
perso il tronfio presidente francese Chiraq e il suo sodale
tedesco.
Molti, poi, gli
sconfitti nostrani. Sono tutte le cornacchie del pacifismo
filoislamico e filoterrorista, sono la sinistra alleata
dei kamikaze, sono le due Simone, i Gino Strada, gli pseudocomici
di RaiTre che vorrebbero sostenere che in Iraq si stava
meglio con Saddam, è il gruppo di fuoco dell’impero
editoriale di Carlo De Benedetti che adesso, a seggi chiusi
tenta di salvare almeno la faccia correggendo il tito di Repubblica-L’Espresso.
Tutti questi
sono stati sbugiardati dagli 8 milioni di iracheni
che ieri hanno votato per scegliere finalmente il futuro
del nuovo Iraq. (editoriale de "Il Giornale")
Freschi di
stampa
Articolo di Lucia Annunziata su
"La Stampa": La sconfitta di Al Zarqawi
"Chi
ha perso davvero ieri in Iraq è il terrorista
al Zarqawi: il bagno di sangue minacciato, i cecchini
sui tetti, non si sono materializzati. I morti ci sono stati,
è vero: ma il terrorismo ha provato di non avere
né il volume di fuoco né la pressione psicologica
necessari a fermare il voto. ..."
Clicca qui per leggere il testo completo dell'articolo.
Articolo di M. Allam
sul Corriere della Sera: Al Arabiya soddisfatta per
l'esito delle elezioni in Iraq, Al Jazira le contesta
"Le prime elezioni veramente
libere nella storia dell’Iraq e del mondo arabo non sono piaciute
affatto a Al Zarqawi, Saddam, Assad e Al Jazira . Sono
piaciute poco a Erdogan, re Fahd, Khamenei. Sono risultate
indigeste anche agli europei ossessionati dall’antiamericanismo
e persino agli americani che mal sopportano Bush. Ma sono
piaciute tanto, veramente tanto, alla maggioranza degli iracheni,
dentro e fuori l’Iraq. ..." Clicca
qui per leggere il testo completo
dell'articolo.
Articolo di Michael
Ignatieff su "La Repubblica": Iraq, la sconfitta
degli scettici sulle elezioni
"Perché sono stati così pochi
coloro che hanno avvertito anche solo un fremito di indignazione,
vedendo morire uccisi nelle strade di Bagdad gli iracheni
iscritti nelle liste elettorali? Perché nella stampa
non vi è stato che qualche raro briciolo di apprezzamento
per le migliaia di iracheni che di fatto si sono candidati
a una carica politica a rischio della loro stessa vita? Siamo
davvero diventati tutti così disillusi che devono essere
gli iracheni a rammentarci che cosa di valido può effettivamente
significare una libera elezione? Spiegare il silenzio intollerabile
di queste ultime settimane impone di comprendere in che modo
il sostegno alla democrazia irachena sia diventato anch´esso
una vittima della caustica animosità che contrassegna tuttora
la decisione iniziale di andare in guerra. ..."
Clicca qui
per leggere il testo completo dell'articolo.
Questo articolo
ve lo potevamo risparmiare... ma è con sottile perfidia
che gustiamo la rabbia e il dispiacere del solito Zucconi.
Articolo
di Vittorio Zucconi su "La Repubblica": Tragico
se l'esito del voto in Iraq fosse il nulla osta per altre
guerre
"George
W. Bush, "the fortunate son", il figlio fortunato,
ha vinto la sua seconda elezione in tre mesi e «si
congratula con gli iracheni», per dire in realtà
che si congratula con se stesso. Il 2 novembre 2004 è
stato eletto presidente degli Usa, al prezzo di 500 milioni
di dollari. Ieri, ha sconfitto per interposto popolo gli avversari,
i cinici, gli scettici e le autobombe, al prezzo di migliaia
di vite e di almeno 250 miliardi di dollari. Ma ha vinto.
..." Clicca qui per leggere il testo completo
dell'articolo.
COSE DELL'ALTROMONDO
Dal Forum sociale mondiale di
Porto Alegre, in Brasile - chiuso dopo quattro giorni di incontri
riaffermando la sua opposizione alla guerra in Irak (!) e con
la decisione di impegnarsi (!) a costruire il "mondo
possibile" (!!!) - apprendiamo che per
il 19 marzo è stata indetta una giornata mondiale di manifestazioni
"contro l'occupazione dell'Irak da parte degli
Stati Uniti". Durante il Forum , con il solito disprezzo
per la democrazia e molta puzza sotto il naso, l'intellettuale
(!) brasiliano Emir Sader ha dichiarato che le elezioni in
Irak "eleggeranno un governo che rappresenterà
solo il presidente americano George W. Bush".
Amen!
(cp, 31-01.2005)
Parigi:
i «rifugiati» manifestano per l’assassino
Da "Il Tempo":
«Per sostenere Cesare e gli altri italiani minacciati»
e «per Paolo Persichetti»: queste le motivazioni della
giornata di mobilitazione organizzata ieri in un teatro
parigino dai fuoriusciti italiani degli «anni di piombo»,
dai loro familiari e amici e da un folto gruppo di sostenitori.
La giornata di mobilitazione si è svolta in un luogo inedito
per i rifugiati italiani e i loro amici, un teatro del ventesimo
arrondissement parigino molto accogliente, lo
«Studio de l'hermitage». Il manifesto preparato per
l'occasione recitava: «pomeriggio di solidarietà
con Paolo Persichetti, contro l'estradizione di Cesare Battisti
e le minacce fatte pesare su altri rifugiati italiani».
C'erano fra le 200 e le 300 persone
a partecipare all'iniziativa nata attorno al lavoro del
gruppo artistico «Teatrum» e al loro spettacolo «Sallinger».
Gli artisti, che vivono in Lussemburgo e con i quali lavora
la compagna di uno dei rifugiati in Francia, hanno proposto la loro
piece centrata sul rifiuto della guerra. E l'hanno espressamente
dedicata a Persichetti, detenuto in Italia dopo aver vissuto per
anni a Parigi (lavorava all'Università) e Battisti. Persichetti,
detenuto in Italia, ha effettuato di recente uno sciopero della
fame per protesta contro la mancata concessione di permessi da
parte della direzione del carcere di Viterbo.
Battisti, condannato a due ergastoli
in Italia, è latitante dal 21 agosto, giorno nel
quale ha fatto perdere le tracce e non si è più
recato a firmare in commissariato nel rispetto della libertà
vigilata alla quale era sottoposto. Per lui, resta in piedi un
ricorso al Consiglio di Stato contro il decreto di estradizione
pronunciato dal primo ministro Jean-Pierre Raffarin.
I bambini di Sderot:"Cosa direbbero
la' in Italia se i loro figli dovessero vivere come
viviamo noi?".
Sono arrivati cinque autobus
da Sderot, cinque autobus pieni di bambini stressati
dai continui bombardamenti palestinesi sulla citta' israeliana
del Neghev.
Ho voluto incontrarli per
testimoniare a chi non sa e non immagina, a chi legge
distrattamente che sono caduti altri razzi Qassam su Sderot
o sui kibbuz e villaggi israeliani della zona e poi gira pagina
e dimentica immediatamente.
Yosef-Ori' ha otto anni e
mezzo, ci tiene che scriva anche il "mezzo", capelli
neri corti, kippa' in testa come gli altri e due occhi nerissimi
e vivacissimi che mentre parla diventano cupi e spaventati.
La parola che esce costantemente
dalla sua bocca e' "pachad" , paura, e mi fa
venire un brivido di emozione mentre si butta a terra per
farmi vedere in che posizione devono mettersi ogni volta che il lancio
dei qassam li sorprende per la strada: ventre a terra, schiacciandosi
il piu' possibile contro il selciato e mani strette alla nuca.
"Due giorni fa sono
caduti 11 qassam davanti a casa mia, a cinque metri da
noi, tutto tremava, abbiamo avuto tanta paura e non abbiamo
fatto nemmeno in tempo a correre nel rifugio" mi
racconta con gli occhi spalancati ma senza una lacrima.
Si rasserena quando si mette
a descrivere l'accoglienza che hanno ricevuto qui a
Rehovot dove sono stati invitati da un'organizzazione religiosa
Chabad che ha un nome molto significativo "Vivere con dignita'"
.
"Ci hanno portati
nel Giardino dell'Eden" dice sorridendo felice.
Il Giardino dell'Eden sarebbe
un ambiente antistress dove i bambini israeliani spaventati
dal terrorismo e dai bombardamenti dei palestinesi vengono
curati psicologicamente da personale specializzato.
E' un ambiente pieno di giochi,
di fontanelle, di colori dove i bambini possono rilassarsi,
stare a piedi nudi e correre, sdraiarsi a terra su un pavimento
morbido, ascoltare la musica che viene suonata in continuazione
e parlare con medici e paramedici vestiti come loro, come
loro a piedi nudi, che giocano e ascoltano , soprattutto ascoltano.
Chaia ha 14 anni, ne dimostra
meno, e' una bella bambina con lunghi capelli castani,
sorridente, mi racconta che non possono mai fare la doccia
da soli ma sempre con un adulto della famiglia, che non possono
mai uscire da soli, che escono poco e sempre vicinissimi
ai rifugi perche' dall'allarme alla caduta del razzo passano SOLO
15 secondi.
Credo di aver capito male
"15 minuti ?" chiedo a conferma di quella che e'
solo una mia speranza.
"NO, 15 secondi"
E dove vanno in 15 secondi? corrono nei rifugi o si
gettano a terra , mani sulla testa. Non possono fare nient'altro!
E sperare di non morire.
Chaia mi parla di Ella, la
ragazzina di 17 anni uccisa da un razzo mentre col suo
corpo proteggeva il fratellino piccolo. Ella era amica della
sorella maggiore , la vedeva spesso a casa.
"Adesso e' morta".
Abbassa gli occhi e non dice altro.
Chiedo a Daniel, 10 anni e a Nachum
11 se questo e' quello che succede tutti i giorni.
"Si, tutti i giorni e piu' volte al giorno". Raccontano
che a scuola e' piu' pericoloso perche' sono in tanti e che
fanno ogni giorno le prove per andare nei rifugi in modo ordinato
e tranquillo, senza correre e senza agitarsi.
Ho la gola chiusa.
A 60 anni dalla Shoa', penso,
ancora bambini ebrei devono vivere costantemente colla
paura di essere ammazzati. Non c'e' mai stata una tregua,
finita la persecuzione in Europa sono incominciate le guerre
arabe qui a casa nostra e il terrorismo arabo sempre dentro
casa e bambini ammazzati e bambini spaventati, senza sosta. Senza
un attimo di sosta, dall'odio europeo all'odio arabo, dall'orrore
di Aushwitz a Ma'alot, a sei guerre, a centinaia di bambini ammazzati
nei roghi degli autobus. Quando finira'?
Sono piena di ammirazione
per questi bambini coraggiosi che raccontano la loro
tragedia senza fare scenate isteriche, senza piagnistei ,
anche se ne avrebbero tutto il diritto. Mi parlano tranquillamente,
serenamente, con chiarezza e con coraggio.
Chiedo "Cosa vorreste ricevere
in regalo?"
Chaia risponde timidamente
"La fine della paura".
Josef-Ori', con gli occhioni
sorridenti: "ci piacerebbe avere a Sderot il
Giardino dell'Eden ma costa tantissimi soldi".
Facciamo un colletta? Chiedo.
"Magari" e' la risposta di tutti e sono tornati ad essere
dei bambini sorridenti che aspettano un regalo.
Cosa vorreste dire agli italiani?
E il piccolo Josef-Ori' al
quale non manca mai la battuta, mi guarda serio serio
e dice lentamente, quasi soppesando ogni parola: "
Cosa direbbero la' in Italia se i loro figli dovessero vivere
come viviamo noi?".
Deborah Fait -informazionecorretta
Nonostante
Lilly Gruber, Al Zarqawi e Gianni Vattimo, gli iracheni
sfidano le bombe - Ai seggi un'affluenza del 72%
Riprendiamo da "La Repubblica":
BAGDAD - La voglia di
decidere del futuro del proprio paese prevale sulla
paura delle bombe. A poco più di sette ore dall'apertura
dei seggi in Iraq, primo passo verso la ricostruzione politica
del paese, un funzionario della Commissione elettorale indipendente
dell'Iraq ha detto che l'affluenza alle urne fino a questo
momento è stata del 72 per cento. Se queste cifre saranno
confermate, il governo provvisorio e le autorità della
coalizione otterranno una legittimazione ampia della consultazione.
I risultati preliminari non sono attesi prima di sette giorni,
per quelli finali se ne dovranno aspettare circa dieci.
Non sono mancate le bombe,
che hanno causato 32 morti, in diverse città
dell'Iraq, ma la gente sta sfidando le minacce lanciate ancora
ieri dal capo di Al Qaeda in Iraq, Al Zarqawi, e fanno la fila
davanti ai seggi. Tra loro molte donne, che per la prima volta
hanno diritto al voto, a dimostrazione della voglia di voltare
pagina del Paese, e soprattutto simpatizzanti della maggioranza
sciita e dei separatisti curdi.
Più alta l'affluenza
nelle città a maggioranza sciita, mentre in quelle
sunnite molti seggi non sono stati neanche aperti e si confermano
le previsioni, secondo le quali nella zona a triangolo a nord
di Bagdad, che ha come vertici le città di Baquba, Ramadi
e Falluja, sarà quasi impossibile votare. A Samarra, considerata
una roccaforte del triangolo, dove il sindaco aveva dichiarato
ieri che non si sarebbe votato per motivi di sicurezza, sono stati
rapiti trenta funzionari elettorali.
DOMENICA, 30 GENNAIO,
ORE 14,30
Le elezioni irachene si avviano ad essere
un successo. Il Telegiornale di Raitre delle 14,20, che sarebbe
certo stato felice, se la paura dei terroristi avesse vinto e
la gente non fosse andata a votare, ha annunciato che la partecipazione
è altissima (dicevano il 70%), che la gente fa la fila
fuori dai seggi e che, probabilmente, bisognerà procrastinarne
la chiusura.
Quando si dice che Raitre sarebbe stata
felice di annunciare che i terroristi avevano vinto non si
intende affermare che amino i terroristi: solo odiano talmente
gli americani da essere felici di annunciare qualunque disastro
li colpisca, terremoti inclusi.
In fondo ci contavano in molti, sulla
paura ispirata dai terroristi. Come sottolineano parecchi
commentatori oltre Atlantico, gli europei spasimano dalla
voglia di constatare disastri e insuccessi, in Iraq, solo per poter
dire: "We told you so", ve l'avevamo detto. Invece stavolta
sono gli americani e i loro alleati (italiani non di sinistra in
prima linea) a poter dire We told you so. La guerriglia non
è sostenuta dagli iracheni che odiano l'invasore, ma dai
terroristi islamici che temono l'instaurazione d'una democrazia.
Perché essa toglierebbe loro potere per sempre.
Rimane da spiegare il fenomeno e vedere quali
conseguenze potrà avere.
La ragione del pessimismo dei media e
di tanta gente, rispetto a queste elezioni, nasce dal fatto
che viviamo in Italia e dell'Iraq sappiamo ciò che ne
dicono i giornalisti. Ed ecco quel che si verifica sempre: tutti
conosciamo bene gli avvenimenti eccezionali mentre non teniamo conto
di ciò che è normale, non fa notizia e non è dunque
citato dai giornalisti. Se ci sono un paio d'omicidi a Partinico
la gente si chiede come si possa vivere in Sicilia, mentre magari
i ragusani o i messinessi di quel fatto non hanno neppure sentito parlare.
È un fenomeno costante. Prendiamo
il caso d'una maestra che schiaffeggi un bambino. L'intera
Italia si chiederà se per caso le scuole elementari non
siano diventate lager e se non bisogni mettere quella maestra
in galera per qualche anno. Poi, se il giorno seguente un professore,
all'altro capo della penisola, si rende colpevole di qualcosa
del genere, ecco nasce quella che i giornalisti si compiacciono
di chiamare "psicosi". Tutti sono sicuri, a quel punto, che nella
scuola italiana c'è qualcosa di marcio; che la violenza
impera; che bisogna porre un freno a questo stato di cose. In realtà,
episodi devianti ce ne sono stati sempre e ce ne saranno sempre.
Ma non significano nulla. Non solo in migliaia e migliaia di altre
aule non s'è verificato nulla del genere, ma se si verificano
due o tre episodi di violenza nel giro d'una settimana, mentre di solito
vanno a distanza di mesi o anni, questo dimostra soltanto che siamo
di fronte ad una distribuzione a caso; la quale, proprio perché
a caso, non è affatto uniformemente scandita nel tempo.
In conclusione, dell'Iraq noi conosciamo
tutti gli attentati, ma molti iracheni abitano e vivono in
posti in cui non hanno visto o sentito nessuna esplosione. Certo
quelli che abitano a Bagdad, e non sono sordi, la violenza l'hanno
percepita: ma anche le grandi città hanno quartieri che a
volte si ignorano reciprocamente, per anni. Uno che abiti a Montmartre
e lavori a Porte de la Chapelle potrebbe non avere rapporti col XVII
Arrondissement per anni. E alla Porte d'Italie si sentirebbe forse
all'estero.
In secondo
luogo, anche ad ammettere che Al Zarqawi sia il delinquente
che è, come potrebbe validamente opporsi a qualcosa
che si svolge contemporaneamente in tutto il paese? Anche se ammazzasse
cinquanta persone e distruggesse venti o trenta seggi la gente
avrebbe forse il tempo di saperlo? Lo saprebbe magari il giorno
dopo aver votato, cioè quando quel capo terrorista è
già stato sconfitto.
Ovviamente, tutte queste argomentazioni
sono valide solo perché le cose sono andate come sono andate. Nessuno avrebbe potuto
dire, il giorno prima, come avrebbero reagito gli iracheni
alla campagna d'intimidazione di cui sono stati fatti oggetto
per mesi. Ma, una volta che tutto è andato bene, è
lecito dedurne delle conseguenze.
Gli iracheni tengono alla vita come tutti
noi. Ma hanno, diversamente da noi, un'esperienza ben più
terribile. La vita umana, ai tempi di Saddam, pesava poco. Sia
quella dei civili sia, soprattutto, quella dei militari.
Dunque un morto ammazzato, che in Italia
fa i grandi titoli dei giornali, in Iraq è una banalità.
Qui ci stracciamo facilmente le vesti per una sola vittima
(ragione per la quale, del resto, i musulmani ci disprezzano),
in Iraq i reclutatori della polizia e dell'esercito devono respingere
i postulanti. E dire che Al Zarqawi di queste povere reclute ne
ha ammazzate a decine. "Ma che si può fare?" penseranno gli
iracheni. Da un lato c'è il fatalismo (perché dovrebbe
capitare proprio a me?), dall'altro l'attuale governo distribuisce
paghe appetibilissime: e in un paese afflitto dalla disoccupazione
e dal bisogno quel denaro fa gola.
Quali saranno le conseguenze di questo
afflusso ai seggi?
In primo luogo, riceve un duro colpo il
pessimismo di tutti coloro che si sono affannati a dire che
l'Iraq non era maturo per la democrazia. Gli iracheni (e, cosa
stupefacente, le irachene) ci tengono a votare, ad avere una
democrazia e ad essere liberi. Tutto questo, se confermato, fa ben
sperare.
In secondo luogo, quand'anche dovesse
risultare che l'affluenza nelle zone sunnite è stata
bassissima, la democrazia irachena, se dovesse nascere,
non ne sarà delegittimata perché, secondo quanto
dicono, la quota di partecipazione sunnita al potere non dipenderà
dai voti ma dalla costituzione. Si tiene infatti ad evitare la prevalenza
d'un gruppo sull' altro, per non ribaltare la situazione che si era
avuta prima, con la dittatura della minoranza sunnita sulla maggioranza
sciita.
Per concludere, l'Iraq è un paese
in cui ci sono terroristi ma non tutti gli iracheni sono terroristi
e la maggior parte di loro vorrebbe vivere in pace e in democrazia.
Gianni Pardo
DEPISTAGGI &
DEPISTATORI
Oggi il Corriere della Sera
(pag.14, articolo non in rete) sotto il titolo <<Protesta
dei Sindacati - La Commissione Alpi fa perquisire 2 giornalisti>>,
pubblica un trafiletto dove si da conto della protesta per
alcune perquisizioni, ordinate dalla Commissione parlamentare
d'inchiesta, al fine di acquisire "documenti occultati" .
A ben vedere, se non fosse
scattato il solito riflesso corporativo, la notizia poteva
essere ben altra. Infatti, in
una lettera all’ANSA i genitori di Ilaria Alpi, la
giornalista Rai uccisa in Somalia nel '94, nei giorni
scorsi hanno preso posizione contro i depistaggi e in particolare,
e molto duramente, contro la costituzione, per
iniziativa di Roberto di Nunzio -
reporter indipendente, e fondatore del sito web Reporter Associati
ed ex consulente della Commissione
parlamentare d'inchiesta - di un comitato indipendente sul caso.
Ecco la lettera,
del 26 gennaio. Di seguito la pubblichiamo
integralmente:
"Ad un anno dall'insediamento
della Commissione Parlamentare d'inchiesta sull'uccisione
di nostra figlia Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin riteniamo
doveroso testimoniare il nostro sincero apprezzamento per il
lavoro sin qui svolto dalla stessa.
Un ringraziamento particolare
al Presidente, on. Carlo Taormina, agli onorevoli Commissari,
delle diverse formazioni politiche, che con la loro assidua
e attenta presenza hanno consentito di dare speditezza
ai lavori, ai consulenti la cui dedizione è andata spesso
ben oltre i doveri istituzionali. Dopo quasi undici anni di
omissioni e depistaggi, siamo fiduciosi che si possa finalmente
giungere a far luce su modalità, cause, esecutori e mandanti
dell'agguato in cui Ilaria e Miran sono stati assasinati, il 20
marzo 1994 a Mogadiscio.
In questi mesi la Commissione
ha lavorato percorrendo ogni pista, senza tralasciare
alcuna ipotesi investigativa, ivi compresa quella recentemente
richiamata sulle pagine dell'Espresso, relativa al collegamento
tra i traffici di rifiuti tossici, la Somalia e la morte di
Ilaria e Miran. E'sulla base di queste considerazioni che riteniamo
assolutamente inopportuna ogni iniziativa che utilizzi il
nome di nostra figlia senza la nostra autorizzazione.
Riceviamo notizia della costituzione
di un "Comitato indipendente per la verità sulla
morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin", promosso da un ex consulente
della Commissione, Roberto di Nunzio, cui avrebbe aderito addirittura
il Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa
Italiana, Paolo Serventi Longhi che si sarebbe impegnato a sottoporre
l'adesione a tale Comitato alla prossima giunta della Federazione,
convocata per fine gennaio.
Siamo decisamente allarmati
da una iniziativa che si contrappone alla Commissione
parlamentare d'inchiestache, ci piace ricordare, essere
stata votata all'unanimità dalla Camera dei Deputati. Questo
cosidetto "Comitato indipendente" può solo ostacolare
lo svolgimento dei lavori dell'organo parlamentare ed il conseguente
raggiungimento degli obiettivi assegnati e dunque della verità.
Diffidiamo pertanto chiunque dall'intraprendere o proseguire ogni
attività in nome di Ilaria."
Giorgio e Luciana Alpi
Freschi
di stampa
Dall'Avvenire, articolo si Sergio
Soave: Cattolici dei due Poli e Prc di fronte all'alleanza
coi Radicali
"In
vista di elezioni regionali dall'esito assai incerto,
le maggiori coalizioni si guardano attorno, cercando alleanze
tra le forze che stanno all'esterno dei loro confini senza
per ciò stesso essere apparentate con quella avversaria.
In un primo tempo era parso che su questo terreno ci fosse
il raggruppamento di Clemente Mastella, il quale - si ricorderà
- si era preso un paio di settimane di libera uscita dall'alleanza
di centrosinistra. ..."Clicca
qui per leggere
l'articolo.
Massima
del giorno
La timidezza dei buoni
fornisce troppe armi ai cattivi.
G.P.
MOLLICHINE
Prodi accusa Bertinotti
di opporsi a lui senza un programma alternativo. Ma
alternativo a quale programma?
La partecipazione di tutte
le autorità (PdR, Berlusconi, ministri,
opposizione) per la morte del povero Cola sorprende. Durante
la Prima Guerra Mondiale si sarebbe dovuta ripetere
600.000 volte.
Fassino: "Berlusconi non
parli a vanvera. La sinistra ha dato un contributo
decisivo a riscattare l'onore della nazione e della bandiera,
restituendo a questo paese libertà e democrazia".
Sarà. Comunque, c'è anche un altro che parla
a vanvera.
De Michelis: "Andare oltre
il bipolarismo bastardo". Non è bastata la legge
40, a evitare questo bastardo.
Abu Mazen dispiega i propri
agenti per impedire il lancio dei razzi Qassam contro
gli insediamenti ebraici. Speriamo riesca ad impedire anche
i lanci contro se stesso.
Arrestate sette persone
a Parigi. Si preparavano a raggiungere l'Iraq per combattere
contro la coalizione multinazionale. La colpa degli arrestati:
non avere agito in Italia.
Di Pietro: "Prodi mi ha
chiesto di candidarmi alle primarie". Prodi: "Mai detto,
c'è un equivoco". Nessuno stupore: uno parla uno strano
italiano, l'altro farfuglia.
Bondi: "La CdL ha esaurito
il programma di governo". Possibile interpretazione
dell'<Unità>: ha già fatto tutto il
danno che poteva fare.
Bondi: "La Margherita ha
più convergenze con noi che con i Ds". Convergenze
parallele?
Bertinotti: "Non mi ritiro
neanche se me lo chiede il Papa, che nella mia personale
gerarchia conta più di Prodi". Era dai tempi di Stalin
che il Pontefice aspettava le sue divisioni.
Appello di Siniscalco sul
Lotto: "Giocate con il cervello". Ma ce l'ha il cervello,
chi gioca?
Speranze in Palestina.
Arafat, uomo di pace, è dunque più efficace
da morto che da vivo.
Gianni Pardo
LE
PRIMARIE
Per quanto ne sa il lettore
di giornali, in America le primarie hanno questo senso:
un partito deve decidere chi sarà il suo candidato
alle elezioni presidenziali e a questo scopo invita i suoi
propri uomini politici a competere. Infine uno vince ed è
lo sfidante per la Presidenza.
In Italia Prodi ha proposto
le primarie per individuare lo sfidante del centro-sinistra
alle prossime politiche. La prima ragione di questa iniziativa
è che egli non ha un partito, dietro di sé,
e soffre dunque della qualifica di "candidato paracadutato".
Di "faccia presentabile" d'una coalizione dominata dagli
ex-comunisti. Prodi infatti è sempre stato un "non".
Di area di sinistra ma "non" comunista e nemmeno socialista.
Di area democristiana ma "non" democristiano. Infine, ultima
e più importante caratteristica, moderato ma "non" Berlusconi.
Le definizioni negative tuttavia lasciano un fondo d'amaro.
Non basta opporsi a qualcuno o qualcosa, bisogna anche essere qualcuno
e proporre qualcosa: e Prodi, purtroppo, non può proporre
nulla. La coalizione di centro-sinistra è così divisa
che chi parla di programmi è perduto. Qualunque cosa si
dica si è sicuri di essere attaccati: da Rifondazione o dalla
Margherita, dai Verdi o dai Ds.
Prodi appare inconsistente
perché è il rappresentante inconsistente d'una
coalizione inconsistente. Anche se poi si rende ridicolo
dicendo che lui di programmi ne potrebbe scrivere quaranta
in un giorno.
Poiché però
tutti dicono sia insostituibile, con le primarie ha
pensato d'ottenere un vantaggio senza rischi. Avere, col
voto largamente maggioritario in suo favore, quell'investitura
popolare che gli è sempre mancata. È sembrato un
calcolo elementare ma s'è rivelato sbagliato.
La prima cosa assolutamente
falsa è credere che le cose possano andare come
in America. Mentre infatti lì i candidati si scontrano
ma i votanti sono tutti dello stesso partito, qui i votanti
appartengono a partiti diversi e in contrasto fra loro. Cosa che
inevitabilmente li danneggerà tutti, rivelando, dallo stesso
lato della coalizione, le loro pecche e i limiti del loro programma.
Prodi pensava ottimisticamente che questa nomination non
potesse costituire per lui che un vantaggio, dal momento che
nessuno poteva batterlo, e non ha previsto che esse potranno soprattutto
costituire una tribuna pubblicitaria formidabile per il candidato
d'un partito alternativo. Insomma ha rischiato e rischia di conseguire
una vittoria perdendo poi la guerra.
Bertinotti non ha serie
possibilità di batterlo. Tuttavia è possibile
che votino per lui, visto che possono farlo senza rischio, tutti
coloro che sono arrabbiati per come vanno le cose in Italia. Tutti
coloro che hanno antipatia per Prodi. Tutti gli estremisti e gli
idealisti convinti che, "con questi qui, non vinceremo mai". Se dunque
Bertinotti perde con onore e con una percentuale di voti largamente
superiore a quella di Rifondazione Comunista, riuscirà a
ridimensionare Prodi e a condizionarlo dal punto di vista programmatico.
Rutelli, pure di solito
fumoso e vacuo, stavolta ha identificato il pericolo.
Ha infatti detto che "ogni candidato deve portare il suo
programma, accettando quello di chi vince senza trattative
successive" (Il Foglio, 26 gennaio 2005). Ma sogna ad occhi
aperti. Non ha capito che Bertinotti intende fare esattamente
il contrario: perdere ma propagandare il proprio programma in
contrasto con quello di Prodi. Mentre molti politici, a sinistra,
mirano al governo e ai posti di governo, il leader di Rifondazione
ha un partito sostanzialmente di mera testimonianza. Non ha interessi
concreti. Vuole solo condizionare la politica nazionale per spostarla
verso il suo neo-comunismo. E nel momento stesso in cui si sarà
reso credibile con un buon risultato nello scontro con Prodi ricaverà
questo dividendo importantissimo: proclamerà alti e forti gli
ideali dell'estrema sinistra e potrà sempre dire che "il
popolo di sinistra", per una percentuale superiore a quella di
Rifondazione, vuole una politica per buona parte allineata col programma
di Rifondazione.
Ecco perché Prodi
rischia di vincere la battaglia e perdere la guerra.
Da un lato viene legittimato dall'elezione primaria, dall'altra
si trova tra l'incudine e il martello: se sposa in parte
il programma di Rifondazione perde le elezioni; se non accetta
in parte il programma di Rifondazione, perde Rifondazione. E,
con essa, le elezioni.
Gianni Pardo 28 gennaio 2005
Freschi
di stampa
Da Il Foglio: Per Pino Arlacchi
dal voto nascono le “dittature della maggioranza”
"Nell’imminenza
del voto in Iraq, il difficile tentativo di far rinascere
la democrazia in quel paese deve confrontarsi non solo con
le aggressioni terroristiche dei tagliagola locali e importati,
ma anche con quelle verbali, meno sanguinose, della sinistra
snob di casa nostra. Gianni Vattimo, seguendo una linea di “pensiero”
cui si era già ispirato Antonio Tabucchi.
..." Clicca qui per leggere l'articolo.
Da Il Foglio: I funzionari
Onu criticano i soldati Usa impegnati a far votare
gli iracheni
"Ogni santo giorno spunta un funzionaricchio
delle Nazioni Unite che si adopera per screditarle, anche
quando il cosiddetto governo mondiale ne ha fatta una giusta.
..." Clicca
qui per leggere l'articolo.
Da Il Manifesto: I Ds a Prodi:
la ricreazione è finita
"«Prodi deve sapere che
la ricreazione è finita. Noi adesso siamo uniti:
Fassino, D'Alema, Veltroni, Cofferati...». Sfuggono
parole pesanti all'entourage del segretario diessino. Ma
perché l'offensiva nei confronti del professore è
tutt'altro che di maniera. E vuole arrivare alla dimostrazione di
forza in occasione del congresso. ..." Clicca qui
per leggere l'articolo.
Da L'Opinione: Violante, Caselli
ed il Centrodestra
"A ragione o a torto Luciano
Violante costituisce il simbolo vivente della giustizia
politicizzata. Quella che persegue Edgardo Sogno e che ispira,
guida e cavalca la cosiddetta rivoluzione giudiziaria, diretta
a liquidare l’intera classe dirigente dei partiti democratici
con la sola ed accorta eccezione dei dirigenti dell’ex partito
comunista e delle correnti democristiane schierate a sinistra.
Non a caso Violante abbandona la toga per essere cooptato immediatamente
al vertice del Pci prima, del Pds poi e dei Ds successivamente.
..." Clicca qui per leggere
l'articolo.
Perché fuori dai salotti
e dai giornali la sinistra che ragiona non conta niente
"La Gad è fragile, e questo si
sapeva. Ma ora la vittoria pugliese del ragazzo poeta con
l'orecchino crea un dramma nel dramma. Quello di una coalizione
debole che vede crescere la forza della sua componente più
radicale, e al suo interno quello dei riformisti che attraverso
l'omonimo giornale principe si interrogano sul senso della
vita. Dove andiamo, cosa facciamo, ma soprattutto a cosa serviamo
se le nostre idee fanno proseliti solo tra sparute, infime minoranze?
..." Clicca qui per leggere l'articolo.
Impossibile
negare le responsabilità del fascismo nella
Shoah
La Stampa intervista
Riccardo Pacifici (articolo non in rete, si ringrazia
informazionecorretta).
«Collaborazionisti
venite fuori e raccontate come andò».
Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica di Roma,
è un quarantenne. Suo nonno era il rabbino capo di
Genova ed è morto ad Auschwitz. Sua nonna, nascosta in
un convento di suore, fu arrestata e deportata. «La presero
i fascisti, non i nazisti. C’è la testimonianza della
madre superiore del convento». Le parole di Domenico Gramazio
(«L’Italia fascista non condivise le leggi razziali»)
gli hanno fatto male.
Pacifici, lei è
indignato. Ha tenuto a dire che «il signor Gramazio»
non ha nessun peso politico e che spera non se lo conquisti
adesso.
«Certo. Gramazio,
ma chi è? Non ha uno ruolo politico, a meno
che qualcuno dopo le ultime dichiarazioni non glielo voglia
dare...».
Lei, ha sentito i vertici di Alleanza
nazionale.
«Sì,
e mi risulta che Storace abbia stigmatizzato. Bene,
è positivo, perché Storace ha la responsabilità
politica della Regione Lazio e di questo viaggio. Mi ha
telefonato anche Marco Verzaschi, che è l’assessore
alla Sanità e capeggiava la delegazione a Gerusalemme: furibondo.
Altrettanto si può dire di Gianfranco Fini, a cui ho subito
segnalato la cosa. D’altra parte, uscite come quella di Gramazio
sono un danno proprio per l’immagine del ministro degli Esteri.
Siamo comunque soddisfatti che l’intero mondo politico abbia preso
le distanze. Questo incidente, che per noi è davvero grave,
perché quelle parole revisioniste sono state dette all’uscita
dal Museo dell’Olocausto, e per di più a pochi passi dal nostro
rabbino capo, ci insegna che non dobbiamo mai abbassare la guardia.
Ora che c’è la Giornata della memoria, dobbiamo sapere che
non si deve dare nulla per acquisito. Arrivo a dire: non tutti i mali
vengono per nuocere».
In che senso, scusi?
«Dobbiamo
cambiare rotta velocemente, noi ebrei e gli altri
che conservano la memoria di chi è morto nei campi
di sterminio. Intendo dire che è ora di affrontare
il nodo principale della nostra storia una volta per tutte,
ossia il collaborazionismo. La Germania ha fatto definitivamente
i conti con il suo passato. In Francia pochi anni fa hanno
condannato un certo signor Papon per la sua attività
di collaborazionista con i tedeschi. E invece l’Italia, entrata
in guerra con i nazisti, ne è uscita brillantemente con
gli americani e con l’immagine pulita. Come se non fosse
stato il Parlamento italiano, pochi anni prima, a votare compattamente
le leggi razziali».
Lei auspica un caso
Papon anche da noi?
«Attenzione,
stiamo parlando di persone che hanno 80-90 anni. A
me non interessa una persecuzione giudiziaria. Ma lancio
un appello a queste persone: che vengano allo scoperto,
che raccontino a noi, ai loro nipoti, come andò davvero
in quegli anni. Dovrebbe essere un dovere morale nei confronti
della storia».
Quale area grigia?
«Questori,
prefetti, podestà, gerarchi, ma anche semplici
poliziotti o soldati: raccontino come arrestarono e
trattarono gli ebrei. I delatori che incassavano cinquemila
lire a ebreo arrestato. Ma anche i professori che hanno usurpato
le cattedre, i professionisti che sostituirono i colleghi
ebrei i quali non potevano più esercitare, i commessi
non ebrei che si intestarono i negozi. C’è stato chi
ha custodito e poi restituito i beni. Chi ha messo a repentaglio
la sua vita per proteggere una famiglia ebrea. Ma anche chi non
ha restituito. Chi si è arricchito perché nessuno
è tornato dal lager a chiedere quanto era suo o perché
hanno sbattuto la porta in faccia ai sopravvissuti. Parlino perché
un altro signor Gramazio non possa negare quanto accadde».
Clicca
qui per la documentazione sulle
LEGGI RAZZIALI promulgate dal regime fascista.
I radicali
non hanno intenzione di stabilire alcun genere di alleanza
I radicali trattano con la
Cdl. E, come scrive Marco Taradash su “Il Giornale”, lo
fanno con una determinazione mai vista in passato. Ma al tempo
stesso “L’Unità” pubblica un appello ai radicali ad allearsi
al centro sinistra. E quegli stessi esponenti del Pr che trattano
con la massima determinazione con il centro destra in generale
e con Forza Italia in particolare, manifestano grande compiacimento
per il segno d’attenzione mostrato dal quotidiano dei Ds e per
gli inviti ad entrare nella grande alleanza della sinistra. Daniele
Capezzone parla di segnale importante e significativo. E lo stesso
Marco Pannella manifesta il proprio apprezzamento direttamente
a Furio Colombo nel corso di una trasmissione di radio Radicale
a cui vengono invitati direttori e giornalisti di vario orientamento.
Per chi conosce un minimo il canovaccio rigido seguito dagli esponenti
radicali nella gestione dei rapporti con gli altri partiti, l’apparente
contraddizione di aprire una trattativa con uno schieramento lanciando
al tempo stesso segnali di disponibilità allo schieramento
contrapposto al primo, ha un solo ed inequivocabile significato. I
radicali non hanno intenzione di stabilire alcun genere di alleanza.
Apparentemente sembrano mettersi in vendita al miglior offerente. Come
alle vecchie aste degli schiavi. In realtà sono decisi ad incamerare
la grande visibilità mediatica che deriva da questa sorta di riffa
politica ma si preparano a rompere con gli uni e con gli altri
sbeffeggiando i primi e spernacchiando i secondi per mantenere
intatta la propria piena autonomia ed indipendenza dai due schieramenti.
Nessun addetto ai lavori, soprattutto se ha dimestichezza con
i comportamenti radicali, si scandalizza più di tanto di un
simile comportamento. Chi non gode di grandi coperture mediatiche
deve pure ingegnarsi per bucare il muro dell’indifferenza. E
se i dirigenti del Pr riescono con il metodo della vendita apparente
al miglior offerente a bucare anche questa volta il muro del silenzio
mediatico tanto di cappello! Ma un conto sono gli addetti ai lavori,
un conto è l’opinione pubblica. Non tanto quella generale
, quanto quella particolare formata da quelle fasce di elettorato
laico e liberale che da sempre costituiscono il bacino del voto
d’opinione in favore di Marco Pannella e di Emma Bonino. A questi
elettori d’opinione l’applicazione apparente da parte dei dirigenti
radicali della antica regola nazionale “o Franza, o Spagna, purché
se magna” non fa togliere il cappello. Al contrario. Produce un notevole
sconcerto. In primo luogo perché nessuno riesce a comprendere come
mai il partito che più di ogni altro ha sempre posto al centro
del proprio impegno i valori ed i contenuti tipici di una forza liberale,
liberista e libertaria, subordini l’eventuale alleanza con gli uni
o con gli altri ad un accordo politico globale sulle regionali e le
politiche del 2006. In secondo luogo perché questo elettorato
laico può anche arrivare a turarsi il naso ed a mandare giù
una alleanza con un centro destra dove esistono forze illiberali minoritarie
ma non può assolutamente mettere in conto che una identica alleanza
possa essere ipotizzata con un centro sinistra dove le forze illiberali
di matrice catto-comunista sono l’assoluta maggioranza. Agli occhi
dei laici Pannella non può essere confuso con Mastella. E se
mai dovesse avvenire la confusione è chiaro che al momento
del voto, sia per le regionali che per le politiche, gli elettori
laici d’opinione si sentiranno sciolti da ogni vincolo di fiducia
nei confronti del proprio leader storico. Se Pannella avanza
lo seguiamo. Ma se indietreggia lo salutiamo!
Da l'Opinione, Arturo
Diaconale - 27-01.2005
DOCUMENTAZIONE:
Tribunale
di Milano – Ufficio del Gip – sentenza 24 gennaio
2005, Giudice Forleo
Clicca qui
per il testo
integrale della sentenza del Tribunale di Milano che ha
assolto i presunti reclutatori di terroristi.
«La
magistratura faccia il “mea culpa”»
«È grave,
come dice il senatore Andreotti, la contrapposizione
tra politica e magistratura, ma ancor più grave sarebbe
la distanza tra magistratura e popolo, visto che proprio
in nome del popolo deve essere amministrata la giustizia».
Non usa mezzi termini
il ministro per le Riforme istituzionali, il leghista
Roberto Calderoli, intervenendo ieri sulla vicenda che ha
visti assolti dal magistrato milanese Clementina Forleo gli appartenenti
a un gruppo islamico che reclutavano kamikaze.
Questo l'incipit
dell'articolo comparso su "La Padania". Clicca qui per leggere integralmente l'articolo
.
Elezioni
come apostasia
"Le organizzazioni
terroristiche islamiste sono accomunate da una
profonda convinzione che le elezioni siano apostasia.
I musulmani andrebbero governati dalle leggi religiose
islamiche (Shariah), secondo l’interpretazione di gente
come bin Laden o Al Zarqawi, e non da leggi fatte dall’uomo,
promulgate da funzionari eletti. Questa visione islamista
del mondo venne ampiamente delineata da Sayyid Qutb nel suo libro
“Ma’alim ‘ala al tariq” (“Segnali sulla strada”), pubblicato
dai Fratelli Musulmani al Cairo nel 1957. Il libro implicava
una perfetta dicotomia tra credenti e infedeli, fra leggi religiose
islamiche e leggi degli infedeli, fra tradizione e decadenza e
fra trasformazioni violente e fasulla legittimità. Per
citare le parole di Qutb: “Nel mondo c’è solo un partito, il
partito di Allah; tutti gli altri sono partiti di Satana e della ribellione.
Quelli che credono combattono per la causa di Allah e quelli che
non credono combattono per la causa della ribellione”. In breve, votare
alle elezioni o fare una scelta è, stando ai seguaci del
pensiero di Qutb, una sfida alla suprema autorità di Allah sulla
condotta degli esseri umani. ..."
Per
approfondire l'argomento, clicca qui.
LA GUERRA AL
TERRORISMO SI PUO' FARE IN PROCURA?
Editoriale da Il Foglio: "Un giudice
di Milano ha stabilito che non poteva rinviare a giudizio
un gruppo di reclutatori del terrorismo internazionale in
base ai codici vigenti, e subito si è scatenata una crociata
a buon prezzo contro la “scandalosa” decisione. Può essere
che il giudice abbia sottilizzato un po’ troppo, che abbia ecceduto
nell’interpretazione, che sia stato guidato da una distinzione
evanescente fra concetti come “terrorismo” e “guerriglia”,
ma alla fine un giudice è pagato anche per sottilizzare,
quello è il suo mestiere. Di scandaloso, invece, c’è
sicuramente l’idea che la guerra al terrorismo internazionale
si possa fare in procura. Siccome la Costituzione, dicono gli ignavi,
la vieta, allora per noi la guerra è missione di pace;
siccome la pace non c’è, e i reclutatori di bin Laden ci
sono, e la strage di Madrid è stata organizzata anche da
Milano, allora affidiamo al pretore la caccia al terrorista. Per
sottrarre alla giustizia ordinaria americana e alle sue fortissime
garanzie formali la guerra al terrorismo gli Stati Uniti si sono dotati
di una legge, il Patriot Act, che il Congresso ha votato a stragrande
maggioranza. Il succo della legge è l’aumento dei poteri
dell’esecutivo, perché non risulta che le guerre le facciano
il legislativo o il giudiziario, almeno nella storia umana fin
qui conosciuta. Nelle guerre ciò che decide è la responsabilità
di guida dei governi, degli eserciti, dei servizi di intelligence,
sotto il controllo dei parlamenti e con il vaglio costituzionale
delle supreme corti, figuriamoci se si può battere al
Zarqawi con i mezzi investigativi e le strategie buone per gli
scippi o gli omicidi passionali, figuriamoci se la cattura e la messa
in mora di un nemico, che è una figura molto diversa dal delinquente,
può procedere con lo stesso protocollo della giustizia ordinaria.
Ma il nostro paese, si sa, è incapace di capire il posto delegato
ma autonomo dell’esecutivo nella divisione dei poteri, e per questa sua
debolezza di cultura politica si è beccato vent’anni di fascismo,
poi quarant’anni di regime democristiano a governabilità variabile
e rinviabile, infine un cambio di Repubblica affidato anch’esso
alla magistratura e alla sua fatale supplenza, con le conseguenze del
caso. Ora vogliamo che il Gup ci sbrighi la pratica di al Qaida, sradichi
il reticolo terrorista annidato nelle nostre città, prenda
su di sé responsabilità che sono di stretta pertinenza
del governo, dei servizi, della polizia e dell’esercito."
KAMIKAZE
LIBERO
"Nell'
Esprit des lois , Montesquieu scrive che ci sono
quattro specie di delitti, una delle quali, la quarta,
è contro la sicurezza dei cittadini. Aggiunge Montesquieu
che «le pene inflitte devono derivare dalla natura
di ciascuna di queste specie». Non sembra proprio
che il magistrato milanese che ha condannato per reati minori
- fra i quali il traffico di documenti falsi - tre nordafricani,
accusati di aver reclutato e mandato kamikaze in Iraq,
e sospettati di aver preparato attentati in Europa, e che ha
inviato alla Procura di Brescia la posizione di altri due, sia
una gran lettrice. Non solo di Montesquieu, il che non sarebbe
grave, ma, quel che è peggio, neppure delle più recenti
normative di diritto internazionale. Nelle motivazioni della sentenza,
il magistrato - ignorando palesemente la risoluzione dell’Onu
1511 del 16 ottobre 2003, che legittima la presenza della coalizione
militare internazionale a garanzia della sicurezza del Paese
- ritiene, infatti, che inviare combattenti e aiuti economici
in Iraq non configuri il reato di terrorismo internazionale, in
quanto una cosa sarebbero gli attentati alle truppe di occupazione,
che rientrerebbero nella fattispecie della guerriglia, un'altra
quelli contro civili che cadrebbero, invece, in quella di terrorismo.
Ciò che lascia francamente esterrefatti e scandalizzati è,
dunque, oltre all'ignoranza della situazione irachena e del diritto
internazionale, il carattere esplicitamente politico che finisce
con assumere la sentenza, in perfetta sintonia con l'estremismo di
chi continua a definire «resistenti» i terroristi iracheni.
Il fatto, poi, che il magistrato dichiari di non aver voluto, con
ciò, legittimare anche l'attentato di Nassiriya ai nostri
militari, perché quella italiana è una «missione
di pace», mentre quella del resto della coalizione non lo
sarebbe - con l’assurdo corollario che ammazzare gli americani
o gli inglesi non sarebbe un crimine, ma un'azione di guerra - non
ne attenua, bensì ne aggrava la posizione. A conferma della
confusione concettuale che sembra aver presieduto alla singolare
sentenza. Meno grave, in questo contesto, appare, invece, la parte
della motivazione in cui si dice che non risulterebbe provato che gli
imputati stessero preparando attentati anche in Europa. Qui, siamo
sul terreno - dice ancora la sentenza - «riferibile alle
più svariate fonti di intelligence» che non fanno testo
sotto il profilo del diritto penale. L'assenza di strumenti legislativi,
o quanto meno giurisprudenziali, e la conseguente difficoltà
di accertare reati che sono oggetto di indagini da parte dei
servizi di sicurezza, anche se non giustifica, quanto meno
attenua le responsabilità del magistrato, chiamando a
rispondere del caso le forze politiche. Sono note le riserve che
la legislazione antiterroristica americana (il Patriot Act ) ha
sollevato, anche negli Usa, in tema di tutela dei diritti civili.
Ma che qualcosa si debba fare anche da noi, la sentenza di Milano
lo prova con tutta evidenza."
Articolo di Piero Ostellino,
Corriere della Sera
La decisione
del giudice milanese Clementina Forleo fa sobbalzare
Non è necessario pensarla
sull'Islam come Oriana Fallaci per sobbalzare di fronte alla
decisione del giudice milanese Clementina Forleo, che
ha assolto dall'accusa di terrorismo internazionale una
«cellula» di fondamentalisti che aveva finanziato
e arruolato uomini armati in Iraq, considerandoli semplici
guerriglieri anziché aspiranti kamikaze. Ammettiamo
l'impossibilità di districarsi nel guazzabuglio ideologico
che ormai fa dipendere la distinzione fra terroristi
e resistenti dal giudizio che si dà sui loro nemici,
gli americani. Ed evitiamo la scorciatoia emotiva che indurrebbe
a chiedersi se il comportamento della dottoressa Forleo
sarebbe stato lo stesso, qualora suo figlio o suo marito
avessero fatto parte delle truppe italiane che rischiano ogni giorno
la pelle contro le pallottole finanziate da «cellule»
come quella da lei assolta. Poiché però a qualche
certezza occorre pure aggrapparsi, consentiteci di individuarne
una, piccolo borghese e retorica finché si vuole: quel
giudice è un'italiana. Potrà piacerle o no, ma il suo
Parlamento ha deciso di mandare dei militari in Iraq per proteggere
la popolazione locale. Non dagli americani, ma da coloro che
i fondamentalisti di Milano finanziavano e arruolavano. Ora,
un magistrato che assolve dall'accusa di terrorismo chi spara
o fa sparare contro i soldati dello Stato di cui è al servizio,
sarà forse un esempio di fulgido spirito democratico, ma
dovrebbe avere la coerenza di farsi passare lo stipendio da qualcun
altro.
Articolo
di Massimo Gramellini, La stampa
LA BOTTEGA DELLA
FEDE
Non essendo
"chirichetti rispettosi", con piacere pubblichiamo
questo articolo non firmato da Il Foglio: Le
lacrime new age della Madonnina e quelle di Luca Coscioni
nella processione politica del dolore. Messori e Pannella
amministrano miracoli devozionali e illusioni
laiche. Con mezzi da magic shop.
"Roma. Miracoli promessi. “Libertà
di vivere. Di poter guarire. Di poter cercare una cura per
sé e per quelli nelle sue condizioni e per tanti,
troppi ancora”. Quando al centro dell’attenzione c’è
Luca Coscioni, con il suo “corpo immobile eppure contundente”
usato eroicamente come arma in battaglia, succede spesso che
il giornalismo si faccia preghiera, omelia, invocazione,
anatema, scomunica e santificazione. L’amen sarà senz’altro
assicurato da officianti fervorosi, toccati dalla grazia.
E non ci sarà contraddittorio, altrimenti che messa sarebbe?
Ci saranno invece chierichetti rispettosi e compresi nel
ruolo, come Cesare Fiumi sul Magazine del Corriere della Sera,
per esempio, che a Coscioni, definito “l’uomo della libertà
di ricerca scientifica”, ha dedicato la copertina venerdì
scorso...." Clicca qui
per proseguire nella lettura. (da IL FOGLIO - 25/01/2005)
Israele
c'e'!
Ho raccontato
la tragedia di Elio Mordo come e' nel mio ricordo di
bambina che ascoltava le storie della famiglia dalle labbra
della nonna.
Raccontava raccontava
raccontava, gli occhi verdi lucenti, storie di morte.
Lei si era salvata, era stata rinchiusa per giorni in
un armadio in soffitta.
Parlava delle fughe,
dei documenti falsi, delle scuole in cantina,
del terrore, senza mai nominare i tedeschi, senza mai pronunciare
la parola "nazisti".
Raccontava le storie
ma non parlava della Shoa'.
Nessuno parlava
della Shoa'.
Quando sono cresciuta
ho capito che mia nonna mi aveva trasmesso un'identita'
fortissima, non era osservante ma era ebrea
dalla testa ai piedi e grazie a lei io ho sentito questo
travolgente senso di appartenenza al popolo di Israele.
Mi ha insegnato
la dignita' e l'orgoglio di essere quella che sono e,
senza averlo mai visto, mi parlava di Israele e del suo significato
senza mai dire che nulla sarebbe accaduto se ci fosse
stato.
Non parlava della
Shoa'.
Per anni gli ebrei
non hanno parlato della Shoa'.
Poi accadde qualcosa di grande: Eichmann,
la sua cattura in Argentina e il processo in Israele.
Leggevo tutto,
bevevo tutto, raccoglievo gli articoli di giornale.
La televisione, in bianco e nero, faceva vedere le immagini
da Gerusalemme, le testimonianze dei sopravvissuti,
le loro grida mentre ricordavano, gli svenimenti
quando la memoria era impossibile da sopportare. Ricordo mia nonna
e mia mamma, guardavano in silenzio, senza un commento,
senza una parola.
Fino al processo
Eichmann gli ebrei non avevano mai parlato della
Shoa', tacevano perche' era insopportabile persino il ricordo
ma quel processo e quella faccia dietro il vetro della
gabbia in cui era rinchiuso, quella faccia che aveva sempre
un sorriso sardonico, la freddezza delle sue parole, la completa
assenza di rimorso, il fastidio, la noia che gli si leggeva
sul volto mentre ascoltava quei poveretti che testimoniavano,
tutto questo ha travolto gli ebrei e il loro silenzio.
Era arrivato il
momento di spalancare la bocca in un urlo silenzioso,
era arrivato il momento di far parlare i fantasmi che
si aggiravano senza pace per le strade d'Europa, era arrivato
il momento di scavare tra la cenere di milioni di corpi bruciati.
Hanno incominciato
a parlare, a raccontare, a urlare, come un fiume
in piena, una valanga irrefrenabile di parole, di ricordi
e di pianti urlati senza lacrime.
Quando il dolore
diventa orrore non si puo' piu' piangere e quel processo
e' stato un urlo liberatorio per tutti gli ebrei del mondo.
Ho visto, nel kibbuz
dove e' conservata, la gabbia di vetro di Eichmann,
piccola ma sufficiente a contenere il mostro le cui ceneri
sono state sparse in mare fuori dai confini di Israele perche'
nemmeno un granello del suo corpo sporcasse la nostra Terra.
Al Memorial della
Shoa' di Gerusalemme c'e' una bacheca di legno scuro
con all'interno una scarpetta bianca di bambino, un po'
sporca. Una sola scarpina e sotto, in lettere dorate, il
numero, atroce, terribile, disumano: "1.500.000".
Nient'altro.
Un milione e mezzo
di bambini ebrei assassinati , Un milione e mezzo
di fiori bruciati e passati per il camino, 6 milioni di
ebrei sbranati e divorati dalla Belva ed e' potuto
accadere solo perche' Israele non c'era.
Oggi vorrebbero ritentare l'esperienza
, gli arabi e i loro amici, vorrebbero vederci scomparire,
eccome se lo vorrebbero, hanno tentato e ritentato
con 6 guerre, con anni di terrorismo, con la propaganda
di menzogne per mettere il mondo contro di noi.
Per la verita'
non e' difficile, pare che il mondo non aspetti altro.
C'e' solo un problema,
un problema insormontabile: Israele esiste.
E' l'unico paese
al mondo di cui ancora, dopo 60 anni, si mette in
discussione il diritto all'esistenza ma c'e'!
Israele c'e'
e mai piu' nessuno al mondo strappera' i nostri fiori,
mai piu' nessuno li brucera'.
I camini, la cenere,
il buio sono rimasti la', in Europa. Montagne di
cadaveri su cui gli europei camminano e da cui hanno ancora
la sfrontatezza di giudicarci e di gridare " via dalla
Palestina" dimenticando che 60 anni fa urlavano il contrario
"andate in Palestina" .
L'odio resiste,
e' stato alimentato per piu' di 20 secoli e forse ce
ne vorranno altrettanti per distruggerlo ma ogni ebreo del
mondo sa che le tenebre non scenderanno piu' perche'
c'e' Israele e guardando verso Gerusalemme vedra' la luce.
Deborah Fait-
informazionecorretta
A ME MI PIACE
L’IMPERO
Ogni tanto anche
al Corriere ne combinano una di giuste.
Oggi pubblicano
tutta la traduzione di un fitto articolone di
Michael
Ignatieff uscito il 12 dicembre sul New
York Times: davvero bello, una delle analisi
più complete fra quelle lette negli ultimi mesi.
Tra le altre
cose, ha il pregio di ricordare l’importanza del
“Millennium
challenge account”, cioè il fondo
di 5 miliardi di dollari stanziato due anni fa dall’amministrazione
Bush per finanziare i governi del Terzo Mondo che investono
in politiche concretamente rispettose del liberalismo
politico ed economico (ovviamente non mancò la solita
tiritera del “nuovo Piano Marshall”, ma poi gli intellettuali
si sono tendenzialmente disinteressati della faccenda).
Vale la pena
di leggerlo tutto, ‘sto mattone, da cima a fondo: clicca
qui per il testo integrale.
Da tener presente
che Ignatieff, direttore del «Carr Center for Human Rights
Policy» di Harvard, è un intellettuale
di sinistra che ha apertamente appoggiato l’intervento
in Iraq pur non amando la destra neocon (“Preferisco
di gran lunga frequentare quelli che stanno dall'altra parte, ma
credo che stiano sbagliando”).
In un altro
corsivo uscito recentemente sul NYT, spiegava:
“ciò che trovo maggiormente difficile da rispettare
è capire come i miei amici contrari alla guerra
apparissero del tutto indifferenti al fatto che ciò
che essi ritenevano essere la cosa giusta, saggia e non-violenta,
ossia lasciare Saddam Hussein al potere, avrebbe comportato
dei costi che sarebbero stati sostenuti interamente e solamente
dagli iracheni”.
(ale
tap, 24-01.2005)
I sessant'anni
di Auschwitz: Schlomo Venezia,
«barbiere» d’Auschwitz
In Europa si moltiplicano le cerimonie di commemorazione
per i sessant'anni della liberazione del campo
di concentramento di Auschwitz. La Tribune de Genève
ha raccolto la testimonianza di Schlomo Venezia, un ebreo
di nazionalità italiana nato in Grecia, che venne
catturato a Salonicco nel 1944. Deportato ad Auschwitz,
venne assegnato al Sonderkommando, il gruppo di prigionieri
incaricati di far funzionare le camere a gas e i forni crematori.
Venezia è una delle sei persone ancora in vita di questo
gruppo. "Le Ss con i cani", racconta il sopravvissuto, "ci
aspettavano all'uscita dei vagoni. La selezione cominciò
immediatamente. Mia madre e due persone più giovani
salirono su un camion". Nessuno di loro sapeva che il camion
andava direttamente alle camere a gas.
Clicca
qui
per leggere l'articolo de La Tribune de Genève,
Svizzera
HASTA LA MACEDONIA
SIEMPRE
E’ di questi giorni
la notizia che Oliver Stone ha deciso di emigrare in
Francia, spinto dall’indignazione per il disastroso
fiasco che il suo colossal “Alexander” ha registrato negli
USA.
Secondo Stone, il
floppone del filmone sarebbe infatti da addebitare
all’ignoranza e al bigottismo del pubblico americano,
che “non studia i classici come si fa in Europa” e che non avrebbe
“capito” l’insistenza del regista sul privato omosex del
conquistatore macedone.
Oggi a “Speciale
SkyTG24” un Alessandro meno “magno”, ossia il solito Cecchi
Paone reinventatosi testimonial della bisex way of life
con lo zelo del neofita (e, sull’onda dell’entusiasmo per
il film di Stone, reinventatosi pure biografo del suo omonimo
con un tempestivo libretto
), perorava questa tesi confermando che sì, la colpa
è proprio dei buzzurri amerikani, che non han
capito la pertinenza delle scene omosex: e a riprova
di ciò contrapponeva il recente successo commerciale
di “Troy”, patacca cinematografara ammerecana sull’Iliade
piena di strafalcioni e di censure bigotte, nella quale
il legame tra Achille e Patroclo è stato comicamente riadattato
da amoroso a parentale (cugini!).
Uhm. Sarà.
A dire il vero non
è che nei raffinati licei classici nostrani l’approccio
sia tanto meno bigotto che nei filmetti amati dai rednecks
omofobi d’oltreoceano: anche a noi colti studenti della
raffinata Vecchia Europa giusto una decina d’anni fa Patroclo
veniva sbrigativamente presentato da progrediti docenti come
“migliore amico” di Achille, lasciandoci ineluttabilmente
perplessi di fronte alla furiosa vendetta che l’eroe infieriva
all’assassino di quello che in realtà era l’amato partner.
Quanto al film di
Stone, aspettiamo di vederlo per giudicare; intanto
prendiamo nota che nell’intervista promozionale trasmessa
oggi sempre su SkyTG24 il solito Stone spiegava con un
sorriso vagamente mistico di averlo voluto girare perché
affascinato dalla figura di un uomo capace di cambiare l’intero
mondo in pochi anni: figura che, a suo parere troverebbe nel
mondo contemporaneo un corrispondente solo in Fidel Castro (!).
Se queste sono le
premesse, è pronosticabile una buona accoglienza
in Francia – del regista, se non anche del film.
(ale tap, 24.01.05)
E poi, dalle
docce, il gas
Andava
ogni mattina al Caffe' Stella Polare a Trieste, beveva
il suo capuccino, leggeva il Piccolo e poi proseguiva
verso la scuola greca dove insegnava. Ormai
non aveva piu' allievi, la scuola era chiusa e deserta,
gli ebrei di Trieste erano nascosti ma lui, elegantissimo,
vestito di lino bianco e panama in testa, cosi' me
lo ricorda una vecchia fotografia, continuava a illudersi
che tutto fosse come prima.
Rifiutava
di nascondersi mio zio Elio: " Non ho fatto niente"
diceva "perche' dovrebbero prendermi?".
Non
aveva fatto niente, come niente avevano fatto tutti
gli altri ebrei di Trieste, d'Italia, come niente
avevano fatto gli ebrei d'Europa.
I nazisti
erano a Trieste e andavano di casa in casa a cercare
gli ebrei "che non avevano fatto niente",
erano ebrei semplicemente, il popolo che Hitler
aveva deciso di sterminare.
"Il
primo dovere del popolo tedesco e' quello di annientare
gli ebrei" gridava il Fuehrer al suo biondo
popolo acclamante.
Una
spiata anonima. Zio Elio e' seduto al Caffe' Stella
Polare di Trieste, due della Gestapo entrano e,
senza esitare, vanno dritti verso di lui: "Elio Mordo?"
"Si".
I suoi
genitori erano scappati da Corfu' durante il grande
pogrom, erano arrivati a Trieste, citta' cosmopolita
dove si respirava aria di cultura e liberta'.
Erano arrivati pieni di speranze e di figli,
continuando la fuga dei loro genitori, dei nonni,
degli avi erranti di paese in paese, di nazione in nazione,
sempre in fuga, sempre pronti a scappare da qualche altra
parte.
Dalla
Spagna alla Grecia passando per la Calabria e poi
ancora dalla Grecia verso l'Italia, verso Trieste,
citta' della Speranza.
Una
fuga attraverso il tempo, un secolo dopo l'altro, una
lingua dopo l'altra, una casa dopo l'altra, una
paura dopo l'altra, figli perduti, ricordi di morte
e disperazione, racconti di roghi e di torture, di persecuzioni
senza fine attraverso questa Europa che li rincorreva
coi
forconi
per ammazzarli tutti.
A Trieste
non sarebbe successo, ne erano certi, Trieste era
una citta' speciale, vi si parlavano tutte le lingue,
era il punto d'incontro di popoli e culture.
"Elio
Mordo?" "Si" e non puo' scappare da nessuna parte.
Dove
scappare? Come fa a scappare un signore distinto vestito
di lino bianco e col panama in testa che si trova
davanti a due rappresentanti della razza padrona
vestiti di nero con un teschio sul berretto?
Dove
poteva scappare per mettersi in salvo questo ebreo
"che non aveva fatto niente"?
La citta'
che aveva accolto la sua famiglia si era chiusa
sopra di lui, niente piu' cultura, niente piu'
liberta', solo terrore, disperazione e la Risiera
di San Sabba.
Zio
Elio incomincia il suo viaggio, Corfu' e' lontana nella
memoria, anche il mare di Trieste non c'e' piu', i
suoi libri saranno stati bruciati, la sua vita ormai
e' dentro i vagoni bestiame che lo portano
verso l'inferno di Auschwitz. Il centro del Male dell'umanita'.
Chissa'
quali pensieri avranno attraversato la sua mente,
non poteva sapere che altre migliaia di vagoni
bestiame come il suo viaggiavano attraverso l'Europa
per arrivare tutti in un unico punto, il crematorio.
Non
poteva sapere che a Babi Yar avevano ammazzato in
due giorni 40.000 ebrei come lui, che, come lui,
non avevano fatto niente. Non poteva sapere che
in Europa gia' si camminava sui cadaveri di ebrei scaraventati
vivi e morti nelle fosse comuni o nei burroni, in una
follia inarrestabile di odio.
Come
poteva immaginare lui, piccolo ebreo triestino, che
l'Europa sprofondava in una putredine intellettuale
che avrebbe fatto del novencento il secolo maledetto.
Il suo
carro bestiame si fermo' all'entrata di Auschwitz,
i suoi occhi forse avranno letto il benvenuto,
"Arbeit macht frei", il lavoro rende liberi.
A cosa poteva servire un vecchio ebreo
probabilmente gia' impazzito per il dolore, l'umiliazione
e l'incapacita' di comprendere la portata di quello
che stava vivendo?
Lo avranno
portato insieme ad altri, inutilizzabili come lui,
vecchi, donne e bambini "che non avevano fatto niente",
verso le camere a gas. Saranno entrati nudi e storditi,
incapaci ormai di pensare e di capire dove si trovavano
e perche'.
Qualcuno
avra' chiuso ermeticamente la porta, forse zio Elio
lo avra' guardato, e poi, dalle docce, il gas.
Iraq, ucciso
un elicotterista italiano a Nassiriya
Il
maresciallo Simone Cola, in forza al Primo Reggimento
"Idra" dell'Aviazione dell'Esercito (Aves) è
stato ucciso ieri da una raffica d'arma da fuoco, mentre
si trovava a bordo di un elicottero.
Il
militare italiano era impegnato come mitragliere
su un elicottero AB412, che stava effettuando un'attività
di copertura a sostegno di una pattuglia motorizzata
sotto attacco.
Durante
l'intervento, una raffica ha colpito il soldato
in uno dei pochi punti non protetto dal giubbotto
anti-proiettile. Il militare è stato immediatamente
trasportato, ha spiegato Tirino, all'ospedale da campo
che si trova nella base italiana di Camp Mittica, a oltre
10 km da Nasiriyah, ma i medici non gli hanno potuto salvare
la vita.
E'
il diciannovesimo soldato italiano morto in azione
dall'inizio di "Antica Babilonia". Al tragico bilancio,
vanno inoltre aggiunti due connazionali civili morti
nell'attentato del 12 novembre 2003 contro la base Libeccio
dei carabinieri a Nasiriyah, e un altro soldato deceduto
in un incidente.
Bush:
ideali e libertà
Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha
inaugurato il suo secondo mandato con un discorso
ufficiale ispirato a grandi ideali. Non ha mai menzionato
parole come Iraq, Afghanistan, 11 settembre o terrorismo
e ha invece enfatizzato la necessità di diffondere
la libertà in tutto il mondo. Questo è,
secondo Bush, il compito del suo paese e l'obiettivo principale
del suo secondo mandato. Dal The
New York Times
Massima
del giorno
Un paese non è
più civile se ha i bobbies disarmati, ma ha i
bobbies disarmati se è più civile.
G.P.
MOLLICHINE
Bertinotti. La
vittoria di Nichi Vendola "è destinata a cambiare
la politica italiana". Essendo Vendola un comunista,
speriamo di no.
Mastella: "Lo
strappo è stato ricomposto". Ricucito, ricucito.
Si ricompongono le fratture, cose importanti, non gli
strappi.
Bondi a Rutelli:
"Venga da noi a far valere la sua esperienza". Ha ragione
Sirchia, la prossima battaglia dovrà essere contro
l'alcool.
Schröder
dà ragione a Berlusconi sul Patto di Maastricht.
Per gli interessati: in tedesco treppiede si dice
Dreifuß.
Forza Italia ha
creato un comitato per "individuare ed eliminare gli
sperperi di denaro pubblico". Sì, ma quanto costerà
il comitato?
Di Pietro alle
primarie. Slogan vagamente berlusconiano: "Galera
per tutti".
Fassino: "bisogna
superare le discriminazioni fra coppie sposate e
di fatto". Gli scambisti hanno dunque di questi scrupoli?
Le autorità
iraniane: "Possiamo fronteggiare un eventuale attacco
da parte degli Stati Uniti". Non come quei quaquaraquà
dei nazisti.
Prodi: "La Quercia
è un albero solido, fa le ghiande, nutre
gli animali...". Ottimo pensierino. Da terza elementare.
Niente accordo
nella CdL sulle regionali. Calderoli: "Non siamo né
in alto mare né in porto". Questa nave è il Vascello
Fantasma.
Pecoraro Scanio
candidato alle primarie. Per un'Italia al Verde.
Almunia (commissario
Ue agli Affari monetari): "La riforma del Patto di
stabilità si può chiudere entro marzo".
Ma non era lui che la diceva impossibile?
Vigna: "La mafia
fattura 100 miliardi di euro lordi all'anno". Il nome
dell'auditor, prego?
Vendola,
paragone insistito: "Dismetterò i panni che ho vestito
per trent'anni e indosserò i panni di guida di
una coalizione". Uno, due o tre bottoni?
A
Mogadiscio alcuni miliziani islamici hanno profanato
700 tombe di italiani. I cadaveri non sono stati capaci
di difendersi.
Gianni Pardo
Mauro of Manhattan
"Come on Marsha,
it’s been three years, three months and three weeks
since 9/11, and not even a single firecracker has been
exploded in the U.S. by Al Qaeda: What are you afraid of?"
"I don’t know,
but something’s going to happen. Don’t know where,
don’t know when, the only thing I’m certain is that they
are at us, and sooner or later they’ll hit again."
"You know how
this is called? Paranoia."
"Call it whatever
you want, I am not taking the subway for any reason."
"So you preferred
to get stuck in the New Year’s Eve traffic for one
hour with your taxi, just because you are afraid that
Osama is going to blow a bomb on the 2 and 3 line?"
"Yep."
"You
don’t know what real terrorism is."
"What is it, then,
tell me …. "
"It’s one bomb
every night. It’s one journalist or politician or judge
killed every week. It’s railway stations, train wagons,
bank offices blown up and planes crashed down with hundreds
of dead, as in Milan in 1969 or in Bologna and Ustica in 1980.
We had terrorists for more than 10 years in Italy, communist,
fascist, but that didn’t stop us from living. What would you
have done?"
(clicca
qui per proseguire
nella lettura)
Mauro
Suttora
Intelligenza
con il nemico
«Cerchiamo
di essere pragmatici: ci sono terreni sui quali Bush
ha avuto posizioni politiche molto più intelligenti
di quelle di Kerry. Sulla delocalizzazione delle imprese,
per esempio, oppure sulla competizione con Cina ed India.
Su questi temi, le posizioni di Kerry erano espressione di
una "economic illitteracy", vero analfabetismo economico. Durante
la campagna elettorale, ci sono state forti pressioni su Bush,
perché cambiasse idea e seguisse Kerry nell'opporsi all'outsourcing,
per esempio. Ma lui ha resistito. Così come ha tenuto fermo
il punto sulla legalizzazione dell'immigrazione».
Parole di Amartya Sen,
guru dell’economia politica liberal, prof di
economia e filosofia ad Harvard, già rettore del
Trinity College di Londra (e anche premio Nobel per l'economia
1998… ma quello, si sa, è il meno), intervistato
oggi sul Corriere da Maria Latella in occasione di una sua
conferenza a Roma.
Mi sa che ora i sinistri
non lo inviteranno più.
E anche con le citazioni
ci andranno assai più cauti…
(ale tap, 20.01.05)
I PROFETI
DEL PASSATO (Come finirà in Iraq?)
La storia ha questo
di buono: che riguarda il passato. Possiamo chiederci
se Cristoforo Colombo, con quelle navi e quelle teorie, fosse
destinato a scoprire l'America o a morire, ma una cosa è
sicura: ha avuto successo. L'ultimo dei ragazzini di Scuola
Media legge che il tale grande condottiero, in quella data
occasione, commise un errore fatale e quell'altro si lasciò
ingenuamente ingannare. A momenti siamo tutti in grado di prevedere
la tempesta di mare che quasi distrusse l'Invincibile Armata.
Se i profeti del futuro hanno quasi sempre torto, i profeti del passato
hanno sempre ragione.
Chi
deve decidere nel presente soffre d'una lancinante
incertezza. Tutto può andare diversamente dal previsto
per le più varie ragioni. Perfino quando si è sicuri
di come stanno le cose non è detto che vada meglio: Clausewitz
ha scritto che le guerre scoppiano non quando un paese è
molto più forte d'un altro, ma quando ciascuno dei due
pensa d'essere il più forte; cioè quando un paese
crede di potere vincere, in tempi brevi per giunta. Un esempio tragico
di questo errore è la Prima Guerra Mondiale.
Né è
detto che le cose vadano bene quando un paese è
effettivamente più forte dei vicini. Nel 1939 la Germania
era tanto forte da vincere facilmente contro la Polonia
e la Francia. Per questo preparò un esercito
estivo, per l'invasione della Russia: era previsto che la guerra
si concludesse prima dell'inverno. Poi Hitler dovette perdere
tempo per l'avventura di Mussolini in Grecia, venne l'inverno
e sappiamo come finì.
Nel presente percepiamo
la realtà come chi, assistendo ad una partita
di scacchi, vede solo mezza scacchiera. Fuori dalla vista rimangono
il rigore dell'inverno 1941, il ritardo di Grouchy a
Waterloo, il sole di Austerlitz, la tempesta sulla Manica
e, andando indietro nel tempo, mille altri fattori.
Nella
storia, ciò che si usa chiamare "caso" o "imprevisto"
ha un notevolissimo peso. Per questo bisogna andarci molto
cauti, coi giudizi. È peggio che imprudente dire "la Francia
avrebbe dovuto fare questo e quello", "la Cina ha sbagliato
a fare questo e quell'altro". Non solo le persone normali
non dispongono dei canali d'informazione di cui dispongono
i governanti, ma i problemi sono tanto complessi che neppure
quei massimi dirigenti ne sanno abbastanza. Non è
dunque detto che, dove Napoleone ha fallito, avrebbe successo
il barbiere che ne giudica la tattica.
Il problema più attuale, quello dell'Iraq,
si può riassumere in una domanda: si riuscirà
a far funzionare una democrazia, in quel paese? Molti dànno
per scontato che la guerra sia stata un errore e per provarlo
indicano la serie di attentati sanguinosi cui assistiamo.
Ma non dimostrano nulla. La situazione che si è venuta
a determinare non era prevedibile. Erano prevedibili dei problemi,
certo: ma questi e non altri? Poi, non è detto
che il terrorismo riesca nel suo intento: e se la coalizione
otterrà un successo fra alcuni anni tutti decanteranno l'immensa
opera politica realizzata da George W.Bush. La coorte di profeti
del passato dimostrerà che questo successo era addirittura inevitabile:
l'Iraq, inadatto alla democrazia? Ma se era il più laico
dei paesi musulmani! Se aveva la risorsa del petrolio! Se si era
riusciti a votare in Afghanistan!
In realtà,
nessuno sa come questa vicenda si concluderà.
Nessuno sa che cosa un giorno ripeteranno i ragazzini a
scuola. Per allora, tutti sapranno dire con la massima disinvoltura
se Bush fece bene o male; sapranno persino se poteva prevedere
o no il successo o il disastro: e noi contemporanei passeremo
per degli stupidi.
Con ragione, in
fondo. Noi siamo sempre molto, molto più stupidi
dei posteri.
Gianni
Pardo, 20 gennaio 2005
TV DI REGIME
Eccola la Tv di
regime! Qualunque tasto del telecomando schiacci
non puoi fare a meno d'incontrarlo, il regime. Quello
tosto, monolitico, duro e puro.
Nevica. La mia
serata di regime comincia ieri sera alle 20, 30. Su
la 7 c'è Giulianone . Bene,andiamo ad incominciare.
Si accendono le luci e, voilà, eccolo Bertinotti
intervistato dalla bertinotta. Pazienza, il gran capo
dei comunisti rifondati m'è pure simpatico... e allora
risentiamolo, per la centesima volta in due giorni, raccontare,
della "mossa del cavallo". Son quasi le 21, tra poco c'è
"Ballarò" e allora zapping, su "Striscia la Notizia"
c'è Mastella che, appena rientrato nell'Ulivo non
paga il conto al ristorante, si becca un Tapiro! Sono le 21,10
inizia "Ballarò". Opperdinci, c'è Rutelli,
due ore tonde tonde per 'nu bello guaglione.
Arrivano le
23, Telegiornale, conduce Berlinguer, subito
dopo TG3 Primo Piano. Si parla di mafia, c'è
il segretario dei DS siciliani, Fava, che scaraventa addosso
mafiosità al presidente della Regione. Quando
questi vuol intervenire per rispondere,
il conduttore lo ferma: "la prego Cuffaro, parlerà
dopo, ora c'è un servizio da mandare".
... Zapping,
sono le 23,30. Chi ci sarà a "Porta a Porta"?.
No! No! No! Ma quel faccione sorridente a tutto schermo
è proprio lui? Si che è lui! Romano Prodi
in persona!
Fuori - regime
ladro - continua a nevicare...
(cp,19-02-2005)
BETTINO CRAXI
Il 19 gennaio del
2000, alle ore 16 e 30, tra le braccia della figlia Stefania e
sotto gli occhi del nipotino, Bettino Craxi moriva,
esule ad Hammameth.
Non
vogliamo giudicare la vicenda umana e politica
di Bettino Craxi, vogliamo documentare un calvario, che
altri hanno chiamato "mani pulite". Noi qui lo
vogliamo ricordare con un suo memoriale (clicca qui), uno scritto di
un suo compagno di partito dirigente della Federazione
di Genova (clicca qui) e un
suo intervento parlamentare.
(cp, 19-01.2005)
PRIME ARIE
Uffa! Sarà pur vero che, come diceva Totò,
“è la somma che fa il totale”
ma qui il totale è una roba da circo equestre.
A parte
il culo (“Ci vuole culo, signora mia”, Ugo
Tognazzi), avete letto i commenti sulla vicenda che
ha visto Nichi (occhiello sul Corsera: “il suo
nome non è il diminutivo di Nicola ma di Nikita,
idolo del padre impiegato alle poste e comunista antistalinista”)
Vendola di Rifondazione Comunista prevalere alle primarie
del centro-sinistra pugliese sul margaritino Boccia?
Basterebbe
il titolo dell’articolo di Francesco
Merlo su “La Repubblica” (<<Il Masaniello Nichi
tra Bibbia e poesie>>) o l’articolo
di Francesco Alberti sul Corsera, dove, forse memore di una
certa pratica “spiritistica” di Romano Prodi, si racconta che
in Puglia «Hanno perso i partiti, ha vinto lo spirito
dell’Ulivo»... basterebbe questo per chiedere
asilo politico alle Maldive colpite dallo tsunami.
Eppure
‘sta roba, tutta melassa e cardinali (titolo
del Corsera - "Nichi: credo in Dio e nel Sud",
articolo di Aldo Cazzullo, svolgimento: "sono
discepolo del vescovo di Molfetta") non mi convince.
E poi,
in campagna per il ballottaggio, c'è pure
un falso
allarme attentato.
Vuoi vedere
che questo Nichi Vendola in realtà è un
furbone del marketing politico.
(cp, 18-01.2005)
LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE
Il regista arabo israeliano Muhammad Bakri,
autore del documentario "Jenin, Jenin" che accusava Israele di genocidio e crimini
di guerra, ha ammesso in una deposizione la scorsa
settimana d'aver falsificato alcune scene usando informazioni
sbagliate e d'aver ricevuto finanziamenti da parte
dell'Autorità Palestinese per la produzione del film diffamatorio.
Il regista e produttore del celebre film, che accusava
i militari israeliani d'aver commesso atrocità inaudite
nel campo profughi di Jenin nell'aprile 2002, deponendo in tribunale
nel corso di un processo per diffamazione ha riconosciuto
che in tutto il film sono presenti errori e artifici.
Il
regista deve difendersi dalla querela di cinque soldati
israeliani che hanno combattuto a Jenin e i cui
volti sono riconoscibili nelle sequenze del documentario
che accusa i militari d'aver ucciso "un grande numero
di civili", mutilato corpi di palestinesi, eseguito esecuzioni
a casaccio, bombardato donne bambini e disabili psico-fisici,
e d'aver spianato l'intero campo profughi compresa un'ala del
locale ospedale.
Il
documentario non mostra nessuna immagine delle presunte
atrocità, ma in alcune sequenze i volti
dei soldati (che hanno querelato Bakri) vengono soprapposti
a presunte "testimonianze oculari" con la chiara indicazioni
che essi sarebbero colpevoli di "crimini di guerra".
Ora però Bakri ammette d'aver
"prestato fede" a testimonianze selezionate senza
procedere a nessun controllo sulle informazioni che
gli venivano fornite. "Ho creduto alle cose che mi venivano
dette. Le cose a cui non ho creduto non sono state incluse
nel film", ha spiegato il regista.
Ad
una domanda relativa alla scena del film in cui si
lascia intendere che truppe israeliane siano passate
con i loro mezzi sopra civili palestinesi, Bakri ha
ammesso d'aver costruito la sequenza come sua propria "scelta
artistica".
Alla
domanda se crede davvero che "durante le operazioni
a Jenin soldati israeliani abbiano ucciso la gente
in modo indiscriminato", Bakri ha risposto "No, non lo
credo".
La
parte forse più clamorosa della deposizione è
giunta quando Bakri ha ammesso che il suo documentario,
proiettato nei cinema di tutto il mondo, è stato
finanziato dall'Autorità Palestinese, spiegando che
"parte delle spese per il film sono state coperte da Yasser
Abed Rabu", allora ministro palestinese per la cultura
e l'informazione nonché membro del comitato esecutivo
dell'Olp sotto la direzione dell'allora leader palestinese
Yasser Arafat.
Nell'aprile del 2002 le truppe israeliane
entrarono a Jenin nel quadro dell'Operazione Scudo
Difensivo volta a fermare la sequela ormai quotidiana
di attentati suicidi ad opera di Hamas, Jihad Islamica
e Brigate Martiri di Al Aqsa. Israele inviò unità
di fanteria alla ricerca di terroristi casa per casa anziché
colpire da lontano la "culla" degli attentatori: una scelta
che costò la vita a 23 riservisti uccisi da imboscate,
cecchini e trappole esplosive palestinesi. Subito dopo la
fine dei combattimenti venne fatta circolare dalla dirigenza
palestinese l'accusa che Israele avesse commesso un deliberato
massacro a sangue freddo di più di 500 civili indifesi.
Successivamente è stato appurato che i morti palestinesi
nei durissimi combattimenti erano stati 53, per la maggior
parte armati. Resoconti di stampa, prove documentarie, indagini
di enti governati, non governativi e di organizzazioni umanitarie
hanno presto dimostrato che non aveva avuto luogo nessun
massacro di civili.
Il
film di Bakri mostra diversi "testimoni" che descrivono
"brutalità" da parte delle Forze di Difesa
israeliane, sostenendo che Israele avrebbe aggredito
e ucciso "numerosissimi" palestinesi con carri armati, aerei
e cecchini. L'autore tuttavia si guarda bene dall'indicare
chiaramente quale dovrebbe essere, secondo lui, il numero
esatto di palestinesi uccisi.
Nel
frattempo un altro film, "The Road To Jenin" di Pierre
Rehov, è giunto a smentire le accuse di Bakri. Una
di queste era che Israele avrebbe sparato undici missili
contro l'ospedale di Jenin spianandone un'intera ala con tutti
i pazienti all'interno, e che non avrebbe nemmeno permesso
al personale di soccorso di accedere alla zona. Il direttore
dell'ospedale, dottor Mustafa Abo Gali, dice al pubblico
del film di Bakri: "Tutta l'ala ovest è stata distrutta.
Caccia militari lanciavano i loro missili ogni tre minuti".
Bakri non si prese la briga di controllare. Ma quando Rehov
intervistò lo stesso dottor Gali per il suo film e si fece
mostrare le dimensioni dei danni, tutto ciò che
questi poté mostrare fu un modesto buco sull'esterno
dell'ala ovest, completamente intatta. Rehov fornisce anche
le immagini aeree dell'ospedale prese l'ultimo giorno della
battaglia di Jenin in cui si vede che tutte le sezioni dell'edificio
sono normalmente in piedi.
Circa
l'accusa di Bakri per cui alle ambulanze non fu permesso
di raggiungere la zona, il dottor David Zangen, capo
ufficiale medico delle Forze di Difesa israeliane durante
l'azione a Jenin, racconta a Rehov come i soldati israeliani
hanno soccorso molti combattenti palestinesi feriti,
compresi quelli di Hamas. Rehov mostra persino un soldato israeliano
che autorizza Gali in persona a ricevere tutto il materiale
medico di cui ha bisogno per il suo ospedale.
"Anche
lo spettatore più distratto - ha scritto Tamar
Sternthal, del Committee for Accuracy in Reporting in
the Middle East - si accorgerebbe delle evidenti incongruenze
delle presunte testimonianze su cui fa affidamento Bakri".
Bakri sostiene che i soldati
avrebbero sparato a una mano di un inerme abitante
palestinese, Ali Youssef, per poi sparargli anche alle
gambe. Ma Rehov ha rintracciato Youssef e nel suo film
rivela che questi venne ferito a una mano mentre stava
dentro a un edificio insieme a terroristi armati di Hamas. Medici
israeliani medicarono la ferita di Youssef, gli riscontrarono
un difetto congenito al cuore e lo inviarono in Israele
perché fosse curato nell'ospedale di Afula. Dalle cartelle
cliniche dell'ospedale si rileva che Youssef non è mai
stato ferito alle gambe.
Secondo
Zangen, Bakri fa ampio ricorso a tecniche filmiche
ingannevoli per creare il mito del massacro a freddo,
cosa che ora Bakri ammette nella sua deposizione.
Zangen cita ad esempio la scena di un tank che si dirige
verso una folla. La scena quindi si oscura, lasciando la falsa
impressione che quella gente sia stata uccisa. Inoltre Bakri,
che in nessun momento della battaglia è stato sul posto
a filmare, ingannevolmente giustappone le immagini di tank
israeliani e quelle di tiratori scelti in posizione di tiro
ad immagini di bambini palestinesi: altra circostanza ammessa
da Bakri nella sua deposizione.
Alcune
di queste immagini giustapposte includono i cinque
soldati riservisti che hanno querelato l‚autore davanti
a un tribunale di Tel Aviv. I cinque accusano Bakri
d'averli falsamente accusati di crimini di guerra e spiegano
che, oltretutto, nella loro professione civile hanno
frequenti contatti con palestinesi che ora potrebbero
riconoscere i loro volti per averli visti nel diffamatorio
documentario di Bakri, cosa che mette a repentaglio la loro
attività professionale e la loro stessa vita.
(Aaron
Klein su www.worldnetdaily.com, 17.1.05)
Nota: Mohamed Bakri e' stato scelto dal figlio
di Maurizio Costanzo, Saverio, come attore nel
film Private!
"CORRIERE"
IN CARRIERA
"Primarie in Puglia: la vittoria va a Boccia" titola,
a pagina 6, il Corriere della Sera oggi
in edicola, che non s'accontenta e
mette pure le percentuali: 47% a Vendola di Rifondazione
Comunista , 53% a Boccia della Margherita.
In realtà, come anticipa in un articolo Luca
Telese su "Il Giornale" sempre in edicola, e
come hanno poi decretato i risultati, ha vinto
Nichi Vendola. E qui casca l'asino. Quel titolo del
Corriere -che solo ieri pubblicava due intere pagine agiografiche
su Prodi e famiglia allargata - la dice lunga
sulle preferenze politiche del primo quotidiano
italiano.
Comunque, al di la dei
desiderata del Corriere, Nichi Vendola
vince le primarie del centro-sinistra in Puglia per la scelta
del candidato alle prossime regionali, e se per Fausto Bertinotti,
segretario di Rifondazione Comunista, è una notizia
che ''dà un'emozione... un fatto politico
enorme, una vittoria contro tutte le forme di burocratizzazione della
politica e di chiusura dei ceti politici dirigenti nei loro recinti",
di sicuro per Prodi, Fassino e Rutelli si tratta di una clamorosa
sconfitta. E per il Corriere?
PS: Sul Corriere on line l'articolo di Carlo Vulpio
è stato modificato... e finalmente anche sul
Corriere Nichi Vendola ha vinto!
(cp, 17-01.2005)
BARBARA SPINELLI
Ci sono firme ignote, firme illustri e firme che
sono una garanzia: nel senso che si può star sicuri,
leggendo il testo, che ci sarà l'occasione d'arrabbiarsi.
Una di queste firme, accanto a quelle di Bocca,
Maltese, Man ed altri eletti, è quella di Barbara
Spinelli. Costei per giunta aggrava la sua situazione
scrivendo articoli fluviali, sicura, più di quanto
lo sarebbe stato Tolstoi, che il lettore incantato andrà
fino in fondo.
Non raramente i suoi articoli riguardano l'Italia
e l'irritazione potrebbe nascere dalle diverse opinioni
politiche. Ma stavolta (articolo , clicca qui) si è occupata del disastro
del Sud-est asiatico - sul quale l'Italia è pressoché
spettatrice - ed ecco che si può scrivere un commento
pressoché spassionato.
La prima parte è tutta meditativa e lirica.
Al livello seguente: "l'immagine che tutti
abbiamo visto, commossi o inorriditi: un'umanità
asiatica che tendeva le mani mendicanti, assetate
d'incontrare nostre mani benigne; i questuanti volti
di popoli." Lirica, ma, come si vede nel seguito, politically
correct: nel senso che nello tsunami l'uomo bianco ha
quanto meno la colpa d'essere contento di non averlo subito
personalmente. Egli ha anzi irritato i beneficiari
con la propria volontà di soccorrere le vittime. "La
svolta è avvenuta con il no pronunciato dallo
Stato indiano: no agli aiuti di soccorso, corredato da
laconiche dichiarazioni secondo cui l'India è capace
di far da sé". "Sulla scia dell'India, anche
lo Stato indonesiano ha cominciato a temere come invasiva
la generosità di organizzazioni non governative o di
truppe americane e australiane". A questo punto, sarebbe
normale che il benefattore, disgustato, dicesse: "Ebbene, andate
al diavolo". Ma non è questa l'opinione di Barbara. Che
scrive: "Dobbiamo riconoscere che l'altruismo può
a volte ferire più dell'egoismo: può mortificare
le suscettibilità, può sotterraneamente
accendere la fiamma di risentimenti individuali o collettivi".
Insomma, dobbiamo riconoscere che è normale che
il cane morda la mano che lo nutre. Ed è poi la mano che
deve chiedere scusa.
"È successo proprio questo, nell'impeto
degli esordi. Gli Stati, da un lato, si
sono gettati in una sorta di pietà competitiva: chi
più dava, più si sentiva candidato a restare
o divenire grande potenza". E giù tutti i motivi
egoistici, di tutti gli stati (inclusi India ed Indonesia!),
per cui ci si è attivati per soccorrere le vittime,
escluso uno: la pietà.
La Spinelli si crede furba,
anzi sottile, ed è ingenua. Freud a suo tempo chiarì
che il filantropo è uno che odia l'umanità e abreagisce
(chiedendo scusa per il brutto verbo), cioè controbilancia
il suo odio con atti che dovrebbero provare il suo amore. Di
fatto, più semplicemente, e lasciando da parte l'estremismo
psicoanalitico, si può osservare che nessuno compie un'azione
senza una ragione. Il motivo (sufficientemente nobile, non tema,
la Spinelli) può essere che si ama la propria immagine mentre
lo si compie. Cyrano de Bergerac, con gesto magnifico, getta la sua
paga d'un mese ad un cattivo attore, purché esca dalla scena,
e un amico gli rimprovera d'essere rimasto al verde, di non avere
neppure da mangiare. L'eroe risponde, lapidario: "Oui, mais
quel geste!"
La stessa cosa
deve aver pensato Attilio Regolo e tanti altri
come loro due. Allora, i loro gesti non valevano
nulla, solo perché erano fieri di compierli? Se
ci si mette a fare le pulci a tutti, non ci sono più
eroi, bin Laden e Albert Schweitzer sono uguali e siamo tutti
sporchi egoisti.
La Spinelli, che cita Kant,
sembra ignorare uno dei più vecchi problemi
del Cristianesimo: quello del libero arbitrio.
Se lo si accetta, si ha da una parte la responsabilità
delle proprie azioni, dall'altra il merito di
esse. Mentre se non lo si accetta non si hanno né
il merito, e fin qui la Spinelli avrebbe ragione, né
le responsabilità e i torti che la giornalista rimprovera
a tutta l'umanità, dall'alto del suo magistero.
È inutile scrivere "Berlino e Tokyo hanno
promesso somme eccezionali anche per essere
ammesse, con permanente diritto di veto, al Consiglio
di Sicurezza. Non stupisce che lo stesso abbia fatto l'India:
avendo visto che superpotente è chi gli aiuti non li riceve
ma li dona, s'è occupata più di assistere
Sri Lanka e Indonesia che non i propri Intoccabili, desiderosa
anch'essa d'entrare nel club dei legislatori mondiali all'Onu".
Con questo metro, come avrebbe detto Amleto, nessuno di noi
sfuggirebbe alla frusta.
Secondo la Spinelli, traboccante di alti ideali,
i tre minuti di silenzio per commemorare le vittime,
che magari saranno ridicoli per un miscredente
ma non certo per un'idealista come lei, sono serviti
"a esser contemplati da noi stessi, belle
statiche statuine nei firmamenti dell'etica". Non
gliene va bene una.
Perfino l'amore, anzi l'acme dell'amore (non si contenta
di meno) è pericolosa: "l'acme amorosa
abbraccia ma può stritolare, getta le braccia
al collo ma può divorare il diverso. Nell'acme c'è
il pericolo di divenire ciechi ai bisogni reali dell'altro:
alla sua storia, alle sue tradizioni, alle sue
imparagonabili sensibilità. Si rischia il risentimento
e l'offesa di popoli lontani". Insomma, guardatevi
dall'amare gli altri popoli. È troppo rischioso e potete
offenderli. Che vadano a farsi fottere.
Gianni Pardo, 17 gennaio 2005.
PERCHE' CONTINUARE A SPERARE?
Ma
perche' continuiamo a sperare? Per quale strano motivo,
forse caratteriale, noi israeliani continuiamo
a sperare nella pace? Morto Arafat avevamo esultato
e sperato con tutte le nostre forze che adesso le cose
sarebbero cambiate, che Abu Mazen sarebbe stato migliore,
piu' moderato, meno bugiardo. Il nuovo presidente eletto
dell'ANP frenava la nostra gioia con dichiarazioni
per niente amichevoli e incoraggianti, i gruppi dei
terroristi continuavano a sbraitare che il terrorismo sarebbe
andato avanti inesorabilmente ma noi, illusi, pensavamo
si trattasse di dichiarazioni politiche per rassicurare
la voglia di guerra del popolo palestinese e per
non creare sommosse popolari. I palestinesi, al contrario
di quasi tutti i popoli del mondo, si ribellano alla
parola pace, vanno a sciamare per le strade, invasati e
urlanti, la loro violenza e il loro desiderio di sangue
mai paghi.
Per
questo motivo ci illudevamo che Abu
Mazen, per poter essere eletto, dovesse proclamare
il suo odio per il "nemico sionista" e fingere di
continuare l'opera di distruzione del suo predecessore.
Abbiamo aspettato le elezioni e abbiamo avuto il nuovo
Raiss, piu' contenti noi di loro! ... Clicca
qui per continuare nella lettura.
Deborah Fait - informazionecorretta
MOLLICHINE
Impunito
l'81% dei delitti, in Italia. Per Marco Rizzo,
il più grave e il più impunito è il colpo
di Stato con cui Berlusconi s'è impossessato di
Palazzo Chigi.
Sistema
giudiziario. L'Italia è il più condannato,
tra i 46 paesi del Consiglio d'Europa (103 verdetti
su 521). E pensare che abbiamo i giudici più infallibili
del mondo.
Giustizia.
Castelli: "Per la prima volta più luci che ombre".
Il datore di luci è un fervente sostenitore
della Lega.
Per
Castagnetti, il disastro della giustizia è colpa
di questo governo. Anche per i decenni precedenti.
Storace:
"Del vertice me ne frego". Me ne frego, detto da
un ex-missino, "rings a bell", fa ricordare
qualcosa.
I
radicali nella maggioranza? Ma vi si sentiranno a proprio
agio?
Pisanu
vuole "un'intelligence unica" per i servizi segreti.
Noi ci contenteremmo di servizi con un'intelligence
normale.
Gianni
Pardo
IL DESTINO DEI
RADICALI
Un
estremo realismo è paralizzante. Se si pensa
che morremo tutti e che comunque, l'umanità
non sarà mai felice, chi può avere il
coraggio d'intraprendere qualcosa di grande? Se Giovanna
d'Arco non avesse avuto, probabilmente, delle allucinazioni,
non avrebbe neppure concepito l'idea di liberare la Francia.
Se Pannella e i suoi amici fossero stati realisti, si sarebbero
accorti di quanto conformista, provinciale e codina fosse l'Italia
del loro tempo, e non avrebbero intrapreso le battaglie del divorzio
e dell'aborto.
Non
è vero - e la storia lo dimostra - che cercare
di realizzare qualcosa di "assurdo" porti fatalmente
al fallimento. Ma non è neppure vero che porti
sempre al successo. Anzi.
È
questa la malattia che affligge i radicali. Essi reputano
che cedere su qualcosa sia praticamente un fallimento,
visto che il loro ideale è giusto al cento per
cento e può essere realizzato al cento per cento.
Non importa quanti e quali siano gli ostacoli - onesti
e disonesti, legali e illegali - posti sul loro cammino:
hanno vinto la battaglia sul divorzio e l'aborto, vinceranno
anche questa. Se non stavolta, la prossima volta. E arrivano
perfino a concepire di riformare l'intera Italia con ventiquattro
referendum tutti insieme.
Il
risultato è che non hanno più rappresentanti
in Parlamento e che anche chi la pensa come loro
praticamente su tutto non li vota. Ora, dopo anni e anni
di splendido isolamento, parlano di federarsi con una delle
coalizioni ma già questo atto di buon senso è inquinato
dalla sua stessa formulazione. Chi accetterebbe una proposta
di questo genere: "Sposami, e se non mi sposi tu sposo il primo
che passa"?
Di
Pietro, sempre elegante, ha parlato di prostituzione
politica. Qualcuno, meno volgare ma altrettanto
ingeneroso, ha parlato di "partito all'asta". Non hanno
capito niente. L'ultima, assolutamente l'ultima idea
possibile, nella mente dei radicali, è quella di
vendersi. Non osano formularla, ma la loro vera proposta
è: "Quale delle due coalizioni è disposta ad iscriversi
al Partito Radicale?"
Vediamo
tuttavia sei i radicali siano obiettivamente federabili.
L'associazione meno innaturale sarebbe col centro-destra,
sempre che non ci siano posizioni effettivamente
incompatibili. Ma esse sono poi così importanti? Al
riguardo abbiamo un caso di scuola esemplare.
Per decenni, in Italia, s'è
parlato di compromesso storico. Cosa peraltro difficile da
capire, visto che non di un compresso "di storia",
si trattava, ma d'un compromesso politico che doveva fare
storia: dunque d'uno storico compresso. Ma tant'è.
Si trattava semplicemente dell'alleanza fra Dc e Pci, cioè
fra un partito cristiano perfino nel nome e un partito adepto
del materialismo storico. Può esistere un maggiore
contrasto fra il Cristianesimo e l'ateismo? Può
esistere un maggiore contrasto fra l'essere cattolici e l'essere
scomunicati, come lo furono i comunisti da Pio XII? Certo
che no: e tuttavia la cosa è sembrata possibile. Anzi,
è stata vista come un traguardo. Una ricucitura dell'Italia
da sempre spaccata in due. Da questo fenomeno si potrebbe dedurre
che le convergenze sotterranee sono a volte più significative
delle differenze evidenti e che comunque, per accordarsi,
basta la volontà di accordarsi.
Nel
caso dei Radicali e della Cdl le affinità sono
per giunta numerose e sostanziali, soprattutto in campo
economico. Difficile è il rapporto con l'Udc,
un partito cattolico, mentre i Radicali sono risolutamente
laici ed occasionalmente anticlericali. Ma basterebbe
la buona volontà, basterebbe affermare che ci
si accorda sulle convergenze, lasciando piena libertà
nelle divergenze che riguardano le questioni di coscienza,
e ci sarebbe spazio per un'alleanza che rimane largamente
possibile.
Diverso
è il giudizio di opportunità. Duole dirlo,
soprattutto per chi di cuore è in sintonia
con loro, ma forse la risposta è no. I Radicali
non sono nati per stare in gruppo. La loro vocazione (altro
che meretricio!) è la mancanza di realismo e la più
totale indipendenza. Una favola mille volte ripetuta parla
di uno scorpione che chiedeva ad una rana di traghettarlo
dall'altra parte dello stagno, ottenendo un rifiuto, visto
che gli scorpioni sono pericolosi. Ma la rana si lasciò
convincere e purtroppo, arrivati a metà del viaggio, l'aracnide
la punse. "Perché l'hai fatto? si dolse la poverina,
agonizzante. Ora morirai anche tu!" "Non posso farci nulla, rispose
l'altro: sono uno scorpione".
I
Radicali, nella Cdl, finirebbero col creare problemi;
porrebbero condizioni irrinunciabili; denuncerebbero
mille volte gli alleati all'opinione pubblica;
farebbero danno a se stessi e alla coalizione, se pure con le
migliori intenzioni del mondo.
Come
lo scorpione, non possono farci nulla.
Gianni
Pardo, 16 gennaio 2005
GIROTONTI
"L’Unità ha pubblicato un appello
straziante e straziato a Prodi, firmato da Flores D’Arcais
(clicca qui per il
testo dell'appello), che comincia così:
«Caro Romano, rompi gli indugi, fatti leader».
Un vero grido di dolore ripetuto undici volte. Le ragioni
dell’appello sono presto dette: «Caro Prodi, finora
ti sei rivolto ai partiti del centrosinistra, anzi ai loro dirigenti.
Ma questi dirigenti non ti vogliono come leader, ti vogliono
come candidato: non è affatto la stessa cosa». Flores
spiega la differenza e invita il suo Romano a farsi leader
fottendosene dei partiti che lo vogliono solo candidato. E scrive:
«Elenca anzitutto, senza reticenze, i poteri che tutti i
partiti devono riconoscere ad un leader democraticamente eletto»
- come e da chi? «…direttamente ed esplicitamente presso l’elettorato
potenziale». Tra i poteri quello di avere «l’ultima
parola sulle candidature nei collegi». E attenzione alla
purezza di chi rappresenta il riformismo del centrosinistra.
Pierfranco Pellizzetti, sulla rivista di Flores, si chiede infatti
perché «Morando e Debenedetti non si iscrivano a
Forza Italia». Con i poteri assoluti, Flores potrebbe
suggerire a chi si è fatto leader di trasferirli d’autorità
nel partito di Berlusconi."
(dal Riformista, EMANUELE
MACALUSO)
DARDO GERARDO
Vederlo, ieri sera ospite di Ferrara a 8 emmezzo,
pubblicizzare il suo nuovo libro lo rendeva quasi
umano: un esempio perfetto di marketing del giustizialismo
all'italiana.
Stiamo parlando del migliore di tutti loro, si,
insomma, stiamo parlando di Gerardo D'Ambrosio,
altrimenti chiamato "la notte della democrazia".
Comunque è ben strano. Mentre nel resto del
mondo chi si fa storico della "storia" non è
mai il protagonista della storia stessa ma sempre
un terzo, qui sono gli stessi protagonisti
della storia che vengono chiamati a ricostruire e giudicarsi
e... tutti zitti.
Già l’altra sera Antonio Di Pietro, ospite
di Vespa a Porta a Porta, c’aveva dato un buon esempio
di come il lupo riesce a trasformarsi in agnello.
In verità, questi ex magistrati, ora in
pensione o in parlamento, la sanno raccontare e vien
quasi da applaudire sentendo la loro rava e la loro
fava.
Ed è un guaio. Se, per caso o per sventura,
sei capitato sotto l’inquisizione di questi
signori del diritto e del rovescio... no che non
ti basta esserne uscito alla fine assolto. No, tu comunque
devi subire ancora l’oltraggio di sentirli, in
TV e sui media, apostrofarti come "condannato"
e "colpevole", anche se assolto in via definitiva.
E’ già successo con Giancarlo Caselli che continua
a definire "amico dei mafiosi" l'assolto
Giulio Andreotti; è successo anche ieri
sera.
Si parlava del processo per le tangenti alla Guardia
di Finanza che ha visto coinvolto Silvio Berlusconi
.
Riassumiamo la vicenda. Nel maggio del 2000, dopo
oltre cinque anni di accanimento giudiziario, la
corte d'appello di Milano assolve il leader del Polo
dall'accusa di aver corrotto la Guardia di Finanza.
La sentenza, per molti, rappresenta la conferma
definitiva che ai danni del Cavaliere è stato applicato
un perverso teorema politico-giudiziario diretto, prima
ad eliminarlo come capo del governo, e poi a delegittimarlo
come guida dell'opposizione. Non va dimenticato che l'avviso
di garanzia per le tangenti alla GdF venne recapitato all'allora
presidente del Consiglio nel corso del "vertice internazionale
sulla criminalità" e segnò l'avvio della campagna
che portò alla caduta del governo di centrodestra
che aveva trionfato alle elezioni del marzo 1994.
In verità, per alcuni reati era scattata
la prescrizione del reato, per altri l'assoluzione
recitava "per non aver commesso il fatto".
Poi, se non bastasse, in Cassazione - passati 7
anni!- respingendo il ricorso dell’allora PM Colombo,
quelle assoluzioni per prescrizione
vennero trasformate in piene assoluzioni, clicca qui per il testo
della sentenza.
Dunque, e non ci possono essere se o ma, per Berlusconi
assoluzione piena.
Bene, D’Ambrosio ieri sera insisteva: Berlusconi,
per le tangenti alla Guardia di Finanza,
assolto solo per via delle prescrizioni.
E non c'è stato verso. E noi stessi, poveri
spettatori, siam stati presi nell'angoscia del
non dover credere ai nostri propri occhi.
(cp, 15-01-2005)
Googlebombing
Il googlebombing (ovvero "bombardare
Google") è la tecnica usata per sfruttare
una caratteristica del motore di ricerca Google
in base alla quale viene attribuita importanza ad
una pagina in rapporto a quanti link verso essa si
trovano all'interno di altri siti web.
Perchè il googlebombing funzioni, occorre
che nel maggior numero di siti (solitamente
blog), si inserisca la parola chiave col collegamento
ipertestuale verso la pagina che si vuole colpire.
Già molti siti ben orientati nell’area
noglobal e di sinistra hanno usato questa
tecnica, negli Usa contro Bush, qui in Italy contro
Bossi o Berlusconi.
Contro la monotonia
dei soliti, con un
minimo di organizzazione potremmo verificare se la cosa
funziona anche con altri politici.
Avanti, fatevi sotto, tra i vari
blog amici chi vuol giocare al giochino del
googlebombing?
Fecondazione:
bocciato il referendum totalmente abrogativo
(Ansa)
ROMA - La Corte costituzionale ha dichiarato ammissibili
quattro dei cinque referendum sulla procreazione assistita,
escludendo quello sulla abrogazione totale della legge,
proposta dai radicali.
I referendum ammessi sono dunque quelli che prevedono
l'abrogazione parziale del provvedimento,
in particolare dei punti che si riferiscono al
limite alla ricerca clinica e sperimentazione sugli
embrioni; alle norme sui limiti all’accesso; alle norme
sulla finalità, sui diritti dei soggetti coinvolti
e sui limiti all’accesso; al divieto di fecondazione
eterologa.
Ora spetta al presidente della Repubblica indire
la consultazione popolare sui quattro referendum.
Si voterà una domenica tra il 15 aprile e il 15
giugno. In base all'articolo 75 della Costituzione, un
referendum abrogativo può dirsi approvato se
alla votazione partecipa la metà più uno
dei cittadini elettori (il cosiddetto quorum) e se viene
raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.
Commento di Marco Pannella:
''Sulla bocciatura del nostro quesito
referendario sulla procreazione assistita da
parte della Consulta avrei scommesso. E la motivazione
di questa bocciatura e' prevedibile e semplice: quella richiesta
di abrogazione e' radicale e, cosa ancor piu' grave, perfettamente
costituzionale''. Cosi' il leader storico
dei Radicali Marco Pannella commenta la decisione
della Corte Costituzionale circa l'ammissibilita' dei
quesiti referendari sulla procreazione assistita. Pannella,
raggiunto telefonicamente dall'Ansa a Strasburgo,
lancia una stoccata alla Consulta. ''Per illustrare la
storia politica di questa Corte Costituzionale - osserva -
occorrerebbe il pennello di Goya: quei giudici sono davvero
degni dei suoi mostri...''. Infine, l'europarlamentare radicale
sottolinea che ''dei quattro referendum dichiarati ammissibili
tre sono stati redatti per incarico dei Radicali; dunque,
dei quattro che abbiamo presentato, la Consulta ha accolto
tre referendum''.
Radicali Italiani:
come perdere un congresso e vincere la partita
• Dichiarazione di
Benedetto Della Vedova, membro della Direzione di Radicali
Italiani
<<Gli accordi nelle singole regioni tra CDL
e radicali di cui ha ieri parlato Silvio Berlusconi
possono e devono essere il risultato e non il punto
di partenza del dialogo tra Radicali e il leader della
maggioranza proposto da Marco Pannella.
Pannella ha individuato come terreno di confronto
la necessità di operare per assicurare il rispetto
della legalità nelle prossime elezioni regionali,
evidenziando il fatto che, qualora raggiunto su questa
base, l'accordo tra Cdl e radicali avrebbe rilievo
politico nazionale, proiettandosi inequivocabilmente
anche sulle elezioni del 2006. La proposta radicale
- forse inattesa per alcuni interlocutori sospettosi
- ha dunque una sua semplicità, una sua forza ma
anche una sua urgenza, alla quale sono fiducioso Silvio
Berlusconi saprà corrispondere. Va da sé
che, in caso di un accordo, il primo effetto sarebbe il
sostegno radicale ai candidati governatori della Cdl alle
prossime elezioni regionali.
Per assicurare nei tempi necessariamente ristretti
un dialogo proficuo - e pur comprendendo la delicatezza
del momento - ritengo indispensabile che si
arrivi al più presto ad un incontro tra una delegazione
radicale guidata da Marco Pannella ed Emma Bonino e Silvio
Berlusconi.>>
PS: A Jimmomo non piace
"come perdere un congresso
e vincere la partita>" e qui
dice la sua. Anche Benedetto Della Vedova qui dice
la sua.
Avanti miei
Prodi!
Questa è una storia di provincia. Ve la
racconto tale quale l'hanno raccontata i giornali locali. Siamo
a Parma, c'è da rinnovare la presidenza
delle Fiere di Parma Spa e sostituire
il presidente Domenico Barili, ex direttore generale marketing
della Parmalat, attualmente rinviato a giudizio nell’ambito
delle indagini sul fallimento dell’impero
economico facente capo a Callisto Tanzi.
Come d'uso in questi enti a partecipazione
pubblica, presidenti e consigli d'amministrazione
sono equamente spartiti tra i vari partiti di maggioranza
in Provincia (guidato dal centro sinistra),
Comune (guidato dal centro-destra) e Confindustria.
Da tempo, la Margherita, partito di maggioranza
in Provincia a cui in questa tornata spetta,
come da "manuale Cencelli", la Presidenza
della fiera, ha la sua proposta: Alfredo Alessandrini,
un professionista da circa due lustri
membro dello stesso Consiglio d’amministrazione
della Fiere Spa e attuale direttore generale della
Provincia di Parma. Tutto nero su bianco (c'è
pure un documento ufficiale della Margherita) , semplice,
lineare, spartitorio... ma c'è Romano Prodi.
Romano Prodi ha un pupillo: Franco Boni,
un ex dirigente della Bormioli spa. Al pupillo prodiano,
per diventare candidato ufficiale, basta
una telefonata del suo sponsor. Drinnn! Alessandrini
viene messo da parte. Alla presidenza
delle Fiere di Parma - ufficializza il Presidente della
Provincia, il diessino Bernazzoli -
deve andare Franco Boni. Una scelta in aperto
contrasto con la designazione formulata dalla Margherita
di Parma, anzi, "una vera e propria prevaricazione",
dichiara alla stampa un inviperito assessore provinciale
della Margherita, "dettata da regole verticistiche
se non nepotistiche"
Come? "Regole verticistiche se non
nepotistiche"... Ma che significa?
Significa che: "Franco Boni non solo
è amico ma è anche parente di
Prodi".
Parole chiare e pesanti, ma non succede nulla
se non che l'assessore margaritino viene zittito
non solo dalla sua maggioranza ma anche dai
vertici dalla stessa Margherita.
In questa confusione cosmica-comica-parentale
il sindaco di Parma, che è uno sveglio,
coglie l'occasione e propone di affiancare
al parente di Prodi un manager con le contropalle
come Giorgio Orlandini, ex direttore della
Confindustria locale.
Si attendono sviluppi, per ora a guidare
le Fiere di Parma Spa rimane l'uomo di Tanzi.
(cp, 12-01.2005)
PUNTI DI SVISTA
Ocse: crescita, l'Italia batte i big, la nostra
economia corre più della media. E’
notizia di questi giorni, la crescita nella zona
Ocse continua a dar segni di rallentamento ad eccezione,
tra i G7, di Italia, Gran Bretagna e Giappone. A novembre
il superindice per l'intera zona ha registrato un
più 0,2 a 103,4 punti ma il suo tasso di variazione
ha accusato una flessione dello 0,1 a 0,8%. L'economia
italiana registra invece una crescita dello 0,5 a 98,9
punti e un balzo del suo tasso di variazione da meno 0,3
a più 0,7%.
Di fronte a questi dati il segretario dei Ds Fassino
dichiara oggi all’Adnkronos: ''E' la politica
economica di questo governo che non fa crescere
il Paese''.
L'ANNESSIONE
Come si sa, il diritto si distingue dalla
morale, fra le altre cose, perché cogente.
Per recuperare la mia proprietà è raro che
sia sufficiente dire al ladro "è male che tu m'abbia
rubato quell'oggetto, ridammelo": per riottenerlo
è necessaria la forza pubblica. La legalità
è assicurata dallo Stato che dispone d'una forza da
far valere nei confronti dei singoli.
Purtroppo, nell'ambito internazionale, il diritto
non ha questa caratteristica essenziale:
non è cogente. Non esiste una forza pubblica
superiore, indipendente e neutrale, che in caso
di contrasto lo applichi, e infatti la sua massima
fondamentale, sin dall'epoca antica, è pacta
sunt servanda. Questo mette i trattati quasi
sul piano dei doveri morali.
Gli Stati hanno il dovere di tener fede ai patti
e ai trattati sottoscritti: ma se non lo fanno,
quid iuris? La risposta è semplice: se sono
abbastanza forti, non gli succede assolutamente nulla.
Come disse Bismarck, in questo caso "i trattati
sono pezzi di carta". Se sono deboli, possono essere duramente
puniti o anche invasi. In fondo, tuttavia, che un paese
abbia ragione o torto - come nella favole del lupo e dell‚agnello
- ha poca importanza: si pensi all'innocente Kuwait
nel 1990.
Dire che un paese ha o non ha il diritto d'annettersi
un territorio è una frase che non ha senso.
Il nuovo territorio quel paese se lo terrà
se ha la forza di tenerselo, lo perderà se non ha la
forza di tenerselo. Si pensi alla Cina col Tibet. L'eventuale
dichiarazione d'illegittimità, da parte
d'un terzo o anche d'un organismo internazionale, lascia
assolutamente il tempo che trova. Non pesa più della
frase detta al ladro: "è male che tu m'abbia rubato
quell'oggetto".
Persino all'interno d'un dato Paese,
l'importanza dello stato di fatto è dimostrata,
dalla protezione accordata dall'ordinamento giuridico
alla realtà effettuale, al di fuori d'ogni astratta
legittimità. Gli istituti dell'usucapione e
della prescrizione, e anche il semplice principio
che "in materia di mobili il possesso vale titolo",
confermano che per lo Stato ex facto oritur ius.
Dunque il diritto internazionale non esiste?
Certo che esiste: finché si vuole che esista.
Se due paesi firmano un trattato per regolare i loro
rapporti commerciali o l'estradizione dei delinquenti,
ecco che fra loro si applica il diritto nascente
da quei testi. Ma rimane vero che, mentre le norme
si applicano più o meno scrupolosamente per queste faccende
particolari, nessuna norma si applica più
se un paese decide di dichiarare guerra o - visto che la
dichiarazione non s'usa più - passa direttamente
a vie di fatto.
Dire dunque che un paese che ne invade un altro
o se lo annette viola il diritto internazionale
è, in totale, una perdita di tempo. Non nel
senso - se per esempio esisteva un trattato di reciproca
non aggressione - che non si sia violata una norma:
ma nel senso che violare le norme, in campo internazionale,
non comporta sanzione. La "legge" internazionale
è giuridica fino ad un certo punto e vige finché
uno Stato decide di obbedirle. In sé, il diritto
internazionale è inefficace. Anzi, dopo che lo si
è violato, presto esso stesso dopo avalla il cambiamento
dello status quo e lo incorona nuovo diritto. Quando
la Germania, nel 1870, invase e si annetté l'Alsazia,
si può dire che violò il diritto internazionale.
Ma, certo, nel 1890 o nel 1900, chi avrebbe (salvo
gli irredentisti francesi) parlato d'illegittimità
dell'appartenenza della Alsazia alla Germania? Ormai era un
fatto acquisito e divenuto legale. Poi, con la Prima
Guerra Mondiale, la Francia recuperò la Alsazia e la
situazione si ribaltò. Poco importa se l'Alsazia facesse
parte, come nazione, della Francia o della Germania: di
fatto essa è appartenuta ad ambedue i paesi ed ambedue
i paesi ne hanno reclamato il dominio allegando d'avere
per ciò buone ragioni. Per venire a tempi più
recenti, abbiamo avuto il Vietnam del Nord che s'è annesso
il Vietnam del Sud, fino a farne dimenticare l'esistenza.
Forse si sente dire, in giro, che il dominio di Hanoi su
l'ex-Saigon è illegale?
Il fatto è che tutta la storia è piena
d'invasioni e d'annessioni, violenze che, col
tempo, hanno perso il loro nome per divenire ovvietà
legalizzate. L'Impero Romano non è forse il risultato
d'una seria d'annessioni? O Roma fu soltanto un
centro d'illegalità? Soltanto un motivo di
scandalo per i moderni professori di diritto internazionale?
A chi mi scrive, avendo io affermato che Israele
avrebbe potuto annettersi i territori occupati:
"Quindi, secondo Lei, se un paese attacca un altro
e ne conquista le terre ne diventa il legittimo proprietario?
Lasci perdere il diritto internazionale che Lei
dimostra di non conosce affatto!" rispondo che effettivamente
sono abbastanza ignorante, di diritto internazionale.
Ma è strano che me lo rimproveri uno che non conosce
né il diritto internazionale né i rudimenti
di storia.
Gianni Pardo
Massima
del giorno
Finché tutto va bene, prevale l'uso.
Quando succede un guaio, tutti si ricordano
delle leggi.
G.P.
MOLLICHINE
Vietato fumare. Una questione futile,
come la Secchia Rapita o la lite (Gulliver) sul lato
dal quale aprire l'uovo. E per questo fonte di guerre.
Hamas accusa Abu Mazen di "pugnalare alla schiena
la resistenza palestinese". È sdegnata.
Mai essa colpirebbe a tradimento.
Prodi: "non si faccia la lista unitaria in nessuna
regione se non si condivide fino in fondo il
disegno politico dell'Ulivo". Ma la difficoltà
è un'altra: conoscerlo.
Di Pietro a Ciampi: "Nessuno con precedenti
giudiziari sieda ai vertici delle istituzioni".
L'essere stato magistrato è un precedente
giudiziario?
Abu Mazen promette "la creazione dello Stato
palestinese con Gerusalemme capitale".
La capitale d'Israele sarà spostata a Gaza.
La Cia (e il capo George Tenet) "non hanno impiegato
sufficienti risorse" per prevenire gli
attacchi alle Torri gemelle. Finalmente conosciamo
i responsabili dell'attentato.
Prodi: "Non ci sono tensioni nella Gad,
solo serie riflessioni". E in fondo lo tsunami
non è che un po' d'acqua alta.
Carlo Fucci (segr. dell'Anm) sul messaggino.
"Anch'io l'ho inviato? Sono fatti miei".
Come disse il pedofilo che rispediva fotografie
pornografiche.
Boccassini e Colombo ingiustamente accusati
per il segreto sul fascicolo 9520. Perché
ingiustamente? Che domande!
Il p.m. di Bologna: "Verificheremo le condizioni
di lavoro dei macchinisti". Nel frattempo
i sindacati aggiorneranno i codici.
Gianni Pardo, 11-01-2005
“VADO A
DESTRA” ?
Per chi da anni auspica una nuova intesa tra
radicali e centrodestra, la “svolta” annunciata
in questi giorni da Pannella suona un po’ come
per un fan dei Genesis un annuncio di Peter Gabriel
di fare un nuovo tour con Phil Collins.
L’aveva detto qualche giorno fa il solito instancabile
Benedetto
della Vedova: «la proposta
avanzata da Berlusconi di allargare la Cdl ai Radicali
è un dato importante e da valorizzare.
Se anche fosse un bluff, credo dovremmo andare a verificare».
L’ormai consueto canovaccio avrebbe previsto
a questo punto che Pannella coprisse il “maledetto
Benedetto” di contumelie.
E invece Pannella,
stavolta, sembra proprio aver deciso di andare a
“vedere” le carte del Berlusca; e senza nemmeno affrettarsi
a “rilanciare” ponendo condizioni esorbitanti.
Lo conferma in un’intervista pubblicata oggi sull’Unità
con il titolo “VADO A DESTRA. PER LA SINISTRA SIAMO PEGGIO
DEI FASCISTI”, nella quale il nostro sfodera la
seguente panoramica:
“da almeno sei mesi sono arrivate delle prese
di posizione pubbliche da una pletora di esponenti
della maggioranza, a cominciare dalla massima
autorità istituzionale di Forza Italia a
parte Berlusconi, il coordinatore nazionale Bondi.
Ha parlato di alleanza tra CDL e partito radicale
anche un ministro di AN come Gasparri. Di recente, abbiamo
avuto lo stesso Presidente del Consiglio che nella conferenza
di fine anno ha detto di auspicare un accordo, e lo
propongono presidenti di Regione, come Ghigo”.
E in effetti, “la massima autorità istituzionale
di Forza Italia a parte Berlusconi” gli fa
eco dalle colonne del Giornale definendo “utile,
opportuno, necessario” un accordo “per il federalismo,
per la giustizia giusta, per la liberalizzazione
dell’economia e contro l’invadenza dello Stato e per una
politica estera che fa dell’ancoraggio ai valori dell’Occidente
la sua stella polare”.
Degna di nota anche l’indiscrezione di Media Quotidiano, che ieri
pronosticava:
“accordo per le elezioni regionali, con l'inserimento
di un esponente radicale per regione nei
"listini" che accompagnano le candidature degli
aspiranti presidenti di regione e in caso di vittoria
garantiscono l'elezione a consigliere regionale;
patto di desistenza alle politiche 2006 per permettere
l'ingresso in Parlamento di dieci esponenti radicali
(sette alla Camera, tre al Senato) di cui già
circola una lista: Marco Pannella, Emma Bonino, Daniele
Capezzone, Benedetto Della Vedova, Marco Cappato, Luca
Coscioni, Rita Bernardini, Gianfranco Dell'Alba, Olivier
Dupuis, Maurizio Turco”.
..e che oggi rincara la dose:
“il Cavaliere sta cercando di utilizzare
anche la questione della nomina di Emma Bonino
a commissario per gli aiuti alle popolazioni
colpite dallo tsunami per ricostruire un terreno di
confronto”.
Da aggiungere al presepe anche il fatto che
in queste ore la
Lega (la componente della
CDL meno compatibile con i radicali) sembra
seriamente intenzionata a correre da sola.
Ci sarebbe di che gongolare, se non ci fosse
a trattenerci il ricordo di quanto avvenne esattamente
5 anni or sono (gennaio 2000): qualche giorno
di annunci eclatanti, a partire dalla proposta, dalle
colonne del Corriere della Sera, di un “ticket Bonino-Berlusconi”;
e poi il nulla di fatto, ed il conseguente solingo flop
dei radicali alle regionali, con annesso psicodramma “interno”
protrattosi fino a ieri (e forse mai risolto).
Si accettano pronostici.
(ale tap, 11.01.05)
Voglio questo
e voglio quello!
Il lupo perde il pelo ma non il vizio e
in questo giorno di elezioni nei territori palestinesi
abbiamo visto il pellegrinaggio degli osservatori
internazionali che pare non abbiano fatto granche'
se non andare a sbattere i tacchi e i tacchetti
davanti alla tomba del defunto e a rilasciare dichiarazioni
di ammirazione per quello che molti definiscono stupidamente
"grande esempio di democrazia" per tutti i popoli arabi.
Oltre al prosciutto sugli occhi questi osservatori
hanno anche qualche tappo nelle orecchie
poiche' non hanno visto ne' sentito gli spari
dei gruppi di palestinesi in giro per le varie citta'
in cui si votava.
In quale democrazia si va a votare sparando?
Ci sono state minacce, ricatti, brogli, gruppi
di giovinastri appartenenti a organizzazioni
varie che andavano di casa in casa a "consigliare"
il voto col Kalashnikof in spalla.
Abbiamo persino visto giovani e meno giovani
entrare nei seggi elettorali armati fino
ai denti e questo insano particolare ha fatto esclamare
a una romantica osservatrice italiana "che fierezza".
Altro che prosciutto sugli occhi, siamo di
fronte a un vero e proprio transfer psichiatrico,
un amore folle per questo popolo prima inventato
e poi adottato dagli europei per poter rompere meglio
le scatole a Israele.
Alcuni media italiani, per non venir meno
al loro imperituro odio, hanno scritto le solite
bugie, hanno avuto la sfrontatezza di informare
l'ignaro pubblico italiano, costretto da sempre a
bere le piu' grandi palle giornalistiche, che Israele
impediva il normale flusso verso i seggi elettorali
quando Israele si era gia' ritirato, come promesso,
da tutte le citta' palestinesi e, semmai, era di aiuto
per i famosi osservatori che non sapevano bene cosa
dovevano osservare.
Non hanno mai scritto pero' , questi
stessi giornali, delle provocazioni cui i vari gruppi
terroristici hanno sottoposto Israele, tirandolo per
i capelli, nella speranza di far scoppiare un incidente
che avrebbe fatto saltare le elezioni dando tutta la colpa,
come sempre, a Sharon e a Zahal.
Attentati, bombardamenti su Sderot, sui Kibbuzim
della zona e insediamenti vari, soldati ammazzati
e, gravissimo, l'attacco degli hezbollah al confine
col Libano, un'aggressione pericolosissima quanto
inutile rimasta nei limiti solo grazie al sangue freddo
di Israele.
Tutto e' successo , in escalation, in quest'ultima
settimana, tutto per ottenere una reazione
israeliana, tutto per ritornare al caos tanto
caro al defunto, ai suoi protetti e a qualche paese
arabo interessato a null'altro che all'annientamento
di Israele, il nemico sionista.
E' questo che il mondo chiama "grande esempio
di democrazia"?
Si certo, i palestinesi sanno cosa sia la
democrazia, ne sentono l'odore che arriva
da Israele ma non sanno bene come si ottenga ne'
come si pratichi, per troppi anni sono stati sotto il
giogo di una delle dittature piu' feroci al mondo e non
credo proprio che possa bastare una votazione per trasformare
in democratica e civile una popolazione che fino a ieri
smembrava esseri umani colle mani nude e portava i bambini
a tagliuzzare, con i coltellacci da cucina, i cadaveri
penzolanti dai lampioni o saltellava di felicita' alla notizia
di una trentina di ragazzini ebrei fatti a pezzi da un
kamikaze.
Deve passarne di acqua sotto i ponti per lavare
tutta la barbarie e tutto il sangue di cui
si sono macchiati.
Abu Mazen ha vinto, tutto come da copione.
Certo e' il meno peggio ma anche il demonio
sarebbe stato meno peggio del defunto che giace
la' a Ramallah dove vanno a sbattere tacchi e tacchetti
i suoi ex ammiratori e ammiratrici.
Abu Mazen ha vinto, parla di pace, la sua pace
che pretende Gerusalemme Capitale e Israele
dietro i confini del 67.
Sara' dura, signor erede del defunto, se,
a fronte della buona volonta' israeliana di
creare dolore e disperazione portando via gli
ebrei dalle loro case e dalle loro aziende e dalla
sabbia che hanno amato tanto da farne spuntare
fiori, lei non sara' in grado di ammorbidire le sue
posizioni ...sara' dura.
Forse lei, dopo tanti anni passati all'ombra
del defunto, si sara' convinto che Gerusalemme
sia una citta' palestinese ma si sbaglia. Non lo
e' mai stata, semmai e' stata per 20 anni giordana,
per il resto dei suoi 3000 anni di storia Gerusalemme e'
stata ebraica e che vi vivano degli arabi non ne fa una
citta' palestinese, anzi, ho il dubbio che i cittadini
arabi della Citta' facciano ogni mattina gli scongiuri
perche' questo non avvenga mai.
Tanti auguri, Abu Mazen, si ricordi pero'
che prima di dire "voglio questo e voglio quello"
il suo compito , molto duro, sara' di riportare
milioni di palestinesi, resi belve dal suo predecessore,
allo stato di esseri umani.
Buon lavoro.
Deborah Fait, 11.01.2005- informazionecorretta
FUMO
Sono un moderato fumatore. Non sempre
è stato così, ma da anni mi son dato
una regola: due o tre Ms, solo dopocena.
Comunque, della legge
contro il fumo
Poi, se c'è libertà per il fumatore
di poter fumare, c'è anche quella del non
fumatore di non farsi affumicare... e, in una società
liberale, basterebbe mettersi d'accordo, tra singoli.
In realtà, fumo o non fumo, quello
che disturba è lo stato impiccione
e moralista. passivo che è da ieri operativa,
non ho una grande opinione. Questione di libertà:
libertà di scelta. E meno male
che non ci governano, credo, i comunisti.
(cp, 11.01.2005)
IGOR MAN
Di solito gli articoli di Igor Man dimostrano
un'innegabile parzialità pro-araba. Nel
recente articolo del 10 gennaio, sulla Stampa, egli tuttavia accoppia
alla parzialità espressioni italiane discutibili.
Da principio parla d'un "popolo palestinese
cui è stata confiscata la terra e, dunque,
la patria". Dimenticando di dire che se, nel 1948,
i giordani, i palestinesi e i loro alleati non si fossero
scagliati contro Israele con l'intenzione di cancellarlo
dalla carta geografica (malgrado la volontà dell'Onu
e perfino dell'Unione Sovietica), e se non avessero replicato
il tentativo nel 1967, nessuno gli avrebbe "confiscato"
un bel nulla. Anzi, nessuno gli avrebbe impedito di godere d'un
loro Stato di cui erano già stati disegnati i confini.
Israele è stato costantemente l'aggredito e mai l'aggressore.
E non ha confiscato nessuna terra, anche se per diritto internazionale
avrebbe potuto farlo: si chiama annessione. In realtà
ha solo occupato la West Bank solo per essere sicuro che essa non
costituisse il trampolino di partenza di un'altra guerra
d'annientamento nei proprio confronti. E oggi, se gli fosse
garantita la pace, sarebbe felice d'abbandonarla.
Scrive poi Man che "Il grigio Abu Mazen non
è l'uomo di domani ma (forse) quello giusto
in questo presente corrusco". Escludendo che il
giornalista volesse parlare d'un presente splendente,
per i palestinesi, bisogna concludere che Man confonde
corrusco (splendente) con corrucciato.
Abu Mazen dovrebbe raggiungere "un realistico
compromesso tra il patto leonino della
Destra israeliana e il sogno, palestinese, del ritorno
a Gerusalemme". Il patto leonino d'Israele è quello
d'essere lasciato vivere in pace, senza sanguinosi
attentati a carico di innocenti, colpevoli solo di
prendere un autobus per andare al lavoro.
Secondo Man, pare che Arafat "oramai non credesse
più di tanto alla <pace dei bravi>
della quale si riempiva la bocca". L'espressione
"paix des braves" è di De Gaulle, che l'usò
a proposito della guerra d'Algeria. Volendo tradurla,
non bisogna dire "pace dei bravi" (a scuola?), ma
"pace dei valorosi", visto che brave in francese
significa "coraggioso in combattimento, dinanzi
al nemico" (Robert).
"L'ultimo Arafat giuocava l'illusione". Man
desidera giocare al purista e si dà
la zappa sui piedi. Il dittongo mobile si ha quando
su di esso ricade l'accento (giuòco, dièci,
suòno), e sparisce quando l'accento ricade
altrove: giocare, decina, sonata. La regola
ovviamente non sempre è rispettata: tutti dicono
il "gioco" e non il "giuoco". Come nessuno più dice
figliuolo e tutti dicono figliolo. Si sarebbe dunque potuto
tollerare, da parte di Man, il pedante "giuoco", ma
giuocava è sintomo di scarsa conoscenza della
lingua accoppiata alla pretesa di elegantiae per le quali
non si è attrezzati.
Abu Mazen rischia d'ottenere "una pace camuffa".
Aspettiamo la traduzione.
"Sharon però gli fa sapere che si può
aprire la Road Map soltanto dopo ch'egli,
Abu Mazen, avrà messo la mordacchia ai terroristi".
La mordacchia era un aggiuntivo strumento di pena
per i condannati a morte, in modo che non potessero parlare
sul patibolo. Invece Sharon non desidera limitare le
parole dei terroristi, desidera impedire le loro azioni;
poi non si vede perché Igor Mann tratti i terroristi
come condannati a morte su cui si infierisce, mentre
fino ad oggi sono loro quelli che hanno ammazzato gli altri.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, 10 gennaio
2005
Far carriera
da ecologisti (nelle multinazionali)
Lord Peter Melchett, già direttore di
Greenpeace in Gran Bretagna, arrestato due
anni fa per aver distrutto un campo coltivato con
sementi geneticamente modificate, è passato
ora dalla parte delle ditte multinazionali produttrici
di transgenici. E da noi Chicco Testa non manifestava
contro l’Enel prima di diventarne presidente? E Anna
Donati, dopo aver manifestato contro le linee ad alta
velocità non è andata a ricoprire la sedia del
Consiglio di Amministrazione delle Ferrovie?
Clicca qui per
leggere l'interessante articolo di Antonio
Gaspari di Tempi
Pensiero
unico? E' quello no-global
Pubblicano come oggetti di culto tutti i libri
del filone no-global, ignorano i testi che
hanno una visione non catastrofista della globalizzazione.
Sono le case editrici italiane
E' interessante un libro dove si spiega che
attuare i Protocolli di Kyoto sulla riduzione delle
emissioni di gas ad effetto serra è uno spreco
colossale di risorse, perché servirebbero solo
a dilazionare di 6 anni, dal 2094 al 2100, l’aumento
di temperatura del pianeta di 2,1 gradi centigradi, allo
spropositato costo di 150 miliardi di dollari all’anno?
Sì, sembrerebbe interessante. Ed è
interessante un libro che rimbecca i malthusiani (cioè
quelli che, come Giovanni Sartori e Alberto Ronchey, sostengono
che la crescita economica non può tenere dietro all’aumento
della popolazione in atto) mostrando che nell’ultimo quarto
di secolo i tassi di fecondità nei paesi più popolosi
del Terzo mondo si sono dimezzati, e che già quasi la metà
della popolazione mondiale vive in paesi a crescita sotto zero, cioè
dove il tasso di fecondità è inferiore a quello necessario
per il rimpiazzo generazionale, cioè 2,1 figli per
donna? Sì, dev’essere davvero interessante. Vale la pena
di leggerli, questi libri. Però se siete italiani avete un
paio di problemi: dovete leggere correntemente l’inglese e, se
volete procurarvi il testo rapidamente, pagherete una bella
cifra in costi di spedizione. Perché i due testi in questione,
The Skeptical Environmentalist di Bjorn Lomborg il primo,
Riding the Next Wave scritto da un pool di ricercatori dell’americano
Hudson Institute il secondo, non sono stati ancora pubblicati in
italiano. Peccato, perché si tratta di due dei pochissimi
studi sui temi della globalizzazione che si distaccano dal coro
catastrofista no-global-malthusiano-anticapitalista.
Coro che invece trova sempre pronte alla traduzione e al lancio
nelle grandi librerie le case editrici italiane non appena si
profila una novità: No Logo di Naomi Klein, scritto
nel 2000, nel 2001 aveva già la sua bella traduzione
italiana presso Baldini e Castoldi; I nuovi schiavi. La merce
umana nell’economia globale di Kevin Bales è apparso in
inglese per la University of California Press nel 2000 e nello
stesso anno l’ha pubblicato in Italia Feltrinelli; anche
Una strana dittatura di Viviane Forrester, l’autrice de L’orrore
economico (1996 in francese, 1997 in italiano), è
apparso in italiano nello stesso anno dell’edizione originale
in francese, il 2000. E quando Jeremy Rifkin (grande esperto in
profezie fallite: in La fine del lavoro, 1995 l’originale, aveva
annunciato la disoccupazione mondiale e in L’era dell’accesso,
2000, il trionfo della new economy) non sforna il suo librone
annuale, si va a pescare nelle rimanenze di magazzino: Ecocidio,
proposto da Mondadori quest’anno, è stato scritto nel
1992.
Tutt’altra musica sulla sponda liberale
e anti-no-global: Hernando de Soto, economista
peruviano, ha avuto la traduzione immediata
da Garzanti (2001) del suo Il mistero del capitale, ma El
otro sendero (1986), il libro che l’ha reso famoso e
in cui propone la sua teoria sul fallimento del capitalismo
nel Terzo mondo per mancanza di tutela legale della proprietà
privata, resta un oggetto misterioso in Italia. Quanto a Lomborg,
il bimestrale Ideazione del marzo scorso annunciava l’imminente
traduzione italiana di The skeptical environmentalist,
ma a tre anni dall’edizione danese e a uno da quella
inglese (Oxford University Press, 2001) non ce n’è
traccia; il Seps, Segretariato europeo per le pubblicazioni
scientifiche costituito da università e istituzioni
culturali europee, ha istituito un fondo per sovvenzionare
una casa editrice disposta a tradurre Lomborg in italiano.
Nel frattempo sarà meglio continuare a prendere lezioni
d’inglese.
di Casadei
Rodolfo
Processo
Sme, azione disciplinare contro pm Colombo e Boccassini
ROMA - Il procuratore generale presso la Corte
di Cassazione ha avviato l'azione disciplinare contro
i sostituti procuratori di Milano Ilda Boccassini e
Gherardo Colombo. La richiesta avanzata dalla procura
generale presso il Csm fa riferimento alla vicenda del
fascicolo 9520, il fascicolo-contenitore da cui presero
origine i processi Imi-Sir/Lodo e Sme.
In particolare, secondo l'accusa, i due magistrati
dovrebbero essere giudicati per aver opposto
il segreto istruttorio sul fascicolo agli ispettori
del ministro della Giustizia Castelli.
(Ansa 10 gennaio 2005)
Barricate,
barricate qualcosa resterà.
L’euforia del martire trasfigura la realtà
in un reality, dove tutto perde consistenza,
certezza di contorno e la vita diventa un mondo esagerato,
pieno di cattiverie, orrori e persecuzioni inaudite.
A questo pensavo mentre finivo di leggere (Corriere della Sera, pagina spettacoli)
l’intervista al noto comico militante Daniele Luttazzi,
in promozione del suo spettacolo in tournée (Bollito
misto con mostarda) e di un suo disco in uscita (Money for
Drope).
Dunque, Luttazzi parla del suo disco, dove canta
dell’eroina che, negli anni ‘70, “fa una
strage” tra suoi amici romagnoli. E oggi? <<Oggi>>
racconta <<siamo alla repressione totale con la legge
Fini: 10 spinelli 20 anni di carcere. Siamo gli unici in
Europa. Tornati indietro di 30 anni>>.
Pardon? La "legge Fini"? Signor Luttazzi, ma
di quale legge parla? S’informi. La “Legge Fini” ...
10 spinelli 20 anni di carcere... la “legge Fini”
non esiste, non è legge dello Stato, anzi, il Parlamento
non l’ha nemmeno discussa.
Ma l’euforia del martire non ha limiti. Ecco -poteva
mancare?- il tormentone: <<Tre
anni fa il presidente del Consiglio, dalla Bulgaria,
intimò: fuori Biagi, Santoro e Luttazzi...>>
con sparata finale: <<... qui ci vogliono le barricate.
Ma ci arriveremo.>>
Doppio, triplo gulp! Tra gli altri, si attendono
sms di solidarietà dal segretario dell'Associazione
Nazionale Magistrati.
(cp, 07-01-2005)
SATIRA (INVOLONTARIA):
E' NATO IL NUOVO CARLO MARX
Alleluia! Per il settimanale francese Le
Nouvell Observator Toni Negri, filosofo
della rivoluzione nell'era della mondializzazione
e teorico dell'«operaio sociale» come nuovo
soggetto rivoluzionario, è uno dei 25 pensatori
contemporanei più importanti, un nuovo Carlo Marx,
Massimo Nava, sulla terza
pagina (!) del Corriere delle Sera
celebra l'evento.
BRAVO ISRAELE!
L'ambasciatore dello Sri lanka
ha ufficialmente ringraziato lo Stato di Israele
e il Popolo di Israele per l'aiuto dato al suo Paese
e alla sua gente dopo la catastrofe provocata dallo Tsunami,
l'onda assassina.
Questa e' la notizia che conclude una vicenda
confusa di cui avevano dato notizia i media
israeliani ed internazionali e che aveva provocato
in Israele molta amarezza, rabbia e delusione.
Israele e' stato, con l'Italia, uno dei primi
paesi ad arrivare nei luoghi del maremoto
con tonnellate di medicinali, cibo, coperte,
medici e tecnici per sentirsi dire "non abbiamo bisogno
di voi, grazie lo stesso".
Pareva si ripetesse la reazione idiota e cinica
comune a tutti i paesi islamici che, di fronte
a catastrofi naturali, rifiutano di accettare l'aiuto
offerto dall'odiato Israele a scapito di chi soffre.
Sembrava impossibile ma il rifiuto c'e' stato
davvero anche se non motivato dal razzismo
tipico dei paesi nemici di Israele, bensi' dall'incapacita'
di reagire, di rendersi conto delle proporzioni
enormi, epocali del maremoto e l'arrivo cosi' tempestivo
di aiuti, con centinaia di uomini, ha spiazzato
e forse anche spaventato le autorita' cingalesi.
Israele continua ad essere presente in quei luoghi
disperati di morte con cibo e medicinali, acqua,
personale medico, il Maghen David Adom e i volontari
di Zaka impegnati a prelevare il DNA da migliaia di
cadaveri. Un bel BRAVO dunque al piccolo Israele per tutto
l'aiuto che sa sempre dare alle popolazioni del mondo,
anche se rifiutato sdegnosamente, anche se in guerra.
Sempre.
Israele non si tira mai indietro, non demorde.
Chi salva una sola vita salva il mondo intero.
A questo punto e' inevitabile fare
un pensierino maligno nei confronti dei paesi arabi
ricchi e galleggianti sul petrolio. L'arabia
Saudita ha mandato meno soldi di quanti ne dava mensilmente
ad Arafat per comprare armi e per ingrassare i suoi conti
in banca; del Kuwait , uno dei paesi piu' ricchi del
mondo, non si ha notizia, idem la Siria, il Libano, gli Emirati
Arabi.
E il Brunei? ha mandato qualcosa il Brunei il
cui Sultano e' capace di perdere milioni di
dollari al Casino' in una sola serata?
Nemmeno Gheddafi ha dato notizie di se' e nemmeno
l'Iran, islamico esattamente come il 70% della popolazione
dell'Indonesia. Zero.
Il mondo arabo, pronto a urlare per i poveri
palestinesi e a mandargli soldi per il terrorismo,
sta in silenzio, uno scandaloso silenzio quando
popoli del mondo , tra cui una buona percentuale di musulmani,
vengono colpiti da catastrofi e i sopravissuti rischiano
di morire per fame e malattie epidemiche come colera,
dissenteria e malaria.
La fratellanza arabo-islamica di cui strombazzano
in continuazione esiste solo quando sono tutti
d'accordo contro Israele, allora si che sono fratelli
nel auspicarne l'annientamento.
Il piccolo Israele e' arrivato sul luogo del
maremoto quando altri paesi del mondo stavano
a guardare senza capire bene cosa stesse I giornali
non hanno ancora scritto una parola sulla scarsa
generosita' dei paesi arabi , nessun media al mondo ne
parla, nessuno che timidamente si chieda "ma come
mai?".
L'ONU vergognosamente ha attaccato gli Stati
Uniti che lo finanziano con 3 miliardi di dollari
all'anno, accusando Bush di tirchieria per i
soli 350 milioni di $ mandati finora ma non una parola
sulla tirchieria e sul cinico silenzio dei paesi arabi
sordi e ciechi alla morte e alla disperazione di tanta
povera gente.
L'Europa raccoglie soldi tra i privati cittadini
sempre generosi e viene spontaneo chiedersi
se la vedova miliardaria di Arafat, da Parigi, ha offerto
una parte del suo appannaggio mensile.
Alla luce di tutto questo e del numero dei paesi
che sta mandando aiuti alle popolazioni colpite
dallo Tsunami, possiamo essere orgogliosi
di Israele e della sua generosita' nei confronti
di Nazioni , come l'Indonesia, che, prima del maremoto,
si compiacevano in manifestazioni i cui slogan
chiamavano sempre e soltanto alla distruzione dello Stato
Ebraico.
Deborah Fait
LA BANDIERA
DEL LIBERISMO
C’è stata o non c’è stata, in questi primi
quaranta mesi del governo Berlusconi, una «svolta
liberista» nell’economia italiana? Come tale, meriterebbe
una risposta altrettanto secca, un «sì»
o un «no», alla maniera anglosassone. A seguire,
le conseguenti argomentazioni. Purtroppo, cultura e tradizioni
italiche (ma anche eurocontinentali), rendono improponibile
un giudizio categorico. Per cominciare: primo, è davvero
«liberista» il leader della Casa delle libertà?
Secondo, c’è mai stata, nel nostro Paese, dall’Unità
in poi, una stagione liberale?
Articolo di Giancarlo Galli pubblicato da Liberal, clicca qui per leggere l'articolo.
Abu Mazen
parla di «nemico sionista»»
Da "La Stampa", articolo di Fiamma Nirenstein
<<"Il nemico sionista"? Ma non esisteva più!
Questa era infatti un’espressione usata dal
mondo arabo come estremo segno di rifiuto, una vendetta
verbale potentemente delegittimante,come dire che
Israele non esiste neppure in quanto nome proprio di Stato.
Questa espressione era stata messa nel cassetto anche
da Arafat, ripristinata solo dall’estremismo islamista
di Hamas, e neppure tanto spesso. E adesso il candidato
principe alle prossime elezioni presidenziali palestinesi,
Abu Mazen, considerato nel mondo intero un moderato, un’autentica
promessa di ritorno alla trattativa dopo quasi cinque
anni di Intifada dei terroristi suicidi, ha riproposto questa
espressione durante un bagno di folla. ...>> Clicca
qui per continuare nella lettura
IDEE CONTRO
NATURA
Da "Il Foglio",
articolo di Gianfranco Pace
<<La terra ha avuto un borbottio assassino
e l’uomo si è dato la mano con uno slancio
senza precedenti. Ma la solidarietà non è una
chiave d’interpretazione del mondo e meno che mai una
politica: abbiamo usato la parola per accompagnare
le lacrime, esprimere pietà, cominciare
a elaborare un lutto, ma di fatto abbiamo chinato il
capo.
Così, lo tsunami non ha fatto soltanto
strage di vite umane: ha fatto anche strame di
una possibile cultura che rimetta l’uomo al posto
che ha conquistato con fatica nel cosiddetto ordine
naturale e l’attività generalmente umana al centro della
speculazione intellettuale. E’ disperante vedere
come analisi, commenti, interpretazioni siano ormai irrimediabilmente
inquinati da un’ideologia ecologista fumosa e fuorviante.
O scivolino per inerzia verso il millenarismo apocalittico
o un cupo animismo. Dalla prima catastrofe globale si ha la raggelante
conferma di ciò che si sapeva, che avanziamo nudi e disarmati
verso il futuro. Ma anche del fatto che liberalismo e capitalismo,
socialdemocrazia e quanto resta dell’ideologia comunista, abbiano
rinunciato a forme progettuali in grado di limitare il dispotismo
capriccioso del caso....>>
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nella lettura.
Massima
del giorno
È meglio essere un gatto che fa le fusa che un
Aristotele infelice.
G.P.
MOLLICHINE
Luzi: "Berlusconi, al contrario del Duce, non
ha subìto un attentato vero". Che sbadato.
S'è fatto rifilare quello falso.
Ciampi in visita al quartiere Scampia. Forse dopo
non ci sarà più camorra. Anche il re di Francia
guariva lo scrofola col semplice contatto.
Bertinotti a Rutelli: "Sì al confronto programmatico".
Ma ricordando che, in inglese, confronto si
dice match.
Marco Rizzo: "Attaccano Luzi per colpire Ciampi".
Misteri della politica.
Perdono. "Bravo Berlusconi, si fa così"
(Rosy Bindi). Ora Marco Rizzo dirà che è
sul libro paga del Cavaliere.
Luzi: "In futuro, se dovessi ancora precisare
il mio pensiero, lo farei su qualche giornale
straniero". Si ha un bell'essere poeti, a volte
si rimane provinciali.
Uccisi da terroristi vicini ad al Qaida 18 poliziotti
algerini. Credevano fossero americani?
La lettera di Del Bosco a Berlusconi dimostra che
il suo avvocato aveva otto in italiano.
Inflazione media al 2,2 %, la più bassa
da cinque anni. Maulucci (Cgil): "Con le misure del governo
l'inflazione continuerà a crescere". Continuerà?
USA. Decuplicati i fondi per l'assistenza da 35 a
350 mln $. Per Zucconi (Rep.) ciò "prova la
tirchieria" degli USA. Generosi sarebbero stati se
fossero passati da 35 a 3,5.
Tsunami. Pisanu: "finora non ci sono indizi di casi
di pedofilia ai danni di bambini". Forse a danno
di adulti?
Kuchma accetta le dimissioni di Yanukovych. Finalmente.
Rimane solo un problema: Ucràina o Ucraìna?
Prodi: "Bisogna buttare avanti gli obiettivi e creare
forza attorno ad essi". Ecco finalmente il particolareggiato
programma del centro-sinistra.
Gianni Pardo
PRIMA
LE DONNE E I BAMBINI
A volte le notizie hanno dell'incredibile,
non si sa più se ridere o piangere... di
certo si rimane sbalorditi. Sentite questa.
Il segretario dell'Associazione Nazionale Magistrati,
Carlo Fucci, nei giorni scorsi ha mandato, via
sms, messaggini ad altri magistrati per invitarli
a devolvere ''10 centesimi per ricomprare
il cavalletto al mantovano''...
A darcene conto è il capogruppo di An in
Commissione Giustizia alla Camera, Sergio Cola, che
messo al corrente della paradossale vicenda
da alcuni magistrati, destinatari del messaggio,
ha dato alle agenzie un comunicato chiedendo "che sul caso
intervenga urgentemente il capo dello Stato nella sua qualità
di presidente del Csm''.
Si salvi chi può: prima le donne e i bambini.
“Il governo
Berlusconi non è un regime” Intervista a
Enrico Ghezzi
In questi giorni ai primi posti delle classifiche
di vendita troviamo un libro di Marco Travaglio
e Peter Gomez che si intitola “Regime” e si riferisce
soprattutto ad alcune famose “sparizioni”dal video (Santoro,
Biagi, Luttazzi) . Lei crede di vivere e lavorare all'interno
di un regime?
Guardi, il regime che mi è più insopportabile
è quello che mi è imposto dal fatto
che non riesco a svellermi da me stesso. Vedo con i miei
occhi e sono prigioniero di un soggetto, che non conosco
neanche bene, ma da cui ben difficilmente si può uscire.
Al di la delle vie di uscita che alcuni possono trovare, dei
paradisi artificiali, constato che si rimane in modo dolcemente
terribile prigionieri di se stessi.
Ma a livello di istituzioni il regime esiste o
no?
Credo che dobbiamo stare attenti. Non è
che la parola regime mi faccia venire l'orticaria,
però è abbastanza stupida. E' una parola sprecata.
Il regime prevede un tipo di tecnica, di forza, una
serie di possibilità che non vedo. Dobbiamo stare
molto attenti anche a non autoimporci il regime.
Cioè?
Sono tutte vittorie di Berlusconi la sua
presenza ossessiva, l'esibire i suoi difetti in una
maniera che stroncherebbe chiunque altro. Non
voglio dire che non si debba reagire, ma non in questo
modo.
Come crede che si debba comportare allora chi
vuole fare opposizione a Berlusconi?
Credo che sia sbagliato reagire perennemente
con un'aria di scandalo. Bisogna tenere i nervi
a posto e credo che se si vuole vivere una vita
non irreggimentata ci sia ancora la possibilità di
non viverla. La cosa che mi fa paura risale a parecchio
prima dell'avvento del governo Berlusconi.
Di che cosa si tratta?
Ma, io lo vedo nel campo della cosiddetta vita
culturale, se è vita, anzi - diciamo - nel
campo di quella morte lì. E' la facilità
con cui si svende l'autonomia, che è ormai una
parola che non ha nessun peso in nessun settore editoriale
e di spettacolo in Italia. L'autonomia è l'ultima
cosa che viene apprezzata, è l'ultima cosa che viene
favorita.
Bisogna fare opposizione attraverso l'autonomia?
Nel momento stesso in cui si identifica un regime
o uno schieramento che deve prepotentemente ed
esclusivamente opporsi ad un altro ipotetico regime,
si limita automaticamente l'autonomia, come se fosse
pura e costante emergenza. Credo che sia tecnicamente
pericoloso il mood governativo di Berlusconi e non credo
si debba reagire sviluppando un contro mood più forte.
Sono anarchico e credo che dobbiamo riuscire a praticare
il minimo di felicità che consiste nel non essere pochissimi
a non vivere secondo quei dettami.
Quindi l'opposizione è il modo in cui si
vive?
Accettare di essere solo un contro volere rispetto
al volere altrui è uno dei modi più tristi
di vivere anche l'opposizione stessa. L'opposizione
si attua nella forma del proprio vivere, in alcune
scelte che si possono ancora fare.
Che cosa pensa della sinistra italiana?
Credo che stia sbagliando quasi tutto, anche
se è molto cinico da dire e mi si potrebbe obiettare
“beh, allora tu cosa fai?” . Io, insieme ad un piccolo
gruppo di amici, anche se minoritari - e non so come facciamo
a resistere - cerco di resistere e non cedere sull'autonomia
che un giorno ci siamo attribuiti da soli. Credo che
questo sia un modo non di fare opposizione, ma di essere diversi
ed automaticamente opposti. E devo dire che nessuno tenta
mai di recuperarci. E mi fa piacere.
Intervista a cura di Francesco Borgonovo -dilloadalice
RETROMARCIA
SU ROMA 2
"Signor presidente, sono Dal Bosco Roberto,
quello che in un momento di deprecabile euforia,
che mi ha portato a un'esibizione clamorosa, le ha causato
una ferita di cui non riesco a perdonarmi e di cui sono
sinceramente pentito. Sono dispiaciuto soprattutto
perché il mio inqualificabile gesto e le mie parole
sconsiderate hanno manifestato sentimenti di odio che non
mi appartengono. Mi creda sono addolorato tantissimo, la mia
famiglia è angosciata e vede crollare la consolidata
certezza di essere una famiglia per bene. Sono molto pentito
e so che la sua fede cattolica mi perdonerà. A questi
suoi sentimenti mi affido nella speranza di non restare deluso.
Delego il mio difensore al recapito della presente.
Con osservanza Dal Bosco Roberto"
Ricevuta la lettera di scuse, il presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi ha telefonato a Roberto
Dal Bosco. A quanto si apprende, dall'Ansa, Berlusconi
e Dal Bosco hanno avuto una conversazione in termini
gentili e, a un dato momento, Dal Bosco ha passato
al premier la madre. ''Signora - l'ha rassicurata
Berlusconi - stia tranquilla. Non faro' nessuna querela,
nessuna denuncia, per me la vicenda e' chiusa''. Berlusconi
ha quindi invitato Dal Bosco a vedersi a Roma: ''La prossima
volta che verra' a Roma - gli ha detto - mi telefoni, cosi'
ci potremo incontrare e guardarci negli occhi. E capira' che
io non voglio il male di nessuno''.
RETROMARCIA
SU ROMA
Esattamente come il novello Enrico Todi da Mantova,
in soprappiù senza passare nemmeno poche ore nelle galere
del "regime" (sic), il poeta a vita Mario
Luzi ha già fatto marcia indietro.
Ecco le sue dichiarazioni riprese da
rainews:
<<Roma, 4 gennaio 2005. Il centrodestra chiede
le dimissioni di Mario Luzi, senatore a vita, per
le sue dichiarazioni sull'aggressione a Berlusconi.
Ieri, aveva dichiarato che il premier se l'era andata
a cercare. Il poeta è sorpreso: "Ma via...
Alcune cose le dicevo per scherzo. A me, comunque,
sembravano equilibrate. Non volevo insultare o offendere
nessuno", replica in un'intervista a il quotidiano
"La Repubblica".
E il parallelo tra il premier e Mussolini?
"Uno scherzo, una analogia. Un uomo di 90 anni,
come sono io, si ricorda che Mussolini uscì col
naso rotto da un attentato. Sono cose che succedono in
climi un po' tesi: questo volevo dire, ma non c'era nessun
paragone tra le due persone. Figuriamoci".
Sulla richiesta di dimissioni, Luzi non ha
"nulla da rispondere. Mi dispiace che dispiacerà
a Ciampi, probabilmente, sentirsi dire queste cose.
Ma a me non importa assolutamente nulla: non posso
mica difendere una cosa che non ho fatto o deciso io. E'
una cosa che decideranno altri".
Luzi ribadisce infine che al clima esasperato
"contribuiscono in modi differenti le due parti.
Dico differenti perché la destra tende in
certe espressioni a farsi spesso provocatrice cedendo
ad un suo senso di onnipotenza, mentre la sinistra si fa
trovare in reazioni rabbiose nelle quali perde il senso
della misura". "Mi dispiace - conclude il poeta
- che in Parlamento ci siano eletti che hanno tempo da perdere
con cose come queste. Il recente richiamo del presidente
della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi al dialogo ed al confronto
civile mi pare saggio e sacrosanto".>>
Comunque, da ambienti bene informati, sulla vicenda
filtrano malevoli interpretazioni.
Sembrerebbe che la sparata del poeta
dipenda dalla sua aspirazione al Nobel per
la Letteratura. Infatti da sempre "il Nobel viene
assegnato solo ad esponenti di una certa cultura di
sinistra. Deve aver fatto i conti il poeta a vita.
E si è reso conto che di vita non deve poi restargliene
ancora molta. Dunque se vuole il Nobel deve far presto. E,
poiché non serve a niente scrivere belle poesie, ecco che
dalla nomina a Palazzo Madama si sta dando da fare per attaccare
il bersaglio comodo per tutti: Silvio Berlusconi. Se le sue parole
arriveranno anche in Svezia forse gli accademici svedesi potranno
finalmente accorgersi di lui".
CON
I SOLDI DELL'UNIONE EUROPEA UCCIDONO BERLUSCONI
Sembra incredibile ma, ne da notizia Panorama
in edicola, sulla scena di un teatro di Rotterdam hanno
ucciso Silvio Berlusconi,
Ecco l'articolo: <<La commedia,
rappresentata anche nelle città di Den Bosch
e Maastricht, fa parte di Thinking forward: cioè
il programma culturale di spettacoli e seminari della
presidenza di turno olandese dell'Unione Europea, quella
succeduta al semestre italiano. Panorama ha visto Everybody
for Berlusconi in una fabbrica di Rotterdam e vi racconta
come ammazzano il premier.
Il giorno dopo l'omicidio del regista
Theo van Gogh, assassinato in Olanda da un giovane
estremista islamico, in un teatro di Rotterdam
hanno ucciso Silvio Berlusconi.
Difatti il 3 novembre è cominciata la tournée
di un paradossale musical in inglese, Everybody
for Berlusconi (Tutti per Berlusconi), dove 10 giovani
attori impallinano come un piccione il presidente
del Consiglio italiano.
Lo spettacolo avrebbe dovuto intitolarsi Killing
Berlusconi (Uccidere Berlusconi), ma il titolo
è stato cambiato precipitosamente per non
avere grane.
La commedia, rappresentata anche nelle città
di Den Bosch e Maastricht, fa parte di Thinking forward:
cioè il programma culturale di spettacoli e
seminari della presidenza di turno olandese dell'Unione
Europea, quella succeduta al semestre italiano.
Panorama ha visto Everybody for Berlusconi in
una fabbrica di Rotterdam e vi racconta come ammazzano
il premier.
Al centro della scena ci sono uno schermo che
proietta una gigantografia di Berlusconi con le
mani giunte e attori della compagnia olandese Jonghollandia
e della slovena Betontanc. Gli spettatori sono seduti
attorno a loro come in un convegno.
Ognuno ha davanti a sé un dossier sul
premier italiano con le citazioni, i processi
e gli averi; un cactus velenoso e un tasto rosso.
Chi lo premerà deciderà la condanna a morte di
Berlusconi.
L'omicidio avverrà secondo le regole di una
disciplina olimpica, il tiro a volo.
A sparare sarà l'attore Walter Bart, il
leader della troupe.
Allora, vediamo come viene ucciso Berlusconi.
Dopo aver mostrato in modo surreale le "nefandezze"
di cui sarebbero colpevoli lui e la sua famiglia,
gli attori incitano il pubblico: "Tutto quello che dovete
fare è premere il grilletto: sparate a Berlusconi
per cambiare il mondo". Piange platealmente un'attrice
diafana: "Silvio è matto. È antropologicamente
differente. Dobbiamo salvare il paese da lui, per dare
speranza al futuro. Caricate il fucile. Spingete il tasto
“sì”". Gli spettatori votano: 80 per cento no, 20
per cento sì. Il premier sopravvive.
Tuttavia gli attori insistono: "Silvio ha preso
possesso di tutto, ha creato un mondo artificiale.
Ma c'è un modo per non diventare tutti Homo Berlusconianus.
Rispondete alla domanda: deve essere impallinato?".
Per la seconda volta gli spettatori votano: 74 per cento
no, 26 per cento sì.
La troupe si spazientisce: "Votiamo ancora! Se
volete uccidere Berlusconi alzate un foglietto
verde". Ma questa volta votano solo loro, gli attori.
Barando platealmente, ognuno alza due foglietti
verdi.
Il risultato è assicurato: "Democraticamente,
abbiamo deciso di assassinare Silvio" declamano.
Bart impallina il premier. Poi gli scrive: "A Mr
Berlusconi, Chigi Palace: Caro Silvio, non prenderla
personalmente. Io penso che tu sia grande. Vieni in Olanda.
Ma sta' attento. Il nostro paese è diventato
molto violento". Risate, applausi, fine.
Il quotidiano di Rotterdam Nrc Handelsblad ha
recensito il musical con sbigottimento. Si
è domandato se fosse il caso, dopo l'omicidio
del regista. Spettatori hanno spedito lettere: "Interrompete
lo spettacolo. Dopo l'assassinio di van Gogh può
succedere di tutto".
Gli attori hanno voluto continuare.
Dice Bart: "Van Gogh avrebbe detto: "Fatelo!".
Per lui la cosa più importante era la libertà
d'espressione".
Però finora nessuna platea se l'è sentita
di assassinare Berlusconi. "Se fossi uno del pubblico"
confida Bart "voterei per ucciderlo: questo
è teatro".
Gli spettatori italiani, come l'ex studente Stefano
Campailla, sono stati quasi tutti invitati dall'Erasmus,
un'organizzazione europea di scambi culturali
tra università. Dal 30 novembre Everybody
for Berlusconi è a Lubiana, in Slovenia. Anche ai
nuovi paesi dell'Unione si mostrerà come impallinare
Berlusconi.>>
CACCIA
AL LEADER
Il ventottenne muratore mantovano
che, in un pomeriggio romano, ha scagliato contro
il presidente del Consiglio il cavalletto della sua
macchina fotografica, è davvero un emerito coglione.
Infatti, sentite a caldo le dichiarazioni di
numerosi esponenti del centrosinistra, dalle quali
traspariva gioiosa e coccodrillina ipocrisia, uno
così, gestito meglio, poteva diventare,
d'ufficio, il leader del centrosinistra.
Purtroppo sono bastate poche ore di gattabuia e ieri,
davanti al gip, il novello Enrico Todi degli sfigati
ha detto: "Ma quale odio contro Berlusconi. E' stata
una bravata: volevo mettermi in mostra davanti ad alcune
ragazze."
Disperazione a sinistra. La caccia al leader
continua...
(cp, 02-01-2005)
Massima
del giorno
Un popolo che non è disposto a
morire per la propria libertà non la merita
più.
G.P.
MOLLICHINE
Prima pagina: "Asia, è un massacro umanitario".
Umanitario? "La Repubblica" è un giornale
d'opposizione. Ma anche all'italiano?
Mastella se ne va: "Prodi non ha esercitato la
sua leadership, così l'alleanza diventa una
coalizione di partiti". Gravissimo! Ma che
significa?
Finanziaria. Battuto il governo e soppresso
il comma 527 sul gioco del bingo. Le oche,
sul Campidoglio, possono dormire.
Michele Serra (Rep.10/11/04): "il nostro tempo,
l'unica proprietà che non è un furto".
Se riesco a sapere dove la parcheggia, penso
che recupererò la sua automobile.
Michele Serra (Rep.11/11) parla dell'<incautela>
con cui Ferrara "si avviticchia alla rissa verbale".
Incautela nell'uso della lingua italiana.
L'euro a 1,3645$. Un record. Come la febbre a
°41, 5.
Gianni Pardo
IL SENSO
DELLO TSUNAMI
Le catastrofi naturali lasciano l'uomo sbigottito.
Avvenuto il disastro, tutti chiedono particolari
per rendersi credibile l'assurdo, per capacitarsi
di come una cosa che si considerava impossibile sia
potuta avvenire. Queste spiegazioni, tanto teologiche
quanto scientifiche, dovrebbero servire da un lato
a chiarire il senso del fenomeno, dall‚altro a sapere se
c‚era o ci sarà un modo per prevederlo (cose già
spiegate in tutti i libri di scienza!). Infine, se è
possibile, dovrebbero servire a rintracciare un colpevole.
Questi atteggiamenti sono prevalentemente
antropomorfici. Se si ha la notizia d'un delitto,
ci sembra naturale chiedere che cosa lo ha determinato:
gelosia, interesse? C‚è qualcosa che ce lo renda
comprensibile? E se i morti, invece di uno,
sono mille, diecimila o centomila, come non porsi le
stesse domande? Non è naturale che si cerchi il
colpevole? In questo caso, dal momento che nessun uomo è
capace d'ammazzare, con un sol colpo, diecimila dei
suoi simili, sembra naturale fare l'ipotesi che il terremoto,
il maremoto o la peste siano, se non divinità adirate
essi stessi, il risultato della collera d'un dio.
Non sono solo i selvaggi, a pensarla così. Sull'alto
di Castel S.Angelo, a Roma, c'è la statua d'un angelo
che rinfodera la spada: essa celebra il momento in cui
finì una pestilenza. Cioè il momento in cui si placò
la collera divina e l'angelo poté rimettere la
spada nel fodero.
In realtà, alla tempesta di di sentimenti
e d'interrogativi che sconvolge il mondo si può
rispondere razionalmente solo se si rinunzia
a questo antropomorfismo. Le placche della Terra, scontrandosi,
provocano terremoti e maremoti ma esse non sanno
nulla dell'esistenza dell'uomo. Anzi, non sanno nulla
di nulla. Si muovono per cause oggettive e materiali,
non diversamente da come la Terra gira o un fiume scorre.
Gli avvenimenti naturali non sono né coscienti né
finalistici. Non intendono né far bene né
far male, e anzi bene e male gli sono totalmente estranei.
Tra l'intelligenza d'un passero e quella di tutti i vulcani
messi insieme c'è un abisso. L'uccelletto decide
se volare o posarsi, cerca di sfuggire al falco, si chiede con
che cosa nutrirà i suoi piccoli. La Terra, geologicamente
intesa, è incosciente, cieca e sorda. È un minerale
non più capace d'intenzioni di quanto sia una qualunque
roccia. È certo un pianeta antropizzato, è la nostra
casa: ma è un errore viverci dimenticando le fondamenta.
Dimenticando che su un raggio di seimilaquattrocento chilometri
noi abbiamo notizie su poco più di due o tre chilometri
di profondità (fosse marine a parte). Lo stesso cielo blu,
di cui parliamo come se fosse un'infinità di aria, è
appena un‚invisibile peluria, sul globo, e sempre più
inconsistente a mano a mano che ci se ne allontana. Per non dire
che oltre esso c'è uno spazio di dimensioni inconcepibili.
Se qualcosa ci possono insegnare, i disastri,
è la nostra reale posizione sul pianeta. Noi
abitiamo la Terra ma non siamo i padroni di casa. Chi
comanda veramente è quella grande palla che continua
a rotolare nello spazio, assolutamente senza meta;
che non s'è accorta della nostra esistenza
e non s'accorgerà neppure, un giorno, della nostra
scomparsa.
Gianni Pardo, 2 gennaio 2005