ARCHIVIO GENNAIO 2005

Le cornacchie pacifiste hanno perso le elezioni irachene
Oltre il 60% degli iracheni (ma secondo altre fonti anche l’80%) ha sfidato le minacce di morte dei terroristi e si è recato alle urne per dare un governo democratico all’Iraq che la coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti ha restituito alla libertà sottraendolo al giogo del tiranno Saddam Hussein.
Con questo gli iracheni hanno manifestato la loro voglia di dire no alle minacce dei terroristi, hanno sbattuto la porta in faccia a Al Zarquawi e ad al Qaeda che, nei fatti, ieri ha conosciuto l’ennesima sconfitta.
Un successo le elezioni irchene che attesta le ragioni del presidente Usa George W. Bush e dei suoi alleati occidentali, primi tra tutti Blair e Berlusconi.
Ma accanto a questi sicuri vincitori ci sono altrettanto certi sconfitti.
Dei terroristi abbiamo detto.
Ma ieri molti altri sono stati battuti dalle urne.
Ha perso l’Onu del pavido Annan che si è ostinatamente opposto alla liberazione dell’Iraq, ha perso il pacifismo globale di Giovanni Paolo II che, certo involontariamente, rischia di favorire l’islam più estremista, Hanno perso il tronfio presidente francese Chiraq e il suo sodale tedesco.
Molti, poi, gli sconfitti nostrani. Sono tutte le cornacchie del pacifismo filoislamico e filoterrorista, sono la sinistra alleata dei kamikaze, sono le due Simone, i Gino Strada, gli pseudocomici di RaiTre che vorrebbero sostenere che in Iraq si stava meglio con Saddam, è il gruppo di fuoco dell’impero editoriale di Carlo De Benedetti che adesso, a seggi chiusi tenta di salvare almeno la faccia correggendo il tito di Repubblica-L’Espresso.
Tutti questi sono stati sbugiardati dagli 8 milioni di iracheni che ieri hanno votato per scegliere finalmente il futuro del nuovo Iraq. (editoriale de "Il Giornale")

Freschi di stampa
Articolo di Lucia Annunziata su "La Stampa":  La sconfitta di Al Zarqawi
"Chi ha perso davvero ieri in Iraq è il terrorista al Zarqawi: il bagno di sangue minacciato, i cecchini sui tetti, non si sono materializzati. I morti ci sono stati, è vero: ma il terrorismo ha provato di non avere né il volume di fuoco né la pressione psicologica necessari a fermare il voto.
..."
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Articolo di M. Allam sul Corriere della Sera: Al Arabiya soddisfatta per l'esito delle elezioni in Iraq, Al Jazira le contesta

"Le prime elezioni veramente libere nella storia dell’Iraq e del mondo arabo non sono piaciute affatto a Al Zarqawi, Saddam, Assad e Al Jazira . Sono piaciute poco a Erdogan, re Fahd, Khamenei. Sono risultate indigeste anche agli europei ossessionati dall’antiamericanismo e persino agli americani che mal sopportano Bush. Ma sono piaciute tanto, veramente tanto, alla maggioranza degli iracheni, dentro e fuori l’Iraq. ..."    Clicca qui per leggere il testo completo dell'articolo.


Articolo di Michael Ignatieff su "La Repubblica":  Iraq, la sconfitta degli scettici sulle elezioni

"Perché sono stati così pochi coloro che hanno avvertito anche solo un fremito di indignazione, vedendo morire uccisi nelle strade di Bagdad gli iracheni iscritti nelle liste elettorali? Perché nella stampa non vi è stato che qualche raro briciolo di apprezzamento per le migliaia di iracheni che di fatto si sono candidati a una carica politica a rischio della loro stessa vita? Siamo davvero diventati tutti così disillusi che devono essere gli iracheni a rammentarci che cosa di valido può effettivamente significare una libera elezione? Spiegare il silenzio intollerabile di queste ultime settimane impone di comprendere in che modo il sostegno alla democrazia irachena sia diventato anch´esso una vittima della caustica animosità che contrassegna tuttora la decisione iniziale di andare in guerra. ..."
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Questo articolo ve lo potevamo risparmiare...  ma è con sottile perfidia che gustiamo la  rabbia e il dispiacere del solito Zucconi.

Articolo di Vittorio Zucconi su "La Repubblica": Tragico se l'esito del voto in Iraq fosse il nulla osta per altre guerre
"George W. Bush, "the fortunate son", il figlio fortunato, ha vinto la sua seconda elezione in tre mesi e «si congratula con gli iracheni», per dire in realtà che si congratula con se stesso. Il 2 novembre 2004 è stato eletto presidente degli Usa, al prezzo di 500 milioni di dollari. Ieri, ha sconfitto per interposto popolo gli avversari, i cinici, gli scettici e le autobombe, al prezzo di migliaia di vite e di almeno 250 miliardi di dollari.  Ma ha vinto. ..."  Clicca qui per leggere il testo completo dell'articolo.

COSE DELL'ALTROMONDO
Dal  Forum sociale mondiale di Porto Alegre, in Brasile - chiuso dopo quattro giorni di incontri  riaffermando la sua opposizione alla guerra in Irak (!) e con la decisione di impegnarsi (!)  a costruire il "mondo possibile" (!!!) -   apprendiamo che  per  il 19 marzo è stata indetta una giornata mondiale di manifestazioni "contro l'occupazione dell'Irak da parte degli Stati Uniti". Durante il Forum , con il solito disprezzo per la democrazia e molta puzza sotto il naso,  l'intellettuale (!) brasiliano Emir Sader  ha dichiarato che le elezioni in Irak "eleggeranno un governo che rappresenterà solo il presidente americano George W. Bush". Amen!
(cp, 31-01.2005)

Parigi:  i «rifugiati» manifestano per l’assassino
Da "Il Tempo": «Per sostenere Cesare e gli altri italiani minacciati» e «per Paolo Persichetti»: queste le motivazioni della giornata di mobilitazione organizzata ieri in un teatro parigino dai fuoriusciti italiani degli «anni di piombo», dai loro familiari e amici e da un folto gruppo di sostenitori. La giornata di mobilitazione si è svolta in un luogo inedito per i rifugiati italiani e i loro amici, un teatro del ventesimo arrondissement parigino molto accogliente, lo «Studio de l'hermitage». Il manifesto preparato per l'occasione recitava: «pomeriggio di solidarietà con Paolo Persichetti, contro l'estradizione di Cesare Battisti e le minacce fatte pesare su altri rifugiati italiani».
C'erano fra le 200 e le 300 persone a partecipare all'iniziativa nata attorno al lavoro del gruppo artistico «Teatrum» e al loro spettacolo «Sallinger». Gli artisti, che vivono in Lussemburgo e con i quali lavora la compagna di uno dei rifugiati in Francia, hanno proposto la loro piece centrata sul rifiuto della guerra. E l'hanno espressamente dedicata a Persichetti, detenuto in Italia dopo aver vissuto per anni a Parigi (lavorava all'Università) e Battisti. Persichetti, detenuto in Italia, ha effettuato di recente uno sciopero della fame per protesta contro la mancata concessione di permessi da parte della direzione del carcere di Viterbo.
Battisti, condannato a due ergastoli in Italia, è latitante dal 21 agosto, giorno nel quale ha fatto perdere le tracce e non si è più recato a firmare in commissariato nel rispetto della libertà vigilata alla quale era sottoposto. Per lui, resta in piedi un ricorso al Consiglio di Stato contro il decreto di estradizione pronunciato dal primo ministro Jean-Pierre Raffarin.


I bambini di Sderot:"Cosa direbbero la' in Italia se i loro figli dovessero vivere come viviamo noi?".
Sono arrivati cinque autobus da Sderot, cinque autobus pieni di bambini stressati dai continui bombardamenti palestinesi sulla citta' israeliana del Neghev.
Ho voluto incontrarli per testimoniare a chi non sa e non immagina, a chi legge distrattamente che sono caduti altri razzi Qassam su Sderot o sui kibbuz e villaggi israeliani della zona e poi gira pagina e dimentica immediatamente.
Yosef-Ori' ha otto anni e mezzo, ci tiene che scriva anche il "mezzo", capelli neri corti, kippa' in testa come gli altri e due occhi nerissimi e vivacissimi che mentre parla diventano cupi e spaventati.
La parola che esce costantemente dalla sua bocca e' "pachad" , paura, e mi fa venire un brivido di emozione mentre si butta a terra per farmi vedere in che posizione devono mettersi ogni volta che il lancio dei qassam li sorprende per la strada: ventre a terra, schiacciandosi il piu' possibile contro il selciato e mani strette alla nuca.
"Due giorni fa sono caduti 11 qassam davanti a casa mia, a cinque metri da noi, tutto tremava, abbiamo avuto tanta paura e non abbiamo fatto nemmeno in tempo a correre nel rifugio" mi racconta con gli occhi spalancati ma senza una lacrima.
Si rasserena quando si mette a descrivere l'accoglienza che hanno ricevuto qui a Rehovot dove sono stati invitati da un'organizzazione religiosa Chabad che ha un nome molto significativo "Vivere con dignita'" .
"Ci hanno portati nel Giardino dell'Eden" dice sorridendo felice.
Il Giardino dell'Eden sarebbe un ambiente antistress dove i bambini israeliani spaventati dal terrorismo e dai bombardamenti dei palestinesi vengono curati psicologicamente da personale specializzato.
E' un ambiente pieno di giochi, di fontanelle, di colori dove i bambini possono rilassarsi, stare a piedi nudi e correre, sdraiarsi a terra su un pavimento morbido, ascoltare la musica che viene suonata in continuazione e parlare con medici e paramedici vestiti come loro, come loro a piedi nudi, che giocano e ascoltano , soprattutto ascoltano.
Chaia ha 14 anni, ne dimostra meno, e' una bella bambina con lunghi capelli castani, sorridente, mi racconta che non possono mai fare la doccia da soli ma sempre con un adulto della famiglia, che non possono mai uscire da soli, che escono poco e sempre vicinissimi ai rifugi perche' dall'allarme alla caduta del razzo passano SOLO 15 secondi.
Credo di aver capito male "15 minuti ?" chiedo a conferma di quella che e' solo una mia speranza.
"NO, 15 secondi" E dove vanno in 15 secondi? corrono nei rifugi o si gettano a terra , mani sulla testa. Non possono fare nient'altro! E sperare di non morire.
Chaia mi parla di Ella, la ragazzina di 17 anni uccisa da un razzo mentre col suo corpo proteggeva il fratellino piccolo. Ella era amica della sorella maggiore , la vedeva spesso a casa.
"Adesso e' morta". Abbassa gli occhi e non dice altro.
Chiedo a Daniel, 10 anni e a Nachum 11 se questo e' quello che succede tutti i giorni. "Si, tutti i giorni e piu' volte al giorno". Raccontano che a scuola e' piu' pericoloso perche' sono in tanti e che fanno ogni giorno le prove per andare nei rifugi in modo ordinato e tranquillo, senza correre e senza agitarsi.
Ho la gola chiusa.
A 60 anni dalla Shoa', penso, ancora bambini ebrei devono vivere costantemente colla paura di essere ammazzati. Non c'e' mai stata una tregua, finita la persecuzione in Europa sono incominciate le guerre arabe qui a casa nostra e il terrorismo arabo sempre dentro casa e bambini ammazzati e bambini spaventati, senza sosta. Senza un attimo di sosta, dall'odio europeo all'odio arabo, dall'orrore di Aushwitz a Ma'alot, a sei guerre, a centinaia di bambini ammazzati nei roghi degli autobus. Quando finira'?
Sono piena di ammirazione per questi bambini coraggiosi che raccontano la loro tragedia senza fare scenate isteriche, senza piagnistei , anche se ne avrebbero tutto il diritto. Mi parlano tranquillamente, serenamente, con chiarezza e con coraggio.
Chiedo "Cosa vorreste ricevere in regalo?"
Chaia risponde timidamente "La fine della paura".
Josef-Ori', con gli occhioni sorridenti: "ci piacerebbe avere a Sderot il Giardino dell'Eden ma costa tantissimi soldi".
Facciamo un colletta? Chiedo. "Magari" e' la risposta di tutti e sono tornati ad essere dei bambini sorridenti che aspettano un regalo.
Cosa vorreste dire agli italiani?
E il piccolo Josef-Ori' al quale non manca mai la battuta, mi guarda serio serio e dice lentamente, quasi soppesando ogni parola: " Cosa direbbero la' in Italia se i loro figli dovessero vivere come viviamo noi?".
Deborah Fait -informazionecorretta

Nonostante Lilly Gruber, Al Zarqawi e Gianni Vattimo, gli iracheni sfidano le bombe - Ai seggi un'affluenza del 72%
Riprendiamo da "La Repubblica":
BAGDAD - La voglia di decidere del futuro del proprio paese prevale sulla paura delle bombe. A poco più di sette ore dall'apertura dei seggi in Iraq, primo passo verso la ricostruzione politica del paese, un funzionario della Commissione elettorale indipendente dell'Iraq ha detto che l'affluenza alle urne fino a questo momento è stata del 72 per cento. Se queste cifre saranno confermate, il governo provvisorio e le autorità della coalizione otterranno una legittimazione ampia della consultazione. I risultati preliminari non sono attesi prima di sette giorni, per quelli finali se ne dovranno aspettare circa dieci.
Non sono mancate le bombe, che hanno causato 32 morti, in diverse città dell'Iraq, ma la gente sta sfidando le minacce lanciate ancora ieri dal capo di Al Qaeda in Iraq, Al Zarqawi, e fanno la fila davanti ai seggi. Tra loro molte donne, che per la prima volta hanno diritto al voto, a dimostrazione della voglia di voltare pagina del Paese, e soprattutto simpatizzanti della maggioranza sciita e dei separatisti curdi.
Più alta l'affluenza nelle città a maggioranza sciita, mentre in quelle sunnite molti seggi non sono stati neanche aperti e si confermano le previsioni, secondo le quali nella zona a triangolo a nord di Bagdad, che ha come vertici le città di Baquba, Ramadi e Falluja, sarà quasi impossibile votare. A Samarra, considerata una roccaforte del triangolo, dove il sindaco aveva dichiarato ieri che non si sarebbe votato per motivi di sicurezza, sono stati rapiti trenta funzionari elettorali.

DOMENICA, 30 GENNAIO, ORE 14,30
Le elezioni irachene si avviano ad essere un successo. Il Telegiornale di Raitre delle 14,20, che sarebbe certo stato felice, se la paura dei terroristi avesse vinto e la gente non fosse andata a votare, ha annunciato che la partecipazione è altissima (dicevano il 70%), che la gente fa la fila fuori dai seggi e che, probabilmente, bisognerà procrastinarne la chiusura.
Quando si dice che Raitre sarebbe stata felice di annunciare che i terroristi avevano vinto non si intende affermare che amino i terroristi: solo odiano talmente gli americani da essere felici di annunciare qualunque disastro li colpisca, terremoti inclusi.
In fondo ci contavano in molti, sulla paura ispirata dai terroristi. Come sottolineano parecchi commentatori oltre Atlantico, gli europei spasimano dalla voglia di constatare disastri e insuccessi, in Iraq, solo per poter dire: "We told you so", ve l'avevamo detto. Invece stavolta sono gli americani e i loro alleati (italiani non di sinistra in prima linea) a poter dire We told you so. La guerriglia non è sostenuta dagli iracheni che odiano l'invasore, ma dai terroristi islamici che temono l'instaurazione d'una democrazia. Perché essa toglierebbe loro potere per sempre.

Rimane da spiegare il fenomeno e vedere quali conseguenze potrà avere.
La ragione del pessimismo dei media e di tanta gente, rispetto a queste elezioni, nasce dal fatto che viviamo in Italia e dell'Iraq sappiamo ciò che ne dicono i giornalisti. Ed ecco quel che si verifica sempre: tutti conosciamo bene gli avvenimenti eccezionali mentre non teniamo conto di ciò che è normale, non fa notizia e non è dunque citato dai giornalisti. Se ci sono un paio d'omicidi a Partinico la gente si chiede come si possa vivere in Sicilia, mentre magari i ragusani o i messinessi di quel fatto non hanno neppure sentito parlare.
È un fenomeno costante. Prendiamo il caso d'una maestra che schiaffeggi un bambino. L'intera Italia si chiederà se per caso le scuole elementari non siano diventate lager e se non bisogni mettere quella maestra in galera per qualche anno. Poi, se il giorno seguente un professore, all'altro capo della penisola, si rende colpevole di qualcosa del genere, ecco nasce quella che i giornalisti si compiacciono di chiamare "psicosi". Tutti sono sicuri, a quel punto, che nella scuola italiana c'è qualcosa di marcio; che la violenza impera; che bisogna porre un freno a questo stato di cose. In realtà, episodi devianti ce ne sono stati sempre e ce ne saranno sempre. Ma non significano nulla. Non solo in migliaia e migliaia di altre aule non s'è verificato nulla del genere, ma se si verificano due o tre episodi di violenza nel giro d'una settimana, mentre di solito vanno a distanza di mesi o anni, questo dimostra soltanto che siamo di fronte ad una distribuzione a caso; la quale, proprio perché a caso, non è affatto uniformemente scandita nel tempo.
In conclusione, dell'Iraq noi conosciamo tutti gli attentati, ma molti iracheni abitano e vivono in posti in cui non hanno visto o sentito nessuna esplosione. Certo quelli che abitano a Bagdad, e non sono sordi, la violenza l'hanno percepita: ma anche le grandi città hanno quartieri che a volte si ignorano reciprocamente, per anni. Uno che abiti a Montmartre e lavori a Porte de la Chapelle potrebbe non avere rapporti col XVII Arrondissement per anni. E alla Porte d'Italie si sentirebbe forse all'estero.

In secondo luogo, anche ad ammettere che Al Zarqawi sia il delinquente che è, come potrebbe validamente opporsi a qualcosa che si svolge contemporaneamente in tutto il paese? Anche se ammazzasse cinquanta persone e distruggesse venti o trenta seggi la gente avrebbe forse il tempo di saperlo? Lo saprebbe magari il giorno dopo aver votato, cioè quando quel capo terrorista è già stato sconfitto.
Ovviamente, tutte queste argomentazioni sono valide solo perché le cose sono andate come sono andate.
Nessuno avrebbe potuto dire, il giorno prima, come avrebbero reagito gli iracheni alla campagna d'intimidazione di cui sono stati fatti oggetto per mesi. Ma, una volta che tutto è andato bene, è lecito dedurne delle conseguenze.
Gli iracheni tengono alla vita come tutti noi. Ma hanno, diversamente da noi, un'esperienza ben più terribile. La vita umana, ai tempi di Saddam, pesava poco. Sia quella dei civili sia, soprattutto, quella dei militari.
Dunque un morto ammazzato, che in Italia fa i grandi titoli dei giornali, in Iraq è una banalità. Qui ci stracciamo facilmente le vesti per una sola vittima (ragione per la quale, del resto, i musulmani ci disprezzano), in Iraq i reclutatori della polizia e dell'esercito devono respingere i postulanti. E dire che Al Zarqawi di queste povere reclute ne ha ammazzate a decine. "Ma che si può fare?" penseranno gli iracheni. Da un lato c'è il fatalismo (perché dovrebbe capitare proprio a me?), dall'altro l'attuale governo distribuisce paghe appetibilissime: e in un paese afflitto dalla disoccupazione e dal bisogno quel denaro fa gola.
Quali saranno le conseguenze di questo afflusso ai seggi?
In primo luogo, riceve un duro colpo il pessimismo di tutti coloro che si sono affannati a dire che l'Iraq non era maturo per la democrazia. Gli iracheni (e, cosa stupefacente, le irachene) ci tengono a votare, ad avere una democrazia e ad essere liberi. Tutto questo, se confermato, fa ben sperare.
In secondo luogo, quand'anche dovesse risultare che l'affluenza nelle zone sunnite è stata bassissima, la democrazia irachena, se dovesse nascere, non ne sarà delegittimata perché, secondo quanto dicono, la quota di partecipazione sunnita al potere non dipenderà dai voti ma dalla costituzione. Si tiene infatti ad evitare la prevalenza d'un gruppo sull' altro, per non ribaltare la situazione che si era avuta prima, con la dittatura della minoranza sunnita sulla maggioranza sciita.
Per concludere, l'Iraq è un paese in cui ci sono terroristi ma non tutti gli iracheni sono terroristi e la maggior parte di loro vorrebbe vivere in pace e in democrazia.
Gianni Pardo


DEPISTAGGI &  DEPISTATORI
Oggi il Corriere della Sera (pag.14, articolo non in rete) sotto il titolo <<Protesta dei Sindacati - La Commissione Alpi fa perquisire 2 giornalisti>>,  pubblica un trafiletto dove si da conto della protesta per  alcune perquisizioni, ordinate dalla Commissione  parlamentare d'inchiesta, al fine di acquisire "documenti occultati" .
A ben vedere, se non fosse scattato il solito riflesso corporativo, la notizia poteva essere  ben altra. Infatti,  i
n una  lettera all’ANSA i genitori di Ilaria Alpi, la  giornalista Rai uccisa in Somalia nel '94, nei giorni scorsi hanno preso posizione contro i depistaggi e in particolare,  e molto duramente,  contro la costituzione, per  iniziativa di Roberto di Nunzio - reporter indipendente, e fondatore del sito web Reporter Associati  ed ex consulente della Commissione parlamentare d'inchiesta - di un comitato indipendente sul caso.
Ecco la lettera, del 26 gennaio.   Di seguito la  pubblichiamo integralmente:
"Ad un anno dall'insediamento della Commissione Parlamentare d'inchiesta sull'uccisione di nostra figlia Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin riteniamo doveroso testimoniare il nostro sincero apprezzamento per il lavoro sin qui svolto dalla stessa.
Un ringraziamento particolare al Presidente, on. Carlo Taormina, agli onorevoli Commissari, delle diverse formazioni politiche, che con la loro assidua e attenta presenza hanno consentito di dare speditezza ai lavori, ai consulenti la cui dedizione è andata spesso ben oltre i doveri istituzionali. Dopo quasi undici anni di omissioni e depistaggi, siamo fiduciosi che si possa finalmente giungere a far luce su modalità, cause, esecutori e mandanti dell'agguato in cui Ilaria e Miran sono stati assasinati, il 20 marzo 1994 a Mogadiscio.
In questi mesi la Commissione ha lavorato percorrendo ogni pista, senza tralasciare alcuna ipotesi investigativa, ivi compresa quella recentemente richiamata sulle pagine dell'Espresso, relativa al collegamento tra i traffici di rifiuti tossici, la Somalia e la morte di Ilaria e Miran. E'sulla base di queste considerazioni che riteniamo assolutamente inopportuna ogni iniziativa che utilizzi il nome di nostra figlia senza la nostra autorizzazione.
Riceviamo notizia della costituzione di un "Comitato indipendente per la verità sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin", promosso da un ex consulente della Commissione, Roberto di Nunzio, cui avrebbe aderito addirittura il Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Paolo Serventi Longhi che si sarebbe impegnato a sottoporre l'adesione a tale Comitato alla prossima giunta della Federazione, convocata per fine gennaio.
Siamo decisamente allarmati da una iniziativa che si contrappone alla Commissione parlamentare d'inchiestache, ci piace ricordare, essere stata votata all'unanimità dalla Camera dei Deputati. Questo cosidetto "Comitato indipendente" può solo ostacolare lo svolgimento dei lavori dell'organo parlamentare ed il conseguente raggiungimento degli obiettivi assegnati e dunque della verità. Diffidiamo pertanto chiunque dall'intraprendere o proseguire ogni attività in nome di Ilaria."

Giorgio e Luciana Alpi

Freschi di stampa
Dall'Avvenire, articolo si Sergio Soave: Cattolici dei due Poli e Prc di fronte all'alleanza coi Radicali

"In vista di elezioni regionali dall'esito assai incerto, le maggiori coalizioni si guardano attorno, cercando alleanze tra le forze che stanno all'esterno dei loro confini senza per ciò stesso essere apparentate con quella avversaria. In un primo tempo era parso che su questo terreno ci fosse il raggruppamento di Clemente Mastella, il quale - si ricorderà - si era preso un paio di settimane di libera uscita dall'alleanza di centrosinistra. ..."Clicca qui per leggere l'articolo.

Massima del giorno
La timidezza dei buoni fornisce troppe armi ai cattivi.
G.P.


MOLLICHINE
Prodi accusa Bertinotti di opporsi a lui senza un programma alternativo. Ma alternativo a quale programma?

La partecipazione di tutte le autorità (PdR,  Berlusconi,  ministri,  opposizione) per la morte del povero Cola sorprende. Durante la Prima Guerra Mondiale si sarebbe dovuta ripetere 600.000 volte.

Fassino: "Berlusconi non parli a vanvera. La sinistra ha dato un contributo decisivo a riscattare l'onore della nazione e della bandiera,  restituendo a questo paese libertà e democrazia". Sarà. Comunque,  c'è anche un altro che parla a vanvera.

De Michelis: "Andare oltre il bipolarismo bastardo". Non è bastata la legge 40,  a evitare questo bastardo.

Abu Mazen dispiega i propri agenti per impedire il lancio dei razzi Qassam contro gli insediamenti ebraici. Speriamo riesca ad impedire anche i lanci contro se stesso.

Arrestate sette persone a Parigi. Si preparavano a raggiungere l'Iraq per combattere contro la coalizione multinazionale. La colpa degli arrestati: non avere agito in Italia.

Di Pietro: "Prodi mi ha chiesto di candidarmi alle primarie". Prodi: "Mai detto,  c'è un equivoco". Nessuno stupore: uno parla uno strano italiano,  l'altro farfuglia.

Bondi: "La CdL ha esaurito il programma di governo". Possibile interpretazione dell'<Unità>: ha già fatto tutto il danno che poteva fare.

Bondi: "La Margherita ha più convergenze con noi che con i Ds". Convergenze parallele?

Bertinotti: "Non mi ritiro neanche se me lo chiede il Papa,  che nella mia personale gerarchia conta più di Prodi". Era dai tempi di Stalin che il Pontefice aspettava le sue divisioni.

Appello di Siniscalco sul Lotto: "Giocate con il cervello". Ma ce l'ha il cervello, chi gioca?

Speranze in Palestina. Arafat, uomo di pace,  è dunque più efficace da morto che da vivo.

Gianni Pardo


LE PRIMARIE
Per quanto ne sa il lettore di giornali, in America le primarie hanno questo senso: un partito deve decidere chi sarà il suo candidato alle elezioni presidenziali e a questo scopo invita i suoi propri uomini politici a competere. Infine uno vince ed è lo sfidante per la Presidenza.
In Italia Prodi ha proposto le primarie per individuare lo sfidante del centro-sinistra alle prossime politiche. La prima ragione di questa iniziativa è che egli non ha un partito, dietro di sé, e soffre dunque della qualifica di "candidato paracadutato". Di "faccia presentabile" d'una coalizione dominata dagli ex-comunisti. Prodi infatti è sempre stato un "non". Di area di sinistra ma "non" comunista e nemmeno socialista. Di area democristiana ma "non" democristiano. Infine, ultima e più importante caratteristica, moderato ma "non" Berlusconi. Le definizioni negative tuttavia lasciano un fondo d'amaro. Non basta opporsi a qualcuno o qualcosa, bisogna anche essere qualcuno e proporre qualcosa: e Prodi, purtroppo, non può proporre nulla. La coalizione di centro-sinistra è così divisa che chi parla di programmi è perduto. Qualunque cosa si dica si è sicuri di essere attaccati: da Rifondazione o dalla Margherita, dai Verdi o dai Ds.
Prodi appare inconsistente perché è il rappresentante inconsistente d'una coalizione inconsistente.  Anche se poi si rende ridicolo dicendo che lui di programmi ne potrebbe scrivere quaranta in un giorno.
Poiché però tutti dicono sia insostituibile, con le primarie ha pensato d'ottenere  un vantaggio senza rischi.  Avere, col voto largamente maggioritario in suo favore, quell'investitura popolare che gli è sempre mancata. È sembrato un calcolo elementare ma s'è rivelato sbagliato.
La prima cosa assolutamente falsa è credere che le cose possano andare come in America. Mentre infatti lì i candidati si scontrano ma i votanti sono tutti dello stesso partito, qui i votanti appartengono a partiti diversi e in contrasto fra loro. Cosa che inevitabilmente li danneggerà tutti, rivelando, dallo stesso lato della coalizione, le loro pecche e i limiti del loro programma. Prodi pensava ottimisticamente che questa nomination non potesse costituire per lui che un vantaggio, dal momento che nessuno poteva batterlo, e non ha previsto che esse potranno soprattutto costituire una tribuna pubblicitaria formidabile per il candidato d'un partito alternativo. Insomma ha rischiato e rischia di conseguire una vittoria perdendo poi la guerra.
Bertinotti non ha serie possibilità di batterlo. Tuttavia è possibile che votino per lui, visto che possono farlo senza rischio, tutti coloro che sono arrabbiati per come vanno le cose in Italia. Tutti coloro che hanno antipatia per Prodi. Tutti gli estremisti e gli idealisti convinti che, "con questi qui, non vinceremo mai". Se dunque Bertinotti perde con onore e con una percentuale di voti largamente superiore a quella di Rifondazione Comunista, riuscirà a ridimensionare Prodi e a condizionarlo dal punto di vista programmatico.
Rutelli, pure di solito fumoso e vacuo, stavolta ha identificato il pericolo. Ha infatti detto che "ogni candidato deve portare il suo programma, accettando quello di chi vince senza trattative successive" (Il Foglio, 26 gennaio 2005). Ma sogna ad occhi aperti. Non ha capito che Bertinotti intende fare esattamente il contrario: perdere ma propagandare il proprio programma in contrasto con quello di Prodi. Mentre molti politici, a sinistra, mirano al governo e ai posti di governo, il leader di Rifondazione ha un partito sostanzialmente di mera testimonianza. Non ha interessi concreti. Vuole solo condizionare la politica nazionale per spostarla verso il suo neo-comunismo. E nel momento stesso in cui si sarà reso credibile con un buon risultato nello scontro con Prodi ricaverà questo dividendo importantissimo: proclamerà alti e forti gli ideali dell'estrema sinistra e potrà sempre dire che "il popolo di sinistra", per una percentuale superiore a quella di Rifondazione, vuole una politica per buona parte allineata col programma di Rifondazione.
Ecco perché Prodi rischia di vincere la battaglia e perdere la guerra. Da un lato viene legittimato dall'elezione primaria, dall'altra si trova tra l'incudine e il martello: se sposa in parte il programma di Rifondazione perde le elezioni; se non accetta in parte il programma di Rifondazione, perde Rifondazione. E, con essa, le elezioni.
Gianni Pardo 28 gennaio 2005

Freschi di stampa
Da Il Foglio: Per Pino Arlacchi dal voto nascono le “dittature della maggioranza”
"Nell’imminenza del voto in Iraq, il difficile tentativo di far rinascere la democrazia in quel paese deve confrontarsi non solo con le aggressioni terroristiche dei tagliagola locali e importati, ma anche con quelle verbali, meno sanguinose, della sinistra snob di casa nostra. Gianni Vattimo, seguendo una linea di “pensiero” cui si era già ispirato Antonio Tabucchi
. ..."   Clicca qui per leggere l'articolo.


Da Il Foglio: I funzionari Onu criticano i soldati Usa impegnati a far votare gli iracheni
"Ogni santo giorno spunta un funzionaricchio delle Nazioni Unite che si adopera per screditarle, anche quando il cosiddetto governo mondiale ne ha fatta una giusta. ..."  Clicca qui per leggere l'articolo.


Da Il Manifesto: I Ds a Prodi: la ricreazione è finita

"«Prodi deve sapere che la ricreazione è finita. Noi adesso siamo uniti: Fassino, D'Alema, Veltroni, Cofferati...». Sfuggono parole pesanti all'entourage del segretario diessino. Ma perché l'offensiva nei confronti del professore è tutt'altro che di maniera. E vuole arrivare alla dimostrazione di forza in occasione del congresso. ..."  Clicca qui per leggere l'articolo.


Da L'Opinione: Violante, Caselli ed il Centrodestra
"A ragione o a torto Luciano Violante costituisce il simbolo vivente della giustizia politicizzata. Quella che persegue Edgardo Sogno e che ispira, guida e cavalca la cosiddetta rivoluzione giudiziaria, diretta a liquidare l’intera classe dirigente dei partiti democratici con la sola ed accorta eccezione dei dirigenti dell’ex partito comunista e delle correnti democristiane schierate a sinistra. Non a caso Violante abbandona la toga per essere cooptato immediatamente al vertice del Pci prima, del Pds poi e dei Ds successivamente. ..."  Clicca qui per leggere l'articolo.


Perché fuori dai salotti e dai giornali la sinistra che ragiona non conta niente

"La Gad è fragile, e questo si sapeva. Ma ora la vittoria pugliese del ragazzo poeta con l'orecchino crea un dramma nel dramma. Quello di una coalizione debole che vede crescere la forza della sua componente più radicale, e al suo interno quello dei riformisti che attraverso l'omonimo giornale principe si interrogano sul senso della vita. Dove andiamo, cosa facciamo, ma soprattutto a cosa serviamo se le nostre idee fanno proseliti solo tra sparute, infime minoranze? ..." Clicca qui per leggere l'articolo.



Impossibile negare le responsabilità del fascismo nella Shoah
La Stampa intervista Riccardo Pacifici (articolo non in rete, si ringrazia informazionecorretta).
«Collaborazionisti venite fuori e raccontate come andò». Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica di Roma, è un quarantenne. Suo nonno era il rabbino capo di Genova ed è morto ad Auschwitz. Sua nonna, nascosta in un convento di suore, fu arrestata e deportata. «La presero i fascisti, non i nazisti. C’è la testimonianza della madre superiore del convento». Le parole di Domenico Gramazio («L’Italia fascista non condivise le leggi razziali») gli hanno fatto male.
Pacifici, lei è indignato. Ha tenuto a dire che «il signor Gramazio» non ha nessun peso politico e che spera non se lo conquisti adesso.
«Certo. Gramazio, ma chi è? Non ha uno ruolo politico, a meno che qualcuno dopo le ultime dichiarazioni non glielo voglia dare...».

Lei, ha sentito i vertici di Alleanza nazionale.
«Sì, e mi risulta che Storace abbia stigmatizzato. Bene, è positivo, perché Storace ha la responsabilità politica della Regione Lazio e di questo viaggio. Mi ha telefonato anche Marco Verzaschi, che è l’assessore alla Sanità e capeggiava la delegazione a Gerusalemme: furibondo. Altrettanto si può dire di Gianfranco Fini, a cui ho subito segnalato la cosa. D’altra parte, uscite come quella di Gramazio sono un danno proprio per l’immagine del ministro degli Esteri. Siamo comunque soddisfatti che l’intero mondo politico abbia preso le distanze. Questo incidente, che per noi è davvero grave, perché quelle parole revisioniste sono state dette all’uscita dal Museo dell’Olocausto, e per di più a pochi passi dal nostro rabbino capo, ci insegna che non dobbiamo mai abbassare la guardia. Ora che c’è la Giornata della memoria, dobbiamo sapere che non si deve dare nulla per acquisito. Arrivo a dire: non tutti i mali vengono per nuocere».
In che senso, scusi?
«Dobbiamo cambiare rotta velocemente, noi ebrei e gli altri che conservano la memoria di chi è morto nei campi di sterminio. Intendo dire che è ora di affrontare il nodo principale della nostra storia una volta per tutte, ossia il collaborazionismo. La Germania ha fatto definitivamente i conti con il suo passato. In Francia pochi anni fa hanno condannato un certo signor Papon per la sua attività di collaborazionista con i tedeschi. E invece l’Italia, entrata in guerra con i nazisti, ne è uscita brillantemente con gli americani e con l’immagine pulita. Come se non fosse stato il Parlamento italiano, pochi anni prima, a votare compattamente le leggi razziali».
Lei auspica un caso Papon anche da noi?
«Attenzione, stiamo parlando di persone che hanno 80-90 anni. A me non interessa una persecuzione giudiziaria. Ma lancio un appello a queste persone: che vengano allo scoperto, che raccontino a noi, ai loro nipoti, come andò davvero in quegli anni. Dovrebbe essere un dovere morale nei confronti della storia».
Quale area grigia?
«Questori, prefetti, podestà, gerarchi, ma anche semplici poliziotti o soldati: raccontino come arrestarono e trattarono gli ebrei. I delatori che incassavano cinquemila lire a ebreo arrestato. Ma anche i professori che hanno usurpato le cattedre, i professionisti che sostituirono i colleghi ebrei i quali non potevano più esercitare, i commessi non ebrei che si intestarono i negozi. C’è stato chi ha custodito e poi restituito i beni. Chi ha messo a repentaglio la sua vita per proteggere una famiglia ebrea. Ma anche chi non ha restituito. Chi si è arricchito perché nessuno è tornato dal lager a chiedere quanto era suo o perché hanno sbattuto la porta in faccia ai sopravvissuti. Parlino perché un altro signor Gramazio non possa negare quanto accadde».
Clicca qui per la documentazione sulle LEGGI RAZZIALI promulgate dal regime fascista.

I radicali non hanno intenzione di stabilire alcun genere di alleanza
I radicali trattano con la Cdl. E, come scrive Marco Taradash su “Il Giornale”, lo fanno con una determinazione mai vista in passato. Ma al tempo stesso “L’Unità” pubblica un appello ai radicali ad allearsi al centro sinistra. E quegli stessi esponenti del Pr che trattano con la massima determinazione con il centro destra in generale e con Forza Italia in particolare, manifestano grande compiacimento per il segno d’attenzione mostrato dal quotidiano dei Ds e per gli inviti ad entrare nella grande alleanza della sinistra. Daniele Capezzone parla di segnale importante e significativo. E lo stesso Marco Pannella manifesta il proprio apprezzamento direttamente a Furio Colombo nel corso di una trasmissione di radio Radicale a cui vengono invitati direttori e giornalisti di vario orientamento. Per chi conosce un minimo il canovaccio rigido seguito dagli esponenti radicali nella gestione dei rapporti con gli altri partiti, l’apparente contraddizione di aprire una trattativa con uno schieramento lanciando al tempo stesso segnali di disponibilità allo schieramento contrapposto al primo, ha un solo ed inequivocabile significato. I radicali non hanno intenzione di stabilire alcun genere di alleanza. Apparentemente sembrano mettersi in vendita al miglior offerente. Come alle vecchie aste degli schiavi. In realtà sono decisi ad incamerare la grande visibilità mediatica che deriva da questa sorta di riffa politica ma si preparano a rompere con gli uni e con gli altri sbeffeggiando i primi e spernacchiando i secondi per mantenere intatta la propria piena autonomia ed indipendenza dai due schieramenti. Nessun addetto ai lavori, soprattutto se ha dimestichezza con i comportamenti radicali, si scandalizza più di tanto di un simile comportamento. Chi non gode di grandi coperture mediatiche deve pure ingegnarsi per bucare il muro dell’indifferenza. E se i dirigenti del Pr riescono con il metodo della vendita apparente al miglior offerente a bucare anche questa volta il muro del silenzio mediatico tanto di cappello! Ma un conto sono gli addetti ai lavori, un conto è l’opinione pubblica. Non tanto quella generale , quanto quella particolare formata da quelle fasce di elettorato laico e liberale che da sempre costituiscono il bacino del voto d’opinione in favore di Marco Pannella e di Emma Bonino. A questi elettori d’opinione l’applicazione apparente da parte dei dirigenti radicali della antica regola nazionale “o Franza, o Spagna, purché se magna” non fa togliere il cappello. Al contrario. Produce un notevole sconcerto. In primo luogo perché nessuno riesce a comprendere come mai il partito che più di ogni altro ha sempre posto al centro del proprio impegno i valori ed i contenuti tipici di una forza liberale, liberista e libertaria, subordini l’eventuale alleanza con gli uni o con gli altri ad un accordo politico globale sulle regionali e le politiche del 2006. In secondo luogo perché questo elettorato laico può anche arrivare a turarsi il naso ed a mandare giù una alleanza con un centro destra dove esistono forze illiberali minoritarie ma non può assolutamente mettere in conto che una identica alleanza possa essere ipotizzata con un centro sinistra dove le forze illiberali di matrice catto-comunista sono l’assoluta maggioranza. Agli occhi dei laici Pannella non può essere confuso con Mastella. E se mai dovesse avvenire la confusione è chiaro che al momento del voto, sia per le regionali che per le politiche, gli elettori laici d’opinione si sentiranno sciolti da ogni vincolo di fiducia nei confronti del proprio leader storico. Se Pannella avanza lo seguiamo. Ma se indietreggia lo salutiamo!
 Da l'Opinione, Arturo Diaconale - 27-01.2005


DOCUMENTAZIONE:
Tribunale di Milano – Ufficio del Gip – sentenza 24 gennaio 2005
, Giudice Forleo

Clicca qui per  il testo integrale della sentenza del Tribunale di Milano che ha  assolto  i presunti reclutatori di terroristi.

«La magistratura faccia il “mea culpa”»
«È grave, come dice il senatore Andreotti, la contrapposizione tra politica e magistratura, ma ancor più grave sarebbe la distanza tra magistratura e popolo, visto che proprio in nome del popolo deve essere amministrata la giustizia».
Non usa mezzi termini il ministro per le Riforme istituzionali, il leghista Roberto Calderoli, intervenendo ieri sulla vicenda che ha visti assolti dal magistrato milanese Clementina Forleo gli appartenenti a un gruppo islamico che reclutavano kamikaze.

 Questo l'incipit dell'articolo comparso su "La Padania". Clicca qui per leggere integralmente  l'articolo .

Elezioni come apostasia
"Le organizzazioni terroristiche islamiste sono accomunate da una profonda convinzione che le elezioni siano apostasia. I musulmani andrebbero governati dalle leggi religiose islamiche (Shariah), secondo l’interpretazione di gente come bin Laden o Al Zarqawi, e non da leggi fatte dall’uomo, promulgate da funzionari eletti. Questa visione islamista del mondo venne ampiamente delineata da Sayyid Qutb nel suo libro “Ma’alim ‘ala al tariq” (“Segnali sulla strada”), pubblicato dai Fratelli Musulmani al Cairo nel 1957. Il libro implicava una perfetta dicotomia tra credenti e infedeli, fra leggi religiose islamiche e leggi degli infedeli, fra tradizione e decadenza e fra trasformazioni violente e fasulla legittimità. Per citare le parole di Qutb: “Nel mondo c’è solo un partito, il partito di Allah; tutti gli altri sono partiti di Satana e della ribellione. Quelli che credono combattono per la causa di Allah e quelli che non credono combattono per la causa della ribellione”. In breve, votare alle elezioni o fare una scelta è, stando ai seguaci del pensiero di Qutb, una sfida alla suprema autorità di Allah sulla condotta degli esseri umani. ..."
 Per approfondire l'argomento, clicca qui.

LA GUERRA AL TERRORISMO  SI PUO' FARE IN PROCURA?
Editoriale da  Il Foglio: "Un giudice di Milano ha stabilito che non poteva rinviare a giudizio un gruppo di reclutatori del terrorismo internazionale in base ai codici vigenti, e subito si è scatenata una crociata a buon prezzo contro la “scandalosa” decisione. Può essere che il giudice abbia sottilizzato un po’ troppo, che abbia ecceduto nell’interpretazione, che sia stato guidato da una distinzione evanescente fra concetti come “terrorismo” e “guerriglia”, ma alla fine un giudice è pagato anche per sottilizzare, quello è il suo mestiere. Di scandaloso, invece, c’è sicuramente l’idea che la guerra al terrorismo internazionale si possa fare in procura. Siccome la Costituzione, dicono gli ignavi, la vieta, allora per noi la guerra è missione di pace; siccome la pace non c’è, e i reclutatori di bin Laden ci sono, e la strage di Madrid è stata organizzata anche da Milano, allora affidiamo al pretore la caccia al terrorista. Per sottrarre alla giustizia ordinaria americana e alle sue fortissime garanzie formali la guerra al terrorismo gli Stati Uniti si sono dotati di una legge, il Patriot Act, che il Congresso ha votato a stragrande maggioranza. Il succo della legge è l’aumento dei poteri dell’esecutivo, perché non risulta che le guerre le facciano il legislativo o il giudiziario, almeno nella storia umana fin qui conosciuta. Nelle guerre ciò che decide è la responsabilità di guida dei governi, degli eserciti, dei servizi di intelligence, sotto il controllo dei parlamenti e con il vaglio costituzionale delle supreme corti, figuriamoci se si può battere al Zarqawi con i mezzi investigativi e le strategie buone per gli scippi o gli omicidi passionali, figuriamoci se la cattura e la messa in mora di un nemico, che è una figura molto diversa dal delinquente, può procedere con lo stesso protocollo della giustizia ordinaria. Ma il nostro paese, si sa, è incapace di capire il posto delegato ma autonomo dell’esecutivo nella divisione dei poteri, e per questa sua debolezza di cultura politica si è beccato vent’anni di fascismo, poi quarant’anni di regime democristiano a governabilità variabile e rinviabile, infine un cambio di Repubblica affidato anch’esso alla magistratura e alla sua fatale supplenza, con le conseguenze del caso. Ora vogliamo che il Gup ci sbrighi la pratica di al Qaida, sradichi il reticolo terrorista annidato nelle nostre città, prenda su di sé responsabilità che sono di stretta pertinenza del governo, dei servizi, della polizia e dell’esercito."

 KAMIKAZE LIBERO
"Nell' Esprit des lois , Montesquieu scrive che ci sono quattro specie di delitti, una delle quali, la quarta, è contro la sicurezza dei cittadini. Aggiunge Montesquieu che «le pene inflitte devono derivare dalla natura di ciascuna di queste specie». Non sembra proprio che il magistrato milanese che ha condannato per reati minori - fra i quali il traffico di documenti falsi - tre nordafricani, accusati di aver reclutato e mandato kamikaze in Iraq, e sospettati di aver preparato attentati in Europa, e che ha inviato alla Procura di Brescia la posizione di altri due, sia una gran lettrice. Non solo di Montesquieu, il che non sarebbe grave, ma, quel che è peggio, neppure delle più recenti normative di diritto internazionale. Nelle motivazioni della sentenza, il magistrato - ignorando palesemente la risoluzione dell’Onu 1511 del 16 ottobre 2003, che legittima la presenza della coalizione militare internazionale a garanzia della sicurezza del Paese - ritiene, infatti, che inviare combattenti e aiuti economici in Iraq non configuri il reato di terrorismo internazionale, in quanto una cosa sarebbero gli attentati alle truppe di occupazione, che rientrerebbero nella fattispecie della guerriglia, un'altra quelli contro civili che cadrebbero, invece, in quella di terrorismo. Ciò che lascia francamente esterrefatti e scandalizzati è, dunque, oltre all'ignoranza della situazione irachena e del diritto internazionale, il carattere esplicitamente politico che finisce con assumere la sentenza, in perfetta sintonia con l'estremismo di chi continua a definire «resistenti» i terroristi iracheni. Il fatto, poi, che il magistrato dichiari di non aver voluto, con ciò, legittimare anche l'attentato di Nassiriya ai nostri militari, perché quella italiana è una «missione di pace», mentre quella del resto della coalizione non lo sarebbe - con l’assurdo corollario che ammazzare gli americani o gli inglesi non sarebbe un crimine, ma un'azione di guerra - non ne attenua, bensì ne aggrava la posizione. A conferma della confusione concettuale che sembra aver presieduto alla singolare sentenza. Meno grave, in questo contesto, appare, invece, la parte della motivazione in cui si dice che non risulterebbe provato che gli imputati stessero preparando attentati anche in Europa. Qui, siamo sul terreno - dice ancora la sentenza - «riferibile alle più svariate fonti di intelligence» che non fanno testo sotto il profilo del diritto penale. L'assenza di strumenti legislativi, o quanto meno giurisprudenziali, e la conseguente difficoltà di accertare reati che sono oggetto di indagini da parte dei servizi di sicurezza, anche se non giustifica, quanto meno attenua le responsabilità del magistrato, chiamando a rispondere del caso le forze politiche. Sono note le riserve che la legislazione antiterroristica americana (il Patriot Act ) ha sollevato, anche negli Usa, in tema di tutela dei diritti civili. Ma che qualcosa si debba fare anche da noi, la sentenza di Milano lo prova con tutta evidenza."
Articolo di Piero Ostellino, Corriere della Sera

La decisione del giudice milanese Clementina Forleo fa sobbalzare

Non è necessario pensarla sull'Islam come Oriana Fallaci per sobbalzare di fronte alla decisione del giudice milanese Clementina Forleo, che ha assolto dall'accusa di terrorismo internazionale una «cellula» di fondamentalisti che aveva finanziato e arruolato uomini armati in Iraq, considerandoli semplici guerriglieri anziché aspiranti kamikaze. Ammettiamo l'impossibilità di districarsi nel guazzabuglio ideologico che ormai fa dipendere la distinzione fra terroristi e resistenti dal giudizio che si dà sui loro nemici, gli americani. Ed evitiamo la scorciatoia emotiva che indurrebbe a chiedersi se il comportamento della dottoressa Forleo sarebbe stato lo stesso, qualora suo figlio o suo marito avessero fatto parte delle truppe italiane che rischiano ogni giorno la pelle contro le pallottole finanziate da «cellule» come quella da lei assolta. Poiché però a qualche certezza occorre pure aggrapparsi, consentiteci di individuarne una, piccolo borghese e retorica finché si vuole: quel giudice è un'italiana. Potrà piacerle o no, ma il suo Parlamento ha deciso di mandare dei militari in Iraq per proteggere la popolazione locale. Non dagli americani, ma da coloro che i fondamentalisti di Milano finanziavano e arruolavano. Ora, un magistrato che assolve dall'accusa di terrorismo chi spara o fa sparare contro i soldati dello Stato di cui è al servizio, sarà forse un esempio di fulgido spirito democratico, ma dovrebbe avere la coerenza di farsi passare lo stipendio da qualcun altro.
Articolo di Massimo Gramellini, La stampa


LA BOTTEGA DELLA FEDE
Non essendo "chirichetti rispettosi", con piacere pubblichiamo questo articolo non firmato da Il FoglioLe lacrime new age della Madonnina e quelle di Luca Coscioni nella processione politica del dolore. Messori e Pannella amministrano miracoli devozionali e illusioni laiche. Con mezzi da magic shop.
"Roma. Miracoli promessi. “Libertà di vivere. Di poter guarire. Di poter cercare una cura per sé e per quelli nelle sue condizioni e per tanti, troppi ancora”. Quando al centro dell’attenzione c’è Luca Coscioni, con il suo “corpo immobile eppure contundente” usato eroicamente come arma in battaglia, succede spesso che il giornalismo si faccia preghiera, omelia, invocazione, anatema, scomunica e santificazione. L’amen sarà senz’altro assicurato da officianti fervorosi, toccati dalla grazia. E non ci sarà contraddittorio, altrimenti che messa sarebbe? Ci saranno invece chierichetti rispettosi e compresi nel ruolo, come Cesare Fiumi sul Magazine del Corriere della Sera, per esempio, che a Coscioni, definito “l’uomo della libertà di ricerca scientifica”, ha dedicato la copertina venerdì scorso...." Clicca qui per proseguire nella lettura. (da IL FOGLIO - 25/01/2005)

Israele c'e'!
Ho raccontato  la tragedia di Elio Mordo come e' nel mio ricordo di bambina che ascoltava le storie della famiglia dalle labbra della nonna.
Raccontava raccontava raccontava, gli occhi verdi lucenti, storie di morte. Lei si era salvata, era stata rinchiusa per giorni in un armadio in  soffitta.
Parlava delle fughe, dei documenti falsi, delle scuole  in cantina, del terrore, senza mai nominare i tedeschi, senza mai pronunciare la parola "nazisti".
Raccontava le storie ma non parlava della Shoa'.
Nessuno parlava della Shoa'.
Quando sono cresciuta ho capito che mia nonna mi aveva trasmesso un'identita' fortissima,  non era  osservante ma era ebrea dalla testa ai piedi e grazie a lei io ho sentito questo travolgente senso di appartenenza al popolo di Israele.
Mi ha insegnato  la dignita' e l'orgoglio di essere quella che sono e, senza averlo mai visto, mi parlava di Israele e del suo significato senza mai dire che nulla sarebbe accaduto se ci fosse stato.
Non parlava della Shoa'.
Per anni gli ebrei non hanno parlato della Shoa'.
Poi accadde qualcosa di grande: Eichmann, la sua cattura in Argentina  e il processo in Israele.
Leggevo tutto, bevevo tutto, raccoglievo gli articoli di giornale. La televisione, in bianco e nero, faceva vedere le immagini da Gerusalemme, le testimonianze  dei sopravvissuti, le loro grida mentre ricordavano, gli svenimenti  quando la memoria era impossibile da sopportare. Ricordo mia nonna e mia mamma, guardavano in silenzio,  senza un commento, senza una parola.
Fino al processo Eichmann gli ebrei non avevano mai parlato della Shoa', tacevano perche' era insopportabile persino il ricordo ma quel processo e quella faccia dietro il vetro della gabbia in cui era rinchiuso, quella faccia che aveva sempre un sorriso sardonico,  la freddezza delle sue parole, la completa assenza di rimorso, il fastidio, la noia che gli si leggeva  sul  volto mentre ascoltava  quei poveretti che testimoniavano,  tutto questo ha travolto gli ebrei e il loro silenzio.
Era arrivato il momento di spalancare la bocca in un urlo silenzioso, era arrivato il momento di far parlare i fantasmi che si aggiravano senza pace per le strade d'Europa, era arrivato il momento di scavare tra la cenere di milioni di corpi bruciati. 
Hanno incominciato a parlare, a raccontare, a urlare, come un fiume in piena, una valanga irrefrenabile di parole, di ricordi e di pianti  urlati senza lacrime.
Quando il dolore diventa orrore non si puo' piu' piangere e quel processo e' stato un urlo liberatorio per tutti gli ebrei del mondo.
Ho visto, nel kibbuz dove e' conservata,  la gabbia di vetro di Eichmann,  piccola ma sufficiente a contenere il mostro le cui ceneri sono state sparse in mare fuori dai confini di Israele perche' nemmeno un granello del suo corpo sporcasse la nostra Terra.
Al Memorial della Shoa' di Gerusalemme c'e' una bacheca di legno scuro con all'interno una scarpetta bianca di bambino, un po' sporca. Una sola scarpina e sotto, in lettere dorate, il numero, atroce, terribile, disumano: "1.500.000".
Nient'altro.
Un milione e mezzo di bambini ebrei assassinati , Un milione e mezzo di fiori bruciati e passati per il camino, 6 milioni di ebrei sbranati e divorati dalla Belva  ed e' potuto accadere solo perche' Israele non c'era.
Oggi vorrebbero ritentare l'esperienza , gli arabi e i loro amici, vorrebbero vederci scomparire, eccome se lo vorrebbero,  hanno tentato e ritentato con 6 guerre, con anni di terrorismo, con la propaganda  di menzogne per mettere il mondo contro di noi.
Per la verita' non e' difficile, pare che il mondo non aspetti altro.
C'e' solo un problema, un problema insormontabile: Israele esiste.
E' l'unico paese al mondo di cui ancora, dopo 60 anni, si mette in discussione il diritto all'esistenza ma c'e'!
Israele c'e'  e mai piu' nessuno al mondo strappera' i nostri fiori, mai piu' nessuno li brucera'.
I camini, la cenere, il buio sono rimasti la', in Europa. Montagne di cadaveri su cui gli europei camminano e da cui hanno ancora la sfrontatezza di giudicarci e di gridare " via dalla Palestina" dimenticando che 60 anni fa urlavano il contrario "andate in Palestina" .
L'odio resiste, e' stato alimentato per piu' di 20 secoli e forse ce ne vorranno altrettanti per distruggerlo ma ogni ebreo del mondo sa che  le tenebre non scenderanno piu' perche' c'e' Israele e guardando verso Gerusalemme vedra' la luce.
Deborah Fait- informazionecorretta


A ME MI PIACE L’IMPERO
Ogni tanto anche al Corriere ne combinano una di giuste.
Oggi pubblicano tutta la traduzione di un fitto articolone di Michael Ignatieff  uscito il 12 dicembre sul New York Times: davvero bello, una delle analisi più complete fra quelle lette negli ultimi mesi.
Tra le altre cose, ha il pregio di ricordare l’importanza del “Millennium challenge account”, cioè il fondo di 5 miliardi di dollari stanziato due anni fa dall’amministrazione Bush per finanziare i governi del Terzo Mondo che investono in politiche concretamente rispettose del liberalismo politico ed economico (ovviamente non mancò la solita tiritera del “nuovo Piano Marshall”, ma poi gli intellettuali si sono tendenzialmente disinteressati della faccenda).
Vale la pena di leggerlo tutto, ‘sto mattone, da cima a fondo: clicca qui  per il testo integrale.
Da tener presente che Ignatieff, direttore del «Carr Center for Human Rights Policy»  di Harvard, è un intellettuale di sinistra che ha apertamente appoggiato l’intervento in Iraq pur non amando la destra neocon (“Preferisco di gran lunga frequentare quelli che stanno dall'altra parte, ma credo che stiano sbagliando”).
In un altro corsivo uscito recentemente sul NYT, spiegava: “ciò che trovo maggiormente difficile da rispettare è capire come i miei amici contrari alla guerra apparissero del tutto indifferenti al fatto che ciò che essi ritenevano essere la cosa giusta, saggia e non-violenta, ossia lasciare Saddam Hussein al potere, avrebbe comportato dei costi che sarebbero stati sostenuti interamente e solamente dagli iracheni”. 
(ale tap, 24-01.2005)

I sessant'anni di Auschwitz: Schlomo Venezia, «barbiere» d’Auschwitz


In Europa si moltiplicano le cerimonie di commemorazione per i sessant'anni della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz. La Tribune de Genève ha raccolto la testimonianza di Schlomo Venezia, un ebreo di nazionalità italiana nato in Grecia, che venne catturato a Salonicco nel 1944. Deportato ad Auschwitz, venne assegnato al Sonderkommando, il gruppo di prigionieri incaricati di far funzionare le camere a gas e i forni crematori. Venezia è una delle sei persone ancora in vita di questo gruppo. "Le Ss con i cani", racconta il sopravvissuto, "ci aspettavano all'uscita dei vagoni. La selezione cominciò immediatamente. Mia madre e due persone più giovani salirono su un camion". Nessuno di loro sapeva che il camion andava direttamente alle camere a gas.
Clicca qui per leggere l'articolo de La Tribune de Genève, Svizzera


HASTA LA MACEDONIA SIEMPRE
E’ di questi giorni la notizia che Oliver Stone ha deciso di emigrare in Francia, spinto dall’indignazione  per il disastroso fiasco che il suo colossal  “Alexander” ha registrato negli USA.
Secondo Stone, il floppone del filmone sarebbe infatti da addebitare all’ignoranza e al bigottismo del pubblico americano, che “non studia i classici come si fa in Europa” e che non avrebbe “capito” l’insistenza del regista sul privato omosex del conquistatore macedone.
Oggi a “Speciale SkyTG24” un Alessandro meno “magno”, ossia il solito Cecchi Paone reinventatosi testimonial della bisex way of life con lo zelo del neofita (e, sull’onda dell’entusiasmo per il film di Stone, reinventatosi pure biografo del suo omonimo con un tempestivo libretto ), perorava questa tesi confermando che sì, la colpa è proprio dei buzzurri amerikani, che non han capito la pertinenza delle scene omosex: e a riprova di ciò contrapponeva il recente successo commerciale di “Troy”, patacca cinematografara ammerecana sull’Iliade piena di strafalcioni e di censure bigotte, nella quale il legame tra Achille e Patroclo è stato comicamente riadattato da amoroso a parentale (cugini!).
Uhm. Sarà.
A dire il vero non è che nei raffinati licei classici nostrani l’approccio sia tanto meno bigotto che nei filmetti amati dai rednecks omofobi d’oltreoceano: anche a noi colti studenti della raffinata Vecchia Europa giusto una decina d’anni fa Patroclo veniva sbrigativamente presentato da progrediti docenti come “migliore amico” di Achille, lasciandoci ineluttabilmente perplessi di fronte alla furiosa vendetta che l’eroe infieriva all’assassino di quello che in realtà era l’amato partner.
Quanto al film di Stone, aspettiamo di vederlo per giudicare; intanto prendiamo nota che nell’intervista promozionale trasmessa oggi sempre su SkyTG24 il solito Stone spiegava con un sorriso vagamente mistico di averlo voluto girare perché affascinato dalla figura di un uomo capace di cambiare l’intero mondo in pochi anni: figura che, a suo parere troverebbe nel mondo contemporaneo un corrispondente solo in Fidel Castro (!).
Se queste sono le premesse, è pronosticabile una buona accoglienza in Francia – del regista, se non anche del film.
(ale tap, 24.01.05)


E poi, dalle docce, il gas
Andava ogni mattina al Caffe' Stella Polare a Trieste, beveva il suo  capuccino, leggeva il Piccolo e poi proseguiva verso la scuola greca dove  insegnava. Ormai non aveva piu' allievi, la scuola era chiusa e deserta, gli  ebrei di Trieste erano nascosti ma lui, elegantissimo, vestito di lino bianco e panama in testa, cosi' me lo ricorda una vecchia fotografia, continuava a illudersi che tutto fosse come prima.
Rifiutava di nascondersi mio zio Elio: " Non ho fatto niente" diceva "perche' dovrebbero prendermi?".
Non aveva fatto niente, come niente avevano fatto tutti gli altri ebrei di  Trieste, d'Italia, come niente avevano fatto gli ebrei d'Europa.
I nazisti erano a Trieste e andavano di casa in casa a cercare gli ebrei  "che non avevano fatto niente", erano ebrei semplicemente, il popolo che  Hitler aveva deciso di sterminare.
"Il primo dovere del popolo tedesco e' quello di annientare gli ebrei"  gridava il Fuehrer al suo biondo popolo acclamante.
Una spiata anonima. Zio Elio e' seduto al Caffe' Stella Polare di Trieste,  due della Gestapo entrano e, senza esitare, vanno dritti verso di lui: "Elio  Mordo?" "Si".
I suoi genitori erano scappati da Corfu' durante il grande pogrom, erano  arrivati a Trieste, citta' cosmopolita dove si respirava aria di cultura e  liberta'.

Erano arrivati pieni di speranze e di figli, continuando la fuga dei loro  genitori, dei nonni, degli avi erranti di paese in paese, di nazione in  nazione, sempre in fuga, sempre pronti a scappare da qualche altra parte.
Dalla Spagna alla Grecia passando per la Calabria e poi ancora dalla Grecia  verso l'Italia, verso Trieste, citta' della Speranza.
Una fuga attraverso il tempo, un secolo dopo l'altro, una lingua dopo  l'altra, una casa dopo l'altra, una paura dopo l'altra, figli perduti, ricordi di morte e disperazione, racconti di roghi e di torture, di  persecuzioni senza fine attraverso questa Europa che li rincorreva coi
forconi per ammazzarli tutti.
A Trieste non sarebbe successo, ne erano certi, Trieste era una citta'  speciale, vi si parlavano tutte le lingue, era il punto d'incontro di popoli  e culture.
"Elio Mordo?" "Si" e non puo' scappare da nessuna parte.
Dove scappare? Come fa a scappare un signore distinto vestito di lino bianco  e col panama in testa che si trova davanti a due rappresentanti della razza  padrona vestiti di nero con un teschio sul berretto?
Dove poteva scappare per mettersi in salvo questo ebreo "che non aveva fatto  niente"?
La citta' che aveva accolto la sua famiglia si era chiusa sopra di lui,  niente piu' cultura, niente piu' liberta', solo terrore, disperazione e la  Risiera di San Sabba.
Zio Elio incomincia il suo viaggio, Corfu' e' lontana nella memoria, anche  il mare di Trieste non c'e' piu', i suoi libri saranno stati bruciati, la  sua vita ormai e' dentro i vagoni bestiame che lo portano verso l'inferno di
 Auschwitz. Il centro del Male dell'umanita'.
Chissa' quali pensieri avranno attraversato la sua mente, non poteva sapere  che altre migliaia di vagoni bestiame come il suo viaggiavano attraverso  l'Europa per arrivare tutti in un unico punto, il crematorio.
Non poteva sapere che a Babi Yar avevano ammazzato in due giorni 40.000  ebrei come lui, che, come lui, non avevano fatto niente. Non poteva sapere  che in Europa gia' si camminava sui cadaveri di ebrei scaraventati vivi e  morti nelle fosse comuni o nei burroni, in una follia inarrestabile di odio.
Come poteva immaginare lui, piccolo ebreo triestino, che l'Europa  sprofondava in una putredine intellettuale che avrebbe fatto del novencento  il secolo maledetto.
Il suo carro bestiame si fermo' all'entrata di Auschwitz, i suoi occhi forse  avranno letto il benvenuto, "Arbeit macht frei", il lavoro rende liberi.

A cosa poteva servire un vecchio ebreo probabilmente gia' impazzito per il  dolore, l'umiliazione e l'incapacita' di comprendere la portata di quello  che stava vivendo?
Lo avranno portato insieme ad altri, inutilizzabili come lui, vecchi, donne  e bambini "che non avevano fatto niente", verso le camere a gas. Saranno  entrati nudi e storditi, incapaci ormai di pensare e di capire dove si trovavano e perche'.
Qualcuno avra' chiuso ermeticamente la porta, forse zio Elio lo avra'   guardato, e poi, dalle docce, il gas.

Deborah  Fait - informazionecorretta

Iraq, ucciso un elicotterista italiano a Nassiriya
Il maresciallo Simone Cola, in forza al Primo Reggimento "Idra" dell'Aviazione dell'Esercito (Aves) è stato ucciso ieri da una raffica d'arma da fuoco, mentre si trovava a bordo di un elicottero.
Il militare italiano era impegnato come mitragliere su un elicottero AB412, che stava effettuando un'attività di copertura a sostegno di una pattuglia motorizzata sotto attacco.
Durante l'intervento, una raffica ha colpito il soldato in uno dei pochi punti non protetto dal giubbotto anti-proiettile. Il militare è stato immediatamente trasportato, ha spiegato Tirino, all'ospedale da campo che si trova nella base italiana di Camp Mittica, a oltre 10 km da Nasiriyah, ma i medici non gli hanno potuto salvare la vita.
E' il diciannovesimo soldato italiano morto in azione dall'inizio di "Antica Babilonia". Al tragico bilancio, vanno inoltre aggiunti due connazionali civili morti nell'attentato del 12 novembre 2003 contro la base Libeccio dei carabinieri a Nasiriyah, e un altro soldato deceduto in un incidente.


Bush: ideali e libertà
Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha inaugurato il suo secondo mandato con un discorso ufficiale ispirato a grandi ideali. Non ha mai menzionato parole come Iraq, Afghanistan, 11 settembre o terrorismo e ha invece enfatizzato la necessità di diffondere la libertà in tutto il mondo. Questo è, secondo Bush, il compito del suo paese e l'obiettivo principale del suo secondo mandato. Dal The New York Times

Massima del giorno
Un paese non è più civile se ha i bobbies disarmati, ma ha i bobbies disarmati se è più civile.
G.P.


MOLLICHINE
Bertinotti. La vittoria di Nichi Vendola "è destinata a cambiare la politica italiana". Essendo Vendola un comunista,  speriamo di no.

Mastella: "Lo strappo è stato ricomposto". Ricucito,  ricucito. Si ricompongono le fratture, cose importanti, non gli strappi.

Bondi a Rutelli: "Venga da noi a far valere la sua esperienza". Ha ragione Sirchia,  la prossima battaglia dovrà essere contro l'alcool.

Schröder dà ragione a Berlusconi sul Patto di Maastricht. Per gli interessati: in tedesco treppiede si dice Dreifuß.

Forza Italia ha creato un comitato per "individuare ed eliminare gli sperperi di denaro pubblico". Sì,  ma quanto costerà il comitato?

Di Pietro alle primarie. Slogan vagamente berlusconiano: "Galera per tutti".

Fassino: "bisogna superare le discriminazioni fra coppie sposate e di fatto". Gli scambisti hanno dunque di questi scrupoli?

Le autorità iraniane: "Possiamo fronteggiare un eventuale attacco da parte degli Stati Uniti". Non come quei quaquaraquà dei nazisti.

Prodi: "La Quercia è un albero solido,  fa le ghiande,  nutre gli animali...". Ottimo pensierino. Da terza elementare.

Niente accordo nella CdL sulle regionali. Calderoli: "Non siamo né in alto mare né in porto". Questa nave è il Vascello Fantasma.

Pecoraro Scanio candidato alle primarie. Per un'Italia al Verde.

Almunia (commissario Ue agli Affari monetari): "La riforma del Patto di stabilità si può chiudere entro marzo". Ma non era lui che la diceva impossibile?

Vigna: "La mafia fattura 100 miliardi di euro lordi all'anno". Il nome dell'auditor,  prego?

Vendola,  paragone insistito: "Dismetterò i panni che ho vestito per trent'anni  e indosserò i panni di guida di una coalizione". Uno,  due o tre bottoni?

A Mogadiscio alcuni miliziani islamici hanno profanato 700 tombe di italiani. I cadaveri non sono stati capaci di difendersi.

Gianni Pardo


Mauro of Manhattan
"Come on Marsha, it’s been three years, three months and three weeks since 9/11, and not even a single firecracker has been exploded in the U.S. by Al Qaeda: What are you afraid of?"
"I don’t know, but something’s going to happen. Don’t know where, don’t know when, the only thing I’m certain is that they are at us, and sooner or later they’ll hit again."
"You know how this is called? Paranoia."
"Call it whatever you want, I am not taking the subway for any reason."
"So you preferred to get stuck in the New Year’s Eve traffic for one hour with your taxi, just because you are afraid that Osama is going to blow a bomb on the 2 and 3 line?"
"Yep."

"You don’t know what real terrorism is."
"What is it, then, tell me …. "
"It’s one bomb every night. It’s one journalist or politician or judge killed every week. It’s railway stations, train wagons, bank offices blown up and planes crashed down with hundreds of dead, as in Milan in 1969 or in Bologna and Ustica in 1980. We had terrorists for more than 10 years in Italy, communist, fascist, but that didn’t stop us from living. What would you have done?"

(clicca qui per proseguire nella lettura)
Mauro Suttora


Intelligenza con il nemico
«Cerchiamo di essere pragmatici: ci sono terreni sui quali Bush ha avuto posizioni politiche molto più intelligenti di quelle di Kerry. Sulla delocalizzazione delle imprese, per esempio, oppure sulla competizione con Cina ed India. Su questi temi, le posizioni di Kerry erano espressione di una "economic illitteracy", vero analfabetismo economico. Durante la campagna elettorale, ci sono state forti pressioni su Bush, perché cambiasse idea e seguisse Kerry nell'opporsi all'outsourcing, per esempio. Ma lui ha resistito. Così come ha tenuto fermo il punto sulla legalizzazione dell'immigrazione».
Parole di Amartya Sen, guru dell’economia politica liberal, prof di economia e filosofia ad Harvard, già rettore del Trinity College di Londra (e anche premio Nobel per l'economia 1998… ma quello, si sa, è il meno), intervistato oggi sul Corriere da Maria Latella in occasione di una sua conferenza a Roma.
Mi sa che ora i sinistri non lo inviteranno più.
E anche con le citazioni  ci andranno assai più cauti…
(ale tap, 20.01.05)


I PROFETI DEL PASSATO (Come finirà in Iraq?)
La storia ha questo di buono: che riguarda il passato. Possiamo chiederci se Cristoforo Colombo, con quelle navi e quelle teorie, fosse destinato a scoprire l'America o a morire, ma una cosa è sicura: ha avuto successo. L'ultimo dei ragazzini di Scuola Media legge che il tale grande condottiero, in quella data occasione, commise un errore fatale e quell'altro si lasciò ingenuamente ingannare. A momenti siamo tutti in grado di prevedere la tempesta di mare che quasi distrusse l'Invincibile Armata. Se i profeti del futuro hanno quasi sempre torto, i profeti del passato hanno sempre ragione.
Chi deve decidere nel presente soffre d'una lancinante incertezza. Tutto può andare diversamente dal previsto per le più varie ragioni. Perfino quando si è sicuri di come stanno le cose non è detto che vada meglio: Clausewitz ha scritto che le guerre scoppiano non quando un paese è molto più forte d'un altro, ma quando ciascuno dei due pensa d'essere il più forte; cioè quando un paese crede di potere vincere, in tempi brevi per giunta. Un esempio tragico di questo errore è la Prima Guerra Mondiale.
Né è detto che le cose vadano bene quando un paese è effettivamente più forte dei vicini. Nel 1939 la Germania era tanto forte da vincere facilmente contro la Polonia e la  Francia. Per questo preparò un esercito estivo, per l'invasione della Russia: era previsto che la guerra si concludesse prima dell'inverno. Poi Hitler dovette perdere tempo per l'avventura di Mussolini in Grecia, venne l'inverno e sappiamo come finì.
Nel presente percepiamo la realtà come chi, assistendo ad una partita di scacchi, vede solo mezza scacchiera. Fuori dalla vista rimangono il rigore dell'inverno 1941, il ritardo di Grouchy a Waterloo, il sole di Austerlitz, la tempesta sulla Manica e, andando indietro nel tempo, mille altri fattori.

Nella storia, ciò che si usa chiamare "caso" o "imprevisto" ha un notevolissimo peso. Per questo bisogna andarci molto cauti, coi giudizi. È peggio che imprudente dire "la Francia avrebbe dovuto fare questo e quello", "la Cina ha sbagliato a fare questo e quell'altro". Non solo le persone normali non dispongono dei canali d'informazione di cui dispongono i governanti, ma i problemi sono tanto complessi che neppure quei massimi dirigenti ne sanno abbastanza. Non è dunque detto che, dove Napoleone ha fallito, avrebbe successo il barbiere che ne giudica la tattica.
Il problema più attuale, quello dell'Iraq, si può riassumere in una domanda: si riuscirà a far funzionare una democrazia, in quel paese? Molti dànno per scontato che la guerra sia stata un errore e per provarlo indicano la serie di attentati sanguinosi cui assistiamo. Ma non dimostrano nulla. La situazione che si è venuta a determinare non era prevedibile. Erano prevedibili dei problemi, certo: ma questi  e non altri? Poi, non è detto che il terrorismo riesca nel suo intento: e se la coalizione otterrà un successo fra alcuni anni tutti decanteranno l'immensa opera politica realizzata da George W.Bush. La coorte di profeti del passato dimostrerà che questo successo era addirittura inevitabile: l'Iraq, inadatto alla democrazia? Ma se era il più laico dei paesi musulmani! Se aveva la risorsa del petrolio! Se si era riusciti a votare in Afghanistan!
In realtà, nessuno sa come questa vicenda si concluderà. Nessuno sa che cosa un giorno ripeteranno i ragazzini a scuola. Per allora, tutti sapranno dire con la massima disinvoltura se Bush fece bene o male; sapranno persino se poteva prevedere o no il successo o il disastro: e noi contemporanei passeremo per degli stupidi.
Con ragione, in fondo. Noi siamo sempre molto, molto più stupidi dei posteri.
Gianni Pardo, 20 gennaio 2005


TV DI REGIME
Eccola la Tv di regime! Qualunque tasto del telecomando schiacci non puoi fare a meno d'incontrarlo,  il regime. Quello tosto, monolitico, duro e puro.
Nevica. La mia serata di regime comincia ieri sera alle 20, 30. Su la 7 c'è Giulianone . Bene,andiamo ad incominciare. Si accendono le luci e, voilà,  eccolo Bertinotti intervistato dalla bertinotta. Pazienza, il gran capo dei comunisti rifondati m'è pure simpatico... e allora risentiamolo, per la centesima volta in due giorni, raccontare,  della "mossa del cavallo".  Son quasi le 21, tra poco c'è "Ballarò" e allora zapping, su "Striscia la Notizia" c'è Mastella che, appena rientrato nell'Ulivo non paga il conto al ristorante,  si becca un Tapiro! Sono le 21,10 inizia "Ballarò". Opperdinci,  c'è Rutelli,  due ore tonde tonde  per 'nu bello guaglione. 
Arrivano le 23, Telegiornale, conduce Berlinguer,   subito dopo TG3 Primo Piano. Si parla di mafia,  c'è il segretario dei DS siciliani, Fava, che scaraventa addosso mafiosità al  presidente della Regione.  Quando questi vuol intervenire per rispondere,    il conduttore lo ferma: "la prego Cuffaro, parlerà dopo, ora c'è un servizio da mandare".
 ... Zapping, sono le 23,30. Chi ci sarà a "Porta a Porta"?.  No! No! No! Ma quel faccione sorridente a tutto schermo è proprio lui? Si che è lui!  Romano Prodi in persona!
Fuori - regime ladro - continua a nevicare...
(cp,19-02-2005)


BETTINO CRAXI
Il 19 gennaio del 2000, alle ore 16 e 30, tra le braccia della figlia Stefania e sotto gli occhi del nipotino, Bettino Craxi moriva, esule ad Hammameth.
Non vogliamo  giudicare la  vicenda umana e politica di Bettino Craxi, vogliamo  documentare un calvario, che altri hanno chiamato "mani pulite". Noi qui  lo vogliamo ricordare con un suo memoriale (clicca qui), uno scritto di un suo compagno di partito dirigente della Federazione di Genova  (clicca qui) e  un suo intervento parlamentare.
(cp, 19-01.2005)


PRIME ARIE
Uffa! Sarà pur vero che, come diceva Totò, “è la somma che fa il totale” ma qui il totale è una roba da circo equestre.
A parte il culo (“Ci vuole culo, signora mia”, Ugo Tognazzi), avete letto i commenti sulla vicenda che ha visto Nichi (occhiello sul Corsera: “il suo  nome non è il diminutivo di Nicola ma di Nikita, idolo del padre impiegato alle poste e comunista antistalinista”) Vendola di Rifondazione Comunista prevalere alle primarie del centro-sinistra pugliese sul margaritino Boccia?
Basterebbe il titolo dell’articolo di Francesco Merlo su “La Repubblica” (<<Il Masaniello Nichi tra Bibbia e poesie>>) o l’articolo di Francesco Alberti sul Corsera, dove, forse memore di una certa pratica “spiritistica” di Romano Prodi,  si racconta che in Puglia «Hanno perso i partiti, ha vinto lo spirito dell’Ulivo»... basterebbe questo per chiedere asilo politico alle Maldive colpite dallo tsunami.
Eppure ‘sta roba,  tutta melassa e cardinali (titolo del Corsera - "Nichi: credo in Dio e nel Sud", articolo di Aldo Cazzullo, svolgimento: "sono discepolo del vescovo di Molfetta") non mi convince.
E poi, in campagna per il ballottaggio,  c'è pure  un   falso allarme attentato.
Vuoi vedere che questo Nichi Vendola in realtà è un  furbone  del marketing politico.

(cp, 18-01.2005)

LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE
Il regista arabo israeliano Muhammad Bakri, autore del documentario "Jenin, Jenin" che accusava Israele di genocidio e crimini di guerra, ha ammesso in una deposizione la scorsa settimana d'aver falsificato alcune scene usando informazioni sbagliate e d'aver ricevuto finanziamenti da parte dell'Autorità Palestinese per la produzione del film diffamatorio. Il regista e produttore del celebre film, che accusava i militari israeliani d'aver commesso atrocità inaudite nel campo profughi di Jenin nell'aprile 2002, deponendo in tribunale nel corso di un processo per diffamazione ha riconosciuto che in tutto il film sono presenti errori e artifici.
Il regista deve difendersi dalla querela di cinque soldati israeliani che hanno combattuto a Jenin e i cui volti sono riconoscibili nelle sequenze del documentario che accusa i militari d'aver ucciso "un grande numero di civili", mutilato corpi di palestinesi, eseguito esecuzioni a casaccio, bombardato donne bambini e disabili psico-fisici, e d'aver spianato l'intero campo profughi compresa un'ala del locale ospedale.
Il documentario non mostra nessuna immagine delle presunte atrocità, ma in alcune sequenze i volti dei soldati (che hanno querelato Bakri) vengono soprapposti a presunte "testimonianze oculari" con la chiara indicazioni che essi sarebbero colpevoli di "crimini di guerra".

Ora però Bakri ammette d'aver "prestato fede" a testimonianze selezionate senza procedere a nessun controllo sulle informazioni che gli venivano fornite. "Ho creduto alle cose che mi venivano dette. Le cose a cui non ho creduto non sono state incluse nel film", ha spiegato il regista.
Ad una domanda relativa alla scena del film in cui si lascia intendere che truppe israeliane siano passate con i loro mezzi sopra civili palestinesi, Bakri ha ammesso d'aver costruito la sequenza come sua propria "scelta artistica".
Alla domanda se crede davvero che "durante le operazioni a Jenin soldati israeliani abbiano ucciso la gente in modo indiscriminato", Bakri ha risposto "No, non lo credo".
La parte forse più clamorosa della deposizione è giunta quando Bakri ha ammesso che il suo documentario, proiettato nei cinema di tutto il mondo, è stato finanziato dall'Autorità Palestinese, spiegando che "parte delle spese per il film sono state coperte da Yasser Abed Rabu", allora ministro palestinese per la cultura e l'informazione nonché membro del comitato esecutivo dell'Olp sotto la direzione dell'allora leader palestinese Yasser Arafat.

Nell'aprile del 2002 le truppe israeliane entrarono a Jenin nel quadro dell'Operazione Scudo Difensivo volta a fermare la sequela ormai quotidiana di attentati suicidi ad opera di Hamas, Jihad Islamica e Brigate Martiri di Al Aqsa. Israele inviò unità di fanteria alla ricerca di terroristi casa per casa anziché colpire da lontano la "culla" degli attentatori: una scelta che costò la vita a 23 riservisti uccisi da imboscate, cecchini e trappole esplosive palestinesi. Subito dopo la fine dei combattimenti venne fatta circolare dalla dirigenza palestinese l'accusa che Israele avesse commesso un deliberato massacro a sangue freddo di più di 500 civili indifesi. Successivamente è stato appurato che i morti palestinesi nei durissimi combattimenti erano stati 53, per la maggior parte armati. Resoconti di stampa, prove documentarie, indagini di enti governati, non governativi e di organizzazioni umanitarie hanno presto dimostrato che non aveva avuto luogo nessun massacro di civili.
Il film di Bakri mostra diversi "testimoni" che descrivono "brutalità" da parte delle Forze di Difesa israeliane, sostenendo che Israele avrebbe aggredito e ucciso "numerosissimi" palestinesi con carri armati, aerei e cecchini. L'autore tuttavia si guarda bene dall'indicare chiaramente quale dovrebbe essere, secondo lui, il numero esatto di palestinesi uccisi.
Nel frattempo un altro film, "The Road To Jenin" di Pierre Rehov, è giunto a smentire le accuse di Bakri. Una di queste era che Israele avrebbe sparato undici missili contro l'ospedale di Jenin spianandone un'intera ala con tutti i pazienti all'interno, e che non avrebbe nemmeno permesso al personale di soccorso di accedere alla zona. Il direttore dell'ospedale, dottor Mustafa Abo Gali, dice al pubblico del film di Bakri: "Tutta l'ala ovest è stata distrutta. Caccia militari lanciavano i loro missili ogni tre minuti". Bakri non si prese la briga di controllare. Ma quando Rehov intervistò lo stesso dottor Gali per il suo film e si fece mostrare le dimensioni dei danni, tutto ciò che questi poté mostrare fu un modesto buco sull'esterno dell'ala ovest, completamente intatta. Rehov fornisce anche le immagini aeree dell'ospedale prese l'ultimo giorno della battaglia di Jenin in cui si vede che tutte le sezioni dell'edificio sono normalmente in piedi.
Circa l'accusa di Bakri per cui alle ambulanze non fu permesso di raggiungere la zona, il dottor David Zangen, capo ufficiale medico delle Forze di Difesa israeliane durante l'azione a Jenin, racconta a Rehov come i soldati israeliani hanno soccorso molti combattenti palestinesi feriti, compresi quelli di Hamas. Rehov mostra persino un soldato israeliano che autorizza Gali in persona a ricevere tutto il materiale medico di cui ha bisogno per il suo ospedale.
"Anche lo spettatore più distratto - ha scritto Tamar Sternthal, del Committee for Accuracy in Reporting in the Middle East - si accorgerebbe delle evidenti incongruenze delle presunte testimonianze su cui fa affidamento Bakri".

Bakri sostiene che i soldati avrebbero sparato a una mano di un inerme abitante palestinese, Ali Youssef, per poi sparargli anche alle gambe. Ma Rehov ha rintracciato Youssef e nel suo film rivela che questi venne ferito a una mano mentre stava dentro a un edificio insieme a terroristi armati di Hamas. Medici israeliani medicarono la ferita di Youssef, gli riscontrarono un difetto congenito al cuore e lo inviarono in Israele perché fosse curato nell'ospedale di Afula. Dalle cartelle cliniche dell'ospedale si rileva che Youssef non è mai stato ferito alle gambe.
Secondo Zangen, Bakri fa ampio ricorso a tecniche filmiche ingannevoli per creare il mito del massacro a freddo, cosa che ora Bakri ammette nella sua deposizione. Zangen cita ad esempio la scena di un tank che si dirige verso una folla. La scena quindi si oscura, lasciando la falsa impressione che quella gente sia stata uccisa. Inoltre Bakri, che in nessun momento della battaglia è stato sul posto a filmare, ingannevolmente giustappone le immagini di tank israeliani e quelle di tiratori scelti in posizione di tiro ad immagini di bambini palestinesi: altra circostanza ammessa da Bakri nella sua deposizione.
Alcune di queste immagini giustapposte includono i cinque soldati riservisti che hanno querelato l‚autore davanti a un tribunale di Tel Aviv. I cinque accusano Bakri d'averli falsamente accusati di crimini di guerra e spiegano che, oltretutto, nella loro professione civile hanno frequenti contatti con palestinesi che ora potrebbero riconoscere i loro volti per averli visti nel diffamatorio documentario di Bakri, cosa che mette a repentaglio la loro attività professionale e la loro stessa vita.
(Aaron Klein su www.worldnetdaily.com, 17.1.05)
Nota: Mohamed Bakri e' stato scelto dal figlio di Maurizio Costanzo, Saverio,  come attore nel film Private!


 "CORRIERE"  IN CARRIERA
"Primarie in Puglia: la vittoria va a Boccia" titola, a pagina 6,  il Corriere della Sera oggi in edicola,    che non s'accontenta e  mette pure le percentuali: 47% a Vendola di Rifondazione Comunista , 53% a Boccia della Margherita.
In realtà, come anticipa in un articolo Luca Telese su "Il Giornale" sempre in edicola,  e come hanno poi decretato i risultati,  ha vinto Nichi Vendola. E qui casca l'asino.  Quel titolo del Corriere -che solo ieri pubblicava due intere pagine agiografiche su  Prodi e famiglia allargata -  la dice lunga sulle preferenze politiche  del primo quotidiano italiano.

Comunque, al di la dei desiderata del Corriere, Nichi Vendola  vince le primarie del centro-sinistra in Puglia per la scelta del candidato  alle prossime regionali, e se per Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione Comunista,  è  una notizia che ''dà un'emozione... un fatto politico enorme, una vittoria contro tutte le forme di burocratizzazione della politica e di chiusura dei ceti politici dirigenti nei loro recinti", di sicuro per Prodi, Fassino e Rutelli si tratta di una clamorosa sconfitta. E per il Corriere?
PS: Sul Corriere on line l'articolo di Carlo Vulpio è stato modificato... e finalmente anche sul Corriere Nichi Vendola ha vinto!
(cp, 17-01.2005)


BARBARA SPINELLI
Ci sono firme ignote, firme illustri e firme che sono una garanzia: nel senso che si può star sicuri, leggendo il testo, che ci sarà l'occasione d'arrabbiarsi. Una di queste firme, accanto a quelle di  Bocca, Maltese, Man ed altri eletti, è quella di Barbara Spinelli. Costei per giunta aggrava la sua situazione scrivendo articoli fluviali, sicura, più di quanto lo sarebbe stato Tolstoi, che il lettore incantato andrà fino in fondo.
Non raramente i suoi articoli riguardano l'Italia e l'irritazione potrebbe nascere dalle diverse opinioni politiche. Ma stavolta (articolo , clicca qui) si è occupata del disastro del Sud-est asiatico - sul quale l'Italia è pressoché spettatrice - ed ecco che si può scrivere un commento pressoché spassionato.
La prima parte è tutta meditativa e lirica. Al livello seguente: "l'immagine che tutti abbiamo visto,  commossi o inorriditi: un'umanità asiatica che tendeva le mani mendicanti,  assetate d'incontrare nostre mani benigne; i questuanti volti di popoli." Lirica, ma, come si vede nel seguito, politically correct: nel senso che nello tsunami l'uomo bianco ha quanto meno la colpa d'essere contento di non averlo subito personalmente. Egli ha anzi irritato i beneficiari con la propria volontà di soccorrere le vittime. "La svolta è avvenuta con il no pronunciato dallo Stato indiano: no agli aiuti di soccorso,  corredato da laconiche dichiarazioni secondo cui l'India è capace di far da sé". "Sulla scia dell'India,  anche lo Stato indonesiano ha cominciato a temere come invasiva la generosità di organizzazioni non governative o di truppe americane e australiane". A questo punto, sarebbe normale che il benefattore, disgustato, dicesse: "Ebbene, andate al diavolo". Ma non è questa l'opinione di Barbara. Che scrive: "Dobbiamo riconoscere che l'altruismo può a volte ferire più dell'egoismo: può mortificare le suscettibilità,  può sotterraneamente accendere la fiamma di risentimenti individuali o collettivi". Insomma, dobbiamo riconoscere che è normale che il cane morda la mano che lo nutre. Ed è poi la mano che deve chiedere scusa.
"È successo proprio questo,  nell'impeto degli esordi. Gli Stati,  da un lato,  si sono gettati in una sorta di pietà competitiva: chi più dava,  più si sentiva candidato a restare o divenire grande potenza". E giù tutti i motivi egoistici, di tutti gli stati (inclusi India ed Indonesia!), per cui ci si è attivati per soccorrere le vittime, escluso uno: la pietà.

La Spinelli si crede furba, anzi sottile, ed è ingenua. Freud a suo tempo chiarì che il filantropo è uno che odia l'umanità e abreagisce (chiedendo scusa per il brutto verbo), cioè controbilancia il suo odio con atti che dovrebbero provare il suo amore. Di fatto, più semplicemente, e lasciando da parte l'estremismo psicoanalitico, si può osservare che nessuno compie un'azione senza una ragione. Il motivo (sufficientemente nobile, non tema, la Spinelli) può essere che si ama la propria immagine mentre lo si compie. Cyrano de Bergerac, con gesto magnifico, getta la sua paga d'un mese ad un cattivo attore, purché esca dalla scena, e un amico gli rimprovera d'essere rimasto al verde, di non avere neppure da mangiare. L'eroe risponde, lapidario: "Oui, mais quel geste!"
La stessa cosa deve aver pensato Attilio Regolo e tanti altri come loro due. Allora, i loro gesti non valevano nulla, solo perché erano fieri di compierli? Se ci si mette a fare le pulci a tutti, non ci sono più eroi, bin Laden e Albert Schweitzer sono uguali e siamo tutti sporchi egoisti.
La Spinelli, che cita Kant, sembra ignorare uno dei più vecchi problemi del Cristianesimo: quello del libero arbitrio. Se lo si accetta, si ha da una parte la responsabilità delle proprie azioni, dall'altra il merito di esse. Mentre se non lo si accetta non si hanno né il merito, e fin qui la Spinelli avrebbe ragione, né le responsabilità e i torti che la giornalista rimprovera a tutta l'umanità, dall'alto del suo magistero.
È inutile scrivere "Berlino e Tokyo hanno promesso somme eccezionali anche per essere ammesse,  con permanente diritto di veto,  al Consiglio di Sicurezza. Non stupisce che lo stesso abbia fatto l'India: avendo visto che superpotente è chi gli aiuti non li riceve ma li dona,  s'è occupata più di assistere Sri Lanka e Indonesia che non i propri Intoccabili,  desiderosa anch'essa d'entrare nel club dei legislatori mondiali all'Onu". Con questo metro, come avrebbe detto Amleto, nessuno di noi sfuggirebbe alla frusta.
Secondo la Spinelli, traboccante di alti ideali, i tre minuti di silenzio per commemorare le vittime, che magari saranno ridicoli per un miscredente ma non certo per un'idealista come lei, sono serviti "a esser contemplati da noi stessi,  belle statiche statuine nei firmamenti dell'etica". Non gliene va bene una.
Perfino l'amore, anzi l'acme dell'amore (non si contenta di meno) è pericolosa: "l'acme amorosa abbraccia ma può stritolare,  getta le braccia al collo ma può divorare il diverso. Nell'acme c'è il pericolo di divenire ciechi ai bisogni reali dell'altro: alla sua storia,  alle sue tradizioni,  alle sue imparagonabili sensibilità. Si rischia il risentimento e l'offesa di popoli lontani". Insomma, guardatevi dall'amare gli altri popoli. È troppo rischioso e potete offenderli. Che vadano a farsi fottere.

Gianni Pardo, 17 gennaio 2005.


PERCHE' CONTINUARE A SPERARE?
Ma perche' continuiamo a sperare? Per quale strano motivo, forse caratteriale, noi israeliani continuiamo a sperare nella pace? Morto Arafat avevamo esultato e sperato con tutte le nostre forze che adesso  le cose sarebbero cambiate, che Abu Mazen sarebbe stato migliore, piu'  moderato, meno bugiardo. Il nuovo presidente eletto dell'ANP frenava la nostra gioia con  dichiarazioni per  niente amichevoli  e incoraggianti, i gruppi dei terroristi continuavano a sbraitare che il terrorismo sarebbe andato avanti  inesorabilmente  ma noi, illusi, pensavamo si trattasse di dichiarazioni  politiche per rassicurare la voglia di  guerra del popolo palestinese e per  non creare sommosse popolari. I palestinesi, al contrario di quasi tutti i popoli del mondo,  si ribellano  alla parola pace, vanno a sciamare per le strade,  invasati e urlanti, la  loro violenza e il loro desiderio di sangue mai paghi.
Per questo motivo  ci illudevamo che   Abu Mazen, per poter essere eletto,  dovesse proclamare il suo odio per il "nemico sionista" e fingere di  continuare l'opera di distruzione del suo predecessore. Abbiamo aspettato le elezioni e abbiamo avuto il nuovo Raiss,  piu' contenti  noi di loro! ...  Clicca qui per continuare nella lettura.
Deborah Fait - informazionecorretta

MOLLICHINE
Impunito l'81% dei delitti,  in Italia. Per Marco Rizzo,  il più grave e il più impunito è il colpo di Stato con cui Berlusconi s'è impossessato di Palazzo Chigi.

Sistema giudiziario. L'Italia è il più condannato,  tra i 46 paesi del Consiglio d'Europa (103 verdetti su 521). E pensare che abbiamo i giudici più infallibili del mondo.

Giustizia. Castelli: "Per la prima volta più luci che ombre". Il datore di luci è un fervente sostenitore della Lega.

Per Castagnetti,  il disastro della giustizia è colpa di questo governo. Anche per i decenni precedenti.

Storace: "Del vertice me ne frego". Me ne frego,  detto da un ex-missino,  "rings a bell",  fa ricordare qualcosa.

I radicali nella maggioranza? Ma vi si sentiranno a proprio agio?

Pisanu vuole "un'intelligence unica" per i servizi segreti. Noi ci contenteremmo di servizi con un'intelligence normale.

Gianni Pardo


IL DESTINO DEI RADICALI
Un estremo realismo è paralizzante. Se si pensa che morremo tutti e che comunque, l'umanità non sarà mai felice, chi può avere il coraggio d'intraprendere qualcosa di grande? Se Giovanna d'Arco non avesse avuto, probabilmente, delle allucinazioni, non avrebbe neppure concepito l'idea di liberare la Francia. Se Pannella e i suoi amici fossero stati realisti, si sarebbero accorti di quanto conformista, provinciale e codina fosse l'Italia del loro tempo, e non avrebbero intrapreso le battaglie del divorzio e dell'aborto.
Non è vero - e la storia lo dimostra - che cercare di realizzare qualcosa di "assurdo" porti fatalmente al fallimento. Ma non è neppure vero che porti sempre al successo. Anzi.
È questa la malattia che affligge i radicali. Essi reputano che cedere su qualcosa sia praticamente un fallimento, visto che il loro ideale è giusto al cento per cento e può essere realizzato al cento per cento. Non importa quanti e quali siano gli ostacoli - onesti e disonesti, legali e illegali - posti sul loro cammino: hanno vinto la battaglia sul divorzio e l'aborto, vinceranno anche questa. Se non stavolta, la prossima volta. E arrivano perfino a concepire di riformare l'intera Italia con ventiquattro referendum tutti insieme.
Il risultato è che non hanno più rappresentanti in Parlamento e che anche chi la pensa come loro praticamente su tutto non li vota. Ora, dopo anni e anni di splendido isolamento, parlano di federarsi con una delle coalizioni ma già questo atto di buon senso è inquinato dalla sua stessa formulazione. Chi accetterebbe una proposta di questo genere: "Sposami, e se non mi sposi tu sposo il primo che passa"?
Di Pietro, sempre elegante, ha parlato di prostituzione politica. Qualcuno, meno volgare ma altrettanto ingeneroso, ha parlato di "partito all'asta". Non hanno capito niente. L'ultima, assolutamente l'ultima idea possibile, nella mente dei radicali, è quella di vendersi. Non osano formularla, ma la loro vera proposta è: "Quale delle due coalizioni è disposta ad iscriversi al Partito Radicale?"
Vediamo tuttavia sei i radicali siano obiettivamente federabili. L'associazione meno innaturale sarebbe col centro-destra, sempre che non ci siano posizioni effettivamente incompatibili. Ma esse sono poi così importanti? Al riguardo abbiamo un caso di scuola esemplare.

Per decenni, in Italia, s'è parlato di compromesso storico. Cosa peraltro difficile da capire, visto che non di un compresso "di storia", si trattava, ma d'un compromesso politico che doveva fare storia: dunque d'uno storico compresso. Ma tant'è. Si trattava semplicemente dell'alleanza fra Dc e Pci, cioè fra un partito cristiano perfino nel nome e un partito adepto del materialismo storico. Può esistere un maggiore contrasto fra il Cristianesimo e l'ateismo? Può esistere un maggiore contrasto fra l'essere cattolici e l'essere scomunicati, come lo furono i comunisti da Pio XII? Certo che no: e tuttavia la cosa è sembrata possibile. Anzi, è stata vista come un traguardo. Una ricucitura dell'Italia da sempre spaccata in due. Da questo fenomeno si potrebbe dedurre che le convergenze sotterranee sono a volte più significative delle differenze evidenti e che comunque, per accordarsi, basta la volontà di accordarsi. 
Nel caso dei Radicali e della Cdl le affinità sono per giunta numerose e sostanziali, soprattutto in campo economico. Difficile è il rapporto con l'Udc, un partito cattolico, mentre i Radicali sono risolutamente laici ed occasionalmente anticlericali. Ma basterebbe la buona volontà, basterebbe affermare che ci si accorda sulle convergenze, lasciando piena libertà nelle divergenze che riguardano le questioni di coscienza, e ci sarebbe spazio per un'alleanza che rimane largamente possibile.
Diverso è il giudizio di opportunità. Duole dirlo, soprattutto per chi di cuore è in sintonia con loro, ma forse la risposta è no. I Radicali non sono nati per stare in gruppo. La loro vocazione (altro che meretricio!) è la mancanza di realismo e la più totale indipendenza. Una favola mille volte ripetuta parla di uno scorpione che chiedeva ad una rana di traghettarlo dall'altra parte dello stagno, ottenendo un rifiuto, visto che gli scorpioni sono pericolosi. Ma la rana si lasciò convincere e purtroppo, arrivati a metà del viaggio, l'aracnide la punse. "Perché l'hai fatto? si dolse la poverina, agonizzante. Ora morirai anche tu!" "Non posso farci nulla, rispose l'altro: sono uno scorpione".
I Radicali, nella Cdl, finirebbero col creare problemi; porrebbero condizioni irrinunciabili; denuncerebbero mille volte gli alleati all'opinione pubblica; farebbero danno a se stessi e alla coalizione, se pure con le migliori intenzioni del mondo.
Come lo scorpione, non possono farci nulla.

Gianni Pardo, 16 gennaio 2005


GIROTONTI
"L’Unità ha pubblicato un appello straziante e straziato a Prodi, firmato da Flores D’Arcais  (clicca qui per il testo  dell'appello), che comincia così: «Caro Romano, rompi gli indugi, fatti leader». Un vero grido di dolore ripetuto undici volte. Le ragioni dell’appello sono presto dette: «Caro Prodi, finora ti sei rivolto ai partiti del centrosinistra, anzi ai loro dirigenti. Ma questi dirigenti non ti vogliono come leader, ti vogliono come candidato: non è affatto la stessa cosa». Flores spiega la differenza e invita il suo Romano a farsi leader fottendosene dei partiti che lo vogliono solo candidato. E scrive: «Elenca anzitutto, senza reticenze, i poteri che tutti i partiti devono riconoscere ad un leader democraticamente eletto» - come e da chi? «…direttamente ed esplicitamente presso l’elettorato potenziale». Tra i poteri quello di avere «l’ultima parola sulle candidature nei collegi». E attenzione alla purezza di chi rappresenta il riformismo del centrosinistra. Pierfranco Pellizzetti, sulla rivista di Flores, si chiede infatti perché «Morando e Debenedetti non si iscrivano a Forza Italia». Con i poteri assoluti, Flores potrebbe suggerire a chi si è fatto leader di trasferirli d’autorità nel partito di Berlusconi."
(
dal Riformista,  EMANUELE MACALUSO)


DARDO GERARDO
Vederlo,  ieri sera ospite di Ferrara a 8 emmezzo,   pubblicizzare il suo nuovo libro lo rendeva quasi umano: un esempio  perfetto di marketing del giustizialismo all'italiana.
Stiamo parlando del migliore di tutti loro, si, insomma, stiamo parlando di Gerardo D'Ambrosio, altrimenti chiamato "la notte della democrazia".
Comunque è ben strano. Mentre nel resto del mondo chi si fa storico della "storia" non è mai il protagonista della storia stessa ma sempre un terzo, qui   sono gli stessi protagonisti della storia che vengono chiamati a ricostruire e giudicarsi e... tutti zitti.
Già l’altra sera Antonio Di Pietro, ospite di Vespa a Porta a Porta, c’aveva dato un buon esempio di come il lupo riesce a trasformarsi in agnello.
In verità,  questi ex magistrati,  ora in pensione o in parlamento,  la sanno raccontare e vien quasi da applaudire sentendo la loro rava e la loro fava.
Ed è un guaio. Se, per caso o per sventura,  sei capitato sotto  l’inquisizione di questi signori del diritto e del rovescio...  no che non ti basta esserne uscito alla fine assolto. No, tu comunque devi subire ancora l’oltraggio di sentirli,  in TV e sui media, apostrofarti   come "condannato" e "colpevole",  anche  se assolto in via definitiva.
E’ già successo con Giancarlo Caselli che continua a definire "amico dei mafiosi"  l'assolto  Giulio Andreotti; è successo anche ieri sera.
Si parlava del processo per le tangenti alla Guardia di Finanza che ha visto coinvolto Silvio Berlusconi .
Riassumiamo la vicenda. Nel maggio del 2000, dopo oltre cinque anni di accanimento giudiziario, la corte d'appello di Milano assolve il leader del Polo dall'accusa di aver corrotto la Guardia di Finanza. La sentenza, per molti,  rappresenta la conferma definitiva che ai danni del Cavaliere è stato applicato un perverso teorema politico-giudiziario diretto, prima ad eliminarlo come capo del governo, e poi a delegittimarlo come guida dell'opposizione. Non va dimenticato che l'avviso di garanzia per le tangenti alla GdF venne recapitato all'allora presidente del Consiglio nel corso del "vertice internazionale sulla criminalità" e segnò l'avvio della campagna che portò alla caduta del governo di centrodestra che aveva trionfato alle elezioni del marzo 1994.
In verità,  per alcuni reati  era scattata la prescrizione del reato, per altri l'assoluzione recitava "per non aver commesso il fatto".
Poi, se non bastasse, in Cassazione - passati 7 anni!- respingendo il ricorso dell’allora PM Colombo, quelle assoluzioni per prescrizione 
vennero trasformate in piene assoluzioni, clicca qui per il testo della sentenza.
Dunque, e non ci possono essere se o ma, per Berlusconi assoluzione piena.
Bene,  D’Ambrosio ieri sera insisteva: Berlusconi,   per le tangenti alla Guardia di Finanza,  assolto solo per via delle prescrizioni.
E non c'è stato verso. E noi stessi, poveri spettatori, siam stati presi nell'angoscia del non dover credere ai nostri propri occhi.
(cp, 15-01-2005)

Googlebombing
Il googlebombing (ovvero "bombardare Google") è la tecnica usata per sfruttare una caratteristica del motore di ricerca Google in base alla quale viene attribuita importanza ad una pagina in rapporto a quanti link verso essa si trovano all'interno di altri siti web.
Perchè il googlebombing funzioni, occorre che nel maggior numero di siti (solitamente blog), si inserisca la parola chiave col collegamento ipertestuale verso la pagina che si vuole colpire.
Già molti siti ben orientati nell’area noglobal e di sinistra hanno usato questa tecnica, negli Usa contro Bush, qui in Italy contro Bossi o Berlusconi.
C
ontro la monotonia dei soliti, con un minimo di organizzazione potremmo  verificare se la cosa funziona  anche con altri politici.
Avanti,  fatevi sotto, tra i vari blog amici chi vuol giocare al giochino del googlebombing?


Fecondazione: bocciato il referendum totalmente abrogativo
(Ansa) ROMA - La Corte costituzionale ha dichiarato ammissibili quattro dei cinque referendum sulla procreazione assistita, escludendo quello sulla abrogazione totale della legge, proposta dai radicali.
I referendum ammessi sono dunque quelli che prevedono l'abrogazione parziale del provvedimento, in particolare dei punti che si riferiscono al limite alla ricerca clinica e sperimentazione sugli embrioni; alle norme sui limiti all’accesso; alle norme sulla finalità, sui diritti dei soggetti coinvolti e sui limiti all’accesso; al divieto di fecondazione eterologa.
Ora spetta al presidente della Repubblica indire la consultazione popolare sui quattro referendum. Si voterà una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno. In base all'articolo 75 della Costituzione, un referendum abrogativo può dirsi approvato se alla votazione partecipa la metà più uno dei cittadini elettori (il cosiddetto quorum) e se viene raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.
Commento di Marco Pannella: 
''Sulla bocciatura del nostro quesito referendario sulla procreazione assistita da parte della Consulta avrei scommesso. E la motivazione di questa bocciatura e' prevedibile e semplice: quella richiesta di abrogazione e' radicale e, cosa ancor piu' grave, perfettamente costituzionale''. Cosi' il leader storico dei Radicali Marco Pannella commenta la decisione della Corte Costituzionale circa l'ammissibilita' dei quesiti referendari sulla procreazione assistita. Pannella, raggiunto telefonicamente dall'Ansa a Strasburgo, lancia una stoccata alla Consulta. ''Per illustrare la storia politica di questa Corte Costituzionale - osserva - occorrerebbe il pennello di Goya: quei giudici sono davvero degni dei suoi mostri...''. Infine, l'europarlamentare radicale sottolinea che ''dei quattro referendum dichiarati ammissibili tre sono stati redatti per incarico dei Radicali; dunque, dei quattro che abbiamo presentato, la Consulta ha accolto tre referendum''.   

Radicali Italiani:  come perdere un congresso e vincere la partita
• Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, membro della Direzione di Radicali Italiani
<<Gli accordi nelle singole regioni tra CDL e radicali di cui ha ieri parlato Silvio Berlusconi possono e devono essere il risultato e non il punto di partenza del dialogo tra Radicali e il leader della maggioranza proposto da Marco Pannella.
Pannella ha individuato come terreno di confronto la necessità di operare per assicurare il rispetto della legalità nelle prossime elezioni regionali, evidenziando il fatto che, qualora raggiunto su questa base, l'accordo tra Cdl e radicali avrebbe rilievo politico nazionale, proiettandosi inequivocabilmente anche sulle elezioni del 2006.   La proposta radicale - forse inattesa per alcuni interlocutori sospettosi - ha dunque una sua semplicità, una sua forza ma anche una sua urgenza, alla quale sono fiducioso Silvio Berlusconi saprà corrispondere.  Va da sé che, in caso di un accordo, il primo effetto sarebbe il sostegno radicale ai candidati governatori della Cdl alle prossime elezioni regionali.
Per assicurare nei tempi necessariamente ristretti un dialogo proficuo - e pur comprendendo la delicatezza del momento - ritengo  indispensabile che si arrivi al più presto ad un incontro tra una delegazione radicale guidata da Marco Pannella ed Emma Bonino e Silvio Berlusconi.
>>
 
PS: A Jimmomo  non piace  "come perdere un congresso e vincere la partita>" qui dice la sua. Anche Benedetto Della Vedova qui dice la sua.

Avanti miei Prodi!  
Questa è una storia di provincia. Ve la racconto tale quale l'hanno raccontata i giornali locali. Siamo a Parma,  c'è da rinnovare la presidenza delle Fiere di Parma Spa e sostituire il presidente Domenico Barili, ex direttore generale marketing della Parmalat, attualmente rinviato a giudizio nell’ambito delle indagini sul fallimento dell’impero economico facente capo a Callisto Tanzi.
Come d'uso in questi enti a partecipazione pubblica,  presidenti e consigli d'amministrazione sono equamente spartiti tra i vari partiti di maggioranza in Provincia (guidato dal centro sinistra),  Comune (guidato dal centro-destra)  e  Confindustria.
Da tempo, la Margherita, partito di maggioranza in Provincia a cui in questa tornata spetta, come da "manuale Cencelli",   la  Presidenza della fiera, ha la sua proposta: Alfredo Alessandrini, un  professionista da circa due lustri membro dello stesso  Consiglio d’amministrazione della Fiere Spa e  attuale direttore generale della Provincia di Parma.   Tutto nero su bianco (c'è pure un documento ufficiale della Margherita) , semplice, lineare, spartitorio...  ma c'è  Romano Prodi.
Romano Prodi ha un pupillo:  Franco Boni, un ex dirigente della Bormioli spa. Al pupillo prodiano, per diventare candidato ufficiale,  basta una telefonata del suo sponsor.  Drinnn!  Alessandrini viene messo da parte. Alla presidenza delle Fiere di Parma - ufficializza il Presidente della Provincia,  il diessino Bernazzoli -   deve andare Franco Boni.   Una scelta in aperto contrasto con la designazione formulata dalla Margherita di Parma, anzi,  "una vera e propria prevaricazione", dichiara alla stampa un inviperito assessore provinciale della Margherita, "dettata da regole verticistiche se non nepotistiche"
Come? "Regole verticistiche se non nepotistiche"... Ma che significa?
Significa che:  "Franco Boni non solo è amico ma è anche   parente di Prodi".
Parole chiare e pesanti, ma non succede nulla se non che l'assessore margaritino viene zittito non solo dalla sua maggioranza  ma anche dai vertici dalla stessa Margherita.
In questa confusione cosmica-comica-parentale il  sindaco di Parma, che è uno sveglio,  coglie l'occasione e propone di  affiancare al parente di Prodi un manager  con le contropalle come Giorgio Orlandini, ex direttore della Confindustria locale.
Si attendono sviluppi,  per ora a guidare le Fiere di Parma Spa rimane l'uomo di Tanzi.
(cp, 12-01.2005)

PUNTI DI SVISTA
Ocse: crescita, l'Italia batte i big, la nostra economia corre più della media.   E’ notizia di questi giorni, la crescita nella zona Ocse continua a dar segni di rallentamento ad eccezione, tra i G7, di Italia, Gran Bretagna e Giappone. A novembre il superindice per l'intera zona ha registrato un più 0,2 a 103,4 punti ma il suo tasso di variazione ha accusato una flessione dello 0,1 a 0,8%. L'economia italiana registra invece una crescita dello 0,5 a 98,9 punti e un balzo del suo tasso di variazione da meno 0,3 a più 0,7%.
Di fronte a questi dati il segretario dei Ds Fassino dichiara oggi all’Adnkronos: ''E' la politica economica di questo governo che non fa crescere il Paese''.

L'ANNESSIONE
Come si sa, il diritto si distingue dalla morale, fra le altre cose, perché cogente. Per recuperare la mia proprietà è raro che sia sufficiente dire al ladro "è male che tu m'abbia rubato quell'oggetto, ridammelo": per riottenerlo è necessaria la forza pubblica. La legalità è assicurata dallo Stato che dispone d'una forza da far valere nei confronti dei singoli.
Purtroppo, nell'ambito internazionale, il diritto non ha questa caratteristica essenziale: non è cogente. Non esiste una forza pubblica superiore, indipendente e neutrale, che in caso di contrasto lo applichi, e infatti la sua massima fondamentale, sin dall'epoca antica, è pacta sunt servanda. Questo mette i trattati quasi sul piano dei doveri morali.
Gli Stati hanno il dovere di tener fede ai patti e ai trattati sottoscritti: ma se non lo fanno, quid iuris? La risposta è semplice: se sono abbastanza forti, non gli succede assolutamente nulla. Come disse Bismarck, in questo caso "i trattati sono pezzi di carta". Se sono deboli, possono essere duramente puniti o anche invasi. In fondo, tuttavia, che un paese abbia ragione o torto - come nella favole del lupo e dell‚agnello - ha poca importanza: si pensi all'innocente Kuwait nel 1990.
Dire che un paese ha o non ha il diritto d'annettersi un territorio è una frase che non ha senso. Il nuovo territorio quel paese se lo terrà se ha la forza di tenerselo, lo perderà se non ha la forza di tenerselo. Si pensi alla Cina col Tibet. L'eventuale dichiarazione d'illegittimità, da parte d'un terzo o anche d'un organismo internazionale, lascia assolutamente il tempo che trova. Non pesa più della frase detta al ladro: "è male che tu m'abbia rubato quell'oggetto".
Persino all'interno d'un dato Paese, l'importanza dello stato di fatto è dimostrata, dalla protezione accordata dall'ordinamento giuridico alla realtà effettuale, al di fuori d'ogni astratta legittimità. Gli istituti dell'usucapione e della prescrizione, e anche il semplice principio che "in materia di mobili il possesso vale titolo",  confermano che per lo Stato ex facto oritur ius.
Dunque il diritto internazionale non esiste? Certo che esiste: finché si vuole che esista. Se due paesi firmano un trattato per regolare i loro rapporti commerciali o l'estradizione dei delinquenti, ecco che fra loro si applica il diritto nascente da quei testi. Ma rimane vero che, mentre le norme si applicano più o meno scrupolosamente per queste faccende particolari, nessuna norma si applica più se un paese decide di dichiarare guerra o - visto che la dichiarazione non s'usa più - passa direttamente a vie di fatto.
Dire dunque che un paese che ne invade un altro o se lo annette viola il diritto internazionale è, in totale, una perdita di tempo. Non nel senso - se per esempio esisteva un trattato di reciproca non aggressione - che non si sia violata una norma: ma nel senso che violare le norme, in campo internazionale, non comporta sanzione. La "legge" internazionale è giuridica fino ad un certo punto e vige finché uno Stato decide di obbedirle. In sé, il diritto internazionale è inefficace. Anzi, dopo che lo si è violato, presto esso stesso dopo avalla il cambiamento dello status quo e lo incorona nuovo diritto. Quando la Germania, nel 1870, invase e si annetté l'Alsazia, si può dire che violò il diritto internazionale. Ma, certo, nel 1890 o nel 1900, chi avrebbe (salvo gli irredentisti francesi) parlato d'illegittimità dell'appartenenza della Alsazia alla Germania? Ormai era un fatto acquisito e divenuto legale. Poi, con la Prima Guerra Mondiale, la Francia recuperò la Alsazia e la situazione si ribaltò. Poco importa se l'Alsazia facesse parte, come nazione, della Francia o della Germania: di fatto essa è appartenuta ad ambedue i paesi ed ambedue i paesi ne hanno reclamato il dominio allegando d'avere per ciò buone ragioni. Per venire a tempi più recenti, abbiamo avuto il Vietnam del Nord che s'è annesso il Vietnam del Sud, fino a farne dimenticare l'esistenza. Forse si sente dire, in giro, che il dominio di Hanoi su l'ex-Saigon è illegale?
Il fatto è che tutta la storia è piena d'invasioni e d'annessioni, violenze che, col tempo, hanno perso il loro nome per divenire ovvietà legalizzate. L'Impero Romano non è forse il risultato d'una seria d'annessioni? O Roma fu soltanto un centro d'illegalità? Soltanto un motivo di scandalo per i moderni professori di diritto internazionale?
A chi mi scrive, avendo io affermato che Israele avrebbe potuto annettersi i territori occupati: "Quindi, secondo Lei, se un paese attacca un altro e ne conquista le terre ne diventa il legittimo proprietario? Lasci perdere il diritto internazionale che Lei dimostra di non conosce affatto!" rispondo che effettivamente sono abbastanza ignorante, di diritto internazionale. Ma è strano che me lo rimproveri uno che non conosce né il diritto internazionale né i rudimenti di storia.
Gianni Pardo

 Massima del giorno
Finché tutto va bene, prevale l'uso. Quando succede un guaio, tutti si ricordano delle leggi.  
G.P.

MOLLICHINE
Vietato fumare. Una questione futile, come la Secchia Rapita o la lite (Gulliver) sul lato dal quale aprire l'uovo. E per questo fonte di guerre.

Hamas accusa Abu Mazen di "pugnalare alla schiena la resistenza palestinese". È sdegnata. Mai essa colpirebbe a tradimento.

Prodi: "non si faccia la lista unitaria in nessuna regione se non si condivide fino in fondo il disegno politico dell'Ulivo". Ma la difficoltà è un'altra: conoscerlo.

Di Pietro a Ciampi: "Nessuno con precedenti giudiziari sieda ai vertici delle istituzioni". L'essere stato magistrato è un precedente giudiziario?

Abu Mazen promette "la creazione dello Stato palestinese con Gerusalemme capitale". La capitale d'Israele sarà spostata a Gaza.

La Cia (e il capo George Tenet) "non hanno impiegato sufficienti risorse" per prevenire gli attacchi alle Torri gemelle. Finalmente conosciamo i responsabili dell'attentato.

Prodi: "Non ci sono tensioni nella Gad,  solo serie riflessioni". E in fondo lo tsunami non è che un po' d'acqua alta.

Carlo Fucci (segr. dell'Anm) sul messaggino. "Anch'io l'ho inviato? Sono fatti miei". Come disse il pedofilo che rispediva fotografie pornografiche.

Boccassini e Colombo ingiustamente accusati per il segreto sul fascicolo 9520. Perché ingiustamente? Che domande!

Il p.m. di Bologna: "Verificheremo le condizioni di lavoro dei macchinisti". Nel frattempo i sindacati aggiorneranno i codici.

Gianni Pardo, 11-01-2005

“VADO A DESTRA” ?
Per chi da anni auspica una nuova intesa tra radicali e centrodestra, la “svolta” annunciata in questi giorni da Pannella  suona un po’ come per un fan dei Genesis un annuncio di Peter Gabriel di fare un nuovo tour con Phil Collins.
L’aveva detto qualche giorno fa il solito instancabile Benedetto della Vedova: «la proposta avanzata da Berlusconi di allargare la Cdl ai Radicali è un dato importante e da valorizzare. Se anche fosse un bluff, credo dovremmo andare a verificare».
L’ormai consueto canovaccio avrebbe previsto a questo punto che Pannella coprisse il “maledetto Benedetto” di contumelie.
E invece Pannella, stavolta, sembra proprio aver deciso di andare a “vedere” le carte del Berlusca; e senza nemmeno affrettarsi a “rilanciare” ponendo condizioni esorbitanti.
Lo conferma in un’intervista pubblicata oggi sull’Unità con il titolo “VADO A DESTRA. PER LA SINISTRA SIAMO PEGGIO DEI FASCISTI”, nella quale il nostro sfodera la seguente panoramica:
“da almeno sei mesi sono arrivate delle prese di posizione pubbliche da una pletora di esponenti della maggioranza, a cominciare dalla massima autorità istituzionale di Forza Italia a parte Berlusconi, il coordinatore nazionale Bondi. Ha parlato di alleanza tra CDL e partito radicale anche un ministro di AN come Gasparri. Di recente, abbiamo avuto lo stesso Presidente del Consiglio che nella conferenza di fine anno ha detto di auspicare un accordo, e lo propongono presidenti di Regione, come Ghigo”.
E in effetti, “la massima autorità istituzionale di Forza Italia a parte Berlusconi” gli fa eco dalle colonne del Giornale definendo “utile, opportuno, necessario” un accordo “per il federalismo, per la giustizia giusta, per la liberalizzazione dell’economia e contro l’invadenza dello Stato e per una politica estera che fa dell’ancoraggio ai valori dell’Occidente la sua stella polare”.
Degna di nota anche l’indiscrezione di Media Quotidiano, che ieri pronosticava:
“accordo per le elezioni regionali, con l'inserimento di un esponente radicale per regione nei "listini" che accompagnano le candidature degli aspiranti presidenti di regione e in caso di vittoria garantiscono l'elezione a consigliere regionale; patto di desistenza alle politiche 2006 per permettere l'ingresso in Parlamento di dieci esponenti radicali (sette alla Camera, tre al Senato) di cui già circola una lista: Marco Pannella, Emma Bonino, Daniele Capezzone, Benedetto Della Vedova, Marco Cappato, Luca Coscioni, Rita Bernardini, Gianfranco Dell'Alba, Olivier Dupuis, Maurizio Turco”.
..e che oggi rincara la dose:
“il Cavaliere sta cercando di utilizzare anche la questione della nomina di Emma Bonino a commissario per gli aiuti alle popolazioni colpite dallo tsunami per ricostruire un terreno di confronto”.
Da aggiungere al presepe anche il fatto che in queste ore la Lega (la componente della CDL meno compatibile con i radicali) sembra seriamente  intenzionata a correre da sola.
Ci sarebbe di che gongolare, se non ci fosse a trattenerci il ricordo di quanto avvenne esattamente 5 anni or sono (gennaio 2000): qualche giorno di annunci eclatanti, a partire dalla proposta, dalle colonne del Corriere della Sera, di un “ticket Bonino-Berlusconi”; e poi il nulla di fatto, ed il conseguente solingo flop dei radicali alle regionali, con annesso psicodramma “interno” protrattosi fino a ieri (e forse mai risolto).
Si accettano pronostici.
(ale tap, 11.01.05)

Voglio questo e voglio quello!
Il lupo perde il pelo ma non il vizio e in questo giorno di elezioni nei territori palestinesi abbiamo visto  il pellegrinaggio degli osservatori internazionali che pare non abbiano fatto granche' se non  andare a sbattere i tacchi e i tacchetti davanti alla tomba del defunto e a rilasciare dichiarazioni di ammirazione per quello che molti definiscono stupidamente "grande esempio di democrazia" per tutti i popoli arabi.
Oltre al prosciutto sugli occhi questi osservatori hanno anche qualche tappo nelle orecchie poiche' non hanno visto ne' sentito gli spari dei gruppi  di palestinesi in giro per le varie citta' in cui si votava.
In quale democrazia si va a votare sparando? Ci sono state minacce, ricatti, brogli, gruppi di giovinastri appartenenti a organizzazioni varie che andavano di casa in casa a "consigliare" il voto col Kalashnikof in spalla.
Abbiamo persino visto giovani e meno giovani entrare nei seggi elettorali armati fino ai denti e questo insano particolare  ha fatto esclamare a una romantica osservatrice italiana "che fierezza".
Altro che prosciutto sugli occhi, siamo di fronte a un vero e proprio transfer psichiatrico, un  amore folle per questo popolo prima inventato e poi adottato dagli europei per poter rompere meglio le scatole a Israele.
Alcuni media italiani, per non venir meno al loro imperituro odio, hanno scritto le solite bugie, hanno avuto la sfrontatezza di informare l'ignaro pubblico italiano, costretto da sempre a bere le piu' grandi palle giornalistiche,  che Israele impediva il normale flusso verso i seggi elettorali quando Israele si era gia' ritirato, come promesso,  da tutte le citta' palestinesi e, semmai, era di aiuto per i famosi osservatori che non sapevano bene cosa dovevano osservare.
Non hanno mai scritto pero' , questi stessi giornali, delle provocazioni cui i vari gruppi terroristici hanno sottoposto Israele, tirandolo per i capelli, nella speranza di far scoppiare un incidente che avrebbe fatto saltare le elezioni dando tutta la colpa, come sempre, a Sharon e a Zahal.
Attentati, bombardamenti su Sderot, sui Kibbuzim della zona e insediamenti vari, soldati ammazzati e, gravissimo, l'attacco degli hezbollah al confine col Libano, un'aggressione pericolosissima quanto inutile rimasta nei limiti solo grazie al sangue freddo di Israele.
Tutto e' successo , in escalation, in quest'ultima settimana, tutto per ottenere una reazione israeliana, tutto per ritornare al caos tanto caro al defunto, ai suoi protetti e a qualche paese arabo  interessato a null'altro che all'annientamento di Israele, il nemico sionista.
E' questo che il mondo chiama "grande esempio di democrazia"?
Si certo, i palestinesi sanno cosa sia la democrazia, ne sentono l'odore che arriva da Israele ma non sanno bene come si ottenga ne' come si pratichi, per troppi anni sono stati sotto il giogo di una delle dittature piu' feroci al mondo e non credo proprio che possa bastare una votazione per trasformare in democratica e civile  una popolazione che fino a ieri smembrava esseri umani colle mani nude e portava i bambini a tagliuzzare, con i coltellacci da cucina, i cadaveri penzolanti dai lampioni o saltellava di felicita' alla notizia di una trentina di ragazzini ebrei fatti a pezzi da un kamikaze.
Deve passarne di acqua sotto i ponti per lavare tutta la barbarie e tutto il sangue di cui si sono macchiati.
Abu Mazen ha vinto, tutto come da copione. Certo e' il meno peggio ma  anche il demonio sarebbe stato meno peggio del defunto che giace la' a Ramallah dove vanno a sbattere tacchi e tacchetti i suoi ex ammiratori e ammiratrici.
Abu Mazen ha vinto, parla di pace, la sua pace che pretende Gerusalemme Capitale e Israele dietro i confini del 67.
Sara' dura, signor erede del defunto, se, a fronte della buona  volonta' israeliana di creare dolore e disperazione portando via gli ebrei dalle loro case e dalle loro aziende e dalla sabbia che hanno amato tanto da farne spuntare fiori, lei non sara'  in grado di ammorbidire le sue posizioni ...sara' dura.
Forse lei, dopo tanti anni passati all'ombra del defunto, si sara' convinto che Gerusalemme sia una citta' palestinese ma si sbaglia. Non lo e' mai stata, semmai e' stata per 20 anni giordana, per il resto dei suoi 3000 anni di storia Gerusalemme e' stata ebraica e che vi vivano degli arabi non ne fa una citta' palestinese, anzi, ho il dubbio  che  i cittadini arabi della Citta' facciano ogni mattina gli scongiuri perche' questo non avvenga mai.
Tanti auguri, Abu Mazen, si ricordi pero' che prima di dire "voglio questo e voglio quello" il suo compito , molto duro, sara' di riportare milioni di palestinesi, resi belve dal suo predecessore, allo stato di esseri umani.
Buon lavoro.
Deborah Fait, 11.01.2005-  informazionecorretta

FUMO
Sono un moderato  fumatore. Non sempre è stato così, ma da anni mi son dato una regola:  due o tre Ms,  solo dopocena.  Comunque,  della  legge contro il fumo
Poi, se c'è  libertà per il fumatore di poter fumare, c'è anche quella del non fumatore di non farsi affumicare... e, in una società liberale, basterebbe mettersi d'accordo,  tra singoli.
In realtà, fumo o non fumo,  quello che  disturba è lo stato impiccione  e moralista. passivo che è da ieri operativa,  non ho una grande opinione.  Questione di libertà: libertà di scelta. E meno male che non ci governano, credo,  i comunisti.
(cp, 11.01.2005)

IGOR MAN
Di solito gli articoli di Igor Man dimostrano un'innegabile parzialità pro-araba. Nel recente articolo del 10 gennaio, sulla Stampa, egli tuttavia accoppia alla parzialità espressioni italiane discutibili.
Da principio parla d'un "popolo palestinese cui è stata confiscata la terra e, dunque, la patria". Dimenticando di dire che se, nel 1948, i giordani, i palestinesi e i loro alleati non si fossero scagliati contro Israele con l'intenzione di cancellarlo dalla carta geografica (malgrado la volontà dell'Onu e perfino dell'Unione Sovietica), e se non avessero replicato il tentativo nel 1967, nessuno gli avrebbe "confiscato" un bel nulla. Anzi, nessuno gli avrebbe impedito di godere d'un loro Stato di cui erano già stati disegnati i confini. Israele è stato costantemente l'aggredito e mai l'aggressore. E non ha confiscato nessuna terra, anche se per diritto internazionale avrebbe potuto farlo: si chiama annessione. In realtà ha solo occupato la West Bank solo per essere sicuro che essa non costituisse il trampolino di partenza di un'altra guerra d'annientamento nei proprio confronti. E oggi, se gli fosse garantita la pace, sarebbe felice d'abbandonarla.
Scrive poi Man che "Il grigio Abu Mazen non è l'uomo di domani ma (forse) quello giusto in questo presente corrusco". Escludendo che il giornalista volesse parlare d'un presente splendente, per i palestinesi, bisogna concludere che Man confonde corrusco (splendente) con corrucciato.
Abu Mazen dovrebbe raggiungere "un realistico compromesso tra il patto leonino della Destra israeliana e il sogno, palestinese, del ritorno a Gerusalemme". Il patto leonino d'Israele è quello d'essere lasciato vivere in pace, senza sanguinosi attentati a carico di innocenti, colpevoli solo di prendere un autobus per andare al lavoro.
Secondo Man, pare che Arafat "oramai non credesse più di tanto alla <pace dei bravi> della quale si riempiva la bocca". L'espressione "paix des braves" è di De Gaulle, che l'usò a proposito della guerra d'Algeria. Volendo tradurla, non bisogna dire "pace dei bravi" (a scuola?), ma "pace dei valorosi", visto che brave in francese significa "coraggioso in combattimento, dinanzi al nemico" (Robert).
"L'ultimo Arafat giuocava l'illusione". Man desidera giocare al purista e si dà la zappa sui piedi. Il dittongo mobile si ha quando su di esso ricade l'accento (giuòco, dièci, suòno), e sparisce quando l'accento ricade altrove: giocare, decina, sonata. La regola ovviamente non sempre è rispettata: tutti dicono il "gioco" e non il "giuoco". Come nessuno più dice figliuolo e tutti dicono figliolo. Si sarebbe dunque potuto tollerare, da parte di Man, il pedante "giuoco", ma giuocava è sintomo di scarsa conoscenza della lingua accoppiata alla pretesa di elegantiae per le quali non si è attrezzati.
Abu Mazen rischia d'ottenere "una pace camuffa". Aspettiamo la traduzione.
"Sharon però gli fa sapere che si può aprire la Road Map soltanto dopo ch'egli, Abu Mazen, avrà messo la mordacchia ai terroristi". La mordacchia era un aggiuntivo strumento di pena per i condannati a morte, in modo che non potessero parlare sul patibolo. Invece Sharon non desidera limitare le parole dei terroristi, desidera impedire le loro azioni; poi non si vede perché Igor Mann tratti i terroristi come condannati a morte su cui si infierisce, mentre fino ad oggi sono loro quelli che hanno ammazzato gli altri.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, 10 gennaio 2005

Far carriera da ecologisti (nelle multinazionali)    
Lord Peter Melchett, già direttore di Greenpeace in Gran Bretagna, arrestato due anni fa per aver distrutto un campo coltivato con sementi geneticamente modificate, è passato ora dalla parte delle ditte multinazionali produttrici di transgenici. E da noi Chicco Testa non manifestava contro l’Enel prima di diventarne presidente? E Anna Donati, dopo aver manifestato contro le linee ad alta velocità non è andata a ricoprire la sedia del Consiglio di Amministrazione delle Ferrovie?
Clicca qui per leggere l'interessante articolo di Antonio Gaspari di Tempi

Pensiero unico? E' quello no-global    
Pubblicano come oggetti di culto tutti i libri del filone no-global, ignorano i testi che hanno una visione non catastrofista della globalizzazione. Sono le case editrici italiane
E' interessante un libro dove si spiega che attuare i Protocolli di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra è uno spreco colossale di risorse, perché servirebbero solo a dilazionare di 6 anni, dal 2094 al 2100, l’aumento di temperatura del pianeta di 2,1 gradi centigradi, allo spropositato costo di 150 miliardi di dollari all’anno? Sì, sembrerebbe interessante. Ed è interessante un libro che rimbecca i malthusiani (cioè quelli che, come Giovanni Sartori e Alberto Ronchey, sostengono che la crescita economica non può tenere dietro all’aumento della popolazione in atto) mostrando che nell’ultimo quarto di secolo i tassi di fecondità nei paesi più popolosi del Terzo mondo si sono dimezzati, e che già quasi la metà della popolazione mondiale vive in paesi a crescita sotto zero, cioè dove il tasso di fecondità è inferiore a quello necessario per il rimpiazzo generazionale, cioè 2,1 figli per donna? Sì, dev’essere davvero interessante. Vale la pena di leggerli, questi libri. Però se siete italiani avete un paio di problemi: dovete leggere correntemente l’inglese e, se volete procurarvi il testo rapidamente, pagherete una bella cifra in costi di spedizione. Perché i due testi in questione, The Skeptical Environmentalist di Bjorn Lomborg il primo, Riding the Next Wave scritto da un pool di ricercatori dell’americano Hudson Institute il secondo, non sono stati ancora pubblicati in italiano. Peccato, perché si tratta di due dei pochissimi studi sui temi della globalizzazione che si distaccano dal coro catastrofista no-global-malthusiano-anticapitalista. Coro che invece trova sempre pronte alla traduzione e al lancio nelle grandi librerie le case editrici italiane non appena si profila una novità: No Logo di Naomi Klein, scritto nel 2000, nel 2001 aveva già la sua bella traduzione italiana presso Baldini e Castoldi; I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale di Kevin Bales è apparso in inglese per la University of California Press nel 2000 e nello stesso anno l’ha pubblicato in Italia Feltrinelli; anche Una strana dittatura di Viviane Forrester, l’autrice de L’orrore economico (1996 in francese, 1997 in italiano), è apparso in italiano nello stesso anno dell’edizione originale in francese, il 2000. E quando Jeremy Rifkin (grande esperto in profezie fallite: in La fine del lavoro, 1995 l’originale, aveva annunciato la disoccupazione mondiale e in L’era dell’accesso, 2000, il trionfo della new economy) non sforna il suo librone annuale, si va a pescare nelle rimanenze di magazzino: Ecocidio, proposto da Mondadori quest’anno, è stato scritto nel 1992.
Tutt’altra musica sulla sponda liberale e anti-no-global: Hernando de Soto, economista peruviano, ha avuto la traduzione immediata da Garzanti (2001) del suo Il mistero del capitale, ma El otro sendero (1986), il libro che l’ha reso famoso e in cui propone la sua teoria sul fallimento del capitalismo nel Terzo mondo per mancanza di tutela legale della proprietà privata, resta un oggetto misterioso in Italia. Quanto a Lomborg, il bimestrale Ideazione del marzo scorso annunciava l’imminente traduzione italiana di The skeptical environmentalist, ma a tre anni dall’edizione danese e a uno da quella inglese (Oxford University Press, 2001) non ce n’è traccia; il Seps, Segretariato europeo per le pubblicazioni scientifiche costituito da università e istituzioni culturali europee, ha istituito un fondo per sovvenzionare una casa editrice disposta a tradurre Lomborg in italiano. Nel frattempo sarà meglio continuare a prendere lezioni d’inglese.
di Casadei Rodolfo

Processo Sme, azione disciplinare  contro pm Colombo e Boccassini
ROMA - Il procuratore generale presso la Corte di Cassazione ha avviato l'azione disciplinare contro i sostituti procuratori di Milano Ilda Boccassini e Gherardo Colombo. La richiesta avanzata dalla procura generale presso il Csm fa riferimento alla vicenda del fascicolo 9520, il fascicolo-contenitore da cui presero origine i processi Imi-Sir/Lodo e Sme.
In particolare, secondo l'accusa, i due magistrati dovrebbero essere giudicati per aver opposto il segreto istruttorio sul fascicolo agli ispettori del ministro della Giustizia Castelli.
(Ansa 10 gennaio 2005)

 Barricate, barricate qualcosa resterà.
L’euforia del martire trasfigura la realtà in un reality,  dove tutto perde  consistenza,  certezza di contorno e la vita diventa un mondo esagerato,  pieno di cattiverie, orrori e persecuzioni inaudite. A questo pensavo mentre finivo di leggere (Corriere della Sera, pagina spettacoli)  l’intervista al  noto comico militante Daniele Luttazzi,  in promozione del suo spettacolo in tournée (Bollito misto con mostarda) e di un suo disco in uscita (Money for Drope).
Dunque, Luttazzi parla del suo disco, dove  canta  dell’eroina che, negli anni ‘70,   “fa una  strage”  tra  suoi amici romagnoli. E oggi? <<Oggi>> racconta <<siamo alla repressione totale con la legge Fini: 10 spinelli 20 anni di carcere. Siamo gli unici in Europa. Tornati indietro di 30 anni>>.
Pardon? La "legge Fini"? Signor Luttazzi,  ma di quale legge parla? S’informi. La “Legge Fini” ... 10 spinelli 20 anni di carcere... la “legge Fini” non esiste, non è legge dello Stato, anzi, il Parlamento  non l’ha nemmeno discussa.
Ma l’euforia del martire non ha limiti. Ecco -poteva mancare?-  il tormentone:   <<Tre anni fa il presidente del Consiglio, dalla Bulgaria, intimò: fuori Biagi, Santoro e Luttazzi...>> con sparata finale:  <<... qui ci vogliono le barricate. Ma ci arriveremo.>>
Doppio, triplo gulp! Tra gli altri, si attendono sms di solidarietà dal segretario dell'Associazione Nazionale Magistrati.  
(cp, 07-01-2005)

SATIRA (INVOLONTARIA): E' NATO IL NUOVO CARLO MARX
Alleluia! Per il settimanale francese Le Nouvell Observator Toni Negri,  filosofo della rivoluzione nell'era della mondializzazione e teorico dell'«operaio sociale» come nuovo soggetto rivoluzionario,   è uno dei 25 pensatori contemporanei più importanti,  un nuovo  Carlo Marx,
Massimo Nava, sulla terza pagina (!) del Corriere delle Sera celebra l'evento.

BRAVO ISRAELE!
  L'ambasciatore dello Sri lanka ha ufficialmente ringraziato lo Stato di Israele e il Popolo di Israele per l'aiuto dato al suo Paese e alla sua gente dopo la catastrofe provocata dallo Tsunami, l'onda assassina.
Questa e' la notizia che conclude una vicenda confusa di cui avevano dato notizia i media israeliani ed internazionali e che aveva provocato in Israele molta amarezza, rabbia e delusione.
Israele e' stato, con l'Italia, uno dei primi paesi ad arrivare nei luoghi del maremoto con tonnellate di medicinali, cibo, coperte, medici e tecnici per sentirsi dire "non abbiamo bisogno di voi, grazie lo stesso".
Pareva si ripetesse la reazione idiota e cinica comune a tutti i paesi islamici che, di fronte a catastrofi naturali, rifiutano di accettare l'aiuto offerto dall'odiato Israele a scapito di chi soffre.
Sembrava impossibile ma il rifiuto c'e' stato davvero anche se non motivato dal razzismo tipico dei paesi nemici di Israele, bensi' dall'incapacita' di reagire, di rendersi conto delle proporzioni enormi, epocali del maremoto e l'arrivo cosi' tempestivo di aiuti, con centinaia di uomini, ha spiazzato e forse anche spaventato le autorita' cingalesi.
Israele continua ad essere presente in quei luoghi disperati di morte con cibo e medicinali, acqua, personale medico, il Maghen David Adom e i volontari di Zaka impegnati a prelevare il DNA da migliaia di cadaveri. Un bel BRAVO dunque al piccolo Israele per tutto l'aiuto che sa sempre dare alle popolazioni del mondo, anche se rifiutato sdegnosamente, anche se in guerra. Sempre.
Israele non si tira mai indietro, non demorde.
Chi salva una sola vita salva il mondo intero.
A questo punto e' inevitabile fare un pensierino maligno nei confronti dei paesi arabi ricchi e galleggianti sul petrolio. L'arabia Saudita ha mandato meno soldi di quanti ne dava mensilmente ad Arafat per comprare armi e per ingrassare i suoi conti in banca; del Kuwait , uno dei paesi piu' ricchi del mondo, non si ha notizia, idem la Siria, il Libano, gli Emirati Arabi.
E il Brunei? ha mandato qualcosa il Brunei il cui Sultano e' capace di perdere milioni di dollari al Casino' in una sola serata?
Nemmeno Gheddafi ha dato notizie di se' e nemmeno l'Iran, islamico esattamente come il 70% della popolazione dell'Indonesia. Zero.
Il mondo arabo, pronto a urlare per i poveri palestinesi e a mandargli soldi per il terrorismo, sta in silenzio, uno scandaloso silenzio quando popoli del mondo , tra cui una buona percentuale di musulmani, vengono colpiti da catastrofi e i sopravissuti rischiano di morire per fame e malattie epidemiche come colera, dissenteria e malaria.
La fratellanza arabo-islamica di cui strombazzano in continuazione esiste solo quando sono tutti d'accordo contro Israele, allora si che sono fratelli nel auspicarne l'annientamento.
Il piccolo Israele e' arrivato sul luogo del maremoto quando altri paesi del mondo stavano a guardare senza capire bene cosa stesse I giornali non hanno ancora scritto una parola sulla scarsa generosita' dei paesi arabi , nessun media al mondo ne parla, nessuno che timidamente si chieda "ma come mai?".
L'ONU vergognosamente ha attaccato gli Stati Uniti che lo finanziano con 3 miliardi di dollari all'anno, accusando Bush di tirchieria per i soli 350 milioni di $ mandati finora ma non una parola sulla tirchieria e sul cinico silenzio dei paesi arabi sordi e ciechi alla morte e alla disperazione di tanta povera gente.
L'Europa raccoglie soldi tra i privati cittadini sempre generosi e viene spontaneo chiedersi se la vedova miliardaria di Arafat, da Parigi, ha offerto una parte del suo appannaggio mensile.
Alla luce di tutto questo e del numero dei paesi che sta mandando aiuti alle popolazioni colpite dallo Tsunami, possiamo essere orgogliosi di Israele e della sua generosita' nei confronti di Nazioni , come l'Indonesia, che, prima del maremoto, si compiacevano in manifestazioni i cui slogan chiamavano sempre e soltanto alla distruzione dello Stato Ebraico.
Deborah Fait

LA BANDIERA DEL LIBERISMO
C’è stata o non c’è stata, in questi primi quaranta mesi del governo Berlusconi, una «svolta liberista» nell’economia italiana? Come tale, meriterebbe una risposta altrettanto secca, un «sì» o un «no», alla maniera anglosassone. A seguire, le conseguenti argomentazioni. Purtroppo, cultura e tradizioni italiche (ma anche eurocontinentali), rendono improponibile un giudizio categorico. Per cominciare: primo, è davvero «liberista» il leader della Casa delle libertà? Secondo, c’è mai stata, nel nostro Paese, dall’Unità in poi, una stagione liberale?
Articolo  di Giancarlo Galli pubblicato  da Liberal, clicca qui per leggere l'articolo.

Abu Mazen parla di «nemico sionista»»
Da "La Stampa", articolo di Fiamma Nirenstein
<<"Il nemico sionista"? Ma non esisteva più! Questa era infatti un’espressione usata dal mondo arabo come estremo segno di rifiuto, una vendetta verbale potentemente delegittimante,come dire che Israele non esiste neppure in quanto nome proprio di Stato. Questa espressione era stata messa nel cassetto anche da Arafat, ripristinata solo dall’estremismo islamista di Hamas, e neppure tanto spesso. E adesso il candidato principe alle prossime elezioni presidenziali palestinesi, Abu Mazen, considerato nel mondo intero un moderato, un’autentica promessa di ritorno alla trattativa dopo quasi cinque anni di Intifada dei terroristi suicidi, ha riproposto questa espressione durante un bagno di folla. ...>> Clicca qui per continuare nella lettura

IDEE CONTRO NATURA
  Da "Il Foglio", articolo di Gianfranco Pace
<<La terra ha avuto un borbottio assassino e l’uomo si è dato la mano con uno slancio senza precedenti. Ma la solidarietà non è una chiave d’interpretazione del mondo e meno che mai una politica: abbiamo usato la parola per accompagnare le lacrime, esprimere pietà, cominciare a elaborare un lutto, ma di fatto abbiamo chinato il capo.
Così, lo tsunami non ha fatto soltanto strage di vite umane: ha fatto anche strame di una possibile cultura che rimetta l’uomo al posto che ha conquistato con fatica nel cosiddetto ordine naturale e l’attività generalmente umana al centro della speculazione intellettuale. E’ disperante vedere come analisi, commenti, interpretazioni siano ormai irrimediabilmente inquinati da un’ideologia ecologista fumosa e fuorviante. O scivolino per inerzia verso il millenarismo apocalittico o un cupo animismo. Dalla prima catastrofe globale si ha la raggelante conferma di ciò che si sapeva, che avanziamo nudi e disarmati verso il futuro. Ma anche del fatto che liberalismo e capitalismo, socialdemocrazia e quanto resta dell’ideologia comunista, abbiano rinunciato a forme progettuali in grado di limitare il dispotismo capriccioso del caso....>>
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Massima del giorno
È meglio essere un gatto che fa le fusa che un Aristotele infelice.
G.P.

MOLLICHINE
Luzi: "Berlusconi,  al contrario del Duce,  non ha subìto un attentato vero". Che sbadato. S'è fatto rifilare quello falso.

Ciampi in visita al quartiere Scampia. Forse dopo non ci sarà più camorra. Anche il re di Francia guariva lo scrofola col semplice contatto.

Bertinotti a Rutelli: "Sì al confronto programmatico". Ma ricordando che,  in inglese,  confronto si dice match.

Marco Rizzo: "Attaccano Luzi per colpire Ciampi". Misteri della politica.

Perdono. "Bravo Berlusconi,  si fa così" (Rosy Bindi). Ora Marco Rizzo dirà che è sul libro paga del Cavaliere.

Luzi: "In futuro,  se dovessi ancora precisare il mio pensiero,  lo farei su qualche giornale straniero". Si ha un bell'essere poeti,  a volte si rimane provinciali.

Uccisi da terroristi vicini ad al Qaida 18 poliziotti algerini.  Credevano fossero americani?

La lettera di Del Bosco a Berlusconi dimostra che il suo avvocato aveva otto in italiano.

Inflazione media al 2,2 %,  la più bassa da cinque anni. Maulucci (Cgil): "Con le misure del governo l'inflazione continuerà a crescere". Continuerà?

USA. Decuplicati i fondi per l'assistenza da 35 a 350 mln $. Per Zucconi (Rep.) ciò "prova la tirchieria" degli USA. Generosi sarebbero stati se fossero passati da 35 a 3,5.

Tsunami. Pisanu: "finora non ci sono indizi di casi di pedofilia ai danni di bambini". Forse a danno di adulti?

Kuchma accetta le dimissioni di Yanukovych. Finalmente. Rimane solo un problema: Ucràina o Ucraìna?

Prodi: "Bisogna buttare avanti gli obiettivi e creare forza attorno ad essi". Ecco finalmente il particolareggiato programma del centro-sinistra.

Gianni Pardo

PRIMA LE DONNE E I BAMBINI
A volte le notizie  hanno dell'incredibile,  non si sa più se  ridere o piangere... di certo si rimane sbalorditi. Sentite questa.   Il segretario dell'Associazione Nazionale Magistrati, Carlo Fucci, nei giorni scorsi ha mandato, via sms,   messaggini ad altri magistrati per invitarli   a devolvere ''10 centesimi per ricomprare il cavalletto al mantovano''...
A darcene conto è il capogruppo di An in Commissione Giustizia alla Camera, Sergio Cola, che messo al corrente della paradossale vicenda  da alcuni magistrati, destinatari del messaggio, ha dato alle agenzie un comunicato chiedendo "che sul caso intervenga urgentemente il capo dello Stato nella sua qualità di presidente del Csm''.   
Si salvi chi può: prima le donne e i bambini.

“Il governo Berlusconi non è un regime”  Intervista a Enrico Ghezzi
In questi giorni ai primi posti delle classifiche di vendita troviamo un libro di Marco Travaglio e Peter Gomez che si intitola “Regime” e si riferisce soprattutto ad alcune famose “sparizioni”dal video (Santoro, Biagi, Luttazzi) . Lei crede di vivere e lavorare all'interno di un regime?
Guardi, il regime che mi è più insopportabile è quello che mi è imposto dal fatto che non riesco a svellermi da me stesso. Vedo con i miei occhi e sono prigioniero di un soggetto, che non conosco neanche bene, ma da cui ben difficilmente si può uscire. Al di la delle vie di uscita che alcuni possono trovare, dei paradisi artificiali, constato che si rimane in modo dolcemente terribile prigionieri di se stessi.
Ma a livello di istituzioni il regime esiste o no?
Credo che dobbiamo stare attenti. Non è che la parola regime mi faccia venire l'orticaria, però è abbastanza stupida. E' una parola sprecata. Il regime prevede un tipo di tecnica, di forza, una serie di possibilità che non vedo. Dobbiamo stare molto attenti anche a non autoimporci il regime.
Cioè?
Sono tutte vittorie di Berlusconi la sua presenza ossessiva, l'esibire i suoi difetti in una maniera che stroncherebbe chiunque altro. Non voglio dire che non si debba reagire, ma non in questo modo.
Come crede che si debba comportare allora chi vuole fare opposizione a Berlusconi?
Credo che sia sbagliato reagire perennemente con un'aria di scandalo. Bisogna tenere i nervi a posto e credo che se si vuole vivere una vita non irreggimentata ci sia ancora la possibilità di non viverla. La cosa che mi fa paura risale a parecchio prima dell'avvento del governo Berlusconi.
Di che cosa si tratta?
Ma, io lo vedo nel campo della cosiddetta vita culturale, se è vita, anzi - diciamo - nel campo di quella morte lì. E' la facilità con cui si svende l'autonomia, che è ormai una parola che non ha nessun peso in nessun settore editoriale e di spettacolo in Italia. L'autonomia è l'ultima cosa che viene apprezzata, è l'ultima cosa che viene favorita.
Bisogna fare opposizione attraverso l'autonomia?
Nel momento stesso in cui si identifica un regime o uno schieramento che deve prepotentemente ed esclusivamente opporsi ad un altro ipotetico regime, si limita automaticamente l'autonomia, come se fosse pura e costante emergenza. Credo che sia tecnicamente pericoloso il mood governativo di Berlusconi e non credo si debba reagire sviluppando un contro mood più forte. Sono anarchico e credo che dobbiamo riuscire a praticare il minimo di felicità che consiste nel non essere pochissimi a non vivere secondo quei dettami.
Quindi l'opposizione è il modo in cui si vive?
Accettare di essere solo un contro volere rispetto al volere altrui è uno dei modi più tristi di vivere anche l'opposizione stessa. L'opposizione si attua nella forma del proprio vivere, in alcune scelte che si possono ancora fare.
Che cosa pensa della sinistra italiana?
Credo che stia sbagliando quasi tutto, anche se è molto cinico da dire e mi si potrebbe obiettare “beh, allora tu cosa fai?” . Io, insieme ad un piccolo gruppo di amici, anche se minoritari - e non so come facciamo a resistere - cerco di resistere e non cedere sull'autonomia che un giorno ci siamo attribuiti da soli. Credo che questo sia un modo non di fare opposizione, ma di essere diversi ed automaticamente opposti. E devo dire che nessuno tenta mai di recuperarci. E mi fa piacere.

Intervista a cura di Francesco Borgonovo -dilloadalice

RETROMARCIA SU ROMA 2
"Signor presidente, sono Dal Bosco Roberto, quello che in un momento di deprecabile euforia, che mi ha portato a un'esibizione clamorosa, le ha causato una ferita di cui non riesco a perdonarmi e di cui sono sinceramente pentito. Sono dispiaciuto soprattutto perché il mio inqualificabile gesto e le mie parole sconsiderate hanno manifestato sentimenti di odio che non mi appartengono. Mi creda sono addolorato tantissimo, la mia famiglia è angosciata e vede crollare la consolidata certezza di essere una famiglia per bene. Sono molto pentito e so che la sua fede cattolica mi perdonerà. A questi suoi sentimenti mi affido nella speranza di non restare deluso. Delego il mio difensore al recapito della presente.
Con osservanza Dal Bosco Roberto"
Ricevuta la lettera di scuse,  il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha telefonato a Roberto Dal Bosco. A quanto si apprende, dall'Ansa, Berlusconi e Dal Bosco hanno avuto una conversazione in termini gentili e, a un dato momento, Dal Bosco ha passato al premier la madre. ''Signora - l'ha rassicurata Berlusconi - stia tranquilla. Non faro' nessuna querela, nessuna denuncia, per me la vicenda e' chiusa''.  Berlusconi ha quindi invitato Dal Bosco a vedersi a Roma: ''La prossima volta che verra' a Roma - gli ha detto - mi telefoni, cosi' ci potremo incontrare e guardarci negli occhi. E capira' che io non voglio il male di nessuno''.

RETROMARCIA SU ROMA  
Esattamente come il novello Enrico Todi da Mantova,  in soprappiù senza passare nemmeno poche ore nelle galere del "regime" (sic), il poeta a vita Mario Luzi ha già fatto marcia indietro.
Ecco le sue dichiarazioni riprese da   rainews:
<<Roma, 4 gennaio 2005. Il centrodestra chiede le dimissioni di Mario Luzi, senatore a vita, per le sue dichiarazioni sull'aggressione a Berlusconi. Ieri, aveva dichiarato che il premier se l'era andata a cercare. Il poeta è sorpreso: "Ma via... Alcune cose le dicevo per scherzo. A me, comunque, sembravano equilibrate. Non volevo insultare o offendere nessuno", replica in un'intervista a il quotidiano "La Repubblica".
E il parallelo tra il premier e Mussolini? "Uno scherzo, una analogia. Un uomo di 90 anni, come sono io, si ricorda che Mussolini uscì col naso rotto da un attentato. Sono cose che succedono in climi un po' tesi: questo volevo dire, ma non c'era nessun paragone tra le due persone. Figuriamoci".
Sulla richiesta di dimissioni, Luzi non ha "nulla da rispondere. Mi dispiace che dispiacerà a Ciampi, probabilmente, sentirsi dire queste cose. Ma a me non importa assolutamente nulla: non posso mica difendere una cosa che non ho fatto o deciso io. E' una cosa che decideranno altri".
Luzi ribadisce infine che al clima esasperato "contribuiscono in modi differenti le due parti. Dico differenti perché la destra tende in certe espressioni a farsi spesso provocatrice cedendo ad un suo senso di onnipotenza, mentre la sinistra si fa trovare in reazioni rabbiose nelle quali perde il senso della misura". "Mi dispiace - conclude il poeta - che in Parlamento ci siano eletti che hanno tempo da perdere con cose come queste. Il recente richiamo del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi al dialogo ed al confronto civile mi pare saggio e sacrosanto".>>
Comunque,  da ambienti bene informati, sulla vicenda  filtrano malevoli interpretazioni. Sembrerebbe che la sparata del poeta dipenda dalla sua aspirazione al Nobel per la Letteratura. Infatti  da sempre "il Nobel viene assegnato solo ad esponenti di una certa cultura di sinistra. Deve aver  fatto i conti il poeta a vita. E si è reso conto che di vita non deve poi restargliene ancora molta. Dunque se vuole il Nobel deve far presto. E,  poiché non serve a niente scrivere belle poesie, ecco che dalla nomina a Palazzo Madama si sta dando da fare per attaccare il bersaglio comodo per tutti: Silvio Berlusconi. Se le sue parole arriveranno anche in Svezia forse gli accademici svedesi potranno finalmente accorgersi di lui".

 CON I SOLDI DELL'UNIONE EUROPEA UCCIDONO BERLUSCONI
Sembra incredibile ma, ne da notizia Panorama in edicola, sulla scena di un teatro di Rotterdam hanno ucciso Silvio Berlusconi,
Ecco l'articolo: <<La commedia, rappresentata anche nelle città di Den Bosch e Maastricht, fa parte di Thinking forward: cioè il programma culturale di spettacoli e seminari della presidenza di turno olandese dell'Unione Europea, quella succeduta al semestre italiano. Panorama ha visto Everybody for Berlusconi in una fabbrica di Rotterdam e vi racconta come ammazzano il premier.
Il giorno dopo l'omicidio del regista Theo van Gogh, assassinato in Olanda da un giovane estremista islamico, in un teatro di Rotterdam hanno ucciso Silvio Berlusconi.
Difatti il 3 novembre è cominciata la tournée di un paradossale musical in inglese, Everybody for Berlusconi (Tutti per Berlusconi), dove 10 giovani attori impallinano come un piccione il presidente del Consiglio italiano.
Lo spettacolo avrebbe dovuto intitolarsi Killing Berlusconi (Uccidere Berlusconi), ma il titolo è stato cambiato precipitosamente per non avere grane.
La commedia, rappresentata anche nelle città di Den Bosch e Maastricht, fa parte di Thinking forward: cioè il programma culturale di spettacoli e seminari della presidenza di turno olandese dell'Unione Europea, quella succeduta al semestre italiano.
Panorama ha visto Everybody for Berlusconi in una fabbrica di Rotterdam e vi racconta come ammazzano il premier.
Al centro della scena ci sono uno schermo che proietta una gigantografia di Berlusconi con le mani giunte e attori della compagnia olandese Jonghollandia e della slovena Betontanc. Gli spettatori sono seduti attorno a loro come in un convegno.
Ognuno ha davanti a sé un dossier sul premier italiano con le citazioni, i processi e gli averi; un cactus velenoso e un tasto rosso. Chi lo premerà deciderà la condanna a morte di Berlusconi.
L'omicidio avverrà secondo le regole di una disciplina olimpica, il tiro a volo.
A sparare sarà l'attore Walter Bart, il leader della troupe.
Allora, vediamo come viene ucciso Berlusconi. Dopo aver mostrato in modo surreale le "nefandezze" di cui sarebbero colpevoli lui e la sua famiglia, gli attori incitano il pubblico: "Tutto quello che dovete fare è premere il grilletto: sparate a Berlusconi per cambiare il mondo". Piange platealmente un'attrice diafana: "Silvio è matto. È antropologicamente differente. Dobbiamo salvare il paese da lui, per dare speranza al futuro. Caricate il fucile. Spingete il tasto “sì”". Gli spettatori votano: 80 per cento no, 20 per cento sì. Il premier sopravvive.
Tuttavia gli attori insistono: "Silvio ha preso possesso di tutto, ha creato un mondo artificiale. Ma c'è un modo per non diventare tutti Homo Berlusconianus. Rispondete alla domanda: deve essere impallinato?". Per la seconda volta gli spettatori votano: 74 per cento no, 26 per cento sì.
La troupe si spazientisce: "Votiamo ancora! Se volete uccidere Berlusconi alzate un foglietto verde". Ma questa volta votano solo loro, gli attori.
Barando platealmente, ognuno alza due foglietti verdi.
Il risultato è assicurato: "Democraticamente, abbiamo deciso di assassinare Silvio" declamano. Bart impallina il premier. Poi gli scrive: "A Mr Berlusconi, Chigi Palace: Caro Silvio, non prenderla personalmente. Io penso che tu sia grande. Vieni in Olanda. Ma sta' attento. Il nostro paese è diventato molto violento". Risate, applausi, fine.
Il quotidiano di Rotterdam Nrc Handelsblad ha recensito il musical con sbigottimento. Si è domandato se fosse il caso, dopo l'omicidio del regista. Spettatori hanno spedito lettere: "Interrompete lo spettacolo. Dopo l'assassinio di van Gogh può succedere di tutto".
Gli attori hanno voluto continuare.
Dice Bart: "Van Gogh avrebbe detto: "Fatelo!". Per lui la cosa più importante era la libertà d'espressione".
Però finora nessuna platea se l'è sentita di assassinare Berlusconi. "Se fossi uno del pubblico" confida Bart "voterei per ucciderlo: questo è teatro".
Gli spettatori italiani, come l'ex studente Stefano Campailla, sono stati quasi tutti invitati dall'Erasmus, un'organizzazione europea di scambi culturali tra università.  Dal 30 novembre Everybody for Berlusconi è a Lubiana, in Slovenia. Anche ai nuovi paesi dell'Unione si mostrerà come impallinare Berlusconi.>>

 CACCIA AL LEADER
Il ventottenne muratore  mantovano  che, in un pomeriggio romano,  ha scagliato contro il presidente del Consiglio il cavalletto della sua macchina fotografica, è davvero un emerito coglione. Infatti, sentite a caldo le dichiarazioni di numerosi esponenti del centrosinistra, dalle quali traspariva  gioiosa e coccodrillina ipocrisia,  uno così, gestito meglio,   poteva diventare,  d'ufficio,   il leader del centrosinistra.   Purtroppo sono bastate poche ore di gattabuia e ieri, davanti al gip,  il novello Enrico Todi degli sfigati ha detto: "Ma quale odio contro Berlusconi. E' stata una bravata: volevo mettermi in mostra davanti ad alcune ragazze."
Disperazione a sinistra.  La caccia al leader continua...
(cp, 02-01-2005)

Massima del giorno
 Un popolo che non è disposto a morire per la propria libertà non la merita più.
 G.P.

MOLLICHINE
Prima pagina: "Asia,  è un massacro umanitario". Umanitario? "La Repubblica" è un giornale d'opposizione. Ma anche all'italiano?

Mastella se ne va: "Prodi non ha esercitato la sua leadership,  così l'alleanza diventa una coalizione di partiti". Gravissimo! Ma che significa?

Finanziaria. Battuto il governo e soppresso il comma 527 sul gioco del bingo. Le oche,  sul Campidoglio,  possono dormire.

Michele Serra (Rep.10/11/04): "il nostro tempo,  l'unica proprietà che non è un furto". Se riesco a sapere dove la parcheggia,  penso che recupererò la sua automobile.

Michele Serra (Rep.11/11) parla dell'<incautela> con cui Ferrara "si avviticchia alla rissa verbale". Incautela nell'uso della lingua italiana.

L'euro a 1,3645$. Un record. Come la febbre a °41, 5.

Gianni Pardo

IL SENSO DELLO TSUNAMI
Le catastrofi naturali lasciano l'uomo sbigottito. Avvenuto il disastro, tutti chiedono particolari per rendersi credibile l'assurdo, per capacitarsi di come una cosa che si considerava impossibile sia potuta avvenire. Queste spiegazioni, tanto teologiche quanto scientifiche, dovrebbero servire da un lato a chiarire il senso del fenomeno, dall‚altro a sapere se c‚era o ci sarà un modo per prevederlo (cose già spiegate in tutti i libri di scienza!). Infine, se è possibile, dovrebbero servire a rintracciare un colpevole.
Questi atteggiamenti sono prevalentemente antropomorfici. Se si ha la notizia d'un delitto, ci sembra naturale chiedere che cosa lo ha determinato: gelosia, interesse? C‚è qualcosa che ce lo renda comprensibile? E se i morti, invece di uno, sono mille, diecimila o centomila, come non porsi le stesse domande? Non è naturale che si cerchi il colpevole? In questo caso, dal momento che nessun uomo è capace d'ammazzare, con un sol colpo, diecimila dei suoi simili, sembra naturale fare l'ipotesi che il terremoto, il maremoto o la peste siano, se non divinità adirate essi stessi,  il risultato della collera d'un dio. Non sono solo i selvaggi, a pensarla così. Sull'alto di Castel S.Angelo, a Roma, c'è la statua d'un angelo che rinfodera la spada: essa celebra il momento in cui finì una pestilenza. Cioè il momento in cui si placò la collera divina e l'angelo poté rimettere la spada nel fodero.
In realtà, alla tempesta di di sentimenti e d'interrogativi che sconvolge il mondo si può rispondere razionalmente solo se si rinunzia a questo antropomorfismo. Le placche della Terra, scontrandosi, provocano terremoti e maremoti ma esse non sanno nulla dell'esistenza dell'uomo. Anzi, non sanno nulla di nulla. Si muovono per cause oggettive e materiali, non diversamente da come la Terra gira o un fiume scorre. Gli avvenimenti naturali non sono né coscienti né finalistici. Non intendono né far bene né far male, e anzi bene e male gli sono totalmente estranei. Tra l'intelligenza d'un passero e quella di tutti i vulcani messi insieme c'è un abisso. L'uccelletto decide se volare o posarsi, cerca di sfuggire al falco, si chiede con che cosa nutrirà i suoi piccoli. La Terra, geologicamente intesa, è incosciente, cieca e sorda. È un minerale non più capace d'intenzioni di quanto sia una qualunque roccia. È certo un pianeta antropizzato, è la nostra casa: ma è un errore viverci dimenticando le fondamenta. Dimenticando che su un raggio di seimilaquattrocento chilometri noi abbiamo notizie su poco più di due o tre chilometri di profondità (fosse marine a parte). Lo stesso cielo blu, di cui parliamo come se fosse un'infinità di aria, è appena un‚invisibile peluria, sul globo, e sempre più inconsistente a mano a mano che ci se ne allontana. Per non dire che oltre esso c'è uno spazio di dimensioni inconcepibili.
Se qualcosa ci possono insegnare, i disastri, è la nostra reale posizione sul pianeta. Noi abitiamo la Terra ma non siamo i padroni di casa. Chi comanda veramente è quella grande palla che continua a rotolare nello spazio, assolutamente senza meta; che non s'è accorta della nostra esistenza e non s'accorgerà neppure, un giorno, della nostra scomparsa.
Gianni Pardo, 2 gennaio 2005