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GENNAIO 2005
Le cornacchie
pacifiste hanno perso le elezioni irachene
Oltre il 60% degli
iracheni (ma secondo altre fonti anche l’80%) ha
sfidato le minacce di morte dei terroristi e si è
recato alle urne per dare un governo democratico all’Iraq
che la coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti
ha restituito alla libertà sottraendolo al giogo del
tiranno Saddam Hussein.
Con questo gli
iracheni hanno manifestato la loro voglia di dire
no alle minacce dei terroristi, hanno sbattuto la porta
in faccia a Al Zarquawi e ad al Qaeda che, nei fatti, ieri
ha conosciuto l’ennesima sconfitta.
Un successo le
elezioni irchene che attesta le ragioni del presidente
Usa George W. Bush e dei suoi alleati occidentali, primi
tra tutti Blair e Berlusconi.
Ma accanto a
questi sicuri vincitori ci sono altrettanto certi
sconfitti.
Dei terroristi
abbiamo detto.
Ma ieri molti
altri sono stati battuti dalle urne.
Ha perso l’Onu
del pavido Annan che si è ostinatamente opposto
alla liberazione dell’Iraq, ha perso il pacifismo globale
di Giovanni Paolo II che, certo involontariamente,
rischia di favorire l’islam più estremista, Hanno
perso il tronfio presidente francese Chiraq e il suo sodale
tedesco.
Molti, poi, gli
sconfitti nostrani. Sono tutte le cornacchie del pacifismo
filoislamico e filoterrorista, sono la sinistra alleata
dei kamikaze, sono le due Simone, i Gino Strada, gli pseudocomici
di RaiTre che vorrebbero sostenere che in Iraq si stava
meglio con Saddam, è il gruppo di fuoco dell’impero
editoriale di Carlo De Benedetti che adesso, a seggi chiusi
tenta di salvare almeno la faccia correggendo il tito di Repubblica-L’Espresso.
Tutti questi
sono stati sbugiardati dagli 8 milioni di iracheni
che ieri hanno votato per scegliere finalmente il futuro
del nuovo Iraq. (editoriale de "Il Giornale")
Freschi di
stampa
Articolo di Lucia Annunziata su
"La Stampa": La sconfitta di Al Zarqawi
"Chi
ha perso davvero ieri in Iraq è il terrorista
al Zarqawi: il bagno di sangue minacciato, i cecchini
sui tetti, non si sono materializzati. I morti ci sono stati,
è vero: ma il terrorismo ha provato di non avere
né il volume di fuoco né la pressione psicologica
necessari a fermare il voto. ..."
Clicca qui per leggere il testo completo dell'articolo.
Articolo di M. Allam
sul Corriere della Sera: Al Arabiya soddisfatta per
l'esito delle elezioni in Iraq, Al Jazira le contesta
"Le prime elezioni veramente
libere nella storia dell’Iraq e del mondo arabo non sono piaciute
affatto a Al Zarqawi, Saddam, Assad e Al Jazira . Sono
piaciute poco a Erdogan, re Fahd, Khamenei. Sono risultate
indigeste anche agli europei ossessionati dall’antiamericanismo
e persino agli americani che mal sopportano Bush. Ma sono
piaciute tanto, veramente tanto, alla maggioranza degli iracheni,
dentro e fuori l’Iraq. ..." Clicca
qui per leggere il testo completo
dell'articolo.
Articolo di Michael
Ignatieff su "La Repubblica": Iraq, la sconfitta
degli scettici sulle elezioni
"Perché sono stati così pochi
coloro che hanno avvertito anche solo un fremito di indignazione,
vedendo morire uccisi nelle strade di Bagdad gli iracheni
iscritti nelle liste elettorali? Perché nella stampa
non vi è stato che qualche raro briciolo di apprezzamento
per le migliaia di iracheni che di fatto si sono candidati
a una carica politica a rischio della loro stessa vita? Siamo
davvero diventati tutti così disillusi che devono essere
gli iracheni a rammentarci che cosa di valido può effettivamente
significare una libera elezione? Spiegare il silenzio intollerabile
di queste ultime settimane impone di comprendere in che modo
il sostegno alla democrazia irachena sia diventato anch´esso
una vittima della caustica animosità che contrassegna tuttora
la decisione iniziale di andare in guerra. ..."
Clicca qui
per leggere il testo completo dell'articolo.
Questo articolo
ve lo potevamo risparmiare... ma è con sottile perfidia
che gustiamo la rabbia e il dispiacere del solito Zucconi.
Articolo
di Vittorio Zucconi su "La Repubblica": Tragico
se l'esito del voto in Iraq fosse il nulla osta per altre
guerre
"George
W. Bush, "the fortunate son", il figlio fortunato,
ha vinto la sua seconda elezione in tre mesi e «si
congratula con gli iracheni», per dire in realtà
che si congratula con se stesso. Il 2 novembre 2004 è
stato eletto presidente degli Usa, al prezzo di 500 milioni
di dollari. Ieri, ha sconfitto per interposto popolo gli avversari,
i cinici, gli scettici e le autobombe, al prezzo di migliaia
di vite e di almeno 250 miliardi di dollari. Ma ha vinto.
..." Clicca qui per leggere il testo completo
dell'articolo.
COSE DELL'ALTROMONDO
Dal Forum sociale mondiale di
Porto Alegre, in Brasile - chiuso dopo quattro giorni di incontri
riaffermando la sua opposizione alla guerra in Irak (!) e con
la decisione di impegnarsi (!) a costruire il "mondo
possibile" (!!!) - apprendiamo che per
il 19 marzo è stata indetta una giornata mondiale di manifestazioni
"contro l'occupazione dell'Irak da parte degli
Stati Uniti". Durante il Forum , con il solito disprezzo
per la democrazia e molta puzza sotto il naso, l'intellettuale
(!) brasiliano Emir Sader ha dichiarato che le elezioni in
Irak "eleggeranno un governo che rappresenterà
solo il presidente americano George W. Bush".
Amen!
(cp, 31-01.2005)
Parigi:
i «rifugiati» manifestano per l’assassino
Da "Il Tempo":
«Per sostenere Cesare e gli altri italiani minacciati»
e «per Paolo Persichetti»: queste le motivazioni della
giornata di mobilitazione organizzata ieri in un teatro
parigino dai fuoriusciti italiani degli «anni di piombo»,
dai loro familiari e amici e da un folto gruppo di sostenitori.
La giornata di mobilitazione si è svolta in un luogo inedito
per i rifugiati italiani e i loro amici, un teatro del ventesimo
arrondissement parigino molto accogliente, lo
«Studio de l'hermitage». Il manifesto preparato per
l'occasione recitava: «pomeriggio di solidarietà
con Paolo Persichetti, contro l'estradizione di Cesare Battisti
e le minacce fatte pesare su altri rifugiati italiani».
C'erano fra le 200 e le 300 persone
a partecipare all'iniziativa nata attorno al lavoro del
gruppo artistico «Teatrum» e al loro spettacolo «Sallinger».
Gli artisti, che vivono in Lussemburgo e con i quali lavora
la compagna di uno dei rifugiati in Francia, hanno proposto la loro
piece centrata sul rifiuto della guerra. E l'hanno espressamente
dedicata a Persichetti, detenuto in Italia dopo aver vissuto per
anni a Parigi (lavorava all'Università) e Battisti. Persichetti,
detenuto in Italia, ha effettuato di recente uno sciopero della
fame per protesta contro la mancata concessione di permessi da
parte della direzione del carcere di Viterbo.
Battisti, condannato a due ergastoli
in Italia, è latitante dal 21 agosto, giorno nel
quale ha fatto perdere le tracce e non si è più
recato a firmare in commissariato nel rispetto della libertà
vigilata alla quale era sottoposto. Per lui, resta in piedi un
ricorso al Consiglio di Stato contro il decreto di estradizione
pronunciato dal primo ministro Jean-Pierre Raffarin.
I bambini di Sderot:"Cosa direbbero
la' in Italia se i loro figli dovessero vivere come
viviamo noi?".
Sono arrivati cinque autobus
da Sderot, cinque autobus pieni di bambini stressati
dai continui bombardamenti palestinesi sulla citta' israeliana
del Neghev.
Ho voluto incontrarli per
testimoniare a chi non sa e non immagina, a chi legge
distrattamente che sono caduti altri razzi Qassam su Sderot
o sui kibbuz e villaggi israeliani della zona e poi gira pagina
e dimentica immediatamente.
Yosef-Ori' ha otto anni e
mezzo, ci tiene che scriva anche il "mezzo", capelli
neri corti, kippa' in testa come gli altri e due occhi nerissimi
e vivacissimi che mentre parla diventano cupi e spaventati.
La parola che esce costantemente
dalla sua bocca e' "pachad" , paura, e mi fa
venire un brivido di emozione mentre si butta a terra per
farmi vedere in che posizione devono mettersi ogni volta che il lancio
dei qassam li sorprende per la strada: ventre a terra, schiacciandosi
il piu' possibile contro il selciato e mani strette alla nuca.
"Due giorni fa sono
caduti 11 qassam davanti a casa mia, a cinque metri da
noi, tutto tremava, abbiamo avuto tanta paura e non abbiamo
fatto nemmeno in tempo a correre nel rifugio" mi
racconta con gli occhi spalancati ma senza una lacrima.
Si rasserena quando si mette
a descrivere l'accoglienza che hanno ricevuto qui a
Rehovot dove sono stati invitati da un'organizzazione religiosa
Chabad che ha un nome molto significativo "Vivere con dignita'"
.
"Ci hanno portati
nel Giardino dell'Eden" dice sorridendo felice.
Il Giardino dell'Eden sarebbe
un ambiente antistress dove i bambini israeliani spaventati
dal terrorismo e dai bombardamenti dei palestinesi vengono
curati psicologicamente da personale specializzato.
E' un ambiente pieno di giochi,
di fontanelle, di colori dove i bambini possono rilassarsi,
stare a piedi nudi e correre, sdraiarsi a terra su un pavimento
morbido, ascoltare la musica che viene suonata in continuazione
e parlare con medici e paramedici vestiti come loro, come
loro a piedi nudi, che giocano e ascoltano , soprattutto ascoltano.
Chaia ha 14 anni, ne dimostra
meno, e' una bella bambina con lunghi capelli castani,
sorridente, mi racconta che non possono mai fare la doccia
da soli ma sempre con un adulto della famiglia, che non possono
mai uscire da soli, che escono poco e sempre vicinissimi
ai rifugi perche' dall'allarme alla caduta del razzo passano SOLO
15 secondi.
Credo di aver capito male
"15 minuti ?" chiedo a conferma di quella che e'
solo una mia speranza.
"NO, 15 secondi"
E dove vanno in 15 secondi? corrono nei rifugi o si
gettano a terra , mani sulla testa. Non possono fare nient'altro!
E sperare di non morire.
Chaia mi parla di Ella, la
ragazzina di 17 anni uccisa da un razzo mentre col suo
corpo proteggeva il fratellino piccolo. Ella era amica della
sorella maggiore , la vedeva spesso a casa.
"Adesso e' morta".
Abbassa gli occhi e non dice altro.
Chiedo a Daniel, 10 anni e a Nachum
11 se questo e' quello che succede tutti i giorni.
"Si, tutti i giorni e piu' volte al giorno". Raccontano
che a scuola e' piu' pericoloso perche' sono in tanti e che
fanno ogni giorno le prove per andare nei rifugi in modo ordinato
e tranquillo, senza correre e senza agitarsi.
Ho la gola chiusa.
A 60 anni dalla Shoa', penso,
ancora bambini ebrei devono vivere costantemente colla
paura di essere ammazzati. Non c'e' mai stata una tregua,
finita la persecuzione in Europa sono incominciate le guerre
arabe qui a casa nostra e il terrorismo arabo sempre dentro
casa e bambini ammazzati e bambini spaventati, senza sosta. Senza
un attimo di sosta, dall'odio europeo all'odio arabo, dall'orrore
di Aushwitz a Ma'alot, a sei guerre, a centinaia di bambini ammazzati
nei roghi degli autobus. Quando finira'?
Sono piena di ammirazione
per questi bambini coraggiosi che raccontano la loro
tragedia senza fare scenate isteriche, senza piagnistei ,
anche se ne avrebbero tutto il diritto. Mi parlano tranquillamente,
serenamente, con chiarezza e con coraggio.
Chiedo "Cosa vorreste ricevere
in regalo?"
Chaia risponde timidamente
"La fine della paura".
Josef-Ori', con gli occhioni
sorridenti: "ci piacerebbe avere a Sderot il
Giardino dell'Eden ma costa tantissimi soldi".
Facciamo un colletta? Chiedo.
"Magari" e' la risposta di tutti e sono tornati ad essere
dei bambini sorridenti che aspettano un regalo.
Cosa vorreste dire agli italiani?
E il piccolo Josef-Ori' al
quale non manca mai la battuta, mi guarda serio serio
e dice lentamente, quasi soppesando ogni parola: "
Cosa direbbero la' in Italia se i loro figli dovessero vivere
come viviamo noi?".
Deborah Fait -informazionecorretta
Nonostante
Lilly Gruber, Al Zarqawi e Gianni Vattimo, gli iracheni
sfidano le bombe - Ai seggi un'affluenza del 72%
Riprendiamo da "La Repubblica":
BAGDAD - La voglia di
decidere del futuro del proprio paese prevale sulla
paura delle bombe. A poco più di sette ore dall'apertura
dei seggi in Iraq, primo passo verso la ricostruzione politica
del paese, un funzionario della Commissione elettorale indipendente
dell'Iraq ha detto che l'affluenza alle urne fino a questo
momento è stata del 72 per cento. Se queste cifre saranno
confermate, il governo provvisorio e le autorità della
coalizione otterranno una legittimazione ampia della consultazione.
I risultati preliminari non sono attesi prima di sette giorni,
per quelli finali se ne dovranno aspettare circa dieci.
Non sono mancate le bombe,
che hanno causato 32 morti, in diverse città
dell'Iraq, ma la gente sta sfidando le minacce lanciate ancora
ieri dal capo di Al Qaeda in Iraq, Al Zarqawi, e fanno la fila
davanti ai seggi. Tra loro molte donne, che per la prima volta
hanno diritto al voto, a dimostrazione della voglia di voltare
pagina del Paese, e soprattutto simpatizzanti della maggioranza
sciita e dei separatisti curdi.
Più alta l'affluenza
nelle città a maggioranza sciita, mentre in quelle
sunnite molti seggi non sono stati neanche aperti e si confermano
le previsioni, secondo le quali nella zona a triangolo a nord
di Bagdad, che ha come vertici le città di Baquba, Ramadi
e Falluja, sarà quasi impossibile votare. A Samarra, considerata
una roccaforte del triangolo, dove il sindaco aveva dichiarato
ieri che non si sarebbe votato per motivi di sicurezza, sono stati
rapiti trenta funzionari elettorali.
DOMENICA, 30 GENNAIO,
ORE 14,30
Le elezioni irachene si avviano ad essere
un successo. Il Telegiornale di Raitre delle 14,20, che sarebbe
certo stato felice, se la paura dei terroristi avesse vinto e
la gente non fosse andata a votare, ha annunciato che la partecipazione
è altissima (dicevano il 70%), che la gente fa la fila
fuori dai seggi e che, probabilmente, bisognerà procrastinarne
la chiusura.
Quando si dice che Raitre sarebbe stata
felice di annunciare che i terroristi avevano vinto non si
intende affermare che amino i terroristi: solo odiano talmente
gli americani da essere felici di annunciare qualunque disastro
li colpisca, terremoti inclusi.
In fondo ci contavano in molti, sulla
paura ispirata dai terroristi. Come sottolineano parecchi
commentatori oltre Atlantico, gli europei spasimano dalla
voglia di constatare disastri e insuccessi, in Iraq, solo per poter
dire: "We told you so", ve l'avevamo detto. Invece stavolta
sono gli americani e i loro alleati (italiani non di sinistra in
prima linea) a poter dire We told you so. La guerriglia non
è sostenuta dagli iracheni che odiano l'invasore, ma dai
terroristi islamici che temono l'instaurazione d'una democrazia.
Perché essa toglierebbe loro potere per sempre.
Rimane da spiegare il fenomeno e vedere quali
conseguenze potrà avere.
La ragione del pessimismo dei media e
di tanta gente, rispetto a queste elezioni, nasce dal fatto
che viviamo in Italia e dell'Iraq sappiamo ciò che ne
dicono i giornalisti. Ed ecco quel che si verifica sempre: tutti
conosciamo bene gli avvenimenti eccezionali mentre non teniamo conto
di ciò che è normale, non fa notizia e non è dunque
citato dai giornalisti. Se ci sono un paio d'omicidi a Partinico
la gente si chiede come si possa vivere in Sicilia, mentre magari
i ragusani o i messinessi di quel fatto non hanno neppure sentito parlare.
È un fenomeno costante. Prendiamo
il caso d'una maestra che schiaffeggi un bambino. L'intera
Italia si chiederà se per caso le scuole elementari non
siano diventate lager e se non bisogni mettere quella maestra
in galera per qualche anno. Poi, se il giorno seguente un professore,
all'altro capo della penisola, si rende colpevole di qualcosa
del genere, ecco nasce quella che i giornalisti si compiacciono
di chiamare "psicosi". Tutti sono sicuri, a quel punto, che nella
scuola italiana c'è qualcosa di marcio; che la violenza
impera; che bisogna porre un freno a questo stato di cose. In realtà,
episodi devianti ce ne sono stati sempre e ce ne saranno sempre.
Ma non significano nulla. Non solo in migliaia e migliaia di altre
aule non s'è verificato nulla del genere, ma se si verificano
due o tre episodi di violenza nel giro d'una settimana, mentre di solito
vanno a distanza di mesi o anni, questo dimostra soltanto che siamo
di fronte ad una distribuzione a caso; la quale, proprio perché
a caso, non è affatto uniformemente scandita nel tempo.
In conclusione, dell'Iraq noi conosciamo
tutti gli attentati, ma molti iracheni abitano e vivono in
posti in cui non hanno visto o sentito nessuna esplosione. Certo
quelli che abitano a Bagdad, e non sono sordi, la violenza l'hanno
percepita: ma anche le grandi città hanno quartieri che a
volte si ignorano reciprocamente, per anni. Uno che abiti a Montmartre
e lavori a Porte de la Chapelle potrebbe non avere rapporti col XVII
Arrondissement per anni. E alla Porte d'Italie si sentirebbe forse
all'estero.
In secondo
luogo, anche ad ammettere che Al Zarqawi sia il delinquente
che è, come potrebbe validamente opporsi a qualcosa
che si svolge contemporaneamente in tutto il paese? Anche se ammazzasse
cinquanta persone e distruggesse venti o trenta seggi la gente
avrebbe forse il tempo di saperlo? Lo saprebbe magari il giorno
dopo aver votato, cioè quando quel capo terrorista è
già stato sconfitto.
Ovviamente, tutte queste argomentazioni
sono valide solo perché le cose sono andate come sono andate. Nessuno avrebbe potuto
dire, il giorno prima, come avrebbero reagito gli iracheni
alla campagna d'intimidazione di cui sono stati fatti oggetto
per mesi. Ma, una volta che tutto è andato bene, è
lecito dedurne delle conseguenze.
Gli iracheni tengono alla vita come tutti
noi. Ma hanno, diversamente da noi, un'esperienza ben più
terribile. La vita umana, ai tempi di Saddam, pesava poco. Sia
quella dei civili sia, soprattutto, quella dei militari.
Dunque un morto ammazzato, che in Italia
fa i grandi titoli dei giornali, in Iraq è una banalità.
Qui ci stracciamo facilmente le vesti per una sola vittima
(ragione per la quale, del resto, i musulmani ci disprezzano),
in Iraq i reclutatori della polizia e dell'esercito devono respingere
i postulanti. E dire che Al Zarqawi di queste povere reclute ne
ha ammazzate a decine. "Ma che si può fare?" penseranno gli
iracheni. Da un lato c'è il fatalismo (perché dovrebbe
capitare proprio a me?), dall'altro l'attuale governo distribuisce
paghe appetibilissime: e in un paese afflitto dalla disoccupazione
e dal bisogno quel denaro fa gola.
Quali saranno le conseguenze di questo
afflusso ai seggi?
In primo luogo, riceve un duro colpo il
pessimismo di tutti coloro che si sono affannati a dire che
l'Iraq non era maturo per la democrazia. Gli iracheni (e, cosa
stupefacente, le irachene) ci tengono a votare, ad avere una
democrazia e ad essere liberi. Tutto questo, se confermato, fa ben
sperare.
In secondo luogo, quand'anche dovesse
risultare che l'affluenza nelle zone sunnite è stata
bassissima, la democrazia irachena, se dovesse nascere,
non ne sarà delegittimata perché, secondo quanto
dicono, la quota di partecipazione sunnita al potere non dipenderà
dai voti ma dalla costituzione. Si tiene infatti ad evitare la prevalenza
d'un gruppo sull' altro, per non ribaltare la situazione che si era
avuta prima, con la dittatura della minoranza sunnita sulla maggioranza
sciita.
Per concludere, l'Iraq è un paese
in cui ci sono terroristi ma non tutti gli iracheni sono terroristi
e la maggior parte di loro vorrebbe vivere in pace e in democrazia.
Gianni Pardo
DEPISTAGGI &
DEPISTATORI
Oggi il Corriere della Sera
(pag.14, articolo non in rete) sotto il titolo <<Protesta
dei Sindacati - La Commissione Alpi fa perquisire 2 giornalisti>>,
pubblica un trafiletto dove si da conto della protesta per
alcune perquisizioni, ordinate dalla Commissione parlamentare
d'inchiesta, al fine di acquisire "documenti occultati" .
A ben vedere, se non fosse
scattato il solito riflesso corporativo, la notizia poteva
essere ben altra. Infatti, in
una lettera all’ANSA i genitori di Ilaria Alpi, la
giornalista Rai uccisa in Somalia nel '94, nei giorni
scorsi hanno preso posizione contro i depistaggi e in particolare,
e molto duramente, contro la costituzione, per
iniziativa di Roberto di Nunzio -
reporter indipendente, e fondatore del sito web Reporter Associati
ed ex consulente della Commissione
parlamentare d'inchiesta - di un comitato indipendente sul caso.
Ecco la lettera,
del 26 gennaio. Di seguito la pubblichiamo
integralmente:
"Ad un anno dall'insediamento
della Commissione Parlamentare d'inchiesta sull'uccisione
di nostra figlia Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin riteniamo
doveroso testimoniare il nostro sincero apprezzamento per il
lavoro sin qui svolto dalla stessa.
Un ringraziamento particolare
al Presidente, on. Carlo Taormina, agli onorevoli Commissari,
delle diverse formazioni politiche, che con la loro assidua
e attenta presenza hanno consentito di dare speditezza
ai lavori, ai consulenti la cui dedizione è andata spesso
ben oltre i doveri istituzionali. Dopo quasi undici anni di
omissioni e depistaggi, siamo fiduciosi che si possa finalmente
giungere a far luce su modalità, cause, esecutori e mandanti
dell'agguato in cui Ilaria e Miran sono stati assasinati, il 20
marzo 1994 a Mogadiscio.
In questi mesi la Commissione
ha lavorato percorrendo ogni pista, senza tralasciare
alcuna ipotesi investigativa, ivi compresa quella recentemente
richiamata sulle pagine dell'Espresso, relativa al collegamento
tra i traffici di rifiuti tossici, la Somalia e la morte di
Ilaria e Miran. E'sulla base di queste considerazioni che riteniamo
assolutamente inopportuna ogni iniziativa che utilizzi il
nome di nostra figlia senza la nostra autorizzazione.
Riceviamo notizia della costituzione
di un "Comitato indipendente per la verità sulla
morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin", promosso da un ex consulente
della Commissione, Roberto di Nunzio, cui avrebbe aderito addirittura
il Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa
Italiana, Paolo Serventi Longhi che si sarebbe impegnato a sottoporre
l'adesione a tale Comitato alla prossima giunta della Federazione,
convocata per fine gennaio.
Siamo decisamente allarmati
da una iniziativa che si contrappone alla Commissione
parlamentare d'inchiestache, ci piace ricordare, essere
stata votata all'unanimità dalla Camera dei Deputati. Questo
cosidetto "Comitato indipendente" può solo ostacolare
lo svolgimento dei lavori dell'organo parlamentare ed il conseguente
raggiungimento degli obiettivi assegnati e dunque della verità.
Diffidiamo pertanto chiunque dall'intraprendere o proseguire ogni
attività in nome di Ilaria."
Giorgio e Luciana Alpi
Freschi
di stampa
Dall'Avvenire, articolo si Sergio
Soave: Cattolici dei due Poli e Prc di fronte all'alleanza
coi Radicali
"In
vista di elezioni regionali dall'esito assai incerto,
le maggiori coalizioni si guardano attorno, cercando alleanze
tra le forze che stanno all'esterno dei loro confini senza
per ciò stesso essere apparentate con quella avversaria.
In un primo tempo era parso che su questo terreno ci fosse
il raggruppamento di Clemente Mastella, il quale - si ricorderà
- si era preso un paio di settimane di libera uscita dall'alleanza
di centrosinistra. ..."Clicca
qui per leggere
l'articolo.
Massima
del giorno
La timidezza dei buoni
fornisce troppe armi ai cattivi.
G.P.
MOLLICHINE
Prodi accusa Bertinotti
di opporsi a lui senza un programma alternativo. Ma
alternativo a quale programma?
La partecipazione di tutte
le autorità (PdR, Berlusconi, ministri,
opposizione) per la morte del povero Cola sorprende. Durante
la Prima Guerra Mondiale si sarebbe dovuta ripetere
600.000 volte.
Fassino: "Berlusconi non
parli a vanvera. La sinistra ha dato un contributo
decisivo a riscattare l'onore della nazione e della bandiera,
restituendo a questo paese libertà e democrazia".
Sarà. Comunque, c'è anche un altro che parla
a vanvera.
De Michelis: "Andare oltre
il bipolarismo bastardo". Non è bastata la legge
40, a evitare questo bastardo.
Abu Mazen dispiega i propri
agenti per impedire il lancio dei razzi Qassam contro
gli insediamenti ebraici. Speriamo riesca ad impedire anche
i lanci contro se stesso.
Arrestate sette persone
a Parigi. Si preparavano a raggiungere l'Iraq per combattere
contro la coalizione multinazionale. La colpa degli arrestati:
non avere agito in Italia.
Di Pietro: "Prodi mi ha
chiesto di candidarmi alle primarie". Prodi: "Mai detto,
c'è un equivoco". Nessuno stupore: uno parla uno strano
italiano, l'altro farfuglia.
Bondi: "La CdL ha esaurito
il programma di governo". Possibile interpretazione
dell'<Unità>: ha già fatto tutto il
danno che poteva fare.
Bondi: "La Margherita ha
più convergenze con noi che con i Ds". Convergenze
parallele?
Bertinotti: "Non mi ritiro
neanche se me lo chiede il Papa, che nella mia personale
gerarchia conta più di Prodi". Era dai tempi di Stalin
che il Pontefice aspettava le sue divisioni.
Appello di Siniscalco sul
Lotto: "Giocate con il cervello". Ma ce l'ha il cervello,
chi gioca?
Speranze in Palestina.
Arafat, uomo di pace, è dunque più efficace
da morto che da vivo.
Gianni Pardo
LE
PRIMARIE
Per quanto ne sa il lettore
di giornali, in America le primarie hanno questo senso:
un partito deve decidere chi sarà il suo candidato
alle elezioni presidenziali e a questo scopo invita i suoi
propri uomini politici a competere. Infine uno vince ed è
lo sfidante per la Presidenza.
In Italia Prodi ha proposto
le primarie per individuare lo sfidante del centro-sinistra
alle prossime politiche. La prima ragione di questa iniziativa
è che egli non ha un partito, dietro di sé,
e soffre dunque della qualifica di "candidato paracadutato".
Di "faccia presentabile" d'una coalizione dominata dagli
ex-comunisti. Prodi infatti è sempre stato un "non".
Di area di sinistra ma "non" comunista e nemmeno socialista.
Di area democristiana ma "non" democristiano. Infine, ultima
e più importante caratteristica, moderato ma "non" Berlusconi.
Le definizioni negative tuttavia lasciano un fondo d'amaro.
Non basta opporsi a qualcuno o qualcosa, bisogna anche essere qualcuno
e proporre qualcosa: e Prodi, purtroppo, non può proporre
nulla. La coalizione di centro-sinistra è così divisa
che chi parla di programmi è perduto. Qualunque cosa si
dica si è sicuri di essere attaccati: da Rifondazione o dalla
Margherita, dai Verdi o dai Ds.
Prodi appare inconsistente
perché è il rappresentante inconsistente d'una
coalizione inconsistente. Anche se poi si rende ridicolo
dicendo che lui di programmi ne potrebbe scrivere quaranta
in un giorno.
Poiché però
tutti dicono sia insostituibile, con le primarie ha
pensato d'ottenere un vantaggio senza rischi. Avere, col
voto largamente maggioritario in suo favore, quell'investitura
popolare che gli è sempre mancata. È sembrato un
calcolo elementare ma s'è rivelato sbagliato.
La prima cosa assolutamente
falsa è credere che le cose possano andare come
in America. Mentre infatti lì i candidati si scontrano
ma i votanti sono tutti dello stesso partito, qui i votanti
appartengono a partiti diversi e in contrasto fra loro. Cosa che
inevitabilmente li danneggerà tutti, rivelando, dallo stesso
lato della coalizione, le loro pecche e i limiti del loro programma.
Prodi pensava ottimisticamente che questa nomination non
potesse costituire per lui che un vantaggio, dal momento che
nessuno poteva batterlo, e non ha previsto che esse potranno soprattutto
costituire una tribuna pubblicitaria formidabile per il candidato
d'un partito alternativo. Insomma ha rischiato e rischia di conseguire
una vittoria perdendo poi la guerra.
Bertinotti non ha serie
possibilità di batterlo. Tuttavia è possibile
che votino per lui, visto che possono farlo senza rischio, tutti
coloro che sono arrabbiati per come vanno le cose in Italia. Tutti
coloro che hanno antipatia per Prodi. Tutti gli estremisti e gli
idealisti convinti che, "con questi qui, non vinceremo mai". Se dunque
Bertinotti perde con onore e con una percentuale di voti largamente
superiore a quella di Rifondazione Comunista, riuscirà a
ridimensionare Prodi e a condizionarlo dal punto di vista programmatico.
Rutelli, pure di solito
fumoso e vacuo, stavolta ha identificato il pericolo.
Ha infatti detto che "ogni candidato deve portare il suo
programma, accettando quello di chi vince senza trattative
successive" (Il Foglio, 26 gennaio 2005). Ma sogna ad occhi
aperti. Non ha capito che Bertinotti intende fare esattamente
il contrario: perdere ma propagandare il proprio programma in
contrasto con quello di Prodi. Mentre molti politici, a sinistra,
mirano al governo e ai posti di governo, il leader di Rifondazione
ha un partito sostanzialmente di mera testimonianza. Non ha interessi
concreti. Vuole solo condizionare la politica nazionale per spostarla
verso il suo neo-comunismo. E nel momento stesso in cui si sarà
reso credibile con un buon risultato nello scontro con Prodi ricaverà
questo dividendo importantissimo: proclamerà alti e forti gli
ideali dell'estrema sinistra e potrà sempre dire che "il
popolo di sinistra", per una percentuale superiore a quella di
Rifondazione, vuole una politica per buona parte allineata col programma
di Rifondazione.
Ecco perché Prodi
rischia di vincere la battaglia e perdere la guerra.
Da un lato viene legittimato dall'elezione primaria, dall'altra
si trova tra l'incudine e il martello: se sposa in parte
il programma di Rifondazione perde le elezioni; se non accetta
in parte il programma di Rifondazione, perde Rifondazione. E,
con essa, le elezioni.
Gianni Pardo 28 gennaio 2005
Freschi
di stampa
Da Il Foglio: Per Pino Arlacchi
dal voto nascono le “dittature della maggioranza”
"Nell’imminenza
del voto in Iraq, il difficile tentativo di far rinascere
la democrazia in quel paese deve confrontarsi non solo con
le aggressioni terroristiche dei tagliagola locali e importati,
ma anche con quelle verbali, meno sanguinose, della sinistra
snob di casa nostra. Gianni Vattimo, seguendo una linea di “pensiero”
cui si era già ispirato Antonio Tabucchi.
..." Clicca qui per leggere l'articolo.
Da Il Foglio: I funzionari
Onu criticano i soldati Usa impegnati a far votare
gli iracheni
"Ogni santo giorno spunta un funzionaricchio
delle Nazioni Unite che si adopera per screditarle, anche
quando il cosiddetto governo mondiale ne ha fatta una giusta.
..." Clicca
qui per leggere l'articolo.
Da Il Manifesto: I Ds a Prodi:
la ricreazione è finita
"«Prodi deve sapere che
la ricreazione è finita. Noi adesso siamo uniti:
Fassino, D'Alema, Veltroni, Cofferati...». Sfuggono
parole pesanti all'entourage del segretario diessino. Ma
perché l'offensiva nei confronti del professore è
tutt'altro che di maniera. E vuole arrivare alla dimostrazione di
forza in occasione del congresso. ..." Clicca qui
per leggere l'articolo.
Da L'Opinione: Violante, Caselli
ed il Centrodestra
"A ragione o a torto Luciano
Violante costituisce il simbolo vivente della giustizia
politicizzata. Quella che persegue Edgardo Sogno e che ispira,
guida e cavalca la cosiddetta rivoluzione giudiziaria, diretta
a liquidare l’intera classe dirigente dei partiti democratici
con la sola ed accorta eccezione dei dirigenti dell’ex partito
comunista e delle correnti democristiane schierate a sinistra.
Non a caso Violante abbandona la toga per essere cooptato immediatamente
al vertice del Pci prima, del Pds poi e dei Ds successivamente.
..." Clicca qui per leggere
l'articolo.
Perché fuori dai salotti
e dai giornali la sinistra che ragiona non conta niente
"La Gad è fragile, e questo si
sapeva. Ma ora la vittoria pugliese del ragazzo poeta con
l'orecchino crea un dramma nel dramma. Quello di una coalizione
debole che vede crescere la forza della sua componente più
radicale, e al suo interno quello dei riformisti che attraverso
l'omonimo giornale principe si interrogano sul senso della
vita. Dove andiamo, cosa facciamo, ma soprattutto a cosa serviamo
se le nostre idee fanno proseliti solo tra sparute, infime minoranze?
..." Clicca qui per leggere l'articolo.
Impossibile
negare le responsabilità del fascismo nella
Shoah
La Stampa intervista
Riccardo Pacifici (articolo non in rete, si ringrazia
informazionecorretta).
«Collaborazionisti
venite fuori e raccontate come andò».
Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica di Roma,
è un quarantenne. Suo nonno era il rabbino capo di
Genova ed è morto ad Auschwitz. Sua nonna, nascosta in
un convento di suore, fu arrestata e deportata. «La presero
i fascisti, non i nazisti. C’è la testimonianza della
madre superiore del convento». Le parole di Domenico Gramazio
(«L’Italia fascista non condivise le leggi razziali»)
gli hanno fatto male.
Pacifici, lei è
indignato. Ha tenuto a dire che «il signor Gramazio»
non ha nessun peso politico e che spera non se lo conquisti
adesso.
«Certo. Gramazio,
ma chi è? Non ha uno ruolo politico, a meno
che qualcuno dopo le ultime dichiarazioni non glielo voglia
dare...».
Lei, ha sentito i vertici di Alleanza
nazionale.
«Sì,
e mi risulta che Storace abbia stigmatizzato. Bene,
è positivo, perché Storace ha la responsabilità
politica della Regione Lazio e di questo viaggio. Mi ha
telefonato anche Marco Verzaschi, che è l’assessore
alla Sanità e capeggiava la delegazione a Gerusalemme: furibondo.
Altrettanto si può dire di Gianfranco Fini, a cui ho subito
segnalato la cosa. D’altra parte, uscite come quella di Gramazio
sono un danno proprio per l’immagine del ministro degli Esteri.
Siamo comunque soddisfatti che l’intero mondo politico abbia preso
le distanze. Questo incidente, che per noi è davvero grave,
perché quelle parole revisioniste sono state dette all’uscita
dal Museo dell’Olocausto, e per di più a pochi passi dal nostro
rabbino capo, ci insegna che non dobbiamo mai abbassare la guardia.
Ora che c’è la Giornata della memoria, dobbiamo sapere che
non si deve dare nulla per acquisito. Arrivo a dire: non tutti i mali
vengono per nuocere».
In che senso, scusi?
«Dobbiamo
cambiare rotta velocemente, noi ebrei e gli altri
che conservano la memoria di chi è morto nei campi
di sterminio. Intendo dire che è ora di affrontare
il nodo principale della nostra storia una volta per tutte,
ossia il collaborazionismo. La Germania ha fatto definitivamente
i conti con il suo passato. In Francia pochi anni fa hanno
condannato un certo signor Papon per la sua attività
di collaborazionista con i tedeschi. E invece l’Italia, entrata
in guerra con i nazisti, ne è uscita brillantemente con
gli americani e con l’immagine pulita. Come se non fosse
stato il Parlamento italiano, pochi anni prima, a votare compattamente
le leggi razziali».
Lei auspica un caso
Papon anche da noi?
«Attenzione,
stiamo parlando di persone che hanno 80-90 anni. A
me non interessa una persecuzione giudiziaria. Ma lancio
un appello a queste persone: che vengano allo scoperto,
che raccontino a noi, ai loro nipoti, come andò davvero
in quegli anni. Dovrebbe essere un dovere morale nei confronti
della storia».
Quale area grigia?
«Questori,
prefetti, podestà, gerarchi, ma anche semplici
poliziotti o soldati: raccontino come arrestarono e
trattarono gli ebrei. I delatori che incassavano cinquemila
lire a ebreo arrestato. Ma anche i professori che hanno usurpato
le cattedre, i professionisti che sostituirono i colleghi
ebrei i quali non potevano più esercitare, i commessi
non ebrei che si intestarono i negozi. C’è stato chi
ha custodito e poi restituito i beni. Chi ha messo a repentaglio
la sua vita per proteggere una famiglia ebrea. Ma anche chi non
ha restituito. Chi si è arricchito perché nessuno
è tornato dal lager a chiedere quanto era suo o perché
hanno sbattuto la porta in faccia ai sopravvissuti. Parlino perché
un altro signor Gramazio non possa negare quanto accadde».
Clicca
qui per la documentazione sulle
LEGGI RAZZIALI promulgate dal regime fascista.
I radicali
non hanno intenzione di stabilire alcun genere di alleanza
I radicali trattano con la
Cdl. E, come scrive Marco Taradash su “Il Giornale”, lo
fanno con una determinazione mai vista in passato. Ma al tempo
stesso “L’Unità” pubblica un appello ai radicali ad allearsi
al centro sinistra. E quegli stessi esponenti del Pr che trattano
con la massima determinazione con il centro destra in generale
e con Forza Italia in particolare, manifestano grande compiacimento
per il segno d’attenzione mostrato dal quotidiano dei Ds e per
gli inviti ad entrare nella grande alleanza della sinistra. Daniele
Capezzone parla di segnale importante e significativo. E lo stesso
Marco Pannella manifesta il proprio apprezzamento direttamente
a Furio Colombo nel corso di una trasmissione di radio Radicale
a cui vengono invitati direttori e giornalisti di vario orientamento.
Per chi conosce un minimo il canovaccio rigido seguito dagli esponenti
radicali nella gestione dei rapporti con gli altri partiti, l’apparente
contraddizione di aprire una trattativa con uno schieramento lanciando
al tempo stesso segnali di disponibilità allo schieramento
contrapposto al primo, ha un solo ed inequivocabile significato. I
radicali non hanno intenzione di stabilire alcun genere di alleanza.
Apparentemente sembrano mettersi in vendita al miglior offerente. Come
alle vecchie aste degli schiavi. In realtà sono decisi ad incamerare
la grande visibilità mediatica che deriva da questa sorta di riffa
politica ma si preparano a rompere con gli uni e con gli altri
sbeffeggiando i primi e spernacchiando i secondi per mantenere
intatta la propria piena autonomia ed indipendenza dai due schieramenti.
Nessun addetto ai lavori, soprattutto se ha dimestichezza con
i comportamenti radicali, si scandalizza più di tanto di un
simile comportamento. Chi non gode di grandi coperture mediatiche
deve pure ingegnarsi per bucare il muro dell’indifferenza. E
se i dirigenti del Pr riescono con il metodo della vendita apparente
al miglior offerente a bucare anche questa volta il muro del silenzio
mediatico tanto di cappello! Ma un conto sono gli addetti ai lavori,
un conto è l’opinione pubblica. Non tanto quella generale
, quanto quella particolare formata da quelle fasce di elettorato
laico e liberale che da sempre costituiscono il bacino del voto
d’opinione in favore di Marco Pannella e di Emma Bonino. A questi
elettori d’opinione l’applicazione apparente da parte dei dirigenti
radicali della antica regola nazionale “o Franza, o Spagna, purché
se magna” non fa togliere il cappello. Al contrario. Produce un notevole
sconcerto. In primo luogo perché nessuno riesce a comprendere come
mai il partito che più di ogni altro ha sempre posto al centro
del proprio impegno i valori ed i contenuti tipici di una forza liberale,
liberista e libertaria, subordini l’eventuale alleanza con gli uni
o con gli altri ad un accordo politico globale sulle regionali e le
politiche del 2006. In secondo luogo perché questo elettorato
laico può anche arrivare a turarsi il naso ed a mandare giù
una alleanza con un centro destra dove esistono forze illiberali minoritarie
ma non può assolutamente mettere in conto che una identica alleanza
possa essere ipotizzata con un centro sinistra dove le forze illiberali
di matrice catto-comunista sono l’assoluta maggioranza. Agli occhi
dei laici Pannella non può essere confuso con Mastella. E se
mai dovesse avvenire la confusione è chiaro che al momento
del voto, sia per le regionali che per le politiche, gli elettori
laici d’opinione si sentiranno sciolti da ogni vincolo di fiducia
nei confronti del proprio leader storico. Se Pannella avanza
lo seguiamo. Ma se indietreggia lo salutiamo!
Da l'Opinione, Arturo
Diaconale - 27-01.2005
DOCUMENTAZIONE:
Tribunale
di Milano – Ufficio del Gip – sentenza 24 gennaio
2005, Giudice Forleo
Clicca qui
per il testo
integrale della sentenza del Tribunale di Milano che ha
assolto i presunti reclutatori di terroristi.
«La
magistratura faccia il “mea culpa”»
«È grave,
come dice il senatore Andreotti, la contrapposizione
tra politica e magistratura, ma ancor più grave sarebbe
la distanza tra magistratura e popolo, visto che proprio
in nome del popolo deve essere amministrata la giustizia».
Non usa mezzi termini
il ministro per le Riforme istituzionali, il leghista
Roberto Calderoli, intervenendo ieri sulla vicenda che ha
visti assolti dal magistrato milanese Clementina Forleo gli appartenenti
a un gruppo islamico che reclutavano kamikaze.
Questo l'incipit
dell'articolo comparso su "La Padania". Clicca qui per leggere integralmente l'articolo
.
Elezioni
come apostasia
"Le organizzazioni
terroristiche islamiste sono accomunate da una
profonda convinzione che le elezioni siano apostasia.
I musulmani andrebbero governati dalle leggi religiose
islamiche (Shariah), secondo l’interpretazione di gente
come bin Laden o Al Zarqawi, e non da leggi fatte dall’uomo,
promulgate da funzionari eletti. Questa visione islamista
del mondo venne ampiamente delineata da Sayyid Qutb nel suo libro
“Ma’alim ‘ala al tariq” (“Segnali sulla strada”), pubblicato
dai Fratelli Musulmani al Cairo nel 1957. Il libro implicava
una perfetta dicotomia tra credenti e infedeli, fra leggi religiose
islamiche e leggi degli infedeli, fra tradizione e decadenza e
fra trasformazioni violente e fasulla legittimità. Per
citare le parole di Qutb: “Nel mondo c’è solo un partito, il
partito di Allah; tutti gli altri sono partiti di Satana e della ribellione.
Quelli che credono combattono per la causa di Allah e quelli che
non credono combattono per la causa della ribellione”. In breve, votare
alle elezioni o fare una scelta è, stando ai seguaci del
pensiero di Qutb, una sfida alla suprema autorità di Allah sulla
condotta degli esseri umani. ..."
Per
approfondire l'argomento, clicca qui.
LA GUERRA AL
TERRORISMO SI PUO' FARE IN PROCURA?
Editoriale da Il Foglio: "Un giudice
di Milano ha stabilito che non poteva rinviare a giudizio
un gruppo di reclutatori del terrorismo internazionale in
base ai codici vigenti, e subito si è scatenata una crociata
a buon prezzo contro la “scandalosa” decisione. Può essere
che il giudice abbia sottilizzato un po’ troppo, che abbia ecceduto
nell’interpretazione, che sia stato guidato da una distinzione
evanescente fra concetti come “terrorismo” e “guerriglia”,
ma alla fine un giudice è pagato anche per sottilizzare,
quello è il suo mestiere. Di scandaloso, invece, c’è
sicuramente l’idea che la guerra al terrorismo internazionale
si possa fare in procura. Siccome la Costituzione, dicono gli ignavi,
la vieta, allora per noi la guerra è missione di pace;
siccome la pace non c’è, e i reclutatori di bin Laden ci
sono, e la strage di Madrid è stata organizzata anche da
Milano, allora affidiamo al pretore la caccia al terrorista. Per
sottrarre alla giustizia ordinaria americana e alle sue fortissime
garanzie formali la guerra al terrorismo gli Stati Uniti si sono dotati
di una legge, il Patriot Act, che il Congresso ha votato a stragrande
maggioranza. Il succo della legge è l’aumento dei poteri
dell’esecutivo, perché non risulta che le guerre le facciano
il legislativo o il giudiziario, almeno nella storia umana fin
qui conosciuta. Nelle guerre ciò che decide è la responsabilità
di guida dei governi, degli eserciti, dei servizi di intelligence,
sotto il controllo dei parlamenti e con il vaglio costituzionale
delle supreme corti, figuriamoci se si può battere al
Zarqawi con i mezzi investigativi e le strategie buone per gli
scippi o gli omicidi passionali, figuriamoci se la cattura e la messa
in mora di un nemico, che è una figura molto diversa dal delinquente,
può procedere con lo stesso protocollo della giustizia ordinaria.
Ma il nostro paese, si sa, è incapace di capire il posto delegato
ma autonomo dell’esecutivo nella divisione dei poteri, e per questa sua
debolezza di cultura politica si è beccato vent’anni di fascismo,
poi quarant’anni di regime democristiano a governabilità variabile
e rinviabile, infine un cambio di Repubblica affidato anch’esso
alla magistratura e alla sua fatale supplenza, con le conseguenze del
caso. Ora vogliamo che il Gup ci sbrighi la pratica di al Qaida, sradichi
il reticolo terrorista annidato nelle nostre città, prenda
su di sé responsabilità che sono di stretta pertinenza
del governo, dei servizi, della polizia e dell’esercito."
KAMIKAZE
LIBERO
"Nell'
Esprit des lois , Montesquieu scrive che ci sono
quattro specie di delitti, una delle quali, la quarta,
è contro la sicurezza dei cittadini. Aggiunge Montesquieu
che «le pene inflitte devono derivare dalla natura
di ciascuna di queste specie». Non sembra proprio
che il magistrato milanese che ha condannato per reati minori
- fra i quali il traffico di documenti falsi - tre nordafricani,
accusati di aver reclutato e mandato kamikaze in Iraq,
e sospettati di aver preparato attentati in Europa, e che ha
inviato alla Procura di Brescia la posizione di altri due, sia
una gran lettrice. Non solo di Montesquieu, il che non sarebbe
grave, ma, quel che è peggio, neppure delle più recenti
normative di diritto internazionale. Nelle motivazioni della sentenza,
il magistrato - ignorando palesemente la risoluzione dell’Onu
1511 del 16 ottobre 2003, che legittima la presenza della coalizione
militare internazionale a garanzia della sicurezza del Paese
- ritiene, infatti, che inviare combattenti e aiuti economici
in Iraq non configuri il reato di terrorismo internazionale, in
quanto una cosa sarebbero gli attentati alle truppe di occupazione,
che rientrerebbero nella fattispecie della guerriglia, un'altra
quelli contro civili che cadrebbero, invece, in quella di terrorismo.
Ciò che lascia francamente esterrefatti e scandalizzati è,
dunque, oltre all'ignoranza della situazione irachena e del diritto
internazionale, il carattere esplicitamente politico che finisce
con assumere la sentenza, in perfetta sintonia con l'estremismo di
chi continua a definire «resistenti» i terroristi iracheni.
Il fatto, poi, che il magistrato dichiari di non aver voluto, con
ciò, legittimare anche l'attentato di Nassiriya ai nostri
militari, perché quella italiana è una «missione
di pace», mentre quella del resto della coalizione non lo
sarebbe - con l’assurdo corollario che ammazzare gli americani
o gli inglesi non sarebbe un crimine, ma un'azione di guerra - non
ne attenua, bensì ne aggrava la posizione. A conferma della
confusione concettuale che sembra aver presieduto alla singolare
sentenza. Meno grave, in questo contesto, appare, invece, la parte
della motivazione in cui si dice che non risulterebbe provato che gli
imputati stessero preparando attentati anche in Europa. Qui, siamo
sul terreno - dice ancora la sentenza - «riferibile alle
più svariate fonti di intelligence» che non fanno testo
sotto il profilo del diritto penale. L'assenza di strumenti legislativi,
o quanto meno giurisprudenziali, e la conseguente difficoltà
di accertare reati che sono oggetto di indagini da parte dei
servizi di sicurezza, anche se non giustifica, quanto meno
attenua le responsabilità del magistrato, chiamando a
rispondere del caso le forze politiche. Sono note le riserve che
la legislazione antiterroristica americana (il Patriot Act ) ha
sollevato, anche negli Usa, in tema di tutela dei diritti civili.
Ma che qualcosa si debba fare anche da noi, la sentenza di Milano
lo prova con tutta evidenza."
Articolo di Piero Ostellino,
Corriere della Sera
La decisione
del giudice milanese Clementina Forleo fa sobbalzare
Non è necessario pensarla
sull'Islam come Oriana Fallaci per sobbalzare di fronte alla
decisione del giudice milanese Clementina Forleo, che
ha assolto dall'accusa di terrorismo internazionale una
«cellula» di fondamentalisti che aveva finanziato
e arruolato uomini armati in Iraq, considerandoli semplici
guerriglieri anziché aspiranti kamikaze. Ammettiamo
l'impossibilità di districarsi nel guazzabuglio ideologico
che ormai fa dipendere la distinzione fra terroristi
e resistenti dal giudizio che si dà sui loro nemici,
gli americani. Ed evitiamo la scorciatoia emotiva che indurrebbe
a chiedersi se il comportamento della dottoressa Forleo
sarebbe stato lo stesso, qualora suo figlio o suo marito
avessero fatto parte delle truppe italiane che rischiano ogni giorno
la pelle contro le pallottole finanziate da «cellule»
come quella da lei assolta. Poiché però a qualche
certezza occorre pure aggrapparsi, consentiteci di individuarne
una, piccolo borghese e retorica finché si vuole: quel
giudice è un'italiana. Potrà piacerle o no, ma il suo
Parlamento ha deciso di mandare dei militari in Iraq per proteggere
la popolazione locale. Non dagli americani, ma da coloro che
i fondamentalisti di Milano finanziavano e arruolavano. Ora,
un magistrato che assolve dall'accusa di terrorismo chi spara
o fa sparare contro i soldati dello Stato di cui è al servizio,
sarà forse un esempio di fulgido spirito democratico, ma
dovrebbe avere la coerenza di farsi passare lo stipendio da qualcun
altro.
Articolo
di Massimo Gramellini, La stampa
LA BOTTEGA DELLA
FEDE
Non essendo
"chirichetti rispettosi", con piacere pubblichiamo
questo articolo non firmato da Il Foglio: Le
lacrime new age della Madonnina e quelle di Luca Coscioni
nella processione politica del dolore. Messori e Pannella
amministrano miracoli devozionali e illusioni
laiche. Con mezzi da magic shop.
"Roma. Miracoli promessi. “Libertà
di vivere. Di poter guarire. Di poter cercare una cura per
sé e per quelli nelle sue condizioni e per tanti,
troppi ancora”. Quando al centro dell’attenzione c’è
Luca Coscioni, con il suo “corpo immobile eppure contundente”
usato eroicamente come arma in battaglia, succede spesso che
il giornalismo si faccia preghiera, omelia, invocazione,
anatema, scomunica e santificazione. L’amen sarà senz’altro
assicurato da officianti fervorosi, toccati dalla grazia.
E non ci sarà contraddittorio, altrimenti che messa sarebbe?
Ci saranno invece chierichetti rispettosi e compresi nel
ruolo, come Cesare Fiumi sul Magazine del Corriere della Sera,
per esempio, che a Coscioni, definito “l’uomo della libertà
di ricerca scientifica”, ha dedicato la copertina venerdì
scorso...." Clicca qui
per proseguire nella lettura. (da IL FOGLIO - 25/01/2005)
Israele
c'e'!
Ho raccontato
la tragedia di Elio Mordo come e' nel mio ricordo di
bambina che ascoltava le storie della famiglia dalle labbra
della nonna.
Raccontava raccontava
raccontava, gli occhi verdi lucenti, storie di morte.
Lei si era salvata, era stata rinchiusa per giorni in
un armadio in soffitta.
Parlava delle fughe,
dei documenti falsi, delle scuole in cantina,
del terrore, senza mai nominare i tedeschi, senza mai pronunciare
la parola "nazisti".
Raccontava le storie
ma non parlava della Shoa'.
Nessuno parlava
della Shoa'.
Quando sono cresciuta
ho capito che mia nonna mi aveva trasmesso un'identita'
fortissima, non era osservante ma era ebrea
dalla testa ai piedi e grazie a lei io ho sentito questo
travolgente senso di appartenenza al popolo di Israele.
Mi ha insegnato
la dignita' e l'orgoglio di essere quella che sono e,
senza averlo mai visto, mi parlava di Israele e del suo significato
senza mai dire che nulla sarebbe accaduto se ci fosse
stato.
Non parlava della
Shoa'.
Per anni gli ebrei
non hanno parlato della Shoa'.
Poi accadde qualcosa di grande: Eichmann,
la sua cattura in Argentina e il processo in Israele.
Leggevo tutto,
bevevo tutto, raccoglievo gli articoli di giornale.
La televisione, in bianco e nero, faceva vedere le immagini
da Gerusalemme, le testimonianze dei sopravvissuti,
le loro grida mentre ricordavano, gli svenimenti
quando la memoria era impossibile da sopportare. Ricordo mia nonna
e mia mamma, guardavano in silenzio, senza un commento,
senza una parola.
Fino al processo
Eichmann gli ebrei non avevano mai parlato della
Shoa', tacevano perche' era insopportabile persino il ricordo
ma quel processo e quella faccia dietro il vetro della
gabbia in cui era rinchiuso, quella faccia che aveva sempre
un sorriso sardonico, la freddezza delle sue parole, la completa
assenza di rimorso, il fastidio, la noia che gli si leggeva
sul volto mentre ascoltava quei poveretti che testimoniavano,
tutto questo ha travolto gli ebrei e il loro silenzio.
Era arrivato il
momento di spalancare la bocca in un urlo silenzioso,
era arrivato il momento di far parlare i fantasmi che
si aggiravano senza pace per le strade d'Europa, era arrivato
il momento di scavare tra la cenere di milioni di corpi bruciati.
Hanno incominciato
a parlare, a raccontare, a urlare, come un fiume
in piena, una valanga irrefrenabile di parole, di ricordi
e di pianti urlati senza lacrime.
Quando il dolore
diventa orrore non si puo' piu' piangere e quel processo
e' stato un urlo liberatorio per tutti gli ebrei del mondo.
Ho visto, nel kibbuz
dove e' conservata, la gabbia di vetro di Eichmann,
piccola ma sufficiente a contenere il mostro le cui ceneri
sono state sparse in mare fuori dai confini di Israele perche'
nemmeno un granello del suo corpo sporcasse la nostra Terra.
Al Memorial della
Shoa' di Gerusalemme c'e' una bacheca di legno scuro
con all'interno una scarpetta bianca di bambino, un po'
sporca. Una sola scarpina e sotto, in lettere dorate, il
numero, atroce, terribile, disumano: "1.500.000".
Nient'altro.
Un milione e mezzo
di bambini ebrei assassinati , Un milione e mezzo
di fiori bruciati e passati per il camino, 6 milioni di
ebrei sbranati e divorati dalla Belva ed e' potuto
accadere solo perche' Israele non c'era.
Oggi vorrebbero ritentare l'esperienza
, gli arabi e i loro amici, vorrebbero vederci scomparire,
eccome se lo vorrebbero, hanno tentato e ritentato
con 6 guerre, con anni di terrorismo, con la propaganda
di menzogne per mettere il mondo contro di noi.
Per la verita'
non e' difficile, pare che il mondo non aspetti altro.
C'e' solo un problema,
un problema insormontabile: Israele esiste.
E' l'unico paese
al mondo di cui ancora, dopo 60 anni, si mette in
discussione il diritto all'esistenza ma c'e'!
Israele c'e'
e mai piu' nessuno al mondo strappera' i nostri fiori,
mai piu' nessuno li brucera'.
I camini, la cenere,
il buio sono rimasti la', in Europa. Montagne di
cadaveri su cui gli europei camminano e da cui hanno ancora
la sfrontatezza di giudicarci e di gridare " via dalla
Palestina" dimenticando che 60 anni fa urlavano il contrario
"andate in Palestina" .
L'odio resiste,
e' stato alimentato per piu' di 20 secoli e forse ce
ne vorranno altrettanti per distruggerlo ma ogni ebreo del
mondo sa che le tenebre non scenderanno piu' perche'
c'e' Israele e guardando verso Gerusalemme vedra' la luce.
Deborah Fait-
informazionecorretta
A ME MI PIACE
L’IMPERO
Ogni tanto anche
al Corriere ne combinano una di giuste.
Oggi pubblicano
tutta la traduzione di un fitto articolone di
Michael
Ignatieff uscito il 12 dicembre sul New
York Times: davvero bello, una delle analisi
più complete fra quelle lette negli ultimi mesi.
Tra le altre
cose, ha il pregio di ricordare l’importanza del
“Millennium
challenge account”, cioè il fondo
di 5 miliardi di dollari stanziato due anni fa dall’amministrazione
Bush per finanziare i governi del Terzo Mondo che investono
in politiche concretamente rispettose del liberalismo
politico ed economico (ovviamente non mancò la solita
tiritera del “nuovo Piano Marshall”, ma poi gli intellettuali
si sono tendenzialmente disinteressati della faccenda).
Vale la pena
di leggerlo tutto, ‘sto mattone, da cima a fondo: clicca
qui per il testo integrale.
Da tener presente
che Ignatieff, direttore del «Carr Center for Human Rights
Policy» di Harvard, è un intellettuale
di sinistra che ha apertamente appoggiato l’intervento
in Iraq pur non amando la destra neocon (“Preferisco
di gran lunga frequentare quelli che stanno dall'altra parte, ma
credo che stiano sbagliando”).
In un altro
corsivo uscito recentemente sul NYT, spiegava:
“ciò che trovo maggiormente difficile da rispettare
è capire come i miei amici contrari alla guerra
apparissero del tutto indifferenti al fatto che ciò
che essi ritenevano essere la cosa giusta, saggia e non-violenta,
ossia lasciare Saddam Hussein al potere, avrebbe comportato
dei costi che sarebbero stati sostenuti interamente e solamente
dagli iracheni”.
(ale
tap, 24-01.2005)
I sessant'anni
di Auschwitz: Schlomo Venezia,
«barbiere» d’Auschwitz
In Europa si moltiplicano le cerimonie di commemorazione
per i sessant'anni della liberazione del campo
di concentramento di Auschwitz. La Tribune de Genève
ha raccolto la testimonianza di Schlomo Venezia, un ebreo
di nazionalità italiana nato in Grecia, che venne
catturato a Salonicco nel 1944. Deportato ad Auschwitz,
venne assegnato al Sonderkommando, il gruppo di prigionieri
incaricati di far funzionare le camere a gas e i forni crematori.
Venezia è una delle sei persone ancora in vita di questo
gruppo. "Le Ss con i cani", racconta il sopravvissuto, "ci
aspettavano all'uscita dei vagoni. La selezione cominciò
immediatamente. Mia madre e due persone più giovani
salirono su un camion". Nessuno di loro sapeva che il camion
andava direttamente alle camere a gas.
Clicca
qui
per leggere l'articolo de La Tribune de Genève,
Svizzera
HASTA LA MACEDONIA
SIEMPRE
E’ di questi giorni
la notizia che Oliver Stone ha deciso di emigrare in
Francia, spinto dall’indignazione per il disastroso
fiasco che il suo colossal “Alexander” ha registrato negli
USA.
Secondo Stone, il
floppone del filmone sarebbe infatti da addebitare
all’ignoranza e al bigottismo del pubblico americano,
che “non studia i classici come si fa in Europa” e che non avrebbe
“capito” l’insistenza del regista sul privato omosex del
conquistatore macedone.
Oggi a “Speciale
SkyTG24” un Alessandro meno “magno”, ossia il solito Cecchi
Paone reinventatosi testimonial della bisex way of life
con lo zelo del neofita (e, sull’onda dell’entusiasmo per
il film di Stone, reinventatosi pure biografo del suo omonimo
con un tempestivo libretto
), perorava questa tesi confermando che sì, la colpa
è proprio dei buzzurri amerikani, che non han
capito la pertinenza delle scene omosex: e a riprova
di ciò contrapponeva il recente successo commerciale
di “Troy”, patacca cinematografara ammerecana sull’Iliade
piena di strafalcioni e di censure bigotte, nella quale
il legame tra Achille e Patroclo è stato comicamente riadattato
da amoroso a parentale (cugini!).
Uhm. Sarà.
A dire il vero non
è che nei raffinati licei classici nostrani l’approccio
sia tanto meno bigotto che nei filmetti amati dai rednecks
omofobi d’oltreoceano: anche a noi colti studenti della
raffinata Vecchia Europa giusto una decina d’anni fa Patroclo
veniva sbrigativamente presentato da progrediti docenti come
“migliore amico” di Achille, lasciandoci ineluttabilmente
perplessi di fronte alla furiosa vendetta che l’eroe infieriva
all’assassino di quello che in realtà era l’amato partner.
Quanto al film di
Stone, aspettiamo di vederlo per giudicare; intanto
prendiamo nota che nell’intervista promozionale trasmessa
oggi sempre su SkyTG24 il solito Stone spiegava con un
sorriso vagamente mistico di averlo voluto girare perché
affascinato dalla figura di un uomo capace di cambiare l’intero
mondo in pochi anni: figura che, a suo parere troverebbe nel
mondo contemporaneo un corrispondente solo in Fidel Castro (!).
Se queste sono le
premesse, è pronosticabile una buona accoglienza
in Francia – del regista, se non anche del film.
(ale tap, 24.01.05)
E poi, dalle
docce, il gas
Andava
ogni mattina al Caffe' Stella Polare a Trieste, beveva
il suo capuccino, leggeva il Piccolo e poi proseguiva
verso la scuola greca dove insegnava. Ormai
non aveva piu' allievi, la scuola era chiusa e deserta,
gli ebrei di Trieste erano nascosti ma lui, elegantissimo,
vestito di lino bianco e panama in testa, cosi' me
lo ricorda una vecchia fotografia, continuava a illudersi
che tutto fosse come prima.
Rifiutava
di nascondersi mio zio Elio: " Non ho fatto niente"
diceva "perche' dovrebbero prendermi?".
Non
aveva fatto niente, come niente avevano fatto tutti
gli altri ebrei di Trieste, d'Italia, come niente
avevano fatto gli ebrei d'Europa.
I nazisti
erano a Trieste e andavano di casa in casa a cercare
gli ebrei "che non avevano fatto niente",
erano ebrei semplicemente, il popolo che Hitler
aveva deciso di sterminare.
"Il
primo dovere del popolo tedesco e' quello di annientare
gli ebrei" gridava il Fuehrer al suo biondo
popolo acclamante.
Una
spiata anonima. Zio Elio e' seduto al Caffe' Stella
Polare di Trieste, due della Gestapo entrano e,
senza esitare, vanno dritti verso di lui: "Elio Mordo?"
"Si".
I suoi
genitori erano scappati da Corfu' durante il grande
pogrom, erano arrivati a Trieste, citta' cosmopolita
dove si respirava aria di cultura e liberta'.
Erano arrivati pieni di speranze e di figli,
continuando la fuga dei loro genitori, dei nonni,
degli avi erranti di paese in paese, di nazione in nazione,
sempre in fuga, sempre pronti a scappare da qualche altra
parte.
Dalla
Spagna alla Grecia passando per la Calabria e poi
ancora dalla Grecia verso l'Italia, verso Trieste,
citta' della Speranza.
Una
fuga attraverso il tempo, un secolo dopo l'altro, una
lingua dopo l'altra, una casa dopo l'altra, una
paura dopo l'altra, figli perduti, ricordi di morte
e disperazione, racconti di roghi e di torture, di persecuzioni
senza fine attraverso questa Europa che li rincorreva
coi
forconi
per ammazzarli tutti.
A Trieste
non sarebbe successo, ne erano certi, Trieste era
una citta' speciale, vi si parlavano tutte le lingue,
era il punto d'incontro di popoli e culture.
"Elio
Mordo?" "Si" e non puo' scappare da nessuna parte.
Dove
scappare? Come fa a scappare un signore distinto vestito
di lino bianco e col panama in testa che si trova
davanti a due rappresentanti della razza padrona
vestiti di nero con un teschio sul berretto?
Dove
poteva scappare per mettersi in salvo questo ebreo
"che non aveva fatto niente"?
La citta'
che aveva accolto la sua famiglia si era chiusa
sopra di lui, niente piu' cultura, niente piu'
liberta', solo terrore, disperazione e la Risiera
di San Sabba.
Zio
Elio incomincia il suo viaggio, Corfu' e' lontana nella
memoria, anche il mare di Trieste non c'e' piu', i
suoi libri saranno stati bruciati, la sua vita ormai
e' dentro i vagoni bestiame che lo portano
verso l'inferno di Auschwitz. Il centro del Male dell'umanita'.
Chissa'
quali pensieri avranno attraversato la sua mente,
non poteva sapere che altre migliaia di vagoni
bestiame come il suo viaggiavano attraverso l'Europa
per arrivare tutti in un unico punto, il crematorio.
Non
poteva sapere che a Babi Yar avevano ammazzato in
due giorni 40.000 ebrei come lui, che, come lui,
non avevano fatto niente. Non poteva sapere che
in Europa gia' si camminava sui cadaveri di ebrei scaraventati
vivi e morti nelle fosse comuni o nei burroni, in una
follia inarrestabile di odio.
Come
poteva immaginare lui, piccolo ebreo triestino, che
l'Europa sprofondava in una putredine intellettuale
che avrebbe fatto del novencento il secolo maledetto.
Il suo
carro bestiame si fermo' all'entrata di Auschwitz,
i suoi occhi forse avranno letto il benvenuto,
"Arbeit macht frei", il lavoro rende liberi.
A cosa poteva servire un vecchio ebreo
probabilmente gia' impazzito per il dolore, l'umiliazione
e l'incapacita' di comprendere la portata di quello
che stava vivendo?
Lo avranno
portato insieme ad altri, inutilizzabili come lui,
vecchi, donne e bambini "che non avevano fatto niente",
verso le camere a gas. Saranno entrati nudi e storditi,
incapaci ormai di pensare e di capire dove si trovavano
e perche'.
Qualcuno
avra' chiuso ermeticamente la porta, forse zio Elio
lo avra' guardato, e poi, dalle docce, il gas.
Iraq, ucciso
un elicotterista italiano a Nassiriya
Il
maresciallo Simone Cola, in forza al Primo Reggimento
"Idra" dell'Aviazione dell'Esercito (Aves) è
stato ucciso ieri da una raffica d'arma da fuoco, mentre
si trovava a bordo di un elicottero