ARCHIVIO GENNAIO 2006

LE FINANZE DI HAMAS
È di oggi la notizia che i paesi occidentali dovrebbero sospendere i sussidi ai palestinesi, se Hamas non modifica le sue intenzioni, secondo cui dovrebbe cancellare Israele dal mondo. La cosa non avrebbe importanza se questi sussidi non costituissero, più o meno, un terzo delle entrate dell'Anp e se una buona parte di questo denaro non servisse a pagare impiegati e poliziotti (cioè gente armata). Sicché il rifiuto dei capi di Hamas di piegare la testa ed arrendersi alle necessità economiche appare come un atteggiamento delirante. Che cosa scegliere, fra la guerra civile, la fame, la rivolta, e l'allineamento su ciò che impongono tutti gli stati donatori? E stavolta perfino quella medusa chiamata Onu?
La spiegazione di questo atteggiamento risiede tuttavia - come sempre - nella storia.

Il popolo palestinese è stato per molti anni viziato dalla comunità internazionale. Si è trovato a vivere come quei bambini che si sentono sgridare da mattina a sera, a cui tutti raccomandano di comportarsi bene, ma che non sono mai puniti se si comportano male. Come si può ragionevolmente chiedere il disarmo ad un paese in cui il primattore (Arafat) fu autorizzato a parlare all'Onu con una pistola in mano? Come si può parlare di principi giuridici ad un popolo sconfitto che, da oltre cinquant'anni, parla di "diritti legittimi dei palestinesi", dimenticando che gli sconfitti non hanno alcun diritto? Come si può minacciare un popolo che, da decenni, crede d'avere l'esclusiva delle minacce, rilanciando sempre, malgrado le sconfitte, come se fino a quel momento si fosse limitato e potesse fare di più in futuro? Come si può ragionare con un gruppo etnico che esalta gli attentati suicidi contro vittime civili, che veste i bambini da shahid, con finte cinture esplosive e kalashnikov di legno, e che ha considerato un grande statista quell'Arafat che, nel corso dei decenni, ha sempre appoggiato la causa sbagliata? Come si può chiedere un po‚ di realismo ad un popolo ha creduto gli fosse sufficiente cancellare Israele dalla carta geografica per credere che presto i suoi rappresentanti si sarebbero insediati nei palazzi del potere di Tel Aviv e di Gerusalemme?
La critica non va ai palestinesi ma ai loro leader. Le mille sconfitte e la realtà di una miseria generalizzata sono stati il risultato di una dirigenza folle e disinteressata del benessere della gente. Essa non ha insegnato che non si può mordere la mano che ci nutre. Anche se è vero che quella mano si è lasciata spesso mordere senza reagire. I capi non hanno mai raccomandato la moderazione ad una regione che, non che essere in grado di attaccare gli altri, deve tendere la mano per sopravvivere. Tanto che se l'Occidente per una volta veramente si accigliasse, non sarebbe più in grado di sopravvivere economicamente, fino a rischiare la sedizione della polizia che prima era pagata da al Fatah.
Nessuno può augurarsi un bagno di sangue e probabilmente si arriverà ad un aggiustamento. Il Quartetto (Onu, Russia, Stati Uniti, Ue) difficilmente avrà il coraggio d'interrompere subito i finanziamenti. Si dice di già che bisogna aspettare la costituzione del nuovo governo (come se potesse essere diverso da un governo dominato da Hamas), aspettare questo ed aspettare quello. Non si vuole approfittare dell'occasione storica di riportare quella regione con i piedi per terra e finalmente darle, con questo, un'effettiva speranza di pace. Viene permesso ai palestinesi di continuare ad andare contro la logica e contro la realtà.
Di buone intenzioni è lastricata la via che conduce all'inferno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 31 gennaio 2006

D'Alema d'oriente
Il tutto rientra nell'ordine delle cose,  però, devo ammetterlo, D'Alema, nella sua ultima intervista pubblicata dal Corriere della Sera, è fuori come un balcone. 
Eccolo, papale papale:   «Occorre stare attenti alle generalizzazioni. Hamas è un movimento fondamentalista e certamente ha, insieme ad altri gruppi, responsabilità precise nell'escalation sanguinosa, di tipo militare e terroristico, registrata dalla resistenza contro l'occupazione israeliana». Però «ciò che accade in Palestina è anche una conseguenza dell'occupazione in Iraq. Gli Stati Uniti e altri paesi europei, tra cui l'Italia, hanno infatti pensato di combattere il terrorismo con la politica della guerra, delle torture, delle uccisioni dei civili. Tutto questo ha purtroppo avuto l'effetto di allargare le basi di massa del fondamentalismo islamico». D'Alema pensa che se il centrosinistra dovesse conquistare la guida del paese, «bisognerà cambiare strada e chiedere a Israele una politica più umanitaria». E, non pago,  aggiunge: «Il terrorismo inaccettabile ha stretto Israele nella morsa della paura, però Israele ha risposto con la violenza ... In questi anni, il numero delle vittime civili palestinesi è di tre volte superiore a quello degli israeliani vittime di attentati».

Capito? Fior da fiore,  Israele si deve pentire, "deve ambiare strada"    e rispondere al terrorismo con "una politica più umanitaria" mentre "ciò che accade in Palestina" dipende  "dall'occupazione in Iraq" (!). Ma non è finita. Siamo o non siamo  in campagna elettorale? Ed allora ecco che la politica italiana contro il terrorismo, sempre secondo D'Alema, sarebbe "della guerra, delle torture, delle uccisioni dei civili".  
D'Alema, mi faccia il piacere,  direbbe Totò.
cp, 30 - 01 -2006


Sinistra a Milano: il curioso della cosa.
Ieri, per scegliere il  candidato sindaco del centrosinistra,  si sono svolte a Milano le "primarie". Ai blocchi di partenza  un ex repubblichino di Salò, un ex questurino, la moglie di un petroliere  e l'amministatore delegato di una società di ricerche di mercato.  Per la cronaca, ha vinto l'ex questurino.
Poi ci si chiede perché  la sinistra (lo spirito della sinistra)  è tanto più assente quanti più posti occupa ...


Massima del giorno
Troppo facilmente si cerca la colpa di chi ha ragione.
G.P.


LA STAMPA ESTERA
L’Italia è una penisola che dalle Alpi, formidabile ostacolo naturale, si estende nel Mediterraneo. Dunque, più che una penisola è un’isola. Inoltre molta gente non ha contatti con stranieri, non parla e non legge altro che l’italiano, e questo accentua l’insularità. Come se non bastasse, c’è da pensare che l’Italia non si sia ripresa dallo scoramento di scoprire che alla fine del Rinascimento la prosperità e la potenza si siano spostate verso l’Atlantico. La decadenza l’ha spinta all’autocommiserazione e ad una costante autodenigrazione. Essa si comporta non come un onesto borghese che ha la sua brava utilitaria come tutti gli altri, ma come il nobile che rimpiange il tempo in cui era fra i pochi ad avere una carrozza mentre gli altri andavano a piedi. E si precipita a dire che ha un’auto scassata per far capire a tutti che essa è indegna di lui personalmente.
L’insularità, l’ignoranza delle lingue, la mancanza di contatti con l’estero, il complesso d’inferiorità nato dalla eccessiva considerazione di sé e in una parola il provincialismo fanno sì che molti sopravvalutino i grandi paesi europei e in particolare la loro stampa. Nell’immaginario collettivo italiano ci sono superuomini che da Londra o da Parigi guardano all’Italia, la vedono con l’obiettività che dà la lontananza e il disinteresse personale e non possono dunque che emettere giudizi fondati e validi. E anzi tanto più validi quanto più pessimisti.
Ma le cose stanno realmente così?
In primo luogo, bisogna distinguere le notizie e i commenti. Se in Italia cade il governo, il fatto sarà ovvio mentre ci sarà tutto da capire per quanto riguarda le cause e le prospettive. E questo non lo può certo fare chi risiede a Madrid o ad Amsterdam. Dunque i commenti che saranno pubblicati in quelle città non sono i commenti di quelle capitali, sono soltanto i commenti del corrispondente. Che vive a Roma e non certo in un ambiente asettico. Come tutti, quest’uomo avrà tendenza a frequentare le persone che la pensano come lui; e quando leggerà i giornali italiani prenderà più sul serio quelli che reputa sulla sua linea politica. Insomma, se il corrispondente è di sinistra, il suo giornale di riferimento sarà “Repubblica”: e quanti italiani giudicherebbero “Repubblica” una fonte obiettiva e disinteressata?
Ad esempio gli italiani tendono a considerare un mito la stampa inglese. Essa ha certo molti meriti storici, ma è bene non generalizzare. In Inghilterra si pubblicano anche giornali che, pur vendendo centinaia di migliaia di copie, uno si vergognerebbe a tenere fra le mani. Giornali di basso livello, di gossip, di cronaca nera, il cui più grande sogno è fotografare la regina mentre il vento le solleva la gonna. Anche quando si parla di monumenti come l’Economist è bene essere prudenti. Per molto tempo il corrispondente italiano fu quella Tana De Zulueta tanto British e obiettiva che ad un certo momento lasciò la professione per farsi eleggere, in Italia, nelle file dell’estrema sinistra. Poteva essere obiettivo, il punto di vista dell’Economist, quando la sua fonte locale era costei?

Una volta Mario Cervi, elegantemente e velenosamente, scrisse, a proposito dell’Economist (ma si teme sempre di confonderlo col Financial Times!): “Sono abbonato da decenni a questo giornale e per decenni ho ammirato l’accuratezza e la completezza della sua informazione su tutti i fatti ed i luoghi di cui non sapevo molto. Ma, al contrario, ogni volta che di una certa vicenda avevo diretta esperienza…”
Il più diffuso giornale tedesco è la popolare “Bild Zeitung” che ancora recentemente è stata accusata da altri giornali d’essere il peggio del peggio. I colleghi non si sono fermati neppure dinanzi all’accusa di pornografia e perfino di favoreggiamento della prostituzione. Questo, in Italia, nei confronti di un grande giornale, non si è ancora verificato. Dobbiamo proprio sempre sentirci gli ultimi?
Rispettiamo dunque Le Monde, El Pais, Die Zeit, il Times, Le Figaro, la Frankfurter Allgemeine Zeitung, ABC ed anche il Financial Times e l’Economist. Ma ricordiamoci che ognuno di questi giornali non è in contatto diretto con la Verità. Per quanto riguarda l’Italia è costituito da un signore che vive a Roma, ha le sue amicizie, le sue brave passioni politiche ed anche i propri pregiudizi. Senza dire che una certa ironia nei confronti del paese degli spaghetti e dei mandolini si vende sempre bene, all’estero.
L’Italia non è un paradiso ma nessun paese lo è. Bisognerebbe smetterla una volta per tutte con le insulse litanie che cominciano con le parole: “in nessun paese del mondo…” Solo all’Onu essi sono circa 190. Qualunque affermazione per cui si dovessero prima controllare come vanno le cose in altri 189 paesi richiederebbe mesi. E potrebbe avvenire che, mentre si controlla il centosettantaquattresimo paese, il ventisettesimo nel frattempo sia cambiato e bisognerebbe andare a riesaminarlo.
Chi non ascolta le critiche altrui è un presuntuoso, ma chi le ascolta troppo è un complessato.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it


Cosa e' cambiato? Niente
Non capisco la sorpresa e la  preoccupazione del mondo per la schiacciante vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi.
Cosa e' cambiato? Niente.
Oddio adesso ci sara' la guerra, dicono.
- Perche' finora avevamo la pace? rispondo.
Ma quelli vogliono distruggere Israele, dicono spudoratamente.
- Anche l'OLP voleva distruggere Israele e vuole ancora farlo ma non vi dava fastidio. Rispondo.
Ma quelli sono estremisti. Dicono .
- Perche' gli altri cosa sono, moderati? Rispondo.
Israele ha reagito con  calma  alla vittoria di Hamas, nessuna meraviglia, nessuna paura, nessuna grande preoccupazione. I politici osservano e stanno all'erta e l'uomo della strada dice sarcastico " nu, ma hadash? " che letteralmente significa "allora, qualcosa di nuovo?" ma che vuol dire anche molte altre cose " non cambiera' niente, hamas e' come quelli che l'hanno preceduta, continuera' la guerra".
Certo, i parenti delle vittime di Hamas hanno sentito un brivido giu' per la schiena ma in Israele ci sono migliaia di vittime dell'OLP, della Jihad, dei Tanzim, delle Brigate Al Aqsa, tutti figli di Arafat, l'amato, il santo, l'uomo di pace dell'Europa.

Lo statuto di Hamas dichiara che il suo obiettivo è di  sollevare la bandiera di Allah sopra ogni pollice di terra della Palestina eliminando lo stato di Israele (entita' sionista) fino all'ultimo centimetro di terra.
Lo statuto dell'OLP  recita : " La nostra lotta e' la completa liberazione della Palestina e lo sradicamento fino all'ultimo centimetro di terra della presenza sionista".
Dove sta la differenza? Solo nel fatto che  l'OLP e' fatta da fantici laici e Hamas da fanatici religiosi ma il loro fine e' comune: l'eliminazione di Israele.
Ancora dallo statuto di hamas, riferito a se stesso: „Allah è il suo obiettivo, il profeta il suo modello, il Corano la sua costituzione, la jihad il suo cammino e la morte in nome di Allah il più dolce dei suoi desideri‰ e da questa aberrante convinzione nascono i terroristi suicidi: morire ammazzando gli ebrei.
Niente di piu' dolce e santo per far contento Allah.
L'OLP ha invece sempre pensato, laicamente,  che ammazzare senza suicidarsi fosse molto piu' dolce e soddisfacente quindi per 40 anni si e' dedicata  con entusiasmo agli assassini  senza affidarsi piu' di  tanto ai kamikaze  e bisogna dire che ha comunque ottenuto  un grande successo sia in Israele che in giro per il mondo.
Morti ammazzati a migliaia sotto l'occhio comprensivo e affettuoso del mondo che dava la colpa a Israele.
L'Occidente innamorato ha costretto Israele a trattare inutilmente con gli assassini, ha dato irresponsabilmente il premio Nobel al loro capoccia e il risultato e' che siamo qua, al punto di partenza.
E adesso cosa fara' Hamas?
Ha bisogno dei soldi del mondo se no nel giro di una settimana, dice Wolfensohn, sara' bancarotta e la storia ci insegna che i palestinesi sono capaci di tutto pur di  non rinunciare ad essere mantenuti dalla comunita' internazionale, fanno le capriole, mentono, fingono, si ammazzano tra loro, tutto pur di apparire agnellini occupati dall'orco Israele.
Si puo' quindi facilmente immaginare che fingeranno pragmatismo, cercheranno di tenersi il ministro dell'economia di Abu Mazen, metteranno in naftalina cappucci bianchi e candelotti esplosivi per qualche settimana fino a quando avranno imbrogliato abbastanza gli allocchi e ricominceranno a ricevere milioni di euro e di dollari che hamas usera' si per arricchirsi, fare qualche asilo e qualche campeggio per accattivarsi altre simpatie  ma soprattutto per armarsi e continuare le stragi.
Puo' passare una settimana come un mese o un anno ma niente cambiera'.
Gli arabi non hanno fretta, loro confidano in Allah e nelle pance delle loro donne.
Carne da candelotti ci sara' sempre.

L'unica amara soddisfazione in questa tragedia che ci perseguita da ormai piu' di un secolo  e' la prova  che i palestinesi non vogliono la pace e nemmeno uno Stato, vogliono guerra, odio e morti .
La stupidita' e' la cosa che mi sconvolge di piu', la stupidita' di questo popolo che da 60 anni rifiuta sistematicamente  di avere uno Stato per odio , un odio senza limiti, un odio che li rende incapaci di pensare, di preoccuparsi per i loro figli, anzi che in nome di quest'odio li sacrificano, che vivono senza futuro, senza dignita', senza lavoro, senza la vergogna di essere mantenuti come puttane.
Eppure questa gente infida continua ad avere la simpatia del mondo intero e anche di fronte a questa ennesima prova di idiozia e di voglia di guerra c'e' chi, piu' puttana di loro, dice che la colpa e' di Israele.
 Deborah Fait
- informazionecorretta

Il 27 gennaio l'Europa pianga
  Ogni anno in questo periodo si fa sentire palpabile il dolore del ricordo.
La Memoria dei 6 milioni ci accompagna sempre, e' in noi, e' nel nostro DNA, impossibile liberarsene  nemmeno a volerlo, e' impresso col fuoco dei crematori nell'anima di ogni ebreo.
A me lo ha passato mia madre che tremava visbilmente ogni volta che la televisione mostrava qualche divisa nazista, me lo ha passato mia nonna che non poteva sentire qualcuno correre dietro a lei. Attraverso di me, anche senza parlarne,  la Memoria passa a mio figlio, ai miei nipoti e cosi' avanti fino alla fine dei secoli, sempre lo stesso strazio, lo stesso dolore, la stessa disperata domanda che uno non pronuncia e per cui non aspetta risposte: PERCHE'!
In Israele guardo i bambini,  nipoti e pronipoti di Auschwitz, giocano come tutti i bambini del mondo, corrono, ridono spensierati ma ognuno di loro ha la Shoa' dentro, gli scorre nel sangue,  ogni generazione di ebrei nasce con quel fuoco impresso nell'anima e nel cervello.

Il 27 gennaio l'Europa ricordi e pianga.
I campanelli delle scuole suoneranno per 1 minuto perche' le nuove generazioni sappiano.
Il dramma del ricordo "parlato", diffuso dai media,  finira', quest'anno, il 25 aprile in Israele quando  le sirene ci strazieranno  il cuore, tutti si fermeranno, usciranno dalle macchine, scenderanno dagli autobus, si alzeranno in piedi nei bar, nelle case e un brivido di dolore e paura attraversera' tutta Israele ancora minacciata di distruzione da altri nazisti.
Navigando su internet si leggono pero' anche pareri diversi. Su un sito ho letto "Ogni volta che sento parlare di Shoa' mi girano..."
Altri protestano " mica solo gli ebrei sono stati uccisi. E gli armeni? e i nativi americani? e i cambogiani? e gli zingari?  Perche' gli ebrei devono avere il monopolio del dolore?"
Si, devono averlo! E' indiscutibile che debbano averlo perche' in Europa, 61 anni, fa sono stati raccolti tutti gli ebrei esistenti, da ogni nazione europea, sono stati separati dal resto delle popolazioni,  uccisi sul posto o portati nei campi di sterminio per venire eliminati fisicamente. Devono averlo il monopolio perche' sono morti ammazzati solo a causa del millenario odio europeo  diventato improvvisamente delirio inarrestabile.
6 Milioni.
Per niente.
Gli ebrei non erano delinquenti, non avevano territori da conquistare, non avevano pretese di territori, erano cittadini fedelissimi dei paesi in cui vivevano, avevano combattuto per quei Paesi, facevano parte della media e piccola borghesia non di un mondo sotterraneo di criminali da eliminare.
Ma erano ebrei.
Odiati, perche'?
Le risposte sono tante e controverse ma la conclusione  tremenda e' sempre una sola: odiati per niente.
Ammazzati nei secoli a causa della crocifissione di Gesu'.
Ma non furono i romani?
Ammazzati per secoli a causa del loro senso di appartenenza.
Ma non e' un pregio essere attaccati alle proprie radici etnico/culturali ?
Ammazzati per secoli a causa del loro rifiuto alla conversione.
Ma non e' anche questo un valore?
Ammazzati infine, dall'800 in poi, non piu' solo per essere di fede ebraica e "assassini" di Cristo , ma a causa di appartenere alla "razza" ebraica. Grande invenzione, la razza, per avere la scusa di perseguitare, scacciare, eliminare, uccidere.
L'evoluzione dell'odio antiebraico, la capacita' di cambiarlo a seconda delle situazioni dell'epoca e' spaventoso, ogni periodo storico  ha trovato un motivo per pilotare l'odio della gente verso il Popolo ebraico, perseguitarlo e distruggerlo.
Ecco un elenco dei genocidi  piu' tristemente famosi del 900 che coloro cui "girano" ci sbattono  in faccia per sminuire l'orrore della Shoa':
BURUNDI         300.000   HUTU   MOTIVO : POLITICO-TERRIOTRIALE
RUANDA       1.000.000   TUTSI   MOTIVO:  POLITICO TERRITORIALE
SUDAN         2.000.000   CIVILI   MOTIVO:  RELIGIOSO/POLITICO
CAMBOGIA   2.000.000   VARI    MOTIVO:  POLITICO CONTRO OPPOSITORI REGIME
ARMENIA      2.000.000  CIVILI    MOTIVO:  CONQUISTA E ANNESSIONE DEL TERRITORIO
EUROPA       6.000.000  EBREI  MOTIVO:    NESSUNO.
Non esiste un solo  caso al mondo di persone, uomini donne vecchi e bambini, ammazzate in tale numero senza un motivo se non l'appartenenza a un'etnia.
Non esiste un solo caso di tentativo di eliminare un popolo intero dalla faccia della terra senza volergli prendere qualcosa, in genere il territorio. Gli ebrei non avevano territorio, erano semplici cittadini europei.
Non esiste nessun caso al mondo in cui si fosse programmato, deciso a tavolino dai ragionieri della morte, tra l'indifferenza generale, la distruzione scientifica di un intero Popolo.
Non esiste un solo caso di genocidio al mondo che qualcuno osi commentare con un "mi girano" senza che qualcun altro gli sputi in faccia. Eppure sappiamo che a chi e' cosi' privo di anima da poter dire che gli girano le palle a sentir parlare di Shoa' molti riponderanno "si, hai ragione, non se ne puo' piu'".
E invece , signori, potete, altroche' se potete  e sentirete ancora e ancora perche' la vergogna e' incancellabile anche per chi e' nato dopo. Questa vergogna, lo sterminio di un popolo innocente,  non si esaurisce con le colpe dei padri. 
Un milione e mezzo di bambini massacrati e dati, vivi,  in pasto ai cani non puo' essere commentato con "non se ne puo' piu'".
Ehhh NO! Non vi sara' permesso dimenticare!
6 Milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni.
Per niente.
Il 27 gennaio l'Europa si fermi e ricordi. Il 27 gennaio l'Europa pensi. Il 27 gennaio l'Europa pianga.
 
Deborah Fait - informazionecorretta

OBBLIGATI A CAMBIARE
Rare volte, in così poche ore un progetto, una valutazione ha subito un cambiamento radicale. Ha vinto Hamas e non Fatah e soprattutto lo ha fatto in maniera schiacciante e tutto cambia o forse no. La moderata soddisfazione degli interlocutori internazionali in Medio Oriente, come di Israele si è trasformata in una forte preoccupazione. Eppure se l’alternativa a tutto ciò avrebbe dovuto essere un governo dimezzato e conflittuale, di congiunzione forzata tra i due partiti, allora si è rivelata migliore, la soluzione apparentemente migliore. Ad un esame più accurato la vittoria, anzi la stessa partecipazione di Hamas ad una tornata elettorale è un’ammissione di un regime diverso, di un diverso riconoscimento dell’ANP e del Consiglio Legislativo Palestinese, rispetto al passato. Hamas entrerà in Parlamento e presumibilmente formerà un nuovo governo, ma è chiaro che, sebbene dai proclami dica di volere entrare in Parlamento con le armi, di voler proseguire la politica fra la gente, l’organizzazione dovrà darsi per forza di cose, una veste istituzionali, dovrà trattare, affrontare colloqui, organizzare vertici e provvedimenti. Insomma Hamas farà politica e la politica, soprattutto quella di governo, non si fa chiamando alla lotta o alla resistenza; contro chi poi, visto che il governo sarà di loro competenza e che l’ANP non potrà che valutare le loro richieste.
Tutto sommato l’esito delle elezioni è un bene anche per Israele. Ora il futuro stato sa chi si troverà di fronte, come interlocutore o come nemico. Questo significa che gli israeliani saranno ancora più attenti al voto del prossimo febbraio e che il medesimo non sarà dettato né dalla semplice emozione per Sharon, né da istintive spinte estremiste, quindi risulterà meno bugiardo e più attento alla reale posizione che Israele vorrà assumere, sia essa di continuità o di rottura con la politica di prima. Certo, è innegabile che si aprono strade di recupero eccezionali per il Likud, tanto più che nell’ottica di Hamas e della maggioranza dei palestinesi che hanno votato per le forze radicali, il ritiro da Gaza non è stato un merito di Sharon (e quindi quello dalla Cisgiordania non sarà di Kadima o di Olmert), ma un risultato eccezionale dell’Intifada. La spinta di Israele potrebbe essere quella della costanza e della stabilità, ovvero proseguire con la linea Sharon per non dare l’idea di aver sbagliato e di essere frammentato al suo interno, oppure il cambio radicale, con una forza politica non così disposta al dialogo.
Paradossalmente la vittoria di Hamas sarà utile perfino per i perdenti di Fatah. Il partito di Abu Mazen sapeva di correre questo rischio e l’alta affluenza alle urne è stato un segnale. Potrà sembrare la logica del senno del poi, ma in tanti da Israele e dal Medio Oriente sottolineavano lo stato di corruzione e la crisi di credibilità di Fatah e del primo ministro Abu Ala; in tanti avevano salutato con favore la candidatura di Marwan Barghouti, come simbolo di rottura, ma sapendo che il vero leader delle brigate di Al Aqsa non sarebbe mai potuto essere un primo ministro dal carcere di Israele, hanno dirottato i voti su chi era effettivamente lì, ovvero Hamas.
Ora Hamas potrebbe anche non cambiare volto e far finta di essere all’opposizione, la posizione politica più vantaggiosa per antonomasia e la pena sarà una nazione senza futuro, una nuova Intifada ed un imbastardimento del proprio operato. Già, perché se la logica di Hamas non sarà quella democratica del dialogo con le forze interne, ma della “rivoluzione islamica”, Al Qaeda, gli Hezbollah libanesi, con cui la frangia dura ama dialogare,
rovineranno la sua immagine di “fedele soccorritore del popolo palestinese” e ridurranno la Palestina a covo terroristico per obiettivi internazionali, per lotte contro il mito imperialistico americano, cui i palestinesi non hanno dato troppo peso, impegnati, come sono ancora, a dibattere su una terra che sentono propria, ma non lo è mai stata. Hamas ha vinto perché è stato il gruppo più vicino al popolo: lo addestrato alla lotta, lo ha assistito con le sue fazioni assistenziali sparse per la Palestina, si è fatto paladino di una lotta per la “liberazione” ed ora non può permettersi di governare contro il mondo, a mò di repubblica islamica.
In gioco ci sono molte cose ed Hamas lo sa. Non è un caso che Khaled Mish’al, il successore spirituale di Rantisi abbia chiesto un colloquio con Abu Mazen per “uno sforzo di collaborazione governativa”.
Ecco perché Hamas che partecipa e vince le elezioni deve rinnovarsi per non perdere l’identità verace del suo popolo che poi è il vero motivo della sua vittoria. E forse questa vittoria inattesa sveglierà dal torpore coloro che sino ad oggi hanno vissuto solo sui gesti coraggiosi ed eclatanti di qualche personaggio, ma non sulla forza delle idee.
Angelo M. D'Addesio


VINCE HAMAS, PERDONO I PALESTINESI
C’è un principio eterno che alcuni non riescono a prendere sul serio ed è che la politica è l’arte del possibile. In economia si studia che caratteristica della realtà è la scarsità delle risorse: dunque mai tutti potranno avere tutto quello che desiderano e chi promettesse a tutti la prosperità e la felicità sarebbe un imbroglione. Nello stesso modo, nell’ambito internazionale il politico di successo è colui che riesce a trarre il massimo dalla situazione concreta. Questo implica però che si sia capaci di percepirla qual è, e poi di spiegarla al popolo. Non sempre è facile.
Da quando, nel 1948, un pugno di ebrei male armati e accerchiati riuscì a far fronte militarmente ai paesi arabi che avevano rifiutato il regalo di uno Stato palestinese indipendente, i Palestinesi avrebbero dovuto capire che la realtà sionista era ineliminabile. Troppi ebrei si erano visti macellare come agnelli per non capire che era meglio, nel caso, morire con le armi in pugno, come nel ghetto di Varsavia. Per giunta poi il tempo è passato, lo Stato d’Israele si è consolidato ed oggi dispone di un temibile esercito. Di fronte ad una situazione che, dal punto di vista arabo, “s’è andata aggravando” dal 1947, come non capire che con questa realtà è necessario trovare un modus vivendi? E tuttavia nessuno dei palestinesi sembra averlo capito. Né in passato né oggi. Arafat, per tanti decenni inevitabile pietra d’inciampo, fu sempre del tutto disinteressato alla sorte dei palestinesi. Si limitò a nutrirli di parole. Gli fu chiarissimo che alimentandone il fanatismo, i sogni deliranti di rivincita e l’odio per Israele, sarebbe stato sempre popolare ed osannato e in questo ebbe ragione. Purtroppo, essendo questa l’unica cosa che gli interessava, si comportò così fino al giorno della sua morte. All’occasione avendo la faccia tosta di accogliere le innumerevoli sconfitte con un grande sorriso e facendo con le dita la V di vittoria.
Ora i palestinesi hanno avuto la fortuna di votare liberamente e ne hanno approfittato ancora una volta per darsi la zappa sui piedi. Hamas è un’organizzazione prevalentemente terroristica che ha nel suo programma la cancellazione dell’esistenza di Israele. E, c’è da presumere, lo sterminio di altri cinque milioni di ebrei. Per fortuna intende realizzare questo intento col terrorismo (divenuto sempre più difficile, da quando c’è la “fence” fra esso e i territori occupati) e con un esercito inesistente. Dunque il programma in concreto, dal punto di vista internazionale, serve soltanto a farla considerare un’organizzazione canaglia con cui gli Stati per bene, e Israele per cominciare, non intendono neppure sedersi ad un tavolo. La popolarità interna di Hamas nasce, oltre che da una retorica martellante (da quasi sessant’anni!), dal fatto che i palestinesi hanno finalmente preso coscienza che Al Fatah è sempre stata un’organizzazione corrotta e inefficiente. Corrotta nel senso che i capi hanno sempre pensato a mettersi in tasca una buona parte del denaro che arrivava dall’estero, senza neppure fornire i servizi essenziali. Per giunta, Arafat ha tollerato ed incoraggiato il terrorismo, sicché ne è risultata totalmente eliminata la collaborazione economica fra Israele e i Territori. La situazione economica si è ulteriormente aggravata. Se prima c’erano migliaia e migliaia di pendolari che andavano a guadagnarsi il pane nel vicino e prospero paese, poi la disoccupazione ha toccato livelli tragici. Quando dunque i palestinesi hanno visto che Hamas era capace di qualche sforzo in materia di assistenza e di servizi, hanno visto in essa l’unica speranza. E Fatah ha fatalmente imboccato il viale del tramonto.

Al Fatah non merita certo d’essere rimpianta, ma il voto conferma l’incapacità dei palestinesi di vedere dove sta il loro interesse. Sarebbe stato meglio tenersi il re travicello d’una dirigenza corrotta e mite, che forse avrebbe condotto alla pace, piuttosto che il serpentone Hamas. Hamas  ama assumere pose gladiatorie e minacciare pianto e stridor di denti, ma in concreto non può far nulla. Né per la guerra né per la pace. Riesce sì a mandare ogni paio di mesi qualche kamikaze che si ammazza e uccide una decina d’ebrei (quando non arabi israeliani!): ma chi mai ha vinto una guerra, in questo modo?
Ovviamente, ora che ha vinto le elezioni, quell’organizzazione potrebbe, come spesso è accaduto, trasformarsi da falco in colomba. Percorso che del resto è stato quello stesso di Sharon. Ma non c’è da sperarci. Il passato induce a credere che in quell’infelice regione si abbia uno scarso senso del reale. Voltaire diceva che i disonesti erano da preferire ai cretini perché con i disonesti c’era modo di mettersi d’accordo. Mentre chi non percepisce i termini del negoziato non è nemmeno in grado di capire quando è il momento di dire “ci sto!”
Il futuro non è roseo. Israele non avrà la pace e dovrà vivere sempre con la pistola al fianco. Ma condurrà una vita che è fin troppo simile ai migliori standard europei. Mentre i palestinesi dovranno vivere miseramente, non raramente di una carità pudicamente chiamata assistenza. E questo sempre che l’Unione Europea non tagli i sussidi se Hamas va al governo.
Un codicillo. Va segnalato per onestà che non sempre chi è “realista” ha ragione e “chi sogna” ha torto. In anni lontani Willy Brandt, politico che certamente amava il suo paese come ogni altro tedesco, era a favore di una politica di cedimento e appeasement con l’Unione Sovietica. Partiva dal presupposto che la situazione era immodificabile in tempi prevedibili e il realismo lo spingeva a cercare mediante la Ostpolitik un qualunque accordo. La Storia ha provato che aveva torto e che ebbero ragione i suoi oppositori. Molti anni dopo, infatti, quel sognatore di Ronald Reagan non solo concepì di chiamare l’Unione Sovietica “l’impero del male” ma addirittura di batterla e di farla crollare.
Il futuro tuttavia non lo conosce nessuno, sicché i soli calcoli ragionevoli sono quelli che possono essere fatti sui dati di cui si dispone. Nel caso della Palestina attuale i dati sono pesantemente contro i sogni dei Palestinesi ed essi hanno ben poche ragioni di essere più ottimisti di quanto fosse allora Brandt.
Hamas ha vinto ma non hanno vinto i palestinesi.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 26 gennaio 2006


Anp, vincono quelli che non riconoscono il diritto all'esistenza di Israele
Secondo i dati provvisori della commissione elettorale,  Hamas avrebbe vinto le elezioni legislative dell'Autorità Nazionale Palestinese e potrebbe addirittura conquistare la maggioranza assoluta in parlamento, con 70 seggi su 132. Il primo ministro Abu Ala, del partito Al Fatah, si è dimesso e ha confermato che sarà Hamas a formare il nuovo governo. I primi commenti dei capi di Hamas confermano: il riconoscimento di Israele e l'avvio di negoziati con lo Stato ebraico "non sono nella nostra agenda". A escludere qualsiasi cambiamento nel loro atteggiamento nei confronti dello Stato ebraico - del quale invocano la distruzione nello statuto del gruppo - è uno dei leader di Hamas. "I negoziati con Israele non sono nella nostra agenda - afferma in modo categorico Mushir al Masri - E neanche riconoscere Israele fa parte della nostra agenda...Questa vittoria dimostra che Hamas è incamminata lungo la strada giusta. Non inganneremo il nostro popolo".
A margine del risultato elettorale, questo pomeriggio violenti scontri a Ramallah tra attivisti di Al Fatah e sostenitori di Hamas. Questi ultimi si erano raccolti in migliaia davanti al parlamento palestinese nel corso di una festosa manifestazione per celebrare la vittoria del movimento islamico alle elezioni politiche di ieri. Secondo testimonipalestinesi, gli attivisti di Al Fatah hanno lacerato le bandiere verdi di Hamas. Ci sono state sassaiole e si sono anche uditi colpi di armi da fuoco. Gli scontri proseguono.

LA NUOVA LEGITTIMA DIFESA
Ogni nuova legge nasce per corrispondere ad un mutamento nella società. Non tutti però percepiscono questo mutamento. Sicché alcuni sono molto lieti della nuova legge, altri le sono molto contrari. Ad esempio la legge sul divorzio agli occhi della maggioranza (come poi si vide) rispondeva ad una modificazione della società italiana ma ciò non impedì che, per i più vari motivi, parecchi le fossero contrari.
Ora è stata cambiata la legge sulla legittima difesa e naturalmente si è accesa la discussione. Questa esimente è antichissima, forse è semplicemente naturale. Il sacrificio della vita dell’aggressore per difendere la propria è stato visto in ogni tempo come un diritto inalienabile e perfettamente morale. Una perplessità nasce invece quando c’è diversità tra i valori in campo. La donna che uccide colui che vuole stuprarla ha l’esimente della legittima difesa? In genere si risponde di sì perché si tende a considerare in modo diverso il bene dell’aggredito e il bene dell’aggressore. L’aggressore si è messo volontariamente nella situazione di conflitto, l’aggredito non è colpevole di nulla: appare dunque chiaro che i suoi beni meritano una tutela maggiore di quelli dell’aggressore. L’integrità fisica della donna pesa quanto la vita dello stupratore perché diverso è il giudizio morale sui loro comportamenti. Ma fin dove può spingersi lo sbilanciamento?
Per quanto riguarda la difesa dei propri beni, la giurisprudenza e i codici stati a lungo molto prudenti. Pur con molte perplessità e molti distinguo hanno ritenuto ammissibile l’uso delle armi nel caso in cui si debbano difendere beni di particolarissima rilevanza. Non a caso i furgoni porta valori sono scortati da guardie armate. Ma il caso del tabaccaio rapinato decine di volte, dell’ufficio postale abbonato al raid, del piccolo gioielliere espropriato della sua merce è stato considerato diversamente. Come uccidere a freddo (o comunque non essendo ancora in pericolo di vita) un uomo per l’incasso di una giornata, per qualche decina di grammi d’oro e qualche orologio? Nessuno nega che l’aggressore è un malvivente: ma da punire con la morte?

Il Parlamento invece, innovando profondamente, ha ora definitivamente votato una modifica dell’esimente per cui sarà lecito uccidere anche per difendersi da un’aggressione in casa, nel proprio negozio o nel luogo di lavoro. Come mai? La risposta più semplice è che si è arrivati a questo perché è cambiato il comune sentire. L’esasperazione della popolazione è tale che non si sente più nessuna considerazione per gli aggressori. I casi di delinquenti trigger happy (dal grilletto facile), di drogati privi di ogni scrupolo e di ogni ragionevolezza, ed alcuni episodi di sadismo e crudeltà (per esempio nelle “rapine in villa”), hanno indotto la gente a sperare che lo Stato accentuasse lo sbilanciamento in favore della vittima.
In effetti chi si è trovato a vivere queste situazioni non potrebbe pensarla diversamente. Se, per essere autorizzati a sparare, bisogna aspettare che i banditi sparino per primi, fino a quel momento bisognerà obbedire ai loro ordini. Infatti i banditi non aspetteranno l’autorizzazione della legge penale, per sparare. E se obbedire significa consegnare la propria arma, lasciarsi legare, lasciarsi torturare per confessare la combinazione della cassaforte e assistere poi impotenti allo stupro delle proprie figlie, chi non vede che sarebbe stato meglio salutare quei banditi con un bel colpo di pistola in pieno petto? Era all’inizio, entrando nella stanza e magari approfittando della sorpresa, che il singolo aveva qualche probabilità di prevalere.
La sinistra dice – giustamente – che non bisognerebbe affidare la difesa dei singoli ai singoli stessi. Come nel far West. Che spetta allo Stato assicurare l’ordine pubblico e la tranquillità dei cittadini. Che un migliore controllo del territorio farebbe cessare l’allarme sociale e che è compito del governo realizzare tutto questo. Perfetto. Ma finché lo Stato non avrà ottenuto questi bei risultati – e non li ottiene da decenni – bisogna lasciare gli onesti in balia dei colpevoli?
Si dice pure: più circoleranno armi, più facilmente saranno usate, e tanto più facilmente qualche innocente o qualche balordo ci lasceranno le penne. Vero. Ma la gente pensa: meglio un rapinatore in più, ucciso per sbaglio, che un rapinato in più, ucciso per sbaglio. Non è lecito fare gli idealisti quando i tabaccai sono in prima linea ed indifesi mentre gli onorevoli di qualche notorietà vanno in giro con la scorta.
Rispettando la (vecchia) legge era sfavorito l’aggredito. Con la nuova, saranno i delinquenti che dovranno fare molta attenzione. Spareranno più facilmente, magari per paura, come teme la sinistra? È possibile. Ma è anche possibile che il tabaccaio apra il cassetto non per consegnare il denaro ma per estrarre una pistola e far secco il rapinatore prima che usa la sua.

Indubbiamente bisognava non arrivare a suscitare questa reazione sociale, ma è innegabile che essa oggi esiste, tanto che le proteste della sinistra non è detto le diano un vantaggio elettorale.
Rimane vero che, se le leggi sono il risultato del momento storico in cui sono votate, vivono poi di vita propria e rivelano la loro qualità nella concreta applicazione. Ogni legge ha le sue controindicazioni e la sua bontà va giudicata nel bilanciamento fra effetti positivi ed effetti negativi. Dunque anche questa legge, che in questo momento sta rendendo felici tutti coloro che hanno subito o temono di subire rapine, potrebbe rivelarsi positiva o negativa. Certo è che se ad essa si è giunti, è segno che gli italiani sono stanchi di subire.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 25 gennaio 2006


Massima del giorno
L'elettore cessa d'essere importante il giorno dopo le elezioni e ridiviene importante due mesi prima delle seguenti.
G.P.

LA RAGIONEVOLEZZA IN POLITICA: UN ERRORE
Luca Ricolfi - che si è segnalato all'opinione pubblica per la sua impietosa disamina dei difetti della sinistra che la rendono antipatica - ha scritto sulla Stampa (23/1) un articolo che conferma la sua capacità di non essere fazioso e unilaterale. La sua tesi è che l'Italia non ha affrontato, negli ultimi dieci anni, i più seri problemi e che di questo il governo di centro-sinistra e il governo di centro-destra siano ugualmente colpevoli. A suo parere inoltre, nei prossimi mesi, chiunque vinca dovrà affrontare i difficili nodi che verranno inevitabilmente al pettine: lo sforamento del deficit, la necessità di una correzione da dieci miliardi dei conti pubblici e infine la scelta tra l'abbandonare le grandi opere o salassare gli italiani (30 miliardi di euro). Dunque amerebbe che i due protagonisti, Prodi e Berlusconi, la smettessero con l'atteggiamento che egli definisce "puerile" di attribuire i loro insuccessi al nemico e venissero in tutti e due televisione per confessare le loro manchevolezze e per indicare in che modo contano, in caso di vittoria, di metterci rimedio.
Raramente discorso fu più ragionevole e più assurdo nello stesso tempo.
È certo nobile confessare i propri torti ma ogni avvocato sa che l'avversario farà tesoro di qualunque ammissione mentre non per questo ammetterà nulla che sia a proprio svantaggio. È ragionevole descrivere in che modo si conta di mettere rimedio ai mali dello Stato ma qualunque politico sa che parlando seriamente di sacrifici ci si alienerebbe l'elettorato. Ricolfi sembra non capire che in politica il problema non è "promettere la cosa giusta e farla" ma "fare la cosa giusta" dopo avere promesso di "fare la cosa sbagliata". Chi promette di "fare la cosa giusta" non avrà mai l'occasione di farla: perché le elezioni le vincerà il suo avversario. Invece chi vince le elezioni potrà fare qualcosa, ma su di essa gli elettori esprimeranno il loro giudizio anni dopo.
Qualcuno potrebbe sostenere che si sta qui descrivendo la politica come una commedia degli inganni. E si potrebbe rispondere sorridendo: "Sì. L'avete scoperto solo ora?".

Col suffragio universale, la democrazia mette le sorti della repubblica nelle mani degli incompetenti. Rimane il miglior sistema di governo, bisogna essere disposti addirittura a prendere le armi per difenderlo, ma non per questo bisogna negarne i difetti. Quando in campo economico decidono persone digiune d'economia, in campo internazionale decidono persone digiune di storia, in campo fiscale decidono persone che non saprebbero fare una divisione con le virgole, che cosa si può pretendere, dagli uomini politici? Essi sono costretti a "vendersi" demonizzando l'avversario e offrendo programmi vaghi, mitici e privi di controindicazioni. "Meno tasse per tutti", ecco un ottimo slogan. Che poi esso sia un programma impossibile, se non si limitano gli interventi dello Stato, non lo capiscono in molti. E se qualcuno riuscisse miracolosamente a ridurre le tasse, sorgerebbe qualcuno che metterebbe sui muri lo slogan: "Nessuna tassa per nessuno".
Non è una critica all'Italia. E nemmeno al presente. Molti dimenticano che Cesare, di cui non sarà necessario sottolineare la grandezza, divenne politicamente noto e gradito spendendo somme veramente astronomiche (e prese a prestito per giunta!) per divertire i Romani. Se questa non è demagogia!
Ricolfi usa male la sua logica. Egli l'applica ad un campo che logico non è. In politica non conta la realtà ma la rappresentazione della realtà. Nasser (1967) imbarcò l'Egitto in una sconfitta disastrosa, ingannò re Hussein di Giordania facendogli perdere una buona parte del suo regno, portò i palestinesi ad un'occupazione che attualmente dura da quasi quarant'anni e tuttavia quale fu il risultato, presso gli egiziani? A conclusione della guerra era più popolare e applaudito di prima. Mentre Sadat, che non perse la guerra contro Israele (1973), ricostituì l'orgoglio nazionale e cercò la pace, ebbe in premio d'essere assassinato.
No, Berlusconi ha ragione di dire che tutti i guai dell'Italia derivano dall‚euro introdotto da Prodi. E Prodi ha ragione di dire che tutti i guai dell'Italia derivano dal malgoverno di Berlusconi. In compenso, il futuro sarà radioso e privo di problemi, chiunque di loro due vinca.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 24 gennaio 2006

La Gloriosa Brigata Ebraica
Andammo dal popolo ebraico come l'angelo della vita. Si pensa che un soldato uccida o venga ucciso,- ciò che noi facemmo come soldati, fu di trovare delle persone morte e di aiutarle a tornare alla vita.
Hanoch Bartow Brigata Ebraica

Il 3 settembre 1939 la Jewish Agency, fondata nel 1922 dalla World Zionist Organization per coamministrare la Palestina, ed il Vaad Leumi, Consiglio Nazionale degli ebrei in Palestina, apre a Londra un ufficio di reclutamento per volontari: su 600.000 ebrei inglesi, rispondono all'appello oltre 130.000 tra uomini e donne, di cui 62.000 avrebbero operato su diversi teatri di guerra.
Nei mesi successivi il governo britannico arruola i volontari ebrei, inserendoli nelle file dell'esercito anziché raggrupparli in unità omogenee, nel luglio 1940, Churchill - che il 7 maggio succede a Neville Chamberlain (il quale era contrario ad istituire una brigata esclusivamente ebraica temendo che ciò, non solo avrebbe legittimato le aspirazioni di indipendenza degli ebrei, ma anche attriti con le popolazioni arabe) - autorizza il reclutamento per la formazione di unità omogenee ebraiche; viene stabilito che gli uomini siano per un terzo ebrei palestinesi e per due ebrei americani, piuttosto che di altri paesi.
A dicembre si costituiscono quindici compagnie di fanteria (1.500 uomini), inquadrate nel reggimento "East Kent" (Buffs), con l' obiettivo di difendere il territorio palestinese in caso di necessità. All'interno delle compagnie i comandi verbali vengono dati in inglese, gli ordini scritti, in ebraico; la lingua di conversazione è l'ebraico. I capitani sono inglesi, tenenti, sottotenenti e graduati, ebrei. Segno distintivo sull'uniforme è il "Magen David": la stella a sei punte.
Fino alla fine del 1942 i volontari restano nei campi di addestramento, maturando una preziosa esperienza tecnico-specialistica (trasmissioni, uso di armi speciali, cooperazione con i mezzi corazzati e l'aviazione, genio, organizzazione generale, ecc.), esperienza questa che, unita a quella sviluppata sul campo, si rivelerà di estrema importanza nella formazione delle unità militari ebraiche prima e dopo la proclamazione dello Stato d'Israele (trentacinque saranno i generali di Zahal provenienti dalla Brigata Ebraica).
Fra il 1942 e il 1943 le compagnie vengono raggruppate in tre battaglioni a formare il "Palestine Regiment". Tuttavia l'unità non riceve l'equipaggiamento completo e viene impegnata - lontano dal fronte - in attività di sorveglianza; quei mesi, per quanto privi di un'effettiva operatività bellica, serviranno a creare un saldo spirito di corpo.
Naturalmente la reticenza inglese alla formazione di unità separate non significa reticenza alla partecipazione degli ebrei allo sforzo bellico: nell'agosto 1943 sono 22.600 gli ebrei in uniforme britannica (4.800 in fanteria, 3.300 nel genio, 4.400 nei trasporti, 1.900 in artiglieria, 1.100 nei servizi, 2.000 nella RAF, 1.100 nella Royal Navy, 4.000 donne nei servizi ausiliari), tra i quali 450 ufficiali e 200 medici.
Le comunità ebraiche svolgono intanto un'incessante attività per la costituzione di una unità composta interamente da ebrei, al motto , come recita un manifesto di propaganda dello Yishuv: "Jews want to fight as Jews", (Gli ebrei vogliono combattere in quanto ebrei), in cui una sagoma militare innalza la bandiera con la Stella di Davide e le strisce azzurre.

Il 20 settembre 1944, nei giorni del capodanno ebraico, dopo sei anni di pressioni Londra dà finalmente il consenso alla costituzione di una "brigata rinforzata" completamente ebraica, nata dall'originario "Palestine Regiment" a questo punto ristrutturato, formata da un reggimento di artiglieria, da servizi e da unità ausiliarie. Il 29, nel corso di una relazione ai Comuni, Churchill ne dà l'annuncio: "So benissimo che che un gran numero di ebrei nelle nostre Forze Armate ed in quelle americane, ma mi è sembrato opportuno che una unità formata esclusivamente da soldati di questo popolo, che così indescrivibili tormenti ha subito per colpa dei nazisti, fosse presente come formazione a sè stante fra tutte le forze che si sono unite per sconfiggere la Germania".
La Brigata, che riceve aiuti finanziari dalle comunità ebraiche di tutto il mondo (a Pasqua 1945, la sola comunità argentina invia 100.000 sterline per l'equipaggiamento e ne stanzia 8.000 per le famiglie dei caduti in azione), viene autorizzata ad usare una propria bandiera: azzurra-bianca-azzurra, con la Stella di Davide tra due bande simboleggianti il Nilo e l'Eufrate, che in seguito diverrà l'emblema dello Stato d'Israele.
Gli ufficiali superiori (da maggiore in su) sono inglesi, tuttavia essi sono sottoposti al generale di Brigata ebreo dell'esercito inglese Ernest Frank Benjamin (1900 Toronto).
Gli effettivi dello Hayl Hativah Lohemet "unità di combattimento ebraica", ufficialmente denominata Jewish infantry brigade group, raggiungono i previsti 5.000 uomini (circa il 20% provenienti dalla Palestina, il rimanente dal resto del mondo: Inghilterra, Australia, Canada, Sudafrica e, soprattutto, dalle grandi comunità ebraiche polacche e russe), subito dopo inizia un periodo di addestramento in Egitto.
Il 10 novembre la formazione sbarca a Taranto e risale la penisola lungo il versante adriatico, si stabilisce e si addestra sulle montagne dell' Irpinia fino al febbraio 1945, inquadrata nel X Corpo dell'Ottava Armata di Montgomery.
A fine mese viene trasferita sul fronte di Alfonsine, a nord-ovest di Ravenna, lungo la zona di operazione corrispondente allo sfondamento della "Linea Gotica" nella valle del Senio, nei pressi di Imola. Il 3 marzo 1945, nello schieramento delle truppe alleate a sud del fiume Senio, combatte insieme ai gruppi di combattimento "Friuli" e "Cremona". In quella circostanza, porta a termine uno dei pochi assalti frontali con la baionetta di tutto il fronte italiano. Oggi 33 caduti della Brigata riposano nel Sacrario di Piangipane.
La brigata partecipa inoltre alla liberazione delle città di Ravenna, Faenza, Russi, Cotignola, Alfonsine ed Imola.

Nel maggio "venute meno le necessità belliche" la Brigata viene dislocata tra l'Alto Adige, il Tirolo e la Carnia, al confine con Austria e Jugoslavia, dove avviene il primo incontro con i sopravvissuti dell'Olocausto e qui inizia ad occuparsi dell'assistenza ai profughi ebrei.
Il 31 maggio alcuni reparti della formazione collaborano alla consegna all'URSS delle truppe sovietiche che, dopo aver combattuto al fianco dei tedeschi, si erano arrese agli inglesi.
Trasferita in Olanda ed in Belgio nella seconda metà dell'estate, la Brigata Ebraica vi soggiorna un anno, svolgendo il duplice ruolo di forza di occupazione e di coordinamento e di centro assistenziale per i connazionali, di cui organizza l'avviamento verso quello che presto sarebbe diventato lo Stato di Israele.
Nell'estate del 1946 la Gran Bretagna scioglie la Brigata Ebraica.
Durante il secondo conflitto circa 30.000 volontari ebrei palestinesi hanno combattuto sotto l'esercito britannico, oltre 700 di loro sono morti in azione, diverse migliaia feriti. La brigata ebraica è l'unica unità militare indipendente che combattè nell'esercito britannico e - di fatto - in tutte le Forze Alleate.
Per chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, desidero precisare che Howard Blum ha tracciato un racconto storico nel libro "La Brigata", pubblicato dall'editore Il Saggiatore nel 2002.

Tradotto e composto da Alberto/Hurricane - mandato da da Deborah Fait


VERO PRODI
Per controbilanciare la recente abbondante presenza di Berlusconi su radio e televisione, ed anche ovviamente per mantenere una certa visibilità, Romano Prodi ha partecipato alla trasmissione radio dell'emittente Radio Dee Jay. Le reazioni all'intervento del Professore non si sono fatte attendere, tanto da destra, i concorrenti, quanto da sinistra, il suo schieramento.
Questo non è avvenuto per il contenuto politico delle dichiarazioni oppure per l'espressione di qualche sua idea politica originale e controversa ( sarebbe come chiedere a Prodi di togliersi gli occhiali e leggere un giornale ad un metro di distanza ), quanto perché l'uomo guida del centrosinistra si è lasciato andare nel fare due chiacchere informali e, puntualmente, la vera pelle della persona si è rivelata e non per la prima volta. Senza stare ad indicare precisamente quello che ha detto, si può riassumere dicendo che gli interventi di Prodi sono un esempio di inadeguatezza per cattivo gusto, piaggerìa ( " i romani son ben simpatici ") e immodestia.
Il Professore afferma che potrebbe prendere Berlusconi sulle spalle andando di corsa ( che significa, che è forte lui o forse che il Presidente del Consiglio è leggero e inconsistente ? In quest'ultimo caso come spiega che riveste questa carica da cinque anni ormai ?) e che è in forma smagliante, il suo cuore è fortissimo e che non vivrebbe mai a Roma e da qua l'ovvia ruffiana compensazione con la simpatia dei romani di cui sopra.
Come dicevo la partecipazione di Prodi ha suscitato polemiche, ma l'osservatore obiettivo non può che sorprendersi di tutto questo, perchè quanto affermato a Radio Dee Jay costituisce l'articolo genuino, cioè il Professore come realmente è quando i suoi discorsi, i suoi interventi non sono adeguatamente preparati da chi meglio di lui ( ci vuol pochissimo ) sa cosa dire e come dirlo ; quando viceversa  l'uomo dell'Unione agisce di sua sponte, non può non imporsi tutta la mediocrità di Prodi come uomo politico.
Perfino Veltroni, suo massimo sponsor e " scopritore "  del Prodi come guida del contro-sinistra, ha detto che il Professore ha sbagliato e questo commento dovrebbe essere esteso alla base dell'Unione per chiedere, ma cosa vi aspettavate dall'uomo dell'IRI ? Ma perchè, quando era il momento, cioè lontano dalle elezioni, non avrete affrontato questo grosso problema, vale a dire che vi veniva imposta dall'alto questa candidatura cui vi siete adeguati solo per obbedienza al comando di " ordine compagni " ? E che non avete mai bevuto la novellina del grande, carismatico e illuminato ex-DC Romano Prodi ?
E per noi che abbiamo subito visto la pochezza prodiana ? Non resta che combattere per scongiurare il consistente pericolo di vederlo sedere, dopo la vergogna di averlo visto ricoprire la carica di Presidente della Commissione Europea, alla poltrona di Capo del Governo. Non c'è davvero da scherzare.
LUCIO SERGIO CATILINA

Massima del giorno
Avere figli. Mettere al mondo dei creditori per un debito inestinguibile.
G.P.


MOLLICHINE
Berlusconi è andato dai magistrati. Questa, la notizia? No. La notizia è che poi è tornato indietro.

Montezemolo: “Tutti, a cominciare da noi imprenditori, abbassino i toni del confronto”. E imparassino anche un po’ d’italiano.

“Ali Agca non è idoneo al servizio militare”. Ma per sparare sa sparare, no?

Ciampi chiede che la par condicio sia rispettata “al di là di quelle che sono le norme scritte”. Forse ci basterebbe anche al di qua.

Ben Ammar: “Ho confermato in assoluto tutto quello che ho detto al premier”. Tutto, tranne alcune cose.

Gianni Pardo


IL FORUM POLITICO
Chi ha frequentato dei forum sa che spesso, quando l’argomento di discussione è libero, si finisce col parlare di politica, ci si accalora e si arriva prima al sarcasmo e poi agli insulti. È la conseguenza di due cose: il fatto che la politica è un argomento coinvolgente e il fatto che su Internet regna una totale libertà. Possono partecipare anche gli sciocchi e tutti possono esprimersi come vogliono, anche in maniera volgare.
Ci si può tuttavia chiedere perché mai ci si accapigli tanto sulla politica e perché essa sia tanto coinvolgente. La risposta è che la politica riguarda personalmente tutti. Se si parla di storia e ci si chiede se sarebbe stato meglio che Napoleone vincesse, a Waterloo, si può rimanere sereni. Da un lato è certo che Napoleone ha perso, dall’altro, anche a reputare che sarebbe stato meglio vincesse, la discussione lascia il tempo che trova. Se al contrario si parla del Servizio Sanitario Nazionale, si parla di come si sarà curati, se si starà male o se si finirà in ospedale. Se si parla di sindacati è ovvio che il parere dell’imprenditore sarà diverso da quello del prestatore d’opera. Se si parla d’imposte, è chiaro che chi ne paga già molte sarà per una diminuzione dell’imposizione fiscale, mentre colui che non paga imposte, perché è povero, sarebbe anche per un raddoppio di quella pressione. E si potrebbe continuare.
Il risultato è che la discussione politica da un lato è appassionante, dall’altro è totalmente inutile. Non perché non ci sia materia da dibattere, ché anzi ce n’è fin troppa: ma perché nella maggior parte dei casi non ci si trova a discutere con le idee dell’altro ma con i suoi interessi e, peggio ancora, con i suoi pregiudizi e la sua emotività. Come dimostrare ad un innamorato che la sua bella non merita tutta quella considerazione? Come spiegargli che forse con un’altra donna sarebbe più felice, che la prescelta non fa per lui?
L’impossibilità di convincere deriva dal fatto che non si affronta un’idea diversa ma un’emozione o, se vogliamo, un sentimento. E come non c’è modo di convincere chi ha schifo dei serpenti ad accarezzarne uno, non c’è modo di spiegare all’operaio che si crede sfruttato che la sua paga è esattamente quella che gli compete. Per questo Luciano Lama arrivò ad affermare (facendo eco ai sentimenti dei suoi rappresentati) che “il salario è una variabile indipendente”. Esattamente come i sentimenti sono a volte indipendenti dalla realtà.
Questo estremismo sentimentale si trasforma in appassionata evidenza. L’antiberlusconiano che discute di Berlusconi fa violenza a se stesso: per lui in realtà non c’è nulla da discutere. Berlusconi è brutto, arrogante, nocivo, egoista, disonesto, bugiardo, interessato, sfruttatore, e tutto il peggio del peggio. Chi non lo vede così o è cretino, o mente a se stesso, o è in malafede. L’antiberlusconiano, nel momento in cui si dispone a discutere di questo argomento, deve fare uno sforzo mentale erculeo. Infatti da prima cerca di restare calmo, di presentarsi come sereno ed obiettivo, ma lo sforzo è eccessivo ed ecco alla prima occasione sfuggono il sarcasmo o addirittura l’insulto. Perché dinanzi a qualcuno che nega la (sua) evidenza, l’indignazione è solo naturale.
Forse bisognerebbe evitare di discutere di politica. È inutile dibattere dei grandi temi del tipo “il capitalismo ha migliorato la vita dell’umanità” oppure “il capitalismo ha rovinato la vita dell’umanità”; “la sinistra è l’unica che abbia a cuore i diritti dei lavoratori” oppure “la sinistra promette il meglio, ai lavoratori, e li impoverisce dappertutto, “gli Stati Uniti agiscono per il bene proprio e del mondo” oppure “gli Stati Uniti agiscono per il bene proprio facendolo pagare al resto del mondo”. Queste questioni e le altre simili lasceranno i contendenti sulle linee di partenza. Neanche i fatti storici potranno smuoverli. Al limite, se proprio non si potessero negare alcuni dati reali, gli oppositori direbbero che essi sono validi per il passato, ma non per il futuro. E contro un simile argomento non rimane che rassegnarsi.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 20 gennaio 2006


IL PROGRAMMA IMPOSSIBILE
Il programma recentemente presentato da Prodi consiste sostanzialmente nell’intenzione di azzerare tutte le leggi e tutte le riforme votate dal centro-destra. Esso sarebbe demenziale se non se ne comprendesse la genesi: la sinistra, divisa su tutto, ritrova un punto comune solo in negativo, l’odio per Berlusconi. E Prodi, pur di ottenere l’applauso, ad esso si è limitato. Tuttavia questa resa, questa rassegnazione a non far niente e a rimettere l’orologio a prima di Berlusconi (quasi fosse stata l’età dell’oro), non sono bastate: i partiti dell’estrema sinistra si sono dichiarati insoddisfatti. Se vanno al governo non è per annullare la Tav, il Ponte sullo Stretto o la Riforma Moratti: questo è semplicemente ovvio e dovuto; ci vanno per fare la rivoluzione sociale per via democratica.
Chiunque apprezzi la democrazia non può che sperare in valide alternanze di governo. Ma ci si può augurare che vada al potere una coalizione che vuole solo disfare ciò che è stato fatto? Soprattutto visto che ci vuole lo stesso tempo per disfare che per fare. E nel frattempo, chi governerà il paese? E se, sotto ricatto, la nuova maggioranza varerà riforme ideologiche, mitiche, e in totale rovinose, che ne sarà dell’Italia? Queste argomentazioni sono fin troppo facili e scontate. Per questo è più interessante cercare di spiegare perché, mentre la sinistra ideologica sembra delirare, la sinistra seria soffra di una sorta di afasia.
Nel XVIII secolo in Inghilterra c’era già il rispetto del cittadino - come constatò con entusiasmo Voltaire, durante il suo esilio - e si erano ottenute per via pragmatica tutti quei miglioramenti sociali e “liberali” che in Francia erano ancora un sogno. Ma questi vantaggi non contraddicevano lo schema fondamentale di un potere monarchico collegato addirittura con la religione: dal tempo di Enrico VIII il era infatti anche capo della Chiesa d’Inghilterra. Per questo la Rivoluzione Francese, che pure si limitò a conquistare, versando molto sangue, ciò che la Gran Bretagna aveva già, fu più importante dell’esempio inglese: perché in Francia furono proclamati i principi di base dello Stato moderno e quel dogma della sovranità popolare che fece nascere nei popoli la speranza di un’organizzazione sociale totalmente nuova.

Una seconda rivoluzione di analoghe dimensioni fu quella annunciata da Marx. Nella sua profezia dalla sovranità del Terzo Stato si sarebbe dovuti passare alla sovranità di quella parte del Terzo Stato che disponeva solo delle proprie braccia e della propria capacità di lavoro (il proletariato). Questa rivoluzione tuttavia si rivelò impossibile perché dove fu tentata fu un disastro economico e perché nei paesi sviluppati, cui secondo Marx essa era destinata, venne meno il soggetto agente: il proletariato. Infatti col progresso economico il Terzo Stato si amalgamò al suo interno divenendo quella Middle Class che rese inverosimile il comunismo in Inghilterra e poi altrove.
Questi miti hanno avuto tuttavia una vita più lunga in Italia perché essa è stata a lungo economicamente arretrata, perché lo stesso Fascismo ebbe radici e mentalità socialiste e infine a causa dell’influenza del pauperismo cattolico. L’Italia è stata “comunista” di cuore fin verso la fine del Ventesimo Secolo. Ma alla fine il progresso economico ha eliminato anche qui il proletariato e qualunque governo, anche a guida ex-comunista, si è trovato ad amministrare l’esistente. Il centro-destra e il centro-sinistra non possono che fare più o meno la stessa politica.
Ma c’è sempre chi non s’accorge del passaggio del tempo. Dopo l’epoca napoleonica Luigi XVIII credette di poter rimettere l’orologio al tempo dell’Ancien Régime. Non s’accorse che non era cambiato un governo, ma l’intero mondo. Nello stesso modo in Italia i partiti di estrema sinistra non capiscono l’attuale realtà. Il comunismo non è finito perché è crollata l’Unione Sovietica: è l’Unione Sovietica che è crollata perché è finito il comunismo. Quello comunista è un sistema di governo che alla lunga non riesce a stare in piedi; neppure quando è sostenuto da un regime poliziesco senza scrupoli. La stessa Cina ha abbandonato il comunismo come dottrina economica ed è oggi un paese in cui un’oligarchia autoritaria ed illiberale domina un paese abbandonato al capitalismo selvaggio. Se sta ancora in piedi e onora la falce e il martello è perché alla gente interessa più star bene che essere libera.
In Italia invece i partiti di sinistra sognano ancora lotte sociali, attacchi al Palazzo d’Inverno e cannonate dell’“Aurora”. Non capiscono che non possono riuscire nel loro intento più di quanto potrebbero riuscire ad instaurare un nuovo feudalesimo. Una cosa possono fare: possono far cadere un governo di centro-sinistra. O costringerlo ad adottare provvedimenti che in seguito l’elettorato punirà severamente. Si prenda la reintroduzione della tassa sulle successioni. Una volta il proletario, morendo, lasciava solo un paio di scarpe vecchie. Oggi che i tre quarti degli italiani vivono in casa propria potrebbe essere gradito, il ripristino della tassa sulle successioni?

La fine dei miti comunisti spiega l’afasia della sinistra seria: essa non osa proporre il vecchio e non osa abbracciare il nuovo. Il suo vero programma sarebbe tanto vicino a quello di centro-destra da far gridare allo scandalo. Da far chiedere perché mai si è tanto protestato contro Berlusconi, se poi non si propone una svolta. Il mondo post-comunista (inclusa la Margherita) non ha ancora elaborato il lutto del comunismo. Non lo ha rinnegato e non ha il coraggio di abbracciare la socialdemocrazia. Proprio per questo l’estrema sinistra sembra più convincente: perché ha delle idee. Idee sbagliate e arcaiche, ma di grande impatto emotivo.
Un tempo si diceva: “Primum vivere, deinde philosophari” (pensiamo a sopravvivere, poi faremo filosofia). Oggi la sinistra sembra pensare: “Primum vincere, deinde philosophari”. Ma è un errore. Non basta vincere: il primo problema rimane vivere. Cioè, in questo caso, governare.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 19 gennaio 2006


Hebron: il passato, il presente e per sempre.
Mi aspettavo frotte di pacifisti schierati a Hebron per difendere i diritti delle 8 famiglie di ebrei che vogliono riprendere possesso delle loro case nella casbah araba.
Otto famiglie contro 130.000 abitanti arabi di quella che e' la seconda citta' piu' importante per Israele dopo Gerusalermme.
Mi sbagliavo , come sempre. Pacifisti dalla parte degli ebrei? Quando mai?
Forse sarebbe il caso di ricordare a chi legge le notizie frammentarie e spesso inesatte dei media sull'argomento, la storia  Hebron per capire quello che sta accadendo in questi giorni.
Ecco una parte di un articolo scritto da me alcuni anni fa dopo una emozionante e mai dimenticata visita alla prima Capitale di Israele.
Hebron fu una delle citta' piu' importanti di Israele durante tutto il periodo che va dal Primo al Secondo Tempio e fu qui che Bar Kochba diede inizio alla sua rivolta contro i Romani. La rivolta si concluse tragicamente con la distruzione del Secondo Tempio, la fine di Israele e l'inizio della diaspora ebraica che doveva durare duemila anni, fino al 15 maggio 1948.
Vi furono molti pii ebrei che rimasero in terra di Israele , divenuta Palaestina Romana, e andarono a vivere nelle citta' sante dell'ebraismo ta cui appunto Hebron dove abitarono ininterrottamente per 3700 anni sopportando varie conquiste, distruzioni e mutamenti drammatici. (...) Per continuare nella lettura clicca qui.

Deborah Fait - informazionecorretta

SAINT QUENTIN: CAPOLINEA DELL’ OTTIMISMO AMERICANO
*Angelo Maria D'Addesio -  i suoi articoli vengono pubblicati da  riviste e forum on line sul web, fra cui Il Pungolo, Liberal Café ed altri -  con questo  contributo inizia la sua collaborazione a Capperi.net.


A Saint Quentin, la pena di morte non conosce pietà e forse non conosce neppure giustizia, nonostante gli Usa la considerino come il vero grande simbolo del funzionamento coerente della giustizia a stelle e strisce. Oggi è stato giustiziato Clarence Ray Allen, “Orso che corre”. Sarebbe facile dire che era un indiano e quindi non ben visto, come tutte le minoranze, nei tribunali Usa. Ray Allen è stato accusato di essere mandante triplice omicidio con rapina a mano armata. Aveva 76 anni, era ormai condannato dalla vita ad essere cieco, sordo e seduto perennemente su una sedia a rotelle e per giunta vecchio. Non meritava compassione e sinceramente in pochi, negli Usa hanno incarnato questo sentimento, anche se il medesimo da tempo aveva una corrispondenza fissa con bambini ed associazioni di ultra-settantenni menomati. Non è bastato.
A Saint Quentin è stato giustiziato Tookie Williams, anche lui, condannato ad essere il simbolo della “gang violenta nero-americana”, è poi finito con l’essere il primo dissuasore ed interlocutore dei giovani malviventi nei ghetti. Anche lui nero. Anche lui giustiziato. Certo, la gente si è mobilitata di più per la grazia, ma dopo la sua morte stop, tutto chiuso. A Saint Quentin, la giurisdizione appartiene ad Arnold Schwarzenegger, impacciato e modaiolo governatore che, come tutti coloro che non sono politici di mestiere, si atteggia ai politici del suo tempo, i vari George e Jeb Bush, Rice, Bloomberg, quelli che Raich chiama “Radcons”, conservatori radicali repubblicani che da sempre hanno anteposto l’esemplarità della giustizia alla logica del perdono e del recupero. In questo gli Usa sono un paese retrogrado e scettico. Retrogrado perché limitano la giustizia alla vendetta, al costo senza fine della pena. Un vecchio di 77 anni deve morire, come sarebbe potuto morire Priebke ultraottantenne, se solo fosse stata americana, la competenza a decidere. Non c’è età, ma soprattutto non c’è interesse all’umanità. Chi è reo di morte è al di sotto dell’uomo, quindi va escluso dagli uomini. Gli Usa sono anche un paese scettico. La differenza fra essi ed il Sud America, il Giappone, la Cina, paesi che stanno emergendo (anche se con eccessivo entusiasmo populista e massimalista) sta nel fatto che questi ultimi vedono il mondo con l’occhio del progresso, della necessità di trasformare le cose, di rinnovarle, di “attaccare” il mondo, con nuove idee migliorative; i secondi invece lo vedono con diffidenza, con il fare di chi debba necessariamente difendersi all’esterno ed all’interno. Gli americani, magari, anche si schifano all’idea di dover ascoltare storie macabre di uomini altrettanto crudamente giustiziati, eppure sono in pochi a protestare, perché molti in fondo continuano a credere che ciò sia l’unico deterrente visibile per dimostrare l’uguaglianza degli americani nel bene e nel male, il grado elevato di giustizia e di rispetto che la medesima esige. A lungo andare però, anche la pena di morte sta costruendo il mito di uno Stato insofferente che può reagire alla violenza solo con la violenza, che è scettico sulle forme “regolari” di giustizia, che è sinceramente stressato da colpe non solo proprie. Una democrazia forte, ma così forte, da essere purtroppo troppo chiusa a qualsiasi necessaria evoluzione di cui qualunque democrazia ha bisogno.
*Angelo M. D'Addesio

"PARLATE DEI LATI POSITIVI DEL NAZISMO"
1) Un forumista obietta al mio testo sul “Partito della Paura” e cita la mia tesi secondo cui “La sinistra promette perdono” per poi chiedermi: “Ma non era forcaiola?” Tutti abbiamo studiato un po’ di storia e dalla storia abbiamo appreso che la Chiesa è la professionista del perdono. Ha addirittura istituito un sacramento a ciò addetto, la confessione. Tuttavia, nello stesso tempo, essa ha nella sua storia l’Inquisizione. Il perdono si promette alle folle in generale e si concede anche a chi può essere utile (Togliatti agli intellettuali fascisti, dopo la guerra, purché divenissero comunisti), ma nel frattempo si è spietati con gli avversari e con chi si reputa colpevole. Colpevole soprattutto di eresia (cioè di dissenso dalla propria conventicola). Questo vale sia per la Chiesa (autodafé) che per la sinistra (si pensi ad Ignazio Silone).
2) Mi si chiede poi come si concili la bassa opinione di sé che avrebbe la sinistra e il senso di superiorità che tutti l’accusano d’avere. Anche qui soccorre il parallelo col Cristianesimo. Il credente passa il tempo a dirsi peccatore, a gridare miserere nobis, ma nondimeno si sente infinitamente superiore a chi non è in grazia di Dio. Gli uomini di sinistra non si reputano superiori perché impeccabili, si reputano superiori perché in possesso di una verità e di una spinta morale superiori, tanto che l’avere sbagliato, l’avere peccato, l’avere commesso cose orribili non ne diminuiscono la grandezza. Come diceva Lutero, pecca fortemente ma credi ancor più fortemente. A lungo in Francia si disse che era meglio sbagliare con Jean Paul Sartre che azzecarla con Raymond Aron. In Italia s’è sostenuto che è stato un errore appoggiare Stalin, ma sul momento chi appoggiava Stalin aveva tutte le ragioni per farlo e chi era contro Stalin aveva tutti i torti. Sicché non chi è stato comunista a quei tempi dovrebbe pentirsi, ma chi non lo è stato. Questa è una imbattibile forma di superiorità metafisica. Una proclamata superiorità che ipercompensa la propria sentita inferiorità. Purtroppo per la sinistra l’inconscio non si lascia convincere dalle razionalizzazioni.
3) Che il mio contraddittore abbia dovuto litigare con politici di destra per “mettere mano ad un risanamento ambientale” per me non significa nulla. Non so che cosa lui intende per risanamento ambientale. Non so di che cosa si trattasse in concreto. Non so infine quanto cretini, o disonesti, o suggestionati dalla temperie misoneista, fossero quei signori. Non si