ARCHIVIO GENNAIO 2006
LE FINANZE DI HAMAS
È di oggi la notizia
che i paesi occidentali dovrebbero sospendere i sussidi
ai palestinesi, se Hamas non modifica le sue intenzioni, secondo
cui dovrebbe cancellare Israele dal mondo. La cosa non avrebbe
importanza se questi sussidi non costituissero, più o
meno, un terzo delle entrate dell'Anp e se una buona parte di questo
denaro non servisse a pagare impiegati e poliziotti (cioè
gente armata). Sicché il rifiuto dei capi di Hamas di piegare
la testa ed arrendersi alle necessità economiche appare come
un atteggiamento delirante. Che cosa scegliere, fra la guerra
civile, la fame, la rivolta, e l'allineamento su ciò che impongono
tutti gli stati donatori? E stavolta perfino quella medusa chiamata
Onu?
La spiegazione di questo atteggiamento
risiede tuttavia - come sempre - nella storia.
Il popolo palestinese è stato
per molti anni viziato dalla comunità internazionale.
Si è trovato a vivere come quei bambini che si sentono
sgridare da mattina a sera, a cui tutti raccomandano di comportarsi
bene, ma che non sono mai puniti se si comportano male. Come si può
ragionevolmente chiedere il disarmo ad un paese in cui il primattore
(Arafat) fu autorizzato a parlare all'Onu con una pistola in mano?
Come si può parlare di principi giuridici ad un popolo sconfitto
che, da oltre cinquant'anni, parla di "diritti legittimi dei palestinesi",
dimenticando che gli sconfitti non hanno alcun diritto? Come si
può minacciare un popolo che, da decenni, crede d'avere l'esclusiva
delle minacce, rilanciando sempre, malgrado le sconfitte, come se
fino a quel momento si fosse limitato e potesse fare di più in
futuro? Come si può ragionare con un gruppo etnico che esalta
gli attentati suicidi contro vittime civili, che veste i bambini da
shahid, con finte cinture esplosive e kalashnikov di legno, e che ha
considerato un grande statista quell'Arafat che, nel corso dei decenni,
ha sempre appoggiato la causa sbagliata? Come si può chiedere un
po‚ di realismo ad un popolo ha creduto gli fosse sufficiente cancellare
Israele dalla carta geografica per credere che presto i suoi rappresentanti
si sarebbero insediati nei palazzi del potere di Tel Aviv e di Gerusalemme?
La critica non va ai palestinesi
ma ai loro leader. Le mille sconfitte e la realtà
di una miseria generalizzata sono stati il risultato di una
dirigenza folle e disinteressata del benessere della gente. Essa
non ha insegnato che non si può mordere la mano che ci
nutre. Anche se è vero che quella mano si è lasciata
spesso mordere senza reagire. I capi non hanno mai raccomandato
la moderazione ad una regione che, non che essere in grado di
attaccare gli altri, deve tendere la mano per sopravvivere.
Tanto che se l'Occidente per una volta veramente si accigliasse,
non sarebbe più in grado di sopravvivere economicamente,
fino a rischiare la sedizione della polizia che prima era pagata
da al Fatah.
Nessuno può augurarsi
un bagno di sangue e probabilmente si arriverà
ad un aggiustamento. Il Quartetto (Onu, Russia, Stati Uniti,
Ue) difficilmente avrà il coraggio d'interrompere subito
i finanziamenti. Si dice di già che bisogna aspettare
la costituzione del nuovo governo (come se potesse essere
diverso da un governo dominato da Hamas), aspettare questo
ed aspettare quello. Non si vuole approfittare dell'occasione
storica di riportare quella regione con i piedi per terra e
finalmente darle, con questo, un'effettiva speranza di pace.
Viene permesso ai palestinesi di continuare ad andare contro la
logica e contro la realtà.
Di buone intenzioni è
lastricata la via che conduce all'inferno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 31 gennaio 2006
D'Alema d'oriente
Il tutto rientra nell'ordine
delle cose, però, devo ammetterlo, D'Alema,
nella sua ultima intervista pubblicata dal Corriere della
Sera, è fuori come un balcone.
Eccolo, papale papale:
«Occorre stare attenti alle generalizzazioni.
Hamas è un movimento fondamentalista e certamente
ha, insieme ad altri gruppi, responsabilità precise
nell'escalation sanguinosa, di tipo militare e terroristico, registrata
dalla resistenza contro l'occupazione israeliana».
Però «ciò che accade in Palestina è
anche una conseguenza dell'occupazione in Iraq. Gli Stati
Uniti e altri paesi europei, tra cui l'Italia, hanno infatti
pensato di combattere il terrorismo con la politica della guerra,
delle torture, delle uccisioni dei civili. Tutto questo ha
purtroppo avuto l'effetto di allargare le basi di massa del fondamentalismo
islamico». D'Alema pensa che se il centrosinistra dovesse
conquistare la guida del paese, «bisognerà cambiare
strada e chiedere a Israele una politica più umanitaria».
E, non pago, aggiunge: «Il terrorismo inaccettabile
ha stretto Israele nella morsa della paura, però Israele
ha risposto con la violenza ... In questi anni, il numero delle
vittime civili palestinesi è di tre volte superiore a
quello degli israeliani vittime di attentati».
Capito? Fior
da fiore, Israele si deve pentire, "deve ambiare
strada" e rispondere al terrorismo con
"una politica più umanitaria" mentre "ciò
che accade in Palestina" dipende "dall'occupazione
in Iraq" (!). Ma non è finita. Siamo
o non siamo in campagna elettorale? Ed allora
ecco che la politica italiana contro il terrorismo,
sempre secondo D'Alema, sarebbe "della guerra, delle torture,
delle uccisioni dei civili".
D'Alema, mi
faccia il piacere, direbbe Totò.
cp, 30 - 01 -2006
Sinistra a Milano:
il curioso della cosa.
Ieri, per scegliere il
candidato sindaco del centrosinistra, si sono svolte
a Milano le "primarie". Ai blocchi di partenza un ex
repubblichino di Salò, un ex questurino, la moglie di un
petroliere e l'amministatore delegato di una società
di ricerche di mercato. Per la cronaca, ha vinto l'ex
questurino.
Poi
ci si chiede perché la sinistra (lo spirito
della sinistra) è tanto più assente quanti più
posti occupa ...
Massima del giorno
Troppo facilmente si cerca la colpa di chi
ha ragione.
G.P.
LA STAMPA ESTERA
L’Italia è una penisola che dalle Alpi,
formidabile ostacolo naturale, si estende nel Mediterraneo.
Dunque, più che una penisola è un’isola. Inoltre molta
gente non ha contatti con stranieri, non parla e non legge altro
che l’italiano, e questo accentua l’insularità. Come se non
bastasse, c’è da pensare che l’Italia non si sia ripresa dallo
scoramento di scoprire che alla fine del Rinascimento la prosperità
e la potenza si siano spostate verso l’Atlantico. La decadenza l’ha spinta
all’autocommiserazione e ad una costante autodenigrazione. Essa
si comporta non come un onesto borghese che ha la sua brava utilitaria
come tutti gli altri, ma come il nobile che rimpiange il tempo in
cui era fra i pochi ad avere una carrozza mentre gli altri andavano
a piedi. E si precipita a dire che ha un’auto scassata per far capire
a tutti che essa è indegna di lui personalmente.
L’insularità, l’ignoranza delle lingue,
la mancanza di contatti con l’estero, il complesso d’inferiorità
nato dalla eccessiva considerazione di sé e in una parola
il provincialismo fanno sì che molti sopravvalutino i grandi
paesi europei e in particolare la loro stampa. Nell’immaginario collettivo
italiano ci sono superuomini che da Londra o da Parigi guardano
all’Italia, la vedono con l’obiettività che dà la lontananza
e il disinteresse personale e non possono dunque che emettere giudizi
fondati e validi. E anzi tanto più validi quanto più
pessimisti.
Ma le cose stanno realmente così?
In primo luogo, bisogna distinguere le notizie
e i commenti. Se in Italia cade il governo, il fatto sarà
ovvio mentre ci sarà tutto da capire per quanto riguarda le
cause e le prospettive. E questo non lo può certo fare chi
risiede a Madrid o ad Amsterdam. Dunque i commenti che saranno
pubblicati in quelle città non sono i commenti di quelle capitali,
sono soltanto i commenti del corrispondente. Che vive a Roma e non
certo in un ambiente asettico. Come tutti, quest’uomo avrà tendenza
a frequentare le persone che la pensano come lui; e quando leggerà
i giornali italiani prenderà più sul serio quelli che reputa
sulla sua linea politica. Insomma, se il corrispondente è di
sinistra, il suo giornale di riferimento sarà “Repubblica”: e
quanti italiani giudicherebbero “Repubblica” una fonte obiettiva e disinteressata?
Ad esempio gli italiani tendono a considerare
un mito la stampa inglese. Essa ha certo molti meriti storici,
ma è bene non generalizzare. In Inghilterra si pubblicano
anche giornali che, pur vendendo centinaia di migliaia di copie,
uno si vergognerebbe a tenere fra le mani. Giornali di basso livello,
di gossip, di cronaca nera, il cui più grande sogno è
fotografare la regina mentre il vento le solleva la gonna. Anche
quando si parla di monumenti come l’Economist è bene essere
prudenti. Per molto tempo il corrispondente italiano fu quella Tana
De Zulueta tanto British e obiettiva che ad un certo momento lasciò
la professione per farsi eleggere, in Italia, nelle file dell’estrema
sinistra. Poteva essere obiettivo, il punto di vista dell’Economist,
quando la sua fonte locale era costei?
Una volta
Mario Cervi, elegantemente e velenosamente, scrisse, a proposito
dell’Economist (ma si teme sempre di confonderlo col Financial
Times!): “Sono abbonato da decenni a questo giornale e per decenni
ho ammirato l’accuratezza e la completezza della sua informazione
su tutti i fatti ed i luoghi di cui non sapevo molto. Ma, al contrario,
ogni volta che di una certa vicenda avevo diretta esperienza…”
Il più diffuso giornale tedesco è
la popolare “Bild Zeitung” che ancora recentemente è stata
accusata da altri giornali d’essere il peggio del peggio. I
colleghi non si sono fermati neppure dinanzi all’accusa di pornografia
e perfino di favoreggiamento della prostituzione. Questo, in Italia,
nei confronti di un grande giornale, non si è ancora verificato.
Dobbiamo proprio sempre sentirci gli ultimi?
Rispettiamo dunque Le Monde, El Pais, Die
Zeit, il Times, Le Figaro, la Frankfurter Allgemeine Zeitung,
ABC ed anche il Financial Times e l’Economist. Ma ricordiamoci
che ognuno di questi giornali non è in contatto diretto con
la Verità. Per quanto riguarda l’Italia è costituito
da un signore che vive a Roma, ha le sue amicizie, le sue brave passioni
politiche ed anche i propri pregiudizi. Senza dire che una certa
ironia nei confronti del paese degli spaghetti e dei mandolini si
vende sempre bene, all’estero.
L’Italia non è un paradiso ma nessun
paese lo è. Bisognerebbe smetterla una volta per tutte
con le insulse litanie che cominciano con le parole: “in nessun
paese del mondo…” Solo all’Onu essi sono circa 190. Qualunque
affermazione per cui si dovessero prima controllare come vanno
le cose in altri 189 paesi richiederebbe mesi. E potrebbe avvenire
che, mentre si controlla il centosettantaquattresimo paese, il
ventisettesimo nel frattempo sia cambiato e bisognerebbe andare
a riesaminarlo.
Chi non ascolta le critiche altrui è
un presuntuoso, ma chi le ascolta troppo è un complessato.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
Cosa e' cambiato?
Niente
Non capisco la sorpresa e la preoccupazione
del mondo per la schiacciante vittoria di Hamas alle elezioni
palestinesi.
Cosa e' cambiato? Niente.
Oddio adesso ci sara' la guerra, dicono.
- Perche' finora avevamo la pace? rispondo.
Ma quelli vogliono distruggere Israele,
dicono spudoratamente.
- Anche l'OLP voleva distruggere Israele
e vuole ancora farlo ma non vi dava fastidio. Rispondo.
Ma quelli sono estremisti. Dicono .
- Perche' gli altri cosa sono, moderati?
Rispondo.
Israele ha reagito con calma
alla vittoria di Hamas, nessuna meraviglia, nessuna paura,
nessuna grande preoccupazione. I politici osservano e stanno
all'erta e l'uomo della strada dice sarcastico " nu, ma hadash?
" che letteralmente significa "allora, qualcosa di nuovo?" ma che
vuol dire anche molte altre cose " non cambiera' niente, hamas e'
come quelli che l'hanno preceduta, continuera' la guerra".
Certo, i parenti delle vittime di Hamas
hanno sentito un brivido giu' per la schiena ma in Israele
ci sono migliaia di vittime dell'OLP, della Jihad, dei Tanzim,
delle Brigate Al Aqsa, tutti figli di Arafat, l'amato, il santo,
l'uomo di pace dell'Europa.
Lo statuto
di Hamas dichiara che il suo obiettivo è di sollevare
la bandiera di Allah sopra ogni pollice di terra della Palestina
eliminando lo stato di Israele (entita' sionista) fino all'ultimo
centimetro di terra.
Lo statuto dell'OLP recita : "
La nostra lotta e' la completa liberazione della Palestina
e lo sradicamento fino all'ultimo centimetro di terra della
presenza sionista".
Dove sta la differenza? Solo nel fatto
che l'OLP e' fatta da fantici laici e Hamas da fanatici
religiosi ma il loro fine e' comune: l'eliminazione di Israele.
Ancora dallo statuto di hamas, riferito
a se stesso: „Allah è il suo obiettivo, il profeta il
suo modello, il Corano la sua costituzione, la jihad il suo cammino
e la morte in nome di Allah il più dolce dei suoi desideri‰
e da questa aberrante convinzione nascono i terroristi suicidi:
morire ammazzando gli ebrei.
Niente di piu' dolce e santo per far
contento Allah.
L'OLP ha invece sempre pensato, laicamente,
che ammazzare senza suicidarsi fosse molto piu' dolce e soddisfacente
quindi per 40 anni si e' dedicata con entusiasmo agli
assassini senza affidarsi piu' di tanto ai kamikaze
e bisogna dire che ha comunque ottenuto un grande successo
sia in Israele che in giro per il mondo.
Morti ammazzati a migliaia sotto l'occhio
comprensivo e affettuoso del mondo che dava la colpa a Israele.
L'Occidente innamorato ha costretto Israele
a trattare inutilmente con gli assassini, ha dato irresponsabilmente
il premio Nobel al loro capoccia e il risultato e' che siamo
qua, al punto di partenza.
E adesso cosa fara' Hamas?
Ha bisogno dei soldi del mondo se no
nel giro di una settimana, dice Wolfensohn, sara' bancarotta
e la storia ci insegna che i palestinesi sono capaci di tutto
pur di non rinunciare ad essere mantenuti dalla comunita'
internazionale, fanno le capriole, mentono, fingono, si ammazzano
tra loro, tutto pur di apparire agnellini occupati dall'orco
Israele.
Si puo' quindi facilmente immaginare
che fingeranno pragmatismo, cercheranno di tenersi il ministro
dell'economia di Abu Mazen, metteranno in naftalina cappucci
bianchi e candelotti esplosivi per qualche settimana fino a quando
avranno imbrogliato abbastanza gli allocchi e ricominceranno
a ricevere milioni di euro e di dollari che hamas usera' si per
arricchirsi, fare qualche asilo e qualche campeggio per accattivarsi
altre simpatie ma soprattutto per armarsi e continuare le
stragi.
Puo' passare una settimana come un mese
o un anno ma niente cambiera'.
Gli arabi non hanno fretta, loro confidano
in Allah e nelle pance delle loro donne.
Carne da candelotti ci sara' sempre.
L'unica
amara soddisfazione in questa tragedia che ci perseguita
da ormai piu' di un secolo e' la prova che i palestinesi
non vogliono la pace e nemmeno uno Stato, vogliono guerra, odio
e morti .
La stupidita' e' la cosa che mi sconvolge
di piu', la stupidita' di questo popolo che da 60 anni rifiuta
sistematicamente di avere uno Stato per odio , un odio senza
limiti, un odio che li rende incapaci di pensare, di preoccuparsi
per i loro figli, anzi che in nome di quest'odio li sacrificano,
che vivono senza futuro, senza dignita', senza lavoro, senza la vergogna
di essere mantenuti come puttane.
Eppure questa gente infida continua ad
avere la simpatia del mondo intero e anche di fronte a questa
ennesima prova di idiozia e di voglia di guerra c'e' chi,
piu' puttana di loro, dice che la colpa e' di Israele.
Deborah Fait
- informazionecorretta
Il 27 gennaio l'Europa pianga
Ogni anno in
questo periodo si fa sentire palpabile il dolore del
ricordo.
La
Memoria dei 6 milioni ci accompagna sempre, e' in noi, e' nel nostro
DNA, impossibile liberarsene nemmeno a volerlo, e' impresso col
fuoco dei crematori nell'anima di ogni ebreo.
A me lo ha passato
mia madre che tremava visbilmente ogni volta che
la televisione mostrava qualche divisa nazista, me lo ha
passato mia nonna che non poteva sentire qualcuno correre
dietro a lei. Attraverso di me, anche senza parlarne,
la Memoria passa a mio figlio, ai miei nipoti e cosi' avanti
fino alla fine dei secoli, sempre lo stesso strazio, lo stesso
dolore, la stessa disperata domanda che uno non pronuncia e
per cui non aspetta risposte: PERCHE'!
In Israele guardo i
bambini, nipoti e pronipoti di Auschwitz, giocano
come tutti i bambini del mondo, corrono, ridono spensierati
ma ognuno di loro ha la Shoa' dentro, gli scorre nel sangue,
ogni generazione di ebrei nasce con quel fuoco impresso nell'anima
e nel cervello.
Il 27 gennaio l'Europa ricordi
e pianga.
I campanelli delle
scuole suoneranno per 1 minuto perche' le nuove generazioni
sappiano.
Il dramma del ricordo
"parlato", diffuso dai media, finira', quest'anno,
il 25 aprile in Israele quando le sirene ci strazieranno
il cuore, tutti si fermeranno, usciranno dalle macchine, scenderanno
dagli autobus, si alzeranno in piedi nei bar, nelle case
e un brivido di dolore e paura attraversera' tutta Israele
ancora minacciata di distruzione da altri nazisti.
Navigando su internet
si leggono pero' anche pareri diversi. Su un sito ho
letto "Ogni volta che sento parlare di Shoa' mi girano..."
Altri protestano "
mica solo gli ebrei sono stati uccisi. E gli armeni?
e i nativi americani? e i cambogiani? e gli zingari?
Perche' gli ebrei devono avere il monopolio del dolore?"
Si, devono averlo!
E' indiscutibile che debbano averlo perche' in Europa,
61 anni, fa sono stati raccolti tutti gli ebrei esistenti,
da ogni nazione europea, sono stati separati dal resto delle
popolazioni, uccisi sul posto o portati nei campi di sterminio
per venire eliminati fisicamente. Devono averlo il monopolio
perche' sono morti ammazzati solo a causa del millenario odio
europeo diventato improvvisamente delirio inarrestabile.
6 Milioni.
Per niente.
Gli ebrei non erano
delinquenti, non avevano territori da conquistare,
non avevano pretese di territori, erano cittadini fedelissimi
dei paesi in cui vivevano, avevano combattuto per quei
Paesi, facevano parte della media e piccola borghesia non
di un mondo sotterraneo di criminali da eliminare.
Ma erano ebrei.
Odiati, perche'?
Le risposte sono tante
e controverse ma la conclusione tremenda e' sempre
una sola: odiati per niente.
Ammazzati
nei secoli a causa della crocifissione di Gesu'.
Ma non furono i romani?
Ammazzati per secoli
a causa del loro senso di appartenenza.
Ma non e' un pregio
essere attaccati alle proprie radici etnico/culturali
?
Ammazzati per secoli
a causa del loro rifiuto alla conversione.
Ma non e' anche questo
un valore?
Ammazzati infine, dall'800
in poi, non piu' solo per essere di fede ebraica e
"assassini" di Cristo , ma a causa di appartenere alla "razza"
ebraica. Grande invenzione, la razza, per avere la scusa
di perseguitare, scacciare, eliminare, uccidere.
L'evoluzione dell'odio
antiebraico, la capacita' di cambiarlo a seconda
delle situazioni dell'epoca e' spaventoso, ogni periodo storico
ha trovato un motivo per pilotare l'odio della gente verso
il Popolo ebraico, perseguitarlo e distruggerlo.
Ecco un elenco dei
genocidi piu' tristemente famosi del 900 che coloro
cui "girano" ci sbattono in faccia per sminuire l'orrore
della Shoa':
BURUNDI
300.000 HUTU MOTIVO : POLITICO-TERRIOTRIALE
RUANDA
1.000.000 TUTSI MOTIVO: POLITICO
TERRITORIALE
SUDAN
2.000.000 CIVILI MOTIVO: RELIGIOSO/POLITICO
CAMBOGIA
2.000.000 VARI MOTIVO: POLITICO
CONTRO OPPOSITORI REGIME
ARMENIA
2.000.000 CIVILI MOTIVO: CONQUISTA E ANNESSIONE
DEL TERRITORIO
EUROPA
6.000.000 EBREI MOTIVO: NESSUNO.
Non esiste un solo
caso al mondo di persone, uomini donne vecchi e bambini,
ammazzate in tale numero senza un motivo se non l'appartenenza
a un'etnia.
Non esiste un solo
caso di tentativo di eliminare un popolo intero dalla
faccia della terra senza volergli prendere qualcosa, in
genere il territorio. Gli ebrei non avevano territorio, erano
semplici cittadini europei.
Non esiste nessun caso
al mondo in cui si fosse programmato, deciso a tavolino
dai ragionieri della morte, tra l'indifferenza generale,
la distruzione scientifica di un intero Popolo.
Non esiste un solo
caso di genocidio al mondo che qualcuno osi commentare
con un "mi girano" senza che qualcun altro gli sputi in
faccia. Eppure sappiamo che a chi e' cosi' privo di anima
da poter dire che gli girano le palle a sentir parlare di Shoa'
molti riponderanno "si, hai ragione, non se ne puo' piu'".
E invece , signori,
potete, altroche' se potete e sentirete ancora e
ancora perche' la vergogna e' incancellabile anche per chi
e' nato dopo. Questa vergogna, lo sterminio di un popolo
innocente, non si esaurisce con le colpe dei padri.
Un milione e mezzo
di bambini massacrati e dati, vivi, in pasto ai
cani non puo' essere commentato con "non se ne puo' piu'".
Ehhh NO! Non vi sara'
permesso dimenticare!
6 Milioni 6 milioni
6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni
6 milioni 6 milioni 6 milioni.
Per niente.
Il 27 gennaio l'Europa
si fermi e ricordi. Il 27 gennaio l'Europa pensi.
Il 27 gennaio l'Europa pianga.
Deborah Fait
- informazionecorretta
OBBLIGATI A CAMBIARE
Rare volte, in così poche
ore un progetto, una valutazione ha subito un cambiamento
radicale. Ha vinto Hamas e non Fatah e soprattutto lo ha fatto
in maniera schiacciante e tutto cambia o forse no. La moderata
soddisfazione degli interlocutori internazionali in Medio Oriente,
come di Israele si è trasformata in una forte preoccupazione.
Eppure se l’alternativa a tutto ciò avrebbe dovuto essere un
governo dimezzato e conflittuale, di congiunzione forzata tra i
due partiti, allora si è rivelata migliore, la soluzione
apparentemente migliore. Ad un esame più accurato la vittoria,
anzi la stessa partecipazione di Hamas ad una tornata elettorale
è un’ammissione di un regime diverso, di un diverso riconoscimento
dell’ANP e del Consiglio Legislativo Palestinese, rispetto al passato.
Hamas entrerà in Parlamento e presumibilmente formerà
un nuovo governo, ma è chiaro che, sebbene dai proclami dica di
volere entrare in Parlamento con le armi, di voler proseguire la politica
fra la gente, l’organizzazione dovrà darsi per forza di cose,
una veste istituzionali, dovrà trattare, affrontare colloqui,
organizzare vertici e provvedimenti. Insomma Hamas farà politica
e la politica, soprattutto quella di governo, non si fa chiamando alla
lotta o alla resistenza; contro chi poi, visto che il governo sarà
di loro competenza e che l’ANP non potrà che valutare le loro richieste.
Tutto sommato l’esito delle elezioni
è un bene anche per Israele. Ora il futuro stato sa
chi si troverà di fronte, come interlocutore o come nemico.
Questo significa che gli israeliani saranno ancora più
attenti al voto del prossimo febbraio e che il medesimo non sarà
dettato né dalla semplice emozione per Sharon, né
da istintive spinte estremiste, quindi risulterà meno
bugiardo e più attento alla reale posizione che Israele vorrà
assumere, sia essa di continuità o di rottura con la politica
di prima. Certo, è innegabile che si aprono strade di recupero
eccezionali per il Likud, tanto più che nell’ottica di Hamas e
della maggioranza dei palestinesi che hanno votato per le forze radicali,
il ritiro da Gaza non è stato un merito di Sharon (e quindi quello
dalla Cisgiordania non sarà di Kadima o di Olmert), ma un risultato
eccezionale dell’Intifada. La spinta di Israele potrebbe essere quella
della costanza e della stabilità, ovvero proseguire con la
linea Sharon per non dare l’idea di aver sbagliato e di essere frammentato
al suo interno, oppure il cambio radicale, con una forza politica
non così disposta al dialogo.
Paradossalmente la vittoria di Hamas
sarà utile perfino per i perdenti di Fatah. Il partito
di Abu Mazen sapeva di correre questo rischio e l’alta affluenza
alle urne è stato un segnale. Potrà sembrare
la logica del senno del poi, ma in tanti da Israele e dal Medio
Oriente sottolineavano lo stato di corruzione e la crisi di credibilità
di Fatah e del primo ministro Abu Ala; in tanti avevano salutato
con favore la candidatura di Marwan Barghouti, come simbolo di
rottura, ma sapendo che il vero leader delle brigate di Al Aqsa
non sarebbe mai potuto essere un primo ministro dal carcere di Israele,
hanno dirottato i voti su chi era effettivamente lì, ovvero
Hamas.
Ora Hamas potrebbe anche non cambiare
volto e far finta di essere all’opposizione, la posizione
politica più vantaggiosa per antonomasia e la pena sarà
una nazione senza futuro, una nuova Intifada ed un imbastardimento
del proprio operato. Già, perché se la logica di
Hamas non sarà quella democratica del dialogo con le forze
interne, ma della “rivoluzione islamica”, Al Qaeda, gli Hezbollah
libanesi, con cui la frangia dura ama dialogare,
rovineranno la sua immagine di “fedele
soccorritore del popolo palestinese” e ridurranno la Palestina a
covo terroristico per obiettivi internazionali, per lotte contro
il mito imperialistico americano, cui i palestinesi non hanno dato
troppo peso, impegnati, come sono ancora, a dibattere su una terra
che sentono propria, ma non lo è mai stata. Hamas ha vinto
perché è stato il gruppo più vicino al popolo:
lo addestrato alla lotta, lo ha assistito con le sue fazioni assistenziali
sparse per la Palestina, si è fatto paladino di una lotta per
la “liberazione” ed ora non può permettersi di governare contro
il mondo, a mò di repubblica islamica.
In gioco ci sono molte cose ed Hamas
lo sa. Non è un caso che Khaled Mish’al, il successore
spirituale di Rantisi abbia chiesto un colloquio con Abu Mazen
per “uno sforzo di collaborazione governativa”.
Ecco perché Hamas che partecipa
e vince le elezioni deve rinnovarsi per non perdere l’identità
verace del suo popolo che poi è il vero motivo della sua
vittoria. E forse questa vittoria inattesa sveglierà dal
torpore coloro che sino ad oggi hanno vissuto solo sui gesti coraggiosi
ed eclatanti di qualche personaggio, ma non sulla forza delle
idee.
Angelo M.
D'Addesio
VINCE HAMAS, PERDONO
I PALESTINESI
C’è un principio eterno che
alcuni non riescono a prendere sul serio ed è che
la politica è l’arte del possibile. In economia si
studia che caratteristica della realtà è la scarsità
delle risorse: dunque mai tutti potranno avere tutto quello che
desiderano e chi promettesse a tutti la prosperità e la
felicità sarebbe un imbroglione. Nello stesso modo, nell’ambito
internazionale il politico di successo è colui che
riesce a trarre il massimo dalla situazione concreta. Questo implica
però che si sia capaci di percepirla qual è, e poi
di spiegarla al popolo. Non sempre è facile.
Da quando, nel 1948, un pugno di
ebrei male armati e accerchiati riuscì a far fronte
militarmente ai paesi arabi che avevano rifiutato il regalo
di uno Stato palestinese indipendente, i Palestinesi avrebbero
dovuto capire che la realtà sionista era ineliminabile.
Troppi ebrei si erano visti macellare come agnelli per non capire
che era meglio, nel caso, morire con le armi in pugno, come nel
ghetto di Varsavia. Per giunta poi il tempo è passato, lo
Stato d’Israele si è consolidato ed oggi dispone di un temibile
esercito. Di fronte ad una situazione che, dal punto di vista arabo,
“s’è andata aggravando” dal 1947, come non capire che con
questa realtà è necessario trovare un modus vivendi?
E tuttavia nessuno dei palestinesi sembra averlo capito. Né
in passato né oggi. Arafat, per tanti decenni inevitabile pietra
d’inciampo, fu sempre del tutto disinteressato alla sorte dei palestinesi.
Si limitò a nutrirli di parole. Gli fu chiarissimo che alimentandone
il fanatismo, i sogni deliranti di rivincita e l’odio per Israele,
sarebbe stato sempre popolare ed osannato e in questo ebbe ragione.
Purtroppo, essendo questa l’unica cosa che gli interessava, si comportò
così fino al giorno della sua morte. All’occasione avendo la
faccia tosta di accogliere le innumerevoli sconfitte con un grande sorriso
e facendo con le dita la V di vittoria.
Ora i palestinesi hanno avuto la
fortuna di votare liberamente e ne hanno approfittato
ancora una volta per darsi la zappa sui piedi. Hamas è
un’organizzazione prevalentemente terroristica che ha nel suo
programma la cancellazione dell’esistenza di Israele. E, c’è
da presumere, lo sterminio di altri cinque milioni di ebrei.
Per fortuna intende realizzare questo intento col terrorismo
(divenuto sempre più difficile, da quando c’è la “fence”
fra esso e i territori occupati) e con un esercito inesistente.
Dunque il programma in concreto, dal punto di vista internazionale,
serve soltanto a farla considerare un’organizzazione canaglia con
cui gli Stati per bene, e Israele per cominciare, non intendono neppure
sedersi ad un tavolo. La popolarità interna di Hamas nasce,
oltre che da una retorica martellante (da quasi sessant’anni!), dal
fatto che i palestinesi hanno finalmente preso coscienza che Al
Fatah è sempre stata un’organizzazione corrotta e inefficiente.
Corrotta nel senso che i capi hanno sempre pensato a mettersi in
tasca una buona parte del denaro che arrivava dall’estero, senza
neppure fornire i servizi essenziali. Per giunta, Arafat ha tollerato
ed incoraggiato il terrorismo, sicché ne è risultata
totalmente eliminata la collaborazione economica fra Israele e i
Territori. La situazione economica si è ulteriormente aggravata.
Se prima c’erano migliaia e migliaia di pendolari che andavano a
guadagnarsi il pane nel vicino e prospero paese, poi la disoccupazione
ha toccato livelli tragici. Quando dunque i palestinesi hanno visto
che Hamas era capace di qualche sforzo in materia di assistenza e di
servizi, hanno visto in essa l’unica speranza. E Fatah ha fatalmente
imboccato il viale del tramonto.
Al
Fatah non merita certo d’essere rimpianta, ma il voto conferma
l’incapacità dei palestinesi di vedere dove sta il
loro interesse. Sarebbe stato meglio tenersi il re travicello
d’una dirigenza corrotta e mite, che forse avrebbe condotto
alla pace, piuttosto che il serpentone Hamas. Hamas ama assumere
pose gladiatorie e minacciare pianto e stridor di denti, ma in concreto
non può far nulla. Né per la guerra né per la
pace. Riesce sì a mandare ogni paio di mesi qualche kamikaze
che si ammazza e uccide una decina d’ebrei (quando non arabi israeliani!):
ma chi mai ha vinto una guerra, in questo modo?
Ovviamente, ora che ha vinto le
elezioni, quell’organizzazione potrebbe, come spesso è
accaduto, trasformarsi da falco in colomba. Percorso che
del resto è stato quello stesso di Sharon. Ma non c’è
da sperarci. Il passato induce a credere che in quell’infelice
regione si abbia uno scarso senso del reale. Voltaire diceva
che i disonesti erano da preferire ai cretini perché
con i disonesti c’era modo di mettersi d’accordo. Mentre chi non
percepisce i termini del negoziato non è nemmeno in grado
di capire quando è il momento di dire “ci sto!”
Il futuro non è roseo. Israele
non avrà la pace e dovrà vivere sempre con la pistola
al fianco. Ma condurrà una vita che è fin troppo simile
ai migliori standard europei. Mentre i palestinesi dovranno
vivere miseramente, non raramente di una carità pudicamente chiamata
assistenza. E questo sempre che l’Unione Europea non tagli i sussidi
se Hamas va al governo.
Un codicillo. Va segnalato per
onestà che non sempre chi è “realista” ha ragione
e “chi sogna” ha torto. In anni lontani Willy Brandt, politico
che certamente amava il suo paese come ogni altro tedesco, era
a favore di una politica di cedimento e appeasement con l’Unione
Sovietica. Partiva dal presupposto che la situazione era immodificabile
in tempi prevedibili e il realismo lo spingeva a cercare mediante
la Ostpolitik un qualunque accordo. La Storia ha provato che aveva
torto e che ebbero ragione i suoi oppositori. Molti anni dopo,
infatti, quel sognatore di Ronald Reagan non solo concepì di
chiamare l’Unione Sovietica “l’impero del male” ma addirittura di batterla
e di farla crollare.
Il futuro tuttavia non lo conosce
nessuno, sicché i soli calcoli ragionevoli sono quelli
che possono essere fatti sui dati di cui si dispone. Nel caso
della Palestina attuale i dati sono pesantemente contro i sogni
dei Palestinesi ed essi hanno ben poche ragioni di essere più
ottimisti di quanto fosse allora Brandt.
Hamas ha vinto ma non hanno vinto
i palestinesi.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 26 gennaio 2006
Anp,
vincono quelli che non riconoscono il diritto all'esistenza
di Israele
Secondo i dati provvisori della
commissione elettorale, Hamas avrebbe vinto le
elezioni legislative dell'Autorità Nazionale Palestinese
e potrebbe addirittura conquistare la maggioranza assoluta
in parlamento, con 70 seggi su 132. Il primo ministro Abu
Ala, del partito Al Fatah, si è dimesso e ha confermato
che sarà Hamas a formare il nuovo governo. I
primi commenti dei capi di Hamas confermano: il riconoscimento
di Israele e l'avvio di negoziati con lo Stato ebraico "non sono
nella nostra agenda". A escludere qualsiasi cambiamento nel loro
atteggiamento nei confronti dello Stato ebraico - del quale invocano
la distruzione nello statuto del gruppo - è uno dei leader
di Hamas. "I negoziati con Israele non sono nella nostra agenda
- afferma in modo categorico Mushir al Masri - E neanche riconoscere
Israele fa parte della nostra agenda...Questa vittoria dimostra
che Hamas è incamminata lungo la strada giusta. Non inganneremo
il nostro popolo".
A margine del risultato elettorale,
questo pomeriggio violenti scontri a Ramallah tra attivisti
di Al Fatah e sostenitori di Hamas. Questi ultimi si erano raccolti
in migliaia davanti al parlamento palestinese nel corso di una
festosa manifestazione per celebrare la vittoria del movimento
islamico alle elezioni politiche di ieri. Secondo testimonipalestinesi,
gli attivisti di Al Fatah hanno lacerato le bandiere verdi di
Hamas. Ci sono state sassaiole e si sono anche uditi colpi di
armi da fuoco. Gli scontri proseguono.
LA NUOVA LEGITTIMA
DIFESA
Ogni nuova legge
nasce per corrispondere ad un mutamento nella società.
Non tutti però percepiscono questo mutamento. Sicché
alcuni sono molto lieti della nuova legge, altri le sono
molto contrari. Ad esempio la legge sul divorzio agli occhi della
maggioranza (come poi si vide) rispondeva ad una modificazione
della società italiana ma ciò non impedì
che, per i più vari motivi, parecchi le fossero contrari.
Ora è stata
cambiata la legge sulla legittima difesa e naturalmente
si è accesa la discussione. Questa esimente è
antichissima, forse è semplicemente naturale. Il
sacrificio della vita dell’aggressore per difendere la
propria è stato visto in ogni tempo come un diritto
inalienabile e perfettamente morale. Una perplessità
nasce invece quando c’è diversità tra i valori in campo.
La donna che uccide colui che vuole stuprarla ha l’esimente
della legittima difesa? In genere si risponde di sì perché
si tende a considerare in modo diverso il bene dell’aggredito e
il bene dell’aggressore. L’aggressore si è messo volontariamente
nella situazione di conflitto, l’aggredito non è colpevole
di nulla: appare dunque chiaro che i suoi beni meritano una tutela
maggiore di quelli dell’aggressore. L’integrità fisica della
donna pesa quanto la vita dello stupratore perché diverso
è il giudizio morale sui loro comportamenti. Ma fin dove può
spingersi lo sbilanciamento?
Per quanto riguarda
la difesa dei propri beni, la giurisprudenza e i
codici stati a lungo molto prudenti. Pur con molte perplessità
e molti distinguo hanno ritenuto ammissibile l’uso delle
armi nel caso in cui si debbano difendere beni di particolarissima
rilevanza. Non a caso i furgoni porta valori sono scortati
da guardie armate. Ma il caso del tabaccaio rapinato decine di
volte, dell’ufficio postale abbonato al raid, del piccolo gioielliere
espropriato della sua merce è stato considerato diversamente.
Come uccidere a freddo (o comunque non essendo ancora in pericolo
di vita) un uomo per l’incasso di una giornata, per qualche
decina di grammi d’oro e qualche orologio? Nessuno nega che l’aggressore
è un malvivente: ma da punire con la morte?
Il Parlamento invece, innovando
profondamente, ha ora definitivamente votato una modifica
dell’esimente per cui sarà lecito uccidere anche per
difendersi da un’aggressione in casa, nel proprio negozio
o nel luogo di lavoro. Come mai? La risposta più semplice
è che si è arrivati a questo perché è
cambiato il comune sentire. L’esasperazione della popolazione
è tale che non si sente più nessuna considerazione
per gli aggressori. I casi di delinquenti trigger happy (dal grilletto
facile), di drogati privi di ogni scrupolo e di ogni ragionevolezza,
ed alcuni episodi di sadismo e crudeltà (per esempio nelle
“rapine in villa”), hanno indotto la gente a sperare che lo Stato
accentuasse lo sbilanciamento in favore della vittima.
In effetti chi si
è trovato a vivere queste situazioni non potrebbe
pensarla diversamente. Se, per essere autorizzati a sparare,
bisogna aspettare che i banditi sparino per primi, fino
a quel momento bisognerà obbedire ai loro ordini.
Infatti i banditi non aspetteranno l’autorizzazione della
legge penale, per sparare. E se obbedire significa consegnare
la propria arma, lasciarsi legare, lasciarsi torturare per
confessare la combinazione della cassaforte e assistere poi
impotenti allo stupro delle proprie figlie, chi non vede che
sarebbe stato meglio salutare quei banditi con un bel colpo di
pistola in pieno petto? Era all’inizio, entrando nella stanza
e magari approfittando della sorpresa, che il singolo aveva
qualche probabilità di prevalere.
La sinistra dice
– giustamente – che non bisognerebbe affidare la difesa
dei singoli ai singoli stessi. Come nel far West. Che spetta
allo Stato assicurare l’ordine pubblico e la tranquillità
dei cittadini. Che un migliore controllo del territorio farebbe
cessare l’allarme sociale e che è compito del governo
realizzare tutto questo. Perfetto. Ma finché lo Stato
non avrà ottenuto questi bei risultati – e non li ottiene
da decenni – bisogna lasciare gli onesti in balia dei colpevoli?
Si dice pure: più
circoleranno armi, più facilmente saranno usate,
e tanto più facilmente qualche innocente o qualche
balordo ci lasceranno le penne. Vero. Ma la gente pensa: meglio
un rapinatore in più, ucciso per sbaglio, che un rapinato
in più, ucciso per sbaglio. Non è lecito fare
gli idealisti quando i tabaccai sono in prima linea ed indifesi
mentre gli onorevoli di qualche notorietà vanno in giro con
la scorta.
Rispettando la (vecchia)
legge era sfavorito l’aggredito. Con la nuova, saranno
i delinquenti che dovranno fare molta attenzione. Spareranno
più facilmente, magari per paura, come teme la sinistra?
È possibile. Ma è anche possibile che il tabaccaio
apra il cassetto non per consegnare il denaro ma per estrarre
una pistola e far secco il rapinatore prima che usa la sua.
Indubbiamente bisognava non arrivare
a suscitare questa reazione sociale, ma è innegabile
che essa oggi esiste, tanto che le proteste della
sinistra non è detto le diano un vantaggio elettorale.
Rimane vero che,
se le leggi sono il risultato del momento storico in
cui sono votate, vivono poi di vita propria e rivelano la
loro qualità nella concreta applicazione. Ogni legge ha le
sue controindicazioni e la sua bontà va giudicata nel
bilanciamento fra effetti positivi ed effetti negativi. Dunque
anche questa legge, che in questo momento sta rendendo felici
tutti coloro che hanno subito o temono di subire rapine, potrebbe
rivelarsi positiva o negativa. Certo è che se ad essa si
è giunti, è segno che gli italiani sono stanchi di subire.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 25 gennaio 2006
Massima del giorno
L'elettore cessa
d'essere importante il giorno dopo le elezioni e ridiviene
importante due mesi prima delle seguenti.
G.P.
LA RAGIONEVOLEZZA
IN POLITICA: UN ERRORE
Luca Ricolfi -
che si è segnalato all'opinione pubblica per
la sua impietosa disamina dei difetti della sinistra che
la rendono antipatica - ha scritto sulla Stampa (23/1) un
articolo che conferma la sua capacità di non essere fazioso
e unilaterale. La sua tesi è che l'Italia non ha
affrontato, negli ultimi dieci anni, i più seri problemi
e che di questo il governo di centro-sinistra e il governo di centro-destra
siano ugualmente colpevoli. A suo parere inoltre, nei prossimi mesi,
chiunque vinca dovrà affrontare i difficili nodi che verranno
inevitabilmente al pettine: lo sforamento del deficit, la necessità
di una correzione da dieci miliardi dei conti pubblici e infine
la scelta tra l'abbandonare le grandi opere o salassare gli
italiani (30 miliardi di euro). Dunque amerebbe che i due protagonisti,
Prodi e Berlusconi, la smettessero con l'atteggiamento che
egli definisce "puerile" di attribuire i loro insuccessi al nemico
e venissero in tutti e due televisione per confessare le loro manchevolezze
e per indicare in che modo contano, in caso di vittoria, di metterci
rimedio.
Raramente discorso
fu più ragionevole e più assurdo nello stesso
tempo.
È certo
nobile confessare i propri torti ma ogni avvocato
sa che l'avversario farà tesoro di qualunque ammissione
mentre non per questo ammetterà nulla che sia a proprio
svantaggio. È ragionevole descrivere in che modo si
conta di mettere rimedio ai mali dello Stato ma qualunque politico
sa che parlando seriamente di sacrifici ci si alienerebbe l'elettorato.
Ricolfi sembra non capire che in politica il problema non è
"promettere la cosa giusta e farla" ma "fare la cosa giusta" dopo
avere promesso di "fare la cosa sbagliata". Chi promette di "fare
la cosa giusta" non avrà mai l'occasione di farla: perché
le elezioni le vincerà il suo avversario. Invece chi vince
le elezioni potrà fare qualcosa, ma su di essa gli elettori
esprimeranno il loro giudizio anni dopo.
Qualcuno potrebbe
sostenere che si sta qui descrivendo la politica
come una commedia degli inganni. E si potrebbe rispondere
sorridendo: "Sì. L'avete scoperto solo ora?".
Col suffragio universale, la democrazia
mette le sorti della repubblica nelle mani degli incompetenti.
Rimane il miglior sistema di governo, bisogna essere
disposti addirittura a prendere le armi per difenderlo,
ma non per questo bisogna negarne i difetti. Quando in
campo economico decidono persone digiune d'economia, in campo
internazionale decidono persone digiune di storia, in campo
fiscale decidono persone che non saprebbero fare una divisione
con le virgole, che cosa si può pretendere, dagli uomini
politici? Essi sono costretti a "vendersi" demonizzando l'avversario
e offrendo programmi vaghi, mitici e privi di controindicazioni.
"Meno tasse per tutti", ecco un ottimo slogan. Che poi esso
sia un programma impossibile, se non si limitano gli interventi
dello Stato, non lo capiscono in molti. E se qualcuno riuscisse
miracolosamente a ridurre le tasse, sorgerebbe qualcuno che metterebbe
sui muri lo slogan: "Nessuna tassa per nessuno".
Non è
una critica all'Italia. E nemmeno al presente. Molti
dimenticano che Cesare, di cui non sarà necessario
sottolineare la grandezza, divenne politicamente noto
e gradito spendendo somme veramente astronomiche (e prese
a prestito per giunta!) per divertire i Romani. Se questa
non è demagogia!
Ricolfi usa male
la sua logica. Egli l'applica ad un campo che logico
non è. In politica non conta la realtà ma
la rappresentazione della realtà. Nasser (1967) imbarcò
l'Egitto in una sconfitta disastrosa, ingannò re Hussein
di Giordania facendogli perdere una buona parte del suo regno,
portò i palestinesi ad un'occupazione che attualmente
dura da quasi quarant'anni e tuttavia quale fu il risultato,
presso gli egiziani? A conclusione della guerra era più
popolare e applaudito di prima. Mentre Sadat, che non perse
la guerra contro Israele (1973), ricostituì l'orgoglio
nazionale e cercò la pace, ebbe in premio d'essere assassinato.
No, Berlusconi
ha ragione di dire che tutti i guai dell'Italia derivano
dall‚euro introdotto da Prodi. E Prodi ha ragione di dire
che tutti i guai dell'Italia derivano dal malgoverno di
Berlusconi. In compenso, il futuro sarà radioso e privo
di problemi, chiunque di loro due vinca.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
24 gennaio 2006
La Gloriosa Brigata
Ebraica
Andammo dal popolo ebraico come l'angelo
della vita. Si pensa che un soldato uccida o venga ucciso,-
ciò che noi facemmo come soldati, fu di trovare
delle persone morte e di aiutarle a tornare alla vita.
Hanoch Bartow Brigata Ebraica
Il 3 settembre
1939 la Jewish Agency, fondata nel 1922 dalla World
Zionist Organization per coamministrare la Palestina,
ed il Vaad Leumi, Consiglio Nazionale degli ebrei
in Palestina, apre a Londra un ufficio di reclutamento
per volontari: su 600.000 ebrei inglesi, rispondono all'appello
oltre 130.000 tra uomini e donne, di cui 62.000 avrebbero
operato su diversi teatri di guerra.
Nei mesi successivi
il governo britannico arruola i volontari ebrei,
inserendoli nelle file dell'esercito anziché raggrupparli
in unità omogenee, nel luglio 1940, Churchill
- che il 7 maggio succede a Neville Chamberlain (il quale
era contrario ad istituire una brigata esclusivamente
ebraica temendo che ciò, non solo avrebbe legittimato
le aspirazioni di indipendenza degli ebrei, ma anche attriti
con le popolazioni arabe) - autorizza il reclutamento per
la formazione di unità omogenee ebraiche; viene stabilito
che gli uomini siano per un terzo ebrei palestinesi e per due
ebrei americani, piuttosto che di altri paesi.
A
dicembre si costituiscono quindici compagnie di
fanteria (1.500 uomini), inquadrate nel reggimento "East
Kent" (Buffs), con l' obiettivo di difendere il territorio
palestinese in caso di necessità. All'interno delle
compagnie i comandi verbali vengono dati in inglese, gli ordini
scritti, in ebraico; la lingua di conversazione è l'ebraico.
I capitani sono inglesi, tenenti, sottotenenti e graduati,
ebrei. Segno distintivo sull'uniforme è il "Magen David":
la stella a sei punte.
Fino alla fine
del 1942 i volontari restano nei campi di addestramento,
maturando una preziosa esperienza tecnico-specialistica
(trasmissioni, uso di armi speciali, cooperazione
con i mezzi corazzati e l'aviazione, genio, organizzazione
generale, ecc.), esperienza questa che, unita a quella sviluppata
sul campo, si rivelerà di estrema importanza nella
formazione delle unità militari ebraiche prima e dopo
la proclamazione dello Stato d'Israele (trentacinque saranno
i generali di Zahal provenienti dalla Brigata Ebraica).
Fra il 1942
e il 1943 le compagnie vengono raggruppate in tre battaglioni
a formare il "Palestine Regiment". Tuttavia l'unità
non riceve l'equipaggiamento completo e viene impegnata - lontano
dal fronte - in attività di sorveglianza; quei mesi,
per quanto privi di un'effettiva operatività bellica,
serviranno a creare un saldo spirito di corpo.
Naturalmente
la reticenza inglese alla formazione di unità
separate non significa reticenza alla partecipazione
degli ebrei allo sforzo bellico: nell'agosto 1943 sono
22.600 gli ebrei in uniforme britannica (4.800 in fanteria,
3.300 nel genio, 4.400 nei trasporti, 1.900 in artiglieria,
1.100 nei servizi, 2.000 nella RAF, 1.100 nella Royal Navy,
4.000 donne nei servizi ausiliari), tra i quali 450 ufficiali
e 200 medici.
Le comunità
ebraiche svolgono intanto un'incessante attività
per la costituzione di una unità composta interamente
da ebrei, al motto , come recita un manifesto di propaganda
dello Yishuv: "Jews want to fight as Jews", (Gli ebrei
vogliono combattere in quanto ebrei), in cui una sagoma militare
innalza la bandiera con la Stella di Davide e le strisce azzurre.
Il 20 settembre 1944, nei giorni
del capodanno ebraico, dopo sei anni di pressioni Londra
dà finalmente il consenso alla costituzione di una
"brigata rinforzata" completamente ebraica, nata dall'originario
"Palestine Regiment" a questo punto ristrutturato,
formata da un reggimento di artiglieria, da servizi e da
unità ausiliarie. Il 29, nel corso di una relazione ai
Comuni, Churchill ne dà l'annuncio: "So benissimo che
che un gran numero di ebrei nelle nostre Forze Armate ed in
quelle americane, ma mi è sembrato opportuno che una unità
formata esclusivamente da soldati di questo popolo, che così
indescrivibili tormenti ha subito per colpa dei nazisti, fosse
presente come formazione a sè stante fra tutte le forze
che si sono unite per sconfiggere la Germania".
La Brigata,
che riceve aiuti finanziari dalle comunità ebraiche
di tutto il mondo (a Pasqua 1945, la sola comunità argentina
invia 100.000 sterline per l'equipaggiamento e ne stanzia
8.000 per le famiglie dei caduti in azione), viene autorizzata
ad usare una propria bandiera: azzurra-bianca-azzurra, con
la Stella di Davide tra due bande simboleggianti il Nilo e
l'Eufrate, che in seguito diverrà l'emblema dello Stato
d'Israele.
Gli ufficiali
superiori (da maggiore in su) sono inglesi, tuttavia
essi sono sottoposti al generale di Brigata ebreo dell'esercito
inglese Ernest Frank Benjamin (1900 Toronto).
Gli effettivi
dello Hayl Hativah Lohemet "unità di combattimento
ebraica", ufficialmente denominata Jewish infantry
brigade group, raggiungono i previsti 5.000 uomini (circa
il 20% provenienti dalla Palestina, il rimanente dal resto
del mondo: Inghilterra, Australia, Canada, Sudafrica e, soprattutto,
dalle grandi comunità ebraiche polacche e russe), subito
dopo inizia un periodo di addestramento in Egitto.
Il 10 novembre
la formazione sbarca a Taranto e risale la penisola
lungo il versante adriatico, si stabilisce e si addestra
sulle montagne dell' Irpinia fino al febbraio 1945,
inquadrata nel X Corpo dell'Ottava Armata di Montgomery.
A fine mese
viene trasferita sul fronte di Alfonsine, a nord-ovest
di Ravenna, lungo la zona di operazione corrispondente
allo sfondamento della "Linea Gotica" nella valle del Senio,
nei pressi di Imola. Il 3 marzo 1945, nello schieramento delle
truppe alleate a sud del fiume Senio, combatte insieme ai gruppi
di combattimento "Friuli" e "Cremona". In quella circostanza,
porta a termine uno dei pochi assalti frontali con la baionetta
di tutto il fronte italiano. Oggi 33 caduti della Brigata riposano
nel Sacrario di Piangipane.
La brigata
partecipa inoltre alla liberazione delle città
di Ravenna, Faenza, Russi, Cotignola, Alfonsine ed Imola.
Nel maggio
"venute meno le necessità belliche" la Brigata
viene dislocata tra l'Alto Adige, il Tirolo e la Carnia,
al confine con Austria e Jugoslavia, dove avviene il
primo incontro con i sopravvissuti dell'Olocausto e qui inizia
ad occuparsi dell'assistenza ai profughi ebrei.
Il 31 maggio
alcuni reparti della formazione collaborano alla
consegna all'URSS delle truppe sovietiche che, dopo aver
combattuto al fianco dei tedeschi, si erano arrese agli
inglesi.
Trasferita
in Olanda ed in Belgio nella seconda metà dell'estate,
la Brigata Ebraica vi soggiorna un anno, svolgendo il duplice
ruolo di forza di occupazione e di coordinamento e di centro
assistenziale per i connazionali, di cui organizza l'avviamento
verso quello che presto sarebbe diventato lo Stato di Israele.
Nell'estate
del 1946 la Gran Bretagna scioglie la Brigata Ebraica.
Durante il
secondo conflitto circa 30.000 volontari ebrei palestinesi
hanno combattuto sotto l'esercito britannico, oltre
700 di loro sono morti in azione, diverse migliaia feriti.
La brigata ebraica è l'unica unità militare indipendente
che combattè nell'esercito britannico e - di fatto
- in tutte le Forze Alleate.
Per chi fosse
interessato ad approfondire l'argomento, desidero
precisare che Howard Blum ha tracciato un racconto storico
nel libro "La Brigata", pubblicato dall'editore Il Saggiatore
nel 2002.
Tradotto
e composto da Alberto/Hurricane - mandato da da Deborah
Fait
VERO PRODI
Per controbilanciare
la recente abbondante presenza di Berlusconi su
radio e televisione, ed anche ovviamente per mantenere
una certa visibilità, Romano Prodi ha partecipato
alla trasmissione radio dell'emittente Radio Dee Jay.
Le reazioni all'intervento del Professore non si sono fatte
attendere, tanto da destra, i concorrenti, quanto da sinistra,
il suo schieramento.
Questo
non è avvenuto per il contenuto politico delle
dichiarazioni oppure per l'espressione di qualche
sua idea politica originale e controversa ( sarebbe
come chiedere a Prodi di togliersi gli occhiali e leggere
un giornale ad un metro di distanza ), quanto perché
l'uomo guida del centrosinistra si è lasciato andare
nel fare due chiacchere informali e, puntualmente, la vera
pelle della persona si è rivelata e non per la prima
volta. Senza stare ad indicare precisamente quello che ha
detto, si può riassumere dicendo che gli interventi di
Prodi sono un esempio di inadeguatezza per cattivo gusto, piaggerìa
( " i romani son ben simpatici ") e immodestia.
Il Professore
afferma che potrebbe prendere Berlusconi sulle spalle
andando di corsa ( che significa, che è forte
lui o forse che il Presidente del Consiglio è leggero
e inconsistente ? In quest'ultimo caso come spiega che
riveste questa carica da cinque anni ormai ?) e che
è in forma smagliante, il suo cuore è fortissimo
e che non vivrebbe mai a Roma e da qua l'ovvia ruffiana compensazione
con la simpatia dei romani di cui sopra.
Come dicevo
la partecipazione di Prodi ha suscitato polemiche,
ma l'osservatore obiettivo non può che sorprendersi
di tutto questo, perchè quanto affermato a Radio Dee
Jay costituisce l'articolo genuino, cioè il Professore
come realmente è quando i suoi discorsi, i suoi interventi
non sono adeguatamente preparati da chi meglio di lui ( ci vuol
pochissimo ) sa cosa dire e come dirlo ; quando viceversa
l'uomo dell'Unione agisce di sua sponte, non può non
imporsi tutta la mediocrità di Prodi come uomo politico.
Perfino
Veltroni, suo massimo sponsor e " scopritore "
del Prodi come guida del contro-sinistra, ha detto
che il Professore ha sbagliato e questo commento dovrebbe
essere esteso alla base dell'Unione per chiedere, ma cosa
vi aspettavate dall'uomo dell'IRI ? Ma perchè, quando
era il momento, cioè lontano dalle elezioni, non avrete
affrontato questo grosso problema, vale a dire che
vi veniva imposta dall'alto questa candidatura cui vi
siete adeguati solo per obbedienza al comando di " ordine compagni
" ? E che non avete mai bevuto la novellina del grande,
carismatico e illuminato ex-DC Romano Prodi ?
E per noi
che abbiamo subito visto la pochezza prodiana ? Non
resta che combattere per scongiurare il consistente
pericolo di vederlo sedere, dopo la vergogna di averlo
visto ricoprire la carica di Presidente della Commissione
Europea, alla poltrona di Capo del Governo. Non c'è
davvero da scherzare.
LUCIO SERGIO CATILINA
Massima del giorno
Avere figli.
Mettere al mondo dei creditori per un debito inestinguibile.
G.P.
MOLLICHINE
Berlusconi è
andato dai magistrati. Questa, la notizia? No.
La notizia è che poi è tornato indietro.
Montezemolo:
“Tutti, a cominciare da noi imprenditori, abbassino
i toni del confronto”. E imparassino anche un po’ d’italiano.
“Ali Agca non
è idoneo al servizio militare”. Ma per sparare
sa sparare, no?
Ciampi chiede
che la par condicio sia rispettata “al di là
di quelle che sono le norme scritte”. Forse ci basterebbe
anche al di qua.
Ben Ammar: “Ho
confermato in assoluto tutto quello che ho detto al
premier”. Tutto, tranne alcune cose.
Gianni Pardo
IL FORUM POLITICO
Chi ha frequentato
dei forum sa che spesso, quando l’argomento di discussione
è libero, si finisce col parlare di politica,
ci si accalora e si arriva prima al sarcasmo e poi agli
insulti. È la conseguenza di due cose: il fatto che la politica
è un argomento coinvolgente e il fatto che su Internet
regna una totale libertà. Possono partecipare anche
gli sciocchi e tutti possono esprimersi come vogliono, anche
in maniera volgare.
Ci si può
tuttavia chiedere perché mai ci si accapigli tanto
sulla politica e perché essa sia tanto coinvolgente.
La risposta è che la politica riguarda personalmente
tutti. Se si parla di storia e ci si chiede se sarebbe stato
meglio che Napoleone vincesse, a Waterloo, si può rimanere
sereni. Da un lato è certo che Napoleone ha perso,
dall’altro, anche a reputare che sarebbe stato meglio vincesse,
la discussione lascia il tempo che trova. Se al contrario si
parla del Servizio Sanitario Nazionale, si parla di come si
sarà curati, se si starà male o se si finirà in
ospedale. Se si parla di sindacati è ovvio che il parere dell’imprenditore
sarà diverso da quello del prestatore d’opera. Se
si parla d’imposte, è chiaro che chi ne paga già
molte sarà per una diminuzione dell’imposizione fiscale,
mentre colui che non paga imposte, perché è povero,
sarebbe anche per un raddoppio di quella pressione. E si potrebbe
continuare.
Il risultato
è che la discussione politica da un lato è
appassionante, dall’altro è totalmente inutile. Non
perché non ci sia materia da dibattere, ché anzi
ce n’è fin troppa: ma perché nella maggior parte
dei casi non ci si trova a discutere con le idee dell’altro
ma con i suoi interessi e, peggio ancora, con i suoi pregiudizi
e la sua emotività. Come dimostrare ad un innamorato
che la sua bella non merita tutta quella considerazione? Come
spiegargli che forse con un’altra donna sarebbe più
felice, che la prescelta non fa per lui?
L’impossibilità di convincere deriva dal
fatto che non si affronta un’idea diversa ma un’emozione
o, se vogliamo, un sentimento. E come non c’è modo
di convincere chi ha schifo dei serpenti ad accarezzarne
uno, non c’è modo di spiegare all’operaio che si crede
sfruttato che la sua paga è esattamente quella che
gli compete. Per questo Luciano Lama arrivò ad affermare
(facendo eco ai sentimenti dei suoi rappresentati) che “il
salario è una variabile indipendente”. Esattamente come i
sentimenti sono a volte indipendenti dalla realtà.
Questo estremismo
sentimentale si trasforma in appassionata evidenza.
L’antiberlusconiano che discute di Berlusconi fa violenza
a se stesso: per lui in realtà non c’è
nulla da discutere. Berlusconi è brutto, arrogante,
nocivo, egoista, disonesto, bugiardo, interessato, sfruttatore,
e tutto il peggio del peggio. Chi non lo vede così
o è cretino, o mente a se stesso, o è in malafede.
L’antiberlusconiano, nel momento in cui si dispone a discutere
di questo argomento, deve fare uno sforzo mentale erculeo.
Infatti da prima cerca di restare calmo, di presentarsi come
sereno ed obiettivo, ma lo sforzo è eccessivo ed ecco alla
prima occasione sfuggono il sarcasmo o addirittura l’insulto.
Perché dinanzi a qualcuno che nega la (sua) evidenza,
l’indignazione è solo naturale.
Forse bisognerebbe
evitare di discutere di politica. È inutile
dibattere dei grandi temi del tipo “il capitalismo ha migliorato
la vita dell’umanità” oppure “il capitalismo ha rovinato
la vita dell’umanità”; “la sinistra è
l’unica che abbia a cuore i diritti dei lavoratori” oppure
“la sinistra promette il meglio, ai lavoratori, e li impoverisce
dappertutto, “gli Stati Uniti agiscono per il bene proprio
e del mondo” oppure “gli Stati Uniti agiscono per il bene proprio
facendolo pagare al resto del mondo”. Queste questioni e le altre
simili lasceranno i contendenti sulle linee di partenza. Neanche
i fatti storici potranno smuoverli. Al limite, se proprio non
si potessero negare alcuni dati reali, gli oppositori direbbero
che essi sono validi per il passato, ma non per il futuro. E contro
un simile argomento non rimane che rassegnarsi.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 20 gennaio 2006
IL PROGRAMMA IMPOSSIBILE
Il programma
recentemente presentato da Prodi consiste sostanzialmente
nell’intenzione di azzerare tutte le leggi e tutte
le riforme votate dal centro-destra. Esso sarebbe
demenziale se non se ne comprendesse la genesi: la sinistra,
divisa su tutto, ritrova un punto comune solo in negativo,
l’odio per Berlusconi. E Prodi, pur di ottenere l’applauso,
ad esso si è limitato. Tuttavia questa resa, questa rassegnazione
a non far niente e a rimettere l’orologio a prima di Berlusconi
(quasi fosse stata l’età dell’oro), non sono bastate: i
partiti dell’estrema sinistra si sono dichiarati insoddisfatti.
Se vanno al governo non è per annullare la Tav, il Ponte
sullo Stretto o la Riforma Moratti: questo è semplicemente
ovvio e dovuto; ci vanno per fare la rivoluzione sociale per
via democratica.
Chiunque apprezzi
la democrazia non può che sperare in valide
alternanze di governo. Ma ci si può augurare che
vada al potere una coalizione che vuole solo disfare ciò
che è stato fatto? Soprattutto visto che ci vuole lo
stesso tempo per disfare che per fare. E nel frattempo, chi governerà
il paese? E se, sotto ricatto, la nuova maggioranza varerà
riforme ideologiche, mitiche, e in totale rovinose, che ne sarà
dell’Italia? Queste argomentazioni sono fin troppo facili e
scontate. Per questo è più interessante cercare di
spiegare perché, mentre la sinistra ideologica sembra delirare,
la sinistra seria soffra di una sorta di afasia.
Nel XVIII secolo
in Inghilterra c’era già il rispetto del cittadino
- come constatò con entusiasmo Voltaire, durante
il suo esilio - e si erano ottenute per via pragmatica
tutti quei miglioramenti sociali e “liberali” che in Francia
erano ancora un sogno. Ma questi vantaggi non contraddicevano
lo schema fondamentale di un potere monarchico collegato
addirittura con la religione: dal tempo di Enrico VIII il era
infatti anche capo della Chiesa d’Inghilterra. Per questo
la Rivoluzione Francese, che pure si limitò a conquistare,
versando molto sangue, ciò che la Gran Bretagna aveva
già, fu più importante dell’esempio inglese:
perché in Francia furono proclamati i principi di base dello
Stato moderno e quel dogma della sovranità popolare
che fece nascere nei popoli la speranza di un’organizzazione sociale
totalmente nuova.
Una seconda rivoluzione di analoghe
dimensioni fu quella annunciata da Marx. Nella sua profezia
dalla sovranità del Terzo Stato si sarebbe dovuti
passare alla sovranità di quella parte del Terzo
Stato che disponeva solo delle proprie braccia e della propria
capacità di lavoro (il proletariato). Questa rivoluzione
tuttavia si rivelò impossibile perché dove fu
tentata fu un disastro economico e perché nei paesi sviluppati,
cui secondo Marx essa era destinata, venne meno il soggetto agente:
il proletariato. Infatti col progresso economico il Terzo Stato
si amalgamò al suo interno divenendo quella Middle Class che
rese inverosimile il comunismo in Inghilterra e poi altrove.
Questi miti hanno
avuto tuttavia una vita più lunga in Italia perché
essa è stata a lungo economicamente arretrata, perché
lo stesso Fascismo ebbe radici e mentalità socialiste
e infine a causa dell’influenza del pauperismo cattolico.
L’Italia è stata “comunista” di cuore fin verso la fine
del Ventesimo Secolo. Ma alla fine il progresso economico ha
eliminato anche qui il proletariato e qualunque governo, anche
a guida ex-comunista, si è trovato ad amministrare l’esistente.
Il centro-destra e il centro-sinistra non possono che fare più
o meno la stessa politica.
Ma c’è
sempre chi non s’accorge del passaggio del tempo.
Dopo l’epoca napoleonica Luigi XVIII credette di poter
rimettere l’orologio al tempo dell’Ancien Régime.
Non s’accorse che non era cambiato un governo, ma l’intero
mondo. Nello stesso modo in Italia i partiti di estrema sinistra
non capiscono l’attuale realtà. Il comunismo non è
finito perché è crollata l’Unione Sovietica: è
l’Unione Sovietica che è crollata perché è finito
il comunismo. Quello comunista è un sistema di governo che alla
lunga non riesce a stare in piedi; neppure quando è sostenuto
da un regime poliziesco senza scrupoli. La stessa Cina ha abbandonato
il comunismo come dottrina economica ed è oggi un paese in
cui un’oligarchia autoritaria ed illiberale domina un paese abbandonato
al capitalismo selvaggio. Se sta ancora in piedi e onora la falce
e il martello è perché alla gente interessa più
star bene che essere libera.
In Italia invece
i partiti di sinistra sognano ancora lotte sociali,
attacchi al Palazzo d’Inverno e cannonate dell’“Aurora”.
Non capiscono che non possono riuscire nel loro intento
più di quanto potrebbero riuscire ad instaurare un
nuovo feudalesimo. Una cosa possono fare: possono far cadere
un governo di centro-sinistra. O costringerlo ad adottare
provvedimenti che in seguito l’elettorato punirà severamente.
Si prenda la reintroduzione della tassa sulle successioni.
Una volta il proletario, morendo, lasciava solo un paio di scarpe
vecchie. Oggi che i tre quarti degli italiani vivono in casa
propria potrebbe essere gradito, il ripristino della tassa sulle
successioni?
La fine dei miti comunisti spiega
l’afasia della sinistra seria: essa non osa proporre
il vecchio e non osa abbracciare il nuovo. Il suo vero
programma sarebbe tanto vicino a quello di centro-destra
da far gridare allo scandalo. Da far chiedere perché
mai si è tanto protestato contro Berlusconi, se poi non
si propone una svolta. Il mondo post-comunista (inclusa la Margherita)
non ha ancora elaborato il lutto del comunismo. Non lo ha rinnegato
e non ha il coraggio di abbracciare la socialdemocrazia. Proprio
per questo l’estrema sinistra sembra più convincente: perché
ha delle idee. Idee sbagliate e arcaiche, ma di grande impatto
emotivo.
Un tempo si diceva:
“Primum vivere, deinde philosophari” (pensiamo
a sopravvivere, poi faremo filosofia). Oggi la sinistra sembra
pensare: “Primum vincere, deinde philosophari”. Ma è
un errore. Non basta vincere: il primo problema rimane vivere.
Cioè, in questo caso, governare.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 19 gennaio 2006
Hebron: il
passato, il presente e per sempre.
Mi aspettavo
frotte di pacifisti schierati a Hebron per difendere
i diritti delle 8 famiglie di ebrei che vogliono riprendere
possesso delle loro case nella casbah araba.
Otto famiglie
contro 130.000 abitanti arabi di quella che e' la
seconda citta' piu' importante per Israele dopo Gerusalermme.
Mi sbagliavo
, come sempre. Pacifisti dalla parte degli ebrei?
Quando mai?
Forse sarebbe
il caso di ricordare a chi legge le notizie frammentarie
e spesso inesatte dei media sull'argomento, la storia
Hebron per capire quello che sta accadendo in questi giorni.
Ecco una
parte di un articolo scritto da me alcuni anni fa dopo
una emozionante e mai dimenticata visita alla prima
Capitale di Israele.
Hebron fu
una delle citta' piu' importanti di Israele durante
tutto il periodo che va dal Primo al Secondo Tempio e
fu qui che Bar Kochba diede inizio alla sua rivolta contro
i Romani. La rivolta si concluse tragicamente con la distruzione
del Secondo Tempio, la fine di Israele e l'inizio della diaspora
ebraica che doveva durare duemila anni, fino al 15 maggio 1948.
Vi furono
molti pii ebrei che rimasero in terra di Israele ,
divenuta Palaestina Romana, e andarono a vivere nelle
citta' sante dell'ebraismo ta cui appunto Hebron dove
abitarono ininterrottamente per 3700 anni sopportando varie
conquiste, distruzioni e mutamenti drammatici. (...) Per
continuare nella lettura clicca qui.
Deborah Fait - informazionecorretta
SAINT QUENTIN:
CAPOLINEA DELL’ OTTIMISMO AMERICANO
*Angelo
Maria D'Addesio - i suoi articoli vengono
pubblicati da riviste e forum on line
sul web, fra cui Il Pungolo, Liberal Café ed altri -
con questo contributo
inizia la sua collaborazione
a Capperi.net.
A Saint Quentin,
la pena di morte non conosce pietà e forse non
conosce neppure giustizia, nonostante gli Usa la considerino
come il vero grande simbolo del funzionamento coerente
della giustizia a stelle e strisce. Oggi è stato
giustiziato Clarence Ray Allen, “Orso che corre”. Sarebbe
facile dire che era un indiano e quindi non ben visto,
come tutte le minoranze, nei tribunali Usa. Ray Allen è
stato accusato di essere mandante triplice omicidio con rapina
a mano armata. Aveva 76 anni, era ormai condannato dalla vita
ad essere cieco, sordo e seduto perennemente su una sedia a
rotelle e per giunta vecchio. Non meritava compassione e sinceramente
in pochi, negli Usa hanno incarnato questo sentimento, anche
se il medesimo da tempo aveva una corrispondenza fissa con bambini
ed associazioni di ultra-settantenni menomati. Non è bastato.
A Saint Quentin
è stato giustiziato Tookie Williams, anche
lui, condannato ad essere il simbolo della “gang violenta
nero-americana”, è poi finito con l’essere il primo
dissuasore ed interlocutore dei giovani malviventi nei
ghetti. Anche lui nero. Anche lui giustiziato. Certo, la gente
si è mobilitata di più per la grazia, ma dopo
la sua morte stop, tutto chiuso. A Saint Quentin, la giurisdizione
appartiene ad Arnold Schwarzenegger, impacciato e modaiolo
governatore che, come tutti coloro che non sono politici
di mestiere, si atteggia ai politici del suo tempo, i vari George
e Jeb Bush, Rice, Bloomberg, quelli che Raich chiama “Radcons”,
conservatori radicali repubblicani che da sempre hanno anteposto
l’esemplarità della giustizia alla logica del perdono
e del recupero. In questo gli Usa sono un paese retrogrado e
scettico. Retrogrado perché limitano la giustizia alla vendetta,
al costo senza fine della pena. Un vecchio di 77 anni deve morire,
come sarebbe potuto morire Priebke ultraottantenne, se
solo fosse stata americana, la competenza a decidere. Non c’è
età, ma soprattutto non c’è interesse all’umanità.
Chi è reo di morte è al di sotto dell’uomo, quindi
va escluso dagli uomini. Gli Usa sono anche un paese scettico.
La differenza fra essi ed il Sud America, il Giappone, la Cina,
paesi che stanno emergendo (anche se con eccessivo entusiasmo
populista e massimalista) sta nel fatto che questi ultimi vedono
il mondo con l’occhio del progresso, della necessità di trasformare
le cose, di rinnovarle, di “attaccare” il mondo, con nuove idee
migliorative; i secondi invece lo vedono con diffidenza, con il
fare di chi debba necessariamente difendersi all’esterno ed all’interno.
Gli americani, magari, anche si schifano all’idea di dover ascoltare
storie macabre di uomini altrettanto crudamente giustiziati, eppure
sono in pochi a protestare, perché molti in fondo continuano
a credere che ciò sia l’unico deterrente visibile per dimostrare
l’uguaglianza degli americani nel bene e nel male, il grado elevato
di giustizia e di rispetto che la medesima esige. A lungo andare
però, anche la pena di morte sta costruendo il mito di uno
Stato insofferente che può reagire alla violenza solo con la
violenza, che è scettico sulle forme “regolari” di giustizia,
che è sinceramente stressato da colpe non solo proprie.
Una democrazia forte, ma così forte, da essere purtroppo
troppo chiusa a qualsiasi necessaria evoluzione di cui qualunque
democrazia ha bisogno.
*Angelo
M. D'Addesio
"PARLATE DEI LATI
POSITIVI DEL NAZISMO"
1) Un forumista
obietta al mio testo sul “Partito
della Paura” e cita la mia tesi secondo cui “La sinistra
promette perdono” per poi chiedermi: “Ma non era forcaiola?”
Tutti abbiamo studiato un po’ di storia e dalla storia abbiamo
appreso che la Chiesa è la professionista del perdono.
Ha addirittura istituito un sacramento a ciò addetto,
la confessione. Tuttavia, nello stesso tempo, essa ha nella
sua storia l’Inquisizione. Il perdono si promette alle folle
in generale e si concede anche a chi può essere utile (Togliatti
agli intellettuali fascisti, dopo la guerra, purché divenissero
comunisti), ma nel frattempo si è spietati con gli avversari
e con chi si reputa colpevole. Colpevole soprattutto di eresia
(cioè di dissenso dalla propria conventicola). Questo vale
sia per la Chiesa (autodafé) che per la sinistra (si pensi
ad Ignazio Silone).
2) Mi si chiede poi come si concili
la bassa opinione di sé che avrebbe la sinistra
e il senso di superiorità che tutti l’accusano d’avere.
Anche qui soccorre il parallelo col Cristianesimo. Il credente
passa il tempo a dirsi peccatore, a gridare miserere
nobis, ma nondimeno si sente infinitamente superiore
a chi non è in grazia di Dio. Gli uomini di sinistra
non si reputano superiori perché impeccabili, si reputano
superiori perché in possesso di una verità e di
una spinta morale superiori, tanto che l’avere sbagliato, l’avere
peccato, l’avere commesso cose orribili non ne diminuiscono
la grandezza. Come diceva Lutero, pecca fortemente ma credi
ancor più fortemente. A lungo in Francia si disse che
era meglio sbagliare con Jean Paul Sartre che azzecarla con Raymond
Aron. In Italia s’è sostenuto che è stato un errore
appoggiare Stalin, ma sul momento chi appoggiava Stalin aveva
tutte le ragioni per farlo e chi era contro Stalin aveva tutti
i torti. Sicché non chi è stato comunista a quei tempi
dovrebbe pentirsi, ma chi non lo è stato. Questa è
una imbattibile forma di superiorità metafisica. Una proclamata
superiorità che ipercompensa la propria sentita inferiorità.
Purtroppo per la sinistra l’inconscio non si lascia convincere
dalle razionalizzazioni.
3) Che il mio contraddittore abbia
dovuto litigare con politici di destra per “mettere
mano ad un risanamento ambientale” per me non significa
nulla. Non so che cosa lui intende per risanamento ambientale.
Non so di che cosa si trattasse in concreto. Non so infine
quanto cretini, o disonesti, o suggestionati dalla temperie
misoneista, fossero quei signori. Non si