ARCHIVIO GENNAIO 2006

LE FINANZE DI HAMAS
È di oggi la notizia che i paesi occidentali dovrebbero sospendere i sussidi ai palestinesi, se Hamas non modifica le sue intenzioni, secondo cui dovrebbe cancellare Israele dal mondo. La cosa non avrebbe importanza se questi sussidi non costituissero, più o meno, un terzo delle entrate dell'Anp e se una buona parte di questo denaro non servisse a pagare impiegati e poliziotti (cioè gente armata). Sicché il rifiuto dei capi di Hamas di piegare la testa ed arrendersi alle necessità economiche appare come un atteggiamento delirante. Che cosa scegliere, fra la guerra civile, la fame, la rivolta, e l'allineamento su ciò che impongono tutti gli stati donatori? E stavolta perfino quella medusa chiamata Onu?
La spiegazione di questo atteggiamento risiede tuttavia - come sempre - nella storia.

Il popolo palestinese è stato per molti anni viziato dalla comunità internazionale. Si è trovato a vivere come quei bambini che si sentono sgridare da mattina a sera, a cui tutti raccomandano di comportarsi bene, ma che non sono mai puniti se si comportano male. Come si può ragionevolmente chiedere il disarmo ad un paese in cui il primattore (Arafat) fu autorizzato a parlare all'Onu con una pistola in mano? Come si può parlare di principi giuridici ad un popolo sconfitto che, da oltre cinquant'anni, parla di "diritti legittimi dei palestinesi", dimenticando che gli sconfitti non hanno alcun diritto? Come si può minacciare un popolo che, da decenni, crede d'avere l'esclusiva delle minacce, rilanciando sempre, malgrado le sconfitte, come se fino a quel momento si fosse limitato e potesse fare di più in futuro? Come si può ragionare con un gruppo etnico che esalta gli attentati suicidi contro vittime civili, che veste i bambini da shahid, con finte cinture esplosive e kalashnikov di legno, e che ha considerato un grande statista quell'Arafat che, nel corso dei decenni, ha sempre appoggiato la causa sbagliata? Come si può chiedere un po‚ di realismo ad un popolo ha creduto gli fosse sufficiente cancellare Israele dalla carta geografica per credere che presto i suoi rappresentanti si sarebbero insediati nei palazzi del potere di Tel Aviv e di Gerusalemme?
La critica non va ai palestinesi ma ai loro leader. Le mille sconfitte e la realtà di una miseria generalizzata sono stati il risultato di una dirigenza folle e disinteressata del benessere della gente. Essa non ha insegnato che non si può mordere la mano che ci nutre. Anche se è vero che quella mano si è lasciata spesso mordere senza reagire. I capi non hanno mai raccomandato la moderazione ad una regione che, non che essere in grado di attaccare gli altri, deve tendere la mano per sopravvivere. Tanto che se l'Occidente per una volta veramente si accigliasse, non sarebbe più in grado di sopravvivere economicamente, fino a rischiare la sedizione della polizia che prima era pagata da al Fatah.
Nessuno può augurarsi un bagno di sangue e probabilmente si arriverà ad un aggiustamento. Il Quartetto (Onu, Russia, Stati Uniti, Ue) difficilmente avrà il coraggio d'interrompere subito i finanziamenti. Si dice di già che bisogna aspettare la costituzione del nuovo governo (come se potesse essere diverso da un governo dominato da Hamas), aspettare questo ed aspettare quello. Non si vuole approfittare dell'occasione storica di riportare quella regione con i piedi per terra e finalmente darle, con questo, un'effettiva speranza di pace. Viene permesso ai palestinesi di continuare ad andare contro la logica e contro la realtà.
Di buone intenzioni è lastricata la via che conduce all'inferno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 31 gennaio 2006

D'Alema d'oriente
Il tutto rientra nell'ordine delle cose,  però, devo ammetterlo, D'Alema, nella sua ultima intervista pubblicata dal Corriere della Sera, è fuori come un balcone. 
Eccolo, papale papale:   «Occorre stare attenti alle generalizzazioni. Hamas è un movimento fondamentalista e certamente ha, insieme ad altri gruppi, responsabilità precise nell'escalation sanguinosa, di tipo militare e terroristico, registrata dalla resistenza contro l'occupazione israeliana». Però «ciò che accade in Palestina è anche una conseguenza dell'occupazione in Iraq. Gli Stati Uniti e altri paesi europei, tra cui l'Italia, hanno infatti pensato di combattere il terrorismo con la politica della guerra, delle torture, delle uccisioni dei civili. Tutto questo ha purtroppo avuto l'effetto di allargare le basi di massa del fondamentalismo islamico». D'Alema pensa che se il centrosinistra dovesse conquistare la guida del paese, «bisognerà cambiare strada e chiedere a Israele una politica più umanitaria». E, non pago,  aggiunge: «Il terrorismo inaccettabile ha stretto Israele nella morsa della paura, però Israele ha risposto con la violenza ... In questi anni, il numero delle vittime civili palestinesi è di tre volte superiore a quello degli israeliani vittime di attentati».

Capito? Fior da fiore,  Israele si deve pentire, "deve ambiare strada"    e rispondere al terrorismo con "una politica più umanitaria" mentre "ciò che accade in Palestina" dipende  "dall'occupazione in Iraq" (!). Ma non è finita. Siamo o non siamo  in campagna elettorale? Ed allora ecco che la politica italiana contro il terrorismo, sempre secondo D'Alema, sarebbe "della guerra, delle torture, delle uccisioni dei civili".  
D'Alema, mi faccia il piacere,  direbbe Totò.
cp, 30 - 01 -2006


Sinistra a Milano: il curioso della cosa.
Ieri, per scegliere il  candidato sindaco del centrosinistra,  si sono svolte a Milano le "primarie". Ai blocchi di partenza  un ex repubblichino di Salò, un ex questurino, la moglie di un petroliere  e l'amministatore delegato di una società di ricerche di mercato.  Per la cronaca, ha vinto l'ex questurino.
Poi ci si chiede perché  la sinistra (lo spirito della sinistra)  è tanto più assente quanti più posti occupa ...


Massima del giorno
Troppo facilmente si cerca la colpa di chi ha ragione.
G.P.


LA STAMPA ESTERA
L’Italia è una penisola che dalle Alpi, formidabile ostacolo naturale, si estende nel Mediterraneo. Dunque, più che una penisola è un’isola. Inoltre molta gente non ha contatti con stranieri, non parla e non legge altro che l’italiano, e questo accentua l’insularità. Come se non bastasse, c’è da pensare che l’Italia non si sia ripresa dallo scoramento di scoprire che alla fine del Rinascimento la prosperità e la potenza si siano spostate verso l’Atlantico. La decadenza l’ha spinta all’autocommiserazione e ad una costante autodenigrazione. Essa si comporta non come un onesto borghese che ha la sua brava utilitaria come tutti gli altri, ma come il nobile che rimpiange il tempo in cui era fra i pochi ad avere una carrozza mentre gli altri andavano a piedi. E si precipita a dire che ha un’auto scassata per far capire a tutti che essa è indegna di lui personalmente.
L’insularità, l’ignoranza delle lingue, la mancanza di contatti con l’estero, il complesso d’inferiorità nato dalla eccessiva considerazione di sé e in una parola il provincialismo fanno sì che molti sopravvalutino i grandi paesi europei e in particolare la loro stampa. Nell’immaginario collettivo italiano ci sono superuomini che da Londra o da Parigi guardano all’Italia, la vedono con l’obiettività che dà la lontananza e il disinteresse personale e non possono dunque che emettere giudizi fondati e validi. E anzi tanto più validi quanto più pessimisti.
Ma le cose stanno realmente così?
In primo luogo, bisogna distinguere le notizie e i commenti. Se in Italia cade il governo, il fatto sarà ovvio mentre ci sarà tutto da capire per quanto riguarda le cause e le prospettive. E questo non lo può certo fare chi risiede a Madrid o ad Amsterdam. Dunque i commenti che saranno pubblicati in quelle città non sono i commenti di quelle capitali, sono soltanto i commenti del corrispondente. Che vive a Roma e non certo in un ambiente asettico. Come tutti, quest’uomo avrà tendenza a frequentare le persone che la pensano come lui; e quando leggerà i giornali italiani prenderà più sul serio quelli che reputa sulla sua linea politica. Insomma, se il corrispondente è di sinistra, il suo giornale di riferimento sarà “Repubblica”: e quanti italiani giudicherebbero “Repubblica” una fonte obiettiva e disinteressata?
Ad esempio gli italiani tendono a considerare un mito la stampa inglese. Essa ha certo molti meriti storici, ma è bene non generalizzare. In Inghilterra si pubblicano anche giornali che, pur vendendo centinaia di migliaia di copie, uno si vergognerebbe a tenere fra le mani. Giornali di basso livello, di gossip, di cronaca nera, il cui più grande sogno è fotografare la regina mentre il vento le solleva la gonna. Anche quando si parla di monumenti come l’Economist è bene essere prudenti. Per molto tempo il corrispondente italiano fu quella Tana De Zulueta tanto British e obiettiva che ad un certo momento lasciò la professione per farsi eleggere, in Italia, nelle file dell’estrema sinistra. Poteva essere obiettivo, il punto di vista dell’Economist, quando la sua fonte locale era costei?

Una volta Mario Cervi, elegantemente e velenosamente, scrisse, a proposito dell’Economist (ma si teme sempre di confonderlo col Financial Times!): “Sono abbonato da decenni a questo giornale e per decenni ho ammirato l’accuratezza e la completezza della sua informazione su tutti i fatti ed i luoghi di cui non sapevo molto. Ma, al contrario, ogni volta che di una certa vicenda avevo diretta esperienza…”
Il più diffuso giornale tedesco è la popolare “Bild Zeitung” che ancora recentemente è stata accusata da altri giornali d’essere il peggio del peggio. I colleghi non si sono fermati neppure dinanzi all’accusa di pornografia e perfino di favoreggiamento della prostituzione. Questo, in Italia, nei confronti di un grande giornale, non si è ancora verificato. Dobbiamo proprio sempre sentirci gli ultimi?
Rispettiamo dunque Le Monde, El Pais, Die Zeit, il Times, Le Figaro, la Frankfurter Allgemeine Zeitung, ABC ed anche il Financial Times e l’Economist. Ma ricordiamoci che ognuno di questi giornali non è in contatto diretto con la Verità. Per quanto riguarda l’Italia è costituito da un signore che vive a Roma, ha le sue amicizie, le sue brave passioni politiche ed anche i propri pregiudizi. Senza dire che una certa ironia nei confronti del paese degli spaghetti e dei mandolini si vende sempre bene, all’estero.
L’Italia non è un paradiso ma nessun paese lo è. Bisognerebbe smetterla una volta per tutte con le insulse litanie che cominciano con le parole: “in nessun paese del mondo…” Solo all’Onu essi sono circa 190. Qualunque affermazione per cui si dovessero prima controllare come vanno le cose in altri 189 paesi richiederebbe mesi. E potrebbe avvenire che, mentre si controlla il centosettantaquattresimo paese, il ventisettesimo nel frattempo sia cambiato e bisognerebbe andare a riesaminarlo.
Chi non ascolta le critiche altrui è un presuntuoso, ma chi le ascolta troppo è un complessato.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it


Cosa e' cambiato? Niente
Non capisco la sorpresa e la  preoccupazione del mondo per la schiacciante vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi.
Cosa e' cambiato? Niente.
Oddio adesso ci sara' la guerra, dicono.
- Perche' finora avevamo la pace? rispondo.
Ma quelli vogliono distruggere Israele, dicono spudoratamente.
- Anche l'OLP voleva distruggere Israele e vuole ancora farlo ma non vi dava fastidio. Rispondo.
Ma quelli sono estremisti. Dicono .
- Perche' gli altri cosa sono, moderati? Rispondo.
Israele ha reagito con  calma  alla vittoria di Hamas, nessuna meraviglia, nessuna paura, nessuna grande preoccupazione. I politici osservano e stanno all'erta e l'uomo della strada dice sarcastico " nu, ma hadash? " che letteralmente significa "allora, qualcosa di nuovo?" ma che vuol dire anche molte altre cose " non cambiera' niente, hamas e' come quelli che l'hanno preceduta, continuera' la guerra".
Certo, i parenti delle vittime di Hamas hanno sentito un brivido giu' per la schiena ma in Israele ci sono migliaia di vittime dell'OLP, della Jihad, dei Tanzim, delle Brigate Al Aqsa, tutti figli di Arafat, l'amato, il santo, l'uomo di pace dell'Europa.

Lo statuto di Hamas dichiara che il suo obiettivo è di  sollevare la bandiera di Allah sopra ogni pollice di terra della Palestina eliminando lo stato di Israele (entita' sionista) fino all'ultimo centimetro di terra.
Lo statuto dell'OLP  recita : " La nostra lotta e' la completa liberazione della Palestina e lo sradicamento fino all'ultimo centimetro di terra della presenza sionista".
Dove sta la differenza? Solo nel fatto che  l'OLP e' fatta da fantici laici e Hamas da fanatici religiosi ma il loro fine e' comune: l'eliminazione di Israele.
Ancora dallo statuto di hamas, riferito a se stesso: „Allah è il suo obiettivo, il profeta il suo modello, il Corano la sua costituzione, la jihad il suo cammino e la morte in nome di Allah il più dolce dei suoi desideri‰ e da questa aberrante convinzione nascono i terroristi suicidi: morire ammazzando gli ebrei.
Niente di piu' dolce e santo per far contento Allah.
L'OLP ha invece sempre pensato, laicamente,  che ammazzare senza suicidarsi fosse molto piu' dolce e soddisfacente quindi per 40 anni si e' dedicata  con entusiasmo agli assassini  senza affidarsi piu' di  tanto ai kamikaze  e bisogna dire che ha comunque ottenuto  un grande successo sia in Israele che in giro per il mondo.
Morti ammazzati a migliaia sotto l'occhio comprensivo e affettuoso del mondo che dava la colpa a Israele.
L'Occidente innamorato ha costretto Israele a trattare inutilmente con gli assassini, ha dato irresponsabilmente il premio Nobel al loro capoccia e il risultato e' che siamo qua, al punto di partenza.
E adesso cosa fara' Hamas?
Ha bisogno dei soldi del mondo se no nel giro di una settimana, dice Wolfensohn, sara' bancarotta e la storia ci insegna che i palestinesi sono capaci di tutto pur di  non rinunciare ad essere mantenuti dalla comunita' internazionale, fanno le capriole, mentono, fingono, si ammazzano tra loro, tutto pur di apparire agnellini occupati dall'orco Israele.
Si puo' quindi facilmente immaginare che fingeranno pragmatismo, cercheranno di tenersi il ministro dell'economia di Abu Mazen, metteranno in naftalina cappucci bianchi e candelotti esplosivi per qualche settimana fino a quando avranno imbrogliato abbastanza gli allocchi e ricominceranno a ricevere milioni di euro e di dollari che hamas usera' si per arricchirsi, fare qualche asilo e qualche campeggio per accattivarsi altre simpatie  ma soprattutto per armarsi e continuare le stragi.
Puo' passare una settimana come un mese o un anno ma niente cambiera'.
Gli arabi non hanno fretta, loro confidano in Allah e nelle pance delle loro donne.
Carne da candelotti ci sara' sempre.

L'unica amara soddisfazione in questa tragedia che ci perseguita da ormai piu' di un secolo  e' la prova  che i palestinesi non vogliono la pace e nemmeno uno Stato, vogliono guerra, odio e morti .
La stupidita' e' la cosa che mi sconvolge di piu', la stupidita' di questo popolo che da 60 anni rifiuta sistematicamente  di avere uno Stato per odio , un odio senza limiti, un odio che li rende incapaci di pensare, di preoccuparsi per i loro figli, anzi che in nome di quest'odio li sacrificano, che vivono senza futuro, senza dignita', senza lavoro, senza la vergogna di essere mantenuti come puttane.
Eppure questa gente infida continua ad avere la simpatia del mondo intero e anche di fronte a questa ennesima prova di idiozia e di voglia di guerra c'e' chi, piu' puttana di loro, dice che la colpa e' di Israele.
 Deborah Fait
- informazionecorretta

Il 27 gennaio l'Europa pianga
  Ogni anno in questo periodo si fa sentire palpabile il dolore del ricordo.
La Memoria dei 6 milioni ci accompagna sempre, e' in noi, e' nel nostro DNA, impossibile liberarsene  nemmeno a volerlo, e' impresso col fuoco dei crematori nell'anima di ogni ebreo.
A me lo ha passato mia madre che tremava visbilmente ogni volta che la televisione mostrava qualche divisa nazista, me lo ha passato mia nonna che non poteva sentire qualcuno correre dietro a lei. Attraverso di me, anche senza parlarne,  la Memoria passa a mio figlio, ai miei nipoti e cosi' avanti fino alla fine dei secoli, sempre lo stesso strazio, lo stesso dolore, la stessa disperata domanda che uno non pronuncia e per cui non aspetta risposte: PERCHE'!
In Israele guardo i bambini,  nipoti e pronipoti di Auschwitz, giocano come tutti i bambini del mondo, corrono, ridono spensierati ma ognuno di loro ha la Shoa' dentro, gli scorre nel sangue,  ogni generazione di ebrei nasce con quel fuoco impresso nell'anima e nel cervello.

Il 27 gennaio l'Europa ricordi e pianga.
I campanelli delle scuole suoneranno per 1 minuto perche' le nuove generazioni sappiano.
Il dramma del ricordo "parlato", diffuso dai media,  finira', quest'anno, il 25 aprile in Israele quando  le sirene ci strazieranno  il cuore, tutti si fermeranno, usciranno dalle macchine, scenderanno dagli autobus, si alzeranno in piedi nei bar, nelle case e un brivido di dolore e paura attraversera' tutta Israele ancora minacciata di distruzione da altri nazisti.
Navigando su internet si leggono pero' anche pareri diversi. Su un sito ho letto "Ogni volta che sento parlare di Shoa' mi girano..."
Altri protestano " mica solo gli ebrei sono stati uccisi. E gli armeni? e i nativi americani? e i cambogiani? e gli zingari?  Perche' gli ebrei devono avere il monopolio del dolore?"
Si, devono averlo! E' indiscutibile che debbano averlo perche' in Europa, 61 anni, fa sono stati raccolti tutti gli ebrei esistenti, da ogni nazione europea, sono stati separati dal resto delle popolazioni,  uccisi sul posto o portati nei campi di sterminio per venire eliminati fisicamente. Devono averlo il monopolio perche' sono morti ammazzati solo a causa del millenario odio europeo  diventato improvvisamente delirio inarrestabile.
6 Milioni.
Per niente.
Gli ebrei non erano delinquenti, non avevano territori da conquistare, non avevano pretese di territori, erano cittadini fedelissimi dei paesi in cui vivevano, avevano combattuto per quei Paesi, facevano parte della media e piccola borghesia non di un mondo sotterraneo di criminali da eliminare.
Ma erano ebrei.
Odiati, perche'?
Le risposte sono tante e controverse ma la conclusione  tremenda e' sempre una sola: odiati per niente.
Ammazzati nei secoli a causa della crocifissione di Gesu'.
Ma non furono i romani?
Ammazzati per secoli a causa del loro senso di appartenenza.
Ma non e' un pregio essere attaccati alle proprie radici etnico/culturali ?
Ammazzati per secoli a causa del loro rifiuto alla conversione.
Ma non e' anche questo un valore?
Ammazzati infine, dall'800 in poi, non piu' solo per essere di fede ebraica e "assassini" di Cristo , ma a causa di appartenere alla "razza" ebraica. Grande invenzione, la razza, per avere la scusa di perseguitare, scacciare, eliminare, uccidere.
L'evoluzione dell'odio antiebraico, la capacita' di cambiarlo a seconda delle situazioni dell'epoca e' spaventoso, ogni periodo storico  ha trovato un motivo per pilotare l'odio della gente verso il Popolo ebraico, perseguitarlo e distruggerlo.
Ecco un elenco dei genocidi  piu' tristemente famosi del 900 che coloro cui "girano" ci sbattono  in faccia per sminuire l'orrore della Shoa':
BURUNDI         300.000   HUTU   MOTIVO : POLITICO-TERRIOTRIALE
RUANDA       1.000.000   TUTSI   MOTIVO:  POLITICO TERRITORIALE
SUDAN         2.000.000   CIVILI   MOTIVO:  RELIGIOSO/POLITICO
CAMBOGIA   2.000.000   VARI    MOTIVO:  POLITICO CONTRO OPPOSITORI REGIME
ARMENIA      2.000.000  CIVILI    MOTIVO:  CONQUISTA E ANNESSIONE DEL TERRITORIO
EUROPA       6.000.000  EBREI  MOTIVO:    NESSUNO.
Non esiste un solo  caso al mondo di persone, uomini donne vecchi e bambini, ammazzate in tale numero senza un motivo se non l'appartenenza a un'etnia.
Non esiste un solo caso di tentativo di eliminare un popolo intero dalla faccia della terra senza volergli prendere qualcosa, in genere il territorio. Gli ebrei non avevano territorio, erano semplici cittadini europei.
Non esiste nessun caso al mondo in cui si fosse programmato, deciso a tavolino dai ragionieri della morte, tra l'indifferenza generale, la distruzione scientifica di un intero Popolo.
Non esiste un solo caso di genocidio al mondo che qualcuno osi commentare con un "mi girano" senza che qualcun altro gli sputi in faccia. Eppure sappiamo che a chi e' cosi' privo di anima da poter dire che gli girano le palle a sentir parlare di Shoa' molti riponderanno "si, hai ragione, non se ne puo' piu'".
E invece , signori, potete, altroche' se potete  e sentirete ancora e ancora perche' la vergogna e' incancellabile anche per chi e' nato dopo. Questa vergogna, lo sterminio di un popolo innocente,  non si esaurisce con le colpe dei padri. 
Un milione e mezzo di bambini massacrati e dati, vivi,  in pasto ai cani non puo' essere commentato con "non se ne puo' piu'".
Ehhh NO! Non vi sara' permesso dimenticare!
6 Milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni 6 milioni.
Per niente.
Il 27 gennaio l'Europa si fermi e ricordi. Il 27 gennaio l'Europa pensi. Il 27 gennaio l'Europa pianga.
 
Deborah Fait - informazionecorretta

OBBLIGATI A CAMBIARE
Rare volte, in così poche ore un progetto, una valutazione ha subito un cambiamento radicale. Ha vinto Hamas e non Fatah e soprattutto lo ha fatto in maniera schiacciante e tutto cambia o forse no. La moderata soddisfazione degli interlocutori internazionali in Medio Oriente, come di Israele si è trasformata in una forte preoccupazione. Eppure se l’alternativa a tutto ciò avrebbe dovuto essere un governo dimezzato e conflittuale, di congiunzione forzata tra i due partiti, allora si è rivelata migliore, la soluzione apparentemente migliore. Ad un esame più accurato la vittoria, anzi la stessa partecipazione di Hamas ad una tornata elettorale è un’ammissione di un regime diverso, di un diverso riconoscimento dell’ANP e del Consiglio Legislativo Palestinese, rispetto al passato. Hamas entrerà in Parlamento e presumibilmente formerà un nuovo governo, ma è chiaro che, sebbene dai proclami dica di volere entrare in Parlamento con le armi, di voler proseguire la politica fra la gente, l’organizzazione dovrà darsi per forza di cose, una veste istituzionali, dovrà trattare, affrontare colloqui, organizzare vertici e provvedimenti. Insomma Hamas farà politica e la politica, soprattutto quella di governo, non si fa chiamando alla lotta o alla resistenza; contro chi poi, visto che il governo sarà di loro competenza e che l’ANP non potrà che valutare le loro richieste.
Tutto sommato l’esito delle elezioni è un bene anche per Israele. Ora il futuro stato sa chi si troverà di fronte, come interlocutore o come nemico. Questo significa che gli israeliani saranno ancora più attenti al voto del prossimo febbraio e che il medesimo non sarà dettato né dalla semplice emozione per Sharon, né da istintive spinte estremiste, quindi risulterà meno bugiardo e più attento alla reale posizione che Israele vorrà assumere, sia essa di continuità o di rottura con la politica di prima. Certo, è innegabile che si aprono strade di recupero eccezionali per il Likud, tanto più che nell’ottica di Hamas e della maggioranza dei palestinesi che hanno votato per le forze radicali, il ritiro da Gaza non è stato un merito di Sharon (e quindi quello dalla Cisgiordania non sarà di Kadima o di Olmert), ma un risultato eccezionale dell’Intifada. La spinta di Israele potrebbe essere quella della costanza e della stabilità, ovvero proseguire con la linea Sharon per non dare l’idea di aver sbagliato e di essere frammentato al suo interno, oppure il cambio radicale, con una forza politica non così disposta al dialogo.
Paradossalmente la vittoria di Hamas sarà utile perfino per i perdenti di Fatah. Il partito di Abu Mazen sapeva di correre questo rischio e l’alta affluenza alle urne è stato un segnale. Potrà sembrare la logica del senno del poi, ma in tanti da Israele e dal Medio Oriente sottolineavano lo stato di corruzione e la crisi di credibilità di Fatah e del primo ministro Abu Ala; in tanti avevano salutato con favore la candidatura di Marwan Barghouti, come simbolo di rottura, ma sapendo che il vero leader delle brigate di Al Aqsa non sarebbe mai potuto essere un primo ministro dal carcere di Israele, hanno dirottato i voti su chi era effettivamente lì, ovvero Hamas.
Ora Hamas potrebbe anche non cambiare volto e far finta di essere all’opposizione, la posizione politica più vantaggiosa per antonomasia e la pena sarà una nazione senza futuro, una nuova Intifada ed un imbastardimento del proprio operato. Già, perché se la logica di Hamas non sarà quella democratica del dialogo con le forze interne, ma della “rivoluzione islamica”, Al Qaeda, gli Hezbollah libanesi, con cui la frangia dura ama dialogare,
rovineranno la sua immagine di “fedele soccorritore del popolo palestinese” e ridurranno la Palestina a covo terroristico per obiettivi internazionali, per lotte contro il mito imperialistico americano, cui i palestinesi non hanno dato troppo peso, impegnati, come sono ancora, a dibattere su una terra che sentono propria, ma non lo è mai stata. Hamas ha vinto perché è stato il gruppo più vicino al popolo: lo addestrato alla lotta, lo ha assistito con le sue fazioni assistenziali sparse per la Palestina, si è fatto paladino di una lotta per la “liberazione” ed ora non può permettersi di governare contro il mondo, a mò di repubblica islamica.
In gioco ci sono molte cose ed Hamas lo sa. Non è un caso che Khaled Mish’al, il successore spirituale di Rantisi abbia chiesto un colloquio con Abu Mazen per “uno sforzo di collaborazione governativa”.
Ecco perché Hamas che partecipa e vince le elezioni deve rinnovarsi per non perdere l’identità verace del suo popolo che poi è il vero motivo della sua vittoria. E forse questa vittoria inattesa sveglierà dal torpore coloro che sino ad oggi hanno vissuto solo sui gesti coraggiosi ed eclatanti di qualche personaggio, ma non sulla forza delle idee.
Angelo M. D'Addesio


VINCE HAMAS, PERDONO I PALESTINESI
C’è un principio eterno che alcuni non riescono a prendere sul serio ed è che la politica è l’arte del possibile. In economia si studia che caratteristica della realtà è la scarsità delle risorse: dunque mai tutti potranno avere tutto quello che desiderano e chi promettesse a tutti la prosperità e la felicità sarebbe un imbroglione. Nello stesso modo, nell’ambito internazionale il politico di successo è colui che riesce a trarre il massimo dalla situazione concreta. Questo implica però che si sia capaci di percepirla qual è, e poi di spiegarla al popolo. Non sempre è facile.
Da quando, nel 1948, un pugno di ebrei male armati e accerchiati riuscì a far fronte militarmente ai paesi arabi che avevano rifiutato il regalo di uno Stato palestinese indipendente, i Palestinesi avrebbero dovuto capire che la realtà sionista era ineliminabile. Troppi ebrei si erano visti macellare come agnelli per non capire che era meglio, nel caso, morire con le armi in pugno, come nel ghetto di Varsavia. Per giunta poi il tempo è passato, lo Stato d’Israele si è consolidato ed oggi dispone di un temibile esercito. Di fronte ad una situazione che, dal punto di vista arabo, “s’è andata aggravando” dal 1947, come non capire che con questa realtà è necessario trovare un modus vivendi? E tuttavia nessuno dei palestinesi sembra averlo capito. Né in passato né oggi. Arafat, per tanti decenni inevitabile pietra d’inciampo, fu sempre del tutto disinteressato alla sorte dei palestinesi. Si limitò a nutrirli di parole. Gli fu chiarissimo che alimentandone il fanatismo, i sogni deliranti di rivincita e l’odio per Israele, sarebbe stato sempre popolare ed osannato e in questo ebbe ragione. Purtroppo, essendo questa l’unica cosa che gli interessava, si comportò così fino al giorno della sua morte. All’occasione avendo la faccia tosta di accogliere le innumerevoli sconfitte con un grande sorriso e facendo con le dita la V di vittoria.
Ora i palestinesi hanno avuto la fortuna di votare liberamente e ne hanno approfittato ancora una volta per darsi la zappa sui piedi. Hamas è un’organizzazione prevalentemente terroristica che ha nel suo programma la cancellazione dell’esistenza di Israele. E, c’è da presumere, lo sterminio di altri cinque milioni di ebrei. Per fortuna intende realizzare questo intento col terrorismo (divenuto sempre più difficile, da quando c’è la “fence” fra esso e i territori occupati) e con un esercito inesistente. Dunque il programma in concreto, dal punto di vista internazionale, serve soltanto a farla considerare un’organizzazione canaglia con cui gli Stati per bene, e Israele per cominciare, non intendono neppure sedersi ad un tavolo. La popolarità interna di Hamas nasce, oltre che da una retorica martellante (da quasi sessant’anni!), dal fatto che i palestinesi hanno finalmente preso coscienza che Al Fatah è sempre stata un’organizzazione corrotta e inefficiente. Corrotta nel senso che i capi hanno sempre pensato a mettersi in tasca una buona parte del denaro che arrivava dall’estero, senza neppure fornire i servizi essenziali. Per giunta, Arafat ha tollerato ed incoraggiato il terrorismo, sicché ne è risultata totalmente eliminata la collaborazione economica fra Israele e i Territori. La situazione economica si è ulteriormente aggravata. Se prima c’erano migliaia e migliaia di pendolari che andavano a guadagnarsi il pane nel vicino e prospero paese, poi la disoccupazione ha toccato livelli tragici. Quando dunque i palestinesi hanno visto che Hamas era capace di qualche sforzo in materia di assistenza e di servizi, hanno visto in essa l’unica speranza. E Fatah ha fatalmente imboccato il viale del tramonto.

Al Fatah non merita certo d’essere rimpianta, ma il voto conferma l’incapacità dei palestinesi di vedere dove sta il loro interesse. Sarebbe stato meglio tenersi il re travicello d’una dirigenza corrotta e mite, che forse avrebbe condotto alla pace, piuttosto che il serpentone Hamas. Hamas  ama assumere pose gladiatorie e minacciare pianto e stridor di denti, ma in concreto non può far nulla. Né per la guerra né per la pace. Riesce sì a mandare ogni paio di mesi qualche kamikaze che si ammazza e uccide una decina d’ebrei (quando non arabi israeliani!): ma chi mai ha vinto una guerra, in questo modo?
Ovviamente, ora che ha vinto le elezioni, quell’organizzazione potrebbe, come spesso è accaduto, trasformarsi da falco in colomba. Percorso che del resto è stato quello stesso di Sharon. Ma non c’è da sperarci. Il passato induce a credere che in quell’infelice regione si abbia uno scarso senso del reale. Voltaire diceva che i disonesti erano da preferire ai cretini perché con i disonesti c’era modo di mettersi d’accordo. Mentre chi non percepisce i termini del negoziato non è nemmeno in grado di capire quando è il momento di dire “ci sto!”
Il futuro non è roseo. Israele non avrà la pace e dovrà vivere sempre con la pistola al fianco. Ma condurrà una vita che è fin troppo simile ai migliori standard europei. Mentre i palestinesi dovranno vivere miseramente, non raramente di una carità pudicamente chiamata assistenza. E questo sempre che l’Unione Europea non tagli i sussidi se Hamas va al governo.
Un codicillo. Va segnalato per onestà che non sempre chi è “realista” ha ragione e “chi sogna” ha torto. In anni lontani Willy Brandt, politico che certamente amava il suo paese come ogni altro tedesco, era a favore di una politica di cedimento e appeasement con l’Unione Sovietica. Partiva dal presupposto che la situazione era immodificabile in tempi prevedibili e il realismo lo spingeva a cercare mediante la Ostpolitik un qualunque accordo. La Storia ha provato che aveva torto e che ebbero ragione i suoi oppositori. Molti anni dopo, infatti, quel sognatore di Ronald Reagan non solo concepì di chiamare l’Unione Sovietica “l’impero del male” ma addirittura di batterla e di farla crollare.
Il futuro tuttavia non lo conosce nessuno, sicché i soli calcoli ragionevoli sono quelli che possono essere fatti sui dati di cui si dispone. Nel caso della Palestina attuale i dati sono pesantemente contro i sogni dei Palestinesi ed essi hanno ben poche ragioni di essere più ottimisti di quanto fosse allora Brandt.
Hamas ha vinto ma non hanno vinto i palestinesi.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 26 gennaio 2006


Anp, vincono quelli che non riconoscono il diritto all'esistenza di Israele
Secondo i dati provvisori della commissione elettorale,  Hamas avrebbe vinto le elezioni legislative dell'Autorità Nazionale Palestinese e potrebbe addirittura conquistare la maggioranza assoluta in parlamento, con 70 seggi su 132. Il primo ministro Abu Ala, del partito Al Fatah, si è dimesso e ha confermato che sarà Hamas a formare il nuovo governo. I primi commenti dei capi di Hamas confermano: il riconoscimento di Israele e l'avvio di negoziati con lo Stato ebraico "non sono nella nostra agenda". A escludere qualsiasi cambiamento nel loro atteggiamento nei confronti dello Stato ebraico - del quale invocano la distruzione nello statuto del gruppo - è uno dei leader di Hamas. "I negoziati con Israele non sono nella nostra agenda - afferma in modo categorico Mushir al Masri - E neanche riconoscere Israele fa parte della nostra agenda...Questa vittoria dimostra che Hamas è incamminata lungo la strada giusta. Non inganneremo il nostro popolo".
A margine del risultato elettorale, questo pomeriggio violenti scontri a Ramallah tra attivisti di Al Fatah e sostenitori di Hamas. Questi ultimi si erano raccolti in migliaia davanti al parlamento palestinese nel corso di una festosa manifestazione per celebrare la vittoria del movimento islamico alle elezioni politiche di ieri. Secondo testimonipalestinesi, gli attivisti di Al Fatah hanno lacerato le bandiere verdi di Hamas. Ci sono state sassaiole e si sono anche uditi colpi di armi da fuoco. Gli scontri proseguono.

LA NUOVA LEGITTIMA DIFESA
Ogni nuova legge nasce per corrispondere ad un mutamento nella società. Non tutti però percepiscono questo mutamento. Sicché alcuni sono molto lieti della nuova legge, altri le sono molto contrari. Ad esempio la legge sul divorzio agli occhi della maggioranza (come poi si vide) rispondeva ad una modificazione della società italiana ma ciò non impedì che, per i più vari motivi, parecchi le fossero contrari.
Ora è stata cambiata la legge sulla legittima difesa e naturalmente si è accesa la discussione. Questa esimente è antichissima, forse è semplicemente naturale. Il sacrificio della vita dell’aggressore per difendere la propria è stato visto in ogni tempo come un diritto inalienabile e perfettamente morale. Una perplessità nasce invece quando c’è diversità tra i valori in campo. La donna che uccide colui che vuole stuprarla ha l’esimente della legittima difesa? In genere si risponde di sì perché si tende a considerare in modo diverso il bene dell’aggredito e il bene dell’aggressore. L’aggressore si è messo volontariamente nella situazione di conflitto, l’aggredito non è colpevole di nulla: appare dunque chiaro che i suoi beni meritano una tutela maggiore di quelli dell’aggressore. L’integrità fisica della donna pesa quanto la vita dello stupratore perché diverso è il giudizio morale sui loro comportamenti. Ma fin dove può spingersi lo sbilanciamento?
Per quanto riguarda la difesa dei propri beni, la giurisprudenza e i codici stati a lungo molto prudenti. Pur con molte perplessità e molti distinguo hanno ritenuto ammissibile l’uso delle armi nel caso in cui si debbano difendere beni di particolarissima rilevanza. Non a caso i furgoni porta valori sono scortati da guardie armate. Ma il caso del tabaccaio rapinato decine di volte, dell’ufficio postale abbonato al raid, del piccolo gioielliere espropriato della sua merce è stato considerato diversamente. Come uccidere a freddo (o comunque non essendo ancora in pericolo di vita) un uomo per l’incasso di una giornata, per qualche decina di grammi d’oro e qualche orologio? Nessuno nega che l’aggressore è un malvivente: ma da punire con la morte?

Il Parlamento invece, innovando profondamente, ha ora definitivamente votato una modifica dell’esimente per cui sarà lecito uccidere anche per difendersi da un’aggressione in casa, nel proprio negozio o nel luogo di lavoro. Come mai? La risposta più semplice è che si è arrivati a questo perché è cambiato il comune sentire. L’esasperazione della popolazione è tale che non si sente più nessuna considerazione per gli aggressori. I casi di delinquenti trigger happy (dal grilletto facile), di drogati privi di ogni scrupolo e di ogni ragionevolezza, ed alcuni episodi di sadismo e crudeltà (per esempio nelle “rapine in villa”), hanno indotto la gente a sperare che lo Stato accentuasse lo sbilanciamento in favore della vittima.
In effetti chi si è trovato a vivere queste situazioni non potrebbe pensarla diversamente. Se, per essere autorizzati a sparare, bisogna aspettare che i banditi sparino per primi, fino a quel momento bisognerà obbedire ai loro ordini. Infatti i banditi non aspetteranno l’autorizzazione della legge penale, per sparare. E se obbedire significa consegnare la propria arma, lasciarsi legare, lasciarsi torturare per confessare la combinazione della cassaforte e assistere poi impotenti allo stupro delle proprie figlie, chi non vede che sarebbe stato meglio salutare quei banditi con un bel colpo di pistola in pieno petto? Era all’inizio, entrando nella stanza e magari approfittando della sorpresa, che il singolo aveva qualche probabilità di prevalere.
La sinistra dice – giustamente – che non bisognerebbe affidare la difesa dei singoli ai singoli stessi. Come nel far West. Che spetta allo Stato assicurare l’ordine pubblico e la tranquillità dei cittadini. Che un migliore controllo del territorio farebbe cessare l’allarme sociale e che è compito del governo realizzare tutto questo. Perfetto. Ma finché lo Stato non avrà ottenuto questi bei risultati – e non li ottiene da decenni – bisogna lasciare gli onesti in balia dei colpevoli?
Si dice pure: più circoleranno armi, più facilmente saranno usate, e tanto più facilmente qualche innocente o qualche balordo ci lasceranno le penne. Vero. Ma la gente pensa: meglio un rapinatore in più, ucciso per sbaglio, che un rapinato in più, ucciso per sbaglio. Non è lecito fare gli idealisti quando i tabaccai sono in prima linea ed indifesi mentre gli onorevoli di qualche notorietà vanno in giro con la scorta.
Rispettando la (vecchia) legge era sfavorito l’aggredito. Con la nuova, saranno i delinquenti che dovranno fare molta attenzione. Spareranno più facilmente, magari per paura, come teme la sinistra? È possibile. Ma è anche possibile che il tabaccaio apra il cassetto non per consegnare il denaro ma per estrarre una pistola e far secco il rapinatore prima che usa la sua.

Indubbiamente bisognava non arrivare a suscitare questa reazione sociale, ma è innegabile che essa oggi esiste, tanto che le proteste della sinistra non è detto le diano un vantaggio elettorale.
Rimane vero che, se le leggi sono il risultato del momento storico in cui sono votate, vivono poi di vita propria e rivelano la loro qualità nella concreta applicazione. Ogni legge ha le sue controindicazioni e la sua bontà va giudicata nel bilanciamento fra effetti positivi ed effetti negativi. Dunque anche questa legge, che in questo momento sta rendendo felici tutti coloro che hanno subito o temono di subire rapine, potrebbe rivelarsi positiva o negativa. Certo è che se ad essa si è giunti, è segno che gli italiani sono stanchi di subire.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 25 gennaio 2006


Massima del giorno
L'elettore cessa d'essere importante il giorno dopo le elezioni e ridiviene importante due mesi prima delle seguenti.
G.P.

LA RAGIONEVOLEZZA IN POLITICA: UN ERRORE
Luca Ricolfi - che si è segnalato all'opinione pubblica per la sua impietosa disamina dei difetti della sinistra che la rendono antipatica - ha scritto sulla Stampa (23/1) un articolo che conferma la sua capacità di non essere fazioso e unilaterale. La sua tesi è che l'Italia non ha affrontato, negli ultimi dieci anni, i più seri problemi e che di questo il governo di centro-sinistra e il governo di centro-destra siano ugualmente colpevoli. A suo parere inoltre, nei prossimi mesi, chiunque vinca dovrà affrontare i difficili nodi che verranno inevitabilmente al pettine: lo sforamento del deficit, la necessità di una correzione da dieci miliardi dei conti pubblici e infine la scelta tra l'abbandonare le grandi opere o salassare gli italiani (30 miliardi di euro). Dunque amerebbe che i due protagonisti, Prodi e Berlusconi, la smettessero con l'atteggiamento che egli definisce "puerile" di attribuire i loro insuccessi al nemico e venissero in tutti e due televisione per confessare le loro manchevolezze e per indicare in che modo contano, in caso di vittoria, di metterci rimedio.
Raramente discorso fu più ragionevole e più assurdo nello stesso tempo.
È certo nobile confessare i propri torti ma ogni avvocato sa che l'avversario farà tesoro di qualunque ammissione mentre non per questo ammetterà nulla che sia a proprio svantaggio. È ragionevole descrivere in che modo si conta di mettere rimedio ai mali dello Stato ma qualunque politico sa che parlando seriamente di sacrifici ci si alienerebbe l'elettorato. Ricolfi sembra non capire che in politica il problema non è "promettere la cosa giusta e farla" ma "fare la cosa giusta" dopo avere promesso di "fare la cosa sbagliata". Chi promette di "fare la cosa giusta" non avrà mai l'occasione di farla: perché le elezioni le vincerà il suo avversario. Invece chi vince le elezioni potrà fare qualcosa, ma su di essa gli elettori esprimeranno il loro giudizio anni dopo.
Qualcuno potrebbe sostenere che si sta qui descrivendo la politica come una commedia degli inganni. E si potrebbe rispondere sorridendo: "Sì. L'avete scoperto solo ora?".

Col suffragio universale, la democrazia mette le sorti della repubblica nelle mani degli incompetenti. Rimane il miglior sistema di governo, bisogna essere disposti addirittura a prendere le armi per difenderlo, ma non per questo bisogna negarne i difetti. Quando in campo economico decidono persone digiune d'economia, in campo internazionale decidono persone digiune di storia, in campo fiscale decidono persone che non saprebbero fare una divisione con le virgole, che cosa si può pretendere, dagli uomini politici? Essi sono costretti a "vendersi" demonizzando l'avversario e offrendo programmi vaghi, mitici e privi di controindicazioni. "Meno tasse per tutti", ecco un ottimo slogan. Che poi esso sia un programma impossibile, se non si limitano gli interventi dello Stato, non lo capiscono in molti. E se qualcuno riuscisse miracolosamente a ridurre le tasse, sorgerebbe qualcuno che metterebbe sui muri lo slogan: "Nessuna tassa per nessuno".
Non è una critica all'Italia. E nemmeno al presente. Molti dimenticano che Cesare, di cui non sarà necessario sottolineare la grandezza, divenne politicamente noto e gradito spendendo somme veramente astronomiche (e prese a prestito per giunta!) per divertire i Romani. Se questa non è demagogia!
Ricolfi usa male la sua logica. Egli l'applica ad un campo che logico non è. In politica non conta la realtà ma la rappresentazione della realtà. Nasser (1967) imbarcò l'Egitto in una sconfitta disastrosa, ingannò re Hussein di Giordania facendogli perdere una buona parte del suo regno, portò i palestinesi ad un'occupazione che attualmente dura da quasi quarant'anni e tuttavia quale fu il risultato, presso gli egiziani? A conclusione della guerra era più popolare e applaudito di prima. Mentre Sadat, che non perse la guerra contro Israele (1973), ricostituì l'orgoglio nazionale e cercò la pace, ebbe in premio d'essere assassinato.
No, Berlusconi ha ragione di dire che tutti i guai dell'Italia derivano dall‚euro introdotto da Prodi. E Prodi ha ragione di dire che tutti i guai dell'Italia derivano dal malgoverno di Berlusconi. In compenso, il futuro sarà radioso e privo di problemi, chiunque di loro due vinca.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 24 gennaio 2006

La Gloriosa Brigata Ebraica
Andammo dal popolo ebraico come l'angelo della vita. Si pensa che un soldato uccida o venga ucciso,- ciò che noi facemmo come soldati, fu di trovare delle persone morte e di aiutarle a tornare alla vita.
Hanoch Bartow Brigata Ebraica

Il 3 settembre 1939 la Jewish Agency, fondata nel 1922 dalla World Zionist Organization per coamministrare la Palestina, ed il Vaad Leumi, Consiglio Nazionale degli ebrei in Palestina, apre a Londra un ufficio di reclutamento per volontari: su 600.000 ebrei inglesi, rispondono all'appello oltre 130.000 tra uomini e donne, di cui 62.000 avrebbero operato su diversi teatri di guerra.
Nei mesi successivi il governo britannico arruola i volontari ebrei, inserendoli nelle file dell'esercito anziché raggrupparli in unità omogenee, nel luglio 1940, Churchill - che il 7 maggio succede a Neville Chamberlain (il quale era contrario ad istituire una brigata esclusivamente ebraica temendo che ciò, non solo avrebbe legittimato le aspirazioni di indipendenza degli ebrei, ma anche attriti con le popolazioni arabe) - autorizza il reclutamento per la formazione di unità omogenee ebraiche; viene stabilito che gli uomini siano per un terzo ebrei palestinesi e per due ebrei americani, piuttosto che di altri paesi.
A dicembre si costituiscono quindici compagnie di fanteria (1.500 uomini), inquadrate nel reggimento "East Kent" (Buffs), con l' obiettivo di difendere il territorio palestinese in caso di necessità. All'interno delle compagnie i comandi verbali vengono dati in inglese, gli ordini scritti, in ebraico; la lingua di conversazione è l'ebraico. I capitani sono inglesi, tenenti, sottotenenti e graduati, ebrei. Segno distintivo sull'uniforme è il "Magen David": la stella a sei punte.
Fino alla fine del 1942 i volontari restano nei campi di addestramento, maturando una preziosa esperienza tecnico-specialistica (trasmissioni, uso di armi speciali, cooperazione con i mezzi corazzati e l'aviazione, genio, organizzazione generale, ecc.), esperienza questa che, unita a quella sviluppata sul campo, si rivelerà di estrema importanza nella formazione delle unità militari ebraiche prima e dopo la proclamazione dello Stato d'Israele (trentacinque saranno i generali di Zahal provenienti dalla Brigata Ebraica).
Fra il 1942 e il 1943 le compagnie vengono raggruppate in tre battaglioni a formare il "Palestine Regiment". Tuttavia l'unità non riceve l'equipaggiamento completo e viene impegnata - lontano dal fronte - in attività di sorveglianza; quei mesi, per quanto privi di un'effettiva operatività bellica, serviranno a creare un saldo spirito di corpo.
Naturalmente la reticenza inglese alla formazione di unità separate non significa reticenza alla partecipazione degli ebrei allo sforzo bellico: nell'agosto 1943 sono 22.600 gli ebrei in uniforme britannica (4.800 in fanteria, 3.300 nel genio, 4.400 nei trasporti, 1.900 in artiglieria, 1.100 nei servizi, 2.000 nella RAF, 1.100 nella Royal Navy, 4.000 donne nei servizi ausiliari), tra i quali 450 ufficiali e 200 medici.
Le comunità ebraiche svolgono intanto un'incessante attività per la costituzione di una unità composta interamente da ebrei, al motto , come recita un manifesto di propaganda dello Yishuv: "Jews want to fight as Jews", (Gli ebrei vogliono combattere in quanto ebrei), in cui una sagoma militare innalza la bandiera con la Stella di Davide e le strisce azzurre.

Il 20 settembre 1944, nei giorni del capodanno ebraico, dopo sei anni di pressioni Londra dà finalmente il consenso alla costituzione di una "brigata rinforzata" completamente ebraica, nata dall'originario "Palestine Regiment" a questo punto ristrutturato, formata da un reggimento di artiglieria, da servizi e da unità ausiliarie. Il 29, nel corso di una relazione ai Comuni, Churchill ne dà l'annuncio: "So benissimo che che un gran numero di ebrei nelle nostre Forze Armate ed in quelle americane, ma mi è sembrato opportuno che una unità formata esclusivamente da soldati di questo popolo, che così indescrivibili tormenti ha subito per colpa dei nazisti, fosse presente come formazione a sè stante fra tutte le forze che si sono unite per sconfiggere la Germania".
La Brigata, che riceve aiuti finanziari dalle comunità ebraiche di tutto il mondo (a Pasqua 1945, la sola comunità argentina invia 100.000 sterline per l'equipaggiamento e ne stanzia 8.000 per le famiglie dei caduti in azione), viene autorizzata ad usare una propria bandiera: azzurra-bianca-azzurra, con la Stella di Davide tra due bande simboleggianti il Nilo e l'Eufrate, che in seguito diverrà l'emblema dello Stato d'Israele.
Gli ufficiali superiori (da maggiore in su) sono inglesi, tuttavia essi sono sottoposti al generale di Brigata ebreo dell'esercito inglese Ernest Frank Benjamin (1900 Toronto).
Gli effettivi dello Hayl Hativah Lohemet "unità di combattimento ebraica", ufficialmente denominata Jewish infantry brigade group, raggiungono i previsti 5.000 uomini (circa il 20% provenienti dalla Palestina, il rimanente dal resto del mondo: Inghilterra, Australia, Canada, Sudafrica e, soprattutto, dalle grandi comunità ebraiche polacche e russe), subito dopo inizia un periodo di addestramento in Egitto.
Il 10 novembre la formazione sbarca a Taranto e risale la penisola lungo il versante adriatico, si stabilisce e si addestra sulle montagne dell' Irpinia fino al febbraio 1945, inquadrata nel X Corpo dell'Ottava Armata di Montgomery.
A fine mese viene trasferita sul fronte di Alfonsine, a nord-ovest di Ravenna, lungo la zona di operazione corrispondente allo sfondamento della "Linea Gotica" nella valle del Senio, nei pressi di Imola. Il 3 marzo 1945, nello schieramento delle truppe alleate a sud del fiume Senio, combatte insieme ai gruppi di combattimento "Friuli" e "Cremona". In quella circostanza, porta a termine uno dei pochi assalti frontali con la baionetta di tutto il fronte italiano. Oggi 33 caduti della Brigata riposano nel Sacrario di Piangipane.
La brigata partecipa inoltre alla liberazione delle città di Ravenna, Faenza, Russi, Cotignola, Alfonsine ed Imola.

Nel maggio "venute meno le necessità belliche" la Brigata viene dislocata tra l'Alto Adige, il Tirolo e la Carnia, al confine con Austria e Jugoslavia, dove avviene il primo incontro con i sopravvissuti dell'Olocausto e qui inizia ad occuparsi dell'assistenza ai profughi ebrei.
Il 31 maggio alcuni reparti della formazione collaborano alla consegna all'URSS delle truppe sovietiche che, dopo aver combattuto al fianco dei tedeschi, si erano arrese agli inglesi.
Trasferita in Olanda ed in Belgio nella seconda metà dell'estate, la Brigata Ebraica vi soggiorna un anno, svolgendo il duplice ruolo di forza di occupazione e di coordinamento e di centro assistenziale per i connazionali, di cui organizza l'avviamento verso quello che presto sarebbe diventato lo Stato di Israele.
Nell'estate del 1946 la Gran Bretagna scioglie la Brigata Ebraica.
Durante il secondo conflitto circa 30.000 volontari ebrei palestinesi hanno combattuto sotto l'esercito britannico, oltre 700 di loro sono morti in azione, diverse migliaia feriti. La brigata ebraica è l'unica unità militare indipendente che combattè nell'esercito britannico e - di fatto - in tutte le Forze Alleate.
Per chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, desidero precisare che Howard Blum ha tracciato un racconto storico nel libro "La Brigata", pubblicato dall'editore Il Saggiatore nel 2002.

Tradotto e composto da Alberto/Hurricane - mandato da da Deborah Fait


VERO PRODI
Per controbilanciare la recente abbondante presenza di Berlusconi su radio e televisione, ed anche ovviamente per mantenere una certa visibilità, Romano Prodi ha partecipato alla trasmissione radio dell'emittente Radio Dee Jay. Le reazioni all'intervento del Professore non si sono fatte attendere, tanto da destra, i concorrenti, quanto da sinistra, il suo schieramento.
Questo non è avvenuto per il contenuto politico delle dichiarazioni oppure per l'espressione di qualche sua idea politica originale e controversa ( sarebbe come chiedere a Prodi di togliersi gli occhiali e leggere un giornale ad un metro di distanza ), quanto perché l'uomo guida del centrosinistra si è lasciato andare nel fare due chiacchere informali e, puntualmente, la vera pelle della persona si è rivelata e non per la prima volta. Senza stare ad indicare precisamente quello che ha detto, si può riassumere dicendo che gli interventi di Prodi sono un esempio di inadeguatezza per cattivo gusto, piaggerìa ( " i romani son ben simpatici ") e immodestia.
Il Professore afferma che potrebbe prendere Berlusconi sulle spalle andando di corsa ( che significa, che è forte lui o forse che il Presidente del Consiglio è leggero e inconsistente ? In quest'ultimo caso come spiega che riveste questa carica da cinque anni ormai ?) e che è in forma smagliante, il suo cuore è fortissimo e che non vivrebbe mai a Roma e da qua l'ovvia ruffiana compensazione con la simpatia dei romani di cui sopra.
Come dicevo la partecipazione di Prodi ha suscitato polemiche, ma l'osservatore obiettivo non può che sorprendersi di tutto questo, perchè quanto affermato a Radio Dee Jay costituisce l'articolo genuino, cioè il Professore come realmente è quando i suoi discorsi, i suoi interventi non sono adeguatamente preparati da chi meglio di lui ( ci vuol pochissimo ) sa cosa dire e come dirlo ; quando viceversa  l'uomo dell'Unione agisce di sua sponte, non può non imporsi tutta la mediocrità di Prodi come uomo politico.
Perfino Veltroni, suo massimo sponsor e " scopritore "  del Prodi come guida del contro-sinistra, ha detto che il Professore ha sbagliato e questo commento dovrebbe essere esteso alla base dell'Unione per chiedere, ma cosa vi aspettavate dall'uomo dell'IRI ? Ma perchè, quando era il momento, cioè lontano dalle elezioni, non avrete affrontato questo grosso problema, vale a dire che vi veniva imposta dall'alto questa candidatura cui vi siete adeguati solo per obbedienza al comando di " ordine compagni " ? E che non avete mai bevuto la novellina del grande, carismatico e illuminato ex-DC Romano Prodi ?
E per noi che abbiamo subito visto la pochezza prodiana ? Non resta che combattere per scongiurare il consistente pericolo di vederlo sedere, dopo la vergogna di averlo visto ricoprire la carica di Presidente della Commissione Europea, alla poltrona di Capo del Governo. Non c'è davvero da scherzare.
LUCIO SERGIO CATILINA

Massima del giorno
Avere figli. Mettere al mondo dei creditori per un debito inestinguibile.
G.P.


MOLLICHINE
Berlusconi è andato dai magistrati. Questa, la notizia? No. La notizia è che poi è tornato indietro.

Montezemolo: “Tutti, a cominciare da noi imprenditori, abbassino i toni del confronto”. E imparassino anche un po’ d’italiano.

“Ali Agca non è idoneo al servizio militare”. Ma per sparare sa sparare, no?

Ciampi chiede che la par condicio sia rispettata “al di là di quelle che sono le norme scritte”. Forse ci basterebbe anche al di qua.

Ben Ammar: “Ho confermato in assoluto tutto quello che ho detto al premier”. Tutto, tranne alcune cose.

Gianni Pardo


IL FORUM POLITICO
Chi ha frequentato dei forum sa che spesso, quando l’argomento di discussione è libero, si finisce col parlare di politica, ci si accalora e si arriva prima al sarcasmo e poi agli insulti. È la conseguenza di due cose: il fatto che la politica è un argomento coinvolgente e il fatto che su Internet regna una totale libertà. Possono partecipare anche gli sciocchi e tutti possono esprimersi come vogliono, anche in maniera volgare.
Ci si può tuttavia chiedere perché mai ci si accapigli tanto sulla politica e perché essa sia tanto coinvolgente. La risposta è che la politica riguarda personalmente tutti. Se si parla di storia e ci si chiede se sarebbe stato meglio che Napoleone vincesse, a Waterloo, si può rimanere sereni. Da un lato è certo che Napoleone ha perso, dall’altro, anche a reputare che sarebbe stato meglio vincesse, la discussione lascia il tempo che trova. Se al contrario si parla del Servizio Sanitario Nazionale, si parla di come si sarà curati, se si starà male o se si finirà in ospedale. Se si parla di sindacati è ovvio che il parere dell’imprenditore sarà diverso da quello del prestatore d’opera. Se si parla d’imposte, è chiaro che chi ne paga già molte sarà per una diminuzione dell’imposizione fiscale, mentre colui che non paga imposte, perché è povero, sarebbe anche per un raddoppio di quella pressione. E si potrebbe continuare.
Il risultato è che la discussione politica da un lato è appassionante, dall’altro è totalmente inutile. Non perché non ci sia materia da dibattere, ché anzi ce n’è fin troppa: ma perché nella maggior parte dei casi non ci si trova a discutere con le idee dell’altro ma con i suoi interessi e, peggio ancora, con i suoi pregiudizi e la sua emotività. Come dimostrare ad un innamorato che la sua bella non merita tutta quella considerazione? Come spiegargli che forse con un’altra donna sarebbe più felice, che la prescelta non fa per lui?
L’impossibilità di convincere deriva dal fatto che non si affronta un’idea diversa ma un’emozione o, se vogliamo, un sentimento. E come non c’è modo di convincere chi ha schifo dei serpenti ad accarezzarne uno, non c’è modo di spiegare all’operaio che si crede sfruttato che la sua paga è esattamente quella che gli compete. Per questo Luciano Lama arrivò ad affermare (facendo eco ai sentimenti dei suoi rappresentati) che “il salario è una variabile indipendente”. Esattamente come i sentimenti sono a volte indipendenti dalla realtà.
Questo estremismo sentimentale si trasforma in appassionata evidenza. L’antiberlusconiano che discute di Berlusconi fa violenza a se stesso: per lui in realtà non c’è nulla da discutere. Berlusconi è brutto, arrogante, nocivo, egoista, disonesto, bugiardo, interessato, sfruttatore, e tutto il peggio del peggio. Chi non lo vede così o è cretino, o mente a se stesso, o è in malafede. L’antiberlusconiano, nel momento in cui si dispone a discutere di questo argomento, deve fare uno sforzo mentale erculeo. Infatti da prima cerca di restare calmo, di presentarsi come sereno ed obiettivo, ma lo sforzo è eccessivo ed ecco alla prima occasione sfuggono il sarcasmo o addirittura l’insulto. Perché dinanzi a qualcuno che nega la (sua) evidenza, l’indignazione è solo naturale.
Forse bisognerebbe evitare di discutere di politica. È inutile dibattere dei grandi temi del tipo “il capitalismo ha migliorato la vita dell’umanità” oppure “il capitalismo ha rovinato la vita dell’umanità”; “la sinistra è l’unica che abbia a cuore i diritti dei lavoratori” oppure “la sinistra promette il meglio, ai lavoratori, e li impoverisce dappertutto, “gli Stati Uniti agiscono per il bene proprio e del mondo” oppure “gli Stati Uniti agiscono per il bene proprio facendolo pagare al resto del mondo”. Queste questioni e le altre simili lasceranno i contendenti sulle linee di partenza. Neanche i fatti storici potranno smuoverli. Al limite, se proprio non si potessero negare alcuni dati reali, gli oppositori direbbero che essi sono validi per il passato, ma non per il futuro. E contro un simile argomento non rimane che rassegnarsi.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 20 gennaio 2006


IL PROGRAMMA IMPOSSIBILE
Il programma recentemente presentato da Prodi consiste sostanzialmente nell’intenzione di azzerare tutte le leggi e tutte le riforme votate dal centro-destra. Esso sarebbe demenziale se non se ne comprendesse la genesi: la sinistra, divisa su tutto, ritrova un punto comune solo in negativo, l’odio per Berlusconi. E Prodi, pur di ottenere l’applauso, ad esso si è limitato. Tuttavia questa resa, questa rassegnazione a non far niente e a rimettere l’orologio a prima di Berlusconi (quasi fosse stata l’età dell’oro), non sono bastate: i partiti dell’estrema sinistra si sono dichiarati insoddisfatti. Se vanno al governo non è per annullare la Tav, il Ponte sullo Stretto o la Riforma Moratti: questo è semplicemente ovvio e dovuto; ci vanno per fare la rivoluzione sociale per via democratica.
Chiunque apprezzi la democrazia non può che sperare in valide alternanze di governo. Ma ci si può augurare che vada al potere una coalizione che vuole solo disfare ciò che è stato fatto? Soprattutto visto che ci vuole lo stesso tempo per disfare che per fare. E nel frattempo, chi governerà il paese? E se, sotto ricatto, la nuova maggioranza varerà riforme ideologiche, mitiche, e in totale rovinose, che ne sarà dell’Italia? Queste argomentazioni sono fin troppo facili e scontate. Per questo è più interessante cercare di spiegare perché, mentre la sinistra ideologica sembra delirare, la sinistra seria soffra di una sorta di afasia.
Nel XVIII secolo in Inghilterra c’era già il rispetto del cittadino - come constatò con entusiasmo Voltaire, durante il suo esilio - e si erano ottenute per via pragmatica tutti quei miglioramenti sociali e “liberali” che in Francia erano ancora un sogno. Ma questi vantaggi non contraddicevano lo schema fondamentale di un potere monarchico collegato addirittura con la religione: dal tempo di Enrico VIII il era infatti anche capo della Chiesa d’Inghilterra. Per questo la Rivoluzione Francese, che pure si limitò a conquistare, versando molto sangue, ciò che la Gran Bretagna aveva già, fu più importante dell’esempio inglese: perché in Francia furono proclamati i principi di base dello Stato moderno e quel dogma della sovranità popolare che fece nascere nei popoli la speranza di un’organizzazione sociale totalmente nuova.

Una seconda rivoluzione di analoghe dimensioni fu quella annunciata da Marx. Nella sua profezia dalla sovranità del Terzo Stato si sarebbe dovuti passare alla sovranità di quella parte del Terzo Stato che disponeva solo delle proprie braccia e della propria capacità di lavoro (il proletariato). Questa rivoluzione tuttavia si rivelò impossibile perché dove fu tentata fu un disastro economico e perché nei paesi sviluppati, cui secondo Marx essa era destinata, venne meno il soggetto agente: il proletariato. Infatti col progresso economico il Terzo Stato si amalgamò al suo interno divenendo quella Middle Class che rese inverosimile il comunismo in Inghilterra e poi altrove.
Questi miti hanno avuto tuttavia una vita più lunga in Italia perché essa è stata a lungo economicamente arretrata, perché lo stesso Fascismo ebbe radici e mentalità socialiste e infine a causa dell’influenza del pauperismo cattolico. L’Italia è stata “comunista” di cuore fin verso la fine del Ventesimo Secolo. Ma alla fine il progresso economico ha eliminato anche qui il proletariato e qualunque governo, anche a guida ex-comunista, si è trovato ad amministrare l’esistente. Il centro-destra e il centro-sinistra non possono che fare più o meno la stessa politica.
Ma c’è sempre chi non s’accorge del passaggio del tempo. Dopo l’epoca napoleonica Luigi XVIII credette di poter rimettere l’orologio al tempo dell’Ancien Régime. Non s’accorse che non era cambiato un governo, ma l’intero mondo. Nello stesso modo in Italia i partiti di estrema sinistra non capiscono l’attuale realtà. Il comunismo non è finito perché è crollata l’Unione Sovietica: è l’Unione Sovietica che è crollata perché è finito il comunismo. Quello comunista è un sistema di governo che alla lunga non riesce a stare in piedi; neppure quando è sostenuto da un regime poliziesco senza scrupoli. La stessa Cina ha abbandonato il comunismo come dottrina economica ed è oggi un paese in cui un’oligarchia autoritaria ed illiberale domina un paese abbandonato al capitalismo selvaggio. Se sta ancora in piedi e onora la falce e il martello è perché alla gente interessa più star bene che essere libera.
In Italia invece i partiti di sinistra sognano ancora lotte sociali, attacchi al Palazzo d’Inverno e cannonate dell’“Aurora”. Non capiscono che non possono riuscire nel loro intento più di quanto potrebbero riuscire ad instaurare un nuovo feudalesimo. Una cosa possono fare: possono far cadere un governo di centro-sinistra. O costringerlo ad adottare provvedimenti che in seguito l’elettorato punirà severamente. Si prenda la reintroduzione della tassa sulle successioni. Una volta il proletario, morendo, lasciava solo un paio di scarpe vecchie. Oggi che i tre quarti degli italiani vivono in casa propria potrebbe essere gradito, il ripristino della tassa sulle successioni?

La fine dei miti comunisti spiega l’afasia della sinistra seria: essa non osa proporre il vecchio e non osa abbracciare il nuovo. Il suo vero programma sarebbe tanto vicino a quello di centro-destra da far gridare allo scandalo. Da far chiedere perché mai si è tanto protestato contro Berlusconi, se poi non si propone una svolta. Il mondo post-comunista (inclusa la Margherita) non ha ancora elaborato il lutto del comunismo. Non lo ha rinnegato e non ha il coraggio di abbracciare la socialdemocrazia. Proprio per questo l’estrema sinistra sembra più convincente: perché ha delle idee. Idee sbagliate e arcaiche, ma di grande impatto emotivo.
Un tempo si diceva: “Primum vivere, deinde philosophari” (pensiamo a sopravvivere, poi faremo filosofia). Oggi la sinistra sembra pensare: “Primum vincere, deinde philosophari”. Ma è un errore. Non basta vincere: il primo problema rimane vivere. Cioè, in questo caso, governare.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 19 gennaio 2006


Hebron: il passato, il presente e per sempre.
Mi aspettavo frotte di pacifisti schierati a Hebron per difendere i diritti delle 8 famiglie di ebrei che vogliono riprendere possesso delle loro case nella casbah araba.
Otto famiglie contro 130.000 abitanti arabi di quella che e' la seconda citta' piu' importante per Israele dopo Gerusalermme.
Mi sbagliavo , come sempre. Pacifisti dalla parte degli ebrei? Quando mai?
Forse sarebbe il caso di ricordare a chi legge le notizie frammentarie e spesso inesatte dei media sull'argomento, la storia  Hebron per capire quello che sta accadendo in questi giorni.
Ecco una parte di un articolo scritto da me alcuni anni fa dopo una emozionante e mai dimenticata visita alla prima Capitale di Israele.
Hebron fu una delle citta' piu' importanti di Israele durante tutto il periodo che va dal Primo al Secondo Tempio e fu qui che Bar Kochba diede inizio alla sua rivolta contro i Romani. La rivolta si concluse tragicamente con la distruzione del Secondo Tempio, la fine di Israele e l'inizio della diaspora ebraica che doveva durare duemila anni, fino al 15 maggio 1948.
Vi furono molti pii ebrei che rimasero in terra di Israele , divenuta Palaestina Romana, e andarono a vivere nelle citta' sante dell'ebraismo ta cui appunto Hebron dove abitarono ininterrottamente per 3700 anni sopportando varie conquiste, distruzioni e mutamenti drammatici. (...) Per continuare nella lettura clicca qui.

Deborah Fait - informazionecorretta

SAINT QUENTIN: CAPOLINEA DELL’ OTTIMISMO AMERICANO
*Angelo Maria D'Addesio -  i suoi articoli vengono pubblicati da  riviste e forum on line sul web, fra cui Il Pungolo, Liberal Café ed altri -  con questo  contributo inizia la sua collaborazione a Capperi.net.


A Saint Quentin, la pena di morte non conosce pietà e forse non conosce neppure giustizia, nonostante gli Usa la considerino come il vero grande simbolo del funzionamento coerente della giustizia a stelle e strisce. Oggi è stato giustiziato Clarence Ray Allen, “Orso che corre”. Sarebbe facile dire che era un indiano e quindi non ben visto, come tutte le minoranze, nei tribunali Usa. Ray Allen è stato accusato di essere mandante triplice omicidio con rapina a mano armata. Aveva 76 anni, era ormai condannato dalla vita ad essere cieco, sordo e seduto perennemente su una sedia a rotelle e per giunta vecchio. Non meritava compassione e sinceramente in pochi, negli Usa hanno incarnato questo sentimento, anche se il medesimo da tempo aveva una corrispondenza fissa con bambini ed associazioni di ultra-settantenni menomati. Non è bastato.
A Saint Quentin è stato giustiziato Tookie Williams, anche lui, condannato ad essere il simbolo della “gang violenta nero-americana”, è poi finito con l’essere il primo dissuasore ed interlocutore dei giovani malviventi nei ghetti. Anche lui nero. Anche lui giustiziato. Certo, la gente si è mobilitata di più per la grazia, ma dopo la sua morte stop, tutto chiuso. A Saint Quentin, la giurisdizione appartiene ad Arnold Schwarzenegger, impacciato e modaiolo governatore che, come tutti coloro che non sono politici di mestiere, si atteggia ai politici del suo tempo, i vari George e Jeb Bush, Rice, Bloomberg, quelli che Raich chiama “Radcons”, conservatori radicali repubblicani che da sempre hanno anteposto l’esemplarità della giustizia alla logica del perdono e del recupero. In questo gli Usa sono un paese retrogrado e scettico. Retrogrado perché limitano la giustizia alla vendetta, al costo senza fine della pena. Un vecchio di 77 anni deve morire, come sarebbe potuto morire Priebke ultraottantenne, se solo fosse stata americana, la competenza a decidere. Non c’è età, ma soprattutto non c’è interesse all’umanità. Chi è reo di morte è al di sotto dell’uomo, quindi va escluso dagli uomini. Gli Usa sono anche un paese scettico. La differenza fra essi ed il Sud America, il Giappone, la Cina, paesi che stanno emergendo (anche se con eccessivo entusiasmo populista e massimalista) sta nel fatto che questi ultimi vedono il mondo con l’occhio del progresso, della necessità di trasformare le cose, di rinnovarle, di “attaccare” il mondo, con nuove idee migliorative; i secondi invece lo vedono con diffidenza, con il fare di chi debba necessariamente difendersi all’esterno ed all’interno. Gli americani, magari, anche si schifano all’idea di dover ascoltare storie macabre di uomini altrettanto crudamente giustiziati, eppure sono in pochi a protestare, perché molti in fondo continuano a credere che ciò sia l’unico deterrente visibile per dimostrare l’uguaglianza degli americani nel bene e nel male, il grado elevato di giustizia e di rispetto che la medesima esige. A lungo andare però, anche la pena di morte sta costruendo il mito di uno Stato insofferente che può reagire alla violenza solo con la violenza, che è scettico sulle forme “regolari” di giustizia, che è sinceramente stressato da colpe non solo proprie. Una democrazia forte, ma così forte, da essere purtroppo troppo chiusa a qualsiasi necessaria evoluzione di cui qualunque democrazia ha bisogno.
*Angelo M. D'Addesio

"PARLATE DEI LATI POSITIVI DEL NAZISMO"
1) Un forumista obietta al mio testo sul “Partito della Paura” e cita la mia tesi secondo cui “La sinistra promette perdono” per poi chiedermi: “Ma non era forcaiola?” Tutti abbiamo studiato un po’ di storia e dalla storia abbiamo appreso che la Chiesa è la professionista del perdono. Ha addirittura istituito un sacramento a ciò addetto, la confessione. Tuttavia, nello stesso tempo, essa ha nella sua storia l’Inquisizione. Il perdono si promette alle folle in generale e si concede anche a chi può essere utile (Togliatti agli intellettuali fascisti, dopo la guerra, purché divenissero comunisti), ma nel frattempo si è spietati con gli avversari e con chi si reputa colpevole. Colpevole soprattutto di eresia (cioè di dissenso dalla propria conventicola). Questo vale sia per la Chiesa (autodafé) che per la sinistra (si pensi ad Ignazio Silone).
2) Mi si chiede poi come si concili la bassa opinione di sé che avrebbe la sinistra e il senso di superiorità che tutti l’accusano d’avere. Anche qui soccorre il parallelo col Cristianesimo. Il credente passa il tempo a dirsi peccatore, a gridare miserere nobis, ma nondimeno si sente infinitamente superiore a chi non è in grazia di Dio. Gli uomini di sinistra non si reputano superiori perché impeccabili, si reputano superiori perché in possesso di una verità e di una spinta morale superiori, tanto che l’avere sbagliato, l’avere peccato, l’avere commesso cose orribili non ne diminuiscono la grandezza. Come diceva Lutero, pecca fortemente ma credi ancor più fortemente. A lungo in Francia si disse che era meglio sbagliare con Jean Paul Sartre che azzecarla con Raymond Aron. In Italia s’è sostenuto che è stato un errore appoggiare Stalin, ma sul momento chi appoggiava Stalin aveva tutte le ragioni per farlo e chi era contro Stalin aveva tutti i torti. Sicché non chi è stato comunista a quei tempi dovrebbe pentirsi, ma chi non lo è stato. Questa è una imbattibile forma di superiorità metafisica. Una proclamata superiorità che ipercompensa la propria sentita inferiorità. Purtroppo per la sinistra l’inconscio non si lascia convincere dalle razionalizzazioni.
3) Che il mio contraddittore abbia dovuto litigare con politici di destra per “mettere mano ad un risanamento ambientale” per me non significa nulla. Non so che cosa lui intende per risanamento ambientale. Non so di che cosa si trattasse in concreto. Non so infine quanto cretini, o disonesti, o suggestionati dalla temperie misoneista, fossero quei signori. Non si può trarre una considerazione di ordine generale da esperienze personali. Non si può fare una legge da un solo caso.
4) Infine, sempre a proposito della bassa opinione di sé, che pensare di chi chiede continuamente aiuto? Non è forse l’atteggiamento dei bambini, che non possono sfuggire al sentimento d’inferiorità nei confronti degli adulti? E chi spera di vedere nella polvere chi è più ricco, più fortunato o ha successo, non sottolinea forse la sentita differenza con chi è più ricco, più fortunato o ha successo? Se in fondo al cuore ci si giudica male, e si considerano gli altri superiori, e questo non lo si sopporta, forse che non si giunge a credere che il successo altrui sia ingiustificato ed immorale? Perché la sinistra ce l’ha tanto con i ricchi, se non per invidia? Al punto da rimproverare a D’Alema d’essersi procurato a rate una fetta di barca, cosa che potrebbe fare qualunque industriale o qualunque grande professionista. D’Alema, Presidente del partito dei poveri e degli sfigati, dev’essere povero e sfigato. Se veramente si fosse al di sopra dei valori monetari si dovrebbe sorridere dei ricchi, non odiarli. Li si dovrebbe commiserare come coloro che hanno scelto la parte meno positiva della vita. Ma non risulta che sia così, a sinistra. Economicamente sembra che la teoria sia: “io non sono stato capace d’arricchirmi, dunque tu non devi essere ricco”. E chi scrive queste righe è un pensionato a 1.100 € al mese.
Conclusione. A sinistra si dimostra d’avere una bassa stima di sé con il semplice fatto che gran parte della propria politica è fatta di richieste allo Stato e d’invidia. Meglio tutti poveri a livello trenta che noi poveri a livello cinquanta e alcuni ricchi a livello cento. Si può riassumere così tutta la storia dell’Europa dell’Est, per decenni; ed echi di questo atteggiamento sono ancora presenti     nell’ex-Germania Est.
Infine va segnalato che il mio testo è stato definito manicheo. Ma su certi argomenti non è necessario che le ragioni siano fifty-fifty. S’immagini di dovere svolgere questo tema: “Parlate dei lati positivi del nazismo”…
Gianni Pardo giannipardo@libero.it

IN FILA PER UNO
Travolgente inizio del nuovo anno. No, non ci sono più gli inverni di una volta.  Succede di tutto. La temperatura rimane costante sotto lo zero in un cielo che più azzurro non si può;  i soliti dalle mani pulitissime,  con superiorità morale prêt à porter,   inciampano in "bancopoli" e in un bel conto svizzero da 50 milioni di euro della coop di fatto  Consorte-Sacchetti;  il nostro  Gianni Pardo mi ha inviato per conoscenza una e-mail che ho deciso di pubblicare.  Eccola:
Gentile Signore, (il "gentile signore" è l'editore del sito Exibart, ndr)
mi chiamo Gianni Pardo e disturbo per un problema minuto ma vagamente disgustoso. Attraverso una ricerca su Google un amico mi ha segnalato che tale Roberto Savi ha pubblicato, in un forum del vostro sito, un articolo sulla Demagogia, che ha debitamente firmato. Un “forumista” gli ha fatto notare di avere già letto quell’articolo, stavolta a mia firma, sul blog “Capperi.net”, e il Savi di cui sopra ha avuto la sfacciataggine di dire che forse Gianni Pardo l’aveva a sua volta copiato da qualcun altro.
Ora, in primo luogo io non sono Roberto Savi e non copio da nessuno. In secondo luogo, nel mondo dei blog, siamo tutti persone disinteressate, prive di copyright e, per quanto mi riguarda personalmente, anche senza importanza. Anche se copiare da qualche altro è il più alto complimento che gli si possa fare, rimane il fatto che se dunque qualcuno è talmente miserabile da copiare un testo altrui, e firmarlo per giunta, non somiglia ad un ladro ma ad uno che raccoglie cicche per terra. Veramente un poveraccio.
Avrei voluto inserire queste parole in coda al forum sopraddetto ma non sono riuscito ad iscrivermi, pur avendo dato decine di volte la mia e-mail, giannipardo@libero, ed avere inserito una password.
Vi sarei grato di un cenno di riscontro e di volere, o iscrivermi in modo che io possa rispondere a questi signori, Roberto Savi in primo luogo, o – ancora meglio – inserire una nota redazionale per deplorare quanto avvenuto.  Gianni Pardo

cp, 16-01-2006

I Radicali e il gioco delle parti della sinistra. Come passare “dalla Pannella alla brace”
La verità fa male. E dopo le bastonate, almeno in politica, conviene interpretarla invece che guardarla in faccia. Così ieri Marco Pannella ha deciso di “interpretare”, per la gioia dei lettori del “Corriere”, il gioco delle parti tra destra e sinistra che ha affossato la sacrosanta lotta per l’amnistia e l’indulto (dopo avere qualche mese fa fatto mancare il quorum per il referendum sulla legge 40) come un segno del compimento in atto dell’assassinio di una democrazia. Di cui lui ha una mezza idea di non diventare complice attraverso la tattica della ritirata dalle elezioni che ha funestato la politica radicale degli ultimi due lustri. Rischiando stavolta anche di coinvolgere Boselli in un aventinismo che si può descrivere con due soli aggettivi: inutile e dannoso.
Il Marco italiano sta constatando che l’essersi buttato a sinistra gli avrà portato anche maggiore visibilità sui media (relativamente) e qualche interessata simpatia in più. Ma a livello di regime tutto è rimasto uguale. Con un gioco di parole si potrebbe dire che “è caduto dalla Pannella nella brace” e adesso sta pagando lo scotto.
Pensava davvero che i Ds avrebbero fatto passare o solo favorito un provvedimento di clemenza in un momento in cui stando sotto schiaffo avrebbero dato l’impressione alla gente che fosse su misura per chi ha da temere da “bancopoli”? Pensava davvero che sarebbe bastato portare in aula la cosa per ottenere un qualsivoglia risultato se non quello, vergognoso, di giovedì pomeriggio in aula? No, Pannella non poteva non averci fatto la tara a tutto ciò. E quindi il persistere testardo di questo atteggiamento di sfida non può che definirsi un azzardo. E leggere dopo la suonata ricevuta dai propri nuovi alleati (la seconda, non di certo l’ultima) che lui è pronto a fare “il giapponese di Prodi” muove anche l’animo più smaliziato al sorriso. Radicale per radicale, è stata senz’altro più pregnante l’analisi di Benedetto Della Vedova, che ha preferito non lasciare la via vecchia per la nuova sapendo sia ciò che si lascia sia ciò che si trova: “Questo è il centrosinistra: garantisti di opposizione e giustizialisti di governo. Amici del mercato e dell’America alla city di Londra o a “ground zero” ma con le piazze sindacali, comuniste, antiamericane e antimercato nel momento del voto.” Vagli un po’a dare torto, caro Marco.
Da L'Opinione,  articolo di Dimitri Buffa


Massima del giorno
Il sarcasmo, nella discussione, sta all'argomentazione come il veleno sta alla spada.
G.P.


IL PARTITO DELLA PAURA
Qualunque professore di storia è in grado di spiegare per sommi capi che cosa s’intende per liberalismo e che cosa s’intende per comunismo. Le cose si complicano quando bisogna stabilire perché alcuni sono incrollabilmente liberali ed altri incrollabilmente “di sinistra”. Cioè quando la domanda non è più “che cos’è una certa ideologia?” ma “perché ci si crede?”
Le ideologie politiche corrispondono agli interessi fondamentali dei singoli. Anche se si ammantano di nobili intenzioni, sono funzionali al gruppo che le sostiene. Montesquieu ad esempio dice che “la molla fondamentale della monarchia è l’onore” e sembra così invocare uno dei più nobili principi. Ma questo onore in fondo si può tradurre con “fedeltà all’autorità”. E i nobili sono fedeli al sovrano perché sperano che una parte dei suoi vantaggi ricada su di loro. Ed è per scardinare questo sistema che i francesi hanno fatto la Rivoluzione. Ma quando essi hanno combattuto in nome del popolo “contro l’onore e contro l’altare”, hanno almeno in questo caso agito per un nobile ideale? Certamente no. Combattendo per il popolo essi hanno combattuto esattamente nel proprio interesse. E nessuno può seriamente sostenere che l’egoismo sia un grande valore. Nessuno può condannare il tiranno che fa il proprio interesse se anche il popolo, quando chiede ed ottiene la democrazia, lo fa nel proprio interesse. L’unico giudizio che si può azzardare è che in fondo è meglio un tipo di regime che fa l’interesse dei più piuttosto che dei meno.
Tutte le ideologie sono adottate per interesse ma l’ideologia di sinistra riesce meglio delle altre a mascherarsi da portatrice di nobili e disinteressati ideali. Mentre il liberale, nel momento in cui esalta l’autonomia dell’individuo, è come se dicesse: “sei libero di fare quello che vuoi, però ricordati che se sbagli ne pagherai le conseguenze”, l’uomo di sinistra è come se dicesse: “non ti preoccupare, pensiamo a tutto noi e non ti lasceremo nei guai neanche se ti comporti male. Anche perché, se ti comporti male, come diceva nonno Rousseau, la colpa non è tua”.
Questo spiega il suo successo. La sinistra promette protezione, uguaglianza, perdono, sostegno, assistenza. E dunque si rivolge a chi ha paura; a chi ha paura di essere superato dagli altri e chiede uguaglianza; a chi ha paura di essere punito per le proprie insufficienze e spera d’essere perdonato; a chi ha paura di non essere in grado di cavarsela e chiede d’essere sostenuto; infine a chi – non avendo messo da parte di che far fronte a questa eventualità – ha paura d’essere malato e di morire senza assistenza.
Questo messaggio ha successo perché parla alla grande massa di coloro che – lo riconoscano o no – hanno una bassa opinione di sé. Per loro il messaggio di Rousseau funziona a pieno regime: da un lato l’individuo non è mai colpevole, perché è colpevole la società, che lo ha corrotto; dall’altro, alle insufficienze del singolo deve sopperire uno Stato (totalitario) capace di farsi carico di tutti. Molta gente non si rende conto che la teoria del caro Jean-Jacques soffre di una grave petitio principii o contraddizione che dir si voglia. Si dimentica infatti che se la dirigenza dello Stato è composta da individui, questi individui, essendo stati come tutti gli altri “corrotti” dalla società (secondo il suo dogma di base), invece di organizzare lo Stato-mamma, organizzeranno uno Stato corrotto ed oppressore.
Ma qui non importa discutere delle radici del totalitarismo. Importa che il messaggio di sinistra è quello che meglio risponde alla paura. Che poi non mantenga le proprie promesse, e che le poche che mantiene le mantenga ad un prezzo esorbitante, poco importa: la sirena dei sogni ad occhi aperti è irresistibile e le smentite della storia non riescono a contraddirla. Ogni venticinque anni arriva una nuova generazione che non tiene conto delle esperienze passate. Ci mette quasi l’intera vita ad accorgersi di come stanno le cose, tanto che, spesso, quando ha imparato a vivere è già l’ora di morire.
La sinistra è il mondo della paura e lo si nota al meglio nel caso dei Verdi. Per decenni, soprattutto nell’Ottocento, la sinistra è stata progressista mentre i conservatori hanno cercato di non modificare nulla. Nella nostra epoca post-moderna invece la gente ha cominciato ad avere paura perfino della scienza e il misoneismo è passato dalla destra alla sinistra. Un tempo fu un Papa a dire di non volere le ferrovie nel Lazio, “perché insieme con i treni arrivano le idee”; oggi la scienza è divenuta una valanga irrefrenabile ed ecco che la sinistra si batte contro tutto ciò che sa di modificazione e progresso. Contro il Mose a Venezia, contro la Tav a Susa, contro il Ponte sullo Stretto, contro qualunque cosa che rappresenti una modificazione dell’esistente. Il nuovo fa paura e la sinistra è la specialista della paura.
Il risultato di questo cambiamento storico è che mentre una volta i vecchi guardavano i giovani con preoccupazione, temendo che si lanciassero in imprese temerarie che li avrebbero messi nei guai, e avrebbero messo nei guai anche loro, oggi sono costretti a guardare i giovani come parrucconi tremanti dinanzi a tutto. È il mondo alla rovescia. Un mondo che fornisce la riprova che la molla fondamentale della sinistra è la paura: la paura della propria inadeguatezza.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it

UN DIRITTO INAPPELLABILE
Opposizione e partito delle procure denigrano la legge, appena approvata dal Parlamento e in attesa di essere promulgata dal capo dello Stato, che rende inappellabili (se non in Cassazione) le sentenze di assoluzione e proscioglimento pronunciate in primo grado. Gli argomenti dei contrari sono confusi, trasversali e persino contraddittori (per esempio quando lamentano una diminutio della corte di Cassazione, che invece sarebbe così liberata da una massa di ricorsi dilatori).
In realtà quello che si è compiuto è un passo importante nella direzione della civiltà giuridica. Il diritto di una persona a non essere processata più volte per lo stesso reato, caposaldo della legislazione americana, nasce da una concezione matura e democratica del rapporto tra lo stato e il cittadino. Il diritto del cittadino a difendersi non può essere limitato, quello dello Stato a perseguirlo deve invece essere delimitato in giusti termini, altrimenti la sproporzione dei poteri giocherebbe a sfavore del cittadino. Un altro fondamentale principio che abbiamo imparato a conoscere dai telefilm polizieschi americani è che la condanna deve essere comminata solo a chi è ritenuto colpevole contro ogni ragionevole dubbio. Lo stesso concetto, sotto la formula “in dubio pro reo”, vale anche nella nostra giurisprudenza, ma il fatto che si potesse condannare in appello un imputato già assolto in primo grado lo contraddiceva nei fatti. Se un giudice, infatti, aveva considerato insufficienti gli argomenti dell’accusa e aveva assolto o prosciolto l’imputato, questo fatto costituisce di per sé il “ragionevole dubbio” che dovrebbe inficiare la condanna successiva. A questi dati di fondo si contrappongono considerazioni che hanno a che fare col rapporto di potere tra magistratura inquirente e giudicante o pettegolezzi sull’interesse di questo o di quello agli effetti della nuova legge. Non sembra proprio che questa sia definibile come una legge “ad personam”, ma se anche, per affermare un diritto di tutti, avessero pesato interessi personali, viva gli interessi personali.
Da "Il Foglio" - 14-01.2006

Il santo delle cooperative
Economia, per i ds, significa soprattutto coop. E le coop rosse fanno capo soprattutto a un nome, Pierluigi Bersani, che a sua volta tiene ufficialmente le fila della programmazione economica diessina. E Bersani è stato più volte promosso ministro proprio in settori chiave per la scalata delle coop. Oggi non c’è un solo grande appalto pubblico, di quelli con cifre lunghe almeno dieci o undici numeri, in cui non appaia una coop, che non sia inserita nel novero delle grandi aziende, pubbliche, semipubbliche e private, che non sia lì a concorrere come fra grandi atleti in una gara olimpionica. Anzi, ormai, avere una coop in consorzio, può essere una buona garanzia, un biglietto da visita tutto politico.
È così per l’Alta velocità ferroviaria, ma è così anche per il ponte sullo stretto di Messina, sebbene martedì sera a Ballarò Bersani abbia sottolineato che il suo partito era e resta contrario. Come Penolope, ciò che il partito costruisce di giorno, le coop disfano di notte. Dunque, come la mettiamo? All’ultimo ufficio di presidenza diessino, Bersani ha però rivelato che cosa ne pensa dei rapporti tanto discussi fra il partito e le aziende rosse: «Bisogna evitare a tutti i costi che passi l’idea che occorra tenersi lontano dalle cooperative».
I soldi sono soldi, la questione morale è per i filosofi. E non vale solo per il ponte, il rapporto schizofrenico con il territorio c’è soprattutto con l’intero sistema dell’alta velocità, contestatissimo dalla sinistra radicale ma anche dagli abitanti. Che cosa abbia spinto l’intero vertice dei ds e Romano Prodi stesso a passi così gravi, capaci cioè di pregiudicare l’armonia con i Verdi e i comunisti, ossia le ragioni profonde dell’alleanza di governo nell’unione, l’egemonia stessa della sinistra sulla coalizione e sul paese, resta un mistero. Ma forse i fatti parlano da soli, come parlano da sole le mega somme complessive destinate a realizzare le opere. Somme, tra l’altro, sempre in crescita. Si va, infatti, verso il tetto dei 150 mila miliardi di lire.
Che Bersani sia l’uomo delle coop lo sanno anche i sassi. In passato, parecchi decenni or sono, egli sembra sia stato anche uno dei consulenti privilegiati della Cmc (che ha vinto appalti per la Tav e per il ponte) particolare tolto dalle biografie ufficiali ma mai smentito dall’interessato. Niente di male, per carità. Ma ora, dopo le note vicende giudiziario-finanziarie, dopo la caduta dell’amico Giovanni Consorte, la più grande mina vagante per il sistema politico-economico è e resterà per molti anni la realizzazione dell’alta velocità, sulla quale sono già aperte diverse inchieste della magistratura e che prima o poi possono esplodere una dietro l’altra. Parrebbe infatti che i ds non siano più così garantiti come un tempo dal sistema giudiziario: diventano sempre più inutili anche come puntello politico. È infatti il crescente legame fra il partito e le coop, a loro volta sempre più potenti, ad appesantire il procedere dell’uno e delle altre, a porre ostacoli vicendevoli. Bersani non lo vuole comprendere.
Il culmine della potenza cooperativistica è stato raggiunto con l’inserimento delle aziende rosse nella costruzione dell’alta velocità alla pari di nomi che sono entrati nella storia industriale, quali Fiat, Impregilo, Snam, Ansaldo, Fintecnica, Condotte acqua, Torno. Una svolta che ha dell’incredibile.
Il progetto della tav è stato realizzato e mandato in porto lungo l’intero arco degli anni ’90 dai governi presieduti da uomini del centro sinistra e della sinistra in particolare. Bersani è stato ministro nei governi D'Alema e Amato. Dal 18 maggio 1996 al 22 dicembre 1999 ricopre la carica di ministro dell’industria e del commercio, dal 23 dicembre 1999 al giugno 2001 ricopre la carica di ministro dei trasporti. La cdl, che ha sempre appoggiato il progetto dell’alta velocità come spinta verso la modernizzazione del paese, sa di guadagnare molto sul terreno politico dai conflitti spalancati a sinistra. Furono proprio le scelte operate da quei governi a portare giganteschi conflitti all’interno della sinistra stessa e con le popolazioni locali “aggirate” da insufficienti valutazioni dell’impatto ambientale. È il premier Giuliano Amato che ancora nel 1993 stanzia i primi fondi (9 mila miliardi di lire) per l’alta velocità, ed è Romano Prodi, in qualità di consulente scientifico di Nomisma (con uno studio retribuito 10 miliardi di lire) a caldeggiarla.
Sono il premier Amato con i ministri Bersani e Fassino a firmare con Chirac e il governo dei socialisti francesi, recalcitranti ma poi convinti, il progetto Tav in val di Susa che ha provocato la rivolta degli abitanti. Le tratte già in cantiere, come Bologna-Firenze e Roma-Napoli, sono già da tempo partite con i governi dell’ulivo e dentro ci sono ben tre cooperative: la Ccc, consorzio cooperative costruttori, la Crpl, consorzio ravennate di produzione e lavoro, la Cmc, cooperativa muratori e cementisti, che ottiene anche i lavori per la galleria in val di Susa. Cinque tratte sulle otto in totale.
Ma le coop lavorano anche sulla variante di valico autostradale dell’A1, voluta dal governo Prodi e destinata a indebolire la costruenda linea dell’alta velocità, come più e più volte è stato fatto notare.

L’assalto a Telecom nel ’99. Quelle strane amnesie del lider maximo
Massimo D’Alema e Giulio Tremonti l’hanno tirata in ballo l’altra sera a Porta a porta durante il dibattito sulle scalate a Bnl e Antonveneta. E’ la madre di tutte le opa: la conquista, nel 1999, di Telecom da parte di Roberto Colaninno. Una vicenda finanziaria sulla quale il ruolo di palazzo Chigi, allora guidato da D’Alema, fu determinante. Ma l’attuale presidente dei diesse, che pure a Tremonti ha ribadito la bontà dell’azione di Colaninno, ha tenuto a precisare che a presidiare la correttezza di quella scalata e delle iniziative del governo c’erano il ministro del Tesoro Ciampi e l'allora direttore generale del ministero Draghi, da poco nominato governatore della Banca d’Italia. Ma D’Alema - scriveva ieri il Velino - di quella grande storia sembra aver dimenticato qualche passaggio e soprattutto i retroscena della decisione cruciale della scalata Colaninno, quella che portò il Tesoro a disertare il 10 aprile del 1999 l’assemblea indetta dal consiglio della Telecom per varare le misure atte ad impedire la scalata stessa.
Il Tesoro, con il suo 3,46 per cento, quasi due miliardi di euro, era ancora il principale azionista. Ma, benché avesse partecipato, attraverso i suoi rappresentanti nel cda, alla votazione con cui era stata deliberata la convocazione dell’assemblea, non si presentò poi al Lingotto, all’assemblea stessa. A bloccare il dicastero di Via XX settembre fu D’Alema che per questo si trovò a scontrarsi con il direttore generale. Ci fu un incontro informale a cui presero parte, oltre a D’Alema, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Franco Bassanini, Ciampi, Draghi, il ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, il ministro dell’Industria, Pierluigi Bersani, il ministro delle Comunicazioni Salvatore Cardinale e Giuliano Amato, ministro delle Riforme istituzionali.
D’Alema, durante la riunione, sostenne l’opportunità per il Tesoro di non intervenire all’assemblea al fine di mantenere una sua neutralità. Gli si oppose duramente Draghi. Il Tesoro, secondo il suo dg, aveva il dovere di assicurare il funzionamento dell’assemblea e di tutelare il patrimonio dello Stato e dunque di recarsi all’assemblea e votare.
Su come votare, Draghi si era riservato di decidere, una volta sentito il parere di Morgan Stanley, la banca d’affari americana a cui aveva conferito il mandato di esprimersi su cosa era giusto fare nell’interesse dello Stato in merito alle proposte avanzate da Bernabé. La discussione tra Draghi e D’Alema si fece animata al punto da sfiorare la lite. Nessuno dei ministri presenti intervenne. D’Alema non si mosse dalle sue posizioni e Draghi, che già aveva espresso a Ciampi i suoi dubbi sull’opa di Colaninno che suo avviso rischiava di caricare la Telecom di pesanti debiti, impose al presidente del Consiglio di spedire una lettera al Tesoro con cui si faceva espressa richiesta di disertare l’assemblea. La lettera che Draghi chiede a D’Alema, scrivono i giornalisti Giuseppe Oddo e Giovanni Pons nel libro L'AffareTelecom, «è la prova documentale dell’esistenza di una posizione critica sull’atteggiamento da assumere nei riguardi della scalata e acquista il valore di una manleva da eventuali responsabilità».

Ciampi fu tra i ministri l’ultimo che seppe della scalata e che ne venne a conoscenza proprio attraverso i dubbi di Draghi. A maggio Ciampi, sebbene il Tesoro non avesse i poteri di bloccare l’operazione, chiese a Colaninno la lista degli azionisti di Bell - la società lussemburghese che guidava la scalata e che fece risparmiare centinaia di miliardi per oneri fiscali - e delle persone che stavano dietro la società inserendo nella direttiva di applicazione della golden share un passaggio in cui si stabiliva che il Tesoro attraverso i suoi poteri speciali poteva impedire le operazioni che difettavano di trasparenza. Una misura di salvaguardia, benché limitata. Il 13 maggio Ciampi fu eletto alla presidenza della Repubblica e lasciò il Tesoro. Dal suo successore, Vincenzo Visco, non arrivò alcun rilievo negativo sulla correttezza delle operazioni.
Da "La Padania" - 11 gennaio 2006

Massima del giorno
Nella storia le riflessioni non devono contraddire i fatti, ma i fatti senza riflessioni sono insignificanti.
G.P.

MOLLICHINE
Violante: “I Ds non hanno scheletri nell’armadio”. Scheletri no, ma che cos’è questa puzza?

Vero: “Si innamorano in chat e al primo incontro si scoprono marito e moglie”. Di che disgustarvi dell’adulterio.

Unipol è stata iscritta nel registro degli indagati. Una persona giuridica imputata? Presto, devo andare a ri-iscrivermi a legge.

Prodi: “L’Ulivo è a favore di un indulto graduato”. Graduato come un termometro che segue gli umori della sinistra.

L’avvocato di Saddam ha chiesto che sia assolto e finiranno le violenze in Iraq. Dunque Saddam ne è responsabile?

50.000.000 €  a Consorte per consulenze. Avrà consigliato di credere all’esistenza di Babbo Natale.

Gianni Pardo


CONFLITTO D'INTERESSI
Ho seguito Ballarò con insofferenza. L'argomento della serata era legato alla bocciatura sacrosanta della scalata Unipol a BNL- Al solito Floris è molto bravo nel trasformare le cipolle in caviale.
L'intera trasmissione si è così giocata sul tema (non dichiarato, ovviamente) del salvataggio DS. Di fronte a un debole, debolissimo, Cicchitto (ma possibile non inchiodarli mai con cifre e dati?) e a un Castellicombattivo ma certo non specialista del tema, c'era il Gotha della sinistra.
Fassino e D'Alema essendo in quarantena per motivi di opportunità, c'erano Rutelli, Bersani e Scalfari.
Scalfari ha spostato il ragionamento indietro di 50 o 70 anni, tornando a rivendicare la "diversità" (vel: superiorità) della sinistra, in quanto "fatta da braccianti, operai, dipendenti". Ed ha invitato ad andare a Bologna per "vedere quel popolo". Delirio puro: la base elettorale dell'Unione è più ricca della base elettorale della CdL. Bologna poi è una delle città più ricche d'Italia già dai tempi del fascismo. Qui il discorso era divenuto ideologico e razziale, quindi senza alcuna speranza di utilità per lo spettatore desideroso di sapere e giudicare.
Ma tanto Ballarò come Repubblica appartengono per intero ai media del '900, interessati soltanto a indirizzare lettori e spettatori a pensare secondo la "fonte della verità" di turno.
Come si sarebbe svolto un ipotetico processo a Mussolini per frode fiscale nel 1938? Mussolini sarebbe stato assolto "a prescindere"... Ma forse con qualche obiettività maggiore di quanto è andata la questione "scalate bancarie" a Ballarò. Di cosa discutere quando l'imputato diventa l'accusatore grazie al giudice?
La questione delle scalate bancarie è diventata subito un affaire giudiziario, invece che politico come doveva essere in una trasmissione politica, anche per ignavia di Cicchitto.
E' chiaro che sul tema giudiziario la questione riguarda al più, a oggi, una ventina di privati cittadini.
Ed è chiaro che evitare di dire e giudicare la controparte, equivale e prendersi ogni colpa senza voler controbattere. Eppure oggi siamo di fronte alla classica trave nell'occhio del moralizzatore. Nessuno è invece riuscito a dire le cifre, intanto, che da sole danno l'idea del problema politico enorme... i 200.000 miliardi di lire che l'Unione (non i soli DS) fattura con i supermercati e le banche, ma anche e soprattutto (qui sta la questione politica sempre elusa) con gli Enti locali, a partire dalla gestione dei Lavori Pubblici, dalla gestione delle manutenzioni e dei servizi, dalla gestione dei rifiuti, da quella della realizzazione di strade e palazzi, piscine comunali, ospizi, scuole, interi quartieri, la cementificazione dell'intero Paese... a finire con la gestione dei servizi sociali (handicap, Case di riposo comunali, ospedali...).
Questo è l'enorme conflitto di interessi.
C'è un finanziamento da parte delle cooperative, ufficiale e forse anche un altro canale non ufficiale, ma c'è anche un plusvalore aggiunto (dare lavoro a un elettore che cosa è, visto che non è illegale?).
Si è così parlato della auto-multa da 1800 euro di Berlusconi e della banca della Lega (due sportelli in tutto), mentre Bersani prendeva la maschera di Pantalone, tanto bene da sembrare la Pietà di Michelangelo o San Sebastiano trafitto dai dardi. Queste nugellae (come cosuccia è Mediaset rispetto alle Coop) erano equiparate a colossi come i supermercati Coop e Conad (80.000 dipendenti, con un sistema bancario interno e interazioni con Unipol e le Coop di produttori) con una sfacciataggine da regime totalitario, con risatine, con tremori.
Non ci interessa sapere se ci sono dei finanziamenti occulti a Prodi o a Fassino. Forse ci sarà un giudice più fortunato di Tiziana Parenti che troverà colpevoli e reati. Speriamo di no. Ma ora e comunque noi non vogliamo più che assessori diessini possano assegnare, non una ma mille volte al mese in diecimila Enti locali, un appalto a una azienda "diessina" o della Margherita. Questo enorme conflitto di interessi continua a essere completamente ignorato da tutto il Paese, e la massa escrementizia che ne deriva comincia a puzzare davvero troppo.
Paolo della Sala - leguerrecivili 


L'Europa e Sharon
Bruxelles: “Criminale”, “terrorista”, “guerrafondaio”. I processi verbali del Parlamento europeo aiutano a comprendere l’alta opinione che avevano di Ariel Sharon i rappresentanti delle istituzioni europee. Non è una storia di odio e amore, come potrebbe apparire dalla corsa al capezzale. E’ storia di solo odio, a volte condito da antisemitismo, salvo accorgersi che alla fine quella di Sharon era l’unica politica di sicurezza e di pace possibile. Niente scuse, però, perché la superiorità morale europea non può essere discussa. Soltanto lezioni, soltanto sentenze. Ne è riprova il coro messo in scena dagli europarlamentari il 9 aprile 2002, anno di piena seconda Intifada terrorista, di autobus che esplodono a Tel Aviv e Gerusalemme, di conseguente rappresaglia israeliana. Quello di Sharon è “terrorismo di Stato”, accusa una deputata nordica. “Sharon ha la guerra fissa in mente, come qualcosa di congenito”, sputa il socialista spagnolo Emilio Menendez del Valle. “Sharon rivendica la deportazione della popolazione palestinese, anche quella dei cittadini arabi di Israele”, vomita la comunista Luisa Morgantini. “Da Sabra e Chatila ai fatti di Jenin, Sharon deve riflettere se non vuole essere tra i primi clienti del Tribunale penale internazionale”, minaccia il liberale britannico Graham Watson. “Israele non è più uno Stato di diritto”, sentenzia l’ex presidente portoghese Mario Soares.
In molti pensavano che, grazie a Sharon, Israele non fosse più una democrazia. Tanto che il Pe, dando credito alle fandonie sui crimini commessi dall’esercito israeliano a Jenin, chiese la sospensione dell’accordo di associazione tra Ue e Israele, una misura mai adottata nemmeno contro le peggiori dittature. L’allora commissario europeo alle Relazioni esterne, Chris Patten, non era contrario, perché “gli israeliani non possono calpestare lo stato di diritto, le convenzioni di Ginevra e quelle che sono considerate norme accettabili senza fare un danno colossale alla loro reputazione”. Peccato che il danno sia stato fatto alla verità e l’Ue non abbia pensato a nessuna riparazione per Israele, il suo esercito e il suo governo. La bufala di Jenin è solo un esempio: dall’assedio alla Muqata a quello alla basilica della Natività, dai checkpoint alla barriera difensiva, l’Ue ha sempre mostrato piena solidarietà a Yasser Arafat e ai palestinesi, nessuna comprensione a Israele e al suo popolo. Anzi, per il solito Patten – intervistato dalla Bbc il 18 aprile 2002 – le politiche di Sharon sono all’origine del “culto della morte” dei terroristi. Ecco, “tutta colpa di Sharon” è lo slogan della politica europea. Come quando Tsahal attaccò le infrastrutture del terrorismo, distruggendo le attrezzature palestinesi finanziate con il denaro europeo. Patten, che per anni si oppose a un’indagine sui fondi europei usati da Arafat per finanziare odio e terrorismo, aprì un’inchiesta contro Israele.
Certo, non sono mancate le voci fuori dal coro. Quella di un manipolo di europarlamentari, guidati da Marco Pannella, e i sei mesi di presidenza italiana dell’Ue, che contribuirono a migliorare le relazioni con Israele. O ancora Mario Monti che, da commissario europeo, riconobbe la barriera difensiva come “accettabile”. L’Ue seguì poi la ragionevolezza del professore, ma con ipocrisia: alla vigilia dell’udienza della Corte internazionale di giustizia sul muro, disse di essere contraria alla costruzione, tuttavia “rinviare la questione a un tribunale non sarebbe servito a far avanzare la pace”. La più clamorosa marcia indietro è sul disimpegno da Gaza. Se nell’aprile 2004 l’Ue era contro il ritiro di Sharon perché “unilaterale”, “limitato a Gaza” e “contro la road map”, appena un mese dopo lo considerava “un’opportunità per far ripartire il processo di pace”, mentre oggi è entusiasta per questo “passo avanti nell’implementazione della road map”. L’Ue ha scoperto che Sharon lavora per la pace e riconosce, come Jacques Chirac al capezzale, la sua “azione coraggiosa”. Trema di fronte alla sua scomparsa senza comprendere che il problema non è questo o quel leader israeliano. “Gli europei devono essere più equilibrati nel loro atteggiamento verso Israele, gli arabi e i palestinesi”, disse Sharon nel 2003. Altrimenti saranno sempre il “nulla”.
Da "Il Foglio"

D’Alema alza la voce e minaccia querele
Forse Massimo D’Alema ha frainteso il vecchio detto “la miglior difesa è l’attacco” e deve aver pensato che la miglior difesa sia l’arroganza. Già, dire che il presidente ds non ha fatto della simpatia e dell’affabilità le sue caratteristiche principali non è una novità. Ma ci si riferiva sempre ai rapporti interpersonali. Queste sue “qualità” sembrano diventate il faro del suo essere pubblico. Anche se a ben guardare certi suoi atteggiamenti si sono verificati anche in passato.
Oggi l’ex presidente del consiglio, colui che aveva fatto le scarpe a Romano Prodi ed era riuscito per la prima volta a far sedere un ex comunista, se stesso, a palazzo Chigi, si ritrova nel mirino e oggetto di pesanti accuse. Era stato lui a difendere, nei mesi estivi, gli immobiliaristi e il loro frenetico agitarsi, era stato lui a difendere la scalata unipol a bnl e a solidarizzare con Consorte e il management dell’assicurazione delle cooperative. Era stato lui, negli anni della sinistra a palazzo Chigi a difendere i ”capitani coraggiosi” che volevano impossessarsi di Telecom. Ora che le intercettazioni delle imbarazzanti conversazioni tra Fassino e Consorte vengono alla luce, tutto ciò gli ricade addosso. E lui cerca di difendersi come può.
«La verità è che siamo l’unico paese al mondo - è la sua autodifesa affermata in un forum con i giornalisti de l’Unità - in cui leggendo su un giornale di proprietà della famiglia del premier la trascrizione illegittima della intercettazione telefonica di un leader dell’opposizione, anziché scattare su e denunciare lo scandalo, l’attentato alla democrazia, si discute del contenuto della telefonata». D’Alema vorrebbe anche impedirci, quindi, di capire cosa c’è dietro quel «collateralismo» tra ds e finanza rossa denunciata da un suo alleato. Di fronte ad accuse gravissime D’Alema nega le necessarie risposte, si mette sulla difensiva e si arrocca nella sua arroganza. Se qualcuno osa chiedergli conto delle sue affermazioni dei mesi scorsi, del suo atteggiamento, corre il rischio di finire in tribunale.
Probabilmente, in un’aula di una qualche procura ci finirà Giuliano Ferrara. «Abbiamo deciso di promuovere un’azione giudiziaria nei confronti de il Foglio. - ha annunciato D’Alema nel forum a l’Unità - Ci sembra un atto obbligato, e sarà l’occasione di approfondire tutti gli aspetti. Ne abbiamo già parlato con l’avvocato Guido Calvi». A parte che per «approfondire tutti gli aspetti» sarebbe bastata una risposta senza ricorrere ad una querela, ma cosa ha combinato l’ “elefantino”? Il 30 dicembre il Foglio ha chiesto con «massimo rispetto» una «spiegazione politica di quella provvista generosa di denari messa insieme in quote percentuali identiche da Giovanni Consorte e Ivano Sposetti. Cinquanta miliardi di euro sono cento miliardi delle vecchie lire. Qualcosa di simile alla provvista enimont. Qualcosa di molto diverso da un cumulo di consulenze finanziarie. Qualcosa di molto diverso da generici “arricchimenti personali”. Questi soldi - spiegava il Foglio - hanno cominciato a passare di mano quando il premier di sinistra D’Alema sosteneva i “capitani coraggiosi” dell’opa telecom, quando l’ex senatore della sinistra indipendente e avvocato d’affari di grido della Milano che conta, l’avvocato Guido Rossi, replicò a quella affermazione con una battuta celebre e temeraria, ma mai spiegata bene né dal mittente né dal destinatario: “A palazzo Chigi funziona l’unica merchant bank in cui non si parla l’inglese». Poche righe per chiedere una risposta che sono valse, forse, una querela a Ferrara. Forse, perché di querela annunciata ma mai presentata D’Alema aveva già parlato con Marco Travaglio, giornalista de l’Unità. Il 14 gennaio del 2004, in una calda assemblea dei girotondini a Roma, Travaglio riprese la frase sulla merchant bank aggiungendo a palazzo Chigi «entrarono persone con le pezze al culo e uscirono miliardarie». D’Alema, il destinatario di queste pesanti accuse, ribadite, tra l’altro, più volte nel corso degli anni, si infuriò e minacciò una querela. Minacciò, sì, perché solo di una minaccia si trattava e Travaglio sta ancora aspettando, per modo di dire, una denuncia. Forse l’ex premier voleva solo intimidire.
Chi la querela se la beccò veramente fu Giorgio Forattini. Per di più, in quel caso, D’Alema, chiedeva anche una bella somma di denari, tre miliardi di lire come risarcimento. Il reato di Forattini era quello di aver disegnato una vignetta. Altro che attacco alla satira, accusa spesso rivolta a Silvio Berlusconi. La vicenda di Forattini è nota e fa riferimento alla famosa vignetta pubblicata da la Repubblica l’11 ottobre e dedicata al caso della lista Mitrokhin. C’era un D’Alema seduto al tavolo e vestito come un vecchio dipendente delle poste con rotolone di carta e pennellino, sulla testa un quadro di Marx appeso alla parete. Dall’esterno della stanza arriva una voce che chiede “allora, arriva ’sta lista??!!” e D’Alema che risponde “Un momento! Non s’è ancora asciugato il bianchetto!”. Vedendola tutti risero, escluso D’Alema che chiamò subito l’avvocato.
Ora potrebbe toccare anche a Giampaolo Pansa. Il giornalista ha chiesto ai vertici diessini, Fassino e D’Alema in primis, di dimettersi. Deve preoccuparsi anche lui adesso?
Arrogante era, arrogante è. La sua difesa con i giornalisti del quotidiano ds ne è l’emblema: «Questa campagna sulla vicenda unipol è del tutto strumentale, è una campagna che nasce a comando. Non siamo colpevoli di nulla: non avevamo il compito di vigilare sulle amicizie di Consorte, né sulle sue operazioni finanziarie. Rifiutiamo l’idea grottesca che i ds siano l'epicentro di una nuova tangentopoli». Ma l’11 gennaio, quando si terrà la direzione nazionale del principale partito dell’opposizione, non basteranno queste parole al “leader maximo” per uscire indenne dalla fossa dei leoni. Anzi. «Sulla base dell’intervista di D’Alema all’Unità mi pare difficile che la direzione ds di mercoledì prossimo possa concludersi unitariamente» ha minacciato Fabio Mussi che, insieme a Cesare Salvi, capeggia la fronda interna di chi chiede nuovi vertici e spiegazioni chiare.
D’Alema si trova ad un bivio. Lui, che aveva grandi ambizioni per il suo futuro politico, che già si immaginava alla Farnesina, o seduto sullo scranno più alto di montecitorio o addirittura al Quirinale, rischia tutto. All’attacco di una parte del suo stesso partito D’Alema vuole rispondere con una strategia ben precisa: l’arroganza. Buona fortuna, ne avrà bisogno.
Da "La Padania" articolo di Igor Iezzi [Data pubblicazione: 08/01/2006]

Forza Arik perche' il coraggio non ti manca
Non voglio parlare di quelli che pregano per la sua morte, non voglio parlare dei palestinesi che festeggiano ne' di quei 20 ebrei di Hebron che hanno brindato alla notizia del suo ricovero in ospedale.
Non voglio parlare di loro perche' loro sono il Male.

Voglio invece parlare di quelli che pregano per la sua vita, di tutti gli israeliani che stanno col fiato sospeso, di quelli che aspettano davanti all'ospedale di Ein Kerem dove e' ricoverato da ieri sera.
Questa mattina il risveglio di tutto Israele e' stato drammatico, respiravamo tensione, sembrava dovesse succedere una grande disgrazia da un momento all'altro.
La radio tra una notizia e l'altra trasmetteva la musica che noi tutti conosciamo molto bene, era la musica del dopo attentati , musica di dolore, parole di pace,  di nostalgia, di disperazione, musica  che ci ha fatto rabbrividire ad ogni risveglio per tre anni di seguito, i tre anni di attentati quotidiani.
Questa mattina la musica era per Ariel Sharon  appena uscito dalla sala operatoria dopo 9 ore di intervento.
Un brivido giu' per la schiena.
"Non ce la fara' ", e' il primo pensiero," il Leone di Israele, il piu' grande premier che Israele abbia avuto dall'epoca di Ben Gurion sta morendo".
Persino le automobili di chi andava al lavoro facevano meno rumore, la gente parlava sottovoce "Hai sentito? Arik e' di nuovo in ospedale" , trema la voce, qualcuno piange.
In questi momenti siamo tutti fratelli, la gente comune, i politici, i giornalisti parlano di Arik.
I personaggi intervistati alla televisione parlano del loro amico Arik, la maggior parte di loro lo conosce da sempre, molti hanno combattuto al suo fianco le guerre di Israele, tutti ricordano qualche aneddoto, tutti hanno una parola di affetto  e di rispetto per lui, anche gli avversari politici.
Parlano del suo coraggio, della sua testa dura, della sua mania di disobbedire agli ordini dei superiori  quando faceva la guerra e di come quella disobbedienza e quella testa dura abbiano salvato Israele nel 1973  durante la guerra del Kippur quando gli egiziani gia' cantavano vittoria, lui, contro ogni ragionamento "normale", li accerchio' attraversando il canale di Suez e vinse la guerra obbligandoli alla resa.
E mentre sto scrivendo, anche oggi contro ogni ragionamento "normale", dopo un'emoraggia cerebrale e nove ore di intervento a 77 anni, Lui e' ancora vivo e non peggiora.
Israele e' con te Arik, siamo tutti con te, spero che tu senta le preghiere che si rincorrono per tutto Israele, di sinagoga in sinagoga.
Anche il rabbino Eliahu di Gush Katif prega per te Arik e questa e'  un'altra  vittoria perche' significa che anche chi politicamente non ti ama comunque ti rispetta e riconosce il tuo valore di Figlio di Israele, di grande patriota, di grande soldato, di grande sionista.
Oggi, tutti quelli che parlano di te hanno la voce che trema.
Forza Arik perche' il coraggio non ti manca.
Forza Vecchio Leone,  tutto il popolo di Israele prega per te.
Deborah Fait

Massima del giorno
L'amore dev'essere meglio, non più dell'amicizia. E, come l'amicizia, richiede disciplina e discrezione.
G.P.


MOLLICHINE
Occhetto sulla vicenda Unipol: "D'Alema e Fassino? Peggio di Craxi". D'Alema e Fassino (immaginiamo): Occhetto? Peggio di Giuda.

Ahmadinejad invia osservatori iraniani in occidente, per verificare il rispetto dei diritti umani. Chissà quanti di quegli osservatori sono donne!

D'Alema querela Ferrara. Ma non s'accorge che non fa il peso?

Al Zawahiri: "Bush devi riconoscere che in Iraq sei stato sconfitto". Però non posso dirti dove venire a costituirti perché mi nascondo.

Gianni Pardo

 Italiani e italioti
La superattivista filopalestinese europarlamentare onorevole Luisa Morgantini lo chiama affettuosamente Alex ed e' accanto a lui, con un'espressione di dolce soddisfazione e malcelato orgoglio, mentre "l'eroe per caso" tiene la sua  conferenza stampa davanti alle telecamere di tutto il mondo.
Il suo Alex, dopo essersi leggermente ripreso dalla paura tanto da riuscire a  spiccicare le sue prime idozie,  balbetta con un filo di voce: " Si , ho avuto paura  ma e' colpa degli israeliani. L'occupazione israeliana e' un crimine" .
Ha detto proprio cosi' Alex, oscuro pacifinto italiota ieri,  eroe della causa palestinese oggi e sicuramente la sua avventura avra' suscitato l'invidia di quell'altra porastella, quel Vittorio Arrigoni, bello palestrato e tatuato che, fermato in tempo dalla sicurezza israeliana, ha subito la vergogna e l'umiliazione dell'espulsione da Israele in quanto elemento violento e pericoloso.
Vuoi mettere l'avventura eroica di Alex! Lo hanno fatto scendere dal convoglio della suddetta parlamentare che andava a portare aiuti e solidarieta' ai terroristi di Gaza e loro non hanno voluto deluderlo e  lo hanno accolto come si conviene.
Hanno fermato il convoglio, lo hanno trascinato fuori, pare preso a caso, forse volevano rapire la Morgantini ma data la sua somiglianza con Arafat hanno preferito lasciarla stare per rispetto al defunto.
Si sono accontentati di quello con la faccia piu' innocua e se lo sono portato via. Naturalmente, siccome i terroristi arabi sono buoni e generosi, gli hanno offerto del the'. Alle due Simone, in Iraq, avevano offerto anche i dolcetti e il Corano, vabbe' quelle erano piu' importanti.
Alla Sgrena poi avevano dato anche la frutta, un cesto intero,  ma lei era un personaggione, le spettava un trattamento di favore.
Al povero Alex e' rimasta una misera tazza di the' perche' si sa che i soldi che i palestinesi ricevono a vagonate  servono per comprare armi e bombe e propaganda, quindi agli sconosciuti, anche se  ammiratori, una tazza di acqua calda e via.
Si accontentino e siano soddisfatti di essere vivi.
Naturalmente e' stato trattato benissimo, dice il coretto:   lui, la sua Mentore e gli altri sconosciuti facenti parte del convoglio ...umanitario.
Avete mai sentito un rapito sopravvissuto dire  di essere stato trattato male?
Nooo, tutti benissimo, con rispetto e gentilezza.
Non si sa allora  perche' hanno sempre quella faccia terrorizzata, non si sa perche' piangono o, nel caso di Alex non si capisce il motivo di quegli occhi spaventati  con le occhiaie fino al mento e la camminata faticosa e impacciata come se avesse avuto i pantaloni un po' umidi.
Insomma, tutto si e' risolto al meglio, i terroristi ooops scusate i  militanti rapitori hanno ricevuto il riscatto, Alex ha avuto il suo inaspettato quarto d'ora di celebrita' e la superattivista filopalestinese europarlamentare onorevole Morgantini ha avuto la soddisfazione di dimostrare ai suoi denigratori  che i palestinesi sono buoni e generosi,  incattiviti leggermente dal perfido Israele che li occupa.
Fini ha ringraziato Abu Mazen  per non aver fatto niente perche' quando e' arrivata la polizia palestinese i rapitori erano gia' fuggiti.
E siamo tutti contenti!
"L'occupazione israeliana è un crimine", ha dichiarato dunque il nostro Alex.
OppaOppaOppa!  Di quale occupazione parla?
Non lo sa che, da agosto, la' a Gaza non esiste nemmeno  un un mazzetto di basilico israeliano perche' i suoi "poveri" palestinesi hanno bruciato e distrutto tutto?
Dove vede l'occupazione, Bernardini?
Non c'e' nessun israeliano  nella striscia di Gaza, non se ne e' accorto?
Chi gli ha detto di fare quelle dichiarazioni di cui  l'Italia, quella intelligente,  sta ridendo a crepapelle?
La situazione nei territori e' arrivata al punto di non ritorno e , come sempre  in tutta la loro breve storia,  i palestinesi hanno perso l'ennesima occasione offerta loro su un piatto d'argento da Israele con il ritiro unilaterale dal Gush Katif: creare le basi per un loro stato.
Non hanno sempre sbandierato di volere la Palestina? Ma dove la vogliono allora? 
Mi sorge un dubbio, non sara' che la vogliono a Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa?
Non sara' che, come si e' visto all'ONU giorni fa, vogliono la Palestina al posto di Israele?  Va bene, ammettiamo che sia cosi', e' cosi' , ma allora perche' bruciare quello che gia' hanno ricevuto? Se hanno il sogno di gettare a mare gli israeliani, come gli aveva sempre insegnato Arafat, perche'  non sistemare intanto  quello che e' gia' in loro possesso? I soldi non gli mancano.
Mi sorge un altro dubbio. Non sara' che gli puzza lavorare e che, non essendo stupidi ma fannulloni, preferiscono farsi mantenere dalla comunita' internazionale?  
I territori palestinesi vivono la situazione creata nel corso di 40 anni da Arafat, una situazione di caos e violenza, di anarchia, di odio, di disordine, di  ingovernabilita' cui i vecchi tunisini non sanno o non vogliono porre rimedio.
Una volta morto il suo demoniaco Creatore,  il Male non ha piu' avuto argini e si e' diffuso a macchia d'olio.
Sto ancora aspettando un mea culpa da chi, in Europa,  ha sempre sostenuto colui che ha creato l'inferno nei territori trasformando  esseri umani in belve assetate di sangue.
La popolazione palestinese, che la Morgantini  descrive come pacifica e tanto ma proprio tanto buona, e' al 70% per Al Kaida.
Non si contano piu' i rapimenti e i maltrattamenti agli stranieri; non hanno fine gli attacchi quotidiani a istituzioni palestinesi e gli omicidi sul campo; dal confine di Rafah continuano a entrare armi e terroristi;  Israele viene bombardato quotidianamente;  l'ultimo attentato a Natanya ha provocato le solite scene di giubilo di donne e bambini che tenendosi per mano ballavano di gioia alla notizia dei morti israeliani mentre i loro uomini distribuivano bakhalava' ai presenti urlanti.
I miliardi ricevuti e che continuano a ricevere finiscono tutti nel calderone del terrorismo e magari ci scappa anche qualche villa lussuosa , qualche Mercedes e qualche conticino in banca.
Nemmeno i loro ammiratori  sono piu' sicuri, persino l'europarlamentare superattivista filopalestinese dovra' fare attenzione d'ora in poi, non c'e' piu' Mister Palestine a proteggerla tra un bacetto sputacchioso e l'altro.
Hamas e' come una ragnatela che ricopre tutto e tutti come un tempo faceva l'OLP e , come per l'OLP, l'obiettivo e' il potere assoluto e la distruzione di Israele.
Uniche differenze , l'OLP era un'organizzazione terroristica laica che ha impoverito i palestinesi, Hamas e' integralista e fondamentalista,  vuole introdurre la Sharia nei territori e offre servizi sociali e soldi alla popolazione per ottenere voti e sostegno.
Le altre organizzazioni minori non sono pero' da meno in crudelta', spietatezza e barbarie.
Tornando al nostro Alex avrei per lui un paio di domandine:
A chi era andato a portare solidarieta'? A quelli che bombardano Israele? A quelli che ammazzano ebrei? A quelli che ballano per ogni vittima? A quelli che sparano razzi contro i seggi elettorali palestinesi? A quelli che rapiscono civili e giornalisti? A quelli che hanno  divorato a morsi il cuore ancora pulsante di uno dei due linciati a Ramallah? o forse a quelle donne e quei bambini taaaanto buoni che li hanno ridotti in poltiglia una volta gettati dalle finestre? A quelli che tagliano la pancia di supposti  "collaborazionisti" appesi, cadaveri, ai pali della luce? Ai parenti degli assassini suicidi orgogliosi dei loro figli? 
Chissa' se riuscira' a rispondere prima dell'imbeccata della Morgantini.
Non si porta solidarieta' ai terroristi, non si portano aiuti ai terroristi ne' ai loro simpatizzanti e sostenitori. Non si porta solidarieta'  a chi non e' mai stato capace di far niente altro che la guerra.
Chi ama i palestinesi dovrebbe scatenare la propria rabbia contro chi ha protetto e adorato incondizionatamente  Arafat, e Alex ne aveva una proprio accanto .....
Chi ama i palestinesi  dovrebbe accusare coloro che, finanziando un ladro corrotto, hanno contribuito a ridurli sul lastrico; dovrebbe incolpare coloro che, proteggendo un terrorista assassino, hanno impedito la nascita di uno stato palestinese per ridurre la popolazione all'accattonaggio internazionale e alla barbarie.
Avrei infine  una domandina da rivolgere agli italiani, quelli seri e onesti che sono tanti : non siete stanchi e stufi di pagare riscatti per inutili  italioti che vanno a mettersi nei pericoli in nome del loro odio per Israele?
Non sarebbe il caso di pretendere da questi italioti il rimborso del riscatto pagato dallo Stato, cioe' da voi?
Pensateci su.
Deborah Fait - informazionecorretta

Libertà di stampa:  indagato cronista del «Giornale»
Siamo alle solite: due peti due misure.
Succede che se  il "Corriere della Sera" mette in prima pagina una notizia della Procura di Milano  coperta dal segreto d’ufficio (è successo  con Berlusconi)  nulla succede, anzi, se qualcuno si lamenta per il trattamento subito parte subito il rosario delle dichiarazioni contro chi  "vuole censurare le notizie" che  sono “sacre” e, "se ci sono, bisogna darle".
Seccede che se "Il Giornale" mette in prima pagina una  una notizia della Procura di Milano coperta dal segreto d’ufficio (è successo  con Fassino) i soliti noti si stracciano le vesti e  la procura di Milano apre un fascicolo per rivelazione di atti coperti dal segreto d'ufficio.

Massima del giorno
Nella storia le riflessioni non devono contraddire i fatti, ma i fatti senza riflessioni sono insignificanti.
G.P.


MOLLICHINE
Violante: “I Ds non hanno scheletri nell’armadio”. Scheletri no, ma che cos’è questa puzza?

Vero: “Si innamorano in chat e al primo incontro si scoprono marito e moglie”. Di che disgustarvi dell’adulterio.

Unipol è stata iscritta nel registro degli indagati. Una persona giuridica imputata? Presto, devo andare a ri-iscrivermi a legge.

Prodi: “L’Ulivo è a favore di un indulto graduato”. Graduato come un termometro che segue gli umori della sinistra.

L’avvocato di Saddam ha chiesto che sia assolto e finiranno le violenze in Iraq. Dunque Saddam ne è responsabile?

50.000.000 €  a Consorte per consulenze. Avrà consigliato di credere all’esistenza di Babbo Natale.

Gianni Pardo

S’I FOSSI PRODI
Se io fossi Prodi direi alcune cose forse non inutili:
<<Cari amici di sinistra, la politica è l’arte del possibile. Questo significa che chiunque si aspetti da essa miracoli, quadrature del circolo e, in una parola, un paese di bengodi, si illude pesantemente. Dunque si parla seriamente di politica quando non si perde il contatto con la realtà. È meglio ammettere che essa ha dei limiti invalicabili, limiti che non spariranno certo se noi chiudiamo gli occhi. Vi fornisco un esempio.
La politica offre a chi ha successo un notevole potere e il potere non raramente fa stare accanto ai soldi. Ai grandi soldi. E non tutti sono capaci di resistere alla tentazione. Dunque è vero che dobbiamo stare attenti per punire gli abusi - perfino implacabilmente - ma abbiamo anche il dovere di non stupirci. Ogni volta che scopriamo un “mariuolo” secondo l’immortale definizione dei tempi di Craxi, non dobbiamo stracciarci le vesti, non dobbiamo dire che la politica è tutta corrotta, o – peggio – che è corrotto solo il partito cui appartiene il mariuolo: scoperta la mela marcia la butteremo nella spazzatura ma preserveremo il cesto con le altre, perché non di altro si nutre la democrazia.
Questo argomento è particolarmente d’attualità. Per molto tempo, in buona fede, molti adepti della sinistra ed anche parecchi dirigenti hanno creduto ad una sorta di diversità ontologica di questa parte politica. Essa stessa s’è immaginata disinteressata e moralmente superiore: la famosa “diversità”. Oggi invece, sulla base dei recenti scandali e di qualche imbarazzante intercettazione telefonica, molta gente dubita della correttezza dei dirigenti. Qualcuno scrive addirittura: “come posso votare per un partito che si rivela uguale agli altri?” Ebbene, tutto questo è ingiusto. Come volete che il gruppo dirigente del più grande partito italiano non abbia contatti con i vertici del potere, con tutti i vertici del potere, incluso quello economico? Aspettate, per condannare i capi del vostro partito, che siano colpevoli di qualcosa previsto nel Codice Penale. Non li impiccate a qualche frase, a qualche manifestazione d’interesse, a qualche contiguità. Soprattutto tenendo presente che i partiti non vivono di simpatie e applausi: sono grandi organizzazioni che richiedono molto denaro, per funzionare. Ed il denaro non cresce sugli alberi.
I partiti di sinistra dovete votarli per i loro programmi, non perché moralmente ed ontologicamente diversi. Per esempio il centro-destra è per il mercato, per la libera iniziativa, per la responsabilità personale, mentre noi siamo per un maggiore intervento dello Stato, anche se dovesse costare una maggiore imposizione fiscale; per un maggiore spirito di pietà per i perdenti della vita, anche se fossero un po’ colpevoli della loro sconfitta. Infine per il sequestro di una parte della ricchezza dei più agiati per darla ai meno fortunati. Noi consideriamo la ricchezza un bene comune, anche se è stato creato da alcuni: e se non promettiamo la totale confisca è perché l’esperienza ha provato, con l’Unione Sovietica, che ne consegue un impoverimento generale. Anche se, in fondo, noi non abbiamo troppa paura della povertà. Il centro-destra ne agita lo spettro perché il denaro, la prosperità e la modernità sono il suo Vangelo, mentre il nostro Vangelo sono i valori umani, la cultura, la solidarietà. E perfino la tradizione, quella tradizione che ci rende ostili alle grandi opere pubbliche costose. Se Dio avesse voluto che i siciliani arrivassero sul continente a piedi asciutti, avrebbe creato un istmo, lì.
Ecco perché dovete non scandalizzarvi di quanto accade oggi. Ecco perché dovete continuare a votarci. Perché, nell’ambito del possibile, noi reputiamo di essere migliori –non impeccabilmente e superiormente morali, solo migliori – dei nostri avversari. E perché il nostro programma forse corrisponde ai vostri ideali>>.
Così parlò il Prodi immaginario, Ma le sue parole possono far paura. Il programma “buonista” sarebbe eccellente se lo Stato, quando vuole raddrizzare le imperfezioni della società, non somigliasse ad un idrante pieno di buchi: si perde molta più acqua per strada di quanta ne arriva sulle fiamme. La macchina statale ha un rendimento estremamente basso. Per dare cento al beneficiario non raramente spende duecento in burocrazia. Il risultato è che ai cittadini arriva molto poco mentre alla collettività tutto il sistema costa moltissimo. Lo Stato intero dunque si impoverisce, fino a giungere alla miseria, come si è visto in tutti i paesi ad economia marxista: si pensi da ultimo a Cuba, felice paese comunista in cui l’industria più produttiva è il meretricio internazionale.
La sinistra è inefficiente, burocratica, pauperista, passatista. Moralistica, conservatrice, livellatrice, oppressiva. Convinta com’è dei suoi superiori valori morali tende ad imporli a tutti, perché per essa lo Stato etico (cioè oppressivo maestro di vita) è un’ovvietà.
Alcune frasi dell’ipotizzato discorso meritano infatti un particolare un commento. Quando si parla di “un maggiore spirito di pietà per i perdenti della vita, anche se fossero un po’ colpevoli della loro sconfitta” si delinea ciò che in Inghilterra si verificò prima dell’avvento della signora Thatcher: sussidi di disoccupazione così generosi che alcuni sceglievano deliberatamente di non lavorare e rimanere a casa a bere birra. Ma ovviamente questo benessere era pagato da chi, in quel momento, lavorava. Come ama ripetere Antonio Martino, “ogni volta che qualcuno consuma un bene che non ha prodotto, c’è qualcuno che non consuma un bene che ha prodotto”. E infatti l’Inghilterra, prima del favoloso colpo di reni che le impose la Dama di Ferro, stava andando a ramengo.
In realtà i sussidi devono salvare i veri sfortunati, non trasformarsi in contributi a pioggia, magari a vantaggio anche di chi vuol vivere a spese degli altri o di chi sta già bene. Bisogna dare di più a chi ha veramente bisogno, escludendo contributi bassi ed indiscriminati.
Quanto al “sequestro della ricchezza”, a parte la sua intrinseca giustizia (si chiama rapina, normalmente), esso ha una controindicazione grandissima. La ricchezza la creano i singoli con l’impegno lavorativo ed intellettuale: se lo Stato poi la sequestra – in tutto o in gran parte – la gente si astiene dal produrla e coloro che vogliono disporne invece di produrla si iscrivono al partito dominante. Perché la vita relativamente agiata si concentrerà lì, come provato ad usura dall’Unione Sovietica. Abbiamo dimenticato i magazzini Beriozka?
Il centro-destra non è a favore del diavolo, è a favore di ciò che vuole la gente: le comodità, la prosperità, la modernità. Mentre è vero che la sinistra non ha paura della povertà. Ma non ha paura della povertà altrui.
Su un solo punto il Prodi immaginario ha ragione: la questione della “diversità” dei partiti di sinistra (e in particolare dei Ds) è una balla e una stupidaggine. Se rimane vero che bisogna punire gli eccessi e i reati, non per questo bisogna credere che la politica si faccia sulla Luna. Si fa su questa nostra umana ed imperfettissima terra.
E dunque si possono augurare venti favorevoli a D’Alema, quando non è in servizio.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it

KEEP SMILING
Pierino guarda dal buco della serratura della stanza della servetta e la madre lo rimprovera. “Smettila, non sta bene guardare ciò che fa una ragazza, in camera sua”. “Ma io non guardo ciò che fa lei, guardo ciò che fa papà”.

Mia moglie, ogni volta che torna a casa, si mette a gridare. La mia no. Ha la chiave.

Lei e lui. Ti piaccio? Sì. Ti piaccio molto? Sì, mi piaci molto. Moltissimo? Moltissimo. Mi sposi? No. Scendi!

Due amiche. L’altro giorno suonano a casa mia. È un giovane che mi chiede se mio marito sia in casa. Lo faccio entrare, ci mettiamo a parlare… insomma finiamo a letto. Poi è tornato, m’ha chiesto se mio marito era in casa… insomma siamo finiti di nuovo a letto, e così per quattro o cinque volte. E ora comincio a chiedermi: ma che vuole, costui, da mio marito?

Che fa un lavoratore-sindacalista quando cade per terra? Per prima cosa tira fuori le mani dalle tasche dei pantaloni.

Cara Mamma, scrive il soldatino bavarese, qui nella camerata siamo in quindici, dieci bavaresi e cinque prussiani. La madre gli risponde. “Figlio mio, sono fiera di te, vedo che siete già stati capaci di fare cinque prigionieri”.

Un pasticciere ha urgente bisogno di una commessa e telefona all’Agenzia. Da lì gli chiedono: “Le serve giovane o va bene anche anziana?” “Non ha importanza. L’essenziale è che sia diabetica”.

“Mamma, mamma, tutti dicono che sono un mostro!” “Non ci pensare, bambino mio, sono chiacchiere. Ora chiudi i tuoi tre occhioni blu e dormi”.

Pierino, dov’è la tua pagella? Non l’ho, papà. L’ho prestata a Stefano che vuole fare prendere uno spavento a suo padre.

Il ricco americano ha ordinato una Trabant (vecchia, piccola, primitiva auto della DDR) e quando la riceve esclama: “Questi tedeschi! Sempre accuratissimi. Prima di spedirti l’automobile te ne mandano un modellino di plastica!”

Il fumatore malato di cancro: “Quando muoio voglio essere cremato”. La moglie: “Tipico. Prima fa i suoi comodi e poi lascia la cenere dove capita”.

CRETINETTI DELLA SERA
Ricordate Roberto dal Bosco? Insomma, quel signore (sic) che a Roma in Piazza Navona un anno fa, per "far piacere ad un'amica",  tirò un treppiedi in testa a Berlusconi per poi, dopo una notte passata in guardina,  scusarsi dichiarando  che quel gesto era  "soltanto una coglionata".
Bene, oggi il Corriere della Sera (che stile 'sto Mieli !!!)  gli dedica una mezza paginata per fargli dire che non è affatto pentito, anzi,  rifarebbe quel gesto.

RAZZISTI DI COMPLEMENTO
Ricordate Fulvio Grimaldi? Insomma, quel giornalista di Rai3 (sic) 
che immancabilmente si presentava in onda con il suo  bassotto. Bene, navigando in rete  ecco  un suo articolo dal titolo "La guerra globale di Sion" dove si va a dimostrare che con Mario Draghi alla guida della Banca d'Italia "vince la finanza anglo-israeliana, massonica e laica..."  la finanza di quelli "che in Palestina fucilano o torturano pacifisti e oppositori, rimuovono un popolo, con l’assassinio e il massacro sociale, dal primo lembo di un obiettivo strategico chiamato "Grande Israele"; le stesse che in Iraq hanno cercato, invano, di decapitare un polo antimperialista, nazionale e socialmente alternativo ai modelli del vampirismo capitalista e del nuovo colonialismo; le stesse che, a partire dai progetti di una masnada di nazisionisti covati da Reagan e Bush padre a Washington, si propongono il dominio e il saccheggio planetari. A volte si opera con il fosforo, a volte con le manifestazioni colorate, a volte con il terrorismo, a volte con la moneta. In ogni caso si opera come detta Mein Kampf."

Gad Lerner?
Gad Lerner non vuole mescolarsi a manifestazioni o non-manifestazioni in cui ci siano soltanto ebrei.
Nell'intervista rilasciata a Andrea Garibaldi tiene a precisare di  essere stato  tra i primi firmatari del manifesto che convocò la manifestazione del 3 novembre, dopo le dichiarazioni del presidente dell'Iran, Ahmadinejad («Israele va cancellato dalla mappa del mondo»), ma - dice - «quel giorno c‚erano ebrei e non ebrei, a via Nomentana...».
Dunque se le  manifestazioni o non-manifestazioni vedono come protagonisti solo gli ebrei Gad Lerner scappa per non correre il rischio di essere confuso col suo popolo e la sua comunita'.
Si scopre anche religioso Gad Lerner e critica l'uso politico di una festivita' ebraica senza pensare che Hanuka' ricorda un fatto storico che parla di orgoglio e di liberta' quindi niente di piu' indicato per far capire all'Iran che Israele c'e', che Israele accende le sue luci e che nessuno potra' mai spegnerle senza sprofondare egli stesso nelle tenebre.
A questo tipo di discorso Gad Lerner doveva essere orgoglioso di partecipare invece di accusare di integralismo chi non lo e'.
Fossero tutti cosi' gli integralisti, caro Lerner, avremmo un mondo migliore.
Gli integralisti, che nessuno minaccia di distruzione,  gettano i crocefissi dalle finestre, impediscono ai propri figli di entrare in classi dove e' presente il simbolo della cristianita', pretendono scuole solo per "loro" per non contaminare i loro figli con quelli di altre fedi o etnie. 
Gli integralisti sono razzisti che pretendono diritti per calpestare quelli altrui .
Non mi pare che accendere le candele di Chanuka' davanti alla rappresentanza del paese che chiede la scomparsa di Israele dalla carta geografica del mondo possa essere scambiato , se non in malafede e per codardia,  per un atto integralista.
Voglio citare le parole di un amico: "Credo che, se esiste un popolo la cui storia e la cui attualità non sono scindibili dalla dimensione spirituale, questo è Israele.
Credo al contempo che, se esiste un popolo che sa distinguere il potere politico dalle questioni sprituali, questo è pur sempre Israele."
Quindi , caro Gad Lerner, abbia almeno il coraggio di dire che non e' andato all'accensione delle luci per i soliti motivi che la contraddistinguono e la vedono fuggire da tutto quello che parla di ebraismo e di Israele a meno che non vi siano in mezzo anche i "gentili" che, a suo modo di vedere, rendono il tutto piu' kasher.
Siamo in un paese democratico e ognuno ha il diritto di esprimere le proprie idee e di decidere delle proprie azioni ma questi diritti non dovrebbero farle dimenticare che quando si tratta di sopravvivere gli ebrei devono difendersi da soli e il Movimento Culturale degli studenti ebrei  ha fatto capire questa realta'  in modo gentile, pacifico  e significativo.
Lei ha perso un'occasione per essere dalla parte della vita e della ragione contro ogni tirannia.
Lei  non ha capito il significato di quelle luci accese  nel vento e in mezzo al traffico di via Nomentana, non ha capito che volevano dire al tiranno che Israele, Stato - Nazione e Popolo, esistera' sempre  e che e' proprio questo il NES GADOL, il grande miracolo: la luce che nessun tiranno e' mai riuscito a spegnere nonostante ripetuti tentativi.
Lei dovrebbe ritrovare l'orgoglio di essere ebreo e non strisciare contro i muri per non farsi notare.
Felice Hanuka', Gad Lerner,
Deborah Fait - informazionecorretta

A Gaza si è appena concluso l'ennesimo sequestro
E' di oggi la notizia del rapimento di  un italiano, Alessandro Bernardini,   sequestrato da alcuni palestinesi armati   a Khan Younis, dove Bernardini si trovava in visita "d'ispezione" (sic) con un gruppo di "pacifisti" guidato dalla deputata di Rifondazione Comunista Morgantini (!).  
A poche ore dal sequestro,  Bernardini è stato liberato (foto)  con un blitz dalla polizia palestinese. Al di là delle reale identità dei sequestratori,  
con l'avvicinarsi delle elezioni (gennaio 2006), all'interno della società palestinese è ormai in atto uno scontro durissimo che vede il moltiplicarsi delle azioni violente realizzate dai vari movimenti palestinesi per esercitare pressioni sull'ANP.

IL FELLONE
Il fellone è estraneo alla nostra società ma un tempo questa figura fu molto nota. Il fellone era colui che veniva meno al giuramento di fedeltà fatto al suo signore e dunque era un uomo senza onore. Analogamente il Bushido non ammetteva che il samurai venisse meno al suo dovere nei confronti del suo signore, nemmeno se ciò gli costava la vita. Nel suo codice il dovere dell’eroismo senza chiedere perché pesava molto più della sopravvivenza.
Questi principi provocano un sottile moto d’ammirazione nelle anime nobili. Indubbiamente, chi preferisce mantenere la parola data a qualunque prezzo, come Attilio Regolo, dimostra una natura titanica. Purtroppo, la vita è complessa. I martiri cristiani almeno erano sicuri, affrontando la morte, che nulla avrebbe potuto porre in discussione la validità della loro scelta, perché essa era fondata su motivi trascendenti. Ma in tutti gli altri casi esiste il rischio che la fedeltà si riveli complicità. Una volta posta nelle mani del beneficiario, la cambiale in bianco può essere usata per fini tutt’altro che nobili. Il problema dunque diviene: il samurai – nel momento in cui è chiamato ad agire e magari morire per il suo signore - deve o no giudicarne l’azione o deve obbedire perinde ac cadaver, solo perché questo un giorno ha giurato?
Esiste una famosa è straziante foto di Hitler che, uscito momentaneamente dal suo Bunker, mentre i russi già sono alle porte di Berlino, decora al valor militare dei ragazzini, quasi dei bambini in divisa. Quei poveri minorenni avevano rischiato la vita e forse presto l’avrebbero persa in nome di un fanatismo ispirato da una propaganda senza falle e senza contraddittorio. Piccoli eroi ma disinformati. Quelli di loro che saranno sopravvissuti come avranno poi giudicato quei giorni, i rischi corsi, il preteso dovere dell’estremo sacrificio per difendere un tiranno paranoico e sanguinario che si nascondeva sotto metri e metri di cemento armato?
La promessa del servizio incondizionato a un’idea o a una persona non è ragionevole. Forse proprio per questo la si cementa con un giuramento che, richiamandosi alla divinità, ne fa un contratto magico la cui sanzione è l’inferno. Ma essa rimane assurda e nasce forse solo dall’interesse del beneficiario di far sì che chi deve servirlo interiorizzi la propria funzione di strumento nelle mani altrui, trasformandola da vile servaggio in nobile eroismo: e invece chi serve con eroismo rimane un servo. Se lo fa solo perché ha promesso sarà uno schiavo volontario ma uno schiavo è. La positività della sua azione infatti non dipende dalla promessa stessa ma da un serio esame degli scopi del suo signore. E col tempo gli scopi del signore possono cambiare, rendendo magari assurda o criminale una fedeltà che prima era plausibile.
I casi in cui si potrebbero discutere questi problemi sono innumerevoli. Si pensi ai giovani che, indottrinati in età pre-critica dal fascismo, e senza esperienza d’altro che di esso, si arruolarono volontari nella Rsi, per difendere la Patria. Si pensi ai tanti comunisti che, vittime di una propaganda bugiarda e di un idealismo che faceva loro chiudere gli occhi sulla realtà, sono stati ferventi della Falce e Martello, anche mentre in suo nome si compivano i peggiori crimini. Si pensi a tutti coloro che sono stati delusi dai loro ideali, dopo averli serviti per decenni.
In conclusione, mai promettere eterna fedeltà. Il futuro non ci appartiene e considerare nobile la rinuncia alla propria autonoma volontà è un errore. Non possiamo dimenticare che forse siamo sottoposti ad un pesante condizionamento. Un giorno potremmo scoprire che i nostri nemici forse avevano più ragione dei nostri amici.
L’eroismo non vale più della causa per cui agisce.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 1° gennaio 2006