ARCHIVIO GIUGNO 2007
DIRITTO E POLITICA NEL CASO VISCO-SPECIALE
Molti si affannano a chiedere se il fatto che il vice-ministro Visco sia indagato per tentato abuso d’ufficio comporti giuridicamente il suo obbligo di dimettersi dal partito. La risposta è risolutamente negativa. Chiunque  è innocente fino alla pronuncia definitiva di colpevolezza e le dimissioni non sono obbligatorie neanche in caso di condanna, salvo sia stata inflitta l’interdizione dai pubblici uffici. Ma la politica – malgrado certe deplorevoli tendenze contemporanee – non ha le stesse regole del diritto penale. Quando stava per partire per la spedizione in Sicilia, Alcibiade fu perseguitato per un supposto reato mentre era probabilmente innocente; e poi fu accolto come un salvatore dopo che aveva tradito la patria, mettendosi al servizio del Grande Re. È sempre stato così. In politica si giudica dai risultati e non dalle intenzioni; dall’immagine più che dalla sostanza; su base emotiva più che giuridica. Il popolo a volte perdona i crimini più orrendi (Saddam Hussein ha avuto fino all’ultimo i suoi partigiani), mentre altre volte non tollera sbavature (Nixon che mente al Paese), pur perdonando poi analoghe menzogne ad un Presidente più simpatico (Clinton che afferma che il sesso orale non è sesso e che lui nemmeno conosceva Monica Lewinski).
Le dimissioni sono dovute quando la permanenza al governo di un certo uomo politico diminuisce la credibilità, la dignità e il decoro di un gabinetto. Scaiola, pur non colpito neanche da un avviso di garanzia, si è dovuto dimettere per aver dato del “rompicoglioni” ad un uomo assassinato per avere servito le Istituzioni. Parlava in terza persona, pensava di non essere udito da orecchie indiscrete, ma questo ha reso la sua presenza un vulnus alla rispettabilità del governo. Benché il turpiloquio sia moneta corrente a tutti i livelli, incluso quello di coloro che hanno stigmatizzato il linguaggio di Scaiola.
Il caso di Visco è particolarmente grave. Mentre su Berlusconi è stato fatto planare per decenni il sospetto che volesse imbrogliare il fisco per pagare meno tasse, in quanto privato imprenditore; mentre per Clinton si trattava di privatissimi affari di sesso, anche se ha commesso l’errore di mentire; mentre per per Scaiola come per Calderoni si è trattato solo di cattivo gusto, Visco è sospettato di avere abusato del suo potere in quanto vice-ministro. Di avere fatto un uso illecito, prevaricatore e indecente della sua carica: e proprio questo comportamento lo farebbe ritenere particolarmente inadatto ad essa. Se un medico investe qualcuno con l’automobile, molti suoi clienti gli resteranno lo stesso fedeli; se invece muore un paziente per colpa sua, quanti suoi assistiti manterranno la loro fiducia in lui? La colpa professionale è sentita come imperdonabile da chi potrebbe esserne danneggiato: e infatti oggi l’Italia intera è spaventata all’idea di avere un vice-ministro che tenta di abusare del proprio potere.
Visco dovrebbe dimettersi non una ma dieci volte. Per ragioni politiche. Quand’anche la magistratura lo assolvesse e gli appuntasse sul petto una medaglia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 2 luglio 2007


P.S. Il generale Speciale – secondo “il Giornale” - conta di querelare Padoa-Schioppa e il Presidente del consiglio per diffamazione e calunnia. È notorio (art.68 della Costituzione Italiana) che “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni”. Indubbiamente il ministro Padoa-Schioppa, nel riferire in Parlamento a proposito della vicenda Visco-Speciale, esercitava (male) le proprie funzioni di ministro: come è concepibile una querela? Abbiamo tutti un’annosa esperienza delle contumelie, delle accuse, delle diffamazioni e perfino delle più spudorate calunnie udite in Parlamento. Come mai, improvvisamente, sarebbe concepibile denunciare addirittura il Presidente del Consiglio – assente – per un reato del genere?
È ovvio che si possono condividere l’indignazione e lo sdegno per le parole di Padoa-Schioppa, parole rese sul momento ancor più cocenti dalla coscienza che al generale la Costituzione non offriva né diritto di replica né la protezione dell’art.595 del Codice Penale (diffamazione): ma qui si parla di una querela. Per questo si chiedono lumi a chi, fra i lettori, ne sapesse di più. In particolare ad un nostro lettore, giudice di notorietà nazionale, che ci onora della sua attenzione.
Diverso è il caso dell’eventuale ricorso al Tar. Se la destituzione del generale è un atto amministrativo, in quanto tale esso è sottoposto al controllo del relativo Tribunale. Sempre che non si tratti di un mero giudizio di merito, su cui il controllo di legittimità è impossibile. E invece – a quanto si legge sul “Giornale” – questo ricorso al Tar è dato come eventuale e quasi come conseguente al risultato dell’azione penale. Anche su questo si chiedono lumi.



LA MISERIA DEL GRAND’UOMO
Nessuno è un grand’uomo per il suo cameriere, dice un proverbio. E aggiungono gli inglesi: familarity breeds contempt, la familiarità genera disprezzo. Il contatto quotidiano mostra il lato umano, debole e a volte maniacale di ogni individuo: tanto che disprezzare un genio per questo sarebbe ingiusto. Sarebbe come rimproverargli la sua natura di essere umano. Il grande filosofo infatti dedicherà le proprie energie intellettuali alla metafisica ma col suo cameriere (quando esistevano i camerieri), passerà il tempo a lamentarsi della sua artrite. E il cameriere potrebbe giudicarlo un vecchiaccio querulo.
Più interessante è vedere il lato deteriore dei grandi nelle cose importanti. Non il fatto che il filosofo si lamenti per l’artrite ma il fatto che sia diventato celebre perché ha rubato l’idea d’un discepolo. E per certi campi si può stabilire una dimostrazione teorica.
La cooptazione è il sistema che istituzionalizza l’umiliazione da un lato e la raccomandazione dall’altro. È il sistema per cui “coloro che lo sono già” decidono chi “deve esserlo”: cioè il nuovo socio della confraternita. Chi si candida all’Accademia di Francia è tenuto, per tradizione, a far visita ai Membres de l’Institut, per chiedere il loro appoggio. E senza questa umiliazione, questo atto di deferenza, è ben raro che si abbiano speranze.
Ma almeno, per appena pensare all’Académie Française, è necessario avere già una fama nazionale; nell’università italiana invece basta soltanto avere seguito con interesse le lezioni di un professore, avere superato brillantemente l’esame relativo, e avere frequentato il professore facendogli qualunque minuto favore quel signore si degni di chiedere. Così il postulante diverrà prima una sorta di famiglio, poi per anni un quasi assistente volontario, infine un quasi assistente, finché il professore non lo proporrà ai colleghi e costoro, come d’accordo, lo dichiareranno vincitore del concorso. Il prescelto prevale fra tre (la famosa terna) e gli altri due si prestano a fare da comparse perché sperano che, fra qualche anno, saranno loro, i vincitori sicuri. C’è gente che sa con due anni di anticipo quand’è che sarà così “bravo” da prevalere nella terna.

Se questo sistema corrisponde alla realtà, è evidente che il professore d’università potrà avere maggiori o minori qualità culturali, ma una qualità dovrà in ogni caso avere in alto grado: quella di piegare la schiena. Un Dante Alighieri potrebbe divenire celebre, con la sua Commedia, e perfino ottenere una laurea Honoris Causa (tanto, non fa concorrenza ai cattedratici), ma un posto di ricercatore nel corso di letteratura italiana no: non sarebbe bravo a farsi raccomandare e col suo carattere litigherebbe prima di ottenerlo.
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Venendo all’attualità, si nota come personaggi universalmente stimati come intellettuali e grandi specialisti, una volta chiamati a posti di responsabilità in politica, diano pessima prova di sé. Un esempio sotto gli occhi di tutti è Tommaso Padoa-Schioppa.
Questo ministro dell’economia, prima di essere chiamato a far parte del governo Prodi, s’è fatto una fama come studioso. Uno per il quale non solo due più due fa quattro, ma per il quale la radice quadrata di 841 è 29. Ebbene, giunto al governo, è sembrato interessato solo a non staccarsi dalla sua poltrona. Ha proclamato che due più due fa quattro ma poi, su proposta dei sindacati, ha detto che fa 4,71. O 4,72. O anche 6,27, se serve. La tavola pitagorica ha cessato d’essere una certezza. Né questo è stato l’unico saggio della sua resistenza intellettuale. Quando Visco si è trovato nei guai, e invece di dimettersi ha attaccato chi ne aveva dimostrato gli errori, TPS si è prestato a leggere un testo ignobile, scritto probabilmente dallo stesso Visco, in cui si invertivano i ruoli: scorretto diveniva chi era stato corretto, interessato chi era sempre stato disinteressato, inaffidabile chi era stato affidabile. In una sequela di calunnie che hanno squalificato più chi si è prestato a metterci la propria faccia in Senato che la loro vittima. Padoa-Schioppa è apparso come il volto di un potere vile e prevaricatore.
Purtroppo, l’essere riusciti è sintomo di grandi capacità, ma in tutte le direzioni: anche in quella dell’abiezione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 30 giugno 2007


La domenica senza Capezzone
Finalmente, ce l'hanno fatta: da domani Daniele Capezzone non sarà più il conduttore della rassegna stampa del dì di festa. Già da tre settimane aveva perso lo spazio dell'intervista del dopo rassegna, adesso l'epurazione è stata completata. "Radio radicale è un microfono - come dice lo spot - che sta dentro ma fuori dal Palazzo". Da domani sicuramente un po' più all'interno.
Per incomprensioni, gelosie e antipatie. Purtroppo anche il Partito radicale ha avuto i suoi problemi generazionali, e, a quanto pare, un patto tra Pannella e Daniele è assolutamente improponibile. Dire, come ha fatto Bordin per giustificarsi, che "siccome si sta facendo il suo partito e in questo week end c'è il comitato nazionale di Radicali italiani allora non mi sembra il caso", è argomentazione che può andare bene per l'Udeur o l'Udc, ma non per i gloriosi radicali. E poi la domenica la rassegna era molto seguita ed era per la Radio ciò che l'inserto cultura è per il Sole 24 Ore. Un qualcosa che si cerca da parte dei radioascoltatori. E che se non si trova (per questi motivi un po‚ meschini) fa dispiacere. Magari a Bordin e a Pannella non gliene può importare di meno. Però a tutti noi che ci eravamo così ben abituati questa decisione "di palazzo" lascia un vuoto incolmabile.

di Dimitri Buffa <mailto:buffa@opinione.it>


“UN PIACIONE CHE AMA PIACERE, UN FAVOLATORE ILLUSIONISTA”
SCONFITTO DA D’ALEMA, SFRATTATO DA AFFITTOPOLI, PORTÒ I DS AL MINIMO STORICO
Candidato naturale alla guida del Pidì o scelta obbligata di una Quercia in agonia? Uomo nuovo o 'vecchio arnese' (Berlusconi dixit)? Io vedo Walter Veltroni come un esempio luminoso del Perdente di successo. Un politico con alle spalle più sconfitte che vittorie. Eppure capace di rialzarsi dalla polvere per risalire sull'altare. Restando sempre uguale a se stesso: un piacione che ama piacere, un favolatore che illude la gente, un conciliatore degli inconciliabili. E dunque un leader inadatto a un'Italia in declino che ha bisogno di capi severi, dalla parola aspra e dalle scelte crudeli.
Ho visto giusto? Non lo so. Su Walter ho scritto migliaia di righe e ne ho lette qualche milione. E il troppo inganna. Le mie cronache su di lui iniziano nella primavera del 1994. Achille Occhetto ha perso le elezioni contro il Cavaliere e deve lasciare le Botteghe Oscure. Baffo di Ferro non vuole cedere lo scettro a D'Alema. Così decide di gettargli tra le gambe un candidato a sorpresa: Veltroni. In quel momento, Walter non ha ancora 39 anni ed è soltanto il direttore dell''Unità'. Tre messi occhettiani (Piero Fassino, Claudio Petruccioli e Fabio Mussi) cominciano a costruire la sua candidatura. Sembrano farlo a dispetto del candidato. Che giura di non aspirare al Bottegone: "Il mio lavoro è, e resterà, quello di dirigere il nostro giornale".
 
In realtà, Walter si vede già alla guida del partito. Il 22 giugno spiega a Barbara Palombelli di 'Repubblica': "Il mio sogno? Un milione di persone in piazza. E non per salutare qualcuno che se ne va, ma per festeggiare qualcosa che comincia. Sogno una sinistra unita, che ritrova le ragioni della speranza, riaccende un fuoco, riscopre ideali". I due candidati non potrebbero essere più diversi. D'Alema è superbo, brusco, dentuto con i giornali. Quando un cronista gli chiede se ha stretto un patto di non aggressione con Veltroni, replica gelido: "Sono cazzi nostri". Veltroni è il buonista gaudioso. E fa spallucce quando un amico lo grattugia così: "Walter, se vuoi essere un numero uno, devi smetterla di dar ragione a tutti".
Il sogno si dissolve il 1 luglio 1994, alla Fiera di Roma. Il Consiglio nazionale elegge segretario D'Alema. Walter incassa con il sorriso sulle labbra. Dice ad Alberto Statera della 'Stampa': "Mi vede pallido, ma è colpa della dieta. Ho perso tredici chili in un mese e mezzo". Poi telefona alla figlia Martina: "Allegra, zio Massimo ci ha salvato le ferie!". Walter rimane a guidare 'l'Unità'. Fa un bel giornale che non ha nulla del foglio di battaglia. Mai ruvido con gli avversari. Niente campagne-carogna. Articoli intelligenti e spesso inutili. Il Museo dei bidoni. Dalla trota pelosa allo yeti. L'artigiano che fabbrica alabarde per il cinema. Professione sub, un sessantottino sotto il mare. E via cazzeggiando, per la rubrica 'Chi se ne frega' del maledetto 'Cuore'.
Ma il Perdente cerca la rivincita. Ne ottiene una nell'estate del 1995. Vittoria d'immagine, con il libro 'La bella politica'. Trionfo di pubblico e di critica. Persino Romano Prodi non si sottrae all'obbligo del santino. Geloso, D'Alema scrive anche lui un libro: sessanta pagine sull'Italia normale. E i due testi diventano la canzone dell'estate in tutte le feste dell'Unità.

 A quella nazionale gareggiano le coppie D'Alema-Maurizio Costanzo e Veltroni-Giovanni Minoli. Una kermesse di luci della ribalta, selve di telecamere, recensioni lecchine. Ma è in agguato la destra, nella persona di Vittorio Feltri, direttore del 'Giornale'. Che in agosto attacca su un fronte imprevisto: Affittopoli.
Walter, sia pure non da solo, perde un'altra volta. Anche lui è tra gli inquilini delle case offerte ai vip dagli enti previdenziali. E va fuori dai fogli. Ricordo una telefonata furibonda all''Espresso': "Pure voi ci avete preso a calci in faccia!". Gli dico: perché non replichi sull''Unità'? La risposta mi lascia secco: "Non posso, perché noi siamo un giornale d'informazione".
È una fine estate violenta. Walter ha lo sguardo smarrito del tacchino inseguito dal cuoco. Ma si riprende presto, convinto della sua buona stella. Siamo alla primavera del 1996. Prodi lo fa correre con lui. Walter vorrebbe candidarsi nel collegio sicuro di Suzzara. Poi D'Alema, dal Bottegone, lo strattona. E Walter affronta la battaglia a Roma 1, contro il magistrato Filippo Mancuso.
 È un match da film dell'orrore. Il più perfido del Polo contro il più buono dell'Ulivo. A vincere è Walter. Il compagno di banco che ti fa copiare il compito. Il vicino di casa che accorre quando il tuo lavandino perde. Uno dei suoi slogan, dedicato all'ambiente, sembra fabbricato per lui: 'Chi lo ama è riamato'. Ma dovrà sopportare il ritratto al curaro che Mancuso affida a Francesco Merlo, del 'Corriere': "Veltroni è un elencatore di luoghi comuni, parla di cose che non sa, cita libri che non legge, è un anglista che non conosce l'inglese, un buonista senza bontà, un americano senza America, un professionista senza professione".
Prodi lo porta con sé a Palazzo Chigi. Ci staranno per poco. Il 9 ottobre 1998 il governo cade. Al Professore subentra D'Alema. E Walter, sconfitto come vice-premier, trova una via d'uscita grazie a Max che lo designa a succedergli come segretario dei Ds. Ancora una volta perdente di successo, Walter viene eletto da una maggioranza bulgara: l'89,1 per cento.
Quattro giorni prima, Walter visita in carcere Adriano Sofri, con Pietrostefani e Bompressi. E auspica la revisione del processo per l'assassinio del commissario Calabresi. Poi va a raccogliersi sulla tomba di don Giuseppe Dossetti, l'icona della sinistra dicì. Carcerati, morti ammazzati, sepolcri di sant'uomini. La spalla di Walter, Pietro Folena (oggi rifondarolo) s'affanna a spiegare: la nostra è attenzione alle problematiche della sofferenza e contaminazione di culture. Ma c'è chi si chiede: l'epoca di Walter al Bottegone sarà di sangue versato e di lacrime a gogò?
 L'anno successivo il sangue comincia a versarlo il partito. Elezioni europee del 13 giugno 1999: rispetto alle politiche del 1996, i Ds perdono per strada due milioni e mezzo di elettori. Al Nord sono ridotti al 13,1 per cento. Forza Italia svetta. In tivù compare un Veltroni disfatto, i capelli ritti, il famoso neo quasi a ciondoloni. Come non capirlo? Eccolo descrivere il suo partito, nel luglio di quell'anno: "Gracile, arrogante, ha sostituito il centralismo democratico con il casino. Siamo pieni di intrighi, di correnti, di lotte. Sono spaventato da una Quercia ricca non di opinioni diverse, ma di guerre intestine". Quindici giorni prima, i Ds hanno perso il Comune di Bologna, la roccaforte rossa.
Passano sei mesi e, il 15 gennaio 2000, Walter è rieletto segretario dei Ds al congresso di Torino. Ma la Quercia è in pieno marasma da clan. Ulivisti puri. Miglioristi superstiti. Veltroniani. Dalemisti. Pontieri. Sinistra tenera. Sinistra dura. Laburisti. Cristianosociali. Sinistra repubblicana. Comunisti unitari. E riformatori per l'Europa. Morale: il 16 giugno di quell'anno una nuova batosta per Ds e alleati. Sconfitti in otto regioni su quindici. Il giorno dopo D'Alema si dimette da premier, lasciando la poltrona a Giuliano Amato. Walter è sotto accusa, anche se quel disastro non può essere addebitato soltanto a lui. Ma è in quell'estate, forse, che il Perdente di successo medita la sua exit strategy: uscire dall'agone nazionale e rintanarsi a Roma.
L'occasione si presenta all'inizio del gennaio 2001. Il sindaco della capitale, Francesco Rutelli, si dimette per guidare il nuovo scontro con Berlusconi, previsto per maggio. Walter si candida subito a succedergli. Come è possibile? Il leader dei Ds che si rifugia in un municipio? In realtà, Veltroni ha annusato un'altra catastrofe. E non vuole perire sul campo. La catastrofe arriva alle politiche del 13 maggio. Vittoria schiacciante di Forza Italia. I Ds sono al minimo storico: 16,6 per cento. Lo stesso giorno, Walter si batte contro Antonio Tajani. Ma diventa sindaco di Roma soltanto due
settimane dopo, al ballottaggio. Il Perdente di successo l'ha scampata bella. Ha vinto in casa, però ha vinto. E bisserà la vittoria nel 2006, con un margine molto ampio.
 Roma capoccia e ladrona è ormai sua. L'astuto Walter ne farà la rampa di lancio per nuove avventure. Al partito ci pensi quel piemontardo faticone di Fassino. Piero verrà eletto segretario a Pesaro, il 16 novembre 2001. E troverà all'opposizione proprio Walter, capo ombra del Correntone di sinistra.
Adesso, come nel gioco dell'oca, si ritorna alla casella di partenza. I due avversari storici di Walter lo candidano alla guida del Pidì. È l'auspicato rinnovamento? Direi di no. Siamo ai soliti tre attori di tanti spettacoli nel Teatro della Quercia. Dunque ci vorrebbero altri competitor nelle primarie. Difficile, ma non impossibile, che emergano. Comunque, smettiamola con i requiem anticipati per Prodi. Non è elegante. E disturba molto anche gli scettici come me.

Dagospia 29 Giugno 2007
- Giampaolo Pansa per “L’Espresso”

COME SE
I commenti sul discorso di Veltroni si sprecano ma l’essenziale è questo: non ha detto niente perché non poteva dire niente.
Le sue affermazioni possono infatti essere così raggruppate: 1) fini da raggiungere, sui quali tutti sono d’accordo. Si è tutti per la piena occupazione, contro la criminalità, contro il male e a favore del bene; 2) pura e semplice aria fritta: “voltare pagina”, realizzare “un’Italia nuova”, ecc.; 3) infine qualche affermazione concreta come la realizzazione della TAV. Solo che queste suscitano interrogativi: crede forse, Veltroni, che Prodi la TAV non l’abbia voluta fare? E che poteri avrebbe, lui, che Prodi non ha? Per quanto si possa disprezzare l’attuale Primo Ministro, l’alternativa è netta: tentare di fare certe cose e far cadere il governo, o rassegnarsi all’impotenza. Veltroni, al posto di Prodi, sarebbe un altro Prodi. Ancor più problematico è l’accenno a riforme costituzionali che somigliano fin troppo a quelle che il centro-sinistra ha invitato gli italiani a rigettare, con un apposito referendum. Con chi le vuole fare, queste riforme, Veltroni, col centro-destra?
In totale ciò che è avvenuto a Torino ha dell’inverosimile. In una grande sala si riunisce un partito che ancora non esiste. Questo partito inesistente – ovviamente - non ha un programma e fino ad ora è solo riuscito a perdere pezzi per strada, in particolare il Correntone dei Ds. Ed ecco che centinaia di politici – non-membri dell’attuale non-partito -  ascoltano compunti un uomo e lo acclamano leader. E questo benché il would be partito, qualche giorno fa, abbia stabilito che il leader sarà designato in autunno da elezioni primarie. Veltroni a questo punto, passando sopra tutti questi dati che rendono l’assemblea vagamente surreale, fa un discorso d’investitura vago e inconsistente in cui non dice né qual è il suo personale programma del partito, né con quali alleati intende realizzarlo. Ma per quanto sia sembrato, almeno questo mercoledì pomeriggio, l’uomo della Provvidenza, il povero Walter qualche seria ragione l’ha. Non riesce a moltiplicare i pani e i pesci. Come potrebbe enunciare un serio programma, se non si sa qual è il programma del futuro partito? E se poi i due programmi, il suo e quello del partito, non coincidessero? Né è più facile designare gli alleati. Se gli alleati fossero l’attuale estrema sinistra, il nuovo partito si condannerebbe all’impotenza prodiana; e se gli alleati non fossero l’attuale estrema sinistra, chi sarebbero, La Lega e Alleanza Nazionale?
Insomma Walter ha parlato un’ora e mezza nel quadro di un’operazione simile ad un gioco di bambini, in cui “si fa come se”: come se ci fosse un partito, come se avesse un programma, come se avesse prospettive di governo. Veltroni ha solo detto: “Accetto di essere il leader del PD. E sapeste come son buono!”
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 28 giugno 2007


PROFONDITÀ ED ESTENSIONE
Della Chiesa si può discutere in più modi: da credenti veri  o da credenti tiepidi, da miscredenti superficiali o da miscredenti rigorosi. Il credente vero - che per i tiepidi può anche essere definito integralista - ha come metro di giudizio l’ortodossia. Se chi è in peccato mortale non può accostarsi all’Eucaristia, non si deve permettere al risposato di fare la comunione. Se un giovane fa l’amore con la sua ragazza gli si può dare l’assoluzione solo a patto che prometta di non farlo più e mantenga. E così via. In molti, dinanzi a questi principi, si ribellano. Se le regole sono queste, dicono, è tempo di cambiarle: non corrispondono alla realtà attuale. Il vero credente obietta che certe regole della Chiesa sono immodificabili e che comunque, finché sono in vigore, quelle sono: ma la sua è una battaglia persa. Contro il sentimento la ragione è una spada di legno.
La comunità dei Cattolici ha creduto che la mentalità dei tiepidi sia stata adottata da un Papa, Giovanni XXIII. Per milioni di persone la sua apparizione ha significato che si metteva in archivio la severità dottrinaria e si sostituiva con un bonario ecumenismo. Ma che peccato mortale! L’importane è che ci si voglia bene. Che si riconosca la comune umanità. Che non si faccia male a nessuno. E se qualcosa di male s’è fatto, è un problema che il singolo può risolvere da sé, senza bisogno del prete: il perdono di Dio può giungere senza intermediari. Ecc.
Ovviamente, tutto questo è assurdo dal punto di vista dottrinale. Alcuni atteggiamenti corrispondono al Protestantesimo, altri sono gravissime negazioni dello stesso “Credo”, il tutto corrisponde ad una religione “à la carte”. Cioè quanto di più lontano si possa immaginare dal Cattolicesimo, una fede più minuziosamente regolamentata di un’Accademia Militare.
Forse a torto e forse no, con Papa Roncalli molti hanno ritenuto che la religione personale fosse divenuta lecita. Che fosse permesso fare la comunione ed essere materialisti (comunisti), essere concubini e perfetti cristiani, andare al mare invece che a messa, fruire insomma della vita moralmente facile dei miscredenti ed avere lo stesso il posto riservato in Paradiso.
La situazione può tuttavia essere osservata anche dal punto di vista “politico” della Chiesa e per meglio chiarire il concetto è opportuno andare un po’ indietro con la memoria. Come metodo, la scienza nacque nel ‘600 ma già bambina, nel ‘700, cominciò a mettere in crisi la religione. Questa addirittura rischiò di soccombere sotto l’attacco dei philosophes. Non perì perché, in Francia soprattutto, Rousseau e Chateaubriand, invece di provare a confutare le obiezioni logiche e scientifiche dei laici, fecero leva sulla sensibilité, tornata in grande moda. La religione divenne un fatto di decoro e di buon cuore: di decenza borghese, quasi. Perse molto in serietà e profondità ma ricuperò l’estensione precedente e si salvò.

La scristianizzazione del continente tuttavia proseguì durante l’Ottocento e buona parte del Novecento. A parte il positivismo, il semplice sviluppo tecnologico ha reso la scienza sempre più familiare e Dio sempre più lontano. Dinanzi ad un problema, il primo rimedio cui si pensa non è più la preghiera ma il ricorso allo scienziato. E la vera dottrina della Chiesa appare a molti eccessiva, inapplicabile e comunque tacitamente superata. Si è andati avanti così per decenni, finché Giovanni XXIII ha dato l’impressione di essere d’accordo con la moltitudine dei nuovi cattolici. Lui personalmente seguiva forse tutte le regole della religione ma per gli altri bastava un sentimento di profonda umanità, una vita accettabilmente morale condita con una simpatia personale per quel benefico ed eccentrico personaggio che fu Gesù. La differenza fra un buddista e un cristiano divenne un particolare tecnico: lo stesso unico Dio avrebbe accolto tutti i suoi figli con un sorriso. Bastò quasi non essere anticristiani per essere cristiani e la religione ricevette una poderosa spinta all’allargamento. La fede sopravvisse al prezzo dell’auto-rinnegamento.
I miscredenti superficiali si disinteressano del problema religioso. Pensano che, chissà, forse sbagliano tutti. E comunque la cosa non importa. Può darsi che Dio nemmeno esista e dunque si discute sul nulla. Come può anche darsi che Dio sia ben diverso da come lo dipingono e un giorno accoglierà tutti, integralisti e peccatori, cattolici e protestanti, e magari i miscredenti come loro, con un benevolo sorriso di compatimento.
I miscredenti rigorosi sono meno accomodanti. Disprezzano intellettualmente i credenti tiepidi perché incapaci di un pensiero serio e sono intellettualmente sarcastici con i credenti integralisti perché li reputano incapaci di vedere le mille contraddizioni e le mille apodissi su cui si fonda la loro fede. Né possono aver simpatia per un Papa come Giovanni XXIII che ha avuto l’aria di dar ragione ad un Cattolicesimo più apparentato con lo show business che con quella disciplina dell’anima per cui l’individuo rinuncia alla propria libertà di pensiero per divenire una pecorella nel gregge del Buon Pastore. In questo, miscredenti rigorosi e credenti seri sono d’accordo: checché ne possano dire le anime belle, il Cattolicesimo non è una semplice consolazione. È una scelta eroica che dovrebbe far tremare anche i più coraggiosi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 27 giugno 2007


Il Fattore V
L'effetto-Veltroni, scrive Renato Mannheimer sul Corriere della Sera, vale almeno l'11% di voti in più per il Partito Democratico. Stupore, orrore, paura. Tanta paura. Chiudiamo gli occhi, facciamo due conti al volo: se il centrosinistra è sotto di una decina di punti percentuali nei sondaggi vuol dire che con Uòlter candidato... ma non sara mica vero? "No, non è vero!", ci risponde la pancia, quella che di solito indovina i risultati delle elezioni. Allora leggiamo meglio l'articolo di Mannheimer sul Corrierino. E scopriamo che, di questo fantomatico 11% in più garantito dal Fattore V, il 5% arriverebbe da "elettori della coalizione di centrosinistra che attualmente non voterebbero Margherita o Ds" e un altro 2% da "elettori di Margherita e Ds che attualmente non voterebbero per il Partito Democratico". Voti sottratti ad altri partiti della sinistra, dunque. Poco male.
E il 4% che resta? Il 3%, dice Mannheimer, sono cittadini che oggi si dichiarano "astenuti o indecisi". Elettori del centrosinistra in sonno, aggiungiamo noi, che si risveglierebbero come-un-sol-uomo nei giorni infuocati di una campagna elettorale. 5+2+3 uguale 10. Per dieci punti percentuali su undici, insomma, il Fattore V è soltanto uno spostamento di voti interno alla sinistra o un fattore di motivazione per gli indecisi di oggi. Resta l'uno per cento, quello rappresentato da elettori di centrodestra che - per qualche oscuro motivo - cambierebbero sponda se coccolati dal buonismo nutel-kennedyano del sindaco di Roma. A parte che ci piacerebbe guardare in faccia, giusto per qualche secondo, questo bizzarro 1% di umanità italica, la paura è svanita come lacrime nella pioggia. Il Fattore V vale l'1%. Non di più, anzi (vista la fonte del sondaggio) forse qualcosa in meno. Facciamocene un ragione e smettiamola di frignare.
 
Ideazione - http://ideazione.blogspot.com/


Gilad, e' vivo.  Ridatecelo
Abbiamo aspettato un anno per questo.
Un anno di paura, spesso di vero e proprio terrore e scoramento. Abbiamo pianto leggendo le parole di una mamma disperata.
Abbiamo  scritto, implorato, gridato  "Liberatelo! Ha solo 19 anni" .
Eppure, per un anno, la crudelta' dei suoi aguzzini ha lasciato i genitori e tutta Israele senza notizie e per un anno gli stessi aguzzini hanno impedito alla CRI di visitare il prigioniero.
Oggi, finalmente, la sua voce.
Oggi Gilad Shalit ha parlato, gli hanno fatto leggere una lettera che doveva apparire scritta da lui ma che era apertamente un proclama di hamas.
La sua voce di ragazzo, e' debole, a momenti tremante, e' una voce stanca, depressa, triste.
"Mamma, Papa', fratelli, amici miei dell'esercito.... "
La gola degli israeliani in ascolto si e' riempita di pianto, lacrime di commozione, di pena per quel tono  di voce cosi' melanconico,  ma anche lacrime di liberazione perche' finalmente sapevamo con sicurezza  che Gilad era vivo, dopo aver temuto il peggio.
Gilad e' vivo. Sta male, ha bisogno di cure ma e' vivo. (...)
Clicca qui per proseguire nella lettura.

Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

GIOVANNI XXIII
È significativo che Roncalli piaccia più ai non credenti come lei che ai credenti, almeno quelli non completamente succubi del neomodernismo.
Quelle che lei chiama finezze diplomatiche non sono invece, viste da un altro punto di vista, che vergognosi baratti: il silenzio sul comunismo (come mai nessuna «sottile distinzione» del genere sul nazionalsocialismo?) contro la presenza di osservatori «ortodossi » al Concilio. Concilio che è poi la causa prima se non unica della crisi della Chiesa (ha presente i seminari vuoti, le chiese che si stanno svuotando e soprattutto la spaventosa perdita di fede?) e, quel che è peggio, di quella apparentemente senza uscita della società. Un Concilio che fu proprio il «buon» Roncalli a volere a tutti i costi e a pilotare cinicamente verso il suo esito eversivo, il capovolgimento totale della dottrina cattolica, la nascita di una nuova religione di tipo massonico-sincretistico-ecumenico, inoffensiva per i nemici della Chiesa e simpatica al mondo tanto quanto odiosa per i cattolici.

Il metro di giudizio per un Papa dovrebbe essere quello della religione, non quello della politica.
Da questo punto di vista il bilancio del pontificato roncalliano è disastroso. Nulla è rimasto della dottrina cattolica tradizionale, le verità più elementari vengono impugnate oggi persino da cardinali e dallo stesso pontefice.
Tutto ciò ampiamente legittimal'esistenza di gruppi tradizionalisti e integristi che rifiutano l'obbedienza a un «conciliabolo» talmente nefasto e in taluni settori negano il riconoscimento dell' autorità agli eletti al soglio pontificio: tutte cose mai viste in duemila anni.
Certo, l’importanza del Vaticano II non è stata ahimè inferiore a quella del Concilio Tridentino: ma in senso opposto, cioè negativo.
Non è stato monsignor Lefèbvre ma il cardinale Suenens, uno degli artefici del Concilio, a definirlo «l’89 della Chiesa », il che potrà far piacere a un laico come lei ma non certo a un cattolico. Infine è strano che né lei né Salomoni ricordiate il giovanile modernismo di Roncalli, che lo rese assai inviso a S. Pio X, e le voci di iniziazione massonica quand’era nunzio a Parigi, ampiamente legittimate dal suo operare successivo.
Particolarmente nefaste la distinzione tra errante ed errore, come se gli errori non camminassero sempre sulle gambe di qualche uomo, la rinuncia agli anatemi (impegnati da allora, e con una spietatezza degna di miglior causa, solo contro i fedeli non disposti a svendere la fede) e l’«apertura al mondo», che lei giudica generosa e che fu invece solo temeraria. In particolare ricordiamo lo stravolgimento della preghiera del Venerdì Santo per venire incontro, al prezzo della rinuncia alla verità, al diktat del B'nai B'rith sul «perfidi judaeis », talché oggi gli ebrei infedeli sono diventati «fratelli maggiori » e nessuno prega più per la loro conversione, cioè per la loro salvezza. Oggi con Benedetto XVI questa tragedia continua.
Franco Damiani,

Questa lettera di un lettore del “Corriere della Sera” contiene spunti interessanti per i credenti e per i miscredenti. Personalmente appartengo a questi ultimi ma sono in grande misura d’accordo con Damiani, malgrado l’inopportuna durezza di alcune sue affermazioni. Il testo viene qui pubblicato per lanciare una discussione al riguardo. Sarebbe particolarmente gradito il punto di vista dei credenti.

LA NUOVA JIHAD CONTRO OCCUPANTI ED OCCUPATI
C’è una strana e non so quanto interessata necessità di ostentare impegno di solidarietà e pace, laddove nulla di tutto ciò è richiesto. In tempi non remoti, l’opposizione di allora, di centro-sinistra che oggi è al governo, rinfacciava all’ex governo oggi opposizione, di aver portato i nostri soldati in guerra, in Iraq ed in Afghanistan. Oggi questo governo, ieri opposizione, ha portato le nostre truppe in Libano, in una nuova inutile missione Unifil ed ha conservato le nostre truppe in Afghanistan, in poche parole: in guerra. In questo momento il Medio Oriente e tutto ciò che ruota attorno ad esso è senza governo ed è quindi di nuovo in guerra, oscura, sporca, contro nuove formazioni islamiche, cresciute in parte sotto la protezione dell’Iran, in parte maturate dalla guerra fratricida fra sciiti e sunniti, in parte aiutata dalle formazioni politiche estremiste come Hamas ed Hezbollah, dietro le quali si sono coperti, non solo estremisti politici, ma veri e propri capi terroristi. E questo neo-terrorismo anarchico coinvolge anche i confini dell’Europa (vedi il ritorno di fiamma del PKK o gli attentati recenti nel Nord Africa). Insomma una nuova fratellanza islamica radicale sta nascendo e sta spazzando via perfino i governi già di per sé radicali e non tratta con gli europei o gli occidentali, piuttosto li ammazza. E se non vogliamo piangere altri nostri soldati, sarà bene preparare i bagagli e lasciare che chi è stato causa del suo mal (soprattutto in Palestina, in Libano, in Siria, dove Assad è in minoranza preoccupante) pianga sé stesso ed inizi a rimboccarsi le maniche contro i vari Ahmadinejad o Nasrallah o Meshal ed altri capi dell’islamismo radicale contro i quali si sta avviando una rivolta che va ben oltre l’Occidente, ma che vuole sostituire i regimi politici, sognatori delle repubbliche islamiche con veri e propri feudi radicali (ed a Gaza sta succedendo proprio questo ed Hamas è caduto in una trappola più grande di sé stessa), governati da signori della guerra, capi religiosi fanatici e anti-occidentali, organizzazioni capillari di guerriglieri, kamikaze che sfruttano le vecchie cause ovvero quello dello Stato Palestinese, dell’eliminazione del regime corrotto dalla Siria, dell’indipendenza sostanziale del Libano per crearsi un grande califfato d’Arabia, un cordone che circondi quel che resta del Medio Oriente indipendente ovvero Giordania ed Arabia Saudita (per quanto anche lì si nascondano tanti scheletri negli armadi). E non c’è Onu, Unifil o Nato che tenga. Insomma nell’intero Medio Oriente la faccenda è tutta islamica e se gli occidentali non vogliono andare via, saranno le vittime innocenti di una lotta al massacro, di una guerra contro occupanti ed occupati da parte di una nuova jihad. Ci pensi bene, il caro Ministro degli Esteri, dalla sensuale diplomazia a proporre l’invio di truppe di “pace e contenimento” anche nei territori palestinesi…
Angelo M. D'Addesio


EVVIVA VELTRONI?
Veltroni di primo acchito è simpatico. Appare moderato, gentile, mite. Anni fa la base lo preferì a D’Alema e molti furono delusi quando l’apparato gli scippò la vittoria. Ma il tempo è passato e ad alcuni miscredenti piace sempre meno: tutte le sue parole, tutte le sue iniziative e tutti i suoi atteggiamenti sono all’insegna del sorriso, della concordia, dell’unanimismo. Sembra nato per la festa, per la manifestazione culturale, per l’applauso. E col tempo questo lo rende meno simpatico.
La bontà è certo una qualità ma ha il dovere di rispondere ad alcune condizioni. In primo luogo deve essere efficiente. Non serve dire: “Bisognerebbe fare qualcosa contro la fame nel mondo”. La bontà verbale ed ottativa è priva di valore come un biglietto da tre dollari. Né basta dare un euro a favore dei bambini indiani affamati. Chi dà un euro per la fame nel mondo si compra solo un euro di buona coscienza.
Poi la bontà non deve essere né a spese altrui né controproducente. Molti considerano “buono” quel professore che promuove facilmente coloro che non lo meriterebbero, ma in questo senso bisognerebbe definire buona una bilancia che indicasse in cinquantacinque chili il peso di una donna di settantacinque. Chiunque abbia l’occhio umido parlando delle sofferenze dell’infanzia nei paesi poveri, ma si scandalizza all’idea del controllo delle nascite, è sciocco e gioca soltanto a fare il buono: come un chirurgo che piangesse sulla ferita di un malcapitato ma non ci mettesse le mani per non sporcarsi di sangue.
Ecco perché Veltroni può risultare urtante: gioca costantemente la carta della bontà ecumenica e dimentica che la politica è l’arte delle scelte. Da sindaco ha aggirato sorridendo tutti i problemi ma nella politica seria non si tratta di dire che è bene avere un ospedale nuovo e un carcere nuovo; è vero, la società ha bisogno sia di ospedali che di carceri ma a volte non ci sono i soldi per tutti e due. E non bisogna dimenticare che, se si preferisce l’ospedale, con ciò stesso si costringono i detenuti a vivere stretti come sardine e a soffrire in locali inadeguati. Dunque promettere la felicità a tutti e non parlare di progetti concreti è abuso della credulità popolare.
Nessun pasto è gratis. Veltroni può risparmiarsi i sorrisi soffici e le promesse ammiccanti: in politica sono merce avariata. Governare comporta delle scelte che non sempre sono condivise e non sempre suscitano solo applausi. Ché anzi, quando suscitano gli applausi di una parte, suscitano di solito i fischi dell’altra. Anche ad offrire a tutti il Cielo, ci sarebbe sempre lo scontento di quelli che temono le correnti d’aria.
Veltroni è osannato perché fino ad ora ha galleggiato come un festone di carta. Perché non si è fatto molti nemici come l’acre D’Alema. Ma fare politica è condurre un’eterna guerra e chi non si fa dei nemici è solo perché non combatte.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 24 giugno 2007


DUE GATTI IN UN POLLAIO
Lo scontro che si annuncia fra Padoa-Schioppa e i quattro ministri dell’estrema sinistra induce a riflessioni etologiche. La maggior parte dei maschi si batte per il diritto di accoppiarsi con le femmine: i leoni non tollerano rivali e attaccano senza esitazione qualunque altro maschio osi avvicinarsi al loro harem; i galli si azzuffano selvaggiamente e da qui è nata l’espressione due galli in un pollaio. La natura però, salvo incidenti, vieta che questa lotta vada a danno della specie stessa e per questo gli scontri, anche se violenti, raramente sono mortali.
Il caso dei gatti è particolare. Più che a due galli, somigliano a due paesi sull’orlo di una guerra. Si fronteggiano a lungo, magari in silenzio, e badando bene a non arretrare di un centimetro. Poi parlamentano con minacciosi e modulati miagolii. A volte ostentano sicurezza, permettendosi addirittura l’aria distratta, a volte ostentano aggressività, sgranando gli occhi, abbassando le orecchie, drizzando il pelo e mettendosi di tre quarti per sembrare più grossi. Infine, se tutto questo non basta, soffiano e magari lanciano una zampata per saggiare il terreno. Assistere a questi scontri può addirittura risultare noioso, tale è la pazienza di quelle bestioline. È chiaro che, a forze di minacce e atteggiamenti, vorrebbero vincere senza combattere. Certo, se dopo tutte queste conferenze di Monaco la pace risulta impossibile, si lotta eccome. Un maschio anziano ha parecchie cicatrici e le esibisce come un nobile tedesco portava sul viso le conseguenze della Mensur, lo scontro all’arma bianca fra studenti.
Nella politica italiana non ci sono galli. I ministri sono gatti che vorrebbero avere partita vinta senza far cadere il governo e perdere il loro stesso posto. Dunque tutti minacciano, soffiano, ma nessuno vuole correre rischi. Lo scontro è rituale, estenuante e poco serio. L’unica arma di cui dispongono i contendenti è il voto contrario ma si trovano nella condizione dell’ape che intanto può usare il suo pungiglione in quanto sia disposta a morire per averlo usato.
A questo punto, le ferme posizioni di Padoa-Schioppa da un lato e i duri moniti scritti dei quattro ministri comunisti dall’altro divengono semplicemente noiosi. I gatti arrivano spesso allo scontro, malgrado tutto, e c’è un vincitore; questi invece, sulla base di loro arcane valutazioni, alla fine cedono più o meno tutti e due. Oppure si mettono d’accordo per rinviare il problema. O infine lo mettono sul groppone di un terzo: ma nessuno combatte veramente la propria battaglia. Nessuno rischia. Nessuno va oltre la sceneggiata. Gli ideali irrinunciabili sono largamente rinunciabili e domani è un altro giorno.
Con lo stesso governo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 23 giugno 2007


Questa non è la prima guerra  civile palestinese
“C’è da aspettarsi che per mezzo secolo gli arabi si uccideranno a vicenda per vendicarsi di quanto è avvenuto”. Questa frase non è di oggi, anche se molti in Palestina la condividerebbero, ma è stata pronunciata nel 1938 da Raghib Nashashibi, autorevole leader della fazione palestinese moderata Partito della difesa nazionale, antenato diretto di quello di Abu Mazen. Una frase profetica, che si riferisce alla prima guerra civile palestinese, ben più feroce e sanguinaria di quella di queste settimane, che si svolse per tre anni, tra il 1936 e il 1939, intrecciandosi con una violenta azione antisionista e antibritannica (la Palestina era sotto mandato inglese), in un contesto straordinariamente simile a quello di oggi (fatte salve le ovvie differenze d’epoca). Fu infatti una rivolta innescata dal Partito nazionale palestinese, fondamentalista, fondato nel 1935 dal Gran Mufti Haj Amin al Husseini – cui Hamas si rifà esplicitamente – per impedire che la fazione nazionalista saldamente ancorata alla Giordania, come lo è oggi Abu Mazen, accettasse la soluzione “due popoli, due stati”, che allora si chiamava “Piano di partizione Peel” e che prevedeva la costituzione di un minuscolo stato ebraico su 5.000 chilometri quadrati e di uno stato arabo sulla quasi totalità del territorio. Chi oggi spiega il mattatoio chirurgico di Gaza, la ferocia dei miliziani di Hamas, come il prodotto della “esasperazione palestinese” e ne accolla la responsabilità politica a Israele – tra questi Massimo D’Alema e molti altri – guardi alla prima guerra civile palestinese, ai suoi attori così simili a quelli di oggi, agli schieramenti anch’essi identici e alla loro ferocia, ancora superiore. Guardi infine ai morti di allora, quattro volte quelli di oggi: mille i palestinesi uccisi da palestinesi dal 2004 a oggi, quattromilacinquecento tra il 1936 e il 1939. Guardi e si interroghi. (...) Clicca qui per proseguire nella lettura.

Carlo Panella, dal “Foglio”


LA ZAPPA SUI PIEDI
Hamas ha preso il potere a Gaza. Il fatto, nella sua brutalità, è facile da capire. Più complesso è cercare di capire l’origine di questo fatto e i suoi possibili sviluppi.
Già da prima si sapeva che nella Striscia Al Fatah era molto debole e screditata. L’Anp disponeva di un grande numero di uomini in divisa, ma essi erano poco motivati, male addestrati e spesso assunti su base di raccomandazioni. Tanto per dare loro uno stipendio. Inoltre l’organizzazione, per tanto tempo guidata da Arafat, è stata sempre e universalmente considerata un’accolita di profittatori, di disonesti e anzi di ladri che si appropriavano gran parte dei fondi destinati alla povera gente. Mahmud Abbas (Abu Mazen) e il suo governo non disponevano dunque né di un vero esercito né del sostegno della popolazione: la tentazione di una facile vittoria militare è stata irresistibile, anche se nessuno si aspettava un crollo così immediato e totale.
L’errore di questa mossa potrebbe invece essere politico. A volte, vincere sul campo, non che rappresentare la conclusione di una fase, costituisce l’inizio di nuovi e più gravi problemi. Certo, è meglio vincere che perdere, ma gestire la vittoria, farla fruttare piuttosto che procurarsi guai, ecco la vera impresa. Gaza ora è nelle mani di Hamas ma nel frattempo Israele potrebbe, sospendendo le forniture di elettricità, acqua e gas, strangolarla nel giro di un paio di settimane. Senza neppure sparare un colpo. Inoltre, malgrado la corruzione dell’Anp, Gaza ha vissuto in buona misura di beneficenza, cioè degli aiuti internazionali: e ora i paesi donatori non sono affatto disposti a fornirli ad un’organizzazione universalmente considerata terrorista: passato il momento dell’euforia e degli spari in aria (oltre che nei crani di parecchi membri di Al Fatah), come amministrare la quotidianità?
Il grande problema dell’Anp e di Mahmud Abbas è stato fino ad ora il fatto che Hamas ha vinto le elezioni ed è dunque stato legittimato a governare. Anche a ripetere che è un’organizzazione terroristica, afflitta da un programma insieme disumano e irrealistico (la totale cancellazione di Israele), ha vinto le elezioni e bisogna attenersi a questo fatto. Con l’invasione di Gaza invece Hamas ha privato se stesso di ogni legittimazione giuridica ed ha tolto alla controparte ogni scrupolo democratico. È difficilissimo dire di no alla maggioranza eletta, è facilissimo – ed anche pagante dal punto di vista internazionale – sbattere la porta in faccia ai golpisti e ai violenti. Fino allo sgarbo di escludere ogni forma di contatto e dialogo con gli ex-alleati di governo.
L’Anp è stata sconfitta sul campo, parecchi dei suoi membri hanno perso la vita, ma è saltata con entusiasmo sull’occasione di disporre in esclusiva del potere legale su tutti i Territori esclusa Gaza. Inoltre, essendo l’unica autorità legittima e riconosciuta all’estero, è certa di poter disporre delle riaperte fonti di finanziamento internazionale: Hamas invece si ritrova in un vicolo cieco. Gaza è un territorio estremamente piccolo, sovrappopolato, estremamente povero e tanto problematico che anni fa l’Egitto rinunciò volentieri alla sovranità su di esso. Inoltre, se vorrà farne l’avamposto della Siria, dell’Iran e soprattutto di Al Qaeda, rischierà di ritrovarsi contro non solo Israele, ma la comunità internazionale e soprattutto i governi dei paesi arabi vicini, a cominciare dall’Egitto.
Nelle tragedie greche gli dei non punivano il peccato. Non solo perché questo concetto non era moneta corrente, in quel tempo, ma anche perché la stessa religione non si faceva illusioni sulla natura umana. Il “male” era considerato quasi una normalità. Ciò che gli dei non tolleravano  e punivano severamente era l’eccesso, nel male: la hybris. Che dunque Hamas fosse terrorista, integralista, incapace di una fattiva politica, è stato sopportato. Viceversa, il tentativo di una presa violenta del potere totale rischia di essergli fatale. Per come appare la situazione attuale, potrà ancora esistere, potrà ancora trattare, ma da condizioni di debolezza e chiedendo permesso. Come un vinto piuttosto che come un vincitore.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 22 giugno 2007


NON È SERIO
Non si può essere per la coppia aperta solo dopo che tua moglie o tuo marito ti ha scoperto con l’amante. O meglio, si può, ma non è serio. Ora scopriamo un D’Alema che mette nello stesso letto politica e affari, perché oggi è naturale che sia così, dopo che per dodici anni il “conflitto d’interessi” e il “partito azienda” erano lezioncine da impartire agli elettori e scomuniche per via legislativa da infliggere agli avversari. Non si può parlare del clima del ’92 come di una sciagura imminente da scongiurare, quando sulle macerie giudiziarie del ’92 fu festosamente costruita una gioiosa macchina da guerra. Non si può sostenere con toni dottorali che Coop e Partito sono entità autonome e distinte, per poi spiegare con gli stessi toni dottorali che in fondo è ovvio che il Partito tifasse per le Coop fino al punto di trattare anche con qualche dc factotum. Non si può essere il figlio naturale di Berlinguer, ma anche l’armatore telefonico di operazioni bancarie. Non si può tacere per anni sugli eccessi della procura di Milano e non solo, e a un certo punto diventare ferocemente garantisti quando la finanza ha la fiamma rossa, altroché gialla. E magari c’è qualche domanda cui rispondere su quelle due identiche somme che insieme fanno quasi 50 milioni di euro nei conti immobili di due dirigenti di Unipol. Non ci si può mostrare magnanimi nei confronti del rivale, a opa morta e intercettazioni svelate, con l’arroganza di chi ritiene possibile ribaltare a tal punto il piano della verità da far ritenere in difficoltà l’opposizione e non, com’è invece, la maggioranza. Non ci si può improvvisare imprenditore liberale. Non è serio.
(articolo del “foglio”)


MOLLICHINE
Prodi ripetutamente fischiato. Il suo entourage: "Non si governa a colpi di applausometro". Vero. Così la pensava Ceausescu.

La battaglia dai radicali contro la pena di morte è un'impresa titanica. Ma non avendo l'appoggio di Scalfari qualche speranza l'ha.

In molti gridano "Buffone" a Prodi. Meno male che lui è obbligato a sentire "Puffone". E comunque "è una lecita critica politica".

Palazzo Chigi: i fischi non investivano Prodi ma "un contesto più generale". Insomma sparavano a Prodi ma avrebbero amato colpire anche qualcun altro.

Berlusconi, accusato d'avere scherzosamente ipotizzato il regicidio, per Prodi, avrebbe dovuto rettificare chiedendo un "buffonicidio".

Gianni Pardo


IL LETARGO DI PRODI
Il primo dovere di ogni organismo vivente è sopravvivere.  La cosa è facile per quegli animali, come gli squali, che sono al sommo della catena alimentare e vivono in un ambiente dalle caratteristiche sostanzialmente stabili. Al contrario, un animale come l’orso polare, pur essendo anch’egli al sommo della catena alimentare e pur essendo tanto più progredito dello squalo, vive in un ambiente così ostile che, per parecchi mesi l’anno, non potrebbe riuscire a nutrirsi. E per questo la natura ha inventato il letargo: fatta una buona provvista di grasso, si riducono al minimo le funzioni vitali, la temperatura corporea si abbassa, ci si addormenta in una buona cuccia e si aspetta per mesi il ritorno del sole.
La regola vale anche in politica. Se una compagine ministeriale si trova dinanzi al dilemma se agire e farsi detronizzare, oppure non farsi dei nemici e galleggiare, è comprensibile che rinunci a muoversi. Naviga a vista, si barcamena tra compromessi e rinvii e i suoi progetti non vanno oltre il mese. Anche perché, oltre, rischierebbe di  occuparsi dei problemi di un altro governo. Dunque il consumo di energie diminuisce, l’attività è sospesa e si sonnecchia: il governo è in letargo.
Ma ci sono delle differenze. L’orso deve pensare solo a se stesso. Mentre sonnecchia, le sue prede possono anzi considerare la sua assenza come una benedizione. Viceversa, mentre il governo sonnecchia, il paese rimane ben sveglio e lo guarda con crescente irritazione. Vede la maggioranza aspramente rissosa e bloccata dai veti incrociati che si dimena per un risultato di totale inefficienza, anzi per un’operazione a somma zero; e i più sarcastici arrivano a chiedersi se stia giocando alla guerra o al Monopoli.

Il governo italiano è in questa situazione problematica. Sarebbe facile infierire, magari moraleggiando a destra e a manca. Ma è stupido parlare dell’ottusità dello squalo o della crudeltà della tigre e nello stesso modo bisogna assolvere i politici che vogliono mantenere la loro poltrona di ministro, sottosegretario o parlamentare. Forse non è politicamente comprensibile, ma etologicamente lo è. Fra l’altro, i politici più attenti sanno che gli elettori sono di corta memoria e un avvenimento sopravvenuto a un paio di settimane dalle elezioni potrebbe ribaltare tutte le previsioni. Basti pensare ai molti meriti del governo Aznar e al modo in cui è stato eletto Zapatero. Dunque, galleggiando, oltre al vantaggio della carica presente, non è detto che non si lucri qualcosa in futuro.
Il paese impreca e dimentica l’aneddoto del generale che, dinanzi a immani distruzioni, distese di cadaveri e soldati in fuga, sospirò: “Non potrebbe andar peggio”; il suo aiutante obiettò: “Per la verità potrebbe, signore”. “E come, di grazia?” “Potrebbe anche piovere”. Anche per quanto riguarda la politica potrebbe anche piovere. Un governo condizionato dai partiti di estrema sinistra potrebbe essere costretto a varare pessime leggi: e a questo punto uno benedice il letargo.
Il problema è che il passaggio del tempo non è privo di conseguenze. È vero che non far nulla significa anche non far male, ma c’è anche il pericolo di non evitare un disastro. L’Italia si trova dinanzi a serie scadenze: il famoso “scalone”, la “Tav”, l’emergenza rifiuti, e tutti gli altri nodi che vengono al pettine. Qui il letargo non basta più.
L’attuale incapacità di direzione non deriva dalla prudenza. E neppure dall’ignavia. Deriva puramente e semplicemente dalla paura. Il paese tocca il suo livello più basso e se ne rende acutamente conto. Per questo sommerge di fischi, ovunque l’incontri, il Primo Ministro: ma questi è colpevole solo di essere tale, infatti non comanda certo la sua maggioranza.
L’Italia è una zattera. La congiuntura internazionale è abbastanza favorevole e non l’ha ancora condotta a sbattere contro gli scogli: ma sentirsi abbandonati alle correnti e al vento è terribile. Soprattutto nel momento in cui la Germania, mettendo al bando le faide di guelfi e ghibellini, raddrizza il timone dell’economia, e la Francia vede all’opera un governo coeso, decisionista e sostenuto da un’ampia maggioranza.
Se solo l’Italia disponesse di meccanismi di autotutela, è probabile che si scrollerebbe di dosso questa situazione politica come un cane si libera dall’acqua, in un’aureola di spruzzi,  quando emerge dal mare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -20 giugno 2007

CONTRO IL PENSIERINO UNICO
Dal Financial Timescommento del presidente ceco Vaclav Klaus sul tema delle politiche climatiche. "Da persona che ha vissuto sotto il comunismo per la maggior parte della sua vita - scrive Klaus - mi sento in dovere di dire vedo la più grave minaccia alla libertà, alla democrazia, all'economia di mercato e alla prosperità non nel comunismo, ma nell'ambientalismo. Questa ideologia vuole sostituire la libera e spontanea evoluzione del genere umano con una sorta di pianificazione centrale (ora globale)".
Capperi!


PACE IN CAMBIO DI PACE
E' molto difficile capire  quello che passa nella testa  di Abu Mazen.
E' appena uscito da una guerra civile che non e' ancora finita, ha sulle spalle la responsabilita' di essere stato per tutti questi anni, dalla morte del suo infame predecessore, una specie di mummia e adesso, appena fatto il nuovo governo a Ramallah, ecco che, tutto ringalluzzito,  incomincia  a spiattellare le sue pretese.
Chiede soldi, chiede aiuti, chiede la liberazione dei prigionieri e, anatema, vuole che Israele rilasci un  pluriassassino condannato a 5 regastoli, quel Marwan Barghouti, capo dei Tanzim, la famigerata polizia di Arafat, dalle cui fila sono usciti molti degli assassini suicidi che hanno fatto stragi in Israele.
La nuova situazione seguita al "colpo di stato"di hamas a Gaza crea nuove speranze e la possibilita' di avere diversi rapporti con il nuovo governo di Ramallah.
Israele ha fatto capire chiaramente di essere disposto a trattare con Abu Mazen purche' Hamastan venga isolato e non possa piu' nuocere alle possibilita' di pace e purche', aggiungo io,  Abu Mazen non voglia  cose che nessun politico  di un paese aggressore e terrorista puo' avere la faccia tosta di pretendere.
Personalmente non sono ottimista, i palestinesi sono palestinesi e quelli di Ramallah sono gli stessi che ballavano per le strade e nelle piazze ogni volta che un kamikaze faceva strage in Israele.
Sono gli stessi che a Gaza, in questi giorni,  hanno commesso atrocita' inenarrabili, entrando nelle case, sparando a bruciapelo a famiglie intere, gettando dal 15simo piano  di un edificio giovani legati mani e piedi, sparando per le strade sulla folla.
I palestinesi sono sempre quelli dell'assassinio cumulativo, sparare nel mucchio , far esplodere autobus e bar e ristoranti con le loro stramaledette bombe umane.
I palestinesi sono ancora quelli educati all'odio e alla ferocia dalla scuola materna fino al giuramento  davanti al Corano e al kalashnikof  con la fascia verde dell'Islam sopra il passamontagna nero e il giubbotto esplosivo stretto al petto.
Non credo che quelli di Ramallah siano diversi.
Vogliamo dargli una chance? benissimo ma sono loro che devono ascoltare le nostre richieste, non noi le loro. Chi ha sempre aggredito e rifiutato ogni dialogo per obbedire agli ordini di Arafat "gettare gli ebrei in mare",  adesso deve accettare le decisioni altrui , chi ha educato i propri figli a diventare assassini deve  chinare la testa  e dimostrare di voler cambiare.

I palestinesi sono sempre stati abituati a pretendere, sono stati viziati dai loro ammiratori sparsi per il mondo, qualsiasi cosa facessero, qualsiasi atrocita' commettessero era scusata e capita in nome dell'"occupazione", in nome della favoletta fatta diventare realta' dalla propaganda  di "popolo cui i perfidi ebrei hanno rubato la terra".
Adesso basta!
Adesso si spera che il mondo, che ha sempre guardato altrove quando le atrocita' e la barbarie venivano fatte contro Israele, capisca, non puo' non aver visto che la barbarie fa parte della loro cultura al punto che possono trucidare la loro stessa gente, bambini compresi.
Chissa' se i pacifinti, adesso cosi' silenziosi, ( vergogna? Imbarazzo?) si rendono conto di che genere di gente hanno protetto finora.
Chissa' se quei delinquentucoli che bruciavano bandiere urlando "palestina libera- Palestina rossa" riusciranno a capire che la loro Palestina altro non era che un crogiuolo di criminali assassini e che potrebbe nascere una nuova Palestina soltanto se quei criminali assassini verranno isolati a Gaza come a Ramallah.
Chissa' se qualcuno ammettera' che la Palestina , per poter avvicinarsi ad  essere una democrazia, non potra' mai essere rossa come vorrebbero i figli di Arafat, i vari Diliberto, Agnoletto e loro seguaci urlanti, ne' rossa come  il sangue sparso da hamas, men che  meno rossa come il sangue dei nostri figli.
La nuova Palestina  dovra' adottare il colore del lavoro, della convivenza, del rispetto e della liberta' se no morira' per sempre.
Mi torna alla mente l'aneddoto su Sharon durante un pranzo con Condoleeza Rice nella sua fattoria nel Neghev.
Sharon elencava a una sorpresissima Condoleeza tutte le disgrazie dei palestinesi , poveri , governati male, bisognosi di tutto, succubi di una dittatura.... "Peccato che siano anche , disse a un certo punto Sharon e, rivolgendosi  al suo segretario gli chiese, facendogli andare per traverso l'avocado che stava gustando, "come si dice in inglese  assetati di sangue e traditori?"

A questo punto e' stato il turno di Condie di farsi andare per traverso l'avocado.
Nessuno conosceva i palestinesi meglio di Sharon, li aveva combattuti, salvati dalle stragi arabe contro di loro, li aveva come vicini di casa. Li conosceva come le sue tasche e non si faceva troppe illusioni!
Bene,   i palestinesi, almeno quelli del West Bank,  devono cessare di essere assetati di sangue e traditori  se vogliono entrare a far parte del consesso civile, devono dimenticare la scuola dell'odio di Arafat e soprattutto devono piantarla di mendicare soldi per produrre morte .
E Gaza?  Gaza continua ad essere mantenuta da Israele che la rifornisce di acqua, elettricita', cibo, medicinali.
Paradossalmente chi dichiara apertamente di volere la distruzione di Israele accetta gli aiuti dal Paese che vuole eliminare.
Perche' non li aiuta l'Egitto?  Perche' un paese arabo non si decide di  soccorrere altri arabi?
Perche' l'Egitto non si riprende Gaza? ormai tutti hanno capito che quelli la' non potranno mai diventare una nazione, sono dei barbari , degli inetti incapaci di autogestirsi.
Gaza va isolata o hamas va distrutto non ci sono altrenative.
E finiamola di chiedere a Israele di dare, di fare, di mantenere.
Adesso si parla , sempre piu' insistentemente, di restituire il Golan alla Siria in cambio della cessazione del terrorismo.
Per chi fosse ottenebrato dalla propaganda  voglio fare una brevissima lezioncina di storia e geografia.
Il Golan non e' siriano.
Il Golan, la Siria, l'Iraq hanno fatto parte del Mandato Francese di Palestina, come il resto era sotto la sovranita'  del Mandato Britannico.
Questa la situazione  dalla fine della Grande Guerra fino al 1947, prima, per 400 anni,  tutto era proprieta' dell'Impero ottomano.
La Siria  che ha ottenuto l'indipendenza nel 1947 si e' impossessata del Golan, pur non avendo nessun tipo di legame storico con quel territorio , soltanto per poter dominare Israele e sparare sugli ebrei.
La Siria ha mantenuto la sovranita' sul Golan fino al 1967.
Quanto fa? Vent'anni.

In questi 20 anni la Siria non ha fatto altro che sparare, non ha costruito un villaggio, una stalla, non ha coltivato un solo filo d'erba.
Israele ha conquistato il Golan nel 1967 ed e' tuttora  israeliano .
Dal 1967 a oggi quanto fa? Quarant' anni giusti giusti.
In questi 40 anni  Israele ha costruito citta',  kibbuz, coltivato a perdita d'occhio  vigneti che producono l'ottimo vino del Golan, ha creato allevamenti di mucche e di cavalli.
L'altipiano e' verde come uno smeraldo e , grazie ai mulini, fornisce energia pulita a mezzo Israele. Sono ritornate persino le cicogne e gli uccelli migratori che  durante l'occupazione siriana avevano cambiato rotta a causa dei continui spari.
Allora,  adesso qualcuno deve spiegarmi, in modo chiaro e convincente, perche' 20 anni  di spari siriani valgono di piu' di 40 anni di lavoro e dedizione israeliani?
Israele e' l'unico paese al mondo che ha restituito territori legittimamente conquistati durante guerre di aggressione.
Non esistono altri esempi, nessuno costringe Slovenia e Croazia a restituire l'Istria all'Italia, nessuno cosrtinge la Francia a restituire all'Italia Nizza e la Corsica. E nessuno costringe l'Italia a restituire il Sudtirol all'Austria per non parlare di tutti i territori passati di mano durante la seconda guerra mondiale.
Allora chi e' in grado di spiegare perche' da Israele si pretendono passi mai richiesti a nessuno?
Perche' gli arabi che possiedono il 99,99% di tutto il Medio Oriente , per convincersi a fare la pace con Israele, devono chiedere altra terra, mai sazi , mai paghi, interessati soltanto a rendere Israele sempre piu' minuscolo e vulnerabile.
La pace si da per altra pace, volere in cambio territori conquistati da chi ha vinto tutte le guerre da cui si e' strenuamente difeso, e' immorale, ingiusto, inaccettabile.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

DI CHE PARLA IL GIORNALE?
Se si chiedesse: di che parla il giornale? La risposta più ovvia sarebbe “di tutto”. Ma non è esattamente così. È vero, parla di storia, di arte, di scienza, ma solo nelle pagine culturali. Quando ci sono. In realtà, l’oggetto principale dei quotidiani è l’attualità. In questo senso sono più “giornalistici” i necrologi (perché riguardano una notizia fresca) che gli elzeviri.
L’attualità si divide in due grandi sezioni: il recente passato e il prossimo futuro. Se, nella cronaca si parla di un efferato delitto, è perché esso è stato appena commesso. Se ancora non è noto il colpevole ci si pone qualche problema rispetto al futuro, come eco dell’avvenimento stesso: chi pagherà per il mal fatto, se ci sono complici, se c’è modo di evitare che simili sciagure siano evitate, ma fondamentalmente rimane un avvenimento ormai consegnato alla storia minima e infatti i titoli che lo riguardano divengono sempre più piccoli finché di quel delitto non si parla più. Viceversa, l’argomento principe dei grandi giornali è il futuro. In particolare il futuro della politica nazionale e il futuro della politica internazionale. In questo campo, ogni avvenimento, oltre ad essere interessante di per sé, è significativo: e non solo in relazione ai suoi propri sviluppi, ma per gli effetti vicini, lontani e collaterali, in una trama complessa e pressoché infinita. Per questo, la maggior parte degli articoli sviscera il fatto, e questo impegno, che trasforma i giornalisti, che lo vogliano o no, in altrettante sibille, nasce dal fatto che il futuro importa più del passato. Se, come dice il proverbio, è inutile piangere sul latte versato, è certo utile cercare di non versarne altro.
Questa natura dei giornali spiega anche la loro caducità. Mentre un libro di storia per le scuole medie conserva una sua validità anche dieci o venti anni dopo la sua pubblicazione, un giornale vecchio di un mese è totalmente inservibile: o ciò che prevedeva non si è avverato ed è dunque inutile stare a parlarne, oppure se ne sa molto di più di allora e in termini di certezza per giunta. I giornalisti tutto questo lo sanno anche nel momento in cui scrivono: ma non possono esimersi – perché lo faranno anche i lettori - dall’almanaccare sulla base dei pochi dati di cui si dispone. Nessuno aspetta un mese per saperne di più, e tutti vorrebbero sapere tutto subito.
I giornali d’opinione sono passati da mezzo di conoscenza dei fatti ad espressione dell’ansia esistenziale dell’uomo. Se per esempio si verificano quattro o cinque drammatiche violenze carnali nel giro d’una settimana, i lettori cominciano a chiedersi se non sia in atto una nuova tendenza della criminalità; se non sia necessario reagire con una diversa politica di repressione; se non si sia di fronte ad un allarmante sintomo di deviazione sessuale della società. In realtà, presto tutto si acquieta e si rientra nella normalità: tuttavia per qualche giorno l’argomento di conversazione è stato quello e i giornalisti non hanno