ARCHIVIO GIUGNO 2007
DIRITTO
E POLITICA NEL CASO VISCO-SPECIALE
Molti si affannano a chiedere
se il fatto che il vice-ministro Visco sia indagato per
tentato abuso d’ufficio comporti giuridicamente il suo obbligo
di dimettersi dal partito. La risposta è risolutamente
negativa. Chiunque è innocente fino alla pronuncia
definitiva di colpevolezza e le dimissioni non sono obbligatorie
neanche in caso di condanna, salvo sia stata inflitta l’interdizione
dai pubblici uffici. Ma la politica – malgrado certe deplorevoli
tendenze contemporanee – non ha le stesse regole del diritto penale.
Quando stava per partire per la spedizione in Sicilia, Alcibiade
fu perseguitato per un supposto reato mentre era probabilmente innocente;
e poi fu accolto come un salvatore dopo che aveva tradito la patria,
mettendosi al servizio del Grande Re. È sempre stato così.
In politica si giudica dai risultati e non dalle intenzioni; dall’immagine
più che dalla sostanza; su base emotiva più che giuridica.
Il popolo a volte perdona i crimini più orrendi (Saddam Hussein
ha avuto fino all’ultimo i suoi partigiani), mentre altre volte non tollera
sbavature (Nixon che mente al Paese), pur perdonando poi analoghe menzogne
ad un Presidente più simpatico (Clinton che afferma che il sesso
orale non è sesso e che lui nemmeno conosceva Monica Lewinski).
Le
dimissioni sono dovute quando la permanenza al governo
di un certo uomo politico diminuisce la credibilità,
la dignità e il decoro di un gabinetto. Scaiola, pur non colpito
neanche da un avviso di garanzia, si è dovuto dimettere
per aver dato del “rompicoglioni” ad un uomo assassinato per avere
servito le Istituzioni. Parlava in terza persona, pensava di non
essere udito da orecchie indiscrete, ma questo ha reso la sua presenza
un vulnus alla rispettabilità del governo. Benché il turpiloquio
sia moneta corrente a tutti i livelli, incluso quello di coloro che
hanno stigmatizzato il linguaggio di Scaiola.
Il caso di Visco è particolarmente
grave. Mentre su Berlusconi è stato fatto planare
per decenni il sospetto che volesse imbrogliare il fisco per
pagare meno tasse, in quanto privato imprenditore; mentre per
Clinton si trattava di privatissimi affari di sesso, anche se ha commesso
l’errore di mentire; mentre per per Scaiola come per Calderoni si
è trattato solo di cattivo gusto, Visco è sospettato di
avere abusato del suo potere in quanto vice-ministro. Di avere fatto
un uso illecito, prevaricatore e indecente della sua carica: e
proprio questo comportamento lo farebbe ritenere particolarmente
inadatto ad essa. Se un medico investe qualcuno con l’automobile,
molti suoi clienti gli resteranno lo stesso fedeli; se invece muore
un paziente per colpa sua, quanti suoi assistiti manterranno
la loro fiducia in lui? La colpa professionale è sentita come
imperdonabile da chi potrebbe esserne danneggiato: e infatti oggi
l’Italia intera è spaventata all’idea di avere un vice-ministro
che tenta di abusare del proprio potere.
Visco dovrebbe dimettersi non
una ma dieci volte. Per ragioni politiche. Quand’anche
la magistratura lo assolvesse e gli appuntasse sul petto una
medaglia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 2 luglio 2007
P.S. Il generale Speciale – secondo
“il Giornale” - conta di querelare Padoa-Schioppa e il Presidente
del consiglio per diffamazione e calunnia. È notorio
(art.68 della Costituzione Italiana) che “I membri del Parlamento
non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse
e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni”. Indubbiamente
il ministro Padoa-Schioppa, nel riferire in Parlamento a proposito
della vicenda Visco-Speciale, esercitava (male) le proprie
funzioni di ministro: come è concepibile una querela? Abbiamo
tutti un’annosa esperienza delle contumelie, delle accuse, delle
diffamazioni e perfino delle più spudorate calunnie udite
in Parlamento. Come mai, improvvisamente, sarebbe concepibile
denunciare addirittura il Presidente del Consiglio – assente
– per un reato del genere?
È ovvio che si possono
condividere l’indignazione e lo sdegno per le parole di
Padoa-Schioppa, parole rese sul momento ancor più cocenti
dalla coscienza che al generale la Costituzione non offriva
né diritto di replica né la protezione dell’art.595
del Codice Penale (diffamazione): ma qui si parla di una querela.
Per questo si chiedono lumi a chi, fra i lettori, ne sapesse di
più. In particolare ad un nostro lettore, giudice di notorietà
nazionale, che ci onora della sua attenzione.
Diverso è il caso dell’eventuale
ricorso al Tar. Se la destituzione del generale è
un atto amministrativo, in quanto tale esso è sottoposto
al controllo del relativo Tribunale. Sempre che non si tratti
di un mero giudizio di merito, su cui il controllo di legittimità
è impossibile. E invece – a quanto si legge sul “Giornale”
– questo ricorso al Tar è dato come eventuale e quasi come conseguente
al risultato dell’azione penale. Anche su questo si chiedono
lumi.
LA MISERIA DEL
GRAND’UOMO
Nessuno è un grand’uomo
per il suo cameriere, dice un proverbio. E aggiungono
gli inglesi: familarity breeds contempt, la familiarità
genera disprezzo. Il contatto quotidiano mostra il lato umano, debole
e a volte maniacale di ogni individuo: tanto che disprezzare
un genio per questo sarebbe ingiusto. Sarebbe come rimproverargli
la sua natura di essere umano. Il grande filosofo infatti
dedicherà le proprie energie intellettuali alla metafisica
ma col suo cameriere (quando esistevano i camerieri), passerà
il tempo a lamentarsi della sua artrite. E il cameriere potrebbe
giudicarlo un vecchiaccio querulo.
Più interessante è
vedere il lato deteriore dei grandi nelle cose importanti.
Non il fatto che il filosofo si lamenti per l’artrite ma
il fatto che sia diventato celebre perché ha rubato l’idea
d’un discepolo. E per certi campi si può stabilire
una dimostrazione teorica.
La cooptazione è il
sistema che istituzionalizza l’umiliazione da un lato
e la raccomandazione dall’altro. È il sistema per cui “coloro
che lo sono già” decidono chi “deve esserlo”: cioè
il nuovo socio della confraternita. Chi si candida all’Accademia
di Francia è tenuto, per tradizione, a far visita ai Membres
de l’Institut, per chiedere il loro appoggio. E senza questa
umiliazione, questo atto di deferenza, è ben raro che si
abbiano speranze.
Ma almeno, per appena pensare
all’Académie Française, è necessario
avere già una fama nazionale; nell’università italiana
invece basta soltanto avere seguito con interesse le lezioni
di un professore, avere superato brillantemente l’esame
relativo, e avere frequentato il professore facendogli qualunque
minuto favore quel signore si degni di chiedere. Così
il postulante diverrà prima una sorta di famiglio, poi
per anni un quasi assistente volontario, infine un quasi assistente,
finché il professore non lo proporrà ai colleghi e
costoro, come d’accordo, lo dichiareranno vincitore del concorso.
Il prescelto prevale fra tre (la famosa terna) e gli altri
due si prestano a fare da comparse perché sperano che, fra
qualche anno, saranno loro, i vincitori sicuri. C’è gente
che sa con due anni di anticipo quand’è che sarà così
“bravo” da prevalere nella terna.
Se questo sistema corrisponde alla
realtà, è evidente che il professore d’università
potrà avere maggiori o minori qualità culturali, ma
una qualità dovrà in ogni caso avere in alto grado:
quella di piegare la schiena. Un Dante Alighieri potrebbe divenire
celebre, con la sua Commedia, e perfino ottenere una laurea Honoris
Causa (tanto, non fa concorrenza ai cattedratici), ma un posto di
ricercatore nel corso di letteratura italiana no: non sarebbe
bravo a farsi raccomandare e col suo carattere litigherebbe prima
di ottenerlo.
--==#@#==--
Venendo all’attualità,
si nota come personaggi universalmente stimati come
intellettuali e grandi specialisti, una volta chiamati a
posti di responsabilità in politica, diano pessima prova
di sé. Un esempio sotto gli occhi di tutti è Tommaso
Padoa-Schioppa.
Questo ministro dell’economia,
prima di essere chiamato a far parte del governo Prodi,
s’è fatto una fama come studioso. Uno per il quale non
solo due più due fa quattro, ma per il quale la radice quadrata
di 841 è 29. Ebbene, giunto al governo, è sembrato interessato
solo a non staccarsi dalla sua poltrona. Ha proclamato che due più
due fa quattro ma poi, su proposta dei sindacati, ha detto che fa 4,71.
O 4,72. O anche 6,27, se serve. La tavola pitagorica ha cessato
d’essere una certezza. Né questo è stato l’unico saggio
della sua resistenza intellettuale. Quando Visco si è trovato
nei guai, e invece di dimettersi ha attaccato chi ne aveva dimostrato
gli errori, TPS si è prestato a leggere un testo ignobile,
scritto probabilmente dallo stesso Visco, in cui si invertivano
i ruoli: scorretto diveniva chi era stato corretto, interessato
chi era sempre stato disinteressato, inaffidabile chi era stato affidabile.
In una sequela di calunnie che hanno squalificato più chi
si è prestato a metterci la propria faccia in Senato che la
loro vittima. Padoa-Schioppa è apparso come il volto di un
potere vile e prevaricatore.
Purtroppo, l’essere riusciti
è sintomo di grandi capacità, ma in tutte le
direzioni: anche in quella dell’abiezione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 30 giugno 2007
La domenica
senza Capezzone
Finalmente, ce l'hanno
fatta: da domani Daniele Capezzone non sarà più
il conduttore della rassegna stampa del dì di festa. Già
da tre settimane aveva perso lo spazio dell'intervista del
dopo rassegna, adesso l'epurazione è stata completata.
"Radio radicale è un microfono - come dice lo
spot - che sta dentro ma fuori dal Palazzo".
Da domani sicuramente un po' più all'interno.
Per incomprensioni,
gelosie e antipatie. Purtroppo anche il Partito radicale
ha avuto i suoi problemi generazionali, e, a quanto pare,
un patto tra Pannella e Daniele è assolutamente improponibile.
Dire, come ha fatto Bordin per giustificarsi, che "siccome
si sta facendo il suo partito e in questo week end c'è
il comitato nazionale di Radicali italiani allora non mi sembra
il caso", è argomentazione che può andare bene per
l'Udeur o l'Udc, ma non per i gloriosi radicali. E poi la
domenica la rassegna era molto seguita ed era per la Radio
ciò che l'inserto cultura è per il Sole 24 Ore.
Un qualcosa che si cerca da parte dei radioascoltatori.
E che se non si trova (per questi motivi un po‚ meschini) fa
dispiacere. Magari a Bordin e a Pannella non gliene può
importare di meno. Però a tutti noi che ci eravamo così
ben abituati questa decisione "di palazzo" lascia un vuoto incolmabile.
di Dimitri
Buffa <mailto:buffa@opinione.it>
“UN PIACIONE CHE
AMA PIACERE, UN FAVOLATORE ILLUSIONISTA”
SCONFITTO
DA D’ALEMA, SFRATTATO DA AFFITTOPOLI, PORTÒ I
DS AL MINIMO STORICO
Candidato naturale
alla guida del Pidì o scelta obbligata di una
Quercia in agonia? Uomo nuovo o 'vecchio arnese' (Berlusconi
dixit)? Io vedo Walter Veltroni come un esempio luminoso
del Perdente di successo. Un politico con alle spalle più
sconfitte che vittorie. Eppure capace di rialzarsi dalla polvere
per risalire sull'altare. Restando sempre uguale a se stesso:
un piacione che ama piacere, un favolatore che illude la gente,
un conciliatore degli inconciliabili. E dunque un leader inadatto
a un'Italia in declino che ha bisogno di capi severi, dalla parola
aspra e dalle scelte crudeli.
Ho visto giusto? Non
lo so. Su Walter ho scritto migliaia di righe e ne
ho lette qualche milione. E il troppo inganna. Le mie cronache
su di lui iniziano nella primavera del 1994. Achille Occhetto
ha perso le elezioni contro il Cavaliere e deve lasciare
le Botteghe Oscure. Baffo di Ferro non vuole cedere lo scettro
a D'Alema. Così decide di gettargli tra le gambe un candidato
a sorpresa: Veltroni. In quel momento, Walter non ha ancora 39 anni
ed è soltanto il direttore dell''Unità'. Tre messi
occhettiani (Piero Fassino, Claudio Petruccioli e Fabio Mussi) cominciano
a costruire la sua candidatura. Sembrano farlo a dispetto del candidato.
Che giura di non aspirare al Bottegone: "Il mio lavoro è, e
resterà, quello di dirigere il nostro giornale".
In realtà, Walter si vede già
alla guida del partito. Il 22 giugno spiega a Barbara Palombelli
di 'Repubblica': "Il mio sogno? Un milione di persone
in piazza. E non per salutare qualcuno che se ne va, ma per
festeggiare qualcosa che comincia. Sogno una sinistra unita,
che ritrova le ragioni della speranza, riaccende un fuoco, riscopre
ideali". I due candidati non potrebbero essere più diversi.
D'Alema è superbo, brusco, dentuto con i giornali. Quando
un cronista gli chiede se ha stretto un patto di non aggressione
con Veltroni, replica gelido: "Sono cazzi nostri". Veltroni è
il buonista gaudioso. E fa spallucce quando un amico lo grattugia
così: "Walter, se vuoi essere un numero uno, devi smetterla
di dar ragione a tutti".
Il sogno si dissolve
il 1 luglio 1994, alla Fiera di Roma. Il Consiglio
nazionale elegge segretario D'Alema. Walter incassa con
il sorriso sulle labbra. Dice ad Alberto Statera della 'Stampa':
"Mi vede pallido, ma è colpa della dieta. Ho perso tredici
chili in un mese e mezzo". Poi telefona alla figlia Martina:
"Allegra, zio Massimo ci ha salvato le ferie!". Walter rimane
a guidare 'l'Unità'. Fa un bel giornale che non ha nulla
del foglio di battaglia. Mai ruvido con gli avversari. Niente
campagne-carogna. Articoli intelligenti e spesso inutili. Il Museo
dei bidoni. Dalla trota pelosa allo yeti. L'artigiano che fabbrica
alabarde per il cinema. Professione sub, un sessantottino sotto
il mare. E via cazzeggiando, per la rubrica 'Chi se ne frega'
del maledetto 'Cuore'.
Ma il Perdente cerca
la rivincita. Ne ottiene una nell'estate del 1995.
Vittoria d'immagine, con il libro 'La bella politica'. Trionfo
di pubblico e di critica. Persino Romano Prodi non si sottrae
all'obbligo del santino. Geloso, D'Alema scrive anche lui
un libro: sessanta pagine sull'Italia normale. E i due
testi diventano la canzone dell'estate in tutte le feste dell'Unità.
A quella nazionale gareggiano le
coppie D'Alema-Maurizio Costanzo e Veltroni-Giovanni Minoli.
Una kermesse di luci della ribalta, selve di telecamere,
recensioni lecchine. Ma è in agguato la destra, nella persona
di Vittorio Feltri, direttore del 'Giornale'. Che in
agosto attacca su un fronte imprevisto: Affittopoli.
Walter, sia pure non
da solo, perde un'altra volta. Anche lui è tra
gli inquilini delle case offerte ai vip dagli enti previdenziali.
E va fuori dai fogli. Ricordo una telefonata furibonda
all''Espresso': "Pure voi ci avete preso a calci in faccia!".
Gli dico: perché non replichi sull''Unità'? La
risposta mi lascia secco: "Non posso, perché noi siamo
un giornale d'informazione".
È una fine
estate violenta. Walter ha lo sguardo smarrito del
tacchino inseguito dal cuoco. Ma si riprende presto, convinto
della sua buona stella. Siamo alla primavera del 1996. Prodi
lo fa correre con lui. Walter vorrebbe candidarsi nel collegio
sicuro di Suzzara. Poi D'Alema, dal Bottegone, lo strattona.
E Walter affronta la battaglia a Roma 1, contro il magistrato
Filippo Mancuso.
È un
match da film dell'orrore. Il più perfido del
Polo contro il più buono dell'Ulivo. A vincere è
Walter. Il compagno di banco che ti fa copiare il compito.
Il vicino di casa che accorre quando il tuo lavandino perde.
Uno dei suoi slogan, dedicato all'ambiente, sembra fabbricato
per lui: 'Chi lo ama è riamato'. Ma dovrà sopportare
il ritratto al curaro che Mancuso affida a Francesco Merlo, del
'Corriere': "Veltroni è un elencatore di luoghi comuni,
parla di cose che non sa, cita libri che non legge, è un anglista
che non conosce l'inglese, un buonista senza bontà, un
americano senza America, un professionista senza professione".
Prodi lo porta con
sé a Palazzo Chigi. Ci staranno per poco. Il
9 ottobre 1998 il governo cade. Al Professore subentra D'Alema.
E Walter, sconfitto come vice-premier, trova una via d'uscita
grazie a Max che lo designa a succedergli come segretario dei
Ds. Ancora una volta perdente di successo, Walter viene eletto da
una maggioranza bulgara: l'89,1 per cento.
Quattro giorni prima,
Walter visita in carcere Adriano Sofri, con Pietrostefani
e Bompressi. E auspica la revisione del processo per l'assassinio
del commissario Calabresi. Poi va a raccogliersi sulla
tomba di don Giuseppe Dossetti, l'icona della sinistra dicì.
Carcerati, morti ammazzati, sepolcri di sant'uomini. La
spalla di Walter, Pietro Folena (oggi rifondarolo) s'affanna
a spiegare: la nostra è attenzione alle problematiche
della sofferenza e contaminazione di culture. Ma c'è chi
si chiede: l'epoca di Walter al Bottegone sarà di sangue
versato e di lacrime a gogò?
L'anno successivo
il sangue comincia a versarlo il partito. Elezioni
europee del 13 giugno 1999: rispetto alle politiche del 1996,
i Ds perdono per strada due milioni e mezzo di elettori.
Al Nord sono ridotti al 13,1 per cento. Forza Italia svetta.
In tivù compare un Veltroni disfatto, i capelli ritti, il
famoso neo quasi a ciondoloni. Come non capirlo? Eccolo descrivere
il suo partito, nel luglio di quell'anno: "Gracile, arrogante,
ha sostituito il centralismo democratico con il casino. Siamo pieni
di intrighi, di correnti, di lotte. Sono spaventato da una Quercia
ricca non di opinioni diverse, ma di guerre intestine". Quindici giorni
prima, i Ds hanno perso il Comune di Bologna, la roccaforte rossa.
Passano sei mesi e,
il 15 gennaio 2000, Walter è rieletto segretario
dei Ds al congresso di Torino. Ma la Quercia è in pieno
marasma da clan. Ulivisti puri. Miglioristi superstiti. Veltroniani.
Dalemisti. Pontieri. Sinistra tenera. Sinistra dura. Laburisti.
Cristianosociali. Sinistra repubblicana. Comunisti unitari.
E riformatori per l'Europa. Morale: il 16 giugno di quell'anno
una nuova batosta per Ds e alleati. Sconfitti in otto regioni su
quindici. Il giorno dopo D'Alema si dimette da premier, lasciando
la poltrona a Giuliano Amato. Walter è sotto accusa, anche
se quel disastro non può essere addebitato soltanto a lui.
Ma è in quell'estate, forse, che il Perdente di successo medita
la sua exit strategy: uscire dall'agone nazionale e rintanarsi a
Roma.
L'occasione si presenta
all'inizio del gennaio 2001. Il sindaco della capitale,
Francesco Rutelli, si dimette per guidare il nuovo scontro
con Berlusconi, previsto per maggio. Walter si candida
subito a succedergli. Come è possibile? Il leader
dei Ds che si rifugia in un municipio? In realtà,
Veltroni ha annusato un'altra catastrofe. E non vuole
perire sul campo. La catastrofe arriva alle politiche del 13
maggio. Vittoria schiacciante di Forza Italia. I Ds sono al minimo
storico: 16,6 per cento. Lo stesso giorno, Walter si batte contro
Antonio Tajani. Ma diventa sindaco di Roma soltanto due settimane
dopo, al ballottaggio. Il Perdente di successo l'ha scampata bella.
Ha vinto in casa, però ha vinto. E bisserà la vittoria
nel 2006, con un margine molto ampio.
Roma capoccia
e ladrona è ormai sua. L'astuto Walter ne farà
la rampa di lancio per nuove avventure. Al partito ci pensi
quel piemontardo faticone di Fassino. Piero verrà
eletto segretario a Pesaro, il 16 novembre 2001. E troverà
all'opposizione proprio Walter, capo ombra del Correntone
di sinistra.
Adesso, come nel gioco
dell'oca, si ritorna alla casella di partenza. I
due avversari storici di Walter lo candidano alla guida del
Pidì. È l'auspicato rinnovamento? Direi di no. Siamo
ai soliti tre attori di tanti spettacoli nel Teatro della
Quercia. Dunque ci vorrebbero altri competitor nelle primarie.
Difficile, ma non impossibile, che emergano. Comunque, smettiamola
con i requiem anticipati per Prodi. Non è elegante. E disturba
molto anche gli scettici come me.
Dagospia 29 Giugno
2007 - Giampaolo
Pansa per “L’Espresso”
COME SE
I commenti sul
discorso di Veltroni si sprecano ma l’essenziale è
questo: non ha detto niente perché non poteva dire niente.
Le
sue affermazioni possono infatti essere così
raggruppate: 1) fini da raggiungere, sui quali tutti sono
d’accordo. Si è tutti per la piena occupazione,
contro la criminalità, contro il male e a favore del bene;
2) pura e semplice aria fritta: “voltare pagina”, realizzare
“un’Italia nuova”, ecc.; 3) infine qualche affermazione
concreta come la realizzazione della TAV. Solo che queste suscitano
interrogativi: crede forse, Veltroni, che Prodi la TAV non
l’abbia voluta fare? E che poteri avrebbe, lui, che Prodi
non ha? Per quanto si possa disprezzare l’attuale Primo Ministro,
l’alternativa è netta: tentare di fare certe cose e far
cadere il governo, o rassegnarsi all’impotenza. Veltroni, al
posto di Prodi, sarebbe un altro Prodi. Ancor più problematico
è l’accenno a riforme costituzionali che somigliano fin
troppo a quelle che il centro-sinistra ha invitato gli italiani
a rigettare, con un apposito referendum. Con chi le vuole fare,
queste riforme, Veltroni, col centro-destra?
In totale ciò
che è avvenuto a Torino ha dell’inverosimile.
In una grande sala si riunisce un partito che ancora non esiste.
Questo partito inesistente – ovviamente - non ha un programma
e fino ad ora è solo riuscito a perdere pezzi per
strada, in particolare il Correntone dei Ds. Ed ecco che centinaia
di politici – non-membri dell’attuale non-partito - ascoltano
compunti un uomo e lo acclamano leader. E questo benché il
would be partito, qualche giorno fa, abbia stabilito che il leader
sarà designato in autunno da elezioni primarie. Veltroni a
questo punto, passando sopra tutti questi dati che rendono l’assemblea
vagamente surreale, fa un discorso d’investitura vago e inconsistente
in cui non dice né qual è il suo personale programma
del partito, né con quali alleati intende realizzarlo.
Ma per quanto sia sembrato, almeno questo mercoledì pomeriggio,
l’uomo della Provvidenza, il povero Walter qualche seria ragione
l’ha. Non riesce a moltiplicare i pani e i pesci. Come potrebbe
enunciare un serio programma, se non si sa qual è il programma
del futuro partito? E se poi i due programmi, il suo e quello
del partito, non coincidessero? Né è più facile
designare gli alleati. Se gli alleati fossero l’attuale estrema
sinistra, il nuovo partito si condannerebbe all’impotenza prodiana;
e se gli alleati non fossero l’attuale estrema sinistra, chi sarebbero,
La Lega e Alleanza Nazionale?
Insomma Walter
ha parlato un’ora e mezza nel quadro di un’operazione
simile ad un gioco di bambini, in cui “si fa come se”:
come se ci fosse un partito, come se avesse un programma,
come se avesse prospettive di governo. Veltroni ha solo
detto: “Accetto di essere il leader del PD. E sapeste come son
buono!”
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 28 giugno 2007
PROFONDITÀ
ED ESTENSIONE
Della Chiesa
si può discutere in più modi: da credenti veri
o da credenti tiepidi, da miscredenti superficiali o da miscredenti
rigorosi. Il credente vero - che per i tiepidi può
anche essere definito integralista - ha come metro di giudizio
l’ortodossia. Se chi è in peccato mortale non può
accostarsi all’Eucaristia, non si deve permettere al risposato
di fare la comunione. Se un giovane fa l’amore con la sua ragazza
gli si può dare l’assoluzione solo a patto che prometta
di non farlo più e mantenga. E così via. In molti,
dinanzi a questi principi, si ribellano. Se le regole sono
queste, dicono, è tempo di cambiarle: non corrispondono
alla realtà attuale. Il vero credente obietta che certe
regole della Chiesa sono immodificabili e che comunque,
finché sono in vigore, quelle sono: ma la sua è
una battaglia persa. Contro il sentimento la ragione è
una spada di legno.
La comunità
dei Cattolici ha creduto che la mentalità dei
tiepidi sia stata adottata da un Papa, Giovanni XXIII. Per milioni
di persone la sua apparizione ha significato che si metteva
in archivio la severità dottrinaria e si sostituiva con
un bonario ecumenismo. Ma che peccato mortale! L’importane
è che ci si voglia bene. Che si riconosca la comune
umanità. Che non si faccia male a nessuno. E se qualcosa
di male s’è fatto, è un problema che il singolo
può risolvere da sé, senza bisogno del prete:
il perdono di Dio può giungere senza intermediari. Ecc.
Ovviamente,
tutto questo è assurdo dal punto di vista dottrinale.
Alcuni atteggiamenti corrispondono al Protestantesimo,
altri sono gravissime negazioni dello stesso “Credo”,
il tutto corrisponde ad una religione “à la carte”.
Cioè quanto di più lontano si possa immaginare dal
Cattolicesimo, una fede più minuziosamente regolamentata
di un’Accademia Militare.
Forse a torto
e forse no, con Papa Roncalli molti hanno ritenuto
che la religione personale fosse divenuta lecita. Che
fosse permesso fare la comunione ed essere materialisti
(comunisti), essere concubini e perfetti cristiani,
andare al mare invece che a messa, fruire insomma della vita
moralmente facile dei miscredenti ed avere lo stesso il
posto riservato in Paradiso.
La situazione
può tuttavia essere osservata anche dal punto
di vista “politico” della Chiesa e per meglio chiarire il
concetto è opportuno andare un po’ indietro con la
memoria. Come metodo, la scienza nacque nel ‘600 ma già
bambina, nel ‘700, cominciò a mettere in crisi la religione.
Questa addirittura rischiò di soccombere sotto l’attacco
dei philosophes. Non perì perché, in Francia soprattutto,
Rousseau e Chateaubriand, invece di provare a confutare
le obiezioni logiche e scientifiche dei laici, fecero leva
sulla sensibilité, tornata in grande moda. La religione
divenne un fatto di decoro e di buon cuore: di decenza borghese,
quasi. Perse molto in serietà e profondità ma ricuperò
l’estensione precedente e si salvò.
La scristianizzazione del continente
tuttavia proseguì durante l’Ottocento e buona parte
del Novecento. A parte il positivismo, il semplice sviluppo
tecnologico ha reso la scienza sempre più familiare
e Dio sempre più lontano. Dinanzi ad un problema,
il primo rimedio cui si pensa non è più la preghiera
ma il ricorso allo scienziato. E la vera dottrina della
Chiesa appare a molti eccessiva, inapplicabile e comunque tacitamente
superata. Si è andati avanti così per decenni,
finché Giovanni XXIII ha dato l’impressione di essere
d’accordo con la moltitudine dei nuovi cattolici. Lui personalmente
seguiva forse tutte le regole della religione ma per gli altri
bastava un sentimento di profonda umanità, una vita accettabilmente
morale condita con una simpatia personale per quel benefico
ed eccentrico personaggio che fu Gesù. La differenza
fra un buddista e un cristiano divenne un particolare tecnico:
lo stesso unico Dio avrebbe accolto tutti i suoi figli con un
sorriso. Bastò quasi non essere anticristiani per essere
cristiani e la religione ricevette una poderosa spinta all’allargamento.
La fede sopravvisse al prezzo dell’auto-rinnegamento.
I miscredenti
superficiali si disinteressano del problema religioso.
Pensano che, chissà, forse sbagliano tutti. E
comunque la cosa non importa. Può darsi che Dio nemmeno
esista e dunque si discute sul nulla. Come può anche
darsi che Dio sia ben diverso da come lo dipingono e un giorno
accoglierà tutti, integralisti e peccatori, cattolici e
protestanti, e magari i miscredenti come loro, con un benevolo
sorriso di compatimento.
I miscredenti
rigorosi sono meno accomodanti. Disprezzano intellettualmente
i credenti tiepidi perché incapaci di un pensiero serio
e sono intellettualmente sarcastici con i credenti
integralisti perché li reputano incapaci di vedere
le mille contraddizioni e le mille apodissi su cui si fonda la
loro fede. Né possono aver simpatia per un Papa come Giovanni
XXIII che ha avuto l’aria di dar ragione ad un Cattolicesimo
più apparentato con lo show business che con quella disciplina
dell’anima per cui l’individuo rinuncia alla propria libertà
di pensiero per divenire una pecorella nel gregge del Buon Pastore.
In questo, miscredenti rigorosi e credenti seri sono d’accordo:
checché ne possano dire le anime belle, il Cattolicesimo
non è una semplice consolazione. È una scelta eroica
che dovrebbe far tremare anche i più coraggiosi.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it . 27 giugno 2007
Il Fattore
V
L'effetto-Veltroni, scrive Renato
Mannheimer sul Corriere della Sera, vale almeno l'11%
di voti in più per il Partito Democratico. Stupore,
orrore, paura. Tanta paura. Chiudiamo gli occhi, facciamo
due conti al volo: se il centrosinistra è sotto
di una decina di punti percentuali nei sondaggi vuol dire che
con Uòlter candidato... ma non sara mica vero? "No,
non è vero!", ci risponde la pancia, quella che di
solito indovina i risultati delle elezioni. Allora leggiamo
meglio l'articolo di Mannheimer sul Corrierino. E scopriamo
che, di questo fantomatico 11% in più garantito dal Fattore
V, il 5% arriverebbe da "elettori della coalizione di centrosinistra
che attualmente non voterebbero Margherita o Ds" e un altro
2% da "elettori di Margherita e Ds che attualmente non voterebbero
per il Partito Democratico". Voti sottratti ad altri partiti
della sinistra, dunque. Poco male.
E il 4% che resta? Il 3%, dice Mannheimer,
sono cittadini che oggi si dichiarano "astenuti
o indecisi". Elettori del centrosinistra in sonno, aggiungiamo
noi, che si risveglierebbero come-un-sol-uomo nei
giorni infuocati di una campagna elettorale. 5+2+3 uguale
10. Per dieci punti percentuali su undici, insomma, il Fattore
V è soltanto uno spostamento di voti interno alla sinistra
o un fattore di motivazione per gli indecisi di oggi. Resta
l'uno per cento, quello rappresentato da elettori di centrodestra
che - per qualche oscuro motivo - cambierebbero sponda se coccolati
dal buonismo nutel-kennedyano del sindaco di Roma. A parte che
ci piacerebbe guardare in faccia, giusto per qualche secondo, questo
bizzarro 1% di umanità italica, la paura è svanita
come lacrime nella pioggia. Il Fattore V vale l'1%. Non di più,
anzi (vista la fonte del sondaggio) forse qualcosa in meno. Facciamocene
un ragione e smettiamola di frignare.
Ideazione
- http://ideazione.blogspot.com/
Gilad, e'
vivo. Ridatecelo
Abbiamo
aspettato un anno per questo.
Un anno
di paura, spesso di vero e proprio terrore e scoramento.
Abbiamo pianto leggendo le parole di una mamma disperata.
Abbiamo
scritto, implorato, gridato "Liberatelo! Ha solo
19 anni" .
Eppure,
per un anno, la crudelta' dei suoi aguzzini ha lasciato
i genitori e tutta Israele senza notizie e per un anno
gli stessi aguzzini hanno impedito alla CRI di visitare
il prigioniero.
Oggi,
finalmente, la sua voce.
Oggi
Gilad Shalit ha parlato, gli hanno fatto leggere una
lettera che doveva apparire scritta da lui ma che
era apertamente un proclama di hamas.
La sua
voce di ragazzo, e' debole, a momenti tremante, e'
una voce stanca, depressa, triste.
"Mamma,
Papa', fratelli, amici miei dell'esercito.... "
La gola
degli israeliani in ascolto si e' riempita di pianto,
lacrime di commozione, di pena per quel tono di
voce cosi' melanconico, ma anche lacrime di liberazione
perche' finalmente sapevamo con sicurezza che Gilad era
vivo, dopo aver temuto il peggio.
Gilad
e' vivo. Sta male, ha bisogno di cure ma e' vivo. (...)
Clicca
qui per proseguire nella
lettura.
Deborah Fait
- www.informazionecorretta.com
GIOVANNI XXIII
È
significativo che Roncalli piaccia più ai non
credenti come lei che ai credenti, almeno quelli non
completamente succubi del neomodernismo.
Quelle
che lei chiama finezze diplomatiche non sono invece,
viste da un altro punto di vista, che vergognosi baratti:
il silenzio sul comunismo (come mai nessuna «sottile
distinzione» del genere sul nazionalsocialismo?)
contro la presenza di osservatori «ortodossi »
al Concilio. Concilio che è poi la causa prima se non
unica della crisi della Chiesa (ha presente i seminari vuoti,
le chiese che si stanno svuotando e soprattutto la spaventosa
perdita di fede?) e, quel che è peggio, di quella apparentemente
senza uscita della società. Un Concilio che fu proprio
il «buon» Roncalli a volere a tutti i costi e a pilotare
cinicamente verso il suo esito eversivo, il capovolgimento
totale della dottrina cattolica, la nascita di una nuova religione
di tipo massonico-sincretistico-ecumenico, inoffensiva per
i nemici della Chiesa e simpatica al mondo tanto quanto odiosa
per i cattolici.
Il metro di giudizio per
un Papa dovrebbe essere quello della religione, non quello
della politica.
Da
questo punto di vista il bilancio del pontificato
roncalliano è disastroso. Nulla è rimasto
della dottrina cattolica tradizionale, le verità
più elementari vengono impugnate oggi persino da
cardinali e dallo stesso pontefice.
Tutto
ciò ampiamente legittimal'esistenza di gruppi
tradizionalisti e integristi che rifiutano l'obbedienza
a un «conciliabolo» talmente nefasto e in taluni
settori negano il riconoscimento dell' autorità agli
eletti al soglio pontificio: tutte cose mai viste in duemila
anni.
Certo,
l’importanza del Vaticano II non è stata ahimè
inferiore a quella del Concilio Tridentino: ma in senso
opposto, cioè negativo.
Non
è stato monsignor Lefèbvre ma il cardinale
Suenens, uno degli artefici del Concilio, a definirlo
«l’89 della Chiesa », il che potrà
far piacere a un laico come lei ma non certo a un cattolico.
Infine è strano che né lei né Salomoni
ricordiate il giovanile modernismo di Roncalli, che
lo rese assai inviso a S. Pio X, e le voci di iniziazione
massonica quand’era nunzio a Parigi, ampiamente legittimate
dal suo operare successivo.
Particolarmente
nefaste la distinzione tra errante ed errore,
come se gli errori non camminassero sempre sulle gambe
di qualche uomo, la rinuncia agli anatemi (impegnati
da allora, e con una spietatezza degna di miglior causa,
solo contro i fedeli non disposti a svendere la fede) e l’«apertura
al mondo», che lei giudica generosa e che fu invece
solo temeraria. In particolare ricordiamo lo stravolgimento
della preghiera del Venerdì Santo per venire incontro,
al prezzo della rinuncia alla verità, al diktat del B'nai
B'rith sul «perfidi judaeis », talché oggi gli ebrei
infedeli sono diventati «fratelli maggiori » e
nessuno prega più per la loro conversione, cioè per
la loro salvezza. Oggi con Benedetto XVI questa tragedia continua.
Franco
Damiani,
Questa lettera di un lettore del “Corriere
della Sera” contiene spunti interessanti per i credenti
e per i miscredenti. Personalmente appartengo a questi
ultimi ma sono in grande misura d’accordo con Damiani,
malgrado l’inopportuna durezza di alcune sue affermazioni.
Il testo viene qui pubblicato per lanciare una discussione
al riguardo. Sarebbe particolarmente gradito il punto
di vista dei credenti.
LA NUOVA JIHAD
CONTRO OCCUPANTI ED OCCUPATI
C’è
una strana e non so quanto interessata necessità
di ostentare impegno di solidarietà e pace, laddove
nulla di tutto ciò è richiesto. In tempi
non remoti, l’opposizione di allora, di centro-sinistra
che oggi è al governo, rinfacciava all’ex governo
oggi opposizione, di aver portato i nostri soldati in
guerra, in Iraq ed in Afghanistan. Oggi questo governo, ieri
opposizione, ha portato le nostre truppe in Libano, in
una nuova inutile missione Unifil ed ha conservato le nostre
truppe in Afghanistan, in poche parole: in guerra. In questo
momento il Medio Oriente e tutto ciò che ruota attorno
ad esso è senza governo ed è quindi di nuovo in guerra,
oscura, sporca, contro nuove formazioni islamiche, cresciute
in parte sotto la protezione dell’Iran, in parte maturate
dalla guerra fratricida fra sciiti e sunniti, in parte aiutata
dalle formazioni politiche estremiste come Hamas ed Hezbollah,
dietro le quali si sono coperti, non solo estremisti politici,
ma veri e propri capi terroristi. E questo neo-terrorismo anarchico
coinvolge anche i confini dell’Europa (vedi il ritorno di fiamma
del PKK o gli attentati recenti nel Nord Africa). Insomma una nuova
fratellanza islamica radicale sta nascendo e sta spazzando via
perfino i governi già di per sé radicali e non tratta
con gli europei o gli occidentali, piuttosto li ammazza. E se
non vogliamo piangere altri nostri soldati, sarà bene preparare
i bagagli e lasciare che chi è stato causa del suo mal (soprattutto
in Palestina, in Libano, in Siria, dove Assad è in minoranza
preoccupante) pianga sé stesso ed inizi a rimboccarsi le
maniche contro i vari Ahmadinejad o Nasrallah o Meshal ed altri
capi dell’islamismo radicale contro i quali si sta avviando una
rivolta che va ben oltre l’Occidente, ma che vuole sostituire i
regimi politici, sognatori delle repubbliche islamiche con veri e
propri feudi radicali (ed a Gaza sta succedendo proprio questo ed
Hamas è caduto in una trappola più grande di sé
stessa), governati da signori della guerra, capi religiosi fanatici e
anti-occidentali, organizzazioni capillari di guerriglieri, kamikaze
che sfruttano le vecchie cause ovvero quello dello Stato Palestinese,
dell’eliminazione del regime corrotto dalla Siria, dell’indipendenza
sostanziale del Libano per crearsi un grande califfato d’Arabia,
un cordone che circondi quel che resta del Medio Oriente indipendente
ovvero Giordania ed Arabia Saudita (per quanto anche lì
si nascondano tanti scheletri negli armadi). E non c’è Onu,
Unifil o Nato che tenga. Insomma nell’intero Medio Oriente la faccenda
è tutta islamica e se gli occidentali non vogliono andare via,
saranno le vittime innocenti di una lotta al massacro, di una guerra
contro occupanti ed occupati da parte di una nuova jihad. Ci pensi
bene, il caro Ministro degli Esteri, dalla sensuale diplomazia
a proporre l’invio di truppe di “pace e contenimento” anche nei
territori palestinesi…
Angelo M. D'Addesio
EVVIVA
VELTRONI?
Veltroni di primo acchito è simpatico. Appare
moderato, gentile, mite. Anni fa la base lo preferì
a D’Alema e molti furono delusi quando l’apparato
gli scippò la vittoria. Ma il tempo è passato
e ad alcuni miscredenti piace sempre meno: tutte le sue
parole, tutte le sue iniziative e tutti i suoi atteggiamenti
sono all’insegna del sorriso, della concordia, dell’unanimismo.
Sembra nato per la festa, per la manifestazione culturale,
per l’applauso. E col tempo questo lo rende meno simpatico.
La bontà è certo
una qualità ma ha il dovere di rispondere ad alcune
condizioni. In primo luogo deve essere efficiente.
Non serve dire: “Bisognerebbe fare qualcosa contro
la fame nel mondo”. La bontà verbale ed ottativa è
priva di valore come un biglietto da tre dollari. Né basta
dare un euro a favore dei bambini indiani affamati. Chi dà
un euro per la fame nel mondo si compra solo un euro di buona coscienza.
Poi la bontà non deve essere né a spese
altrui né controproducente. Molti considerano
“buono” quel professore che promuove facilmente coloro che
non lo meriterebbero, ma in questo senso bisognerebbe
definire buona una bilancia che indicasse in cinquantacinque
chili il peso di una donna di settantacinque. Chiunque
abbia l’occhio umido parlando delle sofferenze dell’infanzia
nei paesi poveri, ma si scandalizza all’idea del controllo
delle nascite, è sciocco e gioca soltanto a fare il buono:
come un chirurgo che piangesse sulla ferita di un malcapitato
ma non ci mettesse le mani per non sporcarsi di sangue.
Ecco perché Veltroni può risultare urtante:
gioca costantemente la carta della bontà ecumenica
e dimentica che la politica è l’arte delle scelte.
Da sindaco ha aggirato sorridendo tutti i problemi
ma nella politica seria non si tratta di dire che è
bene avere un ospedale nuovo e un carcere nuovo; è
vero, la società ha bisogno sia di ospedali che di carceri
ma a volte non ci sono i soldi per tutti e due. E non bisogna
dimenticare che, se si preferisce l’ospedale, con ciò
stesso si costringono i detenuti a vivere stretti come sardine
e a soffrire in locali inadeguati. Dunque promettere la
felicità a tutti e non parlare di progetti concreti è
abuso della credulità popolare.
Nessun pasto è gratis. Veltroni può risparmiarsi
i sorrisi soffici e le promesse ammiccanti: in politica
sono merce avariata. Governare comporta delle scelte
che non sempre sono condivise e non sempre suscitano
solo applausi. Ché anzi, quando suscitano gli applausi
di una parte, suscitano di solito i fischi dell’altra. Anche
ad offrire a tutti il Cielo, ci sarebbe sempre lo scontento
di quelli che temono le correnti d’aria.
Veltroni è osannato perché fino ad ora ha
galleggiato come un festone di carta. Perché non
si è fatto molti nemici come l’acre D’Alema. Ma fare
politica è condurre un’eterna guerra e chi non si
fa dei nemici è solo perché non combatte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
24 giugno 2007
DUE GATTI IN UN
POLLAIO
Lo scontro che si annuncia fra Padoa-Schioppa e
i quattro ministri dell’estrema sinistra induce a riflessioni
etologiche. La maggior parte dei maschi si
batte per il diritto di accoppiarsi con le femmine: i leoni
non tollerano rivali e attaccano senza esitazione qualunque
altro maschio osi avvicinarsi al loro harem; i galli
si azzuffano selvaggiamente e da qui è nata l’espressione
due galli in un pollaio. La natura però, salvo incidenti,
vieta che questa lotta vada a danno della specie stessa
e per questo gli scontri, anche se violenti, raramente sono
mortali.
Il caso dei gatti è particolare. Più che
a due galli, somigliano a due paesi sull’orlo di
una guerra. Si fronteggiano a lungo, magari in silenzio,
e badando bene a non arretrare di un centimetro. Poi
parlamentano con minacciosi e modulati miagolii. A volte
ostentano sicurezza, permettendosi addirittura l’aria
distratta, a volte ostentano aggressività, sgranando
gli occhi, abbassando le orecchie, drizzando il pelo e mettendosi
di tre quarti per sembrare più grossi. Infine,
se tutto questo non basta, soffiano e magari lanciano una zampata
per saggiare il terreno. Assistere a questi scontri può
addirittura risultare noioso, tale è la pazienza di quelle
bestioline. È chiaro che, a forze di minacce e atteggiamenti,
vorrebbero vincere senza combattere. Certo, se dopo tutte queste
conferenze di Monaco la pace risulta impossibile, si lotta eccome.
Un maschio anziano ha parecchie cicatrici e le esibisce come un nobile
tedesco portava sul viso le conseguenze della Mensur, lo scontro
all’arma bianca fra studenti.
Nella politica italiana non ci sono galli. I ministri
sono gatti che vorrebbero avere partita vinta
senza far cadere il governo e perdere il loro stesso
posto. Dunque tutti minacciano, soffiano, ma nessuno vuole
correre rischi. Lo scontro è rituale, estenuante
e poco serio. L’unica arma di cui dispongono i contendenti
è il voto contrario ma si trovano nella condizione
dell’ape che intanto può usare il suo pungiglione in
quanto sia disposta a morire per averlo usato.
A questo punto, le ferme posizioni di Padoa-Schioppa
da un lato e i duri moniti scritti dei quattro ministri
comunisti dall’altro divengono semplicemente
noiosi. I gatti arrivano spesso allo scontro, malgrado
tutto, e c’è un vincitore; questi invece, sulla
base di loro arcane valutazioni, alla fine cedono più
o meno tutti e due. Oppure si mettono d’accordo per rinviare
il problema. O infine lo mettono sul groppone di un terzo:
ma nessuno combatte veramente la propria battaglia. Nessuno rischia.
Nessuno va oltre la sceneggiata. Gli ideali irrinunciabili
sono largamente rinunciabili e domani è un altro giorno.
Con lo stesso governo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 23 giugno
2007
Questa non
è la prima guerra civile
palestinese
“C’è da aspettarsi che per mezzo secolo gli
arabi si uccideranno a vicenda per vendicarsi
di quanto è avvenuto”. Questa frase non è
di oggi, anche se molti in Palestina la condividerebbero,
ma è stata pronunciata nel 1938 da Raghib Nashashibi,
autorevole leader della fazione palestinese moderata
Partito della difesa nazionale, antenato diretto di
quello di Abu Mazen. Una frase profetica, che si riferisce alla
prima guerra civile palestinese, ben più feroce e sanguinaria
di quella di queste settimane, che si svolse per tre anni, tra
il 1936 e il 1939, intrecciandosi con una violenta azione antisionista
e antibritannica (la Palestina era sotto mandato inglese),
in un contesto straordinariamente simile a quello di oggi (fatte
salve le ovvie differenze d’epoca). Fu infatti una rivolta innescata
dal Partito nazionale palestinese, fondamentalista, fondato
nel 1935 dal Gran Mufti Haj Amin al Husseini – cui Hamas si rifà
esplicitamente – per impedire che la fazione nazionalista saldamente
ancorata alla Giordania, come lo è oggi Abu Mazen,
accettasse la soluzione “due popoli, due stati”, che allora
si chiamava “Piano di partizione Peel” e che prevedeva la costituzione
di un minuscolo stato ebraico su 5.000 chilometri quadrati e
di uno stato arabo sulla quasi totalità del territorio. Chi
oggi spiega il mattatoio chirurgico di Gaza, la ferocia dei miliziani
di Hamas, come il prodotto della “esasperazione palestinese” e ne accolla
la responsabilità politica a Israele – tra questi Massimo
D’Alema e molti altri – guardi alla prima guerra civile palestinese,
ai suoi attori così simili a quelli di oggi, agli schieramenti
anch’essi identici e alla loro ferocia, ancora superiore. Guardi
infine ai morti di allora, quattro volte quelli di oggi: mille
i palestinesi uccisi da palestinesi dal 2004 a oggi, quattromilacinquecento
tra il 1936 e il 1939. Guardi e si interroghi.
(...) Clicca qui per proseguire nella lettura.
Carlo Panella, dal “Foglio”
LA ZAPPA SUI PIEDI
Hamas ha preso
il potere a Gaza. Il fatto, nella sua brutalità,
è facile da capire. Più complesso è
cercare di capire l’origine di questo fatto
e i suoi possibili sviluppi.
Già da
prima si sapeva che nella Striscia Al Fatah era molto
debole e screditata. L’Anp disponeva di un grande numero
di uomini in divisa, ma essi erano poco motivati, male
addestrati e spesso assunti su base di raccomandazioni. Tanto
per dare loro uno stipendio. Inoltre l’organizzazione, per
tanto tempo guidata da Arafat, è stata sempre e universalmente
considerata un’accolita di profittatori, di disonesti
e anzi di ladri che si appropriavano gran parte dei fondi destinati
alla povera gente. Mahmud Abbas (Abu Mazen) e il suo governo
non disponevano dunque né di un vero esercito né del
sostegno della popolazione: la tentazione di una facile vittoria
militare è stata irresistibile, anche se nessuno si aspettava
un crollo così immediato e totale.
L’errore di questa
mossa potrebbe invece essere politico. A volte, vincere
sul campo, non che rappresentare la conclusione di una
fase, costituisce l’inizio di nuovi e più gravi problemi.
Certo, è meglio vincere che perdere, ma gestire la vittoria,
farla fruttare piuttosto che procurarsi guai, ecco la vera
impresa. Gaza ora è nelle mani di Hamas ma nel frattempo
Israele potrebbe, sospendendo le forniture di elettricità,
acqua e gas, strangolarla nel giro di un paio di settimane. Senza
neppure sparare un colpo. Inoltre, malgrado la corruzione dell’Anp,
Gaza ha vissuto in buona misura di beneficenza, cioè
degli aiuti internazionali: e ora i paesi donatori non sono affatto
disposti a fornirli ad un’organizzazione universalmente considerata
terrorista: passato il momento dell’euforia e degli spari in aria
(oltre che nei crani di parecchi membri di Al Fatah), come amministrare
la quotidianità?
Il grande problema
dell’Anp e di Mahmud Abbas è stato fino ad ora
il fatto che Hamas ha vinto le elezioni ed è dunque
stato legittimato a governare. Anche a ripetere che è
un’organizzazione terroristica, afflitta da un programma insieme
disumano e irrealistico (la totale cancellazione di Israele),
ha vinto le elezioni e bisogna attenersi a questo fatto. Con
l’invasione di Gaza invece Hamas ha privato se stesso di ogni
legittimazione giuridica ed ha tolto alla controparte ogni scrupolo
democratico. È difficilissimo dire di no alla maggioranza
eletta, è facilissimo – ed anche pagante dal punto di vista
internazionale – sbattere la porta in faccia ai golpisti e ai violenti.
Fino allo sgarbo di escludere ogni forma di contatto e dialogo
con gli ex-alleati di governo.
L’Anp è
stata sconfitta sul campo, parecchi dei suoi membri
hanno perso la vita, ma è saltata con entusiasmo
sull’occasione di disporre in esclusiva del potere legale
su tutti i Territori esclusa Gaza. Inoltre, essendo l’unica
autorità legittima e riconosciuta all’estero, è
certa di poter disporre delle riaperte fonti di finanziamento
internazionale: Hamas invece si ritrova in un vicolo cieco.
Gaza è un territorio estremamente piccolo, sovrappopolato,
estremamente povero e tanto problematico che anni fa l’Egitto
rinunciò volentieri alla sovranità su di esso. Inoltre,
se vorrà farne l’avamposto della Siria, dell’Iran e soprattutto
di Al Qaeda, rischierà di ritrovarsi contro non solo Israele,
ma la comunità internazionale e soprattutto i governi dei
paesi arabi vicini, a cominciare dall’Egitto.
Nelle tragedie
greche gli dei non punivano il peccato. Non solo perché
questo concetto non era moneta corrente, in quel tempo,
ma anche perché la stessa religione non si faceva illusioni
sulla natura umana. Il “male” era considerato quasi una
normalità. Ciò che gli dei non tolleravano
e punivano severamente era l’eccesso, nel male: la hybris. Che
dunque Hamas fosse terrorista, integralista, incapace di
una fattiva politica, è stato sopportato. Viceversa,
il tentativo di una presa violenta del potere totale rischia
di essergli fatale. Per come appare la situazione attuale, potrà
ancora esistere, potrà ancora trattare, ma da condizioni
di debolezza e chiedendo permesso. Come un vinto piuttosto che come
un vincitore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 22 giugno 2007
NON È SERIO
Non si può
essere per la coppia aperta solo dopo che tua moglie
o tuo marito ti ha scoperto con l’amante. O meglio, si può,
ma non è serio. Ora scopriamo un D’Alema che mette
nello stesso letto politica e affari, perché oggi è
naturale che sia così, dopo che per dodici anni il “conflitto
d’interessi” e il “partito azienda” erano lezioncine da impartire
agli elettori e scomuniche per via legislativa da infliggere
agli avversari. Non si può parlare del clima del ’92 come
di una sciagura imminente da scongiurare, quando sulle macerie
giudiziarie del ’92 fu festosamente costruita una gioiosa
macchina da guerra. Non si può sostenere con toni
dottorali che Coop e Partito sono entità autonome e distinte,
per poi spiegare con gli stessi toni dottorali che in fondo
è ovvio che il Partito tifasse per le Coop fino al punto
di trattare anche con qualche dc factotum. Non si può essere
il figlio naturale di Berlinguer, ma anche l’armatore telefonico
di operazioni bancarie. Non si può tacere per anni sugli
eccessi della procura di Milano e non solo, e a un certo punto
diventare ferocemente garantisti quando la finanza ha la fiamma
rossa, altroché gialla. E magari c’è qualche domanda
cui rispondere su quelle due identiche somme che insieme fanno
quasi 50 milioni di euro nei conti immobili di due dirigenti di
Unipol. Non ci si può mostrare magnanimi nei confronti del
rivale, a opa morta e intercettazioni svelate, con l’arroganza di chi
ritiene possibile ribaltare a tal punto il piano della verità
da far ritenere in difficoltà l’opposizione e non, com’è
invece, la maggioranza. Non ci si può improvvisare imprenditore
liberale. Non è serio.
(articolo
del “foglio”)
MOLLICHINE
Prodi ripetutamente
fischiato. Il suo entourage: "Non si governa a colpi
di applausometro". Vero. Così la pensava Ceausescu.
La battaglia
dai radicali contro la pena di morte è un'impresa
titanica. Ma non avendo l'appoggio di Scalfari qualche
speranza l'ha.
In molti gridano
"Buffone" a Prodi. Meno male che lui è obbligato
a sentire "Puffone". E comunque "è una lecita critica
politica".
Palazzo Chigi:
i fischi non investivano Prodi ma "un contesto più
generale". Insomma sparavano a Prodi ma avrebbero amato colpire
anche qualcun altro.
Berlusconi,
accusato d'avere scherzosamente ipotizzato il regicidio,
per Prodi, avrebbe dovuto rettificare chiedendo un
"buffonicidio".
Gianni
Pardo
IL LETARGO DI PRODI
Il primo
dovere di ogni organismo vivente è sopravvivere.
La cosa è facile per quegli animali, come gli squali,
che sono al sommo della catena alimentare e vivono in
un ambiente dalle caratteristiche sostanzialmente stabili.
Al contrario, un animale come l’orso polare, pur essendo
anch’egli al sommo della catena alimentare e pur essendo
tanto più progredito dello squalo, vive in un ambiente così
ostile che, per parecchi mesi l’anno, non potrebbe riuscire a nutrirsi.
E per questo la natura ha inventato il letargo: fatta una buona
provvista di grasso, si riducono al minimo le funzioni vitali,
la temperatura corporea si abbassa, ci si addormenta in una buona
cuccia e si aspetta per mesi il ritorno del sole.
La regola
vale anche in politica. Se una compagine ministeriale
si trova dinanzi al dilemma se agire e farsi detronizzare,
oppure non farsi dei nemici e galleggiare, è
comprensibile che rinunci a muoversi. Naviga a vista,
si barcamena tra compromessi e rinvii e i suoi progetti
non vanno oltre il mese. Anche perché, oltre, rischierebbe
di occuparsi dei problemi di un altro governo. Dunque
il consumo di energie diminuisce, l’attività è sospesa
e si sonnecchia: il governo è in letargo.
Ma ci sono
delle differenze. L’orso deve pensare solo a se stesso.
Mentre sonnecchia, le sue prede possono anzi considerare
la sua assenza come una benedizione. Viceversa, mentre
il governo sonnecchia, il paese rimane ben sveglio e
lo guarda con crescente irritazione. Vede la maggioranza
aspramente rissosa e bloccata dai veti incrociati che si
dimena per un risultato di totale inefficienza, anzi per
un’operazione a somma zero; e i più sarcastici arrivano
a chiedersi se stia giocando alla guerra o al Monopoli.
Il governo italiano è in questa
situazione problematica. Sarebbe facile infierire,
magari moraleggiando a destra e a manca. Ma è stupido
parlare dell’ottusità dello squalo o della crudeltà
della tigre e nello stesso modo bisogna assolvere i politici
che vogliono mantenere la loro poltrona di ministro, sottosegretario
o parlamentare. Forse non è politicamente comprensibile,
ma etologicamente lo è. Fra l’altro, i politici più
attenti sanno che gli elettori sono di corta memoria e un avvenimento
sopravvenuto a un paio di settimane dalle elezioni potrebbe ribaltare
tutte le previsioni. Basti pensare ai molti meriti del governo
Aznar e al modo in cui è stato eletto Zapatero. Dunque,
galleggiando, oltre al vantaggio della carica presente, non è
detto che non si lucri qualcosa in futuro.
Il paese
impreca e dimentica l’aneddoto del generale che, dinanzi
a immani distruzioni, distese di cadaveri e soldati
in fuga, sospirò: “Non potrebbe andar peggio”;
il suo aiutante obiettò: “Per la verità potrebbe,
signore”. “E come, di grazia?” “Potrebbe anche piovere”. Anche
per quanto riguarda la politica potrebbe anche piovere. Un
governo condizionato dai partiti di estrema sinistra potrebbe
essere costretto a varare pessime leggi: e a questo punto
uno benedice il letargo.
Il problema
è che il passaggio del tempo non è privo
di conseguenze. È vero che non far nulla significa
anche non far male, ma c’è anche il pericolo
di non evitare un disastro. L’Italia si trova dinanzi
a serie scadenze: il famoso “scalone”, la “Tav”, l’emergenza
rifiuti, e tutti gli altri nodi che vengono al pettine.
Qui il letargo non basta più.
L’attuale
incapacità di direzione non deriva dalla prudenza.
E neppure dall’ignavia. Deriva puramente e semplicemente
dalla paura. Il paese tocca il suo livello più
basso e se ne rende acutamente conto. Per questo sommerge
di fischi, ovunque l’incontri, il Primo Ministro: ma
questi è colpevole solo di essere tale, infatti non
comanda certo la sua maggioranza.
L’Italia
è una zattera. La congiuntura internazionale è
abbastanza favorevole e non l’ha ancora condotta a sbattere
contro gli scogli: ma sentirsi abbandonati alle correnti
e al vento è terribile. Soprattutto nel momento
in cui la Germania, mettendo al bando le faide di guelfi
e ghibellini, raddrizza il timone dell’economia, e la
Francia vede all’opera un governo coeso, decisionista e sostenuto
da un’ampia maggioranza.
Se solo
l’Italia disponesse di meccanismi di autotutela, è
probabile che si scrollerebbe di dosso questa situazione
politica come un cane si libera dall’acqua, in un’aureola
di spruzzi, quando emerge dal mare.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it -20 giugno 2007
CONTRO IL PENSIERINO
UNICO
Dal Financial
Times, commento
del presidente ceco Vaclav Klaus sul tema delle politiche climatiche.
"Da persona che ha vissuto sotto
il comunismo per la maggior parte della sua vita -
scrive Klaus - mi sento in dovere di dire vedo la più
grave minaccia alla libertà, alla democrazia, all'economia
di mercato e alla prosperità non nel comunismo, ma nell'ambientalismo.
Questa ideologia vuole sostituire la libera e spontanea
evoluzione del genere umano con una sorta di pianificazione
centrale (ora globale)".
Capperi!
PACE IN CAMBIO
DI PACE
E' molto
difficile capire quello che passa nella testa
di Abu Mazen.
E' appena
uscito da una guerra civile che non e' ancora finita,
ha sulle spalle la responsabilita' di essere stato
per tutti questi anni, dalla morte del suo infame predecessore,
una specie di mummia e adesso, appena fatto il nuovo
governo a Ramallah, ecco che, tutto ringalluzzito, incomincia
a spiattellare le sue pretese.
Chiede
soldi, chiede aiuti, chiede la liberazione dei prigionieri
e, anatema, vuole che Israele rilasci un pluriassassino
condannato a 5 regastoli, quel Marwan Barghouti,
capo dei Tanzim, la famigerata polizia di Arafat, dalle
cui fila sono usciti molti degli assassini suicidi che
hanno fatto stragi in Israele.
La nuova
situazione seguita al "colpo di stato"di hamas a Gaza
crea nuove speranze e la possibilita' di avere diversi
rapporti con il nuovo governo di Ramallah.
Israele
ha fatto capire chiaramente di essere disposto a
trattare con Abu Mazen purche' Hamastan venga isolato
e non possa piu' nuocere alle possibilita' di pace e
purche', aggiungo io, Abu Mazen non voglia cose
che nessun politico di un paese aggressore e terrorista
puo' avere la faccia tosta di pretendere.
Personalmente
non sono ottimista, i palestinesi sono palestinesi
e quelli di Ramallah sono gli stessi che ballavano per
le strade e nelle piazze ogni volta che un kamikaze faceva
strage in Israele.
Sono
gli stessi che a Gaza, in questi giorni, hanno commesso
atrocita' inenarrabili, entrando nelle case, sparando
a bruciapelo a famiglie intere, gettando dal 15simo piano
di un edificio giovani legati mani e piedi, sparando per
le strade sulla folla.
I palestinesi
sono sempre quelli dell'assassinio cumulativo,
sparare nel mucchio , far esplodere autobus e bar
e ristoranti con le loro stramaledette bombe umane.
I palestinesi
sono ancora quelli educati all'odio e alla ferocia
dalla scuola materna fino al giuramento davanti al
Corano e al kalashnikof con la fascia verde dell'Islam
sopra il passamontagna nero e il giubbotto esplosivo
stretto al petto.
Non
credo che quelli di Ramallah siano diversi.
Vogliamo
dargli una chance? benissimo ma sono loro che devono
ascoltare le nostre richieste, non noi le loro. Chi
ha sempre aggredito e rifiutato ogni dialogo per
obbedire agli ordini di Arafat "gettare gli ebrei in mare",
adesso deve accettare le decisioni altrui , chi ha educato i
propri figli a diventare assassini deve chinare la
testa e dimostrare di voler cambiare.
I palestinesi sono sempre stati
abituati a pretendere, sono stati viziati dai loro ammiratori
sparsi per il mondo, qualsiasi cosa facessero,
qualsiasi atrocita' commettessero era scusata e capita in
nome dell'"occupazione", in nome della favoletta fatta
diventare realta' dalla propaganda di "popolo cui i perfidi
ebrei hanno rubato la terra".
Adesso
basta!
Adesso
si spera che il mondo, che ha sempre guardato altrove
quando le atrocita' e la barbarie venivano fatte contro
Israele, capisca, non puo' non aver visto che la barbarie
fa parte della loro cultura al punto che possono trucidare
la loro stessa gente, bambini compresi.
Chissa'
se i pacifinti, adesso cosi' silenziosi, ( vergogna?
Imbarazzo?) si rendono conto di che genere di gente
hanno protetto finora.
Chissa'
se quei delinquentucoli che bruciavano bandiere urlando
"palestina libera- Palestina rossa" riusciranno
a capire che la loro Palestina altro non era che un crogiuolo
di criminali assassini e che potrebbe nascere una
nuova Palestina soltanto se quei criminali assassini
verranno isolati a Gaza come a Ramallah.
Chissa'
se qualcuno ammettera' che la Palestina , per poter
avvicinarsi ad essere una democrazia, non potra'
mai essere rossa come vorrebbero i figli di Arafat,
i vari Diliberto, Agnoletto e loro seguaci urlanti, ne'
rossa come il sangue sparso da hamas, men che meno
rossa come il sangue dei nostri figli.
La nuova
Palestina dovra' adottare il colore del lavoro,
della convivenza, del rispetto e della liberta' se
no morira' per sempre.
Mi torna
alla mente l'aneddoto su Sharon durante un pranzo
con Condoleeza Rice nella sua fattoria nel Neghev.
Sharon
elencava a una sorpresissima Condoleeza tutte le disgrazie
dei palestinesi , poveri , governati male, bisognosi
di tutto, succubi di una dittatura.... "Peccato che
siano anche , disse a un certo punto Sharon e, rivolgendosi
al suo segretario gli chiese, facendogli andare per traverso
l'avocado che stava gustando, "come si dice in inglese
assetati di sangue e traditori?"
A questo punto e' stato il
turno di Condie di farsi andare per traverso l'avocado.
Nessuno
conosceva i palestinesi meglio di Sharon, li aveva
combattuti, salvati dalle stragi arabe contro di loro,
li aveva come vicini di casa. Li conosceva come le sue
tasche e non si faceva troppe illusioni!
Bene,
i palestinesi, almeno quelli del West Bank,
devono cessare di essere assetati di sangue e traditori
se vogliono entrare a far parte del consesso civile, devono
dimenticare la scuola dell'odio di Arafat e soprattutto
devono piantarla di mendicare soldi per produrre morte .
E Gaza?
Gaza continua ad essere mantenuta da Israele che
la rifornisce di acqua, elettricita', cibo, medicinali.
Paradossalmente
chi dichiara apertamente di volere la distruzione
di Israele accetta gli aiuti dal Paese che vuole eliminare.
Perche'
non li aiuta l'Egitto? Perche' un paese arabo
non si decide di soccorrere altri arabi?
Perche'
l'Egitto non si riprende Gaza? ormai tutti hanno
capito che quelli la' non potranno mai diventare una
nazione, sono dei barbari , degli inetti incapaci
di autogestirsi.
Gaza
va isolata o hamas va distrutto non ci sono altrenative.
E finiamola
di chiedere a Israele di dare, di fare, di mantenere.
Adesso
si parla , sempre piu' insistentemente, di restituire
il Golan alla Siria in cambio della cessazione del
terrorismo.
Per
chi fosse ottenebrato dalla propaganda voglio
fare una brevissima lezioncina di storia e geografia.
Il Golan
non e' siriano.
Il Golan,
la Siria, l'Iraq hanno fatto parte del Mandato Francese
di Palestina, come il resto era sotto la sovranita'
del Mandato Britannico.
Questa
la situazione dalla fine della Grande Guerra fino
al 1947, prima, per 400 anni, tutto era proprieta'
dell'Impero ottomano.
La Siria
che ha ottenuto l'indipendenza nel 1947 si e' impossessata
del Golan, pur non avendo nessun tipo di legame storico
con quel territorio , soltanto per poter dominare
Israele e sparare sugli ebrei.
La Siria
ha mantenuto la sovranita' sul Golan fino al 1967.
Quanto
fa? Vent'anni.
In questi 20 anni la Siria non
ha fatto altro che sparare, non ha costruito un
villaggio, una stalla, non ha coltivato un solo filo
d'erba.
Israele
ha conquistato il Golan nel 1967 ed e' tuttora
israeliano .
Dal
1967 a oggi quanto fa? Quarant' anni giusti giusti.
In questi
40 anni Israele ha costruito citta', kibbuz,
coltivato a perdita d'occhio vigneti che producono
l'ottimo vino del Golan, ha creato allevamenti di
mucche e di cavalli.
L'altipiano
e' verde come uno smeraldo e , grazie ai mulini,
fornisce energia pulita a mezzo Israele. Sono ritornate
persino le cicogne e gli uccelli migratori che durante
l'occupazione siriana avevano cambiato rotta a causa
dei continui spari.
Allora,
adesso qualcuno deve spiegarmi, in modo chiaro e convincente,
perche' 20 anni di spari siriani valgono di piu'
di 40 anni di lavoro e dedizione israeliani?
Israele
e' l'unico paese al mondo che ha restituito territori
legittimamente conquistati durante guerre di aggressione.
Non
esistono altri esempi, nessuno costringe Slovenia
e Croazia a restituire l'Istria all'Italia, nessuno
cosrtinge la Francia a restituire all'Italia Nizza
e la Corsica. E nessuno costringe l'Italia a restituire
il Sudtirol all'Austria per non parlare di tutti
i territori passati di mano durante la seconda guerra
mondiale.
Allora
chi e' in grado di spiegare perche' da Israele si pretendono
passi mai richiesti a nessuno?
Perche'
gli arabi che possiedono il 99,99% di tutto il Medio
Oriente , per convincersi a fare la pace con Israele,
devono chiedere altra terra, mai sazi , mai paghi,
interessati soltanto a rendere Israele sempre piu' minuscolo
e vulnerabile.
La pace
si da per altra pace, volere in cambio territori
conquistati da chi ha vinto tutte le guerre da cui
si e' strenuamente difeso, e' immorale, ingiusto,
inaccettabile.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
DI CHE PARLA IL
GIORNALE?
Se
si chiedesse: di che parla il giornale? La risposta
più ovvia sarebbe “di tutto”. Ma non è esattamente
così. È vero, parla di storia, di arte,
di scienza, ma solo nelle pagine culturali. Quando ci
sono. In realtà, l’oggetto principale dei quotidiani
è l’attualità. In questo senso sono più
“giornalistici” i necrologi (perché riguardano una notizia
fresca) che gli elzeviri.
L’attualità si divide
in due grandi sezioni: il recente passato e il prossimo
futuro. Se, nella cronaca si parla di un efferato
delitto, è perché esso è stato appena
commesso. Se ancora non è noto il colpevole ci si
pone qualche problema rispetto al futuro, come eco dell’avvenimento
stesso: chi pagherà per il mal fatto, se ci sono
complici, se c’è modo di evitare che simili sciagure siano
evitate, ma fondamentalmente rimane un avvenimento ormai consegnato
alla storia minima e infatti i titoli che lo riguardano divengono
sempre più piccoli finché di quel delitto non si
parla più. Viceversa, l’argomento principe dei grandi giornali
è il futuro. In particolare il futuro della politica
nazionale e il futuro della politica internazionale. In questo
campo, ogni avvenimento, oltre ad essere interessante di per sé,
è significativo: e non solo in relazione ai suoi propri sviluppi,
ma per gli effetti vicini, lontani e collaterali, in una trama
complessa e pressoché infinita. Per questo, la maggior
parte degli articoli sviscera il fatto, e questo impegno, che trasforma
i giornalisti, che lo vogliano o no, in altrettante sibille, nasce
dal fatto che il futuro importa più del passato. Se, come
dice il proverbio, è inutile piangere sul latte versato, è
certo utile cercare di non versarne altro.
Questa
natura dei giornali spiega anche la loro caducità.
Mentre un libro di storia per le scuole medie conserva
una sua validità anche dieci o venti anni dopo la sua
pubblicazione, un giornale vecchio di un mese è totalmente
inservibile: o ciò che prevedeva non si è avverato
ed è dunque inutile stare a parlarne, oppure se ne
sa molto di più di allora e in termini di certezza per
giunta. I giornalisti tutto questo lo sanno anche nel momento
in cui scrivono: ma non possono esimersi – perché lo
faranno anche i lettori - dall’almanaccare sulla base dei pochi
dati di cui si dispone. Nessuno aspetta un mese per saperne
di più, e tutti vorrebbero sapere tutto subito.
I
giornali d’opinione sono passati da mezzo di conoscenza
dei fatti ad espressione dell’ansia esistenziale
dell’uomo. Se per esempio si verificano quattro
o cinque drammatiche violenze carnali nel giro d’una
settimana, i lettori cominciano a chiedersi se non sia
in atto una nuova tendenza della criminalità; se
non sia necessario reagire con una diversa politica di
repressione; se non si sia di fronte ad un allarmante
sintomo di deviazione sessuale della società. In realtà,
presto tutto si acquieta e si rientra nella normalità:
tuttavia per qualche giorno l’argomento di conversazione
è stato quello e i giornalisti non hanno mancato di
amplificarlo, drammatizzarlo, colorirlo. E sempre nella direzione
dei più apprensivi dei loro lettori.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 18
giugno 2007
APPELLO, UNA FIRMA
L'articolo di Gad Lerner uscito su
Vanity Fair è un attacco a Magdi Allam, che noi ebrei
non possiamo lasciar passare sotto silenzio. Abbiamo,
singolarmente, espresso a Magdi tutta la nostra solidarietà
e indignazione per le ignobili parole di Lerner.
Che,
oltre ad essere tali, possono essere, se non giustificate,
almeno spiegate. Magdi Allam è in Italia, lui
musulmano, una delle poche persone che ha capito
il dramma di Israele di fronte alla minaccia del fondamentalismo
islamico.
Questa
sua dedizione gli è stata riconosciuta a Gerusalemme,
con l'attribuzione del Premio Dan David e a
Washington con il Mass Media Award dall'American
Jewish Commettee, due istituzioni che non praticano
abitualmente lo sport di attaccare Israele, come capita
a certi ebrei.
Magdi
vive da anni sotto scorta per il coraggio con il quale
difende Israele, è stato minacciato di morte
e la sua vita è quindi ogni giorno in serio pericolo.
Non
entriamo in merito al testo di Lerner, ci limitiamo
ad accluderlo per chi non lo conoscesse.
Chiediamo
agli ebrei italiani di firmare questo atto di amicizia
e solidarietà per far giungere a Magdi Allam una
voce sincera di amicizia e ringraziamento per il suo coraggioso
e onesto impegno in favore della verità e della giustizia.
E, come lui scrive sempre, per la vita contro la morte.
Amici, qella qui
sopra e' una lettera di protesta contro Gad Lerner
il quale ha scritto a Magdi Allam una lettera offensiva
e veramente ignobile che è possibile leggere
cliccando qui.
Servono
molte firme, vi prego di firmare e di rispedire il
tutto a questo indirizzo:
segreamar@fastwebnet.it
Grazie
Deborah
LA VITTORIA DI
HAMAS È RELIGIOSA
In Europa e nel mondo la vittoria di Hamas su Fatah
è vista come la vittoria degli estremisti -
e forse dei terroristi - sui moderati. Dal punto di
vista interno invece essa è vista come una vittoria
del bene sul male, cioè come una vittoria religiosa.
Questo giudizio locale si spiega con la diversa ideologia
dei due gruppi e con la storia di Al Fatah.
Il gruppo che per lungo tempo ha fatto capo all’Olp
e ad Arafat ha proclamato l’intenzione di ottenere,
con i negoziati e con le armi, una patria libera,
cioè l’indipendenza della Palestina. Ha avuto
uno scopo politico. Riguardo ad Israele, pur considerando
un ideale desiderabile la sua eliminazione, si è
adattato all’idea di un vantaggioso compromesso: basti pensare
agli accordi di Oslo. Di fatto da un lato Arafat, nel momento
in cui gli è stato concesso il massimo (indipendenza
sul 96% del territorio), ha detto di no, dall’altro i palestinesi
hanno sempre posto condizioni impossibili dal punto di vista
Israeliano. Qui si vuole però soltanto sottolineare
che Al Fatah non ha rifiutato in assoluto una pace con Israele:
ne ha rifiutato i termini.
Hamas è un raggruppamento integralista e religioso.
Per esso Israele - in quanto insediamento non musulmano
su una terra musulmana - è inammissibile e bisogna
eliminarla. Lo scopo dell’organizzazione è solo
secondariamente politico: l’indipendenza e la sovranità
palestinese (anche sul territorio attualmente occupato da Israele)
sarebbero un sottoprodotto dell’azione religiosa. L’azione,
riguardo ad Israele, non è “più risoluta” di
quella di Al Fatah, è “diversa”. Hitler non voleva distruggere
la Cecoslovacchia, voleva annetterla (azione politica).
Viceversa non voleva qualcosa dagli ebrei, voleva ucciderli
(azione para-religiosa).
L’atteggiamento di questi palestinesi è così
profondamente religioso che essi non si curano affatto
della plausibilità politica, militare o umana
del loro progetto. Non si curano dei costi in termini
di dolore e miseria della loro azione. Prova ne sia che spendono
anche con estrema disinvoltura la vita dei civili e dei propri
stessi adepti. Il fatto è che per i fanatici religiosi
il messaggio della realtà passa in secondo piano e ignorarlo
appare anzi nobile ed eroico. Cercare di spiegare ad Hamas che
la sua azione è rovinosa per tutti, e in primo luogo
per i palestinesi, sarebbe come cercare di spiegare a S.Francesco
che è meglio aiutare i poveri aprendo fabbriche.Impossibile
è pure spiegare che mentre i palestinesi hanno
il progetto di distruggere Israele ma non ne hanno i mezzi,
Israele ha i mezzi per distruggere tutti loro e la cosa è
stata attuata più volte nell’antichità. Qualcuno
obietterebbe che non siamo più nell’antichità:
ma il progetto di Hamas di distruggere Israele è arcaico
o attuale?
Il successo di questa organizzazione presso la popolazione
palestinese è stato favorito da alcuni
fattori. In primo luogo, la massa dei palestinesi
è molto povera, molto ignorante e pressoché priva
di senso critico. In secondo luogo Arafat e soci hanno approfittato
per anni degli aiuti internazionali e dell’anarchia
palestinese per guadagnarsi l’imperitura fama di corrotti
e profittatori a spese della povera gente. In terzo luogo,
tutti i paesi arabi, per fini di demagogia, hanno sostenuto
le rivendicazioni palestinesi più o meno nei termini
poi adottati da Hamas ed hanno dunque preparato il terreno
per l’accettazione di un progetto irrealistico, rovinoso e disumano.
L’idea che, dopo la vittoria di Hamas a Gaza, si tratti
soltanto di dialogare con una nuova realtà,
dimostra che proprio non si comprende il fenomeno. Sarebbe
come se lo zar, per evitare problemi con Lenin, gli avesse
offerto il rettorato dell’università di Kiev. Hamas rappresenta
un pericolo non tanto per Israele – cittadella fortificata
- quanto per tutti i paesi arabi. Gaza potrebbe trasformarsi
in una centrale del terrorismo e in un esempio per tutti
gli estremisti islamici che considerano un’illegalità
l’esistenza stessa di un governo laico. Sarebbe una replica ravvicinata
del cancro iraniano. Ma mentre l’Iran è stanco degli
ayatollah e un giorno o l’altro li scaccerà, per la Palestina,
tanto più povera, tanto più arretrata e tanto
più ignorante, non si vede luce di speranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 16
giugno 2007
MOLLICHINE
D’Alema sui raid israeliani: “C’è da dubitare
che siano mirati, visto il bilancio”. Se fossero
ben mirati, lui sarebbe forse vivo?
Il Tesoretto sia utilizzato per dipingere di blu
tutte le case di Roma. Ognuno deve fare una proposta,
no?
Il governo ha precisato le condizioni per gli acquirenti
dell’Alitalia: si dovranno impegnare a
pagare gli stipendi e a non far volare gli aerei.
Haniye, leader Hamas: “Andremo avanti fino alla vittoria
o al martirio”. Certo, se lascia la scelta agli israeliani…
Rutelli si è detto “preoccupato” perché Priebke
(93 anni) potrà uscire di casa per motivi di
lavoro. Noi ci preoccupiamo per la salute mentale
di Rutelli.
"Hamas respinge qualsiasi dispiegamento di forze
straniere nella Striscia di Gaza" e così salva
la faccia di D’Alema e la vita dei soldati italiani.
Prodi intende “affrontare in maniera radicale l’emergenza
rifiuti”. Forse col metodo Visco: “Da domani è
severamente vietato produrre rifiuti”.
Dal Foglio: “L’[estrema] sinistra chiede l’abbassamento
dell’età pensionabile, l’aumento delle pensioni
minime e dei salari bassi; la lotta alla precarietà
e l’abbassamento dell’Ici”. Per la moglie ubriaca
si sta attrezzando.
Intercettazioni telefoniche, D’Alema: “Uno spettacolo
indecente”. E se lo dice il protagonista!
Gianni Pardo
FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA?
Quando sono
fatti oggetto di un’indagine giudiziaria, molti si
precipitano a dire: “Esprimo la più completa fiducia
nella magistratura”. L’affermazione è imprudente.
Essa implica due concetti, uno più discutibile
dell’altro. In primo luogo, la riaffermazione della propria
innocenza che, come sa chi mai abbia frequentato un Palazzo
di Giustizia, lascia il tempo che trova; anche un fresco
uditore giudiziario sa che i penitenziari sono stracolmi d’innocenti.
Inoltre la coscienza della propria innocenza non è sufficiente
prova dell’innocenza stessa: uno può interpretare come
lecito un proprio atto che il Tribunale invece considera reato. In
secondo luogo, dal momento che all’incirca la metà degli
imputati alla fine è assolta, perché avere fiducia
nella magistratura, se i casi in cui sbaglia pareggiano quasi
quelli in cui fa giustizia? Come avere fiducia in quei magistrati
che hanno accusato per anni persone poi risultate innocenti?
Né
molto meglio vanno le cose con la giustizia civile.
Un’amica avvocata, anziana e piena d’esperienza, diceva
che non commetteva mai l’imprudenza di dire ad un cliente:
“Lei ha ragione da vendere e dunque vinceremo”. Confidava
anzi d’essere più contenta se il suo cliente aveva chiaramente
in torto: “Habent sua sidera lites, le liti dipendono dalle stelle,
e il risultato di un processo è sempre incerto, diceva;
dunque se andrà male non avremo perso nulla. Ma potrebbe
anche andar bene”. Che non è il colmo, in materia di certezza
del diritto.
La legge non
considera infallibile la magistratura e non esclude
l’errore umano dalle aule di giustizia. Se essa avesse
“intera fiducia” nel primo giudizio, non ne prevedrebbe
certo un secondo esattamente sulla stessa materia, l’appello,
e magari un terzo, se si conta la Cassazione. La mitizzazione
dei magistrati è un atteggiamento che non si permette
nemmeno l’ordinamento giuridico.
Qualcuno potrebbe
giudicare queste considerazioni l’espressione di
un qualunquismo cinico ma il massimo di sfiducia, in questo
campo, l’ha espresso uno dei pochi giganti giuridici che
l’Italia abbia avuto nel secolo scorso, Piero Calamandrei.
L’illustre studioso è arrivato a scrivere, con una
punta d’umorismo, questa frase memorabile: “Se mi accusassero
di avere rubato la Torre di Pisa, mi darei alla latitanza”.
Forse tanti assessori di provincia, tanti deputati
insignificanti,
tanti alti funzionari conoscono il diritto e la magistratura
meglio di Calamandrei?
I magistrati,
benché fallibili come tutti gli esseri umani, sono
nella grande maggioranza onesti, competenti e scrupolosi.
È dunque ragionevole esprimere speranza nella giustizia:
ma fiducia no. “In God we trust”, potremmo dire con gli
americani: ma solo “in God”.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 14 giugno 2007
Per
caso, avendo perduto il file, ho dato come chiave
di ricerca la parola “Calamandrei” ed ho anche trovato, più
o meno sullo stesso tema, un articolo del 2000 che allego
per chi avesse tempo da dedicare alla lettura.
CRAXI E LA FIDUCIA NELLA GIUSTIZIA
Molti rimproverano
a Craxi di non essere rimasto in Italia e di non
avere affrontato i processi che gli venivano intentati,
a costo di finire in carcere: come sarebbe certamente
avvenuto. Questa tesi, sostenuta da firme autorevolissime
quali quella di Montanelli e di Sergio Romano, sembra
riposare su un principio indefettibile: l’Amministrazione
della Giustizia è in sé un tale valore, che
in nessun caso si ha il diritto di sottrarsi ad essa. Per sostenere
questa tesi, bisogna credere che prima o poi essa si riveli effettivamente
giusta. Diversamente bisognerebbe richiedere a tutti di
non sottrarsi alla giustizia neppure se si è ragionevolmente
sicuri che si sarà condannati pur essendo innocenti. Cosa
francamente eccessiva. La tesi dei Montanelli, dei Romano e
degli altri va dunque interpretata nel senso che, pur ammettendo
che si incontra qualche giudice fazioso e scorretto, in totale
la classe dei giudicanti è di tale livello
che l’innocente può avere la ragionevole certezza di ottenere
giustizia. Ma questa tesi non convince per parecchie ragioni.
Innanzi tutto
è falso che l’esistenza di un singolo giudice
fazioso impunito (come avviene in Italia), non sia molto
importante. Se questo unico giudice scorretto è
colui che può decidere della libertà di un cittadino,
per parecchi mesi, che importa a costui sapere che, dopo
qualche anno, altri giudici gli diranno che non meritava di
stare in galera? E che importa ad un uomo politico l’assoluzione,
anni dopo, se anni prima l’avviso di garanzia è stato sufficiente
a fargli perdere il posto di ministro?
In secondo
luogo, è assurdo fidarsi di qualcosa d’astratto
– la Giustizia – dimenticando che in concreto essa è
amministrata da uomini di carne e sangue, soggetti alle
passioni e soprattutto a quelle politiche e religiose.
Proprio per questo i giudici
sono pericolosissimi, quando hanno prevalentemente
idee di sinistra: perché il marxismo è insieme
una teoria politica e una religione.
Nella Repubblica
di Venezia i giudici erano tenuti segreti, e anche
i denuncianti potevano esserlo. Questo deve essere sembrato
un buon metodo per scindere la giustizia dall’umanità
di coloro che per essa operano. Nondimeno anche questa giustizia,
apparentemente impersonale, era amministrata da uomini,
con tutti i loro difetti.
La fiducia
nei giudici non può essere un dogma al quale
bisogna conformarsi al prezzo della libertà.
Altrimenti bisognerebbe rivalutare la Santa Inquisizione.
Non solo questa si fondava su una certezza, quella
religiosa, di livello superiore a quella laica, ma l’eretico
che ritrattava i propri errori era liberato, mentre altrettanto
non si può dire avvenga nelle corti laiche. Per
esempio nell’Unione Sovietica degli anni Trenta.
A contraddire
Montanelli e Romano si può invocare la testimonianza
di due personaggi non meno importanti. Calamandrei
ha affermato che se fosse stato accusato d’avere rubato la Torre
di Pisa si sarebbe dato alla latitanza e Tucidide ha scritto
che nessuno, potendo ricorrere alla forza, ricorre alla
giustizia. Craxi ha dunque fatto bene ad andare esule in Tunisia.
La vita umana è troppo breve per aspettare il giudizio
della storia e a volte è troppo breve anche per aspettare
quello della Corte di Cassazione. La cosiddetta giustizia è
stata capace di mettersi a correre per condannare Craxi mentre per
Andreotti, se fosse stato condannato, visti i tempi del primo grado,
il giudizio della Cassazione non si sarebbe neanche avuto. Dai
tempi di papa Formoso nessuno ha più processato i defunti.
L’uomo ragionevole
non si fida né dei giudici, né dei medici,
né dei religiosi e neppure degli idraulici. Se lo
scaldabagno allaga la casa bisogna certo chiamare il tecnico,
ma sarebbe un errore essere sicuri che porrà rimedio
al guasto: bisogna chiamarlo e poi sperare che lo ripari. Nello
stesso modo, bisogna sottoporsi ad un’operazione chirurgica
necessaria ma si devono evitare quelle non necessarie, soprattutto
se c’è una soluzione alternativa. Per Craxi, la soluzione
alternativa è stata l’esilio.
Gianni Pardo
- Testo scritto nel 2000
Adesso
rivogliono Israele.
Per 40 anni
gli ammiratori dei palestinesi hanno messo in croce
Israele!
Per 40 anni
hanno urlato, bruciato bandiere, scandito slogan su
Israele che deve morire, su Israele che e' nazista, su
Israele che occupa la terra dei palestinesi.
Per 40 anni hanno considerato Arafat
un santo e hanno sempre negato che fosse la mostruosita'
che in realta' era e il peggior nemico dei palestinesi
portati da lui alla distruzione morale e materiale.
Per 40 anni
hanno travolto la verita' storica giurando che i
palestinesi erano gli autoctoni , anche se arrivati
solo alla fine dell'800 dai paesi arabi circostanti, e
che gli ebrei, qui da 5000 anni, avevano rubato le loro
terre. Per 40 anni hanno accusato Israele di ogni nefandezza
e porcheria e negato il diritto degli ebrei di vivere nel proprio
paese.
Per 40 anni
ci hanno derisi perche' dicevamo che l'unico obiettivo
palestinese era la distruzione di Israele affinche'
tutto il territorio diventasse arabo e la Palestina
mandataria fosse divisa tra Giordania e Siria.
Per 40 anni
hanno negato che i paesi arabi usassero questa
gente solo come arma per la distruzione di Israele e come
propaganda per mettere il mondo contro di noi e non avessero
nessuna intenzione di dar loro un paese.
Per 40 anni
Israele e' stato ritenuto e accusato di essere l'unico
responsabile delle disgrazie palestinesi e per 40 anni
ogni tentativo di arrivare ad un accordo e' stato considerato
inadeguato ai diritti presunti dei palestinesi.
Persino la
maggioranza dei territori, persino Gerusalemme Est,
niente era abbastanza, volevano tutto, volevano Tel Aviv,
Jaffo, Haifa e , come predicava sputacchiando il loro
leader, volevano gli ebrei in mare.
Per 40 anni
ci hanno perseguitati con risoluzioni ONU , Israele
ne ha ricevute a centinaia, infinite volte di piu' di
paesi come l'Uganda, la Cina, le dittature arabo/islamiche.
E per 40
anni hanno rotto i coglioni e minacciato Israele,
condannato Israele, demonizzato Israele, boicottato Israele,
negato a Israele il diritto di esistere e di difendersi
dal terrorismo. Hanno gridato "Palestina libera Palestina
rossa" e adesso che la Palestina e' rossa di sangue saranno
soddisfatti.
Bene, benissimo
, i nodi vengono al pettine, l'ANP e' ormai
un rottame alla deriva e Hamas sta prendendo il potere
su tutta la Striscia di Gaza, la guerra civile e' scoppiata
e i palestinesi si ammazzano tra loro con la stessa ferocia
con cui ammazzano gli israeliani.
Il mondo
e' preoccupato, finalmente e, dopo aver tentato di
censurare le guerra interna palestinese per non far sfigurare
i loro protetti, i media parlano apertamente di quello
che sta accadendo a Gaza ma non danno soluzioni.
Strano, ne hanno sempre date a iosa
a Israele, doveva fare questo, doveva fare quello, doveva
accettare tutte le condizioni, doveva ritirarsi e quando si
ritirava sbagliava comunque perche' doveva restare per
insegnar loro a lavorare, poverini. Se Israele rifiutava di
ritirarsi dentro le linee armistiziali del 67 o del 48 allora
era intransigente e, se attaccato dal terrorismo, era anche
inadeguatamente esagerato nelle reazioni.
Adesso questi
paladini del nulla hanno il quadro della situazione,
i territori sono scoppiati, da una parte hamas col
primo ministro dell'ANP, Hanniyeh, terrorista e criminale.
Dall'altra
Fatah col presidente dell'ANP , Abu Mazen, imbelle
e quasi incapace di parlare.
Tra i due
vediamo faide e bande di gangster che si ammazzano
a vicenda e una popolazione che dopo aver adorato per
40 anni il folle assassino che li ha portati alla rovina, ha
irresponsabilmente votato Hamas che sta completando l'opera
di Arafat detto Arraffa.
Stanno scappando,
stanno demolendo le reti di confine tra Gaza e l'Egitto
per allontanarsi dai territori.
Intanto due
di loro, per non perdere l'abitudine alla morte,
due mamme, una di queste incinta, hanno tentato di andare
a fare le kamikaze in Israele, dovevano ammazzare ebrei,
ammazzandosi, a Tel Aviv e a Natanya.
Ma dove hanno
la testa? ma dove hanno il senso della vita? Dove
hanno l'anima?
L'unica popolazione
che per 60 anni accetta di stare rinchiusa nei
campi profughi, l'unica popolazione che, avendo l'opportunita'
di votare, elegge il peggio del peggio forse non merita
niente di piu' di quello che ha.
Non mi fanno
pena, mi dispiace ma non mi fanno pena, sono
responsabili della loro rovina, colpevoli di aver sempre
accettato l'idea che Israele andava distrutto, rei di
aver educato i loro stessi figli nella cultura della morte e
di averli mandati a morire per ammazzare gli ebrei.
Adesso gridano
di voler di nuovo Israele.
Sanno che
la palestina non esistera' mai perche' un popolo deve
essere pronto per avere uno stato, un popolo deve essere
soprattutto un popolo non un'accozzaglia di bande
mafiose.
Hanno gettato
alle ortiche ogni possibilita' di fare qualcosa, di
avere qualcosa, di creare e costruire, hanno scelto
la morte e la distruzione e adesso sono nelle mani degli
eredi del demonio che li ha ridotti cosi'.
Andassero
almeno a sputare sulla sua tomba.
Deborah
Fait. - www.informazionecorretta.com
VECCHIA E NUOVA
RETORICA
(Shakespeare
e Barbara Spinelli)
Il concetto
di “retta ragione” fu molto usato in teologia. Gli studiosi
medievali sapevano che non si può convincere
nessuno, se l’altro è intenzionato a negare. Perfino
l’atteggiamento conciliante di chi dice: “E va bene, tu
la pensi in un modo ed io in un altro!” può essere rifiutato.
Il filosofo infatti potrebbe rispondere: “Io sono solipsista
e per conseguenza tu, per me, non esisti. Sei solo una mia
rappresentazione mentale ed io sto giocando ad inventarmi
un uomo che non la pensa come me. Ma esistendo solo io,
come potrei avere un’opinione diversa da me stesso?” Sembra che
si stia scherzando, ma non è vero: il solipsismo è
la posizione estrema dell’idealismo.
L’atteggiamento
scettico è più giustificato di quanto
non si pensi perfino riguardo alle evidenze più semplici.
Se uno dice: “Sul tavolo ci sono tre mele”, si può
sempre obiettare che il concetto di mela è astratto;
dire “tre mele” significa affermare che sulla tavola ci sono
tre oggetti identici, mentre tre oggetti identici non esistono.
Se esistessero non sarebbero coincidenti e dunque sarebbero
in posti diversi. Dunque sarebbero diversi almeno come posizione
e non sarebbero identici. Non se ne esce. Ecco perché gli
scettici affermavano: “la verità non esiste; se esistesse
non sarebbe conoscibile; se la si conoscesse non la si potrebbe
comunicare”.
Nel Medio Evo tuttavia il solipsismo
non era ancora stato inventato e i teologi decisero
che valeva la pena di parlare solo con le persone di buon
senso: agli altri bastava negare la “retta ragione”. Tutto
ciò posto, delle tre affermazioni degli scettici riguardo
alla verità la più interessante è la terza:
“se la si conoscesse non la si potrebbe comunicare”. Infatti,
mentre dallo scetticismo dovrebbe derivare il silenzio di
tutti (perché cercare di dimostrare l’indimostrabile?) di
fatto nessuno si astiene dal discutere, dal cercare di convincere
il prossimo, dal credere nel potere della logica. I teologi medievali,
col loro concetto di “retta ragione”, non avevano dunque tutti
i torti: esso costituiva un invito alla buona fede per chi ascoltava
e un invito all’efficacia argomentativa per chi parlava.
Al di là
dello scetticismo di principio, qual è il modo
giusto per convincere coloro che seguono “la retta ragione”? Indurre
il prossimo a condividere le nostre idee è infatti estremamente
importante. Non solo un bravo avvocato può salvare
il nostro patrimonio o la nostra libertà personale mentre
un cattivo avvocato può rovinarci, ma in democrazia il
potere si ottiene convincendo il prossimo con le parole. Questo
spiega come mai nella Roma antica il corso di studi superiori comprendesse
solo due materie: diritto e retorica. Non bastava sapere
che cosa dire, bisognava sapere come esporlo. Il risultato,
trasposto nell’arte, è il discorso di Antonio nel Giulio
Cesare di Shakespeare.
Oggi purtroppo
l’originario significato della parola retorica si
è perduto e insieme con esso si è perduto lo
scrupolo dell’esposizione chiara e concisa; del concatenamento
dei concetti; della dialettica efficace. Gli articoli di
celebrati giornalisti come Eugenio Scalfari o Barbara Spinelli,
con la loro lunghezza abnorme, con la loro narcisistica
astruseria, con l’atteggiamento di docente superiorità,
sono un perfetto esempio di come mettersi nelle condizioni
di non convincere il prossimo.
Insomma,
la differenza che passa tra l’antica retorica e la
moderna retorica è la stessa che corre fra Shakespeare
e Barbara Spinelli.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it - 14 giugno 2007
UN «CHE»
ROSSO SANGUE
Poi dice
che uno rischia di sembrare un fissato. Ma mica è
normale vivere da decenni in mezzo a gente che a casa, sulla
maglietta che indossa, o dovunque, esibisce come qualcosa
di cui menar vanto il ritratto di un uomo che non provava
il minimo scrupolo a far fuori la gente e che di gente ne ha
fatta fuori non si sa quanta. Perché Che Guevara era questo,
sì, e chi non ci crede si legga il libro appena uscito
dedicatogli da Alvaro Vargas Llosa («Il mito Che Guevara
e il futuro della libertà», editore Lindau).
Il vero Che: uno che si descrive «vivo e assetato di sangue»,
che ordina «nel dubbio fucilare», che organizza
lui la Ceka cubana, che capo della Comisión Depuradora
nonché direttore del terribile carcere La Cabaña
manda a morte decine e decine di persone senza graziarne neppure
una, e così via tra violenze e deliri di onnipotenza.
Dunque il direttore di «Liberazione» Piero Sansonetti
ha ragione e i suoi critici torto: Cuba non era, non è,
meglio dell’Urss.
Ernesto Galli
Della Loggia
MOLLICHINE
Berlusconi:
“Credo sia finito il tempo della sinistra in Europa”.
Troppo ottimista. Come avrebbe detto De Gaulle: “Vaste
programme!”
D’Alema
a Consorte: “Facci sognare”. E che c’è di male?
Voleva dire: “Facci sognare che siamo lontani dai capitalisti”.
Rivelazione
di Latorre: “Fassino non capisce nulla”. Ecco perché
si chiedeva il segreto sulle intercettazioni.
D’Alema
a Consorte: “Attenzione alla comunicazione, vediamoci”.
Si sa, l’amore al telefono è cosa da adolescenti.
Massacri
incrociati a Gaza. È colpa degli israeliani.
Perché? Come, “Perché!”? È sempre
colpa degli israeliani.
Gianni
Pardo
Padoa-Schioppa
scarica Prodi.
Che qualche
volta Tommaso Padoa-Schioppa si faccia prendere
dalle cose, risultando magari un po’ sbrigativo, qualcuno
l’aveva iniziato a sospettare alcuni mesi fa. Quando
alle redazioni dei quotidiani arrivava una sorta di
ingiunzione da parte del ministro dell’Economia che con
tono perentorio invitava a scrivere i suoi due cognomi
con il trattino in mezzo. Eppure, tanto per infiammare
il dibattito, non solo il libro ufficiale del governo Prodi
II (edito dalla Camera dei deputati nel 2006) riporta sempre
il suo nome senza alcun trattino (Padoa Schioppa, vedere pagine
10, 83 e 143), ma pure il sempre aggiornatissimo sito internet
di Palazzo Chigi non sembra curarsi della novità grammaticale
(vedere su www. governo.it). Con conseguente confusione tra i
fautori della prima e della seconda via. La stessa incertezza, evidentemente, Padoa-Schioppa
col trattino deve averla avuta in quell’acceso Consiglio dei ministri
che lo scorso primo giugno ha provato a chiudere la vicenda Visco-
Speciale. Perché, racconta il ministro dell’Economia in
un’intervista al direttore del Tg1 Gianni Riotta andata in onda
ieri sera e anticipata dal Corriere della Sera, l’idea di offrire
al comandante generale della Guardia di finanza un posto alla Corte
dei conti «è nata all’ultimo momento nel Consiglio dei
ministri e non per proposta mia». Ora, a ben guardare, la
notizia non sta tanto nel fatto che Padoa-Schioppa decida di prendere
con una certa cura le distanze da quanto stabilito in una riunione
ufficiale a Palazzo Chigi, peraltro presieduta da Romano Prodi.
E, dunque, decida di prendere le distanze dal premier. La cosa
che più resta impressa - e lo fa notare il senatore azzurro Lucio
Malan - è che il ministro dell’Economia racconta con nonchalance
che la nomina a un organo come la Corte dei conti - cui la Costituzione
assegna tra le altre cose anche «il controllo preventivo di
legittimità sugli atti del governo» e «sulla gestione
del bilancio dello Stato» - avviene di fatto a tirar via,
quasi per caso o, per usare le parole di Tps, «all’ultimo
momento». Eppure se una cosa del genere sarà accaduta
decine o centinaia di volte, perché tutto il mondo è
paese e nessuno è nato ieri, tra l’averne consapevolezza e
il sentirselo raccontare con candore seminarista dal ministro dell’Economia
passa una certa differenza. «Non contento di aver descritto
le Fiamme gialle come una sentina di nefandezze - dice Malan - ora Padoa-Schioppa
offende apertamente la Corte dei conti parlando di nomina arrivata
“all’ultimo momento”».
Certo,
sulla vicenda pesa e peserà pure il dato politico.
Perché che su una questione tanto delicata il
ministro dell’Economia preferisca sfilarsi e lasciare
il cerino in mano a Prodi non è cosa di poco conto.
Anche perché Tps arriva a dire di considerare «perfettamente
leciti» i dubbi di chi dopo il suo j’accuse nell’aula
del Senato si era chiesto come mai il governo, così
critico verso Roberto Speciale, avesse deciso di «promuoverlo
» alla Corte dei conti. Questo il ministro non lo
spiega,ma a Riotta si affretta a dire di capire che una tal
scelta «possa essere criticata ». Dimenticando,
peraltro, che lo scorso 6 giugno durante il suo durissimo
intervento a Palazzo Madama non si era limitato solo a puntare
il dito contro il comportamento «inqualificabile
» del comandante generale della Guardia di finanza (da
parte sua «vi sono state gravi manchevolezze nei rapporti
con il potere politico » e «sono mancate la trasparenza,
la prudenza e la riservatezza»), ma aveva pure sposato
appieno le scelte dell’esecutivo. Perché, diceva Tps
mentre i senatori del centrodestra rumoreggiavano, «non
ho dubbi né perplessità sulla correttezza e fondatezza
formale e sostanziale delle decisioni del governo».
E tra le decisioni, ovviamente non c’era solo l’avvicendamento
del comandante generale ma anche - recita il comunicato di Palazzo
Chigi - il contestuale avvio della «procedura per la
nomina di Speciale a consigliere della Corte dei conti».
Adalberto Signore, dal “Giornale” dell’11 giugno
2007
IL MISTERO NON
DIMOSTRA NULLA
Nella
vita non tutto è chiaro. Non solo spesso non
conosciamo le vere ragioni della politica e dunque
della storia, ma spesso non sappiamo neppure perché
qualcuno ci detesta o perché noi stessi ci innamoriamo
di una persona. Certo, se ce lo chiedessero, diremmo: “Ma
perché è la donna più bella e amabile che
io abbia incontrato!”, anche se questa motivazione convincerebbe
solo noi: gli amici ci guarderebbero con un sorriso di
compatimento. Perfino riguardo al nostro corpo, che consideriamo
parte del nostro “io”, siamo nell’ignoranza più totale.
Perché mai quella tale verdura ci fa sentire male? Perché
in un dato anno siamo stati influenzati due volte e poi per
tre anni nemmeno una volta? Insomma, siamo immersi nell’incertezza
in tutte le direzioni ma che cosa bisogna dedurre, da questo?
La risposta è semplice: “Niente!” Il mistero è un
problema, non una soluzione.
Se
mentre camminiamo per strada un tizio ci sorride, è
inutile chiedersi perché lo fa. Potrebbe farlo perché
soffre di un tic. Potrebbe essere felice perché la donna
che corteggiava gli ha detto di sì. Potrebbe essere
divertito dal modo in cui siamo vestiti, che per i suoi gusti
è assurdo. Potrebbe essersi rivolto a qualcuno che passava
dietro di noi. Chissà perché ha sorriso ma, appunto:
val la pena di domandarselo?
Questo
principio si applica ai livelli più alti. Se
non possiamo avere la soluzione del mistero, la cosa
più saggia è non tenerne conto. Perché
inventare una spiegazione ci potrebbe spingere ad andare
in una direzione che potrebbe addirittura aggravare
il problema. Ecco perché l’articolo di D’Avanzo, pubblicato
qualche giorno fa su “Repubblica”, e che pure ha fatto
tanto parlare, è insulso. È inutile denunciare
trame orribili ed oscure, prospettare giganteschi e innominati
complotti, bisogna indicare fatti indubitabili e colpevoli
ben individuati. Diversamente,
dire “non tutto è come appare, non sappiamo tutto,
badate che nell’ombra si congiura contro di noi” non ha senso.
Anche se il fatto fosse vero, se non si dà nessuna prova
e non si mostra niente di concreto si rischia di scadere nella
mitomania, nella profezia, nel delirio. E infatti l’articolo di
D’Avanzo, malgrado la gravità dell’allarme, ha suscitato
soprattutto qualche sorriso Da un lato non diceva niente di
preciso e dall’altro che ciò che diceva di preciso è
stato contestato (per esempio, dal Ministro della Difesa, Parisi).
In
Italia, durante la “stagione delle stragi”, parecchi
attentati furono firmati - per esempio quelli delle
Brigate Rosse - e l’amore del mistero fu tuttavia
così forte che da sinistra si arrivò a non accettare
l’autenticità della firma “comunista” in base al
semplice dogma per cui la violenza è sempre fascista.
Per quanto riguarda l’uso del mistero furono però
più interessanti gli attentati non firmati, per esempio
la strage della Banca dell’Agricoltura o quello di Piazza
Fontana, a Brescia. Ognuno infatti li attribuì alla
controparte politica, mentre il buon senso, in base al sano principio
per cui il mistero è un problema e non una soluzione,
avrebbero dovuto dire semplicemente: “non ne sappiamo niente”.
Si sarebbe anzi dovuto concludere che un attentato non firmato
è privo di senso. Gli si può attribuire il senso che
si vuole: anche molto diverso da quello che gli dava l’attentatore,
che così si sarebbe dato la zappa sui piedi. Ma questo
ragionamento era evidentemente troppo sottile.
La
voglia di sfuggire al mistero è fortissima. Per
esempio, la strage alla stazione di Bologna, che
pure ha fatto ottanta vittime, non è mai stata firmata
e questo non ha impedito al Comune di Bologna
di mettere una lapide che parla di “strage fascista”. Ora,
ammettiamo per un momento che quel massacro sia stato causato
da un comunista, che lo reputava un atto politicamente giustificato
ed utile, in seguito non deve avergli fatto male al cuore
vederlo attribuire agli avversari politici? Un attentato
ha un significato politico quando ne è chiara la matrice
e quando la sua finalità è evidente. Diversamente,
anche la strage di ottanta persone è un delitto inutile
e stupido. Profondamente stupido.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 11 giugno
2007
QUESTA E' LA DEMOCRAZIA, BELLEZZA!
Gli
ultimi cento hanno tirato sassi, spaccato vetrine
e tentato di guerreggiare con poliziotti. Tutto
secondo copione, compreso solita moltiplicazione da
corteo dei - forse - 10.000 che diventano 150.000... .
Unica novità: la piazza, triste e semivuota,
dei comunisti governativi a sbaciucchiarsi, sovieticamente,
tra di loro.
Tra le cose da sottolinerare -fanno sapere le agenzie-
un soldato reduce dalla guerra dell'Iraq, portato
in piazza per protestare contro la politica estera
del presidente Usa George Bush.
"Ho capito che la separazione culturale tra gli Stati
Uniti e il mondo arabo e' sbagliata quando ho cominciato
ad avere contatti con il nostro interprete iracheno"(!,
ndr), ha dichiarato l'ex soldatino, "Contatti che poi
mi hanno fatto cambiare idea sulla guerra e sulla politica
estera americana... Quando sono tornato negli Stati Uniti
dopo la guerra non avevo ancora le idee chiare. Poi, piu'
tardi, ho capito".
Logan Laituri - questo il suo nome - ha 25
anni, è di Philadelphia ed è stato
in Iraq con l'artiglieria della 82esima divisione aviotrasportata
dal 2004 al 2005.
Per motivi di pacifismo motivato dalla fede religiosa
ha fatto obiezione di coscienza. Successivamente
è stato in Palestina con i Christian Peacemaker Teams
a fare un po' di propaganda antiamericana e antiisraeliana.
Oggi è una "Madonna pellegrina" in gestione all'associazione
"Un ponte per..." (quella delle "due Simone") e
fa serate nei vari circoli Arci dell'Emilia-Romagna.
Così, a sinistra, va il mondo!
cp, 10 giugno 2007
BENVENUTO PRESIDENTE
BUSH
IL MINISTRO CHE
TUTTO IL MONDO CI INVIDIA
Dal “Giornale” dell’8 giugno 2007
È come una brutta abitudine: non bisogna correre
il rischio di abituarcisi. Sono così le «gaffe»
del ministro degli Esteri Massimo D'Alema, talmente numerose
che si finisce quasi per farci il callo. Frasi in libertà,
pronunciate con il cipiglio del primo della classe
e la disinvoltura di quello che in vita sua ne ha viste più
di tutti: frasi irrimediabilmente destinate a tornare
indietro come boomerang. Il suo terreno preferito è
il Medio Oriente, terreno scivolosissimo, sul quale il capo
della nostra diplomazia pattina felice da anni. Era il 2004
quando, durante una visita nei Paesi arabi forse preparatoria
al futuro insediamento alla Farnesina, definì Israele
«un Paese aggressore, che tende a confinare i palestinesi
in una riserva indiana». Il problema, una volta diventato
ministro e vicepremier, è che a ogni pié sospinto
gli tocca smentire, rettificare, precisare, correggere e soprattutto
piantare il dito accusatore in faccia ai giornalisti, che
come al solito non hanno capito nulla delle sue parole ispirate.
Ieri è accaduto due volte. D'Alema ha dovuto argomentare
meglio le sue affermazioni sulla pace in Libano che avevano fatto
saltare i nervi al leader druso Walid Jumblatt, leader del partito
socialista progressista libanese. E poi ha provocato l'irritazione
nella diplomazia americana guidata da «Condi » Rice
per aver definito «irrituale e fonte di un certo turbamento»
il negoziato bilaterale tra Stati Uniti e alcuni Paesi europei sull'installazione
dello scudo spaziale antimissili in Polonia e Repubblica
Ceca.
L'anno scorso fu segnato dalla sciagurata passeggiata
a braccetto con il deputato di Hezbollah Hussein
Haji Hassan in una Beirut bombardata da Israele: solidarietà
ai terroristi del partito armato libanese e non una parola
su Israele colpito dai missili di Hezbollah. In novembre,
dopo un attacco israeliano nella striscia di Gaza che
aveva provocato 18 morti, in un'intervista a l'Unità disse
che «quanto è accaduto a Beit Hanun è il tragico
sbocco di una politica che fonda la sicurezza sull'uso estremo
della forza. C'è chi di fronte a questa tragedia parla
di errori»: comedire che la strage era voluta. Ed era
stato il premier Ehud Olmert a parlare di «un errore tecnico
dell'artiglieria ». «Il miracolo di D'Alema è
di aver compattato la comunità ebraica italiana »,
ha scritto il mensile ebraico Shalom: nessuno c'era mai riuscito.
Il ministro è arrivato a ritenere «legittima la volontà
dell'Iran di utilizzare l'energia nucleare se è destinata a
scopi pacifici».Maè su Hamas e Hezbollah che D'Alemaoffre
il meglio, con effetti catastrofici. In un'intervista al
Corriere disse che i due movimenti hanno anche «snodi politici
che si occupano di assistenza. L'Ira e l'Eta da gruppi terroristici
sono diventati movimenti politici. Dobbiamo incoraggiare questa
metamorfosi in Medio Oriente». A Madrid scoppiò
il finimondo: la stampa spagnola definì «più che
sfortunate» le dichiarazioni del ministro, costretto dall'ambasciata
spagnola aRoma a un successivo «chiarimento» assai
imbarazzato. Il quotidiano El Mundo scrisse che «la disinformazione
di D'Alema risulta scioccante».
ndr: E
Pardo ha ampiamente dimostrato
che D'Alema, quando non commette gaffe, mente spudoratamente
e reiteratamente (cp)
SACRILEGIO
Molti decenni fa, la Rai
lanciò il Terzo Programma. Nacque come emittente
culturale e soprattutto musicale: niente pubblicità,
pochissime notizie, solo un giornale radio alle 20,45,
molto serio e molto accurato, privo di sport e di gossip.
Insomma, chi diceva “io ascolto il Terzo” rischiava di passare
per uno snob, talmente quel programma era fatto per persone colte,
insofferenti del chiacchiericcio e delle banalità e amanti
della musica classica. Poi il tempo è passato e quel programma
ha avuto la pubblicità. La prima volta la Rai l’ha virtuosamente
segnalata come prova del successo ottenuto: erano aumentati gli
ascoltatori e valeva la pena di importunarli. In seguito i minuti
dedicati alla voce umana sono costantemente aumentati fino a confinare
la musica negli angoli e fino ad allontanare definitivamente
gli appassionati. Il Terzo è divenuto una radio come le altre
e chi ama la musica classica se n’è allontanato. Non ci si poteva
certo aspettare che la pagasse ascoltando un diluvio di parole.
Per fortuna, nacque una
nuova possibilità: la filodiffusione. Questa,
malgrado le difficoltà tecniche, malgrado per anni sia
stata affetta da frequenti difetti (ronzii, scatti del disco
combinatore, fruscii, distorsione, interruzioni e molto
altro ancora) fu la salvezza. C’era di nuovo un canale interamente
dedicato alla musica classica e le uniche voci umane che si udivano
erano quelle degli annunciatori. Non che fossero perfetti: massacravano
i nomi degli autori e i titoli non in lingua italiana, leggevano
il tedesco dei titoli delle cantate di Bach in modo da rischiare
una reazione della Wehrmacht, dimostravano che in Italia è
lecito essere annunciatori di musica classica senza chiedere se
la “z” di Berlioz si legga o no, senza sapere se si legga o no la
“s” di Saint Saëns e Brassens, leggendo “parsel” il nome di Purcell
e perfino leggendo “ciòir” la parola “choir” .
Ma non bastava. Recentemente la
filodiffusione ha attuato un ultimo progresso: non trasmette
più le opere integralmente ma una sorta di macedonia: il
terzo movimento dell’Eroica di Beethoven, brani scelti dal primo
atto della Turandot di Puccini, l’allegro moderato di un trio
di Haydn: che è come se uno entrasse in libreria per comprare
solo il nono canto dell’Inferno di Dante. Inoltre il programma
è infarcito di brani di autori completamente ignoti, con
la scusa della riscoperta e della musicologia: per ore intere non
c’è niente da sentire. Il progresso.
Dopo avere imprecato contro
l’incultura musicale di un paese che pure la musica
classica l’ha creata, ascoltando la francese Radioclassique
(attraverso internet) si scopre che arriviamo secondi, nel cattivo
gusto. Oltre a non trasmettere più opere intere ma solo
“movimenti”, pezzetti di questo e pezzetti di quello, Radioclassique
ha scelto di alluvionare il programma con parole, presentazioni,
ore intere di notizie e parecchia pubblicità. È
andata perfino oltre: dopo avere tendenzialmente ridotto la musica
classica alla durata di una lunga canzone, l’ha appunto inframmezzata
con la musica leggera, soprattutto musiche da film! Si ascolta
un movimento di un’opera di Händel e subito (stamani, per esempio),
Gene Kelly che canta “Singing in the Rain”. La spiegazione più
triste ma più probabile di questo fenomeno europeo (anche la
spagnola Radio Clásica è discutibile), è che ormai
si pensa che il pubblico sia rimbambito al punto che ha l’attenzione
labile, come i bambini piccoli. Come proporgli un’intera sinfonia
di Ciakovskij? Un tempo la gente resisteva per ore all’intera Matthäus-Passion
di Bach, oggi non può resistere neppure alle Quattro Stagioni
di Vivaldi. Bisogna presentargliele una alla volta, non sia mai
che faccia indigestione. E magari offrirgli dopo il Valzer dal
film “il Gattopardo”, così si riposa. Del resto, anche in teatro
si “rivisitano” i sacri testi di Shakespeare o dei grandi tragici
greci. Fino ad ora si è salvato il Padre Nostro, ma non si
può mai dire.
Non solo non siamo in grado
di fare cose belle come i nostri predecessori, ma neanche
di rispettarle. E forse di capirle.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 9 giugno 2007
Niente di nuovo
sotto il sole
La Stampa lo definisce
"uno dei migliori presidenti della Knesset".
Strano, non se n'era
accorto nessuno, anzi quando se n'e' andato non e'
stato rimpianto nemmeno dai deputati arabi.
Avraham Burg, Avrum
per gli amici, e' finalmente arrivato agli onori
delle cronache e, come sempre accade quando un ebreo scrive
contro Israele, sta incominciando a godere di una folta
schiera di ammiratori, cosa mai accaduta in Patria o
ex Patria visto che l'ha lasciata tre anni fa per la Francia a
causa di cose poco chiare su cui indagava la polizia dopo alcune
segnalazioni del Controllore dello Stato.
Avraham Burg, Avrum
per gli amici, e' sempre stato il figlio di, entrato
nel partito laburista perche' figliodi suo Padre,
ha fatto carriera sempre e solo perche' figliodi tanto
Padre.
Leader non amato
nel suo partito, viene messo a capo dell'Agenzia Ebraica
che rischia di distruggere finche' non lascia l'incarico
o non e' costretto a lasciarlo.
Il figliodi , checche'
ne dica la Stampa , e' sempre stato un figura di seconda
e anche terza importanza in Israele e , se suo Padre non fosse
stato il grande Josef Burg, sionista , coltissimo, ministro
degli interni del governo Begin, nessuno avrebbe badato
a quel ragazzo perennemente incazzato, mai un sorriso, arrogante
e superbo.
Adesso finalmente
il figliodi ha un momento tutto suo, il momento
di gloria, perche' dopo aver scritto un dubbio libro dal
titolo "Vincere Hitler", per farsi pubblicita' si lancia
in dichiarazioni di odio contro Israele, invitando gli
ebrei ad andarsene come ha fatto lui, accusandoli di essere nazisti,
senza anima, definendo la societa' israeliana un ghetto sionista
di giudeo-nazisti.
Benissimo, questo
nanerottolo della politica, questo figliodi, questo
antipaticissimo uomo, non dice niente di nuovo,
non fa che ripetere a pappagallo quello che da anni
proclama la sinistra europea.
Nemmeno in questo
riesce ad essere originale e, nel suo cinismo,
non fa altro che esprimere il pensiero di tutti gli antisemiti
che adesso stanno festeggiando e brindando alla sua salute.
Lunga vita a figliodi,
stanno gridando.
La sua povera anima
di eterno secondo, terzo, quarto, gli fa prima voltare
le spalle a Israele, probabilmente colpevole di non averlo
fatto diventare Primo Ministro, adesso volta le spalle
al sionismo e tutti ci aspettiamo che presto getti alle ortiche
la kippa', la sostituisca con un bel turbante e si faccia
crescere la barba.
Forza Avrum,
figliodi.
Vorrei dire pero' due parole su
questo schifo di Israele, su questo paese nazista, abitato
da gente morta, senza spiritualita', senza anima, pronta
ad andarsene da qui con passaporti stranieri, come ha fatto
lui.
Le dichiarazioni
del figliodi non sono riuscite a farmi arrabbiare
ma soltanto a provare tanta tristezza, schifo, si , ma
soprattutto tristezza perche' lui prevede e auspica, come
tanti altri della sua tacca, la fine di Israele.
Niente di nuovo
sotto il sole o meglio sotto il buio dei cieli, questa
e' la speranza mai morta nell'anima nera dei filoarabi.
La negazione di
Israele come stato ebraico, l'augurio che Israele
diventi uno stato binazionale dove gli ebrei verranno messi
a tacere, distrutti, ammazzati , costretti a un'altra
diaspora e a una probabilissima seconda Shoa'.
Credo che sia proprio
lui, Avraham Burg, detto Avrum, figliodi , ad essere
morto, come ebreo, come israeliano e come persona.
Non Israele.
Una Nazione sa reagire
sempre anche se circondata da nemici che la vogliono
eliminare e che non le lasciano vivere un solo momento
di pace
Una Nazione che
sa affrontare a testa alta l'antisemitismo europeo
rinato alla grande, che sa fronteggiare con coraggio e laboriosita'
il boicottaggio alla sua cultura e alla sua tecnologia
Una Nazione che
non si perde d'animo, che non si scoraggia, che non
piange su se stessa avvolta com'e' dall'odio dei popoli
Una Nazione del
genere non e' morta e non morira'!
E' viva , vivissima,
e' palpitante, lavora, produce, crea, inventa, si
difende da guerre e terrorismo e si mantiene altamente democratica,
permettendo persino a omuncoli figlidi di offenderla e diffamarla.
Una Nazione del
genere e' il faro del mondo, e' la luce nel buio dell'odio
che vorrebbe al suo posto qualche feroce dittatura araba.
Posso solo ricordare
a Burg che Hitler non faceva differanza
tra ebrei orgogliosi di esserlo e ebrei traditori e vigliacchi.
Tutti finivano nei crematori quindi
incominci a guardarsi alle spalle.
L'Europa e' pronta
un'altra volta, questa volta acclamera' alla distruzione
di Israele e del suo Popolo, lo sta gia' facendo, e
non provera' vergogna come non l'ha mai provata per l'assassinio
e la scomparsa degli Ebrei dal suo territorio .
Personalmente non
do tanta importanza a quello che scrive e pensa Burg,
non e' altro che un ometto in cerca di pubblicita', abbiamo
ben altri problemi in Israele che fare da megafono a questo
uomo meschino privo della spiritualita' ebraica
e dell'orgoglio israeliano.
Per fortuna c'e'
un'altra Persona in Europa, in Italia, che non la pensa
come il figliodi , questa Persona, che oserei definire
l'antidoto all'odio antiisraeliano , e' riuscito a far
dire "VIVA ISRAELE" a tanti che hanno capito il suo messaggio,
persino a qualche ebreo antisemita perche', per non farci
mancare niente, ne abbiamo molti in mezzo a noi.
Magdi Allam, ama
la vita, capisce la vita, ama Israele , capisce Israele.
Le offese immorali,
disgustose di Avrum Burg contro il proprio Paese
e il proprio Popolo, fanno pensare al buio, alla cenere,
a gente vestita di pelle nera a caccia di ebrei, all'odio
che distrugge la vita.
Le parole di Magdi
Allam sono invece poesia e fanno sentire il caldo
del sole, la bellezza del coraggio, fanno pensare alla
gioventu' libera di Israele e al bianco e azzurro della
nostra bandiera sventolante nel cielo.
Nero e bianco, negativo
e positivo, odio e
amore, oscurita' e luce, morte e vita, Avraham Burg e
Magdi Allam
Al popolo
di Israele
Grazie alla vita
ho scoperto l'umanità
l'umanità
che mi ha regalato il dono dell'amore
Grazie all'amore
ho scoperto la verità
la verità
che mi ha regalato il bene della libertà
Grazie alla libertà
ho scoperto Israele
Israele che mi ha
regalato la fede nella sacralità della vita
Grazie alla sacralità
della vita ho scoperto la civiltà dei valori
la civiltà
dei valori che mi ha regalato la fiducia in un mondo
di pace
Grazie alla vita,
Viva la vita!
Grazie all'amore,
Viva l'amore!
Grazie alla libertà,
Viva la libertà!
Grazie Israele,
Viva Israele
Magdi
Allam (dal libro "Viva Israele").
Con disprezzo volto
le spalle a Burg e al buio del suo mondo, sorridendo
guardo verso il sole di Israele io dico "Grazie Magdi".
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
L’imprudenza di
Padoa-Spocchia
Tommaso Padoa-Schioppa
mercoledì sera, di fronte al Senato della Repubblica,
ha negato che i quattro ufficiali della Finanza che Vincenzo
Visco tentò di rimuovere s’occupassero di Unipol. La
decisione del vice ministro che ha dato il via al braccio di
ferro con il comandante delle Fiamme gialle e, infine, alla destituzione
del generale, sarebbe dunque un’invenzione dei giornalisti, anzi
del Giornale. «Contrariamente a quanto cerca di far
credere una campagna di stampa in corso da circa un anno, il nesso
manca di ogni riscontro – ha detto il ministro –. Che gli instancabili
corifei di questa tesi non abbiano saputo a tutt’oggi citare un solo
fatto a sostegno del loro canto è di per sé una forte ragione
per pensare che il nesso con Unipol sia inesistente».
Padoa-Spocchia forse
prima di parlare avrebbe fatto bene a documentarsi,
evitando di prendere per oro colato il compitino che
gli ha preparato il suo braccio destro. Se il ministro si fosse
letto l’editoriale dell’ex direttore di Repubblica,
Eugenio Scalfari, certo avrebbe evitato una gaffe. Nel suo
sermone domenicale il fondatore del più importante
organo di stampa governativo ha scritto che Visco tentò
di cacciare quegli ufficiali perché li riteneva responsabili
d’aver passato a noi del Giornale il famoso brogliaccio della
telefonata in cui Fassino diceva al presidente di Unipol, Giovanni
Consorte: «Allora, adesso abbiamo una banca?».
L’accusa – per altro infondata – d’aver dato le intercettazioni
al Giornale presuppone che quei documenti fossero nelle mani
dei finanzieri. Padoa-Schioppa pensa che li avessero per leggerli
la sera prima di addormentarsi oppure perché era materiale
sul quale stavano svolgendo accertamenti? O forse crede che la Gdf
li abbia trovati dentro un cassonetto?
Se Tps fosse un uomo prudente avrebbe
evitato di dire in un’aula parlamentare: «Se vi sono
prove in contrario le si producano». Perché le
prove esistono e, visto che lo ha richiesto, le produciamo.
Quella che pubblichiamo oggi è la lettera che il procuratore capo di Milano,
Manlio Minale, inviò il primo giugno dello scorso anno
al comandante della Guardia di Finanza della Lombardia, il
generale Mario Forchetti, uno degli ufficiali che Visco voleva
rimuovere. In essa si lodano il colonnello Rosario Lorusso e il
colonnello Virgilio Pomponi. Chi sono costoro? Altri due ufficiali
di cui Visco ordinò la rimozione.
Ma c’è di
più: Minale scrive che i comandanti del nucleo
regionale e provinciale della tributaria sono stati collaboratori
preziosissimi nell’indagine Antonveneta. «Nel
momento in cui questa Procura si avvia a formulare le prime
conclusioni nell’indagine Antonveneta, vicenda giudiziaria
esemplare sotto ogni aspetto ed in particolare con riguardo
alla collaborazione professionalmente qualificata offerta dalla
Guardia di Finanza e dai reparti già richiamati (quelli
di Lorusso e Pomponi, ndr) desidero farle pervenire il più
vivo compiacimento e personale apprezzamento». Forse Padoa-Schioppa
non lo sa, ma dall’inchiesta sulla scalata alla banca Antonveneta,
quella in cui rimasero coinvolti Giampiero Fiorani e anche
l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, è
nata quella su Unipol. Le Fiamme gialle arrivarono alla compagnia
delle Coop ascoltando le conversazioni dell’amministratore delegato
della Popolare di Lodi. Fiorani parlava spesso con il suo omologo
in Unipol e la Gdf cominciò ad ascoltare anche le chiamate
di Consorte.
È così
che furono registrate le chiacchiere del banchiere
rosso con Fassino, D’Alema e Nicola La Torre. Sono i reparti
dell’allora colonnello Rosario Lorusso e del colonnello
Virgilio Pomponi a intercettarli. E sempre Lorusso e Pomponi
sono i due ufficiali che, un mese e mezzo prima che Visco
ne disponga l’allontanamento, Minale vuole che rimangano alla
guida dei loro reparti «nell’interesse delle indagini
e per la continuità nell’azione di comando». È
chiaro ora il collegamento con Unipol o a Tps serve altro?
P.s. Quelle intercettazioni
da cui parte il caso Unipol, ovviamente, sono
le stesse su cui Bertinotti e Marini nei prossimi giorni
vorrebbero mettere il segreto di Stato.
Dal “Giornale” dell’8 giugno 2007.
SPECIALE VISCO:
PRODI NON CADE MA SCHIOPPA (clicca sul banner)
Se si tratta di impallinare
Prodi gli amici non si tirano indietro
Certo, quando si
può dare una mano… Meglio di dieci Schifani,
per dire, l’elegante pedata che su Repubblica Giuseppe D’Avanzo
molla alla maggioranza pur difesa due righe avanti e due
indietro. Prima dice che al Senato “il governo salva la ghirba”,
che non è proprio un modo per innalzare lodi. Poi, ricapitolando
tutta la faccenda la vede generata da “qualche mossa grossolana
del viceministro Visco e soprattutto, diciamo così, dall’amore
per il quieto vivere del governo” (pedata numero uno, P1). Di
seguito, “il centrosinistra oggi guarda al dito e non vede la luna.
Indeciso a tutto, tentato dal compromesso, diviso al suo interno,
debilitato dal tarlo ossessivo della sua debolezza (…) vede fantasmi
ad ogni angolo…” (pedata numero due, P2: visto che tutto si tiene?).
Meglio di venticinque Elio Vito, la mano amica, che si fa fuoco,
e che getta sale sulle ferite (ormai roba da reparto grandi ustioni)
della maggioranza prodiana. Se D’Avanzo non ha taciuto, pure Marco
Travaglio ha parlato. Ieri, a pagina sette dell’Unità,
ha steso il discorso “che Prodi non ha pronunciato al Senato”.
Un discorso, dove l’immaginario primo ministro travaglista
avrebbe dovuto dire: “Ha sbagliato Visco a non spiegare subito, nel
luglio scorso, perché voleva il cambio della guardia al vertice
delle Fiamme gialle milanesi”. Quindi: “Ma anche su Pollari abbiamo
sbagliato: scaduto al Sismi, l’abbiamo nominato giudice del Consiglio
di stato, lui che è imputato di sequestro di persona…”. Perciò:
“Lo stesso errore abbiamo commesso con Speciale offrendogli
un posto alla Corte dei conti, come se questa fosse discarica pubblica…”.
E insomma, avanti così per qualche altra colonna: tutto
un danno e uno sbaglio, un governo che in massa dovrebbe buttarsi
giù dalla finestra. Più di sei o sette Bondi, il fuoco
amico, pur non in rima, è quello più temibile per il
Professore. Per esempio, non è mirabile il modo in cui, sull’intera
faccenda Visco-Speciale continua a muoversi il ministro Di Pietro?
“E’ stato un viceministro che ha fatto il suo dovere in modo encomiabile
per quanto riguarda la lotta all’evasione fiscale, è un
errore buttare il bambino con l’acqua sporca”. E sarebbe, l’acqua
sporca, nel caso specifico? Il viceministro rimesso in sella sarà
grato di tanta solidarietà. Che poi, si capisce che siccome
è il momento politico che detta le dichiarazioni (anche se
in generale per il centrosinistra non è così: più
la situazione richiederebbe silenzio, più tutti a chiacchierare),
ma sotto traccia, dopo aver stracciato il centrodestra al Senato,
è chiaro che nella maggioranza molti continuano a mordersi
la lingua. Si vedeva benissimo ieri scorrendo il commento in
prima pagina su Europa, il giornale della Margherita. Dovrebbe
esultare, quasi quasi pare singhiozzare: “Per onestà, non
tutto è stato chiarito fino in fondo e in maniera soddisfacente…”.
E rievocando le storie dell’Unipol, specifica: “Una vicenda tanto
sgradevole quanto datata”. Ecco più di undici Cicchitti
il fuoco amico che debilita Prodi, lo affanna e rappresenta il
vero pericolo. Quello che nei corridoi del Senato fa dire (come
riporta la Stampa) a Mario Lettieri, sottosegretario della
Margherita, del collega Visco: “Si doveva dimettere e basta.
Sarebbe stata la decisione più limpida. E’ una brava persona,
ma è presuntuoso e arrogante…”. Tizzoni che ardono come
i grandi titoli di Liberazione sui “veleni interni al Pd”, le
parole che nell’aula di Pa- lazzo Madama hanno pronunciato senatori
della maggioranza come Cesare Salvi. E persino Antonio Padellaro,
il direttore dell’Unità, che pure ha offerto il petto alla
causa di Visco, ieri notava nel suo editoriale, a proposito del generale
Speciale, che “resta difficile da capire come mai un simile servitore
dello stato sia rimasto al suo posto per un intero anno ancora”. Al
dunque, dice il fuoco amico: o il governo ha fatto pasticci adesso,
o è stato piuttosto complice in passato. Perché infine,
il fuoco amico più insidioso, per il governo, non è
tanto quello che s’innalza tra le risapute e feroci ripicche all’interno
della maggioranza, ma quello che prende sempre più forza al
di fuori, tra i “compagni di strada” di un tempo. E l’Espresso – grande
settimanale dell’insoddisfatta prima tessera virtuale del virtuale
Partito democratico, CDB – da settimane mette in scena la primavera
del suo scontento. Fino a Giampaolo Pansa che nella sua rubrica ha
accusato l’intera compagine di essere “un baraccone parolaio e superbo”.
E Claudio Rinaldi, editorialista dello stesso settimanale, che
per tempo annuncia: Visco io davvero non lo difendo.
Da "Il
Foglio" 8 giugno 2007
MOLLICHINE
L’Ocse denuncia,
per l’Italia: spesa pensionistica più alta
che altrove (13,9% del Pil, contro il 7,7). Tasso di contributi
più alto, (33% contro 20%) e Prodi non firma.
Se uno ha la febbre, la colpa è del termometro.
Berlusconi sui
presunti conti esteri di D’Alema: “Gli faccio tanti
auguri affinché questa cosa possa finire nel nulla”.
E i soldi a D’Alema chi li ridà?
Alcuni no global:
“No Dal Molin, No Tav, No Bush”. Ed io che ero fermo
a “No, No, Nanette”.
Sottile analisi
polemologica di Paolo Ferrero: “Quella di Bush è
una politica guerrafondaia”.
Il Tar boccia
Padoa-Schioppa sulla Rai. Quei giudici saranno costati
un occhio della testa, a Berlusconi.
Rutelli, ha detto:
“Il caso Visco è chiuso”. Visco, un caso chiuso,
la politica una casa chiusa.
Gianni
Pardo
Un articolo non firmato
del Foglio del 7 giugno 2007, con commento di Gianni Pardo
Corona è riuscito a trasformare
il carcere in oro, e ovviamente in foto
Esiste il carcerato
ideale? Esiste: Corona. Uno lo vede in foto – le
memorabili foto su “Diva e donna”, in mutande griffate
nel luogo di detenzione – e subito capisce che lui e la
cella sono fatti l’uno per l’altra. I rosari al collo, il
corpo palestrato e abbronzato, il sacro cuore vicino alla branda,
i gesti da filodrammatica (strepitosa l’immagine titolata
“momenti di sconforto”): tutto dice di quanto la cella possa
fare, a volte, per l’uomo. Senza vocazioni forcaiole, si capisce,
ma lo stesso Corona resoconta nel suo memoriale (“Le mie prigioni”,
’azzo, Fabrizio Pellico?), che durante gli ottanta giorni di
permanenza “ho creato un sacco di business… ho scritto un libro
di 1.400 pagine… ho creato una linea di intimo, le mutande Corona’s…
ho creato una linea bambino…”. E infatti, dato tanto ben di Dio, è
Corona stesso ad ammettere che “15-20 giorni di carcere farebbero bene
a tutti”. Ecco, parole e immagini del Corona detenuto andrebbero fatte
conoscere alla più vasta platea, oltre i negozi di parrucchieri
che inevitabilmente più di altri se ne gioveranno. Un
uomo fatto per la cella – immagini che nei prossimi decenni faranno
scolorire quelle dell’abate Faria – è un gioiello che l’amministrazione
penitenziaria dovrebbe valorizzare. Perché Corona non ha versato
lacrime sulla cruda sorte, ha sforbiciato le mutande del domani,
ha aguzzato l’ingegno su gravosi problemi quali l’abbronzatura
(“mi piazzavo sotto il sole, avevo preso i cartoncini che sostengono
i block notes, li avevo uniti con lo scotch e ricoperti di alluminio
per fare il riverbero”) e i pettorali (“mi sono costruito un bilanciere.
Ho unito due manici di scope, tenute insieme da un lenzuolo e agli
estremi ho legato 6 bottiglie d’acqua da due litri”), ha recitato
la sua prima novena, ha approfondito metafore a dir poco azzardate:
“Dei mafiosi mi piace il codice di rispetto e d’onore, lo stesso
che io applico con i miei amici”, ha ricevuto, dice, settemila lettere.
Dal tempo der Mutanda come metafora di una certa televisione, a
quello del mutandaro come effettivo creativo di slip e boxer, lo
spirito d’iniziativa avanza e la funzione rieducatrice delle carceri
nazionali s’accresce. Uomo che per sua professione è capace
di tirare fuori il massimo dal nulla, dalla galera ha tirato fuori
tutta un’epica. Ammette che è sbagliato ostentare, poi la intervistatrice
nota “le catene d’oro al collo, i cinque anelloni che ricoprono
le dita, un orologio che abbaglia”. Vero tamarro, idolo dei galeotti
e di parecchi in libertà, Corona dal marchio Corona’s (“Compra
le mutande Corona’s, ti sentirai più libero”), ora è
mito definitivo oltre ogni cronaca giudiziaria. E giusta vendetta
– così tamarro da rivendicare il suo tamarrismo – verso il
maschietto fighetto che si nasconde dietro i giornali patinati,
e che sempre di mutande poi parla, di catene d’oro, di macchine da
dementi e vestiti da deficienti, ma facendo finta di giocare a
golf o di discutere di vetro soffiato. Nella generale demenza del maschio
mediatico, meglio mille volte il Corona alle prese con il suo sogno
di più mutande per tutti (come quello di meno tasse per tutti?),
il tamarro svelato rispetto a quello velato. Che dalla cella quasi
irradia luce, le braccia aperte come in croce, lo sguardo al cielo,
la fede (nel senso di anello) in vista. Prima prova provata del dettato
costituzionale della pena come rieducazione, Corona ha oltrepassato
i limiti che gli altri maschi (a fatica) ancora s’impongono. Ha gettato
cuore e vergogna oltre l’ostacolo, ha preso l’abbronzatura a San Vittore
(vuoi mettere con i poveracci cui toccherà Panarea), e smutandato
ti punta l’indice contro. Ha atterrato tutti i simil-machi con meno
coraggio, i fessi da happy hour, i pataccari con rivista trendy. Tutti
Corona in potenza, ma solo il vero Corona si è spinto dove loro
mai oseranno. Almeno, non per questa estate.
Commento. Questo articolo ha tutto l’aspetto di un
“corsivo”, e i corsivi, si sa, amano colorire un po’ la verità,
per rendere il testo brillante. Ma, a prenderlo sul serio,
queste righe dimostrano come questo Corona sia una persona
notevole.
Molti anni
fa, a Londra, trovai lavoro come lavapiatti in una
trattoria ed avevo male alla schiena, stando leggermente
inclinato in avanti per ore. Mi appoggiavo dunque col
sedere allo schienale di una sedia, ottenendo immediatamente
che il cuoco, un cingalese nero come il carbone, mi prendesse
in giro. Continuava a chiedermi, ridendo: “Comfortable, Charlie?”
Avevo deciso che “Gianni” (Jenny?) era un nome da donna
e m’aveva ribattezzato Charlie. La sua irrisione nasceva
dal fatto che, per il popolo, chi cerca di schivare una
fatica è un po’ vile e un po’ pigro. In realtà, il
progresso è stato attuato da colui che, invece di portare
un peso sulle spalle, inventò la ruota. Ecco perché
questo Corona è simpatico e perché giustifica, con
questo comportamento, il successo avuto. Uno che, invece di
piangersi addosso, riesce a trasformare il carcere in un’occasione
per la sua creatività e domani per il proprio guadagno, anche
economico, è un genio. Io ho inventato lo schienale della
seggiola per sostenere una schiena affaticata, e dunque non sono
nessuno: Corona, che ha inventato il carcere come ritiro spirituale,
e rincorsa per salire ancora più in alto, è invece un
genio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
. 7 giugno 2007
LO SCANDALO
In un recente
articolo pubblicato da “Repubblica” il giornalista
D’Avanzo ha parlato di trame oscure, di complotti, di organizzazioni
segrete che dominano l’intero Stato. Ha accennato ad
accordi sottobanco, a una nuova e più potente P2 che
per giunta sarebbe autonoma, nel senso di non stabilmente collegata
alla maggioranza o all’opposizione. Questa breve sintesi non
dà un’idea adeguata del quadro prospettato da quel giornale:
l’articolo è talmente “colorato” e apocalittico da
suscitare molte ironie e molti sarcasmi: è stata citata la
Spectre e il sorriso ha spesso controbilanciato, anzi annullato
l’allarme che si voleva suscitare. L’inverosimiglianza di una
denuncia tuttavia non è per ciò stesso prova della
sua infondatezza.
La prima
cosa da riconoscere è infatti che non sappiamo
certo tutto, degli arcana imperii. L’idea che le nomine
alle alte cariche avvengano esclusivamente per premiare
il merito, per esempio, sarebbe un’ingenuità: in
realtà si tratta di do ut des e dell’esigenza di piazzare
propri uomini nei posti chiave. E bisognerebbe avere poca
immaginazione per non capire che fra i potenti esistono scambi
di favori e di coltellate. Bisognerebbe essere poco informati
per credere che il grande capitale non sappia farsi degli
amici, non riesca a pilotare grandi appalti e provvedimenti
legislativi. È chiaro che non tutto avviene alla luce
del sole. Non tutto è limpido e onesto e c’è molto
marcio in Danimarca: ma questo giustifica la teoria del complotto?
Se un piccolo
Saint-Just nostrano scoprisse che qualcuno ha ottenuto
la carica di ministro perché ha ricattato il premier
designato o perché gli ha offerto montagne di denaro
o perché dispone – per via di corruzione paramafiosa –
di decine di migliaia di voti, non avrebbe scoperto niente.
La scelta per competenza è assolutamente eccezionale. Il premier
spesso designa un ministro perché ha interesse ad averlo
come alleato piuttosto che come nemico: qualcuno ha dimenticato
come si è comportato Domenico Fisichella, deluso per non avere
ottenuto la carica di Presidente del Senato? La casalinga di Voghera
sarebbe scandalizzata, ma dimostrerebbe soltanto la propria ingenuità.
Una certa “corruzione” in democrazia
è fisiologica e non bisogna neppure lamentarsene:
negli altri regimi è anche peggio, solo che lì
chi osa lamentarsene passa un guaio. Era corrotta anche
quella Roma repubblicana che molti indicano come modello
di virtù pubblica. Dunque si straccia le vesti soltanto
chi è lontano dalla politica. Qualcuno che magari
da un lato si scandalizza delle pressioni per ottenere un ministero
e dall’altro trova normale raccomandare il figlio a scuola.
La vita
politica è quanto di più simile ci sia al comportamento
dei leoni nella savana e non basta che un fatto sia
biasimevole per denunciarlo come scandalo: bisogna che
sia fuori dall’ordinario, che sia rivelato alla pubblica opinione
e che sia indubitabilmente dimostrato. E anche in questo
caso non bisogna credere che chi denuncia lo scandalo
lo faccia soprattutto nell’interesse dello Stato: nel mondo
politico, il primo intento è quello di danneggiare la
controparte; nel mondo dei giornali si pensa allo scoop, alle
copie vendute, al proprio successo. Il denunciante disinteressato
(raro e normalmente inascoltato) è l’unico che si attiva
per moralizzare il paese e va lodato: ma spesso è un
ingenuo che cerca di vuotare il mare con un cucchiaino.
Non bisogna
tuttavia di rassegnarsi alla corruzione. Se è
vero che una vaga e indignata denuncia di trame occulte,
di mafie e di lobby è una pura perdita di tempo ad
uso e consumo dei compiaciuti catastrofisti e dei
Seneca da bar, è anche vero che il controllo della
pubblica opinione è l’unica seria garanzia di correttezza
che offra la democrazia. Quando il caso è serio
bisogna reagire. Ma, appunto, il caso dev’essere grave
e circostanziato, per avere il diritto di mettere in allarme
l’intero paese. E non si può pretendere di farlo
– come D’Avanzo - sulla base di parole indignate che si cerca
di far passare per fatti. L’allarme è giustificato quando
lo scandalo è tale da influenzare la condotta dello
Stato. Ma più si scende da questi livelli, più lo
scandalo si trasforma da fatto allarmante in fatuo chiacchericcio.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 6 giugno 2007
Un esempio
attuale
Una nota
si può aggiungere riguardo alla vicenda Visco-Speciale.
Se Visco fosse stato in possesso di contromosse adeguate,
avrebbe dovuto reagire subito, in maniera chiara ed efficace.
Avrebbe dovuto richiedere l’immediata rimozione con
ignominia del generale e l’intervento della giustizia militare.
Se invece si fosse reso conto che la propria posizione era indifendibile
avrebbe dovuto subito dimettersi, pur proclamandosi
innocente, per non mettere in difficoltà la sua parte
politica. Il governo infine si è dimostrato pasticcione
e maldestro: ha voluto salvare un viceministro e non l’ha salvato,
ha voluto punire un generale e l’ha promosso ad un posto di responsabilità
presso la Corte dei Conti: è il colmo del ridicolo.
Se il paese è disposto a commentare seriamente un articolo
di fantapolitica vagamente cinematografica come quello di D’Avanzo,
come può il centro-sinistra pensare che poi sia indifferente
ad uno scandalo denunciato e dimostrato con documenti fotografati
e pubblicati? A torto o a ragione Visco passa oggi per un sopraffattore
e perfino per un insabbiatore di procedimenti. Non c’è
più nessuno, in Italia, che non sia informato delle sue “malefatte”.
Questo
scandalo non dimostra né una particolare nequizia
di Visco né la minima colpa del generale Speciale:
dimostra soltanto come i politici a volte non capiscano
la natura mediatica di certi fenomeni. L’arroganza ha accecato
Visco e Prodi e – al di là dei singoli fatti – è questa
arroganza la vera responsabile del pasticcio in cui il governo ha
rischiato di annegare.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 6 giugno 2007
MOLLICHINE
Di Pietro:
“Fino all'ultimo giorno del governo Prodi, lavoreremo
per garantire la vita dell'esecutivo”. Insomma,
cureremo il malato finché è vivo. Mirabile.
Mussi,
per il dibattito sul caso Visco. “Sono fiducioso che
salteremo l'asticella anche questa volta”. In effetti.
Ma è un campionato di salto in basso.
Mastella
e Casini: “E’ maturato il comune impegno a difendere
in Parlamento i comuni valori della tradizione cattolica
italiana e a operare perché si apra una fase di confronto
tra i due schieramenti”. Traduzione, siamo pronti
a fare le scarpe all’Unione oppure alla Cdl.
L’iraniano
Larijani ha detto che lo scudo antimissile americano
è “lo scherzo dell’anno”. L’Urss invece mancava
di senso dell’umorismo e per quello scudo crollò.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
UN
ARTICOLO DELIRANTE DI “REPUBBLICA”
L’articolo di D’Avanzo di oggi,
su "Repubblica", è una lenzuolata di 2.124 parole,
tre volte il numero che di solito s’impone un editorialista:
ma è ovvio che non sono tutti allo stesso livello.
Comunque, per non abusare della pazienza del lettore, si
riporteranno alcuni dei passi iniziali di questo capolavoro,
aggiungendovi qualche umile nota in corsivo.
D’Avanzo parla del ritorno sul "mercato
della politica" degli interessi di quell' "agglomerato
oscuro" che si è andato costituendo all'ombra
del governo Berlusconi e nella spensierata indifferenza
o sottovalutazione dei leader del centro-sinistra, Prodi,
D'Alema, Rutelli in testa. Insomma, di nuovo
la Spectre. Si può dire che quel che fa capolino
con l'offensiva del generale è una varietà
modernizzata della loggia P2. Brrr… La P2! Non è in discussione
la limpidezza morale di Vincenzo Visco, E chi ha detto
che non lo sia? Abbiamo letto male o un altro ministro, Di Pietro,
questa limpidezza non l’ha vista ed ha chiesto chiarimenti in Parlamento?
Siamo stati informati male o dopodomani se ne parlerà
in Senato, di tutto questo? Il primo errore del viceministro
è di non rendere trasparenti le ragioni dell'urgenza
di cambiare aria nelle stanze del comando della Guardia di
Finanza… E chi dice che, piuttosto che di un errore, non
si tratti di una necessità? Chi dice che Visco non stia
coprendo chi oggi in cambio lo copre, per quanto possibile?
Che in Lombardia, la Guardia di Finanza sia stata molto
prossima e a volte subalterna alle volontà del ministro dell'Economia
uscente, Giulio Tremonti - e che ancora oggi possa esserlo
- è fatto noto dentro la Guardia di Finanza e nella magistratura.
Infatti Berlusconi non è mai stato fatto oggetto di indagini
della GdF. Di quel network di potere occulto e trasversale,
ormai si sa o si dovrebbe sapere. Basta essere andati al cinema. E'
un "apparato" legale/clandestino deforme, scandaloso, ma del tutto
"visibile". Avete presente Quasimodo, di Notre
Dame de Paris? Nasce con la connessione abusiva dello spionaggio
militare qui D’Avanzo ha dimenticato un aggettivo: spionaggio
militare deviato con diverse branche dell'investigazione,
soprattutto l'intelligence business, della Guardia di Finanza;
con agenzie di investigazione che lavorano in outsourcing,
con la Security privata di grandi aziende come Telecom,
intelligence business, outsourcing, Security, in other
words D’Avanzo would be much more at ease if he wrote this article
in English. We pity him, we should nod have obliged him to write
in such a secondary language like Italian dove esiste una "control
room" che non è una stanza di controllo, ingenui che siete:
è una control room; control room, che D’Avanzo sicuramente
pronuncerà còntrol rum e una "struttura S2OC" (S2OC?
Per fortuna ho la mia C7TR. Che cos’è? Niente, una sigla
buttata lì. Come quella di D’Avanzo) "capace di fare
qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: per le intercettazioni
consonantiche si sta attrezzando può entrare in tutti i sistemi,
gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in
uso, con la possibilità di cancellarne la traccia senza
essere specificatamente autorizzato". Benedetta Spectre,
una ne fa e cento ne pensa.Quel che combina questo "mostro", la
Spectre, come si diceva che dovrebbe preoccupare chi ha a
cuore la qualità della democrazia italiana, si sa. Qualche
esempio. Dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, pianifica
operazioni - "anche cruente" - contro i presunti "nemici" del neopresidente
del Consiglio. Anche cruente. Si contano infatti duecentosette
morti, ottocentoquarantadue feriti, 12.700 persone incarcerate
senza processo, 421 desaparecidos e quattro cani e due gatti
uccisi da pallottole vaganti. Durante la legislatura
2001/2006 raccoglie, "con cadenza semestrale", informazioni
in Europa su presunti finanziamenti dei Democratici di Sinistra.
Le raccoglie e poi elimina fisicamente coloro che
le hanno fornite, per non lasciare tracce. E' il "dossier
Oak" (Quercia) (outsourcing non necessitava traduzione,
Oak sì. Misteri della lingua inglese), alto una spanna,
custodito dal detto D’Avanzo? denso di conti correnti,
bonifici, addirittura con i nomi e i cognomi di presunti "riciclatori"
e "teste di legno" dei finanziamenti occulti dei Ds che fanno
capo ai leader del partito. Nomi e cognomi che D’Avanzo,
discreto e cortese, non fa. Prima della campagna elettorale
del 2006, l'apparato legale/clandestino programma e realizza
una campagna di discredito contro Romano Prodi. Questa,
poi! Come se ci fosse bisogno di organizzare e realizzare una
simile campagna! Ma, si sa, la Spectre, oltre che malvagia, è
cretina. Altrimenti James Bond non potrebbe batterla single handed.
Accidenti, mi ha contagiato: non single handed, da solo. E non
siamo neppure a metà dell’articolo, rimangono, abbiamo
letto le solite settecento parole, e 1.468 parole da leggere.
Ma chi ne ha il coraggio abbia la bontà di proseguire da
solo. L’articolo non dà molte notizie sull’Italia, ma ne dà
parecchie sulla mente del suo autore.
Gianni Pardo