ARCHIVIO GIUGNO 2007
DIRITTO
E POLITICA NEL CASO VISCO-SPECIALE
Molti si affannano a chiedere
se il fatto che il vice-ministro Visco sia indagato per
tentato abuso d’ufficio comporti giuridicamente il suo obbligo
di dimettersi dal partito. La risposta è risolutamente
negativa. Chiunque è innocente fino alla pronuncia
definitiva di colpevolezza e le dimissioni non sono obbligatorie
neanche in caso di condanna, salvo sia stata inflitta l’interdizione
dai pubblici uffici. Ma la politica – malgrado certe deplorevoli
tendenze contemporanee – non ha le stesse regole del diritto penale.
Quando stava per partire per la spedizione in Sicilia, Alcibiade
fu perseguitato per un supposto reato mentre era probabilmente innocente;
e poi fu accolto come un salvatore dopo che aveva tradito la patria,
mettendosi al servizio del Grande Re. È sempre stato così.
In politica si giudica dai risultati e non dalle intenzioni; dall’immagine
più che dalla sostanza; su base emotiva più che giuridica.
Il popolo a volte perdona i crimini più orrendi (Saddam Hussein
ha avuto fino all’ultimo i suoi partigiani), mentre altre volte non tollera
sbavature (Nixon che mente al Paese), pur perdonando poi analoghe menzogne
ad un Presidente più simpatico (Clinton che afferma che il sesso
orale non è sesso e che lui nemmeno conosceva Monica Lewinski).
Le
dimissioni sono dovute quando la permanenza al governo
di un certo uomo politico diminuisce la credibilità,
la dignità e il decoro di un gabinetto. Scaiola, pur non colpito
neanche da un avviso di garanzia, si è dovuto dimettere
per aver dato del “rompicoglioni” ad un uomo assassinato per avere
servito le Istituzioni. Parlava in terza persona, pensava di non
essere udito da orecchie indiscrete, ma questo ha reso la sua presenza
un vulnus alla rispettabilità del governo. Benché il turpiloquio
sia moneta corrente a tutti i livelli, incluso quello di coloro che
hanno stigmatizzato il linguaggio di Scaiola.
Il caso di Visco è particolarmente
grave. Mentre su Berlusconi è stato fatto planare
per decenni il sospetto che volesse imbrogliare il fisco per
pagare meno tasse, in quanto privato imprenditore; mentre per
Clinton si trattava di privatissimi affari di sesso, anche se ha commesso
l’errore di mentire; mentre per per Scaiola come per Calderoni si
è trattato solo di cattivo gusto, Visco è sospettato di
avere abusato del suo potere in quanto vice-ministro. Di avere fatto
un uso illecito, prevaricatore e indecente della sua carica: e
proprio questo comportamento lo farebbe ritenere particolarmente
inadatto ad essa. Se un medico investe qualcuno con l’automobile,
molti suoi clienti gli resteranno lo stesso fedeli; se invece muore
un paziente per colpa sua, quanti suoi assistiti manterranno
la loro fiducia in lui? La colpa professionale è sentita come
imperdonabile da chi potrebbe esserne danneggiato: e infatti oggi
l’Italia intera è spaventata all’idea di avere un vice-ministro
che tenta di abusare del proprio potere.
Visco dovrebbe dimettersi non
una ma dieci volte. Per ragioni politiche. Quand’anche
la magistratura lo assolvesse e gli appuntasse sul petto una
medaglia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 2 luglio 2007
P.S. Il generale Speciale – secondo
“il Giornale” - conta di querelare Padoa-Schioppa e il Presidente
del consiglio per diffamazione e calunnia. È notorio
(art.68 della Costituzione Italiana) che “I membri del Parlamento
non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse
e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni”. Indubbiamente
il ministro Padoa-Schioppa, nel riferire in Parlamento a proposito
della vicenda Visco-Speciale, esercitava (male) le proprie
funzioni di ministro: come è concepibile una querela? Abbiamo
tutti un’annosa esperienza delle contumelie, delle accuse, delle
diffamazioni e perfino delle più spudorate calunnie udite
in Parlamento. Come mai, improvvisamente, sarebbe concepibile
denunciare addirittura il Presidente del Consiglio – assente
– per un reato del genere?
È ovvio che si possono
condividere l’indignazione e lo sdegno per le parole di
Padoa-Schioppa, parole rese sul momento ancor più cocenti
dalla coscienza che al generale la Costituzione non offriva
né diritto di replica né la protezione dell’art.595
del Codice Penale (diffamazione): ma qui si parla di una querela.
Per questo si chiedono lumi a chi, fra i lettori, ne sapesse di
più. In particolare ad un nostro lettore, giudice di notorietà
nazionale, che ci onora della sua attenzione.
Diverso è il caso dell’eventuale
ricorso al Tar. Se la destituzione del generale è
un atto amministrativo, in quanto tale esso è sottoposto
al controllo del relativo Tribunale. Sempre che non si tratti
di un mero giudizio di merito, su cui il controllo di legittimità
è impossibile. E invece – a quanto si legge sul “Giornale”
– questo ricorso al Tar è dato come eventuale e quasi come conseguente
al risultato dell’azione penale. Anche su questo si chiedono
lumi.
LA MISERIA DEL
GRAND’UOMO
Nessuno è un grand’uomo
per il suo cameriere, dice un proverbio. E aggiungono
gli inglesi: familarity breeds contempt, la familiarità
genera disprezzo. Il contatto quotidiano mostra il lato umano, debole
e a volte maniacale di ogni individuo: tanto che disprezzare
un genio per questo sarebbe ingiusto. Sarebbe come rimproverargli
la sua natura di essere umano. Il grande filosofo infatti
dedicherà le proprie energie intellettuali alla metafisica
ma col suo cameriere (quando esistevano i camerieri), passerà
il tempo a lamentarsi della sua artrite. E il cameriere potrebbe
giudicarlo un vecchiaccio querulo.
Più interessante è
vedere il lato deteriore dei grandi nelle cose importanti.
Non il fatto che il filosofo si lamenti per l’artrite ma
il fatto che sia diventato celebre perché ha rubato l’idea
d’un discepolo. E per certi campi si può stabilire
una dimostrazione teorica.
La cooptazione è il
sistema che istituzionalizza l’umiliazione da un lato
e la raccomandazione dall’altro. È il sistema per cui “coloro
che lo sono già” decidono chi “deve esserlo”: cioè
il nuovo socio della confraternita. Chi si candida all’Accademia
di Francia è tenuto, per tradizione, a far visita ai Membres
de l’Institut, per chiedere il loro appoggio. E senza questa
umiliazione, questo atto di deferenza, è ben raro che si
abbiano speranze.
Ma almeno, per appena pensare
all’Académie Française, è necessario
avere già una fama nazionale; nell’università italiana
invece basta soltanto avere seguito con interesse le lezioni
di un professore, avere superato brillantemente l’esame
relativo, e avere frequentato il professore facendogli qualunque
minuto favore quel signore si degni di chiedere. Così
il postulante diverrà prima una sorta di famiglio, poi
per anni un quasi assistente volontario, infine un quasi assistente,
finché il professore non lo proporrà ai colleghi e
costoro, come d’accordo, lo dichiareranno vincitore del concorso.
Il prescelto prevale fra tre (la famosa terna) e gli altri
due si prestano a fare da comparse perché sperano che, fra
qualche anno, saranno loro, i vincitori sicuri. C’è gente
che sa con due anni di anticipo quand’è che sarà così
“bravo” da prevalere nella terna.
Se questo sistema corrisponde alla
realtà, è evidente che il professore d’università
potrà avere maggiori o minori qualità culturali, ma
una qualità dovrà in ogni caso avere in alto grado:
quella di piegare la schiena. Un Dante Alighieri potrebbe divenire
celebre, con la sua Commedia, e perfino ottenere una laurea Honoris
Causa (tanto, non fa concorrenza ai cattedratici), ma un posto di
ricercatore nel corso di letteratura italiana no: non sarebbe
bravo a farsi raccomandare e col suo carattere litigherebbe prima
di ottenerlo.
--==#@#==--
Venendo all’attualità,
si nota come personaggi universalmente stimati come
intellettuali e grandi specialisti, una volta chiamati a
posti di responsabilità in politica, diano pessima prova
di sé. Un esempio sotto gli occhi di tutti è Tommaso
Padoa-Schioppa.
Questo ministro dell’economia,
prima di essere chiamato a far parte del governo Prodi,
s’è fatto una fama come studioso. Uno per il quale non
solo due più due fa quattro, ma per il quale la radice quadrata
di 841 è 29. Ebbene, giunto al governo, è sembrato interessato
solo a non staccarsi dalla sua poltrona. Ha proclamato che due più
due fa quattro ma poi, su proposta dei sindacati, ha detto che fa 4,71.
O 4,72. O anche 6,27, se serve. La tavola pitagorica ha cessato
d’essere una certezza. Né questo è stato l’unico saggio
della sua resistenza intellettuale. Quando Visco si è trovato
nei guai, e invece di dimettersi ha attaccato chi ne aveva dimostrato
gli errori, TPS si è prestato a leggere un testo ignobile,
scritto probabilmente dallo stesso Visco, in cui si invertivano
i ruoli: scorretto diveniva chi era stato corretto, interessato
chi era sempre stato disinteressato, inaffidabile chi era stato affidabile.
In una sequela di calunnie che hanno squalificato più chi
si è prestato a metterci la propria faccia in Senato che la
loro vittima. Padoa-Schioppa è apparso come il volto di un
potere vile e prevaricatore.
Purtroppo, l’essere riusciti
è sintomo di grandi capacità, ma in tutte le
direzioni: anche in quella dell’abiezione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 30 giugno 2007
La domenica
senza Capezzone
Finalmente, ce l'hanno
fatta: da domani Daniele Capezzone non sarà più
il conduttore della rassegna stampa del dì di festa. Già
da tre settimane aveva perso lo spazio dell'intervista del
dopo rassegna, adesso l'epurazione è stata completata.
"Radio radicale è un microfono - come dice lo
spot - che sta dentro ma fuori dal Palazzo".
Da domani sicuramente un po' più all'interno.
Per incomprensioni,
gelosie e antipatie. Purtroppo anche il Partito radicale
ha avuto i suoi problemi generazionali, e, a quanto pare,
un patto tra Pannella e Daniele è assolutamente improponibile.
Dire, come ha fatto Bordin per giustificarsi, che "siccome
si sta facendo il suo partito e in questo week end c'è
il comitato nazionale di Radicali italiani allora non mi sembra
il caso", è argomentazione che può andare bene per
l'Udeur o l'Udc, ma non per i gloriosi radicali. E poi la
domenica la rassegna era molto seguita ed era per la Radio
ciò che l'inserto cultura è per il Sole 24 Ore.
Un qualcosa che si cerca da parte dei radioascoltatori.
E che se non si trova (per questi motivi un po‚ meschini) fa
dispiacere. Magari a Bordin e a Pannella non gliene può
importare di meno. Però a tutti noi che ci eravamo così
ben abituati questa decisione "di palazzo" lascia un vuoto incolmabile.
di Dimitri
Buffa <mailto:buffa@opinione.it>
“UN PIACIONE CHE
AMA PIACERE, UN FAVOLATORE ILLUSIONISTA”
SCONFITTO
DA D’ALEMA, SFRATTATO DA AFFITTOPOLI, PORTÒ I
DS AL MINIMO STORICO
Candidato naturale
alla guida del Pidì o scelta obbligata di una
Quercia in agonia? Uomo nuovo o 'vecchio arnese' (Berlusconi
dixit)? Io vedo Walter Veltroni come un esempio luminoso
del Perdente di successo. Un politico con alle spalle più
sconfitte che vittorie. Eppure capace di rialzarsi dalla polvere
per risalire sull'altare. Restando sempre uguale a se stesso:
un piacione che ama piacere, un favolatore che illude la gente,
un conciliatore degli inconciliabili. E dunque un leader inadatto
a un'Italia in declino che ha bisogno di capi severi, dalla parola
aspra e dalle scelte crudeli.
Ho visto giusto? Non
lo so. Su Walter ho scritto migliaia di righe e ne
ho lette qualche milione. E il troppo inganna. Le mie cronache
su di lui iniziano nella primavera del 1994. Achille Occhetto
ha perso le elezioni contro il Cavaliere e deve lasciare
le Botteghe Oscure. Baffo di Ferro non vuole cedere lo scettro
a D'Alema. Così decide di gettargli tra le gambe un candidato
a sorpresa: Veltroni. In quel momento, Walter non ha ancora 39 anni
ed è soltanto il direttore dell''Unità'. Tre messi
occhettiani (Piero Fassino, Claudio Petruccioli e Fabio Mussi) cominciano
a costruire la sua candidatura. Sembrano farlo a dispetto del candidato.
Che giura di non aspirare al Bottegone: "Il mio lavoro è, e
resterà, quello di dirigere il nostro giornale".
In realtà, Walter si vede già
alla guida del partito. Il 22 giugno spiega a Barbara Palombelli
di 'Repubblica': "Il mio sogno? Un milione di persone
in piazza. E non per salutare qualcuno che se ne va, ma per
festeggiare qualcosa che comincia. Sogno una sinistra unita,
che ritrova le ragioni della speranza, riaccende un fuoco, riscopre
ideali". I due candidati non potrebbero essere più diversi.
D'Alema è superbo, brusco, dentuto con i giornali. Quando
un cronista gli chiede se ha stretto un patto di non aggressione
con Veltroni, replica gelido: "Sono cazzi nostri". Veltroni è
il buonista gaudioso. E fa spallucce quando un amico lo grattugia
così: "Walter, se vuoi essere un numero uno, devi smetterla
di dar ragione a tutti".
Il sogno si dissolve
il 1 luglio 1994, alla Fiera di Roma. Il Consiglio
nazionale elegge segretario D'Alema. Walter incassa con
il sorriso sulle labbra. Dice ad Alberto Statera della 'Stampa':
"Mi vede pallido, ma è colpa della dieta. Ho perso tredici
chili in un mese e mezzo". Poi telefona alla figlia Martina:
"Allegra, zio Massimo ci ha salvato le ferie!". Walter rimane
a guidare 'l'Unità'. Fa un bel giornale che non ha nulla
del foglio di battaglia. Mai ruvido con gli avversari. Niente
campagne-carogna. Articoli intelligenti e spesso inutili. Il Museo
dei bidoni. Dalla trota pelosa allo yeti. L'artigiano che fabbrica
alabarde per il cinema. Professione sub, un sessantottino sotto
il mare. E via cazzeggiando, per la rubrica 'Chi se ne frega'
del maledetto 'Cuore'.
Ma il Perdente cerca
la rivincita. Ne ottiene una nell'estate del 1995.
Vittoria d'immagine, con il libro 'La bella politica'. Trionfo
di pubblico e di critica. Persino Romano Prodi non si sottrae
all'obbligo del santino. Geloso, D'Alema scrive anche lui
un libro: sessanta pagine sull'Italia normale. E i due
testi diventano la canzone dell'estate in tutte le feste dell'Unità.
A quella nazionale gareggiano le
coppie D'Alema-Maurizio Costanzo e Veltroni-Giovanni Minoli.
Una kermesse di luci della ribalta, selve di telecamere,
recensioni lecchine. Ma è in agguato la destra, nella persona
di Vittorio Feltri, direttore del 'Giornale'. Che in
agosto attacca su un fronte imprevisto: Affittopoli.
Walter, sia pure non
da solo, perde un'altra volta. Anche lui è tra
gli inquilini delle case offerte ai vip dagli enti previdenziali.
E va fuori dai fogli. Ricordo una telefonata furibonda
all''Espresso': "Pure voi ci avete preso a calci in faccia!".
Gli dico: perché non replichi sull''Unità'? La
risposta mi lascia secco: "Non posso, perché noi siamo
un giornale d'informazione".
È una fine
estate violenta. Walter ha lo sguardo smarrito del
tacchino inseguito dal cuoco. Ma si riprende presto, convinto
della sua buona stella. Siamo alla primavera del 1996. Prodi
lo fa correre con lui. Walter vorrebbe candidarsi nel collegio
sicuro di Suzzara. Poi D'Alema, dal Bottegone, lo strattona.
E Walter affronta la battaglia a Roma 1, contro il magistrato
Filippo Mancuso.
È un
match da film dell'orrore. Il più perfido del
Polo contro il più buono dell'Ulivo. A vincere è
Walter. Il compagno di banco che ti fa copiare il compito.
Il vicino di casa che accorre quando il tuo lavandino perde.
Uno dei suoi slogan, dedicato all'ambiente, sembra fabbricato
per lui: 'Chi lo ama è riamato'. Ma dovrà sopportare
il ritratto al curaro che Mancuso affida a Francesco Merlo, del
'Corriere': "Veltroni è un elencatore di luoghi comuni,
parla di cose che non sa, cita libri che non legge, è un anglista
che non conosce l'inglese, un buonista senza bontà, un
americano senza America, un professionista senza professione".
Prodi lo porta con
sé a Palazzo Chigi. Ci staranno per poco. Il
9 ottobre 1998 il governo cade. Al Professore subentra D'Alema.
E Walter, sconfitto come vice-premier, trova una via d'uscita
grazie a Max che lo designa a succedergli come segretario dei
Ds. Ancora una volta perdente di successo, Walter viene eletto da
una maggioranza bulgara: l'89,1 per cento.
Quattro giorni prima,
Walter visita in carcere Adriano Sofri, con Pietrostefani
e Bompressi. E auspica la revisione del processo per l'assassinio
del commissario Calabresi. Poi va a raccogliersi sulla
tomba di don Giuseppe Dossetti, l'icona della sinistra dicì.
Carcerati, morti ammazzati, sepolcri di sant'uomini. La
spalla di Walter, Pietro Folena (oggi rifondarolo) s'affanna
a spiegare: la nostra è attenzione alle problematiche
della sofferenza e contaminazione di culture. Ma c'è chi
si chiede: l'epoca di Walter al Bottegone sarà di sangue
versato e di lacrime a gogò?
L'anno successivo
il sangue comincia a versarlo il partito. Elezioni
europee del 13 giugno 1999: rispetto alle politiche del 1996,
i Ds perdono per strada due milioni e mezzo di elettori.
Al Nord sono ridotti al 13,1 per cento. Forza Italia svetta.
In tivù compare un Veltroni disfatto, i capelli ritti, il
famoso neo quasi a ciondoloni. Come non capirlo? Eccolo descrivere
il suo partito, nel luglio di quell'anno: "Gracile, arrogante,
ha sostituito il centralismo democratico con il casino. Siamo pieni
di intrighi, di correnti, di lotte. Sono spaventato da una Quercia
ricca non di opinioni diverse, ma di guerre intestine". Quindici giorni
prima, i Ds hanno perso il Comune di Bologna, la roccaforte rossa.
Passano sei mesi e,
il 15 gennaio 2000, Walter è rieletto segretario
dei Ds al congresso di Torino. Ma la Quercia è in pieno
marasma da clan. Ulivisti puri. Miglioristi superstiti. Veltroniani.
Dalemisti. Pontieri. Sinistra tenera. Sinistra dura. Laburisti.
Cristianosociali. Sinistra repubblicana. Comunisti unitari.
E riformatori per l'Europa. Morale: il 16 giugno di quell'anno
una nuova batosta per Ds e alleati. Sconfitti in otto regioni su
quindici. Il giorno dopo D'Alema si dimette da premier, lasciando
la poltrona a Giuliano Amato. Walter è sotto accusa, anche
se quel disastro non può essere addebitato soltanto a lui.
Ma è in quell'estate, forse, che il Perdente di successo medita
la sua exit strategy: uscire dall'agone nazionale e rintanarsi a
Roma.
L'occasione si presenta
all'inizio del gennaio 2001. Il sindaco della capitale,
Francesco Rutelli, si dimette per guidare il nuovo scontro
con Berlusconi, previsto per maggio. Walter si candida
subito a succedergli. Come è possibile? Il leader
dei Ds che si rifugia in un municipio? In realtà,
Veltroni ha annusato un'altra catastrofe. E non vuole
perire sul campo. La catastrofe arriva alle politiche del 13
maggio. Vittoria schiacciante di Forza Italia. I Ds sono al minimo
storico: 16,6 per cento. Lo stesso giorno, Walter si batte contro
Antonio Tajani. Ma diventa sindaco di Roma soltanto due settimane
dopo, al ballottaggio. Il Perdente di successo l'ha scampata bella.
Ha vinto in casa, però ha vinto. E bisserà la vittoria
nel 2006, con un margine molto ampio.
Roma capoccia
e ladrona è ormai sua. L'astuto Walter ne farà
la rampa di lancio per nuove avventure. Al partito ci pensi
quel piemontardo faticone di Fassino. Piero verrà
eletto segretario a Pesaro, il 16 novembre 2001. E troverà
all'opposizione proprio Walter, capo ombra del Correntone
di sinistra.
Adesso, come nel gioco
dell'oca, si ritorna alla casella di partenza. I
due avversari storici di Walter lo candidano alla guida del
Pidì. È l'auspicato rinnovamento? Direi di no. Siamo
ai soliti tre attori di tanti spettacoli nel Teatro della
Quercia. Dunque ci vorrebbero altri competitor nelle primarie.
Difficile, ma non impossibile, che emergano. Comunque, smettiamola
con i requiem anticipati per Prodi. Non è elegante. E disturba
molto anche gli scettici come me.
Dagospia 29 Giugno
2007 - Giampaolo
Pansa per “L’Espresso”
COME SE
I commenti sul
discorso di Veltroni si sprecano ma l’essenziale è
questo: non ha detto niente perché non poteva dire niente.
Le
sue affermazioni possono infatti essere così
raggruppate: 1) fini da raggiungere, sui quali tutti sono
d’accordo. Si è tutti per la piena occupazione,
contro la criminalità, contro il male e a favore del bene;
2) pura e semplice aria fritta: “voltare pagina”, realizzare
“un’Italia nuova”, ecc.; 3) infine qualche affermazione
concreta come la realizzazione della TAV. Solo che queste suscitano
interrogativi: crede forse, Veltroni, che Prodi la TAV non
l’abbia voluta fare? E che poteri avrebbe, lui, che Prodi
non ha? Per quanto si possa disprezzare l’attuale Primo Ministro,
l’alternativa è netta: tentare di fare certe cose e far
cadere il governo, o rassegnarsi all’impotenza. Veltroni, al
posto di Prodi, sarebbe un altro Prodi. Ancor più problematico
è l’accenno a riforme costituzionali che somigliano fin
troppo a quelle che il centro-sinistra ha invitato gli italiani
a rigettare, con un apposito referendum. Con chi le vuole fare,
queste riforme, Veltroni, col centro-destra?
In totale ciò
che è avvenuto a Torino ha dell’inverosimile.
In una grande sala si riunisce un partito che ancora non esiste.
Questo partito inesistente – ovviamente - non ha un programma
e fino ad ora è solo riuscito a perdere pezzi per
strada, in particolare il Correntone dei Ds. Ed ecco che centinaia
di politici – non-membri dell’attuale non-partito - ascoltano
compunti un uomo e lo acclamano leader. E questo benché il
would be partito, qualche giorno fa, abbia stabilito che il leader
sarà designato in autunno da elezioni primarie. Veltroni a
questo punto, passando sopra tutti questi dati che rendono l’assemblea
vagamente surreale, fa un discorso d’investitura vago e inconsistente
in cui non dice né qual è il suo personale programma
del partito, né con quali alleati intende realizzarlo.
Ma per quanto sia sembrato, almeno questo mercoledì pomeriggio,
l’uomo della Provvidenza, il povero Walter qualche seria ragione
l’ha. Non riesce a moltiplicare i pani e i pesci. Come potrebbe
enunciare un serio programma, se non si sa qual è il programma
del futuro partito? E se poi i due programmi, il suo e quello
del partito, non coincidessero? Né è più facile
designare gli alleati. Se gli alleati fossero l’attuale estrema
sinistra, il nuovo partito si condannerebbe all’impotenza prodiana;
e se gli alleati non fossero l’attuale estrema sinistra, chi sarebbero,
La Lega e Alleanza Nazionale?
Insomma Walter
ha parlato un’ora e mezza nel quadro di un’operazione
simile ad un gioco di bambini, in cui “si fa come se”:
come se ci fosse un partito, come se avesse un programma,
come se avesse prospettive di governo. Veltroni ha solo
detto: “Accetto di essere il leader del PD. E sapeste come son
buono!”
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 28 giugno 2007
PROFONDITÀ
ED ESTENSIONE
Della Chiesa
si può discutere in più modi: da credenti veri
o da credenti tiepidi, da miscredenti superficiali o da miscredenti
rigorosi. Il credente vero - che per i tiepidi può
anche essere definito integralista - ha come metro di giudizio
l’ortodossia. Se chi è in peccato mortale non può
accostarsi all’Eucaristia, non si deve permettere al risposato
di fare la comunione. Se un giovane fa l’amore con la sua ragazza
gli si può dare l’assoluzione solo a patto che prometta
di non farlo più e mantenga. E così via. In molti,
dinanzi a questi principi, si ribellano. Se le regole sono
queste, dicono, è tempo di cambiarle: non corrispondono
alla realtà attuale. Il vero credente obietta che certe
regole della Chiesa sono immodificabili e che comunque,
finché sono in vigore, quelle sono: ma la sua è
una battaglia persa. Contro il sentimento la ragione è
una spada di legno.
La comunità
dei Cattolici ha creduto che la mentalità dei
tiepidi sia stata adottata da un Papa, Giovanni XXIII. Per milioni
di persone la sua apparizione ha significato che si metteva
in archivio la severità dottrinaria e si sostituiva con
un bonario ecumenismo. Ma che peccato mortale! L’importane
è che ci si voglia bene. Che si riconosca la comune
umanità. Che non si faccia male a nessuno. E se qualcosa
di male s’è fatto, è un problema che il singolo
può risolvere da sé, senza bisogno del prete:
il perdono di Dio può giungere senza intermediari. Ecc.
Ovviamente,
tutto questo è assurdo dal punto di vista dottrinale.
Alcuni atteggiamenti corrispondono al Protestantesimo,
altri sono gravissime negazioni dello stesso “Credo”,
il tutto corrisponde ad una religione “à la carte”.
Cioè quanto di più lontano si possa immaginare dal
Cattolicesimo, una fede più minuziosamente regolamentata
di un’Accademia Militare.
Forse a torto
e forse no, con Papa Roncalli molti hanno ritenuto
che la religione personale fosse divenuta lecita. Che
fosse permesso fare la comunione ed essere materialisti
(comunisti), essere concubini e perfetti cristiani,
andare al mare invece che a messa, fruire insomma della vita
moralmente facile dei miscredenti ed avere lo stesso il
posto riservato in Paradiso.
La situazione
può tuttavia essere osservata anche dal punto
di vista “politico” della Chiesa e per meglio chiarire il
concetto è opportuno andare un po’ indietro con la
memoria. Come metodo, la scienza nacque nel ‘600 ma già
bambina, nel ‘700, cominciò a mettere in crisi la religione.
Questa addirittura rischiò di soccombere sotto l’attacco
dei philosophes. Non perì perché, in Francia soprattutto,
Rousseau e Chateaubriand, invece di provare a confutare
le obiezioni logiche e scientifiche dei laici, fecero leva
sulla sensibilité, tornata in grande moda. La religione
divenne un fatto di decoro e di buon cuore: di decenza borghese,
quasi. Perse molto in serietà e profondità ma ricuperò
l’estensione precedente e si salvò.
La scristianizzazione del continente
tuttavia proseguì durante l’Ottocento e buona parte
del Novecento. A parte il positivismo, il semplice sviluppo
tecnologico ha reso la scienza sempre più familiare
e Dio sempre più lontano. Dinanzi ad un problema,
il primo rimedio cui si pensa non è più la preghiera
ma il ricorso allo scienziato. E la vera dottrina della
Chiesa appare a molti eccessiva, inapplicabile e comunque tacitamente
superata. Si è andati avanti così per decenni,
finché Giovanni XXIII ha dato l’impressione di essere
d’accordo con la moltitudine dei nuovi cattolici. Lui personalmente
seguiva forse tutte le regole della religione ma per gli altri
bastava un sentimento di profonda umanità, una vita accettabilmente
morale condita con una simpatia personale per quel benefico
ed eccentrico personaggio che fu Gesù. La differenza
fra un buddista e un cristiano divenne un particolare tecnico:
lo stesso unico Dio avrebbe accolto tutti i suoi figli con un
sorriso. Bastò quasi non essere anticristiani per essere
cristiani e la religione ricevette una poderosa spinta all’allargamento.
La fede sopravvisse al prezzo dell’auto-rinnegamento.
I miscredenti
superficiali si disinteressano del problema religioso.
Pensano che, chissà, forse sbagliano tutti. E
comunque la cosa non importa. Può darsi che Dio nemmeno
esista e dunque si discute sul nulla. Come può anche
darsi che Dio sia ben diverso da come lo dipingono e un giorno
accoglierà tutti, integralisti e peccatori, cattolici e
protestanti, e magari i miscredenti come loro, con un benevolo
sorriso di compatimento.
I miscredenti
rigorosi sono meno accomodanti. Disprezzano intellettualmente
i credenti tiepidi perché incapaci di un pensiero serio
e sono intellettualmente sarcastici con i credenti
integralisti perché li reputano incapaci di vedere
le mille contraddizioni e le mille apodissi su cui si fonda la
loro fede. Né possono aver simpatia per un Papa come Giovanni
XXIII che ha avuto l’aria di dar ragione ad un Cattolicesimo
più apparentato con lo show business che con quella disciplina
dell’anima per cui l’individuo rinuncia alla propria libertà
di pensiero per divenire una pecorella nel gregge del Buon Pastore.
In questo, miscredenti rigorosi e credenti seri sono d’accordo:
checché ne possano dire le anime belle, il Cattolicesimo
non è una semplice consolazione. È una scelta eroica
che dovrebbe far tremare anche i più coraggiosi.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it . 27 giugno 2007
Il Fattore
V
L'effetto-Veltroni, scrive Renato
Mannheimer sul Corriere della Sera, vale almeno l'11%
di voti in più per il Partito Democratico. Stupore,
orrore, paura. Tanta paura. Chiudiamo gli occhi, facciamo
due conti al volo: se il centrosinistra è sotto
di una decina di punti percentuali nei sondaggi vuol dire che
con Uòlter candidato... ma non sara mica vero? "No,
non è vero!", ci risponde la pancia, quella che di
solito indovina i risultati delle elezioni. Allora leggiamo
meglio l'articolo di Mannheimer sul Corrierino. E scopriamo
che, di questo fantomatico 11% in più garantito dal Fattore
V, il 5% arriverebbe da "elettori della coalizione di centrosinistra
che attualmente non voterebbero Margherita o Ds" e un altro
2% da "elettori di Margherita e Ds che attualmente non voterebbero
per il Partito Democratico". Voti sottratti ad altri partiti
della sinistra, dunque. Poco male.
E il 4% che resta? Il 3%, dice Mannheimer,
sono cittadini che oggi si dichiarano "astenuti
o indecisi". Elettori del centrosinistra in sonno, aggiungiamo
noi, che si risveglierebbero come-un-sol-uomo nei
giorni infuocati di una campagna elettorale. 5+2+3 uguale
10. Per dieci punti percentuali su undici, insomma, il Fattore
V è soltanto uno spostamento di voti interno alla sinistra
o un fattore di motivazione per gli indecisi di oggi. Resta
l'uno per cento, quello rappresentato da elettori di centrodestra
che - per qualche oscuro motivo - cambierebbero sponda se coccolati
dal buonismo nutel-kennedyano del sindaco di Roma. A parte che
ci piacerebbe guardare in faccia, giusto per qualche secondo, questo
bizzarro 1% di umanità italica, la paura è svanita
come lacrime nella pioggia. Il Fattore V vale l'1%. Non di più,
anzi (vista la fonte del sondaggio) forse qualcosa in meno. Facciamocene
un ragione e smettiamola di frignare.
Ideazione
- http://ideazione.blogspot.com/
Gilad, e'
vivo. Ridatecelo
Abbiamo
aspettato un anno per questo.
Un anno
di paura, spesso di vero e proprio terrore e scoramento.
Abbiamo pianto leggendo le parole di una mamma disperata.
Abbiamo
scritto, implorato, gridato "Liberatelo! Ha solo
19 anni" .
Eppure,
per un anno, la crudelta' dei suoi aguzzini ha lasciato
i genitori e tutta Israele senza notizie e per un anno
gli stessi aguzzini hanno impedito alla CRI di visitare
il prigioniero.
Oggi,
finalmente, la sua voce.
Oggi
Gilad Shalit ha parlato, gli hanno fatto leggere una
lettera che doveva apparire scritta da lui ma che
era apertamente un proclama di hamas.
La sua
voce di ragazzo, e' debole, a momenti tremante, e'
una voce stanca, depressa, triste.
"Mamma,
Papa', fratelli, amici miei dell'esercito.... "
La gola
degli israeliani in ascolto si e' riempita di pianto,
lacrime di commozione, di pena per quel tono di
voce cosi' melanconico, ma anche lacrime di liberazione
perche' finalmente sapevamo con sicurezza che Gilad era
vivo, dopo aver temuto il peggio.
Gilad
e' vivo. Sta male, ha bisogno di cure ma e' vivo. (...)
Clicca
qui per proseguire nella
lettura.
Deborah Fait
- www.informazionecorretta.com
GIOVANNI XXIII
È
significativo che Roncalli piaccia più ai non
credenti come lei che ai credenti, almeno quelli non
completamente succubi del neomodernismo.
Quelle
che lei chiama finezze diplomatiche non sono invece,
viste da un altro punto di vista, che vergognosi baratti:
il silenzio sul comunismo (come mai nessuna «sottile
distinzione» del genere sul nazionalsocialismo?)
contro la presenza di osservatori «ortodossi »
al Concilio. Concilio che è poi la causa prima se non
unica della crisi della Chiesa (ha presente i seminari vuoti,
le chiese che si stanno svuotando e soprattutto la spaventosa
perdita di fede?) e, quel che è peggio, di quella apparentemente
senza uscita della società. Un Concilio che fu proprio
il «buon» Roncalli a volere a tutti i costi e a pilotare
cinicamente verso il suo esito eversivo, il capovolgimento
totale della dottrina cattolica, la nascita di una nuova religione
di tipo massonico-sincretistico-ecumenico, inoffensiva per
i nemici della Chiesa e simpatica al mondo tanto quanto odiosa
per i cattolici.
Il metro di giudizio per
un Papa dovrebbe essere quello della religione, non quello
della politica.
Da
questo punto di vista il bilancio del pontificato
roncalliano è disastroso. Nulla è rimasto
della dottrina cattolica tradizionale, le verità
più elementari vengono impugnate oggi persino da
cardinali e dallo stesso pontefice.
Tutto
ciò ampiamente legittimal'esistenza di gruppi
tradizionalisti e integristi che rifiutano l'obbedienza
a un «conciliabolo» talmente nefasto e in taluni
settori negano il riconoscimento dell' autorità agli
eletti al soglio pontificio: tutte cose mai viste in duemila
anni.
Certo,
l’importanza del Vaticano II non è stata ahimè
inferiore a quella del Concilio Tridentino: ma in senso
opposto, cioè negativo.
Non
è stato monsignor Lefèbvre ma il cardinale
Suenens, uno degli artefici del Concilio, a definirlo
«l’89 della Chiesa », il che potrà
far piacere a un laico come lei ma non certo a un cattolico.
Infine è strano che né lei né Salomoni
ricordiate il giovanile modernismo di Roncalli, che
lo rese assai inviso a S. Pio X, e le voci di iniziazione
massonica quand’era nunzio a Parigi, ampiamente legittimate
dal suo operare successivo.
Particolarmente
nefaste la distinzione tra errante ed errore,
come se gli errori non camminassero sempre sulle gambe
di qualche uomo, la rinuncia agli anatemi (impegnati
da allora, e con una spietatezza degna di miglior causa,
solo contro i fedeli non disposti a svendere la fede) e l’«apertura
al mondo», che lei giudica generosa e che fu invece
solo temeraria. In particolare ricordiamo lo stravolgimento
della preghiera del Venerdì Santo per venire incontro,
al prezzo della rinuncia alla verità, al diktat del B'nai
B'rith sul «perfidi judaeis », talché oggi gli ebrei
infedeli sono diventati «fratelli maggiori » e
nessuno prega più per la loro conversione, cioè per
la loro salvezza. Oggi con Benedetto XVI questa tragedia continua.
Franco
Damiani,
Questa lettera di un lettore del “Corriere
della Sera” contiene spunti interessanti per i credenti
e per i miscredenti. Personalmente appartengo a questi
ultimi ma sono in grande misura d’accordo con Damiani,
malgrado l’inopportuna durezza di alcune sue affermazioni.
Il testo viene qui pubblicato per lanciare una discussione
al riguardo. Sarebbe particolarmente gradito il punto
di vista dei credenti.
LA NUOVA JIHAD
CONTRO OCCUPANTI ED OCCUPATI
C’è
una strana e non so quanto interessata necessità
di ostentare impegno di solidarietà e pace, laddove
nulla di tutto ciò è richiesto. In tempi
non remoti, l’opposizione di allora, di centro-sinistra
che oggi è al governo, rinfacciava all’ex governo
oggi opposizione, di aver portato i nostri soldati in
guerra, in Iraq ed in Afghanistan. Oggi questo governo, ieri
opposizione, ha portato le nostre truppe in Libano, in
una nuova inutile missione Unifil ed ha conservato le nostre
truppe in Afghanistan, in poche parole: in guerra. In questo
momento il Medio Oriente e tutto ciò che ruota attorno
ad esso è senza governo ed è quindi di nuovo in guerra,
oscura, sporca, contro nuove formazioni islamiche, cresciute
in parte sotto la protezione dell’Iran, in parte maturate
dalla guerra fratricida fra sciiti e sunniti, in parte aiutata
dalle formazioni politiche estremiste come Hamas ed Hezbollah,
dietro le quali si sono coperti, non solo estremisti politici,
ma veri e propri capi terroristi. E questo neo-terrorismo anarchico
coinvolge anche i confini dell’Europa (vedi il ritorno di fiamma
del PKK o gli attentati recenti nel Nord Africa). Insomma una nuova
fratellanza islamica radicale sta nascendo e sta spazzando via
perfino i governi già di per sé radicali e non tratta
con gli europei o gli occidentali, piuttosto li ammazza. E se
non vogliamo piangere altri nostri soldati, sarà bene preparare
i bagagli e lasciare che chi è stato causa del suo mal (soprattutto
in Palestina, in Libano, in Siria, dove Assad è in minoranza
preoccupante) pianga sé stesso ed inizi a rimboccarsi le
maniche contro i vari Ahmadinejad o Nasrallah o Meshal ed altri
capi dell’islamismo radicale contro i quali si sta avviando una
rivolta che va ben oltre l’Occidente, ma che vuole sostituire i
regimi politici, sognatori delle repubbliche islamiche con veri e
propri feudi radicali (ed a Gaza sta succedendo proprio questo ed
Hamas è caduto in una trappola più grande di sé
stessa), governati da signori della guerra, capi religiosi fanatici e
anti-occidentali, organizzazioni capillari di guerriglieri, kamikaze
che sfruttano le vecchie cause ovvero quello dello Stato Palestinese,
dell’eliminazione del regime corrotto dalla Siria, dell’indipendenza
sostanziale del Libano per crearsi un grande califfato d’Arabia,
un cordone che circondi quel che resta del Medio Oriente indipendente
ovvero Giordania ed Arabia Saudita (per quanto anche lì
si nascondano tanti scheletri negli armadi). E non c’è Onu,
Unifil o Nato che tenga. Insomma nell’intero Medio Oriente la faccenda
è tutta islamica e se gli occidentali non vogliono andare via,
saranno le vittime innocenti di una lotta al massacro, di una guerra
contro occupanti ed occupati da parte di una nuova jihad. Ci pensi
bene, il caro Ministro degli Esteri, dalla sensuale diplomazia
a proporre l’invio di truppe di “pace e contenimento” anche nei
territori palestinesi…
Angelo M. D'Addesio
EVVIVA
VELTRONI?
Veltroni di primo acchito è simpatico. Appare
moderato, gentile, mite. Anni fa la base lo preferì
a D’Alema e molti furono delusi quando l’apparato
gli scippò la vittoria. Ma il tempo è passato
e ad alcuni miscredenti piace sempre meno: tutte le sue
parole, tutte le sue iniziative e tutti i suoi atteggiamenti
sono all’insegna del sorriso, della concordia, dell’unanimismo.
Sembra nato per la festa, per la manifestazione culturale,
per l’applauso. E col tempo questo lo rende meno simpatico.
La bontà è certo
una qualità ma ha il dovere di rispondere ad alcune
condizioni. In primo luogo deve essere efficiente.
Non serve dire: “Bisognerebbe fare qualcosa contro
la fame nel mondo”. La bontà verbale ed ottativa è
priva di valore come un biglietto da tre dollari. Né basta
dare un euro a favore dei bambini indiani affamati. Chi dà
un euro per la fame nel mondo si compra solo un euro di buona coscienza.
Poi la bontà non deve essere né a spese
altrui né controproducente. Molti considerano
“buono” quel professore che promuove facilmente coloro che
non lo meriterebbero, ma in questo senso bisognerebbe
definire buona una bilancia che indicasse in cinquantacinque
chili il peso di una donna di settantacinque. Chiunque
abbia l’occhio umido parlando delle sofferenze dell’infanzia
nei paesi poveri, ma si scandalizza all’idea del controllo
delle nascite, è sciocco e gioca soltanto a fare il buono:
come un chirurgo che piangesse sulla ferita di un malcapitato
ma non ci mettesse le mani per non sporcarsi di sangue.
Ecco perché Veltroni può risultare urtante:
gioca costantemente la carta della bontà ecumenica
e dimentica che la politica è l’arte delle scelte.
Da sindaco ha aggirato sorridendo tutti i problemi
ma nella politica seria non si tratta di dire che è
bene avere un ospedale nuovo e un carcere nuovo; è
vero, la società ha bisogno sia di ospedali che di carceri
ma a volte non ci sono i soldi per tutti e due. E non bisogna
dimenticare che, se si preferisce l’ospedale, con ciò
stesso si costringono i detenuti a vivere stretti come sardine
e a soffrire in locali inadeguati. Dunque promettere la
felicità a tutti e non parlare di progetti concreti è
abuso della credulità popolare.
Nessun pasto è gratis. Veltroni può risparmiarsi
i sorrisi soffici e le promesse ammiccanti: in politica
sono merce avariata. Governare comporta delle scelte
che non sempre sono condivise e non sempre suscitano
solo applausi. Ché anzi, quando suscitano gli applausi
di una parte, suscitano di solito i fischi dell’altra. Anche
ad offrire a tutti il Cielo, ci sarebbe sempre lo scontento
di quelli che temono le correnti d’aria.
Veltroni è osannato perché fino ad ora ha
galleggiato come un festone di carta. Perché non
si è fatto molti nemici come l’acre D’Alema. Ma fare
politica è condurre un’eterna guerra e chi non si
fa dei nemici è solo perché non combatte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
24 giugno 2007
DUE GATTI IN UN
POLLAIO
Lo scontro che si annuncia fra Padoa-Schioppa e
i quattro ministri dell’estrema sinistra induce a riflessioni
etologiche. La maggior parte dei maschi si
batte per il diritto di accoppiarsi con le femmine: i leoni
non tollerano rivali e attaccano senza esitazione qualunque
altro maschio osi avvicinarsi al loro harem; i galli
si azzuffano selvaggiamente e da qui è nata l’espressione
due galli in un pollaio. La natura però, salvo incidenti,
vieta che questa lotta vada a danno della specie stessa
e per questo gli scontri, anche se violenti, raramente sono
mortali.
Il caso dei gatti è particolare. Più che
a due galli, somigliano a due paesi sull’orlo di
una guerra. Si fronteggiano a lungo, magari in silenzio,
e badando bene a non arretrare di un centimetro. Poi
parlamentano con minacciosi e modulati miagolii. A volte
ostentano sicurezza, permettendosi addirittura l’aria
distratta, a volte ostentano aggressività, sgranando
gli occhi, abbassando le orecchie, drizzando il pelo e mettendosi
di tre quarti per sembrare più grossi. Infine,
se tutto questo non basta, soffiano e magari lanciano una zampata
per saggiare il terreno. Assistere a questi scontri può
addirittura risultare noioso, tale è la pazienza di quelle
bestioline. È chiaro che, a forze di minacce e atteggiamenti,
vorrebbero vincere senza combattere. Certo, se dopo tutte queste
conferenze di Monaco la pace risulta impossibile, si lotta eccome.
Un maschio anziano ha parecchie cicatrici e le esibisce come un nobile
tedesco portava sul viso le conseguenze della Mensur, lo scontro
all’arma bianca fra studenti.
Nella politica italiana non ci sono galli. I ministri
sono gatti che vorrebbero avere partita vinta
senza far cadere il governo e perdere il loro stesso
posto. Dunque tutti minacciano, soffiano, ma nessuno vuole
correre rischi. Lo scontro è rituale, estenuante
e poco serio. L’unica arma di cui dispongono i contendenti
è il voto contrario ma si trovano nella condizione
dell’ape che intanto può usare il suo pungiglione in
quanto sia disposta a morire per averlo usato.
A questo punto, le ferme posizioni di Padoa-Schioppa
da un lato e i duri moniti scritti dei quattro ministri
comunisti dall’altro divengono semplicemente
noiosi. I gatti arrivano spesso allo scontro, malgrado
tutto, e c’è un vincitore; questi invece, sulla
base di loro arcane valutazioni, alla fine cedono più
o meno tutti e due. Oppure si mettono d’accordo per rinviare
il problema. O infine lo mettono sul groppone di un terzo:
ma nessuno combatte veramente la propria battaglia. Nessuno rischia.
Nessuno va oltre la sceneggiata. Gli ideali irrinunciabili
sono largamente rinunciabili e domani è un altro giorno.
Con lo stesso governo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 23 giugno
2007
Questa non
è la prima guerra civile
palestinese
“C’è da aspettarsi che per mezzo secolo gli
arabi si uccideranno a vicenda per vendicarsi
di quanto è avvenuto”. Questa frase non è
di oggi, anche se molti in Palestina la condividerebbero,
ma è stata pronunciata nel 1938 da Raghib Nashashibi,
autorevole leader della fazione palestinese moderata
Partito della difesa nazionale, antenato diretto di
quello di Abu Mazen. Una frase profetica, che si riferisce alla
prima guerra civile palestinese, ben più feroce e sanguinaria
di quella di queste settimane, che si svolse per tre anni, tra
il 1936 e il 1939, intrecciandosi con una violenta azione antisionista
e antibritannica (la Palestina era sotto mandato inglese),
in un contesto straordinariamente simile a quello di oggi (fatte
salve le ovvie differenze d’epoca). Fu infatti una rivolta innescata
dal Partito nazionale palestinese, fondamentalista, fondato
nel 1935 dal Gran Mufti Haj Amin al Husseini – cui Hamas si rifà
esplicitamente – per impedire che la fazione nazionalista saldamente
ancorata alla Giordania, come lo è oggi Abu Mazen,
accettasse la soluzione “due popoli, due stati”, che allora
si chiamava “Piano di partizione Peel” e che prevedeva la costituzione
di un minuscolo stato ebraico su 5.000 chilometri quadrati e
di uno stato arabo sulla quasi totalità del territorio. Chi
oggi spiega il mattatoio chirurgico di Gaza, la ferocia dei miliziani
di Hamas, come il prodotto della “esasperazione palestinese” e ne accolla
la responsabilità politica a Israele – tra questi Massimo
D’Alema e molti altri – guardi alla prima guerra civile palestinese,
ai suoi attori così simili a quelli di oggi, agli schieramenti
anch’essi identici e alla loro ferocia, ancora superiore. Guardi
infine ai morti di allora, quattro volte quelli di oggi: mille
i palestinesi uccisi da palestinesi dal 2004 a oggi, quattromilacinquecento
tra il 1936 e il 1939. Guardi e si interroghi.
(...) Clicca qui per proseguire nella lettura.
Carlo Panella, dal “Foglio”
LA ZAPPA SUI PIEDI
Hamas ha preso
il potere a Gaza. Il fatto, nella sua brutalità,
è facile da capire. Più complesso è
cercare di capire l’origine di questo fatto
e i suoi possibili sviluppi.
Già da
prima si sapeva che nella Striscia Al Fatah era molto
debole e screditata. L’Anp disponeva di un grande numero
di uomini in divisa, ma essi erano poco motivati, male
addestrati e spesso assunti su base di raccomandazioni. Tanto
per dare loro uno stipendio. Inoltre l’organizzazione, per
tanto tempo guidata da Arafat, è stata sempre e universalmente
considerata un’accolita di profittatori, di disonesti
e anzi di ladri che si appropriavano gran parte dei fondi destinati
alla povera gente. Mahmud Abbas (Abu Mazen) e il suo governo
non disponevano dunque né di un vero esercito né del
sostegno della popolazione: la tentazione di una facile vittoria
militare è stata irresistibile, anche se nessuno si aspettava
un crollo così immediato e totale.
L’errore di questa
mossa potrebbe invece essere politico. A volte, vincere
sul campo, non che rappresentare la conclusione di una
fase, costituisce l’inizio di nuovi e più gravi problemi.
Certo, è meglio vincere che perdere, ma gestire la vittoria,
farla fruttare piuttosto che procurarsi guai, ecco la vera
impresa. Gaza ora è nelle mani di Hamas ma nel frattempo
Israele potrebbe, sospendendo le forniture di elettricità,
acqua e gas, strangolarla nel giro di un paio di settimane. Senza
neppure sparare un colpo. Inoltre, malgrado la corruzione dell’Anp,
Gaza ha vissuto in buona misura di beneficenza, cioè
degli aiuti internazionali: e ora i paesi donatori non sono affatto
disposti a fornirli ad un’organizzazione universalmente considerata
terrorista: passato il momento dell’euforia e degli spari in aria
(oltre che nei crani di parecchi membri di Al Fatah), come amministrare
la quotidianità?
Il grande problema
dell’Anp e di Mahmud Abbas è stato fino ad ora
il fatto che Hamas ha vinto le elezioni ed è dunque
stato legittimato a governare. Anche a ripetere che è
un’organizzazione terroristica, afflitta da un programma insieme
disumano e irrealistico (la totale cancellazione di Israele),
ha vinto le elezioni e bisogna attenersi a questo fatto. Con
l’invasione di Gaza invece Hamas ha privato se stesso di ogni
legittimazione giuridica ed ha tolto alla controparte ogni scrupolo
democratico. È difficilissimo dire di no alla maggioranza
eletta, è facilissimo – ed anche pagante dal punto di vista
internazionale – sbattere la porta in faccia ai golpisti e ai violenti.
Fino allo sgarbo di escludere ogni forma di contatto e dialogo
con gli ex-alleati di governo.
L’Anp è
stata sconfitta sul campo, parecchi dei suoi membri
hanno perso la vita, ma è saltata con entusiasmo
sull’occasione di disporre in esclusiva del potere legale
su tutti i Territori esclusa Gaza. Inoltre, essendo l’unica
autorità legittima e riconosciuta all’estero, è
certa di poter disporre delle riaperte fonti di finanziamento
internazionale: Hamas invece si ritrova in un vicolo cieco.
Gaza è un territorio estremamente piccolo, sovrappopolato,
estremamente povero e tanto problematico che anni fa l’Egitto
rinunciò volentieri alla sovranità su di esso. Inoltre,
se vorrà farne l’avamposto della Siria, dell’Iran e soprattutto
di Al Qaeda, rischierà di ritrovarsi contro non solo Israele,
ma la comunità internazionale e soprattutto i governi dei
paesi arabi vicini, a cominciare dall’Egitto.
Nelle tragedie
greche gli dei non punivano il peccato. Non solo perché
questo concetto non era moneta corrente, in quel tempo,
ma anche perché la stessa religione non si faceva illusioni
sulla natura umana. Il “male” era considerato quasi una
normalità. Ciò che gli dei non tolleravano
e punivano severamente era l’eccesso, nel male: la hybris. Che
dunque Hamas fosse terrorista, integralista, incapace di
una fattiva politica, è stato sopportato. Viceversa,
il tentativo di una presa violenta del potere totale rischia
di essergli fatale. Per come appare la situazione attuale, potrà
ancora esistere, potrà ancora trattare, ma da condizioni
di debolezza e chiedendo permesso. Come un vinto piuttosto che come
un vincitore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 22 giugno 2007
NON È SERIO
Non si può
essere per la coppia aperta solo dopo che tua moglie
o tuo marito ti ha scoperto con l’amante. O meglio, si può,
ma non è serio. Ora scopriamo un D’Alema che mette
nello stesso letto politica e affari, perché oggi è
naturale che sia così, dopo che per dodici anni il “conflitto
d’interessi” e il “partito azienda” erano lezioncine da impartire
agli elettori e scomuniche per via legislativa da infliggere
agli avversari. Non si può parlare del clima del ’92 come
di una sciagura imminente da scongiurare, quando sulle macerie
giudiziarie del ’92 fu festosamente costruita una gioiosa
macchina da guerra. Non si può sostenere con toni
dottorali che Coop e Partito sono entità autonome e distinte,
per poi spiegare con gli stessi toni dottorali che in fondo
è ovvio che il Partito tifasse per le Coop fino al punto
di trattare anche con qualche dc factotum. Non si può essere
il figlio naturale di Berlinguer, ma anche l’armatore telefonico
di operazioni bancarie. Non si può tacere per anni sugli
eccessi della procura di Milano e non solo, e a un certo punto
diventare ferocemente garantisti quando la finanza ha la fiamma
rossa, altroché gialla. E magari c’è qualche domanda
cui rispondere su quelle due identiche somme che insieme fanno
quasi 50 milioni di euro nei conti immobili di due dirigenti di
Unipol. Non ci si può mostrare magnanimi nei confronti del
rivale, a opa morta e intercettazioni svelate, con l’arroganza di chi
ritiene possibile ribaltare a tal punto il piano della verità
da far ritenere in difficoltà l’opposizione e non, com’è
invece, la maggioranza. Non ci si può improvvisare imprenditore
liberale. Non è serio.
(articolo
del “foglio”)
MOLLICHINE
Prodi ripetutamente
fischiato. Il suo entourage: "Non si governa a colpi
di applausometro". Vero. Così la pensava Ceausescu.
La battaglia
dai radicali contro la pena di morte è un'impresa
titanica. Ma non avendo l'appoggio di Scalfari qualche
speranza l'ha.
In molti gridano
"Buffone" a Prodi. Meno male che lui è obbligato
a sentire "Puffone". E comunque "è una lecita critica
politica".
Palazzo Chigi:
i fischi non investivano Prodi ma "un contesto più
generale". Insomma sparavano a Prodi ma avrebbero amato colpire
anche qualcun altro.
Berlusconi,
accusato d'avere scherzosamente ipotizzato il regicidio,
per Prodi, avrebbe dovuto rettificare chiedendo un
"buffonicidio".
Gianni
Pardo
IL LETARGO DI PRODI
Il primo
dovere di ogni organismo vivente è sopravvivere.
La cosa è facile per quegli animali, come gli squali,
che sono al sommo della catena alimentare e vivono in
un ambiente dalle caratteristiche sostanzialmente stabili.
Al contrario, un animale come l’orso polare, pur essendo
anch’egli al sommo della catena alimentare e pur essendo
tanto più progredito dello squalo, vive in un ambiente così
ostile che, per parecchi mesi l’anno, non potrebbe riuscire a nutrirsi.
E per questo la natura ha inventato il letargo: fatta una buona
provvista di grasso, si riducono al minimo le funzioni vitali,
la temperatura corporea si abbassa, ci si addormenta in una buona
cuccia e si aspetta per mesi il ritorno del sole.
La regola
vale anche in politica. Se una compagine ministeriale
si trova dinanzi al dilemma se agire e farsi detronizzare,
oppure non farsi dei nemici e galleggiare, è
comprensibile che rinunci a muoversi. Naviga a vista,
si barcamena tra compromessi e rinvii e i suoi progetti
non vanno oltre il mese. Anche perché, oltre, rischierebbe
di occuparsi dei problemi di un altro governo. Dunque
il consumo di energie diminuisce, l’attività è sospesa
e si sonnecchia: il governo è in letargo.
Ma ci sono
delle differenze. L’orso deve pensare solo a se stesso.
Mentre sonnecchia, le sue prede possono anzi considerare
la sua assenza come una benedizione. Viceversa, mentre
il governo sonnecchia, il paese rimane ben sveglio e
lo guarda con crescente irritazione. Vede la maggioranza
aspramente rissosa e bloccata dai veti incrociati che si
dimena per un risultato di totale inefficienza, anzi per
un’operazione a somma zero; e i più sarcastici arrivano
a chiedersi se stia giocando alla guerra o al Monopoli.
Il governo italiano è in questa
situazione problematica. Sarebbe facile infierire,
magari moraleggiando a destra e a manca. Ma è stupido
parlare dell’ottusità dello squalo o della crudeltà
della tigre e nello stesso modo bisogna assolvere i politici
che vogliono mantenere la loro poltrona di ministro, sottosegretario
o parlamentare. Forse non è politicamente comprensibile,
ma etologicamente lo è. Fra l’altro, i politici più
attenti sanno che gli elettori sono di corta memoria e un avvenimento
sopravvenuto a un paio di settimane dalle elezioni potrebbe ribaltare
tutte le previsioni. Basti pensare ai molti meriti del governo
Aznar e al modo in cui è stato eletto Zapatero. Dunque,
galleggiando, oltre al vantaggio della carica presente, non è
detto che non si lucri qualcosa in futuro.
Il paese
impreca e dimentica l’aneddoto del generale che, dinanzi
a immani distruzioni, distese di cadaveri e soldati
in fuga, sospirò: “Non potrebbe andar peggio”;
il suo aiutante obiettò: “Per la verità potrebbe,
signore”. “E come, di grazia?” “Potrebbe anche piovere”. Anche
per quanto riguarda la politica potrebbe anche piovere. Un
governo condizionato dai partiti di estrema sinistra potrebbe
essere costretto a varare pessime leggi: e a questo punto
uno benedice il letargo.
Il problema
è che il passaggio del tempo non è privo
di conseguenze. È vero che non far nulla significa
anche non far male, ma c’è anche il pericolo
di non evitare un disastro. L’Italia si trova dinanzi
a serie scadenze: il famoso “scalone”, la “Tav”, l’emergenza
rifiuti, e tutti gli altri nodi che vengono al pettine.
Qui il letargo non basta più.
L’attuale
incapacità di direzione non deriva dalla prudenza.
E neppure dall’ignavia. Deriva puramente e semplicemente
dalla paura. Il paese tocca il suo livello più
basso e se ne rende acutamente conto. Per questo sommerge
di fischi, ovunque l’incontri, il Primo Ministro: ma
questi è colpevole solo di essere tale, infatti non
comanda certo la sua maggioranza.
L’Italia
è una zattera. La congiuntura internazionale è
abbastanza favorevole e non l’ha ancora condotta a sbattere
contro gli scogli: ma sentirsi abbandonati alle correnti
e al vento è terribile. Soprattutto nel momento
in cui la Germania, mettendo al bando le faide di guelfi
e ghibellini, raddrizza il timone dell’economia, e la
Francia vede all’opera un governo coeso, decisionista e sostenuto
da un’ampia maggioranza.
Se solo
l’Italia disponesse di meccanismi di autotutela, è
probabile che si scrollerebbe di dosso questa situazione
politica come un cane si libera dall’acqua, in un’aureola
di spruzzi, quando emerge dal mare.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it -20 giugno 2007
CONTRO IL PENSIERINO
UNICO
Dal Financial
Times, commento
del presidente ceco Vaclav Klaus sul tema delle politiche climatiche.
"Da persona che ha vissuto sotto
il comunismo per la maggior parte della sua vita -
scrive Klaus - mi sento in dovere di dire vedo la più
grave minaccia alla libertà, alla democrazia, all'economia
di mercato e alla prosperità non nel comunismo, ma nell'ambientalismo.
Questa ideologia vuole sostituire la libera e spontanea
evoluzione del genere umano con una sorta di pianificazione
centrale (ora globale)".
Capperi!
PACE IN CAMBIO
DI PACE
E' molto
difficile capire quello che passa nella testa
di Abu Mazen.
E' appena
uscito da una guerra civile che non e' ancora finita,
ha sulle spalle la responsabilita' di essere stato
per tutti questi anni, dalla morte del suo infame predecessore,
una specie di mummia e adesso, appena fatto il nuovo
governo a Ramallah, ecco che, tutto ringalluzzito, incomincia
a spiattellare le sue pretese.
Chiede
soldi, chiede aiuti, chiede la liberazione dei prigionieri
e, anatema, vuole che Israele rilasci un pluriassassino
condannato a 5 regastoli, quel Marwan Barghouti,
capo dei Tanzim, la famigerata polizia di Arafat, dalle
cui fila sono usciti molti degli assassini suicidi che
hanno fatto stragi in Israele.
La nuova
situazione seguita al "colpo di stato"di hamas a Gaza
crea nuove speranze e la possibilita' di avere diversi
rapporti con il nuovo governo di Ramallah.
Israele
ha fatto capire chiaramente di essere disposto a
trattare con Abu Mazen purche' Hamastan venga isolato
e non possa piu' nuocere alle possibilita' di pace e
purche', aggiungo io, Abu Mazen non voglia cose
che nessun politico di un paese aggressore e terrorista
puo' avere la faccia tosta di pretendere.
Personalmente
non sono ottimista, i palestinesi sono palestinesi
e quelli di Ramallah sono gli stessi che ballavano per
le strade e nelle piazze ogni volta che un kamikaze faceva
strage in Israele.
Sono
gli stessi che a Gaza, in questi giorni, hanno commesso
atrocita' inenarrabili, entrando nelle case, sparando
a bruciapelo a famiglie intere, gettando dal 15simo piano
di un edificio giovani legati mani e piedi, sparando per
le strade sulla folla.
I palestinesi
sono sempre quelli dell'assassinio cumulativo,
sparare nel mucchio , far esplodere autobus e bar
e ristoranti con le loro stramaledette bombe umane.
I palestinesi
sono ancora quelli educati all'odio e alla ferocia
dalla scuola materna fino al giuramento davanti al
Corano e al kalashnikof con la fascia verde dell'Islam
sopra il passamontagna nero e il giubbotto esplosivo
stretto al petto.
Non
credo che quelli di Ramallah siano diversi.
Vogliamo
dargli una chance? benissimo ma sono loro che devono
ascoltare le nostre richieste, non noi le loro. Chi
ha sempre aggredito e rifiutato ogni dialogo per
obbedire agli ordini di Arafat "gettare gli ebrei in mare",
adesso deve accettare le decisioni altrui , chi ha educato i
propri figli a diventare assassini deve chinare la
testa e dimostrare di voler cambiare.
I palestinesi sono sempre stati
abituati a pretendere, sono stati viziati dai loro ammiratori
sparsi per il mondo, qualsiasi cosa facessero,
qualsiasi atrocita' commettessero era scusata e capita in
nome dell'"occupazione", in nome della favoletta fatta
diventare realta' dalla propaganda di "popolo cui i perfidi
ebrei hanno rubato la terra".
Adesso
basta!
Adesso
si spera che il mondo, che ha sempre guardato altrove
quando le atrocita' e la barbarie venivano fatte contro
Israele, capisca, non puo' non aver visto che la barbarie
fa parte della loro cultura al punto che possono trucidare
la loro stessa gente, bambini compresi.
Chissa'
se i pacifinti, adesso cosi' silenziosi, ( vergogna?
Imbarazzo?) si rendono conto di che genere di gente
hanno protetto finora.
Chissa'
se quei delinquentucoli che bruciavano bandiere urlando
"palestina libera- Palestina rossa" riusciranno
a capire che la loro Palestina altro non era che un crogiuolo
di criminali assassini e che potrebbe nascere una
nuova Palestina soltanto se quei criminali assassini
verranno isolati a Gaza come a Ramallah.
Chissa'
se qualcuno ammettera' che la Palestina , per poter
avvicinarsi ad essere una democrazia, non potra'
mai essere rossa come vorrebbero i figli di Arafat,
i vari Diliberto, Agnoletto e loro seguaci urlanti, ne'
rossa come il sangue sparso da hamas, men che meno
rossa come il sangue dei nostri figli.
La nuova
Palestina dovra' adottare il colore del lavoro,
della convivenza, del rispetto e della liberta' se
no morira' per sempre.
Mi torna
alla mente l'aneddoto su Sharon durante un pranzo
con Condoleeza Rice nella sua fattoria nel Neghev.
Sharon
elencava a una sorpresissima Condoleeza tutte le disgrazie
dei palestinesi , poveri , governati male, bisognosi
di tutto, succubi di una dittatura.... "Peccato che
siano anche , disse a un certo punto Sharon e, rivolgendosi
al suo segretario gli chiese, facendogli andare per traverso
l'avocado che stava gustando, "come si dice in inglese
assetati di sangue e traditori?"
A questo punto e' stato il
turno di Condie di farsi andare per traverso l'avocado.
Nessuno
conosceva i palestinesi meglio di Sharon, li aveva
combattuti, salvati dalle stragi arabe contro di loro,
li aveva come vicini di casa. Li conosceva come le sue
tasche e non si faceva troppe illusioni!
Bene,
i palestinesi, almeno quelli del West Bank,
devono cessare di essere assetati di sangue e traditori
se vogliono entrare a far parte del consesso civile, devono
dimenticare la scuola dell'odio di Arafat e soprattutto
devono piantarla di mendicare soldi per produrre morte .
E Gaza?
Gaza continua ad essere mantenuta da Israele che
la rifornisce di acqua, elettricita', cibo, medicinali.
Paradossalmente
chi dichiara apertamente di volere la distruzione
di Israele accetta gli aiuti dal Paese che vuole eliminare.
Perche'
non li aiuta l'Egitto? Perche' un paese arabo
non si decide di soccorrere altri arabi?
Perche'
l'Egitto non si riprende Gaza? ormai tutti hanno
capito che quelli la' non potranno mai diventare una
nazione, sono dei barbari , degli inetti incapaci
di autogestirsi.
Gaza
va isolata o hamas va distrutto non ci sono altrenative.
E finiamola
di chiedere a Israele di dare, di fare, di mantenere.
Adesso
si parla , sempre piu' insistentemente, di restituire
il Golan alla Siria in cambio della cessazione del
terrorismo.
Per
chi fosse ottenebrato dalla propaganda voglio
fare una brevissima lezioncina di storia e geografia.
Il Golan
non e' siriano.
Il Golan,
la Siria, l'Iraq hanno fatto parte del Mandato Francese
di Palestina, come il resto era sotto la sovranita'
del Mandato Britannico.
Questa
la situazione dalla fine della Grande Guerra fino
al 1947, prima, per 400 anni, tutto era proprieta'
dell'Impero ottomano.
La Siria
che ha ottenuto l'indipendenza nel 1947 si e' impossessata
del Golan, pur non avendo nessun tipo di legame storico
con quel territorio , soltanto per poter dominare
Israele e sparare sugli ebrei.
La Siria
ha mantenuto la sovranita' sul Golan fino al 1967.
Quanto
fa? Vent'anni.
In questi 20 anni la Siria non
ha fatto altro che sparare, non ha costruito un
villaggio, una stalla, non ha coltivato un solo filo
d'erba.
Israele
ha conquistato il Golan nel 1967 ed e' tuttora
israeliano .
Dal
1967 a oggi quanto fa? Quarant' anni giusti giusti.
In questi
40 anni Israele ha costruito citta', kibbuz,
coltivato a perdita d'occhio vigneti che producono
l'ottimo vino del Golan, ha creato allevamenti di
mucche e di cavalli.
L'altipiano
e' verde come uno smeraldo e , grazie ai mulini,
fornisce energia pulita a mezzo Israele. Sono ritornate
persino le cicogne e gli uccelli migratori che durante
l'occupazione siriana avevano cambiato rotta a causa
dei continui spari.
Allora,
adesso qualcuno deve spiegarmi, in modo chiaro e convincente,
perche' 20 anni di spari siriani valgono di piu'
di 40 anni di lavoro e dedizione israeliani?
Israele
e' l'unico paese al mondo che ha restituito territori
legittimamente conquistati durante guerre di aggressione.
Non
esistono altri esempi, nessuno costringe Slovenia
e Croazia a restituire l'Istria all'Italia, nessuno
cosrtinge la Francia a restituire all'Italia Nizza
e la Corsica. E nessuno costringe l'Italia a restituire
il Sudtirol all'Austria per non parlare di tutti
i territori passati di mano durante la seconda guerra
mondiale.
Allora
chi e' in grado di spiegare perche' da Israele si pretendono
passi mai richiesti a nessuno?
Perche'
gli arabi che possiedono il 99,99% di tutto il Medio
Oriente , per convincersi a fare la pace con Israele,
devono chiedere altra terra, mai sazi , mai paghi,
interessati soltanto a rendere Israele sempre piu' minuscolo
e vulnerabile.
La pace
si da per altra pace, volere in cambio territori
conquistati da chi ha vinto tutte le guerre da cui
si e' strenuamente difeso, e' immorale, ingiusto,
inaccettabile.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
DI CHE PARLA IL
GIORNALE?
Se
si chiedesse: di che parla il giornale? La risposta
più ovvia sarebbe “di tutto”. Ma non è esattamente
così. È vero, parla di storia, di arte,
di scienza, ma solo nelle pagine culturali. Quando ci
sono. In realtà, l’oggetto principale dei quotidiani
è l’attualità. In questo senso sono più
“giornalistici” i necrologi (perché riguardano una notizia
fresca) che gli elzeviri.
L’attualità si divide
in due grandi sezioni: il recente passato e il prossimo
futuro. Se, nella cronaca si parla di un efferato
delitto, è perché esso è stato appena
commesso. Se ancora non è noto il colpevole ci si
pone qualche problema rispetto al futuro, come eco dell’avvenimento
stesso: chi pagherà per il mal fatto, se ci sono
complici, se c’è modo di evitare che simili sciagure siano
evitate, ma fondamentalmente rimane un avvenimento ormai consegnato
alla storia minima e infatti i titoli che lo riguardano divengono
sempre più piccoli finché di quel delitto non si
parla più. Viceversa, l’argomento principe dei grandi giornali
è il futuro. In particolare il futuro della politica
nazionale e il futuro della politica internazionale. In questo
campo, ogni avvenimento, oltre ad essere interessante di per sé,
è significativo: e non solo in relazione ai suoi propri sviluppi,
ma per gli effetti vicini, lontani e collaterali, in una trama
complessa e pressoché infinita. Per questo, la maggior
parte degli articoli sviscera il fatto, e questo impegno, che trasforma
i giornalisti, che lo vogliano o no, in altrettante sibille, nasce
dal fatto che il futuro importa più del passato. Se, come
dice il proverbio, è inutile piangere sul latte versato, è
certo utile cercare di non versarne altro.
Questa
natura dei giornali spiega anche la loro caducità.
Mentre un libro di storia per le scuole medie conserva
una sua validità anche dieci o venti anni dopo la sua
pubblicazione, un giornale vecchio di un mese è totalmente
inservibile: o ciò che prevedeva non si è avverato
ed è dunque inutile stare a parlarne, oppure se ne
sa molto di più di allora e in termini di certezza per
giunta. I giornalisti tutto questo lo sanno anche nel momento
in cui scrivono: ma non possono esimersi – perché lo
faranno anche i lettori - dall’almanaccare sulla base dei pochi
dati di cui si dispone. Nessuno aspetta un mese per saperne
di più, e tutti vorrebbero sapere tutto subito.
I
giornali d’opinione sono passati da mezzo di conoscenza
dei fatti ad espressione dell’ansia esistenziale
dell’uomo. Se per esempio si verificano quattro
o cinque drammatiche violenze carnali nel giro d’una
settimana, i lettori cominciano a chiedersi se non sia
in atto una nuova tendenza della criminalità; se
non sia necessario reagire con una diversa politica di
repressione; se non si sia di fronte ad un allarmante
sintomo di deviazione sessuale della società. In realtà,
presto tutto si acquieta e si rientra nella normalità:
tuttavia per qualche giorno l’argomento di conversazione
è stato quello e i giornalisti non hanno