ARCHIVIO GIUGNO 2007
DIRITTO E POLITICA NEL CASO VISCO-SPECIALE
Molti si affannano a chiedere se il fatto che il vice-ministro Visco sia indagato per tentato abuso d’ufficio comporti giuridicamente il suo obbligo di dimettersi dal partito. La risposta è risolutamente negativa. Chiunque  è innocente fino alla pronuncia definitiva di colpevolezza e le dimissioni non sono obbligatorie neanche in caso di condanna, salvo sia stata inflitta l’interdizione dai pubblici uffici. Ma la politica – malgrado certe deplorevoli tendenze contemporanee – non ha le stesse regole del diritto penale. Quando stava per partire per la spedizione in Sicilia, Alcibiade fu perseguitato per un supposto reato mentre era probabilmente innocente; e poi fu accolto come un salvatore dopo che aveva tradito la patria, mettendosi al servizio del Grande Re. È sempre stato così. In politica si giudica dai risultati e non dalle intenzioni; dall’immagine più che dalla sostanza; su base emotiva più che giuridica. Il popolo a volte perdona i crimini più orrendi (Saddam Hussein ha avuto fino all’ultimo i suoi partigiani), mentre altre volte non tollera sbavature (Nixon che mente al Paese), pur perdonando poi analoghe menzogne ad un Presidente più simpatico (Clinton che afferma che il sesso orale non è sesso e che lui nemmeno conosceva Monica Lewinski).
Le dimissioni sono dovute quando la permanenza al governo di un certo uomo politico diminuisce la credibilità, la dignità e il decoro di un gabinetto. Scaiola, pur non colpito neanche da un avviso di garanzia, si è dovuto dimettere per aver dato del “rompicoglioni” ad un uomo assassinato per avere servito le Istituzioni. Parlava in terza persona, pensava di non essere udito da orecchie indiscrete, ma questo ha reso la sua presenza un vulnus alla rispettabilità del governo. Benché il turpiloquio sia moneta corrente a tutti i livelli, incluso quello di coloro che hanno stigmatizzato il linguaggio di Scaiola.
Il caso di Visco è particolarmente grave. Mentre su Berlusconi è stato fatto planare per decenni il sospetto che volesse imbrogliare il fisco per pagare meno tasse, in quanto privato imprenditore; mentre per Clinton si trattava di privatissimi affari di sesso, anche se ha commesso l’errore di mentire; mentre per per Scaiola come per Calderoni si è trattato solo di cattivo gusto, Visco è sospettato di avere abusato del suo potere in quanto vice-ministro. Di avere fatto un uso illecito, prevaricatore e indecente della sua carica: e proprio questo comportamento lo farebbe ritenere particolarmente inadatto ad essa. Se un medico investe qualcuno con l’automobile, molti suoi clienti gli resteranno lo stesso fedeli; se invece muore un paziente per colpa sua, quanti suoi assistiti manterranno la loro fiducia in lui? La colpa professionale è sentita come imperdonabile da chi potrebbe esserne danneggiato: e infatti oggi l’Italia intera è spaventata all’idea di avere un vice-ministro che tenta di abusare del proprio potere.
Visco dovrebbe dimettersi non una ma dieci volte. Per ragioni politiche. Quand’anche la magistratura lo assolvesse e gli appuntasse sul petto una medaglia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 2 luglio 2007


P.S. Il generale Speciale – secondo “il Giornale” - conta di querelare Padoa-Schioppa e il Presidente del consiglio per diffamazione e calunnia. È notorio (art.68 della Costituzione Italiana) che “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni”. Indubbiamente il ministro Padoa-Schioppa, nel riferire in Parlamento a proposito della vicenda Visco-Speciale, esercitava (male) le proprie funzioni di ministro: come è concepibile una querela? Abbiamo tutti un’annosa esperienza delle contumelie, delle accuse, delle diffamazioni e perfino delle più spudorate calunnie udite in Parlamento. Come mai, improvvisamente, sarebbe concepibile denunciare addirittura il Presidente del Consiglio – assente – per un reato del genere?
È ovvio che si possono condividere l’indignazione e lo sdegno per le parole di Padoa-Schioppa, parole rese sul momento ancor più cocenti dalla coscienza che al generale la Costituzione non offriva né diritto di replica né la protezione dell’art.595 del Codice Penale (diffamazione): ma qui si parla di una querela. Per questo si chiedono lumi a chi, fra i lettori, ne sapesse di più. In particolare ad un nostro lettore, giudice di notorietà nazionale, che ci onora della sua attenzione.
Diverso è il caso dell’eventuale ricorso al Tar. Se la destituzione del generale è un atto amministrativo, in quanto tale esso è sottoposto al controllo del relativo Tribunale. Sempre che non si tratti di un mero giudizio di merito, su cui il controllo di legittimità è impossibile. E invece – a quanto si legge sul “Giornale” – questo ricorso al Tar è dato come eventuale e quasi come conseguente al risultato dell’azione penale. Anche su questo si chiedono lumi.



LA MISERIA DEL GRAND’UOMO
Nessuno è un grand’uomo per il suo cameriere, dice un proverbio. E aggiungono gli inglesi: familarity breeds contempt, la familiarità genera disprezzo. Il contatto quotidiano mostra il lato umano, debole e a volte maniacale di ogni individuo: tanto che disprezzare un genio per questo sarebbe ingiusto. Sarebbe come rimproverargli la sua natura di essere umano. Il grande filosofo infatti dedicherà le proprie energie intellettuali alla metafisica ma col suo cameriere (quando esistevano i camerieri), passerà il tempo a lamentarsi della sua artrite. E il cameriere potrebbe giudicarlo un vecchiaccio querulo.
Più interessante è vedere il lato deteriore dei grandi nelle cose importanti. Non il fatto che il filosofo si lamenti per l’artrite ma il fatto che sia diventato celebre perché ha rubato l’idea d’un discepolo. E per certi campi si può stabilire una dimostrazione teorica.
La cooptazione è il sistema che istituzionalizza l’umiliazione da un lato e la raccomandazione dall’altro. È il sistema per cui “coloro che lo sono già” decidono chi “deve esserlo”: cioè il nuovo socio della confraternita. Chi si candida all’Accademia di Francia è tenuto, per tradizione, a far visita ai Membres de l’Institut, per chiedere il loro appoggio. E senza questa umiliazione, questo atto di deferenza, è ben raro che si abbiano speranze.
Ma almeno, per appena pensare all’Académie Française, è necessario avere già una fama nazionale; nell’università italiana invece basta soltanto avere seguito con interesse le lezioni di un professore, avere superato brillantemente l’esame relativo, e avere frequentato il professore facendogli qualunque minuto favore quel signore si degni di chiedere. Così il postulante diverrà prima una sorta di famiglio, poi per anni un quasi assistente volontario, infine un quasi assistente, finché il professore non lo proporrà ai colleghi e costoro, come d’accordo, lo dichiareranno vincitore del concorso. Il prescelto prevale fra tre (la famosa terna) e gli altri due si prestano a fare da comparse perché sperano che, fra qualche anno, saranno loro, i vincitori sicuri. C’è gente che sa con due anni di anticipo quand’è che sarà così “bravo” da prevalere nella terna.

Se questo sistema corrisponde alla realtà, è evidente che il professore d’università potrà avere maggiori o minori qualità culturali, ma una qualità dovrà in ogni caso avere in alto grado: quella di piegare la schiena. Un Dante Alighieri potrebbe divenire celebre, con la sua Commedia, e perfino ottenere una laurea Honoris Causa (tanto, non fa concorrenza ai cattedratici), ma un posto di ricercatore nel corso di letteratura italiana no: non sarebbe bravo a farsi raccomandare e col suo carattere litigherebbe prima di ottenerlo.
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Venendo all’attualità, si nota come personaggi universalmente stimati come intellettuali e grandi specialisti, una volta chiamati a posti di responsabilità in politica, diano pessima prova di sé. Un esempio sotto gli occhi di tutti è Tommaso Padoa-Schioppa.
Questo ministro dell’economia, prima di essere chiamato a far parte del governo Prodi, s’è fatto una fama come studioso. Uno per il quale non solo due più due fa quattro, ma per il quale la radice quadrata di 841 è 29. Ebbene, giunto al governo, è sembrato interessato solo a non staccarsi dalla sua poltrona. Ha proclamato che due più due fa quattro ma poi, su proposta dei sindacati, ha detto che fa 4,71. O 4,72. O anche 6,27, se serve. La tavola pitagorica ha cessato d’essere una certezza. Né questo è stato l’unico saggio della sua resistenza intellettuale. Quando Visco si è trovato nei guai, e invece di dimettersi ha attaccato chi ne aveva dimostrato gli errori, TPS si è prestato a leggere un testo ignobile, scritto probabilmente dallo stesso Visco, in cui si invertivano i ruoli: scorretto diveniva chi era stato corretto, interessato chi era sempre stato disinteressato, inaffidabile chi era stato affidabile. In una sequela di calunnie che hanno squalificato più chi si è prestato a metterci la propria faccia in Senato che la loro vittima. Padoa-Schioppa è apparso come il volto di un potere vile e prevaricatore.
Purtroppo, l’essere riusciti è sintomo di grandi capacità, ma in tutte le direzioni: anche in quella dell’abiezione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 30 giugno 2007


La domenica senza Capezzone
Finalmente, ce l'hanno fatta: da domani Daniele Capezzone non sarà più il conduttore della rassegna stampa del dì di festa. Già da tre settimane aveva perso lo spazio dell'intervista del dopo rassegna, adesso l'epurazione è stata completata. "Radio radicale è un microfono - come dice lo spot - che sta dentro ma fuori dal Palazzo". Da domani sicuramente un po' più all'interno.
Per incomprensioni, gelosie e antipatie. Purtroppo anche il Partito radicale ha avuto i suoi problemi generazionali, e, a quanto pare, un patto tra Pannella e Daniele è assolutamente improponibile. Dire, come ha fatto Bordin per giustificarsi, che "siccome si sta facendo il suo partito e in questo week end c'è il comitato nazionale di Radicali italiani allora non mi sembra il caso", è argomentazione che può andare bene per l'Udeur o l'Udc, ma non per i gloriosi radicali. E poi la domenica la rassegna era molto seguita ed era per la Radio ciò che l'inserto cultura è per il Sole 24 Ore. Un qualcosa che si cerca da parte dei radioascoltatori. E che se non si trova (per questi motivi un po‚ meschini) fa dispiacere. Magari a Bordin e a Pannella non gliene può importare di meno. Però a tutti noi che ci eravamo così ben abituati questa decisione "di palazzo" lascia un vuoto incolmabile.

di Dimitri Buffa <mailto:buffa@opinione.it>


“UN PIACIONE CHE AMA PIACERE, UN FAVOLATORE ILLUSIONISTA”
SCONFITTO DA D’ALEMA, SFRATTATO DA AFFITTOPOLI, PORTÒ I DS AL MINIMO STORICO
Candidato naturale alla guida del Pidì o scelta obbligata di una Quercia in agonia? Uomo nuovo o 'vecchio arnese' (Berlusconi dixit)? Io vedo Walter Veltroni come un esempio luminoso del Perdente di successo. Un politico con alle spalle più sconfitte che vittorie. Eppure capace di rialzarsi dalla polvere per risalire sull'altare. Restando sempre uguale a se stesso: un piacione che ama piacere, un favolatore che illude la gente, un conciliatore degli inconciliabili. E dunque un leader inadatto a un'Italia in declino che ha bisogno di capi severi, dalla parola aspra e dalle scelte crudeli.
Ho visto giusto? Non lo so. Su Walter ho scritto migliaia di righe e ne ho lette qualche milione. E il troppo inganna. Le mie cronache su di lui iniziano nella primavera del 1994. Achille Occhetto ha perso le elezioni contro il Cavaliere e deve lasciare le Botteghe Oscure. Baffo di Ferro non vuole cedere lo scettro a D'Alema. Così decide di gettargli tra le gambe un candidato a sorpresa: Veltroni. In quel momento, Walter non ha ancora 39 anni ed è soltanto il direttore dell''Unità'. Tre messi occhettiani (Piero Fassino, Claudio Petruccioli e Fabio Mussi) cominciano a costruire la sua candidatura. Sembrano farlo a dispetto del candidato. Che giura di non aspirare al Bottegone: "Il mio lavoro è, e resterà, quello di dirigere il nostro giornale".
 
In realtà, Walter si vede già alla guida del partito. Il 22 giugno spiega a Barbara Palombelli di 'Repubblica': "Il mio sogno? Un milione di persone in piazza. E non per salutare qualcuno che se ne va, ma per festeggiare qualcosa che comincia. Sogno una sinistra unita, che ritrova le ragioni della speranza, riaccende un fuoco, riscopre ideali". I due candidati non potrebbero essere più diversi. D'Alema è superbo, brusco, dentuto con i giornali. Quando un cronista gli chiede se ha stretto un patto di non aggressione con Veltroni, replica gelido: "Sono cazzi nostri". Veltroni è il buonista gaudioso. E fa spallucce quando un amico lo grattugia così: "Walter, se vuoi essere un numero uno, devi smetterla di dar ragione a tutti".
Il sogno si dissolve il 1 luglio 1994, alla Fiera di Roma. Il Consiglio nazionale elegge segretario D'Alema. Walter incassa con il sorriso sulle labbra. Dice ad Alberto Statera della 'Stampa': "Mi vede pallido, ma è colpa della dieta. Ho perso tredici chili in un mese e mezzo". Poi telefona alla figlia Martina: "Allegra, zio Massimo ci ha salvato le ferie!". Walter rimane a guidare 'l'Unità'. Fa un bel giornale che non ha nulla del foglio di battaglia. Mai ruvido con gli avversari. Niente campagne-carogna. Articoli intelligenti e spesso inutili. Il Museo dei bidoni. Dalla trota pelosa allo yeti. L'artigiano che fabbrica alabarde per il cinema. Professione sub, un sessantottino sotto il mare. E via cazzeggiando, per la rubrica 'Chi se ne frega' del maledetto 'Cuore'.
Ma il Perdente cerca la rivincita. Ne ottiene una nell'estate del 1995. Vittoria d'immagine, con il libro 'La bella politica'. Trionfo di pubblico e di critica. Persino Romano Prodi non si sottrae all'obbligo del santino. Geloso, D'Alema scrive anche lui un libro: sessanta pagine sull'Italia normale. E i due testi diventano la canzone dell'estate in tutte le feste dell'Unità.

 A quella nazionale gareggiano le coppie D'Alema-Maurizio Costanzo e Veltroni-Giovanni Minoli. Una kermesse di luci della ribalta, selve di telecamere, recensioni lecchine. Ma è in agguato la destra, nella persona di Vittorio Feltri, direttore del 'Giornale'. Che in agosto attacca su un fronte imprevisto: Affittopoli.
Walter, sia pure non da solo, perde un'altra volta. Anche lui è tra gli inquilini delle case offerte ai vip dagli enti previdenziali. E va fuori dai fogli. Ricordo una telefonata furibonda all''Espresso': "Pure voi ci avete preso a calci in faccia!". Gli dico: perché non replichi sull''Unità'? La risposta mi lascia secco: "Non posso, perché noi siamo un giornale d'informazione".
È una fine estate violenta. Walter ha lo sguardo smarrito del tacchino inseguito dal cuoco. Ma si riprende presto, convinto della sua buona stella. Siamo alla primavera del 1996. Prodi lo fa correre con lui. Walter vorrebbe candidarsi nel collegio sicuro di Suzzara. Poi D'Alema, dal Bottegone, lo strattona. E Walter affronta la battaglia a Roma 1, contro il magistrato Filippo Mancuso.
 È un match da film dell'orrore. Il più perfido del Polo contro il più buono dell'Ulivo. A vincere è Walter. Il compagno di banco che ti fa copiare il compito. Il vicino di casa che accorre quando il tuo lavandino perde. Uno dei suoi slogan, dedicato all'ambiente, sembra fabbricato per lui: 'Chi lo ama è riamato'. Ma dovrà sopportare il ritratto al curaro che Mancuso affida a Francesco Merlo, del 'Corriere': "Veltroni è un elencatore di luoghi comuni, parla di cose che non sa, cita libri che non legge, è un anglista che non conosce l'inglese, un buonista senza bontà, un americano senza America, un professionista senza professione".
Prodi lo porta con sé a Palazzo Chigi. Ci staranno per poco. Il 9 ottobre 1998 il governo cade. Al Professore subentra D'Alema. E Walter, sconfitto come vice-premier, trova una via d'uscita grazie a Max che lo designa a succedergli come segretario dei Ds. Ancora una volta perdente di successo, Walter viene eletto da una maggioranza bulgara: l'89,1 per cento.
Quattro giorni prima, Walter visita in carcere Adriano Sofri, con Pietrostefani e Bompressi. E auspica la revisione del processo per l'assassinio del commissario Calabresi. Poi va a raccogliersi sulla tomba di don Giuseppe Dossetti, l'icona della sinistra dicì. Carcerati, morti ammazzati, sepolcri di sant'uomini. La spalla di Walter, Pietro Folena (oggi rifondarolo) s'affanna a spiegare: la nostra è attenzione alle problematiche della sofferenza e contaminazione di culture. Ma c'è chi si chiede: l'epoca di Walter al Bottegone sarà di sangue versato e di lacrime a gogò?
 L'anno successivo il sangue comincia a versarlo il partito. Elezioni europee del 13 giugno 1999: rispetto alle politiche del 1996, i Ds perdono per strada due milioni e mezzo di elettori. Al Nord sono ridotti al 13,1 per cento. Forza Italia svetta. In tivù compare un Veltroni disfatto, i capelli ritti, il famoso neo quasi a ciondoloni. Come non capirlo? Eccolo descrivere il suo partito, nel luglio di quell'anno: "Gracile, arrogante, ha sostituito il centralismo democratico con il casino. Siamo pieni di intrighi, di correnti, di lotte. Sono spaventato da una Quercia ricca non di opinioni diverse, ma di guerre intestine". Quindici giorni prima, i Ds hanno perso il Comune di Bologna, la roccaforte rossa.
Passano sei mesi e, il 15 gennaio 2000, Walter è rieletto segretario dei Ds al congresso di Torino. Ma la Quercia è in pieno marasma da clan. Ulivisti puri. Miglioristi superstiti. Veltroniani. Dalemisti. Pontieri. Sinistra tenera. Sinistra dura. Laburisti. Cristianosociali. Sinistra repubblicana. Comunisti unitari. E riformatori per l'Europa. Morale: il 16 giugno di quell'anno una nuova batosta per Ds e alleati. Sconfitti in otto regioni su quindici. Il giorno dopo D'Alema si dimette da premier, lasciando la poltrona a Giuliano Amato. Walter è sotto accusa, anche se quel disastro non può essere addebitato soltanto a lui. Ma è in quell'estate, forse, che il Perdente di successo medita la sua exit strategy: uscire dall'agone nazionale e rintanarsi a Roma.
L'occasione si presenta all'inizio del gennaio 2001. Il sindaco della capitale, Francesco Rutelli, si dimette per guidare il nuovo scontro con Berlusconi, previsto per maggio. Walter si candida subito a succedergli. Come è possibile? Il leader dei Ds che si rifugia in un municipio? In realtà, Veltroni ha annusato un'altra catastrofe. E non vuole perire sul campo. La catastrofe arriva alle politiche del 13 maggio. Vittoria schiacciante di Forza Italia. I Ds sono al minimo storico: 16,6 per cento. Lo stesso giorno, Walter si batte contro Antonio Tajani. Ma diventa sindaco di Roma soltanto due
settimane dopo, al ballottaggio. Il Perdente di successo l'ha scampata bella. Ha vinto in casa, però ha vinto. E bisserà la vittoria nel 2006, con un margine molto ampio.
 Roma capoccia e ladrona è ormai sua. L'astuto Walter ne farà la rampa di lancio per nuove avventure. Al partito ci pensi quel piemontardo faticone di Fassino. Piero verrà eletto segretario a Pesaro, il 16 novembre 2001. E troverà all'opposizione proprio Walter, capo ombra del Correntone di sinistra.
Adesso, come nel gioco dell'oca, si ritorna alla casella di partenza. I due avversari storici di Walter lo candidano alla guida del Pidì. È l'auspicato rinnovamento? Direi di no. Siamo ai soliti tre attori di tanti spettacoli nel Teatro della Quercia. Dunque ci vorrebbero altri competitor nelle primarie. Difficile, ma non impossibile, che emergano. Comunque, smettiamola con i requiem anticipati per Prodi. Non è elegante. E disturba molto anche gli scettici come me.

Dagospia 29 Giugno 2007
- Giampaolo Pansa per “L’Espresso”

COME SE
I commenti sul discorso di Veltroni si sprecano ma l’essenziale è questo: non ha detto niente perché non poteva dire niente.
Le sue affermazioni possono infatti essere così raggruppate: 1) fini da raggiungere, sui quali tutti sono d’accordo. Si è tutti per la piena occupazione, contro la criminalità, contro il male e a favore del bene; 2) pura e semplice aria fritta: “voltare pagina”, realizzare “un’Italia nuova”, ecc.; 3) infine qualche affermazione concreta come la realizzazione della TAV. Solo che queste suscitano interrogativi: crede forse, Veltroni, che Prodi la TAV non l’abbia voluta fare? E che poteri avrebbe, lui, che Prodi non ha? Per quanto si possa disprezzare l’attuale Primo Ministro, l’alternativa è netta: tentare di fare certe cose e far cadere il governo, o rassegnarsi all’impotenza. Veltroni, al posto di Prodi, sarebbe un altro Prodi. Ancor più problematico è l’accenno a riforme costituzionali che somigliano fin troppo a quelle che il centro-sinistra ha invitato gli italiani a rigettare, con un apposito referendum. Con chi le vuole fare, queste riforme, Veltroni, col centro-destra?
In totale ciò che è avvenuto a Torino ha dell’inverosimile. In una grande sala si riunisce un partito che ancora non esiste. Questo partito inesistente – ovviamente - non ha un programma e fino ad ora è solo riuscito a perdere pezzi per strada, in particolare il Correntone dei Ds. Ed ecco che centinaia di politici – non-membri dell’attuale non-partito -  ascoltano compunti un uomo e lo acclamano leader. E questo benché il would be partito, qualche giorno fa, abbia stabilito che il leader sarà designato in autunno da elezioni primarie. Veltroni a questo punto, passando sopra tutti questi dati che rendono l’assemblea vagamente surreale, fa un discorso d’investitura vago e inconsistente in cui non dice né qual è il suo personale programma del partito, né con quali alleati intende realizzarlo. Ma per quanto sia sembrato, almeno questo mercoledì pomeriggio, l’uomo della Provvidenza, il povero Walter qualche seria ragione l’ha. Non riesce a moltiplicare i pani e i pesci. Come potrebbe enunciare un serio programma, se non si sa qual è il programma del futuro partito? E se poi i due programmi, il suo e quello del partito, non coincidessero? Né è più facile designare gli alleati. Se gli alleati fossero l’attuale estrema sinistra, il nuovo partito si condannerebbe all’impotenza prodiana; e se gli alleati non fossero l’attuale estrema sinistra, chi sarebbero, La Lega e Alleanza Nazionale?
Insomma Walter ha parlato un’ora e mezza nel quadro di un’operazione simile ad un gioco di bambini, in cui “si fa come se”: come se ci fosse un partito, come se avesse un programma, come se avesse prospettive di governo. Veltroni ha solo detto: “Accetto di essere il leader del PD. E sapeste come son buono!”
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 28 giugno 2007


PROFONDITÀ ED ESTENSIONE
Della Chiesa si può discutere in più modi: da credenti veri  o da credenti tiepidi, da miscredenti superficiali o da miscredenti rigorosi. Il credente vero - che per i tiepidi può anche essere definito integralista - ha come metro di giudizio l’ortodossia. Se chi è in peccato mortale non può accostarsi all’Eucaristia, non si deve permettere al risposato di fare la comunione. Se un giovane fa l’amore con la sua ragazza gli si può dare l’assoluzione solo a patto che prometta di non farlo più e mantenga. E così via. In molti, dinanzi a questi principi, si ribellano. Se le regole sono queste, dicono, è tempo di cambiarle: non corrispondono alla realtà attuale. Il vero credente obietta che certe regole della Chiesa sono immodificabili e che comunque, finché sono in vigore, quelle sono: ma la sua è una battaglia persa. Contro il sentimento la ragione è una spada di legno.
La comunità dei Cattolici ha creduto che la mentalità dei tiepidi sia stata adottata da un Papa, Giovanni XXIII. Per milioni di persone la sua apparizione ha significato che si metteva in archivio la severità dottrinaria e si sostituiva con un bonario ecumenismo. Ma che peccato mortale! L’importane è che ci si voglia bene. Che si riconosca la comune umanità. Che non si faccia male a nessuno. E se qualcosa di male s’è fatto, è un problema che il singolo può risolvere da sé, senza bisogno del prete: il perdono di Dio può giungere senza intermediari. Ecc.
Ovviamente, tutto questo è assurdo dal punto di vista dottrinale. Alcuni atteggiamenti corrispondono al Protestantesimo, altri sono gravissime negazioni dello stesso “Credo”, il tutto corrisponde ad una religione “à la carte”. Cioè quanto di più lontano si possa immaginare dal Cattolicesimo, una fede più minuziosamente regolamentata di un’Accademia Militare.
Forse a torto e forse no, con Papa Roncalli molti hanno ritenuto che la religione personale fosse divenuta lecita. Che fosse permesso fare la comunione ed essere materialisti (comunisti), essere concubini e perfetti cristiani, andare al mare invece che a messa, fruire insomma della vita moralmente facile dei miscredenti ed avere lo stesso il posto riservato in Paradiso.
La situazione può tuttavia essere osservata anche dal punto di vista “politico” della Chiesa e per meglio chiarire il concetto è opportuno andare un po’ indietro con la memoria. Come metodo, la scienza nacque nel ‘600 ma già bambina, nel ‘700, cominciò a mettere in crisi la religione. Questa addirittura rischiò di soccombere sotto l’attacco dei philosophes. Non perì perché, in Francia soprattutto, Rousseau e Chateaubriand, invece di provare a confutare le obiezioni logiche e scientifiche dei laici, fecero leva sulla sensibilité, tornata in grande moda. La religione divenne un fatto di decoro e di buon cuore: di decenza borghese, quasi. Perse molto in serietà e profondità ma ricuperò l’estensione precedente e si salvò.

La scristianizzazione del continente tuttavia proseguì durante l’Ottocento e buona parte del Novecento. A parte il positivismo, il semplice sviluppo tecnologico ha reso la scienza sempre più familiare e Dio sempre più lontano. Dinanzi ad un problema, il primo rimedio cui si pensa non è più la preghiera ma il ricorso allo scienziato. E la vera dottrina della Chiesa appare a molti eccessiva, inapplicabile e comunque tacitamente superata. Si è andati avanti così per decenni, finché Giovanni XXIII ha dato l’impressione di essere d’accordo con la moltitudine dei nuovi cattolici. Lui personalmente seguiva forse tutte le regole della religione ma per gli altri bastava un sentimento di profonda umanità, una vita accettabilmente morale condita con una simpatia personale per quel benefico ed eccentrico personaggio che fu Gesù. La differenza fra un buddista e un cristiano divenne un particolare tecnico: lo stesso unico Dio avrebbe accolto tutti i suoi figli con un sorriso. Bastò quasi non essere anticristiani per essere cristiani e la religione ricevette una poderosa spinta all’allargamento. La fede sopravvisse al prezzo dell’auto-rinnegamento.
I miscredenti superficiali si disinteressano del problema religioso. Pensano che, chissà, forse sbagliano tutti. E comunque la cosa non importa. Può darsi che Dio nemmeno esista e dunque si discute sul nulla. Come può anche darsi che Dio sia ben diverso da come lo dipingono e un giorno accoglierà tutti, integralisti e peccatori, cattolici e protestanti, e magari i miscredenti come loro, con un benevolo sorriso di compatimento.
I miscredenti rigorosi sono meno accomodanti. Disprezzano intellettualmente i credenti tiepidi perché incapaci di un pensiero serio e sono intellettualmente sarcastici con i credenti integralisti perché li reputano incapaci di vedere le mille contraddizioni e le mille apodissi su cui si fonda la loro fede. Né possono aver simpatia per un Papa come Giovanni XXIII che ha avuto l’aria di dar ragione ad un Cattolicesimo più apparentato con lo show business che con quella disciplina dell’anima per cui l’individuo rinuncia alla propria libertà di pensiero per divenire una pecorella nel gregge del Buon Pastore. In questo, miscredenti rigorosi e credenti seri sono d’accordo: checché ne possano dire le anime belle, il Cattolicesimo non è una semplice consolazione. È una scelta eroica che dovrebbe far tremare anche i più coraggiosi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 27 giugno 2007


Il Fattore V
L'effetto-Veltroni, scrive Renato Mannheimer sul Corriere della Sera, vale almeno l'11% di voti in più per il Partito Democratico. Stupore, orrore, paura. Tanta paura. Chiudiamo gli occhi, facciamo due conti al volo: se il centrosinistra è sotto di una decina di punti percentuali nei sondaggi vuol dire che con Uòlter candidato... ma non sara mica vero? "No, non è vero!", ci risponde la pancia, quella che di solito indovina i risultati delle elezioni. Allora leggiamo meglio l'articolo di Mannheimer sul Corrierino. E scopriamo che, di questo fantomatico 11% in più garantito dal Fattore V, il 5% arriverebbe da "elettori della coalizione di centrosinistra che attualmente non voterebbero Margherita o Ds" e un altro 2% da "elettori di Margherita e Ds che attualmente non voterebbero per il Partito Democratico". Voti sottratti ad altri partiti della sinistra, dunque. Poco male.
E il 4% che resta? Il 3%, dice Mannheimer, sono cittadini che oggi si dichiarano "astenuti o indecisi". Elettori del centrosinistra in sonno, aggiungiamo noi, che si risveglierebbero come-un-sol-uomo nei giorni infuocati di una campagna elettorale. 5+2+3 uguale 10. Per dieci punti percentuali su undici, insomma, il Fattore V è soltanto uno spostamento di voti interno alla sinistra o un fattore di motivazione per gli indecisi di oggi. Resta l'uno per cento, quello rappresentato da elettori di centrodestra che - per qualche oscuro motivo - cambierebbero sponda se coccolati dal buonismo nutel-kennedyano del sindaco di Roma. A parte che ci piacerebbe guardare in faccia, giusto per qualche secondo, questo bizzarro 1% di umanità italica, la paura è svanita come lacrime nella pioggia. Il Fattore V vale l'1%. Non di più, anzi (vista la fonte del sondaggio) forse qualcosa in meno. Facciamocene un ragione e smettiamola di frignare.
 
Ideazione - http://ideazione.blogspot.com/


Gilad, e' vivo.  Ridatecelo
Abbiamo aspettato un anno per questo.
Un anno di paura, spesso di vero e proprio terrore e scoramento. Abbiamo pianto leggendo le parole di una mamma disperata.
Abbiamo  scritto, implorato, gridato  "Liberatelo! Ha solo 19 anni" .
Eppure, per un anno, la crudelta' dei suoi aguzzini ha lasciato i genitori e tutta Israele senza notizie e per un anno gli stessi aguzzini hanno impedito alla CRI di visitare il prigioniero.
Oggi, finalmente, la sua voce.
Oggi Gilad Shalit ha parlato, gli hanno fatto leggere una lettera che doveva apparire scritta da lui ma che era apertamente un proclama di hamas.
La sua voce di ragazzo, e' debole, a momenti tremante, e' una voce stanca, depressa, triste.
"Mamma, Papa', fratelli, amici miei dell'esercito.... "
La gola degli israeliani in ascolto si e' riempita di pianto, lacrime di commozione, di pena per quel tono  di voce cosi' melanconico,  ma anche lacrime di liberazione perche' finalmente sapevamo con sicurezza  che Gilad era vivo, dopo aver temuto il peggio.
Gilad e' vivo. Sta male, ha bisogno di cure ma e' vivo. (...)
Clicca qui per proseguire nella lettura.

Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

GIOVANNI XXIII
È significativo che Roncalli piaccia più ai non credenti come lei che ai credenti, almeno quelli non completamente succubi del neomodernismo.
Quelle che lei chiama finezze diplomatiche non sono invece, viste da un altro punto di vista, che vergognosi baratti: il silenzio sul comunismo (come mai nessuna «sottile distinzione» del genere sul nazionalsocialismo?) contro la presenza di osservatori «ortodossi » al Concilio. Concilio che è poi la causa prima se non unica della crisi della Chiesa (ha presente i seminari vuoti, le chiese che si stanno svuotando e soprattutto la spaventosa perdita di fede?) e, quel che è peggio, di quella apparentemente senza uscita della società. Un Concilio che fu proprio il «buon» Roncalli a volere a tutti i costi e a pilotare cinicamente verso il suo esito eversivo, il capovolgimento totale della dottrina cattolica, la nascita di una nuova religione di tipo massonico-sincretistico-ecumenico, inoffensiva per i nemici della Chiesa e simpatica al mondo tanto quanto odiosa per i cattolici.

Il metro di giudizio per un Papa dovrebbe essere quello della religione, non quello della politica.
Da questo punto di vista il bilancio del pontificato roncalliano è disastroso. Nulla è rimasto della dottrina cattolica tradizionale, le verità più elementari vengono impugnate oggi persino da cardinali e dallo stesso pontefice.
Tutto ciò ampiamente legittimal'esistenza di gruppi tradizionalisti e integristi che rifiutano l'obbedienza a un «conciliabolo» talmente nefasto e in taluni settori negano il riconoscimento dell' autorità agli eletti al soglio pontificio: tutte cose mai viste in duemila anni.
Certo, l’importanza del Vaticano II non è stata ahimè inferiore a quella del Concilio Tridentino: ma in senso opposto, cioè negativo.
Non è stato monsignor Lefèbvre ma il cardinale Suenens, uno degli artefici del Concilio, a definirlo «l’89 della Chiesa », il che potrà far piacere a un laico come lei ma non certo a un cattolico. Infine è strano che né lei né Salomoni ricordiate il giovanile modernismo di Roncalli, che lo rese assai inviso a S. Pio X, e le voci di iniziazione massonica quand’era nunzio a Parigi, ampiamente legittimate dal suo operare successivo.
Particolarmente nefaste la distinzione tra errante ed errore, come se gli errori non camminassero sempre sulle gambe di qualche uomo, la rinuncia agli anatemi (impegnati da allora, e con una spietatezza degna di miglior causa, solo contro i fedeli non disposti a svendere la fede) e l’«apertura al mondo», che lei giudica generosa e che fu invece solo temeraria. In particolare ricordiamo lo stravolgimento della preghiera del Venerdì Santo per venire incontro, al prezzo della rinuncia alla verità, al diktat del B'nai B'rith sul «perfidi judaeis », talché oggi gli ebrei infedeli sono diventati «fratelli maggiori » e nessuno prega più per la loro conversione, cioè per la loro salvezza. Oggi con Benedetto XVI questa tragedia continua.
Franco Damiani,

Questa lettera di un lettore del “Corriere della Sera” contiene spunti interessanti per i credenti e per i miscredenti. Personalmente appartengo a questi ultimi ma sono in grande misura d’accordo con Damiani, malgrado l’inopportuna durezza di alcune sue affermazioni. Il testo viene qui pubblicato per lanciare una discussione al riguardo. Sarebbe particolarmente gradito il punto di vista dei credenti.

LA NUOVA JIHAD CONTRO OCCUPANTI ED OCCUPATI
C’è una strana e non so quanto interessata necessità di ostentare impegno di solidarietà e pace, laddove nulla di tutto ciò è richiesto. In tempi non remoti, l’opposizione di allora, di centro-sinistra che oggi è al governo, rinfacciava all’ex governo oggi opposizione, di aver portato i nostri soldati in guerra, in Iraq ed in Afghanistan. Oggi questo governo, ieri opposizione, ha portato le nostre truppe in Libano, in una nuova inutile missione Unifil ed ha conservato le nostre truppe in Afghanistan, in poche parole: in guerra. In questo momento il Medio Oriente e tutto ciò che ruota attorno ad esso è senza governo ed è quindi di nuovo in guerra, oscura, sporca, contro nuove formazioni islamiche, cresciute in parte sotto la protezione dell’Iran, in parte maturate dalla guerra fratricida fra sciiti e sunniti, in parte aiutata dalle formazioni politiche estremiste come Hamas ed Hezbollah, dietro le quali si sono coperti, non solo estremisti politici, ma veri e propri capi terroristi. E questo neo-terrorismo anarchico coinvolge anche i confini dell’Europa (vedi il ritorno di fiamma del PKK o gli attentati recenti nel Nord Africa). Insomma una nuova fratellanza islamica radicale sta nascendo e sta spazzando via perfino i governi già di per sé radicali e non tratta con gli europei o gli occidentali, piuttosto li ammazza. E se non vogliamo piangere altri nostri soldati, sarà bene preparare i bagagli e lasciare che chi è stato causa del suo mal (soprattutto in Palestina, in Libano, in Siria, dove Assad è in minoranza preoccupante) pianga sé stesso ed inizi a rimboccarsi le maniche contro i vari Ahmadinejad o Nasrallah o Meshal ed altri capi dell’islamismo radicale contro i quali si sta avviando una rivolta che va ben oltre l’Occidente, ma che vuole sostituire i regimi politici, sognatori delle repubbliche islamiche con veri e propri feudi radicali (ed a Gaza sta succedendo proprio questo ed Hamas è caduto in una trappola più grande di sé stessa), governati da signori della guerra, capi religiosi fanatici e anti-occidentali, organizzazioni capillari di guerriglieri, kamikaze che sfruttano le vecchie cause ovvero quello dello Stato Palestinese, dell’eliminazione del regime corrotto dalla Siria, dell’indipendenza sostanziale del Libano per crearsi un grande califfato d’Arabia, un cordone che circondi quel che resta del Medio Oriente indipendente ovvero Giordania ed Arabia Saudita (per quanto anche lì si nascondano tanti scheletri negli armadi). E non c’è Onu, Unifil o Nato che tenga. Insomma nell’intero Medio Oriente la faccenda è tutta islamica e se gli occidentali non vogliono andare via, saranno le vittime innocenti di una lotta al massacro, di una guerra contro occupanti ed occupati da parte di una nuova jihad. Ci pensi bene, il caro Ministro degli Esteri, dalla sensuale diplomazia a proporre l’invio di truppe di “pace e contenimento” anche nei territori palestinesi…
Angelo M. D'Addesio


EVVIVA VELTRONI?
Veltroni di primo acchito è simpatico. Appare moderato, gentile, mite. Anni fa la base lo preferì a D’Alema e molti furono delusi quando l’apparato gli scippò la vittoria. Ma il tempo è passato e ad alcuni miscredenti piace sempre meno: tutte le sue parole, tutte le sue iniziative e tutti i suoi atteggiamenti sono all’insegna del sorriso, della concordia, dell’unanimismo. Sembra nato per la festa, per la manifestazione culturale, per l’applauso. E col tempo questo lo rende meno simpatico.
La bontà è certo una qualità ma ha il dovere di rispondere ad alcune condizioni. In primo luogo deve essere efficiente. Non serve dire: “Bisognerebbe fare qualcosa contro la fame nel mondo”. La bontà verbale ed ottativa è priva di valore come un biglietto da tre dollari. Né basta dare un euro a favore dei bambini indiani affamati. Chi dà un euro per la fame nel mondo si compra solo un euro di buona coscienza.
Poi la bontà non deve essere né a spese altrui né controproducente. Molti considerano “buono” quel professore che promuove facilmente coloro che non lo meriterebbero, ma in questo senso bisognerebbe definire buona una bilancia che indicasse in cinquantacinque chili il peso di una donna di settantacinque. Chiunque abbia l’occhio umido parlando delle sofferenze dell’infanzia nei paesi poveri, ma si scandalizza all’idea del controllo delle nascite, è sciocco e gioca soltanto a fare il buono: come un chirurgo che piangesse sulla ferita di un malcapitato ma non ci mettesse le mani per non sporcarsi di sangue.
Ecco perché Veltroni può risultare urtante: gioca costantemente la carta della bontà ecumenica e dimentica che la politica è l’arte delle scelte. Da sindaco ha aggirato sorridendo tutti i problemi ma nella politica seria non si tratta di dire che è bene avere un ospedale nuovo e un carcere nuovo; è vero, la società ha bisogno sia di ospedali che di carceri ma a volte non ci sono i soldi per tutti e due. E non bisogna dimenticare che, se si preferisce l’ospedale, con ciò stesso si costringono i detenuti a vivere stretti come sardine e a soffrire in locali inadeguati. Dunque promettere la felicità a tutti e non parlare di progetti concreti è abuso della credulità popolare.
Nessun pasto è gratis. Veltroni può risparmiarsi i sorrisi soffici e le promesse ammiccanti: in politica sono merce avariata. Governare comporta delle scelte che non sempre sono condivise e non sempre suscitano solo applausi. Ché anzi, quando suscitano gli applausi di una parte, suscitano di solito i fischi dell’altra. Anche ad offrire a tutti il Cielo, ci sarebbe sempre lo scontento di quelli che temono le correnti d’aria.
Veltroni è osannato perché fino ad ora ha galleggiato come un festone di carta. Perché non si è fatto molti nemici come l’acre D’Alema. Ma fare politica è condurre un’eterna guerra e chi non si fa dei nemici è solo perché non combatte.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 24 giugno 2007


DUE GATTI IN UN POLLAIO
Lo scontro che si annuncia fra Padoa-Schioppa e i quattro ministri dell’estrema sinistra induce a riflessioni etologiche. La maggior parte dei maschi si batte per il diritto di accoppiarsi con le femmine: i leoni non tollerano rivali e attaccano senza esitazione qualunque altro maschio osi avvicinarsi al loro harem; i galli si azzuffano selvaggiamente e da qui è nata l’espressione due galli in un pollaio. La natura però, salvo incidenti, vieta che questa lotta vada a danno della specie stessa e per questo gli scontri, anche se violenti, raramente sono mortali.
Il caso dei gatti è particolare. Più che a due galli, somigliano a due paesi sull’orlo di una guerra. Si fronteggiano a lungo, magari in silenzio, e badando bene a non arretrare di un centimetro. Poi parlamentano con minacciosi e modulati miagolii. A volte ostentano sicurezza, permettendosi addirittura l’aria distratta, a volte ostentano aggressività, sgranando gli occhi, abbassando le orecchie, drizzando il pelo e mettendosi di tre quarti per sembrare più grossi. Infine, se tutto questo non basta, soffiano e magari lanciano una zampata per saggiare il terreno. Assistere a questi scontri può addirittura risultare noioso, tale è la pazienza di quelle bestioline. È chiaro che, a forze di minacce e atteggiamenti, vorrebbero vincere senza combattere. Certo, se dopo tutte queste conferenze di Monaco la pace risulta impossibile, si lotta eccome. Un maschio anziano ha parecchie cicatrici e le esibisce come un nobile tedesco portava sul viso le conseguenze della Mensur, lo scontro all’arma bianca fra studenti.
Nella politica italiana non ci sono galli. I ministri sono gatti che vorrebbero avere partita vinta senza far cadere il governo e perdere il loro stesso posto. Dunque tutti minacciano, soffiano, ma nessuno vuole correre rischi. Lo scontro è rituale, estenuante e poco serio. L’unica arma di cui dispongono i contendenti è il voto contrario ma si trovano nella condizione dell’ape che intanto può usare il suo pungiglione in quanto sia disposta a morire per averlo usato.
A questo punto, le ferme posizioni di Padoa-Schioppa da un lato e i duri moniti scritti dei quattro ministri comunisti dall’altro divengono semplicemente noiosi. I gatti arrivano spesso allo scontro, malgrado tutto, e c’è un vincitore; questi invece, sulla base di loro arcane valutazioni, alla fine cedono più o meno tutti e due. Oppure si mettono d’accordo per rinviare il problema. O infine lo mettono sul groppone di un terzo: ma nessuno combatte veramente la propria battaglia. Nessuno rischia. Nessuno va oltre la sceneggiata. Gli ideali irrinunciabili sono largamente rinunciabili e domani è un altro giorno.
Con lo stesso governo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 23 giugno 2007


Questa non è la prima guerra  civile palestinese
“C’è da aspettarsi che per mezzo secolo gli arabi si uccideranno a vicenda per vendicarsi di quanto è avvenuto”. Questa frase non è di oggi, anche se molti in Palestina la condividerebbero, ma è stata pronunciata nel 1938 da Raghib Nashashibi, autorevole leader della fazione palestinese moderata Partito della difesa nazionale, antenato diretto di quello di Abu Mazen. Una frase profetica, che si riferisce alla prima guerra civile palestinese, ben più feroce e sanguinaria di quella di queste settimane, che si svolse per tre anni, tra il 1936 e il 1939, intrecciandosi con una violenta azione antisionista e antibritannica (la Palestina era sotto mandato inglese), in un contesto straordinariamente simile a quello di oggi (fatte salve le ovvie differenze d’epoca). Fu infatti una rivolta innescata dal Partito nazionale palestinese, fondamentalista, fondato nel 1935 dal Gran Mufti Haj Amin al Husseini – cui Hamas si rifà esplicitamente – per impedire che la fazione nazionalista saldamente ancorata alla Giordania, come lo è oggi Abu Mazen, accettasse la soluzione “due popoli, due stati”, che allora si chiamava “Piano di partizione Peel” e che prevedeva la costituzione di un minuscolo stato ebraico su 5.000 chilometri quadrati e di uno stato arabo sulla quasi totalità del territorio. Chi oggi spiega il mattatoio chirurgico di Gaza, la ferocia dei miliziani di Hamas, come il prodotto della “esasperazione palestinese” e ne accolla la responsabilità politica a Israele – tra questi Massimo D’Alema e molti altri – guardi alla prima guerra civile palestinese, ai suoi attori così simili a quelli di oggi, agli schieramenti anch’essi identici e alla loro ferocia, ancora superiore. Guardi infine ai morti di allora, quattro volte quelli di oggi: mille i palestinesi uccisi da palestinesi dal 2004 a oggi, quattromilacinquecento tra il 1936 e il 1939. Guardi e si interroghi. (...) Clicca qui per proseguire nella lettura.

Carlo Panella, dal “Foglio”


LA ZAPPA SUI PIEDI
Hamas ha preso il potere a Gaza. Il fatto, nella sua brutalità, è facile da capire. Più complesso è cercare di capire l’origine di questo fatto e i suoi possibili sviluppi.
Già da prima si sapeva che nella Striscia Al Fatah era molto debole e screditata. L’Anp disponeva di un grande numero di uomini in divisa, ma essi erano poco motivati, male addestrati e spesso assunti su base di raccomandazioni. Tanto per dare loro uno stipendio. Inoltre l’organizzazione, per tanto tempo guidata da Arafat, è stata sempre e universalmente considerata un’accolita di profittatori, di disonesti e anzi di ladri che si appropriavano gran parte dei fondi destinati alla povera gente. Mahmud Abbas (Abu Mazen) e il suo governo non disponevano dunque né di un vero esercito né del sostegno della popolazione: la tentazione di una facile vittoria militare è stata irresistibile, anche se nessuno si aspettava un crollo così immediato e totale.
L’errore di questa mossa potrebbe invece essere politico. A volte, vincere sul campo, non che rappresentare la conclusione di una fase, costituisce l’inizio di nuovi e più gravi problemi. Certo, è meglio vincere che perdere, ma gestire la vittoria, farla fruttare piuttosto che procurarsi guai, ecco la vera impresa. Gaza ora è nelle mani di Hamas ma nel frattempo Israele potrebbe, sospendendo le forniture di elettricità, acqua e gas, strangolarla nel giro di un paio di settimane. Senza neppure sparare un colpo. Inoltre, malgrado la corruzione dell’Anp, Gaza ha vissuto in buona misura di beneficenza, cioè degli aiuti internazionali: e ora i paesi donatori non sono affatto disposti a fornirli ad un’organizzazione universalmente considerata terrorista: passato il momento dell’euforia e degli spari in aria (oltre che nei crani di parecchi membri di Al Fatah), come amministrare la quotidianità?
Il grande problema dell’Anp e di Mahmud Abbas è stato fino ad ora il fatto che Hamas ha vinto le elezioni ed è dunque stato legittimato a governare. Anche a ripetere che è un’organizzazione terroristica, afflitta da un programma insieme disumano e irrealistico (la totale cancellazione di Israele), ha vinto le elezioni e bisogna attenersi a questo fatto. Con l’invasione di Gaza invece Hamas ha privato se stesso di ogni legittimazione giuridica ed ha tolto alla controparte ogni scrupolo democratico. È difficilissimo dire di no alla maggioranza eletta, è facilissimo – ed anche pagante dal punto di vista internazionale – sbattere la porta in faccia ai golpisti e ai violenti. Fino allo sgarbo di escludere ogni forma di contatto e dialogo con gli ex-alleati di governo.
L’Anp è stata sconfitta sul campo, parecchi dei suoi membri hanno perso la vita, ma è saltata con entusiasmo sull’occasione di disporre in esclusiva del potere legale su tutti i Territori esclusa Gaza. Inoltre, essendo l’unica autorità legittima e riconosciuta all’estero, è certa di poter disporre delle riaperte fonti di finanziamento internazionale: Hamas invece si ritrova in un vicolo cieco. Gaza è un territorio estremamente piccolo, sovrappopolato, estremamente povero e tanto problematico che anni fa l’Egitto rinunciò volentieri alla sovranità su di esso. Inoltre, se vorrà farne l’avamposto della Siria, dell’Iran e soprattutto di Al Qaeda, rischierà di ritrovarsi contro non solo Israele, ma la comunità internazionale e soprattutto i governi dei paesi arabi vicini, a cominciare dall’Egitto.
Nelle tragedie greche gli dei non punivano il peccato. Non solo perché questo concetto non era moneta corrente, in quel tempo, ma anche perché la stessa religione non si faceva illusioni sulla natura umana. Il “male” era considerato quasi una normalità. Ciò che gli dei non tolleravano  e punivano severamente era l’eccesso, nel male: la hybris. Che dunque Hamas fosse terrorista, integralista, incapace di una fattiva politica, è stato sopportato. Viceversa, il tentativo di una presa violenta del potere totale rischia di essergli fatale. Per come appare la situazione attuale, potrà ancora esistere, potrà ancora trattare, ma da condizioni di debolezza e chiedendo permesso. Come un vinto piuttosto che come un vincitore.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 22 giugno 2007


NON È SERIO
Non si può essere per la coppia aperta solo dopo che tua moglie o tuo marito ti ha scoperto con l’amante. O meglio, si può, ma non è serio. Ora scopriamo un D’Alema che mette nello stesso letto politica e affari, perché oggi è naturale che sia così, dopo che per dodici anni il “conflitto d’interessi” e il “partito azienda” erano lezioncine da impartire agli elettori e scomuniche per via legislativa da infliggere agli avversari. Non si può parlare del clima del ’92 come di una sciagura imminente da scongiurare, quando sulle macerie giudiziarie del ’92 fu festosamente costruita una gioiosa macchina da guerra. Non si può sostenere con toni dottorali che Coop e Partito sono entità autonome e distinte, per poi spiegare con gli stessi toni dottorali che in fondo è ovvio che il Partito tifasse per le Coop fino al punto di trattare anche con qualche dc factotum. Non si può essere il figlio naturale di Berlinguer, ma anche l’armatore telefonico di operazioni bancarie. Non si può tacere per anni sugli eccessi della procura di Milano e non solo, e a un certo punto diventare ferocemente garantisti quando la finanza ha la fiamma rossa, altroché gialla. E magari c’è qualche domanda cui rispondere su quelle due identiche somme che insieme fanno quasi 50 milioni di euro nei conti immobili di due dirigenti di Unipol. Non ci si può mostrare magnanimi nei confronti del rivale, a opa morta e intercettazioni svelate, con l’arroganza di chi ritiene possibile ribaltare a tal punto il piano della verità da far ritenere in difficoltà l’opposizione e non, com’è invece, la maggioranza. Non ci si può improvvisare imprenditore liberale. Non è serio.
(articolo del “foglio”)


MOLLICHINE
Prodi ripetutamente fischiato. Il suo entourage: "Non si governa a colpi di applausometro". Vero. Così la pensava Ceausescu.

La battaglia dai radicali contro la pena di morte è un'impresa titanica. Ma non avendo l'appoggio di Scalfari qualche speranza l'ha.

In molti gridano "Buffone" a Prodi. Meno male che lui è obbligato a sentire "Puffone". E comunque "è una lecita critica politica".

Palazzo Chigi: i fischi non investivano Prodi ma "un contesto più generale". Insomma sparavano a Prodi ma avrebbero amato colpire anche qualcun altro.

Berlusconi, accusato d'avere scherzosamente ipotizzato il regicidio, per Prodi, avrebbe dovuto rettificare chiedendo un "buffonicidio".

Gianni Pardo


IL LETARGO DI PRODI
Il primo dovere di ogni organismo vivente è sopravvivere.  La cosa è facile per quegli animali, come gli squali, che sono al sommo della catena alimentare e vivono in un ambiente dalle caratteristiche sostanzialmente stabili. Al contrario, un animale come l’orso polare, pur essendo anch’egli al sommo della catena alimentare e pur essendo tanto più progredito dello squalo, vive in un ambiente così ostile che, per parecchi mesi l’anno, non potrebbe riuscire a nutrirsi. E per questo la natura ha inventato il letargo: fatta una buona provvista di grasso, si riducono al minimo le funzioni vitali, la temperatura corporea si abbassa, ci si addormenta in una buona cuccia e si aspetta per mesi il ritorno del sole.
La regola vale anche in politica. Se una compagine ministeriale si trova dinanzi al dilemma se agire e farsi detronizzare, oppure non farsi dei nemici e galleggiare, è comprensibile che rinunci a muoversi. Naviga a vista, si barcamena tra compromessi e rinvii e i suoi progetti non vanno oltre il mese. Anche perché, oltre, rischierebbe di  occuparsi dei problemi di un altro governo. Dunque il consumo di energie diminuisce, l’attività è sospesa e si sonnecchia: il governo è in letargo.
Ma ci sono delle differenze. L’orso deve pensare solo a se stesso. Mentre sonnecchia, le sue prede possono anzi considerare la sua assenza come una benedizione. Viceversa, mentre il governo sonnecchia, il paese rimane ben sveglio e lo guarda con crescente irritazione. Vede la maggioranza aspramente rissosa e bloccata dai veti incrociati che si dimena per un risultato di totale inefficienza, anzi per un’operazione a somma zero; e i più sarcastici arrivano a chiedersi se stia giocando alla guerra o al Monopoli.

Il governo italiano è in questa situazione problematica. Sarebbe facile infierire, magari moraleggiando a destra e a manca. Ma è stupido parlare dell’ottusità dello squalo o della crudeltà della tigre e nello stesso modo bisogna assolvere i politici che vogliono mantenere la loro poltrona di ministro, sottosegretario o parlamentare. Forse non è politicamente comprensibile, ma etologicamente lo è. Fra l’altro, i politici più attenti sanno che gli elettori sono di corta memoria e un avvenimento sopravvenuto a un paio di settimane dalle elezioni potrebbe ribaltare tutte le previsioni. Basti pensare ai molti meriti del governo Aznar e al modo in cui è stato eletto Zapatero. Dunque, galleggiando, oltre al vantaggio della carica presente, non è detto che non si lucri qualcosa in futuro.
Il paese impreca e dimentica l’aneddoto del generale che, dinanzi a immani distruzioni, distese di cadaveri e soldati in fuga, sospirò: “Non potrebbe andar peggio”; il suo aiutante obiettò: “Per la verità potrebbe, signore”. “E come, di grazia?” “Potrebbe anche piovere”. Anche per quanto riguarda la politica potrebbe anche piovere. Un governo condizionato dai partiti di estrema sinistra potrebbe essere costretto a varare pessime leggi: e a questo punto uno benedice il letargo.
Il problema è che il passaggio del tempo non è privo di conseguenze. È vero che non far nulla significa anche non far male, ma c’è anche il pericolo di non evitare un disastro. L’Italia si trova dinanzi a serie scadenze: il famoso “scalone”, la “Tav”, l’emergenza rifiuti, e tutti gli altri nodi che vengono al pettine. Qui il letargo non basta più.
L’attuale incapacità di direzione non deriva dalla prudenza. E neppure dall’ignavia. Deriva puramente e semplicemente dalla paura. Il paese tocca il suo livello più basso e se ne rende acutamente conto. Per questo sommerge di fischi, ovunque l’incontri, il Primo Ministro: ma questi è colpevole solo di essere tale, infatti non comanda certo la sua maggioranza.
L’Italia è una zattera. La congiuntura internazionale è abbastanza favorevole e non l’ha ancora condotta a sbattere contro gli scogli: ma sentirsi abbandonati alle correnti e al vento è terribile. Soprattutto nel momento in cui la Germania, mettendo al bando le faide di guelfi e ghibellini, raddrizza il timone dell’economia, e la Francia vede all’opera un governo coeso, decisionista e sostenuto da un’ampia maggioranza.
Se solo l’Italia disponesse di meccanismi di autotutela, è probabile che si scrollerebbe di dosso questa situazione politica come un cane si libera dall’acqua, in un’aureola di spruzzi,  quando emerge dal mare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -20 giugno 2007

CONTRO IL PENSIERINO UNICO
Dal Financial Timescommento del presidente ceco Vaclav Klaus sul tema delle politiche climatiche. "Da persona che ha vissuto sotto il comunismo per la maggior parte della sua vita - scrive Klaus - mi sento in dovere di dire vedo la più grave minaccia alla libertà, alla democrazia, all'economia di mercato e alla prosperità non nel comunismo, ma nell'ambientalismo. Questa ideologia vuole sostituire la libera e spontanea evoluzione del genere umano con una sorta di pianificazione centrale (ora globale)".
Capperi!


PACE IN CAMBIO DI PACE
E' molto difficile capire  quello che passa nella testa  di Abu Mazen.
E' appena uscito da una guerra civile che non e' ancora finita, ha sulle spalle la responsabilita' di essere stato per tutti questi anni, dalla morte del suo infame predecessore, una specie di mummia e adesso, appena fatto il nuovo governo a Ramallah, ecco che, tutto ringalluzzito,  incomincia  a spiattellare le sue pretese.
Chiede soldi, chiede aiuti, chiede la liberazione dei prigionieri e, anatema, vuole che Israele rilasci un  pluriassassino condannato a 5 regastoli, quel Marwan Barghouti, capo dei Tanzim, la famigerata polizia di Arafat, dalle cui fila sono usciti molti degli assassini suicidi che hanno fatto stragi in Israele.
La nuova situazione seguita al "colpo di stato"di hamas a Gaza crea nuove speranze e la possibilita' di avere diversi rapporti con il nuovo governo di Ramallah.
Israele ha fatto capire chiaramente di essere disposto a trattare con Abu Mazen purche' Hamastan venga isolato e non possa piu' nuocere alle possibilita' di pace e purche', aggiungo io,  Abu Mazen non voglia  cose che nessun politico  di un paese aggressore e terrorista puo' avere la faccia tosta di pretendere.
Personalmente non sono ottimista, i palestinesi sono palestinesi e quelli di Ramallah sono gli stessi che ballavano per le strade e nelle piazze ogni volta che un kamikaze faceva strage in Israele.
Sono gli stessi che a Gaza, in questi giorni,  hanno commesso atrocita' inenarrabili, entrando nelle case, sparando a bruciapelo a famiglie intere, gettando dal 15simo piano  di un edificio giovani legati mani e piedi, sparando per le strade sulla folla.
I palestinesi sono sempre quelli dell'assassinio cumulativo, sparare nel mucchio , far esplodere autobus e bar e ristoranti con le loro stramaledette bombe umane.
I palestinesi sono ancora quelli educati all'odio e alla ferocia dalla scuola materna fino al giuramento  davanti al Corano e al kalashnikof  con la fascia verde dell'Islam sopra il passamontagna nero e il giubbotto esplosivo stretto al petto.
Non credo che quelli di Ramallah siano diversi.
Vogliamo dargli una chance? benissimo ma sono loro che devono ascoltare le nostre richieste, non noi le loro. Chi ha sempre aggredito e rifiutato ogni dialogo per obbedire agli ordini di Arafat "gettare gli ebrei in mare",  adesso deve accettare le decisioni altrui , chi ha educato i propri figli a diventare assassini deve  chinare la testa  e dimostrare di voler cambiare.

I palestinesi sono sempre stati abituati a pretendere, sono stati viziati dai loro ammiratori sparsi per il mondo, qualsiasi cosa facessero, qualsiasi atrocita' commettessero era scusata e capita in nome dell'"occupazione", in nome della favoletta fatta diventare realta' dalla propaganda  di "popolo cui i perfidi ebrei hanno rubato la terra".
Adesso basta!
Adesso si spera che il mondo, che ha sempre guardato altrove quando le atrocita' e la barbarie venivano fatte contro Israele, capisca, non puo' non aver visto che la barbarie fa parte della loro cultura al punto che possono trucidare la loro stessa gente, bambini compresi.
Chissa' se i pacifinti, adesso cosi' silenziosi, ( vergogna? Imbarazzo?) si rendono conto di che genere di gente hanno protetto finora.
Chissa' se quei delinquentucoli che bruciavano bandiere urlando "palestina libera- Palestina rossa" riusciranno a capire che la loro Palestina altro non era che un crogiuolo di criminali assassini e che potrebbe nascere una nuova Palestina soltanto se quei criminali assassini verranno isolati a Gaza come a Ramallah.
Chissa' se qualcuno ammettera' che la Palestina , per poter avvicinarsi ad  essere una democrazia, non potra' mai essere rossa come vorrebbero i figli di Arafat, i vari Diliberto, Agnoletto e loro seguaci urlanti, ne' rossa come  il sangue sparso da hamas, men che  meno rossa come il sangue dei nostri figli.
La nuova Palestina  dovra' adottare il colore del lavoro, della convivenza, del rispetto e della liberta' se no morira' per sempre.
Mi torna alla mente l'aneddoto su Sharon durante un pranzo con Condoleeza Rice nella sua fattoria nel Neghev.
Sharon elencava a una sorpresissima Condoleeza tutte le disgrazie dei palestinesi , poveri , governati male, bisognosi di tutto, succubi di una dittatura.... "Peccato che siano anche , disse a un certo punto Sharon e, rivolgendosi  al suo segretario gli chiese, facendogli andare per traverso l'avocado che stava gustando, "come si dice in inglese  assetati di sangue e traditori?"

A questo punto e' stato il turno di Condie di farsi andare per traverso l'avocado.
Nessuno conosceva i palestinesi meglio di Sharon, li aveva combattuti, salvati dalle stragi arabe contro di loro, li aveva come vicini di casa. Li conosceva come le sue tasche e non si faceva troppe illusioni!
Bene,   i palestinesi, almeno quelli del West Bank,  devono cessare di essere assetati di sangue e traditori  se vogliono entrare a far parte del consesso civile, devono dimenticare la scuola dell'odio di Arafat e soprattutto devono piantarla di mendicare soldi per produrre morte .
E Gaza?  Gaza continua ad essere mantenuta da Israele che la rifornisce di acqua, elettricita', cibo, medicinali.
Paradossalmente chi dichiara apertamente di volere la distruzione di Israele accetta gli aiuti dal Paese che vuole eliminare.
Perche' non li aiuta l'Egitto?  Perche' un paese arabo non si decide di  soccorrere altri arabi?
Perche' l'Egitto non si riprende Gaza? ormai tutti hanno capito che quelli la' non potranno mai diventare una nazione, sono dei barbari , degli inetti incapaci di autogestirsi.
Gaza va isolata o hamas va distrutto non ci sono altrenative.
E finiamola di chiedere a Israele di dare, di fare, di mantenere.
Adesso si parla , sempre piu' insistentemente, di restituire il Golan alla Siria in cambio della cessazione del terrorismo.
Per chi fosse ottenebrato dalla propaganda  voglio fare una brevissima lezioncina di storia e geografia.
Il Golan non e' siriano.
Il Golan, la Siria, l'Iraq hanno fatto parte del Mandato Francese di Palestina, come il resto era sotto la sovranita'  del Mandato Britannico.
Questa la situazione  dalla fine della Grande Guerra fino al 1947, prima, per 400 anni,  tutto era proprieta' dell'Impero ottomano.
La Siria  che ha ottenuto l'indipendenza nel 1947 si e' impossessata del Golan, pur non avendo nessun tipo di legame storico con quel territorio , soltanto per poter dominare Israele e sparare sugli ebrei.
La Siria ha mantenuto la sovranita' sul Golan fino al 1967.
Quanto fa? Vent'anni.

In questi 20 anni la Siria non ha fatto altro che sparare, non ha costruito un villaggio, una stalla, non ha coltivato un solo filo d'erba.
Israele ha conquistato il Golan nel 1967 ed e' tuttora  israeliano .
Dal 1967 a oggi quanto fa? Quarant' anni giusti giusti.
In questi 40 anni  Israele ha costruito citta',  kibbuz, coltivato a perdita d'occhio  vigneti che producono l'ottimo vino del Golan, ha creato allevamenti di mucche e di cavalli.
L'altipiano e' verde come uno smeraldo e , grazie ai mulini, fornisce energia pulita a mezzo Israele. Sono ritornate persino le cicogne e gli uccelli migratori che  durante l'occupazione siriana avevano cambiato rotta a causa dei continui spari.
Allora,  adesso qualcuno deve spiegarmi, in modo chiaro e convincente, perche' 20 anni  di spari siriani valgono di piu' di 40 anni di lavoro e dedizione israeliani?
Israele e' l'unico paese al mondo che ha restituito territori legittimamente conquistati durante guerre di aggressione.
Non esistono altri esempi, nessuno costringe Slovenia e Croazia a restituire l'Istria all'Italia, nessuno cosrtinge la Francia a restituire all'Italia Nizza e la Corsica. E nessuno costringe l'Italia a restituire il Sudtirol all'Austria per non parlare di tutti i territori passati di mano durante la seconda guerra mondiale.
Allora chi e' in grado di spiegare perche' da Israele si pretendono passi mai richiesti a nessuno?
Perche' gli arabi che possiedono il 99,99% di tutto il Medio Oriente , per convincersi a fare la pace con Israele, devono chiedere altra terra, mai sazi , mai paghi, interessati soltanto a rendere Israele sempre piu' minuscolo e vulnerabile.
La pace si da per altra pace, volere in cambio territori conquistati da chi ha vinto tutte le guerre da cui si e' strenuamente difeso, e' immorale, ingiusto, inaccettabile.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

DI CHE PARLA IL GIORNALE?
Se si chiedesse: di che parla il giornale? La risposta più ovvia sarebbe “di tutto”. Ma non è esattamente così. È vero, parla di storia, di arte, di scienza, ma solo nelle pagine culturali. Quando ci sono. In realtà, l’oggetto principale dei quotidiani è l’attualità. In questo senso sono più “giornalistici” i necrologi (perché riguardano una notizia fresca) che gli elzeviri.
L’attualità si divide in due grandi sezioni: il recente passato e il prossimo futuro. Se, nella cronaca si parla di un efferato delitto, è perché esso è stato appena commesso. Se ancora non è noto il colpevole ci si pone qualche problema rispetto al futuro, come eco dell’avvenimento stesso: chi pagherà per il mal fatto, se ci sono complici, se c’è modo di evitare che simili sciagure siano evitate, ma fondamentalmente rimane un avvenimento ormai consegnato alla storia minima e infatti i titoli che lo riguardano divengono sempre più piccoli finché di quel delitto non si parla più. Viceversa, l’argomento principe dei grandi giornali è il futuro. In particolare il futuro della politica nazionale e il futuro della politica internazionale. In questo campo, ogni avvenimento, oltre ad essere interessante di per sé, è significativo: e non solo in relazione ai suoi propri sviluppi, ma per gli effetti vicini, lontani e collaterali, in una trama complessa e pressoché infinita. Per questo, la maggior parte degli articoli sviscera il fatto, e questo impegno, che trasforma i giornalisti, che lo vogliano o no, in altrettante sibille, nasce dal fatto che il futuro importa più del passato. Se, come dice il proverbio, è inutile piangere sul latte versato, è certo utile cercare di non versarne altro.
Questa natura dei giornali spiega anche la loro caducità. Mentre un libro di storia per le scuole medie conserva una sua validità anche dieci o venti anni dopo la sua pubblicazione, un giornale vecchio di un mese è totalmente inservibile: o ciò che prevedeva non si è avverato ed è dunque inutile stare a parlarne, oppure se ne sa molto di più di allora e in termini di certezza per giunta. I giornalisti tutto questo lo sanno anche nel momento in cui scrivono: ma non possono esimersi – perché lo faranno anche i lettori - dall’almanaccare sulla base dei pochi dati di cui si dispone. Nessuno aspetta un mese per saperne di più, e tutti vorrebbero sapere tutto subito.
I giornali d’opinione sono passati da mezzo di conoscenza dei fatti ad espressione dell’ansia esistenziale dell’uomo. Se per esempio si verificano quattro o cinque drammatiche violenze carnali nel giro d’una settimana, i lettori cominciano a chiedersi se non sia in atto una nuova tendenza della criminalità; se non sia necessario reagire con una diversa politica di repressione; se non si sia di fronte ad un allarmante sintomo di deviazione sessuale della società. In realtà, presto tutto si acquieta e si rientra nella normalità: tuttavia per qualche giorno l’argomento di conversazione è stato quello e i giornalisti non hanno mancato di amplificarlo, drammatizzarlo, colorirlo. E sempre nella direzione dei più apprensivi dei loro lettori.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 18 giugno 2007


APPELLO, UNA FIRMA
L'articolo di Gad Lerner uscito su Vanity Fair è un attacco a Magdi Allam, che noi ebrei non possiamo lasciar passare sotto silenzio. Abbiamo, singolarmente, espresso a Magdi tutta la nostra solidarietà e indignazione per le ignobili parole di Lerner.
Che, oltre ad essere tali, possono essere, se non giustificate, almeno spiegate. Magdi Allam è in Italia, lui musulmano, una delle poche persone che ha capito il dramma di Israele di fronte alla minaccia del fondamentalismo islamico.
Questa sua dedizione gli è stata riconosciuta a Gerusalemme, con l'attribuzione del Premio Dan David  e a Washington con il Mass Media Award dall'American Jewish Commettee, due istituzioni che non praticano abitualmente lo sport di attaccare Israele, come capita a certi ebrei.
Magdi vive da anni sotto scorta per il coraggio con il quale difende Israele, è stato minacciato di morte e la sua vita è quindi ogni giorno in serio pericolo.
Non entriamo in merito al testo di Lerner, ci limitiamo ad accluderlo per chi non lo conoscesse.
Chiediamo agli ebrei italiani di firmare questo atto di amicizia e solidarietà per far giungere a Magdi Allam una voce sincera di amicizia e ringraziamento per il suo coraggioso e onesto impegno in favore della verità e della giustizia. E, come lui scrive sempre, per la vita contro la morte.

Amici, qella qui sopra e' una lettera di protesta contro Gad Lerner il quale ha scritto a Magdi Allam una lettera offensiva e veramente ignobile che è possibile leggere cliccando qui.
Servono molte firme, vi prego di firmare e di rispedire il tutto a questo indirizzo:

segreamar@fastwebnet.it

Grazie
Deborah


LA VITTORIA DI HAMAS È RELIGIOSA
In Europa e nel mondo la vittoria di Hamas su Fatah è vista come la vittoria degli estremisti - e forse dei terroristi - sui moderati. Dal punto di vista interno invece essa è vista come una vittoria del bene sul male, cioè come una vittoria religiosa. Questo giudizio locale si spiega con la diversa ideologia dei due gruppi e con la storia di Al Fatah.
Il gruppo che per lungo tempo ha fatto capo all’Olp e ad Arafat ha proclamato l’intenzione di ottenere, con i negoziati e con le armi, una patria libera, cioè l’indipendenza della Palestina. Ha avuto uno scopo politico. Riguardo ad Israele, pur considerando un ideale desiderabile la sua eliminazione, si è adattato all’idea di un vantaggioso compromesso: basti pensare agli accordi di Oslo. Di fatto da un lato Arafat, nel momento in cui gli è stato concesso il massimo (indipendenza sul 96% del territorio), ha detto di no, dall’altro i palestinesi hanno sempre posto condizioni impossibili dal punto di vista Israeliano. Qui si vuole però soltanto sottolineare che Al Fatah non ha rifiutato in assoluto una pace con Israele: ne ha rifiutato i termini.
Hamas è un raggruppamento integralista e religioso. Per esso Israele - in quanto insediamento non musulmano su una terra musulmana - è inammissibile e bisogna eliminarla. Lo scopo dell’organizzazione è solo secondariamente politico: l’indipendenza e la sovranità palestinese (anche sul territorio attualmente occupato da Israele) sarebbero un sottoprodotto dell’azione religiosa. L’azione, riguardo ad Israele, non è “più risoluta” di quella di Al Fatah, è “diversa”. Hitler non voleva distruggere la Cecoslovacchia, voleva annetterla (azione politica). Viceversa non voleva qualcosa dagli ebrei, voleva ucciderli (azione para-religiosa).
L’atteggiamento di questi palestinesi è così profondamente religioso che essi non si curano affatto della plausibilità  politica, militare o umana del loro progetto. Non si curano dei costi in termini di dolore e miseria della loro azione. Prova ne sia che spendono anche con estrema disinvoltura la vita dei civili e dei propri stessi adepti. Il fatto è che per i fanatici religiosi il messaggio della realtà passa in secondo piano e ignorarlo appare anzi nobile ed eroico. Cercare di spiegare ad Hamas che la sua azione è rovinosa per tutti, e in primo luogo per i palestinesi, sarebbe come cercare di spiegare a S.Francesco che è meglio aiutare i poveri aprendo fabbriche.
Impossibile è pure spiegare che mentre i palestinesi hanno il progetto di distruggere Israele ma non ne hanno i mezzi, Israele ha i mezzi per distruggere tutti loro e la cosa è stata attuata più volte nell’antichità. Qualcuno obietterebbe che non siamo più nell’antichità: ma il progetto di Hamas di distruggere Israele è arcaico o attuale?
Il successo di questa organizzazione presso la popolazione palestinese è stato favorito da alcuni fattori. In primo luogo, la massa dei palestinesi è molto povera, molto ignorante e pressoché priva di senso critico. In secondo luogo Arafat e soci hanno approfittato per anni degli aiuti internazionali e dell’anarchia palestinese per guadagnarsi l’imperitura fama di corrotti e profittatori a spese della povera gente. In terzo luogo, tutti i paesi arabi, per fini di demagogia, hanno sostenuto le rivendicazioni  palestinesi più o meno nei termini poi adottati da Hamas ed hanno dunque preparato il terreno per l’accettazione di un progetto irrealistico, rovinoso e disumano.
L’idea che, dopo la vittoria di Hamas a Gaza, si tratti soltanto di dialogare con una nuova realtà, dimostra che proprio non si comprende il fenomeno. Sarebbe come se lo zar, per evitare problemi con Lenin, gli avesse offerto il rettorato dell’università di Kiev. Hamas rappresenta un pericolo non tanto per Israele – cittadella fortificata - quanto per tutti i paesi arabi. Gaza potrebbe trasformarsi in una centrale del terrorismo e in un esempio per tutti gli estremisti islamici che considerano un’illegalità l’esistenza stessa di un governo laico. Sarebbe una replica ravvicinata del cancro iraniano. Ma mentre l’Iran è stanco degli ayatollah e un giorno o l’altro li scaccerà, per la Palestina, tanto più povera, tanto più arretrata e tanto più ignorante, non si vede luce di speranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 16 giugno 2007


MOLLICHINE
D’Alema sui raid israeliani: “C’è da dubitare che siano mirati, visto il bilancio”. Se fossero ben mirati, lui sarebbe forse vivo?

Il Tesoretto sia utilizzato per dipingere di blu tutte le case di Roma. Ognuno deve fare una proposta, no?

Il governo ha precisato le condizioni per gli acquirenti dell’Alitalia: si dovranno  impegnare a pagare gli stipendi e a non far volare gli aerei.

Haniye, leader Hamas: “Andremo avanti fino alla vittoria o al martirio”. Certo, se lascia la scelta agli israeliani…

Rutelli si è detto “preoccupato” perché Priebke (93 anni) potrà uscire di casa per motivi di lavoro. Noi ci preoccupiamo per la salute mentale di Rutelli.

"Hamas respinge qualsiasi dispiegamento di forze straniere nella Striscia di Gaza" e così salva la faccia di D’Alema e la vita dei soldati italiani.

Prodi intende “affrontare in maniera radicale l’emergenza rifiuti”. Forse col metodo Visco: “Da domani è severamente vietato produrre rifiuti”.

Dal Foglio: “L’[estrema] sinistra chiede l’abbassamento dell’età pensionabile, l’aumento delle pensioni minime e dei salari bassi; la lotta alla precarietà e l’abbassamento dell’Ici”. Per la moglie ubriaca si sta attrezzando.

Intercettazioni telefoniche, D’Alema: “Uno spettacolo indecente”. E se lo dice il protagonista!

Gianni Pardo

FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA?
Quando sono fatti oggetto di un’indagine giudiziaria, molti si precipitano a dire: “Esprimo la più completa fiducia nella magistratura”. L’affermazione è imprudente. Essa implica due concetti, uno più discutibile dell’altro. In primo luogo, la riaffermazione della propria innocenza che, come sa chi mai abbia frequentato un Palazzo di Giustizia, lascia il tempo che trova; anche un fresco uditore giudiziario sa che i penitenziari sono stracolmi d’innocenti. Inoltre la coscienza della propria innocenza non è sufficiente prova dell’innocenza stessa: uno può interpretare come lecito un proprio atto che il Tribunale invece considera reato. In secondo luogo, dal momento che all’incirca la metà degli imputati alla fine è assolta, perché avere fiducia nella magistratura, se i casi in cui sbaglia pareggiano quasi quelli in cui fa giustizia? Come avere fiducia in quei magistrati  che hanno accusato per anni persone poi risultate innocenti?
Né molto meglio vanno le cose con la giustizia civile. Un’amica avvocata, anziana e piena d’esperienza, diceva che non commetteva mai l’imprudenza di dire ad un cliente: “Lei ha ragione da vendere e dunque vinceremo”. Confidava anzi d’essere più contenta se il suo cliente aveva chiaramente in torto: “Habent sua sidera lites, le liti dipendono dalle stelle, e il risultato di un processo è sempre incerto, diceva; dunque se andrà male non avremo perso nulla. Ma potrebbe anche andar bene”. Che non è il colmo, in materia di certezza del diritto.
La legge non considera infallibile la magistratura e non esclude l’errore umano dalle aule di giustizia. Se essa avesse “intera fiducia” nel primo giudizio, non ne prevedrebbe certo un secondo esattamente sulla stessa materia, l’appello, e magari un terzo, se si conta la Cassazione. La mitizzazione dei magistrati è un atteggiamento che non si permette nemmeno l’ordinamento giuridico.
Qualcuno potrebbe giudicare queste considerazioni l’espressione di un qualunquismo cinico ma il massimo di sfiducia, in questo campo, l’ha espresso uno dei pochi giganti giuridici che l’Italia abbia avuto nel secolo scorso, Piero Calamandrei. L’illustre studioso è arrivato a scrivere, con una punta d’umorismo, questa frase memorabile: “Se mi accusassero di avere rubato la Torre di Pisa, mi darei alla latitanza”. Forse tanti assessori di provincia, tanti deputati insignificanti, tanti alti funzionari conoscono il diritto e la magistratura meglio di Calamandrei?
I magistrati, benché fallibili come tutti gli esseri umani, sono nella grande maggioranza onesti, competenti e scrupolosi. È dunque ragionevole esprimere speranza nella giustizia: ma fiducia no. “In God we trust”, potremmo dire con gli americani: ma solo “in God”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 14 giugno 2007

Per caso, avendo perduto il file, ho dato come chiave di ricerca la parola “Calamandrei” ed ho anche trovato, più o meno sullo stesso tema, un articolo del 2000 che allego per chi avesse tempo da dedicare alla lettura.
CRAXI E LA FIDUCIA NELLA GIUSTIZIA
Molti rimproverano a Craxi di non essere rimasto in Italia e di non avere affrontato i processi che gli venivano intentati, a costo di finire in carcere: come sarebbe certamente avvenuto. Questa tesi, sostenuta da firme autorevolissime quali quella di Montanelli e di Sergio Romano, sembra riposare su un principio indefettibile: l’Amministrazione della Giustizia è in sé un tale valore, che in nessun caso si ha il diritto di sottrarsi ad essa. Per sostenere questa tesi, bisogna credere che prima o poi essa si riveli effettivamente giusta. Diversamente bisognerebbe richiedere a tutti di non sottrarsi alla giustizia neppure se si è ragionevolmente sicuri che si sarà condannati pur essendo innocenti. Cosa francamente eccessiva. La tesi dei Montanelli, dei Romano e degli altri va dunque interpretata nel senso che, pur ammettendo che si incontra qualche giudice fazioso e scorretto, in totale la classe dei giudicanti
è di tale livello che l’innocente può avere la ragionevole certezza di ottenere giustizia. Ma questa tesi non convince per parecchie ragioni.
Innanzi tutto è falso che l’esistenza di un singolo giudice fazioso impunito (come avviene in Italia), non sia molto importante. Se questo unico giudice scorretto è colui che può decidere della libertà di un cittadino, per parecchi mesi, che importa a costui sapere che, dopo qualche anno, altri giudici gli diranno che non meritava di stare in galera? E che importa ad un uomo politico l’assoluzione, anni dopo, se anni prima l’avviso di garanzia è stato sufficiente a fargli perdere il posto di ministro?
In secondo luogo, è assurdo fidarsi di qualcosa d’astratto – la Giustizia – dimenticando che in concreto essa è amministrata da uomini di carne e sangue, soggetti alle passioni e soprattutto a quelle politiche e religiose.
Proprio per questo i giudici sono pericolosissimi, quando hanno prevalentemente idee di sinistra: perché il marxismo è insieme una teoria politica e una religione.
Nella Repubblica di Venezia i giudici erano tenuti segreti, e anche i denuncianti potevano esserlo. Questo deve essere sembrato un buon metodo per scindere la giustizia dall’umanità di coloro che per essa operano. Nondimeno anche questa giustizia, apparentemente impersonale, era amministrata da uomini, con tutti i loro difetti.
La fiducia nei giudici non può essere un dogma al quale bisogna conformarsi al prezzo della libertà. Altrimenti bisognerebbe rivalutare la Santa Inquisizione. Non solo questa si fondava su una certezza, quella religiosa, di livello superiore a quella laica, ma l’eretico che ritrattava i propri errori era liberato, mentre altrettanto non si può dire avvenga nelle corti laiche. Per esempio nell’Unione Sovietica degli anni Trenta.
A contraddire Montanelli e Romano si può invocare la testimonianza di due personaggi non meno importanti. Calamandrei ha affermato che se fosse stato accusato d’avere rubato la Torre di Pisa si sarebbe dato alla latitanza e Tucidide ha scritto che nessuno, potendo ricorrere alla forza, ricorre alla giustizia. Craxi ha dunque fatto bene ad andare esule in Tunisia. La vita umana è troppo breve per aspettare il giudizio della storia e a volte è troppo breve anche per aspettare quello della Corte di Cassazione. La cosiddetta giustizia è stata capace di mettersi a correre per condannare Craxi mentre per Andreotti, se fosse stato condannato, visti i tempi del primo grado, il giudizio della Cassazione non si sarebbe neanche avuto. Dai tempi di papa Formoso nessuno ha più processato i defunti.
L’uomo ragionevole non si fida né dei giudici, né dei medici, né dei religiosi e neppure degli idraulici. Se lo scaldabagno allaga la casa bisogna certo chiamare il tecnico, ma sarebbe un errore essere sicuri che porrà rimedio al guasto: bisogna chiamarlo e poi sperare che lo ripari. Nello stesso modo, bisogna sottoporsi ad un’operazione chirurgica necessaria ma si devono evitare quelle non necessarie, soprattutto se c’è una soluzione alternativa. Per Craxi, la soluzione alternativa è stata l’esilio.

 Gianni Pardo - Testo scritto nel 2000

Adesso rivogliono Israele.
Per 40 anni gli ammiratori dei palestinesi  hanno messo in croce Israele!
Per 40 anni hanno urlato, bruciato bandiere, scandito slogan su Israele che deve morire, su Israele che e' nazista, su Israele che occupa la terra dei palestinesi.

Per 40 anni hanno considerato Arafat un santo e hanno sempre negato che fosse la mostruosita'  che in realta' era e il peggior nemico dei palestinesi portati da lui alla distruzione morale e materiale.
Per 40 anni hanno travolto  la verita' storica giurando che i palestinesi erano gli autoctoni , anche se arrivati solo alla fine dell'800 dai paesi arabi circostanti, e che gli ebrei, qui da 5000 anni,  avevano rubato le loro terre. Per 40 anni hanno accusato Israele di ogni nefandezza e porcheria e negato il diritto degli ebrei di vivere nel proprio paese.
Per 40 anni ci hanno derisi perche' dicevamo  che l'unico obiettivo palestinese era la distruzione di Israele affinche' tutto il territorio diventasse arabo e la Palestina mandataria fosse divisa tra Giordania e Siria.
Per 40 anni hanno negato che i paesi arabi  usassero questa gente solo come arma per la distruzione di Israele e come propaganda per mettere il mondo contro di noi e non avessero nessuna intenzione di dar loro un paese.
Per 40 anni Israele e' stato ritenuto e accusato di essere l'unico responsabile delle disgrazie palestinesi e per 40 anni ogni tentativo di arrivare ad un accordo e' stato considerato inadeguato ai diritti presunti dei palestinesi.
Persino la maggioranza dei territori, persino Gerusalemme Est, niente era abbastanza, volevano tutto, volevano Tel Aviv, Jaffo, Haifa e , come predicava sputacchiando il loro leader, volevano gli ebrei in mare. 
Per 40 anni ci hanno perseguitati con risoluzioni ONU , Israele  ne ha ricevute a centinaia, infinite volte di piu' di paesi come l'Uganda, la Cina, le dittature arabo/islamiche.
E per 40 anni hanno rotto i coglioni e minacciato Israele, condannato Israele, demonizzato Israele, boicottato Israele, negato a Israele il diritto di esistere e di difendersi dal terrorismo. Hanno gridato "Palestina libera Palestina rossa" e adesso che la Palestina e' rossa di sangue saranno soddisfatti. 
Bene, benissimo ,  i nodi vengono  al pettine, l'ANP e' ormai un rottame alla deriva e Hamas sta prendendo il potere su tutta la Striscia di Gaza, la guerra civile e' scoppiata e i palestinesi si ammazzano tra loro con la stessa ferocia con cui ammazzano gli israeliani.
Il mondo e' preoccupato, finalmente e, dopo aver tentato di censurare le guerra interna palestinese per non far sfigurare i loro protetti, i media parlano apertamente di quello che sta accadendo a Gaza ma non danno soluzioni.

Strano, ne hanno sempre date a iosa a Israele, doveva fare questo, doveva  fare quello, doveva  accettare tutte le condizioni, doveva ritirarsi e quando si ritirava sbagliava comunque perche' doveva restare per insegnar loro a lavorare, poverini. Se Israele rifiutava di ritirarsi dentro le linee armistiziali del 67 o del 48  allora era intransigente  e, se attaccato dal terrorismo, era anche  inadeguatamente esagerato nelle reazioni.
Adesso questi paladini del nulla  hanno il quadro della situazione, i territori sono scoppiati, da una parte hamas col primo ministro dell'ANP, Hanniyeh, terrorista e criminale.
Dall'altra Fatah col presidente dell'ANP , Abu Mazen, imbelle e quasi incapace di parlare.
Tra i due vediamo faide e bande di gangster che si ammazzano a vicenda e una popolazione che dopo aver adorato per 40 anni il folle assassino che li ha portati alla rovina, ha irresponsabilmente votato Hamas che sta completando l'opera di Arafat detto Arraffa.  
Stanno scappando, stanno demolendo le reti di confine tra Gaza e l'Egitto per allontanarsi dai territori.
Intanto due di loro, per non perdere l'abitudine alla morte,  due mamme, una di queste incinta, hanno tentato di andare a fare le kamikaze in Israele, dovevano ammazzare ebrei, ammazzandosi, a Tel Aviv e a Natanya.
Ma dove hanno la testa? ma dove hanno il senso della vita? Dove hanno l'anima?
L'unica popolazione che per 60 anni accetta di stare rinchiusa nei campi profughi, l'unica popolazione che, avendo l'opportunita' di votare, elegge il peggio del peggio forse non merita niente di piu' di quello che ha.
Non mi fanno pena, mi dispiace ma non mi fanno pena,  sono responsabili della loro rovina, colpevoli di aver sempre accettato l'idea che Israele andava distrutto, rei di aver educato i loro stessi figli nella cultura della morte e di averli mandati a morire per ammazzare gli ebrei.
Adesso gridano di voler di nuovo Israele.
Sanno che la palestina non esistera' mai perche' un popolo deve essere pronto per avere uno stato, un popolo deve essere soprattutto un popolo non un'accozzaglia di bande  mafiose.
Hanno gettato alle ortiche ogni possibilita' di fare qualcosa, di avere qualcosa, di creare e costruire, hanno scelto la morte e la distruzione e adesso sono nelle mani degli eredi del demonio che li ha ridotti cosi'.
Andassero almeno a sputare sulla sua tomba.
 
Deborah Fait.  - www.informazionecorretta.com

VECCHIA E NUOVA RETORICA
(Shakespeare e Barbara Spinelli)

Il concetto di “retta ragione” fu molto usato in teologia. Gli studiosi medievali sapevano che non si può convincere nessuno, se l’altro è intenzionato a negare. Perfino l’atteggiamento conciliante di chi dice: “E va bene, tu la pensi in un modo ed io in un altro!” può essere rifiutato. Il filosofo infatti potrebbe rispondere: “Io sono solipsista e per conseguenza tu, per me, non esisti. Sei solo una mia rappresentazione mentale ed io sto giocando ad inventarmi un uomo che non la pensa come me. Ma esistendo solo io, come potrei avere un’opinione diversa da me stesso?” Sembra che si stia scherzando, ma non è vero: il solipsismo è la posizione estrema dell’idealismo.
L’atteggiamento scettico è più giustificato di quanto non si pensi perfino riguardo alle evidenze più semplici. Se uno dice: “Sul tavolo ci sono tre mele”, si può sempre obiettare che il concetto di mela è astratto; dire “tre mele” significa affermare che sulla tavola ci sono tre oggetti identici, mentre tre oggetti identici non esistono. Se esistessero non sarebbero coincidenti e dunque sarebbero in posti diversi. Dunque sarebbero diversi almeno come posizione e non sarebbero identici. Non se ne esce. Ecco perché gli scettici affermavano: “la verità non esiste; se esistesse non sarebbe conoscibile; se la si conoscesse non la si potrebbe comunicare”.

Nel Medio Evo tuttavia il solipsismo non era ancora stato inventato e i teologi decisero che valeva la pena di parlare solo con le persone di buon senso: agli altri bastava negare la “retta ragione”. Tutto ciò posto, delle tre affermazioni degli scettici riguardo alla verità la più interessante è la terza: “se la si conoscesse non la si potrebbe comunicare”. Infatti, mentre dallo scetticismo dovrebbe derivare il silenzio di tutti (perché cercare di dimostrare l’indimostrabile?) di fatto nessuno si astiene dal discutere, dal cercare di convincere il prossimo, dal credere nel potere della logica. I teologi medievali, col loro concetto di “retta ragione”, non avevano dunque tutti i torti: esso costituiva un invito alla buona fede per chi ascoltava e un invito all’efficacia argomentativa per chi parlava.
Al di là dello scetticismo di principio, qual è il modo giusto per convincere coloro che seguono “la retta ragione”? Indurre il prossimo a condividere le nostre idee è infatti estremamente importante. Non solo un bravo avvocato può salvare il nostro patrimonio o la nostra libertà personale mentre un cattivo avvocato può rovinarci, ma in democrazia il potere si ottiene convincendo il prossimo con le parole. Questo spiega come mai nella Roma antica il corso di studi superiori comprendesse solo due materie: diritto e retorica. Non bastava sapere che cosa dire, bisognava sapere come esporlo. Il risultato, trasposto nell’arte, è il discorso di Antonio nel Giulio Cesare di Shakespeare.
Oggi purtroppo l’originario significato della parola retorica si è perduto e insieme con esso si è perduto lo scrupolo dell’esposizione chiara e concisa; del concatenamento dei concetti; della dialettica efficace. Gli articoli di celebrati giornalisti come Eugenio Scalfari o Barbara Spinelli, con la loro lunghezza abnorme, con la loro narcisistica astruseria, con l’atteggiamento di docente superiorità, sono un perfetto esempio di come mettersi nelle condizioni di non convincere il prossimo.
Insomma, la differenza che passa tra l’antica retorica e la moderna retorica è la stessa che corre fra Shakespeare e Barbara Spinelli.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 14 giugno 2007


UN «CHE» ROSSO SANGUE
Poi dice che uno rischia di sembrare un fissato. Ma mica è normale vivere da decenni in mezzo a gente che a casa, sulla maglietta che indossa, o dovunque, esibisce come qualcosa di cui menar vanto il ritratto di un uomo che non provava il minimo scrupolo a far fuori la gente e che di gente ne ha fatta fuori non si sa quanta. Perché Che Guevara era questo, sì, e chi non ci crede si legga il libro appena uscito dedicatogli da Alvaro Vargas Llosa («Il mito Che Guevara e il futuro della libertà», editore Lindau). Il vero Che: uno che si descrive «vivo e assetato di sangue», che ordina «nel dubbio fucilare», che organizza lui la Ceka cubana, che capo della Comisión Depuradora nonché direttore del terribile carcere La Cabaña manda a morte decine e decine di persone senza graziarne neppure una, e così via tra violenze e deliri di onnipotenza. Dunque il direttore di «Liberazione» Piero Sansonetti ha ragione e i suoi critici torto: Cuba non era, non è, meglio dell’Urss.

Ernesto Galli Della Loggia


MOLLICHINE
Berlusconi: “Credo sia finito il tempo della sinistra in Europa”. Troppo ottimista. Come avrebbe detto De Gaulle: “Vaste programme!”

D’Alema a Consorte: “Facci sognare”. E che c’è di male? Voleva dire: “Facci sognare che siamo lontani dai capitalisti”.

Rivelazione di Latorre: “Fassino non capisce nulla”. Ecco perché si chiedeva il segreto sulle intercettazioni.

D’Alema a Consorte: “Attenzione alla comunicazione, vediamoci”. Si sa, l’amore al telefono è cosa da adolescenti.

Massacri incrociati a Gaza. È colpa degli israeliani. Perché? Come, “Perché!”? È sempre colpa degli israeliani.

Gianni Pardo


Padoa-Schioppa scarica Prodi.
Che qualche volta Tommaso Padoa-Schioppa si faccia prendere dalle cose, risultando magari un po’ sbrigativo, qualcuno l’aveva iniziato a sospettare alcuni mesi fa. Quando alle redazioni dei quotidiani arrivava una sorta di ingiunzione da parte del ministro dell’Economia che con tono perentorio invitava a scrivere i suoi due cognomi con il trattino in mezzo. Eppure, tanto per infiammare il dibattito, non solo il libro ufficiale del governo Prodi II (edito dalla Camera dei deputati nel 2006) riporta sempre il suo nome senza alcun trattino (Padoa Schioppa, vedere pagine 10, 83 e 143), ma pure il sempre aggiornatissimo sito internet di Palazzo Chigi non sembra curarsi della novità grammaticale (vedere su www. governo.it). Con conseguente confusione tra i fautori della prima e della seconda via. La stessa incertezza, evidentemente, Padoa-Schioppa col trattino deve averla avuta in quell’acceso Consiglio dei ministri che lo scorso primo giugno ha provato a chiudere la vicenda Visco- Speciale. Perché, racconta il ministro dell’Economia in un’intervista al direttore del Tg1 Gianni Riotta andata in onda ieri sera e anticipata dal Corriere della Sera, l’idea di offrire al comandante generale della Guardia di finanza un posto alla Corte dei conti «è nata all’ultimo momento nel Consiglio dei ministri e non per proposta mia». Ora, a ben guardare, la notizia non sta tanto nel fatto che Padoa-Schioppa decida di prendere con una certa cura le distanze da quanto stabilito in una riunione ufficiale a Palazzo Chigi, peraltro presieduta da Romano Prodi. E, dunque, decida di prendere le distanze dal premier. La cosa che più resta impressa - e lo fa notare il senatore azzurro Lucio Malan - è che il ministro dell’Economia racconta con nonchalance che la nomina a un organo come la Corte dei conti - cui la Costituzione assegna tra le altre cose anche «il controllo preventivo di legittimità sugli atti del governo» e «sulla gestione del bilancio dello Stato» - avviene di fatto a tirar via, quasi per caso o, per usare le parole di Tps, «all’ultimo momento». Eppure se una cosa del genere sarà accaduta decine o centinaia di volte, perché tutto il mondo è paese e nessuno è nato ieri, tra l’averne consapevolezza e il sentirselo raccontare con candore seminarista dal ministro dell’Economia passa una certa differenza. «Non contento di aver descritto le Fiamme gialle come una sentina di nefandezze - dice Malan - ora Padoa-Schioppa offende apertamente la Corte dei conti parlando di nomina arrivata “all’ultimo momento”».
 Certo, sulla vicenda pesa e peserà pure il dato politico. Perché che su una questione tanto delicata il ministro dell’Economia preferisca sfilarsi e lasciare il cerino in mano a Prodi non è cosa di poco conto. Anche perché Tps arriva a dire di considerare «perfettamente leciti» i dubbi di chi dopo il suo j’accuse nell’aula del Senato si era chiesto come mai il governo, così critico verso Roberto Speciale, avesse deciso di «promuoverlo » alla Corte dei conti. Questo il ministro non lo spiega,ma a Riotta si affretta a dire di capire che una tal scelta «possa essere criticata ». Dimenticando, peraltro, che lo scorso 6 giugno durante il suo durissimo intervento a Palazzo Madama non si era limitato solo a puntare il dito contro il comportamento «inqualificabile » del comandante generale della Guardia di finanza (da parte sua «vi sono state gravi manchevolezze nei rapporti con il potere politico » e «sono mancate la trasparenza, la prudenza e la riservatezza»), ma aveva pure sposato appieno le scelte dell’esecutivo. Perché, diceva Tps mentre i senatori del centrodestra rumoreggiavano, «non ho dubbi né perplessità sulla correttezza e fondatezza formale e sostanziale delle decisioni del governo». E tra le decisioni, ovviamente non c’era solo l’avvicendamento del comandante generale ma anche - recita il comunicato di Palazzo Chigi - il contestuale avvio della «procedura per la nomina di Speciale a consigliere della Corte dei conti».
Adalberto Signore, dal “Giornale” dell’11 giugno 2007

IL MISTERO NON DIMOSTRA NULLA
Nella vita non tutto è chiaro. Non solo spesso non conosciamo le vere ragioni della politica e dunque della storia, ma spesso non sappiamo neppure perché qualcuno ci detesta o perché noi stessi ci innamoriamo di una persona. Certo, se ce lo chiedessero, diremmo: “Ma perché è la donna più bella e amabile che io abbia incontrato!”, anche se questa motivazione convincerebbe solo noi: gli amici ci guarderebbero con un sorriso di compatimento. Perfino riguardo al nostro corpo, che consideriamo parte del nostro “io”, siamo nell’ignoranza più totale. Perché mai quella tale verdura ci fa sentire male? Perché in un dato anno siamo stati influenzati due volte e poi per tre anni nemmeno una volta? Insomma, siamo immersi nell’incertezza in tutte le direzioni ma che cosa bisogna dedurre, da questo? La risposta è semplice: “Niente!” Il mistero è un problema, non una soluzione.
Se mentre camminiamo per strada un tizio ci sorride, è inutile chiedersi perché lo fa. Potrebbe farlo perché soffre di un tic. Potrebbe essere felice perché la donna che corteggiava gli ha detto di sì. Potrebbe essere divertito dal modo in cui siamo vestiti, che per i suoi gusti è assurdo. Potrebbe essersi rivolto a qualcuno che passava dietro di noi. Chissà perché ha sorriso ma, appunto: val la pena di domandarselo?
Questo principio si applica ai livelli più alti. Se non possiamo avere la soluzione del mistero, la cosa più saggia è non tenerne conto. Perché inventare una spiegazione ci potrebbe spingere ad andare in una direzione che potrebbe addirittura aggravare il problema. Ecco perché l’articolo di D’Avanzo, pubblicato qualche giorno fa su “Repubblica”, e che pure ha fatto tanto parlare, è insulso. È inutile denunciare trame orribili ed oscure, prospettare giganteschi e innominati complotti, bisogna indicare fatti indubitabili e colpevoli ben individuati.
Diversamente, dire “non tutto è come appare, non sappiamo tutto, badate che nell’ombra si congiura contro di noi” non ha senso. Anche se il fatto fosse vero, se non si dà nessuna prova e non si mostra niente di concreto si rischia di scadere nella mitomania, nella profezia, nel delirio. E infatti l’articolo di D’Avanzo, malgrado la gravità dell’allarme, ha suscitato soprattutto qualche sorriso Da un lato non diceva niente di preciso e dall’altro che ciò che diceva di preciso è stato contestato (per esempio, dal Ministro della Difesa, Parisi).
In Italia, durante la “stagione delle stragi”, parecchi attentati furono firmati - per esempio quelli delle Brigate Rosse - e l’amore del mistero fu tuttavia così forte che da sinistra si arrivò a non accettare l’autenticità della firma “comunista” in base al semplice dogma per cui la violenza è sempre fascista. Per quanto riguarda l’uso del mistero furono però più interessanti gli attentati non firmati, per esempio la strage della Banca dell’Agricoltura o quello di Piazza Fontana, a Brescia. Ognuno infatti li attribuì alla controparte politica, mentre il buon senso, in base al sano principio per cui il mistero è un problema e non una soluzione, avrebbero dovuto dire semplicemente: “non ne sappiamo niente”. Si sarebbe anzi dovuto concludere che un attentato non firmato è privo di senso. Gli si può attribuire il senso che si vuole: anche molto diverso da quello che gli dava l’attentatore, che così si sarebbe dato la zappa sui piedi. Ma questo ragionamento era evidentemente troppo sottile.
La voglia di sfuggire al mistero è fortissima. Per esempio, la strage alla stazione di Bologna, che pure ha fatto ottanta vittime, non è mai stata firmata e questo non ha impedito al Comune di Bologna di mettere una lapide che parla di “strage fascista”. Ora, ammettiamo per un momento che quel massacro sia stato causato da un comunista, che lo reputava un atto politicamente giustificato ed utile, in seguito non deve avergli fatto male al cuore vederlo attribuire agli avversari politici? Un attentato ha un significato politico quando ne è chiara la matrice e quando la sua finalità è evidente. Diversamente, anche la strage di ottanta persone è un delitto inutile e stupido. Profondamente stupido.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 11 giugno 2007

QUESTA E' LA DEMOCRAZIA, BELLEZZA!
Gli ultimi cento hanno tirato sassi, spaccato vetrine e tentato di guerreggiare con  poliziotti. Tutto secondo copione, compreso solita moltiplicazione da corteo dei - forse - 10.000 che  diventano 150.000... .
Unica novità: la piazza, triste e semivuota,  dei comunisti governativi  a sbaciucchiarsi, sovieticamente,  tra di loro.
Tra le cose da sottolinerare -fanno sapere le agenzie-
 
un soldato reduce dalla guerra dell'Iraq,  portato in piazza  per protestare contro la politica estera del presidente Usa George Bush.
"Ho capito che la separazione culturale tra gli Stati Uniti e il mondo arabo e' sbagliata quando ho cominciato ad avere contatti con il nostro interprete iracheno"(!,  ndr), ha dichiarato l'ex soldatino, "Contatti che poi mi hanno fatto cambiare idea sulla guerra e sulla politica estera americana... Quando sono tornato negli Stati Uniti dopo la guerra non avevo ancora le idee chiare. Poi, piu' tardi, ho capito".
Logan Laituri - questo il suo nome -   ha 25 anni,  è di Philadelphia ed è stato in Iraq con l'artiglieria della 82esima divisione aviotrasportata dal 2004 al 2005.
Per motivi di pacifismo motivato dalla fede religiosa ha fatto obiezione di coscienza. Successivamente è stato in Palestina con i Christian Peacemaker Teams a fare un po' di propaganda antiamericana e antiisraeliana.
Oggi è una "Madonna pellegrina" in gestione all'associazione "Un ponte per..." (quella delle "due Simone") e fa serate nei vari circoli Arci dell'Emilia-Romagna.
Così, a sinistra,  va il mondo!

cp, 10 giugno 2007


BENVENUTO PRESIDENTE BUSH











IL MINISTRO CHE TUTTO IL MONDO CI INVIDIA
Dal “Giornale” dell’8 giugno 2007

È come una brutta abitudine: non bisogna correre il rischio di abituarcisi. Sono così le «gaffe» del ministro degli Esteri Massimo D'Alema, talmente numerose che si finisce quasi per farci il callo. Frasi in libertà, pronunciate con il cipiglio del primo della classe e la disinvoltura di quello che in vita sua ne ha viste più di tutti: frasi irrimediabilmente destinate a tornare indietro come boomerang. Il suo terreno preferito è il Medio Oriente, terreno scivolosissimo, sul quale il capo della nostra diplomazia pattina felice da anni. Era il 2004 quando, durante una visita nei Paesi arabi forse preparatoria al futuro insediamento alla Farnesina, definì Israele «un Paese aggressore, che tende a confinare i palestinesi in una riserva indiana». Il problema, una volta diventato ministro e vicepremier, è che a ogni pié sospinto gli tocca smentire, rettificare, precisare, correggere e soprattutto piantare il dito accusatore in faccia ai giornalisti, che come al solito non hanno capito nulla delle sue parole ispirate. Ieri è accaduto due volte. D'Alema ha dovuto argomentare meglio le sue affermazioni sulla pace in Libano che avevano fatto saltare i nervi al leader druso Walid Jumblatt, leader del partito socialista progressista libanese. E poi ha provocato l'irritazione nella diplomazia americana guidata da «Condi » Rice per aver definito «irrituale e fonte di un certo turbamento» il negoziato bilaterale tra Stati Uniti e alcuni Paesi europei sull'installazione dello scudo spaziale antimissili in Polonia e Repubblica Ceca.
 L'anno scorso fu segnato dalla sciagurata passeggiata a braccetto con il deputato di Hezbollah Hussein Haji Hassan in una Beirut bombardata da Israele: solidarietà ai terroristi del partito armato libanese e non una parola su Israele colpito dai missili di Hezbollah. In novembre, dopo un attacco israeliano nella striscia di Gaza che aveva provocato 18 morti, in un'intervista a l'Unità disse che «quanto è accaduto a Beit Hanun è il tragico sbocco di una politica che fonda la sicurezza sull'uso estremo della forza. C'è chi di fronte a questa tragedia parla di errori»: comedire che la strage era voluta. Ed era stato il premier Ehud Olmert a parlare di «un errore tecnico dell'artiglieria ». «Il miracolo di D'Alema è di aver compattato la comunità ebraica italiana », ha scritto il mensile ebraico Shalom: nessuno c'era mai riuscito. Il ministro è arrivato a ritenere «legittima la volontà dell'Iran di utilizzare l'energia nucleare se è destinata a scopi pacifici».Maè su Hamas e Hezbollah che D'Alemaoffre il meglio, con effetti catastrofici. In un'intervista al Corriere disse che i due movimenti hanno anche «snodi politici che si occupano di assistenza. L'Ira e l'Eta da gruppi terroristici sono diventati movimenti politici. Dobbiamo incoraggiare questa metamorfosi in Medio Oriente». A Madrid scoppiò il finimondo: la stampa spagnola definì «più che sfortunate» le dichiarazioni del ministro, costretto dall'ambasciata spagnola aRoma a un successivo «chiarimento» assai imbarazzato. Il quotidiano El Mundo scrisse che «la disinformazione di D'Alema risulta scioccante».

ndr: E Pardo ha ampiamente dimostrato che D'Alema, quando non commette gaffe, mente spudoratamente e reiteratamente (cp)

SACRILEGIO
Molti decenni fa, la Rai lanciò il Terzo Programma. Nacque come emittente culturale e soprattutto musicale: niente pubblicità, pochissime notizie, solo un giornale radio alle 20,45, molto serio e molto accurato, privo di sport e di gossip. Insomma, chi diceva “io ascolto il Terzo” rischiava di passare per uno snob, talmente quel programma era fatto per persone colte, insofferenti del chiacchiericcio e delle banalità e amanti della musica classica. Poi il tempo è passato e quel programma ha avuto la pubblicità. La prima volta la Rai l’ha virtuosamente segnalata come prova del successo ottenuto: erano aumentati gli ascoltatori e valeva la pena di importunarli. In seguito i minuti dedicati alla voce umana sono costantemente aumentati fino a confinare la musica negli angoli e fino ad allontanare definitivamente gli appassionati. Il Terzo è divenuto una radio come le altre e chi ama la musica classica se n’è allontanato. Non ci si poteva certo aspettare che la pagasse ascoltando un diluvio di parole.
Per fortuna, nacque una nuova possibilità: la filodiffusione. Questa, malgrado le difficoltà tecniche, malgrado per anni sia stata affetta da frequenti difetti (ronzii, scatti del disco combinatore, fruscii, distorsione, interruzioni e molto altro ancora) fu la salvezza. C’era di nuovo un canale interamente dedicato alla musica classica e le uniche voci umane che si udivano erano quelle degli annunciatori. Non che fossero perfetti: massacravano i nomi degli autori e i titoli non in lingua italiana, leggevano il tedesco dei titoli delle cantate di Bach in modo da rischiare una reazione della Wehrmacht, dimostravano che in Italia è lecito essere annunciatori di musica classica senza chiedere se la “z” di Berlioz si legga o no, senza sapere se si legga o no la “s” di Saint Saëns e Brassens, leggendo “parsel” il nome di Purcell e perfino leggendo “ciòir” la parola “choir”   .

Ma non bastava. Recentemente la filodiffusione ha attuato un ultimo progresso: non trasmette più le opere integralmente ma una sorta di macedonia: il terzo movimento dell’Eroica di Beethoven, brani scelti dal primo atto della Turandot di Puccini, l’allegro moderato di un trio di Haydn: che è come se uno entrasse in libreria per comprare solo il nono canto dell’Inferno di Dante. Inoltre il programma è infarcito di brani di autori completamente ignoti, con la scusa della riscoperta e della musicologia: per ore intere non c’è niente da sentire. Il progresso.
Dopo avere imprecato contro l’incultura musicale di un paese che pure la musica classica l’ha creata, ascoltando la francese Radioclassique (attraverso internet) si scopre che arriviamo secondi, nel cattivo gusto. Oltre a non trasmettere più opere intere ma solo “movimenti”, pezzetti di questo e pezzetti di quello, Radioclassique ha scelto di alluvionare il programma con parole, presentazioni, ore intere di notizie e parecchia pubblicità. È andata perfino oltre: dopo avere tendenzialmente ridotto la musica classica alla durata di una lunga canzone, l’ha appunto inframmezzata con la musica leggera, soprattutto musiche da film! Si ascolta un movimento di un’opera di Händel e subito (stamani, per esempio), Gene Kelly che canta “Singing in the Rain”. La spiegazione più triste ma più probabile di questo fenomeno europeo (anche la spagnola Radio Clásica è discutibile), è che ormai si pensa che il pubblico sia rimbambito al punto che ha l’attenzione labile, come i bambini piccoli. Come proporgli un’intera sinfonia di Ciakovskij? Un tempo la gente resisteva per ore all’intera Matthäus-Passion di Bach, oggi non può resistere neppure alle Quattro Stagioni di Vivaldi. Bisogna presentargliele una alla volta, non sia mai che faccia indigestione. E magari offrirgli dopo il Valzer dal film “il Gattopardo”, così si riposa. Del resto, anche in teatro si “rivisitano” i sacri testi di Shakespeare o dei grandi tragici greci. Fino ad ora si è salvato il Padre Nostro, ma non si può mai dire.
Non solo non siamo in grado di fare cose belle come i nostri predecessori, ma neanche di rispettarle. E forse di capirle.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 9 giugno 2007


Niente di nuovo sotto il sole
La Stampa lo definisce "uno dei migliori presidenti della Knesset".
Strano, non se n'era accorto nessuno, anzi quando se n'e' andato non e' stato rimpianto nemmeno dai deputati arabi.
Avraham Burg, Avrum per gli amici, e' finalmente arrivato agli onori delle cronache e, come sempre accade quando un ebreo scrive contro Israele, sta incominciando a godere di una folta schiera di ammiratori, cosa mai accaduta in Patria o ex Patria visto che l'ha lasciata tre anni fa per la Francia a causa di cose poco chiare su cui indagava la polizia dopo alcune segnalazioni del Controllore dello Stato.
Avraham Burg, Avrum per gli amici, e' sempre stato il figlio di, entrato nel partito laburista  perche' figliodi suo Padre, ha fatto carriera sempre e solo perche' figliodi tanto Padre.
Leader non amato nel suo partito, viene messo a capo dell'Agenzia Ebraica che rischia di distruggere finche' non lascia l'incarico o non e' costretto a lasciarlo.
Il figliodi , checche' ne dica la Stampa , e' sempre stato un figura di seconda  e anche terza importanza in Israele e , se suo Padre non fosse stato il grande Josef Burg, sionista , coltissimo, ministro degli interni del governo Begin,  nessuno avrebbe badato a quel ragazzo perennemente incazzato, mai un sorriso, arrogante e superbo.
Adesso finalmente il figliodi ha un momento tutto suo, il  momento di gloria, perche' dopo aver scritto un dubbio libro dal titolo "Vincere Hitler", per farsi pubblicita' si lancia in dichiarazioni di odio contro Israele, invitando gli ebrei ad andarsene come ha fatto lui, accusandoli di essere nazisti, senza anima, definendo la societa' israeliana un ghetto sionista di giudeo-nazisti.
Benissimo, questo nanerottolo della politica, questo figliodi, questo antipaticissimo uomo,  non dice niente di nuovo, non fa che ripetere a pappagallo quello che  da anni proclama  la sinistra europea.
Nemmeno in questo riesce ad essere originale e, nel suo cinismo,  non  fa altro che esprimere il pensiero di tutti gli antisemiti  che adesso stanno festeggiando e brindando alla sua salute.
Lunga vita a figliodi, stanno gridando.
La sua povera anima di eterno secondo, terzo, quarto, gli fa prima voltare le spalle a Israele, probabilmente colpevole di non averlo fatto diventare Primo Ministro, adesso volta le spalle al sionismo e tutti ci aspettiamo che presto getti alle ortiche la kippa',  la sostituisca con un bel turbante e si faccia crescere la barba.
Forza Avrum,  figliodi.

Vorrei dire pero' due parole su questo schifo di Israele, su questo paese nazista, abitato da gente morta, senza spiritualita', senza anima, pronta ad andarsene da qui con passaporti stranieri, come ha fatto lui.
Le dichiarazioni del figliodi  non sono riuscite a farmi arrabbiare ma soltanto a provare tanta tristezza, schifo, si , ma soprattutto tristezza perche' lui prevede e auspica, come tanti altri della sua tacca, la fine di Israele.
Niente di nuovo sotto il sole o meglio sotto il buio dei cieli, questa e' la speranza mai morta nell'anima nera dei filoarabi.
La negazione di Israele come stato ebraico, l'augurio che Israele diventi uno stato binazionale dove gli ebrei verranno messi a tacere, distrutti, ammazzati , costretti a un'altra diaspora e a una probabilissima seconda Shoa'. 
Credo che sia proprio lui, Avraham Burg, detto Avrum, figliodi , ad essere morto, come ebreo, come israeliano  e come persona.
Non Israele.
Una Nazione sa reagire sempre anche se  circondata da nemici che la vogliono eliminare e che non le lasciano vivere un solo momento di pace
Una Nazione che sa affrontare a testa alta  l'antisemitismo europeo rinato alla grande, che sa fronteggiare con coraggio e laboriosita' il boicottaggio  alla sua cultura e alla sua tecnologia
Una Nazione che non si perde d'animo, che non si scoraggia, che non piange su se stessa avvolta com'e' dall'odio dei popoli
Una Nazione del genere non e' morta e non morira'!
E' viva , vivissima, e' palpitante, lavora, produce, crea, inventa, si difende da guerre e terrorismo e si mantiene altamente democratica, permettendo persino a omuncoli figlidi di offenderla e diffamarla.
Una Nazione del genere e' il faro del mondo, e' la luce nel buio dell'odio che vorrebbe al suo posto qualche feroce dittatura araba.
Posso solo ricordare a  Burg  che Hitler non faceva differanza tra ebrei orgogliosi di esserlo e ebrei traditori e vigliacchi.

Tutti finivano nei crematori quindi incominci a guardarsi alle spalle.
L'Europa e' pronta un'altra volta, questa volta acclamera' alla distruzione di Israele e del suo Popolo, lo sta gia' facendo,  e non provera' vergogna come non l'ha mai provata per l'assassinio e la scomparsa degli Ebrei dal suo territorio .
Personalmente non do tanta importanza a quello che scrive e pensa Burg, non e' altro che un ometto in cerca di pubblicita', abbiamo ben altri problemi in Israele che fare da megafono a questo uomo  meschino  privo  della spiritualita' ebraica e dell'orgoglio israeliano.
Per fortuna c'e' un'altra Persona in Europa, in Italia, che non la pensa come il figliodi ,  questa Persona, che oserei definire l'antidoto all'odio antiisraeliano , e' riuscito a far dire "VIVA ISRAELE"  a tanti che hanno capito il suo messaggio, persino a qualche ebreo antisemita perche', per non farci mancare niente, ne abbiamo molti in mezzo a noi.
Magdi Allam, ama la vita, capisce la vita, ama Israele , capisce Israele.
Le offese immorali, disgustose di Avrum Burg contro il proprio  Paese e il proprio Popolo, fanno pensare al buio, alla cenere, a gente vestita di pelle nera a caccia di ebrei, all'odio che distrugge la vita.
Le parole di Magdi Allam sono invece poesia e fanno sentire il caldo del sole, la bellezza del coraggio,  fanno pensare alla gioventu' libera di Israele  e al bianco e azzurro della nostra bandiera sventolante nel cielo.
Nero e bianco, negativo e positivo, odio
e amore, oscurita' e luce, morte e vita, Avraham Burg e Magdi Allam
 
Al popolo di Israele
Grazie alla vita ho scoperto l'umanità
l'umanità che mi ha regalato il dono dell'amore
Grazie all'amore ho scoperto la verità
la verità che mi ha regalato il bene della libertà
Grazie alla libertà ho scoperto Israele
Israele che mi ha regalato la fede nella sacralità della vita
Grazie alla sacralità della vita ho scoperto la civiltà dei valori
la civiltà dei valori che mi ha regalato la fiducia in un mondo di pace
Grazie alla vita, Viva la vita!
Grazie all'amore, Viva l'amore!
Grazie alla libertà, Viva la libertà!
Grazie Israele, Viva Israele

               
Magdi Allam (dal libro "Viva Israele").

Con disprezzo volto le spalle a Burg e al  buio del suo mondo, sorridendo guardo verso il sole di Israele io dico "Grazie Magdi".

Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


L’imprudenza di Padoa-Spocchia
Tommaso Padoa-Schioppa mercoledì sera, di fronte al Senato della Repubblica, ha negato che i quattro ufficiali della Finanza che Vincenzo Visco tentò di rimuovere s’occupassero di Unipol. La decisione del vice ministro che ha dato il via al braccio di ferro con il comandante delle Fiamme gialle e, infine, alla destituzione del generale, sarebbe dunque un’invenzione dei giornalisti, anzi del Giornale. «Contrariamente a quanto cerca di far credere una campagna di stampa in corso da circa un anno, il nesso manca di ogni riscontro – ha detto il ministro –. Che gli instancabili corifei di questa tesi non abbiano saputo a tutt’oggi citare un solo fatto a sostegno del loro canto è di per sé una forte ragione per pensare che il nesso con Unipol sia inesistente».
Padoa-Spocchia forse prima di parlare avrebbe fatto bene a documentarsi, evitando di prendere per oro colato il compitino che gli ha preparato il suo braccio destro. Se il ministro si fosse letto l’editoriale dell’ex direttore di Repubblica, Eugenio Scalfari, certo avrebbe evitato una gaffe. Nel suo sermone domenicale il fondatore del più importante organo di stampa governativo ha scritto che Visco tentò di cacciare quegli ufficiali perché li riteneva responsabili d’aver passato a noi del Giornale il famoso brogliaccio della telefonata in cui Fassino diceva al presidente di Unipol, Giovanni Consorte: «Allora, adesso abbiamo una banca?». L’accusa – per altro infondata – d’aver dato le intercettazioni al Giornale presuppone che quei documenti fossero nelle mani dei finanzieri. Padoa-Schioppa pensa che li avessero per leggerli la sera prima di addormentarsi oppure perché era materiale sul quale stavano svolgendo accertamenti? O forse crede che la Gdf li abbia trovati dentro un cassonetto?

Se Tps fosse un uomo prudente avrebbe evitato di dire in un’aula parlamentare: «Se vi sono prove in contrario le si producano». Perché le prove esistono e, visto che lo ha richiesto, le produciamo. Quella che pubblichiamo oggi è la lettera che il procuratore capo di Milano, Manlio Minale, inviò il primo giugno dello scorso anno al comandante della Guardia di Finanza della Lombardia, il generale Mario Forchetti, uno degli ufficiali che Visco voleva rimuovere. In essa si lodano il colonnello Rosario Lorusso e il colonnello Virgilio Pomponi. Chi sono costoro? Altri due ufficiali di cui Visco ordinò la rimozione.
Ma c’è di più: Minale scrive che i comandanti del nucleo regionale e provinciale della tributaria sono stati collaboratori preziosissimi nell’indagine Antonveneta. «Nel momento in cui questa Procura si avvia a formulare le prime conclusioni nell’indagine Antonveneta, vicenda giudiziaria esemplare sotto ogni aspetto ed in particolare con riguardo alla collaborazione professionalmente qualificata offerta dalla Guardia di Finanza e dai reparti già richiamati (quelli di Lorusso e Pomponi, ndr) desidero farle pervenire il più vivo compiacimento e personale apprezzamento». Forse Padoa-Schioppa non lo sa, ma dall’inchiesta sulla scalata alla banca Antonveneta, quella in cui rimasero coinvolti Giampiero Fiorani e anche l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, è nata quella su Unipol. Le Fiamme gialle arrivarono alla compagnia delle Coop ascoltando le conversazioni dell’amministratore delegato della Popolare di Lodi. Fiorani parlava spesso con il suo omologo in Unipol e la Gdf cominciò ad ascoltare anche le chiamate di Consorte.
È così che furono registrate le chiacchiere del banchiere rosso con Fassino, D’Alema e Nicola La Torre. Sono i reparti dell’allora colonnello Rosario Lorusso e del colonnello Virgilio Pomponi a intercettarli. E sempre Lorusso e Pomponi sono i due ufficiali che, un mese e mezzo prima che Visco ne disponga l’allontanamento, Minale vuole che rimangano alla guida dei loro reparti «nell’interesse delle indagini e per la continuità nell’azione di comando». È chiaro ora il collegamento con Unipol o a Tps serve altro?
P.s. Quelle intercettazioni da cui parte il caso Unipol, ovviamente, sono le stesse su cui Bertinotti e Marini nei prossimi giorni vorrebbero mettere il segreto di Stato.
Dal “Giornale” dell’8 giugno 2007.

SPECIALE VISCO: PRODI NON CADE MA SCHIOPPA (clicca sul banner)

Se si tratta di impallinare Prodi gli amici non si tirano indietro
Certo, quando si può dare una mano… Meglio di dieci Schifani, per dire, l’elegante pedata che su Repubblica Giuseppe D’Avanzo molla alla maggioranza pur difesa due righe avanti e due indietro. Prima dice che al Senato “il governo salva la ghirba”, che non è proprio un modo per innalzare lodi. Poi, ricapitolando tutta la faccenda la vede generata da “qualche mossa grossolana del viceministro Visco e soprattutto, diciamo così, dall’amore per il quieto vivere del governo” (pedata numero uno, P1). Di seguito, “il centrosinistra oggi guarda al dito e non vede la luna. Indeciso a tutto, tentato dal compromesso, diviso al suo interno, debilitato dal tarlo ossessivo della sua debolezza (…) vede fantasmi ad ogni angolo…” (pedata numero due, P2: visto che tutto si tiene?). Meglio di venticinque Elio Vito, la mano amica, che si fa fuoco, e che getta sale sulle ferite (ormai roba da reparto grandi ustioni) della maggioranza prodiana. Se D’Avanzo non ha taciuto, pure Marco Travaglio ha parlato. Ieri, a pagina sette dell’Unità, ha steso il discorso “che Prodi non ha pronunciato al Senato”. Un discorso, dove l’immaginario primo ministro travaglista avrebbe dovuto dire: “Ha sbagliato Visco a non spiegare subito, nel luglio scorso, perché voleva il cambio della guardia al vertice delle Fiamme gialle milanesi”. Quindi: “Ma anche su Pollari abbiamo sbagliato: scaduto al Sismi, l’abbiamo nominato giudice del Consiglio di stato, lui che è imputato di sequestro di persona…”. Perciò: “Lo stesso errore abbiamo commesso con Speciale offrendogli un posto alla Corte dei conti, come se questa fosse discarica pubblica…”. E insomma, avanti così per qualche altra colonna: tutto un danno e uno sbaglio, un governo che in massa dovrebbe buttarsi giù dalla finestra. Più di sei o sette Bondi, il fuoco amico, pur non in rima, è quello più temibile per il Professore. Per esempio, non è mirabile il modo in cui, sull’intera faccenda Visco-Speciale continua a muoversi il ministro Di Pietro? “E’ stato un viceministro che ha fatto il suo dovere in modo encomiabile per quanto riguarda la lotta all’evasione fiscale, è un errore buttare il bambino con l’acqua sporca”. E sarebbe, l’acqua sporca, nel caso specifico? Il viceministro rimesso in sella sarà grato di tanta solidarietà. Che poi, si capisce che siccome è il momento politico che detta le dichiarazioni (anche se in generale per il centrosinistra non è così: più la situazione richiederebbe silenzio, più tutti a chiacchierare), ma sotto traccia, dopo aver stracciato il centrodestra al Senato, è chiaro che nella maggioranza molti continuano a mordersi la lingua. Si vedeva benissimo ieri scorrendo il commento in prima pagina su Europa, il giornale della Margherita. Dovrebbe esultare, quasi quasi pare singhiozzare: “Per onestà, non tutto è stato chiarito fino in fondo e in maniera soddisfacente…”. E rievocando le storie dell’Unipol, specifica: “Una vicenda tanto sgradevole quanto datata”. Ecco più di undici Cicchitti il fuoco amico che debilita Prodi, lo affanna e rappresenta il vero pericolo. Quello che nei corridoi del Senato fa dire (come riporta la Stampa) a Mario Lettieri, sottosegretario della Margherita, del collega Visco: “Si doveva dimettere e basta. Sarebbe stata la decisione più limpida. E’ una brava persona, ma è presuntuoso e arrogante…”. Tizzoni che ardono come i grandi titoli di Liberazione sui “veleni interni al Pd”, le parole che nell’aula di Pa- lazzo Madama hanno pronunciato senatori della maggioranza come Cesare Salvi. E persino Antonio Padellaro, il direttore dell’Unità, che pure ha offerto il petto alla causa di Visco, ieri notava nel suo editoriale, a proposito del generale Speciale, che “resta difficile da capire come mai un simile servitore dello stato sia rimasto al suo posto per un intero anno ancora”. Al dunque, dice il fuoco amico: o il governo ha fatto pasticci adesso, o è stato piuttosto complice in passato. Perché infine, il fuoco amico più insidioso, per il governo, non è tanto quello che s’innalza tra le risapute e feroci ripicche all’interno della maggioranza, ma quello che prende sempre più forza al di fuori, tra i “compagni di strada” di un tempo. E l’Espresso – grande settimanale dell’insoddisfatta prima tessera virtuale del virtuale Partito democratico, CDB – da settimane mette in scena la primavera del suo scontento. Fino a Giampaolo Pansa che nella sua rubrica ha accusato l’intera compagine di essere “un baraccone parolaio e superbo”. E Claudio Rinaldi, editorialista dello stesso settimanale, che per tempo annuncia: Visco io davvero non lo difendo.

Da "Il Foglio"   8 giugno 2007


MOLLICHINE
L’Ocse denuncia, per l’Italia: spesa pensionistica più alta che altrove (13,9% del Pil, contro il 7,7). Tasso di contributi più alto, (33% contro 20%) e Prodi non firma. Se uno ha la febbre, la colpa è del termometro.

Berlusconi sui presunti conti esteri di D’Alema: “Gli faccio tanti auguri affinché questa cosa possa finire nel nulla”. E i soldi a D’Alema chi li ridà?

Alcuni no global: “No Dal Molin, No Tav, No Bush”. Ed io che ero fermo a “No, No, Nanette”.

Sottile analisi polemologica di Paolo Ferrero: “Quella di Bush è una politica guerrafondaia”.

Il Tar boccia Padoa-Schioppa sulla Rai. Quei giudici saranno costati un occhio della testa, a Berlusconi.

Rutelli, ha detto: “Il caso Visco è chiuso”. Visco, un caso chiuso, la politica una casa chiusa.

Gianni Pardo

Un articolo non firmato del Foglio del 7 giugno 2007, con commento di Gianni Pardo
Corona è riuscito a trasformare il carcere in oro, e ovviamente in foto
Esiste il carcerato ideale? Esiste: Corona. Uno lo vede in foto – le memorabili foto su “Diva e donna”, in mutande griffate nel luogo di detenzione – e subito capisce che lui e la cella sono fatti l’uno per l’altra. I rosari al collo, il corpo palestrato e abbronzato, il sacro cuore vicino alla branda, i gesti da filodrammatica (strepitosa l’immagine titolata “momenti di sconforto”): tutto dice di quanto la cella possa fare, a volte, per l’uomo. Senza vocazioni forcaiole, si capisce, ma lo stesso Corona resoconta nel suo memoriale (“Le mie prigioni”, ’azzo, Fabrizio Pellico?), che durante gli ottanta giorni di permanenza “ho creato un sacco di business… ho scritto un libro di 1.400 pagine… ho creato una linea di intimo, le mutande Corona’s… ho creato una linea bambino…”. E infatti, dato tanto ben di Dio, è Corona stesso ad ammettere che “15-20 giorni di carcere farebbero bene a tutti”. Ecco, parole e immagini del Corona detenuto andrebbero fatte conoscere alla più vasta platea, oltre i negozi di parrucchieri che inevitabilmente più di altri se ne gioveranno. Un uomo fatto per la cella – immagini che nei prossimi decenni faranno scolorire quelle dell’abate Faria – è un gioiello che l’amministrazione penitenziaria dovrebbe valorizzare. Perché Corona non ha versato lacrime sulla cruda sorte, ha sforbiciato le mutande del domani, ha aguzzato l’ingegno su gravosi problemi quali l’abbronzatura (“mi piazzavo sotto il sole, avevo preso i cartoncini che sostengono i block notes, li avevo uniti con lo scotch e ricoperti di alluminio per fare il riverbero”) e i pettorali (“mi sono costruito un bilanciere. Ho unito due manici di scope, tenute insieme da un lenzuolo e agli estremi ho legato 6 bottiglie d’acqua da due litri”), ha recitato la sua prima novena, ha approfondito metafore a dir poco azzardate: “Dei mafiosi mi piace il codice di rispetto e d’onore, lo stesso che io applico con i miei amici”, ha ricevuto, dice, settemila lettere. Dal tempo der Mutanda come metafora di una certa televisione, a quello del mutandaro come effettivo creativo di slip e boxer, lo spirito d’iniziativa avanza e la funzione rieducatrice delle carceri nazionali s’accresce. Uomo che per sua professione è capace di tirare fuori il massimo dal nulla, dalla galera ha tirato fuori tutta un’epica. Ammette che è sbagliato ostentare, poi la intervistatrice nota “le catene d’oro al collo, i cinque anelloni che ricoprono le dita, un orologio che abbaglia”. Vero tamarro, idolo dei galeotti e di parecchi in libertà, Corona dal marchio Corona’s (“Compra le mutande Corona’s, ti sentirai più libero”), ora è mito definitivo oltre ogni cronaca giudiziaria. E giusta vendetta – così tamarro da rivendicare il suo tamarrismo – verso il maschietto fighetto che si nasconde dietro i giornali patinati, e che sempre di mutande poi parla, di catene d’oro, di macchine da dementi e vestiti da deficienti, ma facendo finta di giocare a golf o di discutere di vetro soffiato. Nella generale demenza del maschio mediatico, meglio mille volte il Corona alle prese con il suo sogno di più mutande per tutti (come quello di meno tasse per tutti?), il tamarro svelato rispetto a quello velato. Che dalla cella quasi irradia luce, le braccia aperte come in croce, lo sguardo al cielo, la fede (nel senso di anello) in vista. Prima prova provata del dettato costituzionale della pena come rieducazione, Corona ha oltrepassato i limiti che gli altri maschi (a fatica) ancora s’impongono. Ha gettato cuore e vergogna oltre l’ostacolo, ha preso l’abbronzatura a San Vittore (vuoi mettere con i poveracci cui toccherà Panarea), e smutandato ti punta l’indice contro. Ha atterrato tutti i simil-machi con meno coraggio, i fessi da happy hour, i pataccari con rivista trendy. Tutti Corona in potenza, ma solo il vero Corona si è spinto dove loro mai oseranno. Almeno, non per questa estate.
Commento. Questo articolo ha tutto l’aspetto di un “corsivo”, e i corsivi, si sa, amano colorire un po’ la verità, per rendere il testo brillante. Ma, a prenderlo sul serio, queste righe dimostrano come questo Corona sia una persona notevole.
Molti anni fa, a Londra, trovai lavoro come lavapiatti in una trattoria ed avevo male alla schiena, stando leggermente inclinato in avanti per ore. Mi appoggiavo dunque col sedere allo schienale di una sedia, ottenendo immediatamente che il cuoco, un cingalese nero come il carbone, mi prendesse in giro. Continuava a chiedermi, ridendo: “Comfortable, Charlie?” Avevo
deciso che “Gianni”  (Jenny?) era un nome da donna e m’aveva ribattezzato Charlie. La sua irrisione nasceva dal fatto che, per il popolo, chi cerca di schivare una fatica è un po’ vile e un po’ pigro. In realtà, il progresso è stato attuato da colui che, invece di portare un peso sulle spalle, inventò la ruota. Ecco perché questo Corona è simpatico e perché giustifica, con questo comportamento, il successo avuto. Uno che, invece di piangersi addosso, riesce a trasformare il carcere in un’occasione per la sua creatività e domani per il proprio guadagno, anche economico, è un genio. Io ho inventato lo schienale della seggiola per sostenere una schiena affaticata, e dunque non sono nessuno: Corona, che ha inventato il carcere come ritiro spirituale, e rincorsa per salire ancora più in alto, è invece un genio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 7 giugno 2007

LO SCANDALO
In un recente articolo pubblicato da “Repubblica” il giornalista D’Avanzo ha parlato di trame oscure, di complotti, di organizzazioni segrete che dominano l’intero Stato. Ha accennato ad accordi sottobanco, a una nuova e più potente P2 che per giunta sarebbe autonoma, nel senso di non stabilmente collegata alla maggioranza o all’opposizione. Questa breve sintesi non dà un’idea adeguata del quadro prospettato da quel giornale:  l’articolo è talmente “colorato” e apocalittico da suscitare molte ironie e molti sarcasmi: è stata citata la Spectre e il sorriso ha spesso controbilanciato, anzi annullato l’allarme che si voleva suscitare. L’inverosimiglianza di una denuncia tuttavia non è per ciò stesso prova della sua infondatezza.
La prima cosa da riconoscere è infatti che non sappiamo certo tutto, degli arcana imperii. L’idea che le nomine alle alte cariche avvengano esclusivamente per premiare il merito, per esempio, sarebbe un’ingenuità: in realtà si tratta di do ut des e dell’esigenza di piazzare propri uomini nei posti chiave. E bisognerebbe avere poca immaginazione per non capire che fra i potenti esistono scambi di favori e di coltellate. Bisognerebbe essere poco informati per credere che il grande capitale non sappia farsi degli amici, non riesca a pilotare grandi appalti e provvedimenti legislativi. È chiaro che non tutto avviene alla luce del sole. Non tutto è limpido e onesto e c’è molto marcio in Danimarca: ma questo giustifica la teoria del complotto?
Se un piccolo Saint-Just nostrano scoprisse che qualcuno ha ottenuto la carica di ministro perché ha ricattato il premier designato o perché gli ha offerto montagne di denaro o perché dispone – per via di corruzione paramafiosa – di decine di migliaia di voti, non avrebbe scoperto niente. La scelta per competenza è assolutamente eccezionale. Il premier spesso designa un ministro perché ha interesse  ad averlo come alleato piuttosto che come nemico: qualcuno ha dimenticato come si è comportato Domenico Fisichella, deluso per non avere ottenuto la carica di Presidente del Senato? La casalinga di Voghera sarebbe scandalizzata, ma dimostrerebbe soltanto la propria ingenuità.

Una certa “corruzione” in democrazia è fisiologica e non bisogna neppure lamentarsene: negli altri regimi è anche peggio, solo che lì chi osa lamentarsene passa un guaio.  Era corrotta anche quella Roma repubblicana che molti indicano come modello di virtù pubblica. Dunque si straccia le vesti soltanto chi è lontano dalla politica. Qualcuno che magari da un lato si scandalizza delle pressioni per ottenere un ministero e dall’altro trova normale raccomandare il figlio a scuola.
La vita politica è quanto di più simile ci sia al comportamento dei leoni nella savana e non basta che un fatto sia biasimevole per denunciarlo come scandalo: bisogna che sia fuori dall’ordinario, che sia rivelato alla pubblica opinione e che sia indubitabilmente dimostrato. E anche in questo caso non bisogna credere che chi denuncia lo scandalo lo faccia soprattutto nell’interesse dello Stato: nel mondo politico, il primo intento è quello di danneggiare la controparte; nel mondo dei giornali si pensa allo scoop, alle copie vendute, al proprio successo. Il denunciante disinteressato (raro e normalmente inascoltato) è l’unico che si attiva per moralizzare il paese e va lodato: ma spesso è un ingenuo che cerca di vuotare il mare con un cucchiaino.
Non bisogna tuttavia di rassegnarsi alla corruzione. Se è vero che una vaga e indignata denuncia di trame occulte, di mafie e di lobby è una pura perdita di tempo ad uso e consumo dei compiaciuti catastrofisti e dei Seneca da bar, è anche vero che il controllo della pubblica opinione è l’unica seria garanzia di correttezza che offra la democrazia. Quando il caso è serio bisogna reagire. Ma, appunto, il caso dev’essere grave e circostanziato, per avere il diritto di mettere in allarme l’intero paese. E non si può pretendere di farlo – come D’Avanzo - sulla base di parole indignate che si cerca di far passare per fatti. L’allarme è giustificato quando lo scandalo è tale da influenzare la condotta dello Stato. Ma più si scende da questi livelli, più lo scandalo si trasforma da fatto allarmante in fatuo chiacchericcio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 6 giugno 2007


Un esempio attuale

Una nota si può aggiungere riguardo alla vicenda Visco-Speciale. Se Visco fosse stato in possesso di contromosse adeguate, avrebbe dovuto reagire subito, in maniera chiara ed efficace. Avrebbe dovuto richiedere l’immediata rimozione con ignominia del generale e l’intervento della giustizia militare. Se invece si fosse reso conto che la propria posizione era indifendibile avrebbe dovuto subito dimettersi, pur proclamandosi innocente, per non mettere in difficoltà la sua parte politica. Il governo infine si è dimostrato pasticcione e maldestro: ha voluto salvare un viceministro e non l’ha salvato, ha voluto punire un generale e l’ha promosso ad un posto di responsabilità presso la Corte dei Conti: è il colmo del ridicolo. Se il paese è disposto a commentare seriamente un articolo di fantapolitica vagamente cinematografica come quello di D’Avanzo, come può il centro-sinistra pensare che poi sia indifferente ad uno scandalo denunciato e dimostrato con documenti fotografati e pubblicati? A torto o a ragione Visco passa oggi per un sopraffattore e perfino per un insabbiatore di procedimenti. Non c’è più nessuno, in Italia, che non sia informato delle sue “malefatte”.
Questo scandalo non dimostra né una particolare nequizia di Visco né la minima colpa del generale Speciale: dimostra soltanto come i politici a volte non capiscano la natura mediatica di certi fenomeni. L’arroganza ha accecato Visco e Prodi e – al di là dei singoli fatti – è questa arroganza la vera responsabile del pasticcio in cui il governo ha rischiato di annegare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 6 giugno 2007


MOLLICHINE
Di Pietro: “Fino all'ultimo giorno del governo Prodi, lavoreremo per garantire la vita dell'esecutivo”. Insomma, cureremo il malato finché è vivo. Mirabile.

Mussi, per il dibattito sul caso Visco. “Sono fiducioso che salteremo l'asticella anche questa volta”. In effetti. Ma è un campionato di salto in basso.

Mastella e Casini: “E’ maturato il comune impegno a difendere in Parlamento i comuni valori della tradizione cattolica italiana e a operare perché si apra una fase di confronto tra i due schieramenti”. Traduzione, siamo pronti a fare le scarpe all’Unione oppure alla Cdl.

L’iraniano Larijani ha detto che lo scudo antimissile americano è “lo scherzo dell’anno”. L’Urss invece mancava di senso dell’umorismo e per quello scudo crollò.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

UN ARTICOLO DELIRANTE DI “REPUBBLICA”
L’articolo di D’Avanzo di oggi, su "Repubblica", è una lenzuolata di 2.124 parole, tre volte il numero che di solito s’impone un editorialista: ma è ovvio che non sono tutti allo stesso livello. Comunque, per non abusare della pazienza del lettore, si riporteranno alcuni dei passi iniziali di questo capolavoro, aggiungendovi qualche umile nota in corsivo.
D’Avanzo parla del ritorno sul "mercato della politica" degli interessi di quell' "agglomerato oscuro" che si è andato costituendo all'ombra del governo Berlusconi e nella spensierata indifferenza o sottovalutazione dei leader del centro-sinistra, Prodi, D'Alema, Rutelli in testa. Insomma, di nuovo la Spectre. Si può dire che quel che fa capolino con l'offensiva del generale è una varietà modernizzata della loggia P2. Brrr… La P2! Non è in discussione la limpidezza morale di Vincenzo Visco, E chi ha detto che non lo sia? Abbiamo letto male o un altro ministro, Di Pietro, questa limpidezza non l’ha vista ed ha chiesto chiarimenti in Parlamento? Siamo stati informati male o dopodomani se ne parlerà in Senato, di tutto questo? Il primo errore del viceministro è di non rendere trasparenti le ragioni dell'urgenza di cambiare aria nelle stanze del comando della Guardia di Finanza… E chi dice che, piuttosto che di un errore, non si tratti di una necessità? Chi dice che Visco non stia coprendo chi oggi in cambio lo copre, per quanto possibile? Che in Lombardia, la Guardia di Finanza sia stata molto prossima e a volte subalterna alle volontà del ministro dell'Economia uscente, Giulio Tremonti - e che ancora oggi possa esserlo - è fatto noto dentro la Guardia di Finanza e nella magistratura. Infatti Berlusconi non è mai stato fatto oggetto di indagini della GdF. Di quel network di potere occulto e trasversale, ormai si sa o si dovrebbe sapere. Basta essere andati al cinema. E' un "apparato" legale/clandestino deforme, scandaloso, ma del tutto "visibile". Avete presente Quasimodo, di Notre Dame de Paris?  Nasce con la connessione abusiva dello spionaggio militare qui D’Avanzo ha dimenticato un aggettivo: spionaggio militare deviato con diverse branche dell'investigazione, soprattutto l'intelligence business, della Guardia di Finanza; con agenzie di investigazione che lavorano in outsourcing, con la Security privata di grandi aziende come Telecom, intelligence business, outsourcing, Security, in other words D’Avanzo would be much more at ease if he wrote this article in English. We pity him, we should nod have obliged him to write in such a secondary language like Italian dove esiste una "control room" che non è una stanza di controllo, ingenui che siete: è una control room; control room, che D’Avanzo sicuramente pronuncerà còntrol rum e una "struttura S2OC" (S2OC? Per fortuna ho la mia C7TR. Che cos’è? Niente, una sigla buttata lì. Come quella di D’Avanzo) "capace di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: per le intercettazioni consonantiche si sta attrezzando può entrare in tutti i sistemi, gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso, con la possibilità di cancellarne la traccia senza essere specificatamente autorizzato". Benedetta Spectre, una ne fa e cento ne pensa.Quel che combina questo "mostro", la Spectre, come si diceva che dovrebbe preoccupare chi ha a cuore la qualità della democrazia italiana, si sa. Qualche esempio. Dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, pianifica operazioni - "anche cruente" - contro i presunti "nemici" del neopresidente del Consiglio. Anche cruente. Si contano infatti duecentosette morti, ottocentoquarantadue feriti, 12.700 persone incarcerate senza processo, 421 desaparecidos e quattro cani e due gatti uccisi da pallottole vaganti.  Durante la legislatura 2001/2006 raccoglie, "con cadenza semestrale", informazioni in Europa su presunti finanziamenti dei Democratici di Sinistra. Le raccoglie e poi elimina fisicamente coloro che le hanno fornite, per non lasciare tracce. E' il "dossier Oak" (Quercia) (outsourcing non necessitava traduzione, Oak sì. Misteri della lingua inglese), alto una spanna, custodito dal detto D’Avanzo? denso di conti correnti, bonifici, addirittura con i nomi e i cognomi di presunti "riciclatori" e "teste di legno" dei finanziamenti occulti dei Ds che fanno capo ai leader del partito. Nomi e cognomi che D’Avanzo, discreto e cortese, non fa. Prima della campagna elettorale del 2006, l'apparato legale/clandestino programma e realizza una campagna di discredito contro Romano Prodi. Questa, poi! Come se ci fosse bisogno di organizzare e realizzare una simile campagna! Ma, si sa, la Spectre, oltre che malvagia, è cretina. Altrimenti James Bond non potrebbe batterla single handed. Accidenti, mi ha contagiato: non single handed, da solo. E non siamo neppure a metà dell’articolo, rimangono, abbiamo letto le solite settecento parole, e 1.468 parole da leggere. Ma chi ne ha il coraggio abbia la bontà di proseguire da solo. L’articolo non dà molte notizie sull’Italia, ma ne dà parecchie sulla mente del suo autore.

Gianni Pardo