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LUGLIO 2005
GUTES GEWISSEN
In un sapido articolo sul
"Corriere della Sera" del 30 luglio Sergio Romano commenta
i rapporti fra magistrati e amici di vario genere, concludendo
che "questa Italia dei cugini" non gli piace. Per dimostrare
che esistono comportamenti non sanzionabili penalmente e tuttavia
sgradevoli, fornisce come esempi quello di Elena Paciotti, che
passa da presidente dell'Anm a parlamentare europeo nelle
liste ds; di un magistrato di Napoli che partecipa a una manifestazione
di no-global; di Felice Casson "che assiste a un congresso di
Rifondazione comunista e si dimette per candidarsi il giorno
dopo alla carica di sindaco".
Alle sue note si potrebbe
aggiungere un'ulteriore osservazione: tutti i nomi
citati sono di magistrati di sinistra o d'estrema sinistra
e qualcuno ne potrebbe malignamente dedurre che essi hanno un
livello di correttezza inferiore a quello medio. Ma probabilmente
la realtà è un'altra.
Il liberalismo, visto che
parte dalla natura dell'uomo qual è e non quale
dovrebbe essere, è un atteggiamento mentale aperto ai
dubbi, alla tolleranza e perfino ad una certa dose di cinismo.
Dopo avere constatato l'universale tendenza a fare i propri
interessi, magari con qualche concessione alla raccomandazione
o alla scorrettezza, il liberale ricorda la frase di Terenzio
e dice: "Homo sum, humani nihil a me alienum puto", sono
un uomo e non considero estraneo a me nulla di ciò che è
umano. Gli altri saranno magari un po' imbroglioni ma io stesso
non mi considero un modello d'inattaccabile virtù.
È bene che stia attento.
L'adepto d'una religione
invece non parte dall'osservazione della natura umana
com'è ma da una verità indiscutibile e trascendentale.
Nessun dubbio e nessuna tolleranza, dunque: al massimo il
perdono. Se si è seriamente credenti non ci si può mantenere
neutrali nel dibattito esistenziale perché sarebbe come essere
equidistanti tra la verità e la menzogna, tra il bene e
il male.
Questa mentalità
religiosa si è trasferita pari pari in una delle
religioni dominanti del Ventesimo Secolo: il marxismo. Gli
adepti di questa fede hanno volontariamente chiuso gli occhi
sui crimini dello stalinismo, sulla totale mancanza di libertà
dei paesi dominati dal socialismo reale, sulla miseria indotta
da un sistema economico devastante e tutto in nome del fatto
che la teoria non poteva che essere giusta.
Coloro che aderiscono alla
politica di sinistra sono impregnati d'una insopprimibile,
indiscutibile, incontenibile buona coscienza. Hanno la
sensazione d'una incontestabile superiorità morale. Mentre
il cinico può anche soffrire d'una più o meno taciuta
Schlechtes Gewissen (mala coscienza, per citarla come la
denomina Nietzsche), l'uomo di sinistra ha un'adamantina Gutes
Gewissen. Non può avere dubbi o perplessità.
Se si batte per la sinistra ha sicuramente ragione e nessuno può
ragionevolmente biasimarlo per avere lottato per il bene contro
il male.
Romano si
stupisce del fatto che tanti magistrati non sentano
imbarazzo per il loro comportamento e forse, invece di stupirsi,
dovrebbe aprire gli occhi sul fatto che essi sono orgogliosi
di mettere anche la toga al servizio del loro ideale.
Dopo di che, si ha voglia
di condividere ciò che Lucrezio pensava della religione.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it - 1° agosto 2005
“Truppe d’occupazione”.
Parafrasando la "mosca al
naso" di Sabelli Fioretti, lasciate che lo dica tutto
d'un fiato: se un ulivista, non un ulivista qualsiasi, ma
un ulivista candidato alla carica di Presidente del consiglio, un
nome a caso, Romano Prodi, sostiene che i nostri soldati sono "truppe d'occupazione"
e poi soi scopre che la notizia è falsa, non falsa appena
un po', ma falsa , ma falsa falsa, cioè che non c'è
niente di vero ma che i
nostri soldati sono in Iraq su richiesta del legittimo governo
di quel paese e su mandato di più risoluzioni dell'Onu,
allora, anche considerando
il fatto che l'ulivista in questione non è un ulivista
qualunque ma addirittura il candidato alla carica di Presidente
del consiglio, un ulivista che quindi dovrebbe dare il buon esempio,
si potrebbe prendere in considerazione l'ipotesi che questo
candidato Primo ministro non sia poi tanto responsabile ma anzi
sia qualcosa di molto vicino a uno scapestrato, a uno sconsiderato
che diffonde notizie false e tendenziose atte a turbatre l'ordine
pubblico, cioè che commette un reato?
Comunque, in attesa che un qualche
magistrato apra il dovuto fascicolo..., le polemiche subito
accese da tale affermazione sono proseguite anche ieri. «È
evidente che Prodi non vuole solo annullare le leggi varate
da questo Parlamento, ma intende anche venir meno agli impegni
internazionali rompendo la solidarietà occidentale, facendo
tornare il nostro paese quella Italietta del passato...»,
lo ha attaccato ieri il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
«Definisce le truppe presenti a Nassiriya come
truppe di occupazione, e ciò è molto grave»,
ha aggiunto il premier che così ha proseguito: «In
questo modo giustifica e incentiva gli attacchi ai nostri
soldati da parte della guerriglia. Le nostre non sono truppe
di occupazione, i nostri soldati sono amati e ben visti dalla popolazione
locale». Anche il ministro degli Esteri Gianfranco
Fini va giù duro e chiede a Romano Prodi di “correggersi”,
accusandolo altresì di esporre il paese al rischio di essere
colpito dai terroristi. «Condivido lo sdegno di Berlusconi
- afferma Fini - perchè forse Prodi non si è
reso conto della gravità inaudita di ciò che ha detto.
Chiamando “truppe di occupazione” le nostre forze armate che sono
in Iraq per pacificare, Prodi espone il nostro paese al rischio
che un pazzo criminale o un gruppo terroristico con un qualsiasi
elemento collegato ad Al Qaida possa considerare doveroso colpire
l’Italia e non soltanto le truppe che sono in Iraq, perchè
un esponente autorevole della politica nazionale, quale il presidente
Prodi, usa nei confronti dei nostri soldati gli stessi termini che
vengono usati dai terroristi iracheni, che definiscono occupanti i
soldati della forza multinazionale».
No global a braccetto
con i musulmani
La «Marcia per la
pace» è un evento che ogni anno si svolge tra Perugia
e Assisi e che chiede un mondo più sereno, vivibile,
senza violenza.
Quest’anno vi parteciperanno,
l’11 settembre, centinaia di associazioni di volontariato,
rappresentanti di varie confessioni religiose, e anche
gruppi che gravitano nella galassia dei no global. C’è
da dire che la manifestazione si svolge sotto il cappello
dei Democratici di Sinistra, dell’Italia dei valori, dei Comunisti
Italiani, del Partito Umanista e dei Verdi.
Ma in questa occasione,
a guardare nella fitta schiera di sigle che formano
il tabellone dei partecipanti, ce ne sono alcune davvero
incredibili, incompatibili e anche inquietanti.
Viene infatti da chiedersi
cosa hanno in comune il Soccorso sociale per i palestinesi
con la Lega delle cooperative, l’associazione Italia-Paestina
con l’Ucoii, l’unione delle comunità islamiche in
Italia. Proprio quella sigla che il vicedirettore del Corriere
della sera Magdi Allam ha più volte nei suoi articoli indicato
come un pericolo per la comunità nazionale e internazionale,
a causa dei suoi legami con centrali del terrorismo e con le associazioni
internazionali del Fratelli musulmani. Il segretario dell’Ucoii
è Roberto Hamza Piccardo, un personaggio che è passato
dall’estremismo di sinistra a quello islamico.
Hamza Piccardo ha in passato
diffuso comunicati interpretabili come legittimazione
dottrinale del terrorismo suicida. Inoltre, ha assunto posizioni
di comprensione ambigua per i kamikaze di Hamas e Hezbollah.
Insomma, un tipo che non può pretendere che le istituzioni
italiane lo accettino come valido interlocutore. Ad Allam,
che metteva a nudo la sua pericolosità sociale, Hamza
Piccardo rispondeva che certe cose vanno dette solo in arabo,
mentre non debbono essere tradotte in italiano. A parole, i militanti
dell'Ucoii dicono di essere leali verso lo Stato e di credere
nella democrazia. Ma in realtà il loro progetto politico
è di controllare la comunità dei musulmani in Italia,
spostandola su posizioni sempre più radicali. Secondo fonti
di stampa, la sigla dietro la quale agisce la filiale italiana
dell'organizzazione integralista dei Fratelli musulmani, è
chiamata dai suoi membri semplicemente «la Fratellanza».
Si tratta di una organizzazione
che in passato agiva con il nome di Unione degli Studenti
musulmani in Italia. Il motivo del cambiamento del nome,
evidentemente ha l’obiettivo di tentare di riproporre in
una nuova dimensione di attendibilità gli aderenti. Un
tentativo insomma, di ripulire passati personali pieni di
macchie e di azioni inaccettabili. Da La Padania
Tocqueville, buon
anniversario!
Duecento anni fa nasceva
Alexis de Tocqueville, lucido scrittore, uomo di
squisita sensibilità, analista politico di prima
grandezza, esaltatore e critico della democrazia moderna,
vero maitre a penser dell'Europa moderna, spesso dimenticato,
ma sempre attuale e vivo nel pensiero del nostro tempo.
Nella Democrazia in
America vide vizi e virtù del nuovo sistema politico
affermatosi oltre oceano, da tenere presente nel vecchio continente
avrebbe per un avvenire da protagonista della storia.
I princìpi enunciati
dall'illustre scienziato sociale sono tuttora validi?
Alla domanda non può
che rispondersi affermativamente, avendo cura di estrarre
dalle sue riflessioni quanto è ancora essenziale
per la salvaguardia di un sistema politico insostituibile
nella contemporaneità e quanto invece è necessariamente
riformabile per adattare le regole passate - con nuovi
apporti intellettuali e fresche elaborazioni d'idee - al terzo
millennio, nella speranza di una rinascita europea.
La figura del giovane
studioso francese, sintesi mirabile di educazione
aristocratica e spirito liberale, si propone oggi come simbolo
di rinnovamento nella continuità.
Un pragmatico punto
di riferimento per chiunque conservi la convinzione
che la strada dell'eguaglianza e della libertà,
non possa essere disgiunta dal culto della qualità,
delle migliori capacità dell'uomo ad autogovernarsi, senza
retorica né eccessi giacobini.
Le insegne del suo
blasone sono infine sostegno alla "Città dei liberi",
nuovo sito web di aggregazione in difesa della libertà
senz'aggettivi, luogo d'incontro che, in pochissimo tempo,
è riuscito a raccogliere tante opinioni non conformiste
e a divenire un laboratorio intellettuale significativo
per la costruzione di una nuovo assetto della società
italiana ed europea.
Buon anniversario Tocqueville
ed auguri vivissimi agli uomini liberi.
(dal sito di Federigo
Alberighi) 29-07-2005
"C'è posto
per gli ebrei nel dialogo tra occidente e islam?"
Il primo ministro spagnolo,
in un discorso alle Nazioni Unite, ha lanciato la proposta,
per la verità un po’ fumosa di una “alleanza delle
civiltà”, immediatamente accolta dal governo turco.
Durante la visita di José Luis Rodriguez Zapatero
a Londra, la proposta ha ora ottenuto l’appoggio del premier
britannico Tony Blair. Il quale, per la verità, ha parlato
di un “patto di solidarietà che attraversi le diverse religioni”:
interpretazione che segna una differenza con il premier
spagnolo e sottolinea il ruolo delle varie confessioni. Su questo
terreno, Zapatero, che con la Chiesa intrattiene pessimi rapporti,
è molto meno a suo agio.
Non si tratta di una
sfumatura, ma di una distinzione fondamentale perché,
seppure indirettamente, parlare di “diverse religioni” equivale
a parlare anche della più antica delle religioni monoteiste,
quella ebraica. La prova che è possibile un incontro
tra civiltà tanto differenti come quella occidentale e
quella islamica può essere data solo chiarendo che questo
confronto non esclude gli ebrei, la loro religione, il loro Stato.
L’incontro di civiltà non può neppure lontanamente assomigliare
a quello tra Adolf Hitler e il gran muftì di Gerusalemme, uniti
dall’odio per il popolo ebraico. Se i leader occidentali non
sono in grado di porre questa condizione per il dialogo con l’Islam,
quella del riconscimento della realtà ebraica, così
com’è, configurata anche nello stato di Israele, se accettano
la discriminazione non hanno diritto a parlare in nome dell’Occidente
democratico e antirazzista. Naturalmente è ragionevole che
esistano interessi divergenti fra i vari stati, e quelle degli arabi
con Israele sono tra le più difficili da sciogliere. Riconoscere
la pari dignità della civiltà ebraica non significa negare
i problemi politici e territoriali che esistono, significa non
interpretarli in base a un criterio razzistico, incivile in linea
di principio. Pensare a un dialogo, o addirittura, come dice Zapatero,
a un’alleanza, lasciando nell’ombra questa questione capitale, sarebbe
di fatto l’espressione della tolleranza dell’Occidente per il razzismo
antiebraico dominante nell’area islamica, e quindi una forma di complicità.
E’ già accaduto che, nella speranza di ottenere la pace,
le grandi democrazie abbiano fatto finta di non vedere le persecuzioni
antisemite nel cuore dell’Europa. Non è servito a salvare
la pace, perché con il fanatismo criminale non c’è accomodamento
che tenga. L’alleanza di civiltà non si può firmare
a Monaco.
"Il Foglio"
GUERRA O NON GUERRA?
Molti opinionisti sostengono che
quella contro il terrorismo è una vera guerra, se pure
asimmetrica. E ne deducono che va combattuta come una guerra,
cioè con una certa dose di mancanza di scrupoli e garanzie
legali. Questo è forse il risultato dell'allarme suscitato dagli
avvenimenti recenti. Su una scala molto più grande, sono
anni che George W. Bush parla di guerra: una guerra lunga, in cui
subiremo perdite ma che vinceremo, ha detto cento volte. Anche l'atteggiamento
di Blair, dopo la strage di Londra, è stato sulla stessa linea.
Di fronte alla concordia di tante firme, non ci sarebbe che da star
zitti. Se non fosse che il problema può anche essere affrontato
dal punto di vista umilmente lessicale.
La guerra è, tecnicamente,
uno scontro fra entità statali. E poiché uno stato
si compone di territorio, popolo e governo, per credere di essere
di fronte ad una vera guerra è naturale cercare due territori,
due popoli, due centri di comando. Ecco perché la "guerra
servile", di romana memoria, fu una guerra. Quegli schiavi sembravano
un popolo che anelava all'indipendenza; disponevano del territorio
in cui si erano rifugiati ed avevano un capo di cui la storia non
ha dimenticato il nome, Spartaco. La vicenda - una guerra - si concluse
del resto con una battaglia campale.
Diverso fu il caso della guerra
contro i pirati. Qui il terreno di scontro fu innanzi tutto
il mare e i pirati erano interessati solo al bottino, non a
vincere un altro stato. Anche se è vero che disponevano
di basi (porti e governi amici, dove Pompeo andò poi a stanarli),
non avevano tecnicamente un territorio. E neppure una struttura di
comando piramidale. Dunque, malgrado le proporzioni dello scontro
(grandissime, per l'antichità: anche dal punto di vista economico),
la guerra contro i pirati fu piuttosto una gigantesca operazione
di polizia marittima che altro.
Poi
c'è un uso della parola "guerra" che deriva dal fatto
che l'umanità ama molto drammatizzare quello che vive.
Il superlativo ha un suo invincibile fascino. Si pensi alla
fortuna della parola "genocidio": da qualche decennio è
sembrato che un massacro fosse una bazzecola se non assurgeva al
livello di "genocidio".
Su questa tendenza alla distorsione
delle parole la semantica fornisce osservazioni interessanti.
L'inferno, cioè la biblica Geenna, è
caratterizzato dai tormenti. In passato i francesi che avevano
un fastidio l'esageravano chiamandolo tormento, e dunque inferno,
e dunque Geenna (divenuta "gêne").
Tuttavia, a forza di usare la parola nel senso di fastidio,
l'esagerazione ha perduto la sua forza e oggi nessun francese,
parlando di gêne, pensa di parlare di tormenti e d'inferno.
A tal punto che, per parlare veramente della Geenna,
bisogna dire e scrivere "Géhenne".
È inutile gonfiare le cose
con le parole. Esse rimangono ciò che sono. Ma gli
uomini continuano ad amare l'esagerazione e si sente il bisogno
di parlare di guerra alla Mafia, guerra all'Aids, un tempo perfino
di guerra alle mosche. Sessant'anni di pace oltre tutto ci hanno
fatto dimenticare che cos'è veramente una guerra. Tutto
questo rischia di fare un favore al nemico: una guerra alla Mafia
pone infatti questa rozza organizzazione criminale sullo stesso
livello dello Stato.
Le cose non vanno diversamente
per il terrorismo. Il fatto che sia imbattibile non significa
che sia importante, così come il raffreddore è
incurabile ma ciò non significa che se ne muoia. Il terrorismo
è imbattibile perché non si può evitare che
un singolo squilibrato lanci una bottiglia molotov contro un
gruppo di pacifici cittadini; non si può evitare che qualcuno
ponga dei massi sulla strada ferrata per far deragliare un treno
o che un pazzo si suicidi con l'esplosivo in mezzo alla folla. Il terrorismo
ha tutte le caratteristiche tecniche della criminalità isolata.
E si ricordi che la criminalità è sempre esista, in
tutti i tempi e in tutti i paesi. Di diverso il terrorismo ha la mancanza
di profitto, la spietatezza folle e in qualche caso l'organizzazione
che riesce a massimizzarne gli effetti: tuttavia, che sia un singolo,
a farsi scoppiare in un cinema, o tre pazzi che si fanno scoppiare
contemporaneamente in tre autobus diversi, fa molta differenza?
I suoi metodi fanno vittime, provocano dolori privati notevoli, ma
non mettono in pericolo lo Stato. Nessuna comunità (neppure Israele),
ha subito tanti attacchi, con tanti morti, come l'Iraq attuale, eppure
nessuno parla di cedere al terrorismo. Uno Stato non è piegato
da immani stragi dei propri cittadini (si pensi alle battaglie della
Prima Guerra Mondiale): figurarsi se può piegarsi dinanzi alla
morte di venti o duecento persone. Certo, può scendere a compromessi;
pagare perfino riscatti: ma arrendersi può solo per viltà,
non perché battuto.
Il terrorismo perde dunque il suo
tempo, con la Gran Bretagna.
Gianni Pardo, luglio
2005 - Giannipardo@libero.it
Massima del giorno
In gioventù ero di piccola statura.
Ora non più. Ora sono vecchio.
G.P.
MOLLICHINE
Il Pacchetto Pisanu include
il prelievo di saliva. Così, quando un terrorista
ci sputa in faccia, potremo almeno sapere chi è.
Rifondazione Comunista contraria
al Pacchetto Pisanu. I comunisti sono un indice sicuro
dei provvedimenti opportuni.
Fazio e Montezemolo e l'opposizione
e Ciampi e la maggioranza e i sindacati ecc. lanciano
l'allarme e denunciano la gravità della situazione.
Ma che diamine aspetta, lo Stellone, a provvedere?
Ciampi chiede di "conciliare
libertà e sicurezza". Conciliare, eh? Si vede che
hanno litigato di brutto.
Seminario dell"Unione. Prodi:
"Abbiamo trovato una profonda filosofia comune". Una
filosofia? Profonda? E comune per giunta?
Hamid Garzai, presidente
afgano: "I terroristi non sono veri musulmani". Ma,
per essere finti, sono già abbastanza nocivi.
Gianni Pardo - Giannipardo@libero.it
E Israele, Santo
Padre?
25.000 attacchi terroristici.
Santo padre, ha letto bene, 25.000
attacchi terroristici ha avuto Israele dal settembre del
2000 ad oggi.
25.000 attentati che hanno avuto
come risultato migliaia tra morti e feriti eppure, per
il Papa, non sono sufficienti per entrare a far parte della
rosa dei paesi colpiti dal terrorismo.
Israele e' il paese al mondo che
piu' ha sofferto per terrorismo e guerre del terrore ed
e' veramente un peccato che sia stata fatta questa brutta
gaffe, una vera e propria gaffona Vaticana.
Una gaffe disumana perche' sputa
sui morti, sui sopravvissuti, sugli orfani.
Chissa' se il Papa ha agito per
paura o se e' stata una distrazione, certo e' che questa
assomiglia da vicino alla distrazione di Papa Woitila quando
in Siria il dittatore Assad gli comunico' nel suo discorso ufficiale
che gli ebrei avevano assassinato Cristo, Maometto e tutti
i palestinesi e lui, Giovanni Paolo, non vi fece caso, occupatissimo
com'era a guardare il panorama.
La verita' e' che non ci sono
distrazioni, non ci sono dimenticanze se non volute, la
verita' e' che esiste la paura di far arrabbiare gli arabi,
la verita' e' che il Vaticano da anni si guarda alle spalle in
attesa di una bomba su San Pietro come promesso dall'islam moderato,
quello non moderato si incarichera' di farla saltare, la bomba.
Quindi per non far arrabbiare
i due islam, quello cattivo che manda i kamikaze e quello
buono che si limita a festeggiare le azioni dei kamikaze
, ecco che si decide di offendere e umiliare ancora una volta
il paese che non da nessuna preoccupazione, che tutt'al piu'
manda a chiamare il Nunzio Apostolico per protestare.
E tutto finisce li'.
Sempre per compiacere questi due
Islam, quello cattivo che ammazza e quello buono che festeggia
piu' o meno discretamente gli attentati e li condanna solo
quando teme qualche noiosa espulsione, i media italiani hanno
fatto da cassa di risonanza ai media nazionalsocialisti arabi
dicendo e scrivendo che...udite...udite... gli attentati li sta
facendo tutti Israele, da sempre. Lo hanno scritto i giornali
, lo ha detto tale Stefano Ziantoni, a Unomattina.
Lo hanno rivelato come se fosse
vero! E senza vergogna! Lo hanno comunicato senza il
minimo imbarazzo.
Allora e' ancora il caso di meravigliarci
se l'odio contro Israele non avra' mai fine come non
ha mai fine l'odio verso gli ebrei?
Se un Papa dimentica di citare
Israele tra i paesi colpiti dal terrorismo significa
che i vermi immondi palestinesi che per 5 anni sono venuti a
farsi esplodere in mezzo a noi non sono terroristi.
Questo e' il messaggio.
Non sono terroristi , punto e
basta, non sono terroristi quei vermi , ce lo dicono ogni
giorno i media italiani che fanno salti mortali nella ricerca
di sinonimi del termine terrorista : guerriglieri, militanti,
per i nazionalsocialisti persino eroicontrol'occupazione ma
mai terroristi, tutt'alpiu', quando va bene, sono presunti
.
E' come una catena, una catena
di infamie: i media che sono sempre attenti a non infastidire
i palestinesi e gli arabi in generale, i politici, certi
politici, quelli che vanno in barca per intenderci , che
urlano che e' Israele il terrorista perche' osa difendersi
e poi la dichiarazione importante del Capo della Cristianita'
che non si abbassa a questo abominio ma..... dimentica.
Le vittime israeliane sentitamente
ringraziano.
Deborah Fait -
informazionecorretta
INTEGRALISTI ISLAMICI
E FINANZIAMENTO PUBBLICO
L’Italia dei politici creduloni
e degli ideologizzati non si smentisce. Accadde all’indomani
dell’11 settembre, il più sanguinoso attentato terroristico.
Allora la Regione Campania promosse la costruzione di una grande
moschea a Napoli. All’indomani del 7 luglio il Consiglio comunale
di Firenze ha concordato sulla costruzione di una moschea cittadina.
Chiariamo subito: ben vengano
le moschee quali luoghi di culto. Ma il problema si pone
quando rischiano di trasformarsi in centri di indottrinamento
all’integralismo islamico, se non veri e propri covi di arruolamento
di terroristi. Ebbene, sapete da chi sarebbero controllate
le moschee di Napoli e Firenze qualora fossero realizzate? Dall’Ucoii
(Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia),
affiliata ai Fratelli Musulmani, un movimento integralista fuorilegge
nella maggior parte dei Paesi musulmani. E visto che queste moschee
verrebbero finanziate con il denaro pubblico, non è il caso
di domandarsi se non esistano altre priorità in cui investire
per agevolare una costruttiva integrazione dei musulmani?
Il caso della moschea di Napoli
si arenò in Parlamento per l’opposizione della Lega
e le riserve della Casa delle libertà al finanziamento pubblico,
oltre due miliardi di lire, deciso dal presidente della Regione
Antonio Bassolino. L’onorevole Antonio Soda, dei Ds, denunciò
la «cultura dell’intolleranza». Passò invece
del tutto inosservato il fatto che un’istituzione dello Stato
avesse deciso di costruire e consegnare la moschea non a una
rappresentanza qualificata e possibilmente eletta dei musulmani
partenopei, ancor meglio se cittadini italiani, bensì ai consoli
dei Paesi arabi e ad alcuni imam stranieri auto-eletti legati
all’Ucoii. Il convincimento, legato allo stereotipo del tutto
visionario secondo cui l’homo islamicus non avrebbe altra aspirazione
che pregare dalla mattina alla sera, sembra aver ispirato il capogruppo
dei Ds a Firenze Ugo Caffaz, di fede ebraica, che ha annunciato
l’iniziativa di una grande moschea destinata ai «fratelli
islamici».
I consiglieri verdi Varrasi e
Valentino hanno sostenuto che «la religione, la
conoscenza e la bellezza estetica sono gli antidoti più
potenti contro la violenza». Peccato che l’Arabia Saudita
con le sue 45 mila moschee e l’Egitto con le sue 90 mila moschee
si siano rivelati terreni fertili del terrorismo islamico. La
verità è che, a differenza di quanto asserito ieri
da Paolo Portoghesi sul Corriere, non è affatto automatico
che il luogo di culto si traduca in una cultura della pace. La verità,
ahimè amara, è che se anche non tutte le moschee
sono integraliste o terroriste, tutti i terroristi sono diventati
tali attraverso la moschea. Una verità che dovrebbe tener
presente anche Paolo Brogioni, sindaco di Colle Val d’Elsa (Siena),
che si appresta a costruire una moschea che rischia di finire sotto
il controllo dell’Ucoii.
Ieri Osvaldo Napoli, di Forza
Italia, ha invocato la richiesta di un «certificato
antiterrorismo» ai gestori delle moschee. Certamente
servono imam compatibili al cento per cento con le nostre leggi
e con i valori della nostra società. Prima delle moschee
pensiamo a formare gli imam. Prima degli imam pensiamo a integrare
i musulmani. Che hanno né più né meno le stesse
priorità di tutte le altre persone umane.
Magdi
Allam, Corriere della Sera del 26 luglio 2005, pag.
Attentato
terroristico a Sharm El Sheik, Pera: “Attacco alla nostra
civiltà”
Pubblichiamo integralmente il testo del
discorso sull’attentato terroristico in Egitto pronunciato
dal Presidente del Senato Marcello Pera nell’Aula del senato durante
la seduta del 25 luglio 2005.
Colleghi, purtroppo non è
la prima volta in questi anni che iniziamo una seduta in
segno di lutto per ricordare le vittime del terrorismo islamico.
Esprimiamo oggi il nostro cordoglio per la morte, nell'attacco
terroristico di Sharm El Sheik, di Sebastiano Conti e di sua moglie,
Daniela Maiorana, e inviamo alle loro famiglie i sentimenti della
nostra solidarietà. Purtroppo, altri italiani sono ancora
dispersi e, nonostante la nostra speranza, temiamo che anch'essi
abbiano perduto la vita.
Il terrorismo islamico ha massacrato
ancora, ha colpito cittadini colpevoli solo di passare
qualche giorno di vacanza oppure, come nel caso di Benedetta
Ciaccia, massacrata a Londra, di essere al lavoro altrove.
Ha colpito un centro turistico affollato e, dopo la Gran Bretagna,
un Paese colpevole di intrattenere rapporti normali, di collaborazione
e di dialogo con l'Europa e l'Occidente. Ha colpito esseri umani
rei di essere giudei e cristiani, colpevoli non già di
aver fatto qualcosa bensì di essere qualcosa.
Questo terrorismo mira alla nostra
cultura, alla nostra civiltà, al nostro modo di
vita, quello stesso di cui noi, nei nostri e negli altri Paesi,
intendiamo fare partecipi tutti, senza distinzione, senza discriminazione
alcuna. Questo terrorismo, che ci dipinge come Satana o come
una civiltà degradata, non passerà. Ci ha dichiarato
guerra, ma non vincerà; ci vuole distruggere, ma non prevarrà.
Però noi sappiamo che la guerra sarà lunga e
cruenta.
Ce lo dicono la più che
decennale azione dei fanatici , iniziata ben prima dell'attacco alle
Torri Gemelle; ce lo dice la scansione delle date che ormai
sono diventate un simbolo: 11 settembre, 11 marzo, 7 luglio,
22 luglio. Ce lo dice la ferocia con cui, con i loro comunicati,
i terroristi intendono combatterci. Ad un atto di guerra si risponde
con la consapevolezza intellettuale e politica della situazione
da affrontare, con la fermezza delle reazioni da assumere
e con le misure appropriate da prendere.
Credo che occorra, in primo luogo,
che l'Europa e tutto l'Occidente si mostrino coscienti
ed uniti nell'affermare e difendere le proprie ragioni,
senza cedimenti e senza infingimenti, neppure verbali. Non abbiamo
dichiarato la guerra ad alcuno. La guerra la subiamo. E già
ne portiamo troppi lutti per poterci concedere divisioni o
polemiche. Solo l'unione di tutti noi, perché tutti noi
siamo ugualmente un bersaglio, abbrevierà i nostri dolori.
Questa unione di tutti, al di là
delle nostre normali divisioni politiche, la dobbiamo a Sebastiano,
a Daniela, a Benedetta ed ai tanti altri, di cui abbiamo
pianto la morte. La dobbiamo a noi stessi e la dobbiamo anche
ai nostri figli che non vogliamo allevare in un mondo impaurito
ed imbarbarito dal terrore. Per questo, colleghi, vi prego di osservare
un minuto di silenzio.
ESISTE UN ISLÀM
MODERATO?
Alcuni si chiedono se esista
un Islàm moderato: domanda che tradisce la
voglia di trattare da nemici tutti i maomettani, nel dubbio;
ed è ovvio che il quesito, essendo eccessivo già
nella sua formulazione, finisce con l'essere autolesionista.
Chi si sentirebbe di dire che tutti i torinesi sono falsi e cortesi,
tutti i siciliani mafiosi e tutti gli inglesi flemmatici? Queste
generalizzazioni, se fossero valide, lo sarebbero solo per
la maggior parte dei soggetti e in realtà, troppo spesso, non
sono valide neppure per essa.
La domanda giusta dunque
diviene: come mai alcuni si chiedono se esista un Islàm
moderato?
Ogni religione può
essere esaminata su due livelli: uno teorico, l'altro
sociologico. Teoricamente il Cattolicesimo è oggi ciò
che fu nel Cinquecento. Sociologicamente invece nel Cinquecento
ci furono guerre di religione, e nei secoli seguenti
processi per eresia ed esecuzioni capitali, che oggi non sarebbero
concepibili.
Nel caso dell'Islàm,
le cose sono un po' più complicate. Innanzi tutto,
esso è nato in un mondo in cui non s'è mai
avuta la tradizione di tolleranza che fu caratteristica dell'Impero
Romano. Nelle nazioni dove comanda uno solo è ancor
più facile concepire un unico dio, intollerante di altre divinità:
e infatti l'Islamismo è molto più monoteista
dello stesso Cristianesimo[1]. Inoltre l'Islamismo adottò
sin da principio e su larga scala il programma di convertire
tutti con la forza. Non che la pratica fosse sconosciuta, nella
Cristianità: basti pensare alle conversioni forzate dei
Sassoni imposte da Carlo Magno, con l'immediata uccisione di
chi rifiutava. Ma mentre questi programmi violenti, per quanto riguarda
il Cristianesimo, appartengono al lontano passato e le stesse guerre
di religione sono dimenticate da quattro secoli, il mondo dell'Islàm,
per ragioni sue, è rimasto fermo nel tempo. Probabilmente
anche a causa del diffuso analfabetismo, è come se non
fosse mai uscito dal Medio Evo: né socialmente, né
culturalmente, né dal punto di vista religioso. Fa anzi riferimento,
con nostalgia, al tempo in cui quella religione - e quel potere politico-militare
- era in espansione. Vagheggia qualcosa che è avvenuto dodici
secoli fa e che è stato seguito da molti secoli d'ininterrotta
decadenza. Come avveniva per certe famiglie di nobili caduti in
miseria, non smettono di celebrare la gloria, la potenza e la ricchezza
che furono, senza far nulla per migliorare il presente. Per questo,
mentre nell'ebraismo in origine era contemplata la lapidazione dell'adultera
(basta leggere il Vangelo), e oggi considererebbe col massimo orrore
questa pratica, l'islamismo la applica occasionalmente al mondo d'oggi.
Non vuole uscire dal passato.
Ovviamente esistono musulmani colti,
miti e tolleranti. Ce ne furono perfino al tempo delle Crociate.
Ma la massa dei musulmani - anche se tiepida dal punto
di vista religioso - non ha un Voltaire nella propria storia
e nella propria cultura. Sente in fondo al cuore - senza contraddittorio
- che sarebbe giusto essere rigorosi; che sarebbe bene non
discostarsi dalla lettera del Corano; che sarebbe giusto governare
ogni Stato come è governata l'Arabia Saudita. Ecco perché
molti di loro hanno un atteggiamento così prudente, quando
si tratta di condannare la violenza, il terrorismo, le stragi. Temono
d'apparire empi agli occhi dei correligionari e credono che quegli
atti siano il frutto di una vera passione religiosa che essi non hanno
e forse dovrebbero avere. Hanno insomma l'atteggiamento di parecchi
fiorentini che ascoltavano Girolamo Savonarola: ovviamente quel frate
esagerava, ma aveva torto? Non era forse il linea con la religione più
rigorosa, ciò che diceva? Non avrebbero tutti dovuto seguire
il suo esempio?
Il potere della religione
islamica nella società è più forte del
potere della religione cristiana. Per questo la maggioranza
cerca di non avere atteggiamenti troppo disinvolti e che
potrebbero farla apparire eretica. Del resto ci sono Stati (uno
è il Pakistan) in cui basta dichiarare di non essere più
musulmani per essere passibili di pena di morte (reato d'<apostasia>).
Il risultato è che
tutti i musulmani ci sembrano più o meno complici
del terrorismo. È un po' quel che è successo
nell'Unione Sovietica. La stragrande maggioranza dei russi non
era comunista prima del 1989 e non è stata anticomunista
dopo: il principio, allora come sempre, era primum vivere,
deinde philosophari (per prima cosa vivere, poi faremo filosofia).
Ma per chi guardava quella società dall'esterno tutti i russi
apparivano ferventi comunisti.
L'Islàm teorico
è più assolutista e intollerante di altre religioni,
in particolare del buddismo o del confucianesimo. Ma le
folle islamiche sembrano intolleranti e addirittura simpatizzanti
del terrorismo perché molto ignoranti, molto conformiste
e, dopo tutto, molto spaventate.
[1]
"Non avrai altro dio all'infuori di me", disse
del resto lo stesso Geova: anche se poi i cattolici,
con la Trinità, la Madonna e i Santi... ma è meglio
non prendere questo discorso.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it - 26 luglio 2005
«Amicizie
sbagliate»
Di solito prima di portare qualcuno
a casa nostra, ci si informa quantomeno su chi sia. Capita
invece che noi italiani non soltanto ci portiamo in casa un
estraneo, ma l'abbracciamo e stringiamo accordi.
Accordi che ridicolizzano la nostra
credibilità e minano la nostra sicurezza. Sarà
perché siamo anime pie, forse spregiudicati avventurieri
o peggio ancora degli ideologizzati che infieriscono contro
se stessi. Ma è così che abbiamo consegnato la rete
delle moschee d'Italia agli integralisti e estremisti islamici
dichiarati fuorilegge nei rispettivi Paesi d'origine. Che scegliamo
come interlocutori all'estero nomi altisonanti di prestigiose
istituzioni islamiche, come l'università Al Azhar del Cairo o
la Lega musulmana mondiale della Mecca, senza preoccuparci minimamente
del fatto che in realtà sono degli strenui apologeti del
terrorismo suicida che massacra gli ebrei in Israele o gli occidentali
in Iraq. E tra questi, val la pena ricordarlo, ci siamo anche noi
italiani.
E' successo poco più di
un mese fa, il 15 giugno, che al Cairo è stato siglato
un accordo per la creazione di un Comitato accademico italo-egiziano
di «studi comparati per il progresso delle scienze umane
nel Mediterraneo» (Oscum), tra la celebre università islamica
di Al Azhar, considerata una sorta di Vaticano sunnita, e un
cartello di cinque università italiane (La Sapienza di Roma,
il Pontificio Istituto Orientale di Roma, l'Orientale di Napoli,
la Bocconi di Milano, l'Iuav di Venezia), coordinato dal professore
Sergio Noja Noseda, ex docente di Lingua e letteratura araba alla Cattolica
di Milano e titolare di una omonima Fondazione. L'accordo è
stato firmato dal rettore di Al Azhar, Ahmed al-Tayeb e dall'ambasciatore
d'Italia, Antonio Badini, alla presenza dello sheikh di Al Azhar, Mohamed
Sayed Tantawi, ritenuto la massima autorità teologica dell'islam
sunnita.
Ed è sorprendentemente
l'Avvenire, l'organo della Cei (Conferenza episcopale
italiana), a ricordarci che proprio Tantawi, un «amico
del Papa» avendo accolto Giovanni Paolo II al Cairo nel
2000 e partecipato alle sue esequie, è in realtà
a capo di un'istituzione islamica che legittima il terrorismo
suicida. Lo ha fatto il rettore al-Tayeb persino nel convegno
organizzato dalla comunità di Sant'Egidio a Milano
il 7 settembre 2004 dal titolo «Disarmare il terrore. Un
ruolo per i credenti». «Un conto è il terrorismo
che colpisce innocenti, un conto è affibbiare l'etichetta
di terrorismo a quella che è solo una reazione di autodifesa
per proteggersi da qualcosa, come nel caso della resistenza
nei confronti di forze di occupazione», spiegò in
un'intervista al mensile 30 Giorni, «I palestinesi sono
un popolo che non ha niente. Povera gente che viene uccisa ogni
giorno. Nella disperazione ricorrono a mezzi estremi per opporsi
all'occupazione». In precedenza, il 4 aprile 2002, quando
ricopriva la carica di Gran mufti d'Egitto, massimo giureconsulto
islamico, sentenziò che «la soluzione al terrorismo
israeliano si basa sulla proliferazione degli attacchi di martirio
che terrorizzano i cuori dei nemici di Allah. I Paesi islamici,
sia i popoli che i governanti, devono sostenere queste operazioni
di martirio».
Così come lo stesso Tantawi,
sempre il 4 aprile 2002, ricevendo al Cairo il deputato
arabo-israeliano Abdel Wahhab Darawsheh, emise una fatwa,
un responso giuridico, in cui sentenziò che «le operazioni
di martirio contro qualsiasi israeliano, inclusi i bambini,
le donne e i giovani, sono legittime dal punto di vista della legge
islamica». Tantawi spronò «il popolo palestinese
a intensificare le operazioni di martirio contro il nemico sionista,
in quanto la manifestazione più alta della Jihad».
Non sorprende quindi che il collega Carlo Termignoni concluda
sull'Avvenire: «Alla luce di una simile realtà ad
alcuni osservatori non è parso dunque prudente l'accordo di
collaborazione culturale e di cooperazione scientifica tra l'università
di Al Azhar e istituzioni italiane».
Che l'università di Al
Azhar sia pesantemente infiltrata dal movimento integralista
dei Fratelli Musulmani è un fatto noto. Così come
lo è la Lega musulmana mondiale sponsorizzata dall'Arabia
Saudita che, tramite il Centro culturale islamico d'Italia,
gestisce la grande moschea di Roma. Anche se l'ambasciatore
Mario Scialoja, che presiede la sezione italiana della Lega musulmana
mondiale, non ha nulla a che fare con i Fratelli Musulmani.
Ben diverso è il caso di
gran parte delle moschee sorte in modo incontrollato
in Italia. E che oggi sono sottoposte al controllo, diretto
o indiretto, dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni
islamiche in Italia), emanazione dei Fratelli Musulmani,
e di gruppi fondamentalisti che predicano la Jihad, intesa
come guerra santa, ed esaltano i kamikaze islamici in Israele
e in Iraq.
E' qui che si attua il lavaggio
di cervello che trasforma i musulmani in robot della
morte. Ed è da qui che deve scaturire il riscatto alla
piena legalità dell'islam d'Italia. - Magdi
Allam, Corriere della Sera 25 luglio 2005
Convocato il Nunzio
apostolico a Gerusalemme
Protesta formale del Governo
Sharon perché il Papa domenica, dopo l’Angelus, nel condannare
i recenti attacchi terroristici (Egitto, Turchia, Iraq
e Gran Bretagna) non ha incluso Israele, anch’esso bagnato
di sangue per opera di kamikaze.
«Il Governo d’Israele
esprime il suo rammarico per la mancata menzione d’Israele
tra i paesi colpiti» si legge in una nota dell’ambasciata
israeliana presso la Santa Sede. Il Nunzio Apostolico a Gerusalemme,
monsignor Pietro Sambi, è stato convocato dal Ministero
degli Esteri per esprimergli questa protesta.
«Il Governo - si
legge - ritiene che tale omissione renda più
forte gli estremisti che non vogliono la pace e che indebolisca
i moderati. Crede giusto ed auspicabile che la condanna da parte
del Papa dei vigliacchi atti terroristici che colpiscono civili
innocenti, debba far menzione anche dello Stato d’Israele, una
delle principali vittime del terrorismo islamico».
ESPLOSIONI A SHARM
EL SHEIK
Una serie di esplosioni,
almeno cinque, hanno squassato la notte di Sharm el-Sheik,
la piu' nota e frequentata localita' turistica egiziana
sul Mar Rosso provocando la morte di oltre 40 persone e il
ferimento di circa 150, molte delle quali versano in gravissime
condizioni.
Le esplosioni, secondo
le prime notizie fornite dalla polizia egiziana,
sono state provocate da quattro autobombe saltate in aria.
Una prima auto e' esplosa vicino al bazaar di Sharm el-Sheik,
e altre tre a Naama Bay, in un centro commerciale turistico,
nei pressi dell' hotel Ghazala - la cui facciata e' andata completamente
distrutta - e dell'hotel Moevenpick. Nei pressi del Moevenpick
si trova anche la residenza estiva del presidente egiziano Hosni
Mubarak.
Naama Bay e' l'area di
Sharm el-Sheik a piu' alta concentrazione di alberghi,
in questi giorni affollati di turisti, moltissimi dei quali
europei. La gente e' scesa per le strade in preda al panico,
temendo altre esplosioni. E comunque tutta l' area era affollata
di persone: a quell' ora negozi e bazaar sono pieni di gente,
soprattutto turisti che scelgono di passeggiare di sera e di
notte per sfuggire al caldo torrido del giorno. Secondo le prime
testimonianze, i boati sono stati uditi a chilometri di distanza
e i vetri delle finestre di molti edifici sono andati in frantumi.
La prima esplosione, nei
pressi del bazaar di Sharm el-Sheik si e' verificata
all' una di notte (mezzanotte in Italia) ed e' stata udita
a oltre un chilometro di distanza. Testimoni hanno riferito
di un incendio e di una nube di fumo che si levava in alto.
Circa 15 minuti piu' tardi altre esplosioni sono state udite
in direzione di Naama Bay, sei chilometri piu' lontano.
Il 7 ottobre scorso 34
persone morirono in tre attentati che distrussero
il Taba Hilton, al confine con Israele, sempre nella penisola
del Sinai. Rimasero uccise anche due sorelle italiane, Jessica
e Sabrina Rinaudo. (ANSA)
Londra di nuovo
sotto attacco terrorista
Quindici giorni dopo il 7 luglio,
costato la vita a 56 persone ferendone oltre 700, il fanatismo
islamico torna a "punire" la capitale britannica. Stessi
mezzi, stessa metodologia, stesso esplosivi: all'incirca verso
le 13.30 italiane, tre bombe sono scoppiate nella subway, nei
pressi delle stazioni di Warren Street, Oval e Shepard's Bush,
mentre una quarta è esplosa a bordo del pullman 26, quando
questo percorreva Hackney Road. Ma, secondo i primi accertamenti
e le voci provenienti dai testimoni, al contrario di due settimane
fa, l'attentato sarebbe fallito per la difettosità degli ordigni
o per la poca quantità di materiale esplosivo utilizzato, non
provocando alcuna vittima.
Stesso obiettivo, stesso disegno:
immettere nella vita di tutti i giorni della società-cultura
occidentale il germe dell'odio e del terrore, cercando
di raffigurare simbolicamente tale guerra attraverso la riproduzione
di una croce di fuoco sulla cartina di Londra. E questa
immagine è stata dipinta attraverso la scelta geografica
dei bersagli terroristici, localizzati ognuno in un punto cardinale
della città.
La notizia delle deflagrazioni,
diffusasi rapidamente tra i cittadini, ha alimentato
nuovamente la paura e l'angoscia dei londinesi, anche se le dichiarazioni
della polizia hanno in parte riportato alla tranquillità
l'umore londinese. Il capo di Scotland Yard, Ian Blair, ha
infatti immediatamente comunicato il bilancio
di un unico ferito e di nessun deceduto, assicurando contemporaneamente
come la situazione fosse sotto controllo. "Si è trattato
- ha affermato - di quattro esplosioni o, meglio 'tentate
esplosioni' causate da bombe comunque di potenziale inferiore
a quelle utilizzate il 7 luglio. Bombe che non hanno funzionato
bene e non sono detonate come avrebbero dovuto". Ed ha continuato rendendo
noto come due sospetti fossero stati già fermati ed arrestati
nel pomeriggio.
Iraq, Camera approva
rifinanziamento missione
La Camera ha approvato
la proroga fino al 31 dicembre 2005 della missione
militare italiana in Iraq. Il provvedimento andrà ora
al Senato.
Al momento sono presenti
in Iraq, nella provincia meridionale di Dhi-Qar,
circa 3.300 militari italiani nell'ambito dell'operazione
Antica Babilonia iniziata nell'estate del 2003. Nelle scorse
settimane il governo ha annunciato che a settembre 300
soldati del nostro contingente torneranno a casa.
Le nuove regole
dell’ordine giudiziario
La riforma dell’ordinamento
giudiziario votata definitivamente dalla Camera,
«non è quella che avremmo voluto fare, ma è
un grande e importante primo passo verso una giustizia
veramente giusta».
Il presidente del Consiglio,
Silvio Berlusconi, intervenendo al convegno sul partito
unitario del centrodestra organizzato a Roma dal gruppo
di Forza Italia al Parlamento europeo, è tornato a
ribadire la sua convinzione in merito alla nuova “carta costituzionale”
della magistratura. Secondo il Premier si poteva fare di più.
Un’opinione condivisa
dallo stesso Guardasigilli Roberto Castelli che il
27 giugno, rispondendo allo stesso premier che aveva definito
la riforma «non entusiasmante ma necessaria»,
dalle colonne del nostro giornale aveva affermato di essere
«assolutamente d’accordo da un punto di vista politico.
La magistratura italiana ha bisogno - diceva il ministro della
Giustizia - di riforme più profonde di quelle che noi abbiamo
portato avanti. Ma bisogna considerare che davanti a noi abbiamo
trovato dei limiti di natura costituzionale insuperabili. Dal
punto di vista tecnico - ammetteva il titolare del dicastero di
via Arenula - non era possibile fare di più».
Per esempio la Lega ha
sempre chiesto, oltre all’elezione dei Pm che non
ha trovato consenso tra gli alleati (ad esclusione di qualche
apertura dello stesso premier), la separazione delle carriere
tra la magistratura inquirente e giudicante. «Arrivare
a questo non era possibile. Abbiamo cercato di ottenere
il possibile a costituzione vigente», cioè la
separazione delle funzioni. La soluzione trovata ha previsto
un concorso unico per entrare in magistratura, ma dopo 5 anni
di servizio il magistrato dovrà scegliere se fare il Pm
o il giudice.
Una norma più
forte di quanto previsto dal programma elettorale
della Cdl nelle elezioni del 2001 in cui si parlava di «separazione
giudici-pubblici ministeri, di immissione dei magistrati
in due ruoli distinti dopo un percorso iniziale comune e di cambiamento
di ruolo previa partecipazione ad uno specifico corso-concorso».
Per quanto riguarda l’avanzamento
delle carriere delle toghe, secondo Castelli, «era
auspicabile un sistema più oggettivo che liberasse
i magistrati dallo strapotere soffocante del Csm».
Il programma elettorale della Cdl prevedeva una «progressione
economica legata all’anzianità e all’inesistenza di demeriti,
criteri obiettivi legati al merito per il passaggio alle funzioni
superiori e una temporaneità degli incarichi direttivi».
Anche in questo campo
la riforma portata avanti da Castelli è stata
più determinata: per fare carriera velocemente il magistrato
dovrà affrontare concorsi per titoli ed esami. Saranno
previsti anche colloqui di idoneità psico-attitudinali.
Il programma della Cdl prevede inoltre che «ogni anno
il ministro della Giustizia e il ministro degli Interni»
presenti «al Parlamento una relazione nella quale venga dato
conto del lavoro delle procure, dei tribunali e delle forze dell’ordine.
Il Parlamento», inoltre, avrebbe indicato «al
Governo le linee guida, gli obiettivi e le priorità della
politica per la giustizia e per la sicurezza». Proprio
questa fu una delle norme bocciate dal Capo dello Stato. Quindi
si è arrivati ad ottenere che il ministro faccia una relazione
al Parlamento sulla propria azione riformatrice, senza però
dare priorità alla magistratura.
L’ordinamento giudiziario
varato ieri rappresenta quindi il massimo ottenibile
da questa maggioranza che, nonostante le incursioni del Csm
sul proprio campo, ha immesso nella magistratura quei principi
normali in una democrazia: autonomia, meritocrazia e obiettività.
Berlusconi ha già annunciato che nel prossimo consiglio
dei ministri sarà votato la riforma del codice di procedura
penale. Ora lo sforzo dovrà essere incentrato sulla realizzazione
delle altre promesse fatte nel 2001: «Occorre abbreviare
la durata dei processi e rendere esecutive le sentenze»,
e «soddisfare tre certezze oggi carenti: la certezza del reato,
la certezza del processo, la certezza della pena». (La Padania, 21.07.2005)
Al Qaeda ordina,
la sinistra esegue
Romano Prodi fa un ennesimo
passo indietro rispetto alla missione italiana in Iraq.
Al vertice di Ds, Sdi e Margherita l’incarico di presentare
un documento sulla base del testo messo a punto da Prodi, poi
toccherà ai capigruppo della Camera decidere se tradurlo
in una mozione parlamentare. Ma l’orientamento nell'Unione,
a quanto si apprende, è di non arrivare a nessuna mozione.
Anche perché la presentazione di un testo parlamentare sancirebbe
una nuova rottura: l’ala radicale (Verdi, Pdci e Prc) presenterebbe
a sua volta un proprio documento. Secondo quanto riferiscono
esponenti dell’ala riformista, Prodi probabilmente consegnerà
il suo testo prendendo atto che su questo non c'è l'unanimità
e lascerà la 'patata bollente' ai capigruppo. Nei Ds, Luciano
Violante e per la Margherita Pierluigi Castagnetti, a quanto si apprende,
sono in attesa di vedere, nero su bianco, le indicazioni che verranno
dalle consultazioni di Prodi e dei leader. L’esito sembra non preludere
ad una presa di posizione coraggiosa. “Anche questa volta sul rifinanziamento
della missione italiana in Iraq, Prodi è costretto alla marcia
del gambero: una ingloriosa ritirata”, ha detto il vice ministro per
i Beni e le attività culturali Antonio Martusciello. “Ormai anche
sull’Iraq - afferma Martusciello - si profila una sua ennesima sconfitta,
non essendo riuscito a conciliare le varie e composite posizioni in seno
al centrosinistra, dimostrando di non avere capacità di mediazione,
qualità indispensabile per chi si candida a leader”. Un compito
che “l'integralismo del suo aiutante di campo Parisi” gli rende ancora
più arduo. Se il professore non riesce a concretizzare positivamente
un mandato conferitogli dai suoi compagni di fabbrica - si chiede il vice
ministro - come può presumere di tener fede alle attese dell'elettorato?”
La stessa domanda viene posta dagli alleati più moderati del centrosinistra.
“L’Unione non è affatto tutta schierata per il no al rifinanziamento
della missione militare italiana in Iraq. I Popolari-Udeur, come
già fatto in precedenti occasioni, voteranno a favore del rifinanziamento
della nostra missione. Sbaglia dunque chi ritiene, per quanto riguarda
la politica estera, che gli unici problemi nell’Unione siano provocati
da Bertinotti”, ha precisato il coordinatore dei Popolari-Udeur,.
Mauro Fabris, che ricorda come da tempo il suo partito ha posto
“molto seriamente la questione della politica estera e delle alleanze
internazionali che l’Unione vuole perseguire”. “Se l’Unione vuole
diventare credibile agli occhi degli italiani quale vera forza capace
di governare il Paese deve sciogliere le proprie contraddizioni interne
proprio in tema di politica estera. Su questo tema, come su quello
della sicurezza interna - conclude Fabris - il centro-sinistra rischia
di perdere le Politiche 2006 quando sembrano già vinte”.
E’ la posizione di tutta l’Udeur, come ricorda lo stesso Clemente Mastella,
che ha già annunciato che voterà a favore del rifinanziamento
della missione italiana a Nassirya. A la guerre comme à la
guerre: ciascuna delle componenti dovrà motivare la sua posizione
come meglio crede, fa sapere il capogruppo di Rifondazione Comunista
alla Camera, Franco Giordano, che pregusta lo scontro diretto con
quelli che dovrebbero essere in realtà i suoi stessi alleati
nella coalizione di centrosinistra. Mentre internet diffondeva ieri
l’ennesima minaccia nei confronti dell’Italia, il centrosinistra
si disponeva quindi ad interloquire con il mittente delle stesse.
Nel momento in cui Al-Qaeda lanciava un ultimatum di un mese al
nostro paese per ritirare le truppe dall'Iraq, Prodi faceva sapere
di essere pronto al ritiro. ( da L'Opinione del 20 luglio
2005 - di Aldo Torchiaro)
Carovana Palestina
Pochi sanno che i giovani
italiani di sinistra, di rifondazione comunista, dei
no global e compagnia bella ne hanno inventata un'altra per
esprimere il loro odio contro Israele.
Si chiama "Carovana Palestina"
ed e' una manifestazione itinerante, con tutti i sacri
crismi ricevuti a Strasburgo dall'Europarlamento,
domani Lega Euro-islamica.
Questi giovani diffamatori
stanno girando l'Italia e vogliono arrivare fino a
Gerusalemme per dimostrare la loro solidarieta' ai palestinesi.
Ma perche' a Gerusalemme, capitale israeliana e non
a Ramallah, citta' palestinese? Qualcosa mi dice che piu' che
solidarieta' ai palestinesi vogliono dimostrare il loro odio
contro Israele. Non e' troppo difficile da capire e spero che
Israele sappia riceverli come meritano.
La Carovana si e' fermata
giorni fa a Trieste e aveva un ospite d'eccezione, un
terrorista per me /guerrigliero per loro, che aveva
"combattuto " a Jenin dove morirono 26 soldati israeliani in un
agguato.
Il giovane ammazza-israeliani
e' stato acclamato come un eroe dal pubblico triestino presente
ma la cosa piu' interessante e' il programma di questa
carovana di gentiluomini , un programmino con i fiocchi,
tipo leggi razziali :
1. La raccolta di offerte per Hamas
e la sua "struttura di welfare" che, gli organizzatori l'hanno
ricordato più volte, Israele cerca in tutti i modi di
smantellare.
2. Proiezione di
un video messaggio di una madre palestinese il cui
figlio due o tre anni fa si è fatto saltare in aria a
Netanya ( 30 morti tutti civili e innocenti, tra cui una donna
di 90 anni sopravvissuta alla Shoa') perchè, i sottotitoli
spiegavano, quello è l'unico modo per rispondere ai crimini
contro l'umanità commessi da Tsahal.
3. Petizione con cui si
chiedeva proprio ad Israele di modificare la sua denominazione
di Stato ebraico in "Stato ebraico occupante di Palestina".
4. Campagna informativa
su come Israele avvelena sistematicamente l'acqua destinata
a Gaza e alla Cisgiordania. (accusa ricorrente per gli antisemiti
di tutti i tempi: gli ebrei avvelenano i pozzi! Un tempo
usavano i forconi e le spade, oggi le carovane. il risultato
deve pero' essere lo stesso, accompagnato dal grido di ogni
secolo, per 20 secoli: A MORTE GLI EBREI)
5. Gli organizzatori chiedevano
a gran voce che Israele permettesse il diritto al ritorno,
senza se e senza ma, di tutti i profughi palestinesi e
loro discendenti, il cui numero indicativo è stato stimato
nella cifra di 10 (dieci) milioni di persone, tenuto conto
ovviamente di figli e nipoti.
6. Sempre gli organizzatori
si impegnavano a presentare all'Europarlamento di Strasburgo
uno studio affinche l'A.N.P. entri a far parte dell'U.E.
in modo da poter fare pressioni più incisive su
Israele.
Tutto questo, naturalmente
condito e rallegrato da bandiere palestinesi e striscioni
offensivi contro Israele e Sharon, grande partecipazione
di pubblico e ovazioni.
Che dire?
Penso all'attentato di
Londra e quello che mi verrebbe da dire e' censurabile.
Penso all'attentato dell'altro giorno a Natanya e l'autocensura
si fa ancor piu' necessaria.
Penso alla campagna di
riabilitazione dell'Islam dopo ogni attentato, penso
agli ipocriti cartelloni della sinistra italiana "Siamo tutti
londinesi", penso che mai, in 5 anni di terrore vissuti da
Israele, hanno avuto il fegato di gridare di fronte alle carneficine
"Siamo tutti israeliani".
Penso a quelli che dicono
che esiste un islam moderato come se fosse possibile
dire che esisteva un nazismo moderato.
Penso ai giornalisti dei miei stivali
che continuano a borbottare , senza vergogna, "ma i musulmani
non sono tutti uguali, questo non e' l'islam" e penso al
pubblico presente in quella citta' sul mare, la mia citta' ammorbata
da organizzazioni filopalestinesi molto attive, che applaudiva
i carovanieri dell'odio perche' chiedevano la distruzione
di Israele.
Penso che questi giovanuncoli
comunisti siano il triste futuro dell'Italia come
lo sono state le squadracce fasciste all'olio di ricino che
andavano a scovare gli ebrei per consegnarli ai nazisti.
Infine penso che le parole
dell'intervista di Arafat a Oriana Fallaci , nel lontano
1974 rappresentino ancora una irrinunciabile speranza
per questi carovanieri dell'odio:
"Noi abbiamo incominciato
una lunga lunga guerra che durera' per generazioni.
Noi non ci fermeremo fino a quando Israele non sara' distrutto.
Noi non vogliamo la pace ma la vittoria. Per noi Pace significa
la distruzione di Israele e nient'altro."
Ecco perche' il cosiddeto
"popolo della pace", quello che sventola i suoi stracci
arcobaleno e urla "una palestina unita , araba e islamica"
si da tanto da fare e viene preso da crisi convulsive
quando si nomina Israele. Ecco perche' mai nessun politico
della sinistra italiana ha avuto il fegato di dire, durante le
carneficine di ebrei: "siamo tutti israeliani".
Per loro "pace significa
la distruzione di Israele e nient'altro"
A questo seguira' la distruzione
dell'Eurabia e su Londonstan, Romastan, Paristan,
Munchenstan sventolera', insieme allo straccio asrcobaleno
simbolo dell'odio, il simbolo verde della conquista
islamica col suo bagaglio di arretratezza, violenza, donne
pestate, dhimmi, tagliagole, sventramenti vari e a piacere.
Questo e' quello che ammirano
e vogliono i giovanuncoli della carovana dell'odio
e un cervello normale non puo' non chiedersi il motivo
di tanta ammirazione per la barbarie, ne' il motivo per cui
stanno lavorando cosi' intensamente per ottenere la fine di
Israele, dell'Europa e dei valori di civilta' dell'occidente.
Sara' anche la loro fine.
Sono proprio cosi' idioti da non saperlo?
Deborah Fait - informazionecorretta
Massima del giorno
La prudenza non ci
mette al riparo dai guai, ma l'imprudenza addirittura
ce li procura.
G.P.
MOLLICHINE
Fini per il terrorismo: "Smmmono
state messe in atto tutte le misure necessarie per prevenire,
individuare, combattere eventuali pericoli": non uscire mai
di casa, avere una maschera antigas a portata di mano, non
avvicinarsi alle finestre, bere solo acqua minerale...
L'Unione. No alle
"leggi speciali" contro il terrorismo. Prodi però
chiede una lotta "efficace". Ammazzeremo i terroristi
a colpi d'ossimoro.
Nuove misure di sicurezza.
Installazione di telecamere nei vagoni del metró.
A prova di bomba?
Ali Agca, sull'attentato
al Papa: "Finora ho raccontato 50 versioni false".
Dice la verità?
Prime nozze gay il
12 luglio, in Spagna. Auguri e figli maschi.
Fini per il terrorismo:
"non c'è motivo per allarmismi particolari".
Dopo tutto, sappiamo già che siamo mortali.
Pisanu: "Parlamentizzare
al massimo l'impostazione della lotta al terrorismo".
Di "analfabetizzare" il paese ci si occupa già.
Per il crack WorldCom
25 anni di carcere a Bernard Ebbers, ex amministratore
delegato. Lo sciocco non sapeva che cose del genere bisogna
farle a Parma.
Gianni Pardo, 15-07-2005
IL MATRIMONIO OMOSESSUALE
Un argomento come il
matrimonio fra persone dello stesso sesso trova il
lettore già schierato. O è a favore o è contro.
E in ambedue i casi con estrema risolutezza. E tuttavia
è forse lecito chiedersi se l'argomento consenta simili
certezze.
Il matrimonio per
molti secoli è stato concepito solo fra persone
di sesso diverso. La cosa è perfettamente comprensibile
se si pensa al senso e al significato di questo istituto.
Il maschio per sua natura s'accoppierebbe volentieri con
tutte le femmine belle ma l'accoppiamento conduce alla procreazione
e questo induce sia l'uomo sia la donna ad un atteggiamento
più prudente. La donna si chiede se l'uomo che la feconda
rimarrà accanto a lei abbastanza a lungo per tirar su la
prole, l'uomo si chiede se quel breve piacere lo costringerà
ad occuparsi per decenni della prole e soprattutto se quella
prole sarà sua o di un altro che abbia precedentemente
fecondato la donna. Queste preoccupazioni, soprattutto in tempi
in cui la contraccezione era approssimativa, non esisteva l‚esame
del Dna, ecc. hanno avuto conseguenze importantissime.
La donna non va continuamente a letto
con uomini diversi perché questo potrebbe condurla
a dover occuparsi dei figli da sola. Senza neppure essere
certa dell'identità del padre. Inoltre, anche ad ammettere
che sia protetta dalla "pillola", questo suo atteggiamento
scoraggerebbe molto gli uomini che pensassero di sposarla.
Amanti mille, mariti nessuno, senza contare l'ineliminabile
rischio di rimanere incinta. Questo fa sì che sessualmente
la donna sia più "seria" dell'uomo.
L'uomo da parte sua,
pur anelando (come ogni primate) ad accoppiarsi col
massimo numero di donne, per millenni ha preferito sposare
una vergine. Era l'unica garanzia che non avrebbe allevato
figli non suoi. Per non parlare di pratiche barbariche come
l'infibulazione. Inoltre, sposata la donna, l'ha sorvegliata
fino a farne una schiava pur di essere sicuro di non diffondere
i geni d'un altro maschio.
Queste esigenze dovevano
essere anche garantite da un'adeguata pubblicità
(pubblicità che ha fatto nascere le costose e chiassose
cerimonie di nozze), in modo che la comunità sapesse
che quella donna "apparteneva" a quel dato uomo e non era
disponibile per il primo venuto. Da tutto questo nasce
il matrimonio. La donna assume coram populo l'impegno
a non accettare come partner sessuale che il marito, mentre
questi si impegna a rimanerle a lungo accanto, provvedendo alle
necessità della famiglia e soprattutto riconoscendo come sua
la prole. Il padre, dicevano i romani, è colui che è
indicato dalle nozze, non colui che ha effettivamente generato
i figli. Mater semper certa est, pater numquam, la madre
è sempre certa, il padre non lo è mai.
Se è tutto
questo è vero, può darsi che tutta la
questione del matrimonio omosessuale sia semplicemente
lessicale. Mancando quello che la Chiesa chiamava il bonum
prolis, molti dei problemi citati non sussistono.
Non c'è la propagazione dei geni per il maschio; non
c'è il problema dell'allevamento della prole in solitudine
per la donna; non c'è il discredito per la ragazza madre;
non c'è quasi nulla del matrimonio normale salvo ciò
che il diritto romano chiamava maritalis affectio, l'affetto
coniugale. E allora, se due omosessuali - uomini o donne -
vogliono vivere insieme, volendosi bene, che bisogno hanno di andare
a vedere il sindaco o di dare un nome alla loro unione? Soprattutto,
che bisogno hanno di darle un nome che già corrisponde ad
un fenomeno del tutto diverso?
Gli omosessuali giustamente obiettano
che nel loro caso sarebbero opportune alcune delle
istituzioni che proteggono il matrimonio. Se uno solo dei
due lavora, ed ha diritto alla pensione, perché mai, morendo,
non dovrebbe essere in grado di lasciare la pensione di
reversibilità al partner? Se la coppia vive
in affitto, e colui che ha firmato il contratto muore, perché
mai il superstite non dovrebbe avere il diritto - che ha la
moglie o il marito nel matrimonio normale - di rimanere nella
stessa casa? Perché non estendere al partner l'assistenza
sanitaria?
Queste sono ragionevoli
questioni di sostanza. Questioni che corrispondono
a semplici problemi di equità. Ecco perché
si può considerare il problema dell'unione omosessuale
senza gli estremismi di cui si diceva.
Da un lato non si
vede perché bisognerebbe chiamare matrimonio l'unione
fra omosessuali; dall'altra non si vede perché a costoro
non bisognerebbe applicare le stesse norme, in quanto compatibili
ed analoghe, che si applicano alle coppie eterosessuali.
In fondo è ciò che è avvenuto in Francia con il
PACS, quell'istituto recentemente approvato che non introduce
il matrimonio fra omosessuali ma ne riconosce e protegge l'unione.
Ai moralisti si può
chiedere: dal momento che, riconoscimento o no, ci saranno
sempre delle coppie omosessuali, è veramente tanto
scandaloso che uno dei due possa succedere in un contratto
di locazione?
Agli omosessuali si
può chiedere: che bisogno avete di chiamare matrimonio
un'unione che con il matrimonio eterosessuale ha così
poco da vedere? Forse reclamate quella parola in nome della
parità? Ma essa qui è assurda, essendo diversi
i due fenomeni, e la questione lessicale tradisce un complesso
d'inferiorità. Sarebbe come se le donne, in nome
della parità, volessero essere chiamate uomini. Oh
come sei bello, Elisabetta mio!
Il problema del matrimonio
omosessuale è da un lato giuridico e dall'altro
lessicale. Non sembra in nessun caso un problema morale.
Gianni Pardo,
14 luglio 2005 - Giannipardo@libero.it
PAOLO FRANCHI
E IL SUO PENSATORE PREFERITO
"Lo confesso,
non ho resistito: per il concorso indetto su Internet
dall Bbc ho indicato Carlo Marx come pensatore preferito,
... l'ho votato per la sua frase <<Ho seminato draghi
ho raccolto pulci>>
.., perché
è un vecchio con la barba bianca, e così
la gente immagina i filosofi ... eppoi perché
Il Foglio ha una prosa da Comitati civici..."
(dal
settimanale del Corriere dela Sera)
L’AMBIGUA GUERRA
DI ROMANO PRODI
In un momento così
drammatico, occorre essere chiari. Nessuno, e
tanto meno un commentatore, possiede la ricetta giusta
per affrontare adeguatamente la lotta al terrorismo che
è globale, ideologico e nichilista. Tutte le strategie
contro il nemico più insidioso dell'Occidente vanno
messe alla prova dei fatti e quindi possono essere giudicate
solo a posteriori. Credevamo tutti che la Gran Bretagna
avesse il sistema di polizia e di intelligence più
affidabile d'Europa, e invece a Londra è accaduto il
peggio.
Dobbiamo quindi
essere prudenti nell'indicare soluzioni ed emettere
giudizi.
Ciò premesso,
ci pare che le considerazioni e le proposte del ministro
dell'Interno siano state adeguate al momento. Pisanu non
ha avanzato ricette salvifiche e non ha garantito una soluzione
della questione antiterroristica. Non ha creato facili
illusioni per compiacere questo o quello ma non ha neppure
alimentato il panico e l'insicurezza che percorrono il nostro
Paese. Il complesso di misure amministrative, finanziarie,
legislative, giudiziarie e investigative che ha prospettato
in Parlamento per rafforzare la sicurezza sembrano potere
incidere sui vari fronti e controbattere il terrorismo islamista.
V'è tuttavia
un punto dirimente da affrontare prima di soffermarsi
sull'efficacia dei provvedimenti: è lo spirito
con cui la nazione deve affrontare la prova del terrorismo.
All'indomani dell'11 settembre gli americani si strinsero intorno
al presidente Bush che poté così realizzare la
sua strategia antiterroristica con il sostegno della pubblica
opinione e l'approvazione del Congresso.
Allo stesso modo
il premier Blair ha registrato il consenso della popolazione
britannica e ha proclamato con orgoglio, insieme alla regina,
l'intangibilità del sistema di vita inglese. Non così
è avvenuto in Spagna dove il terrorismo ha condizionato
le elezioni portando alla vittoria Zapatero che aveva promesso il
ritiro delle truppe dall'Irak.
A casa nostra l'orizzonte è
molto più ambiguo e frastagliato. La sinistra, infatti,
se pure con sfumature da quella graduale a quella massimalista,
seguita a mescolare pretestuosamente la lotta al terrorismo
in Italia con il ritiro delle truppe italiane dall'Irak.
Non c'è
dubbio che terrorismo e Irak siano strettamente legati.
Ma lo sono proprio nel senso contrario a quel che sostiene
la sinistra. Nel senso che oggi, a Bagdad, si gioca la più
importante partita contro il terrorismo, non minore di quelle
in corso in Europa e in America. Se gli occidentali si ritirano
dall'Irak sotto pressione delle azioni terroristiche nelle
città occidentali, si lascerebbe campo libero al fondamentalismo
islamico nichilista.
È perciò
che la disponibilità al dialogo tra maggioranza
e opposizione vale ben poco se il candidato della sinistra
alla premiership,
Romano Prodi, continua
a praticare la reticenza e l'ambiguità per tenere
insieme il centrosinistra condizionato dal radicalismo antiamericano.
Dichiarazioni come «la guerra è stata
un tragico errore» che ha aggravato il problema del terrorismo
e il ritiro delle truppe italiane deve essere completato
«a ritmo accelerato» significano in sostanza
l'abdicazione in Italia al terrorismo.
Il più diffuso
quotidiano nazionale ha pubblicato un allarmante
sondaggio. Il 63% degli italiani ritiene che «quello
terroristico non è un attacco alla cultura occidentale,
ma una reazione
talvolta giustificata talvolta no al modo con cui
gli occidentali hanno trattato il mondo arabo». Ecco
il risultato delle idee seminate dalla sinistra che tuttora
costituiscono l'humus dietro cui si nasconde Prodi. Che l'intervento
in Irak sia stato o no un errore, lo spirito di una nazione
si misura dalla capacità di sapere rimanere fermi di
fronte al nemico. Come insegna Tony Blair e l'Inghilterra
tutta.
m.teodori@agora.it
- Il Giornale
SREBRENICA
Srebrenica,
Bosnia Erzegovina orientale, poco più in là
scorre la Drina, naturale linea di confine con la Serbia.
Tra il '93 e il '95 area protetta dall'ONU. Enclave musulmana
nel territorio conquistato dall'esercito serbo-bosniaco
guidato da Mladic. Luogo di raccolta di decine di migliaia
di profughi evacuati dalle zone limitrofe. Caduta nelle mani
dell'esercito serbo-bosniaco l'11luglio del 1995, la storia
la ricorderà come uno dei peggiori e vergognosi crimini
in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. La Republika Srpska,
una delle due entità della Bosnia Erzegovina, solo
da poco ha riconosciuto l'uccisione di 7.800 vittime, mentre
le associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime
di Srebrenica affermano che sono oltre 10.000.
Il Tribunale
dell'Aja ha definito genocidio quanto è avvenuto
nel luglio di dieci anni fa. In Europa oggi Srebrenica
rappresenta questo, il primo genocidio avvenuto dal
tempo della Seconda Guerra Mondiale, e dell'Olocausto.
«Minacce
a Berlusconi e nessuna solidarietà dalla
sinistra italiana»
«È
vergognoso che in 48 ore la sinistra più faziosa
del mondo non sia stata capace di trovare un solo
minuto per esprimere solidarietà a Berlusconi, dopo
le minacce del terrorismo islamista». Il ministro
della Salute, Francesco Storace, scorre i dispacci di
agenzia e i fiumi di parole pronunciati dai politici italiani
e detta un giudizio secco sulla mancanza di senso dello Stato dimostrata
da dirigenti e parlamentari dell'Unione dopo la rivendicazione
di Al Qaida. (...)
Clicca
qui per continuare nella lettura
dell'intervista per "Il Giornale".
Massima
del giorno
Il denaro
è come le donne : è un guaio averlo e doversene
occupare, ma è un guaio ancora più grande
non averlo.
G.P.
MOLLICHINE
I terroristi:
"Abbiamo un conto aperto con Berlusconi".
Chiaro e conciso. Pubbli