ARCHIVIO LUGLIO 2005

GUTES GEWISSEN
In un sapido articolo sul "Corriere della Sera" del 30 luglio Sergio Romano commenta i rapporti fra magistrati e amici di vario genere, concludendo che "questa Italia dei cugini" non gli piace. Per dimostrare che esistono comportamenti non sanzionabili penalmente e tuttavia sgradevoli, fornisce come esempi quello di Elena Paciotti, che passa da presidente dell'Anm a parlamentare europeo nelle liste ds; di un magistrato di Napoli che partecipa a una manifestazione di no-global; di Felice Casson "che assiste a un congresso di Rifondazione comunista e si dimette per candidarsi il giorno dopo alla carica di sindaco".

Alle sue note si potrebbe aggiungere un'ulteriore osservazione: tutti i nomi citati sono di magistrati di sinistra o d'estrema sinistra e qualcuno ne potrebbe malignamente dedurre che essi hanno un livello di correttezza inferiore a quello medio. Ma probabilmente la realtà è un'altra.

Il liberalismo, visto che parte dalla natura dell'uomo qual è e non quale dovrebbe essere, è un atteggiamento mentale aperto ai dubbi, alla tolleranza e perfino ad una certa dose di cinismo. Dopo avere constatato l'universale tendenza a fare i propri interessi, magari con qualche concessione alla raccomandazione o alla scorrettezza, il liberale ricorda la frase di Terenzio e dice: "Homo sum, humani nihil a me alienum puto", sono un uomo e non considero estraneo a me nulla di ciò che è umano. Gli altri saranno magari un po' imbroglioni ma io stesso non mi considero un modello d'inattaccabile virtù. È bene che stia attento.

L'adepto d'una religione invece non parte dall'osservazione della natura umana com'è ma da una verità indiscutibile e trascendentale. Nessun dubbio e nessuna tolleranza, dunque: al massimo il perdono. Se si è seriamente credenti non ci si può mantenere neutrali nel dibattito esistenziale perché sarebbe come essere equidistanti tra la verità e la menzogna, tra il bene e il male.

Questa mentalità religiosa si è trasferita pari pari in una delle religioni dominanti del Ventesimo Secolo: il marxismo. Gli adepti di questa fede hanno volontariamente chiuso gli occhi sui crimini dello stalinismo, sulla totale mancanza di libertà dei paesi dominati dal socialismo reale, sulla miseria indotta da un sistema economico devastante e tutto in nome del fatto che la teoria non poteva che essere giusta.

Coloro che aderiscono alla politica di sinistra sono impregnati d'una insopprimibile, indiscutibile, incontenibile buona coscienza. Hanno la sensazione d'una incontestabile superiorità morale. Mentre il cinico può anche soffrire d'una più o meno taciuta Schlechtes Gewissen (mala coscienza, per citarla come la denomina Nietzsche), l'uomo di sinistra ha un'adamantina Gutes Gewissen. Non può avere dubbi o perplessità. Se si batte per la sinistra ha sicuramente ragione e nessuno può ragionevolmente biasimarlo per avere lottato per il bene contro il male.


Romano si stupisce del fatto che tanti magistrati non sentano imbarazzo per il loro comportamento e forse, invece di stupirsi, dovrebbe aprire gli occhi sul fatto che essi sono orgogliosi di mettere anche la toga al servizio del loro ideale.

Dopo di che, si ha voglia di condividere ciò che Lucrezio pensava della religione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 1° agosto 2005


“Truppe d’occupazione”.
Parafrasando la "mosca al naso" di Sabelli Fioretti, lasciate che lo dica tutto d'un fiato: se un ulivista, non un ulivista qualsiasi, ma un ulivista candidato alla carica di Presidente del consiglio, un nome a caso, Romano Prodi, sostiene che i nostri soldati  sono "truppe d'occupazione" e poi soi scopre che la notizia è falsa, non falsa appena un po', ma falsa , ma falsa falsa, cioè che non c'è niente di vero ma che i nostri soldati sono  in Iraq su richiesta del legittimo governo di quel paese e su mandato di  più risoluzioni dell'Onu, allora, anche considerando il fatto che l'ulivista in questione non è un ulivista qualunque ma addirittura il candidato alla carica di Presidente del consiglio, un ulivista che quindi dovrebbe dare il buon esempio, si potrebbe prendere in considerazione l'ipotesi che questo candidato Primo ministro non sia poi tanto responsabile ma anzi sia qualcosa di molto vicino a uno scapestrato, a uno sconsiderato che diffonde notizie false e tendenziose atte a turbatre l'ordine pubblico, cioè che commette un reato?
Comunque, in attesa che un qualche magistrato apra il dovuto fascicolo...,   le polemiche subito  accese da tale affermazione sono proseguite anche ieri. «È evidente che Prodi non vuole solo annullare le leggi varate da questo Parlamento, ma intende anche venir meno agli impegni internazionali rompendo la solidarietà occidentale, facendo tornare il nostro paese quella Italietta del passato...», lo ha attaccato ieri il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «Definisce le truppe presenti a Nassiriya come truppe di occupazione, e ciò è molto grave», ha aggiunto il premier che così ha proseguito: «In questo modo giustifica e incentiva gli attacchi ai nostri soldati da parte della guerriglia. Le nostre non sono truppe di occupazione, i nostri soldati sono amati e ben visti dalla popolazione locale». Anche il ministro degli Esteri Gianfranco Fini va giù duro e chiede a Romano Prodi di “correggersi”, accusandolo altresì di esporre il paese al rischio di essere colpito dai terroristi. «Condivido lo sdegno di Berlusconi - afferma Fini - perchè forse Prodi non si è reso conto della gravità inaudita di ciò che ha detto. Chiamando “truppe di occupazione” le nostre forze armate che sono in Iraq per pacificare, Prodi espone il nostro paese al rischio che un pazzo criminale o un gruppo terroristico con un qualsiasi elemento collegato ad Al Qaida possa considerare doveroso colpire l’Italia e non soltanto le truppe che sono in Iraq, perchè un esponente autorevole della politica nazionale, quale il presidente Prodi, usa nei confronti dei nostri soldati gli stessi termini che vengono usati dai terroristi iracheni, che definiscono occupanti i soldati della forza multinazionale».

No global a braccetto con i musulmani
La «Marcia per la pace» è un evento che ogni anno si svolge tra Perugia e Assisi e che chiede un mondo più sereno, vivibile, senza violenza.
Quest’anno vi parteciperanno, l’11 settembre, centinaia di associazioni di volontariato, rappresentanti di varie confessioni religiose, e anche gruppi che gravitano nella galassia dei no global. C’è da dire che la manifestazione si svolge sotto il cappello dei Democratici di Sinistra, dell’Italia dei valori, dei Comunisti Italiani, del Partito Umanista e dei Verdi.
Ma in questa occasione, a guardare nella fitta schiera di sigle che formano il tabellone dei partecipanti, ce ne sono alcune davvero incredibili, incompatibili e anche inquietanti.
Viene infatti da chiedersi cosa hanno in comune il Soccorso sociale per i palestinesi con la Lega delle cooperative, l’associazione Italia-Paestina con l’Ucoii, l’unione delle comunità islamiche in Italia. Proprio quella sigla che il vicedirettore del Corriere della sera Magdi Allam ha più volte nei suoi articoli indicato come un pericolo per la comunità nazionale e internazionale, a causa dei suoi legami con centrali del terrorismo e con le associazioni internazionali del Fratelli musulmani. Il segretario dell’Ucoii è Roberto Hamza Piccardo, un personaggio che è passato dall’estremismo di sinistra a quello islamico.
Hamza Piccardo ha in passato diffuso comunicati interpretabili come legittimazione dottrinale del terrorismo suicida. Inoltre, ha assunto posizioni di comprensione ambigua per i kamikaze di Hamas e Hezbollah. Insomma, un tipo che non può pretendere che le istituzioni italiane lo accettino come valido interlocutore. Ad Allam, che metteva a nudo la sua pericolosità sociale, Hamza Piccardo rispondeva che certe cose vanno dette solo in arabo, mentre non debbono essere tradotte in italiano. A parole, i militanti dell'Ucoii dicono di essere leali verso lo Stato e di credere nella democrazia. Ma in realtà il loro progetto politico è di controllare la comunità dei musulmani in Italia, spostandola su posizioni sempre più radicali. Secondo fonti di stampa, la sigla dietro la quale agisce la filiale italiana dell'organizzazione integralista dei Fratelli musulmani, è chiamata dai suoi membri semplicemente «la Fratellanza».
Si tratta di una organizzazione che in passato agiva con il nome di Unione degli Studenti musulmani in Italia. Il motivo del cambiamento del nome, evidentemente ha l’obiettivo di tentare di riproporre in una nuova dimensione di attendibilità gli aderenti. Un tentativo insomma, di ripulire passati personali pieni di macchie e di azioni inaccettabili. Da La Padania

Tocqueville, buon anniversario!
Duecento anni fa nasceva Alexis de Tocqueville, lucido scrittore, uomo di squisita sensibilità, analista politico di prima grandezza, esaltatore e critico della democrazia moderna, vero maitre a penser dell'Europa moderna, spesso dimenticato, ma sempre attuale e vivo nel pensiero del nostro tempo.
Nella Democrazia in America vide vizi e virtù del nuovo sistema politico affermatosi oltre oceano, da tenere presente nel vecchio continente avrebbe per un avvenire da protagonista della storia.
I princìpi enunciati dall'illustre scienziato sociale sono tuttora validi?
Alla domanda non può che rispondersi affermativamente, avendo cura di estrarre dalle sue riflessioni quanto è ancora essenziale per la salvaguardia di un sistema politico insostituibile nella contemporaneità e quanto invece è necessariamente riformabile per adattare le regole passate - con nuovi apporti intellettuali e fresche elaborazioni d'idee - al terzo millennio, nella speranza di una rinascita europea.
La figura del giovane studioso francese, sintesi mirabile di educazione aristocratica e spirito liberale, si propone oggi come simbolo di rinnovamento nella continuità.
Un pragmatico punto di riferimento per chiunque conservi la convinzione che la strada dell'eguaglianza e della libertà, non possa essere disgiunta dal culto della qualità, delle migliori capacità dell'uomo ad autogovernarsi, senza retorica né eccessi giacobini.
Le insegne del suo blasone sono infine sostegno alla "Città dei liberi", nuovo sito web di aggregazione in difesa della libertà senz'aggettivi, luogo d'incontro che, in pochissimo tempo, è riuscito a raccogliere tante opinioni non conformiste e a divenire un laboratorio intellettuale significativo per la costruzione di una nuovo assetto della società italiana ed europea.
Buon anniversario Tocqueville ed auguri vivissimi agli uomini liberi.

(dal sito di Federigo Alberighi)  29-07-2005

"C'è posto per gli ebrei nel dialogo tra occidente e islam?"
Il primo ministro spagnolo, in un discorso alle Nazioni Unite, ha lanciato la proposta, per la verità un po’ fumosa di una “alleanza delle civiltà”, immediatamente accolta dal governo turco. Durante la visita di José Luis Rodriguez Zapatero a Londra, la proposta ha ora ottenuto l’appoggio del premier britannico Tony Blair. Il quale, per la verità, ha parlato di un “patto di solidarietà che attraversi le diverse religioni”: interpretazione che segna una differenza con il premier spagnolo e sottolinea il ruolo delle varie confessioni. Su questo terreno, Zapatero, che con la Chiesa intrattiene pessimi rapporti, è molto meno a suo agio.
Non si tratta di una sfumatura, ma di una distinzione fondamentale perché, seppure indirettamente, parlare di “diverse religioni” equivale a parlare anche della più antica delle religioni monoteiste, quella ebraica. La prova che è possibile un incontro tra civiltà tanto differenti come quella occidentale e quella islamica può essere data solo chiarendo che questo confronto non esclude gli ebrei, la loro religione, il loro Stato. L’incontro di civiltà non può neppure lontanamente assomigliare a quello tra Adolf Hitler e il gran muftì di Gerusalemme, uniti dall’odio per il popolo ebraico. Se i leader occidentali non sono in grado di porre questa condizione per il dialogo con l’Islam, quella del riconscimento della realtà ebraica, così com’è, configurata anche nello stato di Israele, se accettano la discriminazione non hanno diritto a parlare in nome dell’Occidente democratico e antirazzista. Naturalmente è ragionevole che esistano interessi divergenti fra i vari stati, e quelle degli arabi con Israele sono tra le più difficili da sciogliere. Riconoscere la pari dignità della civiltà ebraica non significa negare i problemi politici e territoriali che esistono, significa non interpretarli in base a un criterio razzistico, incivile in linea di principio. Pensare a un dialogo, o addirittura, come dice Zapatero, a un’alleanza, lasciando nell’ombra questa questione capitale, sarebbe di fatto l’espressione della tolleranza dell’Occidente per il razzismo antiebraico dominante nell’area islamica, e quindi una forma di complicità. E’ già accaduto che, nella speranza di ottenere la pace, le grandi democrazie abbiano fatto finta di non vedere le persecuzioni antisemite nel cuore dell’Europa. Non è servito a salvare la pace, perché con il fanatismo criminale non c’è accomodamento che tenga. L’alleanza di civiltà non si può firmare a Monaco.
"Il Foglio"

GUERRA O NON GUERRA?
Molti opinionisti sostengono che quella contro il terrorismo è una vera guerra, se pure asimmetrica. E ne deducono che va combattuta come una guerra, cioè con una certa dose di mancanza di scrupoli e garanzie legali. Questo è forse il risultato dell'allarme suscitato dagli avvenimenti recenti. Su una scala molto più grande, sono anni che George W. Bush parla di guerra: una guerra lunga, in cui subiremo perdite ma che vinceremo, ha detto cento volte. Anche l'atteggiamento di Blair, dopo la strage di Londra, è stato sulla stessa linea. Di fronte alla concordia di tante firme, non ci sarebbe che da star zitti. Se non fosse che il problema può anche essere affrontato dal punto di vista umilmente lessicale.
La guerra è, tecnicamente, uno scontro fra entità statali. E poiché uno stato si compone di territorio, popolo e governo, per credere di essere di fronte ad una vera guerra è naturale cercare due territori, due popoli, due centri di comando. Ecco perché la "guerra servile", di romana memoria, fu una guerra. Quegli schiavi sembravano un popolo che anelava all'indipendenza; disponevano del territorio in cui si erano rifugiati ed avevano un capo di cui la storia non ha dimenticato il nome, Spartaco. La vicenda - una guerra - si concluse del resto con una battaglia campale.
Diverso fu il caso della guerra contro i pirati. Qui il terreno di scontro fu innanzi tutto il mare e i pirati erano interessati solo al bottino, non a vincere un altro stato. Anche se è vero che disponevano di basi (porti e governi amici, dove Pompeo andò poi a stanarli), non avevano tecnicamente un territorio. E neppure una struttura di comando piramidale. Dunque, malgrado le proporzioni dello scontro (grandissime, per l'antichità: anche dal punto di vista economico), la guerra contro i pirati fu piuttosto una gigantesca operazione di polizia marittima che altro.

Poi c'è un uso della parola "guerra" che deriva dal fatto che l'umanità ama molto drammatizzare quello che vive. Il superlativo ha un suo invincibile fascino. Si pensi alla fortuna della parola "genocidio": da qualche decennio è sembrato che un massacro fosse una bazzecola se non assurgeva al livello di "genocidio".
Su questa tendenza alla distorsione delle parole la semantica fornisce osservazioni interessanti. L'inferno, cioè la biblica Geenna, è caratterizzato dai tormenti. In passato i francesi che avevano un fastidio l'esageravano chiamandolo tormento, e dunque inferno, e dunque Geenna (divenuta "gêne"). Tuttavia,  a forza di usare la parola nel senso di fastidio, l'esagerazione ha perduto la sua forza e oggi nessun francese, parlando di gêne, pensa di parlare di tormenti e d'inferno. A tal punto che, per parlare veramente della Geenna, bisogna dire e scrivere "Géhenne".
È inutile gonfiare le cose con le parole. Esse rimangono ciò che sono. Ma gli uomini continuano ad amare l'esagerazione e si sente il bisogno di parlare di guerra alla Mafia, guerra all'Aids, un tempo perfino di guerra alle mosche. Sessant'anni di pace oltre tutto ci hanno fatto dimenticare che cos'è veramente una guerra. Tutto questo rischia di fare un favore al nemico: una guerra alla Mafia pone infatti questa rozza organizzazione criminale sullo stesso livello dello Stato.
Le cose non vanno diversamente per il terrorismo. Il fatto che sia imbattibile non significa che sia importante, così come il raffreddore è incurabile ma ciò non significa che se ne muoia. Il terrorismo è imbattibile perché non si può evitare che un singolo squilibrato lanci una bottiglia molotov contro un gruppo di pacifici cittadini; non si può evitare che qualcuno ponga dei massi sulla strada ferrata per far deragliare un treno o che un pazzo si suicidi con l'esplosivo in mezzo alla folla. Il terrorismo ha tutte le caratteristiche tecniche della criminalità isolata. E si ricordi che la criminalità è sempre esista, in tutti i tempi e in tutti i paesi. Di diverso il terrorismo ha la mancanza di profitto, la spietatezza folle e in qualche caso l'organizzazione che riesce a massimizzarne gli effetti: tuttavia, che sia un singolo, a farsi scoppiare in un cinema, o tre pazzi che si fanno scoppiare contemporaneamente in tre autobus diversi, fa molta differenza? I suoi metodi fanno vittime, provocano dolori privati notevoli, ma non mettono in pericolo lo Stato. Nessuna comunità (neppure Israele), ha subito tanti attacchi, con tanti morti, come l'Iraq attuale, eppure nessuno parla di cedere al terrorismo. Uno Stato non è piegato da immani stragi dei propri cittadini (si pensi alle battaglie della Prima Guerra Mondiale): figurarsi se può piegarsi dinanzi alla morte di venti o duecento persone. Certo, può scendere a compromessi; pagare perfino riscatti: ma arrendersi può solo per viltà, non perché battuto.
Il terrorismo perde dunque il suo tempo, con la Gran Bretagna.
Gianni Pardo,  luglio 2005 - Giannipardo@libero.it


Massima del giorno
In gioventù ero di piccola statura. Ora non più. Ora sono vecchio.
G.P.


MOLLICHINE
Il Pacchetto Pisanu include il prelievo di saliva. Così, quando un terrorista ci sputa in faccia, potremo almeno sapere chi è.

Rifondazione Comunista contraria al Pacchetto Pisanu. I comunisti sono un indice sicuro dei provvedimenti opportuni.

Fazio e Montezemolo e l'opposizione e Ciampi e la maggioranza e i sindacati ecc. lanciano l'allarme e denunciano la gravità della situazione. Ma che diamine aspetta, lo Stellone, a provvedere?

Ciampi chiede di "conciliare libertà e sicurezza". Conciliare, eh? Si vede che hanno litigato di brutto.

Seminario dell"Unione. Prodi: "Abbiamo trovato una profonda filosofia comune". Una filosofia? Profonda? E comune per giunta?

Hamid Garzai, presidente afgano: "I terroristi non sono veri musulmani". Ma, per essere finti, sono già abbastanza nocivi.

Gianni Pardo - Giannipardo@libero.it


E Israele, Santo Padre?

25.000 attacchi terroristici.
Santo padre, ha letto bene, 25.000 attacchi terroristici  ha avuto Israele dal settembre del 2000 ad oggi.
25.000 attentati che hanno avuto come risultato migliaia tra morti e feriti eppure, per il Papa, non sono sufficienti per entrare a far parte della rosa dei paesi colpiti dal terrorismo.
Israele e' il paese al mondo che piu' ha sofferto per terrorismo e guerre del terrore ed e' veramente un peccato che sia stata fatta questa brutta gaffe, una vera e propria gaffona Vaticana.
Una gaffe disumana perche' sputa sui morti, sui sopravvissuti, sugli orfani.
Chissa' se il Papa ha agito per paura o se e' stata una distrazione, certo e' che questa assomiglia da vicino alla distrazione di Papa Woitila quando in Siria il dittatore Assad gli comunico' nel suo discorso ufficiale che gli ebrei avevano assassinato Cristo, Maometto e tutti i palestinesi e lui, Giovanni Paolo, non vi fece caso, occupatissimo com'era a guardare il panorama.
La verita' e' che non ci sono distrazioni, non ci sono dimenticanze se non volute, la verita' e' che esiste la paura di far arrabbiare gli arabi, la verita' e' che il Vaticano da anni si guarda alle spalle in attesa  di una bomba su San Pietro come promesso dall'islam moderato, quello non moderato si incarichera' di farla saltare, la bomba.
Quindi per non far arrabbiare i due islam, quello cattivo che manda i kamikaze e quello buono che si limita a festeggiare le azioni dei kamikaze , ecco che si decide di offendere e umiliare ancora una volta il paese che non da nessuna preoccupazione,  che tutt'al piu' manda a chiamare il Nunzio Apostolico per protestare.
E tutto finisce li'.
Sempre per compiacere questi due Islam, quello cattivo che ammazza e quello buono che festeggia piu' o meno discretamente gli attentati e li condanna solo quando teme qualche noiosa espulsione, i media italiani hanno fatto da cassa di risonanza ai media nazionalsocialisti arabi dicendo e scrivendo che...udite...udite... gli attentati li sta facendo tutti Israele, da sempre.  Lo hanno scritto i giornali , lo ha detto tale Stefano Ziantoni, a Unomattina.
Lo hanno rivelato come se fosse vero! E senza vergogna! Lo hanno comunicato senza il minimo imbarazzo.
Allora e' ancora il caso di meravigliarci se l'odio contro Israele non avra' mai fine come non ha mai fine l'odio verso gli ebrei?
Se un Papa dimentica di citare Israele tra i paesi colpiti dal terrorismo significa che i vermi immondi palestinesi che per 5 anni sono venuti a farsi esplodere in mezzo a noi non sono terroristi.
Questo e' il messaggio.
Non sono terroristi , punto e basta, non sono terroristi quei vermi , ce lo dicono ogni giorno i media italiani che fanno salti mortali nella ricerca di sinonimi del termine terrorista  : guerriglieri, militanti, per i nazionalsocialisti persino eroicontrol'occupazione ma mai terroristi, tutt'alpiu', quando va bene,  sono presunti .
E' come una catena, una catena di infamie: i media che sono sempre attenti a non infastidire i palestinesi e gli arabi in generale, i politici, certi politici, quelli che vanno in barca per intenderci ,  che urlano che e' Israele il terrorista perche' osa difendersi e poi la dichiarazione importante del Capo della Cristianita' che non si abbassa a questo abominio ma..... dimentica.
Le vittime israeliane  sentitamente ringraziano
.
Deborah Fait - informazionecorretta


INTEGRALISTI ISLAMICI E FINANZIAMENTO PUBBLICO
L’Italia dei politici creduloni e degli ideologizzati non si smentisce. Accadde all’indomani dell’11 settembre, il più sanguinoso attentato terroristico. Allora la Regione Campania promosse la costruzione di una grande moschea a Napoli. All’indomani del 7 luglio il Consiglio comunale di Firenze ha concordato sulla costruzione di una moschea cittadina.
Chiariamo subito: ben vengano le moschee quali luoghi di culto. Ma il problema si pone quando rischiano di trasformarsi in centri di indottrinamento all’integralismo islamico, se non veri e propri covi di arruolamento di terroristi. Ebbene, sapete da chi sarebbero controllate le moschee di Napoli e Firenze qualora fossero realizzate? Dall’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), affiliata ai Fratelli Musulmani, un movimento integralista fuorilegge nella maggior parte dei Paesi musulmani. E visto che queste moschee verrebbero finanziate con il denaro pubblico, non è il caso di domandarsi se non esistano altre priorità in cui investire per agevolare una costruttiva integrazione dei musulmani?
Il caso della moschea di Napoli si arenò in Parlamento per l’opposizione della Lega e le riserve della Casa delle libertà al finanziamento pubblico, oltre due miliardi di lire, deciso dal presidente della Regione Antonio Bassolino. L’onorevole Antonio Soda, dei Ds, denunciò la «cultura dell’intolleranza». Passò invece del tutto inosservato il fatto che un’istituzione dello Stato avesse deciso di costruire e consegnare la moschea non a una rappresentanza qualificata e possibilmente eletta dei musulmani partenopei, ancor meglio se cittadini italiani, bensì ai consoli dei Paesi arabi e ad alcuni imam stranieri auto-eletti legati all’Ucoii. Il convincimento, legato allo stereotipo del tutto visionario secondo cui l’homo islamicus non avrebbe altra aspirazione che pregare dalla mattina alla sera, sembra aver ispirato il capogruppo dei Ds a Firenze Ugo Caffaz, di fede ebraica, che ha annunciato l’iniziativa di una grande moschea destinata ai «fratelli islamici».
I consiglieri verdi Varrasi e Valentino hanno sostenuto che «la religione, la conoscenza e la bellezza estetica sono gli antidoti più potenti contro la violenza». Peccato che l’Arabia Saudita con le sue 45 mila moschee e l’Egitto con le sue 90 mila moschee si siano rivelati terreni fertili del terrorismo islamico. La verità è che, a differenza di quanto asserito ieri da Paolo Portoghesi sul Corriere, non è affatto automatico che il luogo di culto si traduca in una cultura della pace. La verità, ahimè amara, è che se anche non tutte le moschee sono integraliste o terroriste, tutti i terroristi sono diventati tali attraverso la moschea. Una verità che dovrebbe tener presente anche Paolo Brogioni, sindaco di Colle Val d’Elsa (Siena), che si appresta a costruire una moschea che rischia di finire sotto il controllo dell’Ucoii.
Ieri Osvaldo Napoli, di Forza Italia, ha invocato la richiesta di un «certificato antiterrorismo» ai gestori delle moschee. Certamente servono imam compatibili al cento per cento con le nostre leggi e con i valori della nostra società. Prima delle moschee pensiamo a formare gli imam. Prima degli imam pensiamo a integrare i musulmani. Che hanno né più né meno le stesse priorità di tutte le altre persone umane.

Magdi Allam,  Corriere della Sera del 26 luglio 2005, pag.


Attentato terroristico a Sharm El Sheik, Pera: “Attacco alla nostra civiltà”
Pubblichiamo integralmente il testo del discorso sull’attentato terroristico in Egitto pronunciato dal Presidente del Senato Marcello Pera nell’Aula del senato durante la seduta del 25 luglio 2005.
Colleghi, purtroppo non è la prima volta in questi anni che iniziamo una seduta in segno di lutto per ricordare le vittime del terrorismo islamico. Esprimiamo oggi il nostro cordoglio per la morte, nell'attacco terroristico di Sharm El Sheik, di Sebastiano Conti e di sua moglie, Daniela Maiorana, e inviamo alle loro famiglie i sentimenti della nostra solidarietà. Purtroppo, altri italiani sono ancora dispersi e, nonostante la nostra speranza, temiamo che anch'essi abbiano perduto la vita.
Il terrorismo islamico ha massacrato ancora, ha colpito cittadini colpevoli solo di passare qualche giorno di vacanza oppure, come nel caso di Benedetta Ciaccia, massacrata a Londra, di essere al lavoro altrove. Ha colpito un centro turistico affollato e, dopo la Gran Bretagna, un Paese colpevole di intrattenere rapporti normali, di collaborazione e di dialogo con l'Europa e l'Occidente. Ha colpito esseri umani rei di essere giudei e cristiani, colpevoli non già di aver fatto qualcosa bensì di essere qualcosa.
Questo terrorismo mira alla nostra cultura, alla nostra civiltà, al nostro modo di vita, quello stesso di cui noi, nei nostri e negli altri Paesi, intendiamo fare partecipi tutti, senza distinzione, senza discriminazione alcuna. Questo terrorismo, che ci dipinge come Satana o come una civiltà degradata, non passerà. Ci ha dichiarato guerra, ma non vincerà; ci vuole distruggere, ma non prevarrà. Però noi sappiamo che la guerra sarà lunga e cruenta.
Ce lo dicono la più che decennale azione dei fanatici
, iniziata ben prima dell'attacco alle Torri Gemelle; ce lo dice la scansione delle date che ormai sono diventate un simbolo: 11 settembre, 11 marzo, 7 luglio, 22 luglio. Ce lo dice la ferocia con cui, con i loro comunicati, i terroristi intendono combatterci. Ad un atto di guerra si risponde con la consapevolezza intellettuale e politica della situazione da affrontare, con la fermezza delle reazioni da assumere e con le misure appropriate da prendere.
Credo che occorra, in primo luogo, che l'Europa e tutto l'Occidente si mostrino coscienti ed uniti nell'affermare e difendere le proprie ragioni, senza cedimenti e senza infingimenti, neppure verbali. Non abbiamo dichiarato la guerra ad alcuno. La guerra la subiamo. E già ne portiamo troppi lutti per poterci concedere divisioni o polemiche. Solo l'unione di tutti noi, perché tutti noi siamo ugualmente un bersaglio, abbrevierà i nostri dolori.
Questa unione di tutti, al di là delle nostre normali divisioni politiche, la dobbiamo a Sebastiano, a Daniela, a Benedetta ed ai tanti altri, di cui abbiamo pianto la morte. La dobbiamo a noi stessi e la dobbiamo anche ai nostri figli che non vogliamo allevare in un mondo impaurito ed imbarbarito dal terrore. Per questo, colleghi, vi prego di osservare un minuto di silenzio.


ESISTE UN ISLÀM MODERATO?
Alcuni si chiedono se esista un Islàm moderato: domanda che tradisce la voglia di trattare da nemici tutti i maomettani, nel dubbio; ed è ovvio che il quesito, essendo eccessivo già nella sua formulazione, finisce con l'essere autolesionista. Chi si sentirebbe di dire che tutti i torinesi sono falsi e cortesi, tutti i siciliani mafiosi e tutti gli inglesi flemmatici? Queste generalizzazioni, se fossero valide, lo sarebbero solo per la maggior parte dei soggetti e in realtà, troppo spesso, non sono valide neppure per essa.
La domanda giusta dunque diviene: come mai alcuni si chiedono se esista un Islàm moderato?
Ogni religione può essere esaminata su due livelli: uno teorico, l'altro sociologico. Teoricamente il Cattolicesimo è oggi ciò che fu nel Cinquecento. Sociologicamente invece nel Cinquecento ci furono guerre di religione,  e nei secoli seguenti processi per eresia ed esecuzioni capitali, che oggi non sarebbero concepibili.
Nel caso dell'Islàm, le cose sono un po' più complicate. Innanzi tutto, esso è nato in un mondo in cui non s'è mai avuta la tradizione di tolleranza che fu caratteristica dell'Impero Romano. Nelle nazioni dove comanda uno solo è ancor più facile concepire un unico dio, intollerante di altre divinità: e infatti l'Islamismo è molto più monoteista dello stesso Cristianesimo[1]. Inoltre l'Islamismo adottò sin da principio e su larga scala il programma di convertire tutti con la forza. Non che la pratica fosse sconosciuta, nella Cristianità: basti pensare alle conversioni forzate dei Sassoni imposte da Carlo Magno, con l'immediata uccisione di chi rifiutava. Ma mentre questi programmi violenti, per quanto riguarda il Cristianesimo, appartengono al lontano passato e le stesse guerre di religione sono dimenticate da quattro secoli, il mondo dell'Islàm, per ragioni sue, è rimasto fermo nel tempo. Probabilmente anche a causa del diffuso analfabetismo, è come se non fosse mai uscito dal Medio Evo: né socialmente, né culturalmente, né dal punto di vista religioso. Fa anzi riferimento, con nostalgia, al tempo in cui quella religione - e quel potere politico-militare - era in espansione. Vagheggia qualcosa che è avvenuto dodici secoli fa e che è stato seguito da molti secoli d'ininterrotta decadenza. Come avveniva per certe famiglie di nobili caduti in miseria, non smettono di celebrare la gloria, la potenza e la ricchezza che furono, senza far nulla per migliorare il presente. Per questo, mentre nell'ebraismo in origine era contemplata la lapidazione dell'adultera (basta leggere il Vangelo), e oggi considererebbe col massimo orrore questa pratica, l'islamismo la applica occasionalmente al mondo d'oggi. Non vuole uscire dal passato.

Ovviamente esistono musulmani colti, miti e tolleranti. Ce ne furono perfino al tempo delle Crociate. Ma la massa dei musulmani - anche se tiepida dal punto di vista religioso - non ha un Voltaire nella propria storia e nella propria cultura. Sente in fondo al cuore - senza contraddittorio - che sarebbe giusto essere rigorosi; che sarebbe bene non discostarsi dalla lettera del Corano; che sarebbe giusto governare ogni Stato come è governata l'Arabia Saudita. Ecco perché molti di loro hanno un atteggiamento così prudente, quando si tratta di condannare la violenza, il terrorismo, le stragi. Temono d'apparire empi agli occhi dei correligionari e credono che quegli atti siano il frutto di una vera passione religiosa che essi non hanno e forse dovrebbero avere. Hanno insomma l'atteggiamento di parecchi fiorentini che ascoltavano Girolamo Savonarola: ovviamente quel frate esagerava, ma aveva torto? Non era forse il linea con la religione più rigorosa, ciò che diceva? Non avrebbero tutti dovuto seguire il suo esempio?
Il potere della religione islamica nella società è più forte del potere della religione cristiana. Per questo la maggioranza cerca di non avere atteggiamenti troppo disinvolti e che potrebbero farla apparire eretica. Del resto ci sono Stati (uno è il Pakistan) in cui basta dichiarare di non essere più musulmani per essere passibili di pena di morte (reato d'<apostasia>).
Il risultato è che tutti i musulmani ci sembrano più o meno complici del terrorismo. È un po' quel che è successo nell'Unione Sovietica. La stragrande maggioranza dei russi non era comunista prima del 1989 e non è stata anticomunista dopo: il principio, allora come sempre, era primum vivere, deinde philosophari (per prima cosa vivere, poi faremo filosofia). Ma per chi guardava quella società dall'esterno tutti i russi apparivano ferventi comunisti.
L'Islàm teorico è più assolutista e intollerante di altre religioni, in particolare del buddismo o del confucianesimo. Ma le folle islamiche sembrano intolleranti e addirittura simpatizzanti del terrorismo perché molto ignoranti, molto conformiste e, dopo tutto, molto spaventate.
[1]   "Non avrai altro dio all'infuori di me", disse del resto lo stesso Geova: anche se poi i cattolici, con la Trinità, la Madonna e i Santi... ma è meglio non prendere questo discorso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 26 luglio 2005

 «Amicizie sbagliate»
Di solito prima di portare qualcuno a casa nostra, ci si informa quantomeno su chi sia. Capita invece che noi italiani non soltanto ci portiamo in casa un estraneo, ma l'abbracciamo e stringiamo accordi.
Accordi che ridicolizzano la nostra credibilità e minano la nostra sicurezza. Sarà perché siamo anime pie, forse spregiudicati avventurieri o peggio ancora degli ideologizzati che infieriscono contro se stessi. Ma è così che abbiamo consegnato la rete delle moschee d'Italia agli integralisti e estremisti islamici dichiarati fuorilegge nei rispettivi Paesi d'origine. Che scegliamo come interlocutori all'estero nomi altisonanti di prestigiose istituzioni islamiche, come l'università Al Azhar del Cairo o la Lega musulmana mondiale della Mecca, senza preoccuparci minimamente del fatto che in realtà sono degli strenui apologeti del terrorismo suicida che massacra gli ebrei in Israele o gli occidentali in Iraq. E tra questi, val la pena ricordarlo, ci siamo anche noi italiani.
E' successo poco più di un mese fa, il 15 giugno, che al Cairo è stato siglato un accordo per la creazione di un Comitato accademico italo-egiziano di «studi comparati per il progresso delle scienze umane nel Mediterraneo» (Oscum), tra la celebre università islamica di Al Azhar, considerata una sorta di Vaticano sunnita, e un cartello di cinque università italiane (La Sapienza di Roma, il Pontificio Istituto Orientale di Roma, l'Orientale di Napoli, la Bocconi di Milano, l'Iuav di Venezia), coordinato dal professore Sergio Noja Noseda, ex docente di Lingua e letteratura araba alla Cattolica di Milano e titolare di una omonima Fondazione. L'accordo è stato firmato dal rettore di Al Azhar, Ahmed al-Tayeb e dall'ambasciatore d'Italia, Antonio Badini, alla presenza dello sheikh di Al Azhar, Mohamed Sayed Tantawi, ritenuto la massima autorità teologica dell'islam sunnita.
Ed è sorprendentemente l'Avvenire, l'organo della Cei (Conferenza episcopale italiana), a ricordarci che proprio Tantawi, un «amico del Papa» avendo accolto Giovanni Paolo II al Cairo nel 2000 e partecipato alle sue esequie, è in realtà a capo di un'istituzione islamica che legittima il terrorismo suicida. Lo ha fatto il rettore al-Tayeb persino nel convegno organizzato dalla comunità di Sant'Egidio a Milano il 7 settembre 2004 dal titolo «Disarmare il terrore. Un ruolo per i credenti». «Un conto è il terrorismo che colpisce innocenti, un conto è affibbiare l'etichetta di terrorismo a quella che è solo una reazione di autodifesa per proteggersi da qualcosa, come nel caso della resistenza nei confronti di forze di occupazione», spiegò in un'intervista al mensile 30 Giorni, «I palestinesi sono un popolo che non ha niente. Povera gente che viene uccisa ogni giorno. Nella disperazione ricorrono a mezzi estremi per opporsi all'occupazione». In precedenza, il 4 aprile 2002, quando ricopriva la carica di Gran mufti d'Egitto, massimo giureconsulto islamico, sentenziò che «la soluzione al terrorismo israeliano si basa sulla proliferazione degli attacchi di martirio che terrorizzano i cuori dei nemici di Allah. I Paesi islamici, sia i popoli che i governanti, devono sostenere queste operazioni di martirio».
Così come lo stesso Tantawi, sempre il 4 aprile 2002, ricevendo al Cairo il deputato arabo-israeliano Abdel Wahhab Darawsheh, emise una fatwa, un responso giuridico, in cui sentenziò che «le operazioni di martirio contro qualsiasi israeliano, inclusi i bambini, le donne e i giovani, sono legittime dal punto di vista della legge islamica». Tantawi spronò «il popolo palestinese a intensificare le operazioni di martirio contro il nemico sionista, in quanto la manifestazione più alta della Jihad». Non sorprende quindi che il collega Carlo Termignoni concluda sull'Avvenire: «Alla luce di una simile realtà ad alcuni osservatori non è parso dunque prudente l'accordo di collaborazione culturale e di cooperazione scientifica tra l'università di Al Azhar e istituzioni italiane».
Che l'università di Al Azhar sia pesantemente infiltrata dal movimento integralista dei Fratelli Musulmani è un fatto noto. Così come lo è la Lega musulmana mondiale sponsorizzata dall'Arabia Saudita che, tramite il Centro culturale islamico d'Italia, gestisce la grande moschea di Roma. Anche se l'ambasciatore Mario Scialoja, che presiede la sezione italiana della Lega musulmana mondiale, non ha nulla a che fare con i Fratelli Musulmani.
Ben diverso è il caso di gran parte delle moschee sorte in modo incontrollato in Italia. E che oggi sono sottoposte al controllo, diretto o indiretto, dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), emanazione dei Fratelli Musulmani, e di gruppi fondamentalisti che predicano la Jihad, intesa come guerra santa, ed esaltano i kamikaze islamici in Israele e in Iraq.
E' qui che si attua il lavaggio di cervello che trasforma i musulmani in robot della morte. Ed è da qui che deve scaturire il riscatto alla piena legalità dell'islam d'Italia.  -
Magdi Allam, Corriere della Sera 25 luglio 2005


Convocato il Nunzio apostolico a Gerusalemme
Protesta formale del Governo Sharon perché il Papa domenica, dopo l’Angelus, nel condannare i recenti attacchi terroristici (Egitto, Turchia, Iraq e Gran Bretagna) non ha incluso Israele, anch’esso bagnato di sangue per opera di kamikaze.
«Il Governo d’Israele esprime il suo rammarico per la mancata menzione d’Israele tra i paesi colpiti» si legge in una nota dell’ambasciata israeliana presso la Santa Sede. Il Nunzio Apostolico a Gerusalemme, monsignor Pietro Sambi, è stato convocato dal Ministero degli Esteri per esprimergli questa protesta.
«Il Governo - si legge - ritiene che tale omissione renda più forte gli estremisti che non vogliono la pace e che indebolisca i moderati. Crede giusto ed auspicabile che la condanna da parte del Papa dei vigliacchi atti terroristici che colpiscono civili innocenti, debba far menzione anche dello Stato d’Israele, una delle principali vittime del terrorismo islamico».


ESPLOSIONI A SHARM EL SHEIK
Una serie di esplosioni, almeno cinque, hanno squassato la notte di Sharm el-Sheik, la piu' nota e frequentata localita' turistica egiziana sul Mar Rosso provocando la morte di oltre 40 persone e il ferimento di circa 150, molte delle quali versano in gravissime condizioni.
Le esplosioni, secondo le prime notizie fornite dalla polizia egiziana, sono state provocate da quattro autobombe saltate in aria. Una prima auto e' esplosa vicino al bazaar di Sharm el-Sheik, e altre tre a Naama Bay, in un centro commerciale turistico, nei pressi dell' hotel Ghazala - la cui facciata e' andata completamente distrutta - e dell'hotel Moevenpick. Nei pressi del Moevenpick si trova anche la residenza estiva del presidente egiziano Hosni Mubarak.
Naama Bay e' l'area di Sharm el-Sheik a piu' alta concentrazione di alberghi, in questi giorni affollati di turisti, moltissimi dei quali europei. La gente e' scesa per le strade in preda al panico, temendo altre esplosioni. E comunque tutta l' area era affollata di persone: a quell' ora negozi e bazaar sono pieni di gente, soprattutto turisti che scelgono di passeggiare di sera e di notte per sfuggire al caldo torrido del giorno. Secondo le prime testimonianze, i boati sono stati uditi a chilometri di distanza e i vetri delle finestre di molti edifici sono andati in frantumi.
La prima esplosione, nei pressi del bazaar di Sharm el-Sheik si e' verificata all' una di notte (mezzanotte in Italia) ed e' stata udita a oltre un chilometro di distanza. Testimoni hanno riferito di un incendio e di una nube di fumo che si levava in alto. Circa 15 minuti piu' tardi altre esplosioni sono state udite in direzione di Naama Bay, sei chilometri piu' lontano.
Il 7 ottobre scorso 34 persone morirono in tre attentati che distrussero il Taba Hilton, al confine con Israele, sempre nella penisola del Sinai. Rimasero uccise anche due sorelle italiane, Jessica e Sabrina Rinaudo. (ANSA)

Londra di nuovo sotto attacco terrorista
 Quindici giorni dopo il 7 luglio, costato la vita a 56 persone ferendone oltre 700, il fanatismo islamico torna a "punire" la capitale britannica. Stessi mezzi, stessa metodologia, stesso esplosivi: all'incirca verso le 13.30 italiane, tre bombe sono scoppiate nella subway, nei pressi delle stazioni di Warren Street, Oval e Shepard's Bush, mentre una quarta è esplosa a bordo del pullman 26, quando questo percorreva Hackney Road. Ma, secondo i primi accertamenti e le voci provenienti dai testimoni, al contrario di due settimane fa, l'attentato sarebbe fallito per la difettosità degli ordigni o per la poca quantità di materiale esplosivo utilizzato, non provocando alcuna vittima.
Stesso obiettivo, stesso disegno: immettere nella vita di tutti i giorni della società-cultura occidentale il germe dell'odio e del terrore, cercando di raffigurare simbolicamente tale guerra attraverso la riproduzione di una croce di fuoco sulla cartina di Londra. E questa immagine è stata dipinta attraverso la scelta geografica dei bersagli terroristici, localizzati ognuno in un punto cardinale della città.
La notizia delle deflagrazioni, diffusasi rapidamente tra i cittadini, ha alimentato nuovamente la paura e l'angoscia dei londinesi, anche se le dichiarazioni della polizia hanno in parte riportato alla tranquillità l'umore londinese. Il capo di Scotland Yard, Ian Blair, ha infatti immediatamente comunicato il bilancio di un unico ferito e di nessun deceduto, assicurando contemporaneamente come la situazione fosse sotto controllo. "Si è trattato - ha affermato - di quattro esplosioni o, meglio 'tentate esplosioni' causate da bombe comunque di potenziale inferiore a quelle utilizzate il 7 luglio. Bombe che non hanno funzionato bene e non sono detonate come avrebbero dovuto". Ed ha continuato rendendo noto come due sospetti fossero stati già fermati ed arrestati nel pomeriggio.


Iraq, Camera approva rifinanziamento missione
La Camera ha approvato  la proroga fino al 31 dicembre 2005 della missione militare italiana in Iraq. Il provvedimento andrà ora al Senato.
Al momento sono presenti in Iraq, nella provincia meridionale di Dhi-Qar, circa 3.300 militari italiani nell'ambito dell'operazione Antica Babilonia iniziata nell'estate del 2003. Nelle scorse settimane il governo ha annunciato che a settembre 300 soldati del nostro contingente torneranno a casa.

Le nuove regole dell’ordine giudiziario
La riforma dell’ordinamento giudiziario votata definitivamente dalla Camera, «non è quella che avremmo voluto fare, ma è un grande e importante primo passo verso una giustizia veramente giusta».
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intervenendo al convegno sul partito unitario del centrodestra organizzato a Roma dal gruppo di Forza Italia al Parlamento europeo, è tornato a ribadire la sua convinzione in merito alla nuova “carta costituzionale” della magistratura. Secondo il Premier si poteva fare di più.
Un’opinione condivisa dallo stesso Guardasigilli Roberto Castelli che il 27 giugno, rispondendo allo stesso premier che aveva definito la riforma «non entusiasmante ma necessaria», dalle colonne del nostro giornale aveva affermato di essere «assolutamente d’accordo da un punto di vista politico. La magistratura italiana ha bisogno - diceva il ministro della Giustizia - di riforme più profonde di quelle che noi abbiamo portato avanti. Ma bisogna considerare che davanti a noi abbiamo trovato dei limiti di natura costituzionale insuperabili. Dal punto di vista tecnico - ammetteva il titolare del dicastero di via Arenula - non era possibile fare di più».
Per esempio la Lega ha sempre chiesto, oltre all’elezione dei Pm che non ha trovato consenso tra gli alleati (ad esclusione di qualche apertura dello stesso premier), la separazione delle carriere tra la magistratura inquirente e giudicante. «Arrivare a questo non era possibile. Abbiamo cercato di ottenere il possibile a costituzione vigente», cioè la separazione delle funzioni. La soluzione trovata ha previsto un concorso unico per entrare in magistratura, ma dopo 5 anni di servizio il magistrato dovrà scegliere se fare il Pm o il giudice.
Una norma più forte di quanto previsto dal programma elettorale della Cdl nelle elezioni del 2001 in cui si parlava di «separazione giudici-pubblici ministeri, di immissione dei magistrati in due ruoli distinti dopo un percorso iniziale comune e di cambiamento di ruolo previa partecipazione ad uno specifico corso-concorso».
Per quanto riguarda l’avanzamento delle carriere delle toghe, secondo Castelli, «era auspicabile un sistema più oggettivo che liberasse i magistrati dallo strapotere soffocante del Csm». Il programma elettorale della Cdl prevedeva una «progressione economica legata all’anzianità e all’inesistenza di demeriti, criteri obiettivi legati al merito per il passaggio alle funzioni superiori e una temporaneità degli incarichi direttivi».
Anche in questo campo la riforma portata avanti da Castelli è stata più determinata: per fare carriera velocemente il magistrato dovrà affrontare concorsi per titoli ed esami. Saranno previsti anche colloqui di idoneità psico-attitudinali. Il programma della Cdl prevede inoltre che «ogni anno il ministro della Giustizia e il ministro degli Interni» presenti «al Parlamento una relazione nella quale venga dato conto del lavoro delle procure, dei tribunali e delle forze dell’ordine. Il Parlamento», inoltre, avrebbe indicato «al Governo le linee guida, gli obiettivi e le priorità della politica per la giustizia e per la sicurezza». Proprio questa fu una delle norme bocciate dal Capo dello Stato. Quindi si è arrivati ad ottenere che il ministro faccia una relazione al Parlamento sulla propria azione riformatrice, senza però dare priorità alla magistratura.
L’ordinamento giudiziario varato ieri rappresenta quindi il massimo ottenibile da questa maggioranza che, nonostante le incursioni del Csm sul proprio campo, ha immesso nella magistratura quei principi normali in una democrazia: autonomia, meritocrazia e obiettività. Berlusconi ha già annunciato che nel prossimo consiglio dei ministri sarà votato la riforma del codice di procedura penale. Ora lo sforzo dovrà essere incentrato sulla realizzazione delle altre promesse fatte nel 2001: «Occorre abbreviare la durata dei processi e rendere esecutive le sentenze», e «soddisfare tre certezze oggi carenti: la certezza del reato, la certezza del processo, la certezza della pena».
(La Padania, 21.07.2005)

Al Qaeda ordina, la sinistra esegue
Romano Prodi fa un ennesimo passo indietro rispetto alla missione italiana in Iraq. Al vertice di Ds, Sdi e Margherita l’incarico di presentare un documento sulla base del testo messo a punto da Prodi, poi toccherà ai capigruppo della Camera decidere se tradurlo in una mozione parlamentare. Ma l’orientamento nell'Unione, a quanto si apprende, è di non arrivare a nessuna mozione. Anche perché la presentazione di un testo parlamentare sancirebbe una nuova rottura: l’ala radicale (Verdi, Pdci e Prc) presenterebbe a sua volta un proprio documento. Secondo quanto riferiscono esponenti dell’ala riformista, Prodi probabilmente consegnerà il suo testo prendendo atto che su questo non c'è l'unanimità e lascerà la 'patata bollente' ai capigruppo. Nei Ds, Luciano Violante e per la Margherita Pierluigi Castagnetti, a quanto si apprende, sono in attesa di vedere, nero su bianco, le indicazioni che verranno dalle consultazioni di Prodi e dei leader. L’esito sembra non preludere ad una presa di posizione coraggiosa. “Anche questa volta sul rifinanziamento della missione italiana in Iraq, Prodi è costretto alla marcia del gambero: una ingloriosa ritirata”, ha detto il vice ministro per i Beni e le attività culturali Antonio Martusciello. “Ormai anche sull’Iraq - afferma Martusciello - si profila una sua ennesima sconfitta, non essendo riuscito a conciliare le varie e composite posizioni in seno al centrosinistra, dimostrando di non avere capacità di mediazione, qualità indispensabile per chi si candida a leader”. Un compito che “l'integralismo del suo aiutante di campo Parisi” gli rende ancora più arduo. Se il professore non riesce a concretizzare positivamente un mandato conferitogli dai suoi compagni di fabbrica - si chiede il vice ministro - come può presumere di tener fede alle attese dell'elettorato?” La stessa domanda viene posta dagli alleati più moderati del centrosinistra. “L’Unione non è affatto tutta schierata per il no al rifinanziamento della missione militare italiana in Iraq. I Popolari-Udeur, come già fatto in precedenti occasioni, voteranno a favore del rifinanziamento della nostra missione. Sbaglia dunque chi ritiene, per quanto riguarda la politica estera, che gli unici problemi nell’Unione siano provocati da Bertinotti”, ha precisato il coordinatore dei Popolari-Udeur,. Mauro Fabris, che ricorda come da tempo il suo partito ha posto “molto seriamente la questione della politica estera e delle alleanze internazionali che l’Unione vuole perseguire”. “Se l’Unione vuole diventare credibile agli occhi degli italiani quale vera forza capace di governare il Paese deve sciogliere le proprie contraddizioni interne proprio in tema di politica estera. Su questo tema, come su quello della sicurezza interna - conclude Fabris - il centro-sinistra rischia di perdere le Politiche 2006 quando sembrano già vinte”. E’ la posizione di tutta l’Udeur, come ricorda lo stesso Clemente Mastella, che ha già annunciato che voterà a favore del rifinanziamento della missione italiana a Nassirya. A la guerre comme à la guerre: ciascuna delle componenti dovrà motivare la sua posizione come meglio crede, fa sapere il capogruppo di Rifondazione Comunista alla Camera, Franco Giordano, che pregusta lo scontro diretto con quelli che dovrebbero essere in realtà i suoi stessi alleati nella coalizione di centrosinistra. Mentre internet diffondeva ieri l’ennesima minaccia nei confronti dell’Italia, il centrosinistra si disponeva quindi ad interloquire con il mittente delle stesse. Nel momento in cui Al-Qaeda lanciava un ultimatum di un mese al nostro paese per ritirare le truppe dall'Iraq, Prodi faceva sapere di essere pronto al ritiro. ( da L'Opinione del 20 luglio 2005 - di Aldo Torchiaro)

Carovana Palestina
Pochi sanno che i giovani italiani di sinistra, di rifondazione comunista, dei no global e compagnia bella ne hanno inventata un'altra per esprimere il loro odio contro Israele.
Si chiama "Carovana Palestina" ed e' una manifestazione itinerante, con tutti i sacri crismi  ricevuti a Strasburgo dall'Europarlamento, domani Lega Euro-islamica.
Questi giovani diffamatori stanno girando l'Italia e vogliono arrivare fino a Gerusalemme per dimostrare la loro solidarieta' ai palestinesi. Ma perche' a Gerusalemme, capitale israeliana  e non a Ramallah, citta' palestinese? Qualcosa mi dice che piu' che solidarieta' ai palestinesi vogliono dimostrare il loro odio contro Israele. Non e' troppo difficile da capire e spero che Israele sappia riceverli come  meritano.
La Carovana si e' fermata giorni fa a Trieste e aveva un ospite d'eccezione, un terrorista per me /guerrigliero per loro,  che aveva "combattuto " a Jenin dove morirono 26 soldati israeliani in un agguato.
Il giovane ammazza-israeliani  e' stato acclamato come un eroe dal pubblico triestino presente ma la cosa piu' interessante e' il programma di questa carovana di gentiluomini , un programmino con i fiocchi, tipo leggi razziali :

1. La raccolta di offerte per Hamas e la sua "struttura di welfare" che, gli organizzatori l'hanno ricordato più volte, Israele cerca in tutti i modi di smantellare.
2. Proiezione di  un video messaggio di una madre palestinese il cui figlio due o tre anni fa si è fatto saltare in aria a Netanya ( 30 morti tutti civili e innocenti, tra cui una donna di 90 anni sopravvissuta alla Shoa') perchè, i sottotitoli spiegavano, quello è l'unico modo per rispondere ai crimini contro l'umanità commessi da Tsahal.
3. Petizione con cui si chiedeva proprio ad Israele di modificare la sua denominazione di Stato ebraico  in "Stato ebraico occupante di Palestina".
4. Campagna informativa su come Israele avvelena sistematicamente l'acqua destinata a Gaza e alla Cisgiordania. (accusa ricorrente per gli antisemiti di tutti i tempi: gli ebrei avvelenano i pozzi! Un tempo usavano i forconi e le spade, oggi le carovane. il risultato deve pero' essere lo stesso, accompagnato dal grido di ogni secolo, per 20 secoli: A MORTE GLI EBREI)
5. Gli organizzatori chiedevano a gran voce che Israele permettesse il diritto al ritorno, senza se e senza ma, di tutti i profughi palestinesi e loro discendenti, il cui numero indicativo è stato stimato nella cifra di 10 (dieci) milioni di persone, tenuto conto ovviamente di figli e nipoti.
6. Sempre gli organizzatori si impegnavano a presentare all'Europarlamento di Strasburgo uno studio affinche l'A.N.P. entri a far parte dell'U.E. in modo da poter fare pressioni  più incisive  su Israele.
Tutto questo, naturalmente condito e rallegrato da bandiere palestinesi e striscioni offensivi contro Israele e Sharon, grande partecipazione di pubblico e ovazioni.
Che dire?
Penso all'attentato di Londra e quello che mi verrebbe da dire e' censurabile. Penso all'attentato dell'altro giorno a Natanya e l'autocensura si fa ancor piu' necessaria.
Penso alla campagna di riabilitazione dell'Islam dopo ogni attentato, penso agli ipocriti cartelloni della sinistra italiana "Siamo tutti londinesi", penso che mai, in 5 anni di terrore vissuti da Israele, hanno avuto il fegato di gridare di fronte alle carneficine "Siamo tutti israeliani".
Penso a quelli che dicono che esiste un islam moderato come se fosse possibile dire che esisteva un nazismo moderato.

Penso ai giornalisti dei miei stivali che continuano a borbottare , senza vergogna, "ma i musulmani non sono tutti uguali, questo non e' l'islam" e penso al pubblico presente in quella citta' sul mare, la mia citta' ammorbata da organizzazioni filopalestinesi molto attive,  che applaudiva i carovanieri dell'odio perche' chiedevano la distruzione di Israele.
Penso che questi giovanuncoli comunisti siano il triste futuro dell'Italia  come lo sono state le squadracce fasciste all'olio di ricino che andavano a scovare gli ebrei per consegnarli ai nazisti.
Infine penso che le parole dell'intervista di Arafat a Oriana Fallaci , nel lontano 1974 rappresentino ancora una irrinunciabile  speranza per questi carovanieri dell'odio:
"Noi abbiamo incominciato una lunga lunga guerra che durera' per generazioni. Noi non ci fermeremo fino a quando Israele non sara' distrutto. Noi non vogliamo la pace ma la vittoria. Per noi Pace significa la distruzione di Israele e nient'altro."
Ecco perche' il cosiddeto "popolo della pace", quello che sventola i suoi stracci arcobaleno e urla "una palestina unita , araba e islamica" si da tanto da fare e  viene preso da crisi convulsive quando si nomina Israele. Ecco perche' mai nessun politico della sinistra italiana  ha avuto il fegato di dire, durante le carneficine di ebrei: "siamo tutti israeliani".
Per  loro "pace significa la distruzione di Israele e nient'altro"
A questo seguira' la distruzione dell'Eurabia e su Londonstan, Romastan, Paristan, Munchenstan sventolera', insieme allo straccio asrcobaleno simbolo dell'odio, il simbolo verde  della conquista islamica col suo bagaglio di arretratezza, violenza, donne pestate, dhimmi, tagliagole, sventramenti vari e a piacere.
Questo e' quello che ammirano e  vogliono i giovanuncoli della carovana dell'odio e un cervello normale non puo' non chiedersi il motivo di tanta ammirazione per la barbarie, ne' il motivo per cui stanno lavorando cosi' intensamente per ottenere la fine di Israele,  dell'Europa e dei valori di civilta' dell'occidente.
Sara' anche la loro fine. Sono proprio cosi' idioti da non saperlo?
 
Deborah Fait - informazionecorretta

Massima del giorno
La prudenza non ci mette al riparo dai guai, ma l'imprudenza addirittura ce li procura.
G.P.


MOLLICHINE
Fini per il terrorismo: "Smmmono state messe in atto tutte le misure necessarie per prevenire, individuare, combattere eventuali pericoli": non uscire mai di casa, avere una maschera antigas a portata di mano, non avvicinarsi alle finestre, bere solo acqua minerale...

L'Unione. No alle "leggi speciali" contro il terrorismo. Prodi però chiede una lotta "efficace". Ammazzeremo i terroristi a colpi d'ossimoro.

Nuove misure di sicurezza. Installazione di telecamere nei vagoni del metró. A prova di bomba?

Ali Agca, sull'attentato al Papa: "Finora ho raccontato 50 versioni false". Dice la verità?

Prime nozze gay il 12 luglio, in Spagna. Auguri e figli maschi.

Fini per il terrorismo: "non c'è motivo per allarmismi particolari". Dopo tutto, sappiamo già che siamo mortali.

Pisanu: "Parlamentizzare al massimo l'impostazione della lotta al terrorismo". Di "analfabetizzare" il paese ci si occupa già.

Per il crack WorldCom 25 anni di carcere a Bernard Ebbers, ex amministratore delegato. Lo sciocco non sapeva che cose del genere bisogna farle a Parma.


Gianni Pardo, 15-07-2005


IL MATRIMONIO OMOSESSUALE
Un argomento come il matrimonio fra persone dello stesso sesso trova il lettore già schierato. O è a favore o è contro. E in ambedue i casi con estrema risolutezza. E tuttavia è forse lecito chiedersi se l'argomento consenta simili certezze.
Il matrimonio per molti secoli è stato concepito solo fra persone di sesso diverso. La cosa è perfettamente comprensibile se si pensa al senso e al significato di questo istituto. Il maschio per sua natura s'accoppierebbe volentieri con tutte le femmine belle ma l'accoppiamento conduce alla procreazione e questo induce sia l'uomo sia la donna ad un atteggiamento più prudente. La donna si chiede se l'uomo che la feconda rimarrà accanto a lei abbastanza a lungo per tirar su la prole, l'uomo si chiede se quel breve piacere lo costringerà ad occuparsi per decenni della prole e soprattutto se quella prole sarà sua o di un altro che abbia precedentemente fecondato la donna. Queste preoccupazioni, soprattutto in tempi in cui la contraccezione era approssimativa, non esisteva l‚esame del Dna, ecc. hanno avuto conseguenze importantissime.
La donna non va continuamente a letto con uomini diversi perché questo potrebbe condurla a dover occuparsi dei figli da sola. Senza neppure essere certa dell'identità del padre. Inoltre, anche ad ammettere che sia protetta dalla "pillola", questo suo atteggiamento scoraggerebbe molto gli uomini che pensassero di sposarla. Amanti mille, mariti nessuno, senza contare l'ineliminabile rischio di rimanere incinta. Questo fa sì che sessualmente la donna sia più "seria"  dell'uomo.
L'uomo da parte sua, pur anelando (come ogni primate) ad accoppiarsi col massimo numero di donne, per millenni ha preferito sposare una vergine. Era l'unica garanzia che non avrebbe allevato figli non suoi. Per non parlare di pratiche barbariche come l'infibulazione. Inoltre, sposata la donna, l'ha sorvegliata fino a farne una schiava pur di essere sicuro di non diffondere i geni d'un altro maschio.
Queste esigenze dovevano essere anche garantite da un'adeguata pubblicità (pubblicità che ha fatto nascere le costose e chiassose cerimonie di nozze), in modo che la comunità sapesse che quella donna "apparteneva" a quel dato uomo e non era disponibile per il primo venuto. Da tutto questo nasce il matrimonio. La donna assume coram populo l'impegno a non accettare come partner sessuale che il marito, mentre questi si impegna a rimanerle a lungo accanto, provvedendo alle necessità della famiglia e soprattutto riconoscendo come sua la prole. Il padre, dicevano i romani, è colui che è indicato dalle nozze, non colui che ha effettivamente generato i figli. Mater semper certa est, pater numquam, la madre è sempre certa, il padre non lo è mai.
Se è tutto questo è vero, può darsi che tutta la questione del matrimonio omosessuale sia semplicemente lessicale. Mancando quello che la Chiesa chiamava il bonum prolis, molti dei problemi citati non sussistono. Non c'è la propagazione dei geni per il maschio; non c'è il problema dell'allevamento della prole in solitudine per la donna; non c'è il discredito per la ragazza madre; non c'è quasi nulla del matrimonio normale salvo ciò che il diritto romano chiamava maritalis affectio, l'affetto coniugale. E allora, se due omosessuali - uomini o donne - vogliono vivere insieme, volendosi bene, che bisogno hanno di andare a vedere il sindaco o di dare un nome alla loro unione? Soprattutto, che bisogno hanno di darle un nome che già corrisponde ad un fenomeno del tutto diverso?
Gli omosessuali giustamente obiettano che nel loro caso sarebbero opportune alcune delle istituzioni che proteggono il matrimonio. Se uno solo dei due lavora, ed ha diritto alla pensione, perché mai, morendo, non dovrebbe essere in grado di lasciare la pensione di reversibilità al partner? Se la coppia vive in affitto, e colui che ha firmato il contratto muore, perché mai il superstite non dovrebbe avere il diritto - che ha la moglie o il marito nel matrimonio normale - di rimanere nella stessa casa? Perché non estendere al partner l'assistenza sanitaria?
Queste sono ragionevoli questioni di sostanza. Questioni che corrispondono a semplici problemi di equità. Ecco perché si può considerare il problema dell'unione omosessuale senza gli estremismi di cui si diceva.
Da un lato non si vede perché bisognerebbe chiamare matrimonio l'unione fra omosessuali; dall'altra non si vede perché a costoro non bisognerebbe applicare le stesse norme, in quanto compatibili ed analoghe, che si applicano alle coppie eterosessuali. In fondo è ciò che è avvenuto in Francia con il PACS, quell'istituto recentemente approvato che non introduce il matrimonio fra omosessuali ma ne riconosce e protegge l'unione.
Ai moralisti si può chiedere: dal momento che, riconoscimento o no, ci saranno sempre delle coppie omosessuali, è veramente tanto scandaloso che uno dei due possa succedere in un contratto di locazione?
Agli omosessuali si può chiedere: che bisogno avete di chiamare matrimonio un'unione che con il matrimonio eterosessuale ha così poco da vedere? Forse reclamate quella parola in nome della parità? Ma essa qui è assurda, essendo diversi i due fenomeni, e la questione lessicale tradisce un complesso d'inferiorità. Sarebbe come se le donne, in nome della parità, volessero essere chiamate uomini. Oh come sei bello, Elisabetta mio!
Il problema del matrimonio omosessuale è da un lato giuridico e dall'altro lessicale. Non sembra in nessun caso un problema morale.
Gianni Pardo, 14 luglio 2005  - Giannipardo@libero.it

PAOLO FRANCHI  E IL SUO PENSATORE PREFERITO
"Lo confesso, non ho resistito: per il concorso indetto su Internet dall Bbc ho indicato Carlo Marx come pensatore preferito, ... l'ho votato per la sua frase <<Ho seminato draghi
ho raccolto pulci>> ..,  perché è un vecchio con la barba bianca, e così la gente immagina i filosofi ... eppoi perché  Il Foglio ha una prosa da Comitati civici..."
(dal settimanale del Corriere dela Sera)

L’AMBIGUA GUERRA DI ROMANO PRODI
In un momento così drammatico, occorre essere chiari. Nessuno, e tanto meno un commentatore, possiede la ricetta giusta per affrontare adeguatamente la lotta al terrorismo che è globale, ideologico e nichilista. Tutte le strategie contro il nemico più insidioso dell'Occidente vanno messe alla prova dei fatti e quindi possono essere giudicate solo a posteriori. Credevamo tutti che la Gran Bretagna avesse il sistema di polizia e di intelligence più affidabile d'Europa, e invece a Londra è accaduto il peggio.
Dobbiamo quindi essere prudenti nell'indicare soluzioni ed emettere giudizi.
Ciò premesso, ci pare che le considerazioni e le proposte del ministro dell'Interno siano state adeguate al momento. Pisanu non ha avanzato ricette salvifiche e non ha garantito una soluzione della questione antiterroristica. Non ha creato facili illusioni per compiacere questo o quello ma non ha neppure alimentato il panico e l'insicurezza che percorrono il nostro Paese. Il complesso di misure amministrative, finanziarie, legislative, giudiziarie e investigative che ha prospettato in Parlamento per rafforzare la sicurezza sembrano potere incidere sui vari fronti e controbattere il terrorismo islamista.
V'è tuttavia un punto dirimente da affrontare prima di soffermarsi sull'efficacia dei provvedimenti: è lo spirito con cui la nazione deve affrontare la prova del terrorismo. All'indomani dell'11 settembre gli americani si strinsero intorno al presidente Bush che poté così realizzare la sua strategia antiterroristica con il sostegno della pubblica opinione e l'approvazione del Congresso.
Allo stesso modo il premier Blair ha registrato il consenso della popolazione britannica e ha proclamato con orgoglio, insieme alla regina, l'intangibilità del sistema di vita inglese. Non così è avvenuto in Spagna dove il terrorismo ha condizionato le elezioni portando alla vittoria Zapatero che aveva promesso il ritiro delle truppe dall'Irak.

A casa nostra l'orizzonte è molto più ambiguo e frastagliato. La sinistra, infatti, se pure con sfumature da quella graduale a quella massimalista, seguita a mescolare pretestuosamente la lotta al terrorismo in Italia con il ritiro delle truppe italiane dall'Irak.
Non c'è dubbio che terrorismo e Irak siano strettamente legati. Ma lo sono proprio nel senso contrario a quel che sostiene la sinistra. Nel senso che oggi, a Bagdad, si gioca la più importante partita contro il terrorismo, non minore di quelle in corso in Europa e in America. Se gli occidentali si ritirano dall'Irak sotto pressione delle azioni terroristiche nelle città occidentali, si lascerebbe campo libero al fondamentalismo islamico nichilista.
È perciò che la disponibilità al dialogo tra maggioranza e opposizione vale ben poco se il candidato della sinistra alla premiership,
Romano Prodi, continua a praticare la reticenza e l'ambiguità per tenere insieme il centrosinistra condizionato dal radicalismo antiamericano. Dichiarazioni come «la guerra è stata un tragico errore» che ha aggravato il problema del terrorismo e il ritiro delle truppe italiane deve essere completato «a ritmo accelerato» significano in sostanza l'abdicazione in Italia al terrorismo.
Il più diffuso quotidiano nazionale ha pubblicato un allarmante sondaggio. Il 63% degli italiani ritiene che «quello terroristico non è un attacco alla cultura occidentale,
 ma una reazione talvolta giustificata talvolta no al modo con cui gli occidentali hanno trattato il mondo arabo». Ecco il risultato delle idee seminate dalla sinistra che tuttora costituiscono l'humus dietro cui si nasconde Prodi. Che l'intervento in Irak sia stato o no un errore, lo spirito di una nazione si misura dalla capacità di sapere rimanere fermi di fronte al nemico. Come insegna Tony Blair e l'Inghilterra tutta.
m.teodori@agora.it
Il Giornale

SREBRENICA
Srebrenica, Bosnia Erzegovina orientale, poco più in là scorre la Drina, naturale linea di confine con la Serbia. Tra il '93 e il '95 area protetta dall'ONU. Enclave musulmana nel territorio conquistato dall'esercito serbo-bosniaco guidato da Mladic. Luogo di raccolta di decine di migliaia di profughi evacuati dalle zone limitrofe. Caduta nelle mani dell'esercito serbo-bosniaco l'11luglio del 1995, la storia la ricorderà come uno dei peggiori e vergognosi crimini in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. La Republika Srpska, una delle due entità della Bosnia Erzegovina, solo da poco ha riconosciuto l'uccisione di 7.800 vittime, mentre le associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime di Srebrenica affermano che sono oltre 10.000.
Il Tribunale dell'Aja ha definito genocidio quanto è avvenuto nel luglio di dieci anni fa. In Europa oggi Srebrenica rappresenta questo, il primo genocidio avvenuto dal tempo della Seconda Guerra Mondiale, e dell'Olocausto.


«Minacce a Berlusconi e nessuna solidarietà dalla sinistra italiana»
«È vergognoso che in 48 ore la sinistra più faziosa del mondo non sia stata capace di trovare un solo minuto per esprimere solidarietà a Berlusconi, dopo le minacce del terrorismo islamista». Il ministro della Salute, Francesco Storace, scorre i dispacci di agenzia e i fiumi di parole pronunciati dai politici italiani e detta un giudizio secco sulla mancanza di senso dello Stato dimostrata da dirigenti e parlamentari dell'Unione dopo la rivendicazione di Al Qaida. (...)
Clicca qui per continuare nella lettura dell'intervista  per "Il Giornale".


Massima del giorno
Il denaro è come le donne : è un guaio averlo e doversene occupare, ma è un guaio ancora più grande non averlo.
G.P.


MOLLICHINE
I terroristi: "Abbiamo un conto aperto con Berlusconi".  Chiaro e conciso. Pubbli