Archivio di luglio 2006
GLI HEZBOLLAH
FANNO UCCIDERE 37 BAMBINI
«Vinceremo
perché l'Occidente cerca la vita, noi la morte».
Con questa fede gli hezbollah hanno iniziato una guerra
che fa stragi come quella di Cana. Strage atroce perché
ha colpito dei deboli indifesi, usati come scudi umani. Strage
ingiusta perché oppone la ferrea legge della guerra alla
tenue legge della solidarietà. Strage vile perché
sfruttata per coprire una mostruosa verità: il disastro
che gli hezbollah hanno attirato su di sé, sul mondo
arabo-islamico con questa guerra follemente iniziata.
Credendo una volta di più alle
proprie parole - come il segretario della Lega araba
nel 1948, come Nasser nel 1967 - di aver distrutto «l'invincibile
esercito sionista»; credendo di avere di fronte
un Paese impaurito, diviso, incapace di sostenere perdite
fra i suoi soldati, che sopravvive solo grazie alle infusioni
di capitale americano; credendo come i nazisti di essere demandati
dal Padreterno alla missione di liberare l'umanità dal «bacillo»
ebraico corruttore dell'umanità, non hanno capito il significato
del movimento nazionale ebraico, il messaggio del sionismo:
e cioè che con la nascita di Israele la caccia gratuita
all'ebreo era finita.
In questa guerra
Israele si è sentito profondamente ferito. Nel
suo fisico, dal momento che nessun hezbollah si è preso
la briga di informare i suoi cittadini (come ha fatto l'aviazione
israeliana a Cana con i libanesi a cui ha chiesto di allontanarsi
da una zona di guerra da cui sono già partiti 1.300
missili). Al contrario ne ha promessi di più micidiali.
Se ci sono stati «solo» 330mila sfollati in Israele,
«solo» 56 morti, «solo» 500 feriti, la colpa
dovrebbe forse ricadere su Israele che ha provveduto, contrariamente
al Libano, a fornire alla sua popolazione adeguati rifugi
e protezione aerea contro i bombardamenti islamici?
Ma Israele in
questa guerra si sente ferito ancora più nella
sua dignità, in quanto solo membro della comunità
internazionale ad essere minacciato di morte; in quanto come
il solo Stato ad essere denunciato come privo del diritto
alla propria sovranità nazionale. Israele si sente ferito
infine nella sua atavica fede nella pace.
Ferito da una
opinione internazionale - non solo araba - che interpreta
ogni sua concessione territoriale come provocata dalla
paura; ogni sua proposta di negoziato come segno di debolezza
politica e invita azioni terroriste per impedire ogni
avvicinamento di posizioni con l'avversario, ogni tentativo
di creare un'atmosfera di coesistenza pacifica con i palestinesi.
È col dolore
di queste ferite che Israele oggi combatte. Lo fa
con più moderazione di qualunque Paese. Pensiamo cosa
succederebbe se i terroristi baschi lanciassero missili contro
la Francia per ottenere il distacco della Navarra dalla
Repubblica francese.
Oppure se una
banda di terroristi mascherati da combattenti per
la libertà che per conto di uno Stato terzo bombardasse
le sue città e inviasse i suoi uomini-bomba nelle
sue strade, nei suoi ristoranti, contro le sue scuole.
La tragedia di
Cana sta anche in questo: nel fatto che Israele ha
raggiunto il livello della esasperazione senza aver ancora
toccato quello della disperazione. Potrebbe però
arrivarci e con effetti spaventosi per i suoi avversari.
È forse per questo che gli hezbollah, Hamas, la
Siria e l'Iran chiedono a chiunque è disposto ad
ascoltarli una tregua che Israele non intende più dare.
(da Il Giornale)
Massima del giorno
Si nasce
conoscendo, come mondo di relazione, l'affetto sconfinato
della propria madre. Poi, dolorosamente, s'impara
il resto del mondo.
G.P.
MOLLICHINE
Sei morti
a Gaza. Secondo fonti palestinesi, "sarebbero tutti
giovani civili". Non essendoci un esercito, l'altra
ipotesi è che fossero maleducati.
Di Pietro:
"Non farò cadere il governo". Una volta, sposandosi,
si prometteva eterno amore. Ora si promette: "Non
ti ucciderò".
Napolitano:
"Potrei venire accusato di interventismo ma non mi
posso ridurre a inerte e silenzioso spettatore". Soprattutto
ora che non corro rischi.
Ahmadinejad:
"Chi semina vento raccoglie tempesta". Speriamo abbia
inchiodato bene le ante delle sue finestre.
D'Alema:
"Se sarà creata una forza di interposizione verranno
inviati militari italiani in Libano". Comandati dal generale
Diliberto.
"Nessuna
alternativa a questo governo", ha detto Prodi.
Après moi, le déluge.
Siniora ha
chiesto a Israele di "accettare i suoi vicini". I
quali, come bersaglio, l'hanno già accettata.
Al Zawahiri
ha parlato. E che ha detto? Le solite cose. La banalità
del male.
Di Pietro,
sull'indulto: "È stata svenduta la dignità".
Magari chiusa in una scatola da scarpe?
GLI HEZBOLLAH E DRESDA
Prima che
fosse chiamato "noble art", nel pugilato le
regole quasi non esistevano e la boxe era uno "sport"
quasi assassino. Se ad esse si è arrivati è
stato nell'interesse di tutti, degli sconfitti come dei
vincitori: perché massacrarsi quando, anche combattendo
correttamente, vince lo stesso il più forte?
Anche nella
guerra si è verificato qualcosa di simile, con
le varie Convenzioni di Ginevra. Se i belligeranti si
astengono da certi comportamenti è per evitare conseguenze
negative che per giunta non servono a far vincere il conflitto.
Si prenda ad esempio il trattamento della popolazione
civile del paese invaso: se fosse "lecito" uccidere tutti
gli abitanti di una città, si otterrebbe innanzi
tutto di rendere la resistenza di qualunque località
più accanita (vista la pessima prospettiva), e poi di vedere
uccisi tutti gli abitanti di una propria città, se le
sorti della guerra dovessero cambiare di segno.
Durante l'ultima
Guerra i capi nazisti hanno pensato che massacrando
la popolazione civile (atto inammissibile, dal punto
di vista bellico, ed oggi tuttavia correntissimo, da parte
dei terroristi) avrebbero fiaccato lo spirito di resistenza.
Per esempio degli inglesi di Coventry. Il risultato è
stato che lo spirito di resistenza si è rinforzato ("business
as usual") e che, al momento opportuno, si sono avute
vendette orribili e criminali come il bombardamento di
Dresda. A barbaro, barbaro e mezzo.
Gli Hezbollah credono che le regole
sono applicate solo dagli ingenui e dai deboli. Si
credono furbi, quando sparano razzi dalle case dei
villaggi o quando per un agguato si appostano in case private.
Effettivamente, un esercito civile ha degli scrupoli
e dunque gli è andata bene per un giorno o due. Ma sono
morti un paio di decine di militari israeliani e questo
potrebbe costare moltissimo ai terroristi: il nemico impara
molto velocemente, se si tratta della propria vita. Se ogni
casa può essere una trappola, ogni casa sarà distrutta
prima che ci si avvicini ad essa. Hezbollah ha fatto nascere
la volontà politica per questa tecnica. È notizia
di oggi che i capi sul terreno hanno chiesto (ed ottenuto) che tutte
le case ritenute capisaldi di Hezbollah siano preventivamente
distrutte dall'aviazione, prima che i soldati o gli stessi tank si
avvicinino. E chi stabilisce se una casa è da ritenere un caposaldo
Hezbollah? Gli stessi israeliani. Con le conseguenze del caso.
La "furbizia"
araba, aggravata dall'inesistente dovere d'essere
leali con gli infedeli, è una costante. In passato
nei territori occupati i terroristi hanno tentato
un paio di volte di usare le ambulanze per compiere i loro
attentati e il risultato è stato poi che qualche autentico
malato su una vera ambulanza è stato bloccato alla frontiera
ed è morto. Con grandi lai delle anime belle: ma il bugiardo
non può pretendere che gli si creda due volte.
A proposito
del conflitto del Libano ci sono da osservare fondamentalmente
due cose:
1)
Una guerra si vince quando i rifornimenti sono sufficienti (l'argent
fait la guerre): diversamente, anche dopo
che si arrivati ad Al Alamein, non rimane che tornare
indietro. Magari a piedi. I rifornimenti dalla Siria,
per gli Hezbollah, sono interrotti. Ogni razzo che lanciano
è un razzo in meno a loro disposizione.
2)
I metodi di guerra degli Hezbollah possono essere nuovi, brillanti,
perfino geniali, ma da che mondo è
mondo, dopo che s'è inventato un migliore
scudo s'inventa una migliore spada: è un'eterna
rincorsa. La risposta d'Israele sarà ogni giorno
meglio adeguata allo scontro, anche se questo dovesse significare
radere al suolo un intero villaggio prima di entrarvi,
se è da lì che partono i razzi verso Haifa.
E non si faranno neppure vittime, perché la popolazione fuggirà
via terrorizzata se vedrà partire un razzo.
Nelle scuole
musulmane si studia troppo il Corano e troppo poco
la storia. Gli Hezbollah che hanno scelto di violare le regole
è bene che ricordino Dresda: la civilissima Inghilterra
ha ucciso, prevalentemente bruciandoli vivi, più
civili e rifugiati a Dresda di quanti ne siano morti a Hiroshima.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it - 28 luglio 2006
LA GIOIA E LA MISERIA
Dopo l’ebbrezza
da patibolo, per giunta non pienamente soddisfatta
con il sangue di tutti i colpevoli, condannati ad un
breve periodo di lontananza dai loro affari calcistici,
chi resta indenne o quasi dall’annunciato e mai avvenuto
“Terrore calcistico”, si gode la gioia del pezzente.
Il pezzente
o miserabile, qualsivoglia chiamarlo, colui che
si contenta delle briciole che cadono dalla tavola del
padrone, ormai decaduto, ma in fondo sempre tale o
la iena che fiuta l’odore dei resti di un animale ormai
in decomposizione (il nostro Calcio) ed incurante del fetore,
dello schifo, della propria dignità festeggia, ma
non si sa cosa.
L’Inter
ha vinto lo scudetto della stagione 2005/2006, su decisione
della Federcalcio, ma soprattutto su sua espressa richiesta.
Moratti gode e gioisce per la sua prima vittoria, non
consacrata sul campo, dove fior di soldi, giocatori, allenatori,
si sono persi, fallendo tecnicamente e sportivamente i loro
obiettivi, ma ottenuta a tavolino, dove lo sforzo maggiore
è quello di far valere il proprio potere politico, economico,
il proprio nome, la propria parvenza di gente onesta.
…E qui torniamo indietro. Torniamo
a chi accusava ed a quando si accusava un certo Moggi
di avere potere e di aver vinto sempre in base a quel potere.
Una questione di potere, dunque anche lo scudetto dell’Inter,
che ricaccia il Calcio nel circolo vizioso in cui è
finito e sembra voler uscire.
Ma allora
Moggi non ha fatto nulla di male…
Abbiamo
parlato di parvenza di onestà, ma l’onestà
non può andare insieme a scrupoli, a compromessi,
a scheletri nell’armadio, a giustificazioni, a condanne,
a situazioni, sistemi e dirigenze. L’Inter è rimasta
coinvolta in uno dei tanti scandali calcistici, quello dei passaporti
falsi per favorire il tesseramento di giocatori come comunitari,
attivando particolari procedure da cui risultavano parentele
italiane per giocatori stranieri che non ne avevano.
Proprio
il mese scorso il campione di onestà Inter e chi
ha operato in questa vicenda, ovvero Oriali, responsabile
dell’area tecnica della squadra e l’attaccante uruguayano
Alvaro Recoba hanno patteggiato una pena di sei mesi ciascuno
comminata per ricettazione dal Tribunale di Udine. Tutto
è finito in un soffio. Erano annunciate anche in quel
caso pene esemplari, diventate poi semplici multe.
L’Inter
non può non avere scrupoli di coscienza, né
vantare immacolata presenza nel mondo del Calcio. L’Internazionale
S.p.a. è fuori da Calciopoli, fuori da Moggiopoli,
ma ben inserita nel “sistema”. Il “sistema” del calcio
scorretto che ha permesso brogli burocratici. Il “sistema”
del calcio amorale che comprava giocatori per fare soldi e marketing
e non per fare sport o ancora il “sistema” dei conti facili
da azzerati. La società di Moratti, grazie al decreto salvacalcio
ha potuto svalutare il valore legato alle prestazioni dei
suoi giocatori nel 2003, pari 319 milioni 394 mila euro, dividendolo
in dieci tranche per dieci anni. Nonostante tutto il patrimonio
netto dell’Inter ha comunque presentato un conto economico
in passivo di quasi 200 milioni.
Pronti via.
L’Inter ha sfruttato tutti gli stratagemmi del “sistema”.
Ha venduto il marchio alla controllata Inter Brand
a fine 2005, con una plusvalenza civilistica di circa
158 milioni. Il 9 giugno scorso ha dato in pegno il marchio
a Banca Antonveneta, in cambio di un prestito di 120 milioni
di euro. Anche per il club di Moratti l'operazione è
stata fatta per assorbire, senza abbattere il patrimonio,
buona parte degli oneri residui del salvacalcio. Tuttora 223,6
milioni di euro degli abbattimenti di cui sopra erano ancora
da ammortizzare al giugno 2005 e la situazione non è
bella.
La Co.Vi.Soc
non ha calcolato la vendita del marchio e non ha
neppure considerato le svalutazioni avvenute in precedenza
per abbattere il debito. Morale della favola, ci
si rivedrà nel 2007, quando l’UE busserà alla porta
e chiederà di appianare tutti i debiti.
Nel frattempo
l’Inter avrà uno scudetto in più e desidererà
che tutti quanti possano tornare nel grande giro, perché
tutti potranno fare i grandi giochi, appoggiati già
adesso con il sostegno dato a Galliani e Carraro.
Moratti
dice di essere felice per i tifosi. Spero non ci siano
tanti tifosi interisti così infettati dal sistema
dal tifare per la ghigliottina tagliatesta per poterne
bere il sangue. Io, da interista non sono fra quelli.
Angelo M. D'Addesio
GRAZIE ROMA
La conferenza
sul Libano si e' conclusa. Chiamiamola conferenza
sul Libano perche' non si e' parlato d'altro e perche',
a parte il governo fantoccio di Beirut, mancavano
gli attori della vicenda.
L'avevano
chiamata, con grande cinismo e ipocrisia, "Conferenza
di Pace".
Quale
pace? Il conflitto e' tra Hezbollah/Iran/Siria, attraverso
il Libano, contro Israele.
Dove
era Israele? Perche' non e' stato invitato? Perche'
il premier libanese Seniora aveva detto "o Israele o
io!" Perdiana, abbiamo proprio a che fare con
persone mature e intelligenti, vogliose di pace, di
dialogo, di stabilita'.
Perdiana,
un premier, o meglio un mezzo premier, che non vuole
incontrare il Paese con cui dovrebbe fare la pace. Livello
scuola materna ...araba.
Pace,
parola sempre piu' sconcia in bocca a certa gente ,
parola senza piu' significato, senza morale, visto
che, per le canaglie, pace significa solo accusare Israele,
parlare delle bombe di Israele, senza un minimo accenno
ai 3000 razzi katiuscha piovuti come un uragano sulle
citta' israeliane della Galilea.
Per le
canaglie Pace significa accusare l'aggredito e non
dire una parola contro l'aggressore.
La pseudo
conferenza di ieri si e' limitata a invitare i
"donatori" a preparare assegni sostanziosi per le
povere popolazioni libanesi ostaggi di criminali terroristi
appropriatisi di un'intero stato sovrano e ostaggi del governo
pagliaccio il cui premier pagliaccio ieri non ha saputo
far di meglio che accusare Israele di tutto quanto sta accadendo,
senza dire una parola contro i terroristi e senza spiegare
come mai il Libano e' caduto nelle mani di hezbollah.
Condy Rice ha guardato
per un momento Seniora, forse un po' sopresa, forse
un po' imbarazzata, gli altri lo hanno lasciato
dire senza un moto di orgoglio , senza un moto di verita',
senza il minimo tentativo di dare alla conferenza una parvenza
di serieta'.
Hanno
parlato di tutto i pagliacci di Roma, dei profughi
libanesi, dell'occupazione di Israele del Monte
Dov (fattorie Sheba) che il Libano reclama anche se
tutta la comunita' internazionale e' d'accordo nell'affermare
che non gli spetta.
Non hanno
pero' parlato dei coraggiosi guerriglieri del partito
di dio che si nascondono dietro le donne e i bambini
e dietro i Caschi Blu.
Non hanno
parlato dell'uragano di katiusche che precipita su
Israele ogni giorno, ne' dei 2 milioni di israeliani
nei rifugi, ne' dei 250.000 israeliani rimasti senza
casa perche' distrutta dai razzi, non hanno parlato
dei bambini costretti a stare sottoterra per aver salva la
vita, ne' di quelli morti o feriti.
Niente.
Hanno
parlato invece, TUTTI, delle bombe israeliane sui
civili libanesi, dei profughi libanesi e dei bambini
libanesi e hanno parlato dei 4 morti dell'UNIFIL
, bombardati, secondo Kofi Annan, intenzionalmente da
Israele.
Israele
ha chiesto scusa per l'errore e si e' detto sorpreso
dall'inconcepibile accusa del segretario dell'ONU.
Puo'
Israele aver colpito delibaratamente una postazione
ONU? Per cosa, per far scoppiare una crisi con le
Nazioni Unite? Non abbiamo gia' abbastanza problemi da
quella parte? Qui e' guerra e in guerra capita di fare errori.
Giorni fa e' stato colpito un elicottero israeliano dal
fuoco amico. E allora? Anche questo deliberatamente? Sono
errori che si possono commettere anche con bombe ad alta precisione
e gli USA ne sanno qualcosa. Chi e' costretto a fare la guerra
corre anche questo tipo di pericoli, di sbagliare e avere tutto
il mondo contro.
Pero'
pero' pero' se Kofi Annan ha accusato Israele di aver
colpito deliberatamente i caschi blu sa forse qualcosa
che noi non sappiamo? ha forse la coscienza sporca?
Beh,
quella dovrebbe averla comunque, ma....
....Hezbollah
sparava contro Israele esattamente dalla postazione
ONU e allora c'e' da chiedersi cosa ci facevano la'
gli osservatori? Perche' erano ancora la', cosa dovevano
osservare? Perche' c'era la bandiera' hezbollah vicino
alla bandiera dell'ONU?
Possibile
che gli osservatori ONU non si siano mai accorti
in 6 anni che hezbollah riempiva di armamenti i propri
depositi e che scavava chilometri di gallerie sotto i
loro piedi? Cribbio, tutti ciechi, sordi, soprattutto
muti??
Si, muti, mutissimi,
come quando nel 2001 assistettero al rapimento di
tre soldati israeliani restituiti poi a pezzetti in
cambio di migliaia di terroristi tutti interi. Non ricordo
di aver sentito scuse da parte di Kofi Annan e ci sono
voluti 10 mesi per riuscire ad ottenere il filmato comprovante
l'aiuto dato dai caschetti blu a hezbollah. Non mi pare di
aver sentito voci scandalizzate da parte dell'occidente,
ricordo ionvece i soliti bastardi dire che era tutta un'invenzione
sionista, anche dopo le prove.
Non si
e' sentita ieri a Roma una sola voce chiedere scusa
per non aver rispettarto la risoluzione 1559 che doveva
disarmare hezbollah e portare la pace almeno in quella
parte della regione. Nooo, Kofi Annan era molto serio, incazzatisssimo
con Israele per aver colpito una postazione hezbollah...oooops...
pardon...una postazione ONU!
Hanno
parlato di soldi e i tre intelligentoni D'Alema, Chirac
e Annan e hanno chiesto "tregua subito" . Ma che
bravi! E poi? Poi si lascia tempo a hezbollah di riorganizzarsi
per ricominciare. Semplice!
Gli amici
servono a questo e hezbollah lo sa.
C'e'
da aver paura a pensare che parte del mondo e' nelle
mani di simili figuri.
Israele
ancora una volta e' solo contro il mondo intero. Combatte
da solo, si difende da solo, vede morire i proprio
ragazzi per colpa dell'inettitudine, vigliaccheria,
tremori di culo dei Grandi del mondo, quelli che ieri
si sono riuniti a Roma per far spendere soldi ai contribuenti
italiani.
Si, Israele
e' solo ma e' abituato a questo stato di cose, e'
abituato all'odio del mondo ed e' forte.
Il nanerottolo
nazista iraniano vuole spazzarci via ma dovrebbe
ricordare che un altro nanerottolo aveva tentato di
farlo.
Oggi
quel nanerottolo e' solo un malefico ricordo, Israele
invece e' qui, minuscolo in confronto a chi lo circonda
urlando di volerlo eliminare, coraggioso da togliere il
fiato, forte del suo esercito fatto di ragazzi dalla faccia
pulita cosi' diversi dalle orde di fanatici che ci circondano.
Se lo
ricordi il nanerottolo nazista iraniano, Israele e'
qui, per sempre.
E si
ricordi una cosa importante: Israele non si tocca!
Deborah Fait - www. informazionecorretta.com
LA CHIACCHIERA
INTERNAZIONALE SUL LIBANO
La
riunione di Roma di oggi è stata chiamata “Conferenza
internazionale sul Libano” ma sarebbe stato più
appropriato chiamarla “Chiacchiera internazionale sul
Libano”. Infatti essa non ha avuto lo scopo di ottenere un
immediato cessate il fuoco, che dipende unicamente da Israele
e dai suoi interessi strategici. Non ha avuto lo scopo di costituire
una forza d’interposizione sia perché essa dovrebbe
presidiare il Libano per la profondità di cento e più
chilometri (la gittata massima dei missili Hezbollah), sia perché
nessuno, a cominciare dagli Stati Uniti, è disposto ad
inviare truppe. Non ha infine avuto lo scopo di disarmare gli
Hezbollah, che certo non obbediranno ad un garbato invito.
E allora,
a che è servita questa parata? È servita
alla foto finale. Alle dichiarazioni finali. Alla retorica
deprecazione dei guasti della guerra. Ad una vaga dimostrazione
di buona volontà in favore della pace. Ha insomma
risposto ai voti degli idealisti e dei disinformati
che chiedono una taumaturgica azione internazionale per far
cessare il massacro (involontario) dei libanesi, dopo
che per anni nessuno s’è interessato del massacro
(volontario) della popolazione di frontiera israeliana: ma questa
non è una novità. Ecco la conferenza: nessuno può
dire che le grandi potenze non abbiano fatto il possibile!
E poco importa se il “possibile”, in questo caso, sia “assolutamente
niente”.
Certo,
si è parlato anche di soccorrere il Libano,
di fornirgli aiuti, di istituire “corridoi umanitari” per
gli sfollati e i fuggiaschi. Tutte cose che Israele non
ha interesse ad impedire: basti dire che non ha voluto
aggravare la situazione dei civili bombardando centrali
elettriche, acquedotti ed altre infrastrutture, che avrebbero
ridotto alla disperazione Beirut e tutto il Libano. Ma
che rapporto ha, questo, con la guerra?
I problemi
seri sono solo due: 1) come si può riuscire a
rendere inoffensivo Hezbollah? 2) come si può garantire
che rimanga inoffensivo?
Nessuno
è in grado di disarmare e rendere inoffensivo
Hezbollah: salvo, forse, Israele, e certamente la
Siria. Riguardo a rendere permanente la (eventuale)
soluzione del problema se ne è parlato vagamente
quando si è accennato ad una forza d’interposizione,
ma neanche questo è serio. Per essere efficiente, una
simile forza richiederebbe centinaia di migliaia di
uomini che né l’Onu né la Nato troveranno mai.
La
soluzione – se esiste – è politica. Gli Occidentali
e quegli stati musulmani che l’Iran spaventa dovrebbero
esercitare un’enorme pressione sulla Siria, facendole
capire che o aiuta a smantellare la milizia degli Hezbollah,
oppure dovrà pagare un prezzo insopportabile. Incluso
il sostegno ad Israele se cominciasse a bombardare Damasco.
In questo caso, si porrebbero seriamente le condizioni
della pace, che per Israele si riassumono semplicemente in questa:
che il Libano non permetta azioni terroristiche in partenza
dal proprio territorio.
Non
chiede molto. Chiede solo la propria sopravvivenza.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
26 luglio 2006
A proposito
"Anche
quando l'uccello cammina sappiamo che ha le ali"
Victor Hugo
BIMBE AL FOSFORO
Potevano mancare. No, non potevano mancare. Dove
c'è un israeliano che combatte per la propria
libertà d'esistere (mica cazzi!) ecco, improvvisamente,
spunta la bomba al fosforo.
Ci sia o non ci sia, non ha molta importanza.
L'importate è che se ne parli, della "bomba
al fosforo". Parola magica, illuminante. Scandire
"B o m b a a l F o s f o r o". Se poi c'è
il corpicino di una bambina bruciacchiata... ancora meglio.
Eccoli, i moralisti, in bandiera rossa cresciuti all'oratorio,
si mettono la faccia di circostanza, impostano la voce e
"bomba al fosforo" diventa una litania. Ci sarà pure qualche
Tg, qualche Corriere della Sera o qualche Bobo Craxi
che raccoglierà la notizia. Il corpicino bruciacchiato,
o i gocattolini sparsi per terra, faranno fotografia a mezza pagina.
"Ah, signora mia, questi ebrei, peggio dei nazisti". Il gioco
è fatto.
Merde!
cp. 25 luglio 2006
LA RISPOSTA ADEGUATA
Il conflitto in corso in Libano è nato dal problema
degli attacchi missilistici a Israele, cioè
da un’aggressione contro le popolazioni civili portata
avanti per anni. È infatti difficile rispondere
adeguatamente, soprattutto quando i terroristi inviano
i loro razzi prevalentemente dall’interno dei centri abitati,
per farsi scudo dei cittadini. In questi casi anche un
esercito forte è un Sansone cieco che non sa dove colpire.
Per questo si parla di “guerra asimmetrica”.
Tuttavia a volte la guerra è asimmetrica non
per ragioni tecniche (Roma-Pirati) ma per ragioni
morali. Si faccia il caso che dei banditi abbiano
rapito un bambino e minaccino di sopprimerlo. Chi mai,
oggi, farebbe l’ipotesi arcaica di arrestare una ventina
di parenti dei banditi promettendo che, in caso di mancato
rilascio immediato del bambino, saranno tutti uccisi?
Per poi effettivamente ucciderli? Uno Stato moderno e democratico
trova la cosa inconcepibile ed è questo che rende
la guerra ai sequestratori eticamente asimmetrica.
Ma se si fosse disposti ad usare le stesse armi sleali
degli avversari, costoro comincerebbero a riflettere.
Nel caso del Libano, per esempio, Israele avrebbe
potuto nei mesi scorsi spedire cinque razzi oltre frontiera
per ognuno caduto sul proprio territorio. Avrebbe
agito come gli Hezbollah e avrebbe certo fatto molti
morti. Sarebbe stato triste; i giornali ne avrebbero molto
parlato (sempre per condannare Israele, mentre prima non s’erano
condannati i razzi Hezbollah), ma si sarebbe trattato di
legittima difesa e di risposta adeguata (dissuasione). Ovviamente
gli Hezbollah fanatici avrebbero riaffermato la loro vocazione
al martirio o, più esattamente, la vocazione della
popolazione libanese al martirio: ma siamo sicuri che essa
avrebbe continuato a favorirli? Siamo sicuri che avrebbe
permesso loro di continuare ad installare le loro basi nelle
zone abitate, nei cortili delle case o nelle stalle? È
facile fare da scudi umani quando nessuno spara: quando però
la dinamite comincia effettivamente a dire la sua, ci si accorge
che si devo reagire presto, se si vuole sopravvivere.
Ancora più valido è il ragionamento per
i grandi razzi. Mentre la missilistica Hezbollah è
dopo tutto dilettantesca, malgrado il possente supporto
logistico iraniano, quella israeliana è up to
date. Dunque per un missile su Haifa se ne potrebbero fare
cadere cinque su Sidone o anche Beirut. E questo non mirando
accuratamente (come fa oggi l’aviazione), ma come fanno
gli Hezbollah, che recentemente hanno addirittura mirato
ad un ospedale: dunque ammazzando chi capita. A barbaro
barbaro e mezzo. Con un simile comportamento para-criminale
(ma copiato dall’avversario) probabilmente si sarebbe evitata
la “guerra del Libano”. Perché il Libano, per sopravvivere,
si sarebbe visto costretto ad assumere la responsabilità
del proprio territorio ed avrebbe avuto l’appoggio del popolo
per la repressione delle attività che quei disastri
provocavano.
Qualcuno risponderà che è necessario rimanere
fedeli ai propri nobili principi, anche quando
si ha da fare con dei selvaggi: ma c’è ancora qualcuno
che non è nobile. Qualcuno che, essendosi nutrito
di storia non edulcorata, ragiona come Cesare dinanzi ad
Alesia, quando si disinteressò della popolazione civile
espulsa dagli assediati.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 24 luglio
2006
Bobo Craxi
é Bobo Craxi e il "Corsera"
non è da meno.
C'è un sottosegretario
agli esteri del Governo italiano che, pochi minuti dopo
il ferimento del capitano dell'esercito
Roberto Punzo, s'è affrettato a dichiarare alle
agenzie; "l'osservatore italiano dell'Onu potrebbe essere
stato colpito dall'esercito israeliano".
Quel sottosegretario si chiama Bobo Craxi.
A sparare e colpire il capitano Punzo, in realtà
sono stati gli Hezbollah e il
sottosegretario è stato smentito perfino dal portavoce dell'Unifil
Milos Strugar, ma, con la scusa
che l'aveva detto Bobo Craxi, il maggiore
giornale italiano, il Corriere della Sera, è
riuscito a titolare in prima pagina "forse sono stati gli
israeleani"
E brava la nostra Noa!
Buon giorno! Ci siamo svegliati, a meta' soltanto,
ma ci siamo svegliati eh?
Si, a meta' perche' Noa' definisce giustamente
nazisti gli hezbollah e contemporaneamente dice
che con hamas si puo' parlare.
Perche', i terroristi di hamas non sono nazisti?
Come potrebbe Noa definire in altro modo un gruppo
terrorista che ha nel suo statuto la distruzione di
Israele e che ogni giorno bombarda citta' israeliane?
Sono stati eletti dal
popolo, dice.
E allora? Anche hezbollah siede nel parlamento
libanese, anche hezbollah e' stato eletto a
rappresentare una parte dei libanesi. Anche Hitler era
stato eletto dal popolo.
Comunque, a parte questi dettagli, vitali per Israele,
e' importante che l'intellighentia di sinistra
israeliana si sia svegliata e appoggi il governo
in questa ennesima guerra.
Di hamas parleremo piu' avanti quando sara' finito
il problema al nord. Allora sara' il caso di spiegare
a Noa e ad altri cosa e' hamas visto che nel loro fanatico,
estremo e stupido pacifismo ancora non lo hanno capito.
Non lo ha capito nemmeno Piero Fassino che durante
la manifestazione organizzata a Roma per Israele
ha detto dei palestinesi "Qui non si parla di un torto
e di una ragione ma di due ragioni, di due diritti.
Quello di Israele di vivere in pace e quello dei palestinesi
di avere uno stato".
Ehhhh, no, caro Fassino. NO! Queste frasi fatte,
trite e ritrite, non vanno piu' bene alla luce dei
fatti. I palestinesi hanno avuto oppotunita' incredibili
di organizzarsi come stato, dal 1948 in poi.
Hanno avuto piu' aiuti di qualsiasi altro popolo
al mondo, Arafat ha rubato qualcosa come 1 miliado
e 300 milioni di aiuti. Cosa poteva esser fatto
con questi soldi e tutti gli altri fregati alla grande
dai vari capoccia palestinesi?
Non hanno avuto un opportunita', uguale a Israele,
nel 1948 e loro hanno rifiutato?
Non hanno avuto un'opportunita' dopo il 1967 quando
Israele voleva sedersi per trattare e la lega
Araba a Kartoum ha risposto No, anzi tre no addirittura:
No alla pace, no al negoziato, no al riconoscimento
di Israele.
Non hanno avuto un'opportunita' nel 1993 quando
Arafat, dopo essersi beccato il premio Nobel,
invece di pensare a fare la pace e a costruire la Palestina
ha mandato in Israele i primi terroristi suicidi?
Non hanno avuto un'opportunita' nel 2000 quando
Ehud Barak gli ha offerto tutto quello che
poteva offrire compresa Gerusalemme est e Arafat ha
rifiutato per iniziare la sua guerra del terrore?
Non hanno avuto un'opportunita' nel 2005 quando
Sharon gli ha consegnato la Striscia di Gaza completa
di infrastrutture e loro anziche' gettare le
basi per uno stato, hanno bruciato tutto e riepito la striscia
di rampe per colpire Israele piu' in profondita'?
Quindi caro Fassino, due ragioni sto par di palle!
Quando un popolo getta via ogni opportunita' di trasformarsi
in popolo sovrano per scegliere il terrorismo,
l'ignoranza e la miseria, non ha piu' nessuna ragione
e nessun diritto.
Dire il contrario significa non capire niente, non
volere una soluzione del problema e significa
anche abbandonare Israele al suo destino e lasciarlo
ancora una volta solo a combattere contro un terrorismo
giustificato e appoggiato dall'Europa.
Per concludere due paroline
sugli arabi israeliani , parole senza retorica
e sentimentalismo da quattro soldi. Parole che
rispecchiano la realta', la nostra drammatica realta'.
Giorni fa sono stati uccisi due poveri fratellini
arabi, Mahmud e Rabia Taluni, fatti a pezzi a Nazaret,
Israele, da un razzo hezbollah.
Grande dolore di tutti , meno che del loro padre,
meno che della sua comunita' che si e' scagliata
contro Israele. Il padre , sorridendo, ha detto che
Israele la deve finire, che Hezbollah combatte per la liberta'
e tutti i suoi compari a dire che i due fratellini erano
shahid, martiri.
Ma c'e' di peggio, un giornalistia italiano li ha
chiamati i "due piccoli Gesu'."
Ehhh no!
Innanzitutto chiariamo che Gesu' era ebreo e che
due giorni prima era stato ucciso da un katiusha
a Haifa un bambino ebreo, Omer, e sua nonna e nessuno
ne ha parlato, nessuno li ha nominati, nessuno li ha
chiamati per nome. Sono entrati a far parte dell'elenco dei
morti israeliani , tutti anonimi.
I due bambini arabi invece diventano addirittura
Gesu', retorica nausenate, e gli unici che li hanno
pianti come bambini veri che dovevano vivere siamo
stati noi israeliani.
Ma perche' i due fratellini sono stati colpiti?
Perche' non c'era la sirena! A Nazaret, come in
tutti i villagi arabi, non esistono le sirene. Non
le vogliono, le rifiutano perche' non le vogliono sentire
quando suonano per ricordare il Giorno dell'Olocausto
e il Giorno del Ricordo dei Caduti. Yom haShoa' e Yom haZikaron.
Non hanno le sirene e nemmeno rifugi perche', dicono,
i loro fratelli arabi non li colpiranno mai. Sono
gli ebrei che devono essere ammazzati, mica gli
arabi, perdio!
E' questo che pensano i nostri cari connazionali
arabi.
Nasrallah gli ha dato ragione, si e' detto dispiaciuto
per i due bambini, li ha sistemati nel paradiso
dei martiri e ha confermato che lui e' solo gli ebrei
che vuole ammazzare.
Quando questa guerra ha avuto inizio e sono piovuti
le prime katiusche su Israele , loro, gli arabi
israeliani, saltavano di gioia. Esattamente come
avevano fatto nel 1991 quando fu Saddam Hussein a bombardare
Israele con i suoi scud e loro dai tetti delle loro
case ballavano e urlavano "prendi la mira Saddam, prendi
la mira". Poi pero' hanno accettato le maschere antigas
che Israele distribuiva.
Bene , allora si tengano i loro martiri e lascino
la nostra democrazia.
Troppo comodo vivere in un paese che gli da diritti
di cittadini , lavoro, studio e aspettare
il momento opportuno per metterci il coltello nella schiena.
Nel frattempo siamo
arrivati al 13 giorno di guerrra, Israele e'
entrato via terra e aspetta che qualcuno si decida a
far applicare la mozione ONU 1519 che ci permetta
di uscire dal fango libanese e qualcuno che capisca
che questa guerra e' solo l'inizio per poi arrivare in Europa
perche' e' questo che l'Iran vuole, distruggere Israele e andare
avanti e noi stiamo combattendo una guerra per tutto l'occidente
che nel frattempo e' isterico e non sa bene cosa fare.
I nostri soldati procedono lentamente nel tentativo
di fare meno vittime possibile poiche' i libanesi
del sud sono usati dai terroristi come scudi
umani e non li lasciano scappare. I media italiani strombazzano
di 300 vittime civili, si, certo, ma dimenticano di
dire che anche i terroristi sono civili e ne sono
stati ammazzati quasi 200 quindi sarebbe il caso di fare
le debite distinzioni.
Israele chiede un paio di cosucce :lasciare che
Zahal proceda ancora per 10 giorni , al massimo due
settimane, l'applicazione della 1519, che
prevede il disarmo dei terroristi e che doveva essere applicata
6 anni fa, il rientro dei soldati rapiti e la
dislocazione di soldati libanesi , aiutati da soldati
NATO nella fascia di sicurezza.
Fino ad oggi Israele ha distrutto:
474 quartieri genrali e gallerie con munizioni
39 linee di comunicazione
107 veicoli per trasporto armi
129 rampe di lancio
105 ponti
62 basi hezbollah
15 tunnel
9 antenne
Restano ancora un'infinita' di strutture da distruggere
in questo stato terrorista creato dentro al
debole Libano e il bene che ne verra' non sara'
solo per Israele ma per il Libano e tutto l'occidente.
Buon lavoro, Zahal, se te lo permetteranno!
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
Ferito dagli Hezbollah un militare italiano
in Libano
Il capitano dell'esercito
italiano Roberto Punzo, l'osservatore Onu colpito
nel Libano meridionale e ricoverato presso l'ospedale
civile della città isrealiana di Haifa, è stato
sottoposto ad un intervento chirurgico allo stomaco
e si trova in condizioni gravi ma stabili: lo ha reso noto
il portavoce del nosocomio di Rambam, David Ratner.
Lo stato maggiore della Difesa aveva precisato
in un comunicato che l'ufficiale non versa in imminente
pericolo di vita ed era stato colpito da alcune
schegge: Ratner ha tuttavia fatto riferimento ad una
ferita da proiettile.
Verso le 13.00 ora italiana - riferisce un comunicato
- il capitano dell'esercito Roberto Punzo mentre
prestava servizio presso la cittadina di Raf, a 40
chilometri ad est di Naqoura, è stato ferito in
maniera grave da un colpo di arma da fuoco. «Secondo
il resoconto preliminare - sostiene una nota firmata dal portavoce
Unifil Milos Strugar - il fuoco è giunto da forze
Hezbollah.»
L'ufficiale è stato prontamente soccorso
da militari israeliani e trasportato in elicottero
presso l'ospedale civile di Haifa. La prognosi al
momento è riservata.
Il capitano Punzo, in servizio presso la missione
UNTSO (United Nations Truce Supervision Organization).
Il gruppo di osservatori militari italiani opera
in Medio Oriente dal 1958 (legge n. 848 in data
17 luglio 1957) ed è composto da 7 Ufficiali.
UNTSO è la più vecchia missione di peacekeeping
delle Nazioni Unite. Disposta con la risoluzione del
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 50 in data
29 maggio 1948 e successive modifiche, la missione effettua
sia il controllo del rispetto del trattato di tregua, concluso
separatamente tra Israele, Egitto, Giordania e Siria nel
1949, sia il controllo del cessate il fuoco nell'area del
Canale di Suez e le alturedel Golan conseguente la guerra
arabo-israeliana del giugno 1967.
(Dalle agenzie)
Massima del giorno
Spiegare il fulmine con l'ira di Giove è molto
più facile che inventare l'elettrologia.
G.P.
MOLLICHINE
Olmert: "Noi non cerchiamo la guerra". Ma a volte
uno le cose le trova senza cercarle.
Chirac ha definito "aberrante" l'azione militare
israeliana. Rispondere alla violenza con la violenza!
Ma siamo matti?
Putin: "Non sono sicuro
che il ritorno dei soldati israeliani rapiti
metterebbe fine al conflitto". Ah sì?
Ma è un dubbio metodico o sistematico?
Prodi (Corriere) sulla sua maggioranza striminzita:
"Così è più thrilling... È
più sexy!". Come quando, al ristorante, uno
si domanda se ha abbastanza soldi per pagare.
La magistratura milanese chiede l' "Estradizione
per 26 agenti della Cia". L'U.S.Army per ora ha ricevuto
solo un avviso di garanzia.
Indulto, l'Italia dei valori farà ostruzionismo.
La difficoltà di passare dal tintinnar di manette
al tintinnar di chiavi.
Donadi (IdV), sull'indulto: "Saremo costretti a
fare ostruzionismo alla nostra stessa maggioranza".
Perché si scusa? Lo fanno tutti!
La maggioranza ha richiesto la sospensione del
Mose. L'acqua alta può tirare un respiro
di sollievo: Berlusconi non c'è più.
D‚Alema: "Abbiamo sollecitato Iran e Siria a svolgere
un ruolo costruttivo". Ma i razzi sono
già costruiti in Iran!
Prodi: "Se Iran e Siria, come pensiamo, agiscono
dietro le quinte, come reagire?" Andando a sparargli
dietro le quinte.
Esplode una casa a Gaza, quattro morti, tra cui
un membro del braccio armato di Hamas. Strano, da
noi le case al massimo crollano.
LA DIPLOMAZIA
Nei momenti di crisi da molte parti s'invoca la
diplomazia come alternativa alle armi. Alcuni
credono addirittura che ogni conflitto possa essere
risolto da un'abile e benevola diplomazia. Ee tuttavia
è facile vedere come questa concezione sia fallace.
Quando comincia un conflitto armato - secondo l'immortale
lezione di von Clausewitz - è chiaro che
uno dei due stati pensa di essere militarmente in
vantaggio e presenta questa superiorità all‚incasso.
Significa altresì che ciò che vuole ottenere
non è stato capace di farselo dare "con le buone"
e per questo von Clausewitz ha scritto che ogni guerra
rappresenta "la prosecuzione della politica con altri
mezzi". La prosecuzione, si badi, non l'inizio. Il conflitto
è il momento in cui la tensione si è spinta
tanto lontano da provocare il collasso del sistema.
La guerra costituisce l'aggravamento d‚un problema,
non la sua nascita. Quando Saddam Hussein invade
il Kuwait dal punto di vista internazionale si considera
questa azione militare come un inammissibile e ingiustificabile
atto di violenza contro uno stato sovrano: ma questo
solo perché l'opinione pubblica non ha badato,
nei mesi e negli anni precedenti, alla teoria di Hussein
secondo cui il Kuwait è una provincia irakena.
Egli infatti non ritiene d'andare ad annettere un territorio
straniero, ma d'andare a ricuperare una parte del proprio.
Nello stesso modo, se la Cina sferrasse un attacco contro
Taiwan, mentre per tutto il mondo si tratterebbe di una guerra
d'aggressione, per la Cina si tratterebbe di andare a riprendere
con la forza, dopo decenni di pazienza, la "Provincia Ribelle".
La diplomazia non è ignara dei problemi che,
in certi posti e in certi momenti, conducono poi
ad una guerra, e fa il suo mestiere: ma quando essa scoppia
parecchie cose cambiano.
Innanzi tutto, se è vero che chi dà inizio
alle ostilità normalmente (secondo Clausewitz)
lo fa perché è sicuro della propria
superiorità (Hitler, 1939; Arabi, 1967), è
anche vero che molto spesso i risultati concreti sono ben
inferiori alle aspettative (Spedizione ateniese contro Siracusa,
Prima Guerra Mondiale). Ed è a questo punto che ritorna
in campo la diplomazia. Se il paese aggressore voleva ottenere
trentamila chilometri quadrati di territorio e dopo due anni,
malgrado gravi perdite, ne ha conquistati seimila, il successo
dell'impresa appare meno certo dell'inizio. Ovviamente
anche il paese aggredito, che pure ha offerto un'imprevista
resistenza, affronta dal suo lato spese e sofferenze inaudite.
La diplomazia a questo punto può cominciare a dire al
primo che se gli si concedono quattromila chilometri quadrati,
salva la faccia e si risparmia il resto del calvario. E può
dire al secondo: stai soffrendo molto, il futuro potrebbe essere
ancora peggiore, compra la pace con quattromila chilometri quadrati
e poi si vedrà.
La diplomazia non è un'arma autonoma. Non
è fatta di prediche e buoni sentimenti. È
l'arte di presentare i fatti in modo che ciascuno
sia indotto a riconoscere il proprio interesse,
senza fanatismi e senza impuntature. Ma per far questo
i fatti devono lasciare spazio: e a volte non è così.
Se uno dei due paesi
è chiaramente vincente, la diplomazia non
potrà far nulla: non ha molto da offrire o
da minacciare. Se uno dei due paesi, pur perdente, è
guidato da un folle o un fanatico (Hitler, Hamas), nessuna
diplomazia potrà far breccia nel suo cervello. Perché
sarà disposto a lasciar distruggere il proprio paese
piuttosto che scendere ad un ragionevole compromesso (cui
tendeva l'attentato di von Stauffenberg). Se i governanti
sono particolarmente ottusi, potrebbero non aver occhi
per i dati reali. Ecc.
Perché la diplomazia possa avere serie possibilità
d'influire sul corso degli eventi sono dunque
necessarie condizioni obiettive che spingano al compromesso
e governi pragmatici e responsabili capaci di
apprezzarle. In questo caso la pace potrà essere
raggiunta anche autonomamente, senza intervento di
terzi (resa dell'Impero Tedesco nella Prima Guerra
Mondiale). Se invece la diplomazia vorrà avere
un peso rispetto a un contendente particolarmente animoso
o fanatico (Hezbollah), dovrà essere capace di
agitare una grossa carota e un enorme bastone. Per esempio
un intervento che potrebbe dare un determinante vantaggio
al suo avversario.
Senza questo essa è flatus vocis,
logomachia o comunque si voglia diplomaticamente
designare il chiacchiericcio ad alto livello.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
23 luglio 2006
KEEP SMILING
Dice un cacciatore al bordo di un bosco, soppesando
il suo grosso fucile: "Se mia moglie mi tradisse
le farei saltare la testa e all'uomo sparerei nei
genitali". E l'amico, guardando nel folto del bosco:
"Se ti sbrighi potrai cavartela con un colpo solo".
BERSANI&NOCCIOLINE
Il costo del passaggio
di proprietà è passato dai 471 euro
dal notaio (senza fila) ai 402 euro all'anagrafe
o non so dove (ma con fila)?
Una vera rivoluzione per la vita dei cittadini.
Del resto, non c'era da dubitarne, visti gli elementi.
Scommetto che a breve verrà concesso un ulteriore
sconticino a quei cittadini che si recheranno
a stipulare l'atto nella sede di un qualche sindacato
(previa iscrizione, ovvio).
W le liberalizzazioni de sinistra!
a.marzano, dal Forum dei Radicali
EVENTO E INFORMAZIONE
(in 400 parole)
Nel passato l’informazione esisteva ma non esistevano
i mezzi d’informazione. Nel 1815 i rari giornali
erano in vendita da poco tempo ed avevano comunque
una diffusione estremamente limitata. Per non dire
che non c’era televisione. E tuttavia la notizia della
morte di Napoleone ha fatto il giro del mondo in pochissimo
tempo (“percossa, attonita la Terra al nunzio sta”). Semplicemente
perché chi apprendeva quel lutto si premurava
di dirlo al proprio vicino, sapendo in anticipo che
la cosa sarebbe stata anche di suo interesse.
Ma questo era raro. Quando non avveniva un fatto
clamoroso, quando non scoppiava una guerra o non
c’era un devastante terremoto a Lisbona, la vita
scorreva tranquilla. La gente viveva nella quiete di chi
poteva dire “Oggi non è successo niente”. Era la notizia
stessa che ogni tanto si faceva parte attiva e turbava
il placido fluire del tempo.
Con la nascita dei grandi mezzi d’informazione
e la loro diffusione – la televisione non risparmia
neppure gli analfabeti – il rapporto si è invertito:
prima l’evento creava l’informazione, ora l’informazione
crea l’evento. Il giornale deve “uscire” ogni
giorno e deve dare notizie. Poiché ha una prima
pagina, deve dare anche una notizia da prima pagina.
Quale che sia. Perfino: “Lady D. era ancora viva all’arrivo
in ospedale”. Magari aggiungendo sotto, in piccolo e
in corsivo, “secondo l’ex-moglie dell’autista dell’ambulanza”.
Il risultato è che si vive con l’aria affannata
di chi non riesce a stare dietro all’infinità
di drammi, curiosità, tragedie, delitti, avvenimenti
artistici e sportivi che si verificano in tutto il
mondo. In un fuoco d’artificio che non conosce soste. Si ha
l’impressione di essere passati dal tempo in cui si diceva
“Oggi non è successo niente” al tempo in cui è
necessario dire: “Oggi sono successe tante di quelle
cose che non sono riuscito a seguirle tutte”. Col corollario
degli ingenui: “La vita non è mai stata tanto drammatica
come oggi”. E invece la differenza è tutta nel sapere
o non sapere, nell’occhio che vede e nel cuore che duole.
L’avvenimento quotidiano infatti, per essere interessante,
dev’essere emozionante. Tanto che, se il giorno seguente non
se ne verifica un altro di buon livello, si riprende quello
del giorno prima titolando “Sempre più gravi le conseguenze
di…”
Prima l’evento creava l’informazione, oggi l’informazione
crea l’evento.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 22
luglio 2006
LA TECNICA MEDIOEVALE
(meno di 400 parole)
R.A.Segre, che di solito ha una visione penetrante
ed equilibrata dei problemi del Vicino Oriente,
ha osservato sul "Giornale"
di oggi che nel conflitto attualmente in corso in Libano
i soldati israeliani hanno avuto qualche
brutta sorpresa. Una volta sul terreno si sono trovati
di fronte ad una situazione che i drones (aerei senza
pilota) non avevano rivelato: oltre ad usare le case e
i villaggi come scudi, gli Hezbollah hanno scavato chilometri
di gallerie con una tecnica simile a quella dei Vietcong.
Nascondigli sostanzialmente invisibili, e invulnerabili
con attacchi dal cielo, da cui sbucare, lanciare razzi
e tendere agguati ad eventuali task force israeliane. Dunque
la guerra aerea non è sufficiente ma un attacco via
terra costerebbe gravi perdite. E per questo i generali
esitano ad impantanarsi in Libano.
Non essere del tutto d'accordo con Segre è
un rischio e tuttavia una riflessione può
quanto meno allargare la discussione. Se
le idee esposte sono sbagliate, sarebbe utile sapere
perché.
La differenza fondamentale fra Vietnam e Libano
è il regime delle piogge. Le gallerie sotterranee
erano uno strumento di agguati terribili,
in Vietnam, perché anche il resto del territorio
si prestava alle insidie: essendo pieno di vegetazione,
offriva infiniti nascondigli. Viceversa, il Libano
è un paese dalle piogge scarse e dal territorio
tendenzialmente spoglio. Dunque basterà che
le forze israeliane si muovano sempre in campo aperto
e vinceranno qualunque scontro con gli Hezbollah. Un esercito
superiormente armato ed addestrato come quello israeliano,
non offre "partita". Il problema più serio
è invece la bonifica del territorio.
La soluzione potrebbe essere che una grande task
force israeliana si spinga a settanta chilometri
dalla frontiera, tagliando in due il Libano e
sigillando la zona sud: non vi entrerebbero né
armi né merci. La vita diverrebbe presto impossibile
e a questo punto si potrebbe consentire l'esodo dei profughi
verso Beirut. Gli stessi Hezbollah sarebbero posti
dinanzi al dilemma di varcare la frontiera disarmati o
morire di fame. In seguito, in un territorio reso deserto,
si potrebbero cercare le gallerie e farle saltare in aria.
Avvertendo altresì che l'uso di razzi di maggiore gittata
imporre la riproduzione dell'operazione trenta, quaranta,
cinquanta chilometri più a nord. Se dal Libano si vuole
uccidere Israele, Israele ha il diritto di uccidere il Libano.
Le guerre, nel medio Evo, si vincevano anche
così.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 21 luglio 2006
L'INTERVISTA A SINIORA
BEIRUT ˜ Lo incontriamo nel suo ufficio proprio
nel mezzo di una lunga serie di telefonate con
Romano Prodi. «Conosco il vostro primo ministro
da molto tempo. So che è un buon amico del
Libano e degli arabi. E so anche che può fare molto
per noi. L'Italia è un partner privilegiato
e ha forti interessi in Libano, il suo export nel nostro
Paese supera il miliardo di dollari, il primo in
assoluto, più alto di quelli di Francia e Cina. Non
mi stupisce che faccia di tutto per porre fine alla catastrofe
rappresentata dai bombardamenti israeliani», spiega
accorato Fuad Siniora. Non a caso ha scelto di parlare con
un reporter italiano. «Ci tengo a dire al vostro Paese
quanto mi interessa la vostra mediazione. Sto anche pensando
di invitare Massimo D'Alema a Beirut», aggiunge. Un
leader in difficoltà per uno dei momenti più difficili
nella sanguinosa storia del Libano. Qui i commentatori lo dipingono
come «il numero due che sta diventando con successo numero
uno». Da sempre stretto consigliere di Rafiq Hariri,
suo ex ministro delle Finanze, lo ha sostituito alla guida del
partito, e ora del Paese, dopo il suo assassinio nel febbraio 2005,
Siniora dimostra di avere le spalle più larghe di quanto non
si credesse. Ultimamente non ha esitato a sfidare la Siria, accusa l'Iran
di ingerenze. Ma in questo momento ciò che gli preme di più
è porre fine alla «barbara aggressione israeliana».
Poco dopo il nostro incontro legge pubblicamente un annuncio: «Occorre
che la comunità internazionale imponga il cessate il fuoco
a Israele. In sette giorni di bombardamenti abbiamo oltre 1.000
feriti, 300 morti e mezzo milione di profughi. Il Paese è in
ginocchio».
Signor primo ministro, Israele sostiene che
sta premendo sul vostro governo per disarmare
l'Hezbollah. Se non lo farete voi, lo faranno
loro. Ma a spese vostre.
«Noi diciamo questa stessa cosa, ma in
modo diverso. Il mondo intero deve aiutarci
a disarmare l'Hezbollah. Ma prima di tutto occorre
giungere al cessate il fuoco. Sino a che continueranno
i bombardamenti non si potrà fare nulla, se
non peggiorare la situazione. E anche Israele non
ci guadagnerà niente. Vogliono annientare le infrastrutture
dell'Hezbollah? Non si ricordano che ci hanno già
provato manu militari contro altre forze in Libano nel
passato. E non è servito ».
Lei sa bene che
prima del blitz dell'Hezbollah contro i soldati
israeliani settimana scorsa questa regione
era calma.
«Sì, ma c'erano sul campo tutti
i presupposti per il conflitto. Perché
occorre trovare una soluzione complessiva al problema.
L'Hezbollah sostiene che combatte una guerra partigiana
per liberare i circa 40 chilometri quadrati a
Sheba, terra libanese ancora occupata da Israele. E anche
per liberare i 3 prigionieri libanesi nelle carceri
israeliane. Israele lasci la zona di Sheba, che comunque
non ha alcun valore militare o economico, rilasci i prigionieri
e il nostro governo potrà dire che l'Hezbollah
non ha più alcun legittimo motivo per mantenere una
milizia armata. Sarà inevitabilmente costretto a
diventare una forza puramente politica del nostro sistema
democratico».
L'Onu 6 anni fa dichiarò che Israele si
era definitivamente ritirato sul confine
internazionale. Non è questo di Sheba un puro
pretesto dell'Hezbollah per continuare la "guerra santa"?
«Potrei anche essere d'accordo con lei.
Ma, se così fosse, allora abbiamo un motivo in
più per smascherare l'Hezbollah. A parte
che esistono fior di carte diplomatiche, che sin
dai primi anni Venti mostrano che la regione di
Sheba è libanese, non siriana. Anche la Siria da
qualche anno afferma che è nostra, sebbene non
sia pronta scriverlo sulla carta. In ogni caso, l'importante
ora è riportare la piena sovranità libanese
nel Sud, smantellare qualsiasi milizia armata parallela
all' esercito nazionale. E per farlo occorre delegittimare
le ragioni dell' Hezbollah».
Romano Prodi, assieme ai partner europei, le
sta proponendo una forza militare multinazionale,
con un mandato diverso da quello dell' Unifil.
E' d'accordo?
«Ho spiegato
a Prodi, Chirac e agli altri leader stranieri
con cui sono in contatto, che la mossa non è
sufficiente. Non bastano 6.000, 8.000 o addirittura
20.000 soldati stranieri per disarmare l'Hezbollah,
se prima non si giunge a una soluzione complessiva
del problema che riguarda anche Sheba, come ho appena
detto»
E' rimasto sorpreso dall'arsenale dell'Hezbollah?
Posseggono missili di fabbricazione iraniana in
quantità. Come è potuto accadere
che potesse nascere un esercito così forte?
«L'Hezbollah è diventato uno Stato
nello Stato. Lo sappiamo bene. E' un problema
gravissimo. Ma precede di molto il mio mandato
e anche l'era di Hariri. Non è un mistero per
nessuno che l'Hezbollah risponde alle agende politiche
di Teheran e Damasco. Noi non siamo un Paese in ostaggio
della Siria. La nostra è una democrazia viva,
con un'opinione pubblica libera, pluralista. Siamo un
gioiello unico in Medio Oriente. Ma i siriani sono dentro
casa nostra e noi siamo ancora troppo deboli per difenderci.
Le memorie terribili della guerra civile sono ancora troppo
presenti, nessuno è pronto a prendere le armi».
Hariri è stato ucciso dai sicari siriani?
«Questo è quello che pensa lei. Io
non dico di essere in disaccordo. Ma esiste una
commissione internazionale che indaga sul caso.
Lasciamo a loro il verdetto».
Per quando prevede il cessate il fuoco?
«Non ci siamo ancora. Purtroppo vedo un
gran polverone diplomatico e pochi fatti concreti.
I bombardamenti criminali di Israele vanno bloccati
subito, immediatamente. Ma i governi israeliani
hanno sempre fatto di tutto per renderci la vita difficile:
non ci hanno mai dato le mappe dei campi minati che loro
avevano piantato in Libano, così la gente continua a morire.
Oggi bombardano i civili e creano simpatie per l'Hezbollah
anche dove altrimenti non ci sarebbero».
Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera - 20
luglio 2006
Questa intervista è ovviamente
di parte (e perché non dovrebbe esserlo?)
ma conferma alcune cose che sono state scritte anche
su questo blog, nei giorni scorsi.
Il giornalista
gli chiede: "Signor primo ministro, Israele sostiene
che sta premendo sul vostro governo per disarmare l'Hezbollah".
Ed è interessante l'affermazione di Siniora:
"Il mondo intero deve aiutarci a disarmare l'Hezbollah.
Ma prima di tutto occorre giungere al cessate il fuoco.
Sino a che continueranno i bombardamenti non si potrà
fare nulla, se non peggiorare la situazione. E anche Israele
non ci guadagnerà niente. Vogliono annientare le
infrastrutture dell'Hezbollah? Non si ricordano
che ci hanno già provato manu militari contro altre
forze in Libano nel passato. E non è servito ".
Ma gli si potrebbe chiedere: come mai il Libano non ha
richiesto questo aiuto, sinché Israele ha sopportato
in silenzio l'arrivo dei razzi di Hezbollah? Bisognerebbe
dedurne che il Libano è disposto ad attivarsi per disarmare
l'Hezbollah solo quando cadono bombe su Beirut, mentre finché
esse cadono su Israele si può andare avanti tranquillamente.
Il signor Siniora ha l'aria di una persona per bene, ma francamente
quanto detto sopra è ridicolo.
Discutibile è pure l'affermazione che
l'invasione del sud del Libano, fino al
fiume Litani, "non è servita". Se Israele
invadesse di nuovo quella regione gli Hezbollah dovrebbero
procurarsi razzi di più lunga gittata. E se
non bastasse Israele potrebbe invadere il Libano per
tutta la profondità indicata dalla gittata dei missili,
Beriut compresa. Bell'affare.
Siniora indica poi le "ragioni" degli Hezbollah,
pur non nascondendosi che rispondono fondamentalmente
ad interessi di altre nazioni. La rivendicazione
di un fazzoletto di terra di circa 40 km (Sheba)
innanzi tutto non giustifica un'aggressione
che può provocare una guerra; poi quel territorio,
sempre a detta di Siniora, è rivendicato
anche dalla Siria; infine, come osserva il giornalista,
"L'Onu 6 anni fa dichiarò che Israele si era definitivamente
ritirato sul confine internazionale". Dunque quello
degli Hezbollah è un pretesto pretestuoso, si
sarebbe tentati di dire.
Siniora dice poi che "Non bastano 6.000, 8.000
o addirittura 20.000 soldati stranieri per disarmare
l'Hezbollah". E questo è quanto sostenuto
giorni fa con l'articolo "La Forza d‚Interposizione".
Così come viene confermato quanto qui sostenuto:
"L'Hezbollah è diventato uno Stato nello Stato".
Dunque il Libano non è uno stato che dispone del
controllo del suo territorio, e di vera sovranità.
Infine le parole d'oro: 2vedo un gran polverone
diplomatico e pochi fatti concreti2. E questo
è il benservito per l'Onu. Per l'Onu, per tutti
i governi stranieri che si occupano del problema
e per tutti gli idealisti inconcludenti. Quando il
cannone tuona, l'unica voce che riesce a sentire
è quella di un altro cannone. Le parole stanno a zero.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 20 luglio 2006
ISRAELE VINCERA'
Continuano i bombardamenti. La Galilea e' sotto
tiro, Haifa e' colpita ogni giorno, 60 missili
in poco piu' di mezz'ora, 1600 in una settimana.
Sono colpite tutte le citta' del nord, due bambini sono
stati uccisi a Nazaret, un missile ha fatto a pezzi
un uomo di Naharya appena uscito dal rifugio per correre
a prendere una copertina per il figlio, chi ne ha raccolto
i pezzi piangeva.
la popolazione del nord pero' e' calma, stanno
tranquilli, suonano le sirene e tutti vanno
nei rifugi, qualcuno corre ma non si vede gente
isterica, si portano i cani, i gatti, le gabbie con
gli uccellini. I bambini sono coraggiosi, sanno tutto,
sanno come devono comportarsi, come entrare
nei rifugi, genitori e psicologi sono tutti per loro,
il governo e le varie associazioni hanno mandato migliaia
di pacchi con giochi, colori, libri per passare le ore
in cui devono stare rinchiusi.
C'e' persino un'organizzazione animalista che
va a cercare gli animali domestici che si sono
persi, che forse sono scappati per la paura, soprattutto
gatti che sono i meno disposti a seguire i padroni
sotto terra.
Artisti del calibro di David Broza vanno a
fare musica nei rifugi.
Siamo tutti calmi anche perche' la guerra non
e' solo al nord e tutti siamo coinvolti. I palestinesi
continuano a mandare qassam contro le citta'
del sud e al centro del paese ogni giorno vengono segnalat,i
e per fortuna catturati, terroristi kamikaze.
Israele e' assediato su tutti i fronti.
La solidarieta' e' totale fra la popolazione
e fra la popolazione e il governo.
Come sempre, in guerra, il Popolo di Israele
dimostra la sua grandezza.
Il Primo ministro Olmert e' andato al nord per
parlare con la gente e si e' sentito dire :"Siamo
sotto le bombe, abbiamo paura, molti di noi sono
morti, altri moriranno, sappiamo che sara' ancora
lunga ma, Ehud, non fermarti, vai avanti, fino alla fine,
vai avanti."
Ecco Israele. Israele-coraggio, Israele -forza,
Israele-pazienza.
Israele che si difende,
come nel 1948, 1967, 1973, dall'annientamento
sempre promesso dagli arabi, Israele che vuole
vivere e che sa perfettamente che deve vincere.
E' terribile dover vincere a tutti i costi
ma Israele non ha ne' ha mai avuto alternativa,
o vince o viene eliminato.
Sconfiggere hezbollah significa sconfiggere
Iran e Siria.
Intanto l'Italia si e' divisa in due, quella
sporca che ci urla "assassini" e quella pulita
che sta con noi contro il terrorismo e contro le
dittature.
Abbiamo sentito, con vergogna, il Ministro degli
Esteri D'Alema dire che la reazione di
Israele e' sproporzionata ma non ha spiegato a cosa
e' sproporzionata.
Ai 1600 missili su Israele in una settimana?
Al rapimento in territorio israeliano di cittadini
israeliani di cui non danno notizia nemmeno
alla Croce Rossa?
La risposta di Israele e' forse sproporzionata
allo stillicidio andato avanti per anni nonostante
il ritiro dal Libano, nel 2000,
entro confini internazionali riconosciuti dall'ONU?
E' forse sproporzionata al ritiro dalla striscia
di Gaza di un anno fa , ritiro seguito da
incendi delle infrastrutture da parte dei palestinesi
che anziche' incominciare la costruzione del loro stato,
hanno solo pensato a distruggere Israele da piu'
vicino?
Chi legge ricordera' che quando Arafat fece
scoppiare la guerra del 2000 queste stesse
persone che oggi parlano di "sproporzione" lo giustificavano
dando tutta la colpa alla "passeggiata" di Arik Sharon
sul Monte del Tempio, territorio israeliano.
Far scoppiare una guerra durata 5 anni e non
ancora finita per la passeggiata di un ministro
non era sproporzionato? Nooo, era giusto,
nessuno ha condannato Arafat, tutti a condannare
Sharon sapendo benissimo che il mostro palestinese aveva preparato
la guerra mesi prima.
Ma era Israele che dovevano accusare e per far
questo anche una "passeggiata" andava bene.
Gli sporchi non si smentiscono mai quando devono
calunniare Israele.
Chirac ha detto di peggio, non siamo solo sproporzionati,.
siamo anche aberranti ma lo conosciamo,
lui, come baffetto, non ama Israele, entrambi
preferiscono di gran lunga i terroristi.
Chissa' cosa farebbe Chirac se dei terroristi
colpissero la Francia, beh lo sappiamo cosa
farebbe, lo disse lui stesso mesi fa : userebbe
la bomba quella colla B maiuscola
Sere fa a Roma la parte sporca del governo italiano,
i partiti della sinistra radicale, hanno
manifestato al Colosseo, con le bandiere libanesi,
palestinesi e quelle arcobaleno, simbolo dell'odio
antisemita. Appena hanno intravisto le bandiere israeliane
della manifestazione per Israele si sono messi
a urlare "assassini assassini". I giovani manifestanti
per Israele, teste calde naturalmente, hanno risposto
con un giustissimo "terroristi terroristi". "Brutti
ceffi' li hanno descritti i filohezbollah. Chissa'
se si son visti mai allo specchio, forse no per evitare
di sputarsi addosso.
E Solana? Solana e' da premio Oscar. Ha dichiarato
che mai e poi mai l'Europa mettera' Hezbollah
tra le organizzazioni terroriste. Non ci sono
gli estremi, dice, e parla di Nasrallah, assassino
e terrorista, dandogli del "signore" : Mister Nasrallah.
Non ci sono gli
estremi?
facciamo un breve riepilogo:
-Hezbollah ha creato uno stato nello stato e
praticamente occupa il Libano terrorizzando
la popolazione come faceva Arafat negli anni 70.
-Hezbollah colpisce Israele con razzi katiuscha
da decenni.
-Hezbollah ha rapito in passato, anche con l'aiuto
dell'ONU, cittadini israeliani restituiti cadaveri
in cambio di migliaia di prigionieri arabi.
-Hezbollah se ne strafotte dei confini internazionali
dietro ai quali si e' ritirato Israele.
-Hezbollah, senza la minima provocazione, ha
incominciato la guerra contro uno stato sovrano
rapendone i cittadini, in divisa, e bombardando tutta
la Galilea con molti morti.
-Hezbollah ha mandato In Israele 1600 razzi
in una settimana e continua a una media di 60 razzi
ogni mezzoretta..
-Hezbolla impedisce alla popolazione libanese
di scappare obbligandoli a fare da scudi umani
per scatenare i Solana e D'alema e Chirac contro
Israele.
-Hezbollah spara i missili contro Israele da
palazzi abitati da civili.
Eppure Solana si rifiuta di dichiararli TERRORISTI.
Cosa dovrebbero fare di piu'? Incazzarsi con
Solana? Andare a casa sua e farlo fuori urlandogli
"noi siamo terroristiiiiii, lo vuoi capire?"
Il mondo islamico e' tutto felice per la posizione
dell'Europa, i loro amici, quelli che fino
a una settimana fa si sentivano equivicini a Israele
e ai terroristi adesso si sentono vicini, senza equo,
solo ai terroristi e accusano Israele di reazione
sproporzionata.
Benissimo, come dice giustamente Ferrara, Israele
non e' solo perche' e' unito, perche'
siamo tutt'uno col governo e con Zahal, perche'
abbiamo con noi la parte pulita dell'Italia e del
mondo , la parte che non e' mai stata equivicina ai terroristi
e che sa che Israele non combatte solo hezbollah ma tutto
l'islam fondamentalista.
Israele rappresenta il coraggio che la tremolante
Europa non ha, Israele rappresenta la liberta'
e chi e' libero non e' mai solo.
Gli altri, gli sporchi, quelli che ci urlano
assassini e che parlano di sproporzione affoghino
nel loro stesso odio, minaccino pure come fa
la Castellina dal Manifesto.
Se Israele vincera' questa guerra probabilmente
potra' vivere in pace per sempre, se la perdera'
avranno vinto gli sporchi, gli amici dei terroristi,
avranno vinto i naziislamici e allora l'Europa diventera'
Eurabia in un batter di ciglia.
Israele vincera', il coraggio , la liberta',
la giustizia non potrannno mai soccombere
di fronte ai nazi-islamici e agli sporchi
di tutto il mondo.
Israele vincera'. Zahal combatte sapendo di
avere il sostegno di tutto il popolo perche'
tutto il popolo di Israele e' Zahal.
Deborah Fait -
www.informazionecorretta.com
AVVISO AI NAVIGANTI
(da una poesia di Marianne Moore:
<la passione di raddrizzare il prossimo è
di per se stessa una malattia affliggente / Meglio la
ripugnanza, che di per sé non
rivendica alcun merito>>)
Da più parti Capperi viene sollecitato a non
pubblicare alcuni commenti intrisi di fanatismo
antisemita che i soliti due o tre anonimi ci
inviano con una costanza degna di miglior causa.
Nonostante tutto, Capperi -confidando nell'intelligenza
dei suoi lettori- continuerà
a pubblicarli.
Carduccio Parizzi, per Capperi
Massima del giorno
Il diritto internazionale è come un ombrello
a disposizione di tutti quando fa bello e
che solo i più forti riescono ad aprire quando
piove.
G.P.
MOLLICHINE
I tassisti bloccano il traffico di Roma. In
fondo è una giusta vendetta. Il traffico
ha bloccato loro tante volte.
Il Foglio: "La Nato richiede una risposta ferma
nei confronti della Corea". Probabilmente
la risposta sarà: "Non faremo nulla e
non ci muoveremo". Più "ferma" di così!
Petrolio record, superati i 76 dollari al barile.
Rischio stangata per l'Italia. Dunque anche
il "culo" di Prodi può far cilecca.
Il governo libanese chiede al Consiglio di sicurezza
di domandare il cessate il fuoco. Pare funzioni
come la danza per la pioggia.
Bush: "Israele ha il diritto di difendersi".
E questo è niente: ne ha la capacità.
PRODIANA
Signore e signori, è nato «il facilitatore»:
miracoli della «neo-lingua» prodiana,
grazie al nostro beneamato premier il vocabolario
nazionale, nell'Italia «dei più buoni»,
si arricchisce di una nuova parola. Non è -
come si potrebbe pensare a prima vista - il nome di un corso
della Cepu, e non si tratta nemmeno di un potente lassativo,
ma del sogno di un premier. Anzi di più: «il
facilitatore» è nato, quando Romano Prodi, dovendo
descrivere un ruolo che non esiste nell'attuale crisi
internazionale (il suo), ha pensato bene di coniare un
nuovo termine, cosa che nel nostro Paese, chissà perché,
fa sempre un certo effetto.
A Prodi infatti, non bastava più la
parola «mediatore», perché,
come dice lui stesso, «Un mediatore ha
in mano termini e limiti circostanziati e un quadro
di riferimento preciso nell'ambito di un mandato»
(e lui non ha né l'uno né l'altro). Però,
giustamente, non volendo essere da meno di Silvio
Berlusconi, che si era conquistato la scena internazionale
con la diplomazia dell'invito, con la saga dell'«amico
Putin», con i grandi viaggi in America e cappello
da cowboy, ecco che il premier dell'Ulivo si è inventato
la diplomazia del «telefono amico»:
lui non ha mandato, non ha termini, limiti o potenzialità,
ma in ogni caso telefona. Telefona perché siamo
il paese dei cellulari, perché «una telefonata
allunga la vita», perché sembra di essere
nel meraviglioso spot di Aldo Giovanni & Giacomo - un
cult - quello in cui Aldo si inventa di aver avuto un bambino,
riceve centomila chiamate, si dilunga sui particolari
(peso, altezza, salute) per poi rivelare a Giovanni e Giacomo
che il figlio non lo ha avuto, e che però - Mìiingghia!
- le chiamate di congratulazioni gli ricaricano la
scheda (Mitico).
Ecco, nell'Italia dell'Ulivo, questa meravigliosa
invenzione semantica, «il facilitatore»,
è la figura che mancava per mettere
in campo la nostra nuova arte, la diplomazia del
fantastico, quella per cui nessuno può
ragionevolmente credere che Prodi abbia qualche remota
possibilità di mettere d'accordo Olmert e Ahmadinejad.
Non puoi farlo, certo, ma intanto ottieni l'effetto che
la parola circola, che i giornali devono scriverci su (anche
questo articolo, per esempio), che nei tiggì della
sera la tua foto va in onda con i grandi della terra: pubblicità.
Insomma, «l'avvicinatore» sta ai «mediatori»
come il leggendario Gabriele Paolini (l'autoproclamato «profeta
del condom») sta alla televisione, come la
meravigliosa ministra Giovanna Melandri alla finale
della coppa del Mondo: sono sempre «dietro»
a una notizia di cui non sono protagonisti, ligi alla massima
che se sei nell'inquadratura del servizio qualcuno potrebbe
convincersi che eri anche nell'evento. Diceva il maestro
Orson Welles: «Quando il titolo è grande, la notizia
diventa subito importante». Purtroppo non sempre
è così, e «l'avvicinatore» Romano Prodi
talvolta sembra Nino Taranto-Achille Scorzella, il protagonista
di un indimenticato classico in bianco e nero della commedia
all'italiana, È arrivato l'accordatore. In quel film,
Taranto recitava la parte di un povero diavolo affamato,
che capitato per caso al pranzo di gala di una famiglia di
ricconi, pur di mettersi a tavola, faceva credere di essere
appunto «l'accordatore», l'atteso tecnico che
doveva rimettere a posto le corde del pianoforte della giovane
pulzella di casa (Sophia Loren). In quel film Achille Scorzella
ne fa di tutti i colori, viene invitato a tavola per evitare
che si resti in tredici, arriva a fingersi ambasciatore, ma
succede di tutto, e lui non riesce a mangiare mai.
Così,
la cosa che ti viene in mente, quando soppesi
la splendida leggerezza effimera di quella
paroletta a cui Prodi affida i sogni di grandeur
della diplomazia mortadellata, è che «il
facilitatore» sia una sorta di beffa educativa: al nostro
premier che si propone come lubrificante della grande
politica mondiale, servirebbe davvero «un mediatore»
serio, vecchia scuola, magari anonimo e con un nome incomprensibile
(in questi ruoli sono fantastici gli svedesi e gli indiani)
che lo aiutasse a trovare un accordo fra i falchi
e le colombe della sua stessa coalizione, uno «Scorzella»
che riuscisse a trovare l'impossibile quadra fra le intemperanze
umorali e il sarcasmo nero di Massimo D'Alema da
un lato, la rabbia radicale e le posizioni «senza
se» e «senza ma» di Gino Strada dall'altro.
Perché è chiaro che se mai «un
facilitatore» riesce a mettere pace nell'Unione,
il giorno dopo risolve anche la questione
palestinese. E poi gli danno pure il Nobel. Mica «facile».
Da Il Giornale del 18 luglio 2006, Luca
Telese
Sproporzionata? Dite la verità,
per voi Israele non può proprio
difendersi
Che cosa dovrebbe fare Israele? Tolti gli
antisemiti, che pure ce ne sono tanti, tutti
a sinistra ripetono che "ha il diritto di difendersi",
ma la reazione è "sproporzionata" (è
addirittura "squilibrata" per Putin, che evidentemente
si ispira al modello di equilibrio da lui stabilito
in Cecenia). Va bene, discutiamo di questo: Israele
ha il diritto di difendersi ma dovrebbe farlo in altro
modo. Quale? Gli attacchi e i rapimenti di soldati che hanno
scatenato questa crisi sono partiti da Gaza e dal sud del
Libano. Si tratta dei due fiori all'occhiello della politica
dei "ritiri unilaterali" di Israele. Dal Libano si
ritirò Barak nel 2000, da Gaza Sharon nel 2005. Prima
di quei ritiri Israele si difendeva occupando militarmente
quelle terre. Non mi pare che gradissimo molto neanche
quell'altro modo di difendersi. Due generali diventati premier
ebbero coraggio, e se ne andarono. Si ritirarono dietro
confini non fissati unilateralmente, ma riconosciuti dall'Onu.
An dando via dal Libano ottemperarono a una risoluzione delle
Nazioni Unite che, allo stesso tempo, imponeva Io smantellamento
della milizia armata di Hezbollah. Si sa che la sinistra
europea si inchina sempre alle decisioni dell'Onu,
ma non risulta che si sia battuta molto per il rispetto
di quella. Così Hezbollah, nato come un movimento
di resistenza contro l'occupazione straniera, si è
trasformato in un esercito di aggressione, in grado di reggere
una guerra simmetrica con Israele grazie alle armi iraniane
e siriane. Che dici, Giordano, vogliamo mandare i Caschi
blu a disarmarli? La sovranità del Libano è
una barzelletta, poiché la sua frontiera è affidata
a un esercito privato di fanatici. Ed è sensazionale
che nella sinistra italiana, pronta a scattare a ogni ingerenza
politica del Papa, si possa provare simpatia per una cosa che
si chiama il "partito di Dio".
Dunque Israele ha il diritto
di difendersi, ma non così. Come,
allora? Le alternative sono varie. La prima è
quella che propugna la destra israeliana: non ritirandosi,
e magari rioccupando. Ricordo alla sinistra
italiana che la politica del ritiro unilaterale
ha distrutto nelle urne la destra israeliana, lasciando
Netanyahu con dodici miserabili seggi alla Knesset, e
dando vita a una coalizione composta da Kadima, il partito
fratello dei Dl di Rutelli, e dal Labour, il partito fratello
dei Ds di Fassino. Ricordo alla sinistra italiana che
il ministro della difesa di Israele, che comanda le operazioni
militari, siede nell'Internazionale socialista. Una
possibile alternativa all'attacco al Libano è dunque
la sconfitta della Kadima dei ritiri e il ritorno al Likud
delle occupazioni. E' questo che volete? Convincere gli israeliani
che ritirarsi è stato un tragico errore?
Oppure c'è un'altra alternativa. Tutti
riconoscono che Hamas e Hezbollah operano con
l'assistenza e talvolta con la guida di Damasco
e Teheran. Israele potrebbe difendersi con rappresaglie
in Siria e in Iran. Sarebbe più proporzionato?
Oppure ancora c‚è una terza alternativa: dare
la caccia ai capi del terrore, risparmiando i civili.
Omicidi mirati? Mossad scatenato? Extraordinary
renditions dei terroristi in ogni angolo del medio oriente?
Chiediamo al Sismi di dare una mano?
Ma
no, risponderebbero i teorici del diritto di difendersi
altrimenti: l'altro modo è la pace con i palestinesi,
due popoli due stati. Solo la chiusura definitiva
della ferita può eliminare il male. Giusto. E
perché, Israele non ci ha forse provato? Non ci ha
provato con Rabin prima e con Barak poi? Non ha firmato
a Oslo? E qual è il governo che oggi non riconosce
quegli accordi, quello di Gerusalemme o quello di Hamas?
Se però si escludono tutti questi modi
alternativi di difendersi, resta solo
una possibilità logica: e cioè che Israele non
abbia in realtà il diritto di difendersi.
Siate onesti ditela tutta. E' questo il problema.
Israele non ha il diritto di difendersi percbé
la sua stessa esistenza è un'offesa, perché
quella terra non era degli ebrei ed è stata rubata
a un popolo che, finché Israele non è nata,
non sapeva neanche di essere una nazione, non aveva uno
stato e nemmeno lo rivendicava. Lo stato di Israele è
una "realtà oggettiva disegnata col compasso", come
scrive Scalfari, ma fonte di così tante noie e fastidi per
noi europei, e di così tante sofferenze per i suoi nemici.
I quali, almeno, hanno nei loro cuori la speranza. Essi possono
dire ai figli: non sarà adesso, non sarà tra
una generazione, ma prima o poi li butteremo a mare, perché
noi saremo sempre di più e loro sempre di meno. Un israeliano
di Haifa questa speranza ai figli non può darla. Può
solo dir loro: continuate a difendervi, anche se la vostra capacità
di farlo, la nostra deterrenza, diminuisce giorno dopo giorno, a ogni
nuovo razzo Fajr che arriva da Teheran, a ogni nuovo missile
Silkworm cinese, a ogni passo in avanti verso la bomba degli
ayatollah. Non vorrei proprio essere un padre in Israele.
Da Il Foglio del 18 luglio 2006, editoriale
di Antonio Polito censurato dal Riformista.
LA FORZA D'INTERPOSIZIONE
Si diceva un tempo che i generali dell'Imperatore
erano sempre in ritardo di una guerra.
Nel senso che erano vincolati a vecchi schemi
mentre Napoleone innovava e vinceva. Oggi,
mentre da tante parti si parla di "forza internazionale
d'interposizione" fra Libano e Israele torna in
mente quel detto. Il concetto è lodevole ma
questa è la guerra di ieri. Una forza d'interposizione
fu concepibile nel 1953, alla fine della guerra
di Corea, perché in quella regione si era combattuta
una guerra classica, con due eserciti ben visibili.
In Libano invece le azioni di guerra sono state un'iniziativa
non del governo ma di un partito rappresentato al Parlamento.
Un po' come se la Lega organizzasse lanci di razzi Katiusha
sul Canton Ticino, andasse avanti per anni e Roma si disinteressasse
della cosa.
Per governo nell'ambito
internazionale non si intende che
ci siano alcune persone ben vestite in un
palazzo, ma che esso abbia l'effettivo controllo
del territorio. Ebbene, il Libano ha o no il controllo
del territorio? Se lo ha, è in grave torto per
non avere dato esecuzione alla Risoluzione 1599 del
Consiglio di Sicurezza, impedendo le aggressioni
ad Israele; se non lo ha, non è il governo legittimo
del Libano e la zona sud del paese è free
game, nel senso che "è di chi se la piglia".
Molti spererebbero che se la "pigliasse"
l'Onu con i suoi Caschi Blu ma il problema
è più complesso di così. Gli
Hezbollah, sparando razzi dai posti più impensati,
anche dall'interno dei villaggi, non attuano
forme di aggressione militare ma di terrorismo.
Dunque una forza d‚interposizione che si schierasse
lungo una frontiera di più di sessanta chilometri,
anche per una profondità di trenta chilometri,
non potrebbe controllare ogni cortile, ogni anfratto,
ogni collinetta. Il Libano forse non ha voluto o potuto
pattugliare quel territorio, ma ben difficilmente
ne sarebbe capace l'Onu.
E c'è di più. Nel momento in
cui l'Onu riuscisse a controllare capillarmente
quella regione, che cosa impedirebbe agli
Hezbollah di far passare sopra le teste dei Caschi
Blu i missili diretti su Israele? Basterebbe
disporre di razzi di portata superiore a trenta chilometri
come quelli che già oggi hanno colpito Haifa.
Tutto questo rende futile il progetto della
forza d'interposizione. La soluzione non
è militare, è poliziesca e politica.
Se il Libano, pur di avere la pace, si rassegnasse
ad un'intensa operazione di polizia nel sud
del paese, a costo di spostarvi tutto il proprio esercito
e la maggior parte delle sue forze di polizia;
se instaurasse una sorveglianza strettissima su quel
territorio e punisse severamente i terroristi, cominciando
intanto col mettere fuori legge il "partito di Dio",
si potrebbe sperare di avere finalmente la pace. Ma
il Libano, che da sempre si regge su equilibri complessi
e fragilissimi, fino ad oggi non ha avuto questa volontà
politica. Ma nel momento in cui quell'equilibrio è
assicurato dal tenere in Parlamento un'organizzazione terroristica
e permettere ai suoi militanti di attaccare militarmene
un paese vicino, la volontà politica dovrà farsela
venire, se vuole sopravvivere.
È probabilmente questo il senso della
rappresaglia attuale. Gli aerei israeliani
sono andati a spiegare che è necessario
avere più paura di loro che degli Hezbollah.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
PRODIANA
Raccontano le cronache che Romano Prodi sia
stato al vertice dei Grandi della Terra, il G8
di San Pietroburgo. Ma probabilmente è
un'invenzione della stampa amica. Nella foto
finale del summit, il Professore non c'è.
Lui sostiene che si era allontanato per telefonare
e ha perso lo scatto, ma la scusa è
deboluccia. Non risultano notizie certe neppure
sulla sua partecipazione ai lavori. L'iniziativa
più significativa registrata dalle cronache,
cioè la telefonata del Prof al leader iraniano
Larijani per chiedere che Teheran medi nella crisi
tra Israele Libano, è stata smentita dallo stesso
Prodi con toni indignati, dopo che la notizia aveva
fatto il giro del mondo suscitando l'ilarità e l'irritazione
planetaria.
Inutile lamentarsi della "solitudine"
di Israele, bisogna scegliere da che
parte stare
Israele è solo, ripete con monotona
e mielosa ipocrisia Furio Colombo.
Amo Israele, ripete Gad Lerner, ma la politica
internazionale ha le sue esigenze, e se Prodi
deplora, deplorevole sia Israele che si difende.
Ce perle. Come luccicano. Luccicano come non mai.
Analizziamole per vedere se siano false oppure no.
Se siano lacrime salate o goccioline di dolce rugiada
sentimentale.
Solo in che senso, onorevole Colombo? Intanto
Israele ha con sé gli israeliani,
tutti.
I giornali europei vanno come sempre a caccia
di dissensi umanitari, e intervistano
gli scrittori (Grossaman, Yehoshua e altri)
per vedere se ne possa mai venir fuori un bel distinguo,
un attacco alla brutalità di Olmert e al suo uso
sproporzionato della forza cosiddetto , e vanno in
bianco. Quelli che abitano a Gerusalemme e ad Haifa sono
tipi starni, la vedono così, non capiscono
le pusille distinzioni della politichetta europea:
noi abbiamo cercato la pace, poi abbiamo fatto la guerra
al terrorismo degli shahid che è stato la risposta
palestinese islamista di Hamas e soci alla pace cercata,
poi abbiamo provato con i ritiri unilaterali e la
barriera difensiva e il negoziato con Abu Mazen e l’Autorità
palestinese, e in risposta abbiamo avuto i razzi sulle
nostre città dal sud del Libano, i rapimenti , le
estorsioni armate e i ricatti e le sinagoghe bruciate
e la vittoria elettorale di chi ci vuole distruggere, e
siamo stanchi.
Siamo tutti stanchi, dicono. Da Netanyahu
a Peretz, dal duro dei duri che non voleva
il ritiro al sindacalista laburista di sinistra
che bombarda le postazioni di Hezbollah e le
giunture strategiche di un Libano cinico, disperato
e gaudente, dove la regia iraniana e siriana del
terrore ha riportato il freddo calcolo strategico della
guerra antisionista che ora liquida le fragili speranze
della guerra di Beirut.
Israele non è solo, caro onorevole
Colombo, caro Lerner. E’ unito, compatto,
e la deplorazione del vostro governo, le
intemerate di D’Alema e Prodi sono fuffa burocratica
buxellese: e le sofisticherie di un Dliberto,
sono, come ha detto Elle Kappa in una clamorosa
vignetta solo un caso di uso sproporzionato
della farsa. Non è che Israele sia solo, è
che voi ve ne state andando da un’altra parte, e ve ne vergognate
ma non abbastanza da ribellarvi all’andazzo; è
che l’Italia era con Israele, lo è stata per
cinque lunghi anni di intese ferree,e adesso il vostro
governo , le vostre forze politiche, i vostri leader
si prendono una bella vacanza europeista dalle responsabilità
politiche che gli toccherebbero. Fanno finta di non sapere
che al nazionalismo palestinese, già inquinato
dalla corruzione politica e civile delle elites rivoluzionarie
dell’Olp, dall’ambiguità impotente di Arafat,
si sostituisce l’islamismo politico guidato da un capo
di stato negazionista, Ahmadinejad , e da una repubblica
dei mullah che esporta da quasi trent’anni nel mondo il suo modello
rivoluzionario shariota e jihadista in attesa del nucleare
militare, mentre i soci baathisti di Saddam, che abitano
a Damasco, fanno il loro lavoro sporco per rovesciare
i pochi risultati positivi dell’ondata di rivolta seguita
alla guerra che ha abbattuto il baathismo iracheno.
Non dateci dunque
le vostre lacrime. Siate meno tromboni
e meno sentimentali. Dateci le lacrime
delle cose, ingaggiate battaglia contro la svolta
terzista del governo Prodi, che deplora un popolo
unito e uno stato che si difendono. Israele non
è solo. Ha con sé l’America di Bush, per esempio,
e anche quella di Hillary Clinton, ha con sé
tanta gente anche in Italia e in Europa che non deplora
l’autodifesa e combatte l’offesa.
Tanta gente che è abbastanza libera
da sapere, e da non volersi nascondere,
che la sicurezza di Israele e la sconfitta di
Hamas, Hezbollah, Siria e Iran non è solo
il segno della solidarietà con gli ebrei che
hanno fondato in cent’anni uno stato che ha il diritto
di vivere, ma è anche la difesa di ciò
che siamo noi, quando non siamo accecati dall’idelogia
e quando sappiamo riconoscere lo stato di guerra in vigore
dopo Khomeini e l’11 settembre 2001. Da un lato avete uomini
e donne come Olmert, Tzipi lkivni, Peretz e Peres e dall’altro
lo sceicco Nasrallah, quel Meshal rifugiato a Damasco e
protetto dai peggiori despoti del medio oriente: per una
volta, anime buone, sappiate scegliere un uso proporzionato
dell’intelligenza e della dignità politica.
Dal FOGLIO del 17 luglio 2006, editoriale
di Giuliano Ferrara
PRODIANA
Nuova gaffe del primo ministro. Prodi
chiede all'Iran - l'Iran di Ahmadinejad,
quello che considera la soah una burla e vuole
"cancellare l'entità sionista dalla faccia
della terra" - di far da mediatore tra gli
hezbollah libanesi e il governo israeliano.
UNA SEMPLICE DOMANDA
Su questo blog si è detto molte volte
male dell’Onu, a causa della sua inadeguatezza.
Ora il Libano è attaccato da Israele.
Lasciamo da parte se la cosa è giustificata
o no (come si sa, in ambito internazionale è
difficile credere all’esistenza di un diritto) anzi
ammettiamo ioci causa che Israele abbia torto e il
Libano ragione. E ammettiamo che si invochi l’Onu e
l’Onu sia disposto ad intervenire: che cosa dovrebbe fare,
quell’organizzazione?
Si prega di rispondere in concreto, non
con ciò che dovrebbe dire, ma con ciò
che dovrebbe fare contro gli aeroplani e i tank
israeliani. Con quali uomini, con quali armi, in
quale modo. In altre parole, si vorrebbe sapere
chi andrebbe a schierarsi sul terreno a favore del Libano
(o di Hezbollah) e contro Israele.
G.P.
Come ho perso ogni speranza
nei palestinesi
Da un articolo di Larry Derfner
Non vi sarebbero
rapimenti, bombardamenti e ammazzamenti,
oggi, se i palestinesi non avessero
accolto l'uscita di civili e soldati israeliani
dalla striscia di Gaza con un aumento dei lanci
di missili e razzi contro la popolazione israeliana.
Se i palestinesi avessero letto il disimpegno
israeliano della scorsa estate come
una "misura per creare fiducia" e avessero
risposto allo stesso modo sospendendo i loro attacchi,
anziché considerarlo - come hanno fatto
- un segno di debolezza che giustificava i
loro attacchi, le cose sarebbero andate diversamente.
Se qualcuno, negli anni '80 o '90, mi
avesse detto che un giorno Israele
se ne sarebbe andato da Gaza, la mia previsione
sarebbe stata che quel gesto avrebbe
sicuramente ammorbidito l'atteggiamento dei
palestinesi, avvicinando le posizioni delle due parti.
Avrei fatto la stessa identica previsione se qualcuno
mi avesse detto che un giorno Israele, nei negoziati,
avrebbe offerto ai palestinesi uno stato indipendente
sul 100% della striscia di Gaza e sul 97% della Cisgiordania,
compresa gran parte della parte araba di Gerusalemme
est.
Ma quando
Israele è arrivato effettivamente
a lasciare Gaza avevo ormai capito che i palestinesi
- nel loro insieme, non Mahmoud Abbas (Abu
Mazen) o qualche altro moderato senza reale potere
- ne avrebbero tratto la convinzione che il terrorismo
funziona, e avrebbero continuato a farvi ricorso. La
scorsa estate, per avere la pace contavo
ormai più sulle reazioni delle Forze di Difesa
israeliane che sulle concessioni territoriali.
Vale anche oggi, sul confine di Gaza, e un domani sul
confine fra Israele e una Cisgiordania post-occupazione.
Sono ancora convinto di ciò che
ho sempre pensato: e cioè che Israele
non il diritto di governare sui palestinesi,
e che governarli è un errore per la sicurezza
d'Israele, per cui per Israele mangiarsi
l'unico territorio che i palestinesi hanno per
se stessi saerbbe allo stesso tempo immorale e sbagliato.
Quello che non credo più è
che i palestinesi siano una nazione
fondamentalmente razionale e ragionevole,
che possano essere convinti ad abbassare
le armi e a fare la pace con Israele. Se non per
buona volontà, almeno per convenienza. Quello
che penso, oggi, è che solo la deterrenza militare
israeliana, che ovviamente richiede il ricorso periodico
all‚uso della forza, può indurre i palestinesi
a sospendere i combattimenti.
La mia disillusione nei loro confronti
è iniziata dopo i colloqui di Camp
David del luglio 2000. Ma non perché in
quell'occasione i palestinesi rifiutarono
l'offerta israeliana: non erano obbligati ad accettarla,
e rifiutarla non faceva di loro dei guerrafondai.
Ciò che veramente mi ha lasciato sgomento
fu il modo trionfalistico con cui Yasser Arafat e i palestinesi
accolsero il fallimento di quei colloqui. Inneggiavano
al "nuovo Saladino", i palestinesi, portando in
trionfo Arafat. Mentre il campo della pace israeliano
era tramortito e cercava faticosamente di non
abbandonarsi alla più nera disperazione, i nostri
"partner" esultavano di gioia. Evidentemente
c'era qualcosa che non andava, qualcosa di profondamente
sbagliato.
Quando è scoppiata l'intifada, ciò
che mi ha afflitto non è stato tanto il
fatto che i palestinesi fossero scesi in guerra.
Dopo Camp David la tensione era alta, Ariel
Sharon era andato sul Monte del Tempio con mille
poliziotti, le prime sommosse finirono con una mezza
dozzina di morti palestinesi: potevo capire uno
scoppio di rabbia che durasse una o due settimane.
Quello che ha mandato in pezzi la mia considerazione
per i palestinesi fu che l'intifada non si fermò
più: perché si sentivano troppo eroi col tragico
gioco di uccidere e farsi uccidere. Per loro non
si trattava della tragedia che deploravano Bill Clinton
e gli europei. Era la cosa più grande che potessero
fare, presi in una vera spirale di crescente follia.
(Di nuovo, Abu Mazen e pochi altri parlarono fin dall'inizio
contro questa follia terroristica, ma non contavano
nulla).
A quel punto
arrivò un'ulteriore disillusione. Dopo
che l'intifada era scoppiata, i palestinesi
stessi dichiararono orgogliosamente che
il loro modello era rappresentato dagli Hezbollah.
Come sarebbe poi avvenuto con il disimpegno
da Gaza, avevano letto il ritiro di Israele dal
Libano meridionale come una "vittoria del terrorismo",
e non come un segnale che Israele fosse seriamente
intenzionale alla pace. (Comunque, a differenza
di coloro che ancora rimpiangono l'uscita delle
Forze di Difesa israeliane dal Libano, io penso che quella
scelta non sia stata l'unico, ma solo uno dei tanti
fattori scatenanti dell'intifada)
Infine, ciò che mi ha fatto perdere
ogni speranza nei palestinesi fu vedere
Arafat all'opera: senza concedergli alcun beneficio
del dubbio, ma piuttosto prendendolo per
quello che era. Che figura grottesca, che caricatura
di dittatore corrotto, violento, isterico
e megalomane. La volta che l'ho visto di persona
fu agli inizi del 2001, alla Muqata (il quartier
generale a Ramallah), quando il segretario
di stato Usa Colin Powell venne ad incontrarlo.
Arafat, dopo essersi rivolto a Powell chiamandolo
"generale", sfoderò uno dei quei suoi insopportabili
sorrisi e disse: "Che poi, anch'io sono un generale".
E tutta la sua corte di lacchè a sganasciarsi in
grandi risate per la mitica arguzia del loro raìs.
Questo era l'uomo simbolo del popolo palestinese. Questo
era il loro leader, la loro fonte di ispirazione sin
dal 1969. Il carattere di Arafat non era casuale rispetto al
carattere nazionale dei palestinesi: era il suo più
autentico riflesso. Il che è una scoperta assai deprimente.
E allora, come mai sono così?
Perché sono arabi, perché sono musulmani,
perché sono una nazione del Medio Oriente?
No, nulla di tutto questo. Abbiamo fatto
la pace con l'Egitto. Abbiamo fato la pace con
la Giordania. Gli altri stati arabi molto probabilmente
non ci amano, ma non ci combattono continuamente.
(...) Dunque il problema dei palestinesi
non è affatto che sono arabi o musulmani. E non
è nemmeno il fatto che non accettano il diritto
di Israele di esistere come stato ebraico in Medio
Oriente: quali altri arabi o musulmani in questa regione
lo accettano? Eppure gli altri musulmani non combattono
Israele tutti i giorni, solo i palestinesi lo
fanno. La differenza è che solo i palestinesi hanno
dovuto costruire la loro nazione in diretta competizione
con un popolo che ha costruito la propria nazione
attorno a loro. Gli altri arabi possono odiare Israele
e continuare la loro vita. I palestinesi no.
Gli altri arabi possono dimenticare le guerre che
hanno perso contro Israele, tanto i loro paesi restano
quelli di prima. Per i palestinesi, invece, le sconfitte
nelle guerre contro Israele hanno lasciato il loro
paese a pezzi e loro stessi divisi e sparpagliati. I palestinesi
convivono ogni giorno con i frutti delle guerre che
hanno scatenato e perso contro Israele. Evidentemente
non possono dimenticare, non riescono a fare un passo
avanti. (...)
(Da: Jerusalem Post)
PRODIANA
Dai giornali: G8, Bush incontra Prodi
e gli fa in complimenti... per la vittoria
dell'Italia ai mondiali.
Che cosa è proporzionato
Il ministro degli Esteri francese Douste-Blazy
per primo ha condannato i bombardamenti
israeliani sul Libano: "Un'azione di guerra
sproporzionata". Il suo collega italiano D'Alema
ha condiviso il giudizio: "L'attacco all'aeroporto
di Beirut è una reazione spropositata e pericolosa.
Abbiamo l'impressione che ci sia una reazione
sproporzionata e pericolosa per le conseguenze che
potrà avere". Poi D'Alema ha aggiunto che la sua
opinione è quella della comunità internazionale.
In realtà, il presidente americano non
la pensa così e persino una portavoce della Commissione
europea, Emma Udwin, si è limitata a condannare
"il rapimento dei soldati israeliani" e a rammentare
che "abbiamo sempre riconosciuto il diritto di Israele
a difendersi", anche se poi la critica a un'azione "sproporzionata"
è arrivata ieri dalla presidenza di turno finlandese
dell'Unione europea.
Per qualcuno, ogni reazione israeliana
è sempre "sproporzionata". La Francia,
che due anni fa in Costa d'Avorio distrusse
la flotta aerea della fazione avversa, ha evidentemente
un senso delle proporzioni particolare.
Soprattutto nessuno dice mai quale sarebbe, in alternativa,
una reazione proporzionata. Un paese sovrano
che viene attaccato sul suo territorio da armati
che uccidono e rapiscono civili e militari, che subisce
l'attacco missilitico che cosa dovrebbe fare? Non
può neppure mandare note di protesta diplomatiche
a paesi che non ne riconoscono l'esistenza o che, come
il Libano, formalmente sono in stato di guerra con Israele
dal 1948. E' bene ricordare che i territori da cui sono
partiti gli attacchi, la Striscia di Gaza e il sud del Libano,
sono stati abbandonati volontariamente dalle forze
armate israeliane. A questa scelta pacifica si risponde
con attacchi militari intollerabili, che se rimanessero
senza risposta convincerebbero i terroristi dell'efficacia
della loro strategia. La risposta proporzionata
è soltanto quella che fa cessare i rapimenti
o fa pagare un prezzo pesante ai responsabili.
Da Il Foglio del 14 luglio 2006, pag. 3
FORZA ISRAELE
Non è vero che le guerre stanno
nel mezzo. E‚ vero che le cause di una guerra
non permettono di distinguere i torti e le ragioni,
le aggravanti e le giustificazioni, ma favoriscono
una visione oggettiva degli eventi e (questo
sì), stabiliscono chi è l'aggredito
e chi l'aggressore.
Non è bene tifare in una guerra,
perché tifare vuole dire assecondare e sottoscrivere
il rischio dell'uccisione di centinaia
o migliaia di innocenti, ma la guerra è
questo: non solo caccia agli obiettivi militari,
non solo cattura dei leader, ma anche morte di civili,
asservimento ad interessi economici e molto altro
di triste.
Eppure tornando alla teoria dell'aggredito
e dell'aggressore, la visione oggettiva
degli eventi molte volte viene smentita sul
piano giuridico, soprattutto se questo si
gioca su un documento come la Carta delle Nazioni
Unite, che viene ogni volta stiracchiata per coprire
singoli interessi e su un organismo, l'ONU appunto,
che è l'espressione più palese dell'immobilismo
e della paura del mondo verso se stessi e soprattutto
verso determinati paesi che bloccano ed incutono
timore.
Confesso che in molte circostanze non
ho capito l'atteggiamento di Israele,
ma è stato facile constatare nella storia
passata e recente, una sorta di pregiudizio
verso la nazione ebraica. Durante la seconda guerra
mondiale tutti conosciamo il macabro destino
degli ebrei, ma tantissimi, fra gli Arabi,
hanno sempre confuso la tragedia con il vittimismo e su
questo hanno fatto leva per iniziare a considerare
Israele come un estraneo da cacciare o da annullare.
Anche Israele, dal mio punto di vista
è stato aggressore. Nell'ottobre
del 1956 Israele interviene nella guerra di
Suez ed occupa la penisola. Aggressione? Nella
logica comune sì. Nella versione egiziana,
il blocco era legittima difesa ai sensi dell'art.
51 dell'ONU, nella versione dell'ONU il vero aggressore
divenne l'Egitto per via del blocco del canale attuato
nei confronti delle navi francesi, inglesi ed israeliane.
Dieci anni dopo, scenari simili, molto
simili a quello attuale. I rapporti fra
Egitto ed Israele sono tesi, ma fermi. Improvvisamente
c'è chi attacca chi. Tel Aviv annuncia
attacchi da parte dei carri armati egiziani,
Radio Cairo annuncia che Israele ha attaccato la RAU.
Chi è l'aggressore? E‚ certo che in quel periodo
Israele era molto più che una presenza nel panorama
del Medio Oriente, ma una potenza, che capi come Dayan
miravano a costruire.
Nel 1973,
è guerra. Nella guerra del Kippur è
la prima volta che Israele formalmente
è chiamata alla guerra di difesa e da
quella guerra Israele ne uscirà moralmente
rafforzata e pronta a smantellare la Striscia
di Gaza e la Cisgiordania ed ancor prima a lasciare
la penisola del Sinai.
Tutto va troppo bene, ma Israele è
sempre un elemento scomodo, da eliminare.
Lo è per la Siria, per il Libano, per Arafat.
Nessuno appoggia Camp David, Sadat muore ed
Israele attacca il sud del Libano. Aggressore,
costretto ad aggredire o aggredito?
Il resto lo si conosce, prima Intifada,
i nuovi tentativi di pace, un nuovo
sacrificio di un uomo importante come Rabin,
la seconda Intifada eppure Israele è sempre
stato lo stato sionista aggressore ed occupante.
Oggi lo stato oggettivo delle cose dice
che Sharon, un altro uomo simbolo dell‚aggressività
vera o presunta, dubitabile o comprovata, dello
stato ebraico ha disposto il ritiro dalla striscia
di Gaza, ha smantellato i coloni, rischiando
la sconfitta governativa, lasciando alle sua
spalle la storia di "falco del Likud"
ed il suo vecchio partito, continuando una chiara
strategia difensiva con la costruzione del muro,
preparandosi ad un futuro smantellamento degli insediamenti
in Cisgiordania.
Chi ha aggredito chi? In risposta agli
sforzi di Israele, i palestinesi hanno
scelto Hamas e pensare che Hamas volesse dialogare,
con dietro l'appoggio degli Hezbollah,
della Siria, delle brigate di Ezzedim al Qassam,
dell'Iran, è stata una breve illusione.
Israele ha mantenuto la sua presenza di vigilanza su
Gaza, anche perché dentro Hamas il confine fra
movimento e governo, fra forza di guerra e referente
di dialogo è sempre rimasto labile e mai i leader
hanno voluto assumere un ruolo veramente istituzionale.
Oggi Israele reagisce agli attacchi degli
Hezbollah, è attaccata su
due fronti, ha provato di tutto per cercare
di trovare un accordo e chi non l'ha voluto
è stata la controparte. Oggi, in queste
settimane Israele non ha colpa. C'è l'ha chi
sogna a tutti i costi Al Quds unica capitale del mondo
Arabo ed Israele cancellata dalla faccia della terra
e pazienza se sotto i missili oggi ci sono centinaia
di civili. Magari potevano non votare Hamas, non offrire
in sacrificio i loro poveri, ignoranti figli, chiedersi
perché Israele avrebbe dovuto attaccare dopo
essersi ritirato e perché Hamas aveva bisogno di rompere
la tregua dopo aver ottenuto margini di apertura su
Gaza e la Cisgiordania, non festeggiare la cattura e l'uccisione
di soldati occupanti (?). Pazienza. Oggi siamo oggettivamente
con Israele. Lo siamo perché ' un art. 51 dell'ONU,
lo siamo perché Israele non può essere l'oggetto
indesiderato dell'occasione, l'aggressore senza ragione
o l'aggredito senza difesa.
Angelo M. D'Addesio
Saluti romani (dalla rubrica
delle lettere del "Corriere della Sera")
Caro Romano, l'equivicinanza è
una scelta di posizione fra due culture
politiche: quella degli israeliani e
quella dei palestinesi. La Dichiarazione
di indipendenza di Israele (1948) dice: «Richiamiamo
gli abitanti arabi di Israele a tornare
alle vie della pace e a svolgere la loro parte
nella costruzione dello Stato sulla base di una piena
e uguale cittadinanza e una dovuta rappresentanza
in tutte le sue istituzioni. Porgiamo una mano
di pace e unità a tutti gli Stati vicini e li invitiamo
a stabilire legami di cooperazione e mutuo aiuto».
La Carta di fondazione di Hamas (1988, articolo
7) dice: «Il Profeta, Allah lo benedica
e gli assicuri salvazione, ha detto: "Il Giorno del giudizio
non verrà finché imusulmani non combatteranno
gli ebrei, quando l'ebreo si nasconderà dietro
le pietre e dietro gli alberi. Le pietre e gli alberi
diranno: Oh musulmani, oh Abdallah, vi è un ebreo
dietro di me, venite e uccidetelo"». Lei,
caro Romano, ha fatto le sue scelte con chiarezza e coerenza,
e di questo le va dato atto.
Sergio Della Pergola, Gerusalemme
La Shariah Occidentale
Nella vicenda dei Servizi Segreti
italiani, come nello scandalo del calcio
e qualche anno fa in quello di Tangentopoli,
si percepisce un anelito di legalità
sganciata da ogni considerazione di costi, di
opportunità e di effetti collaterali. Questa
idea della legge come valore a tutti gli altri
superiore è comprensibile in chi, per
temperamento o per studi, è un innamorato
del diritto: ma quando diviene generale, addirittura
un fenomeno sociale e internazionale, ci dev'essere
qualcosa di più di quanto non appaia a prima vista.
Fino alla Rivoluzione Francese, le
masse si sono inchinate dinanzi all'
"amato sovrano": un uomo giusto, saggio, quasi
infallibile. Un "re per volontà di Dio". Poi,
con la passione repubblicana, il potere non
ha più avuto un volto riconoscibile, è
divenuto anonimo e collettivo. È nata anzi
una certa antipatia per la faccia conosciuta, tanto
che, quando un grande cade in disgrazia, la sua rovina
e il suo arresto provocano in molti una malcelata soddisfazione.
Da un lato c'è l'invidia per chi è più
importante, più ricco, più "visibile" di
noi, dall'altro l'animosità contro il potere quando
questo ha le sembianze d'un uomo reale e fotografabile.
Questa ostilità per chi sta troppo
in alto porta a contrapporgli non
un altro essere umano, perché sarebbe
un circolo vizioso, ma un libro: il codice. Questo
idolo ha suppostamene il vantaggio d'essere
contro il potere senza avere un volto, di potersi
coprire di gloria senza fare ombra al singolo cittadino,
e di farlo senza la possibilità d'un proprio
interesse. È come il Fato dei greci,
un nume vindice e impersonale: e come il Fato
lo si vorrebbe cieco, inflessibile, sordo perfino
ai messaggi degli dei.
Non è
un fenomeno esclusivamente italiano.
Molti milioni d'americani sono stati
felici quando la Legge è riuscita
a mandare a casa un buon presidente come Nixon. Poco
importavano i suoi meriti, oggi riconosciuti
dagli storici. Poco importava la pericolosa
pochezza d'un Presidente come Carter. La legge aveva
vinto, il "cattivo" era stato punito e l'applauso era
dovuto.
Nel campo internazionale, il potere
è costituito dagli Stati Uniti e
l'animosità verso il capo diviene antiamericanismo.
Non potendo opporgli una forza che non
si ha, e dimenticando la lezione violenta del
passato, si ama dunque credere che la storia possa essere
diretta dalla legge, stavolta rappresentata dall'Onu.
Un'organizzazione inefficace, inerme e corrotta.
Un'organizzazione in cui i paesi autocratici sono
molto più numerosi delle democrazie e la cui
Assemblea dispone sempre di due maggioranze precostituite:
quella antiamericana e quella anti-israeliana.
Ma l'ideologia fa chiudere gli occhi su questa evidenza
e tutti si appellano all'Onu come se fosse affidabile,
come se fosse super partes e come se
avesse la forza di fare qualcosa. Ci si riempie la
bocca di "legge internazionale" come se si parlasse
di qualcosa realmente esistente e si sogna addirittura che
essa sia capace d'imporsi a qualcuno. L'Onu e la legalità
internazionale sono "i vestiti nuovi dell'imperatore"
di cui parlava Andersen.
Il delirio legalista è divenuto
malattia endemica. In Italia, dopo
avere annaspato per decenni sotto il potere soft
ma avvolgente e ineludibile della Democrazia
Cristiana, si è stati felici di vedere
nella polvere i visi e i nomi di coloro che per
anni si era stata costretti ad ossequiare. E poiché
la magistratura che faceva questo meritorio lavoro era
di sinistra, nell'immaginario collettivo si è
operata una sorta di confusione fra legalità
e sinistra. Dunque la destra è criminale, affaristica,
senza scrupoli; la sinistra è disinteressata,
devota al popolo e ai grandi valori. La lotta contro
la destra è una crociata e la magistratura va
applaudita checché faccia: il primo dovere è
quello di respingere il nemico e le truppe al fronte
vanno sostenute anche se commettono qualche stupro e
qualche omicidio di troppo. Oltre tutto con la serenità di
chi non corre rischi, visto che la magistratura è miope dall'occhio
sinistro.
Questa
mentalità, divenuta
maniacale, crede d'avere la soluzione per tutto.
Se nel calcio c'è uno scandalo; se Berlusconi
rischia di prendere il potere; se un uomo d'affari
tenta scalate borsistiche sgradite o se circolano
intercettazioni coperte da segreto istruttorio,
s'incarichi la magistratura di metterci rimedio.
Anche se per caso è la stessa magistratura
che le ha messe in giro, quelle intercettazioni.
Il delirio legalistico non tiene conto
di nulla di concreto. Se alle frontiere
si presentasse un esercito in armi, molti
italiani vorrebbero che gli si inviasse
incontro un ufficiale giudiziario. Nell'ambito
nazionale, mentre il paese rischia
di subire attentati terroristici devastanti (in
India, un paio di giorni fa, 160 morti e 500 feriti),
le anime belle, i giornalisti d'attacco, i
moralisti su carta stampata guidati da magistrati eroi
vanno accigliati e trafelati a vedere se il Sismi
abbia - non diciamo operato, ohibò - ma favorito
il ratto di un terrorista da parte della Cia. E
questo mentre seguono trepidanti la sorte dei prigionieri
di Guantánamo, dimenticando che ben peggiore
sorte molti di loro avrebbero se gli americani
li riconsegnassero ai paesi di provenienza. Ma
che importerebbe, se a casa loro li torturassero
o li uccidessero? La legge sarebbe stata rispettata.
Certo, se l'Italia fosse colpita da
una serie di attentati come quelli che
hanno insanguinato Israele e, ancora peggio,
l'Iraq, si vedrebbe la pubblica opinione fare
una virata di centottanta gradi. Si invocherebbe
l'incriminazione dei Servizi Segreti
che non sono riusciti a prevenirli, con qualunque
mezzo, inclusi quelli illegali. E magari si chiederebbe
la pena di morte per gli eventuali terroristi
catturati. Il nostro è un paese emotivo.
Ma finché nulla di tanto grave
avviene, molti italiani dimostrano
una sorta di fanatismo insensibile alla
storia, alla ragion di stato e persino alla
sopravvivenza del paese. Considerano la Legge
come la considerano gli integralisti islamici;
il nostro codice diviene la Shariah Occidentale
e se esso dice che dobbiamo lapidare l'adultera, mano
alle pietre.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 13 luglio 2006
Gamla will not fall again
Gamla, conosciuta come la Masada del
nord, e' famosa per essersi difesa
strenuamente dai Romani durante la rivolta
ebraica del 66 A.D..
Il sito si trova sulle alture del Golan,
le sue origini risalgono all'eta'
del bronzo, e fu abitato dagli ebrei da quando
ritornarono dall'esilio di Babilonia.
La storia racconta che Vespasiano attacco'
la citta' con tre legioni romane,
l'assedio duro' un mese poiche' gli ebrei
si difendevano con tutte le forze, alla
fine Gamla cadde in mano ai romani la cui vittoria
costo' 9000 vite ebraiche.
Oggi il motto e' "Gamla will not fall
again - Gamla non cadra' ancora".
Siria e Iran hanno deciso di colpire
Israele con un'altra guerra usando
i loro scagnozzi terroristi, a sud Hamas
e i terroristi islamici, a nord Hezbollah e
Israele si trova a doversi difendere su due fronti
contemporaneamente mentre una parte del mondo
sta col fiato sospeso e un'altra parte condanna
e maledisce....naturalmente Israele.
E' stupefacente la malafede della gente.
Fino a ieri dicevano "tutto questo
per un soldato rapito'" , i vigliacchi.
Un soldato rapito?
Due soldati ammazzati di cui sono
stati lasciati solo alcuni pezzi, nella
miglior tradizione islamica.
Un ragazzo, Eliahu, ammazzato con
un colpo in testa mentre faceva l'autostop
e piu' di 1000 missili sparati su
territorio israeliano.
Questo fino a ieri mattina alle 9,
a sud di Israele.
Poi, ieri,
le cose sono cambiate, hanno rapito
altri due soldati al confine col Libano,
questa volta i rapitori sono gli hezbollah,
il partito di dio, del loro dio ovviamente,
quello colla d minuscola.
Ne hanno ammazzati 8.
I loro nomi:
Eyal Benin, 22 anni, di Beersheba;
Shani Turjeman, 24 anni, di Beit
Shean; Alexei Kushnirsky, 21 anni, di Nes Ziona;
Gadi Musayev, 20 anni, di Acri; Yaniv
Bar-On, 19 anni, di Maccabim; Asim Salah Nazal,
25 anni, di Kafr Yanuh; Nimrod Cohen, 19
anni, di Mitzpe Shalem.
Che la terra di Israele sia loro lieve.
C'e' anche un soldato druso fra i
morti, come drusi sono i due soldati
rapiti
ma nessuno lo dice, hanno paura di
far sapere che i drusi, come i beduini,
servono, orgogliosi, in Zahal.
Nessuno di coloro che condannano e
maledicono Israele ha il coraggio
di dire che ieri e oggi sono stati lanciati
sulle citta' di Kiryat Shmonà,
Naharya, Rosh Pina, Mishmar Ha yarden, Mahanayim,
oltre al kibbutz Kfar Hanassi e al moshav Zar'it
piu' di 60 katiusche. nessuno scrive che hezbollah
ha promesso di colpire anche Haifa e che tutti
i cittadini del nord di Israele vivono nei rifugi, famiglie,
bambini, tutti chiusi dentro, sottoterra, 250.000 persone.
Non dicono che ci sono stati decine
di feriti in Israele e che una donna
e' morta centrata da un missile in piena citta'
di Naharya.
Sembra di essere tornati agli anni
70 quando le bande di assassini di
Arafat, dal Libano, bombardavano Israele
senza sosta e di notte facevano incursioni
per sgozzare le famiglie mentre dormivano.
Nessuno dice la verita', si limitano
a mentire come sempre hanno fatto, parlano
in generale, equivicinando l'aggredito
Israele agli aggressori arabi.
Ma soprattutto nessuno ha il coraggio
di dire che dietro agli hezbollah
ci sono l'Iran di Ahmadinejad e la Siria di
quell'altro dittatore Bashar al Assad, due
compari nell odio per Israele e per la sua distruzione.
Pochi giorni fa Ahmadinejad ha detto
ancora una volta che Israele non
deve esistere ma le sue dichiarazione sono
cadute nel vuoto come sempre. Non hanno tempo
di prestargli attenzione i grandi d'Europa, sono
troppo occupati a dire che la reazione di Israele
e' sproporzionata e che, udite udite,
potrebbe diventare guerra.
Ma dove li hanno gli occhi? Non vedono
che qui la guerra esiste da 60 anni?
e il terrorismo da piu' di un secolo? Non arrivano
a capire, dai loro eleganti salottti
europei, che qui c'e' la guerra?
Nessuno che dica che Israele ha fatto
il possibile, e' uscito dalla striscia
di Gaza per dar loro un'economia da dove
incominciare la creazione del loro stato.
Israele ha fatto questo a un costo
altissimo in termini umani: 8500
persone, 1750 famiglie rimaste senza casa e
lavoro per darlo ai palestinesi che vi
hanno sputato sopra. Loro non lavorano, non hanno mai
lavorato, loro affamano la loro gente e sparano.
Perche' nessuno lo dice?
Perche'
nessuno dice che per un anno Israele
ha persino evitato di rispondere alle
loro provocazioni a suon di qassam finche'
non hanno incominciato a bombardare
Ashkelon?
Perche' nessuno dice che i cittadiini
di Sderot erano impazziti dalla
paura e dalle notti insonni?
Perche' nessuno dice che Israele era
pronto ad andarsene gradualmente anche
da buona parte di Giudea e Samaria , terre
ebraiche da sempre, pur di fare una pace seria
e duratura?
E perche' nessuno dice che due giorni
fa Hannaye, l'assassino primo
ministro dei palestinesi ha dichiarato
che non esiste possibilita' di pace a meno che
non si cominci a trattare dal 1948.
Perche' nessuno li chiama pagliacci
assassini?
Quali minacce ha fatto questa genia
immonda perche' il mondo abbia tanta
paura di chiamarli col loro nome: assassini,
pagliacci assassini, mentitori e paraculi,
oltre che mantenuti.
Vogliono trattare dal 1948, cioe'
da quando hanno rifiutato tutto quello
che veniva loro offerto per incominciare
a fare la guerra che doveva gettare gli ebrei
in mare.
Per loro la storia non esiste, le guerre
come non fatte...tanto le hanno
perse tutte..., le loro stupide decisioni
e i loro criminali rifiuti ad ogni tipo di dialogo come
mai avvenuti.
Ricominciamo da 60 anni fa, dicono
i pagliacci: voi ebrei nel vostro cantuccio
e noi, grandi, in tutto il resto finche'
arrivera' il momento di ammazzarvi tutti, gettarvi
a mare, stuprare le vostre donne, fare schiavi
i vostri figli e mandare quelli che non riusciremo
ad ammazzare in Europa.
NO, Basta, Basta! Israele non deve
piu' parlare di pace con questa gentaglia,
non conoscono il significato di questa
parola.
Israele deve andare avanti fino alla
fine questa volta perche' Gamla e'
la' ad esempio e non cadra' mai piu'. Saranno
loro a cadere definitivamente perche' hanno
ampiamente dimostrato di essere belve assetate
di sangue, incapaci di fare altro che terrorismo,guerra
e assassinii.
Basta! Israele deve andare avanti fino
alla fine questa volta.
Non provate a fermarci, vigliacchi
del mondo.
"Gamla will never fall again"
Deborah Fait -
informazionecorretta
IN NERO
Beh, ma che Stato meraviglioso!
Per combattere l'evasione ora c'è
un ddl che obbliga a percepire i compensi
pattuiti o in assegni non trasferibili
o direttamente con bonifico; in più
sono previsti controlli al conto bancario
e relative indagini...Eh? Devo quindi spiegare
ad eventuale controllore come spendo i MIEI soldi
e con CHI e PERCHE'?Ma bene! Che Ideona: dovrò
convincere CHI MI PAGA per prestazioni occasionali
a non fare dichiarazioni di nessun genere
e a privilegiare il NERO come unico colore possibile?
Va bene tutto, va bene farsi spolpare il 50 % dei
guadagni, ok le tasse, ma col cavolo che ti dico come
spendo il mio denaro ( anche fosse una semplice adozione
a distanza...) finchè tu, incommensurabile idiota,
non la smetterai di insegnarmi una Morale, la tua , statalista
dei miei stivali di camoscio comprati a Viareggio
perchè mi va, perchè vivo in Occidente dove
vivi anche tu, pirla! Non sai che l'economia gira
finchè gira il denaro, mummia sovietica? Cosa
ti costa fare una tassa fissa su tutto, come in quell'America
che tanto odi, ignorante rancoroso e lasciar poi decidere
alla mia coscienza ( se ne ho una...) cosa farne delle
libertà occidentali o devo anche farti avere la lista
dei libri che compro al mercatino, magari qualcosa
di Evola o della Invernizio, e farti saper se ti stanno
bene o no?
Dal sito di Platinette
PANNELLA
I problemi dello Sdi e del Partito
Radicale non possono lasciare
indifferente chi è d’animo liberale
e laico. Questi partiti, a parte qualche atteggiamento
appiattito sulla sinistra dell’uno
o irenico e provocatorio dell’altro, sono
quelli che potrebbero meglio rappresentare chi
non s’intruppa facilmente nei partiti fideistici, che
siano di destra o di sinistra. Ma i loro problemi non
possono sorprendere. Pannella non è un condottiero
che ama vincere le guerre, è un Ettore che
ama morire mille volte sotto le mura di Troia. Lamentandosi
per le ferite e per la scadente inquadratura televisiva.
È stato sempre talmente disinteressato da non riuscire
non diciamo ad arricchirsi (orrore!) ma neppure a
divenire, in tanti decenni di vita politica, un ministro senza
portafoglio. E tuttavia egli è lo stesso il più
interessato politico disponibile su piazza: il più
interessato a se stesso. Alla propria immagine più
che alla propria azione politica.
Non abbiamo nulla, contro il narcisismo.
Esso impera anche nei rospi,
figurarsi se non bisogna perdonarlo a
chi dispone di un carisma eccezionale e di
un’autentica celebrità. Ma queste lodi,
che Pannella certamente merita, non ne fanno
un partner affidabile. Don Giovanni non può
sposarsi. Se commette l’errore di farlo, non
riuscirà ad essere fedele a sua moglie. Non si
può negare la propria natura. E la natura di
Pannella è quella di una prima donna che non
può rinunciare al ruolo principale e, occasionalmente,
ai suoi capricci. Capricci con cui dimostrare
il proprio valore, il proprio estro, la propria
indipendenza dal regista, dall’autore e forse perfino
dal pubblico.
Per questo i suoi discorsi sono
fluviali, interminabili, passionali
e violenti: perché questa Sarah
Bernardt, questa Duse non recita commedie ma
esclusivamente tragedie. Come potrebbe acconciarsi
a recitare pochades, a leggere comunicati, a insegnare
dizione o perfino, supremo e crudele sacrificio,
a tener la bocca chiusa?
Boselli non avrebbe dovuto concludere
questo matrimonio. Pannella
non è da marito. E neanche da moglie.
Non è un caso se partiti più grossi,
come la Margherita o i Ds non hanno mai preso
seriamente in considerazione l’idea d’imbarcare
i radicali. Andavano bene – sono andati bene –
per non rinunciare neanche alla più piccola percentuale
per battere Berlusconi. Quanto al resto, l’unica
preoccupazione dell’Unione è quella d’impedirgli
di far danni.
Che peccato. Se Pannella parlasse
di meno, ogni tanto uno l’ascolterebbe.
Se non volesse sempre stupire si
sarebbe meno sospettosi, per le sue iniziative.
Se si convincesse che la politica è
l’arte del compromesso, avrebbe più successo
personalmente e sarebbe più utile la
paese. Ma non si può chiedere ad un ciliegio
di dare mele. Come non si può chiedere a questo straordinario
artista del palcoscenico di divenire assessore
ai lavori pubblici.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 12 luglio 2006
Il flop del reuccio
delle notti bianche nell'irripetibile
notte tricolore
Alla festa della salsiccia di
Castelvecchio, qualche giorno
fa, mancavano Totti e Cannavaro ma
non certo del buon vino locale e qualche
fuoco d'artificio, mentre sul palco si alternavano
una decina di gruppi musicali. Ma da
quell'evento clou dell'entroterra marchigiano
il sindaco di Roma Walter Veltroni ha voluto
attingere solo una sana dose di provincialismo:
quel palco da sagra paesana sul quale campeggiava
la scritta "Roma ringrazia gli azzurri".
Niente
male per sublimare la vittoria
della Nazionale di tutti, il momento
unificante, la gioia del Paese diviso tra campanili
e riconciliato dal calcio.
Il mega-evento autoreferenziale
trasmesso in diretta mondiale lunedì
sera, per il sindaco della capitale si è
così trasformato nel peggiore degli spot.
Al Circo Massimo abbiamo assistito a un esempio
lampante d'inefficienza del modello "romano".
Centinaia di migliaia di persone in attesa fin
dal pomeriggio, sotto il sole, senza musica, senza
spettacolo, senza cibo e vettovaglie per sopravvivere
all'attesa, senza nulla da festeggiare fino a
tarda sera, quando finalmente è arrivato il torpedone
degli azzurri a infiammare lo stadio capitolino.
E in quel momento s'è capito che la gente
impazzita di gioia sarebbe tornata a casa con qualche
dubbio nella testa. Venti minuti di baldoria, un paio
di canzoni da cantare insieme, l'Inno di Mameli
e Azzurro, dopo la solita solfa dei Queen, quel
We are the champions che ormai si suona pure ai
tornei amatoriali di Tor di Quinto. A quel punto,
meglio "Satisfaction" dei Rolling
Stones, convinti tifosi dell'Italia.
Sul palco, senza passerella, aggrappati
alla transenne come acrobati
del circo Medrano, con una cassa acustica
utilizzata come podio, i campioni del
mondo si sono dati da fare per soddisfare
le attese della folla. Un compito improbo perché
a condurre la serata Veltroni aveva chiamato
un Carlo Verdone costretto a riciclare striscioni visti
sugli stadi tedeschi per strappare un sorriso e un
Tiberio Timperi che chiedeva a Totti se avesse guardato
negli occhi Ilary e Cristian prima di decidere se proseguire
in Nazionale. E meno male che il Pupone non l'ha
preso sul serio, altrimenti poteva scapparci un gesto
alla Totò in diretta mondiale.
Venti minuti, che delusione per
il milione di persone che da tutta
Italia si erano precipitate al Circo
Massimo per assistere a un evento targato
Veltroni, il re delle notti bianche, il floppista
della notte mondiale. Del resto l'organizzazione
della sfilata per le vie del centro era
cominciata, nel pomeriggio, con una decisione
da far accapponare la pelle: mentre a largo
Chigi i tifosi assediavano il torpedone
degli azzurri, qualcuno faceva chiudere
i cancelli della galleria "Sordi" bloccando così
ogni possibile via di fuga in quella direzione.
E questa non è una questione di provincialismo,
ma di buon senso. Da sagra paesana, invece, l'apparizione
pulcinellesca
del ministro Melandri: dal giorno
della finale l'abbiamo vista spuntare
ovunque ci fosse traccia di Nazionale.
In tribuna con Napolitano, negli spogliatoi
con i calciatori, in diretta su Rai e Sky,
poi lunedì a Palazzo Chigi a distribuire
medaglie, dalla finestra con Prodi, sul
palco con i giocatori. Un incubo, per Cannavaro
& c., che forse per qualche istante, alla
vista dell'ennesima mechés bionda
che spuntava dietro la Coppa, avranno maledetto quei
formidabili calci di rigore.
LUCA
MAURELLI da Il Secolo d'Italia
UN MESE A TESTA ALTA
La
sbornia di un mese è finita.
Missione Compiuta. Serviva una doccia
per lavarci, un fiume d’acqua fresca,
pulita per farci ricordare che il Calcio inizia
al primo minuto e finisce al novantesimo, che
l’italiano vuole unirsi e riunirsi ogni
quattro anni sotto una stessa bandiera. Il resto
è politica e la politica molte volte non interessa
la gente comune e quando supera i confini, li sfonda,
entrando in un mondo che non dovrebbe riguardargli,
fa danni.
L’Italia vince e fa rialzare la
testa. C’è un popolo nelle piazze
che reclama dignità e difende i suoi simboli,
anche un pallone se necessario. Il pallone
unisce i ragazzini per le strade, gli anziani
sui balconi che ieri osservavano il loro secondo carosello
mondiale, perché nel 1938 c’era poco
da festeggiare, fra vittorie di regime, radio malfunzionanti
e tanto sudore sulla fronte. Il pallone
unisce gente che non si conosce, ma ha un filo conduttore.
Italiani d’America, italiani d’Australia, Italiani
di Germania e perfino Italiani di Francia.
Pizzaioli e mangiaspaghetti (che poi gli spaghetti
con aglio, olio e peperoncino o pomodoro e basilico
sono un piatto mondiale eccezionale), che se li sudano
gli spaghetti. Il luogo comune di italiani mangiaspaghetti
(che poi in realtà era un modo per dire “magna
magna”) ci ha accompagnato per tutto il Mondiale
e ci siamo ritrovati ad avere calciatori dimezzati
da indagini, tifosi avvelenati, schifati, appassionati
che prima non perdevano una partita di calcio
che non avrebbero più voluto sentirne parlare.
Gli Italiani hanno la capacità
di deludere, deludersi, per poi riuscire
a far sembrare tutto al tempo stesso
paradossale e straordinario. Noi sfasciamo,
noi aggiustiamo alla grande, ma tutto è
opera nostra. E’ così sempre. Per ogni delinquente
c’è un operaio emigrato in Germania a
rompersi la schiena, per ogni scandalo politico,
c’è la speranza di milioni di cittadini che credono che
valga la pena difendere la democrazia ed andare
a votare, per ogni teppistello che sfascia le
vetrine c’è un militare che muore per una causa
non sua, ma che fa propria fino in fondo…E poi c’è
il Calcio, un simbolo per l’Italia, che mancava
da ventiquattro anni, nonostante qui si mangiasse ogni
giorno pane e pallone.
Ci siamo risvegliati un 10 luglio,
felici, sul tetto del mondo,
con la sensazione di poter essere primi,
con merito e con onore, con sacrificio
e con orgoglio. E’ stato un bel mese, passato tra
tavolini di bar e maxischermi, fra cenette
con amici e serate alla tv ed al computer. Siamo
tornati per le strade a parlare di calcio e di
campioni, non di tangenti, di arbitri. Anzi si può
dire che quest’estate sia durata un mese e sia
finita nel migliore dei modi. Non ce ne voglia chi ha
tifato Ghana, perché terzomondista o Germania, perché
padano, o chi non ha tifato, perché in altre cose affaccendato.
Ha perso un occasione, una grandissima occasione.
E poi chiamateci furbi, provocatori, ma noi non diamo
testate, sappiamo, al contrario, abbassare la
testa, quando è il caso. Lo abbiamo fatto per ventiquattro
anni nel Calcio ed anche in altre circostanze. Ma oggi
possiamo alzarla, la testa… e con lei una Coppa, come simbolo
del nostro orgoglio e della loro (nostra e di tutti
gli italiani) fatica.
Angelo M. D'Addesio
IL CALCIO VISTO DA
UN NON TIFOSO
Il gioco del calcio ha famosissimi
e informatissimi commentatori.
Sicché non rimane spazio per gli incompetenti.
Ma un incompetente che, oltre ad essere
tale, è anche persona abbastanza indifferente
al calcio, ha forse l'insolita possibilità
di fornire un diverso punto di vista su questo
famoso gioco. Inoltre darà voce
ai molti che la passione per il calcio proprio
non la capiscono.
Il calcio è uno sport a
squadre che mima una battaglia. Le
squadre - un po' come nella disfida di Barletta
- non rappresentano solo se stesse ma
anche la città di cui sono emanazione. La
città o il gruppo di sportivi che le sostengono,
fino a creare sostantivi nuovi: juventini,
milanisti, interisti.
Il
gioco è dunque caricato di valenze
che vanno al di là dello sport e ispira
una passionalità che in qualche caso raggiunge
vette patologiche. Inoltre, dal momento
che i grandi calciatori "si comprano e si
vendono", e dal momento che una partita può
muovere milioni di euro (in termini di diritti televisivi,
biglietti venduti, perfino quotazioni di Borsa)
l'incontro di due squadre importanti è un
avvenimento dalle notevoli conseguenze economiche,
con l'ovvia implicazione di giudici sportivi,
giudici amministrativi e perfino giudici penali.
Il gioco del calcio non è più uno sport ma
uno spettacolo popolare come il circo romano e le fazioni
hanno tendenza a somigliare a quelle dell'Ippodromo
a Bisanzio, quando il tifo creò problemi
all'ordine pubblico e alla politica.
Tutte queste cose potrebbero non
interessare lo "sportivo" (un signore
spesso corpulento, seduto in poltrona)
se almeno lo spettacolo fosse bello da
vedere. Se avesse qualcosa di ilare e giocoso.
Invece l'importanza della posta, specie per
le partite d'interesse nazionale, è
tale che ciò che avviene sul campo ne risente
pesantemente. Nessuno si sognerebbe di correre
dei rischi per vivacizzare lo spettacolo, tentare
di segnare molte reti pur permettendo così
all'avversario di segnarne qualcuna anche lui,
come un tempo faceva il Brasile. L'imperativo
di non perdere è diventato di gran lunga più
importante di quello di vincere. Il risultato è
che lo scontro è fra due castelli fortificati
e sbarrati che si contrappongono. Due castelli da
cui escono timorose pattuglie che si scontrano a centro
campo o sotto le mura, nella stragrande maggioranza
dei casi senza vincitori né vinti. E si ricomincia.
Il calcio è uno sport noioso
da vedere. I dirigenti hanno
modificato il punteggio, assegnando
tre punti per la vittoria invece di due,
ma è servito a poco. Quella che una volta era
una caratteristica (deteriore) del calcio
italiano, il famoso catenaccio, è diventata
una regola universale. Le partite finiscono
uno a zero. Si va spesso ai tempi supplementari.
Il gol segnato sembra più un colpo di fortuna, l'unico
riuscito dei tanti tentati, che il risultato
di una brillante azione. E la squadra più forte,
che magari ha tentato venti volte ma non ha avuto fortuna,
può perdere con una squadra di brocchi che abbia
una buona difesa e imbrocca un rimpallo favorevole; una
zuccata maldestra e tuttavia imparabile; la fortuna
di un autogol. Il risultato dice uno a zero e si
chiama vittoria.
Qualcuno osserva che questo è
uno dei motivi del fascino del calcio:
la possibilità di sperare comunque in
una vittoria. La Turris può battere
la Juventus. Un brocco non avrà mai,
né in questa vita né nell'altra,
la possibilità di battere un campione di tennis
come Lendl o Sampras, invece nel calcio la
possibilità esiste. Ed allora si comprende
perché il calcio è soprattutto uno sport
popolare. Proprio chi si crede sfavorito dalla fortuna
o dalle sue personali qualità, e per così
dire destinato a perdere, può amare a
questo punto la lotteria, cioè la possibilità
d'arricchirsi senza i meriti, per pura casualità.
Il calcio non è sportivamente morale.
Permette all'inferiore di sperare di battere il superiore,
e poco importa che ciò avvenga per caso, per
un rigore inesistente, per un autogol; o per via
di corruzione, se bisogna ipotizzare tutto. Quello
che conta - per convenzione - è il risultato. Se anche
un campionato del mondo è vinto ai rigori,
poco importa: il caso che ha impedito all‚Italia
d‚essere campione del mondo contro il Brasile è lo
stesso caso che ha dato all'Italia la coppa contro
la Francia. Nel calcio, esso è il dodicesimo giocatore.
Forse il più importante.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it.
- 10 luglio 2006
Pesi e misure
Dal "Giornale" di oggi, pag.14.
"La destra al potere in Messico
ha vinto d'un soffio le presidenziali
del 2 luglio. Ma la sinistra non ci crede
e impugnerà il risultato. Nel computo
dei verbali elettorali concluso dall'Ife
(Istituto federale elettorale) Felipe Calderón,
il 43enne candidato del partito
Azione nazionale, al governo da sei anni,
si è imposto con lo 0,57% dei voti su Andres
Manuel Lopez Obrador, in corsa per il Partito della
rivoluzione democratica (Prd), di sinistra.
In numeri, con il 35,88% contro il 35,31%, pari
a uno scarto di 236.006 voti su un totale di 41.758.191
suffragi, mentre gli aventi diritto erano
circa 71 milioni.
.
La destra ha vinto, si badi,
"d'un soffio", cioè con lo 0,57%
in più. D'un soffio? Sono cinquantasette
decimillesimi, mentre in Italia
il centro-sinistra ha vinto con lo 0,06 in
più, cioè con sei, non sessanta
e neppure cinquantasette, decimillesimi
in più. Come definire la vittoria
italiana, se una maggioranza quasi dieci volte
maggiore dà ancora una vittoria "d'un soffio"?
E come definirebbe l'Unione la sinistra
messicana che non crede ad una vittoria della
destra locale, quasi dieci volte più grande?
G.P.
NOTA INTERNA PER
I FREQUENTATORI DI “CAPPERI!”
Per quello che sto per scrivere
ognuno è autorizzato a rispondermi
“Pensa ai fatti tuoi!” Ma io ho lo
stesso il diritto di dire come la penso.
Un blog che non censura mai
nessuno, come “Capperi!”, è
per ciò stesso aperto a persone dalla personalità
e dal linguaggio indecenti. Cioè persone che,
nella vita reale e non “internettiana”, non
frequenteremmo mai.
I loro interventi sono francamente
inquinanti ed hanno anche il
difetto d’indurre altri, che magari
inseriti in un ambiente meglio educato mai
trascenderebbero, a gareggiare con
loro in insulti, volgarità, parolacce.
La soluzione di censurarli tuttavia non può
essere adottata. Per varie ragioni. In
primo luogo, il bello della democrazia (e di Internet)
è che ciascuno ha la libertà di dire
tutto ciò che vuole nel modo che vuole. Poi, un
blog che censurasse gli interventi scoraggerebbe
prestissimo chi dissente e il dibattito ne soffrirebbe.
Infine è sempre odioso che qualcuno si
arroghi il diritto di permettere agli altri
di parlare o no. Però, esclusa la censura, si
è proprio disarmati? Personalmente non direi.
Chi grida, chi usa parolacce
o chi esprime concetti scioccanti
lo fa perché di solito nessuno vuole
dargli ascolto. Essendo persona fanatica,
ignorante, magari stupida, è naturalmente
emarginata da chi gli vive accanto
nella vita reale. Da questo deriva un surplus
di frustrazione che trova sfogo nel solo luogo
dove nessuno può dirgli “sta’ zitto!”. Nell’unico
luogo in cui gli è possibile sparare,
a chi gli ha magari cortesemente dimostrato
che ha scritto un’assurdità, un fulminante
“vaffanculo!” Col quale pensa d’avere pareggiato
i conti.
Chi è fanatico, maleducato,
ignorante è spesso un frustrato.
L’unica risposta che riesco a vedere – e
che ho ripetutamente suggerito – è colpirlo
con l’arma che più teme e contro la
quale si difende con i suoi eccessi: farlo sentire
insignificante. Non ascoltarlo. Non leggere ciò
che scrive. Se, imprudentemente, qualcosa si legge,
non farglielo sapere non rispondendogli,
checché abbia detto. Ma è meglio non leggere
mai: perché, soprattutto se si
è fra i suoi bersagli, può nascere la
tentazione di dirgli il fatto suo;
cioè di offrirgli quella parità derivante
dalla discussione che è ciò cui massimamente
tiene.
L’umanità vuole che l’intelligente
perdoni al cretino, il colto
all’incolto, il moderato al fanatico
ma c’è un limite: il limite
della buona educazione. Il limite rappresentato
dalla volontà provocatoria dell’altro. Ma
rimane lo stesso una lotta impari ed ingenerosa.
Perché il cretino sa, in fondo al cuore,
di essere tale; e dunque, anche se risponde
gridando e raddoppiando la dose degli insulti,
la risposta tagliente lo ferisce eccome. Evitiamo
di fargli del male.
Infine, se si tralascia di
leggere ciò che scrivono i fanatici
e i maleducati, e costoro vedono che
non ottengono reazioni, o smettono di
scrivere su “Capperi!” (e non è detto che
ci sia motivo di piangere), oppure potrebbero
cominciare ad imparare che l’unico modo per entrare
nel dibattito è rispettarne le regole.
A partire da quelle della buona creanza.
Poi
d’accordo, ognuno faccia come
crede ed io penserò agli affari miei.
Se il circo vuole proseguire con lo stesso
spettacolo, faccia pure. Del resto è quello
che mi aspetto, visto che il mio consiglio
non è la prima volta che lo scrivo. Posso
tuttavia assicurare, per esperienza personale,
che la lettura dei testi e dei commenti
risulta molto più gradevole e rilassata
se si evitano costantemente alcune “firme”.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 8 luglio 2006
Schedati per 1500 Euro
Ci siamo: Prodi, Visco, Bersani
& C. hanno cominciato l'aggressione
liberticida nei confronti del cittadino
e dei suoi diritti soggettivi.
Individuiamo subito il fulcro del Decreto Bersani:
la schedatura presso l'anagrafe tributaria
di ogni cittadino che effettui qualunque
operazione bancaria superiore ai 1500 Euro, dal
bonifico al prelievo, passando per l'emissione
di assegni e le spese effettuate tramite carta
di credito. Incredibile vero? Eppure è proprio
così: leggere il testo
del decreto per credere. Riportiamo
in particolare l'art. 4 del titolo
10:
4. All'articolo 7
del decreto del Presidente della
Repubblica 29 settembre 1973, n. 605,
sono apportate le seguenti modifiche:
a) al sesto comma, dopo le parole:
"1.500 euro" sono aggiunte le
seguenti: "; l'esistenza dei rapporti,
nonché la natura degli stessi sono
comunicati all'anagrafe tributaria, ed archiviate
in apposita sezione, con l'indicazione
dei dati anagrafici dei titolari, compreso
il codice fiscale";
b) all'undicesimo comma, terzo
periodo, dopo le parole: "Le rilevazioni
e le evidenziazioni" sono aggiunte
le seguenti: ", nonché le comunicazioni"
ed è aggiunto, in fine, il seguente
periodo: "Le informazioni comunicate
sono altresì utilizzabili per le attività
connesse alla riscossione mediante ruolo".
Siamo oltre il Grande Fratello,
siamo oltre l'Unione Sovietica.
Stiamo per entrare nell'era della libertà
apparente e costantemente vigilata.
Con l'entrata in vigore del Decreto Bersani
andranno in fumo 10 anni di legislazione sulla
privacy, garantendo a qualche grigio e allineato
burocrate la possibilità di sbirciare a piacimento
i nostri dati sensibili. Un'aggressione senza
precedenti alla elementare sfera soggettiva
del cittadino, un regime inquisitorio degno della
Corea del Nord. Un colpo di mano da vecchia scuola
comunista che è stato posto in essere giocando
su due elementi: l'utilizzo del decreto come strumento
di applicazione, che in quanto tale bypassa completamente
il dibattito parlamentare, e l'aver forzato
surrettiziamente la maggior parte dei media e delle
forze politiche di opposizione a concentrarsi sull'aspetto
inerente alle cosiddette «liberalizzazioni»
e al conseguente sciopero dei tassisti: una manciata di
sabbia negli occhi per mascherare le reali finalità
del decreto facendo leva sulla scarsa simpatia
che tassisti e ordini professionali riscuotono presso
il cittadino.
Alla
inqualificabile norma che prevede
la schedatura delle operazioni bancarie
superiori ai 1500 Euro di importo se ne aggiungono
poi altre che costituiscono nuovi
indecenti obblighi a carico dei membri degli
ordini professionali, avvocati in primis,
ai quali sarà imposto di tenere un registro
nel quale annotare (e successivamente
notificare) le «operazioni sospette»
effettuate dai clienti. Che significa? Cosa
dobbiamo intendere per «operazioni sospette»?
Per non parlare del nuovo regime inerente
alle cosiddette «class action» e all'abolizione
di minimi e cosiddette «quote lite»,
che di fatto costringerà gli avvocati ad accettare
solo cause che garantiscano un consistente
ritorno economico, violando di fatto il principio
costituzionale che sancisce il diritto alla difesa,
ponendo in essere una insanabile cesura tra
ricchi e poveri e accartocciando in un sol colpo 2500
anni di italica tradizione giuridica. E meno male
che questo è un sedicente Governo di sedicente sinistra...
Un ultima considerazione riguardo
alla «liberalizzazione» della
vendita di farmaci: apprendiamo con piacere
(si fa per dire...) che l'onorevole
Marco Rizzo del PDCI non si smentisce mai. Riguardo
agli scioperi di tassisti e farmacisti
egli ha affermato che «nei confronti
dei tassisti ci vuole comprensione: loro sono lavoratori.
Autonomi ma pur sempre lavoratori».
Mica come i farmacisti, gente che «quando
gli stringi la mano la stringi a uno che ha almeno
5 milioni di Euro» (fonte: Libero del 5 Luglio). Non
possiamo che compiacerci dell'alta considerazione
che l'onorevole Rizzo ha dei farmacisti. Complimenti.
Anche perché, indovinate
un po' chi è già pronto ad
aprire da subito i reparti farmacia
all'interno dei supermercati. Chi ha detto
Coop? Indovinato. I consigli di amministrazione
delle rinomate COOP sapevano da mesi
che sarebbe stato emanato il Decreto Bersani,
e si sono così premuniti con largo anticipo.
Alla faccia delle regole su concorrenza e mercato...
Viviamo, oggi più che mai, in stato di
eccezione: nel volgere di poche settimane l'Italia
che eravamo abituati a conoscere e ad amare, seppur
con qualche riserva, non esiste più. La svolta
autoritaria, oppressiva e statalista del governo di sinistra
è chiara e indiscutibile. E'necessario reagire
con ogni mezzo possibile, prima che questi lanzichenecchi
ci cannibalizzino completamente.
Francesco Natale - natale@ragionpolitica.it
LA SQUADRA AZZURRA
La Squadra azzurra (in italiano
nel testo), una équipe
molto più aggressiva di quanto non
si creda.
I luoghi comuni a volte hanno
difficoltà a sopravvivere. Marcello
Lippi non ama i luoghi comuni. Sin dall’inizio
di questo Mondiale, critiche a volte
violente, riguardanti lo stile di gioco della
sua Squadra azzurra sono state fra i titoli
di prima pagina della stampa internazionale.
L’indomani della difficile vittoria ottenuta
negli ottavi di finale contro l’Australia
(1-0) si è perfino potuto leggere: “L’Italia
è tornata ai tempi delle caverne”.
È stato necessario aspettare
la semifinale brillantemente
vinta contro la Germania (2-0) perché
questa squadra modellata da due anni da Marcello
Lippi facesse tacere i critici. Ma il selezionatore
ce l’ha ancora con i suoi detrattori:
“Il nostro gioco è stato ingiustamente
messo in caricatura. Quelli che evocano il
catenaccio (in ital.nel testo), un
calcio chiuso, difensivo, non sanno di che parlano.
Sin dal momento in cui sono stato io a guidare la
squadra, ho sempre predicato la stessa filosofia di gioco,
fondata sull’assunzione di rischi in attacco. Questo
metodo non può certo funzionare che con una base
difensiva affidabile…”
I risultati ottenuti in Germania
depongono a favore di Lippi.
Se l’Italia è effettivamente
impressionante sul piano difensivo
(una sola rete incassata in sei incontri),
la sua efficacia offensiva le permette
di sognare un nuovo titolo mondiale, a
qualche ora dalla finale berlinese. Una curiosità:
le undici reti italiane sono state segnate
da dieci giocatori diversi. Altro particolare
significativo: cinque di queste rete sono
state segnate da giocatori che sono entrati nel
corso della partita – Vincenzo Iaquinta di fronte
al Ghana, Marco Materazzi e Filippo Inzagni contro
i cechi, Francesco Totti dinanzi all’Australia
e Alessandro Del Piero di fronte alle Germania.
Il “coaching” di Lippi
è dunque d’una notevole efficacia.
Al momento della semifinale,
mentre il risultato era ancora di 0-0, non
ha esitato a fare entrare successivamente
tre attaccanti: Gilardino, Iaquinta
e Del Piero. Con il colosso fiorentino Luca Toni,
presente sin dal calcio d’inizio, facevano
quattro “punte” italiane sul terreno – cosa mai vista.
Scommessa rischiosa, scommessa vinta.
Per il grande appuntamento
domenicale di fronte ai Bleus,
Marcello Lippi ha alcune idee in testa.
La ricchezza dei suoi effettivi gli offre
molte soluzioni offensiva con la presenza
di cinque attaccanti di classe: fra
Toni, Gilardino, Iaquinta, Del Piero e l’indistruttibile
“Pippo” Indaghi, 33 anni, ripescato all’ultimo
minuto per l’avventura tedesca, Lippi può
vedere come va a finire.
“Se
l’Italia è in finale, è
anche perché lo spirito del mio gruppo è
eccezionale. Quelli che non sono titolari dal calcio
d’inizio dimostrano la stessa passione,
lo stesso entusiasmo, la stessa concentrazione
dei loro compagni presenti sul prato”,
sottolinea il selezionatore. Un giudizio
confermato da Alessandro Del Piero, sostituto
di lusso: “Che io sia titolare o no, il mio
stato d’animo è lo stesso: mi sento totalmente
coinvolto…”
Questa Squadra non incassa
reti e ne segna parecchie. A mano
a mano che passavano le settimane, ha anche
fatto inciampare anche Franz Beckenbauer
in persona: “Lo scandalo del “Calcio”
(in it.) penalizzerà questa squadra. I suoi
giocatori avranno la testa altrove”, aveva
pronosticato il Kaiser. Pronostico fallito.
Alain Constant, inviato speciale
a Berlino. LE MONDE | 07.07.06
AUTOLESIONISMO
R.A.Segre
è forse la massima
autorità italiana in materia di Palestina
e Israele. Il personaggio è troppo noto
perché valga la pena di presentarlo. Ebbene,
proprio lui ha scritto oggi sul “Giornale”
che Israele, rientrando a Gaza per il rapimento del
caporale Shalit, ha commesso un errore. Infatti
oggi è accusata di uso eccessivo e sproporzionato
della forza militare. La vera, seria e valida
ragione avrebbe dovuto essere l’inammissibile
lancio di razzi da Gaza sulle città israeliane.
Questa motivazione sarebbe stata giuridicamente
imbattibile ed era quella che andava invocata.
Ora, ammesso che Segre abbia
perfettamente ragione (ed è
del resto ciò che su questo stesso blog
è stato detta un giorno o due fa) si può
cogliere l’occasione per sottolineare
l’insipienza della dirigenza palestinese.
Dal momento che Gerusalemme ha commesso l’errore
di giustificare la sua azione con il rapimento
del soldato, perché non metterla in imbarazzo
riconsegnandolo solennemente? Questo costringerebbe
Israele a lasciare la Striscia di Gaza senza
nulla avere concluso a proposito dei missili.
Sin dal 1947, i palestinesi
hanno solo commesso errori autolesionistici:
ma questo è veramente troppo
grosso. Tanto da far pensare che Abu
Mazen e persino non siano in grado d’influire sulle
decisioni dei rapitori. In Palestina dunque
non c’è una vera autorità.
Neppure quella dell’organizzazione terroristica
Hamas. E per conseguenza non c’è nessuno
con cui fare la pace. Quel territorio non è
neppure un rogue state, uno stato canaglia: è
una regione in piena anarchia, in cui gruppi
isolati di terroristi e signori della guerra
hanno mano totalmente libera. E ne approfittano
per fare la rovina dei loro concittadini.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 8 luglio 2006
IL BUCO DELLA SERRATURA
Una volta Alistair Cooke,
il grande giornalista della BBC,
scrisse a proposito dei summit internazionali
che i giornalisti riferiscono eccitati
e trafelati l’avvenimento come se
potessero rivelare chissà che, mentre di fatto
sono in grado di dire solo a che ora sono arrivati
i vari delegati, com’erano vestiti, di che colore
erano le loro automobili e in che modo si sono stretti
la mano. Nella realtà ciò che conta
è ciò che avviene dietro la porta. E che si saprà
magari decenni dopo.
L’osservatore tira spesso
ad indovinare. Anche perché
gli stessi fatti sono spesso meno chiari
di quanto sembri. Un ottimo esempio è
il caso del rapimento del caporale israeliano
e della conseguente reazione
di Gerusalemme: lo schema azione-reazione
sembra evidente. E tuttavia ci si può chiedere,
è proprio così?
La prima risposta può
essere positiva. È principio
di tutti gli eserciti democratici quello
di “non lasciare mai indietro un commilitone”.
Parecchi film americani ci hanno raccontato
di quali gesta si siano a volte resi protagonisti
elicotteristi ed incursori
per liberare un compagno caduto dietro le
linee nemiche. Dunque l’atteggiamento
“dietrologico” non è di rigore e la spiegazione
evidente potrebbe anche essere la buona. Ma se
ne possono concepire altre.
Trovare
un uomo rapito in territorio
“nemico” è praticamente impossibile.
Lo Stato italiano, pur essendo sul
proprio terreno e pur disponendo della
possibile collaborazione del 99% dei
cittadini, non fu capace di liberare Moro. Dunque
la rioccupazione di una parte della Striscia
di Gaza non va intesa come il tentativo di
ricercare e salvare personalmente Ghilad Shalit
ma come un legittimo modo di fare pressione
per la sua liberazione e punire i complici
del rapimento. Non si crea un tunnel di ottocento
metri a sei metri di profondità se non si
dispone di appoggi, di finanziamenti, di tecnologia
e dell’approvazione delle autorità locali.
C’è infine un’altra
possibilità. Israele
si è ritirata dalla Striscia di
Gaza per favorire il processo di pace e per
liberarsi della responsabilità di ciò
che avviene in quel territorio. Se i palestinesi
fossero stati ragionevoli, quella
piccola regione avrebbe potuto essere il Piemonte
o la Prussia dello Stato palestinese, cioè
il nocciolo intorno a cui farlo condensare. Viceversa
essi hanno preferito continuare a cercare
d’infiltrarsi per portare a compimento
degli attentati e non hanno smesso di far partire
da quella Striscia dei razzi per colpire le
città israeliane. Questo potrebbe aver dato
ad un governo israeliano stanco di attacchi l’idea
di approfittare della prima seria provocazione
per rientrare nella Striscia, mettere
in sicurezza la zona di partenza dei razzi, arrestare
quanti più colpevoli di terrorismo è possibile
e umiliare Hamas. L’invasione ha infatti dimostrato
quanto essa sia debole (salvo che sul piano
delle parole e dei proclami) e come la sua politica non
conduca da nessuna parte.
Se fosse vera l’ultima ipotesi,
col rapimento del soldato israeliano
i palestinesi avrebbero provocato
un gigante già infuriato e fatto un
pessimo affare. Ma, si sa, dei pessimi affari essi
sono gli specialisti.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 7 luglio 2006
Massima del giorno
Nessuno è vigliacco
per capriccio. Il problema è
il bilanciamento tra le ragioni dell'onore
e quelle della convenienza.
G.P.
MOLLICHINE
Prodi: "Con la manovra facciamo
perdere all'Italia 10 chili
di grasso". Ma non era lui che diceva
che stava morendo di fame?
Tassisti in rivolta. Prodi:
"Reazione senza senso". Anzi,
trattandosi di tassisti, senso vietato.
Bersani: "Pronti al dialogo".
Ma dopo che il decreto è stato
varato. Un consulto per sapere com'è
morto il malato.
Mastella minaccia appoggio
esterno al governo. Esterno e
posteriore.
Prodi, sulla crisi del decreto
Bersani: "Mi sto divertendo
troppo". Qualcuno potrebbe rispondergli:
"Ti faremo piangere noi".
Gianni Pardo
PEREAT IUS
L’arresto del funzionario
del Sismi Marco Mancini pone
problemi che vanno ben al di là
del caso concreto.
Moltissime persone, partendo
dalla propria esperienza
di privati cittadini, hanno tendenza
a giudicare la politica internazionale
col metro del diritto civile e penale. Ovviamente
è un’assurdità. Nell’ambito
internazionale – pur se in tempo di pace sembra
che tutto si svolga all’insegna della
più squisita cortesia – comanda solo la
forza in atto o semplicemente disponibile. Non solo.
Se un paese è minacciato da un altro solo
perché quest’altro è dominato da un dittatore
folle e aggressivo non è strano che si chieda
quante possibilità ha di ucciderlo, visto che
questo eliminerebbe il problema. Non c’è da scandalizzarsi.
Quand’anche il dittatore non fosse abbastanza
forte per vincere una guerra d’aggressione,
il paese aggredito pagherebbe sempre lo scotto di parecchie
migliaia di morti fra i propri soldati. E non è
meglio che muoia il dittatore piuttosto che parecchi
giovani innocenti? Se l’attentato di von Stauffenberg
avesse avuto successo sarebbe stata una benedizione
per l’intera Europa. E sarebbero sopravvissuti
forse milioni di ebrei.
Questi discorsi sono perfettamente
“immorali” ma per niente assurdi.
Basta conoscere la storia per riscontrare
una grande quantità di delitti
politici. Se oggi essi sono meno frequenti
d’un tempo non è perché l’umanità
sia divenuta meno selvaggia, è perché la
protezione dei “grandi” ha fatto passi da
gigante.
L’atteggiamento legalistico
è in buona misura un’assurdità
anche nell’ambito della politica
interna. Tutti gli Stati mettono giustamente
l’interesse del paese al di sopra
della legge e della morale. Finché possono adottano
metodi legali ma quando dispongono solo di metodi
illegali non esitano ad usarli. Come?
Ovviamente senza farlo sapere in giro. I governanti
non possono dire pubblicamente che
sono mandatari di furti, di sequestri
di persona ed occasionalmente d’omicidi.
Sono forse eccellenti servizi resi alla repubblica
ma sono e devono rimanere Servizi Segreti.
Le attività “sporche”,
contemporaneamente illegali
e segrete, sono certo allarmanti. Ma tutto
quello che si può sperare è che
i governanti e i loro Servizi se ne servano il meno
possibile. Se si togliesse del tutto ad un paese
la possibilità di play dirty,
di giocare sporco, lo si metterebbe in condizione
d’inferiorità rispetto a tutti gli altri.
Per così dire lo si castrerebbe costringendolo
a lottare contro gli altri con un braccio
legato dietro la schiena. E nessuno può
augurarselo: perché si salverebbe forse la
morale ma, in qualche caso, non è detto che si
salverebbe la vita dei cittadini. Se l’America,
prima di Pearl Harbour, avesse avuto il sospetto
d’un tranello, e avesse avuto nelle sue mani un
giapponese che conosceva la notizia, si può
star sicuri che l’avrebbe torturato fino a fargli
raccontare anche i suoi ricordi d’infanzia. Terribile,
certo. Ma la distruzione della flotta, con tanti
morti americani uccisi a tradimento, è forse
meglio?
In
conclusione, l’ondata di
moralismo giudiziario che invade
il mondo (si pensi alla questione
di Guantánamo) è fuor di
luogo e persino preoccupante. Può
darsi anzi che sia la conseguenza di una
pace talmente lunga che la gente non crede
più al pericolo. Come qualcuno che, avendo
guidato molte volte ubriaco, si sia convinto
che l’ubriachezza al volante non metta a rischio la
vita.
Al massimo livello politico
non si può dire “fiat iustitia
et pereat mundus” (si applichi la
legge, caschi il mondo). Al massimo
livello si preferisce dire pereat ius.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
Privatizzate
le lenticchie
«Il Centrodestra
avrebbe dovuto intervenire in
modo radicale sulla concorrenza ... ...
favorendo tutti coloro che oggi sono esclusi
da determinate professioni perchè all‚interno
di esse prevalgono logiche di corporazioni.
Il decreto al di là di alcune
misure che dovrebbero essere corrette va nella giusta
direzione». Marco Taradash,
portavoce dei Riformatori liberali, invita la
Cdl a fare autocritica sulla delicata questione
delle liberalizzazioni e dice di apprezzare la
filosofia del decreto
Bersani. La Cdl battuta dalla
sinistra proprio sul terreno liberista?
«È innegabile. Questo delle
liberalizzazioni è stato
un fallimento del Governo Berlusconi che ha
dovuto cedere alle pressioni conservatrici
di alcune forze come la destra sociale di An
oppure alle aree più legate alle clientele
dell‚Udc. Purtroppo Forza Italia che ha al
suo interno dei veri liberali non ha mai giocato
un ruolo attivo nel centrodestra. Berlusconi
è stato costretto a fare da mediatore
tra se stesso e i settori conservatori».
Il che significa che lei promuove il decreto
Bersani? «Il decreto Bersani è
solo un primo passo e spacciarlo per una rivoluzione
liberale è troppo. Diciamo a Prodi come la
pubblicità: cala Trinchetto! I gruppi
di potere più forti infatti non sono stati toccati».
Visto che lei apprezza il provvedimento sulle liberalizzazioni,
voterà a favore? «No, assolutamente no
e mi auguro che la Cdl non voti nè per Bersani nè
per il rifinanziamento delle missioni perchè significherebbe
rafforzare l'intera politica del governo. Quindi
se la sinistra lo vuole se lo votasse. Noi tifiamo,
ma un conto è scendere in campo un conto è tifare.
Come votare il rifinanziamento vuol dire votare contro
Israele e gli Usa, così votare Bersani significa
votare per Prodi alleato delle grandi banche e dei sindacati
e della grande industria che succhia risorse allo
Stato. Noi tifiamo Bersani ma combattiamo contro governo
Prodi». Vi asterrete o voterete contro? «Lo
stiamo valutando. Il decreto Bersani è il classico
piatto di lenticchie. Votare a favore di Bersani
vuol dire spianare la strada a Visco. Fare vera opposizione
vuol dire mettere il governo nella condizione di effettuare
le liberalizzazioni per davvero».
Eppure nonostante le imperfezioni, la sinistra
ha affrontato un tema che avrebbe dovuto essere il cavallo
di battaglia del centrodestra, o no? «È
vero, la Cdl su questo punto è stata carente.
Non ha intaccato il potere delle banche, non ha
liberalizzato le professioni, non ha messo al centro della
politica economca il consumatore o lo ha fatto parzialmente
come con la legge Biagi e riducendo le tasse. Ma
è stato un'intervento inferiore a quanto sarebbe
stato legittimo aspettarsi». Non è il
momento di aprire nella Cdl una riflessione anche sulla
politica economica? «Sì, senza dubbio. Noi
come riformatori siamo nati per offrire una sponda liberista
a un partito come Forza Italia che non è stato capace
di contrapporsi a settori conservatori di An e Udc».
È giustificata la protesta dei tassisti che stanno
mettendo nel caos le città? «La protesta è da condannare. Bisogna
dire però che ci sono delle ragioni nella protesta.
Non si può passare immediatamente,
senza una ricompensa, da una fase in cui la
licenza costa 300.000 euro
a una fase in cui vale zero. È un esproprio di ricchezza
e non liberalizzazione. La formula
proposta da noi è migliore. Si trattava di
regalare la licenza ai tassisti in modo da raddoppiare
il numero dei taxi senza punire coloro che ora operano.
I tassisti vanno a perderci ma non vengono depredati
come fa il decreto Bersani. Detto questo, il blocco
dei taxi è inaccettabile». Ma allora visto che avevate la soluzione
in tasca perchè
non avete fatto niente quando eravate
al governo? «Berlusconi più
che decidere è stato costretto a fare il
mediatore e siccome tutte le voci organizzate erano
conservatrici, la mediazione è stata
la ribasso. È quello che è succeso quando
berlsuconi ha detto che avrebbe voluto diminuire
le tasse: ha subito dovuto afrontare l'opposizione
interna di An e Udc». L'aspirina
al supermarket; è d'accordo? «I
farmacisti non dovrebbero avere nulla da recriminare.
Vivono in condizione di privilegio possono vendere
merci che non hanno nulla a che fare con le farmacie eppure
vogliono impedire che altrove si vendano medicine che
non hanno ricette. Ciò che rimprovero a Bersani è
di non aver previsto la possibilità di aprire nuove
farmacie. Questa sì che sarebbe stata una soluzione
liberale». E l'intervento sulle banche?
Va davvero a vantaggio degli utenti? «È un
intervento davvero minimo ma che comunque è a vantaggio
dei consumatori. Le banche hanno una condizione di
privilegio e ora verso i clienti possono fare
il bello e cattivo tempo, cambiando a loro piacimento
le condizioni. Con il decreto si torna a una situazione
contrattuale che è l'abc del sistema liberale.
Ciò non toglie che i problemi di concorrenza siano
superiori a quelli che il decreto affronta».
Il governo ha detto che intende affrontare anche le liberalizzazioni
nel settore energetico. Che ne pensa? «Bene,
lo facciano, siamo d'accordo e facciamo gli
auguri ma i voti il governo se li deve trovare dentro
la maggioranza, Facciamo il tifo ma non scendiamo
in campo». Ma questo dire No a altronza anche
se il provvedimento è condivisibile, non è contro
l'interesse del Paese? «Non è contro interesse
dal Paese. L'attività del governo si misura nel suo
compleso. Se il governo prevede le liberalizzazioni
ma poi minaccia l'aumento delle tasse, le patrimoniali e lascia
intatti i corporativismi più forti, quali banche,
sindacati e grande industria, allora fa una politica
che va contro gli interessi del Paese».
Da "Il Tempo"
REFERENDUM, IL
TIMES DI LONDRA COMMENTA: "IN ITALIA TRIONFA L'IMMOBILISMO"
In un articolo firmato
da Rosemary Righter, il Times
di Londra, che intitola "Italia trionfa
l'immobilismo", ha espresso in settimana
l'opinione che il "no" del referendum
significhi restare ancorati ad un sistema
costituzionale studiato nel 1948 per impedire
la possibilità della nascita di un nuovo
Mussolini, ma che in realtà ha significato
per decenni la paralisi della politica
con 61 governi nel dopoguerra e che ancora oggi
rende il Paese "ingovernabile".
Le riforme costituzionali,
scrive la Righter, avrebbero
potuto trasformare il primo ministro
("che primo ministro non è") in
un premier stile Gran Bretagna, trasformare
il Senato in un organismo come il Bundesrat
tedesco (invece che un doppione della Camera
con il conseguente rimbalzare delle leggi
da una camera all'altra "per mesi o anni").
"Denunciata dal governo
Prodi come un insulto antidemocratico
- in modo ipocrita dato che il
centro sinistra aveva scritto le sue modifiche
costituzionali sulla stessa base
partisan nel 2001 - la riforma ha dovuto affrontare
il referendum non avendo ottenuto i due
terzi dei voti in Parlamento", spiega la Righter
ai lettori del quotidiano. Ma la riforma, continua
l'autrice dell'articolo, avrebbe potuto
cambiare la situazione di un Paese nel quale
il primo ministro, che primo ministro non
è, non viene considerato tale se vince le
elezioni, non può scegliere il suo governo
senza renderne conto al Presidente, "non può silurare
un ministro riottoso o incompetente", non può
sciogliere il Parlamento, perchè e' prerogativa
presidenziale.
La Righter passa poi a
criticare il "bicameralismo
perfetto" che denuncia come responsabile
del ping pong fra Camera e Senato e
l'imperfetta distribuzione dei poteri regionali
che non spiega bene chi possa fare
che cosa. Insomma, continua l'articolo,
si prosegue con un sistema di "bizantina
complessità" nel quale
tutti continuano a pagare "meno - direbbe la
gente - gli ampiamente retribuiti politici
all'apice di una piramide tanto grande che
distribuisce salari a 450 mila italiani". Il
referendum significava molto di più di un secco
"si'" o "no" ed e' "sempre apparso improbabile
che la maggior parte della gente arrivasse
a capirne i dettagli: i media italiani non sono
di grande aiuto in casi del genere. Si trovano commenti
fino alla nausea ma si cercano quasi invano chiari
neutrali sommari dei punti chiave".
Secondo l'articolo, la
paura ha contributo al risultato
finale, oltre all'odio per Berlusconi:
"Ha trionfato l'illusione, alimentata
dalla sinistra, che gli italiani
potranno votare per una riforma migliore,
e devono aspettare. I politici la riforma
non la vogliono. Aspetteranno a lungo.
I tacchini hanno votato per il Natale una volta
sola. È improbabile che il miracolo si ripeta"
da Forza Italia
ER News
Taroccamenti
e ipocrisia
Lo dico sinceramente,
guardare in TV il faccione di
Prodi che, al Congresso delle Comunita'
Ebraiche, dice con aria innocente e sguardo
contrito:" C'e' dell'antisemitismo
in Europa", mi ha fatto provare un brivido
di disgusto.
Cosa ancora dovremo sopportare
da questa classe dirigente
cosi' ipocrita, cosi' schierata, cosi'
antiisraeliana? Quanti rospi dovremo
ancora inghiottire?
Abbiamo sentito D'Alema,
col baffetto tremante, parlare
di equivicinanza tra il governo terrorista
palestinese che aggredisce e la democrazia
israeliana che si difende,
abbiamo ascoltato il silenzio del governo
italiano sul caso di Gilad Shalit, il soldato
israeliano rapito, e soprattutto stiamo
assistendo al vergognoso invito alla moderazione
di Israele.
Moderazione? Questi signori
hanno mai invitato alla moderazione
Hamas o Ahmadinejad e Bashar Assad
che li finanziano? Hanno mai invitato
alla moderazione, in passato, le aggressioni
di Arafat? Hanno mai condannato il
suo doppio gioco e le sue menzogne? Hanno mai detto
qualcosa che sia piu' di un "nu nu nu" a Ahmadinejad
che vuole eliminare Israele?
Questi signori hanno mai
detto una sola parola in anni di
guerra, nell'ultimo anno di bombardamenti
quotidiani su Sderot, hanno condannato
il qassam caduto ieri nel centro di
Ashkelon, sopra una scuola per fortuna
vuota per le vacanze estive?
Mi chiedo come ragirebbe
l'Italia se un paese confinante
bombardasse per mesi una citta'
come Como e poi incominciasse a lanciare
missili su Milano?
Sarebbero
moderati o lo considerebbero
un'azione di guerra?
Il lancio del missile
su Ashkelon e' stato rivendicato
da hamas, cioe' dal governo a capo
della mafia palestinese. E' o non e' un
atto di guerra? E Israele ha o non ha tutte le
ragioni per reagire nel modo piu' duro?
Ho sempre sperato in Abu
Mazen dopo la morte di Arafat,
all'inizio pensavo "il mostro e' morto,
adesso finalmente si potra' parlare
con qualcuno".
Parlare con chi? Con nessuno!
Non esiste un interlocutore
e a questo punto l'ANP non ha piu' ragione
di esistere visto che serve solo da specchietto
per le allodole, per raccogliere i
soldi che il mondo manda ai palestinesi per
comprare sempre piu' armi.
Come sempre Israele e'
solo, qualsiasi cosa facciano
loro, i palestinesi, bombardino,
ammazzino civili, ammazzino soldati tagliati
poi a pezzi, rapiscano soldati, rapiscano
e ammazzino barbaramente civili, qualsiasi
cosa facciano questi assassini la reazione
di Israele verra' sempre condannata perche'
non c'e' scampo all'odio contro gli ebrei, visti
come israeliani, non c'e' scampo
e non c'e' speranza.
Israele sara' eternamente
solo e condannato.
Ha parlato persino la
Svizzera! La Svizzera! Ha detto
niente meno che la reazione di Israele
viola le leggi internazionali.
Le aggressioni palestinesi
no e i bombardamenti palestinesi
sulle citta' israeliane, NO!
Beh, ognuno ha la testa
che ha e probabilmente quella
svizzera e' confusa, troppe banche,
troppa cioccolata e troppe mucche.
Ma la perla delle perle
, anche questa volta viene, e
mi spiace dirlo, dal Vaticano.
Il Papa ha detto:" Chiediamo
seri impegni di pace che purtroppo
non si vedono".
Credo proprio che il Santo
Padre dovrebbe dare una tirata
d'orecchi al suo portavoce o a chi
gli scrive i discorsi perche' pare disinformato,
molto disinformato per non dire fazioso.
Israele ha tentato "seri
impegni di pace" prima ancora
del 1948; da 40 anni Israele offre
ai palestinesi soluzioni sempre rigettate
con disprezzo; negli ultimi 25 anni Israele,
pur avendo vinto tutte le guerre, ha fatto
sacrifici territoriali che nessun paese
al mondo avrebbe mai fatto se circondato;
negli ultimi 10 anni ha firmato paci inesistenti
a suo scapito perche' sono servite
solo a portare il Cavallo di Troia nel Paese;
negli ultimi 5 anni, all'ennesima guerra dichiarata
da Arafat che aveva rifiutato la pace e
la creazione di uno stato palestinese, Israele
ha parato colpo su colpo 25.000 attentati terroristici,
linciaggi, episodi di cannibalismo, bombardamenti
in territorio israeliano.
Ciliegina sulla torta,
un anno fa, in agosto, Israele
ha evacuato 8500 persone dalla striscia
di Gaza consegnando ai palestinesi
su un piatto d'argento il paradiso di serre e
coltivazioni che quegli 8500 avevano creato
col loro lavoro.
Il paradiso e' stato bruciato
e al posto delle serre i palestinesi
hanno messo le rampe.
Vorrei chiedere a Benedetto
XVI se tutto questo significa
"non vedere seri impegni di pace"!
Mi spiace, Santo Padre,
ma questo, ancora una volta,
si chiama "taroccamento della verita"!
L'ho gia' scritto altre
volte? e lo riscrivo e continuero'
a scriverlo perche' e' ora di
finirla, perche' c'e' un limite alla sopportazione,
perche' basta raccontare palle,
perche' e' ora che qualcuno si liberi la
mente dal pregiudizio antiebraico e dagli ipocriti
sentimenti terzomondisti che fanno degli assassini
palestinesi delle vittime , e' ora che
la gente li consideri per quello che sono : assassini
usati dal mondo islamico per arrivare all'eliminazione
di Israele.
E' solo per questo che
gli arabi, incapaci di vincere
le guerre, hanno avuto la geniale
pensata di inventare, nel 1967, il popolo
palestinese, cinicamente usato per raggirare
il mondo e metterlo contro Israele, paese
sionista, capitalista e colonialista..
(infatti ci chiamano coloni quando ci ammazzano,
mica israeliani), quindi paese da odiare
e da combattere fino alla fine.
E' stata l'invenzione
dei "poveri" palestinesi a scatenare
le masse islamiche e occidentali
contro quella che chiamano l'entita'
sionista ed e' stata questa malefica
genialita' araba a ridare all'odio
antisemita una forza pari a quella del
nazismo e ancora piu' diffusa perche' non circoscritta
all'Europa ma dilagante nel mondo intero.
L'odio contro Israele,
reo di difendersi dai poveri
palestinesi, e' diventato planetario.
Alla luce di tutto questo
e dell'equivicinanza dichiarata
del ministro degli Esteri con i terroristi
e contro la pace, il discorso
di Prodi che, con aria di rimprovero professorale
sul suo faccione buonista, parla
di antisemitismo come di una stranezza, purtroppo
e suo malgrado, esistente, e' stato un
insulto, uno schiaffo in pieno viso e spero
che gli ebrei italiani se ne siano accorti e
si comportino di conseguenza.
Deborah Fait
- informazionecorretta
IL PUNTO DI VISTA
TEDESCO. DALLA “BILD ZEITUNG” DEL 5 LUGLIO
Il
sogno della Germania Campione
del Mondo è svanito, e quanto male
fa!
Peccato, sarebbe stato
così bello! Ma ora, appunto
sabato, saremo terzi e non dovremo
lamentarci belando. Diciamo a Klinsmann
e ai suoi ragazzi: Grazie per questo
meraviglioso Campionato del Mondo!
Dopo la vittoria sull’Argentina
avevamo il prossimo Grande
del calcio mondiale al bordo di
una sconfitta.
Che battaglia sportiva
pazzamente appassionante, quanto
abbiamo di nuovo tremato! Fino al centodiciannovesimo
minuto, quando Grosso ha fatto
l’uno a zero. E noi piangiamo con voi!
Ma non rimaniamo col
capo penzoloni, voi avete combattuto
come campioni del mondo! Ciò
che è cresciuto nelle ultime settimane,
rimarrà. I tedeschi hanno
riscoperto il loro amore per il paese e per
la loro squadra.
Noi gioiamo per il domani,
e all’idea di avere ancora
di più da questi undici. Meravigliosi!
Questi italiani – ora
imbattuti da 24 incontri internazionali
– in questo grandioso e intenso
gioco di classe sono stati semplicemente
un pelo più forti. Nei tempi
supplementari hanno colpito pali
e traverse. E poi nella rete.
La sorprendente decisione
di Klinsmann a favore di Borowski
e contro Schweini è stata
un successo. L’alto giocatore di Brema ha
preso parte a quasi tutti gli attacchi
ed è stato prezioso per la sua forza di
combattente. Tuttavia la perdita dello
squalificato Frings ci ha fatto male.
Il suo rappresentante
Kehl è stato nella difesa
non altrettanto mordace sull’uomo come
prima lo stupefacente Frings. Questo
ci rende ancor più furenti per la scandalosa
sentenza della Fifa, che ci ha rubato
Frings. Nella sesta partita in appena
tre settimane agli uomini di Klinsmann
a poco a poco è finito il fiato. Questo si
è potuto avvertire: che la nostra squadra
aveva nelle ginocchia [la stanchezza] per
i tempi supplementari (contro l’Argentina).
Gli italiani no. E già era finito il nostro
bel record di Dortmund, ed abbiamo incassato nella
quindicesima partita lì la nostra prima
sconfitta.
Ora ci rimane ancora la
partita per l’onore, sabato
a Stoccarda per la terza piazza. Poi dobbiamo
velocemente adottare una decisione
riguardo all’allenatore della nazionale.
Il contratto con Jürgen Klinsmann
è scaduto; molto parla a favore
del fatto che egli prosegua il suo eccellente
lavoro. La decisione dovrebbe essere presa
velocemente. In modo che fans e giocatori
sappiano come si prosegue.
Testa alta, ragazzi!
L’Italia è stata (ancora!)
troppo forte per noi…
Tradotto alla
meno peggio da Gianni Pardo,
ore 9
LA VERITA' SUI
TASSISTI
La confusione è notevole perché
tutto è stato fatto, tranne
che spiegare i veri termini della questione.
Ci riferiamo, naturalmente, allo
sciopero selvaggio dei tassisti e al disagio intollerabile
cui vengono sottoposti i poveri
cittadini inermi, presi nella tenaglia delle
reciproche incomprensioni e del rischio di crociate
uguali e contrarie. Proviamo, dunque, a spiegare
meglio la norma del decreto Bersani, che per
molti aspetti è positivo, ma che nel caso specifico
commette un grossolano errore.
La norma sul servizio
dei tassì, infatti, non
c'entra nulla con la liberalizzazione
di quel mercato, che resta regolamentato
da tariffe obbligatorie,
da turni di servizio altrettanto obbligatori,
oltre che dal numero di licenze
previste dai rispettivi Comuni. La norma
in questione non impone, infatti, né
ai sindaci di aumentare il numero delle licenze,
né ai conducenti consente
di derogare dall'obbligo dei turni e delle tariffe.
Tutto, insomma come prima.
Qualcuno ha detto che la norma,
comunque, migliora il servizio
perché farebbe aumentare il numero dei
tassì circolanti nelle grandi
città. Questa è solo una bugia,
perché il potere resta nelle
mani dei
sindaci, che anche senza la norma
Bersani possono aumentare il numero delle
licenze, come hanno fatto negli anni scorsi
Albertini e Veltroni, che a Milano e
a Roma hanno dato alcune centinaia di nuove
licenze. Se così è, allora,
sbaglia il governo a fare una norma che
è apparsa come liberalizzatrice
del servizio dei tassì, mentre
non lo è; e gli stessi tassisti,
che hanno reagito con violenza prendendo per
buone le confuse notizie date dai media. Detto
questo, però, la norma Bersani ha una sua
«ratio» precisa che, lo ripetiamo, non
c'entra nulla con la liberalizzazione
del servizio. Quella norma, infatti, abolisce
il divieto di cumulo delle licenze,
per cui ciascuna persona, fisica o giuridica, può
avere 50, 100, 200 licenze e può esercitare
il servizio assumendo conducenti che saranno
così lavoratori dipendenti. In parole semplici,
quella norma dà un segnale forte per trasformare
il popolo dei tassisti, che sono lavoratori autonomi,
in un popolo di dipendenti. Tutto questo, naturalmente,
a condizione che società di capitali e/o
cooperative intervengano nel settore, facendo
incetta di licenze, acquistando casomai anche
quelle vecchie, per gestire in maniera dominante
il servizio di tassì nelle grandi città.
Quella norma incita, infatti,
le società e le cooperative
a scendere in campo, perché
solo esse hanno la forza finanziaria per
pagare l'acquisto di numerose licenze, vecchie
o nuove che siano. Stando così le cose,
non c'è chi non veda che ai cittadini-consumatori
non arriva alcun vantaggio, perché
il numero dei tassì non aumenta e le
tariffe non vengono abbassate. Anzi, arriverà
probabilmente uno svantaggio perché
se oggi un tassista per pagare la macchina
nuova o la licenza acquistata è disponibile
a lavorare oltre il proprio turno se il Comune
lo dovesse autorizzare, domani il conducente-dipendente
smetterà di lavorare un minuto
prima e non un minuto dopo. Saggezza vorrebbe,
giunti a questo punto, che si mettesse da
parte questa norma, sostituendola con un'altra
che autorizzi ciascun conducente a lavorare,
se vuole, anche oltre il proprio turno. In un mercato
necessariamente regolamentato proprio
a tutela dei consumatori (tariffe predeterminate
e obbligatorietà dei turni), questo è l'unico
elemento di concorrenza che può essere
introdotto, fermo restando il diritto dei sindaci
di garantire, con un numero sufficiente di licenze,
il servizio pubblico dei tassì. Come si vede,
tutta la questione c'entra molto poco con il processo
di liberalizzazione, che per altri mercati invece
è un fatto decisamente positivo.
Paolo Cirino Pomicino
(dal "Giornale" del 5 luglio).
MISSIONE
IMPOSSIBILE ?
Si può essere odiosi
verso la sinistra, ostinati
al punto da spingersi in un anti-comunismo
autolesionista, eppure
c’è chi lo fa e queste persone appartengono
a quel tanto declamato Centro,
che ha anestetizzato l’Italia per cinquant’anni,
rappresentando un falso benessere,
che poi in realtà era solo lo specchio
riflesso di mezzi aiuti esteri e di finanziamenti,
anzi di sprechi pubblici.
Il Centro si presentava
come l’amico del popolo, ma era
l’amico delle baronie ed in quanto
tale bloccò qualsiasi tentativo
di riformismo, sia di tipo liberale, sia
di tipo socialista. Fece vittime illustri, Craxi
su tutti, salvò i suoi potentati ed al momento
giusto trovò la magistratura a fare opera
mirata di purificazione, mirata perché in tanti,
soprattutto quelli del sottobosco dovevano
salvarsi.
Perché questa premessa?
Unicamente per spiegare
che il pacchetto delle liberalizzazioni
non potrà mai riuscire, perché
non ci sono i numeri, soprattutto quelli del
centro, dall’Udeur alla Margherita. Sperare
che il centro-destra aiuti il centro-sinistra
è impensabile, non solo perché
si tratterebbe di scarso opportunismo politico,
ma anche perché Forza Italia vive appiattita
nel rimpianto di ciò che non è stato
fatto (ovvero proprio le riforme liberali
che ora vengono presentate) ed a questo punto non
può che schierarsi con i conservatori, diventando
il partito paladino dei ceti medio-alti, delle
grandi imprese come delle piccole, affiancandosi
agli ex rivali dell’UDC e contrastando il neo-populismo
della sinistra.
E’ l’emblema di un paese
vecchio che vuole rimanere
tale e soprattutto di un paese dove
la liberalizzazione viene intesa come assenza
dello Stato, quindi assenza di cuscinetti
di protezione, di indennità,
di compensi, di monopoli illegali autorizzati,
di soldi che non vengono più dati
a fondo perduto e via dicendo. Ecco
perché anche la Devolution, sebbene sballata,
così com’era stata predisposta, non è
andata in porto. Avrebbe costretto infatti
le regioni all’autosufficienza, alla competitività,
ma avrebbe sottratto benefici e privilegi,
soldi facili e omertà burocratica.
Siamo
l’unico paese dove i
taxi costano cifre impressionanti, dove
i tassisti chiedono “liberalizzazione
delle tariffe” ed al primo cenno di una liberalizzazione
delle licenze, gridano per non perdere
il loro orticello, fatto di tariffe esorbitanti,
di code lunghissime alle stazioni, di attese infernali,
conteggiate nel tassametro.
Siamo l’unico paese
dove l’abolizione della tariffa
minima per gli avvocati è
una iattura. Negli Usa, come in Gran
Bretagna, ma anche altrove, gli studi
professionali sono privati ed in quanto
tali, assumono praticanti e professionisti
e non pagano i laureati come apprendisti
dal capomastro; si servono della pubblicità
per commercializzare il loro prodotto (perché
la consulenza legale è un prodotto di commercio
e non lo nascondiamo); vengono pagati e premiati
sul risultato e sulla competitività
e non sulla fiducia o sulla rapporto ruffiano bravo
avvocato-circolo di clienti.
Siamo ancora l’unico
paese che per pratiche burocratiche
di tutti i giorni usa il più
antico degli istituti, quello notarile.
Un’altra casta, un’altra lobby,
che non vale un concorso perché conta solo
il nome.
Siamo infine l’unico
paese dove incoerentemente, sul
web o in tv, si pubblicizzano medicinali,
medici ed informatori scientifici
e perfino le farmacie sponsorizzano
case farmaceutiche, dove in moltissimi
paesi del centro-sud mancano farmacie
e ci si accontenta del farmacista una
tantum o del preparatore delle erbe e dove le farmacie
sono vere e proprie imprese dove il dottore manca
quasi sempre ed il giovane apprendista ad
€ 500 al mese, serve al bancone con il camice dell’ordine
dei farmacisti, ma alla prima banale
domanda dell’utente, viene smascherato tristemente.
Eppure la liberalizzazione è un
danno, i farmaci, spiattellati in tv “necessitano
della professionalità del farmacista” e per
giunta è meglio che i cittadini sopportino
l’assenza di medicine piuttosto che avere
a disposizione il mercato allargato delle medesime.
E qui veniamo agli ordini
professionali. E’ triste che
in questa ventata di coraggio non ci
sia stato l’uragano di azzeramento degli
ordini professionali, lo specchio per le allodole
che garantisce a parole, il rispetto della
meritocrazia, ma presta scuse a favoritismi,
favorisce i brogli, rallenta il sistema
di preparazione dei professionisti, ingorga
il mercato del lavoro e sterilizza le aspirazioni.
Non ci illudiamo. Il
governo smusserà, smusserà
e la riforma diverrà “riformetta” e “riformina”.
A meno che non si inizi
a ragionare in nome della collettività,
del cittadino e non del singolo
interesse di casa propria, ma tutto
ciò è molto difficile ed è ancora
presto per l’Italia.
Angelo M. D'Addesio
LA PALLA E'
ROTONDA
FORZA ITALIA
Massima
del giorno
I
medici sono spesso liceali che,
dal giorno della maturità,
non hanno più aperto un libro che
non fosse di medicina.
G.P.
MOLLICHINE
Per Ciampi la
Costituzione: "è bella,
è viva e più attuale che mai". Ecco
come un ottantenne può vedere
una sessantenne.
Una volta lo slogan
era: "Il telefono, la tua
voce". Ora è: "Il telefono, la
tua galera".
IN
LODE DEL CENTRO-SINISTRA
(in 400 parole)
Il centro-sinistra ha
varato un decreto legge (a costo
zero!) inteso ad abolire i privilegi
di alcune categorie (tassisti con licenza,
notai per i trasferimenti di proprietà,
farmacisti che vendono scatolette)
e l'iniziativa merita lode. Non
servirà a rilanciare l'economia, come ha
detto Prodi, ma senza neanche entrare nel merito
delle singole norme si può applaudire il loro
principio generale e il metodo dell'operazione.
L'abolizione di pastoie e limitazioni
assurde è ottima e non è accettabile
la protezione d‚interessi privati a scapito
di quelli pubblici. Per quanto riguarda i trasferimenti
di proprietà di veicoli, ci voleva tanto
a capire che si poteva semplificare la procedura?
In altri paesi nessuno si sognerebbe di scomodare
un notaio, per questa operazione. E non ha senso
che essa a volte costi più o meno quanto il
bene venduto. E ci voleva tanto a capire che in Italia
si prendono poco i taxi perché essi sono costosi
e sono costosi perché si prendono poco? Bisognava rompere
il monopolio, abbassare i prezzi e rendere più
frequente l'uso del taxi. Con benefici per tutti.
Ma dall'altro lato della
barricata liberale ci sono
tutti i conservatori che oggi,
come si sa, stanno a sinistra. E dunque
a questo punto va lodato il metodo dell'iniziativa.
Sapendo d'incontrare resistenze
organizzate e consolidate - e non abbiamo
ancora visto tutto! - Bersani ha varato queste
norme tutte insieme: in modo che la protesta
dell'uno si confonda con quella dell'altro
e i media siano costretti a distribuire la loro
attenzione, con minore effetto sull'opinione pubblica.
Inoltre egli lo ha fatto quando ancora il governo
è in carica da pochi giorni e non quando, in prossimità
delle elezioni, ogni mossa impopolare potrebbe essere
fatale. È stata un'eccellente tattica applicata
con un'eccellente scelta di tempo.
La lode deve tuttavia
subire almeno una limitazione:
ciò che è stato fatto Berlusconi
l'avrebbe fatto ancor più volentieri,
ma contro di lui si sarebbe scatenato
il finimondo: non solo si sarebbero organizzati
scioperi, manifestazioni di piazza,
sarebbero state lanciate previsioni apocalittiche
e accuse roventi di ogni genere (soprattutto
dall'estrema sinistra), ma anche i suoi
alleati, democristianamente, avrebbero
colto l'occasione per dissociarsi. Inducendolo
a cedere.
Come si dice, solo la
sinistra può fare una politica
di destra. Perché solo alla sinistra
si permette di farla.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it -
1 luglio 2006