Archivio di luglio 2006



GLI HEZBOLLAH FANNO UCCIDERE 37 BAMBINI
«Vinceremo perché l'Occidente cerca la vita, noi la morte». Con questa fede gli hezbollah hanno iniziato una guerra che fa stragi come quella di Cana. Strage atroce perché ha colpito dei deboli indifesi, usati come scudi umani. Strage ingiusta perché oppone la ferrea legge della guerra alla tenue legge della solidarietà. Strage vile perché sfruttata per coprire una mostruosa verità: il disastro che gli hezbollah hanno attirato su di sé, sul mondo arabo-islamico con questa guerra follemente iniziata.
Credendo una volta di più alle proprie parole - come il segretario della Lega araba nel 1948, come Nasser nel 1967 - di aver distrutto «l'invincibile esercito sionista»; credendo di avere di fronte un Paese impaurito, diviso, incapace di sostenere perdite fra i suoi soldati, che sopravvive solo grazie alle infusioni di capitale americano; credendo come i nazisti di essere demandati dal Padreterno alla missione di liberare l'umanità dal «bacillo» ebraico corruttore dell'umanità, non hanno capito il significato del movimento nazionale ebraico, il messaggio del sionismo: e cioè che con la nascita di Israele la caccia gratuita all'ebreo era finita.
In questa guerra Israele si è sentito profondamente ferito. Nel suo fisico, dal momento che nessun hezbollah si è preso la briga di informare i suoi cittadini (come ha fatto l'aviazione israeliana a Cana con i libanesi a cui ha chiesto di allontanarsi da una zona di guerra da cui sono già partiti 1.300 missili). Al contrario ne ha promessi di più micidiali. Se ci sono stati «solo» 330mila sfollati in Israele, «solo» 56 morti, «solo» 500 feriti, la colpa dovrebbe forse ricadere su Israele che ha provveduto, contrariamente al Libano, a fornire alla sua popolazione adeguati rifugi e protezione aerea contro i bombardamenti islamici?
Ma Israele in questa guerra si sente ferito ancora più nella sua dignità, in quanto solo membro della comunità internazionale ad essere minacciato di morte; in quanto come il solo Stato ad essere denunciato come privo del diritto alla propria sovranità nazionale. Israele si sente ferito infine nella sua atavica fede nella pace.
Ferito da una opinione internazionale - non solo araba - che interpreta ogni sua concessione territoriale come provocata dalla paura; ogni sua proposta di negoziato come segno di debolezza politica e invita azioni terroriste per impedire ogni avvicinamento di posizioni con l'avversario, ogni tentativo di creare un'atmosfera di coesistenza pacifica con i palestinesi.
È col dolore di queste ferite che Israele oggi combatte. Lo fa con più moderazione di qualunque Paese. Pensiamo cosa succederebbe se i terroristi baschi lanciassero missili contro la Francia per ottenere il distacco della Navarra dalla Repubblica francese.
Oppure se una banda di terroristi mascherati da combattenti per la libertà che per conto di uno Stato terzo bombardasse le sue città e inviasse i suoi uomini-bomba nelle sue strade, nei suoi ristoranti, contro le sue scuole.
La tragedia di Cana sta anche in questo: nel fatto che Israele ha raggiunto il livello della esasperazione senza aver ancora toccato quello della disperazione. Potrebbe però arrivarci e con effetti spaventosi per i suoi avversari. È forse per questo che gli hezbollah, Hamas, la Siria e l'Iran chiedono a chiunque è disposto ad ascoltarli una tregua che Israele non intende più dare.
(da Il Giornale)

Massima del giorno
Si nasce conoscendo, come mondo di relazione, l'affetto sconfinato della propria madre. Poi, dolorosamente, s'impara il resto del mondo.
G.P.


MOLLICHINE
Sei morti a Gaza. Secondo fonti palestinesi, "sarebbero tutti giovani civili". Non essendoci un esercito, l'altra ipotesi è che fossero maleducati.

Di Pietro: "Non farò cadere il governo". Una volta, sposandosi, si prometteva eterno amore. Ora si promette: "Non ti ucciderò".

Napolitano: "Potrei venire accusato di interventismo ma non mi posso ridurre a inerte e silenzioso spettatore". Soprattutto ora che non corro rischi.

Ahmadinejad: "Chi semina vento raccoglie tempesta". Speriamo abbia inchiodato bene le ante delle sue finestre.

D'Alema: "Se sarà creata una forza di interposizione verranno inviati militari italiani in Libano". Comandati dal generale Diliberto.

"Nessuna alternativa a questo governo", ha detto Prodi. Après moi, le déluge.

Siniora ha chiesto a Israele di "accettare i suoi vicini". I quali, come bersaglio, l'hanno già accettata.

Al Zawahiri ha parlato. E che ha detto? Le solite cose. La banalità del male.

Di Pietro, sull'indulto: "È stata svenduta la dignità". Magari chiusa in una scatola da scarpe?

GLI HEZBOLLAH E DRESDA
Prima che fosse chiamato "noble art", nel pugilato le regole quasi non esistevano e la boxe era uno "sport" quasi assassino. Se ad esse si è arrivati è stato nell'interesse di tutti, degli sconfitti come dei vincitori: perché massacrarsi quando, anche combattendo correttamente, vince lo stesso il più forte?
Anche nella guerra si è verificato qualcosa di simile, con le varie Convenzioni di Ginevra. Se i belligeranti si astengono da certi comportamenti è per evitare conseguenze negative che per giunta non servono a far vincere il conflitto. Si prenda ad esempio il trattamento della popolazione civile del paese invaso: se fosse "lecito" uccidere tutti gli abitanti di una città, si otterrebbe innanzi tutto di rendere la resistenza di qualunque località più accanita (vista la pessima prospettiva), e poi di vedere uccisi tutti gli abitanti di una propria città, se le sorti della guerra dovessero cambiare di segno.
Durante l'ultima Guerra i capi nazisti hanno pensato che massacrando la popolazione civile (atto inammissibile, dal punto di vista bellico, ed oggi tuttavia correntissimo, da parte dei terroristi) avrebbero fiaccato lo spirito di resistenza. Per esempio degli inglesi di Coventry. Il risultato è stato che lo spirito di resistenza si è rinforzato ("business as usual") e che, al momento opportuno, si sono avute vendette orribili e criminali come il bombardamento di Dresda. A barbaro, barbaro e mezzo.

Gli Hezbollah credono che le regole sono applicate solo dagli ingenui e dai deboli. Si credono furbi, quando sparano razzi dalle case dei villaggi o quando per un agguato si appostano in case private. Effettivamente, un esercito civile ha degli scrupoli e dunque gli è andata bene per un giorno o due. Ma sono morti un paio di decine di militari israeliani e questo potrebbe costare moltissimo ai terroristi: il nemico impara molto velocemente, se si tratta della propria vita. Se ogni casa può essere una trappola, ogni casa sarà distrutta prima che ci si avvicini ad essa. Hezbollah ha fatto nascere la volontà politica per questa tecnica. È notizia di oggi che i capi sul terreno hanno chiesto (ed ottenuto) che tutte le case ritenute capisaldi di Hezbollah siano preventivamente distrutte dall'aviazione, prima che i soldati o gli stessi tank si avvicinino. E chi stabilisce se una casa è da ritenere un caposaldo Hezbollah? Gli stessi israeliani. Con le conseguenze del caso.
La "furbizia" araba, aggravata dall'inesistente dovere d'essere leali con gli infedeli, è una costante. In passato nei territori occupati  i terroristi hanno tentato un paio di volte di usare le ambulanze per compiere i loro attentati e il risultato è stato poi che qualche autentico malato su una vera ambulanza è stato bloccato alla frontiera ed è morto. Con grandi lai delle anime belle: ma il bugiardo non può pretendere che gli si creda due volte.
A proposito del conflitto del Libano ci sono da osservare fondamentalmente due cose:
1)                Una guerra si vince quando i rifornimenti sono sufficienti (l'argent fait la guerre): diversamente, anche dopo che si arrivati ad Al Alamein, non rimane che tornare indietro. Magari a piedi. I rifornimenti dalla Siria, per gli Hezbollah, sono interrotti. Ogni razzo che lanciano è un razzo in meno a loro disposizione.
2)                I metodi di guerra degli Hezbollah possono essere nuovi, brillanti, perfino geniali, ma da che mondo è mondo, dopo che s'è inventato un migliore scudo s'inventa una migliore spada: è un'eterna rincorsa. La risposta d'Israele sarà ogni giorno meglio adeguata allo scontro, anche se questo dovesse significare radere al suolo un intero villaggio prima di entrarvi, se è da lì che partono i razzi verso Haifa. E non si faranno neppure vittime, perché la popolazione fuggirà via terrorizzata se vedrà partire un razzo.
Nelle scuole musulmane si studia troppo il Corano e troppo poco la storia. Gli Hezbollah che hanno scelto di violare le regole è bene che ricordino Dresda: la civilissima Inghilterra ha ucciso, prevalentemente bruciandoli vivi, più civili e rifugiati a Dresda di quanti ne siano morti a Hiroshima.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 28 luglio 2006

LA GIOIA E LA MISERIA
Dopo l’ebbrezza da patibolo, per giunta non pienamente soddisfatta con il sangue di tutti i colpevoli, condannati ad un breve periodo di lontananza dai loro affari calcistici, chi resta indenne o quasi dall’annunciato e mai avvenuto “Terrore calcistico”, si gode la gioia del pezzente.
Il pezzente o miserabile, qualsivoglia chiamarlo, colui che si contenta delle briciole che cadono dalla tavola del padrone, ormai decaduto, ma in fondo sempre tale o la iena che fiuta l’odore dei resti di un animale ormai in decomposizione (il nostro Calcio) ed incurante del fetore, dello schifo, della propria dignità festeggia, ma non si sa cosa.
L’Inter ha vinto lo scudetto della stagione 2005/2006, su decisione della Federcalcio, ma soprattutto su sua espressa richiesta. Moratti gode e gioisce per la sua prima vittoria, non consacrata sul campo, dove fior di soldi, giocatori, allenatori, si sono persi, fallendo tecnicamente e sportivamente i loro obiettivi, ma ottenuta a tavolino, dove lo sforzo maggiore è quello di far valere il proprio potere politico, economico, il proprio nome, la propria parvenza di gente onesta.

…E qui torniamo indietro. Torniamo a chi accusava ed a quando si accusava un certo Moggi di avere potere e di aver vinto sempre in base a quel potere. Una questione di potere, dunque anche lo scudetto dell’Inter, che ricaccia il Calcio nel circolo vizioso in cui è finito e sembra voler uscire.
Ma allora Moggi non ha fatto nulla di male…
Abbiamo parlato di parvenza di onestà, ma l’onestà non può andare insieme a scrupoli, a compromessi, a scheletri nell’armadio, a giustificazioni, a condanne, a situazioni, sistemi e dirigenze. L’Inter è rimasta coinvolta in uno dei tanti scandali calcistici, quello dei passaporti falsi per favorire il tesseramento di giocatori come comunitari, attivando particolari procedure da cui risultavano parentele italiane per giocatori stranieri che non ne avevano.
Proprio il mese scorso il campione di onestà Inter e chi ha operato in questa vicenda, ovvero Oriali, responsabile dell’area tecnica della squadra e l’attaccante uruguayano Alvaro Recoba hanno patteggiato una pena di sei mesi ciascuno comminata per ricettazione dal Tribunale di Udine. Tutto è finito in un soffio. Erano annunciate anche in quel caso pene esemplari, diventate poi semplici multe.
L’Inter non può non avere scrupoli di coscienza, né vantare immacolata presenza nel mondo del Calcio. L’Internazionale S.p.a. è fuori da Calciopoli, fuori da Moggiopoli, ma ben inserita nel “sistema”. Il “sistema” del calcio scorretto che ha permesso brogli burocratici. Il “sistema” del calcio amorale che comprava giocatori per fare soldi e marketing e non per fare sport o ancora il “sistema” dei conti facili da azzerati. La società di Moratti, grazie al decreto salvacalcio ha potuto svalutare il valore legato alle prestazioni dei suoi giocatori nel 2003, pari 319 milioni 394 mila euro, dividendolo in dieci tranche per dieci anni. Nonostante tutto il patrimonio netto dell’Inter ha comunque presentato un conto economico in passivo di quasi 200 milioni.
Pronti via. L’Inter ha sfruttato tutti gli stratagemmi del “sistema”. Ha venduto il marchio alla controllata Inter Brand a fine 2005, con una plusvalenza civilistica di circa 158 milioni. Il 9 giugno scorso ha dato in pegno il marchio a Banca Antonveneta, in cambio di un prestito di 120 milioni di euro. Anche per il club di Moratti l'operazione è stata fatta per assorbire, senza abbattere il patrimonio, buona parte degli oneri residui del salvacalcio. Tuttora 223,6 milioni di euro degli abbattimenti di cui sopra erano ancora da ammortizzare al giugno 2005 e la situazione non è bella.
La Co.Vi.Soc non ha calcolato la vendita del marchio e non ha neppure considerato le svalutazioni avvenute in precedenza per abbattere il debito. Morale della favola, ci si rivedrà nel 2007, quando l’UE busserà alla porta e chiederà di appianare tutti i debiti.
Nel frattempo l’Inter avrà uno scudetto in più e desidererà che tutti quanti possano tornare nel grande giro, perché tutti potranno fare i grandi giochi, appoggiati già adesso con il sostegno dato a Galliani e Carraro.
Moratti dice di essere felice per i tifosi. Spero non ci siano tanti tifosi interisti così infettati dal sistema dal tifare per la ghigliottina tagliatesta per poterne bere il sangue. Io, da interista non sono fra quelli.


Angelo M. D'Addesio

GRAZIE ROMA
La conferenza sul Libano si e' conclusa. Chiamiamola conferenza sul Libano perche' non si e' parlato d'altro e perche', a parte il governo fantoccio di Beirut,  mancavano gli attori della vicenda.
L'avevano chiamata, con grande cinismo e ipocrisia, "Conferenza di Pace".
Quale pace? Il conflitto e' tra Hezbollah/Iran/Siria, attraverso il Libano, contro Israele.
Dove era Israele? Perche' non e' stato invitato? Perche' il premier libanese Seniora aveva detto "o Israele o io!"  Perdiana, abbiamo proprio a che fare con persone mature e intelligenti, vogliose di pace, di dialogo, di stabilita'.
Perdiana, un premier, o meglio un mezzo premier, che non vuole incontrare il Paese con cui dovrebbe fare la pace. Livello scuola materna ...araba.
Pace, parola sempre piu' sconcia in bocca a certa gente , parola senza piu' significato, senza morale,  visto che, per le canaglie, pace significa solo accusare Israele, parlare delle bombe di Israele, senza un minimo accenno ai 3000 razzi katiuscha piovuti come un uragano sulle citta' israeliane della Galilea.
Per le canaglie Pace significa accusare l'aggredito e non dire una parola contro l'aggressore.
La pseudo conferenza di ieri si e' limitata a  invitare i "donatori"  a preparare assegni  sostanziosi per le povere popolazioni libanesi ostaggi di criminali terroristi appropriatisi di un'intero stato sovrano e ostaggi del governo pagliaccio il cui  premier pagliaccio ieri non ha saputo far di meglio che accusare Israele di tutto quanto sta accadendo, senza dire una parola contro i terroristi  e senza spiegare come mai il Libano e' caduto nelle mani di hezbollah.

Condy Rice ha guardato per un momento Seniora, forse un po' sopresa, forse un po' imbarazzata, gli altri  lo hanno lasciato dire senza un moto di orgoglio , senza un moto di verita', senza il minimo tentativo di dare alla conferenza una parvenza di serieta'.
Hanno parlato di tutto  i pagliacci di Roma, dei profughi libanesi, dell'occupazione di Israele del Monte Dov (fattorie Sheba) che il Libano reclama anche se tutta la comunita' internazionale e' d'accordo nell'affermare che non gli spetta.
Non hanno pero' parlato dei coraggiosi guerriglieri del partito di dio che si nascondono dietro le donne e i bambini e dietro i Caschi Blu.
Non hanno parlato dell'uragano di katiusche che precipita su Israele ogni giorno, ne' dei 2 milioni di israeliani nei rifugi, ne' dei 250.000  israeliani rimasti senza casa perche' distrutta dai razzi, non hanno parlato dei bambini costretti a stare sottoterra per aver salva la vita, ne' di quelli morti o feriti.
Niente.
Hanno parlato invece, TUTTI,  delle bombe israeliane sui civili libanesi, dei profughi libanesi e dei bambini libanesi  e hanno parlato dei 4 morti dell'UNIFIL , bombardati, secondo Kofi  Annan, intenzionalmente da Israele.
Israele ha chiesto scusa per l'errore e si e' detto sorpreso dall'inconcepibile accusa del segretario dell'ONU.
Puo' Israele aver colpito delibaratamente una postazione ONU? Per cosa, per far scoppiare una crisi con le Nazioni Unite? Non abbiamo gia' abbastanza problemi da quella parte? Qui e' guerra e in guerra capita di fare errori. Giorni fa e' stato colpito un elicottero israeliano dal fuoco amico. E allora? Anche questo deliberatamente? Sono errori che si possono commettere anche con bombe ad alta precisione e gli USA ne sanno qualcosa. Chi e' costretto a fare la guerra corre anche questo tipo di pericoli, di sbagliare e avere tutto il mondo contro.
Pero' pero' pero' se Kofi Annan ha accusato Israele di aver colpito deliberatamente i caschi blu sa forse qualcosa che noi non sappiamo? ha forse la coscienza sporca?
Beh, quella dovrebbe averla comunque, ma....
....Hezbollah sparava contro Israele esattamente dalla postazione ONU e allora c'e' da chiedersi cosa ci facevano la' gli osservatori? Perche' erano ancora la', cosa dovevano osservare? Perche' c'era la bandiera' hezbollah vicino alla bandiera dell'ONU?
Possibile che gli osservatori ONU non si siano mai accorti in 6 anni che hezbollah riempiva di armamenti i propri depositi e che scavava chilometri di gallerie sotto i loro piedi?  Cribbio, tutti ciechi, sordi, soprattutto muti??

Si, muti, mutissimi,  come quando nel 2001 assistettero al rapimento di tre soldati israeliani restituiti poi a pezzetti in cambio di migliaia di terroristi tutti interi. Non ricordo di aver sentito scuse da parte di Kofi Annan  e ci sono voluti 10 mesi per riuscire ad ottenere il filmato comprovante l'aiuto dato dai caschetti blu a hezbollah. Non mi pare di aver sentito  voci scandalizzate da parte dell'occidente, ricordo ionvece i soliti bastardi  dire che era tutta un'invenzione sionista, anche dopo le prove.
Non si e' sentita ieri a Roma una sola voce chiedere scusa per non aver rispettarto la risoluzione 1559 che doveva disarmare hezbollah e portare la pace almeno in quella parte della regione. Nooo, Kofi  Annan era molto serio, incazzatisssimo con Israele per aver colpito una postazione hezbollah...oooops... pardon...una postazione ONU!
Hanno parlato di soldi e i tre intelligentoni D'Alema, Chirac e Annan e  hanno chiesto "tregua subito" . Ma che bravi! E poi? Poi  si lascia tempo a hezbollah di riorganizzarsi per ricominciare. Semplice!
Gli amici servono a questo e hezbollah lo sa.
C'e' da aver paura a pensare che parte del mondo e' nelle mani di simili figuri. 
Israele ancora una volta e' solo contro il mondo intero. Combatte da solo, si difende da solo, vede morire i proprio ragazzi per colpa dell'inettitudine, vigliaccheria, tremori di culo dei Grandi del mondo, quelli che ieri si sono riuniti a Roma per far spendere soldi ai contribuenti italiani.
Si, Israele e' solo ma e' abituato a questo stato di cose, e' abituato all'odio del mondo ed e' forte.
Il nanerottolo nazista iraniano vuole spazzarci via ma dovrebbe ricordare che un altro nanerottolo aveva tentato di farlo.
Oggi quel nanerottolo e' solo un malefico ricordo, Israele invece  e' qui, minuscolo in confronto a chi lo circonda urlando di volerlo eliminare, coraggioso da togliere il fiato, forte del suo esercito fatto di ragazzi dalla faccia pulita  cosi' diversi dalle orde di fanatici  che ci circondano.    
Se lo ricordi il nanerottolo nazista iraniano, Israele e' qui, per sempre.
E si ricordi una cosa importante: Israele non si tocca!
 
Deborah Fait - www. informazionecorretta.com


LA CHIACCHIERA INTERNAZIONALE SUL LIBANO
La riunione di Roma di oggi è stata chiamata “Conferenza internazionale sul Libano” ma sarebbe stato più appropriato chiamarla “Chiacchiera internazionale sul Libano”. Infatti essa non ha avuto lo scopo di ottenere un immediato cessate il fuoco, che dipende unicamente da Israele e dai suoi interessi strategici. Non ha avuto lo scopo di costituire una forza d’interposizione sia perché essa dovrebbe presidiare il Libano per la profondità di cento e più chilometri (la gittata massima dei missili Hezbollah), sia perché nessuno, a cominciare dagli Stati Uniti, è disposto ad inviare truppe. Non ha infine avuto lo scopo di disarmare gli Hezbollah, che certo non obbediranno ad un garbato invito.
E allora, a che è servita questa parata? È servita alla foto finale. Alle dichiarazioni finali. Alla retorica deprecazione dei guasti della guerra. Ad una vaga dimostrazione di buona volontà in favore della pace. Ha insomma risposto ai voti degli idealisti e dei disinformati che chiedono una taumaturgica azione internazionale per far cessare il massacro (involontario) dei libanesi, dopo che per anni nessuno s’è interessato del massacro (volontario) della popolazione di frontiera israeliana: ma questa non è una novità. Ecco la conferenza: nessuno può dire che le grandi potenze non abbiano fatto il possibile! E poco importa se il “possibile”, in questo caso, sia “assolutamente niente”.
Certo, si è parlato anche di soccorrere il Libano, di fornirgli aiuti, di istituire “corridoi umanitari” per gli sfollati e i fuggiaschi. Tutte cose che Israele non ha interesse ad impedire: basti dire che non ha voluto aggravare la situazione dei civili bombardando centrali elettriche, acquedotti ed altre infrastrutture, che avrebbero ridotto alla disperazione Beirut e tutto il Libano. Ma che rapporto ha, questo, con la guerra?
I problemi seri sono solo due: 1) come si può riuscire a rendere inoffensivo Hezbollah? 2) come si può garantire che rimanga inoffensivo?
Nessuno è in grado di disarmare e rendere inoffensivo Hezbollah: salvo, forse, Israele, e certamente la Siria.  Riguardo a rendere permanente la (eventuale) soluzione del problema se ne è parlato vagamente quando si è accennato ad una forza d’interposizione, ma neanche questo è serio. Per essere efficiente, una simile forza richiederebbe centinaia di migliaia di uomini che né l’Onu né la Nato troveranno mai.
La soluzione – se esiste – è politica. Gli Occidentali e quegli stati musulmani che l’Iran spaventa dovrebbero esercitare un’enorme pressione sulla Siria, facendole capire che o aiuta a smantellare la milizia degli Hezbollah, oppure dovrà pagare un prezzo insopportabile. Incluso il sostegno ad Israele se cominciasse a bombardare Damasco. In questo caso, si porrebbero seriamente le condizioni della pace, che per Israele si riassumono semplicemente in questa: che il Libano non permetta azioni terroristiche in partenza dal proprio territorio.
Non chiede molto.  Chiede solo la propria sopravvivenza.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 26 luglio 2006

A proposito
"Anche quando l'uccello cammina sappiamo che ha le ali"
Victor Hugo


BIMBE AL FOSFORO
Potevano mancare. No,  non potevano mancare. Dove c'è un israeliano che combatte per la propria libertà d'esistere (mica cazzi!) ecco,  improvvisamente,  spunta la bomba al fosforo.
Ci sia o non ci sia,  non ha molta importanza. L'importate è che se ne parli, della "bomba al fosforo". Parola magica, illuminante. Scandire "B o m b a  a l   F o s f o r o".  Se poi c'è il corpicino di una bambina bruciacchiata... ancora meglio. Eccoli,  i moralisti,  in bandiera rossa cresciuti all'oratorio, si mettono la faccia di circostanza, impostano la voce e "bomba al fosforo" diventa una litania. Ci sarà pure qualche Tg,  qualche Corriere della Sera o qualche Bobo Craxi che raccoglierà la notizia. Il corpicino bruciacchiato, o i gocattolini sparsi per terra, faranno fotografia a mezza pagina.  "Ah, signora mia, questi ebrei,  peggio dei nazisti". Il gioco è fatto.
Merde!
cp. 25 luglio 2006


LA RISPOSTA ADEGUATA
Il conflitto in corso in Libano è nato dal problema degli attacchi missilistici a Israele, cioè da un’aggressione contro le popolazioni civili portata avanti per anni. È infatti difficile rispondere adeguatamente, soprattutto quando i terroristi inviano i loro razzi prevalentemente dall’interno dei centri abitati, per farsi scudo dei cittadini. In questi casi anche un esercito forte è un Sansone cieco che non sa dove colpire. Per questo si parla di “guerra asimmetrica”.
Tuttavia a volte la guerra è asimmetrica non per ragioni tecniche (Roma-Pirati) ma per ragioni morali. Si faccia il caso che dei banditi abbiano rapito un bambino e minaccino di sopprimerlo. Chi mai, oggi, farebbe l’ipotesi arcaica di arrestare una ventina di parenti dei banditi promettendo che, in caso di mancato rilascio immediato del bambino, saranno tutti uccisi? Per poi effettivamente ucciderli? Uno Stato moderno e democratico trova la cosa inconcepibile ed è questo che rende la guerra ai sequestratori eticamente asimmetrica.
Ma se si fosse disposti ad usare le stesse armi sleali degli avversari, costoro comincerebbero a riflettere. Nel caso del Libano, per esempio, Israele avrebbe potuto nei mesi scorsi spedire cinque razzi oltre frontiera per ognuno caduto  sul proprio territorio. Avrebbe agito come gli Hezbollah e avrebbe certo fatto molti morti. Sarebbe stato triste; i giornali ne avrebbero molto parlato (sempre per condannare Israele, mentre prima non s’erano condannati i razzi Hezbollah), ma si sarebbe trattato di legittima difesa e di risposta adeguata (dissuasione). Ovviamente gli Hezbollah fanatici avrebbero riaffermato la loro vocazione al martirio o, più esattamente, la vocazione della popolazione libanese al martirio: ma siamo sicuri che essa avrebbe continuato a favorirli? Siamo sicuri che avrebbe permesso loro di continuare ad installare le loro basi nelle zone abitate, nei cortili delle case o nelle stalle? È facile fare da scudi umani quando nessuno spara: quando però la dinamite comincia effettivamente a dire la sua, ci si accorge che si devo reagire presto, se si vuole sopravvivere.
Ancora più valido è il ragionamento per i grandi razzi. Mentre la missilistica Hezbollah è dopo tutto dilettantesca, malgrado il possente supporto logistico iraniano, quella israeliana è up to date. Dunque per un missile su Haifa se ne potrebbero fare cadere cinque su Sidone o anche Beirut. E questo non mirando accuratamente (come fa oggi l’aviazione), ma come fanno gli Hezbollah, che recentemente hanno addirittura mirato ad un ospedale: dunque ammazzando chi capita. A barbaro barbaro e mezzo. Con un simile comportamento para-criminale (ma copiato dall’avversario) probabilmente si sarebbe evitata la “guerra del Libano”. Perché il Libano, per sopravvivere, si sarebbe visto costretto ad assumere la responsabilità del proprio territorio ed avrebbe avuto l’appoggio del popolo per la repressione delle attività che quei disastri provocavano.
Qualcuno risponderà che è necessario rimanere fedeli ai propri nobili principi, anche quando si ha da fare con dei selvaggi: ma c’è ancora qualcuno che non è nobile. Qualcuno che, essendosi nutrito di storia non edulcorata, ragiona come Cesare dinanzi ad Alesia, quando si disinteressò della popolazione civile espulsa dagli assediati.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 24 luglio 2006


Bobo Craxi é  Bobo Craxi e il "Corsera" non è da meno.
C'è un sottosegretario agli esteri del Governo italiano che, pochi minuti dopo  il ferimento del capitano dell'esercito Roberto Punzo, s'è affrettato a dichiarare alle agenzie; "l'osservatore italiano dell'Onu potrebbe essere stato colpito dall'esercito israeliano".  
Quel sottosegretario si chiama Bobo Craxi.
A sparare e colpire il capitano Punzo, in realtà sono stati gli
Hezbollah e il sottosegretario è stato smentito perfino dal portavoce dell'Unifil Milos Strugar,  ma, con la scusa che l'aveva detto Bobo Craxi,  il maggiore giornale italiano,  il Corriere della Sera,  è riuscito a titolare in prima pagina "forse sono stati gli israeleani"

E brava la nostra Noa!
Buon giorno! Ci siamo svegliati, a meta' soltanto, ma ci siamo svegliati eh?
Si, a meta' perche' Noa' definisce giustamente nazisti gli hezbollah e contemporaneamente dice che con hamas si puo' parlare.
Perche', i terroristi di hamas non sono nazisti? Come potrebbe Noa definire in altro modo un gruppo terrorista che ha nel suo statuto la distruzione di Israele e che ogni giorno bombarda citta' israeliane?

Sono stati eletti dal popolo, dice.
E allora? Anche hezbollah siede nel parlamento libanese, anche hezbollah e' stato eletto a rappresentare una parte dei libanesi. Anche Hitler era stato eletto dal popolo.
Comunque, a parte questi dettagli, vitali per Israele, e' importante che l'intellighentia di sinistra israeliana si sia svegliata e appoggi il governo in questa ennesima guerra.
Di hamas parleremo piu' avanti quando sara' finito il problema al nord. Allora sara' il caso di spiegare a Noa e ad altri cosa e' hamas visto che nel loro fanatico, estremo e stupido pacifismo ancora non lo hanno capito.
Non lo ha capito nemmeno Piero Fassino che durante la manifestazione organizzata a Roma per Israele ha detto dei palestinesi "Qui non si parla di un torto e di una ragione ma di due ragioni, di due diritti. Quello di Israele di vivere in pace e quello dei palestinesi di avere uno stato".
Ehhhh, no, caro Fassino. NO! Queste frasi fatte, trite e ritrite, non vanno piu' bene alla luce dei fatti. I palestinesi hanno avuto oppotunita' incredibili di organizzarsi come stato, dal 1948 in poi.
Hanno avuto piu' aiuti di qualsiasi altro popolo al mondo, Arafat ha rubato qualcosa come 1 miliado e 300 milioni di aiuti.  Cosa poteva esser fatto con questi soldi e tutti gli altri fregati alla grande dai vari capoccia palestinesi?
Non hanno avuto un opportunita', uguale a Israele,  nel 1948 e loro hanno rifiutato?
Non hanno avuto un'opportunita' dopo il 1967 quando Israele voleva sedersi per trattare e la lega Araba a Kartoum ha risposto No, anzi tre no addirittura:
No alla pace, no al negoziato, no al riconoscimento di Israele.
Non hanno avuto un'opportunita' nel 1993 quando Arafat, dopo essersi beccato il premio Nobel, invece di pensare a fare la pace e a costruire la Palestina  ha mandato in Israele i primi terroristi suicidi?
Non hanno avuto un'opportunita' nel 2000 quando Ehud Barak gli ha offerto  tutto quello che poteva offrire compresa Gerusalemme est e Arafat ha rifiutato per iniziare la sua guerra del terrore?
Non hanno avuto un'opportunita' nel 2005 quando Sharon gli ha consegnato la Striscia di Gaza completa di infrastrutture e loro anziche' gettare le basi per uno stato, hanno bruciato tutto e riepito la striscia di rampe per colpire Israele piu' in profondita'?
Quindi caro Fassino, due ragioni sto par di palle!
Quando un popolo getta via ogni opportunita' di trasformarsi in popolo sovrano per scegliere il terrorismo, l'ignoranza e la miseria, non ha piu' nessuna ragione e nessun diritto.
Dire il contrario significa non capire niente, non volere una soluzione del problema  e significa anche abbandonare Israele al suo destino e lasciarlo ancora una volta solo a combattere  contro un terrorismo giustificato e appoggiato dall'Europa.

Per concludere due paroline sugli arabi israeliani , parole senza retorica e sentimentalismo da quattro soldi. Parole che rispecchiano la realta', la nostra drammatica realta'.
Giorni fa sono stati uccisi due poveri fratellini arabi, Mahmud e Rabia Taluni, fatti a pezzi a Nazaret, Israele, da un razzo hezbollah.
Grande dolore di tutti , meno che del loro padre, meno che della sua comunita' che si e' scagliata contro Israele. Il padre , sorridendo, ha detto che Israele la deve finire, che Hezbollah combatte per la liberta' e tutti i suoi compari a dire che i due fratellini erano shahid, martiri.
Ma c'e' di peggio, un giornalistia italiano li ha chiamati i "due piccoli Gesu'."
Ehhh  no!
Innanzitutto chiariamo che Gesu' era ebreo e che due giorni prima era stato ucciso da un katiusha a Haifa un bambino ebreo, Omer, e sua nonna e nessuno ne ha parlato, nessuno li ha nominati, nessuno li ha chiamati per nome. Sono entrati a far parte dell'elenco dei morti israeliani , tutti anonimi.
I due bambini arabi invece diventano addirittura Gesu', retorica nausenate, e gli unici che li hanno pianti come bambini veri che dovevano vivere siamo stati noi israeliani.
Ma perche' i due fratellini sono stati colpiti? Perche' non c'era la sirena! A Nazaret, come in tutti i villagi arabi, non esistono le sirene. Non le vogliono, le rifiutano perche' non le vogliono sentire quando suonano per ricordare il Giorno dell'Olocausto e il Giorno del Ricordo dei Caduti. Yom haShoa' e Yom haZikaron.
Non hanno le sirene e nemmeno rifugi perche', dicono,  i loro fratelli arabi non li colpiranno mai. Sono gli ebrei che devono essere ammazzati, mica gli arabi, perdio!
E' questo che pensano i nostri cari connazionali arabi.
Nasrallah gli ha dato ragione, si e' detto dispiaciuto per i due bambini, li ha sistemati nel paradiso dei martiri e ha confermato che lui e' solo gli ebrei che vuole ammazzare.
Quando questa guerra ha avuto inizio e sono piovuti le prime katiusche su Israele , loro,  gli arabi israeliani, saltavano di gioia. Esattamente come avevano fatto nel 1991 quando fu Saddam Hussein a bombardare Israele con i suoi scud e loro dai tetti delle loro case ballavano e urlavano "prendi la mira Saddam, prendi la mira". Poi pero' hanno accettato le maschere antigas che Israele distribuiva.
Bene , allora si tengano i loro martiri e lascino la nostra democrazia.
Troppo comodo vivere in un paese che gli da diritti di cittadini , lavoro, studio  e aspettare il momento opportuno per metterci il coltello nella schiena.

Nel frattempo siamo arrivati al 13 giorno di guerrra, Israele e' entrato via terra e aspetta che qualcuno si decida a far applicare  la mozione ONU 1519 che ci permetta di uscire dal fango libanese e qualcuno che capisca che questa guerra e' solo l'inizio per poi arrivare in Europa perche' e' questo che l'Iran vuole, distruggere Israele e andare avanti e noi stiamo combattendo una guerra per tutto l'occidente  che nel frattempo e' isterico e non sa bene cosa fare.
I nostri soldati procedono lentamente nel tentativo di fare meno vittime possibile poiche' i libanesi del sud sono usati dai terroristi come scudi umani e non li lasciano scappare. I media italiani strombazzano di 300 vittime civili, si, certo, ma dimenticano di dire che anche i terroristi sono civili  e ne sono stati ammazzati quasi 200 quindi sarebbe il caso di fare le debite distinzioni.
Israele chiede un paio di cosucce :lasciare che Zahal proceda  ancora per 10 giorni , al massimo due settimane,  l'applicazione della 1519, che prevede il disarmo dei terroristi e che doveva essere applicata 6 anni fa,  il rientro dei soldati rapiti e la dislocazione di soldati libanesi , aiutati da soldati NATO nella fascia di sicurezza.
Fino ad oggi Israele ha distrutto:
474 quartieri genrali e gallerie con munizioni
39 linee di comunicazione
107 veicoli per trasporto armi
129 rampe di lancio
105 ponti
62 basi hezbollah
15 tunnel
9 antenne
Restano ancora un'infinita' di strutture da distruggere in questo stato terrorista creato dentro al debole Libano e il bene che ne verra' non sara' solo per Israele ma per il Libano e tutto l'occidente.
Buon lavoro, Zahal, se te lo permetteranno!
 
Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com

Ferito dagli Hezbollah un militare italiano in Libano
Il capitano dell'esercito italiano Roberto Punzo, l'osservatore Onu colpito nel Libano meridionale e ricoverato presso l'ospedale civile della città isrealiana di Haifa, è stato sottoposto ad un intervento chirurgico allo stomaco e si trova in condizioni gravi ma stabili: lo ha reso noto il portavoce del nosocomio di Rambam, David Ratner.
Lo stato maggiore della Difesa aveva precisato in un comunicato che l'ufficiale non versa in imminente pericolo di vita ed era stato colpito da alcune schegge: Ratner ha tuttavia fatto riferimento ad una ferita da proiettile.
Verso le 13.00 ora italiana - riferisce un comunicato - il capitano dell'esercito Roberto Punzo mentre prestava servizio presso la cittadina di Raf, a 40 chilometri ad est di Naqoura, è stato ferito in maniera grave da un colpo di arma da fuoco. «Secondo il resoconto preliminare - sostiene una nota firmata dal portavoce Unifil Milos Strugar - il fuoco è giunto da forze Hezbollah.»
L'ufficiale è stato prontamente soccorso da militari israeliani e trasportato in elicottero presso l'ospedale civile di Haifa. La prognosi al momento è riservata.
Il capitano Punzo, in servizio presso la missione UNTSO (United Nations Truce Supervision Organization).
Il gruppo di osservatori militari italiani opera in Medio Oriente dal 1958 (legge n. 848 in data 17 luglio 1957) ed è composto da 7 Ufficiali. UNTSO è la più vecchia missione di peacekeeping delle Nazioni Unite. Disposta con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 50 in data 29 maggio 1948 e successive modifiche, la missione effettua sia il controllo del rispetto del trattato di tregua, concluso separatamente tra Israele, Egitto, Giordania e Siria nel 1949, sia il controllo del cessate il fuoco nell'area del Canale di Suez e le alturedel Golan conseguente la guerra arabo-israeliana del giugno 1967.
(Dalle agenzie)

Massima del giorno
Spiegare il fulmine con l'ira di Giove è molto più facile che inventare l'elettrologia.
G.P.


MOLLICHINE
Olmert: "Noi non cerchiamo la guerra". Ma a volte uno le cose le trova senza cercarle.

Chirac ha definito "aberrante" l'azione militare israeliana. Rispondere alla violenza con la violenza! Ma siamo matti?


Putin: "Non sono sicuro che il ritorno dei soldati israeliani rapiti metterebbe fine al conflitto". Ah sì? Ma è un dubbio metodico o sistematico?

Prodi (Corriere) sulla sua maggioranza striminzita: "Così è più thrilling... È più sexy!". Come quando, al ristorante, uno si domanda se ha abbastanza soldi per pagare.

La magistratura milanese chiede l' "Estradizione per 26 agenti della Cia". L'U.S.Army per ora ha ricevuto solo un avviso di garanzia.

Indulto, l'Italia dei valori farà ostruzionismo. La difficoltà di passare dal tintinnar di manette al tintinnar di chiavi.

Donadi (IdV), sull'indulto: "Saremo costretti a fare ostruzionismo alla nostra stessa maggioranza". Perché si scusa? Lo fanno tutti!

La maggioranza ha richiesto la sospensione del Mose. L'acqua alta può tirare un respiro di sollievo: Berlusconi non c'è più.

D‚Alema: "Abbiamo sollecitato Iran e Siria a svolgere un ruolo costruttivo".   Ma i razzi sono già costruiti in Iran!

Prodi: "Se Iran e Siria, come pensiamo, agiscono dietro le quinte, come reagire?" Andando a sparargli dietro le quinte.

Esplode una casa a Gaza, quattro morti, tra cui un membro del braccio armato di Hamas. Strano, da noi le case al massimo crollano.


LA DIPLOMAZIA
Nei momenti di crisi da molte parti s'invoca la diplomazia come alternativa alle armi. Alcuni credono addirittura che ogni conflitto possa essere risolto da un'abile e benevola diplomazia. Ee tuttavia è facile vedere come questa concezione sia fallace.
Quando comincia un conflitto armato - secondo l'immortale lezione di von Clausewitz - è chiaro che uno dei due stati pensa di essere militarmente in vantaggio e presenta questa superiorità all‚incasso. Significa altresì che ciò che vuole ottenere non è stato capace di farselo dare "con le buone" e per questo von Clausewitz ha scritto che ogni guerra rappresenta "la prosecuzione della politica con altri mezzi". La prosecuzione, si badi, non l'inizio. Il conflitto è il momento in cui  la tensione si è spinta tanto lontano da provocare il collasso del sistema.
La guerra costituisce l'aggravamento d‚un problema, non la sua nascita. Quando Saddam Hussein invade il Kuwait dal punto di vista internazionale si considera questa azione militare come un inammissibile e ingiustificabile atto di violenza contro uno stato sovrano: ma questo solo perché l'opinione pubblica non ha badato, nei mesi e negli anni precedenti, alla teoria di Hussein secondo cui il Kuwait è una provincia irakena. Egli infatti non ritiene d'andare ad annettere un territorio straniero, ma d'andare a ricuperare una parte del proprio. Nello stesso modo, se la Cina sferrasse un attacco contro Taiwan, mentre per tutto il mondo si tratterebbe di una guerra d'aggressione, per la Cina si tratterebbe di andare a riprendere con la forza, dopo decenni di pazienza, la "Provincia Ribelle".
La diplomazia non è ignara dei problemi che, in certi posti e in certi momenti, conducono poi ad una guerra, e fa il suo mestiere: ma quando essa scoppia parecchie cose cambiano.
Innanzi tutto, se è vero che chi dà inizio alle ostilità normalmente (secondo Clausewitz) lo fa perché è sicuro della propria superiorità (Hitler, 1939; Arabi, 1967), è anche vero che molto spesso i risultati concreti sono ben inferiori alle aspettative (Spedizione ateniese contro Siracusa, Prima Guerra Mondiale). Ed è a questo punto che ritorna in campo la diplomazia. Se il paese aggressore voleva ottenere trentamila chilometri quadrati di territorio e dopo due anni, malgrado gravi perdite, ne ha conquistati seimila, il successo dell'impresa appare meno certo dell'inizio. Ovviamente anche il paese aggredito, che pure ha offerto un'imprevista resistenza, affronta dal suo lato spese e sofferenze inaudite. La diplomazia a questo punto può cominciare a dire al primo che se gli si concedono quattromila chilometri quadrati, salva la faccia e si risparmia il resto del calvario. E può dire al secondo: stai soffrendo molto, il futuro potrebbe essere ancora peggiore, compra la pace con quattromila chilometri quadrati e poi si vedrà.
La diplomazia non è un'arma autonoma. Non è fatta di prediche e buoni sentimenti. È l'arte di presentare i fatti in modo che ciascuno sia indotto a riconoscere il proprio interesse, senza fanatismi e senza impuntature. Ma per far questo i fatti devono lasciare spazio: e a volte non è così.

Se uno dei due paesi è chiaramente vincente, la diplomazia non potrà far nulla: non ha molto da offrire o da minacciare. Se uno dei due paesi, pur perdente, è guidato da un folle o un fanatico (Hitler, Hamas), nessuna diplomazia potrà far breccia nel suo cervello. Perché sarà disposto a lasciar distruggere il proprio paese piuttosto che scendere ad un ragionevole compromesso (cui tendeva l'attentato di von Stauffenberg). Se i governanti sono particolarmente ottusi, potrebbero non aver occhi per i dati reali. Ecc.
Perché la diplomazia possa avere serie possibilità d'influire sul corso degli eventi sono dunque necessarie condizioni obiettive che spingano al compromesso e governi pragmatici e responsabili capaci di apprezzarle. In questo caso la pace potrà essere raggiunta anche autonomamente, senza intervento di terzi (resa dell'Impero Tedesco nella Prima Guerra Mondiale). Se invece la diplomazia vorrà avere un peso rispetto a un contendente particolarmente animoso o fanatico (Hezbollah), dovrà essere capace di agitare una grossa carota e un enorme bastone. Per esempio un intervento che potrebbe dare un determinante vantaggio al suo avversario.
Senza questo essa è flatus vocis, logomachia o comunque si voglia diplomaticamente designare il chiacchiericcio ad alto livello.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 23 luglio 2006


KEEP SMILING
Dice un cacciatore al bordo di un bosco, soppesando il suo grosso fucile: "Se mia moglie mi tradisse le farei saltare la testa e all'uomo sparerei nei genitali".  E l'amico, guardando nel folto del bosco: "Se ti sbrighi potrai cavartela con un colpo solo".

BERSANI&NOCCIOLINE
Il costo del passaggio di proprietà è passato dai 471 euro dal notaio (senza fila) ai 402 euro all'anagrafe o non so dove (ma con fila)?
Una vera rivoluzione per la vita dei cittadini. Del resto, non c'era da dubitarne, visti gli elementi.
Scommetto che a breve verrà concesso un ulteriore sconticino a quei cittadini che si recheranno a stipulare l'atto nella sede di un qualche sindacato (previa iscrizione, ovvio).
W le liberalizzazioni de sinistra!

a.marzano,   dal Forum dei Radicali


EVENTO E INFORMAZIONE
(in 400 parole)
Nel passato l’informazione esisteva ma non esistevano i mezzi d’informazione. Nel 1815 i rari giornali erano in vendita da poco tempo ed avevano comunque una diffusione estremamente limitata. Per non dire che non c’era televisione. E tuttavia la notizia della morte di Napoleone ha fatto il giro del mondo in pochissimo tempo (“percossa, attonita la Terra al nunzio sta”). Semplicemente perché chi apprendeva quel lutto si premurava di dirlo al proprio vicino, sapendo in anticipo che la cosa sarebbe stata anche di suo interesse.
Ma questo era raro. Quando non avveniva un fatto clamoroso, quando non scoppiava una guerra o non c’era un devastante terremoto a Lisbona, la vita scorreva tranquilla. La gente viveva nella quiete di chi poteva dire “Oggi non è successo niente”. Era la notizia stessa che ogni tanto si faceva parte attiva e turbava il placido fluire del tempo.
Con la nascita dei grandi mezzi d’informazione e la loro diffusione – la televisione non risparmia neppure gli analfabeti – il rapporto si è invertito: prima l’evento creava l’informazione, ora l’informazione crea l’evento. Il giornale deve “uscire” ogni giorno e deve dare notizie. Poiché ha una prima pagina, deve dare anche una notizia da prima pagina. Quale che sia. Perfino: “Lady D. era ancora viva all’arrivo in ospedale”. Magari aggiungendo sotto, in piccolo e in corsivo, “secondo l’ex-moglie dell’autista dell’ambulanza”.
Il risultato è che si vive con l’aria affannata di chi non riesce a stare dietro all’infinità di drammi, curiosità, tragedie, delitti, avvenimenti artistici e sportivi che si verificano in tutto il mondo. In un fuoco d’artificio che non conosce soste. Si ha l’impressione di essere passati dal tempo in cui si diceva “Oggi non è successo niente” al tempo in cui è necessario dire:  “Oggi sono successe tante di quelle cose che non sono riuscito a seguirle tutte”. Col corollario degli ingenui: “La vita non è mai stata tanto drammatica come oggi”. E invece la differenza è tutta nel sapere o non sapere, nell’occhio che vede e nel cuore che duole. L’avvenimento quotidiano infatti, per essere interessante, dev’essere emozionante. Tanto che, se il giorno seguente non se ne verifica un altro di buon livello, si riprende quello del giorno prima titolando “Sempre più gravi le conseguenze di…”
Prima l’evento creava l’informazione, oggi l’informazione crea l’evento.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 22 luglio 2006


LA TECNICA MEDIOEVALE
(meno di 400 parole)
R.A.Segre, che di solito ha una visione penetrante ed equilibrata dei problemi del Vicino Oriente, ha osservato sul "Giornale" di oggi che nel conflitto attualmente in corso in Libano i soldati israeliani hanno avuto qualche brutta sorpresa. Una volta sul terreno si sono trovati di fronte ad una situazione che i drones (aerei senza pilota) non avevano rivelato: oltre ad usare le case e i villaggi come scudi, gli Hezbollah hanno scavato chilometri di gallerie con una tecnica simile a quella dei Vietcong. Nascondigli sostanzialmente invisibili, e invulnerabili con attacchi dal cielo, da cui sbucare, lanciare razzi e tendere agguati ad eventuali task force israeliane. Dunque la guerra aerea non è sufficiente ma un attacco via terra costerebbe gravi perdite. E per questo i generali esitano ad impantanarsi in Libano.
Non essere del tutto d'accordo con Segre è un rischio e tuttavia una riflessione può quanto meno allargare la discussione. Se le idee esposte sono sbagliate, sarebbe utile sapere perché.
La differenza fondamentale fra Vietnam e Libano è il regime delle piogge. Le gallerie sotterranee erano uno strumento di agguati terribili, in Vietnam, perché anche il resto del territorio si prestava alle insidie: essendo pieno di vegetazione, offriva infiniti nascondigli. Viceversa, il Libano è un paese dalle piogge scarse e dal territorio tendenzialmente spoglio. Dunque basterà che le forze israeliane si muovano sempre in campo aperto e vinceranno qualunque scontro con gli Hezbollah. Un esercito superiormente armato ed addestrato come quello israeliano, non offre "partita". Il problema più serio è invece la bonifica del territorio.
La soluzione potrebbe essere che una grande task force israeliana si spinga a settanta chilometri dalla frontiera, tagliando in due il Libano e sigillando la zona sud: non vi entrerebbero né armi né merci. La vita diverrebbe presto impossibile e a questo punto si potrebbe consentire l'esodo dei profughi verso Beirut. Gli stessi Hezbollah sarebbero posti dinanzi al dilemma di varcare la frontiera disarmati o morire di fame. In seguito, in un territorio reso deserto, si potrebbero cercare le gallerie e farle saltare in aria. Avvertendo altresì che l'uso di razzi di maggiore gittata imporre la riproduzione dell'operazione trenta, quaranta, cinquanta chilometri più a nord. Se dal Libano si vuole uccidere Israele, Israele ha il diritto di uccidere il Libano.
Le guerre, nel medio Evo, si vincevano anche così.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 21 luglio 2006


L'INTERVISTA A SINIORA
BEIRUT ˜ Lo incontriamo nel suo ufficio proprio nel mezzo di una lunga serie di telefonate con Romano Prodi. «Conosco il vostro primo ministro da molto tempo. So che è un buon amico del Libano e degli arabi. E so anche che può fare molto per noi. L'Italia è un partner privilegiato e ha forti interessi in Libano, il suo export nel nostro Paese supera il miliardo di dollari, il primo in assoluto, più alto di quelli di Francia e Cina. Non mi stupisce che faccia di tutto per porre fine alla catastrofe rappresentata dai bombardamenti israeliani», spiega accorato Fuad Siniora. Non a caso ha scelto di parlare con un reporter italiano. «Ci tengo a dire al vostro Paese quanto mi interessa la vostra mediazione. Sto anche pensando di invitare Massimo D'Alema a Beirut», aggiunge. Un leader in difficoltà per uno dei momenti più difficili nella sanguinosa storia del Libano. Qui i commentatori lo dipingono come «il numero due che sta diventando con successo numero uno». Da sempre stretto consigliere di Rafiq Hariri, suo ex ministro delle Finanze, lo ha sostituito alla guida del partito, e ora del Paese, dopo il suo assassinio nel febbraio 2005, Siniora dimostra di avere le spalle più larghe di quanto non si credesse. Ultimamente non ha esitato a sfidare la Siria, accusa l'Iran di ingerenze. Ma in questo momento ciò che gli preme di più è porre fine alla «barbara aggressione israeliana». Poco dopo il nostro incontro legge pubblicamente un annuncio: «Occorre che la comunità internazionale imponga il cessate il fuoco a Israele. In sette giorni di bombardamenti abbiamo oltre 1.000 feriti, 300 morti e mezzo milione di profughi. Il Paese è in ginocchio».

Signor primo ministro, Israele sostiene che sta premendo sul vostro governo per disarmare l'Hezbollah. Se non lo farete voi, lo faranno loro. Ma a spese vostre.
«Noi diciamo questa stessa cosa, ma in modo diverso. Il mondo intero deve aiutarci a disarmare l'Hezbollah. Ma prima di tutto occorre giungere al cessate il fuoco. Sino a che continueranno i bombardamenti non si potrà fare nulla, se non peggiorare la situazione. E anche Israele non ci guadagnerà niente. Vogliono annientare le infrastrutture dell'Hezbollah? Non si ricordano che ci hanno già provato manu militari contro altre forze in Libano nel passato. E non è servito ».

Lei sa bene che prima del blitz dell'Hezbollah contro i soldati israeliani settimana scorsa questa regione era calma.
«Sì, ma c'erano sul campo tutti i presupposti per il conflitto. Perché occorre trovare una soluzione complessiva al problema. L'Hezbollah sostiene che combatte una guerra partigiana per liberare i circa 40 chilometri quadrati a Sheba, terra libanese ancora occupata da Israele. E anche per liberare i 3 prigionieri libanesi nelle carceri israeliane. Israele lasci la zona di Sheba, che comunque non ha alcun valore militare o economico, rilasci i prigionieri e il nostro governo potrà dire che l'Hezbollah non ha più alcun legittimo motivo per mantenere una milizia armata. Sarà inevitabilmente costretto a diventare una forza puramente politica del nostro sistema democratico».

L'Onu 6 anni fa dichiarò che Israele si era definitivamente ritirato sul confine internazionale. Non è questo di Sheba un puro pretesto dell'Hezbollah per continuare la "guerra santa"?
«Potrei anche essere d'accordo con lei. Ma, se così fosse, allora abbiamo un motivo in più per smascherare l'Hezbollah. A parte che esistono fior di carte diplomatiche, che sin dai primi anni Venti mostrano che la regione di Sheba è libanese, non siriana. Anche la Siria da qualche anno afferma che è nostra, sebbene non sia pronta scriverlo sulla carta. In ogni caso, l'importante ora è riportare la piena sovranità libanese nel Sud, smantellare qualsiasi milizia armata parallela all' esercito nazionale. E per farlo occorre delegittimare le ragioni dell' Hezbollah».

Romano Prodi, assieme ai partner europei, le sta proponendo una forza militare multinazionale, con un mandato diverso da quello dell' Unifil. E' d'accordo?

«Ho spiegato a Prodi, Chirac e agli altri leader stranieri con cui sono in contatto, che la mossa non è sufficiente. Non bastano 6.000, 8.000 o addirittura 20.000 soldati stranieri per disarmare l'Hezbollah, se prima non si giunge a una soluzione complessiva del problema che riguarda anche Sheba, come ho appena detto»

E' rimasto sorpreso dall'arsenale dell'Hezbollah? Posseggono missili di fabbricazione iraniana in quantità. Come è potuto accadere che potesse nascere un esercito così forte?
«L'Hezbollah è diventato uno Stato nello Stato. Lo sappiamo bene. E' un problema gravissimo. Ma precede di molto il mio mandato e anche l'era di Hariri. Non è un mistero per nessuno che l'Hezbollah risponde alle agende politiche di Teheran e Damasco. Noi non siamo un Paese in ostaggio della Siria. La nostra è una democrazia viva, con un'opinione pubblica libera, pluralista. Siamo un gioiello unico in Medio Oriente. Ma i siriani sono dentro casa nostra e noi siamo ancora troppo deboli per difenderci. Le memorie terribili della guerra civile sono ancora troppo presenti, nessuno è pronto a prendere le armi».

Hariri è stato ucciso dai sicari siriani?
«Questo è quello che pensa lei. Io non dico di essere in disaccordo. Ma esiste una commissione internazionale che indaga sul caso. Lasciamo a loro il verdetto».

Per quando prevede il cessate il fuoco?
«Non ci siamo ancora. Purtroppo vedo un gran polverone diplomatico e pochi fatti concreti. I bombardamenti criminali di Israele vanno bloccati subito, immediatamente. Ma i governi israeliani hanno sempre fatto di tutto per renderci la vita difficile: non ci hanno mai dato le mappe dei campi minati che loro avevano piantato in Libano, così la gente continua a morire. Oggi bombardano i civili e creano simpatie per l'Hezbollah anche dove altrimenti non ci sarebbero».

Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera - 20 luglio 2006


Questa intervista è ovviamente di parte (e perché non dovrebbe esserlo?) ma conferma alcune cose che sono state scritte anche su questo blog, nei giorni scorsi.

Il giornalista gli chiede: "Signor primo ministro, Israele sostiene che sta premendo sul vostro governo per disarmare l'Hezbollah". Ed è interessante l'affermazione di Siniora: "Il mondo intero deve aiutarci a disarmare l'Hezbollah. Ma prima di tutto occorre giungere al cessate il fuoco. Sino a che continueranno i bombardamenti non si potrà fare nulla, se non peggiorare la situazione. E anche Israele non ci guadagnerà niente. Vogliono annientare le infrastrutture dell'Hezbollah? Non si ricordano che ci hanno già provato manu militari contro altre forze in Libano nel passato. E non è servito ".  Ma gli si potrebbe chiedere: come mai il Libano non ha richiesto questo aiuto, sinché Israele ha sopportato in silenzio l'arrivo dei razzi di Hezbollah? Bisognerebbe dedurne che il Libano è disposto ad attivarsi per disarmare l'Hezbollah solo quando cadono bombe su Beirut, mentre finché esse cadono su Israele si può andare avanti tranquillamente. Il signor Siniora ha l'aria di una persona per bene, ma francamente quanto detto sopra è ridicolo.
Discutibile è pure l'affermazione che l'invasione del sud del Libano, fino al fiume Litani, "non è servita". Se Israele invadesse di nuovo quella regione gli Hezbollah dovrebbero procurarsi razzi di più lunga gittata. E se non bastasse Israele potrebbe invadere il Libano per tutta la profondità indicata dalla gittata dei missili, Beriut compresa. Bell'affare.
Siniora indica poi le "ragioni" degli Hezbollah, pur non nascondendosi che rispondono fondamentalmente ad interessi di altre nazioni. La rivendicazione di un fazzoletto di terra di circa 40 km (Sheba) innanzi tutto non giustifica un'aggressione che può provocare una guerra; poi quel territorio, sempre a detta di Siniora, è rivendicato anche dalla Siria; infine, come osserva il giornalista, "L'Onu 6 anni fa dichiarò che Israele si era definitivamente ritirato sul confine internazionale". Dunque quello degli Hezbollah è un pretesto pretestuoso, si sarebbe tentati di dire.
Siniora dice poi che "Non bastano 6.000, 8.000 o addirittura 20.000 soldati stranieri per disarmare l'Hezbollah". E questo è quanto sostenuto giorni fa con l'articolo "La Forza d‚Interposizione". Così come viene confermato quanto qui sostenuto: "L'Hezbollah è diventato uno Stato nello Stato". Dunque il Libano non è uno stato che dispone del controllo del suo territorio, e di vera sovranità.
Infine le parole d'oro: 2vedo un gran polverone diplomatico e pochi fatti concreti2. E questo è il benservito per l'Onu. Per l'Onu, per tutti i governi stranieri che si occupano del problema e per tutti gli idealisti inconcludenti. Quando il cannone tuona, l'unica voce che riesce a sentire è quella di un altro cannone. Le parole stanno a zero.


Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 20 luglio 2006


ISRAELE VINCERA'
Continuano i bombardamenti. La Galilea e' sotto tiro, Haifa e' colpita ogni giorno, 60 missili in poco piu' di mezz'ora, 1600 in una settimana. Sono colpite tutte le citta' del nord, due bambini sono stati uccisi a Nazaret, un missile ha fatto a pezzi un uomo di Naharya appena uscito dal rifugio per correre a prendere una copertina per il figlio, chi ne ha raccolto  i pezzi piangeva.
la popolazione del nord pero' e' calma, stanno tranquilli, suonano le sirene e tutti vanno nei rifugi, qualcuno corre ma non si vede gente isterica, si portano i cani, i gatti, le gabbie con gli uccellini. I bambini sono coraggiosi, sanno tutto, sanno  come devono comportarsi, come entrare nei rifugi,  genitori e psicologi sono tutti per loro, il governo e le varie associazioni hanno mandato migliaia di pacchi con giochi, colori, libri per passare le ore in cui devono stare rinchiusi.
C'e' persino un'organizzazione animalista che va a cercare gli animali domestici che si sono persi, che forse sono scappati per la paura, soprattutto gatti che sono i meno disposti a seguire i padroni sotto terra.
Artisti del calibro di David Broza vanno a fare musica nei rifugi.
Siamo tutti calmi anche perche' la guerra non e' solo al nord e tutti siamo coinvolti. I palestinesi continuano a mandare qassam contro le citta' del sud e al centro del paese ogni giorno vengono segnalat,i e per fortuna catturati, terroristi kamikaze. 
Israele e' assediato su tutti i fronti.
La solidarieta' e' totale fra la popolazione e fra la popolazione e il governo.
Come sempre, in guerra, il Popolo di Israele dimostra la sua grandezza.
Il Primo ministro Olmert e' andato al nord per parlare con la gente e si e' sentito dire :"Siamo sotto le bombe, abbiamo paura, molti di noi sono morti, altri moriranno, sappiamo che sara' ancora lunga ma, Ehud, non fermarti, vai avanti, fino alla fine, vai avanti."
Ecco Israele. Israele-coraggio, Israele -forza, Israele-pazienza.

Israele che si difende, come nel 1948, 1967, 1973, dall'annientamento sempre promesso  dagli arabi, Israele che vuole vivere e che sa perfettamente che deve vincere.
E' terribile dover vincere a tutti i costi ma Israele non ha ne' ha  mai avuto alternativa, o vince o viene eliminato.
Sconfiggere hezbollah significa sconfiggere Iran e Siria.
Intanto l'Italia si e' divisa in due, quella sporca che ci urla "assassini" e quella pulita che sta con noi contro il terrorismo e contro le dittature.
Abbiamo sentito, con vergogna, il Ministro degli Esteri D'Alema dire che la reazione di Israele e' sproporzionata ma non ha spiegato a cosa e' sproporzionata.
Ai 1600 missili su Israele in una settimana?
Al rapimento in territorio israeliano di cittadini israeliani di cui non danno notizia nemmeno alla Croce Rossa?
La risposta di Israele e' forse sproporzionata allo stillicidio andato avanti per anni nonostante il ritiro dal Libano, nel 2000,   entro confini internazionali riconosciuti dall'ONU?
E' forse sproporzionata  al ritiro dalla striscia di Gaza  di un anno fa , ritiro seguito da incendi delle infrastrutture da parte dei palestinesi che anziche' incominciare la costruzione del loro stato, hanno solo pensato a distruggere Israele da piu' vicino?
Chi legge ricordera' che quando Arafat fece scoppiare la guerra del 2000 queste stesse persone che oggi parlano di "sproporzione"  lo giustificavano dando tutta la colpa alla "passeggiata" di Arik Sharon sul Monte del Tempio, territorio israeliano.
Far scoppiare una guerra durata 5 anni e non ancora finita per la passeggiata di un ministro non era sproporzionato?  Nooo, era giusto, nessuno ha condannato Arafat, tutti a condannare  Sharon sapendo benissimo che il mostro palestinese aveva preparato la guerra mesi prima.
Ma era Israele che dovevano accusare e per far questo anche una "passeggiata" andava bene.
Gli sporchi non si smentiscono mai quando devono calunniare Israele.
Chirac ha detto di peggio, non siamo solo sproporzionati,. siamo anche aberranti ma lo conosciamo, lui, come baffetto, non ama Israele, entrambi preferiscono di gran lunga i terroristi.
Chissa' cosa farebbe Chirac se dei terroristi colpissero la Francia, beh lo sappiamo cosa farebbe, lo disse lui stesso mesi fa : userebbe la bomba quella colla B maiuscola
Sere fa a Roma la parte sporca del governo italiano, i partiti della  sinistra radicale, hanno manifestato al Colosseo, con le bandiere libanesi, palestinesi e quelle arcobaleno, simbolo dell'odio antisemita. Appena hanno intravisto le bandiere israeliane della manifestazione per Israele si sono messi a urlare "assassini assassini". I giovani manifestanti per Israele, teste calde naturalmente,  hanno risposto con un giustissimo "terroristi terroristi". "Brutti ceffi' li hanno descritti i filohezbollah. Chissa' se si son visti mai allo specchio, forse no per evitare di sputarsi addosso.
E Solana? Solana e' da premio Oscar. Ha dichiarato che mai e poi mai l'Europa mettera' Hezbollah tra le organizzazioni terroriste. Non ci sono gli estremi, dice, e parla di Nasrallah, assassino e terrorista, dandogli del "signore"  : Mister Nasrallah.

Non ci sono gli estremi?
facciamo un breve riepilogo:
-Hezbollah ha creato uno stato nello stato e praticamente occupa il Libano terrorizzando la popolazione come faceva Arafat negli anni 70.
-Hezbollah colpisce Israele con razzi katiuscha da decenni.
-Hezbollah ha rapito in passato, anche con l'aiuto dell'ONU, cittadini israeliani restituiti cadaveri in cambio di migliaia di prigionieri arabi.
-Hezbollah se ne strafotte dei confini internazionali dietro ai quali si e' ritirato Israele.
-Hezbollah, senza la minima provocazione, ha incominciato la guerra contro uno stato sovrano rapendone i cittadini, in divisa, e bombardando tutta la Galilea con molti morti.
-Hezbollah ha mandato In Israele 1600 razzi in una settimana e continua a una media di 60 razzi ogni mezzoretta..
-Hezbolla impedisce alla popolazione libanese di scappare obbligandoli a fare da scudi umani per scatenare i  Solana e D'alema e Chirac contro Israele.
-Hezbollah spara i missili contro Israele da palazzi abitati da civili.
Eppure Solana si rifiuta di dichiararli TERRORISTI.
Cosa dovrebbero fare di piu'? Incazzarsi con Solana? Andare a casa sua e farlo fuori urlandogli "noi siamo terroristiiiiii, lo vuoi capire?"
Il mondo islamico e' tutto felice per la posizione dell'Europa, i loro amici, quelli che fino a una settimana fa si sentivano equivicini a Israele e ai terroristi adesso si sentono vicini, senza equo, solo ai terroristi e accusano Israele di reazione sproporzionata. 
Benissimo, come dice giustamente Ferrara, Israele non e' solo perche' e' unito, perche'  siamo tutt'uno col governo e con Zahal, perche' abbiamo con noi la parte pulita dell'Italia e del mondo , la parte che non e' mai stata equivicina ai terroristi e che sa che Israele non combatte solo hezbollah ma tutto l'islam fondamentalista.
Israele rappresenta il coraggio che la tremolante Europa non ha, Israele rappresenta la liberta' e chi e' libero non e' mai solo.
Gli altri, gli sporchi, quelli che ci urlano assassini e che parlano di sproporzione affoghino nel loro stesso odio, minaccino pure  come fa la Castellina dal Manifesto.
Se Israele vincera' questa guerra probabilmente potra' vivere in pace per sempre, se la perdera' avranno vinto gli sporchi, gli amici dei terroristi, avranno vinto i naziislamici e allora l'Europa diventera' Eurabia in un batter di ciglia.
Israele vincera', il coraggio , la liberta', la giustizia non potrannno mai soccombere di fronte ai nazi-islamici e   agli sporchi di tutto il mondo.
Israele vincera'. Zahal combatte sapendo di avere il sostegno di tutto il popolo perche' tutto il popolo di Israele e' Zahal.

 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

AVVISO AI NAVIGANTI
(da una poesia di Marianne Moore:
<la passione di raddrizzare il prossimo è di per se stessa una malattia affliggente / Meglio la ripugnanza, che di per sé non rivendica alcun merito>>)
Da più parti Capperi viene sollecitato a non pubblicare alcuni commenti  intrisi di fanatismo antisemita che i soliti due o tre anonimi  ci inviano con una costanza degna di miglior causa.
Nonostante tutto, Capperi -confidando nell'intelligenza dei suoi lettori-  continuerà a pubblicarli.


Carduccio Parizzi,  per Capperi


Massima del giorno
Il diritto internazionale è come un ombrello a disposizione di tutti quando fa bello e che solo i più forti riescono ad aprire quando piove.
G.P.

MOLLICHINE
I tassisti bloccano il traffico di Roma. In fondo è una giusta vendetta. Il traffico ha bloccato loro tante volte.

Il Foglio: "La Nato richiede una risposta ferma nei confronti della Corea". Probabilmente la risposta sarà: "Non faremo nulla e non ci muoveremo". Più "ferma" di così!

Petrolio record, superati i 76 dollari al barile. Rischio stangata per l'Italia. Dunque anche il "culo" di Prodi può far cilecca.

Il governo libanese chiede al Consiglio di sicurezza di domandare il cessate il fuoco. Pare funzioni come la danza per la pioggia.

Bush: "Israele ha il diritto di difendersi". E questo è niente: ne ha la capacità.

PRODIANA
Signore e signori, è nato «il facilitatore»: miracoli della «neo-lingua» prodiana, grazie al nostro beneamato premier il vocabolario nazionale, nell'Italia «dei più buoni», si arricchisce di una nuova parola. Non è - come si potrebbe pensare a prima vista - il nome di un corso della Cepu, e non si tratta nemmeno di un potente lassativo, ma del sogno di un premier. Anzi di più: «il facilitatore» è nato, quando Romano Prodi, dovendo descrivere un ruolo che non esiste nell'attuale crisi internazionale (il suo), ha pensato bene di coniare un nuovo termine, cosa che nel nostro Paese, chissà perché, fa sempre un certo effetto.
A Prodi infatti, non bastava più la parola «mediatore», perché, come dice lui stesso, «Un mediatore ha in mano termini e limiti circostanziati e un quadro di riferimento preciso nell'ambito di un mandato» (e lui non ha né l'uno né l'altro). Però, giustamente, non volendo essere da meno di Silvio Berlusconi, che si era conquistato la scena internazionale con la diplomazia dell'invito, con la saga dell'«amico Putin», con i grandi viaggi in America e cappello da cowboy, ecco che il premier dell'Ulivo si è inventato la diplomazia del «telefono amico»: lui non ha mandato, non ha termini, limiti o potenzialità, ma in ogni caso telefona. Telefona perché siamo il paese dei cellulari, perché «una telefonata allunga la vita», perché sembra di essere nel meraviglioso spot di Aldo Giovanni & Giacomo - un cult - quello in cui Aldo si inventa di aver avuto un bambino, riceve centomila chiamate, si dilunga sui particolari (peso, altezza, salute) per poi rivelare a Giovanni e Giacomo che il figlio non lo ha avuto, e che però - Mìiingghia! - le chiamate di congratulazioni gli ricaricano la scheda (Mitico).
Ecco, nell'Italia dell'Ulivo, questa meravigliosa invenzione semantica, «il facilitatore», è la figura che mancava per mettere in campo la nostra nuova arte, la diplomazia del fantastico, quella per cui nessuno può ragionevolmente credere che Prodi abbia qualche remota possibilità di mettere d'accordo Olmert e Ahmadinejad. Non puoi farlo, certo, ma intanto ottieni l'effetto che la parola circola, che i giornali devono scriverci su (anche questo articolo, per esempio), che nei tiggì della sera la tua foto va in onda con i grandi della terra: pubblicità. Insomma, «l'avvicinatore» sta ai «mediatori» come il leggendario Gabriele Paolini (l'autoproclamato «profeta del condom») sta alla televisione, come la meravigliosa ministra Giovanna Melandri alla finale della coppa del Mondo: sono sempre «dietro» a una notizia di cui non sono protagonisti, ligi alla massima che se sei nell'inquadratura del servizio qualcuno potrebbe convincersi che eri anche nell'evento. Diceva il maestro Orson Welles: «Quando il titolo è grande, la notizia diventa subito importante». Purtroppo non sempre è così, e «l'avvicinatore» Romano Prodi talvolta sembra Nino Taranto-Achille Scorzella, il protagonista di un indimenticato classico in bianco e nero della commedia all'italiana, È arrivato l'accordatore. In quel film, Taranto recitava la parte di un povero diavolo affamato, che capitato per caso al pranzo di gala di una famiglia di ricconi, pur di mettersi a tavola, faceva credere di essere appunto «l'accordatore», l'atteso tecnico che doveva rimettere a posto le corde del pianoforte della giovane pulzella di casa (Sophia Loren). In quel film Achille Scorzella ne fa di tutti i colori, viene invitato a tavola per evitare che si resti in tredici, arriva a fingersi ambasciatore, ma succede di tutto, e lui non riesce a mangiare mai.

Così, la cosa che ti viene in mente, quando soppesi la splendida leggerezza effimera di quella paroletta a cui Prodi affida i sogni di grandeur della diplomazia mortadellata, è che «il facilitatore» sia una sorta di beffa educativa: al nostro premier che si propone come lubrificante della grande politica mondiale, servirebbe davvero «un mediatore» serio, vecchia scuola, magari anonimo e con un nome incomprensibile (in questi ruoli sono fantastici gli svedesi e gli indiani) che lo aiutasse a trovare un accordo fra i falchi e le colombe della sua stessa coalizione, uno «Scorzella» che riuscisse a trovare l'impossibile quadra fra le intemperanze umorali e il sarcasmo nero di Massimo D'Alema da un lato, la rabbia radicale e le posizioni «senza se» e «senza ma» di Gino Strada dall'altro.
Perché è chiaro che se mai «un facilitatore» riesce a mettere pace nell'Unione, il giorno dopo risolve anche la questione palestinese. E poi gli danno pure il Nobel. Mica «facile».

Da Il Giornale del 18 luglio 2006,  Luca Telese


Sproporzionata? Dite la verità, per voi Israele non può proprio difendersi
Che cosa dovrebbe fare Israele? Tolti gli antisemiti, che pure ce ne sono tanti, tutti a sinistra ripetono che "ha il diritto di difendersi", ma la reazione è "sproporzionata" (è addirittura "squilibrata" per Putin, che evidentemente si ispira al modello di equilibrio da lui stabilito in Cecenia). Va bene, discutiamo di questo: Israele ha il diritto di difendersi ma dovrebbe farlo in altro modo. Quale? Gli attacchi e i rapimenti di soldati che hanno scatenato questa crisi sono partiti da Gaza e dal sud del Libano. Si tratta dei due fiori all'occhiello della politica dei "ritiri unilaterali" di Israele. Dal Libano si ritirò Barak nel 2000, da Gaza Sharon nel 2005. Prima di quei ritiri Israele si difendeva occupando militarmente quelle terre. Non mi pare che gradissimo molto neanche quell'altro modo di difendersi. Due generali diventati premier ebbero coraggio, e se ne andarono. Si ritirarono dietro confini non fissati unilateralmente, ma riconosciuti dall'Onu. An dando via dal Libano ottemperarono a una risoluzione delle Nazioni Unite che, allo stesso tempo, imponeva Io smantellamento della milizia armata di Hezbollah. Si sa che la sinistra europea si inchina sempre alle decisioni dell'Onu, ma non risulta che si sia battuta molto per il rispetto di quella. Così Hezbollah, nato come un movimento di resistenza contro l'occupazione straniera, si è trasformato in un esercito di aggressione, in grado di reggere una guerra simmetrica con Israele grazie alle armi iraniane e siriane. Che dici, Giordano, vogliamo mandare i Caschi blu a disarmarli? La sovranità del Libano è una barzelletta, poiché la sua frontiera è affidata a un esercito privato di fanatici. Ed è sensazionale che nella sinistra italiana, pronta a scattare a ogni ingerenza politica del Papa, si possa provare simpatia per una cosa che si chiama il "partito di Dio".
Dunque Israele ha il diritto di difendersi, ma non così. Come, allora? Le alternative sono varie. La prima è quella che propugna la destra israeliana: non ritirandosi, e magari rioccupando. Ricordo alla sinistra italiana che la politica del ritiro unilaterale ha distrutto nelle urne la destra israeliana, lasciando Netanyahu con dodici miserabili seggi alla Knesset, e dando vita a una coalizione composta da Kadima, il partito fratello dei Dl di Rutelli, e dal Labour, il partito fratello dei Ds di Fassino. Ricordo alla sinistra italiana che il ministro della difesa di Israele, che comanda le operazioni militari, siede nell'Internazionale socialista. Una possibile alternativa all'attacco al Libano è dunque la sconfitta della Kadima dei ritiri e il ritorno al Likud delle occupazioni. E' questo che volete? Convincere gli israeliani che ritirarsi è stato un tragico errore?
Oppure c'è un'altra alternativa. Tutti riconoscono che Hamas e Hezbollah operano con l'assistenza e talvolta con la guida di Damasco e Teheran. Israele potrebbe difendersi con rappresaglie in Siria e in Iran. Sarebbe più proporzionato? Oppure ancora c‚è una terza alternativa: dare la caccia ai capi del terrore, risparmiando i civili. Omicidi mirati? Mossad scatenato? Extraordinary renditions dei terroristi in ogni angolo del medio oriente? Chiediamo al Sismi di dare una mano?

Ma no, risponderebbero i teorici del diritto di difendersi altrimenti: l'altro modo è la pace con i palestinesi, due popoli due stati. Solo la chiusura definitiva della ferita può eliminare il male. Giusto. E perché, Israele non ci ha forse provato? Non ci ha provato con Rabin prima e con Barak poi? Non ha firmato a Oslo? E qual è il governo che oggi non riconosce quegli accordi, quello di Gerusalemme o quello di Hamas?
Se però si escludono tutti questi modi alternativi di difendersi, resta solo una possibilità logica: e cioè che Israele non abbia in realtà il diritto di difendersi. Siate onesti ditela tutta. E' questo il problema. Israele non ha il diritto di difendersi percbé la sua stessa esistenza è un'offesa, perché quella terra non era degli ebrei ed è stata rubata a un popolo che, finché Israele non è nata, non sapeva neanche di essere una nazione, non aveva uno stato e nemmeno lo rivendicava. Lo stato di Israele è una "realtà oggettiva disegnata col compasso", come scrive Scalfari, ma fonte di così tante noie e fastidi per noi europei, e di così tante sofferenze per i suoi nemici. I quali, almeno, hanno nei loro cuori la speranza. Essi possono dire ai figli: non sarà adesso, non sarà tra una generazione, ma prima o poi li butteremo a mare, perché noi saremo sempre di più e loro sempre di meno. Un israeliano di Haifa questa speranza ai figli non può darla. Può solo dir loro: continuate a difendervi, anche se la vostra capacità di farlo, la nostra deterrenza, diminuisce giorno dopo giorno, a ogni nuovo razzo Fajr che arriva da Teheran, a ogni nuovo missile Silkworm cinese, a ogni passo in avanti verso la bomba degli ayatollah. Non vorrei proprio essere un padre in Israele. 

Da Il Foglio del 18 luglio 2006, editoriale di Antonio Polito censurato dal Riformista. 

LA FORZA D'INTERPOSIZIONE
Si diceva un tempo che i generali dell'Imperatore erano sempre in ritardo di una guerra. Nel senso che erano vincolati a vecchi schemi mentre Napoleone innovava e vinceva. Oggi, mentre da tante parti si parla di "forza internazionale d'interposizione" fra Libano e Israele torna in mente quel detto. Il concetto è lodevole ma questa è la guerra di ieri. Una forza d'interposizione fu concepibile nel 1953, alla fine della guerra di Corea, perché in quella regione si era combattuta una guerra classica, con due eserciti ben visibili. In Libano invece le azioni di guerra sono state un'iniziativa non del governo ma di un partito rappresentato al Parlamento. Un po' come se la Lega organizzasse lanci di razzi Katiusha sul Canton Ticino, andasse avanti per anni e Roma si disinteressasse della cosa.
Per governo nell'ambito internazionale non si intende che ci siano alcune persone ben vestite in un palazzo, ma che esso abbia l'effettivo controllo del territorio. Ebbene, il Libano ha o no il controllo del territorio? Se lo ha, è in grave torto per non avere dato esecuzione alla Risoluzione 1599 del Consiglio di Sicurezza, impedendo le aggressioni ad Israele; se non lo ha, non è il governo legittimo del Libano e la zona sud del paese è free game, nel senso che "è di chi se la piglia".
Molti spererebbero che se la "pigliasse" l'Onu con i suoi Caschi Blu ma il problema è più complesso di così. Gli Hezbollah, sparando razzi dai posti più impensati, anche dall'interno dei villaggi, non attuano forme di aggressione militare ma di terrorismo. Dunque una forza d‚interposizione che si schierasse lungo una frontiera di più di sessanta chilometri, anche per una profondità di trenta chilometri, non potrebbe controllare ogni cortile, ogni anfratto, ogni collinetta. Il Libano forse non ha voluto o potuto pattugliare quel territorio, ma ben difficilmente ne sarebbe capace l'Onu.
E c'è di più. Nel momento in cui l'Onu riuscisse a controllare capillarmente quella regione, che cosa impedirebbe agli Hezbollah di far passare sopra le teste dei Caschi Blu i missili diretti su Israele? Basterebbe disporre di razzi di portata superiore a trenta chilometri come quelli che già oggi hanno colpito Haifa.
Tutto questo rende futile il progetto della forza d'interposizione. La soluzione non è militare, è poliziesca e politica. Se il Libano, pur di avere la pace, si rassegnasse ad un'intensa operazione di polizia nel sud del paese, a costo di spostarvi tutto il proprio esercito e la maggior parte delle sue forze di polizia; se instaurasse una sorveglianza strettissima su quel territorio e punisse severamente i terroristi, cominciando intanto col mettere fuori legge il "partito di Dio", si potrebbe sperare di avere finalmente la pace. Ma il Libano, che  da sempre si regge su equilibri complessi e fragilissimi, fino ad oggi non ha avuto questa volontà politica. Ma nel momento in cui quell'equilibrio è assicurato dal tenere in Parlamento un'organizzazione terroristica e permettere ai suoi militanti di attaccare militarmene un paese vicino, la volontà politica dovrà farsela venire, se vuole sopravvivere.
È probabilmente questo il senso della rappresaglia attuale. Gli aerei israeliani sono andati a spiegare che è necessario avere più paura di loro che degli Hezbollah.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it


PRODIANA
Raccontano le cronache che Romano Prodi sia stato al vertice dei Grandi della Terra, il G8 di San Pietroburgo. Ma probabilmente è un'invenzione della stampa amica. Nella foto finale del summit, il Professore non c'è.
Lui sostiene che si era allontanato per telefonare e ha perso lo scatto, ma la scusa è deboluccia. Non risultano notizie certe neppure sulla sua partecipazione ai lavori. L'iniziativa più significativa registrata dalle cronache, cioè la telefonata del Prof al leader iraniano Larijani per chiedere che Teheran medi nella crisi tra Israele Libano, è stata  smentita dallo stesso Prodi con toni indignati, dopo che la notizia aveva fatto il giro del mondo suscitando l'ilarità e l'irritazione planetaria.


Inutile lamentarsi della "solitudine" di Israele, bisogna scegliere da che parte stare
Israele è solo, ripete con monotona e mielosa ipocrisia Furio Colombo. Amo Israele, ripete Gad Lerner, ma la politica internazionale ha le sue esigenze, e se Prodi deplora, deplorevole sia Israele che si difende. Ce perle. Come luccicano. Luccicano come non mai. Analizziamole per vedere se siano false oppure no. Se siano lacrime salate o goccioline di dolce rugiada sentimentale.
Solo in che senso, onorevole Colombo? Intanto Israele ha con sé gli israeliani, tutti.
I giornali europei vanno come sempre a caccia di dissensi umanitari, e intervistano gli scrittori (Grossaman, Yehoshua e altri) per vedere se ne possa mai venir fuori un bel distinguo, un attacco alla brutalità di Olmert e al suo uso sproporzionato della forza cosiddetto , e vanno in bianco. Quelli che abitano a Gerusalemme e ad Haifa sono tipi starni, la vedono così, non capiscono le pusille distinzioni della politichetta europea: noi abbiamo cercato la pace, poi abbiamo fatto la guerra al terrorismo degli shahid che è stato la risposta palestinese islamista di Hamas e soci alla pace cercata, poi abbiamo provato con i ritiri unilaterali e la barriera difensiva e il negoziato con Abu Mazen e l’Autorità palestinese, e in risposta abbiamo avuto i razzi sulle nostre città dal sud del Libano, i rapimenti , le estorsioni armate e i ricatti e le sinagoghe bruciate e la vittoria elettorale di chi ci vuole distruggere, e siamo stanchi.
Siamo tutti stanchi, dicono. Da Netanyahu a Peretz, dal duro dei duri che non voleva il ritiro al sindacalista laburista di sinistra che bombarda le postazioni di Hezbollah e le giunture strategiche di un Libano cinico, disperato e gaudente, dove la regia iraniana e siriana del terrore ha riportato il freddo calcolo strategico della guerra antisionista che ora liquida le fragili speranze della guerra di Beirut.
Israele non è solo, caro onorevole Colombo, caro Lerner. E’ unito, compatto, e la deplorazione del vostro governo, le intemerate di D’Alema e Prodi sono fuffa burocratica buxellese: e le sofisticherie di un Dliberto, sono, come ha detto Elle Kappa in una clamorosa vignetta solo un caso di uso sproporzionato della farsa. Non è che Israele sia solo, è che voi ve ne state andando da un’altra parte, e ve ne vergognate ma non abbastanza da ribellarvi all’andazzo; è che l’Italia era con Israele, lo è stata per cinque lunghi anni di intese ferree,e adesso il vostro governo , le vostre forze politiche, i vostri leader si prendono una bella vacanza europeista dalle responsabilità politiche che gli toccherebbero. Fanno finta di non sapere che al nazionalismo palestinese, già inquinato dalla corruzione politica e civile delle elites rivoluzionarie dell’Olp, dall’ambiguità impotente di Arafat, si sostituisce l’islamismo politico guidato da un capo di stato negazionista, Ahmadinejad , e da una repubblica dei mullah che esporta da quasi trent’anni nel mondo il suo modello rivoluzionario shariota e jihadista in attesa del nucleare militare, mentre i soci baathisti di Saddam, che abitano a Damasco, fanno il loro lavoro sporco per rovesciare i pochi risultati positivi dell’ondata di rivolta seguita alla guerra che ha abbattuto il baathismo iracheno.

Non dateci dunque le vostre lacrime. Siate meno tromboni e meno sentimentali. Dateci le lacrime delle cose, ingaggiate battaglia contro la svolta terzista del governo Prodi, che deplora un popolo unito e uno stato che si difendono. Israele non è solo. Ha con sé l’America di Bush, per esempio, e anche quella di Hillary Clinton, ha con sé tanta gente anche in Italia e in Europa che non deplora l’autodifesa e combatte l’offesa.
Tanta gente che è abbastanza libera da sapere, e da non volersi nascondere, che la sicurezza di Israele e la sconfitta di Hamas, Hezbollah, Siria e Iran non è solo il segno della solidarietà con gli ebrei che hanno fondato in cent’anni uno stato che ha il diritto di vivere, ma è anche la difesa di ciò che siamo noi, quando non siamo accecati dall’idelogia e quando sappiamo riconoscere lo stato di guerra in vigore dopo Khomeini e l’11 settembre 2001. Da un lato avete uomini e donne come Olmert, Tzipi lkivni, Peretz e Peres e dall’altro lo sceicco Nasrallah, quel Meshal rifugiato a Damasco e protetto dai peggiori despoti del medio oriente: per una volta, anime buone, sappiate scegliere un uso proporzionato dell’intelligenza e della dignità politica.

Dal FOGLIO del 17 luglio 2006, editoriale di Giuliano Ferrara

PRODIANA
Nuova gaffe del primo ministro. Prodi chiede all'Iran - l'Iran di Ahmadinejad, quello che considera la soah una burla e vuole "cancellare l'entità sionista dalla faccia della terra" - di far da mediatore tra gli hezbollah libanesi e il governo israeliano.

UNA SEMPLICE DOMANDA
Su questo blog si è detto molte volte male dell’Onu, a causa della sua inadeguatezza. Ora il Libano è attaccato da Israele. Lasciamo da parte se la cosa è giustificata o no (come si sa, in ambito internazionale è difficile credere all’esistenza di un diritto) anzi ammettiamo ioci causa che Israele abbia torto e il Libano ragione. E ammettiamo che si invochi l’Onu e l’Onu sia disposto ad intervenire: che cosa dovrebbe fare, quell’organizzazione?
Si prega di rispondere in concreto, non con ciò che dovrebbe dire, ma con ciò che dovrebbe fare contro gli aeroplani e i tank israeliani. Con quali uomini, con quali armi, in quale modo. In altre parole, si vorrebbe sapere chi andrebbe a schierarsi sul terreno a favore del Libano (o di Hezbollah) e contro Israele.
G.P.


Come ho perso ogni speranza nei palestinesi
Da un articolo di Larry Derfner
Non vi sarebbero rapimenti, bombardamenti e ammazzamenti, oggi, se i palestinesi non avessero accolto l'uscita di civili e soldati israeliani dalla striscia di Gaza con un aumento dei lanci di missili e razzi contro la popolazione israeliana.
Se i palestinesi avessero letto il disimpegno israeliano della scorsa estate come una "misura per creare fiducia" e avessero risposto allo stesso modo sospendendo i loro attacchi, anziché considerarlo - come hanno fatto - un segno di debolezza che giustificava i loro attacchi, le cose sarebbero andate diversamente.
Se qualcuno, negli anni '80 o '90, mi avesse detto che un giorno Israele se ne sarebbe andato da Gaza, la mia previsione sarebbe stata che quel gesto avrebbe sicuramente ammorbidito l'atteggiamento dei palestinesi, avvicinando le posizioni delle due parti. Avrei fatto la stessa identica previsione se qualcuno mi avesse detto che un giorno Israele, nei negoziati, avrebbe offerto ai palestinesi uno stato indipendente sul 100% della striscia di Gaza e sul 97% della Cisgiordania, compresa gran parte della parte araba di Gerusalemme est.

Ma quando Israele è arrivato effettivamente a lasciare Gaza avevo ormai capito che i palestinesi - nel loro insieme, non Mahmoud Abbas (Abu Mazen) o qualche altro moderato senza reale potere -  ne avrebbero tratto la convinzione che il terrorismo funziona, e avrebbero continuato a farvi ricorso. La scorsa estate, per avere la pace contavo ormai più sulle reazioni delle Forze di Difesa israeliane che sulle concessioni territoriali. Vale anche oggi, sul confine di Gaza, e un domani sul confine fra Israele e una Cisgiordania post-occupazione.
Sono ancora convinto di ciò che ho sempre pensato: e cioè che Israele non il diritto di governare sui palestinesi, e che governarli è un errore per la sicurezza d'Israele, per cui per Israele mangiarsi l'unico territorio che i palestinesi hanno per se stessi saerbbe allo stesso tempo immorale e sbagliato.
Quello che non credo più è che i palestinesi siano una nazione fondamentalmente razionale e ragionevole, che possano essere convinti ad abbassare le armi e a fare la pace con Israele. Se non per buona volontà, almeno per convenienza. Quello che penso, oggi, è che solo la deterrenza militare israeliana, che ovviamente richiede il ricorso periodico all‚uso della forza, può indurre i palestinesi a sospendere i combattimenti.
La mia disillusione nei loro confronti è iniziata dopo i colloqui di Camp David del luglio 2000. Ma non perché in quell'occasione i palestinesi rifiutarono l'offerta israeliana: non erano obbligati ad accettarla, e rifiutarla non faceva di loro dei guerrafondai. Ciò che veramente mi ha lasciato sgomento fu il modo trionfalistico con cui Yasser Arafat e i palestinesi accolsero il fallimento di quei colloqui. Inneggiavano al "nuovo Saladino", i palestinesi, portando in trionfo Arafat. Mentre il campo della pace israeliano era tramortito e cercava faticosamente di non abbandonarsi alla più nera disperazione, i nostri "partner" esultavano di gioia. Evidentemente c'era qualcosa che non andava, qualcosa di profondamente sbagliato.
Quando è scoppiata l'intifada, ciò che mi ha afflitto non è stato tanto il fatto che i palestinesi fossero scesi in guerra. Dopo Camp David la tensione era alta, Ariel Sharon era andato sul Monte del Tempio con mille poliziotti, le prime sommosse finirono con una mezza dozzina di morti palestinesi: potevo capire uno scoppio di rabbia che durasse una o due settimane. Quello che ha mandato in pezzi la mia considerazione per i palestinesi fu che l'intifada non si fermò più: perché si sentivano troppo eroi col tragico gioco di uccidere e farsi uccidere. Per loro non si trattava della tragedia che deploravano Bill Clinton e gli europei. Era la cosa più grande che potessero fare, presi in una vera spirale di crescente follia. (Di nuovo, Abu Mazen e pochi altri parlarono fin dall'inizio contro questa follia terroristica, ma non contavano nulla).

A quel punto arrivò un'ulteriore disillusione. Dopo che l'intifada era scoppiata, i palestinesi stessi dichiararono orgogliosamente che il loro modello era rappresentato dagli Hezbollah. Come sarebbe poi avvenuto con il disimpegno da Gaza, avevano letto il ritiro di Israele dal Libano meridionale come una "vittoria del terrorismo", e non come un segnale che Israele fosse seriamente intenzionale alla pace. (Comunque, a differenza di coloro che ancora rimpiangono l'uscita delle Forze di Difesa israeliane dal Libano, io penso che quella scelta non sia stata l'unico, ma solo uno dei tanti fattori scatenanti dell'intifada)
Infine, ciò che mi ha fatto perdere ogni speranza nei palestinesi fu vedere Arafat all'opera: senza concedergli alcun beneficio del dubbio, ma piuttosto prendendolo per quello che era. Che figura grottesca, che caricatura di dittatore corrotto, violento, isterico e megalomane. La volta che l'ho visto di persona fu agli inizi del 2001, alla Muqata (il quartier generale a Ramallah), quando il segretario di stato Usa Colin Powell venne ad incontrarlo. Arafat, dopo essersi rivolto a Powell chiamandolo "generale", sfoderò uno dei quei suoi insopportabili sorrisi e disse: "Che poi, anch'io sono un generale". E tutta la sua corte di lacchè a sganasciarsi in grandi risate per la mitica arguzia del loro raìs. Questo era l'uomo simbolo del popolo palestinese. Questo era il loro leader, la loro fonte di ispirazione sin dal 1969. Il carattere di Arafat non era casuale rispetto al carattere nazionale dei palestinesi: era il suo più autentico riflesso. Il che è una scoperta assai deprimente.
E allora, come mai sono così? Perché sono arabi, perché sono musulmani, perché sono una nazione del Medio Oriente? No, nulla di tutto questo. Abbiamo fatto la pace con l'Egitto. Abbiamo fato la pace con la Giordania. Gli altri stati arabi molto probabilmente non ci amano, ma non ci combattono continuamente. (...) Dunque il problema dei palestinesi non è affatto che sono arabi o musulmani. E non è nemmeno il fatto che non accettano il diritto di Israele di esistere come stato ebraico in Medio Oriente: quali altri arabi o musulmani in questa regione lo accettano? Eppure gli altri musulmani non combattono Israele tutti i giorni, solo i palestinesi lo fanno. La differenza è che solo i palestinesi hanno dovuto costruire la loro nazione in diretta competizione con un popolo che ha costruito la propria nazione attorno a loro. Gli altri arabi possono odiare Israele e continuare la loro vita. I palestinesi no. Gli altri arabi possono dimenticare le guerre che hanno perso contro Israele, tanto i loro paesi restano quelli di prima. Per i palestinesi, invece, le sconfitte nelle guerre contro Israele hanno lasciato il loro paese a pezzi e loro stessi divisi e sparpagliati. I palestinesi convivono ogni giorno con i frutti delle guerre che hanno scatenato e perso contro Israele. Evidentemente non possono dimenticare, non riescono a fare un passo avanti. (...)
(Da: Jerusalem Post)


PRODIANA
Dai giornali: G8, Bush incontra Prodi e gli fa in complimenti... per la vittoria dell'Italia ai mondiali.

Che cosa è proporzionato
Il ministro degli Esteri francese Douste-Blazy per primo ha condannato i bombardamenti israeliani sul Libano: "Un'azione di guerra sproporzionata". Il suo collega italiano D'Alema ha condiviso il giudizio: "L'attacco all'aeroporto di Beirut è una reazione spropositata e pericolosa. Abbiamo l'impressione che ci sia una reazione sproporzionata e pericolosa per le conseguenze che potrà avere". Poi D'Alema ha aggiunto che la sua opinione è quella della comunità internazionale. In realtà, il presidente americano non la pensa così e persino una portavoce della Commissione europea, Emma Udwin, si è limitata a condannare "il rapimento dei soldati israeliani" e a rammentare che "abbiamo sempre riconosciuto il diritto di Israele a difendersi", anche se poi la critica a un'azione "sproporzionata" è arrivata ieri dalla presidenza di turno finlandese dell'Unione europea.
Per qualcuno, ogni reazione israeliana è sempre "sproporzionata". La Francia, che due anni fa in Costa d'Avorio distrusse la flotta aerea della fazione avversa, ha evidentemente un senso delle proporzioni particolare. Soprattutto nessuno dice mai quale sarebbe, in alternativa, una reazione proporzionata. Un paese sovrano che viene attaccato sul suo territorio da armati che uccidono e rapiscono civili e militari, che subisce l'attacco missilitico che cosa dovrebbe fare? Non può neppure mandare note di protesta diplomatiche a paesi che non ne riconoscono l'esistenza o che, come il Libano, formalmente sono in stato di guerra con Israele dal 1948. E' bene ricordare che i territori da cui sono partiti gli attacchi, la Striscia di Gaza e il sud del Libano, sono stati abbandonati volontariamente dalle forze armate israeliane. A questa scelta pacifica si risponde con attacchi militari intollerabili, che se rimanessero senza risposta convincerebbero i terroristi dell'efficacia della loro strategia. La risposta proporzionata è soltanto quella che fa cessare i rapimenti o fa pagare un prezzo pesante ai responsabili.

Da Il Foglio del 14 luglio 2006, pag. 3

FORZA ISRAELE
Non è vero che le guerre stanno nel mezzo. E‚ vero che le cause di una guerra non permettono di distinguere i torti e le ragioni, le aggravanti e le giustificazioni, ma favoriscono una visione oggettiva degli eventi e (questo sì), stabiliscono chi è l'aggredito e chi l'aggressore.
Non è bene tifare in una guerra, perché tifare vuole dire assecondare e sottoscrivere il rischio dell'uccisione di centinaia o migliaia di innocenti, ma la guerra è questo: non solo caccia agli obiettivi militari, non solo cattura dei leader, ma anche morte di civili, asservimento ad interessi economici e molto altro di triste.
Eppure tornando alla teoria dell'aggredito e dell'aggressore, la visione oggettiva degli eventi molte volte viene smentita sul piano giuridico, soprattutto se questo si gioca su un documento come la Carta delle Nazioni Unite, che viene ogni volta stiracchiata per coprire singoli interessi e su un organismo, l'ONU appunto, che è l'espressione più palese dell'immobilismo e della paura del mondo verso se stessi e soprattutto verso determinati paesi che bloccano ed incutono timore.
Confesso che in molte circostanze non ho capito l'atteggiamento di Israele, ma è stato facile constatare nella storia passata e recente, una sorta di pregiudizio verso la nazione ebraica. Durante la seconda guerra mondiale tutti conosciamo il macabro destino degli ebrei, ma tantissimi, fra gli Arabi, hanno sempre confuso la tragedia con il vittimismo e su questo hanno fatto leva per iniziare a considerare Israele come un estraneo da cacciare o da annullare.
Anche Israele, dal mio punto di vista è stato aggressore. Nell'ottobre del 1956 Israele interviene nella guerra di Suez ed occupa la penisola. Aggressione? Nella logica comune sì. Nella versione egiziana, il blocco era legittima difesa ai sensi dell'art. 51 dell'ONU, nella versione dell'ONU il vero aggressore divenne l'Egitto per via del blocco del canale attuato nei confronti delle navi francesi, inglesi ed israeliane.
Dieci anni dopo, scenari simili, molto simili a quello attuale. I rapporti fra Egitto ed Israele sono tesi, ma fermi. Improvvisamente c'è chi attacca chi. Tel Aviv annuncia attacchi da parte dei carri armati egiziani, Radio Cairo annuncia che Israele ha attaccato la RAU. Chi è l'aggressore? E‚ certo che in quel periodo Israele era molto più che una presenza nel panorama del Medio Oriente, ma una potenza, che capi come Dayan miravano a costruire.

Nel 1973, è guerra. Nella guerra del Kippur è la prima volta che Israele formalmente è chiamata alla guerra di difesa e da quella guerra Israele ne uscirà moralmente rafforzata e pronta a smantellare la Striscia di Gaza e la Cisgiordania ed ancor prima a lasciare la penisola del Sinai.
Tutto va troppo bene, ma Israele è sempre un elemento scomodo, da eliminare. Lo è per la Siria, per il Libano, per Arafat. Nessuno appoggia Camp David, Sadat muore ed Israele attacca il sud del Libano. Aggressore, costretto ad aggredire o aggredito?
Il resto lo si conosce, prima Intifada, i nuovi tentativi di pace, un nuovo sacrificio di un uomo importante come Rabin, la seconda Intifada eppure Israele è sempre stato lo stato sionista aggressore ed occupante.
Oggi lo stato oggettivo delle cose dice che Sharon, un altro uomo simbolo dell‚aggressività vera o presunta, dubitabile o comprovata, dello stato ebraico ha disposto il ritiro dalla striscia di Gaza, ha smantellato i coloni, rischiando la sconfitta governativa, lasciando alle sua spalle la storia di     "falco del Likud" ed il suo vecchio partito, continuando una chiara strategia difensiva con la costruzione del muro, preparandosi ad un futuro smantellamento degli insediamenti in Cisgiordania.
Chi ha aggredito chi? In risposta agli sforzi di Israele, i palestinesi hanno scelto Hamas e pensare che Hamas volesse dialogare, con dietro l'appoggio degli Hezbollah, della Siria, delle brigate di Ezzedim al Qassam, dell'Iran, è stata una breve illusione. Israele ha mantenuto la sua presenza di vigilanza su Gaza, anche perché dentro Hamas il confine fra movimento e governo, fra forza di guerra e referente di dialogo è sempre rimasto labile e mai i leader hanno voluto assumere un ruolo veramente istituzionale.
Oggi Israele reagisce agli attacchi degli Hezbollah, è attaccata su due fronti, ha provato di tutto per cercare di trovare un accordo e chi non l'ha voluto è stata la controparte. Oggi, in queste settimane Israele non ha colpa. C'è l'ha chi sogna a tutti i costi Al Quds unica capitale del mondo Arabo ed Israele cancellata dalla faccia della terra e pazienza se sotto i missili oggi ci sono centinaia di civili. Magari potevano non votare Hamas, non offrire in sacrificio i loro poveri, ignoranti figli, chiedersi perché Israele avrebbe dovuto attaccare dopo essersi ritirato e perché Hamas aveva bisogno di rompere la tregua dopo aver ottenuto margini di apertura su Gaza e la Cisgiordania, non festeggiare la cattura e l'uccisione di soldati occupanti (?). Pazienza. Oggi siamo oggettivamente con Israele. Lo siamo perché ' un art. 51 dell'ONU, lo siamo perché Israele non può essere l'oggetto indesiderato dell'occasione, l'aggressore senza ragione o l'aggredito senza difesa.

Angelo M. D'Addesio


Saluti romani (dalla rubrica delle lettere del "Corriere della Sera")
Caro Romano, l'equivicinanza è una scelta di posizione fra due culture politiche: quella degli israeliani e quella dei palestinesi. La Dichiarazione di indipendenza di Israele (1948) dice: «Richiamiamo gli abitanti arabi di Israele a tornare alle vie della pace e a svolgere la loro parte nella costruzione dello Stato sulla base di una piena e uguale cittadinanza e una dovuta rappresentanza in tutte le sue istituzioni. Porgiamo una mano di pace e unità a tutti gli Stati vicini e li invitiamo a stabilire legami di cooperazione e mutuo aiuto». La Carta di fondazione di Hamas (1988, articolo 7) dice: «Il Profeta, Allah lo benedica e gli assicuri salvazione, ha detto: "Il Giorno del giudizio non verrà finché imusulmani non combatteranno gli ebrei, quando l'ebreo si nasconderà dietro le pietre e dietro gli alberi. Le pietre e gli alberi diranno: Oh musulmani, oh Abdallah, vi è un ebreo dietro di me, venite e uccidetelo"». Lei, caro Romano, ha fatto le sue scelte con chiarezza e coerenza, e di questo le va dato atto.

Sergio Della Pergola, Gerusalemme

La Shariah Occidentale
Nella vicenda dei Servizi Segreti italiani, come nello scandalo del calcio e qualche anno fa in quello di Tangentopoli, si percepisce un anelito di legalità sganciata da ogni considerazione di costi, di opportunità e di effetti collaterali. Questa idea della legge come valore a tutti gli altri superiore è comprensibile in chi, per temperamento o per studi, è un innamorato del diritto: ma quando diviene generale, addirittura un fenomeno sociale e internazionale, ci dev'essere qualcosa di più di quanto non appaia a prima vista.
Fino alla Rivoluzione Francese,  le masse si sono inchinate dinanzi all' "amato sovrano": un uomo giusto, saggio, quasi infallibile. Un "re per volontà di Dio". Poi, con la passione repubblicana, il potere non ha più avuto un volto riconoscibile, è divenuto anonimo e collettivo. È nata anzi una certa antipatia per la faccia conosciuta, tanto che, quando un grande cade in disgrazia, la sua rovina e il suo arresto provocano in molti una malcelata soddisfazione. Da un lato c'è l'invidia per chi è più importante, più ricco, più "visibile" di noi, dall'altro l'animosità contro il potere quando questo ha le sembianze d'un uomo reale e fotografabile.
Questa ostilità per chi sta troppo in alto porta a contrapporgli non un altro essere umano, perché sarebbe un circolo vizioso, ma un libro: il codice. Questo idolo ha suppostamene il vantaggio d'essere contro il potere senza avere un volto, di potersi coprire di gloria senza fare ombra al singolo cittadino, e di farlo senza la possibilità d'un proprio interesse. È come il Fato dei greci, un  nume vindice e impersonale: e come il Fato lo si vorrebbe cieco, inflessibile, sordo perfino ai messaggi degli dei.

Non è un fenomeno esclusivamente italiano. Molti milioni d'americani sono stati felici quando la Legge è riuscita a mandare a casa un buon presidente come Nixon. Poco importavano i suoi meriti, oggi riconosciuti dagli storici. Poco importava la pericolosa pochezza d'un Presidente come Carter. La legge aveva vinto, il "cattivo" era stato punito e l'applauso era dovuto.
Nel campo internazionale, il potere è costituito dagli Stati Uniti e l'animosità verso il capo diviene antiamericanismo. Non potendo opporgli una forza che non si ha, e dimenticando la lezione violenta del passato, si ama dunque credere che la storia possa essere diretta dalla legge, stavolta rappresentata dall'Onu. Un'organizzazione inefficace, inerme e corrotta. Un'organizzazione in cui i paesi autocratici sono molto più numerosi delle democrazie e la cui Assemblea dispone sempre di due maggioranze precostituite: quella antiamericana e quella anti-israeliana. Ma l'ideologia fa chiudere gli occhi su questa evidenza e tutti si appellano all'Onu come se fosse affidabile, come se fosse super partes e come se avesse la forza di fare qualcosa. Ci si riempie la bocca di "legge internazionale" come se si parlasse di qualcosa realmente esistente e si sogna addirittura che essa sia capace d'imporsi a qualcuno. L'Onu e la legalità internazionale sono "i vestiti nuovi dell'imperatore" di cui parlava Andersen.
Il delirio legalista è divenuto malattia endemica. In Italia, dopo avere annaspato per decenni sotto il potere soft ma avvolgente e ineludibile della Democrazia Cristiana, si è stati felici di vedere nella polvere i visi e i nomi di coloro che per anni si era stata costretti ad ossequiare. E poiché la magistratura che faceva questo meritorio lavoro era di sinistra, nell'immaginario collettivo si è operata una sorta di confusione fra legalità e sinistra. Dunque la destra è criminale, affaristica, senza scrupoli; la sinistra è disinteressata, devota al popolo e ai grandi valori. La lotta contro la destra è una crociata e la magistratura va applaudita checché faccia: il primo dovere è quello di respingere il nemico e le truppe al fronte vanno sostenute anche se commettono qualche stupro e qualche omicidio di troppo. Oltre tutto con la serenità di chi non corre rischi, visto che la magistratura è miope dall'occhio sinistro.

Questa mentalità, divenuta maniacale, crede d'avere la soluzione per tutto. Se nel calcio c'è uno scandalo; se Berlusconi rischia di prendere il potere; se un uomo d'affari tenta scalate borsistiche sgradite o se circolano intercettazioni coperte da segreto istruttorio, s'incarichi la magistratura di metterci rimedio. Anche se per caso è la stessa magistratura che le ha messe in giro, quelle intercettazioni.
Il delirio legalistico non tiene conto di nulla di concreto. Se alle frontiere si presentasse un esercito in armi, molti italiani vorrebbero che gli si inviasse incontro un ufficiale giudiziario. Nell'ambito nazionale, mentre il paese rischia di subire attentati terroristici devastanti (in India, un paio di giorni fa, 160 morti e 500 feriti), le anime belle, i giornalisti d'attacco, i moralisti su carta stampata guidati da magistrati eroi vanno accigliati e trafelati a vedere se il Sismi abbia - non diciamo operato, ohibò - ma favorito il ratto di un terrorista da parte della Cia. E questo mentre seguono trepidanti la sorte dei prigionieri di Guantánamo, dimenticando che ben peggiore sorte molti di loro avrebbero se gli americani li riconsegnassero ai paesi di provenienza. Ma che importerebbe, se a casa loro li torturassero o li uccidessero? La legge sarebbe stata rispettata.
Certo, se l'Italia fosse colpita da una serie di attentati come quelli che hanno insanguinato Israele e, ancora peggio, l'Iraq, si vedrebbe la pubblica opinione fare una virata di centottanta gradi. Si invocherebbe l'incriminazione dei Servizi Segreti che non sono riusciti a prevenirli, con qualunque mezzo, inclusi quelli illegali. E magari si chiederebbe la pena di morte per gli eventuali terroristi catturati. Il nostro è un paese emotivo.
Ma finché nulla di tanto grave avviene, molti italiani dimostrano una sorta di fanatismo insensibile alla storia, alla ragion di stato e persino alla sopravvivenza del paese. Considerano la Legge come la considerano gli integralisti islamici; il nostro codice diviene la Shariah Occidentale e se esso dice che dobbiamo lapidare l'adultera, mano alle pietre.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 13 luglio 2006

Gamla will not fall again
Gamla, conosciuta come la Masada del nord, e' famosa per essersi difesa strenuamente dai Romani durante la rivolta ebraica del 66 A.D..
Il sito si trova sulle alture del Golan, le sue origini risalgono all'eta' del bronzo, e fu abitato dagli ebrei da quando ritornarono dall'esilio di Babilonia.
La storia racconta che Vespasiano attacco' la citta' con tre legioni romane, l'assedio duro' un mese poiche' gli ebrei si difendevano con tutte le forze, alla fine Gamla cadde in mano ai romani la cui vittoria costo' 9000 vite ebraiche.
Oggi il motto e' "Gamla will not fall again - Gamla non cadra' ancora".
Siria e Iran hanno deciso di colpire Israele con un'altra guerra usando i loro scagnozzi terroristi, a sud Hamas e i terroristi islamici, a nord Hezbollah e Israele si trova a doversi difendere su due fronti contemporaneamente mentre una parte del mondo sta col fiato sospeso e un'altra parte condanna e maledisce....naturalmente Israele.
E' stupefacente la malafede della gente.
Fino a ieri dicevano "tutto questo per un soldato rapito'" , i vigliacchi.
Un soldato rapito? 
Due soldati ammazzati di cui sono stati lasciati solo alcuni pezzi, nella miglior tradizione islamica.
Un ragazzo, Eliahu, ammazzato con un colpo in testa mentre faceva l'autostop e piu' di 1000 missili sparati su territorio israeliano.
Questo fino a ieri mattina alle 9, a sud di Israele.

Poi, ieri, le cose sono cambiate, hanno rapito altri due soldati al confine col Libano, questa volta i rapitori sono gli hezbollah, il partito di dio, del loro dio ovviamente, quello colla d minuscola. 
Ne hanno ammazzati 8.
I loro nomi:
Eyal Benin, 22 anni, di Beersheba; Shani Turjeman, 24 anni, di Beit Shean; Alexei Kushnirsky, 21 anni, di Nes Ziona; Gadi Musayev, 20 anni, di Acri; Yaniv Bar-On, 19 anni, di Maccabim; Asim Salah Nazal, 25 anni, di Kafr Yanuh; Nimrod Cohen, 19 anni, di Mitzpe Shalem.
Che la terra di Israele sia loro lieve.
C'e' anche un soldato druso fra i morti, come drusi sono i due soldati rapiti
ma nessuno lo dice, hanno paura di far sapere che i drusi, come i beduini, servono, orgogliosi, in Zahal.
Nessuno di coloro che condannano e maledicono Israele ha il coraggio di dire che ieri e oggi sono stati lanciati sulle citta' di  Kiryat Shmonà, Naharya, Rosh Pina, Mishmar Ha yarden, Mahanayim, oltre al kibbutz Kfar Hanassi e al moshav Zar'it piu' di 60 katiusche. nessuno scrive che hezbollah ha promesso di colpire anche Haifa e che tutti i cittadini del nord di Israele vivono nei rifugi, famiglie, bambini, tutti chiusi dentro, sottoterra, 250.000 persone.
Non dicono che ci sono stati decine di feriti in Israele e che una donna e' morta centrata da un missile in piena citta' di Naharya.
Sembra di essere tornati agli anni 70 quando le bande di assassini di Arafat, dal Libano,  bombardavano Israele senza sosta e di notte facevano incursioni per sgozzare le famiglie mentre dormivano.
Nessuno dice la verita', si limitano a mentire come sempre hanno fatto, parlano in generale, equivicinando l'aggredito Israele agli aggressori arabi.
Ma soprattutto nessuno ha il coraggio di dire che dietro agli hezbollah ci sono l'Iran di Ahmadinejad e la Siria di quell'altro dittatore Bashar al Assad, due compari nell odio per Israele e per la sua distruzione.
Pochi giorni fa Ahmadinejad ha detto ancora una volta che Israele non deve esistere ma le sue dichiarazione sono cadute nel vuoto come sempre. Non hanno tempo di prestargli attenzione i grandi d'Europa, sono troppo occupati a dire che la reazione di Israele e' sproporzionata e che, udite udite,  potrebbe diventare guerra.
Ma dove li hanno gli occhi? Non vedono che qui la guerra esiste da 60 anni? e il terrorismo da piu' di un secolo? Non arrivano a capire, dai loro eleganti salottti europei, che qui c'e' la guerra?
Nessuno che dica che Israele ha fatto il possibile, e' uscito dalla striscia di Gaza per dar loro un'economia da dove incominciare la creazione del loro stato.
Israele ha fatto questo a un costo altissimo in termini umani: 8500 persone, 1750 famiglie rimaste senza casa e lavoro per darlo ai palestinesi che vi hanno sputato sopra. Loro non lavorano, non hanno mai lavorato, loro affamano la loro gente e sparano.
Perche' nessuno lo dice?

Perche' nessuno dice che per un anno Israele ha persino evitato di rispondere alle loro provocazioni a suon di qassam finche' non hanno incominciato a bombardare Ashkelon?
Perche' nessuno dice che i cittadiini di Sderot erano impazziti dalla paura e dalle notti insonni?
Perche' nessuno dice che Israele era pronto ad andarsene gradualmente anche da buona parte di Giudea e Samaria , terre ebraiche da sempre, pur di fare una pace seria e duratura?
E perche' nessuno dice che due giorni fa Hannaye, l'assassino  primo ministro  dei palestinesi ha dichiarato che non esiste  possibilita' di pace a meno che non si cominci a trattare dal 1948.
Perche' nessuno li chiama pagliacci assassini?
Quali minacce ha fatto questa genia immonda perche' il mondo abbia tanta paura di chiamarli col loro nome: assassini, pagliacci assassini, mentitori e paraculi, oltre che mantenuti.
Vogliono trattare dal 1948, cioe' da quando hanno rifiutato tutto quello che veniva loro offerto per incominciare a fare la guerra che doveva gettare gli ebrei in mare.
Per loro la storia non esiste, le guerre come non fatte...tanto le hanno perse tutte..., le loro stupide decisioni  e i loro criminali rifiuti ad ogni tipo di dialogo come mai avvenuti.
Ricominciamo da 60 anni fa, dicono i pagliacci: voi ebrei nel vostro cantuccio e noi, grandi, in tutto il resto finche' arrivera' il momento di ammazzarvi tutti, gettarvi a mare, stuprare le vostre donne, fare schiavi i vostri figli e mandare quelli che non riusciremo ad ammazzare in Europa.
 
NO, Basta, Basta!  Israele non deve piu' parlare di pace con questa gentaglia, non conoscono il significato di questa parola. 
Israele deve andare avanti fino alla fine questa volta perche' Gamla e' la' ad esempio e non cadra' mai piu'. Saranno loro a cadere definitivamente perche' hanno ampiamente dimostrato di essere belve assetate di sangue, incapaci di fare altro che terrorismo,guerra e assassinii.
Basta! Israele deve andare avanti fino alla fine questa volta.
Non provate a fermarci, vigliacchi del mondo. 
 
"Gamla will never fall again"
 
Deborah Fait
- informazionecorretta


IN NERO
Beh, ma che Stato meraviglioso! Per combattere l'evasione ora c'è un ddl che obbliga a percepire i compensi pattuiti o in assegni non trasferibili o direttamente con bonifico; in più sono previsti controlli al conto bancario e relative indagini...Eh? Devo quindi spiegare ad eventuale controllore come spendo i MIEI soldi e con CHI e PERCHE'?Ma bene! Che Ideona: dovrò  convincere CHI MI PAGA per prestazioni occasionali a non fare dichiarazioni di nessun genere e a privilegiare il NERO come unico colore possibile? Va bene tutto, va bene farsi spolpare il 50 % dei guadagni, ok le tasse, ma col cavolo che ti dico come spendo il mio denaro ( anche fosse una semplice adozione a distanza...) finchè tu, incommensurabile idiota, non la smetterai di insegnarmi una Morale, la tua , statalista dei miei stivali di camoscio comprati a Viareggio perchè mi va, perchè vivo in Occidente dove vivi anche tu, pirla! Non sai che l'economia gira finchè gira il denaro, mummia sovietica? Cosa ti costa fare una tassa fissa su tutto, come in quell'America che tanto odi, ignorante rancoroso e lasciar poi decidere alla mia coscienza ( se ne ho una...) cosa farne delle libertà occidentali o devo anche farti avere la lista dei libri che compro al mercatino, magari qualcosa di Evola o della Invernizio, e farti saper se ti stanno bene o no?

Dal sito di Platinette


PANNELLA
I problemi dello Sdi e del Partito Radicale non possono lasciare indifferente chi è d’animo liberale e laico. Questi partiti, a parte qualche atteggiamento appiattito sulla sinistra dell’uno o irenico e provocatorio dell’altro, sono quelli che potrebbero meglio rappresentare chi non s’intruppa facilmente nei partiti fideistici, che siano di destra o di sinistra. Ma i loro problemi non possono sorprendere. Pannella non è un condottiero che ama vincere le guerre, è un Ettore che ama morire mille volte sotto le mura di Troia. Lamentandosi per le ferite e per la scadente inquadratura televisiva. È stato sempre talmente disinteressato da non riuscire non diciamo ad arricchirsi (orrore!) ma neppure a divenire, in tanti decenni di vita politica, un ministro senza portafoglio. E tuttavia egli è lo stesso il più interessato politico disponibile su piazza: il più interessato a se stesso. Alla propria immagine più che alla propria azione politica.
Non abbiamo nulla, contro il narcisismo. Esso impera anche nei rospi, figurarsi se non bisogna perdonarlo a chi dispone di un carisma eccezionale e di un’autentica celebrità. Ma queste lodi, che Pannella certamente merita, non ne fanno un partner affidabile. Don Giovanni non può sposarsi. Se commette l’errore di farlo, non riuscirà ad essere fedele a sua moglie. Non si può negare la propria natura. E la natura di Pannella è quella di una prima donna che non può rinunciare al ruolo principale e, occasionalmente, ai suoi capricci. Capricci con cui dimostrare il proprio valore, il proprio estro, la propria indipendenza dal regista, dall’autore e forse perfino dal pubblico.
Per questo i suoi discorsi sono fluviali, interminabili, passionali e violenti: perché questa Sarah Bernardt, questa Duse non recita commedie ma esclusivamente tragedie. Come potrebbe acconciarsi a recitare pochades, a leggere comunicati, a insegnare dizione o perfino, supremo e crudele sacrificio, a tener la bocca chiusa?
Boselli non avrebbe dovuto concludere questo matrimonio. Pannella non è da marito. E neanche da moglie. Non è un caso se partiti più grossi, come la Margherita o i Ds non hanno mai preso seriamente in considerazione l’idea d’imbarcare i radicali. Andavano bene – sono andati bene – per non rinunciare neanche alla più piccola percentuale per battere Berlusconi. Quanto al resto, l’unica preoccupazione dell’Unione è quella d’impedirgli di far danni.
Che peccato. Se Pannella parlasse di meno, ogni tanto uno l’ascolterebbe. Se non volesse sempre stupire si sarebbe meno sospettosi, per le sue iniziative. Se si convincesse che la politica è l’arte del compromesso, avrebbe più successo personalmente e sarebbe più utile la paese. Ma non si può chiedere ad un ciliegio di dare mele. Come non si può chiedere a questo straordinario artista del palcoscenico di divenire assessore ai lavori pubblici.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 12 luglio 2006


Il flop del reuccio delle notti bianche nell'irripetibile notte tricolore
Alla festa della salsiccia di Castelvecchio, qualche  giorno fa, mancavano Totti e Cannavaro ma non certo del buon vino locale e qualche fuoco d'artificio, mentre sul palco si alternavano una decina di gruppi musicali. Ma da quell'evento clou dell'entroterra marchigiano il sindaco di Roma Walter Veltroni ha voluto attingere solo una sana dose di provincialismo: quel palco da sagra paesana sul quale campeggiava la scritta "Roma ringrazia gli azzurri".
Niente male per sublimare la vittoria della Nazionale di tutti, il momento unificante, la gioia del Paese diviso tra campanili e riconciliato dal calcio.
Il mega-evento autoreferenziale trasmesso in diretta mondiale lunedì sera, per il sindaco della capitale si è così trasformato nel peggiore degli spot. Al Circo Massimo abbiamo assistito a un esempio lampante d'inefficienza del modello "romano". Centinaia di migliaia di persone in attesa fin dal pomeriggio, sotto il sole, senza musica, senza spettacolo, senza cibo e vettovaglie per sopravvivere all'attesa, senza nulla da festeggiare fino a tarda sera, quando finalmente è arrivato il torpedone degli azzurri a infiammare lo stadio capitolino. E in quel momento s'è capito che  la gente impazzita di gioia sarebbe tornata a casa con qualche  dubbio nella testa. Venti minuti di baldoria, un paio di canzoni da  cantare insieme, l'Inno di Mameli e Azzurro, dopo la solita solfa dei Queen, quel We are the champions che ormai si suona pure ai  tornei amatoriali di Tor di Quinto. A quel punto, meglio "Satisfaction" dei Rolling Stones, convinti tifosi dell'Italia.
Sul palco, senza passerella, aggrappati alla transenne come acrobati del circo  Medrano, con una cassa acustica utilizzata come podio, i campioni  del mondo si sono dati da fare per soddisfare le attese della folla. Un compito improbo perché a condurre la serata Veltroni aveva chiamato un Carlo Verdone costretto a riciclare striscioni visti sugli stadi tedeschi per strappare un sorriso e un Tiberio Timperi che chiedeva a Totti se avesse guardato negli occhi Ilary e Cristian prima di decidere se proseguire in Nazionale. E meno male che il Pupone non l'ha preso sul serio, altrimenti poteva scapparci un gesto alla Totò in diretta mondiale.
Venti minuti, che delusione per il milione di persone che da tutta Italia si erano precipitate al Circo Massimo per assistere a un evento targato Veltroni, il re delle notti bianche, il floppista della notte mondiale. Del resto l'organizzazione della sfilata per le vie del centro era cominciata, nel pomeriggio, con una decisione da far accapponare la pelle: mentre a largo Chigi i tifosi assediavano il torpedone degli azzurri, qualcuno faceva chiudere i cancelli della galleria "Sordi" bloccando così ogni possibile via di fuga in quella direzione. E questa non è una questione di provincialismo, ma di buon senso. Da sagra paesana, invece, l'apparizione pulcinellesca
del ministro Melandri: dal giorno della finale l'abbiamo vista spuntare ovunque ci fosse traccia di Nazionale. In tribuna  con Napolitano, negli spogliatoi con i calciatori, in diretta su Rai e Sky, poi lunedì a Palazzo Chigi a distribuire medaglie, dalla finestra con Prodi, sul palco con i giocatori. Un incubo, per Cannavaro & c., che forse per qualche istante, alla vista dell'ennesima mechés bionda che spuntava dietro la Coppa, avranno maledetto quei formidabili calci di rigore.

LUCA MAURELLI da Il Secolo d'Italia

UN MESE A TESTA ALTA
La sbornia di un mese è finita. Missione Compiuta. Serviva una doccia per lavarci, un fiume d’acqua fresca, pulita per farci ricordare che il Calcio inizia al primo minuto e finisce al novantesimo, che l’italiano vuole unirsi e riunirsi ogni quattro anni sotto una stessa bandiera. Il resto è politica e la politica molte volte non interessa la gente comune e quando supera i confini, li sfonda, entrando in un mondo che non dovrebbe riguardargli, fa danni.
L’Italia vince e fa rialzare la testa. C’è un popolo nelle piazze che reclama dignità e difende i suoi simboli, anche un pallone se necessario. Il pallone unisce i ragazzini per le strade, gli anziani sui balconi che ieri osservavano il loro secondo carosello mondiale, perché nel 1938 c’era poco da festeggiare, fra vittorie di regime, radio malfunzionanti e tanto sudore sulla fronte. Il pallone unisce gente che non si conosce, ma ha un filo conduttore. Italiani d’America, italiani d’Australia, Italiani di Germania e perfino Italiani di Francia. Pizzaioli e mangiaspaghetti (che poi gli spaghetti con aglio, olio e peperoncino o pomodoro e basilico sono un piatto mondiale eccezionale), che se li sudano gli spaghetti. Il luogo comune di italiani mangiaspaghetti (che poi in realtà era un modo per dire “magna magna”) ci ha accompagnato per tutto il Mondiale e ci siamo ritrovati ad avere calciatori dimezzati da indagini, tifosi avvelenati, schifati, appassionati che prima non perdevano una partita di calcio che non avrebbero più voluto sentirne parlare.
Gli Italiani hanno la capacità di deludere, deludersi, per poi riuscire a far sembrare tutto al tempo stesso paradossale e straordinario. Noi sfasciamo, noi aggiustiamo alla grande, ma tutto è opera nostra. E’ così sempre. Per ogni delinquente c’è un operaio emigrato in Germania a rompersi la schiena, per ogni scandalo politico, c’è la speranza di milioni di cittadini che credono che valga la pena difendere la democrazia ed andare a votare, per ogni teppistello che sfascia le vetrine c’è un militare che muore per una causa non sua, ma che fa propria fino in fondo…E poi c’è il Calcio, un simbolo per l’Italia, che mancava da ventiquattro anni, nonostante qui si mangiasse ogni giorno pane e pallone.
Ci siamo risvegliati un 10 luglio, felici, sul tetto del mondo, con la sensazione di poter essere primi, con merito e con onore, con sacrificio e con orgoglio. E’ stato un bel mese, passato tra tavolini di bar e maxischermi, fra cenette con amici e serate alla tv ed al computer. Siamo tornati per le strade a parlare di calcio e di campioni, non di tangenti, di arbitri. Anzi si può dire che quest’estate sia durata un mese e sia finita nel migliore dei modi. Non ce ne voglia chi ha tifato Ghana, perché terzomondista o Germania, perché padano, o chi non ha tifato, perché in altre cose affaccendato. Ha perso un occasione, una grandissima occasione. E poi chiamateci furbi, provocatori, ma noi non diamo testate, sappiamo, al contrario, abbassare la testa, quando è il caso. Lo abbiamo fatto per ventiquattro anni nel Calcio ed anche in altre circostanze. Ma oggi possiamo alzarla, la testa… e con lei una Coppa, come simbolo del nostro orgoglio e della loro (nostra e di tutti gli italiani) fatica.

Angelo M. D'Addesio


IL CALCIO VISTO DA UN NON TIFOSO
Il gioco del calcio ha famosissimi e informatissimi commentatori. Sicché non rimane spazio per gli incompetenti. Ma un incompetente che, oltre ad essere tale, è anche persona abbastanza indifferente al calcio, ha forse l'insolita possibilità di fornire un diverso punto di vista su questo famoso gioco. Inoltre darà voce ai molti che la passione per il calcio proprio non la capiscono.
Il calcio è uno sport a squadre che mima una battaglia. Le squadre - un po' come nella disfida di Barletta - non rappresentano solo se stesse ma anche la città di cui sono emanazione. La città o il gruppo di sportivi che le sostengono, fino a creare sostantivi nuovi: juventini, milanisti, interisti.

Il gioco è dunque caricato di valenze che vanno al di là dello sport e ispira una passionalità che in qualche caso raggiunge vette patologiche. Inoltre, dal momento che i grandi calciatori "si comprano e si vendono", e dal momento che una partita può muovere milioni di euro (in termini di diritti televisivi, biglietti venduti, perfino quotazioni di Borsa) l'incontro di due squadre importanti è un avvenimento dalle notevoli conseguenze economiche, con l'ovvia implicazione di giudici sportivi, giudici amministrativi e perfino giudici penali. Il gioco del calcio non è più uno sport ma uno spettacolo popolare come il circo romano e le fazioni hanno tendenza a somigliare a quelle dell'Ippodromo a Bisanzio, quando il tifo creò problemi all'ordine pubblico e alla politica.
Tutte queste cose potrebbero non interessare lo "sportivo" (un signore spesso corpulento, seduto in poltrona) se almeno lo spettacolo fosse bello da vedere. Se avesse qualcosa di ilare e giocoso. Invece l'importanza della posta, specie per le partite d'interesse nazionale, è tale che ciò che avviene sul campo ne risente pesantemente. Nessuno si sognerebbe di correre dei rischi per vivacizzare lo spettacolo, tentare di segnare molte reti pur permettendo così all'avversario di segnarne qualcuna anche lui, come un tempo faceva il Brasile. L'imperativo di non perdere è diventato di gran lunga più importante di quello di vincere. Il risultato è che lo scontro è fra due castelli fortificati e sbarrati che si contrappongono. Due castelli da cui escono timorose pattuglie che si scontrano a centro campo o sotto le mura, nella stragrande maggioranza dei casi senza vincitori né vinti. E si ricomincia.
Il calcio è uno sport noioso da vedere. I dirigenti hanno modificato il punteggio, assegnando tre punti per la vittoria invece di due, ma è servito a poco. Quella che una volta era una caratteristica (deteriore) del calcio italiano, il famoso catenaccio, è diventata una regola universale. Le partite finiscono uno a zero. Si va spesso ai tempi supplementari. Il gol segnato sembra più un colpo di fortuna, l'unico riuscito dei tanti tentati, che il risultato di una brillante azione. E la squadra più forte, che magari ha tentato venti volte ma non ha avuto fortuna, può perdere con una squadra di brocchi che abbia una buona difesa e imbrocca un rimpallo favorevole; una zuccata maldestra e tuttavia imparabile; la fortuna di un autogol. Il risultato dice uno a zero e si chiama vittoria.
Qualcuno osserva che questo è uno dei motivi del fascino del calcio: la possibilità di sperare comunque in una vittoria. La Turris può battere la Juventus. Un brocco non avrà mai, né in questa vita né nell'altra, la possibilità di battere un campione di tennis come Lendl o Sampras, invece nel calcio la possibilità esiste. Ed allora si comprende perché il calcio è soprattutto uno sport popolare. Proprio chi si crede sfavorito dalla fortuna o dalle sue personali qualità, e per così dire destinato a perdere, può amare a questo punto la lotteria, cioè la possibilità d'arricchirsi senza i meriti, per pura casualità. Il calcio non è sportivamente morale. Permette all'inferiore di sperare di battere il superiore, e poco importa che ciò avvenga per caso, per un rigore inesistente, per un autogol; o per via di corruzione, se bisogna ipotizzare tutto. Quello che conta - per convenzione - è il risultato. Se anche un campionato del mondo è vinto ai rigori, poco importa: il caso che ha impedito all‚Italia d‚essere campione del mondo contro il Brasile è lo stesso caso che ha dato all'Italia la coppa contro la Francia. Nel calcio, esso è il dodicesimo giocatore. Forse il più importante.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it. - 10 luglio 2006


Pesi e misure
Dal "Giornale" di oggi, pag.14.
"La destra al potere in Messico ha vinto d'un soffio le presidenziali del 2 luglio. Ma la sinistra non ci crede e impugnerà il risultato. Nel computo dei verbali elettorali concluso dall'Ife (Istituto federale elettorale) Felipe Calderón, il 43enne candidato del partito Azione nazionale, al governo da sei anni, si è imposto con lo 0,57% dei voti su Andres Manuel Lopez Obrador, in corsa per il Partito della rivoluzione democratica (Prd), di sinistra. In numeri, con il 35,88% contro il 35,31%, pari a uno scarto di 236.006 voti su un totale di 41.758.191 suffragi, mentre gli aventi diritto erano circa 71 milioni.
.
La destra ha vinto, si badi, "d'un soffio", cioè con lo 0,57% in più. D'un soffio? Sono cinquantasette decimillesimi, mentre in Italia il centro-sinistra ha vinto con lo 0,06 in più, cioè con sei, non sessanta e neppure cinquantasette, decimillesimi in più. Come definire la vittoria italiana, se una maggioranza quasi dieci volte maggiore dà ancora una vittoria "d'un soffio"? E come definirebbe l'Unione la sinistra messicana che non crede ad una vittoria della destra locale, quasi dieci volte più grande?

G.P.

NOTA INTERNA PER I FREQUENTATORI DI “CAPPERI!”
Per quello che sto per scrivere ognuno è autorizzato a rispondermi “Pensa ai fatti tuoi!” Ma io ho lo stesso il diritto di dire come la penso.
Un blog che non censura mai nessuno, come “Capperi!”, è per ciò stesso aperto a persone dalla personalità e dal linguaggio indecenti. Cioè persone che, nella vita reale e non “internettiana”, non frequenteremmo mai.
I loro interventi sono francamente inquinanti ed hanno anche il difetto d’indurre altri, che magari inseriti in un ambiente meglio educato mai trascenderebbero, a gareggiare con loro in insulti, volgarità, parolacce. La soluzione di censurarli tuttavia non può essere adottata. Per varie ragioni. In primo luogo, il bello della democrazia (e di Internet) è che ciascuno ha la libertà di dire tutto ciò che vuole nel modo che vuole. Poi, un blog che censurasse gli interventi scoraggerebbe prestissimo chi dissente e il dibattito ne soffrirebbe. Infine è sempre odioso che qualcuno si arroghi il diritto di permettere agli altri di parlare o no. Però, esclusa la censura, si è proprio disarmati? Personalmente non direi.
Chi grida, chi usa parolacce o chi esprime concetti scioccanti lo fa perché di solito nessuno vuole dargli ascolto. Essendo persona fanatica, ignorante, magari stupida, è naturalmente emarginata da chi gli vive accanto nella vita reale. Da questo deriva un surplus di frustrazione che trova sfogo nel solo luogo dove nessuno può dirgli “sta’ zitto!”. Nell’unico luogo in cui gli è possibile sparare, a chi gli ha magari cortesemente dimostrato che ha scritto un’assurdità, un fulminante “vaffanculo!” Col quale pensa d’avere pareggiato i conti.
Chi è fanatico, maleducato, ignorante è spesso un frustrato. L’unica risposta che riesco a vedere – e che ho ripetutamente suggerito – è colpirlo con l’arma che più teme e contro la quale si difende con i suoi eccessi: farlo sentire insignificante. Non ascoltarlo. Non leggere ciò che scrive. Se, imprudentemente, qualcosa si legge, non farglielo sapere non rispondendogli, checché abbia detto. Ma è meglio non leggere mai: perché, soprattutto se si è fra i suoi bersagli, può nascere la tentazione di dirgli il fatto suo; cioè di offrirgli quella parità derivante dalla discussione che è ciò cui massimamente tiene.
L’umanità vuole che l’intelligente perdoni al cretino, il colto all’incolto, il moderato al fanatico ma c’è un limite: il limite della buona educazione. Il limite rappresentato dalla volontà provocatoria dell’altro. Ma rimane lo stesso una lotta impari ed ingenerosa. Perché il cretino sa, in fondo al cuore, di essere tale; e dunque, anche se risponde gridando e raddoppiando la dose degli insulti, la risposta tagliente lo ferisce eccome. Evitiamo di fargli del male.
Infine, se si tralascia di leggere ciò che scrivono i fanatici e i maleducati, e costoro vedono che non ottengono reazioni, o smettono di scrivere su “Capperi!” (e non è detto che ci sia motivo di piangere), oppure potrebbero cominciare ad imparare che l’unico modo per entrare nel dibattito è rispettarne le regole. A partire da quelle della buona creanza.

Poi d’accordo, ognuno faccia come crede ed io penserò agli affari miei. Se il circo vuole proseguire con lo stesso spettacolo, faccia pure. Del resto è quello che mi aspetto, visto che il mio consiglio non è la prima volta che lo scrivo. Posso tuttavia assicurare, per esperienza personale, che la lettura dei testi e dei commenti risulta molto più gradevole e rilassata se si evitano costantemente alcune “firme”.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 8 luglio 2006


Schedati per 1500 Euro
Ci siamo: Prodi, Visco, Bersani & C. hanno cominciato l'aggressione liberticida nei confronti del cittadino e dei suoi diritti soggettivi. Individuiamo subito il fulcro del Decreto Bersani: la schedatura presso l'anagrafe tributaria di ogni cittadino che effettui qualunque operazione bancaria superiore ai 1500 Euro, dal bonifico al prelievo, passando per l'emissione di assegni e le spese effettuate tramite carta di credito. Incredibile vero? Eppure è proprio così: leggere il testo del decreto   per credere. Riportiamo in particolare l'art. 4 del titolo 10:
4. All'articolo 7 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605, sono apportate le seguenti modifiche:
a) al sesto comma, dopo le parole: "1.500 euro" sono aggiunte le seguenti: "; l'esistenza dei rapporti, nonché la natura degli stessi sono comunicati all'anagrafe tributaria, ed archiviate in apposita sezione, con l'indicazione dei dati anagrafici dei titolari, compreso il codice fiscale";
b) all'undicesimo comma, terzo periodo, dopo le parole: "Le rilevazioni e le evidenziazioni" sono aggiunte le seguenti: ", nonché le comunicazioni" ed è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "Le informazioni comunicate sono altresì utilizzabili per le attività connesse alla riscossione mediante ruolo".

Siamo oltre il Grande Fratello, siamo oltre l'Unione Sovietica. Stiamo per entrare nell'era della libertà apparente e costantemente vigilata. Con l'entrata in vigore del Decreto Bersani andranno in fumo 10 anni di legislazione sulla privacy, garantendo a qualche grigio e allineato burocrate la possibilità di sbirciare a piacimento i nostri dati sensibili. Un'aggressione senza precedenti alla elementare sfera soggettiva del cittadino, un regime inquisitorio degno della Corea del Nord. Un colpo di mano da vecchia scuola comunista che è stato posto in essere giocando su due elementi: l'utilizzo del decreto come strumento di applicazione, che in quanto tale bypassa completamente il dibattito parlamentare, e l'aver forzato surrettiziamente la maggior parte dei media e delle forze politiche di opposizione a concentrarsi sull'aspetto inerente alle cosiddette «liberalizzazioni» e al conseguente sciopero dei tassisti: una manciata di sabbia negli occhi per mascherare le reali finalità del decreto facendo leva sulla scarsa simpatia che tassisti e ordini professionali riscuotono presso il cittadino.

Alla inqualificabile norma che prevede la schedatura delle operazioni bancarie superiori ai 1500 Euro di importo se ne aggiungono poi altre che costituiscono nuovi indecenti obblighi a carico dei membri degli ordini professionali, avvocati in primis, ai quali sarà imposto di tenere un registro nel quale annotare (e successivamente notificare) le «operazioni sospette» effettuate dai clienti. Che significa? Cosa dobbiamo intendere per «operazioni sospette»? Per non parlare del nuovo regime inerente alle cosiddette «class action» e all'abolizione di minimi e cosiddette «quote lite», che di fatto costringerà gli avvocati ad accettare solo cause che garantiscano un consistente ritorno economico, violando di fatto il principio costituzionale che sancisce il diritto alla difesa, ponendo in essere una insanabile cesura tra ricchi e poveri e accartocciando in un sol colpo 2500 anni di italica tradizione giuridica. E meno male che questo è un sedicente Governo di sedicente sinistra...
Un ultima considerazione riguardo alla «liberalizzazione» della vendita di farmaci: apprendiamo con piacere (si fa per dire...) che l'onorevole Marco Rizzo del PDCI non si smentisce mai. Riguardo agli scioperi di tassisti e farmacisti egli ha affermato che «nei confronti dei tassisti ci vuole comprensione: loro sono lavoratori. Autonomi ma pur sempre lavoratori». Mica come i farmacisti, gente che «quando gli stringi la mano la stringi a uno che ha almeno 5 milioni di Euro» (fonte: Libero del 5 Luglio). Non possiamo che compiacerci dell'alta considerazione che l'onorevole Rizzo ha dei farmacisti. Complimenti.
Anche perché, indovinate un po' chi è già pronto ad aprire da subito i reparti farmacia all'interno dei supermercati. Chi ha detto Coop? Indovinato. I consigli di amministrazione delle rinomate COOP sapevano da mesi che sarebbe stato emanato il Decreto Bersani, e si sono così premuniti con largo anticipo. Alla faccia delle regole su concorrenza e mercato... Viviamo, oggi più che mai, in stato di eccezione: nel volgere di poche settimane l'Italia che eravamo abituati a conoscere e ad amare, seppur con qualche riserva, non esiste più. La svolta autoritaria, oppressiva e statalista del governo di sinistra è chiara e indiscutibile. E'necessario reagire con ogni mezzo possibile, prima che questi lanzichenecchi ci cannibalizzino completamente.

Francesco Natale - natale@ragionpolitica.it


LA SQUADRA AZZURRA
La Squadra azzurra (in italiano nel testo), una équipe molto più aggressiva di quanto non si creda.
I luoghi comuni a volte hanno difficoltà a sopravvivere.  Marcello Lippi non ama i luoghi comuni. Sin dall’inizio di questo Mondiale, critiche a volte violente, riguardanti lo stile di gioco della sua Squadra azzurra sono state fra i titoli di prima pagina della stampa internazionale. L’indomani della difficile vittoria ottenuta negli ottavi di finale contro l’Australia (1-0) si è perfino potuto leggere: “L’Italia è tornata ai tempi delle caverne”.
È stato necessario aspettare la semifinale brillantemente vinta contro la Germania (2-0) perché questa squadra modellata da due anni da Marcello Lippi facesse tacere i critici. Ma il selezionatore ce l’ha ancora con i suoi detrattori: “Il nostro gioco è stato ingiustamente messo in caricatura. Quelli che evocano il catenaccio (in ital.nel testo), un calcio chiuso, difensivo, non sanno di che parlano. Sin dal momento in cui sono stato io a guidare la squadra, ho sempre predicato la stessa filosofia di gioco, fondata sull’assunzione di rischi in attacco. Questo metodo non può certo funzionare che con una base difensiva affidabile…”
I risultati ottenuti in Germania depongono a favore di Lippi. Se l’Italia è effettivamente impressionante sul piano difensivo (una sola rete incassata in sei incontri), la sua efficacia offensiva le permette di sognare un nuovo titolo mondiale, a qualche ora dalla finale berlinese. Una curiosità: le undici reti italiane sono state segnate da dieci giocatori diversi. Altro particolare significativo: cinque di queste rete sono state segnate da giocatori che sono entrati nel corso della partita – Vincenzo Iaquinta di fronte al Ghana, Marco Materazzi e Filippo Inzagni contro i cechi, Francesco Totti dinanzi all’Australia e Alessandro Del Piero di fronte alle Germania.
Il “coaching” di Lippi è dunque d’una notevole efficacia. Al momento della semifinale, mentre il risultato era ancora di 0-0, non ha esitato a fare entrare successivamente tre attaccanti: Gilardino, Iaquinta e Del Piero. Con il colosso fiorentino Luca Toni, presente sin dal calcio d’inizio, facevano quattro “punte” italiane sul terreno – cosa mai vista. Scommessa rischiosa, scommessa vinta.
Per il grande appuntamento domenicale di fronte ai Bleus, Marcello Lippi ha alcune idee in testa. La ricchezza dei suoi effettivi gli offre molte soluzioni offensiva con la presenza di cinque attaccanti di classe: fra Toni, Gilardino,  Iaquinta, Del Piero e l’indistruttibile “Pippo” Indaghi, 33 anni, ripescato all’ultimo minuto per l’avventura tedesca, Lippi può vedere come va a finire.

Se l’Italia è in finale, è anche perché lo spirito del mio gruppo è eccezionale. Quelli che non sono titolari dal calcio d’inizio dimostrano la stessa passione, lo stesso entusiasmo, la stessa concentrazione dei loro compagni presenti sul prato”, sottolinea il selezionatore. Un giudizio confermato da Alessandro Del Piero, sostituto di lusso: “Che io sia titolare o no, il mio stato d’animo è lo stesso: mi sento totalmente coinvolto…
Questa Squadra non incassa reti e ne segna parecchie. A mano a mano che passavano le settimane, ha anche fatto inciampare anche Franz Beckenbauer in persona: “Lo scandalo del “Calcio” (in it.) penalizzerà questa squadra. I suoi giocatori avranno la testa altrove”, aveva pronosticato il Kaiser. Pronostico fallito.

Alain Constant, inviato speciale a Berlino. LE MONDE | 07.07.06

AUTOLESIONISMO
R.A.Segre è forse la massima autorità italiana in materia di Palestina e Israele. Il personaggio è troppo noto perché valga la pena di presentarlo. Ebbene, proprio lui ha scritto oggi sul “Giornale” che Israele, rientrando a Gaza per il rapimento del caporale Shalit, ha commesso un errore. Infatti oggi è accusata di uso eccessivo e sproporzionato della forza militare. La vera, seria e valida ragione avrebbe dovuto essere l’inammissibile lancio di razzi da Gaza sulle città israeliane. Questa motivazione sarebbe stata giuridicamente imbattibile ed era quella che andava invocata.
Ora, ammesso che Segre abbia perfettamente ragione (ed è del resto ciò che su questo stesso blog è stato detta un giorno o due fa) si può cogliere l’occasione per sottolineare l’insipienza della dirigenza palestinese. Dal momento che Gerusalemme ha commesso l’errore di giustificare la sua azione con il rapimento del soldato, perché non metterla in imbarazzo riconsegnandolo solennemente? Questo costringerebbe Israele a lasciare la Striscia di Gaza senza nulla avere concluso a proposito dei missili.
Sin dal 1947, i palestinesi hanno solo commesso errori autolesionistici: ma questo è veramente troppo grosso. Tanto da far pensare che Abu Mazen e persino  non siano in grado d’influire sulle decisioni dei rapitori. In Palestina dunque non c’è una vera autorità. Neppure quella dell’organizzazione terroristica Hamas. E per conseguenza non c’è nessuno con cui fare la pace. Quel territorio non è neppure un rogue state, uno stato canaglia: è una regione in piena anarchia, in cui gruppi isolati di terroristi e signori della guerra hanno mano totalmente libera. E ne approfittano per fare la rovina dei loro concittadini.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 8 luglio 2006


IL BUCO DELLA SERRATURA
Una volta Alistair Cooke, il grande giornalista della BBC, scrisse a proposito dei summit internazionali che i giornalisti riferiscono eccitati e trafelati l’avvenimento come se potessero rivelare chissà che, mentre di fatto sono in grado di dire solo a che ora sono arrivati i vari delegati, com’erano vestiti, di che colore erano le loro automobili e in che modo si sono stretti la mano. Nella realtà ciò che conta è ciò che avviene dietro la porta. E che si saprà magari decenni dopo.
L’osservatore tira spesso ad indovinare. Anche perché gli stessi fatti sono spesso meno chiari di quanto sembri. Un ottimo esempio è il caso del rapimento del caporale israeliano e della conseguente reazione di Gerusalemme: lo schema azione-reazione sembra evidente. E tuttavia ci si può chiedere, è proprio così?
La prima risposta può essere positiva. È principio di tutti gli eserciti democratici quello di “non lasciare mai indietro un commilitone”. Parecchi film americani ci hanno raccontato di quali gesta si siano a volte resi protagonisti elicotteristi ed incursori per liberare un compagno caduto dietro le linee nemiche. Dunque l’atteggiamento “dietrologico” non è di rigore e la spiegazione evidente potrebbe anche essere la buona. Ma se ne possono concepire altre.

Trovare un uomo rapito in territorio “nemico” è praticamente impossibile. Lo Stato italiano, pur essendo sul proprio terreno e pur disponendo della possibile collaborazione del 99% dei cittadini, non fu capace di liberare Moro. Dunque la rioccupazione di una parte della Striscia di Gaza non va intesa come il tentativo di ricercare e salvare personalmente Ghilad Shalit ma come un legittimo modo di fare pressione per la sua liberazione e punire i complici del rapimento. Non si crea un tunnel di ottocento metri a sei metri di profondità se non si dispone di appoggi, di finanziamenti, di tecnologia e dell’approvazione delle autorità locali.
C’è infine un’altra possibilità. Israele si è ritirata dalla Striscia di Gaza per favorire il processo di pace e per liberarsi della responsabilità di ciò che avviene in quel territorio. Se i palestinesi fossero stati ragionevoli, quella piccola regione avrebbe potuto essere il Piemonte o la Prussia dello Stato palestinese, cioè il nocciolo intorno a cui farlo condensare. Viceversa essi hanno preferito continuare a cercare d’infiltrarsi per portare a compimento degli attentati e non hanno smesso di far partire da quella Striscia dei razzi per colpire le città israeliane. Questo potrebbe aver dato ad un governo israeliano stanco di attacchi l’idea di approfittare della prima seria provocazione per rientrare nella Striscia, mettere in sicurezza la zona di partenza dei razzi, arrestare quanti più colpevoli di terrorismo è possibile e umiliare Hamas. L’invasione ha infatti dimostrato quanto essa sia debole (salvo che sul piano delle parole e dei proclami) e come la sua politica non conduca da nessuna parte.
Se fosse vera l’ultima ipotesi, col rapimento del soldato israeliano i palestinesi avrebbero provocato un gigante già infuriato e fatto un pessimo affare. Ma, si sa, dei pessimi affari essi sono gli specialisti.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 7 luglio 2006


Massima del giorno
Nessuno è vigliacco per capriccio. Il problema è il bilanciamento tra le ragioni dell'onore e quelle della convenienza.
G.P.


MOLLICHINE
Prodi: "Con la manovra facciamo perdere all'Italia 10 chili di grasso". Ma non era lui che diceva che stava morendo di fame?

Tassisti in rivolta. Prodi: "Reazione senza senso". Anzi, trattandosi di tassisti, senso vietato.

Bersani: "Pronti al dialogo". Ma dopo che il decreto è stato varato. Un consulto per sapere com'è morto il malato.

Mastella minaccia appoggio esterno al governo. Esterno e posteriore.

Prodi, sulla crisi del decreto Bersani: "Mi sto divertendo troppo". Qualcuno potrebbe rispondergli: "Ti faremo piangere noi".


Gianni Pardo

PEREAT IUS
L’arresto del funzionario del Sismi Marco Mancini pone problemi che vanno ben al di là del caso concreto.
Moltissime persone, partendo dalla propria esperienza di privati cittadini, hanno tendenza a giudicare la politica internazionale col metro del diritto civile e penale. Ovviamente è un’assurdità. Nell’ambito internazionale – pur se in tempo di pace sembra che tutto si svolga all’insegna della più squisita cortesia – comanda solo la forza in atto o semplicemente disponibile. Non solo. Se un paese è minacciato da un altro solo perché quest’altro è dominato da un dittatore folle e aggressivo non è strano che si chieda quante possibilità ha di ucciderlo, visto che questo eliminerebbe il problema. Non c’è da scandalizzarsi. Quand’anche il dittatore non fosse abbastanza forte per vincere una guerra d’aggressione, il paese aggredito pagherebbe sempre lo scotto di parecchie migliaia di morti fra i propri soldati. E non è meglio che muoia il dittatore piuttosto che parecchi giovani innocenti? Se l’attentato di von Stauffenberg avesse avuto successo sarebbe stata una benedizione per l’intera Europa. E sarebbero sopravvissuti forse milioni di ebrei.
Questi discorsi sono perfettamente “immorali” ma per niente assurdi. Basta conoscere la storia per riscontrare una grande quantità di delitti politici. Se oggi essi sono meno frequenti d’un tempo non è perché l’umanità sia divenuta meno selvaggia, è perché la protezione dei “grandi” ha fatto passi da gigante.
L’atteggiamento legalistico è in buona misura un’assurdità anche nell’ambito della politica interna. Tutti gli Stati mettono giustamente l’interesse del paese al di sopra della legge e della morale. Finché possono adottano metodi legali ma quando dispongono solo di metodi illegali non esitano ad usarli. Come? Ovviamente senza farlo sapere in giro. I governanti non possono dire pubblicamente che sono mandatari di furti, di sequestri di persona ed occasionalmente d’omicidi. Sono forse eccellenti servizi resi alla repubblica ma sono e devono rimanere Servizi Segreti.
Le attività “sporche”, contemporaneamente illegali e segrete, sono certo allarmanti. Ma tutto quello che si può sperare è che i governanti e i loro Servizi se ne servano il meno possibile. Se si togliesse del tutto ad un paese la possibilità di play dirty, di giocare sporco, lo si metterebbe in condizione d’inferiorità rispetto a tutti gli altri. Per così dire lo si castrerebbe costringendolo a lottare contro gli altri con un braccio legato dietro la schiena. E nessuno può augurarselo: perché si salverebbe forse la morale ma, in qualche caso, non è detto che si salverebbe la vita dei cittadini. Se l’America, prima di Pearl Harbour, avesse avuto il sospetto d’un tranello, e avesse avuto nelle sue mani un giapponese che conosceva la notizia, si può star sicuri che l’avrebbe torturato fino a fargli raccontare anche i suoi ricordi d’infanzia. Terribile, certo. Ma la distruzione della flotta, con tanti morti americani uccisi a tradimento, è forse meglio?

In conclusione, l’ondata di moralismo giudiziario che invade il mondo (si pensi alla questione di Guantánamo) è fuor di luogo e persino preoccupante. Può darsi anzi che sia la conseguenza di una pace talmente lunga che la gente non crede più al pericolo. Come qualcuno che, avendo guidato molte volte ubriaco, si sia convinto che l’ubriachezza al volante non metta a rischio la vita.
Al massimo livello politico non si può dire “fiat iustitia et pereat mundus” (si applichi la legge, caschi il mondo). Al massimo livello si preferisce dire pereat ius.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it


Privatizzate le lenticchie
«Il Centrodestra avrebbe dovuto intervenire in modo radicale sulla concorrenza ... ... favorendo tutti coloro che oggi sono esclusi da determinate professioni perchè all‚interno di esse prevalgono logiche di corporazioni. Il decreto al di là di alcune misure che dovrebbero essere corrette va nella giusta direzione». Marco Taradash, portavoce dei Riformatori liberali, invita la Cdl a fare autocritica sulla delicata questione delle liberalizzazioni e dice di apprezzare la filosofia del decreto Bersani. La Cdl battuta dalla sinistra proprio sul terreno liberista? «È innegabile. Questo delle liberalizzazioni è stato un fallimento del Governo Berlusconi che ha dovuto cedere alle pressioni conservatrici di alcune forze come la destra sociale di An oppure alle aree più legate alle clientele dell‚Udc. Purtroppo Forza Italia che ha al suo interno dei veri liberali non ha mai giocato un ruolo attivo nel centrodestra. Berlusconi è stato costretto a fare da mediatore tra se stesso e i settori conservatori». Il che significa che lei promuove il decreto Bersani? «Il decreto Bersani è solo un primo passo e spacciarlo per una rivoluzione liberale è troppo. Diciamo a Prodi come la pubblicità: cala Trinchetto! I gruppi di potere più forti infatti non sono stati toccati». Visto che lei apprezza il provvedimento sulle liberalizzazioni, voterà a favore? «No, assolutamente no e mi auguro che la Cdl non voti nè per Bersani nè per il rifinanziamento delle missioni perchè significherebbe rafforzare l'intera politica del governo. Quindi se la sinistra lo vuole se lo votasse. Noi tifiamo, ma un conto è scendere in campo un conto è tifare. Come votare il rifinanziamento vuol dire votare contro Israele e gli Usa, così votare Bersani significa votare per Prodi alleato delle grandi banche e dei sindacati e della grande industria che succhia risorse allo Stato. Noi tifiamo Bersani ma combattiamo contro governo Prodi». Vi asterrete o voterete contro? «Lo stiamo valutando. Il decreto Bersani è il classico piatto di lenticchie. Votare a favore di Bersani vuol dire spianare la strada a Visco. Fare vera opposizione vuol dire mettere il governo nella condizione di effettuare le liberalizzazioni per davvero». Eppure nonostante le imperfezioni, la sinistra ha affrontato un tema che avrebbe dovuto essere il cavallo di battaglia del centrodestra, o no? «È vero, la Cdl su questo punto è stata carente. Non ha intaccato il potere delle banche, non ha liberalizzato le professioni, non ha messo al centro della politica economca il consumatore o lo ha fatto parzialmente come con la legge Biagi e riducendo le tasse. Ma è stato un'intervento inferiore a quanto sarebbe stato legittimo aspettarsi». Non è il momento di aprire nella Cdl una riflessione anche sulla politica economica? «Sì, senza dubbio. Noi come riformatori siamo nati per offrire una sponda liberista a un partito come Forza Italia che non è stato capace di contrapporsi a settori conservatori di An e Udc». È giustificata la protesta dei tassisti che stanno mettendo nel caos le città? «La protesta è da condannare. Bisogna dire però che ci sono delle ragioni nella protesta. Non si può passare immediatamente, senza una ricompensa, da una fase in cui la licenza costa 300.000 euro a una fase in cui vale zero. È un esproprio di ricchezza e non liberalizzazione. La formula proposta da noi è migliore. Si trattava di regalare la licenza ai tassisti in modo da raddoppiare il numero dei taxi senza punire coloro che ora operano. I tassisti vanno a perderci ma non vengono depredati come fa il decreto Bersani. Detto questo, il blocco dei taxi è inaccettabile». Ma allora visto che avevate la soluzione in tasca perchè non avete fatto niente quando eravate al governo? «Berlusconi più che decidere è stato costretto a fare il mediatore e siccome tutte le voci organizzate erano conservatrici, la mediazione è stata la ribasso. È quello che è succeso quando berlsuconi ha detto che avrebbe voluto diminuire le tasse: ha subito dovuto afrontare l'opposizione interna di An e Udc». L'aspirina al supermarket; è d'accordo? «I farmacisti non dovrebbero avere nulla da recriminare. Vivono in condizione di privilegio possono vendere merci che non hanno nulla a che fare con le farmacie eppure vogliono impedire che altrove si vendano medicine che non hanno ricette. Ciò che rimprovero a Bersani è di non aver previsto la possibilità di aprire nuove farmacie. Questa sì che sarebbe stata una soluzione liberale». E l'intervento sulle banche? Va davvero a vantaggio degli utenti? «È un intervento davvero minimo ma che comunque è a vantaggio dei consumatori. Le banche hanno una condizione di privilegio e ora verso i clienti possono fare il bello e cattivo tempo, cambiando a loro piacimento le condizioni. Con il decreto si torna a una situazione contrattuale che è l'abc del sistema liberale. Ciò non toglie che i problemi di concorrenza siano superiori a quelli che il decreto affronta». Il governo ha detto che intende affrontare anche le liberalizzazioni nel settore energetico. Che ne pensa? «Bene, lo facciano, siamo d'accordo e facciamo gli auguri ma i voti il governo se li deve trovare dentro la maggioranza, Facciamo il tifo ma non scendiamo in campo». Ma questo dire No a altronza anche se il provvedimento è condivisibile, non è contro l'interesse del Paese? «Non è contro interesse dal Paese. L'attività del governo si misura nel suo compleso. Se il governo prevede le liberalizzazioni ma poi minaccia l'aumento delle tasse, le patrimoniali e lascia intatti i corporativismi più forti, quali banche, sindacati e grande industria, allora fa una politica che va contro gli interessi del Paese».

Da  "Il Tempo"


REFERENDUM, IL TIMES DI LONDRA COMMENTA: "IN ITALIA TRIONFA L'IMMOBILISMO" 
In un articolo firmato da Rosemary Righter, il Times di Londra, che intitola "Italia trionfa l'immobilismo", ha espresso in settimana l'opinione che il "no" del referendum significhi restare ancorati ad un sistema costituzionale studiato nel 1948 per impedire la possibilità della nascita di un nuovo Mussolini, ma che in realtà ha significato per decenni la paralisi della politica con 61 governi nel dopoguerra e che ancora oggi rende il Paese "ingovernabile".
Le riforme costituzionali, scrive la Righter, avrebbero potuto trasformare il primo ministro ("che primo ministro non è") in un premier stile Gran Bretagna, trasformare il Senato in un organismo come il Bundesrat tedesco (invece che un doppione della Camera con il conseguente rimbalzare delle leggi da una camera all'altra "per mesi o anni").
"Denunciata dal governo Prodi come un insulto antidemocratico - in modo ipocrita dato che il centro sinistra aveva scritto le sue modifiche costituzionali sulla stessa base partisan nel 2001 - la riforma ha dovuto affrontare il referendum non avendo ottenuto i due terzi dei voti in Parlamento", spiega la Righter ai lettori del quotidiano. Ma la riforma, continua l'autrice dell'articolo, avrebbe potuto cambiare la situazione di un Paese nel quale il primo ministro, che primo ministro non è, non viene considerato tale se vince le elezioni, non può scegliere il suo governo senza renderne conto al Presidente, "non può silurare un ministro riottoso o incompetente", non può sciogliere il Parlamento, perchè e' prerogativa presidenziale.
La Righter passa poi a criticare il "bicameralismo perfetto" che denuncia come responsabile del ping pong fra Camera e Senato e l'imperfetta distribuzione dei poteri regionali che non spiega bene chi possa fare che cosa. Insomma, continua l'articolo, si prosegue con un sistema di "bizantina complessità" nel quale tutti continuano a pagare "meno - direbbe la gente - gli ampiamente retribuiti politici all'apice di una piramide tanto grande che distribuisce salari a 450 mila italiani". Il referendum significava molto di più di un secco "si'" o "no" ed e' "sempre apparso improbabile che la maggior parte della gente arrivasse a capirne i dettagli: i media italiani non sono di grande aiuto in casi del genere. Si trovano commenti fino alla nausea ma si cercano quasi invano chiari neutrali sommari dei punti chiave".
Secondo l'articolo, la paura ha contributo al risultato finale, oltre all'odio per Berlusconi: "Ha trionfato l'illusione, alimentata dalla sinistra, che gli italiani potranno votare per una riforma migliore, e devono aspettare. I politici la riforma non la vogliono. Aspetteranno a lungo. I tacchini hanno votato per il Natale una volta sola. È improbabile che il miracolo si ripeta"

da Forza Italia ER News


Taroccamenti e ipocrisia
Lo dico sinceramente, guardare in TV il faccione di Prodi che, al Congresso delle Comunita' Ebraiche, dice con aria innocente e sguardo contrito:" C'e' dell'antisemitismo in Europa", mi ha fatto provare un brivido di disgusto.
Cosa ancora dovremo sopportare da questa classe dirigente cosi' ipocrita, cosi' schierata, cosi' antiisraeliana? Quanti rospi dovremo ancora inghiottire?
Abbiamo sentito D'Alema, col baffetto tremante, parlare di equivicinanza  tra  il governo terrorista palestinese che aggredisce e la democrazia israeliana che si difende,  abbiamo ascoltato il silenzio del governo italiano sul caso di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito, e soprattutto stiamo assistendo al vergognoso invito alla moderazione di Israele.
Moderazione? Questi signori hanno mai invitato alla moderazione Hamas o Ahmadinejad e Bashar Assad che li finanziano? Hanno mai invitato alla moderazione, in passato, le aggressioni di Arafat? Hanno mai condannato il suo doppio gioco e le sue menzogne? Hanno mai detto qualcosa che sia piu' di un "nu nu nu" a Ahmadinejad che vuole eliminare Israele?
Questi signori hanno mai detto una sola parola in anni di guerra, nell'ultimo anno di bombardamenti quotidiani su Sderot, hanno condannato il qassam caduto ieri nel centro di Ashkelon, sopra una scuola per fortuna vuota per le vacanze estive?
Mi chiedo come ragirebbe l'Italia se un paese confinante bombardasse per mesi una citta' come Como e poi incominciasse a lanciare missili su Milano?

Sarebbero moderati o lo considerebbero un'azione di guerra?
Il lancio del missile su Ashkelon e' stato rivendicato da hamas, cioe' dal governo a capo della mafia palestinese. E' o non e' un atto di guerra? E Israele ha o non ha tutte le ragioni per reagire nel modo piu' duro?
Ho sempre sperato in Abu Mazen dopo la morte di Arafat, all'inizio pensavo "il mostro e' morto, adesso finalmente si potra' parlare con qualcuno".
Parlare con chi? Con nessuno! Non esiste un interlocutore e a questo punto l'ANP non ha piu' ragione di esistere visto che serve solo da specchietto per le allodole,  per raccogliere i soldi che il mondo manda ai palestinesi per comprare sempre piu' armi.
Come sempre Israele e' solo, qualsiasi cosa facciano loro, i palestinesi, bombardino, ammazzino civili, ammazzino soldati tagliati poi a pezzi, rapiscano soldati, rapiscano e ammazzino barbaramente civili, qualsiasi cosa facciano questi assassini la reazione di Israele verra' sempre condannata perche'  non c'e' scampo all'odio contro gli ebrei,  visti come israeliani,   non c'e' scampo e non c'e' speranza.
Israele sara' eternamente solo e condannato.
Ha parlato persino la Svizzera! La Svizzera! Ha detto niente meno che la reazione di Israele viola le leggi internazionali.
Le aggressioni palestinesi no e i bombardamenti palestinesi sulle citta' israeliane, NO!
Beh, ognuno ha la testa che ha e probabilmente quella svizzera e' confusa, troppe  banche, troppa cioccolata e troppe mucche.
Ma la perla delle perle , anche questa volta viene, e mi spiace dirlo, dal Vaticano.
Il Papa ha detto:" Chiediamo  seri impegni di pace che purtroppo non si vedono".
Credo proprio che il Santo Padre dovrebbe dare una tirata d'orecchi al suo portavoce o a chi gli scrive i discorsi perche' pare disinformato, molto disinformato per non dire fazioso.
Israele ha tentato "seri impegni di pace" prima ancora del 1948; da  40 anni Israele offre ai palestinesi soluzioni sempre rigettate con disprezzo;  negli ultimi 25 anni  Israele, pur avendo vinto tutte le guerre,  ha fatto sacrifici territoriali  che nessun  paese al mondo avrebbe mai fatto se circondato; negli ultimi  10 anni ha firmato paci inesistenti a suo scapito perche' sono servite solo a portare il Cavallo di Troia nel Paese;  negli ultimi 5 anni, all'ennesima guerra dichiarata da Arafat che aveva  rifiutato la pace e la creazione di uno stato palestinese, Israele ha parato colpo su colpo 25.000 attentati terroristici, linciaggi, episodi di cannibalismo, bombardamenti in territorio israeliano. 
Ciliegina sulla torta, un anno fa, in agosto, Israele ha evacuato 8500 persone dalla striscia di Gaza consegnando ai palestinesi su un piatto d'argento il paradiso di serre e coltivazioni che quegli 8500 avevano creato col loro lavoro.

Il paradiso e' stato bruciato e al posto delle serre i palestinesi hanno messo le rampe.
Vorrei chiedere a Benedetto XVI se tutto questo significa "non vedere seri impegni di pace"! 
Mi spiace, Santo Padre, ma questo, ancora una volta, si chiama "taroccamento della verita"!
L'ho gia' scritto altre volte? e lo riscrivo e continuero' a scriverlo perche' e' ora di finirla, perche' c'e' un limite alla sopportazione, perche' basta raccontare palle, perche' e' ora che qualcuno si liberi la mente dal pregiudizio antiebraico e dagli ipocriti sentimenti terzomondisti che fanno degli assassini palestinesi delle vittime , e' ora che la gente li consideri per quello che sono : assassini usati dal mondo islamico per arrivare all'eliminazione di Israele.
E' solo per questo che gli arabi, incapaci di vincere le guerre,  hanno avuto la geniale pensata di inventare, nel 1967, il popolo palestinese,  cinicamente usato per raggirare il mondo e metterlo contro Israele, paese sionista, capitalista e colonialista.. (infatti ci chiamano coloni quando ci ammazzano, mica israeliani), quindi paese da odiare e da combattere fino alla fine.
E' stata l'invenzione dei "poveri" palestinesi a scatenare le masse islamiche e occidentali contro quella che chiamano  l'entita' sionista ed e' stata questa malefica genialita' araba a ridare all'odio antisemita una forza pari a quella del nazismo e ancora piu' diffusa perche' non circoscritta all'Europa ma dilagante nel mondo intero.
L'odio contro Israele, reo di difendersi dai poveri palestinesi, e' diventato planetario.
Alla luce di tutto questo e dell'equivicinanza dichiarata del ministro degli Esteri con i terroristi e contro la pace, il discorso di Prodi che, con aria di rimprovero professorale sul suo faccione buonista,  parla di antisemitismo come di una stranezza, purtroppo e suo malgrado, esistente, e' stato un insulto, uno schiaffo in pieno viso e spero che gli ebrei italiani se ne siano accorti e si comportino di conseguenza.
 
Deborah Fait  - informazionecorretta

IL PUNTO DI VISTA TEDESCO. DALLA “BILD ZEITUNG” DEL 5 LUGLIO
Il sogno della Germania Campione del Mondo è svanito, e quanto male fa!
Peccato, sarebbe stato così bello! Ma ora, appunto sabato, saremo terzi e non dovremo lamentarci belando. Diciamo a Klinsmann e ai suoi ragazzi: Grazie per questo meraviglioso Campionato del Mondo!
Dopo la vittoria sull’Argentina avevamo il prossimo Grande del calcio mondiale al bordo di una sconfitta.
Che battaglia sportiva pazzamente appassionante, quanto abbiamo di nuovo tremato! Fino al centodiciannovesimo minuto, quando Grosso ha fatto l’uno a zero. E noi piangiamo con voi!
Ma non rimaniamo col capo penzoloni, voi avete combattuto come campioni del mondo! Ciò che è cresciuto nelle ultime settimane, rimarrà. I tedeschi hanno riscoperto il loro amore per il paese e per la loro squadra.
Noi gioiamo per il domani, e all’idea di avere ancora di più da questi undici. Meravigliosi!
Questi italiani – ora imbattuti da 24 incontri internazionali – in questo grandioso  e intenso gioco di classe sono stati semplicemente un pelo più forti. Nei tempi supplementari hanno colpito pali e traverse. E poi nella rete.
La sorprendente decisione di Klinsmann a favore di Borowski e contro Schweini è stata un successo. L’alto giocatore di Brema ha preso parte a quasi tutti gli attacchi ed è stato prezioso per la sua forza di combattente. Tuttavia la perdita dello squalificato Frings ci ha fatto male.
Il suo rappresentante Kehl è stato nella difesa non altrettanto mordace sull’uomo come prima lo stupefacente Frings. Questo ci rende ancor più furenti per la scandalosa sentenza della Fifa, che ci ha rubato Frings. Nella sesta partita in appena tre settimane agli uomini di Klinsmann a poco a poco è finito il fiato. Questo si è potuto avvertire: che la nostra squadra aveva nelle ginocchia [la stanchezza] per i tempi supplementari (contro l’Argentina). Gli italiani no. E già era finito il nostro bel record di Dortmund, ed abbiamo incassato nella quindicesima partita lì la nostra prima sconfitta.
Ora ci rimane ancora la partita per l’onore, sabato a Stoccarda per la terza piazza. Poi dobbiamo velocemente adottare una decisione riguardo all’allenatore della nazionale. Il contratto con Jürgen Klinsmann è scaduto; molto parla a favore del fatto che egli prosegua il suo eccellente lavoro. La decisione dovrebbe essere presa velocemente. In modo che fans e giocatori sappiano come si prosegue.
Testa alta, ragazzi! L’Italia è stata (ancora!) troppo forte per noi…

Tradotto alla meno peggio da Gianni Pardo, ore 9

LA VERITA' SUI TASSISTI
La confusione è notevole perché tutto è stato fatto, tranne che spiegare i  veri termini della questione. Ci riferiamo, naturalmente, allo sciopero selvaggio dei tassisti e al disagio intollerabile cui vengono sottoposti i poveri cittadini inermi, presi nella tenaglia delle reciproche incomprensioni e del rischio di crociate uguali e contrarie. Proviamo, dunque, a spiegare meglio la norma del decreto Bersani, che per molti aspetti è positivo, ma che nel caso specifico commette un grossolano errore.
La norma sul servizio dei tassì, infatti, non c'entra nulla con la  liberalizzazione di quel mercato, che resta regolamentato da tariffe  obbligatorie, da turni di servizio altrettanto obbligatori, oltre che dal  numero di licenze previste dai rispettivi Comuni. La norma in questione non  impone, infatti, né ai sindaci di aumentare il numero delle licenze, né ai  conducenti consente di derogare dall'obbligo dei turni e delle tariffe.
Tutto, insomma come prima. Qualcuno ha detto che la norma, comunque,  migliora il servizio perché farebbe aumentare il numero dei tassì circolanti  nelle grandi città. Questa è solo una bugia, perché il potere resta nelle
  mani dei sindaci, che anche senza la norma Bersani possono aumentare il  numero delle licenze, come hanno fatto negli anni scorsi Albertini e  Veltroni, che a Milano e a Roma hanno dato alcune centinaia di nuove  licenze. Se così è, allora, sbaglia il governo a fare una norma che è  apparsa come liberalizzatrice del servizio dei tassì, mentre non lo è; e gli  stessi tassisti, che hanno reagito con violenza prendendo per buone le confuse notizie date dai media. Detto questo, però, la norma Bersani ha una  sua «ratio» precisa che, lo ripetiamo, non c'entra nulla con la  liberalizzazione del servizio. Quella norma, infatti, abolisce il divieto di  cumulo delle licenze, per cui ciascuna persona, fisica o giuridica, può  avere 50, 100, 200 licenze e può esercitare il servizio assumendo conducenti  che saranno così lavoratori dipendenti. In parole semplici, quella norma dà un segnale forte per trasformare il popolo dei tassisti, che sono lavoratori autonomi, in un popolo di dipendenti. Tutto questo, naturalmente, a condizione che società di capitali e/o cooperative intervengano nel settore,  facendo incetta di licenze, acquistando casomai anche quelle vecchie, per gestire in maniera dominante il servizio di tassì nelle grandi città.
Quella norma incita, infatti, le società e le cooperative a scendere in campo,  perché solo esse hanno la forza finanziaria per pagare l'acquisto di numerose licenze, vecchie o nuove che siano. Stando così le cose, non c'è chi non veda che ai cittadini-consumatori non arriva alcun vantaggio, perché il numero dei tassì non aumenta e le tariffe non vengono abbassate. Anzi, arriverà probabilmente uno svantaggio perché se oggi un tassista per pagare la macchina nuova o la licenza acquistata è disponibile a lavorare oltre il proprio turno se il Comune lo dovesse autorizzare, domani il conducente-dipendente smetterà di lavorare un minuto prima e non un minuto dopo. Saggezza vorrebbe, giunti a questo punto, che si mettesse da parte questa norma, sostituendola con un'altra che autorizzi ciascun conducente a lavorare, se vuole, anche oltre il proprio turno. In un mercato necessariamente regolamentato proprio a tutela dei consumatori (tariffe predeterminate e obbligatorietà dei turni), questo è l'unico elemento di concorrenza che può essere introdotto, fermo restando il diritto dei sindaci di garantire, con un numero sufficiente di licenze, il servizio pubblico dei tassì. Come si vede, tutta la questione c'entra molto poco con il processo di liberalizzazione, che per altri mercati invece è un fatto decisamente positivo.

Paolo Cirino Pomicino (dal "Giornale" del 5 luglio).

MISSIONE IMPOSSIBILE ?
Si può essere odiosi verso la sinistra, ostinati al punto da spingersi in un anti-comunismo autolesionista, eppure c’è chi lo fa e queste persone appartengono a quel tanto declamato Centro, che ha anestetizzato l’Italia per cinquant’anni, rappresentando un falso benessere, che poi in realtà era solo lo specchio riflesso di mezzi aiuti esteri e di finanziamenti, anzi di sprechi pubblici.
Il Centro si presentava come l’amico del popolo, ma era l’amico delle baronie ed in quanto tale bloccò qualsiasi tentativo di riformismo, sia di tipo liberale, sia di tipo socialista. Fece vittime illustri, Craxi su tutti, salvò i suoi potentati ed al momento giusto trovò la magistratura a fare opera mirata di purificazione, mirata perché in tanti, soprattutto quelli del sottobosco dovevano salvarsi.
Perché questa premessa? Unicamente per spiegare che il pacchetto delle liberalizzazioni non potrà mai riuscire, perché non ci sono i numeri, soprattutto quelli del centro, dall’Udeur alla Margherita. Sperare che il centro-destra aiuti il centro-sinistra è impensabile, non solo perché si tratterebbe di scarso opportunismo politico, ma anche perché Forza Italia vive appiattita nel rimpianto di ciò che non è stato fatto (ovvero proprio le riforme liberali che ora vengono presentate) ed a questo punto non può che schierarsi con i conservatori, diventando il partito paladino dei ceti medio-alti, delle grandi imprese come delle piccole, affiancandosi agli ex rivali dell’UDC e contrastando il neo-populismo della sinistra.
E’ l’emblema di un paese vecchio che vuole rimanere tale e soprattutto di un paese dove la liberalizzazione viene intesa come assenza dello Stato, quindi assenza di cuscinetti di protezione, di indennità, di compensi, di monopoli illegali autorizzati, di soldi che non vengono più dati a fondo perduto e via dicendo. Ecco perché anche la Devolution, sebbene sballata, così com’era stata predisposta, non è andata in porto. Avrebbe costretto infatti le regioni all’autosufficienza, alla competitività, ma avrebbe sottratto benefici e privilegi, soldi facili e omertà burocratica.

Siamo l’unico paese dove i taxi costano cifre impressionanti, dove i tassisti chiedono “liberalizzazione delle tariffe” ed al primo cenno di una liberalizzazione delle licenze, gridano per non perdere il loro orticello, fatto di tariffe esorbitanti, di code lunghissime alle stazioni, di attese infernali, conteggiate nel tassametro.
Siamo l’unico paese dove l’abolizione della tariffa minima per gli avvocati è una iattura. Negli Usa, come in Gran Bretagna, ma anche altrove, gli studi professionali sono privati ed in quanto tali, assumono praticanti e professionisti e non pagano i laureati come apprendisti dal capomastro; si servono della pubblicità per commercializzare il loro prodotto (perché la consulenza legale è un prodotto di commercio e non lo nascondiamo); vengono pagati e premiati sul risultato e sulla competitività e non sulla fiducia o sulla rapporto ruffiano bravo avvocato-circolo di clienti.
Siamo ancora l’unico paese che per pratiche burocratiche di tutti i giorni usa il più antico degli istituti, quello notarile. Un’altra casta, un’altra lobby, che non vale un concorso perché conta solo il nome.
Siamo infine l’unico paese dove incoerentemente, sul web o in tv, si pubblicizzano medicinali, medici ed informatori scientifici e perfino le farmacie sponsorizzano case farmaceutiche, dove in moltissimi paesi del centro-sud mancano farmacie e ci si accontenta del farmacista una tantum o del preparatore delle erbe e dove le farmacie sono vere e proprie imprese dove il dottore manca quasi sempre ed il giovane apprendista ad € 500 al mese, serve al bancone con il camice dell’ordine dei farmacisti, ma alla prima banale domanda dell’utente, viene smascherato tristemente. Eppure la liberalizzazione è un danno, i farmaci, spiattellati in tv “necessitano della professionalità del farmacista” e per giunta è meglio che i cittadini sopportino l’assenza di medicine piuttosto che avere a disposizione il mercato allargato delle medesime.
E qui veniamo agli ordini professionali. E’ triste che in questa ventata di coraggio non ci sia stato l’uragano di azzeramento degli ordini professionali, lo specchio per le allodole che garantisce a parole, il rispetto della meritocrazia, ma presta scuse a favoritismi, favorisce i brogli, rallenta il sistema di preparazione dei professionisti, ingorga il mercato del lavoro e sterilizza le aspirazioni.
Non ci illudiamo. Il governo smusserà, smusserà e la riforma diverrà “riformetta” e “riformina”.
A meno che non si inizi a ragionare in nome della collettività, del cittadino e non del singolo interesse di casa propria, ma tutto ciò è molto difficile ed è ancora presto per l’Italia.  

Angelo M. D'Addesio

LA PALLA E' ROTONDA
FORZA ITALIA


Massima del giorno
I medici sono spesso liceali che, dal giorno della maturità, non hanno più aperto un libro che non fosse di medicina.
G.P.


MOLLICHINE
Per Ciampi la Costituzione: "è bella, è viva e più attuale che mai". Ecco come un ottantenne può vedere una sessantenne.

Una volta lo slogan era: "Il telefono, la tua voce". Ora è: "Il telefono, la tua galera".

IN LODE DEL CENTRO-SINISTRA
(in 400 parole)
Il centro-sinistra ha varato un decreto legge (a costo zero!) inteso ad abolire i privilegi di alcune categorie (tassisti con licenza, notai per i trasferimenti di proprietà, farmacisti che vendono scatolette) e l'iniziativa merita lode. Non servirà a rilanciare l'economia, come ha detto Prodi, ma senza neanche entrare nel merito delle singole norme si può applaudire il loro principio generale e il metodo dell'operazione. L'abolizione di pastoie e limitazioni assurde è ottima e non è accettabile la protezione d‚interessi privati a scapito di quelli pubblici. Per quanto riguarda i trasferimenti di proprietà di veicoli, ci voleva tanto a capire che si poteva semplificare la procedura? In altri paesi nessuno si sognerebbe di scomodare un notaio, per questa operazione. E non ha senso che essa a volte costi più o meno quanto il bene venduto. E ci voleva tanto a capire che in Italia si prendono poco i taxi perché essi sono costosi e sono costosi perché si prendono poco? Bisognava rompere il monopolio,  abbassare i prezzi e rendere più frequente l'uso del taxi. Con benefici per tutti.
Ma dall'altro lato della barricata liberale ci sono tutti i conservatori che oggi, come si sa, stanno a sinistra. E dunque a questo punto va lodato il metodo dell'iniziativa. Sapendo d'incontrare resistenze organizzate e consolidate - e non abbiamo ancora visto tutto! - Bersani ha varato queste norme tutte insieme: in modo che la protesta dell'uno si confonda con quella dell'altro e i media siano costretti a distribuire la loro attenzione, con minore effetto sull'opinione pubblica. Inoltre egli lo ha fatto quando ancora il governo è in carica da pochi giorni e non quando, in prossimità delle elezioni, ogni mossa impopolare potrebbe essere fatale. È stata un'eccellente tattica applicata con un'eccellente scelta di tempo.
La lode deve tuttavia subire almeno una limitazione: ciò che è stato fatto Berlusconi l'avrebbe fatto ancor più volentieri, ma contro di lui si sarebbe scatenato il finimondo: non solo si sarebbero organizzati scioperi, manifestazioni di piazza, sarebbero state lanciate previsioni apocalittiche e accuse roventi di ogni genere (soprattutto dall'estrema sinistra), ma anche i suoi alleati, democristianamente, avrebbero colto l'occasione per dissociarsi. Inducendolo a cedere.
Come si dice, solo la sinistra può fare una politica di destra. Perché solo alla sinistra si permette di farla.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 1 luglio 2006