ARCHIVIO MAGGIO 2006

Massima del giorno
L'arroganza senza il potere è ridicola, ma l'arroganza col potere è spaventosa.
G.P.


MOLLICHINE
La Fallaci minaccia di far saltare in aria con l'esplosivo la futura moschea di Colle Val D'Elsa. Che si sia convertita all'islamismo?

Il ministro palestinese Zahar: "Il referendum di Abu Mazen è una perdita di tempo e soldi". Perché votare, quando si può sparare?

Moratti: "Voglio essere il sindaco di tutti". E banale come tutti.

Parisi: "L'Italia non volterà le spalle all'Iraq". O, quanto meno, basterà guardare un po' più in basso.

BMW e Total hanno iniziato a collaborare per l'auto a idrogeno. Una volta realizzata, basterà trovare una miniera di idrogeno.

Parisi: "La fine della nostra presenza militare non vuol dire in alcun modo un disimpegno". Ai terroristi faremo "buh!" per corrispondenza.

"L'Iran e' pronto a riprendere i negoziati con l'UE". Questa è la dichiarazione dei giorni pari. Quella dei giorni dispari è: "Andate tutti al diavolo e mi faccio la bomba!".

Secondo l'indagine della coalizione internazionale, gli americani a Kabul "aprirono il fuoco per autodifesa". E con questo credono di giustificarsi, dinanzi a Diliberto?

Ahmadinejad: "Israele? Ma che paese è? Non esiste un paese del genere". E se un'atomica cadesse su Tehran, il poverino non saprebbe con chi prendersela.

L'ESTREMISMO FECONDO
Ci si può chiedere come mai molti di coloro che oggi contano in gioventù siano stati degli estremisti. Persone che hanno detto - quando non "fatto" - enormi sciocchezze. Mentre c‚era chi, nello stesso periodo, ed essendo loro coetaneo, quelle sciocchezze non le pensava e non le diceva. Rideva anzi dei loro eroici ed imbecilli furori. E tuttavia il tempo è passato e chi aveva avuto buon senso e chiarezza di visione è rimasto un perfetto zero, mentre loro, malgrado i loro errori (quando non crimini) sono diventati famosi e stimati. Perfino in quel campo - il veder chiaro e il buon senso - che qualcuno aveva già allora e loro hanno imparato solo con l'età. Infatti sono diventati opinionisti.
La spiegazione è semplice.
Il veder chiaro induce a veder chiaro anche nel valore delle ambizioni e delle battaglie. Chi è saggio vede che tutte le medaglie, anche quelle che sembrano d'oro, sono in fondo di cartone. Che combattere non serve a niente, perché il pregiudizio vincerà sempre sulla razionalità, l'egoismo sulla generosità, la vigliaccheria sull'eroismo. E soprattutto l'imbecillità sull‚intelligenza. Per conseguenza chi fonda la propria vita su questi presupposti non si fa notare, non si batte per ottenere qualcosa o persino un po' di visibilità. Il veder chiaro è sterile, mentre il non veder chiaro e il precipitarsi di gran carriera, magari verso l'errore, è produttivo. Avviene che da principio si capeggi una masnada d'imbecilli e poi, rinsavendo, si capeggi un folla di persone ragionevoli. Ma si capeggia in ambedue i casi.
In conclusione è giusto che il mondo conosca Mario Capanna, Giampiero Mughini, Lanfranco Pace e tanti altri - perfino Giuliano Ferrara! - che a suo tempo "sbagliarono" e non conosca i molti chei, a suo tempo, non sbagliarono. Se Gorbaciov non fosse stato tanto "stupido" da aderire al partito comunista sovietico fino a diventarne segretario, e dunque capo di tutte le Russie, avrebbe mai avuto la possibilità di demolire il sistema dell'oppressione, cambiando il destino di quell‚immenso paese? Un Gorbaciov che da giovane fosse stato capace di vedere l'Urss com'era non si sarebbe iscritto al partito comunista. Non ne avrebbe sposato (e scalato) le istituzioni. Si sarebbe limitato, come un filosofo stoico, a rimanere rintanato nel suo guscio, mantenendo intera e intatta la sua libertà spirituale. E sarebbe stato un nessuno.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it


A margine
Il professor Cordero, editorialista di Repubblica, molto stimato per la sua cultura e per il suo stile, non si priva di ricorrere con estrema abbondanza a parole straniere e a riferimenti culturali. Suscitando la tentazione di qualche imitazione. Eccone una.
Man macht was man auch machen kann, cioè, come dicevano i nostri ancestors, ad impossibilia nemo tenetur. Ma questo non impedisce che sia lecito, pur sapendolo utterly matchless, seguire i footsteps di Cordero (accettando l’aporia di imitare l’inimitabile) anche se fortuna significa sfortuna e dunque questo potrebbe rivelarsi un coup d’épée dans l’eau. Ma Cordero, absit iniuria verbis, significa agnello, e quello che tollit peccata mundi ben perdonerà l’impudente, soprattutto pensando che se vale per los curas, nunca una palabra mala, nunca una obra buena, ben più coudées franches avrà chi non si è impegnato neppure alle palabras buenas. Al massimo il mentore Rei Publicae sarà autorizzato a un gesto apotropaico, che non gli eviterà tuttavia l’aristofanesca catastrofe. Il difetto è nell’arché, nel cominciamento: lui troppo, novello Marsia, confidò nell’effetto che poteva fare col suo stile, e ora il brocardo germanico gli risponde: wo du deinen Glauben gelassen hast mußt du ihn suchen. Che è come dire imputet sibi o, per gli albionici, che il suo è un self-inflicted disaster.
Nel divertissement (ognuno ha i paralipomeni che può permettersi) non si corre rischio. Quello che nel reato è il Tatbestand, e nel negozio la causa, nel ludo è ilare voglia di levitas, di cachinno, di ontica spensieratezza. Ed a questa il sottoscritto si appella per quell’acquittal che si augura, pecorellianamente, catafratto nella sua adamantina immutabilità contro ogni possibile gravame. Ma chat échaudé craint l’eau froide e per questo il nome dell’autore rimarrà come il viso del Nilo in Piazza Navona.

Guai a dimenticarli
Il discorso di Benedetto XVI ad Auschwitz ha deluso un po' tutti e probabilmente se ne e' reso conto lui stesso poiche' mercoledi' a San Pietro ha corretto il tiro.
Ad Auschwitz aveva parlato di sei milioni di polacchi uccisi dal nazismo, a Roma ha rettificato in sei milioni di ebrei. Probabilmente il dovere di ospitalita' lo aveva condizionato e aveva voluto accontentare i polacchi che da decenni stanno cercando di cancellare la parola "ebreo" dalle varie targhe che si trovano nei  campi di sterminio per sostituirla con "persone" o addirittura con "polacchi".
Certamente, il popolo polacco ha sofferto moltissimo durante il nazismo  ma questo stesso popolo ha consegnato gli ebrei ai nazisti su un piatto d'argento. Tre milioni di ebrei che vivevano negli stetl della Polonia, sono stati raccolti tra gli sputi della gente e portati a morire nelle fosse comuni e nei lager. Chi riusciva a scappare e chiedeva asilo veniva scacciato, chi riusciva a nascondersi veniva tradito. Gli ebrei polacchi sono stati braccati dai loro connazionali "gentili" e consegnati al Mostro nazista senza pieta'.
Adesso vogliono costruirsi una verginita' ma a Oswieczin pioveva cenere, la cenere che usciva dai camini e arrivvava fino  al centro abitato vicino al lager. Pioveva la cenere di milioni di ebrei e si sentiva la puzza della carne bruciata quindi non potevano non sapere, non vedere, non sentire.
Quando il Papa ha  varcato  il cancello di Auschwitz , quando quella figura bianca colle mani giunte, e' entrata  in quello che resta oggi dell'inferno di ieri, mi e' corso un brivido giu' per la schiena perche' per un momento ho visto intorno a lui la morte, le anime di quelli passati per i camini che lo fissavano in silenzio. Milioni di occhi senza piu' dolore.
Probabilmente anche lui ha avvertito quelle presenze mute perche' ad Auschwitz e' la prima cosa che ti prende alla gola, li senti, sono la' , insepolti, che aleggiano nell'aria. Deve averli sentiti intorno a se' perche' a un certo momento del suo discorso ha quasi gridato "Dove era Dio? Perche' e' rimasto in silenzio?".
Dio non c'era ad Auschwitz, Santo Padre, Dio non c'era, la' viveva il demonio, il Male, la Morte.
Non avrebbe dovuto chiedere dove era DIO, avrebbe dovuto chiedere dove era il Mondo!
Il mondo che e' rimasto in silenzio, il mondo che vedeva passare i vagoni, il mondo che sentiva gli ebrei gridare, piangere, il mondo che leggeva i bigliettini che riuscivano a far volare fuori dai buchi, sulle rotaie, bigliettini che chiedevano aiuto, che salutavano i propri cari. Il mondo che e' rimasto in silenzio quando sparivano i bambini dalle scuole, i professori dalle universita', i vicini di casa.

Dove era il mondo! E dove era la Chiesa. E dove erano i Grandi delle Nazioni! E dove era la Croce Rossa! Questo avrebbe dovuto chiedere Il Papa perche' Dio ad Auschwitz e' morto con i bambini sezionati vivi, con le pance tagliate delle madri, con i feti mangiati dai cani, con quel bambino di 13 anni impiccato perche' voleva scappare. Dio e' morto la' sulla "rampa degli ebrei" quando il primissimo carico e' arrivato e mandato subito al gas perche' il 95% finiva al gas, gli altri morivano  di fame e di torure.
E allora lasciamo stare Dio, Santo Padre, e responsabilizziamo il mondo vigliacco che non e' stato capace di ribellarsi al Mostro. Non e' giusto far ricadere su Dio le colpe e l'indifferenza del mondo.
Come scrive Andre' Schwarz Bart nel suo libro L'Ultimo dei Giiusti, sia lodato l'Eterno:
E lodato. Auschwitz. Sia. Maidaneck. L'Eterno. Treblinka. E lodato. Buchenwald. Sia. Mauthausen. L'Eterno. Belzec. E lodato. Sobibor. Sia. Chelmno. L'Eterno. Ponary. E lodato. Theresienstadt. Sia. Varsavia. L'Eterno. Vilno. E lodato. Skarzysko. Sia. Bergen-Belsen. L'Eterno. Janow. E lodato. Dora. Sia. Neuengamme. L'Eterno. Pustkow.
E lodato sia....
Anche se scoppia il cuore ricordiamo e benediciamo i tanti David, Sarah, Rivkele, Jona,  morti sei milioni di volte.
Guai a dimenticarli specialmente oggi che sta rinascendo il nazismo sotto altre forme e sotto altri cieli, il nazismo che nega e che vuole ritentare.
Guai a chiamarli semplicemente "persone" perche' erano ebrei e furono ammazzati soltanto perche' erano ebrei.
Guai a dimenticarli.

Deborah Fait
- informazionecorretta

Massima del giorno
Mentre l'ignorante è reso guardingo dall'inverosimiglianza, il colto può scambiare l'inverosimile per sublime.
G.P.


MOLLICHINE
La Fallaci è stata assolta dal reato di avere definito Agnoletto "una nullità". E questo benché, pare, il querelante non le avesse concesso facoltà di prova.

Il ministro Bianchi: "Castro mi emoziona". Perché stupirsene? L'omosessualità non fa più scandalo.

Napoletano sul Parlamento: £Mai abbiamo avuto un tale clima di scontro". Ma allora non ha dimenticato solo Budapest, ha dimenticato anche i fratelli Paietta.

Napolitano : "Prodi ha la capacità di unire". E di creare chimere.

Mastella: "Nessuna ars demolitoria da parte del governo". Impara l'ars e mettila da pars.

GP


Rinunciare ai sogni per chi?
E' passato anche il Jerusalem Day, la Festa di Gerusalemme tornata ad essere la Capitale di Israele nel 1967 con la vittoria schiacciante sugli  eserciti arabi e la liberazione della Citta' dall'occupazione giordana.
" Il Monte del Tempio e' nelle nostre mani" fu l'annuncio che che fece gridare di gioia ogni israeliano.
Oggi, a 39 anni di distanza, sul Monte del Tempio gli ebrei non possono piu' salire senza rischiare la vita. I palestinesi non permettono agli ebrei di andare a pregare nel loro luogo piu' sacro che e' anche territorio israeliano.
La legge della violenza e dell'odio vince sempre, gli ebrei sono scimmie, i cristiani sono maiali e chi scrive questo nei media e libri di scuola, chi predica questo nelle moschee fa parte della forza diabolica che muove il mondo.
Queste limitazioni degli ebrei nella loro stessa Capitale  non hanno pero' impedito che decine di migliaia di israeliani anche quest'anno attraversassero Gerusalemme vestita di bianco azzurro come una giovane Dea, con tremila anni di storia ebraica nel cuore trafitto da mille spade.
Nel frattempo Ehud Olmert e' ritornato in Israele dopo una visita trionfale in USA dove ha fatto agli americani un discorso che passera' alla storia.
Eliot Engel, membro del Congresso USA, emozionato, ha dichiarato : "E' sicuramente il miglior discorso che io abbia mai sentito" .
Grande successo dunque, un successo che ci rende tutti orgogliosi perche' questo piccolo Paese, questi 20.000 chilometri di meravigliosa Terra  cosi' amata da quasi tutti gli israeliani ed ebrei e cosi' odiata da quasi tutto il resto del mondo, e' una grande Nazione, una Nazione dove gli ideali, non le ideologie,  si fondono con la democrazia, la modernita' e la ricerca scientifica all'avanguardia, dove la generosita'  nei confronti del nemico si fonde con l'obbligo vitale della difesa ad oltranza, dove i diritti umani vengono rispettati nonostante la necessita' di sopravvivenza come stato ebraico, il solo paese che gli ebrei hanno e che agli ebrei, unico popolo al mondo, viene contestato, delegittimato e negato.
Si, Ehud Olmert ha avuto il coraggio di dire "rinunceremo ai nostri sogni per far posto ai sogni degli altri" ma lui sa che i sogni degli altri chiedono la distruzione totale dei nostri e sa che mentre,  al Congresso americano, parlava di concessioni, di ritiri unilaterali e di generosita', la sua controparte, Mahmuod Abbas, il calmo, il buono, quello che gli occidentali tanto apprezzano, durante un'intervista televisiva annunciava al mondo arabo che i terroristi, quelli che ammazzano bambini ebrei , sono gli eroi dei palestinesi. Questo buon  uomo che non ha mai condannato il terrorismo in quanto immorale ma solo perche' reca danno all'immagine dei palestinesi, non si smentisce dunque, e continua la tradizione di disumanita' che caratterizza i palestinesi.
Olmert e Abbas, due leader,  due mondi opposti, la luce e il buio,  il primo che parla di vita e di sogni da realizzare per tutti, il secondo che parla sempre e soltanto di morte e violenza e poi se ne va in letargo fino alla prossima.
Paradossalmente non e'  il bellissimo e lirico discorso di Olmert che tiene banco sui media italiani, non e' nemmeno l' abbraccio simbolico dell'Amministrazione e meno ancora gli interminabili e ripetuti applausi del Congresso:  America e Israele insieme, il grande e il piccolo diavolo, danno fastidio agli amici degli arabi quindi ne parlano il meno possibile e quando lo fanno distorgono la verita'.

Tiene banco invece la dichiarazione di hamas, una delle ultime in ordine di tempo, un altro po' di fumo negli occhi dei nanetti europei:   "Se Israele tornera' ai confini del 67, avra' in cambio un lunga tregua".
Wuahhhhhh, applausi, wuahhhhh, che bravi, wuahhhhh!
Signori, frenate,  hanno detto tregua, non pace, cercate di interpretare il linguaggio degli arabi, tregua che puo' arrivare fino a 10 anni  secondo gli insegnamenti del Profeta e che puo' essere interrotta, a loro piacere e con qualsiasi scusa , anche dopo un mese, un giorno, un anno.
Il limite e' 10 anni durante i quali il mondo innondera' i palestinesi di miliardi che verranno usati per armarsi e poi colpire Israele  che, se dovesse ritirarsi dietro i confini del 1967, non avrebbe piu' territorio e ,dal confine al mare, in alcuni punti, correrebbero meno di 20 km.
Mentre  in America un grande Israele parlava di progetti eroici,  giganteschi e dolorosi  nella meschina  Europa, l' Inghilterra parla ancora di  di boicottaggio.
Boicottaggio a hamas, naturalmente, penserebbe una persona normale.
No!   Hamas non si tocca, hamas e Ahmadinejad per molti sono le uniche speranze che Israele venga distrutto.  
Il boicottaggio e' per Israele!
Mesi fa lo aveva proposto l'Aut (Association of University Teachers), adesso lo propone la NATFHE ( National Association of Teachers in Further of Higher Education), un'associazione di nani  di estrema sinistra, intellettuali malefici, supportati da varie organizzazioni palestinesi che come sempre fanno il bello e il cattivo tempo in Europa.  Questi sinistri ( in tutti i sensi) nani arrivano al ricatto morale : " non verranno boicottati gli ebrei e gli israeliani che condanneranno Israele" .
Spaventoso no? Costringere delle persone a rinnegare il proprio paese per poter lavorare, fare ricerca, fare cultura.
Solo Hitler era arrivato a distruggere la cultura,  oggi lo fanno i suoi seguaci rosso/neri.
Altrettanto spaventoso e' quanto succede a Vienna dove e' iniziato il convegno su "Razzismo, xenofobia e mass media" con l'eliminazione del tema scottante dell'antisemitismo di cui  i media europei si nutrono e  i media arabi si abbeverano. Niente  antisemitismo, via, non esiste antisemitismo, eliminiamo la parola:  gli arabi ordinano e la piccola Europa esegue.
E la conferenza si fa solo su xenofobia e islamofobia.
Tutti sappiamo quello che scrivono i media europei sugli ebrei, ultimo esempio di antisemitismo e' stata la vergognosa vignetta di Liberazione ma non tutti sanno cosa dicono degli ebrei sui media arabi e allora ecco un piccolo esempio:
http://www.adl.org/main_Arab_World/arab_media_portrayal_jews.htm
Alla luce di tutto questo alla conferenza non si parlera' di antisemitismo!
Nani, senza morale, senza giustizia.
Nani, senza intelletto,  schiavi!

Insomma dovunque ci giriamo la' c'e' pericolo per Israele  e c'e' odio per gli ebrei, il tutto condito dalla propaganda di  nanerottoli snob intellettualoidi europei  e americani, ricordiamo l'incondizionato appoggio di Chomski alla Jihad,  legati da folle amore alle organizzazioni palestinesi che dirigono il traffico con i soldi che il mondo manda per scopi umanitari.
Come no! 
Non sono certamente i palestinesi che pensano ai palestinesi, non sono certo gli arabi che pensano ai palestinesi, se ne fregano e i soldi li usano in armi e propaganda.
Israele fornisce tutto, infrastrutture, luce, gas acqua, tecnologia.
Israele, il Paese che loro vogliono distruggere e non si capisce come mai non siano Giordania e Egitto a rifornirli di tutto cio'. Non sono vicini?  Non sono fratelli? 
Dal 1948 l'unica cosa che i paesi arabi hanno saputo e voluto fare e' stato di chiuderli nei campi per usarli come arma di ricatto.
Dal 1967 l'unica cosa che Arafat ha voluto e saputo fare e' stato di impedirgli di uscire dai campi per incattivirli ben bene, per imbarbarirli e alla fine usarli come bombe umane.
"Rinunceremo ai nostri sogni per far posto ai sogni degli altri".
Attenzione Ehud, loro sognano la fine di Israele, non la Palestina, loro sognano la nostra morte non la loro vita.
Attenzione Ehud. Il lirismo va bene nei discorsi , nella vita di tutti i giorni, in Israele, noi vogliamo avere il diritto di salire su un autobus senza morire e tutti sappiamo che il governo di hamas non ce lo permettera' mai.
Sappiamo che hamas non fara' mai la pace, sappiamo che hamas vuole una cosa sola: la nostra morte.

Deborah Fait
- informazionecorretta

LA PENSIONE A CINQUANT’ANNI
Sul un sito Internet si è venuti a parlare, non per mia iniziativa, del fatto che mi sono messo in pensione a cinquant’anni. Cosa che alcuni pensavano per giunta volessi tenere segreta mentre già nel 1998 avevo pubblicato sul “Foglio dei Fogli” un mio Curriculum vitae e anche recentemente ne avevo permesso la pubblicazione su un blog. Col passare dei giorni mi sono tuttavia accorto che il problema, per molti, non era la presunta segretezza del fatto, era il fatto in sé: è giusto permettere che ci si metta in pensione a cinquant’anni, facendosi di fatto mantenere dagli altri?
La risposta è semplice: no. Non è giusto. Ma i sindacati si sono a suo tempo battuti per concedere ai professori questo diritto e “hanno vinto la battaglia”. Non solo. La differenza di paga, allora, tra chi lavorava le sue brave diciotto ore la settimana, più le riunioni, più la correzione dei compiti, più il ricevimento delle famiglie ecc., e chi invece se ne rimaneva in pantofole a casa, era pressoché insignificante. Un vero trionfo. Io dimostravo a tutti l’assurdità della norma (i professori spendevano di più, in scarpe, benzina, vestiti, andando a lavorare che standosene a casa) ma tutti mi guardavano come il solito liberale eccentrico. In realtà si verificò la convergenza di due forme di stupidità: i sindacati tendevano - come sempre in quegli anni - ad ottenere vantaggi inverosimili per i lavoratori, i professori non erano abbastanza furbi per approfittarne. Era il tempo del “salario variabile indipendente”  di Luciano Lama (indipendente dai ricavi dell’impresa, nientemeno!) e fu in quel tempo che si creò l’immenso debito pubblico di cui ancora oggi si soffre. Se la  legge non provocò i disastri che avrebbe dovuto provocare fu perché i docenti, invece d’approfittare di quella manna, per amore del loro lavoro, per amore degli alunni o perché non volevano privarsi della piccola differenza di stipendio, continuarono a lavorare.
La norma era demagogica e deprecabile: una classica legge di sinistra. Per ogni professore che va in pensione lo Stato infatti deve assumerne e pagarne un altro e se l’avessero fatto in molti sarebbe stata una rovina. La disposizione è stata infatti gradualmente revocata quando i pensionati baby hanno cominciato ad essere numerosi. Ma sul momento il mondo continuò ad andare avanti tranquillamente e l’unico che diceva che quella disposizione era stupida ero io.

Un uomo sano deve lavorare fino a settant’anni, pensavo, e se fosse dipeso da me la legge non sarebbe mai stata votata. Ma non dipendeva da me e quand’anche avessi continuato a lavorare nulla sarebbe cambiato per l’Italia. Il personale della scuola è di circa un milione di persone ed io ero solo uno. A questo punto, finché quella legge stupida e buonista era in vigore, ed anzi si criticava chi, come me, la reputava assurda, era giusto che ne approfittassi. Diversamente avrei vanificato gli sforzi dei sindacati. Per favorire la loro azione indussi anzi mia moglie, quarantunenne, a lasciare il lavoro, anche se, essendo già cominciato il riflusso, il trattamento mensile era divenuto addirittura una miseria. Ma lei fu felice di abbandonare l’impegno frustrante dell’insegnamento nella Scuola Media. Noi non abbiamo figli, siamo frugali, in viaggio siamo persino campeggiatori: ci basta un minimo per essere felici. E così abbiamo posto le premesse del nostro personale Eden.
Rimane da parlare del punto di vista morale. Di solito, delle eventuali critiche del prossimo – e soprattutto di un prossimo ingenuo e intellettualmente primitivo - poco m’importa. Lo guardo con la benevola attenzione dell’entomologo. Ma il problema teorico può essere interessante e dunque val la pena di affrontarlo.
Molti hanno trovato scandaloso non il fatto che io abbia lecitamente approfittato di una legge dello Stato (come le donazioni di Prodi ai suoi figli in regime di esenzione fiscale), ma che non abbia avuto voglia di lavorare. Come dicono i maestri elementari (e a momenti anche la nostra Costituzione) “il lavoro nobilita l’uomo” e chi vuole evitarlo compie dunque un atto ignobile. Il mio primo istinto in questo caso è quello di rispondere: se il lavoro nobilita l’uomo, e voi l’avete, siate nobili e lavorate anche per me. Che non l’ho capito. Se invece il lavoro non nobilita l’uomo ma lo affatica soltanto, perché vorreste che mi affaticassi quando posso farne a meno?
I moralizzatori non solo dimenticano che la disposizione di cui si parla è stata voluta dalle sinistre, e dunque dovrebbero lodarla, ma soprattutto non si accorgono di mancare di senso critico. Il lavoro è lodato da chi invita gli altri a lavorare, non da chi lavora. Esattamente come l’obbedienza è lodata da chi vuole essere obbedito, non da chi è chiamato ad obbedire. La stima e l’orgoglio del lavoro sono insomma predicati da chi vuole ottenere il massimo risultato dalla prestazione d’opera, affiancando alla carota della paga l’imperativo morale. Voltaire parlava della morale come del “gendarme interiore” che lo Stato affianca al gendarme che s’incontra per strada. La lode del lavoro è strumentale a chi da quel lavoro ricava un utile. Per onestà, ognuno il proprio lavoro deve farlo bene, questo fa parte del contratto col padrone: ma pretendere che l’asino ami la macina è eccessivo. Proprio per reagire a questa retorica (uno strumento dell’“oppressione dei lavoratori”) i sindacati e i comunisti, esagerando, insegnavano l’odio del datore di lavoro. Un odio che per un certo tempo si spinse fino al sabotaggio.
Il galantuomo fa bene il suo lavoro. Non è necessario che lo ami e lo ricerchi quando può farne a meno. Ma tutte queste idee non sono correnti, molti se ne scandalizzano prima ancora di riuscire a capirle e infatti Nietzsche ha chiesto: “Fin dove osi pensare?” Non molti vedono che la società impone i suoi mores nell’interesse della specie e soprattutto della classe dominante: i maschi anziani. E per far questo predica come “bene” il proprio bene. Solo chi è supremamente individuo e supremamente coraggioso intellettualmente riesce a sfuggire al condizionamento e a vedere chiaramente.
Ci sono coloro che lavorano, oltre che per vivere, perché non saprebbero fare altro (hanno una Werkzeug Natur, secondo Nietzsche). E ci sono altri che, sfuggendo alla necessità di faticare e di obbedire, possono darsi agli “otia” oraziani. Al pensiero libero o magari, come nel mio caso, ad un’attività utile alla società – qualche traduzione, qualche lezione privata - ma senza vincolo di necessità per la sopravvivenza. Io scrivo articoli che nessuno mi paga: sono peggiori di altri per questo? Socrate avrebbe potuto guadagnare molto, come maestro sofista. Invece regalava idee. Ed era così cosciente del proprio valore che quando nel suo processo gli chiesero quale “condanna” reputasse adatta a lui indicò l’equivalente della nomina a senatore a vita.

In passato, fino all’Ottocento, una straordinaria percentuale di letterati e scienziati sono vissuti di rendita. Spesso perché ricchi di famiglia. E dal punto di vista sindacale erano dei “nullafacenti”. Nel mio piccoIo, appena legalmente possibile, mi sono iscritto a questa corporazione. Sono misantropo, privo d’ambizioni e profondamente convinto che dopo la mia morte mi visiteranno solo alcuni vermi. Se mi salvo dal lavoro, dal contatto col prossimo e dalla necessità di pensare al domani, ho risolto tutti i problemi dell’unico me stesso che mai sia esistito e che mai esisterà.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 28 maggio 2006


ELEZIONI: NAPULE CHIAGNE
Triste ma reale. Napoli è sempre così, ogni giorno, ma in questo periodo elettorale in cui i partenopei si preparano a scegliere i loro futuri amministratori, la tristezza sta diventando paura e la realtà, vergogna, tanto più se quella raccontata dalla gente e dai giornali che vivono e scrutano la situazione è l’immagine reale di questa campagna elettorale ed anche delle future amministrazioni.
Cosa c’è a Napoli, dunque? A Napoli l’exclation della camorra iniziato con la lotta fra Di Lauro e gli scissionisti non è terminata affatto. Napoli vive la paradossale situazione di un controllo assiduo della camorra sui servizi essenziali, dal trasporto degli ammalati con l’incendio di auto-ambulanze concorrenti al controllo sui cantieri nuovi, che sono tantissimi e rigorosamente sottoposti a pizzo.

A Napoli la camorra è ovunque e dulcis in fundo, anche nelle elezioni. Sono state “verificate” circa 200 persone dalla Digos nell’ultima settimana, con l’aggiunta di 20 candidati al municipio principale e di 100 aspiranti ai seggi circoscrizionali, laddove i consigli saltano ogni mese, se non ogni settimana.
Il Comitato per l’ordine pubblico ha garantito attenzione e trasparenza, ma da quando sono usciti fuori i nomi dei quattro clan che potrebbero aver provato infiltrazioni importanti nella campagna elettorale, centinaia di cittadini hanno pregato per la fine di questa tornata amministrativa nella loro città. Uno dei clan è quello dei Cuccaro, nelle zone di Barra e Ponticelli e Napoli Est, laddove Iervolino e Bassolino furono accusati da avversari ed amici-nemici di aver “spartito” con sindacati ed organizzazioni territoriali i proventi dell’affare Napoli Est, il grande polo che doveva prevedere città studi, ospedali, la cittadella della polizia ed ulteriori opere di riqualificazione (per la cronaca molte cose sono state bloccate e Napoli Est è ancora un buon argomento elettorale, fra promesse di tassazione agevolata, insediamenti produttivi e bonifica dei suoli ancora inattuale). Non è finita qua.
Altri tre clan attivi sarebbero i Mazzarella al Mercato-Pendino, i Misso al Rione Sanità ed i Contini a Vasto-Arenaccia.
L’organizzazione è capillare ed è stata avvantaggiata dalla sciagurata scelta della divisione della città in dieci municipalità, al fine di “gestire” meglio le periferie, partendo dalle periferie stesse e dai consigli circoscrizionali. La Camorra sta agendo proprio lì, dove i candidati della Grande Napoli sono presenti unicamente durante le elezioni e non è un caso che il “maestro di strada” Rossi-Doria, molto attivo nei quartieri Siciliani, persona impegnata della società civile, stia ottenendo con la sua lista Civica ben il 10-12%, quota clamorosa per una lista circondata da quasi cinquanta gruppuscoli omologhi per forma, ma non per sostanza.
Nel marasma cittadino, dove la Camorra preparerebbe prezzari per il voto di scambio, con cifre accessibili di 100 euro, fino a quote di 5000 per associazioni e circoli, si inserirebbe in tribunali ed ospedali, terreno molto fertile, per pagare cauzioni, assicurare posti-letto, garantire prenotazioni e fare proseliti, i due candidati non hanno trovato di meglio che lanciare il noto slogan “amico della Camorra” all’avversario.
Da un lato la Iervolino attraverso l’assessore della Margherita Tagliatatela, fiero promotore del figlio, candidato al consiglio comunale di Napoli ha fatto presente segnalazioni da parte di alcuni medici di base e titolari di centri convenzionati, di intimidazioni e minacce esercitate nei loro confronti dall’assessore Montemarano e dalla sua segreteria. Specificamente  nelle Asl e in strutture come gli Incurabili, il San Gennaro e l’Ascalesi, sono state organizzate riunioni elettorali per il figlio di Montemarano  richieste di adesioni a scotto di ritorsioni e salti di carriera.
D’altro canto, An ha presentato un esposto alla Magistratura, ricalcando la famosa vicenda delle tre delibere di “Adesione a varie iniziative culturali” che l’assessora alla programmazione e progettazione culturale Rachele Furfaro avrebbe fatto adottare con una spesa di circa 400.000 euro con destinatari sospetti di benefici in ambito pienamente elettorale. Chi ha ragione? Avanti il migliore.
Pino Daniele disse bene e vale ancora oggi: “Nuje passammo 'e guaje...nuje nun putimmo suppurtá...e chiste, invece 'e dá na mano,s'allisciano, se váttono,se mágnano 'a cittá!...

Angelo M. D'Addesio


CAPPERI&CAPPERI
Ho sempre reputato che la vita di un singolo sia un argomento interessante solo per lui. Poiché però, contro ogni mia intenzione, negli ultimi giorni altri insistono a parlare di me, segnalo che le notizie sul mio conto non sono affatto segrete. Per i perdigiorno che volessero interessarsi di me, presento qui un Curriculum vitae pubblicato nel 1998 da “il Foglio dei Fogli” (e qui si vede quanto poco segreto tengo il mio passato!) e poi inviato anche a Pier Luigi Baglioni, che l’ha pubblicato nel suo blog. Qui, dove ci sono anche lettori completamente sprovvisti del senso dell’umorismo, esso costituisce un rischio. Ma è un rischio che non mi turba. Basta non rispondere.
1998

CURRICULUM VITAE
Storia di un fallito
Benché non sia ministro, e neanche sottosegretario, e neanche caposcala, Gianni Pardo al telefono non risponde mai. Risponde per lui una macchina che dice più o meno: sì, non avete sbagliato numero, dite chi siete e se mi va vi risponderò. Non sempre gli va. Il fatto è che il prossimo in genere gli dà fastidio. Sin da quando si accorse di essere più intelligente, più artista, più nobile della media, non ha gran che voglia di avere a che fare con gli inferiori. Si riconosce un solo limite, sa di non essere bello. Ma, bellezza a parte, visto che è il più intelligente, il più coraggioso eccetera, si è sempre aspettato che gli altri, impressionati, gli offrissero tutto: cariche, denaro, onori, senza che lui dovesse abbassarsi a chiederli. A scuola si doleva di avere sempre la media del sette e non dell’otto, ma non per questo studiava. Studiare sarebbe stato come barare.
Neppure all’Università cambiò sistema. Leggeva solo due volte i libri, poi rileggeva le proprie sottolineature e si offendeva se gli davano meno di ventisette. Non ebbe mai la lode, certo, e si laureò in giurisprudenza con 110/110, ma sempre senza lode. Ovviamente, al riguardo egli si limitava ad avere il sorriso di chi ha lottato e vinto con un braccio legato dietro la schiena. Oltre tutto, pensava, la scuola era un'attività da bambini. Solo la Vita era un campo degno dei suoi sforzi. Se mai si fosse sforzato per qualcosa, lui che da ragazzo aveva detto a sua madre: Entrerò nella vita dal portone principale. Ma la vita non ha un portone principale. O lui non lo trovò.
Non fu neppure capace di trovare la porta di servizio, di fatto. Anche perché sbagliò tutti i calcoli. A scuola pensava che non c'era da strapazzarsi perché era stupido cercare di ottenere otto invece di sette (chi mai, in seguito, si sarebbe ricordato del voto in storia avuto a quindici anni?) ma anche in seguito, di fronte ad una meta concreta, gli veniva regolarmente da ridere. Per esempio, la proposta di fare carriera nell'Azione Cattolica, di cui fu membro fino ai quindici anni, lo induceva a sghignazzare di gusto. E tuttavia, quanti uomini politici non sono venuti fuori da quella e da altre organizzazioni umoristiche? Ma a Gianni veniva troppo da ridere. E per questo non fece nulla, o meglio solo dell’ironia. Non ne fece soltanto sulla morte di Dio, di cui portò il lutto da quell’età in poi.
Molti ancora oggi lo considerano un innocuo eccentrico che parla quattro lingue oltre l’italiano. Gli amici gli dicono pietosamente se solo tu avessi voluto, al che lui risponde elegantemente in realtà non sono capace di nulla. Ma in fondo è d'accordo con loro. Ad esempio a trent’anni è stato in grado, leggiucchiando un testo di letteratura francese per le scuole secondarie, di vincere fra i primi un concorso nazionale per divenire professore di liceo. Successo esiziale, venuto a confermare il solito discorso: se solo volessi, ma non ne vale la pena. Effettivamente, per lui non valeva la pena nemmeno di essere professore: e infatti si è messo in pensione con il minimo. Pensione che si gode da quindici anni.

Per la verità, alcune cose che valevano la pena ci sarebbero state. Avrebbe amato per esempio divenire uno scrittore famoso. Solo che per divenire uno scrittore, anche non famoso, non basta scrivere bene e avere qualcosa da dire: gli editori ti rispediscono indietro il manoscritto spesso senza neanche aprirlo. Bisogna far parte del mondo delle lettere. Bisogna cominciare col pubblicare qualcosa in un giornaletto di provincia. O magari partire dall’umile professione di giornalista. E infatti Gianni ci provò, a divenire giornalista. Per due interi pomeriggi. Poi si accorse che il novizio era trattato come una puzza e ne dedusse correttamente che quello non era il portone principale. Il risultato totale è che il nostro genio incompreso non ha combinato nulla, nella vita. Non ha né la fama, né una carica, né denaro, nulla di nulla. Tutti i suoi amici, anche quelli che lui aveva considerato mezze calzette, hanno fatto più carriera di lui. Studiando, poverini; facendo la gavetta, poverini; umiliandosi e tentando di riuscire, poverini. Per decenni li ha guardati con ironia, poi se li è ritrovati grandi avvocati, Presidenti di Tribunale, alti dirigenti. Mentre lui è rimasto soltanto uno che sta alla finestra. Come diceva a vent'anni.

In appendice qualche altra nota personale, nata in occasione di una lettera ad un amico che mi faceva molte lodi.


La cultura generale è la più difficile da acquisire. Non ci sono testi, non ci sono programmi, non c’è un diploma finale. E per giunta non serve a niente. Forse, a risolvere qualche cruciverba o a saper porre le domande giuste ai competenti: ma la cultura degli specialisti è l’unica che vale. Essa si acquista seguendo un corso regolare di studi, superando degli esami, leggendo i libri giusti e soprattutto ottenendo il supremo omaggio e il supremo riconoscimento: il denaro. La cultura generale invece - raggranellata tendendo l’orecchio, leggendo i giornali, cercando di non dimenticare nulla del poco che si sa, soprattutto i titoli dei libri e le citazioni importanti - è come un set cinematografico, tutto in vista e niente dietro. E che può dire, a questo punto, il portatore sano di cultura generale, a chi lo tratta da persona colta? Se accetta i complimenti si sente un imbroglione, se li rifiuta dà l’impressione di volerne altri.
Lungo tutto il corso della mia vita sono stato estremamente pigro. Ho fatto pochissimo e quel poco solo perché mi veniva molto facile. Se avessi avuto buona volontà mi sarei preparato per la magistratura, per esempio. Con la mia passione per il diritto e la mia incapacità di trovarmi dei clienti, in quanto avvocato, sarebbe stata la strada più normale, per me. Ma mettermi a studiare, dopo la laurea, io? Neanche a pensarci. L’ipotesi di divenire operaio l’ho fatta, e mi sono anche presentato alla Renault, a Billancourt. E non mi hanno voluto. Operaio sì, studiare no. Del resto nel corso della vita ho spesso ringraziato il cielo, per non essere divenuto né magistrato né giornalista: mio cugino è divenuto Presidente di Sezione della Cassazione ma non è arrivato al momento di riposarsi; Benito Vergari, con cui ho preparato alcune materie d’università, è divenuto Presidente del Tribunale di Catania ma neanche lui è arrivato alla pensione. Mentre io me la godo dal 1983.
La laurea è stata il mio traguardo finale. L’ho ottenuta solo perché il buon senso mi ha detto che non dovevo chiudermi una porta dietro le spalle. Uno o si laurea a quell’età o non lo fa più. Ma dopo mi sono sentito libero, finalmente. Per uno la cui unica necessità era solo un po’ di cibo, cominciava la grande ricreazione. Certo, una ricreazione piuttosto affamata, da principio: ma quando un’anima buona mi suggerì d’insegnare francese, leggiucchiai un testo di letteratura per le scuole secondarie (francesi), mi abilitai ed ebbi subito un posto nella mia stessa città.
Fu la mia fortuna. Era un lavoro mal pagato che richiedeva solo tre ore al giorno, per insegnare nelle scuole commerciali la lingua che parlavo a casa. E c’era uno stipendio stabile e sicuro. Solo quando mi regalarono la titolarità nelle Scuole Medie, pur di non avere a che fare con i ragazzini, ho studiato un po’ di letteratura per il concorso nazionale e sono arrivato ai licei. Ma non sono divenuto uno specialista. Quello che so di letteratura francese non è poi molto di più di quello che so di letteratura italiana o latina. E infine, perché saperne di più? Che mai gliene sarebbe importato, ai miei liceali? Dunque sono stato un orecchiante perfino da specialista.
Per essere onesto, c’è una sola cosa in cui sono un serio specialista, ed è la conoscenza della lingua francese. Ma chi mi crede quando dico che questa effettivamente straordinaria conoscenza è del tutto inutile? Per un viaggio o per leggere un libro basta perfino il mio tedesco abborracciato.
Tu mi stimi, ma io so di non essere nessuno. Veramente. Sono una spes hominis, un uomo che non è mai nato. Uno che non ha preso sul serio la vita e che giustamente la vita, a sua volta, non ha preso sul serio. Non sono un filosofo, non sono un giornalista, non sono nemmeno un miserabile professore d’università. Sono uno che ha marinato la vita. Per fortuna, il sole splende con forza uguale sui miliardari e sui barboni.

Gianni

UN EROE ITALIANO
A Fabrizio Quattrocchi è stata attribuita una medaglia al valore.
Le medaglie sono discutibili perché cristallizzano una persona in un dato momento della sua storia, mentre si sa che anche nella vita del migliore degli uomini - ad indagare in maniera approfondita - si possono trovare tanti di quei momenti poco eroici da rendere ogni medaglia un’irrisione. Ma questa considerazione non inficia la validità di un’onorificenza: chi riceve un premio Nobel non è che sia un genio tutti i giorni. Anzi a volte fa anzi un cattivo servizio a quel premio dando il proprio parere, banale, su argomenti per i quali non è attrezzato. Ciò malgrado è giusto rispettare chi un giorno si segnalò per una straordinaria impresa: Lindbergh non ha dovuto ripetere la traversata dell’Atlantico più volte, per essere un mito dell’aeronautica.
La cosa funziona anche in negativo. In Sei personaggi in cerca d’autore Pirandello mette in scena la figura dolente del padre il quale è un qualunque galantuomo che una volta ha avuto la debolezza d’andare in una casa d’appuntamento in cui poi si scopre che si prostituiva sua figlia. Da allora, come narra egli stesso, tutto il resto della sua vita non ha più avuto valore ed egli è rimasto crocifisso a quell’episodio.
Se chi ha ucciso una volta è un assassino per sempre, chi è stato eroe una volta può essere considerato un eroe per sempre. Il caso di Quattrocchi va dunque esaminato non studiando tutta la sua vita ma solo il modo in cui ha affrontato la morte. Sappiamo che chi gli ha sparato a freddo non l’ha fatto per ragioni personali, perché Fabrizio avesse attaccato qualcuno o perché fosse un testimone scomodo: gli ha sparato perché era un italiano. E la sua morte sarebbe rientrata facilmente nella criminalità del terrorismo se egli, invece di chiedere pietà, o di pensare alla famiglia, o perfino di pregare, non avesse trasformato quell’orribile momento in un episodio epico. Lo uccidevano perché italiano? E lui ha colto l’occasione per dimostrare che uomini – anzi, che eroi - possono venire da quel paese. Le sue parole sono state: “Vi faccio vedere come muore un italiano”.
Il doveroso omaggio di questa medaglia ha tuttavia incontrato molte resistenze. L’estrema sinistra s’è segnalata per l’altezzoso disprezzo con cui ha chiamato mercenario un uomo che era lì per guadagnarsi da vivere - mentre tutti gli altri, si sa, lavorano gratis - e per l’indegna gazzarra, figlia del fanatismo politico e della cecità storica, di cui l’ha fatto oggetto. Quattrocchi non è un eroe perché per tutta la vita ha fatto l’eroe: quasi fosse un mestiere: quand’anche fosse andato in Iraq per commerciare
in droga, se lo si fosse ucciso non perché colpevole di commercio di droga ma solo perché italiano¸ morendo in quel modo sarebbe morto da eroe ed avrebbe onorato l’Italia.
Nessuno può ragionevolmente sostenere che tutti saremmo capaci di tanto. E tuttavia il fatto che la razza degli italiani eccezionali non si sia spenta con Durand de la Penne è di grande consolazione: significa che nel campo dell’onore il nostro popolo ha ancora un futuro.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 26 maggio 2006


RADICALI LIBERI
Come esponente dei Riformatori Liberali e come deputato di Forza Italia, non accorderò la mia fiducia a lei ed al suo governo e non perché sia un governo nato, come è stato detto, all‚insegna del manuale Cencelli e della restaurazione partitocratica e neppure per il modo con il quale avete preteso, forti forse di un pugno di voti di maggioranza, avete preteso per voi e per i tre partiti maggiori, le tre principali cariche dello stato e mi chiedo in queste condizioni di cosa lei voglia dialogare ora.
Signor Presidente del Consiglio, il nostro no al suo governo poggia soprattutto su quello che volete fare: volete scappare dall'Irak, dite che non è una fuga e che il nostro apporto alla ricostruzione di un Irak democratico continuerà con altri mezzi, forse che contribuire alla sicurezza di quel paese, che oggi è ancora una assoluta priorità, sia incompatibile con altre modalità di sostegno. Vede lei nel suo discorso al Senato ha detto testualmente che l'Italia ha partecipato alla guerra mentre sa benissimo che i nostri soldati sono arrivati solo dopo la sconfitta del regime di Saddam: una bugia propagandistica. Lei ha scelto la linea dei Comunisti Italiani che dicevano "via dalla sporca guerra" e che indicavano le mani del Presidente della Repubblica degli Stati Uniti come mani grondanti di sangue. Il nuovo governo irakeno meritava e merita un sostegno pieno e non reticente e voi così non glielo date, glielo negate
.
È ovvio che i nostri soldati sarebbero comunque tornati dall'Irak ma sarebbero tornati non per una scelta ideologica come quella che voi compite, non all‚insegna della pace ma all'insegna dell‚indifferenza nei confronti di un popolo, di un governo che cerca disperatamente di battere il terrorismo fanatico per conquistare libertà e democrazia. Il collega Fuad Allam oggi parlava dell'importanza del fatto che la comunità sciita sia entrata oggi in gioco dell'Irak democratico; bene noi dobbiamo dire che se fosse stato per la sua maggioranza gli italiani, a questa rimessa in gioco degli sciiti, a questa rimessa in gioco della liberta in Irak non avrebbero partecipato e che se il mondo stato fosse stato fatto da governanti come voi, oggi lì avremmo ancora Saddam Hussein.
La differenza tra noi e voi è sempre la stessa, non è lieve e segna un netto discrimine.
Mentre voi votavate ripetutamente contro il finanziamento della missione militare in Irak, noi liberali, noi radicali dicevamo con Emma Bonino "Tutti a Baghdad!" e non per fare la guerra che era finita ma per cercare di garantire agli irakeni la libertà ed una chance di democrazia.
Colgo l'occasione per fare in miei auguri personali alla neo ministra Emma Bonino; ne conosco e ne riconosco il valore. Ma sta nel governo sbagliato, in un esecutivo il cui intento programmatico è quello di ridisegnare la società, l‚economia, la scuola italiana all'insegna del paternalismo, dello statalismo e della sindacatocrazia.
Voi e lei Presidente Prodi volete chiamare gli italiani al referendum del 25 giugno per difendere l'unita nazionale dalla devolution leghista ma anche qui fate solo propaganda perchè sapete bene che ha ragione il costituzionalista Barbera, suo concittadino esponente della sinistra, quando dice che è paradossale ma bisogna riconoscere che è toccato ad un ministro leghista come Roberto Calderoli rimediare ai pericoli per l'unita nazionale del federalismo sgangherato del capitolo 5°. Per un miope calcolo politico volete seppellire una riforma costituzionale che si potrebbe in seguito migliorare, certo, ma che se venisse battuta ci lascerebbe per altri decenni con il bicameralismo perfetto ed un premier debole. Concludo parlando di fisco, parlando di un progetto sbagliato di riduzione del cuneo fiscale in 5 anni che avrebbe come unico effetto minare il welfare all'italiana e portare il pagamento delle pensioni sulle spalle della fiscalità generale: un precedente pericoloso.
In questi giorni tutti i contribuenti italiani ma penso in particolare a quelli del nord che non le hanno dato la fiducia, sono alle prese con la dichiarazione dei redditi, pagheranno meno di quanto pagavano 5 anni fa, pagheranno molto meno di quanto avrebbero pagato se foste stati voi al governo nei precedenti 5 anni.
Noi abbiamo un impegno e lo manterremo: no a nuove tasse, no ad uno stato che dilaga, no alla burocrazia.

Benedetto Della Vedova, dichiarazione di voto sulla fiduca al governo Prodi


Massima del giorno
La democrazia e la vecchiaia sono molto brutte. Ma le alternative...
G.P.


MOLLICHINE
Castelli: "Che ne sa Di Pietro di cemento?" Più o meno quello che ne sapeva lui di diritto.

Paolo Cento: «la crescita economica non è di per sé un bene». Meglio la povertà. 

Angius: "Sono favorevole ad un atto di clemenza". Con l'amnistia la Cdl libera dei delinquenti. La sinistra degli sfortunati.

Patrizia Sentinelli (Prc) parla del «dovere morale» di sbloccare gli aiuti all'Autorità palestinese, nonostante Hamas. Sono gradite le cinture esplosive.

Bianchi (Pdci), il Ponte sullo Stretto di Messina "non si farà". Anzi, "non s'ha da fare".

Paolo Ferrero (Prc) propone la chiusura dei Centri di Permanenza Temporanea per clandestini. Pare che a casa sua ci sia posto per circa otto di loro.

Paolo Ferrero (Prc) propone l'abrogazione delle leggi con
tro la droga. Ma per lui personalmente non cambierà nulla.

NOTE SUI SENATORI A VITA
1) Se tutti i senatori a vita votano per la stessa coalizione c'è un difetto nel sistema della loro scelta. Infatti, non essendo stati eletti dal popolo, e potendo votare come se lo fossero, essi rischiano di rispecchiare non la volontà popolare ma il proprio colore politico (se senatori di diritto) o quello del presidente della Repubblica che li ha nominati. A questo punto non solo per chiari meriti ma per affinità politica.
2) Nel caso particolare, tre ex-Presidenti della Repubblica su tre - Cossiga, Scalfaro e Ciampi - si sono dimostrati di centro-sinistra. Di centro-sinistra i Presidenti della Repubblica, di centro sinistra i quattro senatori da loro nominati, in totale sette voti in Senato che non sono espressione della volontà popolare. È eccessivo. Legale ma è eccessivo. Ed è questo eccesso che è stato sottolineato dai fischi.
3) La nomina a senatore a vita è il riconoscimento di speciali meriti. Ma che senso ha attribuire a chi ha speciali meriti in campo chimico, o letterario, o industriale, il diritto di votare in Senato e dunque dirigere il paese? Il titolo di senatore dovrebbe essere onorifico. Magari col diritto di sedere in Senato, ma senza diritto di voto. Rita Levi Montalcini è Premio Nobel ma in quanto a competenza politica questo Premio gliene attribuisce più o meno quanta ne ha un idraulico.
4) Il fatto che di solito il voto dei senatori a vita non sia determinante, perché -di solito- la maggioranza non ha un margine risicato come l'attuale, non è significativo. La condanna a morte di Luigi XVI fu decisa in assemblea con un solo voto di maggioranza. Il che mostra quanto può essere importante un solo votante: nel caso del re di Francia, ognuno di coloro che votarono per quell'esecuzione capitale fu personalmente responsabile del regicidio, perché se avesse votato diversamente il re sarebbe stato risparmiato. Ma erano almeno eletti dal popolo. Se invece quel voto fosse stato di Rita Levi Montalcini avremmo avuto una biologa incompetente in politica, nominata da un presidente di sinistra, che vota determinando i destini del paese.
5) Chi non è convinto da queste argomentazioni faccia il ragionamento inverso. Sappiamo che l'Unione ha ottenuto due voti di maggioranza in senato. Se, nel momento in cui si votava la fiducia, i senatori di diritto e i senatori a vita avessero votato in blocco contro l'Unione, il risultato sarebbe stata la sfiducia per 162 voti negativi contro 158 positivi. Il governo non sarebbe nato e si sarebbe avuta più o meno una crisi istituzionale, magari nuove consultazioni elettorali, ecc. È giusto che simili decisioni siano rimesse a politici che non ne rispondono ai loro elettori o a incompetenti che hanno per giunta una media di età che li escluderebbe dai conclavi, se fossero cardinali? Coloro che difendono il voto dei senatori di diritto lo difenderebbero ancora, se i senatori onorari avessero negato la fiducia all'Unione?
6) È lecito infine fare l'ipotesi - ma è solo un'ipotesi - che i senatori di diritto e i senatori a vita abbiano votato la fiducia proprio per evitare gli sconquassi di cui al punto precedente. Ad esempio Ciampi, ottimo economista, e Andreotti, uomo prudente e competente, è ben difficile che siano a favore di parecchi di quei programmi deliranti che oggi si leggono sui giornali. È dunque possibile che si siano detti: "Intanto facciamo nascere il governo. Esso farà la finanziaria, poi se avrà da cadere cadrà. Noi stessi del resto voteremo contro quei provvedimenti che dovessimo reputare rovinosi per il Paese". Ma non è sempre meglio che queste decisioni siano prese dagli eletti del popolo? Del resto, in questo caso, la fiducia si sarebbe avuta: con quei due voti di maggioranza a cui è appeso l'attuale governo.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

LA BANDA DEL BUCO
Ci risiamo: anche stavolta ci beccheremo la guerra del buco. A parti invertite, ovviamente.
Da “
La Repubblica” di oggi: “Padoa-Schioppa: "Conti pubblici come a inizio anni Novanta" - Bersani: "Dobbiamo vedere la situazione, la manovra non è scongiurata" - “A preoccupare è soprattutto il deficit: sarebbe più alto del 3,8% indicato da Giulio Tremonti, ma anche più del 4,5% e potrebbe addirittura, nelle analisi più pessimistiche elaborate nel recente passato dal centrosinistra, arrivare oltre il 5%.”
Idem sul sito web de L’Espresso: “In questo momento - ha detto il ministro per lo Sviluppo Pierluigi Bersani - non possiamo escludere niente: il ministro dell'Economia sta procedendo alla ricognizione, fatta quella decideremo". Insomma secondo Bersani "dovremo rifare i conti per bene. Vedere quanta polvere c'è sotto al tappeto, perché ce ne è sicuramente”.
Un vero e proprio dejà-vu.
Quando nella primavera del 2001 Berlusconi andò al governo, subito denunziò che la sinistra gli aveva lasciato in eredità la sorpresina di un “buco” di oltre trentamila miliardi nei conti pubblici.
I ministri del governo uscente (Amato) smentirono risentiti, e la stampa amica fece loro scudo.
Eugenio Scalfari si precipitò a spiegare che la colpa era tutta delle regioni, che avevano speso troppo (ed “allegramente”) per la sanità convenzionata, e per far fronte a tale spesa in eccesso avevano fatto ricorso a finanziamenti privati (dalle banche), dai quali peraltro avrebbero dovuto per legge rientrare entro l’anno: per cui il governo Amato non solo era incolpevole, ma era anche nel giusto nell’affermare che il problema era solo apparente e destinato a rientrare nel giro di pochi mesi (“Il falso mistero del buco nei conti”, La Repubblica 17.06.2001)
La sera dell’11 luglio 2001 Tremonti, in veste di neoministro dell’Economia, illustrò i termini la questione agli elettori con una lunga intervista in prima serata al Tg1 delle 20, con tanto di lavagna e grafici a istogrammi: "Amato e Visco hanno detto 19 mila miliardi. La Ragioneria dello Stato ha fatto un conteggio secco e ha detto 45 mila miliardi. Considerando il fatto che il fabbisogno va malissimo, sulla base dei dati di Bankitalia, nei quali abbiamo molta fiducia, si può arrivare alla cifra di 62 mila miliardi. Nel complesso questa è l'eredità che abbiamo trovato, il buco che hanno fatto".
Apriti cielo: la sinistra insorse.
Vincenzo Visco denunciò la “indecente strumentalizzazione da parte del governo”: "piuttosto è Tremonti che sta creando il 'buco' perché la sua legge è senza copertura finanziaria…è probabile che Tremonti compia questa strumentalizzazione per coprire il buco che creerà con la sua legge o per giustificare politicamente tagli alle pensioni" (La Repubblica, 13.07.2001).
Dello stesso avviso Francesco Rutelli: "ineluttabilmente il governo farà 'macelleria sociale' ed ha bisogno dell'alone propagandistico del 'buco nei conti pubblici' per fare operazioni dolorosissime per il popolo italiano'' (conferenza stampa 18 Luglio 2001).

Lamberto Dinosevich non fu da meno: "Queste cifre hanno una valenza politica, per cercare di ritardare il mantenimento delle promesse fatte in campagna elettorale".
Piero Fassino, da par suo, accusò Tremonti di aver "artificiosamente presentato delle cifre più alte" perché, siccome il servizio del bilancio del Senato aveva dichiarato che il pacchetto fiscale presentato da Tremonti era “totalmente senza copertura", il ministro, "facendo credere che c'è un buco", si precostituiva "le condizioni di uno sfondamento che consentirà poi di coprire quel pacchetto fiscale che, in questo momento, il Governo non ha una lira per farlo approvare dal Parlamento" (intervento parlamentare del 12.07.2001).

Eppoi ancora Eugenio Scalari, che tornò alla carica con una ragionieristica apologia su La Repubblica del 15 luglio 2001, nella quale liquidò solennemente come “bolle di saponedi gli argomenti di Tremonti.
Alla fine, gli analisti e i commentatori più seri decisero di rinviare la verifica delle due tesi contrapposte al marzo 2002, quando sarebbero stati resi pubblici i dati Istat sull’andamento dei conti per l’intero esercizio 2001; solo che di mezzo ci si mise l’11 settembre, e tutte le variazioni in previsioni, stime e dati divennero opinabili.
E adesso, dicevo, ci risiamo. vedremo se l’attuale opposizione di centrodestra sarà abbastanza arguta – e spiritosa… – da rendere pan per focaccia agli avversari attenendosi ad un rigoroso contrappasso, e cioè utilizzando esattamente gli stessi argomenti e gli stessi ragionamenti che cinque anni fa vennero sollevati da sinistra.

(ale tap, 23.05.06) 
                                                   

QUINTA D, DI SINISTRA
Su questo forum è invalsa l’abitudine di chiamarmi professore. Non ho nulla da obiettare. Anche se non l’ho mai detto, è vero che ho insegnato per una ventina d’anni. E per questo racconterò l’episodio più divertente da me vissuto a scuola.
Negli Anni Settanta ebbi una quinta composta, come spesso in quegli anni, pressoché interamente da giovani comunisti. A scanso d’equivoci, sul vetro della finestra avevano scritto col gessetto: “V D di sinistra”. E il proclama rimase lì per sempre, dal momento che nessuno lavava i vetri.
A me perdonavano a titolo personale d’essere un “fascista” mentre io mi divertivo a dirgli sul muso: “Oggi siete tutti di sinistra ma negli Anni Trenta sareste stati tutti ad applaudire Mussolini. Mentre io sarei stato un liberale anche allora”. Ci volevamo bene.
La disciplina era ovviamente ridotta all’essenziale: collaboravamo in allegria e l’ora scorreva via velocemente. C’era tuttavia un momento in cui il silenzio assoluto, anche nel loro interesse, era d’obbligo: era la spiegazione. Io parlavo, come sempre, in francese e loro dovevano prendevano delle note perché sapevano che nel libro di letteratura non avrebbero trovato neanche la metà di ciò che dicevo. Le spiegazioni erano dunque una sorta di momento sacro, in cui cessava l’abitudine di ridere e scherzare su tutto.
Un giorno, mentre parlavo, bussarono alla porta. Erano due ragazzi di un’altra classe che, dopo avere segnalato che per interrompere la lezione avevano il permesso del preside, dissero ai colleghi che era stata organizzata non so che manifestazione. Una volta che furono usciti, prima di riprendere commentai: “Ragazzi, ci siamo rovinata la reputazione. Ora costoro andranno in giro a dire che questa è una classe normale, in cui si sta perfettamente in silenzio come tanti angioletti!”
Non erano passati cinque minuti che bussarono di nuovo alla porta. Io mi rabbuiai ma erano i due ragazzi di prima che, scusandosi, dissero d’avere dimenticato di comunicare una cosa. Ma non riuscirono a finire la frase: i miei alunni, senza nemmeno consultarsi, si scatenarono. Due si misero a lottare, qualcuno prese a gridare, un altro lanciava palline di carta, qualcuno pestava i piedi… un inferno. I due ragazzi, rimasti sulla porta, erano allibiti, ma soprattutto sbalorditi per il fatto che io, invece di rimproverare gli alunni per quella cagnara, ero piegato in due dalle risate e non riuscivo neppure a parlare.
Quando se ne andarono la Quinta D di sinistra riprese la lezione con la buona coscienza di chi riconfermato la propria buona fama.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 22 maggio 2006

GRANDI ASPETTATIVE, PESSIME PROSPETTIVE
Il momento politico è simile a quel quarto d’ora che precede le grandi partite di calcio o le gare automobilistiche, quando i giornalisti occupano il tempo rievocando il passato, fornendo particolari tecnici o conducendo insipide interviste. È un riempitivo durante il quale si può parlare con i famigliari o leggiucchiare il quotidiano alzando ogni tanto un occhio distratto sul teleschermo. Viviamo giorni afasici perché da oltre un mese ci sono stati solo adempimenti scontati. E certo non sorprendono le lotte al coltello per le poltrone ministeriali. Ora però Prodi ha letto la lista dei ministri e si alza il sipario. Il centro-sinistra è chiamato a dare spettacolo.
La rappresentazione si annunzia appassionante in primo luogo per il modo in cui il centro-sinistra ha vissuto i cinque anni passati: ha costantemente alimentato le critiche più forsennate e le speranze più utopiche. Se avesse criticato la maggioranza per qualche cosa, o magari per molte cose ma non per tutte, ora potrebbe proporsi di fare di meglio. Poiché invece l’ha esecrata per tutto ciò che ha fatto o non ha fatto (è stato “il peggior governo di sempre”) non può che proporsi di fare l’opposto. Di fare tutto bene mentre fino ad ora è stato fatto tutto male: e non è programma da poco.
I suoi elettori sono dunque in trepida attesa di vederlo all’opera. Certo, non riescono a nascondersi che molte delle cose annunciate sono volute da alcuni e violentemente rifiutate da altri. E che proprio per questo il programma si è tenuto sul vago: ma non mancano motivi per vedere in rosa il futuro. Dal momento che per cinque anni l’Italia è stata guidata da un mafioso che ha fatto i propri interessi personali danneggiando tutti come non era mai avvenuto dalla Seconda Guerra Mondiale, il paese ora dovrebbe rimbalzare come un pallone che cade dal quinto piano. A costoro si può sorridere dicendo: auguri!
Gli elettori di centro-destra dal canto loro si apprestano ad assistere ad uno spettacolo non meno interessante. Pensano: se è vero che le leggi che abbiamo varato erano buone (per esempio la “legge Biagi”), la loro abolizione dovrà comportare dei danni. Se è vero che molte delle cose che sono state proclamate dall’opposizione in questi anni sono cattive o assurde (in politica internazionale, per esempio), la loro realizzazione dovrebbe essere rovinosa. Se si mette Pecoraro Scanio a fare il ministro per l’ambiente è segno che si vogliono bloccare tutti i lavori pubblici. Se il nuovo governo farà ciò che alcuni partiti hanno promesso, in molti si accorgeranno che si va al disastro; se non lo farà, ci si chiede come lo spiegherà a chi è andato al governo proprio per fare quei disastri. Senza dire che sarà divertente vedere quante volte le leggi saranno respinte da un Senato in cui i senatori dell’opposizione, sempre disponibili, non saranno impegnati in altro che a votare contro.
Grandi aspettative e pessime prospettive: spettacolo epocale.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 18 maggio 2006


Non voglio le vostre scuse!
Strane cose accadono in Italia, cosi' strane da meritare l'attenzione dei media israeliani. La vignetta pubblicata su Liberazione, giornale del partito  di Fausto Bertinotti , presidente della Camera. Le  scuse  dette a labbra strette dal medesimo. L'arroganza del direttore di Liberazione, Sansonetti : " se ho offeso qualcuno chiedo scusa". Se ha offeso qualcuno Sansonetti? Se ha offeso qualcuno? Lei ha paragonato Israele alla Germania nazista e si chiede se ha offeso qualcuno? E chiede scusa, just un case? Se le tenga le sue scuse, non le vogliamo, non ci interessano.
le scuse si accettano da persone degne che sbagliano, non da quelli come lei, privi di coscienza.
E siccome e' accecato dall'odio le voglio raccontare alcune cosette che forse, anche se ne e' a conoscenza, lei nasconde ai suoi lettori.
La vignetta ignominiosa pubblicata dal suo giornale porta sul cancello di quella che per lei e l'Auschwitz israeliana, la scritta ""la fame rende liberi".
E allora le racconto un paio di cosette: Fuad Shubaki, ex portavoce del ministro delle finanze palestinesi e coinvolto nel  traffico d'armi della Karine A, sta vomitando alcuni rospi su fatti a noi noti da sempre  ma che  adesso lui, il palestinese, ufficializza per voi che non credete a Israele, "stato terrorista" come lo definisce Massimo D'alema, per nostra disgrazia, nuovo ministro degli esteri. 
Shubaki racconta che Arafat, l'amore vostro Sansonetti, aveva comprato nel 2000 prima di far scoppiare la guerra, ingentissime quantita' d'armi. Racconta che l'ANP ha speso 5 milioni di Dollari all'anno  per armare Gaza e un milione di dollari, sempre all'anno, per il West Bank. Fanno 6 milioni di dollari, vero Sansonetti?
Sei milioni di dollaroni all'anno!
Arafat, l'amore vostro, aveva anche autorizzato un fondo di 125 milioni di dollari per il progetto della KarineA.
A queste noccioline  bisogna aggiungere gli 800 milioni di dollari scomparsi dai conti dell'ANP prima che l'amore vostro tirasse le cuoia.
Pensi quanti panini potrebbero mangiare i palestinesi con tutti quei soldi, parte spesi per fare terrorismo e parte rubati da Arafat, per gli intimi, Arraffa.
Lei capisce adesso perche' io rifiuti le sue scuse, sarebbero scuse  colme di livore, scuse false come lei. Quindi abbia  il pudore di tacere e si tenga il disprezzo degli uomini liberi.

Altra cosa strana successa in Italia sono le dichiarazioni di Alberto Asor Rosa, quello, tanto per intenderci, che scrisse che la "razza" ebraica da perseguitata era diventata persecutrice. Ebbene, il grande professore dal cervello affogato nell'odio suo personale per gli ebrei, e' tornato alla carica dicendo che le opinioni degli ebrei  sulla politica italiana sarebbero un‚indebita pressione sugli "affari interni" dello stato.
A questo punto , dominando i conati di schifo che mi assalgono, informo Asor Rosa,  per me  non e' ne' signore ne' professore, che gli ebrei italiani sono italiani, che gli ebrei di Roma , in particolare, sono i piu' antichi cittadini della Capitale italiana e che soltanto Hitler prima e Mussolini poi decisero che gli ebrei non erano cittadini dei paesi in cui abitavano e di cui avevano sempre  condiviso la storia, la cultura, le gioie e i dolori.
Asor Rosa segue le loro orme. La cosa sarebbe irrilevante se questa persona non fosse, indegnamente, un professore e non avesse tra le mani le menti dei suoi studenti, menti giovani da manipolare a suo piacere.
La terza cosa strana e' che nel paio di giorni trascorsi tra la vignetta abominevole di Liberazione e le parole abominevoli di Alberto Asor Rosa, alcuni mentecatti sono entrati nel cimitero ebraico di Milano e hanno distrutto una quarantina di tombe.
Non voglio dire che abbiano preso spunto dall'odio che sempre traspare dalle pagine del giornale di Rifondazione Comunista, penso che questi vandali difficilmente sappiano leggere e ancora piu' difficilmente sappiano cos'e' un giornale, pero' tutto aiuta. Tutto aiuta, purtroppo.
L'odio antiebraico ha radici profondissime in Italia e in tutta Europa e si manifesta attraverso gli intellettuali, le persone colte, i politici,  la creme della creme .
Purtroppo questa crema della societa' e' avvelenata, e' portatrice di virus, un virus che infetta i poveri cervelli dei mentecatti che di giorno bruciano le bandiere di Israele e di notte vanno a spaccare le lapidi delle tombe degli ebrei, un virus cosi' pericoloso da far sembrare l'aviaria un semplice raffreddore.
Un virus che si diffonde a macchia d'olio e che sta riportando l'Europa  indietro nel tempo.
No, non le  vogliamo le vostre scuse, Sansonetti, Bertinotti, Asor Rosa, vogliamo che vi vergognate di esistere. Semplicemente.
 
Deborah Fait - informazionecorretta


Massima del giorno
Bisogna essere come l'acqua che resiste come cemento ad un urto violento e cede al peso di un sassolino gentile.
G.P.


VILTÀ PREMIATA
C'è un atteggiamento che la realtà premia al di là dei suoi meriti ed è la prudenza. Non la virtù che permette di evitare gli incidenti stradali o le truffe dei malintenzionati, ma quella tendenza a non compromettersi mai, a non prendere posizione, a non emettere giudizi perentori e perfino a non difendere la vittima contro il colpevole. Gli astanti sul momento lodano il coraggioso che corre in aiuto dell'aggredito e lo additano ad esempio ma alla lunga chi riceve i maggiori onori e i maggiori premi è colui che non ha mosso un dito. Chi si è limitato ad una blanda deprecazione esprimendo magari qualche forma di comprensione per i colpevoli.
Le posizioni nette hanno qualcosa d'indecente. Affermare che sei per sei fa trentasei, non trentasette e neppure trentacinque, sembra una dimostrazione di fanatismo. Se una donna è stata violentata in una strada solitaria, molta gente sarà pronta a chiedersi se non fosse vestita in maniera provocante, se non fosse stata imprudente a passare da lì e se proprio avesse necessità di andare dove andava. Come se tutto questo servisse a qualcosa. E in realtà effettivamente a qualcosa serve: a cercare scuse per gli stupratori.
Nella maggior parte dei casi il bene non sta tutto da una parte, è vero: la vita è complessa. Ma escludere a priori che qualcuno possa avere ragione al cento per cento, e qualcuno torto al cento per cento, è inammissibile. Ciò che in troppi cercano d'evitare è la seccatura d‚esaminare il singolo problema. Inoltre, le posizioni nette sono sentite come pericolose perché la grande massa non è sicura della propria buona coscienza: chissà, forse un giorno potrebbe trovarsi dal lato del torto e per questo, come i bambini, preferisce pensare che in fin dei conti mamma e papà perdonano sempre.
Un esempio paradigmatico è l'atteggiamento di molti dirigenti comunisti durante la Rivoluzione Ungherese del 1956. Non era necessaria una lente d'ingrandimento per capire che si trattava d'una rivolta popolare contro l'oppressione di un governo sostenuto dallo straniero. Non era necessario un particolare acume per vedere che i carri armati sovietici venivano a riannettere all'impero russo una provincia riottosa: e infatti in quell'occasione parecchi comunisti si dissociarono dall'obbedienza togliattiana agli interessi imperiali di Mosca: e lasciarono il Pci. Ma che ci guadagnarono? Ci guadagnarono d'essere dei reietti. Non era ammissibile prendere posizione così nettamente e pubblicamente contro chi aveva torto. Anche di fronte alla donna lacera, sporca e contusa, che gli infermieri ancora raccolgono dal marciapiede, i prudenti si chiedono se gli stupratori non abbiano qualche ragione, dalla loro.
Coloro che lasciarono il Pci divennero una sorta di apolidi, quasi dei traditori agli occhi di tutti, e chi invece, pur di non sconfessare il comunismo, sostenne l'azione infame del Pcus contro un piccolo ed eroico popolo, rimase agli apici del potere ed ebbe un futuro politico. In un caso conquistando addirittura la Presidenza della Repubblica Italiana. Mezzo secolo dopo, si dirà. Giusto. Ma a parte il fatto che mezzo secolo dopo coloro che allora sostennero la verità e la giustizia non hanno avuto nessun premio, come perdonare il servilismo interessato di chi ha saputo chiudere gli occhi sul sangue innocente e sull'amor di patria ripagato con le cannonate dello straniero? Come stringere la mano a chi ha approvato l'impiccagione di Imre Nagy?
Chi ha ragione da solo è empio. Le posizioni nette non sono apprezzate neanche quando, anni dopo, chi prima ha cantato nel coro ammette d'avere sbagliato. Meglio avere torto con gli altri che ragione da soli. E infatti gli intellettuali che prima cantavano nel coro di Mussolini hanno facilmente trovato spazio nel coro di Stalin.
Socrate non è stato ucciso solo una volta.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 17 maggio 2006


Per me pari sono
In Israele si e' formato il governo.
Ehud Olmert e' entrato nell'uffcio del primo ministro, l'ufficio che era di Ariel Sharon.
E' entrato con rispetto e commozione pensando al Gigante addormentato, al piu' grande Generale di Israele e a uno dei piu' grandi Primi Ministri.
Israele, nonostante i suoi problemi, ha saputo dar vita a un governo assolutamente democratico dove il centrosinistra e' composto da personaggi di sinistra, destra e persino religiosi, insieme per fare politica e guidare il Paese in un momento delicato come sempre e forse decisivo.
Anche  in Italia si e' insediato il nuovo governo, un governo comunista, con un presidente comunista, un primo ministro cattocomunista, un presidente del senato ex sindacalista e un presidente della camera comunista.
Si sono presi tutto, proprio tutto, tanto da far pensare a un colpo di stato alla vasellina e meta' degli italiani sono contenti e soddisfatti.
L'altra meta'? preoccupata.
Israele? proccupato, con moderazione, consapevole che la luna di miele con l'Italia e'  conclusa  e che seguiranno tempi duri.
Saltando qua e la' sui forum di sinistra si legge di tutto, dalle maledizioni a Olmert definito dai kompagni un nazifascista, alle difese  e scusanti di Ahmadinejad, alle rabbiose affermazioni che la sinistra non e' antisemita ma solo "giustamente" critica nei confronti di Israele. Nei confronti di paesi naziislamici la critica invece  e' assente ed e' chiaro che muoiono dalla voglia di allacciare contatti con Hamas e poter acclamare insieme la fine di Israele. Si leggono infamita' e menzogne, si legge odio, si legge livore. 
Si leggono anche insulti alla mia persona, mi si definisce "cretina pazza" insieme "alla gentaglia" che mi sta intorno perche' continuiamo a dire che la sinistra, porastella, e' antisemita.
Il vecchio PCI da cui provengono queste persone e quelle che governeranno l'Italia e' sempre stato amico, che dico amico, innamorato di un assassino come Arafat. Se lo sono coccolato, lo hanno nascosto quando rischiava la cattura da parte dell'Interpol, lo hanno portato in trionfo mentre mandava i suoi feddayin ad ammazzare ebrei e non ebrei in Israele e in giro per il mondo.

Il PCI , da cui questi provengono, ha appoggiato gli assassini dei bambini di Maalot, di migliaia di israeliani, di centinaia di ebrei in Europa e , a differenza di una parte della destra fascista  italiana, i comunisti e gli ex comunisti non hanno mai fatto l'atto di dolore, non hanno nemmeno mai detto "ci dispiace".
Chi, come me, si e' dedicato alla difesa di Israele in Italia negli ultimi 40 anni, lo sa quanto fiele abbiamo inghiottito, lo sa quante minacce abbiamo subito, lo sa quanti insulti abbiamo sentito, lo sa quante volte abbiamo letto sui muri d'Italia e sentito urlare dai militanti del PCI prima e poi dei partiti da esso scaturiti, "Israele e morte, Israele assassino, Palestina libera" . E non erano quattro deficienti , erano tutti, era la totalita' della sinistra, incolta, razzista, antisemita. Era la totalita' semplicemente perche' la politica del PCI era contro Israele, senza se e senza ma.
Erano tutti la' con Luciano Lama e la sua pipa a gettare davanti alla sinagoga di Roma una bara nera. Erano tutti la' con i loro ghigni coperti dalle kefiah che marciavano col pugno chiuso rivolto contro la sinagoga, guidati da Chiara Ingrao, urlanti "A morte".
Erano tutti la' a manifestare contro Israele negli anni 70, negli anni 80, negli anni 90.
Non quattro deficienti ma i dirigenti del partito seguiti da mandrie intere di deficienti.
E bandiere bruciate e se c'era una mostra su Israele veniva distrutta e se noi con gli amici radicali...di un tempo... manifestavamo per Israele, la polizia doveva proteggerci e gli  alberghi dove si tenevano Congressi della federazione Italia -Israele dovevano essere circondati da polizia e carbinieri. 
Non a causa dei fascisti ma dei comunisti.
I fascisti facevano altro, ricoprivano i muri di Roma di Stelle gialle ma contro di loro non serviva la polizia, erano sufficienti  i giovani ebrei di Roma per farli scappare a gambe levate urlando "aio mamma".
 I comunisti arrivavano con  i pullman da tutta Italia quando a Roma c'era una manifestazione contro Israele, con i pullman, decine di migliaia di persone urlanti con le bandiere palestinesi, sbavanti odio, urlanti "a morte a morte a morte" a Israele, alla democrazia, complici dei terroristi, degli assassini. Mai un ripensamento, mai la volonta' di conoscere la storia. Dovevano stare dalla parte dei palestinesi solo perche' dall'altra parte c'erano gli odiati ebrei. Non hanno mai manifestato per altri popoli. Che gliene fregava di altri popoli, erano gli ebrei che dovevano essere maledetti, insultati, era Israele che doveva essere minacciato, demonizzato.

Poi, finito il PCI,  partiti come Rifondazione comunista e Comunisti italiani hanno continuato la tradizione,  ancora cortei, ancora  a morte, ancora bandiere bruciate. C'era pero' una novita' folkloristica a rallegrarli,  c'erano i kamikaze, i terroristi suicidi da acclamare e sono andati avanti a difendere questi criminali per tutti gli anni in cui Israele viveva l'incubo del terrorismo quotidiano,  sono arrivati persino a travestirsi e a sfilare per Roma con finti candelotti alla cintura, tutti bardati di bianco e incapucciati. E durante gli anni di guerra, quando Israele chiedeva all'Europa di condannare  e isolare Arafat, non aveva fine il pellegrinaggio di infami verso il Mukata dove l'assassino viveva prigioniero.
Tra questi infami c'erano gli italiani dell'ex PCI, di RC, dei CI, c'erano i pacifisti, bastardi, che non hanno mai detto una parola per i morti israeliani,   che piangevano accanto a lui.
C'era D'Alema che dichiarava che era Israele ad essere terrorista.
Possono darmi della pazza cretina ma questa e' la realta', una realta' che gli amici di Israele hanno vissuto dolorosamente sulla propria pelle e che non dimenticheranno mai piu'.
Dicono : la destra e' antisemita.
Vero, i fascisti sono antisemiti, non e' una novita',  quelli che gridano "ebrei ai forni" sono antisemiti.Lo sono sempre stati e sempre lo saranno e sventolano le svastiche insieme alle bandiere palestinesi.
Quelli che gridano "a morte Israele' sono antisemiti, lo sono sempre stati e sempre lo saranno e sventolano le bandiere rosse  con le bandiere palestinesi.
Io non faccio differenza ed e' inutile che ora neghino.
Adesso  che hanno il potere tentano di cammuffarsi da agnelli e fingono di isolare quelli che fino a ieri erano la loro forza e il loro orgoglio definendoli quattro deficienti.
Non sono quattro deficienti sono la stessa madria di delinquenti, figli di quella sinistra antisemita che correva dietro a Occhetto quando  portava in trionfo Arafat verso Assisi.
"Ebrei ai forni" " A morte Israele" , per me pari sono.
 Chi vuole rimandare gli ebrei nei forni e uguale a chi e' amico di Hamas o resta indifferente alle parole di Ahmadinejad.  Nessuna differenza, anzi forse una differenza c'e': gli ebrei nei forni non li mettera' mai piu' nessuno ma i nazislamici, amici dei comunisti, potrebbero  tentare la distruzione di Israele.
Quello che i comunisti italiani e loro discendenti hanno fatto negli ultimi 40 anni e' stato infamante per l'Italia, considerata fino a 5 anni fa, grazie a loro,  fra i paesi piu' antisemiti d'Europa.
L'odio che hanno seminato contro Israele non sara' mai dimenticato.
Io saro' qua a ricordarglielo  finche' avro' la forza di battere su una tastiera.

Deborah Fait
- informazionecorretta

Lanterna magica
An Inconvenient Truth

Al Gore, ex vicepresidente degli Stati Uniti e protagonista dell’elezione americana più controversa della storia, spiega come il nostro pianeta sia vicino alla catastrofe ambientale. Idee assolutamente condivisibili, ma realizzazione mediocre e soporifera…
An Inconvenient Truth

Regia: Davis Guggenheim
Interpreti: Al Gore
Data di uscita italiana: 5 maggio 2006
Voto: 4,5/10

qui.

CALCIO: LO SPECCHIO DELLA LOSCA REALTA’
Ne abbiamo conosciute tante e ne conosceremo ancora. Non ci stupiamo e soprattutto non crediamo ad alcuna parola di chi ci dice che il Calcio è morto o sta morendo, che l’attuale scandalo ha dimensioni enormi, che tante teste cadranno (ma non tutte, tante…). Sono storie vecchie e giornalistiche che trasformano la realtà.
La realtà del Calcio rispecchia fedelmente quella dell’Italia, dei suoi uffici, dei suoi palazzi pubblici e privati, dei suoi meandri burocratici e delle strette di mano fra montagne di denaro e proprio perché fedele riproduttore del sistema italiano nella sua totalità, non solo non morirà mai, ma non cambierà mai ed è questa la cosa realmente preoccupante.
Il caso Juventus è tale perché fa riferimento alla Juventus, perché riguarda un mostro della finanza e della politica come Moggi (che pure nella politica attiva sarebbe voluto entrare fra breve e non a caso è stato fermato prima), perché la commistione fra politica, alta finanza e raggiro di quartiere oltre che due calci al pallone ha raggiunto luoghi dove si concentrano grandissimi investimenti.
Scommesse sportive? Partite vendute? Il mondo è vecchio e piccolo. Partiamo da un presupposto di principio. Nelle partite di prima categoria dove si affrontano squadre di piccoli paesi di 3000 anime, non è raro che l’arbitro conosca l’allenatore, il calciatore, il dirigente. Esiste la simpatia, l’antipatia, la cena insieme e pure il regalino...Perché il grande Calcio dovrebbe prescinderne?
Ora che le scommesse sono state (gravemente) legalizzate, perché il giocatore o il dirigente non dovrebbe lucrarci sopra, giocando sul filo della legalità e sorpassandolo se vuole puntare molto in alto? Mondo piccolo e morale ancora più piccola.

Così è stato per il doping vero, così per il doping amministrativo. Squadre che spendono e spandono, accordi pubblicitari, accordi televisivi, spese pazze, deficit azzerati e bilanci gonfiati. Il mondo del Calcio è un mondo che sta per scoppiare, ma non scoppia mai. Semmai scoppia uno dei tanti caporioni.
Moggi è uno di quelli, ma non è che la punta dell’iceberg, l’appendice infiammata di un organo malato che gode della sua malattia. Moggi è uno dei classici uomini preziosi, quelli che non si accontentano di andare contro il palazzo, ma lo mettono sotto scacco, si fanno dare tutto ciò che vogliono e si mettono nelle condizioni di difenderlo. Naturalmente sono anche ben disposti a difenderne gli interessi comuni. L’intellighenzia calcistica, una selva burocratica e finanziaria non poteva che fermarsi di fronte a tanto potere, ma l’unione del pubblico con il privato non può durare molto e così, quando qualcosa sfugge, l’intellighenzia elimina i pezzi malati, fa saltare qualche funzionario eccellente e fa credere a tutti che sia in atto “il terremoto”.
Tutto ciò accontenta le smanie di pulizia del popolo e le smanie di nuovi privati e di nuovi (ma sempre vecchi e ben noti) burocrati di federazione che si ergono a capo, fino al prossimo terremoto e nel frattempo chi è stato fuori o contro il palazzo, cercherà una buona occasione per affondarlo, ma il suo unico vero scopo è riappacificarsi.
In un mondo dove ormai entrano ed escono grandi holding, uomini ricchi, finanzieri dell’ultim’ora, dove esistono squadre in perenne passivo, squadre svalutate e parcellizzate o accalappiate da piccoli proprietari o grandi signori per conto di prestanome, tutti sanno qualcosa, tutti c’entrano qualcosa, presidenti, soci, allenatori, calciatori e perfino i magazzinieri. Tanti vengono ascoltati, pochi parlano, le indagini durano anni ed anni e nel frattempo il mondo da loro costruito e le loro magagne sono sparite e c’è un altro Calcio, sempre uguale a sé stesso, sempre segreto ed esagerato. 
Angelo M. D'Addesio


Dedicato a tutti coloro che hanno scritto disinvoltamente di “peggior governo dal dopoguerra” e di “disastro economico del centro-destra cui il centro-sinistra dovrebbe taumaturgicamente mettere rimedio.
L’economia sa come organizzarsi nei tempi difficili anche indipendentemente dalla politica. I dati sul pil e sulla produzione industriale diffusi ieri dicono che non era stato il governo di centrodestra a mettere in crisi l’economia italiana. E la lunga discussione sul declino era stata una campagna di propaganda, nata più o meno così. L’inizio del governo Berlusconi aveva coinciso con una emergenza economica legata a tre fatti: l’introduzione dell’euro, che dopo un periodo troppo breve di doppia circolazione con la lira, aveva determinato il disorientamento dei consumatori alle prese con un cambio traditore che spingeva verso il 2 a 1, e un effetto di trasferimento di ricchezza dai dipendenti agli autonomi; il momentaneo cortocircuito causato dall’11 settembre (poi riassorbito praticamente da tutte le economie occidentali); e, infine – la questione più delicata – la ristrutturazione del sistema industriale italiano dovuto in parte al confronto con i paesi asiatici che esponevano il tessuto delle piccole e medie imprese italiane a basso valore aggiunto a una dura concorrenza, e in parte alla crisi di alcune grandi manifatture che facevano mancare l’effetto volano (il caso Fiat è emblematico).
Il governo Berlusconi ossessionato dall’ottimismo (e dall’obbligo di ostentarlo), invece di avvisare l’opinione pubblica, di prendersi un po’ di tempo, di rivedere i programmi, di anticipare il nemico, si rifugiò nel negazionismo – grave errore – scommettendo su una imminente ripresa.
Sul negazionismo berlusconiano si innescò la campagna declinista, condotta con gli strumenti eleganti ma grotteschi della propaganda, l’aiuto di professionisti amici, di professori disponibili e di qualche opinionista così così: il declino doveva sembrare la destinazione naturale del berlusconismo – e a qualcuno, più ingenuo o ideologizzato, lo sembrava davvero. La mistificazione propagandistica, un po’ dal sapore di grande truffa, non aveva interesse a ragionare sugli errori relativi all’introduzione dell’euro (commessi a destra e a sinistra), sulla crisi che investiva anche le altre grandi economie continentali, sulle conseguenze dell’allargamento europeo e della concorrenza asiatica, sulla rigidità del confronto – molto astratto per la verità – tra mercatisti e dazisti, o sull’assenza di un complessivo disegno di politica economica e industriale da parte del governo (emersa successivamente, per esempio con lo scontro sulle banche e il dibattito sul rapporto tra nazionalismo economico e globalizzazione dei mercati).
Nel frattempo la realtà stava andando avanti. La struttura economica stava cambiando con il ridimensionamento delle grandi imprese, la terziarizzazione, la ristrutturazione anche nelle tradizionali aree del miracolo, come nel Nordest passato in trent’anni dalla metalmezzadria alla globalizzazione dei Benetton e infine al ripiegamento nelle rendite (anche dei Benetton).
La mistificazione partiva, ovviamente, dall’uso delle cifre su cui per cinque anni ci siamo intrattenuti: abbiamo discusso e litigato sull’inflazione, sui grandi cantieri, sulle riduzioni fiscali. Un intelligente sociologo, Luca Ricolfi, sull’intuizione dell’inattendibilità dei numeri nel dibattito politico è diventato una star. Persino sull’occupazione stabilmente in crescita, la militanza intellettuale di un pezzo degli osservatori economici ha puntualizzato che quel piùzerovirgola ogni anno era solo il risultato delle regolarizzazioni di extracomunitari, per dire che in fondo la legge Biagi (ribattezzata 30 dai puristi che non vogliono passare per collaterali del giuslavorista) non era un granché. Il sostegno al declinismo è arrivato anche dalla grande impresa, dai suoi giornali e dalla sua rappresentanza, la Confindustria. Una parte degli industriali tifava declino per due ragioni: per sostenere richieste d’aiuto peraltro sostanzialmente sempre negate dal governo, a causa di una resistenza culturale diffusa nel centrodestra e di una certa mancanza di visione (per esempio nello scarso sostegno agli investimenti privati, soprattutto in settori esposti al rischio di instabilità economica e normativa); e per intervenire nella partita politica, in cui certi colpevoli passaggi a vuoto berlusconiani (per esempio la campagna elettorale per le regionali del 2005) davano la sensazione che il presidente del Consiglio fosse spacciato e che sterminate praterie di potere si aprissero.

Adesso la ripresa è cominciata: ordinativi e fatturato delle imprese crescono, la dinamica delle retribuzioni è sopra l’inflazione, le entrate fiscali crescono (secondo alcuni osservatori forse anche grazie a un piccolo effetto Laffer, dal cognome dell’economista che diventò famoso per un’idea: se riduci la pressione fiscale sale il gettito), la fiducia dei consumatori è buona, la produzione industriale segna +6,8 per cento a marzo e +4,8 nel primo trimestre rispetto al primo 2005, le stime sul pil nel primo trimestre di quest’anno (+1,5 per cento) indicano il miglior risultato da cinque anni a questa parte.
Che cosa è successo? Innanzitutto che Silvio Berlusconi è stato sfortunato, se si votasse con questi dati, potrebbe recuperare i venticinquemila voti che gli sono mancati (e che comunque non avrebbe conquistato partecipando a “Terra!”). In secondo luogo, è capitato che il declino non c’era. L’Italia ha una specie di costituzione materiale che funziona anche in economia: una certa mobilità d’impresa e il vecchio spirito commerciale che spinge a lavorare, a ristrutturarsi, a fare a meno della politica. Questa costituzione materiale sta funzionando tanto per la Fiat quanto per la media impresa, il nuovo soggetto in crescita. Il resto della discussione, cioè almeno tre anni di inutile scontro propagandistico, non sembra essere servito a molto. Romano Prodi cerchi di tenerne conto: non deve ristrutturare le riforme berlusconiane, il mercato del lavoro, la politica fiscale. Sarebbe sufficiente che egli fosse in grado di vigilare sulla spesa pubblica e di disegnare la politica economica di una media potenza regionale. Ciò su cui il governo uscente ha inciampato, anche per merito o colpa della propaganda basata sul nulla.
 Marco Ferrante - Dal “Foglio” del 12 maggio 2006


L’ANTI-DUCE
Le folle hanno tendenza ad eleggere un loro profeta. È sufficiente che si presenti come rappresentante supremo e disinteressato dei loro ideali, perché essi lo seguano fedelmente e lo eleggano loro guida. Non  è un caso che guida in tedesco si dica Führer, in italiano Duce, in romeno Conducator, in inglese leader ecc: agli uomini come ai bambini, nelle circostanze più varie, dà sicurezza tenere la mano del padre.
Questo fenomeno ha avuto una delle figure paradigmatiche in Mussolini. In seguito la costituzione italiana ha stabilito regole per evitare l’emergere di questi personaggi carismatici e per decenni non s’è vista l’ombra d’un grande capo. Negli ultimi dodici anni tuttavia, con Berlusconi, è imprevedibilmente apparso l’anti-duce. Il duce trascina una buona parte del paese (ed ha come avversaria la rimanente parte), l’anti-duce non trascina tutta la sua parte ma fa l’unanimità dei suoi avversari.
Il Cavaliere non è il leader di tutto il centro-destra: ci sono quelli che non lo amano per nulla, per esempio nell’Udc; ci sono quelli che ne subiscono la leadership per convenienza, come in An; ci sono quelli che votano per lui perché anti-sinistra, anti-destra e anticlericali: è insomma il meno peggio. Il suo elettorato al novanta per cento sa più quello che non vuole che quello che vuole. Nella coalizione opposta invece l’ostilità a Berlusconi costituisce un articolo di fede. Riguardo alla religione, tra le idee dei radicali e quelle della Margherita ci sono grandi differenze; tra le idee economiche di Diliberto e quelle di Fassino o di Dini ci sono abissi; tra la politica internazionale di Rifondazione e quella dei Ds ci sono contrasti insanabili; ma in questa guerra di tutti contro tutti un solo punto è comune: l’odio per Berlusconi. Questi, che non è il capo incontrastato del centro-destra, è l’incontrastato elemento unificatore dell’intera sinistra in quanto nemico numero uno.
Il programma del centro-sinistra è infatti immenso, contraddittorio e vago perché, se non vuole far scoppiare i contrasti, non può dire niente di definito. E allora i più fanatici e i più ingenui, non che rendersi conto del vuoto delle loro idee, dicono solo il peggio del peggio di Berlusconi come se, con ciò, confermassero la purezza della loro fede politica e annunciassero un’azione di governo.
Tanta ostilità è nata nel 1994. Se non ci fosse stato l’uomo di Arcore, Occhetto avrebbe vinto le elezioni a man bassa: ma troppi dimenticano che nessuno avrebbe potuto realizzare questa incredibile impresa se non avesse trovato un elettorato pronto a sostenere chiunque si fosse seriamente presentato a sbarrare la strada “ai comunisti”. Volendo negare questo, ancora dodici anni dopo la sinistra si sforza giorno e notte di stramaledire l’inciampo, dimenticando che l’ostacolo non è Berlusconi, è un elettorato ostile ad una sinistra inconcludente, divisa e tuttavia pericolosa.
Chi non è capace di venerare il Conducator di turno, e corrispondentemente di odiare qualcuno quasi fosse l’origine di tutti i mali, è sommamente infastidito dal gregge di coloro che hanno bisogno di seguire un capo o, in mancanza, di odiarlo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 11 maggio 2006

AUTOVELOX
IL RE COREANO

La Ssangyong, casa automobilistica coreana, lancia la sfida a auto di blasone, con un elegante e imponente SUV: il Rexton. Questo sport utility orientale è equipaggiato con due motori di origine Mercedes (un 3200 a benzina da 220 cv e un 2700 Diesel XDI da 165 cv), negli allestimenti Plus 1, Plus 2, Premium 2, Premium 3. Esternamente il veicolo coreano, mostra tutta la sua importanza: un bel SUV, dalle linee eleganti, europee che non ha nulla da invidiare a veicoli dello stessa fascia di mercato, ma magari più blasonati e conosciuti. Ben fatto e pulito l’anteriore con i doppi fari che incorniciano la bella mascherina cromata, fari che sovrastano il gruppo freccia – fendinebbia. Ben fatto anche il posteriore con i grandi fari e la scritta “Rexton” che occupa tutta la parte bassa del portabagagli. Internamente l’importanza e l’eleganza denotata nell’estetica delle linee si ripresenta ancor più accentuata: grande spazio a bordo (il Rexton è disponibile anche 7 posti), un ottima qualità ed eleganza dei tessuti (pelle con addirittura il nome del veicolo trapuntato sugli schienali), inserti in legno sulla completa consolle centrale, sul volante e sul tunnel, quadro strumenti completo e con una elegante retroillumniazione a led celeste. Ora è il momento del resoconto delle impressioni di guida: il Rexton provato era il 2700 XDI Premium 2 dal prezzo di 36300 €. Quest’auto, grazie all’accoppiata diesel Mercedes – cambio con ridotte accentuata dall’ottimo confort di bordo e spazio a disposizione dei passeggeri, è adatta a essere usata sia su strada asfaltata (dà il meglio di se nei lunghi viaggi autostradali) sia in percorsi fuoristradistici accidentati. Infine i prezzi: il 3200 benzina, nell’unico allestimento Premium 3 costa 40371 €, per il 2700 XDI (diesel) si va dai 31100 € del Plus 1 ai 38000 € del Premium 3.
ALLEVI BRUNO - bruno.allevi@tele2.it


Massima del giorno
Il diritto internazionale somiglia a quei medici che esercitano per anni e poi si scopre che non hanno la laurea.
G.P.


MOLLICHINE
Stretta di mano tra Prodi e Berlusconi ai funerali solenni per Nassiryah. Poi ambedue hanno implorato un fazzolettino imbevuto.

Berlusconi: “Ci rimpiangeranno”. Vero. Come si fa il tiro a segno senza testa di turco?

Prodi: “Adesso tocca a noi”. Auguri.

Ministero della Difesa. Bonino: “Mi ritengo più qualificata”. Ha ragione.  I radicali sono specialisti della guerra di tutti contro tutti.

Iran: “Se gli Stati Uniti attaccano, colpiremo Israele”. Molti nemici molto onore, ha detto qualcuno. Che è morto ammazzato.

Tutti contro Pecoraro Scanio perché rideva al funerale dei caduti di Nassiryah. Che c’è di male? Erano solo mercenari.

Gianni Pardo

D’ALEMA PRESIDENTE
Il problema dell’elezione del Presidente della Repubblica fa versare fiumi d’inchiostro e contemporaneamente provoca una sorta di afasia. Non solo per sotterraneo disinteresse per la cosa pubblica (cosa loro e non nostra) ma perché è fastidioso occuparsi d’un dubbio che sarà risolto nel segreto dell’urna, magari in maniera totalmente imprevista. Imprevista soprattutto perché l’uomo proposto si è procurato, anche gratis, tante antipatie da poterne rivendere.
L’argomento dunque appartiene alla casuistica: che dire di un leader similcomunista al Quirinale, soprattutto dopo che si è messo un comunista senza “simil” alla Presidenza della Camera?
Il centro-destra, echeggiando un argomento tante volte usato dalla sinistra, protesta che non si può eleggere un simile Presidente della Repubblica a colpi di maggioranza. Ma è tesi che non convince. Si può eccome. Se si dispone dei voti necessari si può anche eleggere Diliberto o Pecoraro Scanio. La presunta regola, secondo cui “non si può governare a colpi di maggioranza”, era una bufala negli scorsi cinque anni e lo è ancora.

Si dice pure che, dal momento che dovrebbe rappresentare tutti gli italiani, il Presidente dovrebbe essere una personalità super partes. Ma nessuno, che sia umano, è super partes. E a fortiori non lo è chi, per tutta la vita, ha partecipato alla lotta politica. Cincinnato è morto da secoli e solo gli ambiziosi arrivano in Parlamento: proprio qui bisognerebbe trovare persone non ambiziose? Sarebbe come andare a caccia di tigri sott’acqua.
Qualcuno dice: ma Ciampi non era un uomo di partito. A parte il fatto che è stato capo di un governo di centro-sinistra, è stato certamente abbastanza ambizioso per divenire Governatore della Banca d’Italia. E non è forse questo un posto che “pesa” più di un ministero?
Il centro-sinistra, se ritiene che gli convenga, può benissimo eleggere D’Alema. Il punto è: gli conviene? Per gli equilibri interni indubbiamente sì. Un D’Alema al Quirinale si toglie dalla lotta per le rimanenti caselle ed inoltre, cessando d’essere un concorrente di Prodi per Palazzo Chigi, tranquillizza il Professore e la sua traballante coalizione. Un affarone.
Ma l’affarone cessa di essere tale se si guarda ai problemi di governo e d’immagine. È passato solo un mese dalle elezioni e già tutti percepiscono la coalizione “vittoriosa” come un’armata scucita e avida che litiga per i posti; una congrega che non intende fare prigionieri; che piazza i suoi uomini in tutte le poltrone di peso e governa a colpi di maggioranza. Prima ancora che il governo si sia insediato. Inoltre, si offre all’opposizione su un piatto d’argento il pretesto per denunciare ad ogni passo il “regime”. La coalizione infatti avrebbe notoriamente dalla sua tutti: dalla magistratura ai giornali, dagli intellettuali ai corrispondenti esteri, dai governatori delle regioni al Presidente della Repubblica. In queste condizioni non avrebbe scuse per nessuno scivolone. E mentre i media dovrebbero fare i pesci in barile per non apparire smaccatamente filogovernativi (un problema che avranno anche i comici!), l’opposizione avrà buon gioco a denunciare con alte grida tutti gli errori veri o presunti della maggioranza, oltre tutto bloccando spessissimo la sua azione al Senato.
Con la sua arroganza il centro-sinistra rischia di sprecare una carta che in passato ha potuto giocare. Lo stesso D’Alema, quando si trattò dell’intervento nei Balcani, sfuggì ad un’indimenticabile cattiva figura internazionale perché, mentre l’estrema sinistra sparava contro di lui, fu salvato dal voto del centro-destra. Chi assicura il futuro governo che una minoranza  umiliata lo rifarebbe? Se il centro-destra fosse stato allettato con profferte di collaborazione e dichiarazioni di rispetto (è abbastanza ingenuo per prenderle sul serio), chissà che, in alcuni momenti, non avrebbe dato una mano al governo in difficoltà. Per il bene dell’Italia. Ma se il suo elettorato – cioè metà dell’Italia – continuerà ad essere irritato come sembra esserlo già oggi, la minoranza non potrà correre in soccorso del governo nemmeno se lo volesse e si trattasse di onorare i trattati internazionali più solenni.
Forse chi è più visceralmente contrario al centro-sinistra dovrebbe augurarsi un D’Alema Presidente della Repubblica perché, fra un anno o al massimo due, sarebbe ciò che resterebbe al potere della coalizione di centro-sinistra.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 7 maggio 2006


Appello per l'istituzione della Giornata nazionale delle vittime dell''ingiustizia
Mauro Mellini, già deputato radicale e membro del Consiglio Superiore della Magistratura, ha promosso a nome dei Riformatori Liberali-Radicali un appello per l'istituzione del 18 maggio (ricorrenza della morte di Enzo Tortora) quale giornata nazionale delle vittime dell'ingiustizia.
Questo appello sarà lanciato sul piano nazionale il prossimo 18 maggio e sarà accompagnato da una serie di iniziative parlamentari volte al perseguimento di un obiettivo difficile che vogliamo però porre all'attenzione e alla riflessione dei parlamentari, delle forze politiche e dell'opinione pubblica.
Per dare forza alla nostra iniziativa ti prego quindi di leggere il testo dell'appello e di comunicarci- se lo ritieni- la tua adesione a info@riformatoriliberali.org.
Ti ringrazio e ti saluto cordialmente
BENEDETTO DELLA VEDOVA


"Un patrimonio da 900 milioni"
Con un patrimonio di 900 milioni di dollari, il presidente cubano Fidel Castro è uno dei dieci capi di stato più ricchi del mondo. Per la precisione, si piazza al settimo posto della classifica di "Re, regine e dittatori" più facoltosi stilata ogni anno dalla rivista finanziaria Forbes. Eppure il leader comunista, che compare in un elenco di principi arabi, petrolieri e teste coronate, continua a dichiarare con insistenza che il suo reddito è pari a zero.
Secondo quanto riportato da Forbes, però, le cose non stanno proprio così. Anzi: il patrimonio di Fidel è quasi raddoppiato, se si considera che l'anno scorso la stessa rivista gli aveva attribuito una fortuna personale di circa 550 milioni di dollari. Lui, naturalmente, aveva negato, ed era andato su tutte le furie: "Pensano che sia come Mobutu (ex presidente dello Zaire) o uno di quei miliardari, quei ladri e saccheggiatori che l'impero ha protetto?", aveva detto commentando la classifica 2005. E aveva persino minacciato di portare in tribunale il periodico americano.

A chi obietta che è difficile, almeno in teoria, separare il patrimonio dello stato da quello personale, risponde la pratica, quella dei numeri e dei conti in banca. Secondo la rivista, Castro avrebbe il controllo economico di una rete di compagnie statale: tra le più redditizie, El Palacio de Convenciones, un centro che ospita convention, nei pressi di L'Avana, e Medicuba, azienda farmaceutica che vende vaccini e altri medicinali prodotti a Cuba. Alcuni ex ufficiali cubani affermano che Fidel Castro, che viaggia solo su Mercedes nera, abbia fatto scivolare una parte dei profitti sui suoi conti, che in molti sostengono si trovino al sicuro in Svizzera.
Fidel non è però l'unico dittatore nell'elenco dei più ricchi: con 700 milioni di dollari in tasca è seguito dal presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang. "Possono anche dire che sono soldi del Paese", sostiene uno dei direttori dell'associazione Human Right Watch, che da anni studia come l'amministrazione Obiang usa i guadagni derivati dal petrolio."Sotto il governo Obiang, la ricchezza del Paese è diventata sostanzialmente il bancomat del presidente".
Il petrolio resta, comunque, la principale fonte di reddito per i 'paperoni' del mondo: a conquistare le prime cinque posizioni della classifica sono re e sceicchi degli Stati del Golfo persico. Primo, il re saudita Abdullah, con una fortuna pari a 21 miliardi di dollari, seguito dal sultano del Brunei (20 miliardi) e dal presidente degli Emirati Arabi Uniti (19 miliardi). Tra gli europei, il principe del Liechtenstein, con 'solo' 4 miliardi di dollari e Alberto di Monaco (1 milardo). Solo in fondo alla classifica troviamo la regina Elisabetta d'Inghilterra e Beatrice d'Olanda: pur essendo titolari di fortune secolari, i loro patrimoni personali ammontano rispettivamente a 500 e 270 milioni di dollari.
Da "La Repubblica" (5 maggio 2006)


PRECISA AZIONE
Per qualche giorno lo sciagurato che pubblica i vari interventi degli amici che scrivono in questo blog non ha potuto essere fisicamente presente davanti alla tastiera ...
Lo sciagurato, scusandosi con loro e con gli affezionati lettori, per farsi perdonare,  ha deciso di proporre la foto  della settimana al vostro commento.
Accomodatevi, prego...

 


Massima del giorno
Ridicoli sono i poveri. I ricchi sono eccentrici.
G.P.


LA GRAZIA E LA CONSULTA
Una sentenza è un atto d’imperio e un ragionamento. L’atto d’imperio è contenuto nel dispositivo, cui non si può che obbedire. Il ragionamento è invece contenuto nella motivazione e vale quanto vale la sua logica. Al punto che l’ordinamento ha previsto la possibilità del gravame perché un giudice di livello superiore possa anche capovolgere la sentenza.
La decisione della Corte Costituzionale che assegna al solo Presidente della Repubblica il potere di concedere la grazia, anche in dissenso col Ministro della Giustizia, vale logicamente solo quanto vale la sua motivazione. E poiché questa motivazione sarà disponibile fra qualche settimana, attualmente sarà solo lecito andare mestamente a rileggere gli articoli 89 e 90 della Costituzione.
Il primo dice: “Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità”. Se le parole hanno un senso questo articolo indica che, soprattutto nei provvedimenti discrezionali, il Presidente della Repubblica non ha nessun potere a meno che suo volere non sia anche il volere del ministro competente. Se infatti la controfirma fosse solo una formalità, con essa i ministri non manifesterebbero la volontà di un atto e a fortiori non avrebbe senso dire che “ne assumono la responsabilità”. Se non si è nella condizione di dire sì o no non si assume la responsabilità d’un bel niente. Una manifestazione di volontà in tanto è valida in quanto sia libera. Se il soggetto agisce sotto costrizione non vale il contratto firmato, non vale il consenso accordato, non vale neppure il matrimonio: né per lo Stato né per il Diritto Canonico.

Qualcuno potrebbe stupirsi di vedere la più alta autorità dello Stato posta in questa condizione di minore età e nell’impossibilità d’agire autonomamente. La spiegazione la fornisce il successivo articolo 90 il quale recita: “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”. E la sua ratio è evidente. Perché un’autorità sia assolutamente inattaccabile (irresponsabile) è necessario che non commetta mai atti criticabili e questo si ottiene facendo ricadere su altri l’eventuale responsabilità. Il Presidente non corre il rischio di sbagliare proprio perché, se proprio sbagliasse, la colpa sarebbe data al “ministro proponente” (che “se ne assume la responsabilità”). Come sanno bene da secoli i sovrani del Regno Unito, l’irresponsabilità si ottiene al prezzo dell’autonomia.
Ora con la recente sentenza la Corte Costituzionale, pur di concedere la grazia a Sofri, o forse per fare un dispetto a Castelli, ha stabilito che il Presidente può passare oltre la volontà del ministro: ma è un regalo avvelenato, tanto che se ne può fare un caso di scuola.
Ammettiamo che tutto il paese reputi questa grazia opportuna e che essa sia resa impossibile da un’impuntatura del ministro: a chi dà la colpa, la pubblica opinione? Al ministro, ovviamente. Ammettiamo ora invece che tutto il paese e il ministro della Giustizia reputino questa grazia inopportuna e che essa sia lo stesso concessa dal Presidente della Repubblica: a chi dà la colpa, la pubblica opinione? Al Presidente della Repubblica, ovviamente. Ed è proprio quello che la Costituzione ha voluto evitare.
Non è possibile considerare super partes e irresponsabile un Presidente che compie atti politici discrezionali. Se per esempio D’Alema fosse il Presidente; se il ministro della Giustizia pro tempore fosse contro la grazia a Sofri e se D’Alema la concedesse lo stesso, chi salverebbe il Presidente della Repubblica dall’accusa d’essere rimasto un comunista? Uno che considera i crimini commessi dai comunisti con sguardo benevolo? Magari perché di quei crimini è moralmente correo? E sarebbe utile che metà del paese pensasse questo del proprio Presidente della Repubblica?
È per evitare questo disastro che la Costituzione ha reso il Presidente della Repubblica irresponsabile. Ma si direbbe che non si sia espressa abbastanza chiaramente. Quanto meno per alcuni illustri giuristi.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 4 maggio 2006 ,

 Auguri Israele! Buon compleanno!
Ieri, mentre gli israeliani piangevano nei cimiteri militari e li riempivano di fiori e sassolini, una giornalista e' andata nelle scuole elementari per raccogliere le testimonianze dei bambini.
E' stato entusiasmante vedere che tutti, anche i piu' piccoli, sapevano cosa significasse la Giornata del Ricordo dei soldati morti nelle guerre di Israele. Entusiasmante perche' significa che non e' vero che i giovani e i giovanissimi siano indifferenti e ignoranti, forse questo e' un fenomeno riscontrabile in Paesi  dove la vita e' comoda e tranquilla. In Israele e' diverso,  giovani e i bambini israeliani devono sapere, non hanno scampo. Quello che sanno fa parte della loro vita quotidiana, purtroppo.
Un bimbetto sdentato con un gran sorriso ha esclamato " i nostri soldati sono morti perche' noi restiamo vivi".
La giornalista gli ha sussurrato "grazie" e ha chiuso il servizio lasciandoci  con la pelle d'oca.
Sul Monte Herzl di Gerusalemme, dopo aver suonato il Silenzio a significare che era finita la Giornata del Ricordo, l'alzabandiera ha dato inizio ai festeggiamenti per il 58esimo anno dall'Indipendenza di Israele.
Asciugarsi le lacrime e ricominciare a vivere, in questo si riassume la storia del popolo ebraico.
Sul piazzale davanti al Mausoleo di Theodor Herzl, il padre del sionismo, la festa di compleanno di Israele ha avuto momenti di grande commozione, di grande allegria e di momenti seri come e' stato il  bel discorso di Shimon Peres che ha invitato i palestinesi a seppellire le armi e a parlare di Pace, ha chiesto  all'islam di  smettere di odiare  e ha detto in modo chiaro e preciso a Ahmadinejad che continua a minacciare Israele tra l'indifferenza del mondo :
 " Si ricordi  l'Iran che Israele e' ECCEZIONALMENTE  forte e che sapra' difendersi".
 Peres ha concluso il suo discorso con l'invito a tutti noi di non smettere di sognare la pace.
Si,  noi sognamo  la pace, la sognamo sempre,  peccato che i nostri nemici sognino solo guerra e morte, la nostra!
Dodici bracieri sono stati accesi da dodici israeliani in onore delle dodici tribu' di Israele e grandi applausi hanno spesso interrotto le parole di  Sarah Hatan, una vecchia ebrea arrivata in Israele mezzo secolo fa dal Kazikistan attraverso il Kurdistan, che orgogliosa ha detto di avere 14 figli e 58 nipoti. Alla fine della sua breve e intensa storia, tra grandi sorrisi e gli occhi lucenti di commozione  ha esclamato "le tif'eret Medinat Israel - per lo splendore di Israele"  e si e' messa a mandare baci al cielo. Il pubblico era in visibilio, lo sventolio delle bandierine che ognuno aveva in mano sembrava un mare ondeggiante.
Grandi applausi anche a Jamila Khir, detta nonna Jamila, una drusa molto nota in Israele per i suoi prodotti a base di olio di oliva e orgogliosa che i suoi  figli abbiano servito nell'esercito, come tutti i drusi di Israele.
A Tel Aviv, mentre a Gerusalemme c'era l'alzabandiera, si e' illuminata la facciata del palazzo del  Municipio con un'enorme Maghen David azzurra  e 540.774 lampadine bianco azzurre. Balli e canti in Piazza  Rabin e in ogni angolo di ogni citta' del Paese.  
I festeggiamenti di Yom HaAzmaut sono sempre semplici e molto sentiti.
Nessuna parata  se non la sfilata delle bandiere accompagnate dal battere delle mani del pubblico al suono di una marcetta suonata a  polka.

Nessuna banda militare, i nostri soldati cantano canzoni bellissime in cui si sente sempre la parola pace. 
Pochi  e brevi  i discorsi.
Molta allegria, sorrisi, e tanta tanta commozione e amore per questo Paese.
Oggi, dopo aver ballato per le strade per tutta la notte, si va ai  pic nic sulle spiagge, nei prati, nei boschi di Israele, in mezzo a uno sventolio di bandiere che ricopre il Paese di bianco e azzurro.
Per lo splendore di Israele, per la sua gente, il suo coraggio, la sua allegria, la sua speranza, per  il verde dei suoi prati e l'azzurro del suo cielo.
Auguri Israele! Buon Compleanno!
 
Deborah Fait- informazionecorretta

Lanterna magica
Anche libero va bene

Un padre e i suoi due figli cercano di vivere una vita normale, nonostante le difficoltà economiche e la mancanza della madre, che sconvolge il loro equilibrio tornando a casa. Interessante esordio alla regia di Kim Rossi Stuart…
Anche libero va bene

Regia: Kim Rossi Stuart
Interpreti: Kim Rossi Stuart, Alessandro Morace, Barbora Bobulova, Marta Nobili
Sceneggiatura: Kim Rossi Stuart, Linda Ferri, Federico Starnone & Francesco Giammusso
Data di uscita italiana: 5 maggio 2006
Voto: 6/10

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IL COMUNISTA BUONO
Bertinotti è un signore che si dichiara comunista ed è Presidente della Camera dei Deputati. Se Bertinotti si dichiarasse nazista e fosse Presidente della Camera dei Deputati, non solo i titoli dei giornali di tutto il mondo avrebbero caratteri di scatola, ma in Italia si rischierebbe la rivoluzione. Questo non richiederebbe spiegazione se la storia del comunismo fosse molto diversa dalla storia del nazismo e se i crimini del nazismo fossero diversi da quelli del comunismo. Invece, se si fa il bilancio del numero di morti provocati e se si tiene conto della durata dei due fenomeni, il comunismo ha provocato più danni, più internati, più dolori e molti più morti del nazismo. E tuttavia Bertinotti è accettato da tutti a ciglio asciutto, anzi con un sorriso: questo merita una spiegazione.
La prima ragione della benevolenza nei confronti dei comunisti è l’ignoranza. Dal momento che l’Italia ha avuto, sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, un partito comunista, e dal momento che non è successo niente di grave, molta gente – ignorando la sua ideologia e il resto della storia mondiale – si è convinta che il Pci è soltanto il partito dei lavoratori. E basta. Quello che dovrebbe spostare la distribuzione della ricchezza (quasi che cadesse dal cielo) dai profittatori e dai nullafacenti agli operai.
La seconda ragione è un “distinguo”. Le persone un po’ più informate, cioè quelle che la storia ha messo dinanzi a fatti incontrovertibili (incontrovertibili quando anche l’URSS li ammessi, non prima), per il passato se la sono cavata dicendo: “quei” comunisti erano cattivi, i “nostri” comunisti erano buoni anche allora: erano solo disinformati. Dimenticando di dire che lo erano dalla loro stessa stampa e dai loro capi. E comunque certo cattivi non sono oggi. Oggi sono sinceri democratici più degli altri partiti.
Ambedue le ragioni sono infondate. I comunisti, quand’anche fossero stati “buoni” prima, dovunque hanno preso il comando sono diventati “cattivi” e hanno tenuto il potere con la forza. Un nome per tutti, la Cecoslovacchia. La seconda ragione di benevolenza riporta dunque alla prima: l’ignoranza. Un’ignoranza che impedisce di capire come mai le cose siano andate dovunque così: e ancora oggi vadano così a Cuba.
Il difetto dell’ideologia comunista non è tanto la rovinosa teoria economica e neppure la fumosa ideologia politica: è il fatto che essa si presenta come salvifica. Essendo messaggera d’una rinascita economica e morale, in contrapposizione alla corruzione del passato, non ammette contraddittorio. Non più di quanto l’ammettesse l’Inquisizione. Non è per un caso che il comunismo, dovunque abbia preso il potere, si sia rivelato totalitario: ciò è avvenuto perché, agli occhi dei comunisti, l’umanità si è ogni volta dimostrata incapace di capire quanto eccellente fosse il messaggio. Ed ha tentato di ribellarsi. Questo ha “costretto” chi voleva salvarla a salvarla con la violenza e la dittatura.

L’atteggiamento di superiorità morale della sinistra è sempre stato irritante. Recentemente, sulla scia del libro di Luca Ricolfi, è divenuto perfino di moda riconoscerlo: ma più importante è comprenderne le ragioni.
Gli uomini di sinistra si sentono profeti d’un mondo nuovo e migliore. Ad esso si oppongono solo le persone portatrici di contro-valori come il denaro, l’egoismo, la meritocrazia, l’edonismo. È così che si spiega la simpatia della sinistra per le tasse: se l’intero paese si impoverisce e si crea anche meno ricchezza, questo non ha importanza. Se si aumenta l’uguaglianza e se si migliora il livello morale della società lo scopo è raggiunto. Dove sta scritto che la prosperità va ricercata a qualunque costo? Questo è un pregiudizio liberale.
Come per Girolamo Savonarola, anche per i veri comunisti la ricchezza rappresenta un’occasione per perdere la propria anima. Un’occasione per darsi all’edonismo consumistico invece che alla cultura, all’egoismo piuttosto che al soccorso dei più deboli e all’elevazione etica. Il cenobio dei frati mendicanti è più vicino alla vera mentalità comunista di quanto non sia il sindacato degli operatori di borsa. 
Come un calciatore, Bertinotti dedica la sua elezione a Presidente della Camera alle operaie e agli operai. Agli ingegneri certo no, guadagnano più degli operai e questo è contrario a quanto avveniva nell’Unione Sovietica. Dunque è buono, è morale, è a favore del popolo. Ma è comunista. E all’osservatore imparziale non interessa se i comunisti siano buoni o cattivi. Non più di quanto interessi sapere se Girolamo Savonarola fosse buono o cattivo o se fosse buono o cattivo Rosenberg. All’osservatore imparziale basta constatare che tutti i profeti che vanno al potere sono nocivi. Poco importa se ci vanno in quanto comunisti, in quanto eretici o in quanto nazisti.
Un comunista è un comunista buono al bar o a casa sua: non al potere. Se gli italiani accettano di buon grado d’avere un comunista come Presidente della Camera dei Deputati è segno che non si rendono conto di questo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 2 maggio 2006
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ANNUNCI TRATTI DA ALCUNE BACHECHE PARROCCHIALI ITALIANE.
Per tutti quanti tra voi hanno figli e non lo sanno, abbiamo un’area attrezzata per i bambini!

Giovedì alle 5 del pomeriggio ci sarà un raduno del Gruppo Mamme. Tutte coloro che vogliono entrare a far parte delle Mamme sono pregate di rivolgersi al parroco.

Il gruppo di recupero della fiducia in se stessi si riunisce giovedì sera alle 7. Per cortesia usate la porta sul retro.

Venerdì sera alle 7 i bambini dell’oratorio presenteranno l’ “Amleto” di Shakespeare nel salone della chiesa. La comunità è invitata a prendere parte a questa tragedia.

Care Signore, non dimenticate la vendita di beneficenza! E’ un buon modo per liberarvi di quelle cose inutili che vi ingombrano la casa. Portate i vostri mariti.

Tema della catechesi di oggi: “Gesù cammina sulle acque”. Catechesi di domani: “In cerca di Gesù”.

Il coro degli ultrasessantenni verrà sciolto per tutta l’estate, con i ringraziamenti di tutta la parrocchia.

Il torneo di basket delle parrocchie prosegue con la partita di mercoledì sera: venite a fare il tifo per noi, mentre cercheremo di sconfiggere il Cristo Re!

Il costo per la partecipazione al convegno “preghiera e digiuno” è comprensivo dei pasti.

Per favore mettete le vostre offerte nella busta, assieme ai defunti che volete far ricordare.

Martedì sera, cena a base di fagioli nel salone parrocchiale. Seguirà concerto.


Lanterna magica
Mission Impossible 3

L’agente Ethan Hunt ha lasciato il servizio attivo e si occupa dell’addestramento delle reclute, con l’obiettivo di sposarsi e condurre una vita tranquilla. Ma il dovere lo richiama all’azione. Il terzo capitolo della serie si segnala soprattutto per la sua banalità…
Mission Impossible 3

Regia: J. J. Abrams
Interpreti: Tom Cruise, Philip Seymour Hoffman, Michelle Monaghan, Laurence Fishburne, Ving Rhames, Billy Crudup, Jonathan Rhys Meyers
Sceneggiatura: Alex Kurtzman & Roberto Orci
Data di uscita italiana: 5 maggio 2006
Voto: 4/10


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DATI CONCRETI
Si chiede ai cortesi lettori di fornire, se ne sono in possesso, dati sui seguenti argomenti.
1) Ai nazisti sono stati imputati parecchi crimini, e in particolare la fucilazione di ostaggi come rappresaglia per l’uccisione di militari tedeschi (dieci per uno). Nei processi che seguirono la guerra molti ufficiali tedeschi si difesero (efficacemente) citando la Convenzione di Ginevra vigente a quel tempo. Ora, se si prova a fare una ricerca, si vede che Convenzioni di Ginevra non ce n’è solo una ma parecchie. E non è facile trovare la norma in questione. La quale tuttavia deve esistere da qualche parte, dal momento che Kappler fu condannato non per tutti i morti delle Ardeatine, ma per quei cinque o quindici in più, in eccesso rispetto ai trenta (o trentuno) morti di Via Rasella. Qualcuno può fornire informazioni?
2) Per quanto riguarda la Guerra dei Sei Giorni, è noto che il primo atto bellico fu compiuto dagli israeliani i quali distrussero al suolo l’aviazione egiziana. Tuttavia, giuridicamente, la guerra era stata cominciata da Gamal Abder Nasser. Questi non solo aveva chiesto agli osservatori dell’Onu di andarsene (per non avere testimoni) ma aveva anche decretato il blocco degli Stretti di Tiran, chiudendo così il golfo di Akaba e l’unico accesso di Israele al Mar Rosso. Per concorde opinione dei competenti di diritto internazionale, questo costituisce un casus belli: corrisponde cioè ad una dichiarazione di guerra. Sicché Israele, pur agendo per primo militarmente, è stato il paese aggredito ed ha condotto una guerra difensiva.
Ecco la domanda: come si prova che la chiusura di un accesso al mare costituisce un incontestabile casus belli?
Non si richiedono opinioni, si richiedono dati. Grazie.