ARCHIVIO MAGGIO 2006

Massima del giorno
L'arroganza senza il potere è ridicola, ma l'arroganza col potere è spaventosa.
G.P.


MOLLICHINE
La Fallaci minaccia di far saltare in aria con l'esplosivo la futura moschea di Colle Val D'Elsa. Che si sia convertita all'islamismo?

Il ministro palestinese Zahar: "Il referendum di Abu Mazen è una perdita di tempo e soldi". Perché votare, quando si può sparare?

Moratti: "Voglio essere il sindaco di tutti". E banale come tutti.

Parisi: "L'Italia non volterà le spalle all'Iraq". O, quanto meno, basterà guardare un po' più in basso.

BMW e Total hanno iniziato a collaborare per l'auto a idrogeno. Una volta realizzata, basterà trovare una miniera di idrogeno.

Parisi: "La fine della nostra presenza militare non vuol dire in alcun modo un disimpegno". Ai terroristi faremo "buh!" per corrispondenza.

"L'Iran e' pronto a riprendere i negoziati con l'UE". Questa è la dichiarazione dei giorni pari. Quella dei giorni dispari è: "Andate tutti al diavolo e mi faccio la bomba!".

Secondo l'indagine della coalizione internazionale, gli americani a Kabul "aprirono il fuoco per autodifesa". E con questo credono di giustificarsi, dinanzi a Diliberto?

Ahmadinejad: "Israele? Ma che paese è? Non esiste un paese del genere". E se un'atomica cadesse su Tehran, il poverino non saprebbe con chi prendersela.

L'ESTREMISMO FECONDO
Ci si può chiedere come mai molti di coloro che oggi contano in gioventù siano stati degli estremisti. Persone che hanno detto - quando non "fatto" - enormi sciocchezze. Mentre c‚era chi, nello stesso periodo, ed essendo loro coetaneo, quelle sciocchezze non le pensava e non le diceva. Rideva anzi dei loro eroici ed imbecilli furori. E tuttavia il tempo è passato e chi aveva avuto buon senso e chiarezza di visione è rimasto un perfetto zero, mentre loro, malgrado i loro errori (quando non crimini) sono diventati famosi e stimati. Perfino in quel campo - il veder chiaro e il buon senso - che qualcuno aveva già allora e loro hanno imparato solo con l'età. Infatti sono diventati opinionisti.
La spiegazione è semplice.
Il veder chiaro induce a veder chiaro anche nel valore delle ambizioni e delle battaglie. Chi è saggio vede che tutte le medaglie, anche quelle che sembrano d'oro, sono in fondo di cartone. Che combattere non serve a niente, perché il pregiudizio vincerà sempre sulla razionalità, l'egoismo sulla generosità, la vigliaccheria sull'eroismo. E soprattutto l'imbecillità sull‚intelligenza. Per conseguenza chi fonda la propria vita su questi presupposti non si fa notare, non si batte per ottenere qualcosa o persino un po' di visibilità. Il veder chiaro è sterile, mentre il non veder chiaro e il precipitarsi di gran carriera, magari verso l'errore, è produttivo. Avviene che da principio si capeggi una masnada d'imbecilli e poi, rinsavendo, si capeggi un folla di persone ragionevoli. Ma si capeggia in ambedue i casi.
In conclusione è giusto che il mondo conosca Mario Capanna, Giampiero Mughini, Lanfranco Pace e tanti altri - perfino Giuliano Ferrara! - che a suo tempo "sbagliarono" e non conosca i molti chei, a suo tempo, non sbagliarono. Se Gorbaciov non fosse stato tanto "stupido" da aderire al partito comunista sovietico fino a diventarne segretario, e dunque capo di tutte le Russie, avrebbe mai avuto la possibilità di demolire il sistema dell'oppressione, cambiando il destino di quell‚immenso paese? Un Gorbaciov che da giovane fosse stato capace di vedere l'Urss com'era non si sarebbe iscritto al partito comunista. Non ne avrebbe sposato (e scalato) le istituzioni. Si sarebbe limitato, come un filosofo stoico, a rimanere rintanato nel suo guscio, mantenendo intera e intatta la sua libertà spirituale. E sarebbe stato un nessuno.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it


A margine
Il professor Cordero, editorialista di Repubblica, molto stimato per la sua cultura e per il suo stile, non si priva di ricorrere con estrema abbondanza a parole straniere e a riferimenti culturali. Suscitando la tentazione di qualche imitazione. Eccone una.
Man macht was man auch machen kann, cioè, come dicevano i nostri ancestors, ad impossibilia nemo tenetur. Ma questo non impedisce che sia lecito, pur sapendolo utterly matchless, seguire i footsteps di Cordero (accettando l’aporia di imitare l’inimitabile) anche se fortuna significa sfortuna e dunque questo potrebbe rivelarsi un coup d’épée dans l’eau. Ma Cordero, absit iniuria verbis, significa agnello, e quello che tollit peccata mundi ben perdonerà l’impudente, soprattutto pensando che se vale per los curas, nunca una palabra mala, nunca una obra buena, ben più coudées franches avrà chi non si è impegnato neppure alle palabras buenas. Al massimo il mentore Rei Publicae sarà autorizzato a un gesto apotropaico, che non gli eviterà tuttavia l’aristofanesca catastrofe. Il difetto è nell’arché, nel cominciamento: lui troppo, novello Marsia, confidò nell’effetto che poteva fare col suo stile, e ora il brocardo germanico gli risponde: wo du deinen Glauben gelassen hast mußt du ihn suchen. Che è come dire imputet sibi o, per gli albionici, che il suo è un self-inflicted disaster.
Nel divertissement (ognuno ha i paralipomeni che può permettersi) non si corre rischio. Quello che nel reato è il Tatbestand, e nel negozio la causa, nel ludo è ilare voglia di levitas, di cachinno, di ontica spensieratezza. Ed a questa il sottoscritto si appella per quell’acquittal che si augura, pecorellianamente, catafratto nella sua adamantina immutabilità contro ogni possibile gravame. Ma chat échaudé craint l’eau froide e per questo il nome dell’autore rimarrà come il viso del Nilo in Piazza Navona.

Guai a dimenticarli
Il discorso di Benedetto XVI ad Auschwitz ha deluso un po' tutti e probabilmente se ne e' reso conto lui stesso poiche' mercoledi' a San Pietro ha corretto il tiro.
Ad Auschwitz aveva parlato di sei milioni di polacchi uccisi dal nazismo, a Roma ha rettificato in sei milioni di ebrei. Probabilmente il dovere di ospitalita' lo aveva condizionato e aveva voluto accontentare i polacchi che da decenni stanno cercando di cancellare la parola "ebreo" dalle varie targhe che si trovano nei  campi di sterminio per sostituirla con "persone" o addirittura con "polacchi".
Certamente, il popolo polacco ha sofferto moltissimo durante il nazismo  ma questo stesso popolo ha consegnato gli ebrei ai nazisti su un piatto d'argento. Tre milioni di ebrei che vivevano negli stetl della Polonia, sono stati raccolti tra gli sputi della gente e portati a morire nelle fosse comuni e nei lager. Chi riusciva a scappare e chiedeva asilo veniva scacciato, chi riusciva a nascondersi veniva tradito. Gli ebrei polacchi sono stati braccati dai loro connazionali "gentili" e consegnati al Mostro nazista senza pieta'.
Adesso vogliono costruirsi una verginita' ma a Oswieczin pioveva cenere, la cenere che usciva dai camini e arrivvava fino  al centro abitato vicino al lager. Pioveva la cenere di milioni di ebrei e si sentiva la puzza della carne bruciata quindi non potevano non sapere, non vedere, non sentire.
Quando il Papa ha  varcato  il cancello di Auschwitz , quando quella figura bianca colle mani giunte, e' entrata  in quello che resta oggi dell'inferno di ieri, mi e' corso un brivido giu' per la schiena perche' per un momento ho visto intorno a lui la morte, le anime di quelli passati per i camini che lo fissavano in silenzio. Milioni di occhi senza piu' dolore.
Probabilmente anche lui ha avvertito quelle presenze mute perche' ad Auschwitz e' la prima cosa che ti prende alla gola, li senti, sono la' , insepolti, che aleggiano nell'aria. Deve averli sentiti intorno a se' perche' a un certo momento del suo discorso ha quasi gridato "Dove era Dio? Perche' e' rimasto in silenzio?".
Dio non c'era ad Auschwitz, Santo Padre, Dio non c'era, la' viveva il demonio, il Male, la Morte.
Non avrebbe dovuto chiedere dove era DIO, avrebbe dovuto chiedere dove era il Mondo!
Il mondo che e' rimasto in silenzio, il mondo che vedeva passare i vagoni, il mondo che sentiva gli ebrei gridare, piangere, il mondo che leggeva i bigliettini che riuscivano a far volare fuori dai buchi, sulle rotaie, bigliettini che chiedevano aiuto, che salutavano i propri cari. Il mondo che e' rimasto in silenzio quando sparivano i bambini dalle scuole, i professori dalle universita', i vicini di casa.

Dove era il mondo! E dove era la Chiesa. E dove erano i Grandi delle Nazioni! E dove era la Croce Rossa! Questo avrebbe dovuto chiedere Il Papa perche' Dio ad Auschwitz e' morto con i bambini sezionati vivi, con le pance tagliate delle madri, con i feti mangiati dai cani, con quel bambino di 13 anni impiccato perche' voleva scappare. Dio e' morto la' sulla "rampa degli ebrei" quando il primissimo carico e' arrivato e mandato subito al gas perche' il 95% finiva al gas, gli altri morivano  di fame e di torure.
E allora lasciamo stare Dio, Santo Padre, e responsabilizziamo il mondo vigliacco che non e' stato capace di ribellarsi al Mostro. Non e' giusto far ricadere su Dio le colpe e l'indifferenza del mondo.
Come scrive Andre' Schwarz Bart nel suo libro L'Ultimo dei Giiusti, sia lodato l'Eterno:
E lodato. Auschwitz. Sia. Maidaneck. L'Eterno. Treblinka. E lodato. Buchenwald. Sia. Mauthausen. L'Eterno. Belzec. E lodato. Sobibor. Sia. Chelmno. L'Eterno. Ponary. E lodato. Theresienstadt. Sia. Varsavia. L'Eterno. Vilno. E lodato. Skarzysko. Sia. Bergen-Belsen. L'Eterno. Janow. E lodato. Dora. Sia. Neuengamme. L'Eterno. Pustkow.
E lodato sia....
Anche se scoppia il cuore ricordiamo e benediciamo i tanti David, Sarah, Rivkele, Jona,  morti sei milioni di volte.
Guai a dimenticarli specialmente oggi che sta rinascendo il nazismo sotto altre forme e sotto altri cieli, il nazismo che nega e che vuole ritentare.
Guai a chiamarli semplicemente "persone" perche' erano ebrei e furono ammazzati soltanto perche' erano ebrei.
Guai a dimenticarli.

Deborah Fait
- informazionecorretta

Massima del giorno
Mentre l'ignorante è reso guardingo dall'inverosimiglianza, il colto può scambiare l'inverosimile per sublime.
G.P.


MOLLICHINE
La Fallaci è stata assolta dal reato di avere definito Agnoletto "una nullità". E questo benché, pare, il querelante non le avesse concesso facoltà di prova.

Il ministro Bianchi: "Castro mi emoziona". Perché stupirsene? L'omosessualità non fa più scandalo.

Napoletano sul Parlamento: £Mai abbiamo avuto un tale clima di scontro". Ma allora non ha dimenticato solo Budapest, ha dimenticato anche i fratelli Paietta.

Napolitano : "Prodi ha la capacità di unire". E di creare chimere.

Mastella: "Nessuna ars demolitoria da parte del governo". Impara l'ars e mettila da pars.

GP


Rinunciare ai sogni per chi?
E' passato anche il Jerusalem Day, la Festa di Gerusalemme tornata ad essere la Capitale di Israele nel 1967 con la vittoria schiacciante sugli  eserciti arabi e la liberazione della Citta' dall'occupazione giordana.
" Il Monte del Tempio e' nelle nostre mani" fu l'annuncio che che fece gridare di gioia ogni israeliano.
Oggi, a 39 anni di distanza, sul Monte del Tempio gli ebrei non possono piu' salire senza rischiare la vita. I palestinesi non permettono agli ebrei di andare a pregare nel loro luogo piu' sacro che e' anche territorio israeliano.
La legge della violenza e dell'odio vince sempre, gli ebrei sono scimmie, i cristiani sono maiali e chi scrive questo nei media e libri di scuola, chi predica questo nelle moschee fa parte della forza diabolica che muove il mondo.
Queste limitazioni degli ebrei nella loro stessa Capitale  non hanno pero' impedito che decine di migliaia di israeliani anche quest'anno attraversassero Gerusalemme vestita di bianco azzurro come una giovane Dea, con tremila anni di storia ebraica nel cuore trafitto da mille spade.
Nel frattempo Ehud Olmert e' ritornato in Israele dopo una visita trionfale in USA dove ha fatto agli americani un discorso che passera' alla storia.
Eliot Engel, membro del Congresso USA, emozionato, ha dichiarato : "E' sicuramente il miglior discorso che io abbia mai sentito" .
Grande successo dunque, un successo che ci rende tutti orgogliosi perche' questo piccolo Paese, questi 20.000 chilometri di meravigliosa Terra  cosi' amata da quasi tutti gli israeliani ed ebrei e cosi' odiata da quasi tutto il resto del mondo, e' una grande Nazione, una Nazione dove gli ideali, non le ideologie,  si fondono con la democrazia, la modernita' e la ricerca scientifica all'avanguardia, dove la generosita'  nei confronti del nemico si fonde con l'obbligo vitale della difesa ad oltranza, dove i diritti umani vengono rispettati nonostante la necessita' di sopravvivenza come stato ebraico, il solo paese che gli ebrei hanno e che agli ebrei, unico popolo al mondo, viene contestato, delegittimato e negato.
Si, Ehud Olmert ha avuto il coraggio di dire "rinunceremo ai nostri sogni per far posto ai sogni degli altri" ma lui sa che i sogni degli altri chiedono la distruzione totale dei nostri e sa che mentre,  al Congresso americano, parlava di concessioni, di ritiri unilaterali e di generosita', la sua controparte, Mahmuod Abbas, il calmo, il buono, quello che gli occidentali tanto apprezzano, durante un'intervista televisiva annunciava al mondo arabo che i terroristi, quelli che ammazzano bambini ebrei , sono gli eroi dei palestinesi. Questo buon  uomo che non ha mai condannato il terrorismo in quanto immorale ma solo perche' reca danno all'immagine dei palestinesi, non si smentisce dunque, e continua la tradizione di disumanita' che caratterizza i palestinesi.
Olmert e Abbas, due leader,  due mondi opposti, la luce e il buio,  il primo che parla di vita e di sogni da realizzare per tutti, il secondo che parla sempre e soltanto di morte e violenza e poi se ne va in letargo fino alla prossima.
Paradossalmente non e'  il bellissimo e lirico discorso di Olmert che tiene banco sui media italiani, non e' nemmeno l' abbraccio simbolico dell'Amministrazione e meno ancora gli interminabili e ripetuti applausi del Congresso:  America e Israele insieme, il grande e il piccolo diavolo, danno fastidio agli amici degli arabi quindi ne parlano il meno possibile e quando lo fanno distorgono la verita'.

Tiene banco invece la dichiarazione di hamas, una delle ultime in ordine di tempo, un altro po' di fumo negli occhi dei nanetti europei:   "Se Israele tornera' ai confini del 67, avra' in cambio un lunga tregua".
Wuahhhhhh, applausi, wuahhhhh, che bravi, wuahhhhh!
Signori, frenate,  hanno detto tregua, non pace, cercate di interpretare il linguaggio degli arabi, tregua che puo' arrivare fino a 10 anni  secondo gli insegnamenti del Profeta e che puo' essere interrotta, a loro piacere e con qualsiasi scusa , anche dopo un mese, un giorno, un anno.
Il limite e' 10 anni durante i quali il mondo innondera' i palestinesi di miliardi che verranno usati per armarsi e poi colpire Israele  che, se dovesse ritirarsi dietro i confini del 1967, non avrebbe piu' territorio e ,dal confine al mare, in alcuni punti, correrebbero meno di 20 km.
Mentre  in America un grande Israele parlava di progetti eroici,  giganteschi e dolorosi  nella meschina  Europa, l' Inghilterra parla ancora di  di boicottaggio.
Boicottaggio a hamas, naturalmente, penserebbe una persona normale.
No!   Hamas non si tocca, hamas e Ahmadinejad per molti sono le uniche speranze che Israele venga distrutto.  
Il boicottaggio e' per Israele!
Mesi fa lo aveva proposto l'Aut (Association of University Teachers), adesso lo propone la NATFHE ( National Association of Teachers in Further of Higher Education), un'associazione di nani  di estrema sinistra, intellettuali malefici, supportati da varie organizzazioni palestinesi che come sempre fanno il bello e il cattivo tempo in Europa.  Questi sinistri ( in tutti i sensi) nani arrivano al ricatto morale : " non verranno boicottati gli ebrei e gli israeliani che condanneranno Israele" .
Spaventoso no? Costringere delle persone a rinnegare il proprio paese per poter lavorare, fare ricerca, fare cultura.
Solo Hitler era arrivato a distruggere la cultura,  oggi lo fanno i suoi seguaci rosso/neri.
Altrettanto spaventoso e' quanto succede a Vienna dove e' iniziato il convegno su "Razzismo, xenofobia e mass media" con l'eliminazione del tema scottante dell'antisemitismo di cui  i media europei si nutrono e  i media arabi si abbeverano. Niente  antisemitismo, via, non esiste antisemitismo, eliminiamo la parola:  gli arabi ordinano e la piccola Europa esegue.
E la conferenza si fa solo su xenofobia e islamofobia.
Tutti sappiamo quello che scrivono i media europei sugli ebrei, ultimo esempio di antisemitismo e' stata la vergognosa vignetta di Liberazione ma non tutti sanno cosa dicono degli ebrei sui media arabi e allora ecco un piccolo esempio:
http://www.adl.org/main_Arab_World/arab_media_portrayal_jews.htm
Alla luce di tutto questo alla conferenza non si parlera' di antisemitismo!
Nani, senza morale, senza giustizia.
Nani, senza intelletto,  schiavi!

Insomma dovunque ci giriamo la' c'e' pericolo per Israele  e c'e' odio per gli ebrei, il tutto condito dalla propaganda di  nanerottoli snob intellettualoidi europei  e americani, ricordiamo l'incondizionato appoggio di Chomski alla Jihad,  legati da folle amore alle organizzazioni palestinesi che dirigono il traffico con i soldi che il mondo manda per scopi umanitari.
Come no! 
Non sono certamente i palestinesi che pensano ai palestinesi, non sono certo gli arabi che pensano ai palestinesi, se ne fregano e i soldi li usano in armi e propaganda.
Israele fornisce tutto, infrastrutture, luce, gas acqua, tecnologia.
Israele, il Paese che loro vogliono distruggere e non si capisce come mai non siano Giordania e Egitto a rifornirli di tutto cio'. Non sono vicini?  Non sono fratelli? 
Dal 1948 l'unica cosa che i paesi arabi hanno saputo e voluto fare e' stato di chiuderli nei campi per usarli come arma di ricatto.
Dal 1967 l'unica cosa che Arafat ha voluto e saputo fare e' stato di impedirgli di uscire dai campi per incattivirli ben bene, per imbarbarirli e alla fine usarli come bombe umane.
"Rinunceremo ai nostri sogni per far posto ai sogni degli altri".
Attenzione Ehud, loro sognano la fine di Israele, non la Palestina, loro sognano la nostra morte non la loro vita.
Attenzione Ehud. Il lirismo va bene nei discorsi , nella vita di tutti i giorni, in Israele, noi vogliamo avere il diritto di salire su un autobus senza morire e tutti sappiamo che il governo di hamas non ce lo permettera' mai.
Sappiamo che hamas non fara' mai la pace, sappiamo che hamas vuole una cosa sola: la nostra morte.

Deborah Fait
- informazionecorretta

LA PENSIONE A CINQUANT’ANNI
Sul un sito Internet si è venuti a parlare, non per mia iniziativa, del fatto che mi sono messo in pensione a cinquant’anni. Cosa che alcuni pensavano per giunta volessi tenere segreta mentre già nel 1998 avevo pubblicato sul “Foglio dei Fogli” un mio Curriculum vitae e anche recentemente ne avevo permesso la pubblicazione su un blog. Col passare dei giorni mi sono tuttavia accorto che il problema, per molti, non era la presunta segretezza del fatto, era il fatto in sé: è giusto permettere che ci si metta in pensione a cinquant’anni, facendosi di fatto mantenere dagli altri?
La risposta è semplice: no. Non è giusto. Ma i sindacati si sono a suo tempo battuti per concedere ai professori questo diritto e “hanno vinto la battaglia”. Non solo. La differenza di paga, allora, tra chi lavorava le sue brave diciotto ore la settimana, più le riunioni, più la correzione dei compiti, più il ricevimento delle famiglie ecc., e chi invece se ne rimaneva in pantofole a casa, era pressoché insignificante. Un vero trionfo. Io dimostravo a tutti l’assurdità della norma (i professori spendevano di più, in scarpe, benzina, vestiti, andando a lavorare che standosene a casa) ma tutti mi guardavano come il solito liberale eccentrico. In realtà si verificò la convergenza di due forme di stupidità: i sindacati tendevano - come sempre in quegli anni - ad ottenere vantaggi inverosimili per i lavoratori, i professori non erano abbastanza furbi per approfittarne. Era il tempo del “salario variabile indipendente”  di Luciano Lama (indipendente dai ricavi dell’impresa, nientemeno!) e fu in quel tempo che si creò l’immenso debito pubblico di cui ancora oggi si soffre. Se la  legge non provocò i disastri che avrebbe dovuto provocare fu perché i docenti, invece d’approfittare di quella manna, per amore del loro lavoro, per amore degli alunni o perché non volevano privarsi della piccola differenza di stipendio, continuarono a lavorare.
La norma era demagogica e deprecabile: una classica legge di sinistra. Per ogni professore che va in pensione lo Stato infatti deve assumerne e pagarne un altro e se l’avessero fatto in molti sarebbe stata una rovina. La disposizione è stata infatti gradualmente revocata quando i pensionati baby hanno cominciato ad essere numerosi. Ma sul momento il mondo continuò ad andare avanti tranquillamente e l’unico che diceva che quella disposizione era stupida ero io.

Un uomo sano deve lavorare fino a settant’anni, pensavo, e se fosse dipeso da me la legge non sarebbe mai stata votata. Ma non dipendeva da me e quand’anche avessi continuato a lavorare nulla sarebbe cambiato per l’Italia. Il personale della scuola è di circa un milione di persone ed io ero solo uno. A questo punto, finché quella legge stupida e buonista era in vigore, ed anzi si criticava chi, come me, la reputava assurda, era giusto che ne approfittassi. Diversamente avrei vanificato gli sforzi dei sindacati. Per favorire la loro azione indussi anzi mia moglie, quarantunenne, a lasciare il lavoro, anche se, essendo già cominciato il riflusso, il trattamento mensile era divenuto addirittura una miseria. Ma lei fu felice di abbandonare l’impegno frustrante dell’insegnamento nella Scuola Media. Noi non abbiamo figli, siamo frugali, in viaggio siamo persino campeggiatori: ci basta un minimo per essere felici. E così abbiamo posto le premesse del nostro personale Eden.
Rimane da parlare del punto di vista morale. Di solito, delle eventuali critiche del prossimo – e soprattutto di un prossimo ingenuo e intellettualmente primitivo - poco m’importa. Lo guardo con la benevola attenzione dell’entomologo. Ma il problema teorico può essere interessante e dunque val la pena di affrontarlo.
Molti hanno trovato scandaloso non il fatto che io abbia lecitamente approfittato di una legge dello Stato (come le donazioni di Prodi ai suoi figli in regime di esenzione fiscale), ma che non abbia avuto voglia di lavorare. Come dicono i maestri elementari (e a momenti anche la nostra Costituzione) “il lavoro nobilita l’uomo” e chi vuole evitarlo compie dunque un atto ignobile. Il mio primo istinto in questo caso è quello di rispondere: se il lavoro nobilita l’uomo, e voi l’avete, siate nobili e lavorate anche per me. Che non l’ho capito. Se invece il lavoro non nobilita l’uomo ma lo affatica soltanto, perché vorreste che mi affaticassi quando posso farne a meno?
I moralizzatori non solo dimenticano che la disposizione di cui si parla è stata voluta dalle sinistre, e dunque dovrebbero lodarla, ma soprattutto non si accorgono di mancare di senso critico. Il lavoro è lodato da chi invita gli altri a lavorare, non da chi lavora. Esattamente come l’obbedienza è lodata da chi vuole essere obbedito, non da chi è chiamato ad obbedire. La stima e l’orgoglio del lavoro sono insomma predicati da chi vuole ottenere il massimo risultato dalla prestazione d’opera, affiancando alla carota della paga l’imperativo morale. Voltaire parlava della morale come del “gendarme interiore” che lo Stato affianca al gendarme che s’incontra per strada. La lode del lavoro è strumentale a chi da quel lavoro ricava un utile. Per onestà, ognuno il proprio lavoro deve farlo bene, questo fa parte del contratto col padrone: ma pretendere che l’asino ami la macina è eccessivo. Proprio per reagire a questa retorica (uno strumento dell’“oppressione dei lavoratori”) i sindacati e i comunisti, esagerando, insegnavano l’odio del datore di lavoro. Un odio che per un certo tempo si spinse fino al sabotaggio.
Il galantuomo fa bene il suo lavoro. Non è necessario che lo ami e lo ricerchi quando può farne a meno. Ma tutte queste idee non sono correnti, molti se ne scandalizzano prima ancora di riuscire a capirle e infatti Nietzsche ha chiesto: “Fin dove osi pensare?” Non molti vedono che la società impone i suoi mores nell’interesse della specie e soprattutto della classe dominante: i maschi anziani. E per far questo predica come “bene” il proprio bene. Solo chi è supremamente individuo e supremamente coraggioso intellettualmente riesce a sfuggire al condizionamento e a vedere chiaramente.
Ci sono coloro che lavorano, oltre che per vivere, perché non saprebbero fare altro (hanno una Werkzeug Natur, secondo Nietzsche). E ci sono altri che, sfuggendo alla necessità di faticare e di obbedire, possono darsi agli “otia” oraziani. Al pensiero libero o magari, come nel mio caso, ad un’attività utile alla società – qualche traduzione, qualche lezione privata - ma senza vincolo di necessità per la sopravvivenza. Io scrivo articoli che nessuno mi paga: sono peggiori di altri per questo? Socrate avrebbe potuto guadagnare molto, come maestro sofista. Invece regalava idee. Ed era così cosciente del proprio valore che quando nel suo processo gli chiesero quale “condanna” reputasse adatta a lui indicò l’equivalente della nomina a senatore a vita.

In passato, fino all’Ottocento, una straordinaria percentuale di letterati e scienziati sono vissuti di rendita. Spesso perché ricchi di famiglia. E dal punto di vista sindacale erano dei “nullafacenti”. Nel mio piccoIo, appena legalmente possibile, mi sono iscritto a questa corporazione. Sono misantropo, privo d’ambizioni e profondamente convinto che dopo la mia morte mi visiteranno solo alcuni vermi. Se mi salvo dal lavoro, dal contatto col prossimo e dalla necessità di pensare al domani, ho risolto tutti i problemi dell’unico me stesso che mai sia esistito e che mai esisterà.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 28 maggio 2006


ELEZIONI: NAPULE CHIAGNE
Triste ma reale. Napoli è sempre così, ogni giorno, ma in questo periodo elettorale in cui i partenopei si preparano a scegliere i loro futuri amministratori, la tristezza sta diventando paura e la realtà, vergogna, tanto più se quella raccontata dalla gente e dai giornali che vivono e scrutano la situazione è l’immagine reale di questa campagna elettorale ed anche delle future amministrazioni.
Cosa c’è a Napoli, dunque? A Napoli l’exclation della camorra iniziato con la lotta fra Di Lauro e gli scissionisti non è terminata affatto. Napoli vive la paradossale situazione di un controllo assiduo della camorra sui servizi essenziali, dal trasporto degli ammalati con l’incendio di auto-ambulanze concorrenti al controllo sui cantieri nuovi, che sono tantissimi e rigorosamente sottoposti a pizzo.

A Napoli la camorra è ovunque e dulcis in fundo, anche nelle elezioni. Sono state “verificate” circa 200 persone dalla Digos nell’ultima settimana, con l’aggiunta di 20 candidati al municipio principale e di 100 aspiranti ai seggi circoscrizionali, laddove i consigli saltano ogni mese, se non ogni settimana.
Il Comitato per l’ordine pubblico ha garantito attenzione e trasparenza, ma da quando sono usciti fuori i nomi dei quattro clan che potrebbero aver provato infiltrazioni importanti nella campagna elettorale, centinaia di cittadini hanno pregato per la fine di questa tornata amministrativa nella loro città. Uno dei clan è quello dei Cuccaro, nelle zone di Barra e Ponticelli e Napoli Est, laddove Iervolino e Bassolino furono accusati da avversari ed amici-nemici di aver “spartito” con sindacati ed organizzazioni territoriali i proventi dell’affare Napoli Est, il grande polo che doveva prevedere città studi, ospedali, la cittadella della polizia ed ulteriori opere di riqualificazione (per la cronaca molte cose sono state bloccate e Napoli Est è ancora un buon argomento elettorale, fra promesse di tassazione agevolata, insediamenti produttivi e bonifica dei suoli ancora inattuale). Non è finita qua.
Altri tre clan attivi sarebbero i Mazzarella al Mercato-Pendino, i Misso al Rione Sanità ed i Contini a Vasto-Arenaccia.
L’organizzazione è capillare ed è stata avvantaggiata dalla sciagurata scelta della divisione della città in dieci municipalità, al fine di “gestire” meglio le periferie, partendo dalle periferie stesse e dai consigli circoscrizionali. La Camorra sta agendo proprio lì, dove i candidati della Grande Napoli sono presenti unicamente durante le elezioni e non è un caso che il “maestro di strada” Rossi-Doria, molto attivo nei quartieri Siciliani, persona impegnata della società civile, stia ottenendo con la sua lista Civica ben il 10-12%, quota clamorosa per una lista circondata da quasi cinquanta gruppuscoli omologhi per forma, ma non per sostanza.
Nel marasma cittadino, dove la Camorra preparerebbe prezzari per il voto di scambio, con cifre accessibili di 100 euro, fino a quote di 5000 per associazioni e circoli, si inserirebbe in tribunali ed ospedali, terreno molto fertile, per pagare cauzioni, assicurare posti-letto, garantire prenotazioni e fare proseliti, i due candidati non hanno trovato di meglio che lanciare il noto slogan “amico della Camorra” all’avversario.
Da un lato la Iervolino attraverso l’assessore della Margherita Tagliatatela, fiero promotore del figlio, candidato al consiglio comunale di Napoli ha fatto presente segnalazioni da parte di alcuni medici di base e titolari di centri convenzionati, di intimidazioni e minacce esercitate nei loro confronti dall’assessore Montemarano e dalla sua segreteria. Specificamente  nelle Asl e in strutture come gli Incurabili, il San Gennaro e l’Ascalesi, sono state organizzate riunioni elettorali per il figlio di Montemarano  richieste di adesioni a scotto di ritorsioni e salti di carriera.
D’altro canto, An ha presentato un esposto alla Magistratura, ricalcando la famosa vicenda delle tre delibere di “Adesione a varie iniziative culturali” che l’assessora alla programmazione e progettazione culturale Rachele Furfaro avrebbe fatto adottare con una spesa di circa 400.000 euro con destinatari sospetti di benefici in ambito pienamente elettorale. Chi ha ragione? Avanti il migliore.
Pino Daniele disse bene e vale ancora oggi: “Nuje passammo 'e guaje...nuje nun putimmo suppurtá...e chiste, invece 'e dá na mano,s'allisciano, se váttono,se mágnano 'a cittá!...

Angelo M. D'Addesio


CAPPERI&CAPPERI
Ho sempre reputato che la vita di un singolo sia un argomento interessante solo per lui. Poiché però, contro ogni mia intenzione, negli ultimi giorni altri insistono a parlare di me, segnalo che le notizie sul mio conto non sono affatto segrete. Per i perdigiorno che volessero interessarsi di me, presento qui un Curriculum vitae pubblicato nel 1998 da “il Foglio dei Fogli” (e qui si vede quanto poco segreto tengo il mio passato!) e poi inviato anche a Pier Luigi Baglioni, che l’ha pubblicato nel suo blog. Qui, dove ci sono anche lettori completamente sprovvisti del senso dell’umorismo, esso costituisce un rischio. Ma è un rischio che non mi turba. Basta non rispondere.
1998

CURRICULUM VITAE
Storia di un fallito
Benché non sia ministro, e neanche sottosegretario, e neanche caposcala, Gianni Pardo al telefono non risponde mai. Risponde per lui una macchina che dice più o meno: sì, non avete sbagliato numero, dite chi siete e se mi va vi risponderò. Non sempre gli va. Il fatto è che il prossimo in genere gli dà fastidio. Sin da quando si accorse di essere più intelligente, più artista, più nobile della media, non ha gran che voglia di avere a che fare con gli inferiori. Si riconosce un solo limite, sa di non essere bello. Ma, bellezza a parte, visto che è il più intelligente, il più coraggioso eccetera, si è sempre aspettato che gli altri, impressionati, gli offrissero tutto: cariche, denaro, onori, senza che lui dovesse abbassarsi a chiederli. A scuola si doleva di avere sempre la media del sette e non dell’otto, ma non per questo studiava. Studiare sarebbe stato come barare.
Neppure all’Università cambiò sistema. Leggeva solo due volte i libri, poi rileggeva le proprie sottolineature e si offendeva se gli davano meno di ventisette. Non ebbe mai la lode, certo, e si laureò in giurisprudenza con 110/110, ma sempre senza lode. Ovviamente, al riguardo egli si limitava ad avere il sorriso di chi ha lottato e vinto con un braccio legato dietro la schiena. Oltre tutto, pensava, la scuola era un'attività da bambini. Solo la Vita era un campo degno dei suoi sforzi. Se mai si fosse sforzato per qualcosa, lui che da ragazzo aveva detto a sua madre: Entrerò nella vita dal portone principale. Ma la vita non ha un portone principale. O lui non lo trovò.
Non fu neppure capace di trovare la porta di servizio, di fatto. Anche perché sbagliò tutti i calcoli. A scuola pensava che non c'era da strapazzarsi perché era stupido cercare di ottenere otto invece di sette (chi mai, in seguito, si sarebbe ricordato del voto in storia avuto a quindici anni?) ma anche in seguito, di fronte ad una meta concreta, gli veniva regolarmente da ridere. Per esempio, la proposta di fare carriera nell'Azione Cattolica, di cui fu membro fino ai quindici anni, lo induceva a sghignazzare di gusto. E tuttavia, quanti uomini politici non sono venuti fuori da quella e da altre organizzazioni umoristiche? Ma a Gianni veniva troppo da ridere. E per questo non fece nulla, o meglio solo dell’ironia. Non ne fece soltanto sulla morte di Dio, di cui portò il lutto da quell’età in poi.
Molti ancora oggi lo considerano un innocuo eccentrico che parla quattro lingue oltre l’italiano. Gli amici gli dicono pietosamente se solo tu avessi voluto, al che lui risponde elegantemente in realtà non sono capace di nulla. Ma in fondo è d'accordo con loro. Ad esempio a trent’anni è stato in grado, leggiucchiando un testo di letteratura francese per le scuole secondarie, di vincere fra i primi un concorso nazionale per divenire professore di liceo. Successo esiziale, venuto a confermare il solito discorso: se solo volessi, ma non ne vale la pena. Effettivamente, per lui non valeva la pena nemmeno di essere professore: e infatti si è messo in pensione con il minimo. Pensione che si gode da quindici anni.

Per la verità, alcune cose che valevano la pena ci sarebbero state. Avrebbe amato per esempio divenire uno scrittore famoso. Solo che per divenire uno scrittore, anche non famoso, non basta scrivere bene e avere qualcosa da dire: gli editori ti rispediscono indietro il manoscritto spesso senza neanche aprirlo. Bisogna far parte del mondo delle lettere. Bisogna cominciare col pubblicare qualcosa in un giornaletto di provincia. O magari partire dall’umile professione di giornalista. E infatti Gianni ci provò, a divenire giornalista. Per due interi pomeriggi. Poi si accorse che il novizio era trattato come una puzza e ne dedusse correttamente che quello non era il portone principale. Il risultato totale è che il nostro genio incompreso non ha combinato nulla, nella vita. Non ha né la fama, né una carica, né denaro, nulla di nulla. Tutti i suoi amici, anche quelli che lui aveva considerato mezze calzette, hanno fatto più carriera di lui. Studiando, poverini; facendo la gavetta, poverini; umiliandosi e tentando di riuscire, poverini. Per decenni li ha guardati con ironia, poi se li è ritrovati grandi avvocati, Presidenti di Tribunale, alti dirigenti. Mentre lui è rimasto soltanto uno che sta alla finestra. Come diceva a vent'anni.

In appendice qualche altra nota personale, nata in occasione di una lettera ad un amico che mi faceva molte lodi.


La cultura generale è la più difficile da acquisire. Non ci sono testi, non ci sono programmi, non c’è un diploma finale. E per giunta non serve a niente. Forse, a risolvere qualche cruciverba o a saper porre le domande giuste ai competenti: ma la cultura degli specialisti è l’unica che vale. Essa si acquista seguendo un corso regolare di studi, superando degli esami, leggendo i libri giusti e soprattutto ottenendo il supremo omaggio e il supremo riconoscimento: il denaro. La cultura generale invece - raggranellata tendendo l’orecchio, leggendo i giornali, cercando di non dimenticare nulla del poco che si sa, soprattutto i titoli dei libri e le citazioni importanti - è come un set cinematografico, tutto in vista e niente dietro. E che può dire, a questo punto, il portatore sano di cultura generale, a chi lo tratta da persona colta? Se accetta i complimenti si sente un imbroglione, se li rifiuta dà l’impressione di volerne altri.
Lungo tutto il corso della mia vita sono stato estremamente pigro. Ho fatto pochissimo e quel poco solo perché mi veniva molto facile. Se avessi avuto buona volontà mi sarei preparato per la magistratura, per esempio. Con la mia passione per il diritto e la mia incapacità di trovarmi dei clienti, in quanto avvocato, sarebbe stata la strada più normale, per me. Ma mettermi a studiare, dopo la laurea, io? Neanche a pensarci. L’ipotesi di divenire operaio l’ho fatta, e mi sono anche presentato alla Renault, a Billancourt. E non mi hanno voluto. Operaio sì, studiare no. Del resto nel corso della vita ho spesso ringraziato il cielo, per non essere divenuto né magistrato né giornalista: mio cugino è divenuto Presidente di Sezione della Cassazione ma non è arrivato al momento di riposarsi; Benito Vergari, con cui ho preparato alcune materie d’università, è divenuto Presidente del Tribunale di Catania ma neanche lui è arrivato alla pensione. Mentre io me la godo dal 1983.
La laurea è stata il mio traguardo finale. L’ho ottenuta solo perché il buon senso mi ha detto che non dovevo chiudermi una porta dietro le spalle. Uno o si laurea a quell’età o non lo fa più. Ma dopo mi sono sentito libero, finalmente. Per uno la cui unica necessità era solo un po’ di cibo, cominciava la grande ricreazione. Certo, una ricreazione piuttosto affamata, da principio: ma quando un’anima buona mi suggerì d’insegnare francese, leggiucchiai un testo di letteratura per le scuole secondarie (francesi), mi abilitai ed ebbi subito un posto nella mia stessa città.
Fu la mia fortuna. Era un lavoro mal pagato che richiedeva solo tre ore al giorno, per insegnare nelle scuole commerciali la lingua che parlavo a casa. E c’era uno stipendio stabile e sicuro. Solo quando mi regalarono la titolarità nelle Scuole Medie, pur di non avere a che fare con i ragazzini, ho studiato un po’ di letteratura per il concorso nazionale e sono arrivato ai licei. Ma non sono divenuto uno specialista. Quello che so di letteratura francese non è poi molto di più di quello che so di letteratura italiana o latina. E infine, perché saperne di più? Che mai gliene sarebbe importato, ai miei liceali? Dunque sono stato un orecchiante perfino da specialista.
Per essere onesto, c’è una sola cosa in cui sono un serio specialista, ed è la conoscenza della lingua francese. Ma chi mi crede quando dico che questa effettivamente straordinaria conoscenza è del tutto inutile? Per un viaggio o per leggere un libro basta perfino il mio tedesco abborracciato.
Tu mi stimi, ma io so di non essere nessuno. Veramente. Sono una spes hominis, un uomo che non è mai nato. Uno che non ha preso sul serio la vita e che giustamente la vita, a sua volta, non ha preso sul serio. Non sono un filosofo, non sono un giornalista, non sono nemmeno un miserabile professore d’università. Sono uno che ha marinato la vita. Per fortuna, il sole splende con forza uguale sui miliardari e sui barboni.

Gianni

UN EROE ITALIANO
A Fabrizio Quattrocchi è stata attribuita una medaglia al valore.
Le medaglie sono discutibili perché cristallizzano una persona in un dato momento della sua storia, mentre si sa che anche nella vita del migliore degli uomini - ad indagare in maniera approfondita - si possono trovare tanti di quei momenti poco eroici da rendere ogni medaglia un’irrisione. Ma questa considerazione non inficia la validità di un’onorificenza: chi riceve un premio Nobel non è che sia un genio tutti i giorni. Anzi a volte fa anzi un cattivo servizio a quel premio dando il proprio parere, banale, su argomenti per i quali non è attrezzato. Ciò malgrado è giusto rispettare chi un giorno si segnalò per una straordinaria impresa: Lindbergh non ha dovuto ripetere la traversata dell’Atlantico più volte, per essere un mito dell’aeronautica.
La cosa funziona anche in negativo. In Sei personaggi in cerca d’autore Pirandello mette in scena la figura dolente del padre il quale è un qualunque galantuomo che una volta ha avuto la debolezza d’andare in una casa d’appuntamento in cui poi si scopre che si prostituiva sua figlia. Da allora, come narra egli stesso, tutto il resto della sua vita non ha più avuto valore ed egli è rimasto crocifisso a quell’episodio.
Se chi ha ucciso una volta è un assassino per sempre, chi è stato eroe una volta può essere considerato un eroe per sempre. Il caso di Quattrocchi va dunque esaminato non studiando tutta la sua vita ma solo il modo in cui ha affrontato la morte. Sappiamo che chi gli ha sparato a freddo non l’ha fatto per ragioni personali, perché Fabrizio avesse attaccato qualcuno o perché fosse un testimone scomodo: gli ha sparato perché era un italiano. E la sua morte sarebbe rientrata facilmente nella criminalità del terrorismo se egli, invece di chiedere pietà, o di pensare alla famiglia, o perfino di pregare, non avesse trasformato quell’orribile momento in un episodio epico. Lo uccidevano perché italiano? E lui ha colto l’occasione per dimostrare che uomini – anzi, che eroi - possono venire da quel paese. Le sue parole sono state: “Vi faccio vedere come muore un italiano”.
Il doveroso omaggio di questa medaglia ha tuttavia incontrato molte resistenze. L’estrema sinistra s’è segnalata per l’altezzoso disprezzo con cui ha chiamato mercenario un uomo che era lì per guadagnarsi da vivere - mentre tutti gli altri, si sa, lavorano gratis - e per l’indegna gazzarra, figlia del fanatismo politico e della cecità storica, di cui l’ha fatto oggetto. Quattrocchi non è un eroe perché per tutta la vita ha fatto l’eroe: quasi fosse un mestiere: quand’anche fosse andato in Iraq per commerciare
in droga, se lo si fosse ucciso non perché colpevole di commercio di droga ma solo perché italiano¸ morendo in quel modo sarebbe morto da eroe ed avrebbe onorato l’Italia.
Nessuno può ragionevolmente sostenere che tutti saremmo capaci di tanto. E tuttavia il fatto che la razza degli italiani eccezionali non si sia spenta con Durand de la Penne è di grande consolazione: significa che nel campo dell’onore il nostro popolo ha ancora un futuro.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 26 maggio 2006


RADICALI LIBERI
Come esponente dei Riformatori Liberali e come deputato di Forza Italia, non accorderò la mia fiducia a lei ed al suo governo e non perché sia un governo nato, come è stato detto, all‚insegna del manuale Cencelli e della restaurazione partitocratica e neppure per il modo con il quale avete preteso, forti forse di un pugno di voti di maggioranza, avete preteso per voi e per i tre partiti maggiori, le tre principali cariche dello stato e mi chiedo in queste condizioni di cosa lei voglia dialogare ora.
Signor Presidente del Consiglio, il nostro no al suo governo poggia soprattutto su quello che volete fare: volete scappare dall'Irak, dite che non è una fuga e che il nostro apporto alla ricostruzione di un Irak democratico continuerà con altri mezzi, forse che contribuire alla sicurezza di quel paese, che oggi è ancora una assoluta priorità, sia incompatibile con altre modalità di sostegno. Vede lei nel suo discorso al Senato ha detto testualmente che l'Italia ha partecipato alla guerra mentre sa benissimo che i nostri soldati sono arrivati solo dopo la sconfitta del regime di Saddam: una bugia propagandistica. Lei ha scelto la linea dei Comunisti Italiani che dicevano "via dalla sporca guerra" e che indicavano le mani del Presidente della Repubblica degli Stati Uniti come mani grondanti di sangue. Il nuovo governo irakeno meritava e merita un sostegno pieno e non reticente e voi così non glielo date, glielo negate
.
È ovvio che i nostri soldati sarebbero comunque tornati dall'Irak ma sarebbero tornati non per una scelta ideologica come quella che voi compite, non all‚insegna della pace ma all'insegna dell‚indifferenza nei confronti di un popolo, di un governo che cerca disperatamente di battere il terrorismo fanatico per conquistare libertà e democrazia. Il collega Fuad Allam oggi parlava dell'importanza del fatto che la comunità sciita sia entrata oggi in gioco dell'Irak democratico; bene noi dobbiamo dire che se fosse stato per la sua maggioranza gli italiani, a questa rimessa in gioco degli sciiti, a questa rimessa in gioco della liberta in Irak non avrebbero partecipato e che se il mondo stato fosse stato fatto da governanti come voi, oggi lì avremmo ancora Saddam Hussein.
La differenza tra noi e voi è sempre la stessa, non è lieve e segna un netto discrimine.
Mentre voi votavate ripetutamente contro il finanziamento della missione militare in Irak, noi liberali, noi radicali dicevamo con Emma Bonino "Tutti a Baghdad!" e non per fare la guerra che era finita ma per cercare di garantire agli irakeni la libertà ed una chance di democrazia.
Colgo l'occasione per fare in miei auguri personali alla neo ministra Emma Bonino; ne conosco e ne riconosco il valore. Ma sta nel governo sbagliato, in un esecutivo il cui intento programmatico è quello di ridisegnare la società, l‚economia, la scuola italiana all'insegna del paternalismo, dello statalismo e della sindacatocrazia.
Voi e lei Presidente Prodi volete chiamare gli italiani al referendum del 25 giugno per difendere l'unita nazionale dalla devolution leghista ma anche qui fate solo propaganda perchè sapete bene che ha ragione il costituzionalista Barbera, suo concittadino esponente della sinistra, quando dice che è paradossale ma bisogna riconoscere che è toccato ad un ministro leghista come Roberto Calderoli rimediare ai pericoli per l'unita nazionale del federalismo sgangherato del capitolo 5°. Per un miope calcolo politico volete seppellire una riforma costituzionale che si potrebbe in seguito migliorare, certo, ma che se venisse battuta ci lascerebbe per altri decenni con il bicameralismo perfetto ed un premier debole. Concludo parlando di fisco, parlando di un progetto sbagliato di riduzione del cuneo fiscale in 5 anni che avrebbe come unico effetto minare il welfare all'italiana e portare il pagamento delle pensioni sulle spalle della fiscalità generale: un precedente pericoloso.
In questi giorni tutti i contribuenti italiani ma penso in particolare a quelli del nord che non le hanno dato la fiducia, sono alle prese con la dichiarazione dei redditi, pagheranno meno di quanto pagavano 5 anni fa, pagheranno molto meno di quanto avrebbero pagato se foste stati voi al governo nei precedenti 5 anni.
Noi abbiamo un impegno e lo manterremo: no a nuove tasse, no ad uno stato che dilaga, no alla burocrazia.

Benedetto Della Vedova, dichiarazione di voto sulla fiduca al governo Prodi


Massima del giorno
La democrazia e la vecchiaia sono molto brutte. Ma le alternative...
G.P.


MOLLICHINE
Castelli: "Che ne sa Di Pietro di cemento?" Più o meno quello che ne sapeva lui di diritto.

Paolo Cento: «la crescita economica non è di per sé un bene». Meglio la povertà. 

Angius: "Sono favorevole ad un atto di clemenza". Con l'amnistia la Cdl libera dei delinquenti. La sinistra degli sfortunati.

Patrizia Sentinelli (Prc) parla del «dovere morale» di sbloccare gli aiuti all'Autorità palestinese, nonostante Hamas. Sono gradite le cinture esplosive.

Bianchi (Pdci), il Ponte sullo Stretto di Messina "non si farà". Anzi, "non s'ha da fare".

Paolo Ferrero (Prc) propone la chiusura dei Centri di Permanenza Temporanea per clandestini. Pare che a casa sua ci sia posto per circa otto di loro.

Paolo Ferrero (Prc) propone l'abrogazione delle leggi con
tro la droga. Ma per lui personalmente non cambierà nulla.

NOTE SUI SENATORI A VITA
1) Se tutti i senatori a vita votano per la stessa coalizione c'è un difetto nel sistema della loro scelta. Infatti, non essendo stati eletti dal popolo, e potendo votare come se lo fossero, essi rischiano di rispecchiare non la volontà popolare ma il proprio colore politico (se senatori di diritto) o quello del presidente della Repubblica che li ha nominati. A questo punto non solo per chiari meriti ma per affinità politica.
2) Nel caso particolare, tre ex-Presidenti della Repubblica su tre - Cossiga, Scalfaro e Ciampi - si sono dimostrati di centro-sinistra. Di centro-sinistra i Presidenti della Repubblica, di centro sinistra i quattro senatori da loro nominati, in totale sette voti in Senato che non sono espressione della volontà popolare. È eccessivo. Legale ma è eccessivo. Ed è questo eccesso che è stato sottolineato dai fischi.
3) La nomina a senatore a vita è il riconoscimento di speciali meriti. Ma che senso ha attribuire a chi ha speciali meriti in campo chimico, o letterario, o industriale, il diritto di votare in Senato e dunque dirigere il paese? Il titolo di senatore dovrebbe essere onorifico. Magari col diritto di sedere in Senato, ma senza diritto di voto. Rita Levi Montalcini è Premio Nobel ma in quanto a competenza politica questo Premio gliene attribuisce più o meno quanta ne ha un idraulico.
4) Il fatto che di solito il voto dei senatori a vita non sia determinante, perché -di solito- la maggioranza non ha un margine risicato come l'attuale, non è significativo. La condanna a morte di Luigi XVI fu decisa in assemblea con un solo voto di maggioranza. Il che mostra quanto può essere importante un solo votante: nel caso del re di Francia, ognuno di coloro che votarono per quell'esecuzione capitale fu personalmente responsabile del regicidio, perché se avesse votato diversamente il re sarebbe stato risparmiato. Ma erano almeno eletti dal popolo. Se invece quel voto fosse stato di Rita Levi Montalcini avremmo avuto una biologa incompetente in politica, nominata da un presidente di sinistra, che vota determinando i destini del paese.
5) Chi non è convinto da queste argomentazioni faccia il ragionamento inverso. Sappiamo che l'Unione ha ottenuto due voti di maggioranza in senato. Se, nel momento in cui si votava la fiducia, i senatori di diritto e i senatori a vita avessero votato in blocco contro l'Unione, il risultato sarebbe stata la sfiducia per 162 voti negativi contro 158 positivi. Il governo non sarebbe nato e si sarebbe avuta più o meno una crisi istituzionale, magari nuove consultazioni elettorali, ecc. È giusto che simili decisioni siano rimesse a politici che non ne rispondono ai loro elettori o a incompetenti che hanno per giunta una media di età che li escluderebbe dai conclavi, se fossero cardinali? Coloro che difendono il voto dei senatori di diritto lo difenderebbero ancora, se i senatori onorari avessero negato la fiducia all'Unione?
6) È lecito infine fare l'ipotesi - ma è solo un'ipotesi - che i senatori di diritto e i senatori a vita abbiano votato la fiducia proprio per evitare gli sconquassi di cui al punto precedente. Ad esempio Ciampi, ottimo economista, e Andreotti, uomo prudente e competente, è ben difficile che siano a favore di parecchi di quei programmi deliranti che oggi si leggono sui giornali. È dunque possibile che si siano detti: "Intanto facciamo nascere il governo. Esso farà la finanziaria, poi se avrà da cadere cadrà. Noi stessi del resto voteremo contro quei provvedimenti che dovessimo reputare rovinosi per il Paese". Ma non è sempre meglio che queste decisioni siano prese dagli eletti del popolo? Del resto, in questo caso, la fiducia si sarebbe avuta: con quei due voti di maggioranza a cui è appeso l'attuale governo.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

LA BANDA DEL BUCO
Ci risiamo: anche stavolta ci beccheremo la guerra del buco. A parti invertite, ovviamente.
Da “
La Repubblica” di oggi: “Padoa-Schioppa: "Conti pubblici come a inizio anni Novanta" - Bersani: "Dobbiamo vedere la situazione, la manovra non è scongiurata" - “A preoccupare è soprattutto il deficit: sarebbe più alto del 3,8% indicato da Giulio Tremonti, ma anche più del 4,5% e potrebbe addirittura, nelle analisi più pessimistiche elaborate nel recente passato dal centrosinistra, arrivare oltre il 5%.”
Idem sul sito web de L’Espresso: “In questo momento - ha detto il ministro per lo Sviluppo Pierluigi Bersani - non possiamo escludere niente: il ministro dell'Economia sta procedendo alla ricognizione, fatta quella decideremo". Insomma secondo Bersani "dovremo rifare i conti per bene. Vedere quanta polvere c'è sotto al tappeto, perché ce ne è sicuramente”.
Un vero e proprio dejà-vu.
Quando nella primavera del 2001 Berlusconi andò al governo, subito denunziò che la sinistra gli aveva lasciato in eredità la sorpresina di un “buco” di oltre trentamila miliardi nei conti pubblici.
I ministri del governo uscente (Amato) smentirono risentiti, e la stampa amica fece loro scudo.
Eugenio Scalfari si precipitò a spiegare che la colpa era tutta delle regioni, che avevano speso troppo (ed “allegramente”) per la sanità convenzionata, e per far fronte a tale spesa in eccesso avevano fatto ricorso a finanziamenti privati (dalle banche), dai quali peraltro avrebbero dovuto per legge rientrare entro l’anno: per cui il governo Amato non solo era incolpevole, ma era anche nel giusto nell’affermare che il problema era solo apparente e destinato a rientrare nel giro di pochi mesi (“Il falso mistero del buco nei conti”, La Repubblica 17.06.2001)
La sera dell’11 luglio 2001 Tremonti, in veste di neoministro dell’Economia, illustrò i termini la questione agli elettori con una lunga intervista in prima serata al Tg1 delle 20, con tanto di lavagna e grafici a istogrammi: "Amato e Visco hanno detto 19 mila miliardi. La Ragioneria dello Stato ha fatto un conteggio secco e ha detto 45 mila miliardi. Considerando il fatto che il fabbisogno va malissimo, sulla base dei dati di Bankitalia, nei quali abbiamo molta fiducia, si può arrivare alla cifra di 62 mila miliardi. Nel complesso questa è l'eredità che abbiamo trovato, il buco che hanno fatto".
Apriti cielo: la sinistra insorse.
Vincenzo Visco denunciò la “indecente strumentalizzazione da parte del governo”: "piuttosto è Tremonti che sta creando il 'buco' perché la sua legge è senza copertura finanziaria…è probabile che Tremonti compia questa strumentalizzazione per coprire il buco che creerà con la sua legge o per giustificare politicamente tagli alle pensioni" (La Repubblica, 13.07.2001).
Dello stesso avviso Francesco Rutelli: "ineluttabilmente il governo farà 'macelleria sociale' ed ha bisogno dell'alone propagandistico del 'buco nei conti pubblici' per fare operazioni dolorosissime per il popolo italiano'' (conferenza stampa 18 Luglio 2001).

Lamberto Dinosevich non fu da meno: "Queste cifre hanno una valenza politica, per cercare di ritardare il mantenimento delle promesse fatte in campagna elettorale".
Piero Fassino, da par suo, accusò Tremonti di aver "artificiosamente presentato delle cifre più alte" perché, siccome il servizio del bilancio del Senato aveva dichiarato che il pacchetto fiscale presentato da Tremonti era “totalmente senza copertura", il ministro, "facendo credere che c'è un buco", si precostituiva "le condizioni di uno sfondamento che consentirà poi di coprire quel pacchetto fiscale che, in questo momento, il Governo non ha una lira per farlo approvare dal Parlamento" (intervento parlamentare del 12.07.2001).

Eppoi ancora Eugenio Scalari, che tornò alla carica con una ragionieristica apologia su La Repubblica del 15 luglio 2001, nella quale liquidò solennemente come “bolle di saponedi gli argomenti di Tremonti.
Alla fine, gli analisti e i commentatori più seri decisero di rinviare la verifica delle due tesi contrapposte al marzo 2002, quando sarebbero stati resi pubblici i dati Istat sull’andamento dei conti per l’intero esercizio 2001; solo che di mezzo ci si mise l’11 settembre, e tutte le variazioni in previsioni, stime e dati divennero opinabili.
E adesso, dicevo, ci risiamo. vedremo se l’attuale opposizione di centrodestra sarà abbastanza arguta – e spiritosa… – da rendere pan per focaccia agli avversari attenendosi ad un rigoroso contrappasso, e cioè utilizzando esattamente gli stessi argomenti e gli stessi ragionamenti che cinque anni fa vennero sollevati da sinistra.

(ale tap, 23.05.06) 
                                                   

QUINTA D, DI SINISTRA
Su questo forum è invalsa l’abitudine di chiamarmi professore. Non ho nulla da obiettare. Anche se non l’ho mai detto, è vero che ho insegnato per una ventina d’anni. E per questo racconterò l’episodio più divertente da me vissuto a scuola.
Negli Anni Settanta ebbi una quinta composta, come spesso in quegli anni, pressoché interamente da giovani comunisti. A scanso d’equivoci, sul vetro della finestra avevano scritto col gessetto: “V D di sinistra”. E il proclama rimase lì per sempre, dal momento che nessuno lavava i vetri.
A me perdonavano a titolo personale d’essere un “fascista” mentre io mi divertivo a dirgli sul muso: “Oggi siete tutti di sinistra ma negli Anni Trenta sareste stati tutti ad applaudire Mussolini. Mentre io sarei stato un liberale anche allora”. Ci volevamo bene.
La disciplina era ovviamente ridotta all’essenziale: collaboravamo in allegria e l’ora scorreva via velocemente. C’era tuttavia un momento in cui il silenzio assoluto, anche nel loro interesse, era d’obbligo: era la spiegazione. Io parlavo, come sempre, in francese e loro dovevano prendevano delle note perché sapevano che nel libro di letteratura non avrebbero trovato neanche la metà di ciò che dicevo. Le spiegazioni erano dunque una sorta di momento sacro, in cui cessava l’abitudine di ridere e scherzare su tutto.
Un giorno, mentre parlavo, bussarono alla porta. Erano due ragazzi di un’altra classe che, dopo avere segnalato che per interrompere la lezione avevano il permesso del preside, dissero ai colleghi che era stata organizzata non so che manifestazione. Una volta che furono usciti, prima di riprendere commentai: “Ragazzi, ci siamo rovinata la reputazione. Ora costoro andranno in giro a dire che questa è una classe normale, in cui si sta perfettamente in silenzio come tanti angioletti!”
Non erano passati cinque minuti che bussarono di nuovo alla porta. Io mi rabbuiai ma erano i due ragazzi di prima che, scusandosi, dissero d’avere dimenticato di comunicare una cosa. Ma non riuscirono a finire la frase: i miei alunni, senza nemmeno consultarsi, si scatenarono. Due si misero a lottare, qualcuno prese a gridare, un altro lanciava palline di carta, qualcuno pestava i piedi… un inferno. I due ragazzi, rimasti sulla porta, erano allibiti, ma soprattutto sbalorditi per il fatto che io, invece di rimproverare gli alunni per quella cagnara, ero piegato in due dalle risate e non riuscivo neppure a parlare.
Quando se ne andarono la Quinta D di sinistra riprese la lezione con la buona coscienza di chi riconfermato la propria buona fama.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 22 maggio 2006

GRANDI ASPETTATIVE, PESSIME PROSPETTIVE
Il momento politico è simile a quel quarto d’ora che precede le grandi partite di calcio o le gare automobilistiche, quando i giornalisti occupano il tempo rievocando il passato, fornendo particolari tecnici o conducendo insipide interviste. È un riempitivo durante il quale si può parlare con i famigliari o leggiucchiare il quotidiano alzando ogni tanto un occhio distratto sul teleschermo. Viviamo giorni afasici perché da oltre un mese ci sono stati solo adempimenti scontati. E certo non sorprendono le lotte al coltello per le poltrone ministeriali. Ora però Prodi ha letto la lista dei ministri e si alza il sipario. Il centro-sinistra è chiamato a dare spettacolo.
La rappresentazione si annunzia appassionante in primo luogo per il modo in cui il centro-sinistra ha vissuto i cinque anni passati: ha costantemente alimentato le critiche più forsennate e le speranze più utopiche. Se avesse criticato la maggioranza per qualche cosa, o magari per molte cose ma non per tutte, ora potrebbe proporsi di fare di meglio. Poiché invece l’ha esecrata per tutto ciò che ha fatto o non ha fatto (è stato “il peggior governo di sempre”) non può che proporsi di fare l’opposto. Di fare tutto bene mentre fino ad ora è stato fatto tutto male: e non è programma da poco.
I suoi elettori sono dunque in trepida attesa di vederlo all’opera. Certo, non riescono a nascondersi che molte delle cose annunciate sono volute da alcuni e violentemente rifiutate da altri. E che proprio per questo il programma si è tenuto sul vago: ma non mancano motivi per vedere in rosa il futuro. Dal momento che per cinque anni l’Italia è stata guidata da un mafioso che ha fatto i propri interessi personali danneggiando tutti come non era mai avvenuto dalla Seconda Guerra Mondiale, il paese ora dovrebbe rimbalzare come un pallone che cade dal quinto piano. A costoro si può sorridere dicendo: auguri!
Gli elettori di centro-destra dal canto loro si apprestano ad assistere ad uno spettacolo non meno interessante. Pensano: se è vero che le leggi che abbiamo varato erano buone (per esempio la “legge Biagi”), la loro abolizione dovrà comportare dei danni. Se è vero che molte delle cose che sono state proclamate dall’opposizione in questi anni sono cattive o assurde (in politica internazionale, per esempio), la loro realizzazione dovrebbe essere rovinosa. Se si mette Pecoraro Scanio a fare il ministro per l’ambiente è segno che si vogliono bloccare tutti i lavori pubblici. Se il nuovo governo farà ciò che alcuni partiti hanno promesso, in molti si accorgeranno che si va al disastro; se non lo farà, ci si chiede come lo spiegherà a chi è andato al governo proprio per fare quei disastri. Senza dire che sarà divertente vedere quante volte le leggi saranno respinte da un Senato in cui i senatori dell’opposizione, sempre disponibili, non saranno impegnati in altro che a votare contro.
Grandi aspettative e pessime prospettive: spettacolo epocale.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 18 maggio 2006


Non voglio le vostre scuse!
Strane cose accadono in Italia, cosi' strane da meritare l'attenzione dei media israeliani. La vignetta pubblicata su Liberazione, giornale del partito  di Fausto Bertinotti , presidente della Camera. Le  scuse  dette a labbra strette dal medesimo. L'arroganza del direttore di Liberazione, Sansonetti : " se ho offeso qualcuno chiedo scusa". Se ha offeso qualcuno Sansonetti? Se ha offeso qualcuno? Lei ha paragonato Israele alla Germania nazista e si chiede se ha offeso qualcuno? E chiede scusa, just un case? Se le tenga le sue scuse, non le vogliamo, non ci interessano.
le scuse si accettano da persone degne che sbagliano, non da quelli come lei, privi di coscienza.
E siccome e' accecato dall'odio le voglio raccontare alcune cosette che forse, anche se ne e' a conoscenza, lei nasconde ai suoi lettori.
La vignetta ignominiosa pubblicata dal suo giornale porta sul cancello di quella che per lei e l'Auschwitz israeliana, la scritta ""la fame rende liberi".
E allora le racconto un paio di cosette: Fuad Shubaki, ex portavoce del ministro delle finanze palestinesi e coinvolto nel  traffico d'armi della Karine A, sta vomitando alcuni rospi su fatti a noi noti da sempre  ma che  adesso lui, il palestinese, ufficializza per voi che non credete a Israele, "stato terrorista" come lo definisce Massimo D'alema, per nostra disgrazia, nuovo ministro degli esteri. 
Shubaki racconta che Arafat, l'amore vostro Sansonetti, aveva comprato nel 2000 prima di far scoppiare la guerra, ingentissime quantita' d'armi. Racconta che l'ANP ha speso 5 milioni di Dollari all'anno  per armare Gaza e un milione di dollari, sempre all'anno, per il West Bank. Fanno 6 milioni di dollari, vero Sansonetti?
Sei milioni di dollaroni all'anno!
Arafat, l'amore vostro, aveva anche autorizzato un fondo di 125 milioni di dollari per il progetto della KarineA.
A queste noccioline  bisogna aggiungere gli 800 milioni di dollari scomparsi dai conti dell'ANP prima che l'amore vostro tirasse le cuoia.
Pensi quanti panini potrebbero mangiare i palestinesi con tutti quei soldi, parte spesi per fare terrorismo e parte rubati da Arafat, per gli intimi, Arraffa.
Lei capisce adesso perche' io rifiuti le sue scuse, sarebbero scuse  colme di livore, scuse false come lei. Quindi abbia  il pudore di tacere e si tenga il disprezzo degli uomini liberi.

Altra cosa strana successa in Italia sono le dichiarazioni di Alberto Asor Rosa, quello, tanto per intenderci, che scrisse che la "razza" ebraica da perseguitata era diventata persecutrice. Ebbene, il grande professore dal cervello affogato nell'odio suo personale per gli ebrei, e' tornato alla carica dicendo che le opinioni degli ebrei  sulla politica italiana sarebbero un‚indebita pressione sugli "affari interni" dello stato.
A questo punto , dominando i conati di schifo che mi assalgono, informo Asor Rosa,  per me  non e' ne' signore ne' professore, che gli ebrei italiani sono italiani, che gli ebrei di Roma , in particolare, sono i piu' antichi cittadini della Capitale italiana e che soltanto Hitler prima e Mussolini poi decisero che gli ebrei non erano cittadini dei paesi in cui abitavano e di cui avevano sempre  condiviso la storia, la cultura, le gioie e i dolori.
Asor Rosa segue le loro orme. La cosa sarebbe irrilevante se questa persona non fosse, indegnamente, un professore e non avesse tra le mani le menti dei suoi studenti, menti giovani da manipolare a suo piacere.
La terza cosa strana e' che nel paio di giorni trascorsi tra la vignetta abominevole di Liberazione e le parole abominevoli di Alberto Asor Rosa, alcuni mentecatti sono entrati nel cimitero ebraico di Milano e hanno distrutto una quarantina di tombe.
Non voglio dire che abbiano preso spunto dall'odio che sempre traspare dalle pagine del giornale di Rifondazione Comunista, penso che questi vandali difficilmente sappiano leggere e ancora piu' difficilmente sappiano cos'e' un giornale, pero' tutto aiuta. Tutto aiuta, purtroppo.
L'odio antiebraico ha radici profondissime in Italia e in tutta Europa e si manifesta attraverso gli intellettuali, le persone colte, i politici,  la creme della creme .
Purtroppo questa crema della societa' e' avvelenata, e' portatrice di virus, un virus che infetta i poveri cervelli dei mentecatti che di giorno bruciano le bandiere di Israele e di notte vanno a spaccare le lapidi delle tombe degli ebrei, un virus cosi' pericoloso da far sembrare l'aviaria un semplice raffreddore.
Un virus che si diffonde a macchia d'olio e che sta riportando l'Europa  indietro nel tempo.
No, non le  vogliamo le vostre scuse, Sansonetti, Bertinotti, Asor Rosa, vogliamo che vi vergognate di esistere. Semplicemente.
 
Deborah Fait - informazionecorretta


Massima del giorno
Bisogna essere come l'acqua che resiste come cemento ad un urto violento e cede al peso di un sassolino gentile.
G.P.


VILTÀ PREMIATA
C'è un atteggiamento che la realtà premia al di là dei suoi meriti ed è la prudenza. Non la virtù che permette di evitare gli incidenti stradali o le truffe dei malintenzionati, ma quella tendenza a non compromettersi mai, a non prendere posizione, a non emettere giudizi perentori e perfino a non difendere la vittima contro il colpevole. Gli astanti sul momento lodano il coraggioso che corre in aiuto dell'aggredito e lo additano ad esempio ma alla lunga chi riceve i maggiori onori e i maggiori premi è colui che non ha mosso un dito. Chi si è limitato ad una blanda deprecazione esprimendo magari qualche forma di comprensione per i colpevoli.
Le posizioni nette hanno qualcosa d'indecente. Affermare che sei per sei fa trentasei, non trentasette e neppure trentacinque, sembra una dimostrazione di fanatismo. Se una donna è stata violentata in una strada solitaria, molta gente sarà pronta a chiedersi se non fosse vestita in maniera provocante, se non fosse stata imprudente a passare da lì e se proprio avesse necessità di andare dove andava. Come se tutto questo servisse a qualcosa. E in realtà effettivamente a qualcosa serve: a cercare scuse per gli stupratori.
Nella maggior parte dei casi il bene non sta tutto da una parte, è vero: la vita è complessa. Ma escludere a priori che qualcuno possa avere ragione al cento per cento, e qualcuno torto al cento per cento, è inammissibile. Ciò che in troppi cercano d'evitare è la seccatura d‚esaminare il singolo problema. Inoltre, le posizioni nette sono sentite come pericolose perché la grande massa non è sicura della propria buona coscienza: chissà, forse un giorno potrebbe trovarsi dal lato del torto e per questo, come i bambini, preferisce pensare che in fin dei conti mamma e papà perdonano sempre.
Un esempio paradigmatico è l'atteggiamento di molti dirigenti comunisti durante la Rivoluzione Ungherese del 1956. Non era necessaria una lente d'ingrandimento per capire che si trattava d'una rivolta popolare contro l'oppressione di un governo sostenuto dallo straniero. Non era necessario un particolare acume per vedere che i carri armati sovietici venivano a riannettere all'impero russo una provincia riottosa: e infatti in quell'occasione parecchi comunisti si dissociarono dall'obbedienza togliattiana agli interessi imperiali di Mosca: e lasciarono il Pci. Ma che ci guadagnarono? Ci guadagnarono d'essere dei reietti. Non era ammissibile prendere posizione così nettamente e pubblicamente contro chi aveva torto. Anche di fronte alla donna lacera, sporca e contusa, che gli infermieri ancora raccolgono dal marciapiede, i prudenti si chiedono se gli stupratori non abbiano qualche ragione, dalla loro.
Coloro che lasciarono il Pci divennero una sorta di apolidi, quasi dei traditori agli occhi di tutti, e chi invece, pur di non sconfessare il comunismo, sostenne l'azione infame del Pcus contro un piccolo ed eroico popolo, rimase agli apici del potere ed ebbe un futuro politico. In un caso conquistando addirittura la Presidenza della Repubblica Italiana. Mezzo secolo dopo, si dirà. Giusto. Ma a parte il fatto che mezzo secolo dopo coloro che allora sostennero la verità e la giustizia non hanno avuto nessun premio, come perdonare il servilismo interessato di chi ha saputo chiudere gli occhi sul sangue innocente e sull'amor di patria ripagato con le cannonate dello straniero? Come stringere la mano a chi ha approvato l'impiccagione di Imre Nagy?
Chi ha ragione da solo è empio. Le posizioni nette non sono apprezzate neanche quando, anni dopo, chi prima ha cantato nel coro ammette d'avere sbagliato. Meglio avere torto con gli altri che ragione da soli. E infatti gli intellettuali che prima cantavano nel coro di Mussolini hanno facilmente trovato spazio nel coro di Stalin.
Socrate non è stato ucciso solo una volta.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 17 maggio 2006


Per me pari sono
In Israele si e' formato il governo.
Ehud Olmert e' entrato nell'uffcio del primo ministro, l'ufficio che era di Ariel Sharon.
E' entrato con rispetto e commozione pensando al Gigante addormentato, al piu' grande Generale di Israele e a uno dei piu' grandi Primi Ministri.
Israele, nonostante i suoi problemi, ha saputo dar vita a un governo assolutamente democratico dove il centrosinistra e' composto da personaggi di sinistra, destra e persino religiosi, insieme per fare politica e guidare il Paese in un momento delicato come sempre e forse decisivo.
Anche  in Italia si e' insediato il nuovo governo, un governo comunista, con un presidente comunista, un primo ministro cattocomunista, un presidente del senato ex sindacalista e un presidente della camera comunista.
Si sono presi tutto, proprio tutto, tanto da far pensare a un colpo di stato alla vasellina e meta' degli italiani sono contenti e soddisfatti.
L'altra meta'? preoccupata.
Israele? proccupato, con moderazione, consapevole che la luna di miele con l'Italia e'  conclusa  e che seguiranno tempi duri.
Saltando qua e la' sui forum di sinistra si legge di tutto, dalle maledizioni a Olmert definito dai kompagni un nazifascista, alle difese  e scusanti di Ahmadinejad, alle rabbiose affermazioni che la sinistra non e' antisemita ma solo "giustamente" critica nei confronti di Israele. Nei confronti di paesi naziislamici la critica invece  e' assente ed e' chiaro che muoiono dalla voglia di allacciare contatti con Hamas e poter acclamare insieme la fine di Israele. Si leggono infamita' e menzogne, si legge odio, si legge livore. 
Si leggono anche insulti alla mia persona, mi si definisce "cretina pazza" insieme "alla gentaglia" che mi sta intorno perche' continuiamo a dire che la sinistra, porastella, e' antisemita.
Il vecchio PCI da cui provengono queste persone e quelle che governeranno l'Italia e' sempre stato amico, che dico amico, innamorato di un assassino come Arafat. Se lo sono coccolato, lo hanno nascosto quando rischiava la cattura da parte dell'Interpol, lo hanno portato in trionfo mentre mandava i suoi feddayin ad ammazzare ebrei e non ebrei in Israele e in giro per il mondo.

Il PCI , da cui questi provengono, ha appoggiato gli assassini dei bambini di Maalot, di migliaia di israeliani, di centinaia di ebrei in Europa e , a differenza di una parte della destra fascista  italiana, i comunisti e gli ex comunisti non hanno mai fatto l'atto di dolore, non hanno nemmeno mai detto "ci dispiace".
Chi, come me, si e' dedicato alla difesa di Israele in Italia negli ultimi 40 anni, lo sa quanto fiele abbiamo inghiottito, lo sa quante minacce abbiamo subito, lo sa quanti insulti abbiamo sentito, lo sa quante volte abbiamo letto sui muri d'Italia e sentito urlare dai militanti del PCI prima e poi dei partiti da esso scaturiti, "Israele e morte, Israele assassino, Palestina libera" . E non erano quattro deficienti , erano tutti, era la totalita' della sinistra, incolta, razzista, antisemita. Era la totalita' semplicemente perche' la politica del PCI era contro Israele, senza se e senza ma.
Erano tutti la' con Luciano Lama e la sua pipa a gettare davanti alla sinagoga di Roma una bara nera. Erano tutti la' con i loro ghigni coperti dalle kefiah che marciavano col pugno chiuso rivolto contro la sinagoga, guidati da Chiara Ingrao, urlanti "A morte".
Erano tutti la' a manifestare contro Israele negli anni 70, negli anni 80, negli anni 90.
Non quattro deficienti ma i dirigenti del partito seguiti da mandrie intere di deficienti.
E bandiere bruciate e se c'era una mostra su Israele veniva distrutta e se noi con gli amici radicali...di un tempo... manifestavamo per Israele, la polizia doveva proteggerci e gli  alberghi dove si tenevano Congressi della federazione Italia -Israele dovevano essere circondati da polizia e carbinieri. 
Non a causa dei fascisti ma dei comunisti.
I fascisti facevano altro, ricoprivano i muri di Roma di Stelle gialle ma contro di loro non serviva la polizia, erano sufficienti  i giovani ebrei di Roma per farli scappare a gambe levate urlando "aio mamma".
 I comunisti arrivavano con  i pullman da tutta Italia quando a Roma c'era una manifestazione contro Israele, con i pullman, decine di migliaia di persone urlanti con le bandiere palestinesi, sbavanti odio, urlanti "a morte a morte a morte" a Israele, alla democrazia, complici dei terroristi, degli assassini. Mai un ripensamento, mai la volonta' di conoscere la storia. Dovevano stare dalla parte dei palestinesi solo perche' dall'altra parte c'erano gli odiati ebrei. Non hanno mai manifestato per altri popoli. Che gliene fregava di altri popoli, erano gli ebrei che dovevano essere maledetti, insultati, era Israele che doveva essere minacciato, demonizzato.

Poi, finito il PCI,  partiti come Rifondazione comunista e Comunisti italiani hanno continuato la tradizione,  ancora cortei, ancora  a morte, ancora bandiere bruciate. C'era pero' una novita' folkloristica a rallegrarli,  c'erano i kamikaze, i terroristi suicidi da acclamare e sono andati avanti a difendere questi criminali per tutti gli anni in cui Israele viveva l'incubo del terro