ARCHIVIO MAGGIO 2006
Massima del giorno
L'arroganza senza il potere è ridicola,
ma l'arroganza col potere è spaventosa.
G.P.
MOLLICHINE
La Fallaci
minaccia di far saltare in aria con l'esplosivo la futura moschea
di Colle Val D'Elsa. Che si sia convertita all'islamismo?
Il ministro palestinese Zahar: "Il referendum
di Abu Mazen è una perdita di tempo e soldi". Perché
votare, quando si può sparare?
Moratti: "Voglio essere il sindaco di tutti".
E banale come tutti.
Parisi: "L'Italia non volterà le spalle
all'Iraq". O, quanto meno, basterà guardare un po' più
in basso.
BMW e Total hanno iniziato a collaborare per
l'auto a idrogeno. Una volta realizzata, basterà trovare
una miniera di idrogeno.
Parisi: "La fine della nostra presenza militare
non vuol dire in alcun modo un disimpegno". Ai terroristi faremo
"buh!" per corrispondenza.
"L'Iran e' pronto a riprendere i negoziati con
l'UE". Questa è la dichiarazione dei giorni pari. Quella
dei giorni dispari è: "Andate tutti al diavolo e mi faccio
la bomba!".
Secondo l'indagine della coalizione internazionale,
gli americani a Kabul "aprirono il fuoco per autodifesa". E
con questo credono di giustificarsi, dinanzi a Diliberto?
Ahmadinejad: "Israele? Ma che paese è?
Non esiste un paese del genere". E se un'atomica cadesse su
Tehran, il poverino non saprebbe con chi prendersela.
L'ESTREMISMO FECONDO
Ci si può chiedere come mai molti di
coloro che oggi contano in gioventù siano stati degli
estremisti. Persone che hanno detto - quando non "fatto" - enormi
sciocchezze. Mentre c‚era chi, nello stesso periodo, ed essendo
loro coetaneo, quelle sciocchezze non le pensava e non le diceva.
Rideva anzi dei loro eroici ed imbecilli furori. E tuttavia il tempo
è passato e chi aveva avuto buon senso e chiarezza di visione
è rimasto un perfetto zero, mentre loro, malgrado i loro errori
(quando non crimini) sono diventati famosi e stimati. Perfino in quel
campo - il veder chiaro e il buon senso - che qualcuno aveva già
allora e loro hanno imparato solo con l'età. Infatti sono diventati
opinionisti.
La spiegazione è semplice.
Il veder chiaro induce a veder chiaro anche
nel valore delle ambizioni e delle battaglie. Chi è
saggio vede che tutte le medaglie, anche quelle che sembrano
d'oro, sono in fondo di cartone. Che combattere non serve a niente,
perché il pregiudizio vincerà sempre sulla razionalità,
l'egoismo sulla generosità, la vigliaccheria sull'eroismo.
E soprattutto l'imbecillità sull‚intelligenza. Per conseguenza
chi fonda la propria vita su questi presupposti non si fa notare, non
si batte per ottenere qualcosa o persino un po' di visibilità.
Il veder chiaro è sterile, mentre il non veder chiaro e il precipitarsi
di gran carriera, magari verso l'errore, è produttivo. Avviene
che da principio si capeggi una masnada d'imbecilli e poi, rinsavendo,
si capeggi un folla di persone ragionevoli. Ma si capeggia in ambedue
i casi.
In conclusione è giusto che il mondo
conosca Mario Capanna, Giampiero Mughini, Lanfranco Pace e
tanti altri - perfino Giuliano Ferrara! - che a suo tempo "sbagliarono"
e non conosca i molti chei, a suo tempo, non sbagliarono. Se Gorbaciov
non fosse stato tanto "stupido" da aderire al partito comunista
sovietico fino a diventarne segretario, e dunque capo di tutte le
Russie, avrebbe mai avuto la possibilità di demolire il sistema
dell'oppressione, cambiando il destino di quell‚immenso paese?
Un Gorbaciov che da giovane fosse stato capace di vedere l'Urss com'era
non si sarebbe iscritto al partito comunista. Non ne avrebbe sposato
(e scalato) le istituzioni. Si sarebbe limitato, come un filosofo
stoico, a rimanere rintanato nel suo guscio, mantenendo intera e intatta
la sua libertà spirituale. E sarebbe stato un nessuno.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
A margine
Il professor Cordero, editorialista di Repubblica,
molto stimato per la sua cultura e per il suo stile, non si priva
di ricorrere con estrema abbondanza a parole straniere e a riferimenti
culturali. Suscitando la tentazione di qualche imitazione. Eccone
una.
Man macht was man auch machen kann, cioè,
come dicevano i nostri ancestors, ad impossibilia nemo tenetur.
Ma questo non impedisce che sia lecito, pur sapendolo utterly matchless,
seguire i footsteps di Cordero (accettando l’aporia di imitare
l’inimitabile) anche se fortuna significa sfortuna e dunque questo
potrebbe rivelarsi un coup d’épée dans l’eau. Ma
Cordero, absit iniuria verbis, significa agnello, e quello che tollit
peccata mundi ben perdonerà l’impudente, soprattutto pensando
che se vale per los curas, nunca una palabra mala, nunca una obra buena,
ben più coudées franches avrà chi non si è
impegnato neppure alle palabras buenas. Al massimo il mentore Rei
Publicae sarà autorizzato a un gesto apotropaico, che non gli
eviterà tuttavia l’aristofanesca catastrofe. Il difetto è
nell’arché, nel cominciamento: lui troppo, novello Marsia, confidò
nell’effetto che poteva fare col suo stile, e ora il brocardo germanico
gli risponde: wo du deinen Glauben gelassen hast mußt du ihn suchen.
Che è come dire imputet sibi o, per gli albionici, che il suo è
un self-inflicted disaster.
Nel divertissement (ognuno ha i paralipomeni
che può permettersi) non si corre rischio. Quello che nel
reato è il Tatbestand, e nel negozio la causa, nel ludo
è ilare voglia di levitas, di cachinno, di ontica spensieratezza.
Ed a questa il sottoscritto si appella per quell’acquittal che si
augura, pecorellianamente, catafratto nella sua adamantina immutabilità
contro ogni possibile gravame. Ma chat échaudé craint l’eau
froide e per questo il nome dell’autore rimarrà come il viso
del Nilo in Piazza Navona.
Guai a dimenticarli
Il discorso di Benedetto XVI ad Auschwitz ha
deluso un po' tutti e probabilmente se ne e' reso conto lui stesso
poiche' mercoledi' a San Pietro ha corretto il tiro.
Ad Auschwitz aveva parlato di sei milioni di
polacchi uccisi dal nazismo, a Roma ha rettificato in sei milioni
di ebrei. Probabilmente il dovere di ospitalita' lo aveva condizionato
e aveva voluto accontentare i polacchi che da decenni stanno
cercando di cancellare la parola "ebreo" dalle varie targhe che
si trovano nei campi di sterminio per sostituirla con "persone"
o addirittura con "polacchi".
Certamente, il popolo polacco ha sofferto moltissimo
durante il nazismo ma questo stesso popolo ha consegnato
gli ebrei ai nazisti su un piatto d'argento. Tre milioni di ebrei
che vivevano negli stetl della Polonia, sono stati raccolti tra gli
sputi della gente e portati a morire nelle fosse comuni e nei lager.
Chi riusciva a scappare e chiedeva asilo veniva scacciato, chi riusciva
a nascondersi veniva tradito. Gli ebrei polacchi sono stati braccati
dai loro connazionali "gentili" e consegnati al Mostro nazista senza
pieta'.
Adesso vogliono costruirsi una verginita' ma
a Oswieczin pioveva cenere, la cenere che usciva dai camini
e arrivvava fino al centro abitato vicino al lager. Pioveva
la cenere di milioni di ebrei e si sentiva la puzza della carne bruciata
quindi non potevano non sapere, non vedere, non sentire.
Quando il Papa ha varcato il cancello
di Auschwitz , quando quella figura bianca colle mani giunte,
e' entrata in quello che resta oggi dell'inferno di ieri, mi
e' corso un brivido giu' per la schiena perche' per un momento ho
visto intorno a lui la morte, le anime di quelli passati per i camini
che lo fissavano in silenzio. Milioni di occhi senza piu' dolore.
Probabilmente anche lui ha avvertito quelle
presenze mute perche' ad Auschwitz e' la prima cosa che ti prende
alla gola, li senti, sono la' , insepolti, che aleggiano nell'aria.
Deve averli sentiti intorno a se' perche' a un certo momento del suo
discorso ha quasi gridato "Dove era Dio? Perche' e' rimasto in silenzio?".
Dio non c'era ad Auschwitz, Santo Padre, Dio
non c'era, la' viveva il demonio, il Male, la Morte.
Non avrebbe dovuto chiedere dove era DIO, avrebbe
dovuto chiedere dove era il Mondo!
Il mondo che e' rimasto in silenzio, il mondo
che vedeva passare i vagoni, il mondo che sentiva gli ebrei
gridare, piangere, il mondo che leggeva i bigliettini che riuscivano
a far volare fuori dai buchi, sulle rotaie, bigliettini che chiedevano
aiuto, che salutavano i propri cari. Il mondo che e' rimasto in silenzio
quando sparivano i bambini dalle scuole, i professori dalle universita',
i vicini di casa.
Dove era
il mondo! E dove era la Chiesa. E dove erano i Grandi delle Nazioni!
E dove era la Croce Rossa! Questo avrebbe dovuto chiedere Il Papa
perche' Dio ad Auschwitz e' morto con i bambini sezionati vivi,
con le pance tagliate delle madri, con i feti mangiati dai cani,
con quel bambino di 13 anni impiccato perche' voleva scappare. Dio
e' morto la' sulla "rampa degli ebrei" quando il primissimo carico
e' arrivato e mandato subito al gas perche' il 95% finiva al gas,
gli altri morivano di fame e di torure.
E allora lasciamo stare Dio, Santo Padre, e
responsabilizziamo il mondo vigliacco che non e' stato capace
di ribellarsi al Mostro. Non e' giusto far ricadere su Dio le
colpe e l'indifferenza del mondo.
Come scrive Andre' Schwarz Bart nel suo libro
L'Ultimo dei Giiusti, sia lodato l'Eterno:
E lodato. Auschwitz. Sia. Maidaneck. L'Eterno.
Treblinka. E lodato. Buchenwald. Sia. Mauthausen. L'Eterno. Belzec.
E lodato. Sobibor. Sia. Chelmno. L'Eterno. Ponary. E lodato.
Theresienstadt. Sia. Varsavia. L'Eterno. Vilno. E lodato. Skarzysko.
Sia. Bergen-Belsen. L'Eterno. Janow. E lodato. Dora. Sia. Neuengamme.
L'Eterno. Pustkow.
E lodato sia....
Anche se scoppia il cuore ricordiamo e benediciamo
i tanti David, Sarah, Rivkele, Jona, morti sei milioni
di volte.
Guai a dimenticarli specialmente oggi che sta
rinascendo il nazismo sotto altre forme e sotto altri cieli,
il nazismo che nega e che vuole ritentare.
Guai a chiamarli semplicemente "persone" perche'
erano ebrei e furono ammazzati soltanto perche' erano ebrei.
Guai a dimenticarli.
Deborah Fait - informazionecorretta
Massima del giorno
Mentre l'ignorante è reso guardingo
dall'inverosimiglianza, il colto può scambiare l'inverosimile
per sublime.
G.P.
MOLLICHINE
La Fallaci è stata assolta dal reato
di avere definito Agnoletto "una nullità". E questo
benché, pare, il querelante non le avesse concesso facoltà
di prova.
Il ministro Bianchi: "Castro mi emoziona".
Perché stupirsene? L'omosessualità non fa più
scandalo.
Napoletano sul Parlamento: £Mai
abbiamo avuto un tale clima di scontro". Ma allora non ha
dimenticato solo Budapest, ha dimenticato anche i fratelli
Paietta.
Napolitano : "Prodi ha la capacità
di unire". E di creare chimere.
Mastella: "Nessuna ars demolitoria
da parte del governo". Impara l'ars e mettila da pars.
GP
Rinunciare
ai sogni per chi?
E' passato anche il Jerusalem Day, la
Festa di Gerusalemme tornata ad essere la Capitale di Israele
nel 1967 con la vittoria schiacciante sugli eserciti arabi
e la liberazione della Citta' dall'occupazione giordana.
" Il Monte del Tempio e' nelle nostre
mani" fu l'annuncio che che fece gridare di gioia ogni israeliano.
Oggi, a 39 anni di distanza, sul Monte
del Tempio gli ebrei non possono piu' salire senza rischiare
la vita. I palestinesi non permettono agli ebrei di andare
a pregare nel loro luogo piu' sacro che e' anche territorio israeliano.
La legge della violenza e dell'odio vince
sempre, gli ebrei sono scimmie, i cristiani sono maiali e
chi scrive questo nei media e libri di scuola, chi predica questo
nelle moschee fa parte della forza diabolica che muove il mondo.
Queste limitazioni degli ebrei nella
loro stessa Capitale non hanno pero' impedito che decine
di migliaia di israeliani anche quest'anno attraversassero Gerusalemme
vestita di bianco azzurro come una giovane Dea, con tremila anni
di storia ebraica nel cuore trafitto da mille spade.
Nel frattempo Ehud Olmert e' ritornato
in Israele dopo una visita trionfale in USA dove ha fatto
agli americani un discorso che passera' alla storia.
Eliot Engel, membro del Congresso USA,
emozionato, ha dichiarato : "E' sicuramente il miglior discorso
che io abbia mai sentito" .
Grande successo dunque, un successo che
ci rende tutti orgogliosi perche' questo piccolo Paese, questi
20.000 chilometri di meravigliosa Terra cosi' amata
da quasi tutti gli israeliani ed ebrei e cosi' odiata da quasi
tutto il resto del mondo, e' una grande Nazione, una Nazione dove
gli ideali, non le ideologie, si fondono con la democrazia,
la modernita' e la ricerca scientifica all'avanguardia, dove la
generosita' nei confronti del nemico si fonde con l'obbligo vitale
della difesa ad oltranza, dove i diritti umani vengono rispettati nonostante
la necessita' di sopravvivenza come stato ebraico, il solo paese
che gli ebrei hanno e che agli ebrei, unico popolo al mondo, viene
contestato, delegittimato e negato.
Si, Ehud Olmert ha avuto il coraggio
di dire "rinunceremo ai nostri sogni per far posto ai sogni
degli altri" ma lui sa che i sogni degli altri chiedono la distruzione
totale dei nostri e sa che mentre, al Congresso americano,
parlava di concessioni, di ritiri unilaterali e di generosita', la
sua controparte, Mahmuod Abbas, il calmo, il buono, quello che
gli occidentali tanto apprezzano, durante un'intervista televisiva
annunciava al mondo arabo che i terroristi, quelli che ammazzano
bambini ebrei , sono gli eroi dei palestinesi. Questo buon
uomo che non ha mai condannato il terrorismo in quanto immorale ma
solo perche' reca danno all'immagine dei palestinesi, non si smentisce
dunque, e continua la tradizione di disumanita' che caratterizza
i palestinesi.
Olmert e Abbas, due leader, due
mondi opposti, la luce e il buio, il primo che parla di
vita e di sogni da realizzare per tutti, il secondo che parla
sempre e soltanto di morte e violenza e poi se ne va in letargo
fino alla prossima.
Paradossalmente non e' il bellissimo
e lirico discorso di Olmert che tiene banco sui media italiani,
non e' nemmeno l' abbraccio simbolico dell'Amministrazione
e meno ancora gli interminabili e ripetuti applausi del Congresso:
America e Israele insieme, il grande e il piccolo diavolo, danno
fastidio agli amici degli arabi quindi ne parlano il meno possibile
e quando lo fanno distorgono la verita'.
Tiene
banco invece la dichiarazione di hamas, una delle ultime
in ordine di tempo, un altro po' di fumo negli occhi dei nanetti
europei: "Se Israele tornera' ai confini del 67, avra'
in cambio un lunga tregua".
Wuahhhhhh, applausi, wuahhhhh, che bravi,
wuahhhhh!
Signori, frenate, hanno detto tregua,
non pace, cercate di interpretare il linguaggio degli arabi,
tregua che puo' arrivare fino a 10 anni secondo gli insegnamenti
del Profeta e che puo' essere interrotta, a loro piacere e con
qualsiasi scusa , anche dopo un mese, un giorno, un anno.
Il limite e' 10 anni durante i quali
il mondo innondera' i palestinesi di miliardi che verranno
usati per armarsi e poi colpire Israele che, se dovesse ritirarsi
dietro i confini del 1967, non avrebbe piu' territorio e ,dal
confine al mare, in alcuni punti, correrebbero meno di 20 km.
Mentre in America un grande Israele
parlava di progetti eroici, giganteschi e dolorosi
nella meschina Europa, l' Inghilterra parla ancora di
di boicottaggio.
Boicottaggio a hamas, naturalmente, penserebbe
una persona normale.
No! Hamas non si tocca, hamas
e Ahmadinejad per molti sono le uniche speranze che Israele
venga distrutto.
Il boicottaggio e' per Israele!
Mesi fa lo aveva proposto l'Aut (Association
of University Teachers), adesso lo propone la NATFHE ( National
Association of Teachers in Further of Higher Education), un'associazione
di nani di estrema sinistra, intellettuali malefici, supportati
da varie organizzazioni palestinesi che come sempre fanno
il bello e il cattivo tempo in Europa. Questi sinistri (
in tutti i sensi) nani arrivano al ricatto morale : " non verranno
boicottati gli ebrei e gli israeliani che condanneranno Israele"
.
Spaventoso no? Costringere delle persone
a rinnegare il proprio paese per poter lavorare, fare ricerca,
fare cultura.
Solo Hitler era arrivato a distruggere
la cultura, oggi lo fanno i suoi seguaci rosso/neri.
Altrettanto spaventoso e' quanto succede
a Vienna dove e' iniziato il convegno su "Razzismo, xenofobia
e mass media" con l'eliminazione del tema scottante dell'antisemitismo
di cui i media europei si nutrono e i media arabi si
abbeverano. Niente antisemitismo, via, non esiste antisemitismo,
eliminiamo la parola: gli arabi ordinano e la piccola Europa
esegue.
E la conferenza si fa solo su xenofobia
e islamofobia.
Tutti sappiamo quello che scrivono i
media europei sugli ebrei, ultimo esempio di antisemitismo
e' stata la vergognosa vignetta di Liberazione ma non tutti
sanno cosa dicono degli ebrei sui media arabi e allora ecco
un piccolo esempio:
http://www.adl.org/main_Arab_World/arab_media_portrayal_jews.htm
Alla luce di tutto questo alla conferenza
non si parlera' di antisemitismo!
Nani, senza morale, senza giustizia.
Nani, senza intelletto, schiavi!
Insomma
dovunque ci giriamo la' c'e' pericolo per Israele e
c'e' odio per gli ebrei, il tutto condito dalla propaganda di
nanerottoli snob intellettualoidi europei e americani, ricordiamo
l'incondizionato appoggio di Chomski alla Jihad, legati
da folle amore alle organizzazioni palestinesi che dirigono il traffico
con i soldi che il mondo manda per scopi umanitari.
Come no!
Non sono certamente i palestinesi che
pensano ai palestinesi, non sono certo gli arabi che pensano
ai palestinesi, se ne fregano e i soldi li usano in armi e propaganda.
Israele fornisce tutto, infrastrutture,
luce, gas acqua, tecnologia.
Israele, il Paese che loro vogliono distruggere
e non si capisce come mai non siano Giordania e Egitto a rifornirli
di tutto cio'. Non sono vicini? Non sono fratelli?
Dal 1948 l'unica cosa che i paesi arabi
hanno saputo e voluto fare e' stato di chiuderli nei campi
per usarli come arma di ricatto.
Dal 1967 l'unica cosa che Arafat ha voluto
e saputo fare e' stato di impedirgli di uscire dai campi
per incattivirli ben bene, per imbarbarirli e alla fine usarli
come bombe umane.
"Rinunceremo ai nostri sogni per far
posto ai sogni degli altri".
Attenzione Ehud, loro sognano la fine
di Israele, non la Palestina, loro sognano la nostra morte
non la loro vita.
Attenzione Ehud. Il lirismo va bene nei
discorsi , nella vita di tutti i giorni, in Israele, noi vogliamo
avere il diritto di salire su un autobus senza morire e tutti
sappiamo che il governo di hamas non ce lo permettera' mai.
Sappiamo che hamas non fara' mai la pace,
sappiamo che hamas vuole una cosa sola: la nostra morte.
Deborah Fait - informazionecorretta
LA PENSIONE A CINQUANT’ANNI
Sul un sito Internet si è venuti
a parlare, non per mia iniziativa, del fatto che mi sono
messo in pensione a cinquant’anni. Cosa che alcuni pensavano
per giunta volessi tenere segreta mentre già nel 1998 avevo
pubblicato sul “Foglio dei Fogli” un mio Curriculum vitae e anche
recentemente ne avevo permesso la pubblicazione su un blog. Col passare
dei giorni mi sono tuttavia accorto che il problema, per molti, non
era la presunta segretezza del fatto, era il fatto in sé: è
giusto permettere che ci si metta in pensione a cinquant’anni, facendosi
di fatto mantenere dagli altri?
La risposta è semplice: no. Non
è giusto. Ma i sindacati si sono a suo tempo battuti
per concedere ai professori questo diritto e “hanno vinto
la battaglia”. Non solo. La differenza di paga, allora, tra chi
lavorava le sue brave diciotto ore la settimana, più le
riunioni, più la correzione dei compiti, più il ricevimento
delle famiglie ecc., e chi invece se ne rimaneva in pantofole
a casa, era pressoché insignificante. Un vero trionfo. Io dimostravo
a tutti l’assurdità della norma (i professori spendevano di
più, in scarpe, benzina, vestiti, andando a lavorare che
standosene a casa) ma tutti mi guardavano come il solito liberale
eccentrico. In realtà si verificò la convergenza di due forme
di stupidità: i sindacati tendevano - come sempre in quegli
anni - ad ottenere vantaggi inverosimili per i lavoratori, i professori
non erano abbastanza furbi per approfittarne. Era il tempo del
“salario variabile indipendente” di Luciano Lama (indipendente
dai ricavi dell’impresa, nientemeno!) e fu in quel tempo che si creò
l’immenso debito pubblico di cui ancora oggi si soffre. Se la
legge non provocò i disastri che avrebbe dovuto provocare
fu perché i docenti, invece d’approfittare di quella manna, per
amore del loro lavoro, per amore degli alunni o perché non volevano
privarsi della piccola differenza di stipendio, continuarono a lavorare.
La norma era demagogica e deprecabile:
una classica legge di sinistra. Per ogni professore che
va in pensione lo Stato infatti deve assumerne e pagarne un
altro e se l’avessero fatto in molti sarebbe stata una rovina.
La disposizione è stata infatti gradualmente revocata quando
i pensionati baby hanno cominciato ad essere numerosi. Ma sul momento
il mondo continuò ad andare avanti tranquillamente e l’unico
che diceva che quella disposizione era stupida ero io.
Un
uomo sano deve lavorare fino a settant’anni, pensavo, e se fosse
dipeso da me la legge non sarebbe mai stata votata. Ma non dipendeva
da me e quand’anche avessi continuato a lavorare nulla sarebbe cambiato
per l’Italia. Il personale della scuola è di circa un milione
di persone ed io ero solo uno. A questo punto, finché quella
legge stupida e buonista era in vigore, ed anzi si criticava chi,
come me, la reputava assurda, era giusto che ne approfittassi. Diversamente
avrei vanificato gli sforzi dei sindacati. Per favorire la loro
azione indussi anzi mia moglie, quarantunenne, a lasciare il lavoro,
anche se, essendo già cominciato il riflusso, il trattamento
mensile era divenuto addirittura una miseria. Ma lei fu felice di
abbandonare l’impegno frustrante dell’insegnamento nella Scuola
Media. Noi non abbiamo figli, siamo frugali, in viaggio siamo persino
campeggiatori: ci basta un minimo per essere felici. E così abbiamo
posto le premesse del nostro personale Eden.
Rimane
da parlare del punto di vista morale. Di solito, delle eventuali
critiche del prossimo – e soprattutto di un prossimo ingenuo
e intellettualmente primitivo - poco m’importa. Lo guardo con la
benevola attenzione dell’entomologo. Ma il problema teorico può
essere interessante e dunque val la pena di affrontarlo.
Molti hanno trovato scandaloso non il
fatto che io abbia lecitamente approfittato di una legge
dello Stato (come le donazioni di Prodi ai suoi figli in regime
di esenzione fiscale), ma che non abbia avuto voglia di lavorare.
Come dicono i maestri elementari (e a momenti anche la nostra
Costituzione) “il lavoro nobilita l’uomo” e chi vuole evitarlo compie
dunque un atto ignobile. Il mio primo istinto in questo caso è
quello di rispondere: se il lavoro nobilita l’uomo, e voi l’avete, siate
nobili e lavorate anche per me. Che non l’ho capito. Se invece il lavoro
non nobilita l’uomo ma lo affatica soltanto, perché vorreste
che mi affaticassi quando posso farne a meno?
I moralizzatori non solo dimenticano
che la disposizione di cui si parla è stata voluta
dalle sinistre, e dunque dovrebbero lodarla, ma soprattutto
non si accorgono di mancare di senso critico. Il lavoro è
lodato da chi invita gli altri a lavorare, non da chi lavora.
Esattamente come l’obbedienza è lodata da chi vuole essere
obbedito, non da chi è chiamato ad obbedire. La stima e l’orgoglio
del lavoro sono insomma predicati da chi vuole ottenere il massimo
risultato dalla prestazione d’opera, affiancando alla carota della
paga l’imperativo morale. Voltaire parlava della morale come del
“gendarme interiore” che lo Stato affianca al gendarme che s’incontra
per strada. La lode del lavoro è strumentale a chi da quel lavoro
ricava un utile. Per onestà, ognuno il proprio lavoro deve
farlo bene, questo fa parte del contratto col padrone: ma pretendere
che l’asino ami la macina è eccessivo. Proprio per reagire
a questa retorica (uno strumento dell’“oppressione dei lavoratori”) i
sindacati e i comunisti, esagerando, insegnavano l’odio del datore
di lavoro. Un odio che per un certo tempo si spinse fino al sabotaggio.
Il galantuomo fa bene il suo lavoro.
Non è necessario che lo ami e lo ricerchi quando può
farne a meno. Ma tutte queste idee non sono correnti, molti se
ne scandalizzano prima ancora di riuscire a capirle e infatti
Nietzsche ha chiesto: “Fin dove osi pensare?” Non molti vedono che
la società impone i suoi mores nell’interesse della specie
e soprattutto della classe dominante: i maschi anziani. E per far
questo predica come “bene” il proprio bene. Solo chi è supremamente
individuo e supremamente coraggioso intellettualmente riesce a sfuggire
al condizionamento e a vedere chiaramente.
Ci sono coloro che lavorano, oltre che
per vivere, perché non saprebbero fare altro (hanno una
Werkzeug Natur, secondo Nietzsche). E ci sono altri che,
sfuggendo alla necessità di faticare e di obbedire, possono
darsi agli “otia” oraziani. Al pensiero libero o magari, come nel
mio caso, ad un’attività utile alla società – qualche
traduzione, qualche lezione privata - ma senza vincolo di necessità
per la sopravvivenza. Io scrivo articoli che nessuno mi paga:
sono peggiori di altri per questo? Socrate avrebbe potuto guadagnare
molto, come maestro sofista. Invece regalava idee. Ed era così
cosciente del proprio valore che quando nel suo processo gli chiesero
quale “condanna” reputasse adatta a lui indicò l’equivalente
della nomina a senatore a vita.
In passato, fino all’Ottocento, una straordinaria percentuale
di letterati e scienziati sono vissuti di rendita. Spesso perché
ricchi di famiglia. E dal punto di vista sindacale erano dei “nullafacenti”.
Nel mio piccoIo, appena legalmente possibile, mi sono iscritto a questa
corporazione. Sono misantropo, privo d’ambizioni e profondamente convinto
che dopo la mia morte mi visiteranno solo alcuni vermi. Se mi salvo
dal lavoro, dal contatto col prossimo e dalla necessità di pensare
al domani, ho risolto tutti i problemi dell’unico me stesso che mai sia
esistito e che mai esisterà.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 28 maggio 2006
ELEZIONI: NAPULE
CHIAGNE
Triste ma reale. Napoli è sempre
così, ogni giorno, ma in questo periodo elettorale
in cui i partenopei si preparano a scegliere i loro futuri
amministratori, la tristezza sta diventando paura e la realtà,
vergogna, tanto più se quella raccontata dalla gente e
dai giornali che vivono e scrutano la situazione è l’immagine
reale di questa campagna elettorale ed anche delle future amministrazioni.
Cosa c’è a Napoli, dunque?
A Napoli l’exclation della camorra iniziato con la lotta
fra Di Lauro e gli scissionisti non è terminata affatto.
Napoli vive la paradossale situazione di un controllo assiduo
della camorra sui servizi essenziali, dal trasporto degli ammalati
con l’incendio di auto-ambulanze concorrenti al controllo
sui cantieri nuovi, che sono tantissimi e rigorosamente sottoposti
a pizzo.
A
Napoli la camorra è ovunque e dulcis in fundo, anche
nelle elezioni. Sono state “verificate” circa 200 persone
dalla Digos nell’ultima settimana, con l’aggiunta di 20 candidati
al municipio principale e di 100 aspiranti ai seggi circoscrizionali,
laddove i consigli saltano ogni mese, se non ogni settimana.
Il Comitato per l’ordine pubblico
ha garantito attenzione e trasparenza, ma da quando sono
usciti fuori i nomi dei quattro clan che potrebbero aver provato
infiltrazioni importanti nella campagna elettorale, centinaia di
cittadini hanno pregato per la fine di questa tornata amministrativa
nella loro città. Uno dei clan è quello dei Cuccaro,
nelle zone di Barra e Ponticelli e Napoli Est, laddove Iervolino
e Bassolino furono accusati da avversari ed amici-nemici di aver
“spartito” con sindacati ed organizzazioni territoriali i proventi
dell’affare Napoli Est, il grande polo che doveva prevedere città
studi, ospedali, la cittadella della polizia ed ulteriori opere di riqualificazione
(per la cronaca molte cose sono state bloccate e Napoli Est è
ancora un buon argomento elettorale, fra promesse di tassazione agevolata,
insediamenti produttivi e bonifica dei suoli ancora inattuale). Non
è finita qua.
Altri tre clan attivi sarebbero i
Mazzarella al Mercato-Pendino, i Misso al Rione Sanità
ed i Contini a Vasto-Arenaccia.
L’organizzazione è capillare
ed è stata avvantaggiata dalla sciagurata scelta della
divisione della città in dieci municipalità,
al fine di “gestire” meglio le periferie, partendo dalle periferie
stesse e dai consigli circoscrizionali. La Camorra sta agendo
proprio lì, dove i candidati della Grande Napoli sono
presenti unicamente durante le elezioni e non è un caso che
il “maestro di strada” Rossi-Doria, molto attivo nei quartieri Siciliani,
persona impegnata della società civile, stia ottenendo con
la sua lista Civica ben il 10-12%, quota clamorosa per una lista
circondata da quasi cinquanta gruppuscoli omologhi per forma, ma
non per sostanza.
Nel marasma cittadino, dove la Camorra
preparerebbe prezzari per il voto di scambio, con cifre
accessibili di 100 euro, fino a quote di 5000 per associazioni
e circoli, si inserirebbe in tribunali ed ospedali, terreno
molto fertile, per pagare cauzioni, assicurare posti-letto,
garantire prenotazioni e fare proseliti, i due candidati non
hanno trovato di meglio che lanciare il noto slogan “amico della
Camorra” all’avversario.
Da un lato la Iervolino attraverso
l’assessore della Margherita Tagliatatela, fiero promotore
del figlio, candidato al consiglio comunale di Napoli ha fatto
presente segnalazioni da parte di alcuni medici di base e titolari
di centri convenzionati, di intimidazioni e minacce esercitate
nei loro confronti dall’assessore Montemarano e dalla sua segreteria.
Specificamente nelle Asl e in strutture come gli Incurabili,
il San Gennaro e l’Ascalesi, sono state organizzate riunioni elettorali
per il figlio di Montemarano richieste di adesioni a scotto
di ritorsioni e salti di carriera.
D’altro canto, An ha presentato un
esposto alla Magistratura, ricalcando la famosa vicenda
delle tre delibere di “Adesione a varie iniziative culturali”
che l’assessora alla programmazione e progettazione culturale
Rachele Furfaro avrebbe fatto adottare con una spesa di circa
400.000 euro con destinatari sospetti di benefici in ambito pienamente
elettorale. Chi ha ragione? Avanti il migliore.
Pino Daniele disse bene e vale ancora
oggi: “Nuje passammo 'e guaje...nuje nun putimmo suppurtá...e
chiste, invece 'e dá na mano,s'allisciano, se váttono,se
mágnano 'a cittá!...”
Angelo M. D'Addesio
CAPPERI&CAPPERI
Ho sempre reputato che la vita di
un singolo sia un argomento interessante solo per lui. Poiché
però, contro ogni mia intenzione, negli ultimi giorni
altri insistono a parlare di me, segnalo che le notizie sul
mio conto non sono affatto segrete. Per i perdigiorno che volessero
interessarsi di me, presento qui un Curriculum vitae pubblicato
nel 1998 da “il Foglio dei Fogli” (e qui si vede quanto poco segreto
tengo il mio passato!) e poi inviato anche a Pier Luigi Baglioni,
che l’ha pubblicato nel suo blog. Qui, dove ci sono anche lettori completamente
sprovvisti del senso dell’umorismo, esso costituisce un rischio. Ma
è un rischio che non mi turba. Basta non rispondere.
1998
CURRICULUM
VITAE
Storia di un fallito
Benché non sia ministro, e
neanche sottosegretario, e neanche caposcala, Gianni Pardo
al telefono non risponde mai. Risponde per lui una macchina
che dice più o meno: sì, non avete sbagliato numero,
dite chi siete e se mi va vi risponderò. Non sempre gli va.
Il fatto è che il prossimo in genere gli dà fastidio. Sin
da quando si accorse di essere più intelligente, più
artista, più nobile della media, non ha gran che voglia di avere
a che fare con gli inferiori. Si riconosce un solo limite, sa di non
essere bello. Ma, bellezza a parte, visto che è il più intelligente,
il più coraggioso eccetera, si è sempre aspettato che
gli altri, impressionati, gli offrissero tutto: cariche, denaro, onori,
senza che lui dovesse abbassarsi a chiederli. A scuola si doleva di
avere sempre la media del sette e non dell’otto, ma non per questo studiava.
Studiare sarebbe stato come barare.
Neppure all’Università cambiò
sistema. Leggeva solo due volte i libri, poi rileggeva le proprie
sottolineature e si offendeva se gli davano meno di ventisette.
Non ebbe mai la lode, certo, e si laureò in giurisprudenza
con 110/110, ma sempre senza lode. Ovviamente, al riguardo egli
si limitava ad avere il sorriso di chi ha lottato e vinto con un braccio
legato dietro la schiena. Oltre tutto, pensava, la scuola era un'attività
da bambini. Solo la Vita era un campo degno dei suoi sforzi. Se mai
si fosse sforzato per qualcosa, lui che da ragazzo aveva detto
a sua madre: Entrerò nella vita dal portone principale. Ma la
vita non ha un portone principale. O lui non lo trovò.
Non fu neppure capace di trovare
la porta di servizio, di fatto. Anche perché sbagliò
tutti i calcoli. A scuola pensava che non c'era da strapazzarsi
perché era stupido cercare di ottenere otto invece di sette
(chi mai, in seguito, si sarebbe ricordato del voto in storia avuto
a quindici anni?) ma anche in seguito, di fronte ad una meta concreta,
gli veniva regolarmente da ridere. Per esempio, la proposta di fare
carriera nell'Azione Cattolica, di cui fu membro fino ai quindici
anni, lo induceva a sghignazzare di gusto. E tuttavia, quanti uomini
politici non sono venuti fuori da quella e da altre organizzazioni
umoristiche? Ma a Gianni veniva troppo da ridere. E per questo non
fece nulla, o meglio solo dell’ironia. Non ne fece soltanto sulla
morte di Dio, di cui portò il lutto da quell’età in
poi.
Molti ancora oggi lo considerano
un innocuo eccentrico che parla quattro lingue oltre l’italiano.
Gli amici gli dicono pietosamente se solo tu avessi voluto,
al che lui risponde elegantemente in realtà non sono capace
di nulla. Ma in fondo è d'accordo con loro. Ad esempio
a trent’anni è stato in grado, leggiucchiando un testo
di letteratura francese per le scuole secondarie, di vincere fra i primi
un concorso nazionale per divenire professore di liceo. Successo esiziale,
venuto a confermare il solito discorso: se solo volessi, ma non ne
vale la pena. Effettivamente, per lui non valeva la pena nemmeno
di essere professore: e infatti si è messo in pensione con
il minimo. Pensione che si gode da quindici anni.
Per
la verità, alcune cose che valevano la pena ci sarebbero
state. Avrebbe amato per esempio divenire uno scrittore famoso.
Solo che per divenire uno scrittore, anche non famoso, non basta
scrivere bene e avere qualcosa da dire: gli editori ti rispediscono
indietro il manoscritto spesso senza neanche aprirlo. Bisogna
far parte del mondo delle lettere. Bisogna cominciare col pubblicare
qualcosa in un giornaletto di provincia. O magari partire dall’umile
professione di giornalista. E infatti Gianni ci provò, a
divenire giornalista. Per due interi pomeriggi. Poi si accorse che
il novizio era trattato come una puzza e ne dedusse correttamente
che quello non era il portone principale. Il risultato totale è
che il nostro genio incompreso non ha combinato nulla, nella vita. Non
ha né la fama, né una carica, né denaro, nulla
di nulla. Tutti i suoi amici, anche quelli che lui aveva considerato
mezze calzette, hanno fatto più carriera di lui. Studiando, poverini;
facendo la gavetta, poverini; umiliandosi e tentando di riuscire, poverini.
Per decenni li ha guardati con ironia, poi se li è ritrovati
grandi avvocati, Presidenti di Tribunale, alti dirigenti. Mentre lui
è rimasto soltanto uno che sta alla finestra. Come diceva a vent'anni.
In appendice qualche altra nota personale,
nata in occasione di una lettera ad un amico che mi faceva
molte lodi.
La
cultura generale è la più difficile da acquisire.
Non ci sono testi, non ci sono programmi, non c’è un
diploma finale. E per giunta non serve a
niente. Forse, a risolvere qualche cruciverba o a saper porre le domande
giuste ai competenti: ma la cultura degli specialisti è
l’unica che vale. Essa si acquista seguendo un corso regolare
di studi, superando degli esami, leggendo i libri giusti e soprattutto
ottenendo il supremo omaggio e il supremo riconoscimento: il
denaro. La cultura generale invece - raggranellata tendendo l’orecchio,
leggendo i giornali, cercando di non dimenticare nulla del poco
che si sa, soprattutto i titoli dei libri e le citazioni importanti
- è come un set cinematografico, tutto in vista e niente dietro.
E che può dire, a questo punto, il portatore sano di cultura
generale, a chi lo tratta da persona colta? Se accetta i complimenti
si sente un imbroglione, se li rifiuta dà l’impressione
di volerne altri.
Lungo tutto il corso della mia vita
sono stato estremamente pigro. Ho fatto pochissimo e quel
poco solo perché mi veniva molto facile. Se avessi avuto
buona volontà mi sarei preparato per la magistratura,
per esempio. Con la mia passione per il diritto e la mia incapacità
di trovarmi dei clienti, in quanto avvocato, sarebbe stata la strada
più normale, per me. Ma mettermi a studiare, dopo la laurea,
io? Neanche a pensarci. L’ipotesi di divenire operaio l’ho
fatta, e mi sono anche presentato alla Renault, a Billancourt.
E non mi hanno voluto. Operaio sì, studiare no. Del resto
nel corso della vita ho spesso ringraziato il cielo, per non
essere divenuto né magistrato né giornalista: mio cugino
è divenuto Presidente di Sezione della Cassazione ma non
è arrivato al momento di riposarsi; Benito Vergari, con cui
ho preparato alcune materie d’università, è divenuto
Presidente del Tribunale di Catania ma neanche lui è arrivato
alla pensione. Mentre io me la godo dal 1983.
La laurea è stata il mio traguardo
finale. L’ho ottenuta solo perché il buon senso mi
ha detto che non dovevo chiudermi una porta dietro le spalle.
Uno o si laurea a quell’età o non lo fa più. Ma dopo
mi sono sentito libero, finalmente. Per uno la cui unica necessità
era solo un po’ di cibo, cominciava la grande ricreazione. Certo,
una ricreazione piuttosto affamata, da principio: ma quando un’anima
buona mi suggerì d’insegnare francese, leggiucchiai un
testo di letteratura per le scuole secondarie (francesi), mi abilitai
ed ebbi subito un posto nella mia stessa città.
Fu la mia fortuna. Era un lavoro
mal pagato che richiedeva solo tre ore al giorno, per insegnare
nelle scuole commerciali la lingua che parlavo a casa. E c’era
uno stipendio stabile e sicuro. Solo quando mi regalarono la titolarità
nelle Scuole Medie, pur di non avere a che fare con i ragazzini,
ho studiato un po’ di letteratura per il concorso nazionale e sono arrivato
ai licei. Ma non sono divenuto uno specialista. Quello che so di letteratura
francese non è poi molto di più di quello che so di
letteratura italiana o latina. E infine, perché saperne di più?
Che mai gliene sarebbe importato, ai miei liceali? Dunque sono stato
un orecchiante perfino da specialista.
Per essere onesto, c’è una
sola cosa in cui sono un serio specialista, ed è la
conoscenza della lingua francese. Ma chi mi crede quando dico
che questa effettivamente straordinaria conoscenza è del
tutto inutile? Per un viaggio o per leggere un libro basta perfino
il mio tedesco abborracciato.
Tu mi stimi, ma io so di non essere
nessuno. Veramente. Sono una spes hominis, un uomo che non
è mai nato. Uno che non ha preso sul serio la vita e che
giustamente la vita, a sua volta, non ha preso sul serio. Non sono
un filosofo, non sono un giornalista, non sono nemmeno un miserabile
professore d’università. Sono uno che ha marinato la vita.
Per fortuna, il sole splende con forza uguale sui miliardari e
sui barboni.
Gianni
UN EROE ITALIANO
A Fabrizio Quattrocchi è stata
attribuita una medaglia al valore.
Le medaglie sono discutibili perché
cristallizzano una persona in un dato momento della sua
storia, mentre si sa che anche nella vita del migliore degli
uomini - ad indagare in maniera approfondita - si possono trovare
tanti di quei momenti poco eroici da rendere ogni medaglia un’irrisione.
Ma questa considerazione non inficia la validità di un’onorificenza:
chi riceve un premio Nobel non è che sia un genio tutti
i giorni. Anzi a volte fa anzi un cattivo servizio a quel premio
dando il proprio parere, banale, su argomenti per i quali non è
attrezzato. Ciò malgrado è giusto rispettare chi un giorno
si segnalò per una straordinaria impresa: Lindbergh non ha dovuto
ripetere la traversata dell’Atlantico più volte, per essere un
mito dell’aeronautica.
La cosa funziona anche in negativo.
In Sei personaggi in cerca d’autore Pirandello mette in scena
la figura dolente del padre il quale è un qualunque galantuomo
che una volta ha avuto la debolezza d’andare in una casa d’appuntamento
in cui poi si scopre che si prostituiva sua figlia. Da allora,
come narra egli stesso, tutto il resto della sua vita non ha più
avuto valore ed egli è rimasto crocifisso a quell’episodio.
Se chi ha ucciso una volta è
un assassino per sempre, chi è stato eroe una volta
può essere considerato un eroe per sempre. Il caso di
Quattrocchi va dunque esaminato non studiando tutta la sua vita
ma solo il modo in cui ha affrontato la morte. Sappiamo che
chi gli ha sparato a freddo non l’ha fatto per ragioni personali,
perché Fabrizio avesse attaccato qualcuno o perché
fosse un testimone scomodo: gli ha sparato perché era un
italiano. E la sua morte sarebbe rientrata facilmente nella criminalità
del terrorismo se egli, invece di chiedere pietà, o di pensare
alla famiglia, o perfino di pregare, non avesse trasformato quell’orribile
momento in un episodio epico. Lo uccidevano perché italiano?
E lui ha colto l’occasione per dimostrare che uomini – anzi, che
eroi - possono venire da quel paese. Le sue parole sono state: “Vi faccio
vedere come muore un italiano”.
Il doveroso omaggio di questa medaglia
ha tuttavia incontrato molte resistenze. L’estrema sinistra
s’è segnalata per l’altezzoso disprezzo con cui
ha chiamato mercenario un uomo che era lì per guadagnarsi
da vivere - mentre tutti gli altri, si sa, lavorano gratis
- e per l’indegna gazzarra, figlia del fanatismo politico e della
cecità storica, di cui l’ha fatto oggetto. Quattrocchi non
è un eroe perché per tutta la vita ha fatto l’eroe: quasi
fosse un mestiere: quand’anche fosse andato in Iraq per commerciare
in droga, se lo si fosse ucciso non perché colpevole
di commercio di droga ma solo perché italiano¸ morendo
in quel modo sarebbe morto da eroe ed avrebbe onorato l’Italia.
Nessuno può ragionevolmente
sostenere che tutti saremmo capaci di tanto. E tuttavia
il fatto che la razza degli italiani eccezionali non si sia
spenta con Durand de la Penne è di grande consolazione:
significa che nel campo dell’onore il nostro popolo ha ancora
un futuro.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 26 maggio 2006
RADICALI LIBERI
Come esponente dei Riformatori Liberali
e come deputato di Forza Italia, non accorderò la
mia fiducia a lei ed al suo governo e non perché sia un governo
nato, come è stato detto, all‚insegna del manuale Cencelli
e della restaurazione partitocratica e neppure per il modo con
il quale avete preteso, forti forse di un pugno di voti di maggioranza,
avete preteso per voi e per i tre partiti maggiori, le tre principali
cariche dello stato e mi chiedo in queste condizioni di cosa lei
voglia dialogare ora.
Signor Presidente del Consiglio,
il nostro no al suo governo poggia soprattutto su quello
che volete fare: volete scappare dall'Irak, dite che non è
una fuga e che il nostro apporto alla ricostruzione di un Irak democratico
continuerà con altri mezzi, forse che contribuire alla
sicurezza di quel paese, che oggi è ancora una assoluta
priorità, sia incompatibile con altre modalità
di sostegno. Vede lei nel suo discorso al Senato ha detto testualmente
che l'Italia ha partecipato alla guerra mentre sa benissimo che
i nostri soldati sono arrivati solo dopo la sconfitta del regime
di Saddam: una bugia propagandistica. Lei ha scelto la linea
dei Comunisti Italiani che dicevano "via dalla sporca guerra" e che
indicavano le mani del Presidente della Repubblica degli Stati
Uniti come mani grondanti di sangue. Il nuovo governo irakeno meritava
e merita un sostegno pieno e non reticente e voi così non
glielo date, glielo negate. È ovvio che i nostri soldati sarebbero
comunque tornati dall'Irak ma sarebbero tornati non per una scelta
ideologica come quella che voi compite, non all‚insegna della pace
ma all'insegna dell‚indifferenza nei confronti di un popolo, di
un governo che cerca disperatamente di battere il terrorismo fanatico
per conquistare libertà e democrazia. Il collega Fuad Allam
oggi parlava dell'importanza del fatto che la comunità sciita
sia entrata oggi in gioco dell'Irak democratico; bene noi dobbiamo dire
che se fosse stato per la sua maggioranza gli italiani, a questa rimessa
in gioco degli sciiti, a questa rimessa in gioco della liberta in Irak
non avrebbero partecipato e che se il mondo stato fosse stato fatto da
governanti come voi, oggi lì avremmo ancora Saddam Hussein.
La differenza tra noi e voi è
sempre la stessa, non è lieve e segna un netto discrimine.
Mentre voi votavate ripetutamente
contro il finanziamento della missione militare in Irak,
noi liberali, noi radicali dicevamo con Emma Bonino "Tutti
a Baghdad!" e non per fare la guerra che era finita ma per cercare
di garantire agli irakeni la libertà ed una chance di democrazia.
Colgo l'occasione per fare in miei
auguri personali alla neo ministra Emma Bonino; ne conosco
e ne riconosco il valore. Ma sta nel governo sbagliato, in
un esecutivo il cui intento programmatico è quello di ridisegnare
la società, l‚economia, la scuola italiana all'insegna
del paternalismo, dello statalismo e della sindacatocrazia.
Voi e lei Presidente Prodi volete
chiamare gli italiani al referendum del 25 giugno per difendere
l'unita nazionale dalla devolution leghista ma anche qui fate
solo propaganda perchè sapete bene che ha ragione il costituzionalista
Barbera, suo concittadino esponente della sinistra, quando
dice che è paradossale ma bisogna riconoscere che è toccato
ad un ministro leghista come Roberto Calderoli rimediare ai pericoli
per l'unita nazionale del federalismo sgangherato del capitolo
5°. Per un miope calcolo politico volete seppellire una riforma
costituzionale che si potrebbe in seguito migliorare, certo, ma
che se venisse battuta ci lascerebbe per altri decenni con il bicameralismo
perfetto ed un premier debole. Concludo parlando di fisco, parlando
di un progetto sbagliato di riduzione del cuneo fiscale in 5 anni
che avrebbe come unico effetto minare il welfare all'italiana e
portare il pagamento delle pensioni sulle spalle della fiscalità
generale: un precedente pericoloso.
In questi giorni tutti i contribuenti
italiani ma penso in particolare a quelli del nord che non
le hanno dato la fiducia, sono alle prese con la dichiarazione
dei redditi, pagheranno meno di quanto pagavano 5 anni fa, pagheranno
molto meno di quanto avrebbero pagato se foste stati voi al governo
nei precedenti 5 anni.
Noi abbiamo un impegno e lo manterremo:
no a nuove tasse, no ad uno stato che dilaga, no alla burocrazia.
Benedetto Della Vedova, dichiarazione
di voto sulla fiduca al governo Prodi
Massima del giorno
La democrazia e la vecchiaia
sono molto brutte. Ma le alternative...
G.P.
MOLLICHINE
Castelli: "Che ne sa Di Pietro
di cemento?" Più o meno quello che ne sapeva lui
di diritto.
Paolo Cento: «la crescita
economica non è di per sé un bene». Meglio
la povertà.
Angius: "Sono favorevole ad un
atto di clemenza". Con l'amnistia la Cdl libera dei delinquenti.
La sinistra degli sfortunati.
Patrizia Sentinelli (Prc) parla
del «dovere morale» di sbloccare gli aiuti all'Autorità
palestinese, nonostante Hamas. Sono gradite le cinture esplosive.
Bianchi (Pdci), il Ponte sullo
Stretto di Messina "non si farà". Anzi, "non s'ha
da fare".
Paolo Ferrero (Prc) propone la
chiusura dei Centri di Permanenza Temporanea per clandestini.
Pare che a casa sua ci sia posto per circa otto di loro.
Paolo Ferrero (Prc) propone l'abrogazione
delle leggi contro la droga. Ma
per lui personalmente non cambierà nulla.
NOTE SUI SENATORI
A VITA
1) Se tutti i senatori a vita
votano per la stessa coalizione c'è un difetto nel sistema
della loro scelta. Infatti, non essendo stati eletti
dal popolo, e potendo votare come se lo fossero, essi rischiano
di rispecchiare non la volontà popolare ma il proprio
colore politico (se senatori di diritto) o quello del presidente
della Repubblica che li ha nominati. A questo punto non
solo per chiari meriti ma per affinità politica.
2) Nel caso particolare, tre
ex-Presidenti della Repubblica su tre - Cossiga, Scalfaro
e Ciampi - si sono dimostrati di centro-sinistra. Di centro-sinistra
i Presidenti della Repubblica, di centro sinistra i quattro
senatori da loro nominati, in totale sette voti in Senato che
non sono espressione della volontà popolare. È eccessivo.
Legale ma è eccessivo. Ed è questo eccesso che
è stato sottolineato dai fischi.
3) La nomina a senatore a vita
è il riconoscimento di speciali meriti. Ma che senso
ha attribuire a chi ha speciali meriti in campo chimico,
o letterario, o industriale, il diritto di votare in Senato e
dunque dirigere il paese? Il titolo di senatore dovrebbe essere
onorifico. Magari col diritto di sedere in Senato, ma senza diritto
di voto. Rita Levi Montalcini è Premio Nobel ma in quanto a
competenza politica questo Premio gliene attribuisce più
o meno quanta ne ha un idraulico.
4) Il fatto che di solito il voto dei senatori
a vita non sia determinante, perché -di solito-
la maggioranza non ha un margine risicato come l'attuale, non
è significativo. La condanna a morte di Luigi XVI fu
decisa in assemblea con un solo voto di maggioranza. Il che mostra
quanto può essere importante un solo votante: nel caso del
re di Francia, ognuno di coloro che votarono per quell'esecuzione
capitale fu personalmente responsabile del regicidio, perché
se avesse votato diversamente il re sarebbe stato risparmiato.
Ma erano almeno eletti dal popolo. Se invece quel voto fosse
stato di Rita Levi Montalcini avremmo avuto una biologa incompetente
in politica, nominata da un presidente di sinistra, che vota
determinando i destini del paese.
5) Chi non è convinto
da queste argomentazioni faccia il ragionamento inverso.
Sappiamo che l'Unione ha ottenuto due voti di maggioranza in
senato. Se, nel momento in cui si votava la fiducia, i senatori
di diritto e i senatori a vita avessero votato in blocco contro
l'Unione, il risultato sarebbe stata la sfiducia per 162 voti
negativi contro 158 positivi. Il governo non sarebbe nato e si sarebbe
avuta più o meno una crisi istituzionale, magari nuove consultazioni
elettorali, ecc. È giusto che simili decisioni siano rimesse
a politici che non ne rispondono ai loro elettori o a incompetenti
che hanno per giunta una media di età che li escluderebbe dai
conclavi, se fossero cardinali? Coloro che difendono il voto dei senatori
di diritto lo difenderebbero ancora, se i senatori onorari avessero
negato la fiducia all'Unione?
6) È lecito infine fare
l'ipotesi - ma è solo un'ipotesi - che i senatori
di diritto e i senatori a vita abbiano votato la fiducia proprio
per evitare gli sconquassi di cui al punto precedente. Ad esempio
Ciampi, ottimo economista, e Andreotti, uomo prudente e
competente, è ben difficile che siano a favore di parecchi
di quei programmi deliranti che oggi si leggono sui giornali. È
dunque possibile che si siano detti: "Intanto facciamo nascere il
governo. Esso farà la finanziaria, poi se avrà da cadere
cadrà. Noi stessi del resto voteremo contro quei provvedimenti
che dovessimo reputare rovinosi per il Paese". Ma non è sempre
meglio che queste decisioni siano prese dagli eletti del popolo? Del
resto, in questo caso, la fiducia si sarebbe avuta: con quei due voti
di maggioranza a cui è appeso l'attuale governo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
LA BANDA DEL BUCO
Ci risiamo: anche stavolta
ci beccheremo la guerra del buco. A parti invertite,
ovviamente.
Da “La Repubblica”
di oggi: “Padoa-Schioppa: "Conti pubblici come a inizio
anni Novanta" - Bersani: "Dobbiamo vedere la situazione,
la manovra non è scongiurata" - “A preoccupare è
soprattutto il deficit: sarebbe più alto del 3,8% indicato
da Giulio Tremonti, ma anche più del 4,5% e potrebbe addirittura,
nelle analisi più pessimistiche elaborate nel recente passato
dal centrosinistra, arrivare oltre il 5%.”
Idem sul sito web de L’Espresso:
“In questo momento - ha detto il ministro per lo Sviluppo
Pierluigi Bersani - non possiamo escludere niente: il ministro
dell'Economia sta procedendo alla ricognizione, fatta quella
decideremo". Insomma secondo Bersani "dovremo rifare i conti
per bene. Vedere quanta polvere c'è sotto al tappeto, perché
ce ne è sicuramente”.
Un vero e proprio dejà-vu.
Quando nella primavera del
2001 Berlusconi andò al governo, subito denunziò
che la sinistra gli aveva lasciato in eredità la sorpresina
di un “buco” di oltre trentamila miliardi nei conti pubblici.
I ministri del governo uscente
(Amato) smentirono risentiti, e la stampa amica fece
loro scudo.
Eugenio Scalfari si precipitò
a spiegare che la colpa era tutta delle regioni, che avevano
speso troppo (ed “allegramente”) per la sanità
convenzionata, e per far fronte a tale spesa in eccesso avevano
fatto ricorso a finanziamenti privati (dalle banche), dai quali
peraltro avrebbero dovuto per legge rientrare entro l’anno:
per cui il governo Amato non solo era incolpevole, ma era anche
nel giusto nell’affermare che il problema era solo apparente e
destinato a rientrare nel giro di pochi mesi (“Il falso mistero del
buco nei conti”, La Repubblica 17.06.2001)
La sera dell’11 luglio 2001
Tremonti, in veste di neoministro dell’Economia, illustrò
i termini la questione agli elettori con una lunga intervista
in prima serata al Tg1 delle 20, con tanto di lavagna e grafici
a istogrammi: "Amato e Visco hanno detto 19 mila
miliardi. La Ragioneria dello Stato ha fatto un conteggio secco
e ha detto 45 mila miliardi. Considerando il fatto che il fabbisogno
va malissimo, sulla base dei dati di Bankitalia, nei quali
abbiamo molta fiducia, si può arrivare alla cifra di 62
mila miliardi. Nel complesso questa è l'eredità che
abbiamo trovato, il buco che hanno fatto".
Apriti cielo: la sinistra
insorse.
Vincenzo Visco denunciò
la “indecente strumentalizzazione da parte del governo”:
"piuttosto è Tremonti che sta creando il
'buco' perché la sua legge è senza copertura finanziaria…è
probabile che Tremonti compia questa strumentalizzazione per coprire
il buco che creerà con la sua legge o per giustificare
politicamente tagli alle pensioni" (La Repubblica, 13.07.2001).
Dello stesso avviso Francesco
Rutelli: "ineluttabilmente il governo farà
'macelleria sociale' ed ha bisogno dell'alone propagandistico
del 'buco nei conti pubblici' per fare operazioni dolorosissime
per il popolo italiano'' (conferenza stampa
18 Luglio 2001).
Lamberto Dinosevich non fu da meno:
"Queste cifre hanno una valenza politica, per cercare
di ritardare il mantenimento delle promesse fatte in campagna
elettorale".
Piero Fassino, da par suo,
accusò Tremonti di aver "artificiosamente presentato
delle cifre più alte" perché, siccome il servizio
del bilancio del Senato aveva dichiarato che il pacchetto
fiscale presentato da Tremonti era “totalmente senza copertura",
il ministro, "facendo credere che c'è un buco", si precostituiva
"le condizioni di uno sfondamento che consentirà
poi di coprire quel pacchetto fiscale che, in questo momento,
il Governo non ha una lira per farlo approvare dal Parlamento"
(intervento
parlamentare del 12.07.2001).
Eppoi ancora Eugenio Scalari, che
tornò alla carica con una ragionieristica apologia
su La Repubblica del 15 luglio 2001, nella quale liquidò
solennemente come “bolle
di sapone” di gli argomenti di Tremonti.
Alla fine, gli analisti
e i commentatori più seri decisero di rinviare
la verifica delle due tesi contrapposte al marzo 2002, quando
sarebbero stati resi pubblici i dati Istat sull’andamento
dei conti per l’intero esercizio 2001; solo che di mezzo ci si
mise l’11 settembre, e tutte le variazioni in previsioni, stime
e dati divennero opinabili.
E adesso, dicevo, ci risiamo. vedremo
se l’attuale opposizione di centrodestra sarà
abbastanza arguta – e spiritosa… – da rendere pan per focaccia
agli avversari attenendosi ad un rigoroso contrappasso,
e cioè utilizzando esattamente gli stessi argomenti
e gli stessi ragionamenti che cinque anni fa vennero sollevati
da sinistra.
(ale tap, 23.05.06)
QUINTA D,
DI SINISTRA
Su questo forum è
invalsa l’abitudine di chiamarmi professore. Non
ho nulla da obiettare. Anche se non l’ho mai detto, è
vero che ho insegnato per una ventina d’anni. E per questo
racconterò l’episodio più divertente da me vissuto
a scuola.
Negli Anni Settanta ebbi
una quinta composta, come spesso in quegli anni, pressoché
interamente da giovani comunisti. A scanso d’equivoci, sul
vetro della finestra avevano scritto col gessetto: “V D di sinistra”.
E il proclama rimase lì per sempre, dal momento che
nessuno lavava i vetri.
A me perdonavano a titolo
personale d’essere un “fascista” mentre io mi divertivo
a dirgli sul muso: “Oggi siete tutti di sinistra ma negli
Anni Trenta sareste stati tutti ad applaudire Mussolini. Mentre
io sarei stato un liberale anche allora”. Ci volevamo bene.
La disciplina era ovviamente
ridotta all’essenziale: collaboravamo in allegria
e l’ora scorreva via velocemente. C’era tuttavia un momento
in cui il silenzio assoluto, anche nel loro interesse, era
d’obbligo: era la spiegazione. Io parlavo, come sempre,
in francese e loro dovevano prendevano delle note perché
sapevano che nel libro di letteratura non avrebbero trovato neanche
la metà di ciò che dicevo. Le spiegazioni erano
dunque una sorta di momento sacro, in cui cessava l’abitudine
di ridere e scherzare su tutto.
Un giorno, mentre parlavo,
bussarono alla porta. Erano due ragazzi di un’altra
classe che, dopo avere segnalato che per interrompere la
lezione avevano il permesso del preside, dissero ai colleghi
che era stata organizzata non so che manifestazione. Una volta
che furono usciti, prima di riprendere commentai: “Ragazzi,
ci siamo rovinata la reputazione. Ora costoro andranno in
giro a dire che questa è una classe normale, in cui si sta
perfettamente in silenzio come tanti angioletti!”
Non erano passati cinque
minuti che bussarono di nuovo alla porta. Io mi rabbuiai
ma erano i due ragazzi di prima che, scusandosi, dissero
d’avere dimenticato di comunicare una cosa. Ma non riuscirono
a finire la frase: i miei alunni, senza nemmeno consultarsi,
si scatenarono. Due si misero a lottare, qualcuno prese a
gridare, un altro lanciava palline di carta, qualcuno pestava
i piedi… un inferno. I due ragazzi, rimasti sulla porta, erano
allibiti, ma soprattutto sbalorditi per il fatto che io, invece
di rimproverare gli alunni per quella cagnara, ero piegato in
due dalle risate e non riuscivo neppure a parlare.
Quando se ne andarono
la Quinta D di sinistra riprese la lezione con la buona
coscienza di chi riconfermato la propria buona fama.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 22 maggio 2006
GRANDI ASPETTATIVE,
PESSIME PROSPETTIVE
Il momento politico
è simile a quel quarto d’ora che precede le
grandi partite di calcio o le gare automobilistiche, quando
i giornalisti occupano il tempo rievocando il passato, fornendo
particolari tecnici o conducendo insipide interviste. È
un riempitivo durante il quale si può parlare con i
famigliari o leggiucchiare il quotidiano alzando ogni tanto
un occhio distratto sul teleschermo. Viviamo giorni afasici
perché da oltre un mese ci sono stati solo adempimenti scontati.
E certo non sorprendono le lotte al coltello per le poltrone ministeriali.
Ora però Prodi ha letto la lista dei ministri e si alza il
sipario. Il centro-sinistra è chiamato a dare spettacolo.
La rappresentazione
si annunzia appassionante in primo luogo per il modo
in cui il centro-sinistra ha vissuto i cinque anni passati:
ha costantemente alimentato le critiche più
forsennate e le speranze più utopiche. Se avesse
criticato la maggioranza per qualche cosa, o magari per molte
cose ma non per tutte, ora potrebbe proporsi di fare di meglio.
Poiché invece l’ha esecrata per tutto ciò che ha fatto
o non ha fatto (è stato “il peggior governo di sempre”)
non può che proporsi di fare l’opposto. Di fare tutto
bene mentre fino ad ora è stato fatto tutto male: e non è
programma da poco.
I suoi elettori
sono dunque in trepida attesa di vederlo all’opera.
Certo, non riescono a nascondersi che molte delle cose
annunciate sono volute da alcuni e violentemente rifiutate
da altri. E che proprio per questo il programma si è
tenuto sul vago: ma non mancano motivi per vedere in rosa il
futuro. Dal momento che per cinque anni l’Italia è stata
guidata da un mafioso che ha fatto i propri interessi personali danneggiando
tutti come non era mai avvenuto dalla Seconda Guerra Mondiale,
il paese ora dovrebbe rimbalzare come un pallone che cade dal
quinto piano. A costoro si può sorridere dicendo: auguri!
Gli elettori di
centro-destra dal canto loro si apprestano ad assistere
ad uno spettacolo non meno interessante. Pensano: se è
vero che le leggi che abbiamo varato erano buone (per esempio
la “legge Biagi”), la loro abolizione dovrà comportare
dei danni. Se è vero che molte delle cose che sono state
proclamate dall’opposizione in questi anni sono cattive o assurde
(in politica internazionale, per esempio), la loro realizzazione
dovrebbe essere rovinosa. Se si mette Pecoraro Scanio a fare
il ministro per l’ambiente è segno che si vogliono bloccare
tutti i lavori pubblici. Se il nuovo governo farà ciò
che alcuni partiti hanno promesso, in molti si accorgeranno che si
va al disastro; se non lo farà, ci si chiede come lo spiegherà
a chi è andato al governo proprio per fare quei disastri.
Senza dire che sarà divertente vedere quante volte le
leggi saranno respinte da un Senato in cui i senatori dell’opposizione,
sempre disponibili, non saranno impegnati in altro che a votare
contro.
Grandi aspettative
e pessime prospettive: spettacolo epocale.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 18 maggio 2006
Non voglio
le vostre scuse!
Strane cose accadono
in Italia, cosi' strane da meritare l'attenzione dei
media israeliani. La vignetta pubblicata su Liberazione,
giornale del partito di Fausto Bertinotti , presidente della
Camera. Le scuse dette a labbra strette dal medesimo.
L'arroganza del direttore di Liberazione, Sansonetti : "
se ho offeso qualcuno chiedo scusa". Se ha offeso qualcuno Sansonetti?
Se ha offeso qualcuno? Lei ha paragonato Israele alla Germania
nazista e si chiede se ha offeso qualcuno? E chiede scusa, just
un case? Se le tenga le sue scuse, non le vogliamo, non ci interessano.
le scuse si accettano
da persone degne che sbagliano, non da quelli come
lei, privi di coscienza.
E siccome e' accecato
dall'odio le voglio raccontare alcune cosette che
forse, anche se ne e' a conoscenza, lei nasconde ai suoi
lettori.
La vignetta ignominiosa
pubblicata dal suo giornale porta sul cancello di
quella che per lei e l'Auschwitz israeliana, la scritta
""la fame rende liberi".
E allora le racconto
un paio di cosette: Fuad Shubaki, ex portavoce del
ministro delle finanze palestinesi e coinvolto nel traffico
d'armi della Karine A, sta vomitando alcuni rospi su fatti
a noi noti da sempre ma che adesso lui, il palestinese,
ufficializza per voi che non credete a Israele, "stato
terrorista" come lo definisce Massimo D'alema, per nostra
disgrazia, nuovo ministro degli esteri.
Shubaki racconta
che Arafat, l'amore vostro Sansonetti, aveva comprato
nel 2000 prima di far scoppiare la guerra, ingentissime
quantita' d'armi. Racconta che l'ANP ha speso 5 milioni
di Dollari all'anno per armare Gaza e un milione di
dollari, sempre all'anno, per il West Bank. Fanno 6 milioni
di dollari, vero Sansonetti?
Sei milioni di
dollaroni all'anno!
Arafat, l'amore
vostro, aveva anche autorizzato un fondo di 125 milioni
di dollari per il progetto della KarineA.
A queste noccioline
bisogna aggiungere gli 800 milioni di dollari scomparsi
dai conti dell'ANP prima che l'amore vostro tirasse le
cuoia.
Pensi quanti panini
potrebbero mangiare i palestinesi con tutti quei
soldi, parte spesi per fare terrorismo e parte rubati da
Arafat, per gli intimi, Arraffa.
Lei capisce adesso
perche' io rifiuti le sue scuse, sarebbero scuse
colme di livore, scuse false come lei. Quindi abbia
il pudore di tacere e si tenga il disprezzo degli uomini liberi.
Altra cosa strana successa in Italia
sono le dichiarazioni di Alberto Asor Rosa, quello, tanto
per intenderci, che scrisse che la "razza" ebraica da perseguitata
era diventata persecutrice. Ebbene, il grande professore
dal cervello affogato nell'odio suo personale per gli ebrei,
e' tornato alla carica dicendo che le opinioni degli ebrei
sulla politica italiana sarebbero un‚indebita pressione sugli
"affari interni" dello stato.
A questo punto
, dominando i conati di schifo che mi assalgono, informo
Asor Rosa, per me non e' ne' signore ne' professore,
che gli ebrei italiani sono italiani, che gli ebrei
di Roma , in particolare, sono i piu' antichi cittadini della
Capitale italiana e che soltanto Hitler prima e Mussolini poi
decisero che gli ebrei non erano cittadini dei paesi in cui
abitavano e di cui avevano sempre condiviso la storia, la
cultura, le gioie e i dolori.
Asor Rosa segue
le loro orme. La cosa sarebbe irrilevante se questa
persona non fosse, indegnamente, un professore e non avesse
tra le mani le menti dei suoi studenti, menti giovani da
manipolare a suo piacere.
La terza cosa strana
e' che nel paio di giorni trascorsi tra la vignetta
abominevole di Liberazione e le parole abominevoli di
Alberto Asor Rosa, alcuni mentecatti sono entrati nel cimitero
ebraico di Milano e hanno distrutto una quarantina di
tombe.
Non voglio dire
che abbiano preso spunto dall'odio che sempre traspare
dalle pagine del giornale di Rifondazione Comunista, penso
che questi vandali difficilmente sappiano leggere e ancora
piu' difficilmente sappiano cos'e' un giornale, pero' tutto
aiuta. Tutto aiuta, purtroppo.
L'odio antiebraico
ha radici profondissime in Italia e in tutta Europa
e si manifesta attraverso gli intellettuali, le persone
colte, i politici, la creme della creme .
Purtroppo questa
crema della societa' e' avvelenata, e' portatrice
di virus, un virus che infetta i poveri cervelli dei mentecatti
che di giorno bruciano le bandiere di Israele e di notte
vanno a spaccare le lapidi delle tombe degli ebrei, un virus
cosi' pericoloso da far sembrare l'aviaria un semplice raffreddore.
Un virus che si
diffonde a macchia d'olio e che sta riportando l'Europa
indietro nel tempo.
No, non le
vogliamo le vostre scuse, Sansonetti, Bertinotti,
Asor Rosa, vogliamo che vi vergognate di esistere. Semplicemente.
Deborah
Fait - informazionecorretta
Massima del giorno
Bisogna essere
come l'acqua che resiste come cemento ad un urto violento
e cede al peso di un sassolino gentile.
G.P.
VILTÀ PREMIATA
C'è un
atteggiamento che la realtà premia al di là
dei suoi meriti ed è la prudenza. Non la virtù
che permette di evitare gli incidenti stradali o le truffe
dei malintenzionati, ma quella tendenza a non compromettersi
mai, a non prendere posizione, a non emettere giudizi
perentori e perfino a non difendere la vittima contro il
colpevole. Gli astanti sul momento lodano il coraggioso che corre
in aiuto dell'aggredito e lo additano ad esempio ma alla lunga
chi riceve i maggiori onori e i maggiori premi è colui
che non ha mosso un dito. Chi si è limitato ad una blanda
deprecazione esprimendo magari qualche forma di comprensione
per i colpevoli.
Le posizioni nette hanno qualcosa
d'indecente. Affermare che sei per sei fa trentasei,
non trentasette e neppure trentacinque, sembra una dimostrazione
di fanatismo. Se una donna è stata violentata in
una strada solitaria, molta gente sarà pronta a chiedersi
se non fosse vestita in maniera provocante, se non fosse stata
imprudente a passare da lì e se proprio avesse necessità
di andare dove andava. Come se tutto questo servisse a qualcosa.
E in realtà effettivamente a qualcosa serve: a cercare
scuse per gli stupratori.
Nella maggior
parte dei casi il bene non sta tutto da una parte,
è vero: la vita è complessa. Ma escludere a priori
che qualcuno possa avere ragione al cento per cento,
e qualcuno torto al cento per cento, è inammissibile.
Ciò che in troppi cercano d'evitare è la seccatura
d‚esaminare il singolo problema. Inoltre, le posizioni nette
sono sentite come pericolose perché la grande massa non
è sicura della propria buona coscienza: chissà,
forse un giorno potrebbe trovarsi dal lato del torto e per questo,
come i bambini, preferisce pensare che in fin dei conti mamma
e papà perdonano sempre.
Un esempio paradigmatico
è l'atteggiamento di molti dirigenti comunisti
durante la Rivoluzione Ungherese del 1956. Non era necessaria
una lente d'ingrandimento per capire che si trattava
d'una rivolta popolare contro l'oppressione di un governo
sostenuto dallo straniero. Non era necessario un particolare
acume per vedere che i carri armati sovietici venivano a riannettere
all'impero russo una provincia riottosa: e infatti in quell'occasione
parecchi comunisti si dissociarono dall'obbedienza togliattiana
agli interessi imperiali di Mosca: e lasciarono il Pci. Ma che
ci guadagnarono? Ci guadagnarono d'essere dei reietti. Non era
ammissibile prendere posizione così nettamente e pubblicamente
contro chi aveva torto. Anche di fronte alla donna lacera, sporca
e contusa, che gli infermieri ancora raccolgono dal marciapiede,
i prudenti si chiedono se gli stupratori non abbiano qualche ragione,
dalla loro.
Coloro che lasciarono
il Pci divennero una sorta di apolidi, quasi dei
traditori agli occhi di tutti, e chi invece, pur di non sconfessare
il comunismo, sostenne l'azione infame del Pcus contro un
piccolo ed eroico popolo, rimase agli apici del potere ed
ebbe un futuro politico. In un caso conquistando addirittura
la Presidenza della Repubblica Italiana. Mezzo secolo dopo,
si dirà. Giusto. Ma a parte il fatto che mezzo secolo
dopo coloro che allora sostennero la verità e la giustizia
non hanno avuto nessun premio, come perdonare il servilismo interessato
di chi ha saputo chiudere gli occhi sul sangue innocente e sull'amor
di patria ripagato con le cannonate dello straniero? Come stringere
la mano a chi ha approvato l'impiccagione di Imre Nagy?
Chi ha ragione
da solo è empio. Le posizioni nette non sono apprezzate
neanche quando, anni dopo, chi prima ha cantato nel coro
ammette d'avere sbagliato. Meglio avere torto con gli
altri che ragione da soli. E infatti gli intellettuali che
prima cantavano nel coro di Mussolini hanno facilmente trovato
spazio nel coro di Stalin.
Socrate non
è stato ucciso solo una volta.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 17 maggio 2006
Per me pari
sono
In Israele si e' formato il governo.
Ehud Olmert
e' entrato nell'uffcio del primo ministro, l'ufficio
che era di Ariel Sharon.
E' entrato
con rispetto e commozione pensando al Gigante addormentato,
al piu' grande Generale di Israele e a uno dei piu'
grandi Primi Ministri.
Israele,
nonostante i suoi problemi, ha saputo dar vita a un
governo assolutamente democratico dove il centrosinistra
e' composto da personaggi di sinistra, destra e
persino religiosi, insieme per fare politica e guidare
il Paese in un momento delicato come sempre e forse decisivo.
Anche
in Italia si e' insediato il nuovo governo, un governo
comunista, con un presidente comunista, un primo ministro
cattocomunista, un presidente del senato ex sindacalista
e un presidente della camera comunista.
Si sono
presi tutto, proprio tutto, tanto da far pensare
a un colpo di stato alla vasellina e meta' degli italiani
sono contenti e soddisfatti.
L'altra
meta'? preoccupata.
Israele?
proccupato, con moderazione, consapevole che la luna
di miele con l'Italia e' conclusa e che seguiranno
tempi duri.
Saltando
qua e la' sui forum di sinistra si legge di tutto,
dalle maledizioni a Olmert definito dai kompagni un
nazifascista, alle difese e scusanti di Ahmadinejad,
alle rabbiose affermazioni che la sinistra non e' antisemita
ma solo "giustamente" critica nei confronti di Israele. Nei
confronti di paesi naziislamici la critica invece e' assente
ed e' chiaro che muoiono dalla voglia di allacciare contatti
con Hamas e poter acclamare insieme la fine di Israele. Si leggono
infamita' e menzogne, si legge odio, si legge livore.
Si leggono
anche insulti alla mia persona, mi si definisce "cretina
pazza" insieme "alla gentaglia" che mi sta intorno perche'
continuiamo a dire che la sinistra, porastella, e' antisemita.
Il vecchio
PCI da cui provengono queste persone e quelle che
governeranno l'Italia e' sempre stato amico, che dico
amico, innamorato di un assassino come Arafat. Se lo sono
coccolato, lo hanno nascosto quando rischiava la cattura
da parte dell'Interpol, lo hanno portato in trionfo mentre
mandava i suoi feddayin ad ammazzare ebrei e non ebrei in Israele
e in giro per il mondo.
Il PCI , da cui questi provengono,
ha appoggiato gli assassini dei bambini di Maalot, di migliaia
di israeliani, di centinaia di ebrei in Europa e , a differenza
di una parte della destra fascista italiana, i comunisti
e gli ex comunisti non hanno mai fatto l'atto di dolore, non
hanno nemmeno mai detto "ci dispiace".
Chi, come
me, si e' dedicato alla difesa di Israele in Italia
negli ultimi 40 anni, lo sa quanto fiele abbiamo inghiottito,
lo sa quante minacce abbiamo subito, lo sa quanti insulti
abbiamo sentito, lo sa quante volte abbiamo letto sui
muri d'Italia e sentito urlare dai militanti del PCI prima
e poi dei partiti da esso scaturiti, "Israele e morte, Israele
assassino, Palestina libera" . E non erano quattro deficienti
, erano tutti, era la totalita' della sinistra, incolta,
razzista, antisemita. Era la totalita' semplicemente perche' la
politica del PCI era contro Israele, senza se e senza ma.
Erano
tutti la' con Luciano Lama e la sua pipa a gettare
davanti alla sinagoga di Roma una bara nera. Erano tutti
la' con i loro ghigni coperti dalle kefiah che marciavano
col pugno chiuso rivolto contro la sinagoga, guidati da
Chiara Ingrao, urlanti "A morte".
Erano
tutti la' a manifestare contro Israele negli anni
70, negli anni 80, negli anni 90.
Non quattro
deficienti ma i dirigenti del partito seguiti da
mandrie intere di deficienti.
E bandiere
bruciate e se c'era una mostra su Israele veniva distrutta
e se noi con gli amici radicali...di un tempo... manifestavamo
per Israele, la polizia doveva proteggerci e gli
alberghi dove si tenevano Congressi della federazione Italia
-Israele dovevano essere circondati da polizia e
carbinieri.
Non a
causa dei fascisti ma dei comunisti.
I fascisti
facevano altro, ricoprivano i muri di Roma di Stelle
gialle ma contro di loro non serviva la polizia, erano
sufficienti i giovani ebrei di Roma per farli scappare
a gambe levate urlando "aio mamma".
I
comunisti arrivavano con i pullman da tutta Italia
quando a Roma c'era una manifestazione contro Israele,
con i pullman, decine di migliaia di persone urlanti con
le bandiere palestinesi, sbavanti odio, urlanti "a morte
a morte a morte" a Israele, alla democrazia, complici dei terroristi,
degli assassini. Mai un ripensamento, mai la volonta' di conoscere
la storia. Dovevano stare dalla parte dei palestinesi solo
perche' dall'altra parte c'erano gli odiati ebrei. Non hanno
mai manifestato per altri popoli. Che gliene fregava di altri popoli,
erano gli ebrei che dovevano essere maledetti, insultati, era
Israele che doveva essere minacciato, demonizzato.
Poi, finito il PCI, partiti
come Rifondazione comunista e Comunisti italiani hanno continuato
la tradizione, ancora cortei, ancora a morte,
ancora bandiere bruciate. C'era pero' una novita' folkloristica
a rallegrarli, c'erano i kamikaze, i terroristi suicidi
da acclamare e sono andati avanti a difendere questi criminali
per tutti gli anni in cui Israele viveva l'incubo del terrorismo quotidiano,
sono arrivati persino a travestirsi e a sfilare per Roma con finti
candelotti alla cintura, tutti bardati di bianco e incapucciati.
E durante gli anni di guerra, quando Israele chiedeva all'Europa
di condannare e isolare Arafat, non aveva fine il pellegrinaggio
di infami verso il Mukata dove l'assassino viveva prigioniero.
Tra questi
infami c'erano gli italiani dell'ex PCI, di RC, dei
CI, c'erano i pacifisti, bastardi, che non hanno mai
detto una parola per i morti israeliani, che piangevano
accanto a lui.
C'era
D'Alema che dichiarava che era Israele ad essere terrorista.
Possono
darmi della pazza cretina ma questa e' la realta',
una realta' che gli amici di Israele hanno vissuto dolorosamente
sulla propria pelle e che non dimenticheranno mai
piu'.
Dicono
: la destra e' antisemita.
Vero,
i fascisti sono antisemiti, non e' una novita',
quelli che gridano "ebrei ai forni" sono antisemiti.Lo
sono sempre stati e sempre lo saranno e sventolano le svastiche
insieme alle bandiere palestinesi.
Quelli
che gridano "a morte Israele' sono antisemiti, lo sono
sempre stati e sempre lo saranno e sventolano le bandiere
rosse con le bandiere palestinesi.
Io non
faccio differenza ed e' inutile che ora neghino.
Adesso
che hanno il potere tentano di cammuffarsi da agnelli
e fingono di isolare quelli che fino a ieri erano la
loro forza e il loro orgoglio definendoli quattro deficienti.
Non sono
quattro deficienti sono la stessa madria di delinquenti,
figli di quella sinistra antisemita che correva
dietro a Occhetto quando portava in trionfo Arafat verso
Assisi.
"Ebrei
ai forni" " A morte Israele" , per me pari sono.
Chi
vuole rimandare gli ebrei nei forni e uguale a chi
e' amico di Hamas o resta indifferente alle parole
di Ahmadinejad. Nessuna differenza, anzi forse una
differenza c'e': gli ebrei nei forni non li mettera'
mai piu' nessuno ma i nazislamici, amici dei comunisti,
potrebbero tentare la distruzione di Israele.
Quello
che i comunisti italiani e loro discendenti hanno
fatto negli ultimi 40 anni e' stato infamante per l'Italia,
considerata fino a 5 anni fa, grazie a loro,
fra i paesi piu' antisemiti d'Europa.
L'odio
che hanno seminato contro Israele non sara' mai dimenticato.
Io saro'
qua a ricordarglielo finche' avro' la forza di battere
su una tastiera.
Deborah Fait - informazionecorretta
Lanterna magica
An Inconvenient Truth
Al Gore, ex vicepresidente degli
Stati Uniti e protagonista dell’elezione americana più
controversa della storia, spiega come il nostro pianeta sia
vicino alla catastrofe ambientale. Idee assolutamente condivisibili,
ma realizzazione mediocre e soporifera…
An Inconvenient Truth
Regia: Davis Guggenheim
Interpreti: Al Gore
Data di uscita italiana: 5 maggio
2006
Voto: 4,5/10
qui.
CALCIO: LO SPECCHIO
DELLA LOSCA REALTA’
Ne abbiamo conosciute tante
e ne conosceremo ancora. Non ci stupiamo e soprattutto
non crediamo ad alcuna parola di chi ci dice che il Calcio
è morto o sta morendo, che l’attuale scandalo ha dimensioni
enormi, che tante teste cadranno (ma non tutte, tante…). Sono
storie vecchie e giornalistiche che trasformano la realtà.
La realtà del Calcio
rispecchia fedelmente quella dell’Italia, dei suoi uffici,
dei suoi palazzi pubblici e privati, dei suoi meandri burocratici
e delle strette di mano fra montagne di denaro e proprio perché
fedele riproduttore del sistema italiano nella sua totalità,
non solo non morirà mai, ma non cambierà mai ed è
questa la cosa realmente preoccupante.
Il caso Juventus è tale
perché fa riferimento alla Juventus, perché
riguarda un mostro della finanza e della politica come Moggi
(che pure nella politica attiva sarebbe voluto entrare fra
breve e non a caso è stato fermato prima), perché
la commistione fra politica, alta finanza e raggiro di quartiere
oltre che due calci al pallone ha raggiunto luoghi dove si
concentrano grandissimi investimenti.
Scommesse sportive? Partite
vendute? Il mondo è vecchio e piccolo. Partiamo
da un presupposto di principio. Nelle partite di prima categoria
dove si affrontano squadre di piccoli paesi di 3000 anime,
non è raro che l’arbitro conosca l’allenatore, il calciatore,
il dirigente. Esiste la simpatia, l’antipatia, la cena insieme
e pure il regalino...Perché il grande Calcio dovrebbe prescinderne?
Ora che le scommesse sono state
(gravemente) legalizzate, perché il giocatore o il
dirigente non dovrebbe lucrarci sopra, giocando sul filo
della legalità e sorpassandolo se vuole puntare molto in
alto? Mondo piccolo e morale ancora più piccola.
Così è stato per il doping
vero, così per il doping amministrativo. Squadre
che spendono e spandono, accordi pubblicitari, accordi televisivi,
spese pazze, deficit azzerati e bilanci gonfiati. Il mondo
del Calcio è un mondo che sta per scoppiare, ma non scoppia
mai. Semmai scoppia uno dei tanti caporioni.
Moggi è uno di quelli,
ma non è che la punta dell’iceberg, l’appendice infiammata
di un organo malato che gode della sua malattia. Moggi
è uno dei classici uomini preziosi, quelli che non si accontentano
di andare contro il palazzo, ma lo mettono sotto scacco, si
fanno dare tutto ciò che vogliono e si mettono nelle condizioni
di difenderlo. Naturalmente sono anche ben disposti a difenderne
gli interessi comuni. L’intellighenzia calcistica, una
selva burocratica e finanziaria non poteva che fermarsi di fronte
a tanto potere, ma l’unione del pubblico con il privato non può
durare molto e così, quando qualcosa sfugge, l’intellighenzia
elimina i pezzi malati, fa saltare qualche funzionario eccellente
e fa credere a tutti che sia in atto “il terremoto”.
Tutto ciò accontenta
le smanie di pulizia del popolo e le smanie di nuovi privati
e di nuovi (ma sempre vecchi e ben noti) burocrati di federazione
che si ergono a capo, fino al prossimo terremoto e nel frattempo
chi è stato fuori o contro il palazzo, cercherà una buona
occasione per affondarlo, ma il suo unico vero scopo è riappacificarsi.
In un mondo dove ormai entrano
ed escono grandi holding, uomini ricchi, finanzieri dell’ultim’ora,
dove esistono squadre in perenne passivo, squadre svalutate
e parcellizzate o accalappiate da piccoli proprietari o grandi
signori per conto di prestanome, tutti sanno qualcosa, tutti c’entrano
qualcosa, presidenti, soci, allenatori, calciatori e perfino
i magazzinieri. Tanti vengono ascoltati, pochi parlano, le indagini
durano anni ed anni e nel frattempo il mondo da loro costruito
e le loro magagne sono sparite e c’è un altro Calcio, sempre
uguale a sé stesso, sempre segreto ed esagerato.
Angelo
M. D'Addesio
Dedicato a tutti
coloro che hanno scritto disinvoltamente di “peggior
governo dal dopoguerra” e di “disastro economico del centro-destra
cui il centro-sinistra dovrebbe taumaturgicamente mettere
rimedio.
L’economia sa come organizzarsi
nei tempi difficili anche indipendentemente dalla politica.
I dati sul pil e sulla produzione industriale diffusi ieri
dicono che non era stato il governo di centrodestra a mettere in
crisi l’economia italiana. E la lunga discussione sul declino era
stata una campagna di propaganda, nata più o meno così.
L’inizio del governo Berlusconi aveva coinciso con una emergenza
economica legata a tre fatti: l’introduzione dell’euro, che
dopo un periodo troppo breve di doppia circolazione con la lira,
aveva determinato il disorientamento dei consumatori alle prese
con un cambio traditore che spingeva verso il 2 a 1, e un effetto
di trasferimento di ricchezza dai dipendenti agli autonomi;
il momentaneo cortocircuito causato dall’11 settembre (poi
riassorbito praticamente da tutte le economie occidentali); e,
infine – la questione più delicata – la ristrutturazione
del sistema industriale italiano dovuto in parte al confronto con
i paesi asiatici che esponevano il tessuto delle piccole e medie
imprese italiane a basso valore aggiunto a una dura concorrenza,
e in parte alla crisi di alcune grandi manifatture che facevano mancare
l’effetto volano (il caso Fiat è emblematico).
Il governo Berlusconi ossessionato
dall’ottimismo (e dall’obbligo di ostentarlo), invece
di avvisare l’opinione pubblica, di prendersi un po’ di tempo,
di rivedere i programmi, di anticipare il nemico, si rifugiò
nel negazionismo – grave errore – scommettendo su una imminente
ripresa.
Sul negazionismo berlusconiano
si innescò la campagna declinista, condotta con gli
strumenti eleganti ma grotteschi della propaganda, l’aiuto
di professionisti amici, di professori disponibili e di
qualche opinionista così così: il declino doveva
sembrare la destinazione naturale del berlusconismo – e a qualcuno,
più ingenuo o ideologizzato, lo sembrava davvero.
La mistificazione propagandistica, un po’ dal sapore di grande
truffa, non aveva interesse a ragionare sugli errori relativi
all’introduzione dell’euro (commessi a destra e a sinistra), sulla
crisi che investiva anche le altre grandi economie continentali,
sulle conseguenze dell’allargamento europeo e della concorrenza
asiatica, sulla rigidità del confronto – molto astratto per
la verità – tra mercatisti e dazisti, o sull’assenza di un
complessivo disegno di politica economica e industriale da parte del
governo (emersa successivamente, per esempio con lo scontro sulle
banche e il dibattito sul rapporto tra nazionalismo economico e globalizzazione
dei mercati).
Nel frattempo la realtà
stava andando avanti. La struttura economica stava
cambiando con il ridimensionamento delle grandi imprese,
la terziarizzazione, la ristrutturazione anche nelle tradizionali
aree del miracolo, come nel Nordest passato in trent’anni
dalla metalmezzadria alla globalizzazione dei Benetton e infine
al ripiegamento nelle rendite (anche dei Benetton).
La mistificazione partiva,
ovviamente, dall’uso delle cifre su cui per cinque
anni ci siamo intrattenuti: abbiamo discusso e litigato sull’inflazione,
sui grandi cantieri, sulle riduzioni fiscali. Un intelligente
sociologo, Luca Ricolfi, sull’intuizione dell’inattendibilità
dei numeri nel dibattito politico è diventato una star. Persino
sull’occupazione stabilmente in crescita, la militanza intellettuale
di un pezzo degli osservatori economici ha puntualizzato che quel
piùzerovirgola ogni anno era solo il risultato delle regolarizzazioni
di extracomunitari, per dire che in fondo la legge Biagi (ribattezzata
30 dai puristi che non vogliono passare per collaterali del giuslavorista)
non era un granché. Il sostegno al declinismo è arrivato
anche dalla grande impresa, dai suoi giornali e dalla sua rappresentanza,
la Confindustria. Una parte degli industriali tifava declino per
due ragioni: per sostenere richieste d’aiuto peraltro sostanzialmente
sempre negate dal governo, a causa di una resistenza culturale diffusa
nel centrodestra e di una certa mancanza di visione (per esempio nello
scarso sostegno agli investimenti privati, soprattutto in settori
esposti al rischio di instabilità economica e normativa); e
per intervenire nella partita politica, in cui certi colpevoli passaggi
a vuoto berlusconiani (per esempio la campagna elettorale per le regionali
del 2005) davano la sensazione che il presidente del Consiglio fosse
spacciato e che sterminate praterie di potere si aprissero.
Adesso la ripresa è cominciata:
ordinativi e fatturato delle imprese crescono, la dinamica
delle retribuzioni è sopra l’inflazione, le entrate
fiscali crescono (secondo alcuni osservatori forse anche grazie
a un piccolo effetto Laffer, dal cognome dell’economista che diventò
famoso per un’idea: se riduci la pressione fiscale sale il gettito),
la fiducia dei consumatori è buona, la produzione industriale
segna +6,8 per cento a marzo e +4,8 nel primo trimestre rispetto
al primo 2005, le stime sul pil nel primo trimestre di quest’anno
(+1,5 per cento) indicano il miglior risultato da cinque anni a questa
parte.
Che cosa è successo?
Innanzitutto che Silvio Berlusconi è stato sfortunato,
se si votasse con questi dati, potrebbe recuperare i venticinquemila
voti che gli sono mancati (e che comunque non avrebbe conquistato
partecipando a “Terra!”). In secondo luogo, è capitato
che il declino non c’era. L’Italia ha una specie di costituzione
materiale che funziona anche in economia: una certa mobilità
d’impresa e il vecchio spirito commerciale che spinge a lavorare,
a ristrutturarsi, a fare a meno della politica. Questa costituzione
materiale sta funzionando tanto per la Fiat quanto per la media
impresa, il nuovo soggetto in crescita. Il resto della discussione,
cioè almeno tre anni di inutile scontro propagandistico,
non sembra essere servito a molto. Romano Prodi cerchi di tenerne
conto: non deve ristrutturare le riforme berlusconiane, il mercato
del lavoro, la politica fiscale. Sarebbe sufficiente che egli
fosse in grado di vigilare sulla spesa pubblica e di disegnare la
politica economica di una media potenza regionale. Ciò su cui
il governo uscente ha inciampato, anche per merito o colpa della propaganda
basata sul nulla.
Marco Ferrante - Dal
“Foglio” del 12 maggio 2006
L’ANTI-DUCE
Le folle hanno tendenza
ad eleggere un loro profeta. È sufficiente che
si presenti come rappresentante supremo e disinteressato dei
loro ideali, perché essi lo seguano fedelmente e lo eleggano
loro guida. Non è un caso che guida in tedesco si dica
Führer, in italiano Duce, in romeno Conducator, in inglese
leader ecc: agli uomini come ai bambini, nelle circostanze
più varie, dà sicurezza tenere la mano del padre.
Questo fenomeno ha avuto
una delle figure paradigmatiche in Mussolini. In seguito
la costituzione italiana ha stabilito regole per evitare l’emergere
di questi personaggi carismatici e per decenni non s’è
vista l’ombra d’un grande capo. Negli ultimi dodici anni tuttavia,
con Berlusconi, è imprevedibilmente apparso l’anti-duce.
Il duce trascina una buona parte del paese (ed ha come avversaria
la rimanente parte), l’anti-duce non trascina tutta la sua parte
ma fa l’unanimità dei suoi avversari.
Il Cavaliere non è
il leader di tutto il centro-destra: ci sono quelli
che non lo amano per nulla, per esempio nell’Udc; ci sono quelli
che ne subiscono la leadership per convenienza, come in An; ci
sono quelli che votano per lui perché anti-sinistra, anti-destra
e anticlericali: è insomma il meno peggio. Il suo elettorato
al novanta per cento sa più quello che non vuole che quello
che vuole. Nella coalizione opposta invece l’ostilità a
Berlusconi costituisce un articolo di fede. Riguardo alla religione,
tra le idee dei radicali e quelle della Margherita ci sono grandi
differenze; tra le idee economiche di Diliberto e quelle di Fassino
o di Dini ci sono abissi; tra la politica internazionale di Rifondazione
e quella dei Ds ci sono contrasti insanabili; ma in questa guerra
di tutti contro tutti un solo punto è comune: l’odio per Berlusconi.
Questi, che non è il capo incontrastato del centro-destra,
è l’incontrastato elemento unificatore dell’intera sinistra
in quanto nemico numero uno.
Il programma del centro-sinistra
è infatti immenso, contraddittorio e vago perché,
se non vuole far scoppiare i contrasti, non può dire
niente di definito. E allora i più fanatici e i più
ingenui, non che rendersi conto del vuoto delle loro idee, dicono
solo il peggio del peggio di Berlusconi come se, con ciò,
confermassero la purezza della loro fede politica e annunciassero
un’azione di governo.
Tanta ostilità
è nata nel 1994. Se non ci fosse stato l’uomo
di Arcore, Occhetto avrebbe vinto le elezioni a man bassa:
ma troppi dimenticano che nessuno avrebbe potuto realizzare
questa incredibile impresa se non avesse trovato un elettorato
pronto a sostenere chiunque si fosse seriamente presentato
a sbarrare la strada “ai comunisti”. Volendo negare questo,
ancora dodici anni dopo la sinistra si sforza giorno e notte
di stramaledire l’inciampo, dimenticando che l’ostacolo non
è Berlusconi, è un elettorato ostile ad una sinistra
inconcludente, divisa e tuttavia pericolosa.
Chi non è capace
di venerare il Conducator di turno, e corrispondentemente
di odiare qualcuno quasi fosse l’origine di tutti i mali,
è sommamente infastidito dal gregge di coloro che hanno
bisogno di seguire un capo o, in mancanza, di odiarlo.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it - 11 maggio 2006
AUTOVELOX
IL RE COREANO
La Ssangyong, casa automobilistica
coreana, lancia la sfida a auto di blasone, con un
elegante e imponente SUV: il Rexton. Questo sport utility
orientale è equipaggiato con due motori di origine
Mercedes (un 3200 a benzina da 220 cv e un 2700 Diesel XDI
da 165 cv), negli allestimenti Plus 1, Plus 2, Premium 2,
Premium 3. Esternamente il veicolo coreano, mostra tutta la
sua importanza: un bel SUV, dalle linee eleganti, europee che
non ha nulla da invidiare a veicoli dello stessa fascia di mercato,
ma magari più blasonati e conosciuti. Ben fatto e pulito
l’anteriore con i doppi fari che incorniciano la bella mascherina
cromata, fari che sovrastano il gruppo freccia – fendinebbia.
Ben fatto anche il posteriore con i grandi fari e la scritta “Rexton”
che occupa tutta la parte bassa del portabagagli. Internamente
l’importanza e l’eleganza denotata nell’estetica delle linee
si ripresenta ancor più accentuata: grande spazio a bordo
(il Rexton è disponibile anche 7 posti), un ottima qualità
ed eleganza dei tessuti (pelle con addirittura il nome del veicolo
trapuntato sugli schienali), inserti in legno sulla completa
consolle centrale, sul volante e sul tunnel, quadro strumenti completo
e con una elegante retroillumniazione a led celeste. Ora è
il momento del resoconto delle impressioni di guida: il Rexton provato
era il 2700 XDI Premium 2 dal prezzo di 36300 €. Quest’auto, grazie
all’accoppiata diesel Mercedes – cambio con ridotte accentuata dall’ottimo
confort di bordo e spazio a disposizione dei passeggeri, è adatta
a essere usata sia su strada asfaltata (dà il meglio di se nei
lunghi viaggi autostradali) sia in percorsi fuoristradistici accidentati.
Infine i prezzi: il 3200 benzina, nell’unico allestimento Premium
3 costa 40371 €, per il 2700 XDI (diesel) si va dai 31100 € del Plus
1 ai 38000 € del Premium 3.
ALLEVI BRUNO -
bruno.allevi@tele2.it
Massima del giorno
Il diritto internazionale
somiglia a quei medici che esercitano per anni e poi
si scopre che non hanno la laurea.
G.P.
MOLLICHINE
Stretta di mano tra Prodi
e Berlusconi ai funerali solenni per Nassiryah. Poi
ambedue hanno implorato un fazzolettino imbevuto.
Berlusconi: “Ci rimpiangeranno”.
Vero. Come si fa il tiro a segno senza testa di turco?
Prodi: “Adesso tocca a
noi”. Auguri.
Ministero della Difesa.
Bonino: “Mi ritengo più qualificata”. Ha ragione.
I radicali sono specialisti della guerra di tutti contro
tutti.
Iran: “Se gli Stati Uniti
attaccano, colpiremo Israele”. Molti nemici molto
onore, ha detto qualcuno. Che è morto ammazzato.
Tutti contro Pecoraro Scanio
perché rideva al funerale dei caduti di Nassiryah.
Che c’è di male? Erano solo mercenari.
Gianni Pardo
D’ALEMA PRESIDENTE
Il problema dell’elezione
del Presidente della Repubblica fa versare fiumi
d’inchiostro e contemporaneamente provoca una sorta di
afasia. Non solo per sotterraneo disinteresse per la cosa
pubblica (cosa loro e non nostra) ma perché è fastidioso
occuparsi d’un dubbio che sarà risolto nel segreto dell’urna,
magari in maniera totalmente imprevista. Imprevista soprattutto
perché l’uomo proposto si è procurato, anche gratis,
tante antipatie da poterne rivendere.
L’argomento dunque
appartiene alla casuistica: che dire di un leader similcomunista
al Quirinale, soprattutto dopo che si è messo un
comunista senza “simil” alla Presidenza della Camera?
Il centro-destra,
echeggiando un argomento tante volte usato dalla
sinistra, protesta che non si può eleggere un simile
Presidente della Repubblica a colpi di maggioranza. Ma
è tesi che non convince. Si può eccome. Se si dispone
dei voti necessari si può anche eleggere Diliberto
o Pecoraro Scanio. La presunta regola, secondo cui “non si
può governare a colpi di maggioranza”, era una bufala
negli scorsi cinque anni e lo è ancora.
Si dice pure che, dal momento che
dovrebbe rappresentare tutti gli italiani, il Presidente
dovrebbe essere una personalità super partes. Ma nessuno,
che sia umano, è super partes. E a fortiori non lo è
chi, per tutta la vita, ha partecipato alla lotta politica. Cincinnato
è morto da secoli e solo gli ambiziosi arrivano in Parlamento:
proprio qui bisognerebbe trovare persone non ambiziose? Sarebbe
come andare a caccia di tigri sott’acqua.
Qualcuno dice: ma
Ciampi non era un uomo di partito. A parte il fatto
che è stato capo di un governo di centro-sinistra,
è stato certamente abbastanza ambizioso per divenire Governatore
della Banca d’Italia. E non è forse questo un posto
che “pesa” più di un ministero?
Il centro-sinistra,
se ritiene che gli convenga, può benissimo eleggere
D’Alema. Il punto è: gli conviene? Per gli equilibri
interni indubbiamente sì. Un D’Alema al Quirinale
si toglie dalla lotta per le rimanenti caselle ed inoltre, cessando
d’essere un concorrente di Prodi per Palazzo Chigi, tranquillizza
il Professore e la sua traballante coalizione. Un affarone.
Ma l’affarone cessa
di essere tale se si guarda ai problemi di governo
e d’immagine. È passato solo un mese dalle elezioni
e già tutti percepiscono la coalizione “vittoriosa”
come un’armata scucita e avida che litiga per i posti; una
congrega che non intende fare prigionieri; che piazza i suoi
uomini in tutte le poltrone di peso e governa a colpi di maggioranza.
Prima ancora che il governo si sia insediato. Inoltre, si offre
all’opposizione su un piatto d’argento il pretesto per denunciare
ad ogni passo il “regime”. La coalizione infatti avrebbe notoriamente
dalla sua tutti: dalla magistratura ai giornali, dagli intellettuali
ai corrispondenti esteri, dai governatori delle regioni al Presidente
della Repubblica. In queste condizioni non avrebbe scuse per
nessuno scivolone. E mentre i media dovrebbero fare i pesci
in barile per non apparire smaccatamente filogovernativi (un
problema che avranno anche i comici!), l’opposizione avrà
buon gioco a denunciare con alte grida tutti gli errori veri o
presunti della maggioranza, oltre tutto bloccando spessissimo la
sua azione al Senato.
Con la sua arroganza
il centro-sinistra rischia di sprecare una carta che
in passato ha potuto giocare. Lo stesso D’Alema, quando si
trattò dell’intervento nei Balcani, sfuggì ad un’indimenticabile
cattiva figura internazionale perché, mentre l’estrema
sinistra sparava contro di lui, fu salvato dal voto del centro-destra.
Chi assicura il futuro governo che una minoranza umiliata
lo rifarebbe? Se il centro-destra fosse stato allettato con profferte
di collaborazione e dichiarazioni di rispetto (è abbastanza
ingenuo per prenderle sul serio), chissà che, in alcuni momenti,
non avrebbe dato una mano al governo in difficoltà. Per
il bene dell’Italia. Ma se il suo elettorato – cioè metà
dell’Italia – continuerà ad essere irritato come sembra esserlo
già oggi, la minoranza non potrà correre in soccorso
del governo nemmeno se lo volesse e si trattasse di onorare i trattati
internazionali più solenni.
Forse chi è
più visceralmente contrario al centro-sinistra
dovrebbe augurarsi un D’Alema Presidente della Repubblica perché,
fra un anno o al massimo due, sarebbe ciò che resterebbe
al potere della coalizione di centro-sinistra.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it - 7 maggio 2006
Appello per l'istituzione
della Giornata nazionale delle vittime dell''ingiustizia
Mauro Mellini, già
deputato radicale e membro del Consiglio Superiore
della Magistratura, ha promosso a nome dei Riformatori Liberali-Radicali
un appello per l'istituzione del 18 maggio (ricorrenza
della morte di Enzo Tortora) quale giornata nazionale delle
vittime dell'ingiustizia.
Questo appello sarà
lanciato sul piano nazionale il prossimo 18 maggio
e sarà accompagnato da una serie di iniziative parlamentari
volte al perseguimento di un obiettivo difficile che vogliamo
però porre all'attenzione e alla riflessione dei parlamentari,
delle forze politiche e dell'opinione pubblica.
Per dare forza alla
nostra iniziativa ti prego quindi di leggere il testo dell'appello
e di comunicarci- se lo ritieni- la tua adesione a info@riformatoriliberali.org.
Ti ringrazio e ti
saluto cordialmente
BENEDETTO DELLA VEDOVA
"Un patrimonio
da 900 milioni"
Con un patrimonio
di 900 milioni di dollari, il presidente cubano Fidel
Castro è uno dei dieci capi di stato più ricchi
del mondo. Per la precisione, si piazza al settimo posto della
classifica di "Re, regine e dittatori" più facoltosi
stilata ogni anno dalla rivista finanziaria Forbes. Eppure
il leader comunista, che compare in un elenco di principi arabi,
petrolieri e teste coronate, continua a dichiarare con insistenza
che il suo reddito è pari a zero.
Secondo quanto riportato
da Forbes, però, le cose non stanno proprio
così. Anzi: il patrimonio di Fidel è quasi
raddoppiato, se si considera che l'anno scorso la stessa rivista
gli aveva attribuito una fortuna personale di circa 550 milioni
di dollari. Lui, naturalmente, aveva negato, ed era andato
su tutte le furie: "Pensano che sia come Mobutu (ex presidente
dello Zaire) o uno di quei miliardari, quei ladri e saccheggiatori
che l'impero ha protetto?", aveva detto commentando la classifica
2005. E aveva persino minacciato di portare in tribunale il periodico
americano.
A chi obietta che è difficile, almeno
in teoria, separare il patrimonio dello stato da quello
personale, risponde la pratica, quella dei numeri e dei
conti in banca. Secondo la rivista, Castro avrebbe il controllo
economico di una rete di compagnie statale: tra le più
redditizie, El Palacio de Convenciones, un centro che ospita convention,
nei pressi di L'Avana, e Medicuba, azienda farmaceutica che
vende vaccini e altri medicinali prodotti a Cuba. Alcuni ex ufficiali
cubani affermano che Fidel Castro, che viaggia solo su Mercedes
nera, abbia fatto scivolare una parte dei profitti sui suoi
conti, che in molti sostengono si trovino al sicuro in Svizzera.
Fidel non è
però l'unico dittatore nell'elenco dei più
ricchi: con 700 milioni di dollari in tasca è seguito
dal presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang.
"Possono anche dire che sono soldi del Paese", sostiene uno
dei direttori dell'associazione Human Right Watch, che da anni
studia come l'amministrazione Obiang usa i guadagni derivati
dal petrolio."Sotto il governo Obiang, la ricchezza del Paese
è diventata sostanzialmente il bancomat del presidente".
Il petrolio resta,
comunque, la principale fonte di reddito per i 'paperoni'
del mondo: a conquistare le prime cinque posizioni della
classifica sono re e sceicchi degli Stati del Golfo persico.
Primo, il re saudita Abdullah, con una fortuna pari a 21 miliardi
di dollari, seguito dal sultano del Brunei (20 miliardi) e
dal presidente degli Emirati Arabi Uniti (19 miliardi). Tra gli
europei, il principe del Liechtenstein, con 'solo' 4 miliardi di
dollari e Alberto di Monaco (1 milardo). Solo in fondo alla classifica
troviamo la regina Elisabetta d'Inghilterra e Beatrice d'Olanda:
pur essendo titolari di fortune secolari, i loro patrimoni personali
ammontano rispettivamente a 500 e 270 milioni di dollari.
Da "La Repubblica"
(5 maggio 2006)
PRECISA AZIONE
Per qualche giorno lo sciagurato
che pubblica i vari interventi degli amici che scrivono
in questo blog non ha potuto essere fisicamente presente
davanti alla tastiera ...
Lo sciagurato,
scusandosi con loro e con gli affezionati lettori,
per farsi perdonare, ha deciso di proporre la foto
della settimana al vostro commento.
Accomodatevi,
prego...
Massima del giorno
Ridicoli
sono i poveri. I ricchi sono eccentrici.
G.P.
LA GRAZIA E LA
CONSULTA
Una sentenza
è un atto d’imperio e un ragionamento. L’atto
d’imperio è contenuto nel dispositivo, cui non si
può che obbedire. Il ragionamento è invece contenuto
nella motivazione e vale quanto vale la sua logica. Al
punto che l’ordinamento ha previsto la possibilità
del gravame perché un giudice di livello superiore possa
anche capovolgere la sentenza.
La decisione
della Corte Costituzionale che assegna al solo Presidente
della Repubblica il potere di concedere la grazia,
anche in dissenso col Ministro della Giustizia, vale
logicamente solo quanto vale la sua motivazione.
E poiché questa motivazione sarà disponibile fra
qualche settimana, attualmente sarà solo lecito andare
mestamente a rileggere gli articoli 89 e 90 della Costituzione.
Il primo
dice: “Nessun atto del Presidente della Repubblica
è valido se non è controfirmato dai ministri
proponenti, che ne assumono la responsabilità”.
Se le parole hanno un senso questo articolo indica che,
soprattutto nei provvedimenti discrezionali, il Presidente
della Repubblica non ha nessun potere a meno che suo volere
non sia anche il volere del ministro competente. Se infatti
la controfirma fosse solo una formalità, con essa
i ministri non manifesterebbero la volontà di un atto e
a fortiori non avrebbe senso dire che “ne assumono la responsabilità”.
Se non si è nella condizione di dire sì o
no non si assume la responsabilità d’un bel niente.
Una manifestazione di volontà in tanto è valida
in quanto sia libera. Se il soggetto agisce sotto costrizione
non vale il contratto firmato, non vale il consenso accordato,
non vale neppure il matrimonio: né per lo Stato né
per il Diritto Canonico.
Qualcuno potrebbe stupirsi di
vedere la più alta autorità dello Stato
posta in questa condizione di minore età e nell’impossibilità
d’agire autonomamente. La spiegazione la fornisce il successivo
articolo 90 il quale recita: “Il Presidente della Repubblica
non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio
delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per
attentato alla Costituzione”. E la sua ratio è evidente.
Perché un’autorità sia assolutamente inattaccabile (irresponsabile)
è necessario che non commetta mai atti criticabili
e questo si ottiene facendo ricadere su altri l’eventuale responsabilità.
Il Presidente non corre il rischio di sbagliare proprio perché,
se proprio sbagliasse, la colpa sarebbe data al “ministro
proponente” (che “se ne assume la responsabilità”).
Come sanno bene da secoli i sovrani del Regno Unito, l’irresponsabilità
si ottiene al prezzo dell’autonomia.
Ora con
la recente sentenza la Corte Costituzionale, pur
di concedere la grazia a Sofri, o forse per fare un dispetto
a Castelli, ha stabilito che il Presidente può
passare oltre la volontà del ministro: ma è
un regalo avvelenato, tanto che se ne può fare un caso
di scuola.
Ammettiamo
che tutto il paese reputi questa grazia opportuna
e che essa sia resa impossibile da un’impuntatura del
ministro: a chi dà la colpa, la pubblica opinione? Al
ministro, ovviamente. Ammettiamo ora invece che tutto
il paese e il ministro della Giustizia reputino questa grazia
inopportuna e che essa sia lo stesso concessa dal Presidente
della Repubblica: a chi dà la colpa, la pubblica
opinione? Al Presidente della Repubblica, ovviamente. Ed
è proprio quello che la Costituzione ha voluto evitare.
Non è
possibile considerare super partes e irresponsabile
un Presidente che compie atti politici discrezionali.
Se per esempio D’Alema fosse il Presidente; se il ministro
della Giustizia pro tempore fosse contro la grazia a
Sofri e se D’Alema la concedesse lo stesso, chi salverebbe il
Presidente della Repubblica dall’accusa d’essere rimasto un
comunista? Uno che considera i crimini commessi dai comunisti
con sguardo benevolo? Magari perché di quei crimini è
moralmente correo? E sarebbe utile che metà del paese
pensasse questo del proprio Presidente della Repubblica?
È
per evitare questo disastro che la Costituzione ha
reso il Presidente della Repubblica irresponsabile. Ma
si direbbe che non si sia espressa abbastanza chiaramente.
Quanto meno per alcuni illustri giuristi.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 4 maggio 2006
,
Auguri Israele! Buon compleanno!
Ieri,
mentre gli israeliani piangevano nei cimiteri militari
e li riempivano di fiori e sassolini, una giornalista
e' andata nelle scuole elementari per raccogliere le testimonianze
dei bambini.
E' stato
entusiasmante vedere che tutti, anche i piu' piccoli,
sapevano cosa significasse la Giornata del Ricordo dei
soldati morti nelle guerre di Israele. Entusiasmante
perche' significa che non e' vero che i giovani e i giovanissimi
siano indifferenti e ignoranti, forse questo e' un fenomeno
riscontrabile in Paesi dove la vita e' comoda e tranquilla.
In Israele e' diverso, giovani e i bambini israeliani devono
sapere, non hanno scampo. Quello che sanno fa parte della loro
vita quotidiana, purtroppo.
Un bimbetto
sdentato con un gran sorriso ha esclamato " i nostri
soldati sono morti perche' noi restiamo vivi".
La giornalista
gli ha sussurrato "grazie" e ha chiuso il servizio
lasciandoci con la pelle d'oca.
Sul Monte
Herzl di Gerusalemme, dopo aver suonato il Silenzio
a significare che era finita la Giornata del Ricordo,
l'alzabandiera ha dato inizio ai festeggiamenti per il
58esimo anno dall'Indipendenza di Israele.
Asciugarsi
le lacrime e ricominciare a vivere, in questo si riassume
la storia del popolo ebraico.
Sul piazzale
davanti al Mausoleo di Theodor Herzl, il padre del
sionismo, la festa di compleanno di Israele ha avuto
momenti di grande commozione, di grande allegria e di momenti
seri come e' stato il bel discorso di Shimon Peres
che ha invitato i palestinesi a seppellire le armi e a parlare
di Pace, ha chiesto all'islam di smettere di
odiare e ha detto in modo chiaro e preciso a Ahmadinejad
che continua a minacciare Israele tra l'indifferenza del mondo
:
"
Si ricordi l'Iran che Israele e' ECCEZIONALMENTE
forte e che sapra' difendersi".
Peres
ha concluso il suo discorso con l'invito a tutti
noi di non smettere di sognare la pace.
Si,
noi sognamo la pace, la sognamo sempre, peccato
che i nostri nemici sognino solo guerra e morte, la nostra!
Dodici
bracieri sono stati accesi da dodici israeliani in onore
delle dodici tribu' di Israele e grandi applausi hanno
spesso interrotto le parole di Sarah Hatan, una
vecchia ebrea arrivata in Israele mezzo secolo fa dal Kazikistan
attraverso il Kurdistan, che orgogliosa ha detto di
avere 14 figli e 58 nipoti. Alla fine della sua breve e intensa
storia, tra grandi sorrisi e gli occhi lucenti di commozione
ha esclamato "le tif'eret Medinat Israel - per lo splendore di
Israele" e si e' messa a mandare baci al cielo. Il pubblico
era in visibilio, lo sventolio delle bandierine che ognuno
aveva in mano sembrava un mare ondeggiante.
Grandi
applausi anche a Jamila Khir, detta nonna Jamila,
una drusa molto nota in Israele per i suoi prodotti
a base di olio di oliva e orgogliosa che i suoi figli
abbiano servito nell'esercito, come tutti i drusi di Israele.
A Tel
Aviv, mentre a Gerusalemme c'era l'alzabandiera,
si e' illuminata la facciata del palazzo del Municipio
con un'enorme Maghen David azzurra e 540.774 lampadine
bianco azzurre. Balli e canti in Piazza Rabin e in
ogni angolo di ogni citta' del Paese.
I festeggiamenti
di Yom HaAzmaut sono sempre semplici e molto sentiti.
Nessuna
parata se non la sfilata delle bandiere accompagnate
dal battere delle mani del pubblico al suono di una
marcetta suonata a polka.
Nessuna banda militare, i nostri
soldati cantano canzoni bellissime in cui si sente
sempre la parola pace.
Pochi
e brevi i discorsi.
Molta
allegria, sorrisi, e tanta tanta commozione e amore
per questo Paese.
Oggi,
dopo aver ballato per le strade per tutta la notte,
si va ai pic nic sulle spiagge, nei prati, nei boschi
di Israele, in mezzo a uno sventolio di bandiere che ricopre
il Paese di bianco e azzurro.
Per lo
splendore di Israele, per la sua gente, il suo coraggio,
la sua allegria, la sua speranza, per il verde dei
suoi prati e l'azzurro del suo cielo.
Auguri
Israele! Buon Compleanno!
Deborah Fait- informazionecorretta
Lanterna magica
Anche libero va bene
Un padre
e i suoi due figli cercano di vivere una vita normale,
nonostante le difficoltà economiche e la mancanza
della madre, che sconvolge il loro equilibrio tornando a casa.
Interessante esordio alla regia di Kim Rossi Stuart…
Anche
libero va bene
Regia:
Kim Rossi Stuart
Interpreti:
Kim Rossi Stuart, Alessandro Morace, Barbora Bobulova,
Marta Nobili
Sceneggiatura:
Kim Rossi Stuart, Linda Ferri, Federico Starnone
& Francesco Giammusso
Data di
uscita italiana: 5 maggio 2006
Voto:
6/10
Per leggere la recensione
clicca qui.
IL COMUNISTA BUONO
Bertinotti è un signore che si dichiara
comunista ed è Presidente della Camera dei Deputati.
Se Bertinotti si dichiarasse nazista e fosse Presidente della
Camera dei Deputati, non solo i titoli dei giornali di tutto
il mondo avrebbero caratteri di scatola, ma in Italia si rischierebbe
la rivoluzione. Questo non richiederebbe spiegazione se la storia
del comunismo fosse molto diversa dalla storia del nazismo e se i
crimini del nazismo fossero diversi da quelli del comunismo. Invece,
se si fa il bilancio del numero di morti provocati e se si tiene conto
della durata dei due fenomeni, il comunismo ha provocato più
danni, più internati, più dolori e molti più morti
del nazismo. E tuttavia Bertinotti è accettato da tutti a ciglio
asciutto, anzi con un sorriso: questo merita una spiegazione.
La prima ragione della benevolenza nei
confronti dei comunisti è l’ignoranza. Dal momento che
l’Italia ha avuto, sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale,
un partito comunista, e dal momento che non è successo
niente di grave, molta gente – ignorando la sua ideologia e il resto
della storia mondiale – si è convinta che il Pci è soltanto
il partito dei lavoratori. E basta. Quello che dovrebbe spostare
la distribuzione della ricchezza (quasi che cadesse dal cielo) dai
profittatori e dai nullafacenti agli operai.
La seconda ragione è un “distinguo”.
Le persone un po’ più informate, cioè quelle che
la storia ha messo dinanzi a fatti incontrovertibili (incontrovertibili
quando anche l’URSS li ammessi, non prima), per il passato se
la sono cavata dicendo: “quei” comunisti erano cattivi, i “nostri”
comunisti erano buoni anche allora: erano solo disinformati. Dimenticando
di dire che lo erano dalla loro stessa stampa e dai loro capi. E
comunque certo cattivi non sono oggi. Oggi sono sinceri democratici
più degli altri partiti.
Ambedue le ragioni sono infondate. I comunisti,
quand’anche fossero stati “buoni” prima, dovunque hanno preso
il comando sono diventati “cattivi” e hanno tenuto il potere con
la forza. Un nome per tutti, la Cecoslovacchia. La seconda ragione
di benevolenza riporta dunque alla prima: l’ignoranza. Un’ignoranza
che impedisce di capire come mai le cose siano andate dovunque
così: e ancora oggi vadano così a Cuba.
Il difetto dell’ideologia comunista non
è tanto la rovinosa teoria economica e neppure la fumosa
ideologia politica: è il fatto che essa si presenta come
salvifica. Essendo messaggera d’una rinascita economica e morale,
in contrapposizione alla corruzione del passato, non ammette contraddittorio.
Non più di quanto l’ammettesse l’Inquisizione. Non è
per un caso che il comunismo, dovunque abbia preso il potere, si
sia rivelato totalitario: ciò è avvenuto perché,
agli occhi dei comunisti, l’umanità si è ogni volta dimostrata
incapace di capire quanto eccellente fosse il messaggio. Ed ha
tentato di ribellarsi. Questo ha “costretto” chi voleva salvarla a
salvarla con la violenza e la dittatura.
L’atteggiamento
di superiorità morale della sinistra è sempre stato
irritante. Recentemente, sulla scia del libro di Luca Ricolfi,
è divenuto perfino di moda riconoscerlo: ma più
importante è comprenderne le ragioni.
Gli uomini di sinistra si sentono profeti
d’un mondo nuovo e migliore. Ad esso si oppongono solo le
persone portatrici di contro-valori come il denaro, l’egoismo,
la meritocrazia, l’edonismo. È così che si spiega la
simpatia della sinistra per le tasse: se l’intero paese si impoverisce
e si crea anche meno ricchezza, questo non ha importanza. Se si
aumenta l’uguaglianza e se si migliora il livello morale della società
lo scopo è raggiunto. Dove sta scritto che la prosperità
va ricercata a qualunque costo? Questo è un pregiudizio liberale.
Come per Girolamo Savonarola, anche per
i veri comunisti la ricchezza rappresenta un’occasione per
perdere la propria anima. Un’occasione per darsi all’edonismo
consumistico invece che alla cultura, all’egoismo piuttosto che
al soccorso dei più deboli e all’elevazione etica. Il cenobio
dei frati mendicanti è più vicino alla vera mentalità
comunista di quanto non sia il sindacato degli operatori di borsa.
Come un calciatore, Bertinotti dedica la
sua elezione a Presidente della Camera alle operaie e agli
operai. Agli ingegneri certo no, guadagnano più degli
operai e questo è contrario a quanto avveniva nell’Unione
Sovietica. Dunque è buono, è morale, è a favore
del popolo. Ma è comunista. E all’osservatore imparziale non
interessa se i comunisti siano buoni o cattivi. Non più di quanto
interessi sapere se Girolamo Savonarola fosse buono o cattivo o
se fosse buono o cattivo Rosenberg. All’osservatore imparziale basta
constatare che tutti i profeti che vanno al potere sono nocivi. Poco
importa se ci vanno in quanto comunisti, in quanto eretici o in quanto
nazisti.
Un comunista è un comunista buono
al bar o a casa sua: non al potere. Se gli italiani accettano
di buon grado d’avere un comunista come Presidente della Camera
dei Deputati è segno che non si rendono conto di questo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 2 maggio 2006.
ANNUNCI TRATTI
DA ALCUNE BACHECHE PARROCCHIALI ITALIANE.
Per tutti quanti tra voi hanno figli e
non lo sanno, abbiamo un’area attrezzata per i bambini!
Giovedì alle 5 del pomeriggio ci
sarà un raduno del Gruppo Mamme. Tutte coloro che vogliono
entrare a far parte delle Mamme sono pregate di rivolgersi al parroco.
Il gruppo di recupero della fiducia in
se stessi si riunisce giovedì sera alle 7. Per cortesia
usate la porta sul retro.
Venerdì sera alle 7 i bambini dell’oratorio
presenteranno l’ “Amleto” di Shakespeare nel salone della
chiesa. La comunità è invitata a prendere parte a
questa tragedia.
Care Signore, non dimenticate la vendita
di beneficenza! E’ un buon modo per liberarvi di quelle cose
inutili che vi ingombrano la casa. Portate i vostri mariti.
Tema della catechesi di oggi: “Gesù
cammina sulle acque”. Catechesi di domani: “In cerca di
Gesù”.
Il coro degli ultrasessantenni verrà
sciolto per tutta l’estate, con i ringraziamenti di tutta la
parrocchia.
Il torneo di basket delle parrocchie prosegue
con la partita di mercoledì sera: venite a fare il tifo
per noi, mentre cercheremo di sconfiggere il Cristo Re!
Il costo per la partecipazione al convegno
“preghiera e digiuno” è comprensivo dei pasti.
Per favore mettete le vostre offerte nella
busta, assieme ai defunti che volete far ricordare.
Martedì sera, cena a base di fagioli
nel salone parrocchiale. Seguirà concerto.
Lanterna magica
Mission
Impossible 3
L’agente Ethan Hunt ha lasciato il servizio
attivo e si occupa dell’addestramento delle reclute, con
l’obiettivo di sposarsi e condurre una vita tranquilla. Ma
il dovere lo richiama all’azione. Il terzo capitolo della serie
si segnala soprattutto per la sua banalità…
Mission Impossible 3
Regia: J. J. Abrams
Interpreti: Tom Cruise, Philip Seymour
Hoffman, Michelle Monaghan, Laurence Fishburne, Ving Rhames,
Billy Crudup, Jonathan Rhys Meyers
Sceneggiatura: Alex Kurtzman & Roberto
Orci
Data di uscita italiana: 5 maggio 2006
Voto: 4/10
Per
leggere la recensione clicca qui.
DATI CONCRETI
Si chiede ai cortesi lettori di fornire,
se ne sono in possesso, dati sui seguenti argomenti.
1) Ai nazisti sono stati imputati parecchi
crimini, e in particolare la fucilazione di ostaggi come rappresaglia
per l’uccisione di militari tedeschi (dieci per uno). Nei processi
che seguirono la guerra molti ufficiali tedeschi si difesero
(efficacemente) citando la Convenzione di Ginevra vigente a quel
tempo. Ora, se si prova a fare una ricerca, si vede che Convenzioni
di Ginevra non ce n’è solo una ma parecchie. E non è
facile trovare la norma in questione. La quale tuttavia deve esistere
da qualche parte, dal momento che Kappler fu condannato non per
tutti i morti delle Ardeatine, ma per quei cinque o quindici in più,
in eccesso rispetto ai trenta (o trentuno) morti di Via Rasella. Qualcuno
può fornire informazioni?
2) Per quanto riguarda la Guerra dei
Sei Giorni, è noto che il primo atto bellico fu compiuto
dagli israeliani i quali distrussero al suolo l’aviazione egiziana.
Tuttavia, giuridicamente, la guerra era stata cominciata da Gamal
Abder Nasser. Questi non solo aveva chiesto agli osservatori dell’Onu
di andarsene (per non avere testimoni) ma aveva anche decretato il
blocco degli Stretti di Tiran, chiudendo così il golfo di Akaba
e l’unico accesso di Israele al Mar Rosso. Per concorde opinione dei
competenti di diritto internazionale, questo costituisce un casus belli:
corrisponde cioè ad una dichiarazione di guerra. Sicché
Israele, pur agendo per primo militarmente, è stato il paese aggredito
ed ha condotto una guerra difensiva.
Ecco la domanda: come si prova che la
chiusura di un accesso al mare costituisce un incontestabile
casus belli?
Non si richiedono opinioni, si richiedono
dati. Grazie.