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MARZO 2006
LA STANCHEZZA DELLA
POLITICA
Forse non voi, ma parecchi schivano
i programmi politici, i dibattiti da Vespa e tutti
gli incontri elettorali. Può darsi che costoro
abbiano idee molto chiare e che non cerchino ulteriori
lumi, ma non è solo questo. Infatti potrebbe sempre
essere utile avere nuovi dati, saperne un po’ di più del
prevedibile futuro dell’Italia e a volte, perfino, sfuggire
a qualche insipido varietà televisivo. Ma la politica
è contemporaneamente sopra le righe e noiosa come
un attore che confonda pathos e livello sonoro.
Fra gli altri
difetti della campagna politica c’è l’insufficienza
di dati. Ci sono persone che parlano di un’Italia
che ha fatto miracoli, tenuto conto della situazione
obiettiva, e persone che parlano di un’Italia economicamente
disastrata. A questo punto si avrebbe tanta voglia di chiarezza
e di certezza ma neanche i numeri sono affidabili. Qui, se
si deve scrivere 11, si discute su quale 1 mettere prima.
Poi un programma elettorale raggiunge proporzioni da manuale
universitario e si arena dinanzi a parole come “grandi patrimoni”:
che non significano nulla, senza le cifre. Ciò che è
grande per uno può essere piccolo per un altro. E se l’ambiguità
è voluta affinché ognuno pensi che si parla di qualcuno
più ricco di lui può anche avvenire che ognuno
tema d’essere considerato titolare d’un grande patrimonio
se ha un appartamento di cinque stanze in città.
Le parole
non sembrano più avere il loro normale significato.
Non che la TAV sia importantissima, l’Italia può
benissimo fare a meno del Corridoio Cinque. È sopravvissuta
ai barbari e ai Lanzichenecchi, sopravviverà alla
marginalizzazione. Ma perché nonsi riesce a sapere
se è nel programma della sinistra o no? L’intelligenza,
la capacità di “scegliere fra”, si sforza di capire
se deve prendere sul serio Prodi o Pecoraro Scanio, e poi
essa stessa avverte che non è un problema semantico, si
tratta di sapere chi prevarrà. Cosa che nessuno può
prevedere. Ed ecco si è stanchi di uno sforzo che non ha
condotto a nulla.
Il fenomeno
è generale e riguarda anche il centro-destra.
La coalizione che con una solida maggioranza non è
riuscita a realizzare alcune riforme nel modo radicale
che avrebbe voluto – per esempio la giustizia, la previdenza, il
mercato del lavoro –promette ora che le farà nella prossima
legislatura: chi le può credere?
I partiti
di centro-sinistra dal loro lato promettono di fermare
i grandi lavori e azzerare tutto quello che ha fatto
il centro-destra. Cioè promettono di non far nulla.
Perché passerebbero il loro tempo a rimettere
indietro il contatore e a correggere la legislazione passata.
Ovviamente è un’esagerazione (l’ha detto anche Rutelli)
ma il problema rimane: in che misura governerebbero il
paese e in che misura passerebbero cinque anni – loro, i “progressisti”!
- a tornare indietro nel tempo? E che effetti potrebbe avere,
sull’economia, un mercato del lavoro reso ancor più
anchilosato di quanto non sia?
La confusione
sotto il cielo è così grande che è inutile
ascoltare i dibattiti televisivi. È inutile perfino
cercare dati obiettivi perché o non esistono o sono
stravolti dalla faziosità. A questo punto possiamo
solo guardare in faccia gli uomini che dovrebbero
governarci e se Fassino ci convince più di Tremonti,
o Fini più di Bertinotti, sappiamo per chi votare.
Le facce
sono l’unica cosa obiettiva che propone la televisione.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 1 aprile 2006
Sull'orlo
di una crisi di nervi!
Allora, facciamo un piccolo
riassunto perchè se no rischiamo di perderci:
1) 2 giorni
fa, D'Alema ha detto che, qualora la sinistra andasse
al governo, abrogherebbe la legge sulla fecondazione
assistita (tra parentesi, fregandosene altamente del
volere del popolo italiano). I radicali e i verdi esultano,
la Margherita meno. Prodi nicchia. Cosa farà la
sinistra, qualora andasse al governo? Boh.
2) Lite
tra Bertinotti e Mastella sulle tasse di successione.
Uno è convinto che se hai un monolocale alla periferia
di Roma sei un porco capitalista da tassare a volontà,
l'altro no. Prodi dice che la tassa di successione verrà
applicata solo "ai grandissimi patrimoni", ma non fornisce alcuna
cifra. Sai com'è , quando nella sua coalizione c'è
gente che di ce che 180'000 euro sono un grandissimo patrimonio,
non c'è da stare tanto allegri!
3) Lo
stesso Mastella va al congresso del PPE, la casa degli
anticomunisti europei, e si prende una bordata di fischi.
Prova a spiegare perchè ha scelto la sinistra, ma
non ci riesce. I delegati europei gli preferiscono di
gran lunga Gianfranco Fini. Intanto, ieri le parole del Papa
sono state applaudite da Mastella e Rutelli, ma duramente
criticate dai postcomunisti e dalla Rosa nel Pugno.
4) Solo
ieri, Montezemolo (fan non tanto nascosto della sinistra)
ha "intimato" alla sinistra di non cancellare,
ma anzi di completare la legge Biagi. Come la prenderanno
Rifondazione, Verdi, Comunisti Italiani, e gran parte
dei DS che della legge Biagi hanno fatto un cavallo di battaglia
elettorale?Intanto, Montezemolo riceve l'appoggio
di Rutelli.
5) Conflitto di interessi. Su
questo argomento l'Unione dovrebbe essere a prova di
bomba. Invece no. Perchè se i duri e puri vogliono
ancora una vendetta lucida e brutale contro Silvio,
i più morbidi non intendono fare una legge apposta per
penalizzarlo. Ed è polemica.
6) Capitolo
privatizzazioni. Da un lato la Rosa nel Pugno che
ne vorrebbe a volontà, dall'altro la sinistra
post-comunista che vorrebbe salvare anche l'ultimo
carrozzone statale. Proprio su questo argomento si è
sviluppata martedì scorso la lite tra la Bonino e
Berinotti a Ballarò.
7) Capitolo
energia: un bel rigassificatore al largo della Toscana
è quello che ci vuole per innescare una furibonda
polemica tra le comunità locali, la sinistra "in
doppiopetto" e quella piazzarola. e poi pretendono di risolvere
il problema energetico!
8) c'è
anche spazio per una bella lite tra il sindaco di
Bari (centrosinistra ) e i Verdi, riguardo l'ecomostro
di punta Perrotti...
9) Infine,
la questione della tassazione dei bot: qui l'Unione
non ha affatto una posizione unitaria. Perchè
sull'altra roba si?, mi chiederete voi. Vabbè, ma
qui di più.
10) E
Prodi? povero Mortadellone! Siccome non può dire
nulla , perchè nella sua coalizione non conta
un tubo (non avete idea della fatica che ho fatto a scrivere
tubo...) si sfoga prima con l'ascoltatore radiofonico
sfuggito dal manicomio (almeno secondo lui), poi dichiara
che la Casa della Libertà fa "delinquenza politica":
caro Mortadella, quelli che fanno delinquenza politica sono
prima di tutto coloro che sfasciano le vetrine e assaltano
i Mac Donald pieni di ragazzini. E quelli votano tutti per
te.
Queste
sono le liti furiose che hanno imperversato a sinistra
solo negli ultimi tre giorni! Vogliamo davvero affidare
l'Italia a questa gente? Secondo me no. Infatti, la
sinistra è sull'orlo di una crisi di nervi perchè
sa che la sconfitta è possibile. Il popolo Italiano
è un po' lento a capire, ma non stupido. Il 10 aprile
potrebbe punire l'insaccato e tutta la sua litigiosa coalizione.
di Bobo .
Lanterna magica
Nanny McPhee
Un
vedovo deve badare ai sette figli, delle autentiche
pesti che fanno scappare anche le governanti più
pazienti. Fino a quando dal cielo non arriva Nanny McPhee.
Divertente favola inglese, con un cast notevole…
Nanny
McPhee
Regia:
Kirk Jones
Interpreti:
Emma Thompson, Colin Firth, Kelly MacDonald, Angela
Lansbury, Celia Imrie, Derek Jacobi, Imelda Staunton
Sceneggiatura:
Emma Thompson
Data
di uscita italiana: 7 aprile 2006
Voto:
6,5/10
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Massima del giorno
A volte
la cultura è un'aggravante.
G.P.
L'ESPERIENZA INUTILE
L'esperienza è maestra di vita.
Chi non ne tiene conto è destinato a mettersi nei guai,
ad essere deluso da tutti, a non capire la realtà. Ma
questo non significa che sia necessario ascoltare tutte le sue
lezioni: perché essa è ripetitiva. Alla fine è
giusto dire: "Va bene, ho capito, ne terrò conto". E non ascoltare
le successive lezioni.
Un esempio di questa sovrabbondanza
di messaggi è la cronaca nera. Non c'è crimine
che non abbia un precedente, che non sia la replica di qualcosa
che è già avvenuto, decine o centinaia di volte.
Dunque non serve a nulla interessarsi dei particolari dell'ultimo
fattaccio, non basta che cambino gli attori perché la
tragedia sia nuova. E non è neppure importante che i morti
siano più numerosi che negli altri delitti dello stesso
tipo: in qualunque classifica c'è sempre un primo e ogni nuovo
crimine rappresenta una minima variazione sul tema. Sotto ogni
cielo e in ogni epoca c'è sempre chi ruba, chi rapisce, chi
uccide e la lezione è semplice: l'uomo è capace di tutto
e del peggio.
Occuparsi di ogni nuovo caso è
una triste necessità e un mestiere, per poliziotti, per magistrati
e per psichiatri; ma per il resto, così come l'uomo
medio non s'interessa dei problemi delle fognature di Treviso,
a meno che non abiti a Treviso, o dei problemi della cavolaia, a
meno che non coltivi cavoli, non c'è ragione di sapere tutto
del rapimento d'un bambino. È tristissimo, è doloroso,
ma non è leggendo che si farà qualcosa per lui.
La molla della cronaca nera è
la curiosità e basta. Una curiosità priva di
effetti positivi e con qualche effetto negativo: si pensi all'emulazione
idiota, alla candeggina nell'acqua minerale o ai sassi buttati
giù dai cavalcavia. L'informazione sul terrorismo, poi, non
che contribuire a contrastarlo, lo fa nascere: i terroristi uccidono
per avere i titoli dei giornali e la loro attività è una
forma criminale di pubblicità. Tanto è vero che non
esiste dove la stampa non è libera.
Molti sono incolti e credono che un
fatto sia una novità storica solo perché essi lo
sentono per la prima volta. L'omicidio premeditato suscita
in questa gente l'emozione, la sorpresa, lo sdegno che avrebbe
suscitato nel Paradiso Terrestre. I giornalisti sanno di avere,
fra i loro lettori, molti che in quanto a storia non vanno oltre
gli ultimi dieci anni e dunque accontentano la loro curiosità,
la nobilitano e l'avallano con l'autorità della carta stampata.
La cronaca nera non rischia di morire.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 31 marzo 2006
«Ma questo e' matto...!»
Succedono cose strane. Se il Presidente
del consiglio durante un comizio dice una mezza frase
sui «bambini che nella Cina di Mao venivano bolliti
e usati come concime», verità storica mai smentita
( pagina 460 dell'edizione italiana del 'Libro nero del comunismo'
c'e' scritto che nel 1960, all'epoca della scellerata collettivizzazione
forzata dell'agricoltura cinese, nell'ambito dell'atroce repressione
contro i contadini che si ribellavano, vi erano 'torture sistematiche
su migliaia di detenuti, bambini uccisi, messi a bollire e poi
utilizzati come concime'), sono lì tutti, dai giornali
ai TG, a fare gli scandalizzati e raccogliere le proteste
di uno smemorato funzionario di Pechino .
Se invece Prodi, durante una diretta
radiofonica, da del «matto» ad un ascoltatore
che, in modo assolutamente garbato, manifesta dei dubbi sulla
tenuta della variegata coalizione di centro-sinistra, nessuno,
dai giornali ai TG, alza i toni, anzi...
Eppure sarebbe stato facile facile
polemizzare con Prodi ricordandogli che il paese dove
gli oppositori venivano giudicati «matti» - per
poi essere internati o rinchiusi, a milioni, nei gulag
- era l'ex Unione Sovietica, culla del comunismo....
In verità, l'unico a sbilanciarsi
è stato il solito Calderoli. Non ha aspettato un minuto
per dichiarare all'Ansa: «Il lupo evidentemente perde
il pelo, ma non il vizio: mi auguro, però, che - Prodi
ndr- nella sua evoluzione politico-ideologica non pensi di
arrivare a far bollire i bambini e mangiarseli...».
Si attendono reazioni da un ex cuoco
dell'ex Unione Sovietica.
cp, 31 marzo 2006
Pro memoria:
intrecci organici tra Cooperative rosse e i DS
Il collegamento organico (politico
e finanziario) tra le cooperative rosse e il più
forte partito della sinistra (prima il PCI, oggi i DS) è
un vecchio problema della politica italiana, problema mai affrontato
seriamente
Per completezza di informazione,
ricordiamo che Nordio nel 1999 aveva chiesto il rinvio
a giudizio di oltre 100 amministratori di cooperative venete,
finite sotto inchiesta per associazione a delinquere, falso
in bilancio, bancarotta, finanziamento illecito del PCI-PDS.
Gli indagati furono quasi tutti condannati o patteggiarono la pena.
Come è noto le cooperative
hanno sempre goduto di agevolazioni fiscali non indifferenti
per poter rispettare i criteri di socialità e solidarietà.
Sulla base di queste agevolazioni
fiscali e di altri benefici e con il supporto politico
specie dei partiti di sinistra, il sistema delle cooperative
è cresciuto e si è sviluppato ed oggi le cooperative
italiane rappresentano dei veri conglomerati industriali
e finanziari (nel campo delle costruzioni, delle assicurazioni,
della grande distribuzione, dei servizi, ecc.). Sono inoltre un
fattore preoccupante di concorrenza rispetto alle altre imprese
che devono rispettare altre regole e non hanno le agevolazioni
fiscali.
Non dimentichiamo che i legami
con il vecchio PCI ed oggi con i DS sono sempre stati
stretti, anzi gli amministratori vengono tutti o quasi dallo
stesso partito. Nel passato esisteva una vera e propria cinghia
di trasmissione con il partito, c’era un vincolo di fedeltà
tra partito della sinistra e la Lega delle cooperative.
Oggi tutto questo si è
un po’ allentato, ma esiste tuttora uno scambio reciproco
di classe dirigente, sicuramente di finanziamenti e un
preoccupante intreccio tra cooperative e municipalità rosse,
in termini di servizi, di appalti, di copertura di tutti gli
spazi.
Carlo Nordio aveva accertato l’esistenza
di un immenso patrimonio immobiliare fittiziamente intestato
a prestanome, ma in realtà riconducibile al Pci-Pds.
Valeva circa mille miliardi di lire.
Il patrimonio fu scoperto,
più precisamente, dalla procura di Milano, che già
nel settembre 1993 aveva fatto perquisire Botteghe Oscure
e vi aveva trovato una stanza piena di fascicoli relativi agli
immobili posseduti. Ma poi, stranamente (!!!) non si procedette
al sequestro e il giorno dopo i fascicoli erano scomparsi.
Il partito non ha mai spiegato
come fosse venuto in possesso di questo gigantesco patrimonio,
con quali soldi lo avesse acquisito e perché lo avesse
tenuto nascosto.
La cessione di gran parte
di questo patrimonio immobiliare effettuata in questi
ultimi anni, abbinata ad altrettanto strane (!!!) cancellazioni
di forti pendenze debitorie del vecchio PCI da parte di alcune
banche nazionali, ha permesso al Tesoriere Sposetti (DS) di
ripianare i debiti di circa mille miliardi di vecchie lire che
i DS avevano ereditato dal vecchio PCI.
Torniamo all’intervista di
Carlo Nordio. Ad una precisa domanda del giornalista:
Dieci anni fa le Coop come finanziavano il Pci-Pds?
Nordio risponde: “In modo
diretto e indiretto. Le Coop avevano una riserva rigorosa
di appalti pubblici, frutto di accordi politici spartitori
a livello nazionale e regionale. In questo senso non c’era
alcuna differenza fra DC, PSI e PCI: si erano divisi equamente tutto,
con qualche briciola per gli alleati minori: Dc e Psi sponsorizzavano
le imprese amiche, il Pci le coop. Ma i finanziamenti erano diversi.
Alla Dc e Psi arrivavano contributi in denaro, con i quali si pagavano
i funzionari e le altre spese. Nel Pci i funzionari erano pagati
dalle coop, ma lavoravano per il partito. Il risultato finale
è identico, però lo strumento è diverso. E
lo è anche dal punto di vista penale: la mazzetta integra
il reato di corruzione. Il sistema del Pci no. Un altro modo era quello
della pubblicità inesistente: le coop pagavano cifre enormi per
farsi pubblicità sui giornaletti del partito. Spesso le inserzioni,
pagate, non venivano neanche pubblicate.”
Ora ci domandiamo: cosa è
cambiato da allora?
Perché dieci anni fa
è stato tanto difficile indagare sul finanziamento
illecito del PCI-PDS, e oggi è altrettanto difficile
indagare sui conti, sulle consulenze (50 milioni di euro per
Consorte e Sacchetti!!!) dei dirigenti della cooperazione, sul
finanziamento occulto dei DS?
Due pesi e due misure?
Articolo di Pierangelo Rossi,
tratto da cartalibera.
Gianni "Che"Vattimo
Dal quotidiano on line del regime
cubano Granma
Intenational: L’Avana. – Il filosofo e ricercatore
italiano Gianni Vattimo ha conquistato i cuori cubani con
la sua conferenza nell’Istituto Superiore d’Arte, durante
la quale ha confessato di sentirsi già cittadino cubano.
L’istituzione culturale ha conferito il diploma al merito artistico
per il valore dell’opera scritta a questo notevole pensatore
del nostro tempo, sempre in lotta contro la globalizzazione egemonica
ed i convenzionalismi, impiegando l’arma dei saggi e di un ampio
lavoro giornalistico.
Lanterna magica
Factotum
Henry Chinaski è
un aspirante scrittore, che per sbarcare il lunario
passa da un lavoro precario all’altro. Dall’omonimo romanzo
semiautobiografico di Charler Bukowski, un film interessante,
anche grazie alle prove di Matt Dillon e Lili Taylor…
Factotum
Regia: Bent Hamer
Interpreti: Matt Dillon,
Lili Taylor, Marisa Tomei, Fisher Stevens, Karen Young
Sceneggiatura: Bent Hamer
& Jim Stark
Data di uscita italiana:
31 marzo 2006
Voto: 6/10
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Orfani di
Sharon
Ieri, andando a votare,
sentivo i commenti delle persone che erano in fila
con me. La maggior parte diceva "se ci fosse Sharon saprei
per chi votare". Alle interviste televisive la stessa frase
veniva ripetuta come un ritornello "Se ci fosse Sharon..."
Probabilmente la maggior parte degli
israeliani, da quando il il Premier si e' ammalato, si
sente come mi sento io , orfana di un grande leader, di
un uomo forte che dava sicurezza, che aveva saputo
dare una svolta a Israele, tirarla fuori dal buco nero in cui
si trovava a causa del terrorismo palestinese e ridarle speranza.
La speranza di finire
la guerra anche a costo di grossi sacrifici.
Israele non puo' continuare
ad essere costretta a difendersi giorno e notte,
non perche' non abbia la capacita' e la forza di farlo ma
perche' la societa' israeliana vuole vivere, lavorare, studiare
in pace, vuole ridere. Lo abbiamo visto ieri, seguendo in
diretta TV il Tutto Elezioni: grandi risate, pacche sulle spalle,
satira impietosa contro tutti i politici ma soprattutto tanta
voglia di leggerezza, di allegria, di vita, di futuro.
Queste elezioni non
hanno avuto campagna elettorale, sono state prese
sottogamba anche dai politici stessi, tutti sicuri che
la grande ombra di Sharon avrebbe vinto. Invece non avevano
fatto i conti con la voglia di ridere degli israeliani che per
prima cosa sono andati a fare pic nic anziche' andare a votare,
e molti di quelli che si sono recati alle urne hanno votato un
po' alla rinfusa, un po' protesta, un po' per cinismo, un po' per
apataia e un po' proprio per dare un taglio a tutto per la voglia
di allegria dopo tante disperate lacrime.
Purtroppo Sharon,
dopo aver creato un nuovo partito si e' addormentato
lasciandoci tutti senza fiato, storditi e impauriti come
quando se ne va un padre che sa sempre come proteggere i propri
figli.
Il suo successore
Ehud Olmert e' un bravo ragazzo ma non e' un leader
e in questi mesi, dall'inizio del sonno del grande Arik,
il partito Kadima ha perso molti seggi, dai 42 previsti all'inizio
siamo arrivati oggi a 28. Pochi ma sempre miracolosi se
si pensa che Kadima e' un partito nuovo, senza storia, che non
ha mai guidato Israele, che non ha alle spalle nessuna tradizione
politica. Nonostante tutto una buona percentuale di israeliani,
fedeli al Vecchio Leone e desiderosi di staccarsi dai palestinesi,
lo ha votato, gli altri si sono dispersi, hanno votato,
oltre a Avoda' e Israel Beitenu di Avigdor Liberman , partitini
quasi inesistenti tipo il partito dell'hashsish, del pane,
degli sms. Voti di protesta, voti di dichiarato fanculismo,
di chi forse non ha capito che queste elezioni erano importantissime
per Israele.
Gli israeliani sono stanchi e sfiduciati
perche' 5 anni di terrorismo, tre anni ininterrotti di autobus
che saltavano, bombardamenti sulle citta' israeliane del
neghev, bombardamenti a nord da parte del partito del demonio,
gli hezbollah, amici di Diliberto, avrebbe distrutto chiunque.
Il voto di ieri, nonostante
tutto, dimostra che Israele continua con coraggio
a tenere alta la testa per andare avanti nella
vita e nella storia.
Kadima Israel.
Guardare indietro
non serve, fa star male perche' si vedono solo morti,
i nostri morti innocenti che devono essere ricordati offrendo
a chi li piange un' Israele piena di speranza che vuole
lasciare l'odio al di la' della barriera di sicurezza a disposizione
della barbarie del nemico.
Vogliono nutrirsi
di odio i palestinesi? facciano pure, ma non con noi.
Nei territori c'e'
il vuoto riempito solo dal terrorismo, ieri il primo
razzo katiusha, dopo migliaia di Qassam, e' arrivato
vicino a Askelon, esercito e polizia di frontiera hanno
fermato decine di tentativi di attentati, una settantina in
un paio di giorni, il 67% dei palestinesi ha dichiarato di
non essere d'accordo di riconoscere Israele.
Bene. Buon pro gli
faccia e si annegassero nei soldi che tutto il mondo
gli manda. Hanno chiesto soldi, 2 milioni di dollari, persino
per ammazzare le galline malate di aviaria. Se no, hanno
detto, non le ammazziamo. E subito la Banca Mondiale glieli
ha mandati! Agli ordini!
E noi cosa vogliamo
fare? mangiarci il fegato per questo? Assolutamente
no. Vogliono mantenerli e cedere a tutti i loro ricatti?
facciano pure ma senza di noi.
Vogliamo continuare
ad aspettare che tra i palestinesi nasca una persona
raziocinante e coraggiosa? Una chimera.
Hanno avuto 40 anni
di tempo, continuano a preferire la barbarie e
allora se la vivano in pieno ma da soli.
Olmert fara' la coalizione,
le notizie di oggi sono che oltre al partito di
Amir Perez, entrera' Shas e , udite udite, i pensionati
che hanno guadagnato ben 7 seggi.
Il terzo partito di
Israele e' diventato Israel Beitenu che si oppone
alla separazione col sacrificio di terre, sia storicamente
che legalmente, nostre.
Pero' Kadima ha vinto,
ha vinto lo strappo col passato, il rifiuto di mandare
i nostri ragazzi a morire per niente.
Sharon dorme e non
lo sapra' mai ma anche da quel letto di ospedale sta
guidando Israele verso la speranza.
Deborah Fait
- informazionecorretta
LA
SCELTA CONFUSA DI ISRAELE
Ha vinto il nulla.
Un nulla rappresentato dal 30% circa degli elettori
che è rimasto a casa, deluso o incerto, magari perfino
addormentato da una campagna elettorale in cui le strade
da offrire realmente convincenti parlano solo per bocca di Olmert
che è poi in realtà la bocca chiusa di Sharon: ritiro
dai territori, nessuna trattativa con Hamas, completamento del
muro e proseguimento delle relazioni politiche con gli Usa.
L’unica vera alternativa
era quella sociale ed infatti chi ha creduto nei
Laburisti, ha regalato 21 seggi a chi potrà imporre
un’inversione di rotta nella politica economica e salariale,
costituendo un governo di coalizione con Kadima. Il resto
è stato torpore. Il torpore di chi non ha voluto certificare
Olmert e pur essendo fedele alla causa di Arik, si è bloccato,
come lui, per assistere precauzionalmente alle mosse del successore,
per metà nostalgico e per metà titubante. E’ rimasta a
casa la destra che non ha creduto più nelle idee del vecchio
Likud, ma non ha ceduto alla tentazione di spostarsi verso Kadima,
che accoglie falchi rabboniti e colombe del vecchio laburismo. Un
buon 10% ha condannato Netaniahu per non regalargli un consenso immeritato.
E’ rimasta a casa una
buona fetta di coloni, particolarmente gli sradicati
dalla striscia di Gaza e da alcuni insediamenti del nord
della Cisgiordania, che si sono sentiti traditi dall’intero
sistema politico israeliano, trattati da merce di scambio
o da capro espiatorio degli eventi che hanno costretto
e costringeranno a cedere terre alla Palestina per non rischiare
più in termini di sicurezza.
Se una certezza c’è, in
queste elezioni per il Knesset, consiste nel paradosso di un
governo di centro-sinistra, in cui la crescita vera si è
concentrata a destra. Non inganni la sconfitta di un appannato
Likud, abbandonato dai moderati votatisi a Kadima e tradito dagli
astenuti, tutti i rivali del centro-sinistra si sono accasati
nel nuovo fronte anti-arabo ed anti-palestinese di Yisrael Beytenu,
forte di 14 seggi, guidato da Liberman, emigrante moldavo, quindi
degno rappresentante dei suoi elettori, emigranti russi, considerati
stranieri in terra loro. Proprio come i coloni di questa generazione.
Non è un caso che 14 + 11 dia come risultato 25, più o
meno il risultato plausibile di un Likud forte dopo la frattura di Kadima.
Liberman raccoglie il malessere ed è il sintomo chiaro
di un periodo statico privo di personaggi e di voci forti, orfano
di Sharon ed è la conseguenza logica di una tornata elettorale
dove i partiti grandi finiscono con il non differenziarsi. D’altronde,
in una campagna elettorale dai toni cupi e canonici, Liberman
è stato l’unico a commercializzare bene il suo intransigente
prodotto, apparendo molte volte in tv, regalando abbonamenti telefonici
e buoni mensa
Chi non si è
rifugiato nel risentimento anti-arabo, lo ha fatto
nella religione. Solo così si spiega l’affermazione
di Shas che conserva il suo elettorato, nonostante gli
scandali del passato ed una chiara propensione verso le aperture
sociali, invise alla classe dirigente israeliana, ma non al
popolo.
Naturalmente la vittoria
del piccolo e quindi il frutto della confusione,
fa proseliti anche a sinistra. Ne è un esempio il partito
dei pensionati (che avrà 7-8 seggi a disposizione),
altra branca che ha preferito non immergersi nella sua reale
destinazione, ovvero il partito Laburista, ma si è
mantenuta indipendente, giocando così sul ruolo di calamita
di ulteriori scontenti e sul vantaggio politico di essere l’ennesimo
ago della bilancia nella partita delle trattative per il nuovo
governo.
E’ certa la sconfitta
di Hamas che non potrà essere contenta della vittoria
di due partiti, che non gli permetteranno di cercare pretesti
per una nuova intifada, né di mettere in subbuglio
un popolo che, nonostante la confusione elettorale, sa bene
di non avere di fronte un interlocutore credibile, ma una
lobby congiunta Anp-Hamas troppo insincera per suscitare fiducia.
Il governo israeliano
sarà comunque frammentato a discapito delle decisioni
importanti, seppur scontate da prendere. Ora, non più
scontate come ai tempi di Arik.
Angelo M.
D'Addesio
LA CORDA SPEZZATA
L'unilateralismo è
l'atteggiamento di chi, avendo provato a fare una cosa
in compagnia, decide, dal momento che può, di farla
da solo. La semplificazione è brutale ma quando si usano
concetti evanescenti è bene tradurli in concetti concreti.
L'unilateralismo ha
cattiva stampa per un motivo molto semplice: chi agisce
da solo toglie agli altri la possibilità d'influire
nella decisione. Ed è dunque normale che, non avendo
altre armi, ci si aggrappi alla condanna morale. Anche qui
è opportuno un esempio concreto. Jacob ha una proprietà
che dà sul fiume ed ogni volta che c'è una piena il suo
orto e quelli dei vicini sono allagati. Jacob propone dunque di
costruire un argine per tutti, ed è perfino disposto a farlo
a proprie spese, ma i vicini obiettano che si modifica il panorama;
che si potrebbe scavare il fiume; che il muro dev'essere fatto con
granito importato; ch'esso dev'essere costruito tre metri dentro l'orto
di Jacob. Si tratta a lungo e non si arriva a nulla. Alla fine Jacob
dice: sentite, il muro l'avrei fatto per tutti a spese mie, voi non siete
contenti ed allora ho deciso che non chiedo il parere di nessuno e lo
faccio per il mio orto soltanto. A questo punto tutti condannano Jacob,
l'unilateralista.
Questo è lo
schema di ciò che avviene in Palestina. Per decenni
gli israeliani hanno tentato di realizzare una pace con
i loro vicini, confidando in parole come land for peace,
Accordi di Oslo, negoziati di Camp David, Quartetto e Road
Map. Non s'è mai approdato a nulla. Non solo. Da una tregua
precaria si è passati prima all'Intifada delle pietre
e poi all'Intifada dei kamikaze; e i palestinesi sono passati
dal peggio che ambiguo Arafat ad un'organizzazione terroristica,
Hamas, che ha nel proprio statuto l'eliminazione di Israele.
Qual è il risultato?
Il risultato è
stato che Jacob l'israeliano (stavolta nomen
non omen), ha perso la pazienza ed ha deciso di fare
da sé. Col ritiro da Gaza, per quanto doloroso, si è
liberato del problema di avere a che fare con quel pericoloso formicaio.
Con la barriera anti-terrorismo (che gli anti-unilateralisti
si sono precipitati a condannare moralmente) è
riuscito a ridurre del 90% gli attentati. Tanto che oggi in Israele
si vive normalmente. Infine, nell'impossibilità di negoziare
con chi semplicemente lo vuole morto, si appresta a stabilire
unilateralmente i propri confini definitivi, cessando ogni
rapporto con i palestinesi. È un atteggiamento non negoziale,
ma talmente produttivo d'effetti positivi che Israele si è
unificato dietro di esso e le elezioni ne hanno decretato il successo.
Il governo di coalizione uscito dalle elezioni ha ormai questo
programma e l'estremismo di Hamas, che pareva dovesse costituire
chissà che pericolo per lo Stato ebraico, si è rivelato
l'occasione per un cambio di mentalità che lascia i palestinesi
soli ed inermi. Senza dire che forse perderanno le sovvenzioni
europee.
Quando si negozia con
chi può fare da sé bisogna non tirare mai
troppo la corda. Perché il poco che si ottiene
è sempre più del nulla che offre una corda spezzata.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 29 marzo 2006
TASSE:
BERLUSCONI ATTACCA LA SINISTRA
In Italia va avanti
la campagna elettorale che prosegue sempre sul terreno
fertile dei conti pubblici.
A seguito delle
insistenti richieste presentate dal centro-sinistra,
il presidente Berlusconi, palesando un certo stupore
per la richiesta dell'opposizione, dicendo di non aver
mai sentito parlare di una trimestrale riferita al periodo
ottobre-dicembre, ha garantito che prima del 9 e 10 aprile
prossimo, “a grande scorno della sinistra”, saranno presentati
i conti del 2005, già approvati dal Parlamento e dall’Europa.
E il tema del fisco
continua ad essere il cavallo di battaglia, e il principale
argomento utilizzato dal centro-destra per colpire l’opposizione,
tanto da indurre ancora una volta il premier a dichiarare
che con Romano Prodi ci saranno più tasse sul ceto medio,
unitamente ad un aumento del costo dello Stato. Dalla lettura
del programma dell’Unione, a detta del premier, emerge in
maniera chiara il fatto che non è cambiata la concezione
dello Stato e del potere, con un intervento massiccio nel controllo
dell’economia, dal momento che il progetto è quello
di creare altri 45 enti di controllo che comporterà
inevitabilmente un maggiore esborso di danaro.
Secondo Berlusconi,
la sinistra sarà alla spasmodica ricerca di
un modo attraverso il quale tassare gli italiani, e in questa
direzione va presa per buona la sua intenzione di aumentare
gli estimi catastali e l’ICI dal momento che per essa, da
sempre, la proprietà non è un diritto ma un privilegio.
In questa direzione
dunque è prevedibile un intervento sulle case,
diversamente da quanto contemplato dal centro-destra che,
a suo dire, ha varato un piano per concedere mutui alle giovani
coppie. Questo si andrebbe ad integrare con un piano casa
che prevede la possibilità per i cittadini in affitto
di acquisire la loro abitazione con gli introiti si procederà
alla realizzazione di un grande piano di costruzione di nuove
case.
L’idea dell’attuale
premier è che il suo rivale Prodi, ha proposto
la riduzione di cinque punti del cuneo fiscale, per ingraziarsi
le imprese, ma il reperimento dei 10 miliardi di euro,
necessari per finanziare questa operazione, porterà
ad attingere inevitabilmente “alle tasche di tutti gli italiani”.
A proposito di imprese,
Berlusconi ha inoltre aggiunto che in caso di vittoria
elettorale del suo schieramento, uno dei primi provvedimenti
che saranno varati dal nuovo governo, sarà quello
“dell’esenzione fiscale e previdenziale degli straordinari”.
Il disegno di legge sarebbe già pronto e permetterà
alle aziende di pagare lo straordinario direttamente nelle
tasche del lavoratore, senza l’obbligo di versare più
contributi né al fisco né alla previdenza.
Lanterna magica
Tutto, pare,
iniziò con un giocattolo - descritto
da Atanasius Kircher nel suo Ars magna lucis et umbrae
- chiamato "lanterna magica". Insomma, siamo sempre
lì. Con i fratelli Lumiere, il cinema,
scrive Borges, diventa la "la rappresentazione grafica del movimento,
e ciò specialmente, nella sua enfasi di rapidità,
di solennità, di caos" e se "il primo spettatore potè
meravigliarsi alla vista di un solo cavaliere; al suo equivalente
di oggi, ne occorrono moltissimi ... la sostanza dell'emozione
è uguale".
Bene, questa
la premessa per annunciare una nuova collaborazione
a "Capperi.net".
Grazie alla
disponibilità di Robert Bernocchi,
cercando - è la libertà,
bellezza!- sempre nuove emozioni, apriamo
"lanterna magica", spazio dedicato alla critica
cinematografica. (cp, 27 marzo 2006)
Basic Instinct 2
Sharon Stone
indossa nuovamente i panni di Catherine Tramell, che,
dopo essersi trasferita a Londra, si ritrova ancora
implicata in una serie di omicidi. Un film incredibilmente
stupido e che riesce a scontentare tutti…
Basic Instinct
2
Regia: Michael
Caton-Jones
Interpreti:
Sharon Stone, David Morrisey, Charlotte Rampling,
David Thewlis
Sceneggiatura:
Leora Barish & Henry Bean
Data di uscita
italiana: 31 marzo 2006
Voto: 1,5/10
Per leggere la recensione clicca
qui.
Massima del giorno
Nessuno è tanto generoso
quanto colui che può fare regali a spese altrui.
G.P.
MOLLICHINE
“Il Caimano”. Ma come, è
già uscito? Ed io che pensavo di non andare a vederlo
fra qualche giorno! Vuol dire che non andrò a vederlo
già da oggi.
Rutelli: “Nel tempo mi sono
riavvicinato alla mia fede”. Ma no! Non s’è mai
allontanato dalla politica!
Mastella: no ai Pacs. “E’
un punto programmatico che noi non abbiamo sottoscritto”.
Perché, la sinistra ha sottoscritto la TAV che
Prodi dice farà?
Montezemolo per l’equidistanza
della Confindustria. Se non puoi vincere, cerca di
pareggiare.
Francia. Studenti in piazza
contro il “contratto di primo impiego”. Loro vogliono
solo l’aumento della paghetta.
Micklethwait nuovo direttore
dell’Economist. Con un simile cognome, lo chiameranno
“Mr.Whatsyourname…”
Gianni Pardo
Dacia Valent - nota attivista
razzista e antisemita- premiata dallo Stato?
Lo Stato italiano è
pronto a dare un premio a Dacia Valent, attivista "musulmana"
che definisce l'Italia «paese delle cacche»,
parla degli ebrei come di «bestie fredde e crudeli»,
accusa don Mario Santoro, il sacerdote cattolico ucciso
in Turchia, di essere un maniaco sessuale e sostiene che il
regista olandese Theo Van Gogh sia stato assassinato non da un
estremista islamico, ma per via delle sue «frequentazioni
discutibili». A denunciarlo è il direttore dell'Istituto culturale della Comunità
islamica italiana, lo sceicco Abdul Hadi Palazzi, che
fa notare come tra le finaliste del premio "Donna e Web", dedicato
dal ministero delle Pari opportunità alle donne che utilizzano
Internet, figuri anche l'ex parlamentare di Rifondazione comunista,
oggi portavoce dell'lslamic anti defamation league (l'Authority
musulmana di vigilanza su quanto viene detto e scritto sull'Islam).
La Valent è stata premiata per il suo sito: «Un blog
dai contenuti razzisti, antisemiti e di incitamento alla violenza,
già stigmatizzati dalla stampa e denunciati da numerosi
cittadini», fa notare Abdul Hadi Palazzi in una lettera di
fuoco inviata al ministero, in cui dice di aver appreso «con
stupore e sgomento» la notizia. «Ci sembra inconcepibile»,
tuona lo sceicco, «che la vostra giuria ritenga che l'istigazione
all'odio razziale, la propaganda antisemita, l'apologia della
violenza siano meritevoli non già di una debita sanzione
penale, ma addirittura di un premio, per giunta concesso col
patrocinio delle istituzioni». Oltre al ministero delle
Pari opportunità, quello dell'Innovazione tecnologica,
la Regione Toscana, la Provincia di Lucca e il Comune di Viareggio.
«All'odio razzista nei confronti degli ebrei», aggiunge,
«la Valent associa quello nei confronti degli esponenti più
stimati della comunità musulmana». Ovvero, il vice direttore
del Corriere della Sera, Magdi Allam, e Souad Sbai, presidente della
Confederazione della comunità marocchina in Italia e membro della
Consulta islamica.
da "Libero", quotidiano
diretto da Vittorio Feltri
APOLOGO EQUIDISTANTE
2Giacomo possedeva
un'automobile vecchia e non poteva permettersene
una nuova. Quando pioveva doveva guidare quasi coricato
sul sedile di destra, perché il tergicristallo
di sinistra non funzionava. La marcia indietro era così
difficile da ingranare che spesso preferiva scendere e spingere
la macchina. Lo sportello posteriore destro era un problema
e la luce interna rimaneva spenta anche se aveva cambiato due
volte la lampadina. Per tutto questo e altro ancora fu molto
contento quando incontrò un amico meccanico che si offrì
di vedere che cosa si poteva fare, facendogli pagare solo i
pezzi di ricambio.
La notte precedente
la riparazione gli apparve però un angelo che
gli disse: "Tu sei un brav'uomo. Hai sempre lavorato,
non hai mai violato la legge e sei così povero che anche
il costo dei pezzi di ricambio per te è una spesa difficile
da affrontare. Ecco perché lassù si è deciso
che tu meriti un'automobile nuova e del tutto gratis. L'avrai
fra una settimana da oggi".
Giacomo raccontò
tutto all'amico, lo ringraziò lo stesso caldamente
e poi, dato che partiva per l'Australia, l'accompagnò
lui stesso all'aeroporto.
Allo scadere
della settimana - era un mercoledì - Giacomo si
svegliò presto e andò alla finestra: c'era solo
il suo vecchio catorcio fermo al solito posto ma non si scoraggiò:
"La giornata però è appena cominciata!" si
disse. E andò spesso alla finestra, ogni volta sperando
d'avere la bella sorpresa. Purtroppo nulla cambiò,
neanche dopo mezzanotte. Ebbe ancora qualche speranza il
giorno seguente e perfino il venerdì e il sabato - gli angeli
non possono mentire! - ma infine dovette arrendersi all'evidenza,
niente auto nuova: aveva rinunciato alla riparazione in favore
d'un totale ed indolore miracolo e non aveva avuto né
la riparazione né il miracolo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
25 marzo 2006
Cinema recensioni: "Il caimano",
una boiata pazzesca
Il caimano - Regia: Nanni Moretti
Interpreti: Silvio
Orlando, Margherita Buy, Michele Placido, Jasmine
Trinca, Giuliano Montaldo, Antonello Grimaldi
Sceneggiatura:
Nanni Moretti, Francesco Piccolo & Federica Pontremoli
Data di uscita
italiana: 24 marzo 2006 - Voto: 3/10 -
recensione a cura di badtaste.
E’ difficile parlare
di questo film senza considerare tutto quello che
gli sta intorno. Le voci (uscite soprattutto su giornali
vicini alla destra, ma non per questo necessariamente poco
credibili) di un Moretti confuso e incerto sulla direzione
da dare al film. Ma soprattutto, il tema della pellicola, che
ha fatto discutere nell’ultimo anno: Berlusconi. Sarebbe stato
un attacco diretto al Presidente del Consiglio? O forse sarebbe
stato una sferzata al paese in generale, considerando anche
quanto Moretti prediliga colpire all’interno del suo stesso
schieramento (“D’Alema, dì qualcosa di sinistra!”).
E poi, la comunicazione.
A mia memoria, in questi cinque anni non è mai
capitato che non venisse fatta una conferenza stampa per
un film italiano. Sarebbe stato divertente vedere Moretti
rispondere alle domande de Il Foglio, Il giornale, Libero o
magari del Tg4. Ma questo piacere ci è stato negato.
Similmente, sarebbe stata una scelta geniale farsi intervistare
soltanto da Giuliano Ferrara su 8 & mezzo (avrei pagato per
un incontro del genere), ma il regista ha preferito puntare sul
programma (molto più tranquillo e ‘agevole’) di Fabio Fazio.
Non deve invece sorprendere (come invece traspariva sui giornali
in questi giorni) la scelta di partecipare ad un dibattito sabato
sera in un cinema di Milano. Infatti Moretti (nonostante quello
che diceva in Ecce Bombo contro questa forma di comunicazione) è
abituato a farli, considerando il suo impegno durante la rassegna
‘Bimbi Belli’, in cui presentava diversi incontri con registi di
film italiani e ne moderava appunto il dibattito.
Insomma, si tratta forse del titolo
italiano più atteso dell’anno, forse anche troppo
(Moretti, nonostante quello che si potrebbe pensare,
non è mai stato un campione d’incassi, considerando
che il suo film più fortunato, La stanza del figlio,
ha superato di poco i 6 milioni di euro). E il risultato è
veramente pessimo. Il caimano non solo è il peggior film
di Moretti, ma una dimostrazione di banalità incredibile
e indegna dell’intelligenza di questo regista, che arriva (anche
giustamente, in un certo senso) ad un finale ai confini della realtà.
Peraltro, un timido tentativo di applauso alla fine della proiezione
(non più di 15-20 persone in una sala di più di 400
posti quasi completamente piena) si è spento subito, facendo
capire l’imbarazzo della critica italiana nei confronti di questa
pellicola. Insomma, se domani leggerete pareri cerchiobottisti sul
film, sarà l’ennesima dimostrazione del livello del giornalismo
italiano (e, per una volta, non sarà colpa di Berlusconi)
Si inizia con una
parodia dei film di genere (ad opera del produttore
protagonista, interpretato da Silvio Orlando) molto
superficiale (soprattutto il gore non funziona), anche
se con qualche battuta non male. Si capisce subito che
Moretti vuole rifarsi molto alla sua cinematografia passata
(la scena con il critico culinario ricorda molto quella
in Caro diario, Maciste contro Freud sa molto di Sogni d’oro
e in generale c’è il solito utilizzo del gioco come
valvola di sfogo), cosa di solito poco positiva.
Peraltro, Moretti
a tratti si ricorda di poter anche essere un regista
efficacemente visionario, ma questa sua dote purtroppo
appare solo in un paio di scene (una con delle lettere per
terra, l’altra con un set in cui convivono un saloon e il
Parlamento)
Non convince per
nulla invece il discorso sul cinema italiano. Più
che un ritratto dello stato in cui versa la settima arte nel
nostro Paese, sembra un’idea strampalata nella mente di un
regista che, per sua stessa natura, frequenta poco l’ambiente.
Ed ecco che un produttore polacco (interpretato da Jerzy
Stuhr, celebre attore di Kieslowski) coproduce pellicole italiane
di genere (?), mentre c’è il progetto di rifare un film
su Colombo (sì, come no, dopo i flop micidiali delle
pellicole a stelle e strisce degli anni novanta).
Peccato, perché
poteva essere l’occasione per puntare tutto sul
personaggio di Orlando e dipingere un ritratto favoloso
di quello che deve fare un produttore per sopravvivere.
Ma forse ci sarebbe stata troppa ironia in questo modo, mentre
qui si pontifica sui massimi sistemi.
Anche gli attori non sono sempre
efficaci. Orlando è simpatico, ma a tratti troppo
macchiettistico. La Buy, almeno, per una volta non rifa del
tutto il solito ruolo (anche se, alla fine, ritorna sui
binari abituali). Placido mostra un certo coraggio nell’interpretare
un attore così superficiale, ma alla fine esagera un
po’. La prova peggiore è sicuramente quella di Jasmine
Trinca che, se già di base non sembrava molto credibile come
regista, dopo averla vista ti fa pensare che nessun produttore
con un minimo di cervello le possa anche solo dare dieci euro per
realizzare un film su Berlusconi.
Da segnalare peraltro
anche il tentativo di battere il record di registi
che partecipano ad un film (se non mi scordo qualcuno, ci
sono Renato de Maria, Giuliano Montaldo, Antonello Grimaldi,
Carlo Mazzacurati, Paolo Virzì e i già citati Michele
Placido e Jerzy Stuhr).
Ad un certo punto
poi (peraltro, curiosamente in sintonia con i problemi
produttivi del film nel film) la pellicola si incarta su
se stessa, incapace di capire bene dove andare a parare. Sembra
che Moretti avesse voglia di soffermarsi più sull’aspetto
personale della vicenda (e una certa dose di autobiografia
mi sembra evidente) che su quello politico, ma i risultati sono
decisamente banali. La coppia Orlando – Buy è uguale a migliaia
di tante altre in crisi, senza un guizzo o un’intuizione efficaci
(a parte il finale, poco credibile).
E’ curioso poi
come Moretti, che è un mago delle frasi che diventano
dei tormentoni, in questa occasione non abbia scritto
nulla di memorabile. Per carità, i film non devono
essere una raccolta di aforismi, ma la passata efficacia
del regista romano nel sintetizzare un discorso complesso
in poche parole qui manca decisamente.
E, infine, Berlusconi.
All’inizio, lo vediamo in alcune fasi della sua ascesa
negli anni settanta, interpretato da Elio De Capitani,
ma non c’è nulla che non si possa leggere in un qualsiasi
libro di Travaglio (il cinema dovrebbe essere un'altra cosa)
e la raffigurazione del Caimano sembra uscita dal Bagaglino.
Insomma, un pamphlet poco ispirato, almeno fino ai dieci minuti
finali, che sono un delirio (ne parlo diffusamente più
sotto, per chi volesse evitare gli spoiler).
Infine, è
curioso notare come Silvio Berlusconi e Nanni Moretti
abbiano lavorato sui loro ‘progetti’ personali (uno come
presidente del consiglio, l’altro come regista) negli ultimi
cinque anni. Ed entrambi hanno ottenuto dei risultati ottimi
per loro stessi (sicuramente Il Caimano andrà molto bene
al botteghino), ma non per la gente…
Alla fine, dopo
la rinuncia di Michele Placido ad interpretare il Caimano,
è lo stesso Moretti a calarsi nei panni del Cavaliere.
Tutt’altro che una grande sorpresa, resa anche meno efficace
dal look di Moretti, identico a quello che aveva ne Il portaborse.
Ma se lì se prendeva in giro il socialismo rampante, qui
il volto sempre incazzato non funziona (Berlusconi ha fatto
la sua fortuna sullo charme, non certo sulla rabbia).
Vediamo quindi
un montaggio tra alcune sue dichiarazioni in tribunale
e in macchina, in cui si ripetono i soliti argomenti
didascalici sul personaggio. Infine, si arriva al delirio.
Il tribunale si riunisce per emettere la sentenza di notte
(???). Dopo la condanna a sette anni (ma in quale processo, che
ormai li ha bloccati tutti?), i suoi sostenitori assediano il
tribunale, gettando una molotov contro il giudice che ha emesso
la sentenza. Ora, a parte la volgarità del mostrare i sostenitori
di Forza Italia come un branco di terroristi, qual è
il realismo di una scena in cui un giudice viene portato fuori
dall’uscita principale, nonostante la folla che lo vorrebbe visibilmente
linciare? Il film finisce con i fuochi al tribunale e il Caimano
Berlusconi mentre se ne va in macchina…
Robert Bernocchi
Per la
seconda parte della critica, clicca qui.
Quando D’Alema prese soldi
sporchi
Qualcuno, tra quanti
blaterano di “mafiosità” del premier, ricorda
quando Massimo D’Alema venne inquisito per i milioni presi
da Francesco Cavallari, l’allora re delle cliniche baresi
finito nei guai per la sua contiguità al clan dei Capriati?
Certo faranno spallucce i diessini che finalmente hanno
gettato nella campagna elettorale il loro argomento “pesante“.
Pedissequamente usi a sostituire gli slogan al raziocinio
e svezzati a una scuola politica che impone i precetti di
partito come verità universali, non potevano esimersi dal
rimasticare il luogo comune più trito di tutti. Ci ha
pensato Luciano Violante, ex giudice torinese presidente dei
deputati ds, a rinverdire la teoria del «giro mafioso intorno
a Berlusconi».
Alla stantia
invettiva, dal centrodestra ha fatto da contraltare
l’altrettanto scipito coretto d’indignazione: pare che
nessuno abbia osato rispedire con cognizione di causa l’accusa
al mittente, di infrangere il tabù. Eppure la cronaca
vicina e lontana testimonia che il mito della sinistra-antimafia
non sta in piedi. Non regge in Campania, dove su 92 amministrazioni
comunali del Napoletano (quasi tutte uliviste) solo
nove non sono sotto inchiesta per infiltrazioni camorriste.
Dove in comuni-laboratorio del modello progressista come
Salerno, scattano le manette ai polsi di autorevoli esponenti
dei Democratici di sinistra invischiati in giri di usura sotto
la regia delle cosche locali. Dove una comunista candida come
Ersilia Salvato, che da sindaco di Castellammare di Stabia
aveva chiesto spiegazione su certi giri visti in campagna elettorale,
viene zittita e finisce col mollare il partito della
Quercia perchè «i Ds
tacciono sulla camorra». Dove, in un concitato direttivo,
il deputato della Quercia Enzo Diana ha intimato ai suoi
compagni di non fare i santerellini, perchè in quanto a
mafiosità nessuno può scagliare la prima pietra
nella terra di Bassolino: «La situazione - ha detto - è
allarmante in tutta la Campania e il centrosinistra dovrebbe fare
mea culpa. Non si può continuare a far finta di nulla per evitare
strumentalizzazioni». Non vedo, non sento e non parlo
è un vecchio e collaudato motto anche in terra sicula, dove
non mancano gli imbarazzi per la Quercia. Basta pensare ai guai
in cui si è cacciato il sindaco di Bagheria, Pino Fricano,
già Ds ora a capo come indipendente di una giunta di sinistra.
E’ indagato per mafia dopo che lo ha tirato in ballo Francesco Campanella,
il pentito che ha inguaiato pure Totò Cuffaro e che con le
sue deposizione ha regalato più di una chicca ai cultori della
materia. Ad esempio, il particolare che al chiacchierato Cuffaro,
oggi additato dalla sinistra come nemico pubblico numero uno, venne
proposto di entrare nel governo D’Alema al posto del ministro Cardinale.
E proprio
il nome del presidente dei Ds spicca in una sorta di
lista di proscrizione compilata da Società civile. Massimo
D’Alema è collocato tra i politici “reprobi” per una vicenda
di soldi sporchi intascati nel 1985. All’epoca dei fatti il
lìder Maximo ricopriva l’incarico di segretario regionale
pugliese del Partito comunista. Erano tempi di conflittualità
sociale e allora qualche sindacalista finiva col dare fastidio
anche agli amici degli amici. Francesco Cavallari, re
delle cliniche baresi che poi risulterà legato al clan
mafioso dei Capriati, voleva apparire molto amico di D’Alema.
Pare, si dice in ambienti di sinistra, che avesse tutto l’interesse
ad ammorbidire la Cgil pugliese troppo attiva nelle sue società.
D’altra parte, alcuni di questi sindacalisti guastafeste ricevettero
una dura lezione da picchiatori dell’onorata società.
In ogni caso,
Cavallari invitò a cena il segretario regionale
comunista e gli snocciolò sul piatto una ventina
di milioni, che allora erano bei soldi. Per quell’episodio
D’Alema venne inquisito ma fu “graziato” con la prescrizione
nel 1995. Nel dispositivo, però, la gip Concetta
Russo sottolineò che «uno degli episodi di
illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione
di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato
sostanziale conferma nella leale dichiarazione dell’onorevole
D’Alema». Che dunque ammise di avere intascato quei
quattrini di provenienza, oltre che illecita, anche alquanto
pericolosa. Per quell’episodio l’attuale presidente dei Ds non
ha pagato, grazie alla prescrizione avvenuta dopo dieci anni di
giustizia dormiente. Un dettaglio: il pm che seguì l’inchiesta,
Alberto Maritati, venne candidato alle suppletive del giugno del
’99 nelle liste del centrosinistra, fu eletto al Senato e premiato
con una poltrona da sottosegretario all’Interno.
Giulio
Ferrari - La Padania del 24 marzo 2006
UNA POLITICA PER LA
GIUSTIZIA
Una politica
per la giustizia non equivale ad un progetto di riforme
della legislazione processuale, dell'ordinamento giudiziario
ed anche, magari, del diritto sostanziale, civile
e penale e, comunque, non si esaurisce in un simile progetto.
Anzitutto,
va considerato che, per usare un'espressione udita
una volta dal compianto Franco De Cataldo, "il diritto
è quello che è, la giustizia è quella
che fanno". Una politica per la giustizia, infatti, deve
tener conto delle deformazioni, dei travisamenti e degli scavalcamenti
delle leggi processuali e ciò non soltanto nel momento
di congegnare le leggi processuali e sostanziali in modo
che il travisamento ne sia evitato, per impedire o reprimere
tali devianze e deformazioni, ma nel congegnare i tempi,
i modi, per attuare tali interventi e nel reperire e dosare le forze,
i consensi, gli strumenti politici per realizzare le riforme
legislative, per assicurarne la comprensione e l'accettazione
da parte della pubblica opinione e per imporne l'obbedienza
da chi debba osservarli.
Una politica
della giustizia deve, in ogni caso, affrontare
tutti i problemi legislativi sostanziali e processuali
considerando le "ricadute" di ogni innovazione e
le risorse necessarie alla attuazione di esse.
Tutto
ciò in linea generale. In particolare, quando
sono venute in essere situazioni eccezionali, crisi d'ordine
anche istituzionale, che abbiano inciso ed incidano
sull'andamento della giustizia, non potrà una
qualsiasi politica in tale settore prescindere da tale eccezionalità
della situazione e dalle questioni d'ordine propriamente istituzionale
e di politica generale ad essa sotteso.
Ciò
posto, è impossibile parlare in Italia di una
qualsiasi riforma del sistema giudiziario o semplicemente
di una politica per la giustizia che non sia la politica
della pura e semplice conservazione dello sfascio esistente,
se si prescinde dal fatto che la magistratura è
stata protagonista di un vero e proprio golpe realizzato
attraverso "l'uso alternativo della giustizia" (in
passato teorizzata esplicitamnente), secondo una precisa
strategia per la quale i singoli processi, arresti, informazioni
di garanzia hanno rappresentato meri strumenti per una ben coordinata
strategia. Golpe per il quale la magistratura e la minoranza
egemone di essa che ne è stata protagonista, hanno stretto
alleanze ed usufruito di coperture, provocato distruzioni di
forze politiche, distribuito vantaggi e penalizzazioni, avendo
avuto a disposizione i mezzi di comunicazione di massa. Ed
hanno soppresso e represso ogni efficace voce critica, hanno
demonizzato chiunque abbia osato mettersi di traverso a tale operazione.
(...) Clicca qui per
proseguire nella lettura.
Mauro Mellini - Riformatori liberali
5 DOMANDE PRODI
Abbiamo chiesto al giornalista
e senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti di formulare
le cinque domande “cattive” che nessuno oserebbe fare a Prodi.
1 - Era considerato nell'Est e a Mosca negli anni
'70 un promettente intellettuale di sinistra non comunista
che meritava simpatia. Poi nel 1978 venne miracolosamente
a conoscere l’indirizzo del commando delle Br che teneva
prigioniero Aldo Moro e anziché precipitarsi al telefono
mise su una seduta spiritica, con un piattino semovente
che compose non solo il nome del paese di Gradoli, ma pure quelli
delle vicine Bolsena e Viterbo. Poi non andò dalla polizia
ma alla Dc buttò là l'informazione, che provocò
una massiccia incursione al paese di Gradoli e la fuga immediata
dei brigatisti da via Gradoli a Roma. Vuole finalmente spiegarci
questa storiaccia?
2 -
Nel 1991, mentre era in corso il golpe contro Gorbaciov,
intervistato dal “Corriere” spiegava che Gorbaciov
era un fallimento, che il capo dei golpisti Pavlov era suo
amico e che stava agendo con coerenza, che attendeva le
nuove direttive economiche mentre la sua Nomisma lavorava a
Mosca con l'istituto Plehanov, sezione economica del Kgb. Come
spiega quel suo imbarazzante tifo per un ritorno del comunismo?
3 -
Da capo del governo nel 1996 e 1997 lasciò che
il Sismi occultasse e mettesse sotto chiave tutte le informazioni
sugli agenti sovietici in Italia fornite dal governo
britannico sulla base delle informazioni portate da Vasilij
Mitrokhin e oggi lei si trova deferito per questo al Tribunale
dei ministri. Come spiega che la notizia sia stata occultata
alla stampa?
4 –
Premiò il direttore del Sismi che aveva agito
ai suoi ordini promuovendolo al comando dell’Arma
dei carabinieri, cosa mai più accaduta dai tempi
di De Lorenzo, per non dare troppo potere informativo a
un solo uomo. Il generale Siracusa fu riconfermato nel comando
malgrado avesse superato i limiti d età: non era
mai successo. Perché tanta gratitudine?
5 –
Perché per due volte ha spintonato giornalisti
che le facevano domande sgradite, facendo cadere
malamente una collega senza nemmeno scusarsi?
Massima del giorno
Ha
detto Amleto: “La coscienza ci rende tutti vili”.
Ma per fortuna non tutti l’hanno.
G.P.
MOLLICHINE
La figlia di Vanna Marchi
girerà un film porno con un partner ceko. L’avessi
sentita, invece che letta, la notizia, avrei capito “cieco”.
Devastazioni di Milano.
Caruso: «La mia preoccupazione in questo momento
è la liberazione dei manifestanti”. Se no come vanno
a sfasciare altre cose?
Cofferati: Nessuna piazza
per il Msi a Bologna. Finalmente ha detto qualcosa
di sinistra: quando mai il comunismo ha tollerato altri partiti?
Gianni Pardo
LA MORALITE
A Calabasas, non lontano
da Los Angeles, è nata la prima “smoke free city”.
È la prima città in cui, a suon di ammende pesanti,
è vietato fumare anche per le strade o nei giardini pubblici.
Ci si può arrischiare a farlo chiudendosi in casa ed evitando
che il fumo - chissà, uscito dalle fessure - possa arrivare
nella proprietà altrui.
Il fatto è allarmante
anche per chi non fuma da trentasette anni. Per secoli,
la morale è stata qualcosa che ha riguardato i singoli.
Sulla base di essa ci si regolava, ci si confessava e si giudicava
il prossimo con cui si aveva da fare: ma per il resto era chiaro
che ciascuno doveva pensare a se stesso e ci si poteva aspettare
ben poco dagli altri. Forse qualche elemosina. Se si era fortunati,
un po’ d’assistenza in un lazzaretto prima di morire. Nessuno avrebbe
immaginato di giudicare negativamente il commerciante che si
arricchiva o il potente che imponeva tributi. Era naturale che
ciascuno facesse il proprio interesse. E nessuno avrebbe immaginato
di pretendere da loro che si occupassero dei bisogni altrui.
Con l’avvento dello stato
moderno si è avuto un totale ribaltamento di questa
mentalità. Col Welfare State i cittadini vogliono essere
protetti da ogni male. Dalle malattie, dalla disoccupazione,
dalla droga e dai pericoli della strada. Ma anche dall’alcoolismo,
dalla disonestà dei commercianti e dalla propria stessa
imprudenza: basti pensare agli sportivi della montagna, che si
mettono nei guai e devono essere salvati da apposite squadre, o
a coloro che vanno a fare turismo in Yemen. Infine si aspettano di
essere protetti dal rischio cancro costituito dalle sigarette. Lo
Stato dovrebbe agire come una mamma che prima scrive sulla tavoletta
di cioccolato che piace al figlioletto “ricordati che ti fa male al
pancino”, poi addirittura la nasconde. La tendenza è quella
ad una totale deresponsabilizzazione.
I genitori però, oltre che
protettivi, sono repressivi. E a Calabasas sono arrivati
alla conclusione che se le sigarette fanno male a tutti,
a tutti devono essere vietate. I figli si amano tutti allo
stesso modo, no? Certo, fra gli altri ci sono quelli che – empi!
– si considerano adulti e preferiscono decidere da sé
come vivere; quando avere caldo e quando mettersi la maglia di
lana. Ma costoro non hanno molte speranze. La società non ama
i discoli. E poi i figli, anche se hanno cinquant’anni, sono sempre
“i miei bambini”.
Non è lecito sorridere
di questa pandemia californiana di “morale invadente”
e di “protezione dei minorenni”. Essa è allarmante perché
gli europei da un lato passano il tempo a posare ad antiamericani,
dall’altro sono proni alle mode statunitensi. Non c’è
ubbia abbastanza stupida che non giunga da noi con vent’anni
di ritardo, divenendo magari più virulenta. La contestazione
ad esempio l’inventarono a Berkeley ma quando arrivò
in Italia fece più guasti e durò molto più a
lungo che in America o in Francia. Ancora oggi c’è gente
che dice: “Io ho fatto il ‘68” come un tempo diceva: “Ad
Austerlitz ho combattuto anch’io”.
La vita pubblica si avvia
ad essere amministrata col metro delle beghine idealiste.
Lo Stato, suprema realtà etica genitoriale, deve pensare
a tutto. E gratis. Da tutti, e soprattutto dagli uomini pubblici,
ci si aspetta onestà, dedizione, trasparenza e un livello
etico più che gandhiano. Le armi non vanno usate neanche
per difendersi e le guerre, se non si possono evitare, vanno
combattute a colpi di cuscini. E infine lo Stato deve controllare
l’alito dei cittadini, per accertarsi che non abbiano fumato.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 22 marzo 2006
Imprenditori
Il Berlusca quel colpo
in canna lo covava da mo’. Già nella famigerata
intervista “incompiuta” a Lucia Annunziata – quella del “mi
alzo e se ne vado” – aveva “osato” dire che gli attacchi
di Montezemolo non erano attribuibili a tutti “gli imprenditori”,
e l’intervistatrice, forse anche perché poco esperta
della materia, aveva manifestato incredulità.
In effetti, tecnicamente
è proprio così. Il Presidente di Confindustria
(il quale nomina una parte della sua Giunta, per il resto
composta dagli ex presidenti e dagli ex vicepresidenti) è
eletto periodicamente dall’Assemblea. I delegati che le singole
associazioni di categoria mandano a partecipare all’Assemblea
“dispongono congiuntamente di un determinato numero di voti in
ragione del contributo confederale annuo corrisposto per conto
delle proprie imprese dall’Associazione”.
Quindi, non si vota
per teste (1 man 1 vote), ma per contributi
versati e perciò per dimensioni della propria impresa.
Il che, ovviamente,
implica che una esigua casta di grandissimi industriali
“decide” sempre, anche a dispetto degli umori e delle preferenze
di una vasta maggioranza di piccoli e medi imprenditori:
questi ultimi, tanto per intenderci, si trovano una situazione
per certi versi paragonabile a quella di un “piccolo azionista”,
chessò, della Telecom, il quale non può che subire
le decisioni degli “azionisti di riferimento”. Con tutto ciò
che ne segue anche in termini di insofferenza: l’insofferenza
delle “retrovie” che sabato a Vicenza applaudivano tanto più
chiassosamente quanto più quella cagnara imbarazzava il
solito “Gotha” algidamente assiso nelle simboliche “prime file”.
Saper cogliere, dichiarare,
amplificare e “sposare” teatralmente l’insofferenza
di quelle retrovie è stata una
mossa davvero senza precedenti e contraria
a tutte le convenzioni, e che, forse, proprio per questo
rimarrà tra i pochi episodi degni di essere ricordati
come davvero divertenti ed interessanti in questa campagna
elettorale piuttosto malinconica.
Se poi sarà anche
“la dichiarazione di una resistenza che alla fine potrebbe
durare”, come scrive
Ferrara, lo scopriremo solo vivendo.
(ale tap, 21.03.06)
“GRANDE” IMPRESA E “PICCOLA”
POLITICA
A mente fredda sarà
più utile esaminare in minimi termini lo sfogo velenoso
del premier, piuttosto che giocare al pallottoliere sul
confronto applausi-fischi fra Berlusconi e Della Valle. Dov’è
la verità? Innanzitutto c’è da dire che Berlusconi
giocava in casa. Era fra imprenditori, quegli stessi che
guardarono storto D’Alema, dopo lo “scippo” a Prodi e snobbarono
Rutelli, premiando Forza Italia nel 2001; era a Vicenza, dove
il centro-destra continua e continuerà ad essere vincitore,
perché il Nord-Est, pur attraversando un periodo di
calo, non vive alcuna crisi e non vuole lasciare ciò che conosce
per la strada che non conosce (o che conosce benissimo, quella
della iper-tassazione delle rendite finanziarie). Da giocatore
in casa, ha giocato la sua partita, ma non in termini tecnici,
ma negli unici che conosce in questo periodo elettorale, cioè
attaccando, ritornando al leit-motiv dei poteri forti contro il
Governo, della Magistratura che copre gli imprenditori grandi e del
pessimismo di sinistra. Termini politici. Tecnicamente il premier
è tornato a farsi piccolo contro i grandi, a schierarsi con il
Veneto, il Friuli, il Trentino, la Lombardia fuor di Milano contro
Roma, Torino, Milano, la grande catena di montaggio. Ha ripreso la strada
che in quelle zone è già stata di Maroni e Bossi, quando
attaccarono l’aiuto statale continuo di Roma ladrona alla Fiat, i giochini
di alta finanza di De Benedetti, Tronchetti Provera e Pininfarina.
Ha rischiato, risultando più leghista che liberale, più
uomo del piccolo tessuto economico che non gestore della globalizzazione.
Siccome la verità sta sempre nel mezzo, sarebbe altrettanto inesatto
dire che Berlusconi ha scosso gli imprenditori e spaccato Confindustria.
Confindustria è sempre stata
divisa fra piccola e grande impresa e mentre la seconda
ha più colte criticato Berlusconi in questi ultimi
tempi, sull’onda dell’era Montezemolo, la prima lo ha sempre
applaudito e non si è mai accodata al suo presidente.
Eppure la piccola impresa non è l’impresa dei lavoratori,
schiacciati dalle fatiche, denigrati da Confindustria e poco protetti
dallo Stato.
Lo Stato foraggia
le grandi imprese, ma non disdegna le piccole. Quali
sono allora le piccole imprese? Ad esempio quelle che hanno
fondato piccoli imperi edilizi locali, grazie a legislazioni
basate su condoni e sanatorie negli ultimi cinque anni;
l’imprenditoria del terziario che continua a nutrire di enormi
privilegi, esenzioni di tasse, finanziamenti e regimi speciali,
dalle Dolomiti alle Prealpi Varesine, dalla Sicilia alla Sardegna
fino al Trentino, alla Valle d’Aosta, oasi felici a statuto speciale.
Nessun, neppure il premier dell’Italia degli sprechi ha sottratto
tali benefici. Quante zone industriali sono sorte al Sud? Molte, ma
vivono grazie programmi operativi regionali, una soprta di aiuto mediato
statale o più semplicemente una devolution al contrario. Grazie
a loro la disoccupazione è diminuita, ma non dimentichiamo che
la grande impresa garantisce poche occupazioni ma garantite, mentre
la piccola ne offre molto, ma approssimative in termini di controlli,
sicurezza, paracadute sociali ed altro. Quante imprese agricole
vivono sulle sovvenzioni e quanto hanno ricavato le più piccole
e perfette imprese, i liberi commercianti?
Chi delegittima chi?
Impossibile dirlo come inutile ed impossibile stabilire
chi ha torto o ragione fra il principe dei grandi ed il
re dei piccoli. E’ certo c che, al di là della solita
solfa destra/sinistra, comunisti/anti-comunisti, né
l’uno, né l’altro hanno il potere o la voglia di gestire
questa frattura ed i fantasmi che ci sono negli armadi della
piccola, come della grande impresa.
Angelo M. D'Addesio, 21 marzo 2006
La sfida dei Radicali liberi
«Se questo
centrosinistra prodiano andasse al potere lascerei
l'Italia». La dichiarazione, del 16 aprile 2005, veniva
dalla sempre sorprendente bocca di Marco Pannella. Così
sorprendente che pochi mesi dopo ritroviamo lo stesso Pannella
schierato - armi, bagagli e scioperi della fame - proprio
con il centrosinistra prodiano.
Non c'è neanche da stupirsi,
oltre che da non scandalizzarsi. Più che un opportunista,
il capo storico dei radicali è un movimentista,
sempre in cerca di spazi maggiori per le sue idee e i suoi uomini,
piuttosto che di vili poltrone fini a se stesse. Come è
capitato a Vittorio Sgarbi, ha scelto l'Unione perché,
deluso dall'esperienza precedente con la Destra, spera di avere
maggiore spazio di manovra e più spirito laico: però
si troverà subito a scontrarsi per un verso con la componente
democristiana della Sinistra e - ancora di più - con quella
nostalgico-comunista. Come è certo che i dissidi scoppieranno
presto all'interno del variegatissimo gruppo di Prodi, c'è
da credere che i radicali ne saranno i maggiori agitatori e che presto
ce li troveremo di nuovo transfughi infelici e vitali: perché
la coerenza dell'apparentemente incoerente Pannella è ferrea su
quel che scarseggia più a Sinistra che a Destra, la difesa della
libertà e delle libertà. E allora bisognerà - come
per Sgarbi - riaprire loro le porte del Polo accettandolo come forza
vitale e vitalizzante. Perché non c'è dubbio che il
loro posto è a Destra, contro ogni tipo di massificazione
del pensiero e di statalizzazione divorante ogni libertà individuale.
Nell'attesa, per
fortuna c'è già stato chi, fra i radicali,
ha già fatto per tempo la scelta di evitare ogni contaminazione
con la Sinistra:i Radicali Liberali di Benedetto Della
Vedova e Marco Taradash, l'unica forza davvero nuova che è
confluita nella Casa delle Libertà per queste elezioni.
Benché il Polo li abbia favoriti davvero poco nella
compilazione delle liste elettorali, i Radicali Liberali rafforzeranno
a Destra la concezione più alta della politica, ovvero
la difesa dell'individuo dalla politica stessa, quella intesa
come difesa degli interessi di un gruppo o di un partito.
Libertà, laicità, liberalismo, liberismo stanno
a destra, e Rl vi aggiunge una quarta «l», quella
del libertarismo, più difficile da fare accettare nella Cdl.
La loro passione per le libertà individuali e i diritti civili
sono un patrimonio di tutti che, arbitrariamente, è sempre
stato considerato un'esclusiva della Sinistra.
A dimostrare che
la vera coerenza e stabilità radicale sta con i
Radicali Liberali e non con quelli della Rosa nel pugno basti
leggere una dichiarazione di Taradash fatta per le precedenti
elezioni: «L'imperativo categorico è di creare
la frattura più netta possibile, e possibilmente incolmabile,
con l'Italia partitocratica, statalista, clientelare, corporativa
degli ultimi vent'anni. Con l'Italia consociativa Dc-Pci-Psi,
per essere più chiari». L'Italia - dice Taradash,
e non possiamo non essere d'accordo - deve creare una democrazia
liberale, federalista e presidenzialista, recidere «i
legami incestuosi fra Stato e privato», strappare la Rai
ai partiti e restituirla ai cittadini, garantire una magistratura
indipendente e non vincolata alle correnti politiche.
Con il cartello di sinistra tutto
ciò non è possibile perché‚ «tutti
i poteri forti e irresponsabili dell'Italia partitocratica»,
dalla Rai a Mediobanca, sono schierati con la Sinistra
«in una deriva inarrestabile che è segno di una
contiguità culturale più forte di ogni differenza
politica».
In più i
Radicali Liberali danno assoluta garanzia di fedeltà
alla linea di politica estera del governo Berlusconi,
e soprattutto ravviveranno una Destra che, se vuole essere
moderna, non può permettersi di essere semplicemente
conservatrice né fermarsi al liberalismo economico.
Il liberalismo in
economia deve corrispondere al libertarismo nella
vita sociale. Del libertarismo una Destra nuova non può
fare a meno, perché altrimenti corre il rischio di riportare
nel XXI secolo lo spirito dell'Ottocento.
di Giordano Bruno
Guerri
IN MEMORIA DI MARCO BIAGI
Marco Biagi
muore a Bologna la sera del 19 marzo 2002, all'età
di 51 anni, vittima di un attentato terroristico delle
Brigate Rosse.
Noi qui, per
non dimenticare, riproponiamo il discorso che il Presidente
del Senato pronuncio alla commemorazione di Marco Biagi
nella Sala Zuccari in Roma il 19 marzo 2003
Marco Biagi:
Un progettista intellettuale
Quando
lasciano la terra dei vivi, gli uomini - soprattutto
un uomo come Marco Biagi che ci ha lasciato ammazzato
da mano assassina - sopravvivono in almeno due modi:
negli affetti e nella memoria di chi li ha conosciuti,
nella testimonianza e nell'eredità che hanno lasciato
di sé. (...)
Clicca qui per proseguire nella lettura.
MENTIRE DICENDO LA VERITÀ
Al convegno della
Confindustria è avvenuto un episodio esemplare,
non tanto per la politica quanto per l'informazione. Sono
costretto a narrarlo in prima persona. Ieri la prima notizia
che ho orecchiato è stata che Berlusconi era stato
applaudito e Della Valle fischiato; poi in televisione ho
visto Berlusconi che attaccava Della Valle, ottenendo una mescolanza
di fischi e applausi e mi sono detto che chi m'aveva dato la
prima notizia doveva essere un bel fazioso e uno sciocco. Come sapere
chi era il destinatario dei fischi e chi degli applausi? La Rai
inoltre, dopo che De Bortoli ha proposto di concedere a Della
Valle il diritto di replica, ha tagliato il servizio entro
il primo secondo.
Successivamente
un servizio televisivo più completo, sulle reti
Mediaset, mi ha mostrato che la proposta di permettere a
Della Valle di parlare è stata accolta con un finimondo
di fischi. Fischi che andavano per giunta aumentando, tanto che
De Bortoli, col gesto a due mani di chi cerca di fermare un treno,
ha invitato a smetterla: d'accordo, d'accordo, rinunciava
alla sua proposta. E allora era giusta la prima notizia, quella
orecchiata, non ciò che avevo visto sulla Rai!
Una televisione
che non mostra i clamorosi fischi a Della Valle mente?
Certamente no. Però nasconde l'atteggiamento della
Confindustria nei confronti dei suoi capi e fornisce una
notizia di segno opposto alla verità: io stesso
ho pensato che i fischi fossero per Berlusconi!
Il telespettatore
dovrebbe imparare che non basta dire "L'ho visto
e sentito con i miei occhi". Non basta che un'informazione
sia veritiera. Perché un'informazione dolosamente incompleta
può risultare totalmente falsa.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it - 19 marzo 2006
NAZICOMUNISMI
"C’è la
novità dei fratelli di Hamas al governo della
Palestina liberanda, e la loro testarda difesa del
diritto di dire di no al trito e ritrito ricatto della Shoah
e del riconoscimento di quell’OGM coloniale innestato nella
terra dei loro padri e delle loro madri, dei loro figli e
delle loro figlie.
Come si fa a
chiedere - a chi sta vivendo quotidianamente sulla
propria pelle e su quella del proprio popolo il tentativo
di distruzione, di annientamento di intere generazioni
con le deportazioni, con le uccisioni, con l’isolamento
– di riconoscere l’umanità dei propri aguzzini? È
inconcepibile, inaccettabile.
Sono disumani,
sono dei mostri, brutti e cattivi. Le madri, imprigionate
dalle catene del terrore imposto dalla pseudodemocrazia
ebraica, sussurrano ai figli - mentre nelle notti lunghe
dei coprifuoco l’unico rumore che sentono sono le pale
degli elicotteri che guatano la preda palestinese, lo scoppio
assordante del Mach 4 che annichilisce i feti nei grembi
e ammutolisce i bambini nelle culle e il rumore crudele degli
anfibi sull’acciottolato delle strade che furono di Gesù
e dei profeti – che devono tacere, altrimenti l’ebreo cattivo
li verrà a prendere.
Si, l’ebreo cattivo.
Non l'israeliano, una metternichiana espressione
geografica abusiva, proprio l'ebreo cattivo, ogni latitudine
ha il suo uomo nero, no?"
Chi, nel suo blog, scrive queste cose
(e tante altre, clicca qui)
è una "signora", Dacia Valent, già deputato
europeo per Rifondazione comunista.
Sperando che
anche i tanti Moni Ovadia trovino il tempo per guardarsi
intorno, lasciamo a voi ogni commento.
"Ebreo, comunista
e filopalestinese"
Leggo che i
Comunisti Italiani si fanno pubblicita' elettorale
alle spalle di Israele, il paese che hanno sempre demonizzato,
insultato, accusato di ogni crimine. Adesso hanno
cambiato idea e mi dicono che sui muri di Roma sono
apparsi ridicoli manifesti elettorali : "Sinistra e Israele"
e sotto questa ipocrisia c'e' la foto di Diliberto e di un personaggio
eccellente, un vero e proprio pezzo da novanta :Moni Ovadia,
ebreo, dice lui, comunista e filopalestinese!
Ho ancora
negli occhi l'immagine di Diliberto fotografato accanto
ad Arafat sotto la scritta "Con Arafat e con la Palestina
nel cuore". Questo accadeva quando il satrapo palestinese
organizzava stragi dovunque, in Israele, in Europa,
in Usa e in Africa.
Ricordo
membri del suo partito urlare contro Israele, ho in
mente cortei di kamikaze per le strade di Roma. Non erano
comunisti italiani quelli? E allora come mai il signor
Diliberto non ha preso le distanze? Come mai non
ha detto trattarsi di imbecilli come si e' affrettato a
dichiarare quando, settimane fa, alcuni partecipanti
al suo corteo hanno bruciato, come sempre avviene, le bandiere
di Israele? Imbecilli? ma allora il partito di Diliberto ne
ha in abbondanza perche' da anni bruciano le bandiere di Israele
e degli USA e mai, fino ad ora, il segretario aveva preso
posizione. Erano sempre gli stessi due imbecilli onnipresenti?
Ricordo
anche gli interventi di Diliberto a Porta a Porta,
roba da fal venire l'ulcera a un uomo bionico.
Adesso,
a poche settimane dalle elezioni, a Diliberto non
sta piu' bene passare per antisemita e per la manciata
di voti degli ebrei italiani e' disposto a tutto, persino
ad avvicinare la "sua" sinistra all'odiato Israele.
Quando si
dice il pelo sullo stomaco.
In cinque
anni di terrorismo e di civili israeliani ammazzati
non lo abbiamo sentito una sola volta esprimere solidarieta'
a un paese colpito da una guerra schifosa dopo essersi
detto disposto a consegnare ad Arafat il 90% dei territori.
Nessun comunista
italiano e' venuto a mettere una candela sul luogo
di una strage di bambini ebrei in Israele. Era esploso
un autobus pieno, mamme e bambini che ritornavano a casa
dal Muro del Pianto. Dove era Diliberto? Dove era Moni Ovadia?
Nessun comunista italiano ha avuto
la pieta', si la pieta', di dire basta ai terroristi.
La colpa era sempre e solo di Israele. Quando e' venuto Diliberto
ad esprimere la sua solidarieta' per 22 ragazzini ammazzati
mentre andavano in discoteca?
Bisogna
dire che, in questo penoso e cinico tentativo di cancellare
un passato di odio puro, il signor Diliberto ha scelto
la persona sbagliata, Moni Ovadia, uno che si identifica,
anche nell'abbigliamento, con gli arabi palestinesi,
con tanto di copricapo arabo calcato bene in testa perche'
non sorgano dubbi, non e' il massimo della pubblicita'.
Ho letto
l'intervista rilasciata da Moni Ovadia e mi sono profondamente
vergognata per lui.
«i
palestinesi sono stati il popolo più solo del
mondo. spesso abbandonati anche dai loro amici arabi.
io sto con un popolo oppresso. questo è il dovere
di un uomo prima ancora che il dovere di un uomo di sinistra».
Vediamo
di fare l'analisi.... logica.
I palestinesi
sono stati il popolo piu' solo della terra.
Avere tutto
il mondo dalla loro parte, avere un capo terrorista
accolto in tutti i consessi mondiali, portato in trionfo,
adorato in Italia anche quando faceva ammazzare italiani.
Ricevere miliardi di dollari e euro, avere un'organizzazione
dell'ONU ad uso e abuso esclusivi mentre tutti gli
altri popoli in difficolta' molto piu' gravi , compresi
quelli africani decimati da guerre e carestie, non hanno niente
di niente se non indifferenza.
Non ricevere
mai una sanzione, un rimprovero per decenni di terrorismo.
Avere piene le piazze di scalmanati urlanti "Palestina
libera Palestina rossa" e l'immancabile "Israele boja".
Questo per
Moni Ovadia equivale ad essere il popolo piu' solo della
terra.
In questi
ultimi 5 anni di schifosissimo terrorismo i palestinesi
hanno avuto, loro che lo facevano, la solidarieta'
di tutto il mondo, migliaia di pacifisti senza cuore
e senza cervello ma con tanta crudelta' e cattiveria sono
andati nei territori per proteggere i terroristi sputando il
loro disprezzo sui morti innocenti israeliani.
Migliaia
di pacifisti e ammiratori di Arafat, anche famosi,
come Oliver Stone e Jose' Saramago, premio Nobel che ha
definito gli israeliani peggio dei nazisti, e mentre lo
diceva, in Israele, un autobus pieno di morti stava ancora
fumando sul selciato.
Questo per
Moni Ovadia equivale ad essere il popolo piu' solo della
terra.
Appropriarsi,
senza che fosse mai chiesto riscontro, di miliardi
elargiti da europei e americani, miliardi di cui adesso
godono i capoccia palestinesi e la vedova
inconsolabile di Arafat, l'ineffabile Suha che vive
nel lusso sfrenato a Parigi.
Miliardi
che continuano ad arrivare.
Essere mantenuti
dalla comunita' internazionale, mantenuti completamente
senza dover lavorare e dimostrare un minimo di buona
volonta'.
Questo per
Moni Ovadia equivale ad essere il popolo piu' solo della
terra.
Stragi in
Israele e in Europa. Bambini ebrei presi a mitragliate
a Roma, gli assassini fatti scappare. Navi italiane
prese in ostaggio e un vecchio ebreo paralizzato
ammazzato a bruciapelo e scaraventato in mare, gli assassini
ancora una volta fatti scappare dal governo italiano dell'epoca.
Questo per
comunista equivale ad essere
il popolo piu' solo della terra.
E gli altri
popoli oppressi? quelli non godono della sua simpatia?
Devono essere arabi o niente, se no che senso avrebbe
la pagliacciata del copricapo arabo sulla sua capoccia?
"«È
legittimo criticare il governo israeliano"- dice Ovadia.
Certo ma non l'ho mai sentito criticare Arafat, la sua
violenza e le sue stragi inoltre come mai lui, che si
definisce ebreo, non e' mai venuto a dare la sua solidarieta'
al popolo israeliano sottoposto a un periodo di stress
disumano. Il popolo non ha niente a che vedere col governo,
no?
Perche',
Moni Ovadia? Indossare la kippa' davanti a bambini
e civili smembrati e bruciati le avrebbe rovinato la
reputazione?
Si puo'
essere ebreo, comunista , filopalestinese? Ma si,
si puo' essere anche talebano e americano, si puo' essere
tutto, all'epoca di "Viva Trieste Italiana" c'erano triestini
italiani che urlavano "Zivio Tito- Viva Tito"e sparavano
contro i loro concittadini.
Non e' obbligatorio
amare la propria gente, ne' e' obbligatorio stare
col proprio popolo minacciato di annientamento, ne' sentirsi
vicini agli ebrei ammazzati da islamici in Europa,
o provare un po' di simpatia per gli israeliani disprezzati,
insultati, boicottati a livello internazionale.
Non e' obbligatorio
che un ebreo ami Israele, altri ebrei stanno dalla
parte di chi ne vuole la distruzione, liberta' di pensiero
innanzitutto, ma chissa' perche', di fronte ai rinnegati,
provo un senso di grande e irrefrenabile disprezzo.
E' piu'
forte di me.
Deborah Fait - informazionecorretta
Convegno Confindustria: applausi a Silvio Berlusconi,
fischi a Della Valle
Alla
fine il Silvio Berlusconi ci ha ripensato ed è
andato al convegno di Confindustria in corso a Vicenza.
Rompendo gli schemi previsti dalla sessione di
lavoro degli industriali, il premier ha tenuto un intervento
che ha scaldato gli animi della platea.
Prendendo
spunto da una domanda sul fabbisogno energetico,
Berlusconi si è alzato in piedi e ha iniziato
ad elencare i risultati del suo governo, rivolgendosi spesso
agli industriali utilizzando il "noi":
"Non lasciamoci prendere dal pessimismo, facciamo meno vacanze
e stiamo a casa a lavorare. Non si porta avanti l'Italia
piangendosi addosso". Poi l'attacco: "Dov'è questa
crisi? La sinistra e i suoi giornali si inventano il declino
per andare al potere". E rivolgendosi a Diego Della Valle:
"Gli imprenditori che stanno a sinistra hanno scheletri negli
armadi, sono sotto il manto protettivo della sinistra e di
Magistratura democratica".
Alla fine dell'intervento,
Della Valle ha chiesto di intervenire per replicare, ma i fischi
che si sono levati da parte della platea lo ha costretto
a rinunciare.
Convegno Confindustria: Gelo e mugugni per Prodi
Non
entusiasma, non emoziona, non scuote. Nemmeno quando
promette che il costo del lavoro sarà ridotto
di 5 punti non riesce a strappare un applauso. Di fronte
a circa 6.000 imprenditori assiepati nella grande
sala congressi della Fiera di Vicenza per il convegno di Confindustria
su «Concorrenza bene pubblico», Romano
Prodi esegue una partitura che non entusiasma. Sembra
una Confindustria diversa da quella di cinque anni fa quando
a Parma si spellava le mani per scandire il discorso di Berlusconi.
Ora il clima è di chi non crede più alle promesse,
che non è disposto a firmare cambiali in bianco a nessuno,
che non si lascia blandire. «Non accettiamo di farci
tirare per la giacca e che all'interno di Confindustria ci siano
dei partiti: c'e solo il partito degli imprenditori che investono.
Dobbiamo essere tutti uniti», ha detto nella riunione
di ieri della Consulta dei presidenti delle associazioni
territoriali e di categoria il presidente di Confindustria
Montezemolo. Il parterre tra cui figurano i big dell'imprenditoria
segue con attenzione ma silenzioso le domande che 13 imprenditori
seduti sul palco sciorinano al professore. L’esposizione di
Prodi risulta piatta e monotona. E viene accolta con silenzio
la promessa che «l'Irap sarà corretta ma non
cancellata» anche perchè porta un gettito di 35 miliardi.«L'abbassamento
del cuneo fiscale è già un passo in avanti
affinchè il costo del lavoro pesi meno nel calcolo dell'Irap».
Quanto alla riduzione di cinque punti del costo del lavoro Prodi
ammette che «non è una cosa facile» e comunque «serve
avere in mano la Trimestrale prima delle elezioni per avere
la reale dimensione dello stato dei conti pubblici». E
sempre in tema fiscale il professore sottolinea che l'obiettivo
è di un fisco «neutrale, ovvero una fiscalità
uguale per le rendite e il lavoro» e attacca la legge
sul risparmio del governo Berlusconi: «Con i furbetti
del qartierino sarebbe stata opportuna una buona tassazione».
Il leader dell'Unione strappa un debole applauso quando
dice che le direzioni in cui si muoverà l'Unione saranno
«gli aiuti alla crescita dimensionale delle imprese e
l'innovazione». Altro tema che sta a cuore agli industriali
è quello della flessibilità del lavoro. Prodi rivendica
la primogenitura delle forme di flessibilità al suo governo
e poi afferma che semmai la priorità del centrosinistra
è di «combattere il precariato sistematico».
Come? Avvicinando il costo del lavoro precario a quello
a tempo indeterminato «per non avere lavoro a tempo
determinato in modo ripetitivo». In sala qualcuno mugugna.
Il clima non si riscalda nemmeno quando dice che i conti pubblici
«sono fuori controllo». Tant'è che, avverte,
«serve una Maastricht interna per mettere sotto controllo
le spese centrali e locali». Arriva quindi la domanda
sul caso Enel-Suez e Prodi rilancia il tema del «rafforzamento
delle imprese per evitare di essere prede e diventare cacciatori».
Poi quella sul rapporto con i sindacati e lui rilancia la concertazione
con a quale, sostiene, anche il caso del traforo della Val
di Susa sarebbe stato risolto. Prodi striglia gli imprenditori
sulle liberalizzazioni, per le quali, dice, si sarebbe aspettato
un intervento più forte. E annuncia un rafforzamento delle
Authority che «in questi cinque anni sono state umiliate»
e la crezione di una Authority delle reti. Arriva a promettere
un viceministro per le piccole e medie imprese. Il Professore
affronta anche il tema del nucleare e dice che la linea è
di «continuare la ricerca ma non avviare la costruzione di
nuove centrali». Bisogna invece «continuare la trasformazione
delle centrali a carbone» e si dice favorevole alla
prosecuzione dei lavori della centrale Enel di Civitavecchia.
Quanto al costo dell'energia il professore promette che in
cinque anni «sarà ridotto del 20%». Il leader
dell'Unione individua quindi nel sistema dei distretti la formula
per far crescere le imprese. La platea lo segue attento in silenzio.
L'applauso è per la legge elettorale. Prodi dice chiaro e tondo
che farà di tutto per tornare al maggioritario. «Un
referendum c'è già stato, quello che ha portato l maggioritario
e io sono ancora fedele a quel referendum». Di qui l'impegno
a una nuova legge che «assicuri stabilità».
L'intervista si conclude con un debole applauso più di
circostanza che di convinzione. I big industriali, di Montezemolo
a Tronchetti Provera a Pistorio, guadagnano l'uscita senza sbilanciarsi
nei commenti.
Dall’inviato del Il Tempo LAURA DELLA PASQUA
PRODI RICONFERMATO
Romano Prodi
è uno dei politici più grigi apparsi
nel panorama politico italiano negli ultimi venti anni.
Non solo
è un tipo poco comunicativo ed ha una scarsa dialettica,
ma non esprime nessun valore politico particolare, una
precisa filosofia politica - se non una vagamente democristiana
" aggiornata " - e soprattutto è uomo assolutamente
incapace di assumere comportamenti coraggiosi o di
prendere posizioni critiche.
L'ennesima
conferma la si è avuta con la mancata partecipazione
alla manifestazione di Milano, organizzata dai commercianti
per il 16 di marzo per protestare contro le inaudite e
comunistiche violenze organizzate da esponenti dei centri
sociali. Quando si tiene un comportamento come questo,
che nel caso è un comportamento omissivo, ogni residuo
dubbio svanisce ed i fatti rivelano con certezza quella
che è la realtà, come non potrebbero fare pagine
e pagine dei giornali ( o per esempio 260 pagine di un fantomatico
programma ). Prodi è arrivato al punto di disertare la
manifestazione dopo aver già confermato la sua partecipazione,
segno evidente che la sua presenza a Milano non era gradita
ed era così sconsigliata da preferire la figuraccia
della sua marcia indietro. Ma, non gradita a chi ? Ai suoi soci,
ai suoi alleati ed in primo luogo ai referenti politici dei delinquenti
che hanno provocato danni fisici e materiali in Corso Buenos Aires,
cioè ai comunisti, rifondaroli e italiani, ed in parte ai
verdi. Ho detto in primo luogo, ma in secondo luogo la presenza
del Professore non sarebbe stata gradita neanche ai suoi danti causa
dei DS, perchè gli avrebbe alienato le simpatie, cioè
i voti, dei partiti rosso-verdi di cui sopra . Qualche dubbio dunque
sul vincolo che lega il centro-sinistra alla sua piccola, ma abbastanza
consistente, ala estrema, se non uno, e dicasi uno, degli esponenti
dello schieramento si è sentito di esprimere solidarietà
ai commercianti e condannare l'idiozia più fanatica e
dannosa con la sua presenza ?
Rimane
qualche considerazione finale.
Prodi dice
di non aver partecipato perchè temeva l'ostilità
dei partecipanti : tutto qua il suo coraggio ? Gli organizzatori
non erano dei politici, ma i commercianti e poi se
è tanto suscettibile da ferirsi per qualche cartello
critico, qualora dovesse riversarsi su di lui la metà
del livore normalmente riservato per Berlusconi, cosa farà,
si barricherà in casa e non uscirà più ?
Poi,
tutto l'ottimismo della cosiddetta Unione in merito
alla vittoria prossima ventura, a sentir loro il voto
pare quasi una formalità, nasconde in realtà
una consistente paura, visto che il timore di perdere
qualche percentuale dei comunisti impedisce ai suoi esponenti
di condannare la violenza più inaudita, perchè
quei voti sembrano maledettamente indispensabili.
Infine,
non si può non ribadire che, anche nel caso di
sventurata vittoria sinistrorsa, questa sarà
abbastanza risicata, mai netta, per cui Prodi sarà
più che mai ostaggio di tutti i suoi danti causa, soprattutto
di quelli più intolleranti e proni alla violenza, ed
allora cosa potrà combinare questo logoro Don Abbondio
bolognese ?
Rifletterà
certamente sull'ossessivo richiamo alla serietà,
perchè si farà sempre più serio, serio,
serio.
LUCIO
SERGIO CATILINA
Berlusconi: il
Professore scappa dai non violenti
I palazzi sono ancora anneriti e danneggiati
dalle fiamme che hanno messo a ferro e fuoco Milano
nel sabato di guerriglia urbana. E Silvio Berlusconi,
avvolto da un serpentone di folla appassionata ma questa
volta pacifica, non trattiene lo sdegno: «Prodi
è scappato un'altra volta. Dobbiamo dire no alla
doppiezza di chi si dichiara contro la violenza e poi lascia
che venga regolarmente praticata nel proprio ambito».
Il presidente del Consiglio è a Milano per la manifestazione
voluta dai commercianti per protestare contro la barbarie
che ha devastato corso Buenos Aires,
e cammina lungo tutto il percorso del corteo, sorride
e stringe mani, chiede agli uomini della sicurezza
di lasciar passare i milanesi (e sono tanti) che
si accalcano per parlargli.
Si mescola con la folla, che lo trascina di qua e
di là e poi ancora di qua, una fisarmonica in movimento
continuo. Il premier commenta l'assenza dei leader
del centrosinistra senza stupore: «Prodi e Fassino
non sono venuti perché sarebbero stati accolti da una
bordata di fischi. È evidente il loro timore di
venire contestati, non soltanto dai commercianti ma dai
cittadini milanesi che non ne possono più di questi
fatti che attentano alla vita civile in una città calma e
tranquilla come Milano». E i milanesi, spiega, avrebbero
accolto a fischi Prodi perché «non sopportano chi
applica la violenza nelle manifestazioni quando si tratta
di dire no a un traforo, a un'opera di protezione ambientale e a
tutto ciò che significa modernizzazione del Paese».
Lui non crede ai distinguo di chi separa la sinistra barricadiera
e violenta da quella moderata: «Non è accettabile
la decisione di chi porta in Parlamento rappresentanti e leader
di questi gruppi».
I cittadini che riempiono corso Buenos Aires gli
fanno eco con ritornelli, striscioni, coretti.
«Fuori la sinistra dalla manifestazione»,
e ancora: «Forza Milano pensaci tu, di Prodi
non ne possiamo più». Quando il corteo
raggiunge corso Venezia, la gente chiama «Sil-vio»,
«Sil-vio» ma Berlusconi preferisce non salire
sul palco dal quale invece solo parla il presidente
dell'Unione del commercio,
Carlo Sangalli. «Non sono intervenuto perché
sono qui per esprimere solidarietà e non per motivi
politici» spiega alla fine della manifestazione
parlando proprio con Sangalli, con la candidata sindaco
Letizia Moratti e con il primo cittadino Gabriele Albertini,
che hanno seguito passo per passo il corteo e tentano di glissare
sulle polemiche. Dice Moratti: «Vorrei lasciare la politica
fuori da questa serata, una serata dedicata ai cittadini».
E Albertini: «Sono qui per solidarietà alla città».
Il
leader dei commercianti non nasconde la sorpresa
per l'assenza del candidato premier dell'Unione,
che ha disertato la manifestazione all'ultimo momento.
Sangalli è stupito: «Mi spiace che Prodi
non abbia partecipato alla fiaccolata. Secondo me poteva
partecipare benissimo. Mi ha telefonato per esprimere piena
e convinta solidarietà, cosa che io ho il dovere e
il piacere di riportare. Mi pare di poter dire che forse il
motivo per cui Prodi non è venuto era quello di non
dare disturbo, di non creare problemi ad una manifestazione che
doveva scorrere in maniera corretta senza nessuna smagliatura».
Sfilano i leader del centrodestra, a partire da
Gianfranco Fini, che per qualche minuto cammina
fianco a fianco al premier e chiacchiera con lui.
Fini non risparmia l'ironia su Fassino e Prodi: «Se
hanno preso a pretesto per non venire un manifesto di Alleanza
Nazionale in cui c'è scritto: “no ai prodi autonomi”,
va ricordato che Prodi è un aggettivo plurale fino
a prova contraria e non il nome di un professore». E
ancora: «Credo che fosse doveroso partecipare, soprattutto
dopo aver stigmatizzato con le parole questi incidenti.
Questo dimostra che hanno la coda di paglia».
Ancora più esplicito il capogruppo di An alla
Camera, Ignazio La Russa: «Prodi ha fatto
bene a non venire, forse pensava che la piazza fosse
come uno studio televisivo dove si parla due minuti alla
volta e nessuno può fischiare. Forse faceva meglio
a andare a manifestare per quelli che hanno fatto gli
scontri come hanno fatto altri della sua coalizione. Non si
può avere tutto, candidare gli estremisti della coalizione
e poi scaricarli alla prima occasione».
Non è da meno il leghista Roberto Calderoli:
«Credo sia imbarazzante per chi è candidato
e sostenuto da esponenti di frange estreme. Dopo
ciò che è accaduto resta solo il terrorismo».
Da Il Giornale
FUORI COME UN (FAMOSO)
BALCONE
Il nuovo ordinamento giudiziario "sconvolge le regole:
queste sono riforme che servono per distruggere".
Lo ha sostenuto il Presidente della Cassazione,
Nicola Marvulli, nel corso del convegno di Magistratura
Indipendente, aperto oggi a Firenze. Da qui un preciso
invito "a chiunque sia al comando", nella prossima legislatura.
"Con tutto il rispetto per il Parlamento - ha spiegato
Marvulli - in Italia c'e' l'abitudine a fare riforme
tecniche d'iniziativa parlamentare. Ma riforme cosi' devono
essere affidate assolutamente a commissioni tecniche specifiche".
Marvulli ha poi ricordato come i magistrati sono stati "vilipesi,
offesi". "Ma la magistratura - ha concluso - sa compattarsi,
come ai tempi del terrorismo. Persino il fascismo creo' i tribunali
speciali, non potendo utilizzare ai suoi fini la magistratura
ordinaria. In questo momento registro sofferenza e, profondamente,
incertezza, perche' il nuovo ordinamento giudiziario sconvolge
le regole e queste sono riforme che servono per distruggere".
Massima del giorno
Chi offre un favore sembra
chiederlo.
G.P.
VINCE IL CENTRO-SINISTRA
Nessuno conosce
il futuro. È inutile cercare di dire oggi chi
e come vincerà le prossime elezioni politiche.
Ma è interessante fare l’ipotesi che le vinca il centro-sinistra,
perché in questo caso il governo si troverà
ad avere come entusiastici alleati i docenti; il più
grande sindacato; tutti i giornali (salvo trascurabili eccezioni);
i poteri forti; i magistrati; la Confindustria e la grande
finanza; la Rai, in grande misura Mediaset e infine tutti
gli intellettuali: chi non sarebbe terrorizzato da un simile schieramento
di sostenitori?
L’aggettivo non
deve sorprendere. Se si partecipa ad una gara da sconosciuti
può andare solo bene. Se si arriva ultimi al massimo
se ne dispiacerà la famiglia, se si arriverà primi sarà
un trionfo. Se al contrario si parte favoriti, se tutti dicono
che si dispone del migliore telaio, del migliore motore, dei
migliori pneumatici e si è in pole position, chi non sarebbe
terrorizzato? In queste condizioni si può solo perdere.
Oggi l’Italia non
ha più l’indipendenza monetaria, i vincoli
comunitari le consentono solo una limitata libertà
economica e vive una crisi che sembra irreversibile a causa
della concorrenza di un Estremo Oriente produttore a costi
bassissimi degli stessi beni. Inoltre i partiti di centro-sinistra
si sono accordati su un programma puramente ottativo,
cioè indicatore dei risultati desiderabili piuttosto
che dei mezzi atti a conseguirli. I fini – la moglie ubriaca
accanto alla botte piena – sono facili da enunciare, i mezzi sono
difficili. A volte difficilissimi. Ogni azione dunque – ammesso
che se ne escogiti una - sarà segno di contraddizione
e susciterà la risoluta opposizione dell’alleato che non
l’ha in concreto sottoscritta.
In queste condizioni
il governo Prodi sarà paralizzato e non potrà
fare miracoli. Anzi, sarà un miracolo se non andrà
indietro. Non lo si dice per ostilità – ché
tutti preferiremmo prospettive positive, per l’Italia - ma
per fornirgli una difesa preventiva. Il fatto è
che, con le premesse attuali, non si vede nessun altro possibile
risultato della vittoria del centro-sinistra.
Si sbaglia però
chi però pensasse che, se le cose andranno così,
fra un paio d’anni i giornali ne daranno atto. La gente
sarà scontenta e delusa ma la pubblicistica non lo sottolineerà.
In Italia, se Berlusconi cammina sull’acqua i media
dicono che non sa nuotare, se Prodi affoga dicono che sta
nuotando sott’acqua. Il pregiudizio ideologico acceca. E visto
che, come si diceva prima, il centro-sinistra ha dalla sua i
magistrati, gli intellettuali, la Rai… In musica, in questi
casi, si scrive semplicemente: da capo.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 17 marzo 2006
IL PROBLEMA ENERGETICO
La BMW promette
un’auto all’idrogeno, come prototipo, fra due anni.
La commercializzazione dovrebbe invece avvenire verso
il 2010. Una buona notizia o una bufala, come tante altre
volte?
L’automobile all’idrogeno potrebbe
essere fabbricata già domani e sarebbe una benedizione,
perché non inquina affatto, ma il problema
è quello del carburante: dove trovare l’idrogeno
a costi accessibili? Non solo esso non esiste allo stato libero,
ma per estrarlo dall’acqua ci vuole molta elettricità;
e per avere l’elettricità ci vuole molta energia, derivata
dal carbone, da una cascata, dal petrolio o dal nucleare.
Insomma con l’idrogeno il problema dell’energia non solo non è
risolto, ma è aggravato, nel senso che per avere x energia
dall’idrogeno, bisogna spendere 2x di altra energia. E allora,
quale sarà il futuro?
In prospettiva
si possono immaginare due scenari. Secondo uno scenario
pessimistico, se tutto andrà come va oggi, è
ovvio che il petrolio andrà ad esaurirsi e la benzina sarà
ricavata, con alti costi, dal carbone, dalle sabbie petrolifere
del Canada, o dai vegetali. Andare in automobile diverrà
un lusso che non tutti potranno permettersi. La mobilità
diverrà molto minore. Non ci si potrà permettere di
abitare fuori città, come si fa oggi, perché
andare avanti e indietro con l’automobile costerà troppo.
I supermercati fuori città saranno meno accessibili e si
dovrà preferire il negozietto sotto casa. Ne potrebbe venire
rivoluzionata la vita come la concepiamo oggi. Né ci si deve
stupire che la società possa “andare indietro”. La cameriera
è stata un’istituzione per millenni e oggi è quasi
una rarità; anche le signore ricche devono sporcarsi le mani.
La stessa parola “servitù” è desueta ed è un bene:
ma questo prova che una comodità, una volta acquisita, non
è detto sia lì per sempre. L’automobile, oggi solo
oggetto difficile da parcheggiare, potrebbe tornare ad essere un
lusso di pochi.
Lo scenario ottimista
richiede meno parole. Se gli scienziati riuscissero
ad acchiappare il sole, se cioè riuscissero a realizzare
la fusione fredda (la potenza della bomba atomica o all’idrogeno
divenuta mansueta e maneggiabile), l’umanità disporrebbe
di una fonte infinita di energia e potrebbe a questo punto
produrre una quantità indeterminata di elettricità.
E, con l’elettricità, una quantità enorme di idrogeno
a basso prezzo. A questo punto i paesi sviluppati sarebbero
autonomi dal punto di vista energetico e i paesi arabi potrebbero
chiudere bottega. Il petrolio rimarrebbe prezioso per le materie
plastiche e tutti gli altri derivati (è un delitto bruciarlo,
come si fa oggi) ma l’abbondanza di energia trasformerebbe il
mondo (anche politicamente) nel giro di qualche anno.
Il problema è:
riusciranno gli scienziati a realizzare la fusione
fredda? Nessuno può dirlo. Ciò che sembra facile
può non essere lo stesso realizzato, malgrado gli
enormi progressi della scienza: per esempio dalla fine dell’Ottocento
ad oggi non si è riusciti a creare accumulatori
elettrici di grande potenza e di poco peso: ed è la loro
inesistenza che ha impedito la nascita dell’automobile elettrica.
Al contrario, ciò che sembra difficile può essere
a volte realizzato: l’atomo, che per sua stessa definizione,
era inscindibile, ad Hiroshima s’è scisso, eccome.
Le persone anziane
possono discutere di questi problemi sorridendo e
per passare il tempo, i giovani invece dovrebbero pensarci
più seriamente: loro ci saranno, quando lo scenario
pessimistico o quello ottimistico si realizzeranno.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 17 marzo 2006
«Raibufale24 international»
Sigfrido Ranucci
è quel giornalista al servizio della più
bolscevica televisione del mondo occidentale, diretta
del postcomunista Roberto Morrione. Rainews24 purtroppo
è vista da pochi italiani, viceversa il Cav. non avrebbe
bisogno di fantomatici sondaggi americani per godersi
il sorpasso su Prodi. Nei mesi scorsi, il tosto Ranucci aveva
fatto uno scoop mondiale sull’uso illegale del fosforo bianco
a Fallujah da parte degli americani, finito poi in barzelletta
ancor più del Nigergate di Bonini&D’Avanzo. Ieri
la rivista americana molto di sinistra che si chiama Salon ha svelato
un altro clamoroso falso della tv italiana al servizio dei repubblichini
di Tikrit: il famoso prigioniero incappucciato di Abu Ghraib,
nei giorni scorsi intervistato dal New York Times e in precedenza,
in anteprima mondiale, da Raibufale24, non è affatto l’uomo
ritratto in quelle terribili fotografie che un bravo soldato dell’esercito
americano, nel dicembre 2003, aveva consegnato ai suoi superiori,
denunciando così lo scandalo di Abu Ghraib. Quell’uomo spacciato
per l’incappucciato dal giornalista italiano prima e dal New York
Times poi, era un altro. Ovviamente non si può escludere che
anche il gerarca baathista Ali Shalal Qaissi sia stato a sua volta
incappucciato, ma è difficile e certamente non è l’uomo
delle fotografie. Salon lo ha svelato, il Pentagono lo ha confermato, infine
lo ha ammesso anche il New York Times. Il giornale newyorchese ha subito
riconosciuto l’errore, pubblicando due articoli, e ha immediatamente aperto
un’inchiesta interna come nel caso del falsario Jayson Blair. Il sito
di Raibufale24 fino a ieri sera non riportava la notizia. Il falso incappucciato,
tra le altre cose, aveva detto a Ranucci che tra i suoi torturatori
c’erano anche agenti italiani o che parlavano italiano, quando è
notorio che il Pentagono vieta categoricamente alle società
di contractors di assumere cittadini non americani. Eppure Prodi e
la sinistra intorno a quell’intervista di Ranucci hanno fatto
un gran baccano, anche parlamentare. Esattamente come fecero Fassino
& co. ai tempi della “strage nascosta” di Fallujah, anch’essa
opera dell’ingegno congiunto di Ranucci, Raibufale24 e di qualche
nostalgico del dittatore nazionalsocialista. Ranucci, a differenza
di oltre 200 giornalisti internazionali, non era presente alla battaglia
di Fallujah, eppure secondo il suo reportage gli americani hanno
usato gli elicotteri per sganciare gas proibiti sui civili, come
e peggio del Vietnam col napalm. Gli analisti militari hanno smontato
punto per punto la ricostruzione di Ranucci e finanche il marine
“pentito” è stato costretto a smentire e ad accusare Raibufale24
di essere stato citato fuori dal contesto. Il presidente della Rai,
Claudio Petruccioli, e i più seri esponenti del centrosinistra
non hanno niente da dire su Raibufale24?
Da
"Il Foglio" del 15 marzo 2006
MOLLICHINE
Devastazioni
milanesi. Caruso: "Prima di condannare cerchiamo
di capire se ci sono state provocazioni..." Per esempio
se nel Mac Donald's i bambini si mettevano le dita
nel naso.
Prodi
ha promesso un po' di felicità. E io non vorrei
avere scritto, anni fa: "Se arriva qualcuno e promette
la felicità a tutti, sparategli senza neanche dargli
il tempo di spiegare come intende fare. Sarà il
costo minore".
Sedici
milioni di spettatori per il dibattito Prodi-Berlusconi.
E almeno dieci milioni di sonniferi risparmiati.
Prodi:
"Noia? Non siamo mica ballerine". C'è qualcuno
che, guardandolo, l'ha preso per una ballerina?
Bertinotti:
"Ringrazio Prodi per avermi definito uomo d'onore".
Peccato che la definizione sia stata coniata per gli
assassini di Cesare.
La famiglia
Benetton sta valutando l'ingresso (5%) in Rcs. Tutti
vogliono comprare il "Corriere". Io sono più
furbo: lo scarico gratis.
Abu
Mazen su Gerico: "E' stato un atto criminale". Mentre
liberare gli assassini di un ministro israeliano sarebbe
stato un atto di giustizia.
Hamas,
sarà invitata a parlare al Consiglio Europeo
ad aprile. Al rinfresco che cosa offriranno, cadaveri di
ebrei?
Saddam:
"resistere all'invasione, non uccidersi a vicenda".
Perfino lui è più ragionevole di al Zarkawi.
Gianni Pardo
Note sparse, perse,
arse
Tra
mutevoli giravolte e colpi mancini ...
Non
dura mai troppo a lungo ciò che piace senza fine.
(Rutilio Namaziano)
...
la parola e le categorie del linguaggio non regolano
niente
L'apatia
è l'esigenza della sovranità che si
afferma mediante un'immensa negazione
Il
gioco è fatto. Dunque finito.
Pensando
alla cravatta di Capezzone: Eccome no. La tentazione
esemplificativa è tanta, dal neocon al neoprod,
il passo è infinito ma l'intrinseco divertimento
(spero) è, più che ragionamento politico,
saltellante godimento markettaro (inteso nel senso
chiambrettiano)
Fine
"onorevole" di una carriera politica, nascita di
una nuova maschera italiana
Pulcinella, Balanzone, Arlecchino dovranno sgomitare
per restare
Il
grande vecchio, sponsor della verità e della tradizione
lib-lib-lab ha deciso, bevendo la pozione dell'Alice
socialista, di giocarsi la carta dell'esserci, e ci sarà
Peccato
che l'esserci -questo il senso della vita- non è
la premessa alla felicità ma è come incominciare
a partire
Partire
è un poco morire
Auguri,
comunque, e, come diceva Flaiano, mi raccomando:
chi apre un periodo lo chiuda
cp, 16 marzo 2006
PRODI INFELICE
Abbiamo assistito ad uno dei tanto attesi dibattiti
TV tra i due contendenti, dibattito tenuto secondo
le famose e indispensabili regole da quiz poste
dal centro-sinistra come condizione per effettuare
il confronto: il risultato è stato un duello elettorale
abbastanza spento ed ai limiti dell'assurdo, con
il cronometro che misurava gli interventi e le risposte, ci
mancava solo una specie di " gong" che segnalasse la fine
del tempo a disposizione, col moderatore che commenta "la risposta
non è accettabile, quindi è da considerarsi
sbagliata, perché data dopo il tempo massimo "oppure"
visto che non ha risposto nei tempi previsti, dobbiamo toglierle
due punti, per cui il parziale adesso è Berlusconi 12, Prodi
11, lo sfidante può ancora farcela, la partita è
veramente emozionante ".
Detto questo, ad avviso di chi scrive, il dibattito
ha giovato a Berlusconi ed al governo in carica.
Dobbiamo considerare il contesto in cui esso è
avvenuto : siamo nel bel pieno di una violenta campagna
elettorale, con una gigantesca carica di fosforo
bianco ideologico riversato sulla popolazione civile
italiana. Questo provoca degli effetti notevolmente nocivi
sulle qualità di percezione dell'elettorato e sulla
sua capacità di giudicare la realtà odierna :
a sentire gli uomini della sinistra, l'Italia sarebbe sull'orlo
del burrone, allo sfacelo più completo, abbattuta, senza
speranza, pare che il cambio del governo sia una questione
di sopravvivenza. Uno si immagina gli italiani come persone
che meditano seriamente il suicidio o, nella migliore delle
ipotesi, la fuga dal paese, se li immagina come persone un
tempo orgogliose ed intraprendenti ed ora costrette a camminare
curve sulle spalle, con un volto precocemente rugoso, con
una voce non più squillante, ma debole e fioca, come se
provenisse da chissà mai quale recesso, come persone che
non camminano più, ma strascicano a fatica i piedi.
Con queste premesse, l'italiano medio che sente il
Presidente del Consiglio snocciolare dati certamente
incoraggianti, dati non smentiti dal concorrente,
e che denotano un'economia piuttosto funzionante, nonostante
la difficile congiuntura economica, un intervento
dello stato che non ha falcidiato la spesa pubblica a
danno dei meno abbienti ( " i più bassi " secondo Prodi
), che non ha tagliato le spese sulla sanità e che ha portato
avanti riforme certamente coraggiose nei più
svariati campi, ebbene quell'italiano medio comincia
a chiedersi, ma che cosa ho letto ed ascoltato fino
ad oggi ? I due schieramenti hanno una diversa filosofia di
governo, uno può scegliere quello che ritiene migliore,
ma non c'è nessuna catastrofe in corso e soprattutto
il programma degli sfidanti non contiene, neppure come
ipotesi, proposte nuove o idee particolari per governare
bene il paese. Le proposte di Prodi infatti, da una tassazione
equa, alla rivalutazione delle scuole di tipo tecnico, all valorizzazione
degli insegnanti, non costituiscono nulla di nuovo e soprattutto
niente che non possa essere accettato e perseguito anche dagli
altri. Questo conduce ad un altra osservazione : se questo è
l'approccio di Prodi al governo, che senso ha avuto il dar vita
ad un nuovo soggetto politico - l'Ulivo - che , clamorosamente,
non si aggiunge agli altri, ma che comprenderebbe due partiti già
esistenti al suo interno, se in fondo le proposte non sono affatto
nuove o originali, per cui ci si domanda, ma Prodi non poteva
essere semplicemente esponente dei DS oppure della Margherita?
Perchè questa finzione dell'Ulivo ?
La cosa più risibile
però la si è sentita - e veduta - alla fine.
Prodi, su evidente suggerimento dei suoi collaboratori,
con un sorriso forzato, una smorfia goffa e insincera,
ha voluto dire che vuole ricostruire ltalia per dar
modo di perseguire la felicità, affinché
gli italiani possano cercare di raggiungerla. I collaboratori
prodiani sono evidentemente dei cattivi consiglieri, perchè
nel timore che Berlusconi se ne uscisse con qualche nuovo slogan
ad effettto, hanno pensato loro a crearne uno, solo che si
tratta di uno slogan assolutamente non rientrante nelle
corde del Professore. Sentir parlare di felicità ad
uno con la faccia di Prodi e con quel sorriso è una cosa
del tutto innaturale, pare che il Professore stesso voglia
fare il venditore di tappeti, cosa che lui rimprovera
all' avversario. I collaboratori di Prodi dovevano trovare
qualcosa che si adattasse al loro cliente, ma il loro cliente
non è John Kennedy o Ronald Reagan, politici certamente
in grado di proiettare un 'immagine ottimista e quindi credibili
nel perseguimento della felicità ( e questo indipendentemente
dalla sostanza ) ; il loro cliente è quanto di più
grigio e poco esaltante si possa trovare in giro, per cui dovevano
trovare un valore che Prodi potesse incarnare, la serietà
potrebbe andare ( anche perchè uno con un'espressione
fissa così accigliata e stizzita, altro non può suggerire
), ma appiccicargli addosso la felicità è semplicemente
una trovata comica, materiale abbondante per uomini di spettacolo
interessati solo alla satira e non al partito, se ce ne fossero
in Italia.
Quella che qualcuno ha potuto giudicare come un'idea
geniale, ha finito con il far concludere l'intervento
di chiusura di Prodi, che ha avuto i toni sempliciotti
e bonaccioni di un parroco di provincia, in maniera davvero
infelice.
LUCIO SERGIO CATILINA
SONDAGGIO& BUFALE DEL CORRIERE ON LINE
Detto tra di noi, il primo confronto televisivo tra
Berlusconi e Prodi è stato di una noia mortale,
con un Berlusconi meno brillante del solito ma
puntuale nel difendere i 5 anni del suo governo e il solito
Prodi statalista che più statalista non si può.
Domani -sicuro- i giornali, a seconda della loro
linea politica, titoleranno che ha vinto quello
o quell'altro. Nessuno scandalo: questo è il gioco.
Poi c'è chi vuol strafare.
Basta andare nel sito del Corriere on line e vedere
meraviglie.
C'è uno spazio dedicato agli interventi
dei lettori e l'intervento in evidenza
è quello di un certo Paolo (2006-03-15 00:13) che scrive:
Sono liberale e pensavo di votare
a dx ma dopo aver visto il dibattito voterò Prodi.
Un economista preparato è quello che serve al paese.
Silvio, mi hai deluso :-(
Maddai, secondo voi un liberale orientato
a votare centro destra, dopo aver sentito il Prodi
del più tasse sulle rendite e viva la concertazione,
voterebbe Prodi? Infatti il messaggio evidenziato
puzza lontano un miglio, basta cliccare su
Paolo (provare)
e salta fuori questo indirizzo email:
.@hotmail.com
...
Ma non è finita. Il Corriere on line apre un sondaggio
(?) tra i lettori. Questi i risultati
(scaricato
alle ore 0,44):
"Nel primo
duello televisivo tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi
chi vi ha convinto di più?
Silvio Berlusconi - 60.36%
Romano Prodi - 35.42%
Nessuno dei due - 4.21%
Numero votanti: 50369"
Poi il "sondaggio", evidentemente non gradito,
è sparito...
cp, 15 marzo 2006
Ma la par condicio,
Rabbino?
Il Rabbino Capo di Roma Rav Riccardo Di Segni
e' andato in visita in moschea per esprimere solidarieta'
all'Islam a causa delle famose vignette danesi,
per dichiare che ebrei e musulmani sono fratelli e auspicare
quindi il dialogo tra gli uni e gli altri.
Nobile iniziativa che io pero' ritengo inutile
e anche controproducente.
Diciamo che parlare di fratellanza mi pare esagerato
e, anche se e' vero che entrambi i popoli
discendono dai due figli di Abramo, Ismaele e Israele,
non possiamo dimenticare che oggi, dopo qualche migliaio
di anni, siamo meno che cugini alla lontana e si sa che
i cugini non vanno sempre d'accordo, spesso nemmeno si
conoscono e quasi sempre si detestano.
Nobile iniziativa del Rabbino Di Segni dunque ma
anche pericolosa perche' non ho sentito nessuna
dichiarazione di fratellanza dall'altra parte e
alle generose parole di fratellanza del rabbino
non c'e' stata risposta con parole altrettanto commosse,
inoltre, dalle immagini trasmesse in Tv, si sono visti
accanto al Rabbino Capo soltanto molti personaggi
laici, di imam neanche l'ombra e, se c'erano, stavano ben nascosti.
Forse sbaglio ma amo essere pratica e vedo che
dei due piatti della bilancia uno pende pericolosamente,
anzi e' solidamente appoggiato per terra. Che
dico, appoggiato? Cementato, inchiodato, avvitato da 1400
anni di "ebrei figli di scimmie e maiali".
Vediamo cosa possiamo mettere nel piatto cementato
a terra mentra l'altro vola in alto pieno di
illusioni destinate a fallire:
Da molti secoli, esattamente
14, il mondo islamico parla con odio degli
ebrei e nei paesi musulmani gli ebrei sono
sempre stati trattati da dhimmi, spesso perseguitati,
sovente ammazzati, sempre discriminati.
Silenzio.
Piu' di mezzo secolo fa i paesi arabo-islamici
scacciarono gli ebrei che vi abitavano da centinaia
d'anni, dopo averli depredati e perseguitati. Quasi un
milione di ebrei profughi arrivarono in Israele, piccolo,
povero e aggredito dalla prima lunga guerra panaraba per la
sua distruzione .
Silenzio.
Dalla creazione dello Stato di Israele moderno,
in tutto il mondo arabo-islamico non passa giorno
che non si pubblichino vignette antisemite, che
non si trasmettano film e documentari in cui gli ebrei
vengono accusati di delitti spaventosi , tipo bere il sangue
di bambini musulmani e altre fantasie diaboliche. Si sa
che Mein Kampf e' il libro piu' venduto quindi piu' letto
in tutto il mondo araboislamico.
Silenzio.
Dalla creazione dello Stato di Israele moderno,
tutto il mondo arabo islamico ha auspicato e
ha tentato di provocarne la distruzione.
Silenzio.
Per 40 anni Arafat non ha detto altro e adesso
Hamas aspetta di poter realizzare il sogno.
I media palestinesi avvelenano l'animo della
gente scrivendo e trasmettendo propaganda antiebraica,
non solo antiisraeliana, ed esaltando il ruolo dei
terroristi assassini.
Silenzio.
Esistono interi volumi di vignette antisemite pubblicate
dai media islamici che nulla hanno da invidiare
a quelle naziste di triste memoria, anzi si puo' dire
che l'allievo superi il maestro.
Recentemente, quasi quotidianamente, il presidente
iraniano Ahmadinejad fa comizi in cui dichiara
di voler distruggere Israele.
Silenzio.
Lo stesso presidente nega la Shoa', come molti altri
leader islamici , compreso ...ehm il palestinese
Abu Mazen....
Silenzio.
Infine sempre in Iran
e' stata promossa una gara di vignette per deridere
la Shoa' , cioe' per sghignazzare su sei milioni
di ebrei gasati e bruciati in Europa, e ne sono gia' arrivate
200 al quotidiano iraniano "Hamshahri". Il concorso
e' stato lanciato in risposta alle vignette su Maometto
pubblicate in Europa e come sempre chi viene coinvolto
anche se innocente? Gli ebrei naturalmente, oggetto millenario
del loro odio.
Silenziooooooo.
In Europa e' in atto un'ondata spaventosa di antisemitismo
ravvivato dalla presenza di milioni di
arabi musulmani vomitanti odio contro gli ebrei
e ricordiamo che poche settimane fa un gruppo di
afro-arabi rapi', torturo' e uccise una ragazzo ebreo di
Parigi , Ilan Halimi, solo per motivi razziali.
Silenzio.
Questa mattina, solo questa mattina, ho avuto un
brivido di orrore giu' per la schiena ascoltando lo
scrittore Franco Scaglia dichiarare a Unomattina,
davanti a un sorridente e scanzonato Luca Giurato,
che Gerusalemme non deve essere la Capitale di
Israele ma citta' aperta e sede internazionale
dell'ONU. Giurato non ha avuto nemmeno il buon gusto e l'intelligenza
di prendere le distanze da un simile vergognoso disconoscimento
della Capitale di uno Stato Sovrano amico dell'Italia.
Silenzio silenzio silenzio.
Si solo silenzio! Per tutte
queste offese, assassini, ingiustizie, razzismi
vari mai nessun leader islamico ha protestato e si
e' sognato di chiedere scusa e neppure ieri che avrebbero
avuto l'occasione per farlo e' stata detta una sola
parola di solidarieta'. Si sono limitati ad accettare graziosamente
le parole toccanti del Rabbino, con freddezza e superbia.
Questa almeno e' l'impressione avuta da lontano
e non credo sia un'impressione sbagliata.
Solo silenzio dunque, mutismo che fa pensar
male soprattutto tenendo conto che in italia
esiste un'Ucoii che di odio si nutre e che dichiara
attraverso il suo segretario generale che presto
in Italia i musulmani saranno la maggioranza, sempre
grazie a quelle famose pance delle loro donne che fanno
3.8 figli cadauna, secondo lui, e forse anche di
piu', secondo me.
A questo punto e' lecito chiedersi: ma che senso
ha? Perche' cristiani ed ebrei spendono tempo e
forze per tendere mani e piedi verso l'islam se non
esiste una minima reciprocita'?
Perche' il Rabbino Capo non ha chiesto, preteso,
la condanna dell'antisemitismo da parte dei dirigenti
musulmani soprattutto dopo che Mario Scialoja ha dichiarato
polemicamente ai giornali che Elio Toaff non era voluto
essere presente all'inaugurazione della moschea , avvenuta
anni addietro, mentre la verita' che tutti ricordiamo
e' che non fu invitato?
Si vuole tentare di accativarsi le simpatie del
cosiddetto islam moderato?
Bene, magnifico! Peccato che non esista, esistono
musulmani moderati, colti, civili e intelligenti
tra cui posso nominare Shaikh Palazzi e Magdi Allam
, amici degli ebrei e di Israele, dileggiati,
disprezzati e minacciati per questo dai loro correligionari.
Basta, detti questi nomi ci dobbiamo fermare, il
resto e' un deserto di odio e nessuna dichiarazione
di fratellanza da parte degli odiati iahud
porra' fine al fondamentalismo e all'integralismo che
avvelena quelle genti da troppo tempo, inoltre e'
assolutamente inutile implorare amicizia a chi odia perche'
si corre il rischio di essere considerati tre volte ...ingenui,
illusi, deboli quindi degni di disprezzo da chi professa
la cultura della violenza e della vendetta.
Ne abbiamo un esempio
lampante in Israele dove ogni apertura del governo verso
i palestinesi viene considerata una nostra sconfitta
e una loro vittoria.
Mille anni ci separano e siccome noi non possiamo
andare indietro e loro non vogliono camminare in
avanti nella storia non sara' la buona volonta' di
ebrei e cristiani che risolvera' la situazione e che
fara' loro capire che piu' che le teste mozzate vale
il dialogo.
Sara' mai possibile dialogare con chi non si e'
mai sognato di condannare teste mozzate, registi
olandesi sventrati, ragazzi ebrei bruciati vivi,
autobus fumanti pieni di cadaveri, le Twin Towers implose
sulle vite di 3000 innocenti ?
Deborah Fait - informazionecorretta
I PROF DIFENDONO CHI
VOLLE IMPEDIRE ALL'AMBASCIATORE D'ISRAELE DI PARLARE
Firenze. Il 22 febbraio 2005 l'ambasciatore israeliano
in Italia, Ehud Gol, fu contestato da alcuni
studenti universitari - con cori inneggianti all'Intifada,
contro l' "assassino Sharon" e l' "ambasciatore di uno
stato terrorista" - durante una lezione nell'aula magna
dell'Università di Firenze sulle prospettive di pace in
medio oriente. L'edificio si riempì di agenti, sia
della Digos sia di polizia in tenuta antisommossa, che portarono
via i ragazzi; Gol riuscì a completare il discorso
dopo una ventina di minuti d'interruzione. Oggi, a più
di un anno di distanza dall'episodio, sette ragazzi del
Collettivo politico della facoltà fiorentina e tre degli
Studenti di sinistra si presenteranno davanti al giudice per
rispondere di disturbo delle occupazioni delle persone e inosservanza
dei provvedimenti delle autorità di polizia. Dodici docenti
universitari (tra cui l'ex preside di Scienze politiche, Paolo
Giovannini) hanno scritto e firmato una lettera in cui difendono
i ragazzi e criticano la decisione di invitare "un ambasciatore
direttamente coinvolto nelle scelte politiche del governo
Sharon e notoriamente schierato su posizioni di un sionismo
intransigente, assai poco incline al dialogo e alla pace".
"Su un tema complesso e incandescente come quello del conflitto
fra il popolo palestinese e lo stato di Israele - scrivono
i professori - si sarebbe dovuto procedere con estrema cautela.
Se l'intenzione era di offrire un contributo al dialogo fra le
parti, la prudenza avrebbe suggerito la presenza simultanea di
rappresentanti israeliani e palestinesi, e avrebbe consigliato
che l'invito venisse rivolto a studiosi autorevoli anziché
esponenti politici". E ancora: "Per quanto si voglia giudicare
con severità la reazione di una parte degli studenti, che
per circa quindici minuti hanno impedito all'ambasciatore Gol di
parlare, resta il fatto che la loro reazione è stata una manifestazione
di dissenso politico, per quanto rumorosa e impropria in un'aula
universitaria, nei confronti di una iniziativa sbagliata e ritenuta
provocatoria". Infine, spiegano i professori, "non vorremmo che
l'iniziativa della Procura fiorentina apparisse come un tentativo
di criminalizzare l'opposizione politica degli studenti secondo
una logica che contraddice quello che dovrebbe essere il principale
obiettivo di una università non grettamente e autoritariamente
accademica: trasmettere ai giovani un senso di responsabilità
civile che ne faccia soggetti attivi della cittadinanza democratica".
L'iniziativa dei docenti
è accolta con favore anche dalla Sinistra
universitaria (Su), associazione studentesca considerata
più moderata rispetto agli Studenti di sinistra
e ai collettivi politici. "L'episodio di contestazione
fu a suo tempo strumentalizzato - dice al Foglio Giampiero
Calapà, consigliere di Su per Scienze politiche
- Non ho condiviso la modalità, ma è
stata una contestazione legittima: a una critica verbale
non si può rispondere inviando polizia e Digos,
dunque condividiamo la decisione dei professori di
difendere i ragazzi". Secondo Calapà si tratta di una „questione
di libertà d'espressione e di dissenso che
dovrebbe essere garantita all'interno delle aule universitarie".
Il Collettivo, invece, non arretra di un passo: "E' un
fatto significativo - dice al Foglio Bernardo, un ragazzo
del gruppo - che la lettera sia stata sottoscritta da
personalità ragguardevoli come Danilo Zolo e Andrea
Proto Pisani e da docenti di procedura penale. Riteniamo
che il processo sia simbolico e politico e che sia fatto per
favorire una certa sinistra di governo; a discapito di quelle
realtà, come la nostra, antagoniste. Se si arrivasse
a una condanna definitiva, si verrebbe a creare un precedente
molto grave. Riteniamo sbagliato che si abbandonino le aule
universitarie per quelle giudiziarie". Per oggi il Collettivo
ha organizzato un presidio davanti al tribunale dove si terrà
la prima udienza.
David Allegranti, da Il Foglio
.
Massima del giorno
Poche tesi sono più difficili da confutare
di quelle fondate sull'assoluto nulla.
G.P.
MOLLICHINE
Anche dopo ciò che ha scritto Mieli il "Corriere"
rimane equidistante. Tra il centro e Diliberto.
Tanzi: "Chiedo perdono a quanti ho danneggiato".
Quanto quota, il perdono, in Borsa?
A maggio le amministrative. Pisanu: "La data è
la meno sgradita a tutti i partiti politici". Prodi:
"È una scelta sbagliata". Lui preferiva il
31 aprile.
Bossi: "Liberi se la Cdl perde le elezioni". Liberi.
Come i taxi con la bandierina alzata.
Cardinal Martino: "Non vedo perché non si possa
insegnare la religione islamica". Sunnita o sciita?
Ahmadinejad: "L'Iran è invincibile". Si comincia
così e si finisce per giocare col mappamondo,
lanciandolo fino al soffitto.
Hamas offesa: "Il piano di Olmert (frontiere)
è una dichiarazione di guerra". . Che gente!
Solo perché Hamas vuole distruggere Israele?
Solana: "L'Ue non esclude sanzioni all'Iran".
I capi di Stato si stanno alleando a fare gli
occhiacci.
Lucia Annunziata è solo un segno dei tempi.
È la riprova che, quando si abbandonano le
regole della cortesia, prima o poi si è costretti
a ricorrere al codice per far sì che ciò
che prima imponeva la buona educazione sia realizzato
con la violenza del diritto.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -13
marzo 2006
FURBETTI DEL BOTTEGHINO:
L'ANNUNZIATA NON HA SEGUITO LA LEGGE
(Apcom)
- "Lucia Annunziata non ha seguito la legge sulla
par condicio che afferma che il conduttore non
deve far trasparire le sue posizioni politiche. Io al
posto suo avrei cercato di portare fino alla fine la
trasmissione.
Berlusconi
ha attaccato la stessa giornalista e Raitre, ma l'Annunziata
l'ha seguito su questa strada. Si tratta comunque
di una brutta storia da cui tutti escono male, e che la
Rai deve evitare che si ripetono". Petruccioli ha
definito la giornata di ieri per la Rai "difficile come
tante altre ce ne sono state" e a difeso la scelta
di trasmettere l'intervista non conclusa "d'intesa con
il direttore del tg3, di Raitre, del direttore generale
perche' comunque il giudizio spetta ai telespettatori".
Il presidente di viale Mazzini ha pero' sottolineato che eventuali
sanzioni sulla non applicazione della par condicio spettano
all' Autorita' per le Comunicazioni. Da parte sua la Rai "sta
verificando continuamente in questi periodo l'applicazione della
par condicio con direttori di testata e di rete".
L’INTERRUZIONE
Un
tempo, quando la buona educazione era di moda, si insegnava
che non bisogna interrompere. Ma l’interruzione è
un errore solo se chi ha la parola è abbastanza
beneducato, a sua volta, da cederla altri in tempi
ragionevoli. Purtroppo, oggi chi comincia a parlare lo fa
a tempo indeterminato. Considera che se smettesse dimostrerebbe
un’insufficienza di argomenti. Dunque l’interruzione
è divenuta una necessità ed è nato il “moderatore”
che ha la funzione di zittire colui che ha parlato abbastanza
a lungo. Ciò malgrado, visto che a volte egli si lascia
sopraffare, non raramente la conversazione diviene una sorta
di lite e i dibattiti politici somigliano ad un mercato del
pesce.
La
seconda metà del XX Secolo è stata caratterizzata
da un’insofferenza per le regole. Si è rifiutata
ogni forma di severità e d’autorità. I genitori
non hanno più osato dare ordini ai figli, i professori
agli alunni, lo Stato a chi bloccava strade e ferrovie.
Si è contestata persino la buona lingua e ognuno
s’è arrogato il diritto di parlare in un simil-italiano
infarcito di espressioni familiari, d’inammissibili
errori e perfino, anche in pubblico e in televisione, di parolacce
inimmaginabili anni fa. La buona educazione è stata
vista come un retaggio del passato e la conversazione è
divenuta uno scontro a chi parla più a lungo, a chi grida
più forte, a chi interrompe più spesso. E ovviamente
hanno prevalso i fanatici e i maleducati.
Questo fenomeno ha avuto il
suo picco nello scontro Berlusconi-Annunziata. Berlusconi
ha tendenza a parlare troppo a lungo: lo fa perché
crede di avere troppe cose da dire e troppo menzogne da rintuzzare,
ma rimane che ha tendenza a parlare troppo a lungo. Per
un moderatore o un contraddittore, anche se il Cavaliere rimane
sempre cortese, è molto difficile riuscire ad arginarlo.
Ma Vespa, Mentana, Ferrara ed altri ce l’hanno più o meno
fatta. Stavolta inoltre, sapendo d’incontrare un’intervistatrice
puntuta e ostile, Berlusconi s’era evidentemente ripromesso d’essere
moderato e misurato. Viceversa l’Annunziata, arrogante già
di suo, era forse partita con l’idea di tenere in riga il Primo Ministro,
d’indurlo a camminare sulle zampe posteriori, a saltare attraverso
il cerchio di fuoco e a fare la riverenza a comando. S’è
presentata come una padrone di casa cui l’ospite deve rispetto e
obbedienza. Berlusconi, che un agnellino non è, quando s’è
accorto che lei non gli concedeva neppure la possibilità di rispondere
alle domande fatte, non è più stato al gioco. Nello
scontro all’arma bianca, in cui di solito qualcuno cede, non ha voluto
cedere: e si è arrivati alla rottura.
Gli
errori più grandi li ha commessi l’Annunziata.
L’intervistatore non è il padrone della conversazione
e non ha autorità sull’intervistato. Vespa,
quando qualcuno parla troppo a lungo, fa per minuti interi
con le mani il gesto di chi invita a cedere la parola: non
si mette, come l’Annunziata, a parlare a mitraglia, senza
posa, sovrapponendosi all’intervistato, senza permettergli
nemmeno di rispondere alle domande. Tanto da farsi trattare
da persona “violenta”. La giornalista è arrivata
al ridicolo di dire che l’intervistato doveva chiedere scusa
e non aveva il diritto d’andarsene, se così preferiva.
Berlusconi stavolta è del tutto innocente. E innocente
da un certo punto di vista è anche l’Annunziata: rappresenta
icasticamente lo stato attuale del giornalismo televisivo.
La
televisione ha figure mobili, come i protagonisti della
cangiante attualità, e figure fisse: in particolare
i meneurs de jeu, i presentatori e i moderatori.
Gli spettatori sono abituati a vedere sempre Baudo e solo occasionalmente
Mastella o Follini e ne deducono che Baudo è
più importante di Mastella o Follini. Ovviamente i grandi
professionisti col senso della realtà sanno stare
al loro posto: ma tutti coloro che sono pervasi dal sacro
fuoco, le Annunziate e i Santoro, coniugano la cattiva
educazione del XX Secolo con la loro passione politica
e la sopravvalutazione del loro ruolo. Con i risultati che si
vedono.
Lucia
Annunziata è solo un segno dei tempi. È
la riprova che, quando si abbandonano le regole della
cortesia, prima o poi si è costretti a ricorrere
al codice per far sì che ciò che prima
imponeva la buona educazione sia realizzato con la violenza
del diritto.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -13
marzo 2006
La religione islamica nelle
scuole
Il Cardinale
Renato Martino, preso da orgasmo di fratellanza religiosa
, propone, dietro suggerimento dei Fratelli Musulmani dell'UCOII,
quelli che vogliono islamizzare l'italia per intenderci,
di inserire nelle scuole statali l'ora di religione
islamica e di lingua araba.
Il mio primo
pensiero e' stato "Invece di eliminare l'ora di religione
cattolica e di laicizzare la scuola italiana come sarebbe
giusto, si vuole peggiorare la situazione inserendo l'insegnamento
della religione che piu' sta facendo danni al mondo!"
Madrasse istituzionalizzate
nella scuola di un paese occidentale, dunque, dove
si insegnerebbe, legalmente, ai piccoli arabi che bisogna
odiare cristiani ed ebrei.
Siamo diventati
proprio cosi' masochisti? Vogliamo essere noi a distruggere
l'Italia con le nostre mani? Ha pensato il Cardinale
che in Italia ci sono, oltre alla cattolica e all'islamica,
anche altre Fedi? Cosa pensa di fare con gli ebrei, i
valdesi, i buddisti e tutti gli altri gruppi religiosi presenti
nel Paese? Diamo a tutti l'ora di religione cosi' in Italia
non si studiera' altro. Nelle scuole passeranno le giornate a
dividere gli studenti in gruppi...chi e' islamico vada coll'imam
nell'aula A, i cattolici col prete nell'aula B , gli ebrei col
rabbino nell'aula C e cosi' via..i protestanti , i valdesi,
i buddisti, poi ci sono i seguaci della Dea Kali', gli animisti,
gli atei, dove li mettiamo gli atei? Anche loro avranno diritto
di avere un insegnante che gli insegni in cosa consiste l'ateismo...Dovranno
costruire nuove scuole solo per insegnare la religione ad ogni gruppo
di studenti.
Ha avuto proprio
un'ideona , signor Cardinale!
Non crede che
i cristiani, gli ebrei, i musulmani e tutti gli altri
dovrebbero studiare la propria religione ognuno presso
la propria comunita'? Cristiani nelle parrocchie, ebrei
nelle sinagoghe, islamici nelle moschee? Non pensa che
apprendere la bellezza della propria religione sia affare delle
famiglie e delle comunita' e non dello Stato?
Gli ebrei vivono in Italia da piu' di 2000
anni, gli ebrei romani sono considerati i piu' antichi
abitanti della Capitale perche' presenti ininterrottamente
da almeno 150 anni prima dell'era cristiana. Eppure mai nella
loro lunga storia gli ebrei hanno chiesto nulla se non di
essere lasciati in pace. Mai hanno chiesto di avere l'ora di
religione nelle scuole statali perche' la fede e' un piacere personale
che va condiviso colla propria comunita' ma che non deve tenere
in ostaggio lo Stato .
C'e' chi propone
storia delle religioni e anche questa la trovo un'idea
peregrina.
Per insegnare
storia delle religioni bisognerebbe preparare fior
di insegnanti, con alle spalle studi filosofici e storici
ad altissimo livello e anche qui si correrebbe il pericolo
che l'ideologia di ogni insegnante rendesse vano lo sforzo creando
incomprensioni o, peggio, comparazioni tra una Fede e
l'altra.
Nelle scuole
italiane si tende a taroccare la storia, se incominciassero
a taroccare anche le religioni saremmo sistemati per
i secoli a venire.
Lasci perdere Cardinale Martino, la
sua proposta creerebbe solo danni e grandi problemi, invece,
se si sta annoiando, impari qualcosa ascoltando l'intervista
di una grande donna islamica, la psicologa arabo-americana Wafa
Sultan.
In una bellissima
intervista alla televisione Al Jazeera la signora
Sultan dice " Non esiste nessuno scontro di civilta'. Esiste
lo scontro tra due opposti, tra due ere. Esiste lo scontro
tra una metalita' medievale e la mentalita' del 21o secolo,
tra civilta' e barbarie, tra liberta' e oppressione,
tra democrazia e dittatura. Esiste uno scontro tra i diritti
umani e chi li vuole negare, esiste uno scontro tra chi tratta
le donne come scarafaggi e chi le tratta come esseri umani "
Questo dice coraggiosamente
una donna araba e lei Cardinale non puo' sottostare
ai voleri dell'Ucoii, facendo una insana proposta, per
fortuna osteggiata da tutti, che porterebbe l'Italia ai
livelli da cui ci mette in guardia Wafa Sultan.
Le posso suggerire, Cardinale, di volgere
il suo sguardo a Israele dove vivono, insieme alla maggioranza
ebraica, moltre minoranze religiose. Ebbene in Israele
non si studia religione nelle scuole statali, nelle scuole
statali ebraiche si studia "Storia della Bibbia" perche' e'
la storia del Popolo Ebraico ma gli ebrei religiosi vanno a
studiare nelle Yeshivot ( scuole di ebraismo) oppure in scuole
statali a indirizzo tradizionalista.
I musulmani studiano
nelle loro comunita' e cosi' i cristiani e a nessuno
passa per l'anticamera del cervello di insegnare ogni
religione a tutti creando una babele proprio in un periodo
cosi' difficile per tutta l'umanita'.
La scuola deve
essere di tutti, senza creare ghettizzazioni o scontri
tra gruppi religiosi.
Mio figlio, ebreo,
ha sempre frequentato l'ora di religione cattolica
perche' non volevo si sentisse isolato dai propri
compagni e che vagabondasse per i corridoi. Le assicuro
che ascoltare le storie su Gesu' non lo ha fatto sentire
meno ebreo, anzi, spesso si e' sentito complice di quell'
Ebreo in croce come lui stesso scrive: "Devo dire che tra noi
c'era un che di complicità, tutti e due ebrei, tutti e
due costretti ad ascoltare le noiose lezioni di latino, a tutti
e due piaceva poco il tedesco (o così mi sembrava dalla sua
faccia), ma durante le ore di matematica il suo sguardo era a volte
più vivo del mio." (-Il crocifisso
sotto cui sono cresciuto-).
Non ascolti
le soffiate piene di odio dell'Ucoii, Cardinale, si
affidi all'intelligenza, non all'intolleranza e all'odio
di chi vuole cancellare le radici cristiano-giudaiche dell'Italia.
La storia insegna
che, quando si tagliano le radici, l'albero della
civilta' si secca e muore.
Deborah
Fait .- informazionecorretta
MIELI
Decenni fa
chiunque sapesse leggere e scrivere era sufficientemente
equipaggiato per sapere che Stalin era un orribile
tiranno, colpevole di inenarrabili stragi. Ma i comunisti
l'ammettevano? Certo che no. Gli piaceva credere che Stalin
fosse il piccolo padre del suo popolo e che i sovietici
vivessero nel paradiso dei lavoratori. L'illusione cadde solo
quando fu denunciata da chi, in quanto successore di Stalin,
beneficiava del monopolio della verità: Khrushchev.
Ecco perché il XX Congresso del Pcus non fu insignificante:
non insegnò nulla agli storici indipendenti ma rivelò
moltissimo ai comunisti di tutto il mondo.
In Italia molta
gente è convinta che la sinistra dica sempre la
verità. Per anni i leader hanno detto che Berlusconi
è il padrone di cinque televisioni su sei e di tutti i giornali
e dunque la verità non poteva essere che questa. Certo,
qualcuno, come "il Giornale", era solo un portatore d'acqua,
e qualcuno, come "Repubblica", era chiaramente contro (anche
se Berlusconi era il padrone di tutti i giornali!) ma per tutti c'era
almeno un dogma intangibile: che il "Corriere della Sera" fosse "il
più grande, il più borghese, il più equidistante
giornale italiano". Ora lo stesso direttore ha contraddetto questo
dogma e la cosa ha lo stesso valore dirompente del rapporto al
XX Congresso. Fra l'altro perché la rivelazione non riguarda
solo il futuro: è chiaro che le cose stanno così da tempo.
Diversamente ci sarebbe stata una sollevazione, al "Corriere".
S'immagina che cosa sarebbe successo se Mieli avesse detto che intendeva
sostenere il centro-destra? Già così il Comitato
di Redazione ha protestato contro Mieli perché si
permetterà di continuare a scrivere a persone, come Ostellino,
che non hanno simpatia per il centro-sinistra. Secondo il CdR,
per essere coerente con la linea finalmente ammessa, il giornale
dovrebbe escludere chiunque non sia militante.
Il Corriere
è un quotidiano di centro-sinistra ed oggi ha
fatto una rischiosa scelta di verità. È infatti
più facile fare danni al centro-destra con un giornale
pretesamene equidistante che con un giornale innegabilmente
schierato. Mieli è dunque criticabile, ma solo da
sinistra: perché toglie credibilità ed oggettività
ad un giornale che credibilità ed oggettività certo
non aveva, ma fino ad oggi poteva pretendere di averle. E
trovare ingenui pronti a crederlo.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 11 marzo 2006
Corsera - Vietato l'ingresso
a chi che non scrive bene della sinistra
Succede
che Paolo Mieli pur schierando il 'Corriere
della Sera' a sinistra annuncia, bontà sua,
che nei fondi e negli editoriali, che ''rappresentano
le linea di ogni giornale autonomo e indipendente'',
questa scelta di campo ''potrà essere contraddetta
e criticata formulando anche opzioni opposte''.
Non
ci voleva altro a scatenare, in
nome della "libbera 'nformazzione de sinistra",
il Comitato di redazione (Cdr) del Corsera.
In un incontro
avvenuto ieri per avere chiarimenti, e riportato
in un comunicato pubblicato oggi dal 'Corriere',
il Comitato di redazione (Cdr) del Corsera sottolinea che
Mieli ha spiegato che ''la posizione espressa va considerata
'punto di vista della direzione, che impegna il giornale,
fatta salva la libertà di opinione di tutti i giornalisti'''.
Capperi!
cos'è 'sta roba della "libertà d'opinione"?
Eccoli,
quelli del Cdr - rimesso
l'eskimo e rispolverato
Stalin - in comunicato sindacale, considerare
"legittima" (sic) la decisione del direttore di
schierare il Corsera a sinistra, ma ... c'è un
<<problema di metodo>>: la scelta di
Mieli deve essere portata avanti con coerenza
non permettendo, come lui stesso invece ha annunciato,
che nei fondi e negli editoriali possa <<essere contraddetta
e criticata formulando anche opzioni opposte>>.
Mortadella e vino rosso a tutti, e così sia.
Cuntent?
cp, 10 marzo 200
È questo il vero conflitto
d'interessi
Diciamoci
la verità: il Corriere della Sera, il quotidiano
della cosiddetta borghesia moderata, ha perso l'indipendenza
da molto tempo; chi si scandalizza per l'editoriale
di Paolo Mieli in cui il direttore di via Solferino abbraccia
con ardore la causa di Prodi o ha la memoria corta o negli
ultimi anni è stato un po' distratto.
Mario
Cervi ha ricordato ieri su queste pagine che il Corriere
perse la verginità e l'imparzialità nei
primi anni Settanta, con una direzione che strizzava
l'occhio alla sinistra e una proprietà che intratteneva
in salotto l'ultrasinistra.
L'infatuazione
di direzione e proprietà per tutto ciò
che era rosso spinse Indro Montanelli e tanti altri bravi
colleghi, tra i quali appunto lo stesso Cervi, a far
le valigie e a fondare Il Giornale.
Gli
anni sono passati ma il più venduto quotidiano
italiano non ha corretto il suo strabismo a sinistra,
semmai lo ha accentuato, avvolgendolo però in
parole dolci come «cerchiobottismo». In
realtà, dietro il paravento di una finta equidistanza
tra i due schieramenti politici si nasconde un'attiva
militanza a favore della sinistra, sia da parte della
direzione, sia da parte degli azionisti.
Paolo
Mieli, che è certamente uomo intelligente e
astuto, aspira da tempo a fare ciò che al suo maestro
di giornalismo, ossia Eugenio Scalfari, non è
riuscito: condizionare la politica e anche il mondo della
finanza e delle imprese. E siccome è certo che con
Berlusconi al governo un'operazione del genere non si può
fare, non rimane che liquidare in fretta il Cavaliere e appoggiare
una sinistra fragile e divisa.
Che
il Corriere nelle mani di Mieli sia diventato
il bastone e la carota con cui l'ex militante di Potere
operaio ed ex assistente di Renzo De Felice vuole dettare
la linea ai partiti dell'Unione, è un dato di
fatto. Le reazioni stizzite che nei mesi scorsi hanno avuto
sia Fassino sia D'Alema ne sono testimonianza. I due
capi ds temono che il direttore del Corriere e il gruppo di potere
che dietro a lui si muove intendano lanciare un'Opa sulla
sinistra, ossia conquistarla per poi eterodirigerla.
Tra
i vertici della Quercia si è convinti che l'abbraccio
di Mieli miri a stritolare il partito, o quanto
meno il suo presidente, così da poter far avanzare
nella sinistra dei nuovi soggetti, più malleabili
e meno ostili a certe alchimie.
Non
deve infatti sfuggire che, mentre il Corriere scende
in campo per la sinistra, nel mondo bancario c'è
chi si prepara a scendere in campo per ridisegnare gli
equilibri finanziari. Il presidente di Banca Intesa, Nanni
Bazoli, nei giorni scorsi non ha nascosto l'interesse che
il suo istituto ha per Capitalia. Sarà un caso, ma
la dichiarazione avviene in un momento assai delicato per
la banca romana, mentre il suo presidente – già sotto
inchiesta – è stato sospeso per due mesi dall'esercizio
dell'attività bancaria.
L'acquisto
di Capitalia da parte di Banca Intesa non solo darebbe
vita a un gigante bancario, ma consentirebbe di concentrare
nelle mani di Bazoli un pacchetto di azioni determinante
nella società che detiene la proprietà
del Corriere e, soprattutto, il controllo della più
grande compagnia di assicurazione italiana, le Generali.
Il
professore bresciano diventerebbe il più grande
banchiere italiano, finanziatore di tutte le più
grosse imprese, il più influente editore e anche
il più importante assicuratore.
Di
Bazoli è notoria l'antipatia politica che nutre
nei confronti di Berlusconi, così come è
nota la simpatia – anch'essa politica – per Prodi,
dovuta alla comune frequentazione di Beniamino Andreatta,
che anni fa li scelse e li impose, il primo nella finanza,
il secondo nella politica.
Se
questi progetti – la vittoria del centrosinistra e
la conquista di Capitalia e di tutto ciò che ne
consegue – dovessero avverarsi, nei prossimi mesi ci
ritroveremmo nell'incredibile condizione che allo
stesso schieramento politico non solo farebbero capo il
75% degli enti locali italiani e circa il 70% delle Regioni,
il governo, la maggioranza dei quotidiani (Corriere,
Sole 24 Ore, Stampa e Repubblica), ma soprattutto il sistema
finanziario e gran parte del sistema industriale. Un potere
enorme in mano a pochi oligarchi, al cui confronto il conflitto
d'interessi di cui s'è discusso per anni appare una
bazzecola.
Se fossimo pavidi e miliardari,
ma soprattutto ridicoli, come Umberto Eco, verrebbe da
dire che la democrazia è in pericolo e che
nella sciagurata ipotesi d'una vittoria della sinistra
ce ne andremmo dall'Italia. Ma siccome non siamo né
pavidi né miliardari, e soprattutto temiamo il ridicolo,
resteremo qui a denunciare il più gigantesco
intreccio politico-affaristico e intellettuale che si
sia mai visto in questa Repubblica. Almeno fino a quando
ce lo permetteranno.
(Il Giornale, 10 marzo 2006) Maurizio Belpietro
MIELI 1
COME
RISPARMIARE 1 € AL GIORNO PER I PROSSIMI 30 GIORNI
Il
5 marzo del 1876 uscì il primo numero del Corriere
della Sera. A fondare e dirigere il quotidiano a Milano
fu Eugenio Torelli Viollier.
Tradizionalmente
considerato il giornale della borghesia lombarda,
il Corriere della Sera ha attraversato tutta la
storia dell'Italia unita. Dal re a Berlusconi.
Tra
i direttori che si sono succeduti in via Solferino,
spicca la firma - dal 1900 agli anni venti - di Luigi
Albertini. Negli anni più recenti il Corriere ne ha viste
di cotte e di crude. Negli
anni '80 perfino Licio
Gelli c'ha messo lo zampone, firmava come direttore
Franco Di Bella a cui subentrò, nel 1981 il
centrosinistrissimo Alberto Cavallari. Nel 1984 diventò
direttore il liberale Piero Ostellino, che restò
fino al 1987 quando la direzione passò ad Ugo
Stille, in carica fino al 1992. Quell'anno venne nominato
al vertice di via Solferino l'ex militante di Potere
Operaio Paolo Mieli, sotto la sua direzione si ricorda la feroce
campagna antiberlusconiana con al culmine l'avviso di garanzia
recapitato via prima pagina del Corriere al premier mentre
questi presiedeva a Napoli una sessione dell'ONU contro la
criminalità. Mieli sarà sostituito nell'aprile
del 1997 da Ferruccio De Bortoli. Nel suo primo editoriale
De Bortoli scrisse ai lettori: "Vi informeremo correttamente,
senza dipendere da nessuno e, soprattutto, senza nascondere
nulla". Oggi il direttore è di nuovo Paolo Mieli.
Mieli
l'otto marzo scorso, in vista delle elezioni politiche,
in un editoriale di prima pagina si schiera, auspicando
"un esito favorevole ad una delle due parti in competizione:
il centrosinistra."
Bene.
Per quello che mi riguarda, almeno fino a quando non
sarà conclusa questa campagna elettorale, da
stamattina smetto di comprare il Corriere della Sera.
cp, 9 marzo 2006
MIELI 2
IN DIFESA DI MIELI
Io non voterò per il centro-sinistra
ma tengo a difendere Paolo Mieli dalle accuse ricevute.
Il suo editoriale è una dimostrazione di onestà
intellettuale. Infatti egli avrebbe potuto schierare il
quotidiano mantenendo la pretesa dell'equidistanza. In
questo modo invece, diminuendo la propria credibilità
politica, egli aumenta ai miei occhi la sua credibilità
morale.
Gianni Pardo
MIELI 3
MIELI MELENSO
Siamo giunti oggi alla conclusione
di quello che già si sospettava da un po' di tempo,
vale a dire la partigianeria del quotidiano di Via Solferino
a favore del centro-sinistra. La cosa fa sinceramente
dispiacere, perchè un grande quotidiano dovrebbe
limitarsi a raccontare la realtà, anche se nel far
questo finisce in tempi di campagna elettorale per propendere
per una parte o per l'altra, ma sarebbe opportuno non passasse
mai la linea che lo consegna nell'ambito dell'informazione
di parte.
Quello che ha fatto Mieli è avvenuto nel
consueto rispetto delle regole, cioè il direttore
del Corriere della Sera ha agito facendo apparire la
sua come una scelta sofferta, sostenuta però da delle
motivazioni solide e ben precise.
Quali queste motivazioni ? La estrema bravura di tutti
gli uomini del centro-sinistra. Bravura in cosa
? Beh, Prodi per aver condotto e guidato la coalizione
al punto fermo in cui si trova, Fassino per aver traghettato
i suoi dal comunismo verso i valori occidentali, Bertinotti
per aver smussato le sue posizioni ed aver espressamente
rinunciato alla violenza. Insomma, in poche parole, Mieli
loda gli esponenti dell'Unione perchè tutti avrebbero
avvicinato i propri partiti e iscritti verso i principi della
liberal democrazia, si tratta di un fatto che per il Direttore
sarebbe comune a tutti. Non può non sottolinearsi
quanto questa motivazione sia solo apparente, un classico specchietto
per le allodole. Mieli sembra dimentico del fatto che non si deve
prendere per oro colato, leggesi cambiamento stabile e affermato,
il comportamento di un partito, e più in generale di una
coalizione, tenuto nei mesi precedenti alle elezioni, perchè
tutto è condizionato dalla possibilità e dalla volontà
di vincere le elezioni e queste, nei tempi odierni, non si vincono
con appelli alle rivoluzioni o gli inni alle aziende di stato,
ma spostandosi, senza dare troppo nell'occhio, verso il centro.
Basta confrontare i comportamenti di Rifondazione comunista e dei
verdi di un anno fa e quelli odierni.
In seconda battuta, la seconda
osservazione che sorge spontanea è che il " reo
confesso ", involontariamente e perfino in modo ironico,
finisce per mettere il dito nella piaga del centro-sinistra,
nel momento in cui vorrebbe accentuarne la pretesa evoluzione:
si sprecano lodi per la condivisione dei principi democratici nei
DS, nella Margherita, in Rifondazione, per la Rosa nel pugno
nei suoi componenti dei Radicali e dei Socialisti di Boselli
e per associazione non si può non pensare che ci sono
anche i Socialisti di Bobo Craxi, i Comunisti di Cossutta, i Verdi,
l'Italia dei Valori, l'UDEUR di Mastella, per cui si finisce con l'esclamare,
ma che mescolone si cela dietro la facciata dell'Unione ? In
caso di vittoria, una simile coalizione potrebbe governare guidata
da un uomo malsicuro e impacciato come Prodi, che per di più
non fa parte di nessuno dei partiti della coalizione ?
Infine, Mieli conclude dicendo che l'alternanza è
sempre positiva, ecco l'ultima valida ragione per scegliere
il centro-sinistra, dopotutto il buon governo avrebbe
tratto giovamento da questo principio quando si è
avuto un cambio della guardia negli anni 1996 e 2001.
Ancora, si è davvero avuto un cambio della guardia
nel 1996 ? Non mi pare che nel 1995 governasse Berlusconi
o che il centro destra desse l'appoggio al governo ;
poi, dopo aver affermato che il centro-destra ha governato in
maniera inaccettabile in questi anni, come può dire
Mieli che la sua vittoria nel 2001 sia stata salutare ? Se,
secondo lui, gli anni che son seguiti sono stati da condannare,
allora era meglio una vittoria dell'Ulivo.
Come risulta palese, le pretese argomentazioni
del direttore sono inconsistenti come le proposte
di Prodi e potrebbero essere spazzate via dal tenue
vento primaverile : a vincere dovrebbe essere sempre chi
è in grado di offrire gli uomini e i programmi migliori,
senza nessuno sbarramento dell'alternanza, se una coalizione
è migliore dell'altra è giusto che permanga
al governo, le fumose regole dell'alternanza possono essere
valide nei condomini di quattro famiglie, dove la relativa
gestione può essere trasferita di anno in anno, per rispettare
il doveroso principio della distribuzione dei compiti comuni,
ma mai nei governi, locali o nazionali.
Quello che è pericoloso non è solo l'articolo
di Mieli, che pare perfino invitare la grande maggioranza
dei suoi editorialisti ad unirsi nel perseguimento
del nuovo scopo " sociale ", ma il fatto che la sua posizione
venga ammantata di quelle che appaiono motivazioni razionali,
mentre in realtà si tratta di una serie di finzioni
razionali, che hanno il triste vantaggio di colpire la buona
fede di molti lettori.
LUCIO SERGIO CATILINA
MIELI 4
IL CORRIERE E LA STERILIZZAZIONE GIORNALISTICA
L’Editoriale
di Paolo Mieli sul Corriere della Sera, in cui
annuncia e spiega perfino, i motivi per cui il suo giornale
si schiera apertamente per il centrosinistra nelle prossime
elezioni di aprile è l’ultima frontiera del giornalismo
di opinione in Italia. In Italia eravamo abituati
a dividere i quotidiani in destra e sinistra, ad esempio la
Repubblica era il grande quotidiano che per ragioni imprenditoriali
guarda a sinistra, mentre il Giornale per gli stessi motivi
guarda a destra, così idem per il Messaggero ed
il Tempo a Roma. Se poi consideriamo i quotidiani di partito,
il rapporto, checché se ne voglia dire e comprendendo
anche i giornali locali e quelli cattolici, è sempre
stato di perfetta parità fra destra e sinistra. Le uniche
realtà indenni o comunque non sempre riportabili
in questo schema erano il Corriere della Sera e La Stampa.
Erano, perché La Stampa è tornata ad essere testa
di ponte elettorale delle ragioni politiche di Agnelli, ovvero
Luca Cordero di Montezemolo ed il cambio da Marcello Sorgi e
Giulio Anselmi sulla poltrona di direttore ha rappresentato
essenzialmente il ripristino dello status quo, dopo anni di
abbandono della contesa. Tuttavia se La Stampa guarda ad un centro,
sia esso di destra o di sinistra (e sinceramente non si vedono
grandi differenze), quindi ad una forza moderata, magari conservatrice,
ma comunque conciliante, il Corriere va oltre e fa peggio,
guarda a sinistra, torna ad una parentesi che ricorda non il
tanto abusato ’48, ma l’inizio degli anni Settanta, l’era di Piero
Ottone al Corriere che diventa giornale di sinistra, per ragioni
di opportunità e non di vero decisionismo. Paradossalmente
il Corriere decide ed al tempo stesso si auto-condanna all’indecisione,
si consegna al fato. Negli anni Settanta il Corriere era l’equilibrista
ed il promotore della linea morbida della DC con il PCI, un
partito che allora era ancora schiavo di BR, di giornali e correnti
interne pericolose e confuse. Oggi il Corriere prende la stessa strada
e Mieli la avalla nei motivi, per giunta, errati in tutto. Vede in
Prodi il coraggio di ricostruire una coalizione, senza vedere in lui
ciò che è realmente ovvero un traghettatore, un uomo
di transizione, della vecchia guardia politica che in tanti non desiderano
più. Vede in Fassino l’uomo che ha mantenuto unito e forte
il suo partito, ma solo perché ha scelto di non scegliere, è
rimasto un pavido capo, che non è riuscito nella vera impresa:
creare la casa comune dei socialdemocratici come il PSE, la SPD,
i laburisti inglesi. Vede in Rutelli, colui che ha saputo formare
un gruppo per metà laico, per metà socialdemocratico,
ma che non riesce ad essere né realmente centrista, né
realmente laico. Non possiamo che vedere nel Corriere la sterilizzazione
del quotidiano di opinione, propositivo e trascinante. L’ultimo
giornale indipendente, che tanti sospettavano di sinistra, senza
però che nessuno potesse gridare con certezza questo sospetto,
non partorirà più opinioni, idee, progetti, ma diventerà
sterile, appiattito, perché deve tenere conto in questo momento,
di un elettorato che gli chiederà di essere alleato fedele
e quindi osservatore parziale. Mai più idee, ma un vero
e proprio dibattito chiuso, interno, che non guarda altrove e
che, sempre nello stesso segno, si augura, che ci sia una destra
ed una sinistra dopo le elezioni, che Fini e Casini crescano e che
tutto prosegua così com’è, senza reali elementi di novità,
ma nel segno della politica del provvisorio. Prodi vuol dire provvisorietà
e perfino sperare in slanci e crescite di Rutelli e Casini vuol
dire sognare il passato, immaginare una nuova stagione DC.
Il Corriere sceglie la nostalgia politica, ciò che non
serve. Servirebbe svegliarsi e non sognare, partorire e non
sterilizzarsi.
Angelo M. D'Addesio
8 marzo, festa
della donna
MURPHY E L'UMANITÀ
La legge di Murphy afferma: "if anything can go
wrong, it will", se c'è qualcosa che può
andare storto, lo farà. Applicata alla storia,
essa fa paura. Attualmente ci sono parecchi stati in possesso
della bomba atomica, quando non della bomba all'idrogeno,
ma la maggior parte di essi sono retti (fino ad oggi) da
persone sostanzialmente ragionevoli. Per loro l'arma atomica
è una garanzia di difesa: non hanno nessuna voglia
di usarla e soprattutto non hanno voglia di usarla contro chi,
a sua volta, potrebbe rispondere con la stessa moneta. Si
chiama MAD (mutual assured destruction, reciproca
distruzione assicurata) ed ha regalato all'umanità
sessant'anni di pace atomica. Ma questo principio vale per
tutti? È certo che la paura di subire le stesse distruzioni
che si infliggono all'avversario non avrebbe fermato Hitler.
Il Führer era pieno di rancore per il popolo tedesco che si
era (nientemeno) rivelato vile ed inferiore alle sue aspettative
e per questo non gli dispiaceva per nulla che le città tedesche
fossero ridotte in polvere dai bombardamenti e che tanta gente morisse.
La pensava come Caligola il quale rimpiangeva che il popolo romano
non avesse una sola testa, "Perché in tal caso taglierei
quella testa". Anche Mao una volta disse che non aveva paura dell'atomica:
se il nemico avesse ucciso la metà degli abitanti della Cina,
ne sarebbero ancora rimasti abbastanza per far sopravvivere quella
civiltà.
È possibile che il criminale
al comando, (spesso protetto da un rifugio antiatomico)
soccomba alla tentazione di Sansone: e che cosa avverrà
quando il dito sul pulsante rosso sarà quello
di un Idi Amin Dada, di un Saddam Hussein, di un Osama bin Laden
o di chiunque pensi che far morire l'avversario è
più importante che sopravvivere noi stessi (shahid)?
Procedendo con logica implacabile dal possibile
verificarsi di un evento alla sua inevitabilità,
dal momento che è possibile che un pazzo possa
venire in possesso dell'atomica; dal momento che
è possibile che l'usi contro un'altra potenza in
possesso dell'atomica; dal momento che la potenza aggredita
senza dubbio reagirà con la stessa arma, se ne deduce
che senza alcun dubbio si avrà una guerra atomica. E non
bisogna dimenticare che le atomiche attuali sono enormemente
più potenti di quelle rudimentali usate a Hiroshima
e Nagasaki.
Quel giorno - che gli anziani possono contemplare
sorridendo, visto che saranno già morti -
l'umanità rimpiangerà di non avere avuto il
coraggio, quando ancora era possibile, di costituire
un comitato per la sopravvivenza dell'umanità.
Una polizia internazionale pronta ad intervenire,
anche militarmente, per togliere dalla mano di chiunque
quell'arma, prima che essa sia pronta all'uso. È
vero, c'è giù un gruppo di paesi che la possiedono,
oggi, ma il club atomico attuale, pur con i suoi difetti,
l'atomica non l'ha mai usata.
La domanda di Murphy a questo punto sarebbe: l'umanità
può essere tanto cretina da non capire il rischio
che corre? Ed ecco la risposta: se è possibile
che l'umanità sia tanto cretina da non capire
il rischio che corre, una volta o l'altra lo sarà.
E quella volta è oggi.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 8 marzo 2006
PRODI E MACBETH
Egidio Sterpa, sul "Giornale", osserva che si è
stabilita una stretta consonanza tra l'Unione di Prodi
e la Cgil di Epifani tanto che perfino uomini di sinistra
- citati come fonti non certo ostili - hanno parlato di
quell'organizzazione sindacale come del "nono partito
della coalizione". Questa alleanza ha però scandalizzato
i puristi del sindacalismo: un sindacato, per essere
veramente emanazione dei lavoratori, deve avere come
amici e punti di riferimento solo loro. Se invece s'impegna
a sostenere il governo e ad assecondarne l'azione può
farlo solo contravvenendo al proprio dovere di rappresentare
gli interessi degli associati con il massimo spirito di parte:
cioè come un avvocato difensore e non come un amico e sodale
del giudice. In queste condizioni, dal momento che non tutti sono
disposti ad un'alleanza con l'Unione e non tutti sono disposti
a preferire la solidarietà col governo alla difesa dei
loro rappresentati, si pongono fra l'altro le premesse per la
rottura dell'unità sindacale.
La politica è del tutto estranea alla morale
e bisogna precipitarsi a dire che sia la Cgil che
Prodi e l'Unione hanno il diritto di fare e dire ciò
che vogliono. Senza neppure incorrere in un giudizio etico
negativo. Ma si può avere qualche dubbio sull'efficacia
questa linea politica. Basta allineare alcuni dati.
Il programma dell'Unione è estremamente vago
ed impalpabile; esso intende prestarsi alle interpretazioni
più divergenti, come sempre avviene quando
si indicano più gli scopi da raggiungere che i
mezzi previsti per raggiungerli. I vari leader proclamano
come indubitabili certi progetti pur contraddicendosi
fra loro (Prodi: "la TAV si farà, e basta";
Pecoraro Scanio ed estrema sinistra: "la TAV non si farà,
e basta"). Quest'ultima piroetta dell'abbraccio con Epifani
dà legittimamente l'impressione che l'Unione si
comporti nei confronti dei vari interlocutori come la strega
di Hänsel e Gretel: offre a tutti il più svariato
assortimento di leccornìe purché entrino nella casetta,
tanto poi non sarà necessario mantenere nessuna promessa.
E gli ospiti da commensali si trasformeranno in pietanza.
In queste condizioni è
inevitabile che Prodi deluda. Ha permesso a ciascuno di
pensare che mentisse agli altri e a lui personalmente
dicesse la verità, ma in seguito, quando potrà
fare una cosa ma non il suo opposto, come finirà? Attualmente
il suo scopo è quello di vincere le elezioni e nessuno
vuol fargli la morale: ma l'unica cosa che la politica non
può permettersi è l'inefficacia. I provvedimenti
auspicati da Rifondazione Comunista o dai Comunisti Italiani,
per non parlare della Cgil di Epifani (il nono partito),
sono veterocomunisti e sono squalificati dalla moderna scienza
economica. Adottandoli sul serio essi provocherebbero o una
scissione - in quanto difficilmente la Margherita o lo stesso Mastella
si limiterebbero a tenere la candela - o la rovina dell'Italia.
Non sarebbe stato meglio formulare un programma chiaro, coraggioso
e capace di sfidare i massimalismi sciocchi? A che serve costituire
una maggioranza e un governo con una speranza di vita di pochi
mesi?
La conquista del potere, come ci spiegherebbe lady
Macbeth, è una molla che spinge a commettere i peggiori
crimini. Ma si deve essere in grado di mantenere
il potere conquistato: diversamente non vale la pena di
uccidere un onest'uomo come Duncan.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
7 marzo 2006
Massima del giorno
Le donne brutte che si credono belle hanno più
successo delle donne belle che si credono brutte.
G.P.
MOLLICHINE
Prodi alla Cgil: “Abbiamo la stessa ricetta per
risolvere i problemi del paese”. Ottima per l’estate:
staremo freschi.
Epifani: “Trasferimento tecnologico per aumentare
il tasso di innovazione, crescita dimensionale delle
imprese, nascita di gruppi e consolidamento delle filiere,
nascita e sviluppo di imprese in nuovi settori”. E
una grande padella per friggere azoto ed ossigeno.
Hamas, un anno di tregua con Israele a condizione
che si astenga dal ricorrere alla forza. Anche
per difendersi.
Bush: “In Iran una piccola élite religiosa
tiene in ostaggio il popolo iraniano”. Magari fosse
vero.
Romano Prodi: “il Papa è libero di ricevere
chi vuole”. Ma, come dicono le padrone di casa,
“Niente ragazze in camera”.
Fassino: “Su Israele la sinistra non deve essere
ambigua”. Per alcuni, una formula chiara sarebbe:
“Dovete morire tutti”.
Gheddafi vorrebbe in regalo un’autostrada e dice:
“Un grande gesto dall’Italia”. Per il gesto, nessun
problema: il problema sono i soldi.
Gatti contagiati in Austria dal virus H5N1 sono
ancora vivi. Si sono accorti di non essere volatili.
Gianni Pardo
L’INTOLLERANZA
Intollerante è colui che non permette ad
altri comportamenti leciti. Chi non permette
al vicino di ascoltare musica a tutto volume
a mezzanotte non è intollerante, è solo una
persona vittima dell’altrui inciviltà. Intollerante
è invece chi vuole vietare i film pornografici:
infatti basta non andare a vedere quei film.
Purtroppo, mentre il criterio della tolleranza
giuridica è obiettivo, l’intolleranza
morale è soggettiva. Molta gente si ribellerebbe
all’idea di avere per vicini di casa una coppia di
omosessuali, benché il loro stile di vita non provochi
il minimo fastidio.
L’esempio è significativo. Chi, infastidito
dalle grida dei bambini in cortile, osasse
manifestare la propria sofferenza si sentirebbe
dire da chiunque: “Ma poveri bambini, lasciali giocare!”
Viceversa quando l’intolleranza si accoppia con l’indignazione,
le cose cambiano. I bambini disturbano ma bisogna lasciarli
fare, gli omosessuali non disturbano ma non si può
lasciarli fare: suscitano la condanna morale e dunque vanno
emarginati, allontanati, cancellati. Soppressi, perfino:
come è avvenuto tante volte in passato e come avviene
ancora oggi in Iran. L’intolleranza infatti è
un mostro che si nutre della propria buona coscienza, che
non si limita dire “non la penso come te” ma ingiunge: “devi
pensarla come me o ti elimino”.
L’uomo razionale trova ciò inconcepibile
ma la storia mostra che inconcepibile è lui,
non il popolo fanatico. Nella guerra santa per il moderato
non c’è posto. Chi esprime dubbi, chi pone domande,
chi solleva obiezioni o propone accordi è presto
visto come un colpevole di lassismo morale. Lo si sospetta
d’indifferenza ai valori e presto d’intelligenza col
nemico. Nell’epoca contemporanea questi eccessi sembrano
incredibili e tuttavia è sul suolo europeo che
si sono avute le conversioni forzate, le stragi dei
Catari, le pire degli autodafé. Sono cose passate ma
che non ci sono estranee. Tutto dipende dal fatto che i differenti
paesi non vivono tutti lo stesso momento storico. A Cape
Canaveral si è già al futuro, nella Papuasia
si è ancora all’età della pietra e in mezzo ci
sono molti arabi che vivono nel Medioevo e molti europei che
vivono nel Seicento. Vanno a messa la domenica e consultano nei
giorni feriali chiromanti, fattucchiere, maghi e guaritori.
E tutti i giornali pubblicano l’oroscopo. Il mondo del fanatismo
non è dunque “strano”, “inverosimile” o “inaccettabile”:
è semplicemente “in ritardo”. Non ha ancora beneficiato
del “Secolo dei Lumi”. L’atteggiamento fideistico del resto
si ritrova anche nell’intolleranza di certa sinistra verso
chiunque non sia di sinistra: convinta della propria superiorità,
mal sopporta e disprezza come immorale chiunque non appartenga
alla propria fazione.
Come si vede, contrariamente
a quanto si potrebbe pensare, la reazione al comportamento
altrui è più forte e pericolosa non quando
esso fa soffrire - la sofferenza a volte è accolta
come ineluttabile, “siamo nati, per soffrire” - ma quando esso
disturba il senso morale. L’Europa – con buona pace di
Marx – è stata insanguinata più dalle guerre
di religione che dalle guerre di origine economica. E se al
limite si possono capire gli scontri tra Cristianesimo e Islàm,
non c’è modo di comprendere gli scontri fra cattolici
e protestanti o fra sunniti e sciiti. Sette
divise da piccole differenze, che molti non saprebbero
precisare, si scannano senza misericordia.
L’intolleranza aggressiva e fanatica è sorda
al dialogo. Essa va dunque trattata come si tratta
una tigre: senza giudicarla male, senza cercare di
farne un erbivoro e senza provocarla. Ma sparandole senza
esitare se si avvicina troppo. Lo stesso fondamentalismo
islamico non va giudicato: non è il
caso né di assolverlo né di condannarlo.
All’Occidente deve bastare considerarlo incompatibile
col proprio modus vivendi e tenerlo lontano. Con le buone,
se possibile; con le cattive, se necessario. E il terrorismo
infine, essendo una forma di criminalità al di fuori
di ogni regola, va combattuto al di fuori di ogni regola.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
PAPA E ANTIPAPA
Ha detto Fassino: «Il tentativo da parte
di uomini politici di utilizzare una visita dal
Pontefice in termini elettorali mi sembra, in primo
luogo, poco rispettoso verso il Pontefice». L'affermazione
è sorprendente. Il segretario dei Ds non si accorge
innanzi tutto di star dando per assodato qualcosa che
non è ancora avvenuto. Poi va sottolineato che quella
visita avviene nell'ambito del congresso del 30 marzo
dei capi di governo e dei leader politici del Partito popolare
europeo. Che cosa bisognava fare, spostare la data per
far piacere ai Ds oppure non andarci, per timore delle
critiche di Fassino?
Ma più interessante è che Fassino non
veda l'altro capo del problema. È vero,
alcuni uomini politici, fra cui Mastella, con quella
visita potrebbero dimostrare di essere più di altri
graditi alla Chiesa Cattolica: ma Fassino permette
sì o no alla Chiesa Cattolica di manifestare
le sue preferenze?
In totale la visita di Berlusconi, di Casini e
di Mastella non manca di rispetto al Papa: è
il Papa che manca di rispetto a Fassino.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 6 marzo 2006
AIUTIAMO UMBERTO
ECO
Si, aiutiamo Umberto Eco. Che dire? Il nostro eroe
già da piccolo dimostrava capacità superiori
tant'è che, si racconta, all'asilo sostenne gli
esami d'ammissione alla scuola media per poi laurearsi
all'Università di Tonino, con una tesi sul pensiero estetico
di Tosca d'Aquino.
Dopo aver lavorato come baby editor dei programmi
culturali della neonata Rai e come senior
editor presso una vecchia casa editrice, in università
ha insegnato quasi tutto - dall'architettura allo spettacolo
- riuscendo ad infilarsi, lui taglia extralarge,
perfino nel Gruppo 63.
Insignito di tutti i titoli onorifici da parte delle
università di tutto il mondo, pur portando
spessi occhiali, è stato presidente di tutte le
associazioni internazionali di semiotica.
Ha scritto saggi e libri in quantità su tutto,
compresi specchi, rose, regine, frati, isole, Mike
Buongiorno e Taricone.
Ha collaborato con tutti i giornali della sinistra
italiana ed internazionale e con gli organismi culturali
di tutto il mondo, dall'Unesco alla Tribanale di
Milano.
Ha firmato centinaia di manifesti di condanna
o di sostegno, anche della lotta armata contro l'odiata
borghesia. Molte organizzazioni e accademie si sono
avvalse del suo immenso contributo, tutto teso a dimostrare
l'utilità della mortadella nella rivoluzione proletaria
mondiale.
Unica, borghesuccia, debolezza: il presidente
della Repubblica francese, Jacques Chirac, l'ha
insignito del titolo di ufficiale della Legion
d'Honneur.
Ieri, l'ufficiale della Legion d'Honneur,
ha dichiarato: «Altri cinque anni di
Silvio Berlusconi e siamo fottuti. Ci giochiamo tutto,
stavolta. Quanto a me, nel caso, vado in pensione e mi trasferisco
all'estero»
Aiutiamolo: VOTATE BERLUSCONI.
cp, 6 marzo 2006
IL
TERMINE ORDINATORIO
Tempo fa una ventina di agenti della CIA hanno rapito
a Milano un tale, Abu Omar, indiziato di terrorismo,
e lo hanno portato all’estero. La magistratura italiana
ha aperto un’inchiesta, ha incriminato i presunti colpevoli
e ha richiesto, attraverso il Ministero della Giustizia,
la loro estradizione. Castelli ha lasciato dormire
la pratica sinché, in questi giorni, la Procura
di Milano ha richiesto a muso duro che il Ministro si pronunci.
Che dia corso alla richiesta o lo neghi. In ambedue i casi,
è lecito pensare, questo sarebbe profittevole alla sinistra:
se Castelli dicesse di sì, si metterebbe in imbarazzo
il governo e in luce la prepotenza dell’America; se dicesse
di no, si accuserebbe il governo di sudditanza nei confronti
dell’America e di protezione di stranieri che hanno commesso
gravi reati sul suolo italiano. Il Ministro Castelli ha però
risposto ipocritamente che certe questioni meritano attenta
riflessione e non ha dato corso alla richiesta.
L’episodio induce a qualche considerazione. Il piano
dell’attività giudiziaria è del tutto estraneo
al piano della ragion di Stato e della politica internazionale.
Mentre nel campo interno domina – o dovrebbe dominare
– la legalità, nel campo internazionale dominano i
rapporti di forza e l’interesse nazionale. Chi non tenesse
conto di questi dati, dimostrerebbe di non capire nulla
della condotta dello Stato.
Tuttavia, se la Procura di Milano si muovesse per
pure ragioni di rispetto della legge – fiat iustitia
et pereat mundus – ci sarebbe da togliersi il cappello:
proprio questa è la funzione della magistratura. Ma
il sospetto è che tanto zelo nasca da motivi politici,
se non elettoralistici. E questo è molto triste. Non
basta agire in conformità alle leggi per essere sicuri
d’essere nella legalità: lo stesso diritto infatti
vieta gli “atti emulativi”, cioè quelle attività
conformi al diritto ma intraprese esclusivamente per danneggiare
qualcun altro (Art.833 C.c.). E dal canto suo il diritto
amministrativo considera abuso di potere l’azione conforme
alle leggi che sia realizzata per uno scopo diverso da quello
per cui la legge l’ha prevista.
Qualche osservazione ironica suscita infine il corruccio
della Procura di Milano per le lungaggini del Ministero
della Giustizia. Qualunque studente di legge sa che
nel diritto processuale per l’attività dei magistrati
esistono termini perentori e termini ordinatori. I secondi
sono termini che la legge stabilisce ma, violati i quali,
non casca il mondo. Per esempio, per il deposito della
motivazione di una sentenza penale, la legge stabilisce
un termine che spesso è largamente superato, e a volte
scandalosamente superato, soprattutto quando si tratta
di grandi processi. Ora, che dei magistrati facciano il viso
dell’arme perché altri (neanche sottoposto ad un termine
ordinatorio) ha fatto per una volta ciò che essi fanno
tutti i giorni, e di cui tanto hanno da lamentarsi gli avvocati,
è sorprendente.
Per non dire altro.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 5 marzo 2006
Haim e Violetta
Venerdi sera un uomo di nome Haim Habibi , ebreo
e mentalmente instabile, la moglie cristiana Violetta,
mezza matta pure lei, e la figlia maggiore della
coppia, plagiata da simili genitori, sono entrati nella
chiesa dell'Annunciazione a Nazareth e hanno fatto esplodere
dei petardi, quelli di carnevale per intenderci. L'attacco
non ha avuto niente di politico ne' di razzista perche'
i due sono noti alla polizia israeliana per essere dei
fuori di testa cui il tribunale ha tolto anche i figli piu' piccoli
per incapacita' genitoriale. La figlia maggiore che ha aiutato
i genitori nel lancio dei petardi ha confessato alla polizia
di averlo fatto SOLO per motivi economici.
Fin qui niente di eclatante se non il luogo sacro
in cui i tre pazzi hanno deciso di attuare la
loro protesta e la notizia, piuttosto comica, che
la coppia anni fa si era recata da Arafat per chiedere asilo
politico, lamentandosi di essere perseguitati dalla polizia
israeliana che aveva tolto loro i figli.
Pare che Violetta li trascurasse molto e che Haim
passasse il suo tempo a provocare la polizia,
quale idea migliore di andare a chiedere aiuto a un borderline
come loro che li rispedi' al mittente pur essendo
inorgoglito dal fatto inusuale. Suppongo sia stata l'unica
volta nella vita che qualche essere umano chiedeva di andare
a vivere sotto la sua dittatura.
Che lo abbiano fatto i due Habibi da la misura della
loro pazzia.
Niente di straordinario dunque nel lancio
di petardi da parte di tre matti se non che il fatto
e' accaduto in Israele dove ha sede un patriarcato
cattolico presieduto da un patriarca arabo cristiano
antisemita di nome Michael Sabah il quale non perde mai l'occasione
di sputare veleno contro Israele e di portare avanti
una politica dell'odio in puro stile palestinese: propaganda
e menzogne.
La sua e' una guerra personale poiche' il Vaticano
sa perfettamente quanto siano rispettati i cristiani
in Israele.
Adesso Sabah pare invitato a nozze e ieri sera era
a capo di migliaia di arabi che manifestavano urlando
come pazzi contro Israele e portando cartelli dove
avevano scritto che la politica razzista di Israele dava i
suoi frutti.
Alla faccia della faccia di bronzo!
Ma non basta, anche i politici arabi, in vista delle
elezioni, si sono messi a cavalcare la tigre della
propaganda elettorale. Nessuno gli aveva mai fatto
un simile regalo per poter deviare i voti, che gli
arabi cristiani danno preferibilmente ai partiti ebrei-sionisti,
verso i partiti arabi, razzisti e antiisraeliani.
Hai voglia a dire che l'attentato non aveva la
minima matrice anticristiana o antiaraba, loro
urlano , sbraitano, manifestano "Israele razzista".
Loro parlano di razzismo, loro che fanno scappare
i cristiani dai Territori dell'ANP, che confiscano
a Betlemme terre e beni dei cristiani, che bruciano
sinagoghe e chiese per trasformarle in moschee. E Michael
Sabah tace.
Il colmo del ridicolo, come sempre,
lo hanno raggiunto alcuni giornali italiani,
Televideo scrive :"PETARDI IN BASILICA CRISTIANA
lanciati da tre ebrei ultraortodossi".
Analizziamo : ultraortodossi... che e'? un nuovo
tipo di ultras, quelli degli stadi di calcio italiani
? Non si sa.
Ebrei? abbiamo visto che dei tre solo uno e' ebreo
e le due donne sono cristiane. Certamente nessuno
dei tre e' minimamente religioso.
Quindi bufalona di televideo!
La Repubblica non e' da meno: "Aggressione di tre
estremisti israeliani durante la messa".
I tre non erano estremisti naturalmente, il termine
esatto e' "mentalmente instabili".
Bufalona anche di Repubblica.
Il Mattino non vuole essere da meno e parla di "ebreo
ultraortodosso", ebreo si , ultras no, ortodosso
ancora meno!
Ribufala anche per il Mattino.
Insomma i media italiani non vedono l'ora di poter
dare la notizia che estremisti israeliani e
doverosamente ebrei ultraortodossi, hanno fatto saltare
per aria qualche chiesa e/o magari qualche moschea.
Finora in zona mediorientale e' successo quanto
segue: sinagoghe distrutte e trasformate in moschee,
chiese distrutte e trasformate in moschee, moschee
distrutte da gruppi sunniti contro sciiti o viceversa.
Mai, una sola volta nella storia, estremisti ebrei hanno
distrutto chiese o moschee e credo che molti giornalisti italiani
sbavino per poter dare una notizia del genere.
Haim habibi e sua moglie Violetta resteranno in
galera o forse in manicomio, ce lo auguriamo tutti
almeno potranno essere salvati i figli che hanno messo
al mondo.
Vorrei pero' fare una proposta: i palestinesi che
anni fa sconsacrarono la Basilica di Betlemme, occupandola
colle armi spianate e riempiendola di escrementi
e immondizie sono stati mandati in albergo in Italia.
Perche' non mandare in vacanza in italia anche
Haim e Violetta?
Non e' una buona proposta? Non sono terroristi
e non sono arabi?
Giusto, non avevo pensato a questo!
Deborah Fait - informazionecorretta
LA MINACCIA E LA VENDETTA
Dal Corriere della Sera: "Muammar Gheddafi,
ieri, ha lanciato un avviso: dopo l'assalto di due
settimane fa al consolato italiano a Bengasi, se il
suo Paese non riceverà una compensazione adeguata
per quel periodo del XX secolo, non vanno esclusi altri attacchi.
Il Colonnello ne attribuisce il pericolo a passioni del
suo popolo nate prima dello sdegno per le vignette danesi
su Maometto e della loro riproduzione sulla maglietta del
leghista Roberto Calderoli: «I libici odiano l'Italia,
non la Danimarca. I libici cercano qualsiasi occasione per
sfogare la loro rabbia contro l'Italia dal 1911, quando l'Italia
occupò la Libia». Il Colonnello ha parlato così,
stando all'agenzia britannica Reuters, davanti a alti funzionari
governativi e suoi sostenitori riuniti a Sirte. Benché
il Leader sia abituato a elargire colpi di scena, era da tempo che
non ricorreva a toni così drastici verso l'Italia."
Dunque, Ghedaffi minaccia ed è bene ricordare
che Ghedaffi non è nuovo a minacce. Ad esempio
sulla questione Ustica, strage di Bologna nel 1995
Giuseppe Zamberletti pubblicò un libro ("La
minaccia e la vendetta - - Ustica e Bologna: un filo tra
due stragi", editore Franco Angeli) dove si fanno ipotesi
sulle responsabilità di Ghedaffi nelle due stragi.
Ipotesi per niente campate per aria.
L'allora sottosegretario Zamberletti (sottosegretario
del II Governo Cossiga) nell'agosto 1980
(per la precisione il 2 agosto 1980, stesso giorno
della strage di Bologna) si trovava a La Valletta per
firmare un accordo con Dom Mintoff in cui si garantiva
la difesa della Repubblica di Malta contro ogni attentato alla
sua neutralità e autonomia.
Un accordo preceduto da una trattativa, ricorda
nel libro Zamberletti, costellata da minacciosi
<<avvertimenti>> da parte libica.
Un mese prima, mentre il governo italiano cercava
di indurre quello francese ad associarsi all'iniziativa,
il Dc9 dell'Itavia partito da Bologna e diretto
a Palermo precipitò sulla verticale di Ustica.
Ustica, è la tesi del libro di Zamberletti,
fu un avvertimento e la strage di Bologna la vendetta
per l'accordo raggiunto.
cp, 4 marzo 2006
Nel programma dell'Unione
manca la parola "Israele" e la chiarezza sulla politica estera
La politica estera dell’Unione è più
meno sola al mondo. La scoperta viene dalla lettura
della parte del programma prodiano dedicata a un
“paese protagonista del futuro europeo” e dall’analisi
delle affermazioni dei leader del centrosinistra. L’unica
idea chiara è il desiderio di dar forza all’integrazione
europea. Ma il proposito pare da un parte superato
dagli eventi – Francia e Olanda, paesi fondatori,
hanno già votato no” alla Costituzione europea –
e dall’altra velleitario, in un clima di rinascita
dei protezionismi nazionali, con Madrid che blocca tedeschi
di E.On, con Parigi che stoppa gli italiani dell’Enel. Se
poi Prodi per “integrazione europea” intende la ripresa della
tradizionale liaison tra Roma e l’asse franco-tedesco, anche
questo desiderio pare da una parte retrodato – sono passati
i tempi del motore renano di Mitterrand e Kohl, come è declinato
il sogno del polo continentale (come contraltare alla
potenza americana) composto da Chirac (monsieur 1 per cento nei
sondaggi) e Schröder (dipendente del Cremlino al vertice
di Gazprom) – e dall’altra poco praticabile per una coalizione
con Ds e Rifondazione in posizioni da combattimento. A Parigi
è in ascesa l’atlantico Sarkozy, considerato “il sole della
nuova Francia” dalla rivista dei neocon, il Weekly Standard, e
a Berlino governa la cristiano-democratica Angela Merkel, che
come primo obiettivo ha scelto quello di ristabilire ottime
relazioni tra la Germania e l’America di Bush. L’Unione dice:
“Più mercato unico europeo”, ma poi i francesi ci stoppano
e Prodi chiede ritorsioni. L’Unione predica: “Dobbiamo al più
presto rilanciare il processo costituzionale europeo”. Con chi?
Con i francesi del “non”? Con la Gran Bretagna del guerriero liberista
Blair? Con gli inglesi che sono addirittura fuori dall’euro? L’Unione
vuole “più difesa europea”, proprio mentre c’è la corsa
a entrare nella Nato, molto più che a entrare nell’euro. L’Unione
dice “più Onu”, ed è difficile trovare oggi organizzazione
più indebolita, per la sua inefficacia nel prevenire
e risolvere crisi e per le vicende di corruzione legate a Oil
for Food. L’Unione sogna “più istituzioni multilaterali”,
come l’Agenzia atomica di Vienna, che per ora è riuscita solo
a scoprire a posteriori le violazioni iraniane nella corsa all’atomica.
L’Unione auspica “più intelligence contro il terrorismo” (come
ha fatto Schröder, che in pubblico si mostrava fiero oppositore
di Bush e in privato gli passava le informazioni dei servizi segreti
contro Saddam), ma poi quando si scoprono operazioni di intelligence,
vedi il caso Abu Omar, si grida alla violazione del diritto, della
trasparenza, e si vuole processare l’intelligence. Su temi qualificanti
come l’ingresso della Turchia in Europa, l’Unione scrive di
essere soddisfatta dell’inizio dei negoziati, ma non è
dato sapere con certezza se il Prodi che un giorno disse “mamma
li turchi” sia a favore o no. Sul conflitto arabo-israeliano non
si trovano indicazioni nuove nel programma (mai citata
la parola “Israele”, solo due righe per dire: “l’Europa deve assumere
con rinnovato vigore l’iniziativa per la soluzione del conflitto
israelo-palestinese sulla base del principio ‘due popoli, due Stati’”,
e non due popoli, due democrazie), restano dunque solo le radicali
prese di posizioni di D’Alema che apre a Hamas e le sagge considerazioni
di Rutelli sul ruolo positivo svolto da Sharon nel rifondare la politica
israeliana e nel dare un prospettiva nuova, grazie al ritiro
unilaterale da Gaza. E sull’altro ritiro, quello dall’Iraq?
L’avverbio “immediatamente” c’è, ma è così:
“Immediatamente proporremo al Parlamento italiano il conseguente
rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente necessari,
definendone, anche in consultazione con le autorità irachene… le
modalità affinché le condizioni di sicurezza siano garantite”.
O è ambiguo o è lo stesso progetto del centrodestra.
Dal FOGLIO di venerdì 3 marzo
2006 (da informazionecorretta)
Massima del giorno
La sinistra non ha paura della povertà. Altrui.
G.P.
MOLLICHINE
Il Sud Dakota rende illegale l’aborto. Sarà tollerato
solo quello clandestino.
Ciampi: “I giudici appaiano terzi”. E sarà ancora
meglio se non appaiono affatto.
Marvulli a Berlusconi: “Accuse deliranti” all’olimpica,
imparziale, schiva maestà della magistratura.
Per Prodi la TAV manca dal programma “per una svista”:
come una stazione ferroviaria senza binari.
Berlusconi: “L’Occidente e’ e deve essere uno solo”.
Ve l’immaginate una rosa dei venti con tre Ovest?
Berlusconi: “L’11 settembre non è un attacco
dell’Islam all’Occidente”. Come diceva Totò:
“E i’ che me chiamme, Pasquale?”
L’Ulivo: “Berlusconi, A.D. dell’azienda Italia, dovrebbe
essere licenziato”. E Prodi, dirigente dell’Iri,
applaudito. Chissà.
Benedetto XVI: “Basta con il razzismo negli stadi”.
Hamas d’accordo. Che ci fa, negli stadi? Meglio
in Palestina.
Gianni Pardo - 3 marzo
2006
IL CROCIFISSO E LA
CORTE COSTITUZIONALE
Nei primi giorni di febbraio la Corte Costituzione
ha stabilito che la presenza del crocifisso nelle scuole
e nei tribunali non è incostituzionale. L’ha
fatto con una sorprendente motivazione secondo la quale,
in sostanza, il crocifisso sarebbe un simbolo laico dei
valori di democrazia e di civiltà cui si ispira il
popolo italiano . Quello che importa sottolineare è
che, come diceva Nietzsche, il miglior modo di danneggiare
una tesi giusta è sostenerla con cattivi argomenti.
Cercare di far passare il crocifisso per un simbolo di valori
laici è come fare della gazzella un simbolo dei carnivori.
Ma dal momento che né la Corte Costituzionale né
l’estensore sono degli sprovveduti, è giusto vedere se
la tesi sia sostenibile.
L’Occidente è cristiano. Anche se per la maggior
parte gli europei non sono praticanti, questo non
impedisce che il loro background culturale sia cristiano:
come del resto si afferma nell’abusata citazione di
Benedetto Croce. Ma per esempio, in quanto eredi della civiltà
romana, dal punto di vista delle istituzioni giuridiche
sono pre-cristiani. Se poi si considerano le loro istituzioni
politiche, sono più figli dell’Illuminismo miscredente
che delle teorie politiche tomistiche. Della scienza
tutto si può dire salvo che sia un valore cristiano:
essa storicamente si è affermata malgrado e contro
la Chiesa. Perfino la filosofia ha avuto parecchio da temere,
dalla religione. Basti pensare a Socrate, a Tommaso Campanella
o a Giordano Bruno. Viceversa ci sono campi in cui la tradizione
cristiana è assolutamente centrale: l’assistenza sanitaria,
per esempio. Chi è abbastanza anziano ricorda che un
tempo gli ospedali erano il regno delle suore. Quelle care donne
spendevano tutta la loro vita per il prossimo sofferente. Dunque
per ogni valore o gruppo di valori bisogna fare un esame a parte.
La relazione fra valori laici e valori cristiani
va studiata senza estremismi e soprattutto tenendo
conto che in qualche caso essi hanno viaggiato in parallelo,
tanto da rendere difficile dire quale sia il primo e quale
il secondo. La libertà ad esempio è un valore
cristiano: tutti gli uomini hanno pari valore dinanzi
a Dio, uomini e donne, liberi e schiavi. Ma, detto questo,
la Chiesa non si è certo concretamente adoperata per la
liberazione degli schiavi o per l’emancipazione della donna. E
soprattutto non si può dimenticare che la democrazia è
nata, in tempo ben anteriore a Gesù Cristo, nelle città
greche. Solo lì il singolo è stato libero e perfino
capace di determinare col proprio voto la condotta dello Stato.
Si può certo sostenere
(lo fa la Corte Costituzionale, stavolta) che alcuni valori
laici siano inclusi nella mentalità cristiana. Ma si
potrebbe benissimo sostenere l’opposto, non foss’altro che
per priorità cronologica. Qualcuno ha attribuito
a Seneca – pensatore assolutamente pagano – una mentalità
quasi da cristiano: tanto da rimpiangere che cristiano
non fosse.
Il crocifisso è il simbolo d’una religione che,
nel corso dei secoli, è riuscita a coniugarsi
col diritto romano, con lo stato democratico moderno
e con la scienza; ma questo non impedisce che molti
valori su cui si fonda la vita associata abbiano altra origine.
La tolleranza, la democrazia, la parità dinanzi
alla legge, la scienza, il perseguimento d’una felicità
edonistica sono tutt’altro che valori religiosi. E su di
essi, più che sulla fede, si fonda la vita contemporanea.
Il messaggio di Gesù Cristo fu un messaggio d’amore
e di tolleranza (anche se non sempre così
l’interpretò la Chiesa), ma il messaggio del Buddismo
è almeno altrettanto tollerante e altrettanto
caritatevole. Si potrebbe dunque scegliere fra mettere
il crocifisso o una statua di Budda, nelle nostre scuole?
La tesi della Corte Costituzionale è francamente
arrischiata. Essa sembra nata da una sostanziale
mancanza di coraggio e per questo è sostenuta
con cattivi argomenti. Non sarebbe stato più semplice
dire che la maggioranza degli italiani è cattolica,
è abituata a vedere il crocifisso in determinati posti
e gradisce continuare a vederlo lì? Dopo tutto
avrà pure il diritto di arredare le scuole e le
aule di giustizia in modo conforme ai propri desideri. Né
i non cristiani si possono offendere, visto che hanno la fortuna
di vivere in un paese in cui la religione dei più,
invece di essere tendenzialmente fanatica e intollerante,
è compatibile con i più alti e laici principi
di democrazia.
L’Occidente, più che essere cristiano - o laico
sotto forma di cristiano, come vorrebbe credere
la Corte Costituzionale - è semplicemente spaventato.
E non ha il né il coraggio di dirsi cristiano né
il coraggio di dirsi laico.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
Di Lieto
Tempo fa un ex-magistrato ha scritto al Corriere
della Sera criticando la nuova legge sulla legittima
difesa. Sosteneva tra l’altro che essa autorizzava
ad uccidere solo per difendere i propri beni. Gli feci
notare, con lettera anch’essa pubblicata sul “Corriere”,
che la legge dice espressamente che l’uso delle armi è
lecito: «quando non vi è desistenza E vi è
pericolo di aggressione». Oggi il Corriere pubblica
questa replica del dr.Di Lieto. Affido la mia controreplica
(che non penso sarà pubblicata) al giudizio degli
amici. Scrive il magistrato in pensione:
Caro Romano, mi consenta di replicare
al lettore che critica le mie tesi in materia di
legittima difesa. La lettura tutt’altro che «affrettata»
del testo mi induce a ritenere che le espressioni adottate
dal legislatore per limitare il diritto di difesa (quando
si tratti di beni patrimoniali) siano poco più
che superfetazioni. La nuova legge consente l’uso delle
armi per difendere i beni propri o altrui «quando non
vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione».
Quanto alla desistenza, non occorre un atto notificato: se
il termine è stato usato in senso tecnico, basta
che il ladro o il rapinatore non receda volontariamente dall’azione.
Quanto al pericolo di aggressione, esso è nella gran
parte dei casi in re ipsa: per il fatto stesso che sia armato
il ladro o il rapinatore. Nessun dubbio che il legislatore possa
valutare diversamente gli interessi delle parti in gioco. Il fatto
è che questa diversa valutazione può portare a privilegiare
i beni patrimoniali, di rango inferiore, al bene vita, di rango
certamente superiore. Di qui il dubbio non manifestamente
infondato, per me certezza, che la nuova legge sia in contrasto
con la Costituzione.
Michele Di Lieto
Io ho scritto:
Caro Romano,
il dr.Di Lieto scrive: “Quanto alla desistenza… basta
che il ladro o il rapinatore non receda volontariamente
dall’azione”. Basta a che cosa? Perché
gli si spari? Non siamo tendenziosi: la legge vuole solo
dire che non è lecito reagire con le armi contro
chi mostra di desistere dall’azione. La desistenza da sola
esclude la legittimità dell’uso delle armi per
legittima difesa. “Quanto al pericolo di aggressione, egli
scrive, esso è nella gran parte dei casi in re ipsa:
per il fatto stesso che sia armato il ladro o il rapinatore”.
In re ipsa? È la stessa cosa avere una pistola nella fondina
o puntarla contro qualcuno? È la stessa cosa se l’aggressore
è armato di coltello e l’aggredito di una pistola? La
volontà di aggressione alla persona non è affatto in re
ipsa: diversamente i tribunali sarebbero inutili. Conclude infine
il magistrato che la legge è contro la Costituzione perché
privilegia i beni rispetto alla vita. In realtà si è solo
spostata la frontiera dall’“aggressione in concreto” al “pericolo
di aggressione”. Ma pericolo di aggressione alla persona dev’esserci:
e devono stabilirlo i giudici. Con buona pace della Costituzione e del
dr.Di Lieto.
Gianni Pardo
Berlusconi
al Congresso Usa
Di seguito il testo integrale del discorso tenuto
dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
al Congresso degli Stati Uniti.
Signor Presidente, Signor Vice Presidente alla
Camera dei rappresentanti, Signori membri del
Congresso, è per me uno straordinario onore
essere stato invitato a pronunciare questo discorso
nel luogo che è uno dei massimi templi della democrazia.
Parlo in rappresentanza ed a nome di un Paese che nei
confronti degli Stati Uniti d’America ha un’amicizia profonda,
che agli Stati Uniti si sente legato da vincoli plurisecolari.
Una parte importante dei cittadini americani ha
origini italiane. Per loro l’America è stata
una terra di opportunità che li ha accolti generosamente
ed essi hanno contribuito con il loro ingegno e
con il loro lavoro a rendere grande l’America. E sono
orgoglioso di vedere quanti cittadini di origine italiana
sono oggi membri del Parlamento della più grande
democrazia del mondo.
Per la generazione di italiani alla quale appartengo
gli Stati Uniti rappresentano il faro della libertà
e del progresso civile ed economico.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver
salvato il mio Paese dal fascismo e dal nazismo a
costo del sacrificio di tante giovani vite americane.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti perchè
nei lunghi decenni della guerra fredda hanno difeso l’Europa
dalla minaccia dell’Unione Sovietica. Impegnando ingenti
quantità di uomini e di mezzi finanziari in questa
battaglia vittoriosa contro il comunismo gli Stati Uniti
permisero a noi europei di destinare risorse preziose alla
ripresa e allo sviluppo della nostra economia.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver
aiutato il mio Paese a vincere la povertà ed
a conseguire crescita e prosperità dopo la Seconda
Guerra Mondiale grazie alla generosità del Piano
Marshall.
Ed oggi sono ancora grato agli Stati Uniti che
continuano a pagare un alto prezzo in termini di
vite umane nella lotta contro il terrorismo, per la
sicurezza comune e per la difesa dei diritti umani in tutto
il mondo.
Quando guardo la vostra bandiera, non mi stancherò
mai di ripeterlo, non vedo soltanto la bandiera
di una grande democrazia e di un grande Paese, ma
vedo soprattutto un simbolo, un messaggio universale di
democrazia e libertà.
Signor Presidente, questi sentimenti hanno ispirato
tutta la mia attività politica e l’azione dei
governi che ho avuto l’onore di guidare.
Gli Stati Uniti hanno sempre potuto contare su
un alleato solido e leale, pronto ad assumersi
la responsabilità di essere al vostro fianco
per la difesa della libertà. Lo abbiamo dimostrato
dovunque l’impegno concreto dell’Italia sia stato
necessario. Ne siamo profondamente orgogliosi.
Sono 40.000 i militari italiani destinati esclusivamente
alle missioni di pace.
In Afghanistan abbiamo ora il comando della missione
ISAF della Nato.
In Iraq siamo impegnati
in compiti di pacificazione e di costruzione
della democrazia.
Nei Balcani abbiamo assunto il comando delle missioni
in Kossovo e in Bosnia Erzegovina.
E siamo anche in Medio Oriente, in Sudan ed in
altre parti del mondo, là dove si sono aperte
delle ferite che occorre sanare.
Signor Presidente, prima degli atroci attentati
dell’11 settembre i Paesi occidentali vivevano nella
certezza della propria sicurezza. Vivevano nella
certezza che nulla, dopo il crollo del Muro di Berlino,
avrebbe potuto interferire con la loro vita civile e democratica.
(...)
Clicca qui per
proseguire nella lettura.
DÈNGHIU,
AMERICA
Dichiarazione di Daniele Capezzone, della segreteria
della Rosa nel pugno :
”Sto ascoltando l'esordio del discorso di Silvio
Berlusconi al congresso Usa, pronunciato in
lingua inglese, o almeno questa doveva essere l'intenzione...
Torna alla mente, ascoltandolo in questa che appare
per lui un'improba fatica, l'immortale scena di Totò
e Peppino a Milano col colbacco, che si rivolgono al vigile
dicendo: "Noio volevàn savuar..."
Commento di Christian
Rocca alla suddetta dichiarazione di
Capezzone:
"Il mio amico Capezzone la battuta sull'inglese
di Berlusconi se la poteva risparmiare e magari
concentrarsi sul fluente arabo dei suoi compagni di
coalizione che non cito sennò mi querelano per un miliardo
di lire. By the way, il discorso del Cav al Congresso
sembrava scritto da Matteo Mecacci, il factotum radicale
alle Nazioni Unite. I radicali avrebbero fatto meglio a commentare
l'evento di Washington senza propaganda e magari ricordare
che quando anche er mejo della loro coalizione arriverà
a dire la metà delle cose dette da Berlusconi sarà
già troppo tardi".
Nostro commento alla suddetta dichiarazione di Christan
Rocca:
…In effetti, ve l’immaginate se al posto del Berlusca
ci fosse stato Prodi? Ma ce lo vedete a parlare
al Congresso, “inglese” o no?
Di più: ce lo vedete Prodi invitato a ritirare
l’ “Intrepid Freedom Award” a New York, bordo della
portaerei “USS Intrepid?
Al massimo, che lo si può figurare a ritirare
il “Valium Award” a Disneyland, a bordo della barca
di Paperino…
ale tap, 2 marzo 2006.
C'e' poco
da ridere
Lo avevo scritto una settimana fa: tempo un paio
di mesi e l'Europa riconoscera' hamas! Caspita,
e' passata solo una settimana e gia' hanno aperto il
portafoglio, la UE ha sganciato a scatola chiusa,
chiusissima 123 milioni di dollari!
Sono proprio aquilotti questi dell'UE, James
Wolfensohn in testa, niente da dire. L'ANP rischia
la bancarotta, dicono strappandosi i capelli e,
nonostante ogni giorno hamas faccia dichiarazioni di
guerra a Israele e i razzi kassam colpiscano kibbuz
e villaggi fino ad arrivare alla zona industriale di Ashkelon,
nonostante solo un paio di settimane fa siano state
distrutte e saccheggiate proprio le sedi europee
nei territori costringendo chi vi lavorava a scappare
a gambe levate, nonostante tutto questo stanno firmando
assegni senza nessuna garanzia, al buio come hanno fatto
per 40 anni con Arafat.
La gente pero' tace, nessuno protesta, e credo
che, a questo punto, sia doveroso l'intervento
di uno psichiatra che spieghi il motivo di tanta
simpatia e generosita' verso gli inetti, gli incapaci,
i violenti.
120 Milioni di dollari al mese a un' entita' terrorista!
Ma la cosa piu' grottesca di tutta la storia e'
stata la reazione palestinese.
Credete che abbiano detto "Grazie, amici, grazie
per la vostra generosita'"?
Nooo, hanno detto " mandateci i soldi e non osate
chiederci niente in cambio".
Cornuti, contenti e mazziati gli europei.
Ma c'e' di piu', hamas non prende soldi solo dalla
pancia molle dell'Europa ma anche dai paesi arabi
, prendono soldi da tutti, vogliono soldi da tutti,
non pensano nemmeno lontanamente a lavorare, le loro
occupazioni preferite sono fare terrorismo e oziare,
violentare i loro figli per farli diventare assassini
e oziare.
Per questo altri 250 milioni di dollari arrivano
dall'Iran, altri arriveranno dai paesi arabi e
cosi' avanti, la storia non finira' mai.
A questo amore malato per una popolazione che
ha scelto ancora una volta, dopo Arafat che li
affamava, di avere una classe dirigente di terroristi
assassini si contrappone l'odio per Israele che
gli europei si tramandano di generazione in generazione
da 20 secoli.
L'odio ha solo cambiato nome, ieri era il giudeo,
oggi e' il giudeo sionista, l'israeliano ebreo .
Leggiamo dichiarazioni ridicole dei politici italiani
di sinistra "hamas non e' solo violento,
hamas crea scuole e campeggi, hamas e' stato eletto
democraticamente".
Certo scuole e campeggi per rovinare generazioni
di i bambini imbevendo di odio le giovani anime.
Democraticamente? Come si fa ad essere democratici
se non si hanno istituzioni democratiche? L'imbecillita'
imperversa.
Sergio Romano, piu'
ridicolo di altri, arriva a dire che "anche gli ebrei
erano terroristi" e ha la faccia tosta di scriverlo
e di firmarlo insieme alla difesa di David Irving,
il negazionista condannato in Austria, e alla giustificazione
del diritto sacrosanto (secondo lui) di
negare la Shoa' arrivando ad attribuire le leggi di nazioni
sovrane a una sorta di sudditanza alle comunita' ebraiche.
La vecchia tecnica del sospetto, il famoso complotto
plutogiudaicomassonico che vuole comandare
il mondo.
Intanto l'onorevole Diliberto querela Yasha Reibman
per aver detto la verita'.
Dopo anni di bandiere arrostite in pubblico, adesso,
in prossimita' delle elezioni, l'onorevole
osa negarlo e querela chi gli da dell'antisemita.
Non le bruciava lui le bandiere? no certo ma pare
che i membri del suo partito non abbiano mai ricevuto
to'to'sulle manine visto che lo fanno ad ogni manifestazione
da parecchi anni.
Vabbe', per la serie che al peggio non c'e' mai
fine, ecco che Rifondazione Comunista candida
Ali' Rashid, quindi, a elezioni vinte, un uomo
dell'OLP, tirapiedi di Arafat, siedera' in Parlamento.
Mi dicono che al centro destra c'e' chi nega la
Shoa', si, va bene, cioe' male ma a sinistra c'e'
chi adora Ahmadinejad e cosa dice il presidente iraniano
? nega la Shoa' e vuole annientare Israele.
Insomma come ti giri vedi nero....o meglio ...rosso...beh
e' la stessa cosa!
Intanto in Israele ci scansiamo per non beccarci
i missili palestinesi sulla testa e rabbrividiamo
di puro orrore leggendo i giornali europei.
Qualcuno tenta di scherzarci su, un po' di umorismo
ebraico aiuta sempre ma c'e' poco da ridere: Israele
e' circondato. Ha alle porte un'entita' terrorista
che parla di tutto meno che di pacificazione, poco
piu' lontano c'e' un paese islamico che vuole ripulire
la carta geografica.... al di la' del mare c'e' tanto
odio, demonizzazione, boicottaggio, disinformazione,
ragazzi ebrei ammazzati, finanziamenti a gogo' a chi
ci ha ammazzato per anni e vuole continuare a farlo.
Si, c'e' proprio poco da ridere.
Deborah Fait -
informazionecorretta