ARCHIVIO MARZO 2006

LA STANCHEZZA DELLA POLITICA
Forse non voi, ma parecchi schivano i programmi politici, i dibattiti da Vespa e tutti gli incontri elettorali. Può darsi che costoro abbiano idee molto chiare e che non cerchino ulteriori lumi, ma non è solo questo. Infatti potrebbe sempre essere utile avere nuovi dati, saperne un po’ di più del prevedibile futuro dell’Italia e a volte, perfino, sfuggire a qualche insipido varietà televisivo. Ma la politica è contemporaneamente sopra le righe e noiosa come un attore che confonda pathos e livello sonoro.
Fra gli altri difetti della campagna politica c’è l’insufficienza di dati. Ci sono persone che parlano di un’Italia che ha fatto miracoli, tenuto conto della situazione obiettiva, e persone che parlano di un’Italia economicamente disastrata. A questo punto si avrebbe tanta voglia di chiarezza e di certezza ma neanche i numeri sono affidabili. Qui, se si deve scrivere 11, si discute su quale 1 mettere prima. Poi un programma elettorale raggiunge proporzioni da manuale universitario e si arena dinanzi a parole come “grandi patrimoni”: che non significano nulla, senza le cifre. Ciò che è grande per uno può essere piccolo per un altro. E se l’ambiguità è voluta affinché ognuno pensi che si parla di qualcuno più ricco di lui può anche avvenire che ognuno tema d’essere considerato titolare d’un grande patrimonio se ha un appartamento di cinque stanze in città.
Le parole non sembrano più avere il loro normale significato. Non che la TAV sia importantissima, l’Italia può benissimo fare a meno del Corridoio Cinque. È sopravvissuta ai barbari e ai Lanzichenecchi, sopravviverà alla marginalizzazione. Ma perché nonsi riesce a sapere se è nel programma della sinistra o no? L’intelligenza, la capacità di “scegliere fra”, si sforza di capire se deve prendere sul serio Prodi o Pecoraro Scanio, e poi essa stessa avverte che non è un problema semantico, si tratta di sapere chi prevarrà. Cosa che nessuno può prevedere. Ed ecco si è stanchi di uno sforzo che non ha condotto a nulla.
Il fenomeno è generale e riguarda anche il centro-destra. La coalizione che con una solida maggioranza non è riuscita a realizzare alcune riforme nel modo radicale che avrebbe voluto – per esempio la giustizia, la previdenza, il mercato del lavoro –promette ora che le farà nella prossima legislatura: chi le può credere?
I partiti di centro-sinistra dal loro lato promettono di fermare i grandi lavori e azzerare tutto quello che ha fatto il centro-destra. Cioè promettono di non far nulla. Perché passerebbero il loro tempo a rimettere indietro il contatore e a correggere la legislazione passata. Ovviamente è un’esagerazione (l’ha detto anche Rutelli) ma il problema rimane: in che misura governerebbero il paese e in che misura passerebbero cinque anni – loro, i “progressisti”! - a tornare indietro nel tempo? E che effetti potrebbe avere, sull’economia, un mercato del lavoro reso ancor più anchilosato di quanto non sia?
La confusione sotto il cielo è così grande che è inutile ascoltare i dibattiti televisivi. È inutile perfino cercare dati obiettivi perché o non esistono o sono stravolti dalla faziosità. A questo punto possiamo solo guardare in faccia gli uomini che dovrebbero governarci e se Fassino ci convince più di Tremonti, o Fini più di Bertinotti, sappiamo per chi votare.
Le facce sono l’unica cosa obiettiva che propone la televisione.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 1 aprile 2006


Sull'orlo di una crisi di nervi!
  Allora, facciamo un piccolo riassunto perchè se no rischiamo di perderci:
1) 2 giorni fa, D'Alema ha detto che, qualora la sinistra andasse al governo, abrogherebbe la legge sulla fecondazione assistita (tra parentesi, fregandosene altamente del volere del popolo italiano). I radicali e i verdi esultano, la Margherita meno. Prodi nicchia. Cosa farà la sinistra, qualora andasse al governo? Boh.
2) Lite tra Bertinotti e Mastella sulle tasse di successione. Uno è convinto che se hai un monolocale alla periferia di Roma sei un porco capitalista da tassare a volontà, l'altro no. Prodi dice che la tassa di successione verrà applicata solo "ai grandissimi patrimoni", ma non fornisce alcuna cifra. Sai com'è , quando nella sua coalizione c'è gente che di ce che 180'000 euro sono un grandissimo patrimonio, non c'è da stare tanto allegri!
3) Lo stesso Mastella va al congresso del PPE, la casa degli anticomunisti europei, e si prende una bordata di fischi. Prova a spiegare perchè ha scelto la sinistra, ma non ci riesce. I delegati europei gli preferiscono di gran lunga Gianfranco Fini. Intanto, ieri le parole del Papa sono state applaudite da Mastella e Rutelli, ma duramente criticate dai postcomunisti e dalla Rosa nel Pugno.
4) Solo ieri, Montezemolo (fan non tanto nascosto della sinistra) ha "intimato" alla sinistra di non cancellare, ma anzi di completare la legge Biagi. Come la prenderanno Rifondazione, Verdi, Comunisti Italiani, e gran parte dei DS che della legge Biagi hanno fatto un cavallo di battaglia elettorale?Intanto, Montezemolo riceve l'appoggio di Rutelli.

5) Conflitto di interessi. Su questo argomento l'Unione dovrebbe essere a prova di bomba. Invece no. Perchè se i duri e puri vogliono ancora una vendetta lucida e brutale contro Silvio, i più morbidi non intendono fare una legge apposta per penalizzarlo. Ed è polemica.
6) Capitolo privatizzazioni. Da un lato la Rosa nel Pugno che ne vorrebbe a volontà, dall'altro la sinistra post-comunista che vorrebbe salvare anche l'ultimo carrozzone statale. Proprio su questo argomento si è sviluppata martedì scorso la lite tra la Bonino e Berinotti a Ballarò.
7) Capitolo energia: un bel rigassificatore al largo della Toscana è quello che ci vuole per innescare una furibonda polemica tra le comunità locali, la sinistra "in doppiopetto" e quella piazzarola. e poi pretendono di risolvere il problema energetico!
8) c'è anche spazio per una bella lite tra il sindaco di Bari (centrosinistra ) e i Verdi, riguardo l'ecomostro di punta Perrotti...
9) Infine, la questione della tassazione dei bot: qui l'Unione non ha affatto una posizione unitaria. Perchè sull'altra roba si?, mi chiederete voi. Vabbè, ma qui di più.
10) E Prodi? povero Mortadellone! Siccome non può dire nulla , perchè nella sua coalizione non conta un tubo (non avete idea della fatica che ho fatto a scrivere tubo...) si sfoga prima con l'ascoltatore radiofonico sfuggito dal manicomio (almeno secondo lui), poi dichiara che la Casa della Libertà fa "delinquenza politica": caro Mortadella, quelli che fanno delinquenza politica sono prima di tutto coloro che sfasciano le vetrine e assaltano i Mac Donald pieni di ragazzini. E quelli votano tutti per te.
Queste sono le liti furiose che hanno imperversato a sinistra solo negli ultimi tre giorni! Vogliamo davvero affidare l'Italia a questa gente? Secondo me no. Infatti, la sinistra è sull'orlo di una crisi di nervi perchè sa che la sconfitta è possibile. Il popolo Italiano è un po' lento a capire, ma non stupido. Il 10 aprile potrebbe punire l'insaccato e tutta la sua litigiosa coalizione.

di Bobo .

Lanterna magica
Nanny McPhee
Un vedovo deve badare ai sette figli, delle autentiche pesti che fanno scappare anche le governanti più pazienti. Fino a quando dal cielo non arriva Nanny McPhee. Divertente favola inglese, con un cast notevole…
Nanny McPhee

Regia: Kirk Jones
Interpreti: Emma Thompson, Colin Firth, Kelly MacDonald, Angela Lansbury, Celia Imrie, Derek Jacobi, Imelda Staunton
Sceneggiatura: Emma Thompson
Data di uscita italiana: 7 aprile 2006
Voto: 6,5/10

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Massima del giorno
A volte la cultura è un'aggravante.
G.P.


L'ESPERIENZA INUTILE
L'esperienza è maestra di vita. Chi non ne tiene conto è destinato a mettersi nei guai, ad essere deluso da tutti, a non capire la realtà. Ma questo non significa che sia necessario ascoltare tutte le sue lezioni: perché essa è ripetitiva. Alla fine è giusto dire: "Va bene, ho capito, ne terrò conto". E non ascoltare le successive lezioni.
Un esempio di questa sovrabbondanza di messaggi è la cronaca nera. Non c'è crimine che non abbia un precedente, che non sia la replica di qualcosa che è già avvenuto, decine o centinaia di volte. Dunque non serve a nulla interessarsi dei particolari dell'ultimo fattaccio, non basta che cambino gli attori perché la tragedia sia nuova. E non è neppure importante che i morti siano più numerosi che negli altri delitti dello stesso tipo: in qualunque classifica c'è sempre un primo e ogni nuovo crimine rappresenta una minima variazione sul tema. Sotto ogni cielo e in ogni epoca c'è sempre chi ruba, chi rapisce, chi uccide e la lezione è semplice: l'uomo è capace di tutto e del peggio.
Occuparsi di ogni nuovo caso è una triste necessità e un mestiere, per poliziotti, per magistrati e per psichiatri; ma per il resto, così come l'uomo medio non s'interessa dei problemi delle fognature di Treviso, a meno che non abiti a Treviso, o dei problemi della cavolaia, a meno che non coltivi cavoli, non c'è ragione di sapere tutto del rapimento d'un bambino. È tristissimo, è doloroso, ma non è leggendo che si farà qualcosa per lui.
La molla della cronaca nera è la curiosità e basta. Una curiosità priva di effetti positivi e con qualche effetto negativo: si pensi all'emulazione idiota, alla candeggina nell'acqua minerale o ai sassi buttati giù dai cavalcavia. L'informazione sul terrorismo, poi, non che contribuire a contrastarlo, lo fa nascere: i terroristi uccidono per avere i titoli dei giornali e la loro attività è una forma criminale di pubblicità. Tanto è vero che non esiste dove la stampa non è libera.
Molti sono incolti e credono che un fatto sia una novità storica solo perché essi lo sentono per la prima volta. L'omicidio premeditato suscita in questa gente l'emozione, la sorpresa, lo sdegno che avrebbe suscitato nel Paradiso Terrestre. I giornalisti sanno di avere, fra i loro lettori, molti che in quanto a storia non vanno oltre gli ultimi dieci anni e dunque accontentano la loro curiosità, la nobilitano e l'avallano con l'autorità della carta stampata.
La cronaca nera non rischia di morire.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 31 marzo 2006


«Ma questo e' matto...!»
Succedono cose strane. Se il Presidente del consiglio durante un comizio  dice una mezza frase sui «bambini che nella Cina di Mao venivano bolliti e usati come concime»,  verità storica mai smentita ( pagina 460 dell'edizione italiana del 'Libro nero del comunismo' c'e' scritto che nel 1960, all'epoca della scellerata collettivizzazione forzata dell'agricoltura cinese, nell'ambito dell'atroce repressione contro i contadini che si ribellavano, vi erano 'torture sistematiche su migliaia di detenuti, bambini uccisi, messi a bollire e poi utilizzati come concime'),  sono lì tutti, dai giornali ai TG,  a fare gli scandalizzati e  raccogliere le proteste di uno smemorato  funzionario di  Pechino .
Se invece Prodi, durante una diretta radiofonica,  da del «matto»  ad un ascoltatore che, in modo assolutamente garbato, manifesta dei dubbi sulla tenuta della variegata coalizione di centro-sinistra, nessuno, dai giornali ai TG, alza i toni, anzi...
Eppure sarebbe stato facile facile  polemizzare con  Prodi ricordandogli  che il paese dove gli oppositori venivano giudicati «matti» - per poi essere internati  o rinchiusi, a milioni,  nei gulag -  era l'ex Unione Sovietica, culla del comunismo....
In verità, l'unico a sbilanciarsi è stato il solito Calderoli. Non ha aspettato un minuto per dichiarare all'Ansa: «Il lupo evidentemente perde il pelo, ma non il vizio: mi auguro, però, che - Prodi ndr- nella sua evoluzione politico-ideologica non pensi di arrivare a far bollire i bambini e mangiarseli...».
Si attendono reazioni da un ex cuoco dell'ex Unione Sovietica.
cp, 31 marzo 2006


Pro memoria: intrecci organici tra Cooperative rosse e i DS
Il collegamento organico (politico e finanziario) tra le cooperative rosse e il più forte partito della sinistra (prima il PCI, oggi i DS) è un vecchio problema della politica italiana, problema mai affrontato seriamente
Per completezza di informazione, ricordiamo che Nordio nel 1999 aveva chiesto il rinvio a giudizio di oltre 100 amministratori di cooperative venete, finite sotto inchiesta per associazione a delinquere, falso in bilancio, bancarotta, finanziamento illecito del PCI-PDS. Gli indagati furono quasi tutti condannati o patteggiarono la pena.
Come è noto le cooperative hanno sempre goduto di agevolazioni fiscali non indifferenti per poter rispettare i criteri di socialità e solidarietà.
Sulla base di queste agevolazioni fiscali e di altri benefici e con il supporto politico specie dei partiti di sinistra, il sistema delle cooperative è cresciuto e si è sviluppato ed oggi le cooperative italiane rappresentano dei veri conglomerati industriali e finanziari (nel campo delle costruzioni, delle assicurazioni, della grande distribuzione, dei servizi, ecc.). Sono inoltre un fattore preoccupante di concorrenza rispetto alle altre imprese che devono rispettare altre regole e non hanno le agevolazioni fiscali.
Non dimentichiamo che i legami con il vecchio PCI ed oggi con i DS sono sempre stati stretti, anzi gli amministratori vengono tutti o quasi dallo stesso partito. Nel passato esisteva una vera e propria cinghia di trasmissione con il partito, c’era un vincolo di fedeltà tra partito della sinistra e la Lega delle cooperative.
Oggi tutto questo si è un po’ allentato, ma esiste tuttora uno scambio reciproco di classe dirigente, sicuramente di finanziamenti e un preoccupante intreccio tra cooperative e municipalità rosse, in termini di servizi, di appalti, di copertura di tutti gli spazi.

Carlo Nordio aveva accertato l’esistenza di un immenso patrimonio immobiliare fittiziamente intestato a prestanome, ma in realtà riconducibile al Pci-Pds. Valeva circa mille miliardi di lire.
Il patrimonio fu scoperto, più precisamente, dalla procura di Milano, che già nel settembre 1993 aveva fatto perquisire Botteghe Oscure e vi aveva trovato una stanza piena di fascicoli relativi agli immobili posseduti. Ma poi, stranamente (!!!) non si procedette al sequestro e il giorno dopo i fascicoli erano scomparsi.
Il partito non ha mai spiegato come fosse venuto in possesso di questo gigantesco patrimonio, con quali soldi lo avesse acquisito e perché lo avesse tenuto nascosto.
La cessione di gran parte di questo patrimonio immobiliare effettuata in questi ultimi anni, abbinata ad altrettanto strane (!!!) cancellazioni di forti pendenze debitorie del vecchio PCI da parte di alcune banche nazionali, ha permesso al Tesoriere Sposetti (DS) di ripianare i debiti di circa mille miliardi di vecchie lire che i DS avevano ereditato dal vecchio PCI.
Torniamo all’intervista di Carlo Nordio. Ad una precisa domanda del giornalista: Dieci anni fa le Coop come finanziavano il Pci-Pds?
Nordio risponde: “In modo diretto e indiretto. Le Coop avevano una riserva rigorosa di appalti pubblici, frutto di accordi politici spartitori a livello nazionale e regionale. In questo senso non c’era alcuna differenza fra DC, PSI e PCI: si erano divisi equamente tutto, con qualche briciola per gli alleati minori: Dc e Psi sponsorizzavano le imprese amiche, il Pci le coop. Ma i finanziamenti erano diversi. Alla Dc e Psi arrivavano contributi in denaro, con i quali si pagavano i funzionari e le altre spese. Nel Pci i funzionari erano pagati dalle coop, ma lavoravano per il partito. Il risultato finale è identico, però lo strumento è diverso. E lo è anche dal punto di vista penale: la mazzetta integra il reato di corruzione. Il sistema del Pci no. Un altro modo era quello della pubblicità inesistente: le coop pagavano cifre enormi per farsi pubblicità sui giornaletti del partito. Spesso le inserzioni, pagate, non venivano neanche pubblicate.”
Ora ci domandiamo: cosa è cambiato da allora?
Perché dieci anni fa è stato tanto difficile indagare sul finanziamento illecito del PCI-PDS, e oggi è altrettanto difficile indagare sui conti, sulle consulenze (50 milioni di euro per Consorte e Sacchetti!!!) dei dirigenti della cooperazione, sul finanziamento occulto dei DS?
Due pesi e due misure?

Articolo di Pierangelo Rossi,  tratto da cartalibera
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Gianni "Che"Vattimo
Dal quotidiano on line del regime cubano Granma Intenational:  L’Avana. – Il filosofo e ricercatore italiano Gianni Vattimo ha conquistato i cuori cubani con la sua conferenza nell’Istituto Superiore d’Arte, durante la quale ha confessato di sentirsi già cittadino cubano. L’istituzione culturale ha conferito il diploma al merito artistico per il valore dell’opera scritta a questo notevole pensatore del nostro tempo, sempre in lotta contro la globalizzazione egemonica ed i convenzionalismi, impiegando l’arma dei saggi e di un ampio lavoro giornalistico.

Lanterna magica
Factotum
Henry Chinaski è un aspirante scrittore, che per sbarcare il lunario passa da un lavoro precario all’altro. Dall’omonimo romanzo semiautobiografico di Charler Bukowski, un film interessante, anche grazie alle prove di Matt Dillon e Lili Taylor…
Factotum

Regia: Bent Hamer
Interpreti: Matt Dillon, Lili Taylor, Marisa Tomei, Fisher Stevens, Karen Young
Sceneggiatura: Bent Hamer & Jim Stark
Data di uscita italiana: 31 marzo 2006
Voto: 6/10

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Orfani di Sharon
Ieri, andando a votare, sentivo i commenti delle persone che erano in fila con me. La maggior parte diceva "se ci fosse Sharon saprei per chi votare". Alle interviste televisive la stessa frase veniva ripetuta come un ritornello "Se ci fosse Sharon..."
Probabilmente la maggior parte degli israeliani, da quando il il Premier si e' ammalato, si sente come mi sento io , orfana di un grande leader, di un  uomo forte che dava  sicurezza, che aveva saputo dare una svolta a Israele, tirarla fuori dal buco nero in cui si trovava a causa del terrorismo palestinese e ridarle speranza.
La speranza di finire la guerra anche  a costo di  grossi sacrifici.
Israele non puo' continuare ad essere costretta a difendersi giorno e notte, non perche' non abbia la capacita' e la forza di farlo ma perche' la societa' israeliana vuole vivere, lavorare, studiare in pace, vuole ridere. Lo abbiamo visto ieri, seguendo in diretta TV il Tutto Elezioni: grandi risate, pacche sulle spalle, satira impietosa contro tutti i politici ma soprattutto tanta voglia di leggerezza, di allegria, di vita, di futuro.
Queste elezioni non hanno avuto campagna elettorale, sono state prese sottogamba anche dai politici stessi, tutti sicuri che la grande ombra di Sharon avrebbe vinto. Invece non avevano fatto i conti con la voglia di ridere degli israeliani che per prima cosa sono andati a fare pic nic anziche' andare a votare, e molti di quelli che si sono recati alle urne hanno votato un po' alla rinfusa, un po' protesta, un po' per cinismo, un po' per apataia e un po' proprio per dare un taglio a tutto per la voglia di allegria dopo tante disperate lacrime.
 Purtroppo Sharon, dopo aver creato un nuovo partito si e' addormentato lasciandoci tutti senza fiato, storditi e impauriti come quando se ne va un padre che sa sempre come proteggere i propri figli.
Il suo successore Ehud Olmert e' un bravo ragazzo ma non e' un leader e in questi mesi, dall'inizio del sonno  del grande Arik, il partito Kadima ha perso molti seggi, dai 42 previsti all'inizio siamo arrivati oggi a 28. Pochi ma sempre miracolosi se si pensa che Kadima e' un partito nuovo, senza storia, che non ha mai guidato Israele, che non ha alle spalle nessuna tradizione politica. Nonostante tutto  una buona percentuale di israeliani, fedeli al Vecchio Leone e desiderosi di staccarsi dai palestinesi, lo ha votato, gli altri si sono dispersi, hanno votato, oltre a Avoda' e Israel Beitenu di Avigdor Liberman , partitini quasi inesistenti tipo il partito dell'hashsish, del pane, degli sms. Voti di protesta, voti di dichiarato fanculismo, di chi  forse non ha capito che queste elezioni erano importantissime per Israele.

Gli israeliani sono stanchi e sfiduciati perche' 5 anni di terrorismo, tre anni ininterrotti di autobus che saltavano, bombardamenti sulle citta' israeliane del neghev, bombardamenti a nord da parte del partito del demonio, gli hezbollah, amici di Diliberto, avrebbe distrutto chiunque.
Il voto di ieri, nonostante tutto, dimostra che Israele continua con coraggio a  tenere alta la testa per  andare avanti nella vita e nella storia.
Kadima Israel.
Guardare indietro non serve,  fa star male perche' si vedono solo morti, i nostri morti innocenti che devono essere ricordati offrendo a chi li piange  un' Israele piena di speranza che vuole lasciare l'odio al di la' della barriera di sicurezza a disposizione della barbarie del nemico.
Vogliono nutrirsi di odio i palestinesi? facciano pure, ma non con noi.
Nei territori c'e' il vuoto riempito solo dal terrorismo, ieri il primo razzo katiusha, dopo migliaia di Qassam,  e' arrivato vicino a Askelon, esercito e polizia di frontiera hanno fermato decine di tentativi di attentati, una settantina in un paio di giorni, il 67% dei palestinesi ha dichiarato di non essere d'accordo di riconoscere Israele.
Bene. Buon pro gli faccia e si annegassero nei soldi che tutto il mondo gli manda. Hanno chiesto soldi, 2 milioni di dollari, persino per ammazzare le galline malate di aviaria. Se no, hanno detto, non le ammazziamo. E subito la Banca Mondiale glieli ha mandati! Agli ordini!
E noi cosa vogliamo fare? mangiarci il fegato per questo?  Assolutamente no. Vogliono mantenerli e cedere a tutti i loro ricatti? facciano pure ma senza di noi. 
Vogliamo continuare ad aspettare che tra i palestinesi nasca una persona raziocinante e coraggiosa? Una chimera.
Hanno avuto 40 anni di tempo, continuano a preferire la barbarie e  allora se la vivano in pieno ma da soli.
Olmert fara' la coalizione, le notizie di oggi sono che oltre al partito di Amir Perez, entrera' Shas e , udite udite, i pensionati che hanno guadagnato ben 7 seggi.
Il terzo partito di Israele e' diventato Israel Beitenu che si oppone alla separazione col sacrificio di terre, sia storicamente che legalmente, nostre.
Pero' Kadima ha vinto,  ha vinto lo strappo col passato, il rifiuto di mandare i nostri ragazzi a morire per niente.
Sharon dorme e non lo sapra' mai ma anche da quel letto di ospedale sta guidando Israele verso la speranza.
 
Deborah Fait - informazionecorretta      

LA SCELTA CONFUSA DI ISRAELE
Ha vinto il nulla. Un nulla rappresentato dal 30% circa degli elettori che è rimasto a casa, deluso o incerto, magari perfino addormentato da una campagna elettorale in cui le strade da offrire realmente convincenti parlano solo per bocca di Olmert che è poi in realtà la bocca chiusa di Sharon: ritiro dai territori, nessuna trattativa con Hamas, completamento del muro e proseguimento delle relazioni politiche con gli Usa.
L’unica vera alternativa era quella sociale ed infatti chi ha creduto nei Laburisti, ha regalato 21 seggi a chi potrà imporre un’inversione di rotta nella politica economica e salariale, costituendo un governo di coalizione con Kadima. Il resto è stato torpore. Il torpore di chi non ha voluto certificare Olmert e pur essendo fedele alla causa di Arik, si è bloccato, come lui, per assistere precauzionalmente alle mosse del successore, per metà nostalgico e per metà titubante. E’ rimasta a casa la destra che non ha creduto più nelle idee del vecchio Likud, ma non ha ceduto alla tentazione di spostarsi verso Kadima, che accoglie falchi rabboniti e colombe del vecchio laburismo. Un buon 10% ha condannato Netaniahu per non regalargli un consenso immeritato.
E’ rimasta a casa una buona fetta di coloni, particolarmente gli sradicati dalla striscia di Gaza e da alcuni insediamenti del nord della Cisgiordania, che si sono sentiti traditi dall’intero sistema politico israeliano, trattati da merce di scambio o da capro espiatorio degli eventi che hanno costretto e costringeranno a cedere terre alla Palestina per non rischiare più in termini di sicurezza.

Se una certezza c’è, in queste elezioni per il Knesset, consiste nel paradosso di un governo di centro-sinistra, in cui la crescita vera si è concentrata a destra. Non inganni la sconfitta di un appannato Likud, abbandonato dai moderati votatisi a Kadima e tradito dagli astenuti, tutti i rivali del centro-sinistra si sono accasati nel nuovo fronte anti-arabo ed anti-palestinese di Yisrael Beytenu, forte di 14 seggi, guidato da Liberman, emigrante moldavo, quindi degno rappresentante dei suoi elettori, emigranti russi, considerati stranieri in terra loro. Proprio come i coloni di questa generazione. Non è un caso che 14 + 11 dia come risultato 25, più o meno il risultato plausibile di un Likud forte dopo la frattura di Kadima. Liberman raccoglie il malessere ed è il sintomo chiaro di un periodo statico privo di personaggi e di voci forti, orfano di Sharon ed è la conseguenza logica di una tornata elettorale dove i partiti grandi finiscono con il non differenziarsi. D’altronde, in una campagna elettorale dai toni cupi e canonici, Liberman è stato l’unico a commercializzare bene il suo intransigente prodotto, apparendo molte volte in tv, regalando abbonamenti telefonici e buoni mensa
Chi non si è rifugiato nel risentimento anti-arabo, lo ha fatto nella religione. Solo così si spiega l’affermazione di Shas che conserva il suo elettorato, nonostante gli scandali del passato ed una chiara propensione verso le aperture sociali, invise alla classe dirigente israeliana, ma non al popolo.
Naturalmente la vittoria del piccolo e quindi il frutto della confusione, fa proseliti anche a sinistra. Ne è un esempio il partito dei pensionati (che avrà 7-8 seggi a disposizione), altra branca che ha preferito non immergersi nella sua reale destinazione, ovvero il partito Laburista, ma si è mantenuta indipendente, giocando così sul ruolo di calamita di ulteriori scontenti e sul vantaggio politico di essere l’ennesimo ago della bilancia nella partita delle trattative per il nuovo governo.
E’ certa la sconfitta di Hamas che non potrà essere contenta della vittoria di due partiti, che non gli permetteranno di cercare pretesti per una nuova intifada, né di mettere in subbuglio un popolo che, nonostante la confusione elettorale, sa bene di non avere di fronte un interlocutore credibile, ma una lobby congiunta Anp-Hamas troppo insincera per suscitare fiducia. 
Il governo israeliano sarà comunque frammentato a discapito delle decisioni importanti, seppur scontate da prendere. Ora, non più scontate come ai tempi di Arik.
Angelo M. D'Addesio


LA CORDA SPEZZATA
L'unilateralismo è l'atteggiamento di chi, avendo provato a fare una cosa in compagnia, decide, dal momento che può, di farla da solo. La semplificazione è brutale ma quando si usano concetti evanescenti è bene tradurli in concetti concreti.
L'unilateralismo ha cattiva stampa per un motivo molto semplice: chi agisce da solo toglie agli altri la possibilità d'influire nella decisione. Ed è dunque normale che, non avendo altre armi, ci si aggrappi alla condanna morale. Anche qui è opportuno un esempio concreto. Jacob ha una proprietà che dà sul fiume ed ogni volta che c'è una piena il suo orto e quelli dei vicini sono allagati. Jacob propone dunque di costruire un argine per tutti, ed è perfino disposto a farlo a proprie spese, ma i vicini obiettano che si modifica il panorama; che si potrebbe scavare il fiume; che il muro dev'essere fatto con granito importato; ch'esso dev'essere costruito tre metri dentro l'orto di Jacob. Si tratta a lungo e non si arriva a nulla. Alla fine Jacob dice: sentite, il muro l'avrei fatto per tutti a spese mie, voi non siete contenti ed allora ho deciso che non chiedo il parere di nessuno e lo faccio per il mio orto soltanto. A questo punto tutti condannano Jacob, l'unilateralista.
Questo è lo schema di ciò che avviene in Palestina. Per decenni gli israeliani hanno tentato di realizzare una pace con i loro vicini, confidando in parole come land for peace, Accordi di Oslo, negoziati di Camp David, Quartetto e Road Map. Non s'è mai approdato a nulla. Non solo. Da una tregua precaria si è passati prima all'Intifada delle pietre e poi all'Intifada dei kamikaze; e i palestinesi sono passati dal peggio che ambiguo Arafat ad un'organizzazione terroristica, Hamas, che ha nel proprio statuto l'eliminazione di Israele. Qual è il risultato?
Il risultato è stato che Jacob l'israeliano (stavolta nomen non omen), ha perso la pazienza ed ha deciso di fare da sé. Col ritiro da Gaza, per quanto doloroso, si è liberato del problema di avere a che fare con quel pericoloso formicaio. Con la barriera anti-terrorismo (che gli anti-unilateralisti si sono precipitati a condannare moralmente) è riuscito a ridurre del 90% gli attentati. Tanto che oggi in Israele si vive normalmente. Infine, nell'impossibilità di negoziare con chi semplicemente lo vuole morto, si appresta a stabilire unilateralmente i propri confini definitivi, cessando ogni rapporto con i palestinesi. È un atteggiamento non negoziale, ma talmente produttivo d'effetti positivi che Israele si è unificato dietro di esso e le elezioni ne hanno decretato il successo. Il governo di coalizione uscito dalle elezioni ha ormai questo programma e l'estremismo di Hamas, che pareva dovesse costituire chissà che pericolo per lo Stato ebraico, si è rivelato l'occasione per un cambio di mentalità che lascia i palestinesi soli ed inermi. Senza dire che forse perderanno le sovvenzioni europee.
Quando si negozia con chi può fare da sé bisogna non tirare mai troppo la corda. Perché il poco che si ottiene è sempre più del nulla che offre una corda spezzata.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 29 marzo 2006


TASSE: BERLUSCONI ATTACCA LA SINISTRA
In Italia va avanti la campagna elettorale che prosegue sempre sul terreno fertile dei conti pubblici.
A seguito delle insistenti richieste presentate dal centro-sinistra, il presidente Berlusconi, palesando un certo stupore per la richiesta dell'opposizione, dicendo di non aver mai sentito parlare di una trimestrale riferita al periodo ottobre-dicembre, ha garantito  che prima del 9 e 10 aprile prossimo, “a grande scorno della sinistra”, saranno presentati i conti del 2005, già approvati dal Parlamento e dall’Europa.
E il tema del fisco continua ad essere il cavallo di battaglia, e il principale argomento utilizzato dal centro-destra per colpire l’opposizione, tanto da indurre ancora una volta il premier a dichiarare che con Romano Prodi ci saranno più tasse sul ceto medio, unitamente ad un aumento del costo dello Stato. Dalla lettura del programma dell’Unione, a detta del premier, emerge in maniera chiara il fatto che non è cambiata la concezione dello Stato e del potere, con un intervento massiccio nel controllo dell’economia, dal momento che il progetto è quello di creare altri 45 enti di controllo che comporterà inevitabilmente un maggiore esborso di danaro.
Secondo Berlusconi, la sinistra sarà alla spasmodica ricerca di un modo attraverso il quale tassare gli italiani, e in questa direzione va presa per buona la sua intenzione di aumentare gli estimi catastali e l’ICI dal momento che per essa, da sempre, la proprietà non è un diritto ma un privilegio.
In questa direzione dunque è prevedibile un intervento sulle case, diversamente da quanto contemplato dal centro-destra che, a suo dire, ha varato un piano per concedere mutui alle giovani coppie. Questo si andrebbe ad integrare con un piano casa che prevede la possibilità per i cittadini in affitto di acquisire la loro abitazione con gli introiti si procederà alla realizzazione di un grande piano di costruzione di nuove case.
L’idea dell’attuale premier è che il suo rivale Prodi, ha proposto la riduzione di cinque punti del cuneo fiscale, per ingraziarsi le imprese, ma il reperimento dei 10 miliardi di euro, necessari per finanziare questa operazione, porterà ad attingere inevitabilmente “alle tasche di tutti gli italiani”.
A proposito di imprese, Berlusconi ha inoltre aggiunto che in caso di vittoria elettorale del suo schieramento, uno dei primi provvedimenti che saranno varati dal nuovo governo, sarà quello “dell’esenzione fiscale e previdenziale degli straordinari”. Il disegno di legge sarebbe già pronto e permetterà alle aziende di pagare lo straordinario direttamente nelle tasche del lavoratore, senza l’obbligo di versare più contributi né al fisco né alla previdenza.


Lanterna magica
Tutto, pare, iniziò  con un giocattolo -  descritto da Atanasius Kircher nel suo Ars magna lucis et umbrae -  chiamato "lanterna magica".  Insomma, siamo sempre lì. Con i fratelli Lumiere,  il cinema,  scrive Borges, diventa la "la rappresentazione grafica del movimento, e ciò specialmente, nella sua enfasi di rapidità, di solennità, di caos" e se "il primo spettatore potè meravigliarsi alla vista di un solo cavaliere; al suo equivalente di oggi, ne occorrono moltissimi ... la sostanza dell'emozione è uguale".
Bene, questa la premessa per annunciare una nuova collaborazione a "Capperi.net".
Grazie alla disponibilità di
Robert Bernocchi, cercando - è la libertà, bellezza!- sempre nuove emozioni,   apriamo "lanterna magica",  spazio dedicato alla critica cinematografica. (cp, 27 marzo 2006)

Basic Instinct 2
Sharon Stone indossa nuovamente i panni di Catherine Tramell, che, dopo essersi trasferita a Londra, si ritrova ancora implicata in una serie di omicidi. Un film incredibilmente stupido e che riesce a scontentare tutti…

Basic Instinct 2
Regia: Michael Caton-Jones
Interpreti: Sharon Stone, David Morrisey, Charlotte Rampling, David Thewlis
Sceneggiatura: Leora Barish & Henry Bean
Data di uscita italiana: 31 marzo 2006
Voto: 1,5/10

Per leggere la recensione clicca qui.

Massima del giorno
Nessuno è tanto generoso quanto colui che può fare regali a spese altrui.
G.P.


MOLLICHINE
“Il Caimano”. Ma come, è già uscito? Ed io che pensavo di non andare a vederlo fra qualche giorno! Vuol dire che non andrò a vederlo già da oggi.

Rutelli: “Nel tempo mi sono riavvicinato alla mia fede”. Ma no! Non s’è mai allontanato dalla politica!

Mastella: no ai Pacs. “E’ un punto programmatico che noi non abbiamo sottoscritto”. Perché, la sinistra ha sottoscritto la TAV che Prodi dice farà?

Montezemolo per l’equidistanza della Confindustria. Se non puoi vincere, cerca di pareggiare.

Francia. Studenti in piazza contro il “contratto di primo impiego”. Loro vogliono solo l’aumento della paghetta.

Micklethwait nuovo direttore dell’Economist. Con un simile cognome, lo chiameranno “Mr.Whatsyourname…”

Gianni Pardo


Dacia Valent - nota attivista razzista e antisemita-  premiata dallo Stato?
Lo Stato italiano è pronto a dare un premio a Dacia Valent, attivista "musulmana" che definisce l'Italia «paese delle cacche», parla degli ebrei come di «bestie fredde e crudeli», accusa don Mario Santoro, il sacerdote cattolico ucciso in Turchia, di essere un maniaco sessuale e sostiene che il regista olandese Theo Van Gogh sia stato assassinato non da un estremista islamico, ma per via delle sue «frequentazioni discutibili». A denunciarlo è il direttore dell'Istituto culturale della Comunità islamica italiana, lo sceicco Abdul Hadi Palazzi, che fa notare come tra le finaliste del premio "Donna e Web", dedicato dal ministero delle Pari opportunità alle donne che utilizzano Internet, figuri anche l'ex parlamentare di Rifondazione comunista, oggi portavoce dell'lslamic anti defamation league (l'Authority musulmana di vigilanza su quanto viene detto e scritto sull'Islam). La Valent è stata premiata per il suo sito: «Un blog dai contenuti razzisti, antisemiti e di incitamento alla violenza, già stigmatizzati dalla stampa e denunciati da numerosi cittadini», fa notare Abdul Hadi Palazzi in una lettera di fuoco inviata al ministero, in cui dice di aver appreso «con stupore e sgomento» la notizia. «Ci sembra inconcepibile», tuona lo sceicco, «che la vostra giuria ritenga che l'istigazione all'odio razziale, la propaganda antisemita, l'apologia della violenza siano meritevoli non già di una debita sanzione penale, ma addirittura di un premio, per giunta concesso col patrocinio delle istituzioni». Oltre al ministero delle Pari opportunità, quello dell'Innovazione tecnologica, la Regione Toscana, la Provincia di Lucca e il Comune di Viareggio. «All'odio razzista nei confronti degli ebrei», aggiunge, «la Valent associa quello nei confronti degli esponenti più stimati della comunità musulmana». Ovvero, il vice direttore del Corriere della Sera, Magdi Allam, e Souad Sbai, presidente della Confederazione della comunità marocchina in Italia e membro della Consulta islamica.
da "Libero", quotidiano diretto da Vittorio Feltri

APOLOGO EQUIDISTANTE
2Giacomo possedeva un'automobile vecchia e non poteva permettersene una nuova. Quando pioveva doveva guidare quasi coricato sul sedile di destra, perché il tergicristallo di sinistra non funzionava. La marcia indietro era così difficile da ingranare che spesso preferiva scendere e spingere la macchina. Lo sportello posteriore destro era un problema e la luce interna rimaneva spenta anche se aveva cambiato due volte la lampadina. Per tutto questo e altro ancora fu molto contento quando incontrò un amico meccanico che si offrì di vedere che cosa si poteva fare, facendogli pagare solo i pezzi di ricambio.
La notte precedente la riparazione gli apparve però un angelo che gli disse: "Tu sei un brav'uomo. Hai sempre lavorato, non hai mai violato la legge e sei così povero che anche il costo dei pezzi di ricambio per te è una spesa difficile da affrontare. Ecco perché lassù si è deciso che tu meriti un'automobile nuova e del tutto gratis. L'avrai fra una settimana da oggi".
Giacomo raccontò tutto all'amico, lo ringraziò lo stesso caldamente e poi, dato che partiva per l'Australia, l'accompagnò lui stesso all'aeroporto.
Allo scadere della settimana - era un mercoledì - Giacomo si svegliò presto e andò alla finestra: c'era solo il suo vecchio catorcio fermo al solito posto ma non si scoraggiò: "La giornata però è appena cominciata!" si disse. E andò spesso alla finestra, ogni volta sperando d'avere la bella sorpresa. Purtroppo nulla cambiò, neanche dopo mezzanotte. Ebbe ancora qualche speranza il giorno seguente e perfino il venerdì e il sabato - gli angeli non possono mentire! - ma infine dovette arrendersi all'evidenza, niente auto nuova: aveva rinunciato alla riparazione in favore d'un totale ed indolore miracolo e non aveva avuto né la riparazione né il miracolo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it   25 marzo 2006

Cinema recensioni: "Il caimano", una boiata pazzesca
Il caimano
- Regia: Nanni Moretti
Interpreti: Silvio Orlando, Margherita Buy, Michele Placido, Jasmine Trinca, Giuliano Montaldo, Antonello Grimaldi
Sceneggiatura: Nanni Moretti, Francesco Piccolo & Federica Pontremoli
Data di uscita italiana: 24 marzo 2006 - Voto: 3/10
 - recensione a cura di badtaste.
E’ difficile parlare di questo film senza considerare tutto quello che gli sta intorno. Le voci (uscite soprattutto su giornali vicini alla destra, ma non per questo necessariamente poco credibili) di un Moretti confuso e incerto sulla direzione da dare al film. Ma soprattutto, il tema della pellicola, che ha fatto discutere nell’ultimo anno: Berlusconi. Sarebbe stato un attacco diretto al Presidente del Consiglio? O forse sarebbe stato una sferzata al paese in generale, considerando anche quanto Moretti prediliga colpire all’interno del suo stesso schieramento (“D’Alema, dì qualcosa di sinistra!”).
E poi, la comunicazione. A mia memoria, in questi cinque anni non è mai capitato che non venisse fatta una conferenza stampa per un film italiano. Sarebbe stato divertente vedere Moretti rispondere alle domande de Il Foglio, Il giornale, Libero o magari del Tg4. Ma questo piacere ci è stato negato. Similmente, sarebbe stata una scelta geniale farsi intervistare soltanto da Giuliano Ferrara su 8 & mezzo (avrei pagato per un incontro del genere), ma il regista ha preferito puntare sul programma (molto più tranquillo e ‘agevole’) di Fabio Fazio. Non deve invece sorprendere (come invece traspariva sui giornali in questi giorni) la scelta di partecipare ad un dibattito sabato sera in un cinema di Milano. Infatti Moretti (nonostante quello che diceva in Ecce Bombo contro questa forma di comunicazione) è abituato a farli, considerando il suo impegno durante la rassegna ‘Bimbi Belli’, in cui presentava diversi incontri con registi di film italiani e ne moderava appunto il dibattito.

Insomma, si tratta forse del titolo italiano più atteso dell’anno, forse anche troppo (Moretti, nonostante quello che si potrebbe pensare, non è mai stato un campione d’incassi, considerando che il suo film più fortunato, La stanza del figlio, ha superato di poco i 6 milioni di euro). E il risultato è veramente pessimo. Il caimano non solo è il peggior film di Moretti, ma una dimostrazione di banalità incredibile e indegna dell’intelligenza di questo regista, che arriva (anche giustamente, in un certo senso) ad un finale ai confini della realtà. Peraltro, un timido tentativo di applauso alla fine della proiezione (non più di 15-20 persone in una sala di più di 400 posti quasi completamente piena) si è spento subito, facendo capire l’imbarazzo della critica italiana nei confronti di questa pellicola. Insomma, se domani leggerete pareri cerchiobottisti sul film, sarà l’ennesima dimostrazione del livello del giornalismo italiano (e, per una volta, non sarà colpa di Berlusconi)
Si inizia con una parodia dei film di genere (ad opera del produttore protagonista, interpretato da Silvio Orlando) molto superficiale (soprattutto il gore non funziona), anche se con qualche battuta non male. Si capisce subito che Moretti vuole rifarsi molto alla sua cinematografia passata (la scena con il critico culinario ricorda molto quella in Caro diario, Maciste contro Freud sa molto di Sogni d’oro e in generale c’è il solito utilizzo del gioco come valvola di sfogo), cosa di solito poco positiva.
Peraltro, Moretti a tratti si ricorda di poter anche essere un regista efficacemente visionario, ma questa sua dote purtroppo appare solo in un paio di scene (una con delle lettere per terra, l’altra con un set in cui convivono un saloon e il Parlamento)
Non convince per nulla invece il discorso sul cinema italiano. Più che un ritratto dello stato in cui versa la settima arte nel nostro Paese, sembra un’idea strampalata nella mente di un regista che, per sua stessa natura, frequenta poco l’ambiente. Ed ecco che un produttore polacco (interpretato da Jerzy Stuhr, celebre attore di Kieslowski) coproduce pellicole italiane di genere (?), mentre c’è il progetto di rifare un film su Colombo (sì, come no, dopo i flop micidiali delle pellicole a stelle e strisce degli anni novanta).
Peccato, perché poteva essere l’occasione per puntare tutto sul personaggio di Orlando e dipingere un ritratto favoloso di quello che deve fare un produttore per sopravvivere. Ma forse ci sarebbe stata troppa ironia in questo modo, mentre qui si pontifica sui massimi sistemi.

Anche gli attori non sono sempre efficaci. Orlando è simpatico, ma a tratti troppo macchiettistico. La Buy, almeno, per una volta non rifa del tutto il solito ruolo (anche se, alla fine, ritorna sui binari abituali). Placido mostra un certo coraggio nell’interpretare un attore così superficiale, ma alla fine esagera un po’. La prova peggiore è sicuramente quella di Jasmine Trinca che, se già di base non sembrava molto credibile come regista, dopo averla vista ti fa pensare che nessun produttore con un minimo di cervello le possa anche solo dare dieci euro per realizzare un film su Berlusconi.
Da segnalare peraltro anche il tentativo di battere il record di registi che partecipano ad un film (se non mi scordo qualcuno, ci sono Renato de Maria, Giuliano Montaldo, Antonello Grimaldi, Carlo Mazzacurati, Paolo Virzì e i già citati Michele Placido e Jerzy Stuhr).
Ad un certo punto poi (peraltro, curiosamente in sintonia con i problemi produttivi del film nel film) la pellicola si incarta su se stessa, incapace di capire bene dove andare a parare. Sembra che Moretti avesse voglia di soffermarsi più sull’aspetto personale della vicenda (e una certa dose di autobiografia mi sembra evidente) che su quello politico, ma i risultati sono decisamente banali. La coppia Orlando – Buy è uguale a migliaia di tante altre in crisi, senza un guizzo o un’intuizione efficaci (a parte il finale, poco credibile).
E’ curioso poi come Moretti, che è un mago delle frasi che diventano dei tormentoni, in questa occasione non abbia scritto nulla di memorabile. Per carità, i film non devono essere una raccolta di aforismi, ma la passata efficacia del regista romano nel sintetizzare un discorso complesso in poche parole qui manca decisamente.
E, infine, Berlusconi. All’inizio, lo vediamo in alcune fasi della sua ascesa negli anni settanta, interpretato da Elio De Capitani, ma non c’è nulla che non si possa leggere in un qualsiasi libro di Travaglio (il cinema dovrebbe essere un'altra cosa) e la raffigurazione del Caimano sembra uscita dal Bagaglino. Insomma, un pamphlet poco ispirato, almeno fino ai dieci minuti finali, che sono un delirio (ne parlo diffusamente più sotto, per chi volesse evitare gli spoiler).
Infine, è curioso notare come Silvio Berlusconi e Nanni Moretti abbiano lavorato sui loro ‘progetti’ personali (uno come presidente del consiglio, l’altro come regista) negli ultimi cinque anni. Ed entrambi hanno ottenuto dei risultati ottimi per loro stessi (sicuramente Il Caimano andrà molto bene al botteghino), ma non per la gente…
Alla fine, dopo la rinuncia di Michele Placido ad interpretare il Caimano, è lo stesso Moretti a calarsi nei panni del Cavaliere. Tutt’altro che una grande sorpresa, resa anche meno efficace dal look di Moretti, identico a quello che aveva ne Il portaborse. Ma se lì se prendeva in giro il socialismo rampante, qui il volto sempre incazzato non funziona (Berlusconi ha fatto la sua fortuna sullo charme, non certo sulla rabbia).
Vediamo quindi un montaggio tra alcune sue dichiarazioni in tribunale e in macchina, in cui si ripetono i soliti argomenti didascalici sul personaggio. Infine, si arriva al delirio. Il tribunale si riunisce per emettere la sentenza di notte (???). Dopo la condanna a sette anni (ma in quale processo, che ormai li ha bloccati tutti?), i suoi sostenitori assediano il tribunale, gettando una molotov contro il giudice che ha emesso la sentenza. Ora, a parte la volgarità del mostrare i sostenitori di Forza Italia come un branco di terroristi, qual è il realismo di una scena in cui un giudice viene portato fuori dall’uscita principale, nonostante la folla che lo vorrebbe visibilmente linciare? Il film finisce con i fuochi al tribunale e il Caimano Berlusconi mentre se ne va in macchina…
Robert Bernocchi    

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Quando D’Alema prese soldi sporchi
Qualcuno, tra quanti blaterano di “mafiosità” del premier, ricorda quando Massimo D’Alema venne inquisito per i milioni presi da Francesco Cavallari, l’allora re delle cliniche baresi finito nei guai per la sua contiguità al clan dei Capriati? Certo faranno spallucce i diessini che finalmente hanno gettato nella campagna elettorale il loro argomento “pesante“. Pedissequamente usi a sostituire gli slogan al raziocinio e svezzati a una scuola politica che impone i precetti di partito come verità universali, non potevano esimersi dal rimasticare il luogo comune più trito di tutti. Ci ha pensato Luciano Violante, ex giudice torinese presidente dei deputati ds, a rinverdire la teoria del «giro mafioso intorno a Berlusconi».
Alla stantia invettiva, dal centrodestra ha fatto da contraltare l’altrettanto scipito coretto d’indignazione: pare che nessuno abbia osato rispedire con cognizione di causa l’accusa al mittente, di infrangere il tabù. Eppure la cronaca vicina e lontana testimonia che il mito della sinistra-antimafia non sta in piedi. Non regge in Campania, dove su 92 amministrazioni comunali del Napoletano (quasi tutte uliviste) solo nove non sono sotto inchiesta per infiltrazioni camorriste. Dove in comuni-laboratorio del modello progressista come Salerno, scattano le manette ai polsi di autorevoli esponenti dei Democratici di sinistra invischiati in giri di usura sotto la regia delle cosche locali. Dove una comunista candida come Ersilia Salvato, che da sindaco di Castellammare di Stabia aveva chiesto spiegazione su certi giri visti in campagna elettorale, viene zittita e finisce col mollare il partito della
Quercia perchè «i Ds tacciono sulla camorra». Dove, in un concitato direttivo, il deputato della Quercia Enzo Diana ha intimato ai suoi compagni di non fare i santerellini, perchè in quanto a mafiosità nessuno può scagliare la prima pietra nella terra di Bassolino: «La situazione - ha detto - è allarmante in tutta la Campania e il centrosinistra dovrebbe fare mea culpa. Non si può continuare a far finta di nulla per evitare strumentalizzazioni». Non vedo, non sento e non parlo è un vecchio e collaudato motto anche in terra sicula, dove non mancano gli imbarazzi per la Quercia. Basta pensare ai guai in cui si è cacciato il sindaco di Bagheria, Pino Fricano, già Ds ora a capo come indipendente di una giunta di sinistra. E’ indagato per mafia dopo che lo ha tirato in ballo Francesco Campanella, il pentito che ha inguaiato pure Totò Cuffaro e che con le sue deposizione ha regalato più di una chicca ai cultori della materia. Ad esempio, il particolare che al chiacchierato Cuffaro, oggi additato dalla sinistra come nemico pubblico numero uno, venne proposto di entrare nel governo D’Alema al posto del ministro Cardinale.
E proprio il nome del presidente dei Ds spicca in una sorta di lista di proscrizione compilata da Società civile. Massimo D’Alema è collocato tra i politici “reprobi” per una vicenda di soldi sporchi intascati nel 1985. All’epoca dei fatti il lìder Maximo ricopriva l’incarico di segretario regionale pugliese del Partito comunista. Erano tempi di conflittualità sociale e allora qualche sindacalista finiva col dare fastidio anche agli amici degli amici. Francesco Cavallari, re delle cliniche baresi che poi risulterà legato al clan mafioso dei Capriati, voleva apparire molto amico di D’Alema. Pare, si dice in ambienti di sinistra, che avesse tutto l’interesse ad ammorbidire la Cgil pugliese troppo attiva nelle sue società. D’altra parte, alcuni di questi sindacalisti guastafeste ricevettero una dura lezione da picchiatori dell’onorata società.
In ogni caso, Cavallari invitò a cena il segretario regionale comunista e gli snocciolò sul piatto una ventina di milioni, che allora erano bei soldi. Per quell’episodio D’Alema venne inquisito ma fu “graziato” con la prescrizione nel 1995. Nel dispositivo, però, la gip Concetta Russo sottolineò che «uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema». Che dunque ammise di avere intascato quei quattrini di provenienza, oltre che illecita, anche alquanto pericolosa. Per quell’episodio l’attuale presidente dei Ds non ha pagato, grazie alla prescrizione avvenuta dopo dieci anni di giustizia dormiente. Un dettaglio: il pm che seguì l’inchiesta, Alberto Maritati, venne candidato alle suppletive del giugno del ’99 nelle liste del centrosinistra, fu eletto al Senato e premiato con una poltrona da sottosegretario all’Interno.
Giulio Ferrari - La Padania del 24 marzo 2006

UNA POLITICA PER LA GIUSTIZIA
Una politica per la giustizia non equivale ad un progetto di riforme della legislazione processuale, dell'ordinamento giudiziario ed anche, magari, del diritto sostanziale, civile e penale e, comunque, non si esaurisce in un simile progetto.
Anzitutto, va considerato che, per usare un'espressione udita una volta dal compianto Franco De Cataldo, "il diritto è quello che è, la giustizia è quella che fanno". Una politica per la giustizia, infatti, deve tener conto delle deformazioni, dei travisamenti e degli scavalcamenti delle leggi processuali e ciò non soltanto nel momento di congegnare le leggi processuali e sostanziali in modo che il travisamento ne sia evitato, per impedire o reprimere tali devianze e deformazioni, ma nel congegnare i tempi, i modi, per attuare tali interventi e nel reperire e dosare le forze, i consensi, gli strumenti politici per realizzare le riforme legislative, per assicurarne la comprensione e l'accettazione da parte della pubblica opinione e per imporne l'obbedienza da chi debba osservarli.
Una politica della giustizia deve, in ogni caso, affrontare tutti i problemi legislativi sostanziali e processuali considerando le "ricadute" di ogni innovazione e le risorse necessarie alla attuazione di esse.
Tutto ciò in linea generale. In particolare, quando sono venute in essere situazioni eccezionali, crisi d'ordine anche istituzionale, che abbiano inciso ed incidano sull'andamento della giustizia, non potrà una qualsiasi politica in tale settore prescindere da tale eccezionalità della situazione e dalle questioni d'ordine propriamente istituzionale e di politica generale ad essa sotteso.
Ciò posto, è impossibile parlare in Italia di una qualsiasi riforma del sistema giudiziario o semplicemente di una politica per la giustizia che non sia la politica della pura e semplice conservazione dello sfascio esistente, se si prescinde dal fatto che la magistratura è stata protagonista di un vero e proprio golpe realizzato attraverso "l'uso alternativo della giustizia" (in passato teorizzata esplicitamnente), secondo una precisa strategia per la quale i singoli processi, arresti, informazioni di garanzia hanno rappresentato meri strumenti per una ben coordinata strategia. Golpe per il quale la magistratura e la minoranza egemone di essa che ne è stata protagonista, hanno stretto alleanze ed usufruito di coperture, provocato distruzioni di forze politiche, distribuito vantaggi e penalizzazioni, avendo avuto a disposizione i mezzi di comunicazione di massa. Ed hanno soppresso e represso ogni efficace voce critica, hanno demonizzato chiunque abbia osato mettersi di traverso a tale operazione. (...) Clicca qui per proseguire nella lettura.
Mauro Mellini - Riformatori liberali


5 DOMANDE PRODI
Abbiamo chiesto al giornalista e senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti di formulare le cinque domande “cattive” che nessuno oserebbe fare a Prodi.
  1 - Era considerato nell'Est e a Mosca negli anni '70 un promettente intellettuale di sinistra non comunista che meritava simpatia. Poi nel 1978 venne miracolosamente a conoscere l’indirizzo del commando delle Br che teneva prigioniero Aldo Moro e anziché precipitarsi al telefono mise su una seduta spiritica, con un piattino semovente che compose non solo il nome del paese di Gradoli, ma pure quelli delle vicine Bolsena e Viterbo. Poi non andò dalla polizia ma alla Dc buttò là l'informazione, che provocò una massiccia incursione al paese di Gradoli e la fuga immediata dei brigatisti da via Gradoli a Roma. Vuole finalmente spiegarci questa storiaccia?

2 - Nel 1991, mentre era in corso il golpe contro Gorbaciov, intervistato dal “Corriere” spiegava che Gorbaciov era un fallimento, che il capo dei golpisti Pavlov era suo amico e che stava agendo con coerenza, che attendeva le nuove direttive economiche mentre la sua Nomisma lavorava a Mosca con l'istituto Plehanov, sezione economica del Kgb. Come spiega quel suo imbarazzante tifo per un ritorno del comunismo?

3 - Da capo del governo nel 1996 e 1997 lasciò che il Sismi occultasse e mettesse sotto chiave tutte le informazioni sugli agenti sovietici in Italia fornite dal governo britannico sulla base delle informazioni portate da Vasilij Mitrokhin e oggi lei si trova deferito per questo al Tribunale dei ministri. Come spiega che la notizia sia stata occultata alla stampa?

4 – Premiò il direttore del Sismi che aveva agito ai suoi ordini promuovendolo al comando dell’Arma dei carabinieri, cosa mai più accaduta dai tempi di De Lorenzo, per non dare troppo potere informativo a un solo uomo. Il generale Siracusa fu riconfermato nel comando malgrado avesse superato i limiti d età: non era mai successo. Perché tanta gratitudine?

5 – Perché per due volte ha spintonato giornalisti che le facevano domande sgradite, facendo cadere malamente una collega senza nemmeno scusarsi?


Massima del giorno
Ha detto Amleto: “La coscienza ci rende tutti vili”. Ma per fortuna non tutti l’hanno.
G.P.


MOLLICHINE
La figlia di Vanna Marchi girerà un film porno con un partner ceko. L’avessi sentita, invece che letta, la notizia, avrei capito “cieco”.

Devastazioni di Milano. Caruso: «La mia preoccupazione in questo momento è la liberazione dei manifestanti”. Se no come vanno a sfasciare altre cose?

Cofferati: Nessuna piazza per il Msi a Bologna. Finalmente ha detto qualcosa di sinistra: quando mai il comunismo ha tollerato altri partiti?

Gianni Pardo


LA MORALITE
A Calabasas, non lontano da Los Angeles, è nata la prima “smoke free city”. È la prima città in cui, a suon di ammende pesanti, è vietato fumare anche per le strade o nei giardini pubblici. Ci si può arrischiare a farlo chiudendosi in casa ed evitando che il fumo - chissà, uscito dalle fessure - possa arrivare nella proprietà altrui.
Il fatto è allarmante anche per chi non fuma da trentasette anni. Per secoli, la morale è stata qualcosa che ha riguardato i singoli. Sulla base di essa ci si regolava, ci si confessava e si giudicava il prossimo con cui si aveva da fare: ma per il resto era chiaro che ciascuno doveva pensare a se stesso e ci si poteva aspettare ben poco dagli altri. Forse qualche elemosina. Se si era fortunati, un po’ d’assistenza in un lazzaretto prima di morire. Nessuno avrebbe immaginato di giudicare negativamente il commerciante che si arricchiva o il potente che imponeva tributi. Era naturale che ciascuno facesse il proprio interesse. E nessuno avrebbe immaginato di pretendere da loro che si occupassero dei bisogni altrui.
Con l’avvento dello stato moderno si è avuto un totale ribaltamento di questa mentalità. Col Welfare State i cittadini vogliono essere protetti da ogni male. Dalle malattie, dalla disoccupazione, dalla droga e dai pericoli della strada. Ma anche dall’alcoolismo, dalla disonestà dei commercianti e dalla propria stessa imprudenza: basti pensare agli sportivi della montagna, che si mettono nei guai e devono essere salvati da apposite squadre, o a coloro che vanno a fare turismo in Yemen. Infine si aspettano di essere protetti dal rischio cancro costituito dalle sigarette. Lo Stato dovrebbe agire come una mamma che prima scrive sulla tavoletta di cioccolato che piace al figlioletto “ricordati che ti fa male al pancino”, poi addirittura la nasconde. La tendenza è quella ad una totale deresponsabilizzazione.

I genitori però, oltre che protettivi, sono repressivi. E a Calabasas sono arrivati alla conclusione che se le sigarette fanno male a tutti, a tutti devono essere vietate. I figli si amano tutti allo stesso modo, no? Certo, fra gli altri ci sono quelli che – empi! – si considerano adulti e preferiscono decidere da sé come vivere; quando avere caldo  e quando mettersi la maglia di lana. Ma costoro non hanno molte speranze. La società non ama i discoli. E poi i figli, anche se hanno cinquant’anni, sono sempre “i miei bambini”.
Non è lecito sorridere di questa pandemia californiana di “morale invadente” e di “protezione dei minorenni”. Essa è allarmante perché gli europei da un lato passano il tempo a posare ad antiamericani, dall’altro sono proni alle mode statunitensi. Non c’è ubbia abbastanza stupida che non giunga da noi con vent’anni di ritardo, divenendo magari più virulenta. La contestazione ad esempio l’inventarono a Berkeley ma quando arrivò in Italia fece più guasti e durò molto più a lungo che in America o in Francia. Ancora oggi c’è gente che dice: “Io ho fatto il ‘68” come un tempo diceva: “Ad Austerlitz ho combattuto anch’io”.
La vita pubblica si avvia ad essere amministrata col metro delle beghine idealiste. Lo Stato, suprema realtà etica genitoriale, deve pensare a tutto. E gratis. Da tutti, e soprattutto dagli uomini pubblici, ci si aspetta onestà, dedizione, trasparenza e un livello etico più che gandhiano. Le armi non vanno usate neanche per difendersi e le guerre, se non si possono evitare, vanno combattute a colpi di cuscini. E infine lo Stato deve controllare l’alito dei cittadini, per accertarsi che non abbiano fumato.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 22 marzo 2006


Imprenditori
Il Berlusca quel colpo in canna lo covava da mo’. Già nella famigerata intervista “incompiuta” a Lucia Annunziata – quella del “mi alzo e se ne vado” – aveva “osato” dire che gli attacchi di Montezemolo non erano attribuibili a tutti “gli imprenditori”, e l’intervistatrice, forse anche perché poco esperta della materia, aveva manifestato incredulità.
In effetti, tecnicamente è proprio così. Il Presidente di Confindustria (il quale nomina una parte della sua Giunta, per il resto composta dagli ex presidenti e dagli ex vicepresidenti) è eletto periodicamente dall’Assemblea. I delegati che le singole associazioni di categoria mandano a partecipare all’Assemblea “dispongono congiuntamente di un determinato numero di voti in ragione del contributo confederale annuo corrisposto per conto delle proprie imprese dall’Associazione”.
Quindi, non si vota per teste (1 man 1 vote), ma per contributi versati e perciò per dimensioni della propria impresa.
Il che, ovviamente, implica che una esigua casta di grandissimi industriali “decide” sempre, anche a dispetto degli umori e delle preferenze di una vasta maggioranza di piccoli e medi imprenditori: questi ultimi, tanto per intenderci, si trovano una situazione per certi versi paragonabile a quella di un “piccolo azionista”, chessò, della Telecom, il quale non può che subire le decisioni degli “azionisti di riferimento”. Con tutto ciò che ne segue anche in termini di insofferenza: l’insofferenza delle “retrovie” che sabato a Vicenza applaudivano tanto più chiassosamente quanto più quella cagnara imbarazzava il solito “Gotha” algidamente assiso nelle simboliche “prime file”.
Saper cogliere, dichiarare, amplificare e “sposare” teatralmente l’insofferenza di quelle retrovie è stata una mossa davvero senza precedenti  e contraria a tutte le convenzioni, e che, forse, proprio per questo rimarrà tra i pochi episodi degni di essere ricordati come davvero divertenti ed interessanti in questa campagna elettorale piuttosto malinconica.
Se poi sarà anche  “la dichiarazione di una resistenza che alla fine potrebbe durare”, come scrive Ferrara, lo scopriremo solo vivendo.
(ale tap, 21.03.06)

“GRANDE” IMPRESA E “PICCOLA” POLITICA
A mente fredda sarà più utile esaminare in minimi termini lo sfogo velenoso del premier, piuttosto che giocare al pallottoliere sul confronto applausi-fischi fra Berlusconi e Della Valle. Dov’è la verità? Innanzitutto c’è da dire che Berlusconi giocava in casa. Era fra imprenditori, quegli stessi che guardarono storto D’Alema, dopo lo “scippo” a Prodi e snobbarono Rutelli, premiando Forza Italia nel 2001; era a Vicenza, dove il centro-destra continua e continuerà ad essere vincitore, perché il Nord-Est, pur attraversando un periodo di calo, non vive alcuna crisi e non vuole lasciare ciò che conosce per la strada che non conosce (o che conosce benissimo, quella della iper-tassazione delle rendite finanziarie). Da giocatore in casa, ha giocato la sua partita, ma non in termini tecnici, ma negli unici che conosce in questo periodo elettorale, cioè attaccando, ritornando al leit-motiv dei poteri forti contro il Governo, della Magistratura che copre gli imprenditori grandi e del pessimismo di sinistra. Termini politici. Tecnicamente il premier è tornato a farsi piccolo contro i grandi, a schierarsi con il Veneto, il Friuli, il Trentino, la Lombardia fuor di Milano contro Roma, Torino, Milano, la grande catena di montaggio. Ha ripreso la strada che in quelle zone è già stata di Maroni e Bossi, quando attaccarono l’aiuto statale continuo di Roma ladrona alla Fiat, i giochini di alta finanza di De Benedetti, Tronchetti Provera e Pininfarina. Ha rischiato, risultando più leghista che liberale, più uomo del piccolo tessuto economico che non gestore della globalizzazione. Siccome la verità sta sempre nel mezzo, sarebbe altrettanto inesatto dire che Berlusconi ha scosso gli imprenditori e spaccato Confindustria.
Confindustria è sempre stata divisa fra piccola e grande impresa e mentre la seconda ha più colte criticato Berlusconi in questi ultimi tempi, sull’onda dell’era Montezemolo, la prima lo ha sempre applaudito e non si è mai accodata al suo presidente. Eppure la piccola impresa non è l’impresa dei lavoratori, schiacciati dalle fatiche, denigrati da Confindustria e poco protetti dallo Stato.
Lo Stato foraggia le grandi imprese, ma non disdegna le piccole. Quali sono allora le piccole imprese? Ad esempio quelle che hanno fondato piccoli imperi edilizi locali, grazie a legislazioni basate su condoni e sanatorie negli ultimi cinque anni; l’imprenditoria del terziario che continua a nutrire di enormi privilegi, esenzioni di tasse, finanziamenti e regimi speciali, dalle Dolomiti alle Prealpi Varesine, dalla Sicilia alla Sardegna fino al Trentino, alla Valle d’Aosta, oasi felici a statuto speciale. Nessun, neppure il premier dell’Italia degli sprechi ha sottratto tali benefici. Quante zone industriali sono sorte al Sud? Molte, ma vivono grazie programmi operativi regionali, una soprta di aiuto mediato statale o più semplicemente una devolution al contrario. Grazie a loro la disoccupazione è diminuita, ma non dimentichiamo che la grande impresa garantisce poche occupazioni ma garantite, mentre la piccola ne offre molto, ma approssimative in termini di controlli, sicurezza, paracadute sociali ed altro. Quante imprese agricole vivono sulle sovvenzioni e quanto hanno ricavato le più piccole e perfette imprese, i liberi commercianti?
Chi delegittima chi? Impossibile dirlo come inutile ed impossibile stabilire chi ha torto o ragione fra il principe dei grandi ed il re dei piccoli. E’ certo c che, al di là della solita solfa destra/sinistra, comunisti/anti-comunisti, né l’uno, né l’altro hanno il potere o la voglia di gestire questa frattura ed i fantasmi che ci sono negli armadi della piccola, come della grande impresa.
Angelo M. D'Addesio, 21 marzo 2006

La sfida dei Radicali liberi
«Se questo centrosinistra prodiano andasse al potere lascerei l'Italia». La dichiarazione, del 16 aprile 2005, veniva dalla sempre sorprendente bocca di Marco Pannella. Così sorprendente che pochi mesi dopo ritroviamo lo stesso Pannella schierato - armi, bagagli e scioperi della fame - proprio con il centrosinistra prodiano.
Non c'è neanche da stupirsi, oltre che da non scandalizzarsi. Più che un opportunista, il capo storico dei radicali è un movimentista, sempre in cerca di spazi maggiori per le sue idee e i suoi uomini, piuttosto che di vili poltrone fini a se stesse. Come è capitato a Vittorio Sgarbi, ha scelto l'Unione perché, deluso dall'esperienza precedente con la Destra, spera di avere maggiore spazio di manovra e più spirito laico: però si troverà subito a scontrarsi per un verso con la componente democristiana della Sinistra e - ancora di più - con quella nostalgico-comunista. Come è certo che i dissidi scoppieranno presto all'interno del variegatissimo gruppo di Prodi, c'è da credere che i radicali ne saranno i maggiori agitatori e che presto ce li troveremo di nuovo transfughi infelici e vitali: perché la coerenza dell'apparentemente incoerente Pannella è ferrea su quel che scarseggia più a Sinistra che a Destra, la difesa della libertà e delle libertà. E allora bisognerà - come per Sgarbi - riaprire loro le porte del Polo accettandolo come forza vitale e vitalizzante. Perché non c'è dubbio che il loro posto è a Destra, contro ogni tipo di massificazione del pensiero e di statalizzazione divorante ogni libertà individuale.
Nell'attesa, per fortuna c'è già stato chi, fra i radicali, ha già fatto per tempo la scelta di evitare ogni contaminazione con la Sinistra:i Radicali Liberali di Benedetto Della Vedova e Marco Taradash, l'unica forza davvero nuova che è confluita nella Casa delle Libertà per queste elezioni. Benché il Polo li abbia favoriti davvero poco nella compilazione delle liste elettorali, i Radicali Liberali rafforzeranno a Destra la concezione più alta della politica, ovvero la difesa dell'individuo dalla politica stessa, quella intesa come difesa degli interessi di un gruppo o di un partito. Libertà, laicità, liberalismo, liberismo stanno a destra, e Rl vi aggiunge una quarta «l», quella del libertarismo, più difficile da fare accettare nella Cdl. La loro passione per le libertà individuali e i diritti civili sono un patrimonio di tutti che, arbitrariamente, è sempre stato considerato un'esclusiva della Sinistra.
A dimostrare che la vera coerenza e stabilità radicale sta con i Radicali Liberali e non con quelli della Rosa nel pugno basti leggere una dichiarazione di Taradash fatta per le precedenti elezioni: «L'imperativo categorico è di creare la frattura più netta possibile, e possibilmente incolmabile, con l'Italia partitocratica, statalista, clientelare, corporativa degli ultimi vent'anni. Con l'Italia consociativa Dc-Pci-Psi, per essere più chiari». L'Italia - dice Taradash, e non possiamo non essere d'accordo - deve creare una democrazia liberale, federalista e presidenzialista, recidere «i legami incestuosi fra Stato e privato», strappare la Rai ai partiti e restituirla ai cittadini, garantire una magistratura indipendente e non vincolata alle correnti politiche.

Con il cartello di sinistra tutto ciò non è possibile perché‚ «tutti i poteri forti e irresponsabili dell'Italia partitocratica», dalla Rai a Mediobanca, sono schierati con la Sinistra «in una deriva inarrestabile che è segno di una contiguità culturale più forte di ogni differenza politica».
In più i Radicali Liberali danno assoluta garanzia di fedeltà alla linea di politica estera del governo Berlusconi, e soprattutto ravviveranno una Destra che, se vuole essere moderna, non può permettersi di essere semplicemente conservatrice né fermarsi al liberalismo economico.
Il liberalismo in economia deve corrispondere al libertarismo nella vita sociale. Del libertarismo una Destra nuova non può fare a meno, perché altrimenti corre il rischio di riportare nel XXI secolo lo spirito dell'Ottocento.


di Giordano Bruno Guerri

IN MEMORIA DI MARCO BIAGI
Marco Biagi muore a Bologna la sera del 19 marzo 2002, all'età di 51 anni, vittima di un attentato terroristico delle Brigate Rosse.
Noi qui, per non dimenticare, riproponiamo il discorso che il Presidente del Senato pronuncio alla commemorazione di Marco Biagi nella Sala Zuccari in Roma il 19 marzo 2003


Marco Biagi: Un progettista intellettuale

Quando lasciano la terra dei vivi, gli uomini - soprattutto un uomo come Marco Biagi che ci ha lasciato ammazzato da mano assassina - sopravvivono in almeno due modi: negli affetti e nella memoria di chi li ha conosciuti, nella testimonianza e nell'eredità che hanno lasciato di sé. (...)


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MENTIRE DICENDO LA VERITÀ
Al convegno della Confindustria è avvenuto un episodio esemplare, non tanto per la politica quanto per l'informazione. Sono costretto a narrarlo in prima persona. Ieri la prima notizia che ho orecchiato è stata che Berlusconi era stato applaudito e Della Valle fischiato; poi in televisione ho visto Berlusconi che attaccava Della Valle, ottenendo una mescolanza di fischi e applausi e mi sono detto che chi m'aveva dato la prima notizia doveva essere un bel fazioso e uno sciocco. Come sapere chi era il destinatario dei fischi e chi degli applausi? La Rai inoltre, dopo che De Bortoli ha proposto di concedere a Della Valle il diritto di replica, ha tagliato il servizio entro il primo secondo.
Successivamente un servizio televisivo più completo, sulle reti Mediaset, mi ha mostrato che la proposta di permettere a Della Valle di parlare è stata accolta con un finimondo di fischi. Fischi che andavano per giunta aumentando, tanto che De Bortoli, col gesto a due mani di chi cerca di fermare un treno, ha invitato a smetterla: d'accordo, d'accordo, rinunciava alla sua proposta. E allora era giusta la prima notizia, quella orecchiata, non ciò che avevo visto sulla Rai!
Una televisione che non mostra i clamorosi fischi a Della Valle mente? Certamente no. Però nasconde l'atteggiamento della Confindustria nei confronti dei suoi capi e fornisce una notizia di segno opposto alla verità: io stesso ho pensato che i fischi fossero per Berlusconi!
Il telespettatore dovrebbe imparare che non basta dire "L'ho visto e sentito con i miei occhi". Non basta che un'informazione sia veritiera. Perché un'informazione dolosamente incompleta può risultare totalmente falsa.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 19 marzo 2006

NAZICOMUNISMI
"C’è la novità dei fratelli di Hamas al governo della Palestina liberanda, e la loro testarda difesa del diritto di dire di no al trito e ritrito ricatto della Shoah e del riconoscimento di quell’OGM coloniale innestato nella terra dei loro padri e delle loro madri, dei loro figli e delle loro figlie.
Come si fa a chiedere - a chi sta vivendo quotidianamente sulla propria pelle e su quella del proprio popolo il tentativo di distruzione, di annientamento di intere generazioni con le deportazioni, con le uccisioni, con l’isolamento – di riconoscere l’umanità dei propri aguzzini? È inconcepibile, inaccettabile.
Sono disumani, sono dei mostri, brutti e cattivi. Le madri, imprigionate dalle catene del terrore imposto dalla pseudodemocrazia ebraica, sussurrano ai figli - mentre nelle notti lunghe dei coprifuoco l’unico rumore che sentono sono le pale degli elicotteri che guatano la preda palestinese, lo scoppio assordante del Mach 4 che annichilisce i feti nei grembi e ammutolisce i bambini nelle culle e il rumore crudele degli anfibi sull’acciottolato delle strade che furono di Gesù e dei profeti – che devono tacere, altrimenti l’ebreo cattivo li verrà a prendere.
Si, l’ebreo cattivo. Non l'israeliano, una metternichiana espressione geografica abusiva, proprio l'ebreo cattivo, ogni latitudine ha il suo uomo nero, no?"

Chi, nel suo blog,  scrive queste cose (e tante altre, clicca qui) è una "signora",  Dacia Valent, già deputato europeo per Rifondazione comunista.
Sperando che anche i tanti Moni Ovadia trovino il tempo per guardarsi intorno, lasciamo a voi ogni commento.


"Ebreo, comunista e filopalestinese"
Leggo che i Comunisti Italiani si fanno pubblicita' elettorale alle spalle di Israele, il paese che hanno sempre demonizzato, insultato, accusato di ogni crimine. Adesso hanno cambiato idea e mi dicono che sui muri di Roma sono apparsi ridicoli manifesti elettorali : "Sinistra e Israele" e sotto questa ipocrisia c'e' la foto di Diliberto e di un personaggio eccellente, un vero e proprio pezzo da novanta :Moni Ovadia, ebreo, dice lui, comunista e filopalestinese!
Ho ancora negli occhi l'immagine di Diliberto fotografato accanto ad Arafat sotto la scritta "Con Arafat e con la Palestina nel cuore". Questo accadeva quando il satrapo palestinese organizzava stragi dovunque, in Israele, in Europa, in Usa e in Africa.
Ricordo membri del suo partito urlare contro Israele, ho in mente cortei di kamikaze per le strade di Roma. Non erano comunisti italiani quelli? E allora come mai il signor Diliberto non ha preso le distanze? Come mai non ha detto trattarsi di imbecilli come si e' affrettato a dichiarare quando, settimane fa, alcuni partecipanti al suo corteo hanno bruciato, come sempre avviene, le bandiere di Israele? Imbecilli? ma allora il partito di Diliberto ne ha in abbondanza perche' da anni bruciano le bandiere di Israele e degli USA e mai, fino ad ora, il segretario aveva preso posizione. Erano sempre gli stessi due imbecilli onnipresenti?
Ricordo anche gli interventi di Diliberto a Porta a Porta, roba da fal venire l'ulcera a un uomo bionico.
Adesso, a poche settimane dalle elezioni, a Diliberto non sta piu' bene passare per antisemita e per la manciata di voti degli ebrei italiani e' disposto a tutto, persino ad avvicinare la "sua" sinistra all'odiato Israele.
Quando si dice il pelo sullo stomaco.
In cinque anni di terrorismo e di civili israeliani ammazzati non lo abbiamo sentito una sola volta esprimere solidarieta' a un paese colpito da una guerra schifosa dopo essersi detto disposto a consegnare ad Arafat il 90% dei territori.
Nessun comunista italiano e' venuto a mettere una candela sul luogo di una strage di bambini ebrei in Israele. Era esploso un autobus pieno, mamme e bambini che ritornavano a casa dal Muro del Pianto. Dove era Diliberto? Dove era Moni Ovadia?

Nessun comunista italiano ha avuto la pieta', si la pieta', di dire basta ai terroristi. La colpa era sempre e solo di Israele. Quando e' venuto Diliberto ad esprimere la sua solidarieta' per 22 ragazzini ammazzati mentre andavano in discoteca?
Bisogna dire che, in questo penoso e cinico tentativo di cancellare un passato di odio puro, il signor Diliberto ha scelto la persona sbagliata, Moni Ovadia, uno che si identifica, anche nell'abbigliamento, con gli arabi palestinesi, con tanto di copricapo arabo calcato bene in testa perche' non sorgano dubbi, non e' il massimo della pubblicita'.
Ho letto l'intervista rilasciata da Moni Ovadia e mi sono profondamente vergognata per lui.
«i palestinesi sono stati il popolo più solo del mondo. spesso abbandonati anche dai loro amici arabi. io sto con un popolo oppresso. questo è il dovere di un uomo prima ancora che il dovere di un uomo di sinistra».
Vediamo di fare l'analisi.... logica.
I palestinesi sono stati il popolo piu' solo della terra.
Avere tutto il mondo dalla loro parte, avere un capo terrorista accolto in tutti i consessi mondiali, portato in trionfo, adorato in Italia anche quando faceva ammazzare italiani. Ricevere miliardi di dollari e euro, avere un'organizzazione dell'ONU ad uso e abuso esclusivi mentre tutti gli altri popoli in difficolta' molto piu' gravi , compresi quelli africani decimati da guerre e carestie, non hanno niente di niente se non indifferenza.
Non ricevere mai una sanzione, un rimprovero per decenni di terrorismo. Avere piene le piazze di scalmanati urlanti "Palestina libera Palestina rossa" e l'immancabile "Israele boja".
Questo per Moni Ovadia equivale ad essere il popolo piu' solo della terra.
In questi ultimi 5 anni di schifosissimo terrorismo i palestinesi hanno avuto, loro che lo facevano, la solidarieta' di tutto il mondo, migliaia di pacifisti senza cuore e senza cervello ma con tanta crudelta' e cattiveria sono andati nei territori per proteggere i terroristi sputando il loro disprezzo sui morti innocenti israeliani.
Migliaia di pacifisti e ammiratori di Arafat, anche famosi, come Oliver Stone e Jose' Saramago, premio Nobel che ha definito gli israeliani peggio dei nazisti, e mentre lo diceva, in Israele, un autobus pieno di morti stava ancora fumando sul selciato.
Questo per Moni Ovadia equivale ad essere il popolo piu' solo della terra.
Appropriarsi, senza che fosse mai chiesto riscontro, di miliardi elargiti da europei e americani, miliardi di cui adesso godono i capoccia palestinesi e la vedo
va inconsolabile di Arafat, l'ineffabile Suha che vive nel lusso sfrenato a Parigi.
Miliardi che continuano ad arrivare.
Essere mantenuti dalla comunita' internazionale, mantenuti completamente senza dover lavorare e dimostrare un minimo di buona volonta'.
Questo per Moni Ovadia equivale ad essere il popolo piu' solo della terra.
Stragi in Israele e in Europa. Bambini ebrei presi a mitragliate a Roma, gli assassini fatti scappare. Navi italiane prese in ostaggio e un vecchio ebreo paralizzato ammazzato a bruciapelo e scaraventato in mare, gli assassini ancora una volta fatti scappare dal governo italiano dell'epoca.
Questo per  comunista       equivale ad essere il popolo piu' solo della terra.
E gli altri popoli oppressi? quelli non godono della sua simpatia? Devono essere arabi o niente, se no che senso avrebbe la pagliacciata del copricapo arabo sulla sua capoccia?
"«È legittimo criticare il governo israeliano"- dice Ovadia. Certo ma non l'ho mai sentito criticare Arafat, la sua violenza e le sue stragi inoltre come mai lui, che si definisce ebreo, non e' mai venuto a dare la sua solidarieta' al popolo israeliano sottoposto a un periodo di stress disumano. Il popolo non ha niente a che vedere col governo, no?
Perche', Moni Ovadia? Indossare la kippa' davanti a bambini e civili smembrati e bruciati le avrebbe rovinato la reputazione?
Si puo' essere ebreo, comunista , filopalestinese? Ma si, si puo' essere anche talebano e americano, si puo' essere tutto, all'epoca di "Viva Trieste Italiana" c'erano triestini italiani che urlavano "Zivio Tito- Viva Tito"e sparavano contro i loro concittadini.
Non e' obbligatorio amare la propria gente, ne' e' obbligatorio stare col proprio popolo minacciato di annientamento, ne' sentirsi vicini agli ebrei ammazzati da islamici in Europa, o provare un po' di simpatia per gli israeliani disprezzati, insultati, boicottati a livello internazionale.
Non e' obbligatorio che un ebreo ami Israele, altri ebrei stanno dalla parte di chi ne vuole la distruzione, liberta' di pensiero innanzitutto, ma chissa' perche', di fronte ai rinnegati, provo un senso di grande e irrefrenabile disprezzo.
E' piu' forte di me.


Deborah Fait  - informazionecorretta

Convegno Confindustria: applausi a Silvio Berlusconi, fischi a Della Valle
Alla fine il Silvio Berlusconi ci ha ripensato ed è andato al convegno di Confindustria in corso a Vicenza. Rompendo gli schemi previsti dalla sessione di lavoro degli industriali, il premier ha tenuto un intervento che ha   scaldato gli animi della platea.
Prendendo spunto da una domanda sul fabbisogno energetico, Berlusconi si è alzato in piedi e ha iniziato ad elencare i risultati del suo governo, rivolgendosi spesso agli industriali utilizzando il "noi"
: "Non lasciamoci prendere dal pessimismo, facciamo meno vacanze e stiamo a casa a lavorare. Non si porta avanti l'Italia piangendosi addosso". Poi  l'attacco: "Dov'è questa crisi? La sinistra e i suoi giornali si inventano il declino per andare al potere". E rivolgendosi a Diego Della Valle: "Gli imprenditori che stanno a sinistra hanno scheletri negli armadi, sono sotto il manto protettivo della sinistra e di Magistratura democratica".

Alla fine dell'intervento, Della Valle ha chiesto di intervenire per replicare, ma i fischi che si sono levati da parte della platea lo ha costretto a rinunciare.

Convegno Confindustria: Gelo e mugugni per Prodi
Non entusiasma, non emoziona, non scuote. Nemmeno quando promette che il costo del lavoro sarà ridotto di 5 punti non riesce a strappare un applauso. Di fronte a circa 6.000 imprenditori assiepati nella grande sala congressi della Fiera di Vicenza per il convegno di Confindustria su «Concorrenza bene pubblico», Romano Prodi esegue una partitura che non entusiasma. Sembra una Confindustria diversa da quella di cinque anni fa quando a Parma si spellava le mani per scandire il discorso di Berlusconi. Ora il clima è di chi non crede più alle promesse, che non è disposto a firmare cambiali in bianco a nessuno, che non si lascia blandire. «Non accettiamo di farci tirare per la giacca e che all'interno di Confindustria ci siano dei partiti: c'e solo il partito degli imprenditori che investono. Dobbiamo essere tutti uniti», ha detto nella riunione di ieri della Consulta dei presidenti delle associazioni territoriali e di categoria il presidente di Confindustria Montezemolo. Il parterre tra cui figurano i big dell'imprenditoria segue con attenzione ma silenzioso le domande che 13 imprenditori seduti sul palco sciorinano al professore. L’esposizione di Prodi risulta piatta e monotona. E viene accolta con silenzio la promessa che «l'Irap sarà corretta ma non cancellata» anche perchè porta un gettito di 35 miliardi.«L'abbassamento del cuneo fiscale è già un passo in avanti affinchè il costo del lavoro pesi meno nel calcolo dell'Irap». Quanto alla riduzione di cinque punti del costo del lavoro Prodi ammette che «non è una cosa facile» e comunque «serve avere in mano la Trimestrale prima delle elezioni per avere la reale dimensione dello stato dei conti pubblici». E sempre in tema fiscale il professore sottolinea che l'obiettivo è di un fisco «neutrale, ovvero una fiscalità uguale per le rendite e il lavoro» e attacca la legge sul risparmio del governo Berlusconi: «Con i furbetti del qartierino sarebbe stata opportuna una buona tassazione». Il leader dell'Unione strappa un debole applauso quando dice che le direzioni in cui si muoverà l'Unione saranno «gli aiuti alla crescita dimensionale delle imprese e l'innovazione». Altro tema che sta a cuore agli industriali è quello della flessibilità del lavoro. Prodi rivendica la primogenitura delle forme di flessibilità al suo governo e poi afferma che semmai la priorità del centrosinistra è di «combattere il precariato sistematico». Come? Avvicinando il costo del lavoro precario a quello a tempo indeterminato «per non avere lavoro a tempo determinato in modo ripetitivo». In sala qualcuno mugugna. Il clima non si riscalda nemmeno quando dice che i conti pubblici «sono fuori controllo». Tant'è che, avverte, «serve una Maastricht interna per mettere sotto controllo le spese centrali e locali». Arriva quindi la domanda sul caso Enel-Suez e Prodi rilancia il tema del «rafforzamento delle imprese per evitare di essere prede e diventare cacciatori». Poi quella sul rapporto con i sindacati e lui rilancia la concertazione con a quale, sostiene, anche il caso del traforo della Val di Susa sarebbe stato risolto. Prodi striglia gli imprenditori sulle liberalizzazioni, per le quali, dice, si sarebbe aspettato un intervento più forte. E annuncia un rafforzamento delle Authority che «in questi cinque anni sono state umiliate» e la crezione di una Authority delle reti. Arriva a promettere un viceministro per le piccole e medie imprese. Il Professore affronta anche il tema del nucleare e dice che la linea è di «continuare la ricerca ma non avviare la costruzione di nuove centrali». Bisogna invece «continuare la trasformazione delle centrali a carbone» e si dice favorevole alla prosecuzione dei lavori della centrale Enel di Civitavecchia. Quanto al costo dell'energia il professore promette che in cinque anni «sarà ridotto del 20%». Il leader dell'Unione individua quindi nel sistema dei distretti la formula per far crescere le imprese. La platea lo segue attento in silenzio. L'applauso è per la legge elettorale. Prodi dice chiaro e tondo che farà di tutto per tornare al maggioritario. «Un referendum c'è già stato, quello che ha portato l maggioritario e io sono ancora fedele a quel referendum». Di qui l'impegno a una nuova legge che «assicuri stabilità». L'intervista si conclude con un debole applauso più di circostanza che di convinzione. I big industriali, di Montezemolo a Tronchetti Provera a Pistorio, guadagnano l'uscita senza sbilanciarsi nei commenti.
Dall’inviato del Il Tempo LAURA DELLA PASQUA


PRODI RICONFERMATO
Romano Prodi è uno dei politici più grigi apparsi nel panorama politico italiano negli ultimi venti anni.
Non solo è un tipo poco comunicativo ed ha una scarsa dialettica, ma non esprime nessun valore politico particolare, una precisa filosofia politica - se non una vagamente democristiana " aggiornata " - e soprattutto è uomo assolutamente incapace di assumere comportamenti coraggiosi  o di  prendere posizioni critiche.
L'ennesima conferma la si è avuta con la mancata partecipazione alla manifestazione di Milano, organizzata dai commercianti per il 16 di marzo per protestare contro le inaudite e comunistiche violenze organizzate da esponenti dei centri sociali. Quando si tiene un comportamento come questo, che nel caso è un comportamento omissivo, ogni residuo dubbio svanisce ed i fatti rivelano con certezza quella che è la realtà, come non potrebbero fare pagine e pagine dei giornali ( o per esempio 260 pagine di un fantomatico programma ). Prodi è arrivato al punto di disertare la manifestazione dopo aver già confermato la sua partecipazione, segno evidente che la sua presenza a Milano non era gradita ed era così sconsigliata da  preferire la figuraccia della sua marcia indietro. Ma, non gradita a chi ? Ai suoi soci, ai suoi alleati ed in primo luogo ai referenti politici dei delinquenti che hanno provocato danni fisici e materiali in Corso Buenos Aires, cioè ai comunisti, rifondaroli e italiani, ed in parte ai verdi. Ho detto  in primo luogo, ma in secondo luogo la presenza del Professore non sarebbe stata gradita neanche ai suoi danti causa dei DS, perchè gli avrebbe alienato le simpatie, cioè i voti, dei partiti rosso-verdi di cui sopra . Qualche dubbio dunque sul vincolo che lega il centro-sinistra alla sua piccola, ma abbastanza consistente, ala estrema, se non uno, e dicasi uno, degli esponenti dello schieramento si è sentito di esprimere solidarietà ai commercianti e condannare l'idiozia più fanatica e dannosa con la sua presenza ?
Rimane qualche considerazione finale.
Prodi dice di non aver partecipato perchè temeva l'ostilità dei partecipanti : tutto qua il suo coraggio ? Gli organizzatori non erano dei politici, ma i commercianti e poi se è tanto suscettibile da ferirsi per qualche cartello critico, qualora dovesse riversarsi su di lui la metà del livore normalmente riservato per Berlusconi, cosa farà, si barricherà in casa e non uscirà più ?
Poi,  tutto l'ottimismo della cosiddetta Unione in merito alla vittoria prossima ventura, a sentir loro il voto pare quasi una formalità, nasconde in realtà una consistente paura, visto che il timore di perdere qualche percentuale dei comunisti impedisce ai suoi esponenti di condannare la violenza più inaudita, perchè quei voti sembrano maledettamente indispensabili.
Infine, non si può non ribadire che, anche nel caso di sventurata vittoria sinistrorsa, questa sarà abbastanza risicata, mai netta, per cui Prodi sarà più che mai ostaggio di tutti i suoi danti causa, soprattutto di quelli più intolleranti e proni alla violenza, ed allora cosa potrà combinare questo logoro Don Abbondio bolognese ?
Rifletterà certamente sull'ossessivo richiamo alla serietà, perchè si farà sempre più serio, serio, serio.
LUCIO SERGIO CATILINA


Berlusconi: il Professore scappa dai non violenti
I palazzi sono ancora anneriti e danneggiati dalle fiamme che hanno messo a ferro e fuoco Milano nel sabato di guerriglia urbana. E Silvio Berlusconi, avvolto da un serpentone di folla appassionata ma questa volta pacifica, non trattiene lo sdegno: «Prodi è scappato un'altra volta. Dobbiamo dire no alla doppiezza di chi si dichiara contro la violenza e poi lascia che venga regolarmente praticata nel proprio ambito». Il presidente del Consiglio è a Milano per la manifestazione voluta dai commercianti per protestare contro la barbarie che ha devastato corso Buenos Aires,
e cammina lungo tutto il percorso del corteo, sorride e stringe mani, chiede agli uomini della sicurezza di lasciar passare i milanesi (e sono tanti) che si accalcano per parlargli.
Si mescola con la folla, che lo trascina di qua e di là e poi ancora di qua, una fisarmonica in movimento continuo. Il premier commenta l'assenza dei leader del centrosinistra senza stupore: «Prodi e Fassino non sono venuti perché sarebbero stati accolti da una bordata di fischi. È evidente il loro timore di venire contestati, non soltanto dai commercianti ma dai cittadini milanesi che non ne possono più di questi fatti che attentano alla vita civile in una città calma e tranquilla come Milano». E i milanesi, spiega, avrebbero accolto a fischi Prodi perché «non sopportano chi applica la violenza nelle manifestazioni quando si tratta di dire no a un traforo, a un'opera di protezione ambientale e a tutto ciò che significa modernizzazione del Paese». Lui non crede ai distinguo di chi separa la sinistra barricadiera e violenta da quella moderata: «Non è accettabile la decisione di chi porta in Parlamento rappresentanti e leader di questi gruppi».
I cittadini che riempiono corso Buenos Aires gli fanno eco con ritornelli, striscioni, coretti. «Fuori la sinistra dalla manifestazione», e ancora: «Forza Milano pensaci tu, di Prodi non ne possiamo più». Quando il corteo raggiunge corso Venezia, la gente chiama «Sil-vio», «Sil-vio» ma Berlusconi preferisce non salire sul palco dal quale invece solo parla il presidente dell'Unione del commercio,
Carlo Sangalli. «Non sono intervenuto perché sono qui per esprimere solidarietà e non per motivi politici» spiega alla fine della manifestazione parlando proprio con Sangalli, con la candidata sindaco Letizia Moratti e con il primo cittadino Gabriele Albertini, che hanno seguito passo per passo il corteo e tentano di glissare sulle polemiche. Dice Moratti: «Vorrei lasciare la politica fuori da questa serata, una serata dedicata ai cittadini». E Albertini: «Sono qui per solidarietà alla città».

Il leader dei commercianti non nasconde la sorpresa per l'assenza del candidato premier dell'Unione, che ha disertato la manifestazione all'ultimo momento. Sangalli è stupito: «Mi spiace che Prodi non abbia partecipato alla fiaccolata. Secondo me poteva partecipare benissimo. Mi ha telefonato per esprimere piena e convinta solidarietà, cosa che io ho il dovere e il piacere di riportare. Mi pare di poter dire che forse il motivo per cui Prodi non è venuto era quello di non dare disturbo, di non creare problemi ad una manifestazione che doveva scorrere in maniera corretta senza nessuna smagliatura».
Sfilano i leader del centrodestra, a partire da Gianfranco Fini, che per qualche minuto cammina fianco a fianco al premier e chiacchiera con lui. Fini non risparmia l'ironia su Fassino e Prodi: «Se hanno preso a pretesto per non venire un manifesto di Alleanza Nazionale in cui c'è scritto: “no ai prodi autonomi”, va ricordato che Prodi è un aggettivo plurale fino a prova contraria e non il nome di un professore». E ancora: «Credo che fosse doveroso partecipare, soprattutto dopo aver stigmatizzato con le parole questi incidenti.
Questo dimostra che hanno la coda di paglia». Ancora più esplicito il capogruppo di An alla Camera, Ignazio La Russa: «Prodi ha fatto bene a non venire, forse pensava che la piazza fosse come uno studio televisivo dove si parla due minuti alla volta e nessuno può fischiare. Forse faceva meglio a andare a manifestare per quelli che hanno fatto gli scontri come hanno fatto altri della sua coalizione. Non si può avere tutto, candidare gli estremisti della coalizione e poi scaricarli alla prima occasione».
Non è da meno il leghista Roberto Calderoli: «Credo sia imbarazzante per chi è candidato e sostenuto da esponenti di frange estreme. Dopo ciò che è accaduto resta solo il terrorismo».

Da Il Giornale

FUORI COME UN (FAMOSO) BALCONE
Il nuovo ordinamento giudiziario "sconvolge le regole: queste sono riforme che servono per distruggere". Lo ha sostenuto il Presidente della Cassazione, Nicola Marvulli, nel corso del convegno di Magistratura Indipendente, aperto oggi a Firenze. Da qui un preciso invito "a chiunque sia al comando", nella prossima legislatura. "Con tutto il rispetto per il Parlamento - ha spiegato Marvulli - in Italia c'e' l'abitudine a fare riforme tecniche d'iniziativa parlamentare. Ma riforme cosi' devono essere affidate assolutamente a commissioni tecniche specifiche". Marvulli ha poi ricordato come i magistrati sono stati "vilipesi, offesi". "Ma la magistratura - ha concluso - sa compattarsi, come ai tempi del terrorismo. Persino il fascismo creo' i tribunali speciali, non potendo utilizzare ai suoi fini la magistratura ordinaria. In questo momento registro sofferenza e, profondamente, incertezza, perche' il nuovo ordinamento giudiziario sconvolge le regole e queste sono riforme che servono per distruggere".

Massima del giorno
Chi offre un favore sembra chiederlo.
G.P.


VINCE IL CENTRO-SINISTRA
Nessuno conosce il futuro. È inutile cercare di dire oggi chi e come vincerà le prossime elezioni politiche. Ma è interessante fare l’ipotesi che le vinca il centro-sinistra, perché in questo caso il governo si troverà ad avere come entusiastici alleati i docenti; il più grande sindacato; tutti i giornali (salvo trascurabili eccezioni); i poteri forti; i magistrati; la Confindustria e la grande finanza; la Rai, in grande misura Mediaset e infine tutti gli intellettuali: chi non sarebbe terrorizzato da un simile schieramento di sostenitori?
L’aggettivo non deve sorprendere. Se si partecipa ad una gara da sconosciuti può andare solo bene. Se si arriva ultimi al massimo se ne dispiacerà la famiglia, se si arriverà primi sarà un trionfo. Se al contrario si parte favoriti, se tutti dicono che si dispone del migliore telaio, del migliore motore, dei migliori pneumatici e si è in pole position, chi non sarebbe terrorizzato? In queste condizioni si può solo perdere.
Oggi l’Italia non ha più l’indipendenza monetaria, i vincoli comunitari le consentono solo una limitata libertà economica e vive una crisi che sembra irreversibile a causa della concorrenza di un Estremo Oriente produttore a costi bassissimi degli stessi beni. Inoltre i partiti di centro-sinistra si sono accordati su un programma puramente ottativo, cioè indicatore dei risultati desiderabili piuttosto che dei mezzi atti a conseguirli. I fini – la moglie ubriaca accanto alla botte piena – sono facili da enunciare, i mezzi sono difficili. A volte difficilissimi. Ogni azione dunque – ammesso che se ne escogiti una - sarà segno di contraddizione e susciterà la risoluta opposizione dell’alleato che non l’ha in concreto sottoscritta.
In queste condizioni il governo Prodi sarà paralizzato e non potrà fare miracoli. Anzi, sarà un miracolo se non andrà indietro. Non lo si dice per ostilità – ché tutti preferiremmo prospettive positive, per l’Italia - ma per fornirgli una difesa preventiva. Il fatto è che, con le premesse attuali, non si vede nessun altro possibile risultato della vittoria del centro-sinistra.
Si sbaglia però chi però pensasse che, se le cose andranno così, fra un paio d’anni i giornali ne daranno atto. La gente sarà scontenta e delusa ma la pubblicistica non lo sottolineerà. In Italia, se Berlusconi cammina sull’acqua i media dicono che non sa nuotare, se Prodi affoga dicono che sta nuotando sott’acqua. Il pregiudizio ideologico acceca. E visto che, come si diceva prima, il centro-sinistra ha dalla sua i magistrati, gli intellettuali, la Rai… In musica, in questi casi, si scrive semplicemente: da capo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 17 marzo 2006

IL PROBLEMA ENERGETICO
La BMW promette un’auto all’idrogeno, come prototipo, fra due anni. La commercializzazione dovrebbe invece avvenire verso il 2010. Una buona notizia o una bufala, come tante altre volte?
L’automobile all’idrogeno potrebbe essere fabbricata già domani e sarebbe una benedizione, perché non inquina affatto, ma il problema è quello del carburante: dove trovare l’idrogeno a costi accessibili? Non solo esso non esiste allo stato libero, ma per estrarlo dall’acqua ci vuole molta elettricità; e per avere l’elettricità ci vuole molta energia, derivata dal carbone, da una cascata, dal petrolio o dal nucleare. Insomma con l’idrogeno il problema dell’energia non solo non è risolto, ma è aggravato, nel senso che per avere x energia dall’idrogeno, bisogna spendere 2x di altra energia. E allora, quale sarà il futuro?
In prospettiva si possono immaginare due scenari. Secondo uno scenario pessimistico, se tutto andrà come va oggi, è ovvio che il petrolio andrà ad esaurirsi e la benzina sarà ricavata, con alti costi, dal carbone, dalle sabbie petrolifere del Canada, o dai vegetali. Andare in automobile diverrà un lusso che non tutti potranno permettersi. La mobilità diverrà molto minore. Non ci si potrà permettere di abitare fuori città, come si fa oggi, perché andare avanti e indietro con l’automobile costerà troppo. I supermercati fuori città saranno meno accessibili e si dovrà preferire il negozietto sotto casa. Ne potrebbe venire rivoluzionata la vita come la concepiamo oggi. Né ci si deve stupire che la società possa “andare indietro”. La cameriera è stata un’istituzione per millenni e oggi è quasi una rarità; anche le signore ricche devono sporcarsi le mani. La stessa parola “servitù” è desueta ed è un bene: ma questo prova che una comodità, una volta acquisita, non è detto sia lì per sempre. L’automobile, oggi solo oggetto difficile da parcheggiare, potrebbe tornare ad essere un lusso di pochi.
Lo scenario ottimista richiede meno parole. Se gli scienziati riuscissero ad acchiappare il sole, se cioè riuscissero a realizzare la fusione fredda (la potenza della bomba atomica o all’idrogeno divenuta mansueta e maneggiabile), l’umanità disporrebbe di una fonte infinita di energia e potrebbe a questo punto produrre una quantità indeterminata di elettricità. E, con l’elettricità, una quantità enorme di idrogeno a basso prezzo. A questo punto i paesi sviluppati sarebbero autonomi dal punto di vista energetico e i paesi arabi potrebbero chiudere bottega. Il petrolio rimarrebbe prezioso per le materie plastiche e tutti gli altri derivati (è un delitto bruciarlo, come si fa oggi) ma l’abbondanza di energia trasformerebbe il mondo (anche politicamente) nel giro di qualche anno.
Il problema è: riusciranno gli scienziati a realizzare la fusione fredda? Nessuno può dirlo. Ciò che sembra facile può non essere lo stesso realizzato, malgrado gli enormi progressi della scienza: per esempio dalla fine dell’Ottocento ad oggi non si è riusciti a creare accumulatori elettrici di grande potenza e di poco peso: ed è la loro inesistenza che ha impedito la nascita dell’automobile elettrica. Al contrario, ciò che sembra difficile può essere a volte realizzato: l’atomo, che per sua stessa definizione, era inscindibile, ad Hiroshima s’è scisso, eccome.
Le persone anziane possono discutere di questi problemi sorridendo e per passare il tempo, i giovani invece dovrebbero pensarci più seriamente: loro ci saranno, quando lo scenario pessimistico o quello ottimistico si realizzeranno.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 17 marzo 2006

«Raibufale24 international»
Sigfrido Ranucci è quel giornalista al servizio della più bolscevica televisione del mondo occidentale, diretta del postcomunista Roberto Morrione. Rainews24 purtroppo è vista da pochi italiani, viceversa il Cav. non avrebbe bisogno di fantomatici sondaggi americani per godersi il sorpasso su Prodi. Nei mesi scorsi, il tosto Ranucci aveva fatto uno scoop mondiale sull’uso illegale del fosforo bianco a Fallujah da parte degli americani, finito poi in barzelletta ancor più del Nigergate di Bonini&D’Avanzo. Ieri la rivista americana molto di sinistra che si chiama Salon ha svelato un altro clamoroso falso della tv italiana al servizio dei repubblichini di Tikrit: il famoso prigioniero incappucciato di Abu Ghraib, nei giorni scorsi intervistato dal New York Times e in precedenza, in anteprima mondiale, da Raibufale24, non è affatto l’uomo ritratto in quelle terribili fotografie che un bravo soldato dell’esercito americano, nel dicembre 2003, aveva consegnato ai suoi superiori, denunciando così lo scandalo di Abu Ghraib. Quell’uomo spacciato per l’incappucciato dal giornalista italiano prima e dal New York Times poi, era un altro. Ovviamente non si può escludere che anche il gerarca baathista Ali Shalal Qaissi sia stato a sua volta incappucciato, ma è difficile e certamente non è l’uomo delle fotografie. Salon lo ha svelato, il Pentagono lo ha confermato, infine lo ha ammesso anche il New York Times. Il giornale newyorchese ha subito riconosciuto l’errore, pubblicando due articoli, e ha immediatamente aperto un’inchiesta interna come nel caso del falsario Jayson Blair. Il sito di Raibufale24 fino a ieri sera non riportava la notizia. Il falso incappucciato, tra le altre cose, aveva detto a Ranucci che tra i suoi torturatori c’erano anche agenti italiani o che parlavano italiano, quando è notorio che il Pentagono vieta categoricamente alle società di contractors di assumere cittadini non americani. Eppure Prodi e la sinistra intorno a quell’intervista di Ranucci hanno fatto un gran baccano, anche parlamentare. Esattamente come fecero Fassino & co. ai tempi della “strage nascosta” di Fallujah, anch’essa opera dell’ingegno congiunto di Ranucci, Raibufale24 e di qualche nostalgico del dittatore nazionalsocialista. Ranucci, a differenza di oltre 200 giornalisti internazionali, non era presente alla battaglia di Fallujah, eppure secondo il suo reportage gli americani hanno usato gli elicotteri per sganciare gas proibiti sui civili, come e peggio del Vietnam col napalm. Gli analisti militari hanno smontato punto per punto la ricostruzione di Ranucci e finanche il marine “pentito” è stato costretto a smentire e ad accusare Raibufale24 di essere stato citato fuori dal contesto. Il presidente della Rai, Claudio Petruccioli, e i più seri esponenti del centrosinistra non hanno niente da dire su Raibufale24?
Da "Il Foglio" del 15 marzo 2006


MOLLICHINE
Devastazioni milanesi. Caruso: "Prima di condannare cerchiamo di capire se ci sono state provocazioni..." Per esempio se nel Mac Donald's i bambini si mettevano le dita nel naso.

Prodi ha promesso un po' di felicità. E io non vorrei avere scritto, anni fa: "Se arriva qualcuno e promette la felicità a tutti, sparategli senza neanche dargli il tempo di spiegare come intende fare. Sarà il costo minore".

Sedici milioni di spettatori per il dibattito Prodi-Berlusconi. E almeno dieci milioni di sonniferi risparmiati.

Prodi: "Noia? Non siamo mica ballerine". C'è qualcuno che, guardandolo, l'ha preso per una ballerina?

Bertinotti: "Ringrazio Prodi per avermi definito uomo d'onore". Peccato che la definizione sia stata coniata per gli assassini di Cesare.

La famiglia Benetton sta valutando l'ingresso (5%) in Rcs. Tutti vogliono comprare il "Corriere". Io sono più furbo: lo scarico gratis.

Abu Mazen su Gerico: "E' stato un atto criminale". Mentre liberare gli assassini di un ministro israeliano sarebbe stato un atto di giustizia.

Hamas, sarà invitata a parlare al Consiglio Europeo ad aprile. Al rinfresco che cosa offriranno, cadaveri di ebrei?

Saddam: "resistere all'invasione, non uccidersi a vicenda". Perfino lui è più ragionevole di al Zarkawi.

Gianni Pardo


Note sparse, perse, arse
Tra mutevoli giravolte e colpi mancini ...

Non dura mai troppo a lungo ciò che piace senza fine. (Rutilio Namaziano)

... la parola e le categorie del linguaggio non regolano niente

L'apatia è l'esigenza della sovranità che si afferma mediante un'immensa negazione

Il gioco è fatto. Dunque finito.

Pensando alla cravatta di Capezzone: Eccome no. La tentazione esemplificativa è tanta, dal neocon al neoprod, il passo è infinito ma l'intrinseco divertimento (spero) è, più che ragionamento politico, saltellante godimento markettaro (inteso nel senso  chiambrettiano)

Fine "onorevole" di una carriera politica, nascita di una nuova maschera italiana

Pulcinella, Balanzone, Arlecchino dovranno sgomitare per restare

Il grande vecchio, sponsor della verità e della tradizione lib-lib-lab ha deciso, bevendo la pozione dell'Alice socialista, di giocarsi la carta dell'esserci, e ci sarà

Peccato che l'esserci -questo il senso della vita- non è la premessa alla felicità ma è  come incominciare a partire

Partire è un poco morire

Auguri, comunque, e, come diceva Flaiano, mi raccomando: chi apre un periodo lo chiuda

cp, 16 marzo 2006


PRODI INFELICE
Abbiamo assistito ad uno dei tanto attesi dibattiti TV tra i due contendenti, dibattito tenuto secondo le famose e indispensabili regole da quiz poste dal centro-sinistra come condizione per effettuare il confronto: il risultato è stato un duello elettorale abbastanza spento ed ai limiti dell'assurdo, con il cronometro che misurava gli interventi e le risposte, ci mancava solo una specie di " gong" che segnalasse la fine del tempo a disposizione, col moderatore che commenta "la risposta non è accettabile, quindi è da considerarsi sbagliata, perché data dopo il tempo massimo "oppure" visto che non ha risposto nei tempi previsti, dobbiamo toglierle due punti, per cui il parziale adesso è Berlusconi 12, Prodi 11, lo sfidante può ancora farcela, la partita è veramente emozionante ".
Detto questo, ad avviso di chi scrive, il dibattito ha giovato a Berlusconi ed al governo in carica.
Dobbiamo considerare il contesto in cui esso è avvenuto : siamo nel bel pieno di una violenta campagna elettorale, con una gigantesca carica di fosforo bianco ideologico riversato sulla popolazione civile italiana. Questo provoca degli effetti notevolmente nocivi sulle qualità di percezione dell'elettorato e sulla sua capacità di giudicare la realtà odierna : a sentire gli uomini della sinistra, l'Italia sarebbe sull'orlo del burrone, allo sfacelo più completo, abbattuta, senza speranza, pare che il cambio del governo sia una questione di sopravvivenza. Uno si immagina gli italiani come persone che meditano seriamente il suicidio o, nella migliore delle ipotesi, la fuga dal paese, se li immagina come persone un tempo orgogliose ed intraprendenti ed ora costrette a camminare  curve sulle spalle, con un volto precocemente rugoso, con una voce non più squillante, ma debole e fioca, come se provenisse da chissà mai quale recesso, come persone che non camminano più, ma strascicano a fatica i piedi.
Con queste premesse, l'italiano medio che sente il Presidente del Consiglio snocciolare dati certamente incoraggianti, dati non smentiti dal concorrente, e che denotano un'economia piuttosto funzionante, nonostante la difficile congiuntura economica, un intervento dello stato che non ha falcidiato la spesa pubblica a danno dei meno abbienti ( " i più bassi " secondo Prodi ), che non ha tagliato le spese sulla sanità e che ha portato avanti riforme certamente coraggiose nei più svariati campi, ebbene quell'italiano medio comincia a chiedersi, ma che cosa ho letto ed ascoltato fino ad oggi ? I due schieramenti hanno una diversa filosofia di governo, uno può scegliere quello che ritiene migliore, ma non c'è nessuna catastrofe in corso e soprattutto il programma degli sfidanti non contiene, neppure come ipotesi, proposte nuove o idee particolari per governare bene il paese. Le proposte di Prodi infatti, da una tassazione equa, alla rivalutazione delle scuole di tipo tecnico, all valorizzazione degli insegnanti, non costituiscono nulla di nuovo e soprattutto niente che non possa essere accettato e perseguito anche dagli altri. Questo conduce ad un altra osservazione : se questo è l'approccio di Prodi al governo, che senso ha avuto il dar vita ad un nuovo soggetto politico - l'Ulivo - che , clamorosamente, non si aggiunge agli altri, ma che comprenderebbe due partiti già esistenti al suo interno, se in fondo le proposte non sono affatto nuove o originali, per cui ci si domanda, ma Prodi non poteva essere semplicemente esponente dei DS oppure della Margherita? Perchè questa finzione dell'Ulivo ?

La cosa più risibile però la si è sentita - e veduta - alla fine. Prodi, su evidente suggerimento dei suoi collaboratori, con un sorriso forzato, una smorfia goffa e insincera, ha voluto dire che vuole ricostruire ltalia per dar modo di perseguire la felicità, affinché gli italiani possano cercare di raggiungerla. I collaboratori prodiani sono evidentemente dei cattivi consiglieri, perchè nel timore che Berlusconi se ne uscisse con qualche nuovo slogan ad effettto, hanno pensato loro a crearne uno, solo che si tratta di uno slogan assolutamente non rientrante nelle corde del Professore. Sentir parlare di felicità ad uno con la faccia di Prodi e con quel sorriso è una cosa del tutto innaturale, pare che il Professore stesso voglia fare il venditore di tappeti, cosa che lui rimprovera all' avversario. I collaboratori di Prodi dovevano trovare qualcosa che si adattasse al loro cliente, ma il loro cliente non è John Kennedy o Ronald Reagan, politici certamente in grado di proiettare un 'immagine ottimista e quindi credibili nel perseguimento della felicità ( e questo indipendentemente dalla sostanza ) ; il loro cliente è quanto di più grigio e poco esaltante si possa trovare in giro, per cui dovevano trovare un valore che Prodi potesse incarnare, la serietà potrebbe andare ( anche perchè uno con un'espressione fissa così accigliata e stizzita, altro non può suggerire ), ma appiccicargli addosso la felicità è semplicemente una trovata comica, materiale abbondante per uomini di spettacolo interessati solo alla satira e non al partito, se ce ne fossero in Italia.
Quella che qualcuno ha potuto giudicare come un'idea geniale, ha finito con il far concludere l'intervento di chiusura di Prodi, che ha avuto i toni sempliciotti e bonaccioni di un parroco di provincia, in maniera davvero infelice.
LUCIO SERGIO CATILINA


SONDAGGIO& BUFALE DEL CORRIERE ON LINE
Detto tra di noi, il primo confronto televisivo tra Berlusconi e Prodi è stato di una noia mortale,  con un Berlusconi  meno brillante del solito ma puntuale nel difendere i 5 anni del suo governo e il solito Prodi statalista che più statalista non si può.
Domani -sicuro- i giornali,  a seconda della loro linea politica,  titoleranno che ha vinto quello o quell'altro. Nessuno scandalo: questo è il gioco. Poi c'è chi vuol strafare.  
Basta andare nel sito del Corriere on line e vedere meraviglie.
C'è uno spazio dedicato agli interventi dei lettori e l'intervento in evidenza è quello di un certo
Paolo (2006-03-15 00:13)  che  scrive:  Sono liberale e pensavo di votare a dx ma dopo aver visto il dibattito voterò Prodi. Un economista preparato è quello che serve al paese. Silvio, mi hai deluso :-(
Maddai, secondo voi un liberale orientato a votare centro destra, dopo aver sentito il Prodi del più tasse sulle rendite e viva la concertazione, voterebbe Prodi?   Infatti il messaggio evidenziato puzza lontano un miglio,  basta cliccare su  Paolo (provare) e salta fuori questo indirizzo email: .@hotmail.com
...
Ma non è finita. Il Corriere on line apre un sondaggio (?) tra i lettori. Questi i risultati (scaricato alle ore 0,44)
:
"Nel primo duello televisivo tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi chi vi ha convinto di più?
Silvio Berlusconi - 60.36%  

Romano Prodi - 35.42%
Nessuno dei due - 4.21%
Numero votanti: 50369"

Poi il "sondaggio", evidentemente non gradito,  è sparito...
cp, 15 marzo 2006
 

Ma la par condicio, Rabbino?
Il Rabbino Capo di Roma Rav Riccardo  Di Segni e' andato in visita in moschea per esprimere solidarieta' all'Islam a causa delle famose vignette danesi, per dichiare che ebrei e musulmani sono fratelli e auspicare quindi il dialogo  tra gli uni e gli altri.
Nobile iniziativa che io pero' ritengo inutile e anche controproducente.
Diciamo che parlare di fratellanza mi pare esagerato e,  anche se e' vero che entrambi i popoli discendono dai due figli di Abramo, Ismaele e Israele,  non possiamo dimenticare che oggi, dopo qualche migliaio di anni, siamo meno che cugini alla lontana e si sa che i cugini non vanno sempre d'accordo, spesso nemmeno si conoscono e quasi sempre si detestano.
Nobile iniziativa del Rabbino Di Segni dunque ma anche pericolosa perche' non ho sentito nessuna dichiarazione di fratellanza dall'altra parte e alle generose parole di fratellanza del rabbino non c'e' stata risposta con parole altrettanto commosse, inoltre, dalle immagini trasmesse in Tv, si sono visti accanto al Rabbino Capo soltanto molti personaggi laici, di imam neanche l'ombra e, se c'erano, stavano ben nascosti.
Forse sbaglio ma amo essere pratica e vedo che  dei due piatti della bilancia uno pende pericolosamente, anzi e' solidamente appoggiato per terra. Che dico, appoggiato? Cementato, inchiodato, avvitato da 1400 anni di "ebrei figli di scimmie e maiali".
Vediamo cosa possiamo mettere nel piatto cementato a terra mentra l'altro vola in alto pieno di illusioni destinate a fallire:

Da molti secoli, esattamente 14,  il mondo islamico parla con odio degli ebrei e nei paesi musulmani gli ebrei sono sempre  stati trattati da dhimmi, spesso perseguitati, sovente ammazzati, sempre discriminati. 
Silenzio.
Piu' di mezzo secolo fa i paesi arabo-islamici scacciarono gli ebrei che vi abitavano da centinaia d'anni, dopo averli depredati e perseguitati. Quasi un milione di ebrei profughi arrivarono in Israele, piccolo, povero e aggredito dalla prima lunga guerra panaraba per la sua distruzione .
Silenzio.
Dalla creazione dello Stato di Israele moderno, in tutto il mondo arabo-islamico non passa giorno che non si pubblichino vignette antisemite, che non si trasmettano film e documentari in cui gli ebrei vengono accusati di delitti spaventosi , tipo bere il sangue di bambini musulmani e altre fantasie diaboliche. Si sa che Mein Kampf e' il libro piu' venduto quindi piu' letto in tutto il mondo araboislamico.
Silenzio.
Dalla creazione dello Stato di Israele moderno, tutto il mondo arabo islamico ha auspicato e ha tentato di provocarne la distruzione.
Silenzio.
Per 40 anni Arafat non ha detto altro e adesso Hamas aspetta di poter realizzare il sogno.
I media palestinesi avvelenano l'animo della  gente scrivendo e trasmettendo propaganda antiebraica, non solo antiisraeliana, ed esaltando il ruolo dei terroristi assassini.
Silenzio.
Esistono interi volumi di vignette antisemite pubblicate dai media islamici che nulla hanno da invidiare a quelle naziste di triste memoria, anzi si puo' dire che l'allievo superi il maestro.
Recentemente, quasi quotidianamente, il presidente iraniano Ahmadinejad  fa comizi in cui dichiara di voler distruggere Israele.
Silenzio.
Lo stesso presidente nega la Shoa', come molti altri leader islamici , compreso ...ehm  il palestinese Abu Mazen....
Silenzio.

Infine sempre in Iran e' stata promossa una gara di vignette per deridere la Shoa' , cioe' per sghignazzare su sei milioni di ebrei gasati e bruciati in Europa, e ne sono gia' arrivate 200 al quotidiano iraniano "Hamshahri". Il concorso e' stato lanciato in risposta  alle vignette su Maometto pubblicate in Europa e come sempre chi viene coinvolto anche se innocente? Gli ebrei naturalmente, oggetto millenario del loro odio.
Silenziooooooo.
In Europa e' in atto un'ondata spaventosa di antisemitismo ravvivato dalla presenza di milioni di  arabi musulmani vomitanti odio contro gli ebrei e ricordiamo che poche settimane fa un gruppo di  afro-arabi rapi', torturo' e uccise una ragazzo ebreo di Parigi , Ilan Halimi, solo per motivi razziali.
Silenzio.
Questa mattina, solo questa mattina, ho avuto un brivido di orrore giu' per la schiena ascoltando lo scrittore Franco Scaglia dichiarare a Unomattina, davanti a un sorridente e scanzonato  Luca Giurato, che Gerusalemme non deve essere la Capitale di  Israele  ma citta' aperta e sede internazionale dell'ONU. Giurato non ha avuto nemmeno il buon gusto e l'intelligenza di prendere le distanze da un simile vergognoso disconoscimento della Capitale di uno Stato Sovrano amico dell'Italia.
Silenzio silenzio silenzio.
Si solo silenzio!  Per tutte queste offese, assassini, ingiustizie, razzismi vari mai nessun leader islamico ha protestato e si e' sognato di chiedere scusa e neppure ieri che avrebbero avuto l'occasione per farlo e' stata detta una sola parola di solidarieta'. Si sono limitati ad accettare graziosamente le parole toccanti del Rabbino, con freddezza  e superbia.
Questa almeno e' l'impressione avuta da lontano e non credo sia un'impressione sbagliata.
Solo silenzio dunque, mutismo che  fa pensar male  soprattutto  tenendo conto che in italia esiste un'Ucoii che di odio si nutre e che dichiara attraverso il suo segretario generale che presto in Italia i musulmani saranno la maggioranza, sempre grazie a quelle  famose pance delle loro donne che fanno 3.8 figli cadauna, secondo lui,  e forse anche di piu', secondo me.
A questo punto e' lecito chiedersi: ma che senso ha? Perche' cristiani ed ebrei spendono tempo e forze per tendere mani e piedi verso l'islam se non esiste una minima reciprocita'?
Perche' il Rabbino Capo non ha chiesto, preteso, la condanna dell'antisemitismo da parte dei dirigenti musulmani soprattutto dopo che Mario Scialoja ha dichiarato polemicamente ai giornali che Elio Toaff non era voluto essere presente all'inaugurazione della moschea , avvenuta anni addietro, mentre la verita' che tutti ricordiamo e' che non fu invitato?
Si vuole tentare di accativarsi le simpatie del cosiddetto islam moderato?
Bene, magnifico! Peccato che non esista, esistono musulmani moderati, colti, civili e intelligenti  tra cui posso nominare Shaikh Palazzi e Magdi Allam , amici degli ebrei e di Israele,  dileggiati, disprezzati e minacciati per questo dai loro correligionari.
Basta, detti questi nomi ci dobbiamo fermare, il resto e' un deserto di odio  e nessuna dichiarazione di fratellanza da parte degli odiati iahud  porra' fine al fondamentalismo e all'integralismo che avvelena quelle genti da troppo tempo, inoltre e'  assolutamente inutile implorare amicizia a chi odia perche' si corre il rischio di essere considerati tre volte ...ingenui, illusi, deboli  quindi degni di disprezzo da chi professa la cultura della violenza e della vendetta.

Ne abbiamo un esempio lampante in Israele dove ogni apertura del governo verso  i palestinesi  viene considerata  una nostra sconfitta e una loro vittoria.
Mille anni ci separano e siccome noi non possiamo andare indietro e loro non vogliono camminare in avanti nella storia non sara' la buona volonta' di ebrei e cristiani che risolvera'  la situazione e che fara' loro capire che piu' che le teste mozzate vale il dialogo.
Sara' mai possibile dialogare con chi non si e' mai sognato di condannare teste mozzate, registi olandesi sventrati, ragazzi ebrei bruciati vivi, autobus fumanti pieni di cadaveri, le Twin Towers implose sulle vite di 3000 innocenti ? 
 
Deborah Fait - informazionecorretta

I PROF DIFENDONO CHI VOLLE IMPEDIRE ALL'AMBASCIATORE D'ISRAELE DI PARLARE
Firenze. Il 22 febbraio 2005 l'ambasciatore israeliano in Italia, Ehud Gol, fu contestato da alcuni studenti universitari - con cori inneggianti all'Intifada, contro l' "assassino Sharon" e l' "ambasciatore di uno stato terrorista" - durante una lezione nell'aula magna dell'Università di Firenze sulle prospettive di pace in medio oriente. L'edificio si riempì di agenti, sia della Digos sia di polizia in tenuta antisommossa, che portarono via i ragazzi; Gol riuscì a completare il discorso dopo una ventina di minuti d'interruzione. Oggi, a più di un anno di distanza dall'episodio, sette ragazzi del Collettivo politico della facoltà fiorentina e tre degli Studenti di sinistra si presenteranno davanti al giudice per rispondere di disturbo delle occupazioni delle persone e inosservanza dei provvedimenti delle autorità di polizia. Dodici docenti universitari (tra cui l'ex preside di Scienze politiche, Paolo Giovannini) hanno scritto e firmato una lettera in cui difendono i ragazzi e criticano la decisione di invitare "un ambasciatore direttamente coinvolto nelle scelte politiche del governo Sharon e notoriamente schierato su posizioni di un sionismo intransigente, assai poco incline al dialogo e alla pace". "Su un tema complesso e incandescente come quello del conflitto fra il popolo palestinese e lo stato di Israele - scrivono i professori - si sarebbe dovuto procedere con estrema cautela. Se l'intenzione era di offrire un contributo al dialogo fra le parti, la prudenza avrebbe suggerito la presenza simultanea di rappresentanti israeliani e palestinesi, e avrebbe consigliato che l'invito venisse rivolto a studiosi autorevoli anziché esponenti politici". E ancora: "Per quanto si voglia giudicare con severità la reazione di una parte degli studenti, che per circa quindici minuti hanno impedito all'ambasciatore Gol di parlare, resta il fatto che la loro reazione è stata una manifestazione di dissenso politico, per quanto rumorosa e impropria in un'aula universitaria, nei confronti di una iniziativa sbagliata e ritenuta provocatoria". Infine, spiegano i professori, "non vorremmo che l'iniziativa della Procura fiorentina apparisse come un tentativo di criminalizzare l'opposizione politica degli studenti secondo una logica che contraddice quello che dovrebbe essere il principale obiettivo di una università non grettamente e autoritariamente accademica: trasmettere ai giovani un senso di responsabilità civile che ne faccia soggetti attivi della cittadinanza democratica".
L'iniziativa dei docenti è accolta con favore anche dalla Sinistra universitaria (Su), associazione studentesca considerata più moderata rispetto agli Studenti di sinistra e ai collettivi politici. "L'episodio di contestazione fu a suo tempo strumentalizzato - dice al Foglio Giampiero Calapà, consigliere di Su per Scienze politiche - Non ho condiviso la modalità, ma è stata una contestazione legittima: a una critica verbale non si può rispondere inviando polizia e Digos, dunque condividiamo la decisione dei professori di difendere i ragazzi". Secondo Calapà si tratta di una „questione di libertà d'espressione e di dissenso che dovrebbe essere garantita all'interno delle aule universitarie". Il Collettivo, invece, non arretra di un passo: "E' un fatto significativo - dice al Foglio Bernardo, un ragazzo del gruppo - che la lettera sia stata sottoscritta da personalità ragguardevoli come Danilo Zolo e Andrea Proto Pisani e da docenti di procedura penale. Riteniamo che il processo sia simbolico e politico e che sia fatto per favorire una certa sinistra di governo; a discapito di quelle realtà, come la nostra, antagoniste. Se si arrivasse a una condanna definitiva, si verrebbe a creare un precedente molto grave. Riteniamo sbagliato che si abbandonino le aule universitarie per quelle giudiziarie". Per oggi il Collettivo ha organizzato un presidio davanti al tribunale dove si terrà la prima udienza.
David Allegranti, da Il Foglio .


Massima del giorno
Poche tesi sono più difficili da confutare di quelle fondate sull'assoluto nulla.
G.P.


MOLLICHINE
Anche dopo ciò che ha scritto Mieli il "Corriere" rimane equidistante. Tra il centro e Diliberto.

Tanzi: "Chiedo perdono a quanti ho danneggiato". Quanto quota, il perdono, in Borsa?

A maggio le amministrative. Pisanu: "La data è la meno sgradita a tutti i partiti politici". Prodi: "È una scelta sbagliata". Lui preferiva il 31 aprile.

Bossi: "Liberi se la Cdl perde le elezioni". Liberi. Come i taxi con la bandierina alzata.

Cardinal Martino: "Non vedo perché non si possa insegnare la religione islamica". Sunnita o sciita?

Ahmadinejad: "L'Iran è invincibile". Si comincia così e si finisce per giocare col mappamondo, lanciandolo fino al soffitto.

Hamas offesa: "Il piano di Olmert (frontiere) è una dichiarazione di guerra". . Che gente! Solo perché Hamas vuole distruggere Israele?

Solana: "L'Ue non esclude sanzioni all'Iran". I capi di Stato si stanno alleando a fare gli occhiacci.

Lucia Annunziata è solo un segno dei tempi. È la riprova che, quando si abbandonano le regole della cortesia, prima o poi si è costretti a ricorrere al codice per far sì che ciò che prima imponeva la buona educazione sia realizzato con la violenza del diritto.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  -13 marzo 2006


FURBETTI DEL BOTTEGHINO: L'ANNUNZIATA NON HA SEGUITO LA LEGGE
(Apcom) - "Lucia Annunziata non ha seguito la legge sulla par condicio che afferma che il conduttore non deve far trasparire le sue posizioni politiche. Io al  posto suo avrei cercato di portare fino alla fine la trasmissione.
Berlusconi ha attaccato la stessa giornalista e Raitre, ma l'Annunziata l'ha seguito su questa strada. Si tratta comunque di una brutta storia da cui tutti escono male, e che la Rai deve evitare che si ripetono
". Petruccioli ha definito la giornata di ieri per la Rai "difficile come tante altre ce ne sono state" e a difeso la scelta di trasmettere l'intervista non conclusa "d'intesa con il direttore del tg3, di Raitre, del direttore generale perche' comunque il giudizio spetta ai telespettatori". Il presidente di viale Mazzini ha pero' sottolineato che eventuali sanzioni sulla non applicazione della par condicio spettano all' Autorita' per le Comunicazioni. Da parte sua la Rai "sta verificando continuamente in questi periodo l'applicazione della par condicio con direttori di testata e di rete".


L’INTERRUZIONE
Un tempo, quando la buona educazione era di moda, si insegnava che non bisogna interrompere. Ma l’interruzione è un errore solo se chi ha la parola è abbastanza beneducato, a sua volta, da cederla altri in tempi ragionevoli. Purtroppo, oggi chi comincia a parlare lo fa a tempo indeterminato. Considera che se smettesse dimostrerebbe un’insufficienza di argomenti. Dunque l’interruzione è divenuta una necessità ed è nato il “moderatore” che ha la funzione di zittire colui che ha parlato abbastanza a lungo. Ciò malgrado, visto che a volte egli si lascia sopraffare, non raramente la conversazione diviene una sorta di lite e i dibattiti politici somigliano ad un mercato del pesce.
La seconda metà del XX Secolo è stata caratterizzata da un’insofferenza per le regole. Si è rifiutata ogni forma di severità e d’autorità. I genitori non hanno più osato dare ordini ai figli, i professori agli alunni, lo Stato a chi bloccava strade e ferrovie. Si è contestata persino la buona lingua e ognuno s’è arrogato il diritto di parlare in un simil-italiano infarcito di espressioni familiari, d’inammissibili errori e perfino, anche in pubblico e in televisione, di parolacce inimmaginabili anni fa. La buona educazione è stata vista come un retaggio del passato e la conversazione è divenuta uno scontro a chi parla più a lungo, a chi grida più forte, a chi interrompe più spesso. E ovviamente hanno prevalso i fanatici e i maleducati.

Questo fenomeno ha avuto il suo picco nello scontro Berlusconi-Annunziata. Berlusconi ha tendenza a parlare troppo a lungo: lo fa perché crede di avere troppe cose da dire e troppo menzogne da rintuzzare, ma rimane che ha tendenza a parlare troppo a lungo. Per un moderatore o un contraddittore, anche se il Cavaliere rimane sempre cortese, è molto difficile riuscire ad arginarlo. Ma Vespa, Mentana, Ferrara ed altri ce l’hanno più o meno fatta. Stavolta inoltre, sapendo d’incontrare un’intervistatrice puntuta e ostile, Berlusconi s’era evidentemente ripromesso d’essere moderato e misurato. Viceversa l’Annunziata, arrogante già di suo, era forse partita con l’idea di tenere in riga il Primo Ministro, d’indurlo a camminare sulle zampe posteriori, a saltare attraverso il cerchio di fuoco e a fare la riverenza a comando. S’è presentata come una padrone di casa cui l’ospite deve rispetto e obbedienza. Berlusconi, che un agnellino non è, quando s’è accorto che lei non gli concedeva neppure la possibilità di rispondere alle domande fatte, non è più stato al gioco. Nello scontro all’arma bianca, in cui di solito qualcuno cede, non ha voluto cedere: e si è arrivati alla rottura.
Gli errori più grandi li ha commessi l’Annunziata. L’intervistatore non è il padrone della conversazione e non ha autorità sull’intervistato. Vespa, quando qualcuno parla troppo a lungo, fa per minuti interi con le mani il gesto di chi invita a cedere la parola: non si mette, come l’Annunziata, a parlare a mitraglia, senza posa, sovrapponendosi all’intervistato, senza permettergli nemmeno di rispondere alle domande. Tanto da farsi trattare da persona “violenta”. La giornalista è arrivata al ridicolo di dire che l’intervistato doveva chiedere scusa e non aveva il diritto d’andarsene, se così preferiva. Berlusconi stavolta è del tutto innocente. E innocente da un certo punto di vista è anche l’Annunziata: rappresenta icasticamente lo stato attuale del giornalismo televisivo.
La televisione ha figure mobili, come i protagonisti della cangiante attualità, e figure fisse: in particolare i meneurs de jeu, i presentatori e i moderatori. Gli spettatori sono abituati a vedere sempre Baudo e solo occasionalmente Mastella o Follini e ne deducono che Baudo è più importante di Mastella o Follini. Ovviamente i grandi professionisti col senso della realtà sanno stare al loro posto: ma tutti coloro che sono pervasi dal sacro fuoco, le Annunziate e i Santoro, coniugano la cattiva educazione del XX Secolo con la loro passione politica e la sopravvalutazione del loro ruolo. Con i risultati che si vedono.
Lucia Annunziata è solo un segno dei tempi. È la riprova che, quando si abbandonano le regole della cortesia, prima o poi si è costretti a ricorrere al codice per far sì che ciò che prima imponeva la buona educazione sia realizzato con la violenza del diritto.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  -13 marzo 2006


La religione islamica nelle scuole
Il Cardinale Renato Martino, preso da orgasmo di fratellanza religiosa , propone, dietro suggerimento dei Fratelli Musulmani dell'UCOII, quelli che vogliono islamizzare l'italia per intenderci, di inserire nelle scuole statali l'ora di religione islamica e di lingua araba.
Il mio primo pensiero e' stato "Invece di eliminare l'ora di religione cattolica e di laicizzare la scuola italiana come sarebbe giusto, si vuole peggiorare la situazione inserendo l'insegnamento della religione che piu' sta facendo danni al mondo!"
Madrasse istituzionalizzate nella scuola di un paese occidentale, dunque, dove si insegnerebbe, legalmente,  ai piccoli arabi che bisogna odiare cristiani ed ebrei.
Siamo diventati proprio cosi' masochisti? Vogliamo essere noi a distruggere l'Italia con le nostre mani? Ha pensato il Cardinale che in Italia ci sono, oltre alla cattolica e all'islamica, anche altre Fedi? Cosa pensa di fare con gli ebrei, i valdesi, i buddisti e tutti gli altri gruppi religiosi presenti nel  Paese? Diamo a tutti l'ora di religione cosi' in Italia non si studiera' altro. Nelle scuole passeranno le giornate a dividere gli studenti in gruppi...chi e' islamico vada coll'imam nell'aula A, i cattolici col prete nell'aula B , gli ebrei col rabbino nell'aula C  e cosi' via..i protestanti , i valdesi, i buddisti, poi ci sono i seguaci della Dea Kali', gli animisti, gli atei, dove li mettiamo gli atei? Anche loro avranno diritto di avere un insegnante che gli insegni in cosa consiste l'ateismo...Dovranno costruire nuove scuole solo per insegnare la religione ad ogni gruppo di studenti.
Ha avuto proprio un'ideona , signor Cardinale!
Non crede che i cristiani, gli ebrei, i musulmani e tutti gli altri dovrebbero studiare la propria religione ognuno presso la propria comunita'? Cristiani nelle parrocchie, ebrei nelle sinagoghe, islamici nelle moschee? Non pensa che apprendere la bellezza della propria religione sia affare delle famiglie e delle comunita' e non dello Stato?

Gli ebrei vivono in Italia da piu' di 2000 anni, gli ebrei romani sono considerati i piu' antichi abitanti della Capitale perche' presenti ininterrottamente da almeno 150 anni prima dell'era cristiana. Eppure mai nella loro lunga storia gli ebrei hanno chiesto nulla se non di essere lasciati in pace. Mai hanno chiesto di avere l'ora di religione nelle scuole statali perche' la fede e' un piacere personale che va condiviso colla propria comunita' ma che non deve tenere in ostaggio lo Stato .
C'e' chi propone storia delle religioni e anche questa la trovo un'idea peregrina.
Per insegnare storia delle religioni bisognerebbe preparare fior di insegnanti, con alle spalle studi filosofici e storici ad altissimo livello e anche qui si correrebbe il pericolo che l'ideologia di ogni insegnante rendesse vano lo sforzo creando incomprensioni o, peggio, comparazioni tra una Fede e l'altra.
Nelle scuole italiane si tende a taroccare la storia, se  incominciassero a taroccare anche le religioni saremmo sistemati per i secoli a venire.   

Lasci perdere Cardinale Martino,  la sua proposta creerebbe solo danni e grandi problemi, invece, se si sta annoiando,  impari qualcosa ascoltando l'intervista di una grande donna islamica, la psicologa arabo-americana Wafa Sultan.
In una bellissima intervista alla televisione Al Jazeera la signora Sultan dice " Non esiste nessuno scontro di civilta'. Esiste lo scontro tra due opposti, tra due ere. Esiste lo scontro tra una metalita' medievale e la mentalita' del 21o secolo, tra civilta' e barbarie,  tra liberta' e oppressione, tra democrazia e dittatura. Esiste uno scontro tra i diritti umani e chi li vuole negare, esiste uno scontro tra chi tratta le donne come scarafaggi e chi le tratta come esseri umani "
Questo dice coraggiosamente una donna araba e lei Cardinale non puo' sottostare ai voleri dell'Ucoii, facendo una insana proposta, per fortuna osteggiata da tutti, che porterebbe l'Italia ai livelli da cui ci mette in guardia Wafa Sultan.

Le posso suggerire, Cardinale, di volgere il suo sguardo a Israele dove vivono, insieme alla maggioranza ebraica, moltre minoranze religiose. Ebbene in Israele non si studia religione nelle scuole statali, nelle scuole statali ebraiche si studia "Storia della Bibbia" perche' e' la storia del Popolo Ebraico ma gli ebrei religiosi vanno a studiare nelle Yeshivot ( scuole di ebraismo) oppure in scuole statali a indirizzo tradizionalista.
I musulmani studiano nelle loro comunita' e cosi' i cristiani e a nessuno passa per l'anticamera del cervello di insegnare ogni religione a tutti creando una babele proprio in un periodo cosi' difficile per tutta l'umanita'.
La scuola deve essere di tutti, senza creare ghettizzazioni o scontri tra gruppi religiosi.
Mio figlio, ebreo, ha sempre frequentato l'ora di religione cattolica perche' non volevo  si sentisse  isolato dai propri compagni e che vagabondasse per i corridoi.  Le assicuro che ascoltare le storie  su Gesu' non lo ha fatto sentire meno ebreo, anzi, spesso si e' sentito complice di quell' Ebreo in croce come lui stesso scrive: "Devo dire che tra noi c'era un che di complicità, tutti e due ebrei, tutti e due costretti ad ascoltare le noiose lezioni di latino, a tutti e due piaceva poco il tedesco (o così mi sembrava dalla sua faccia), ma durante le ore di matematica il suo sguardo era a volte più vivo del mio." (-Il crocifisso sotto cui sono cresciuto-).
 Non ascolti le soffiate piene di odio dell'Ucoii, Cardinale, si affidi all'intelligenza, non all'intolleranza e all'odio di chi vuole cancellare le radici cristiano-giudaiche dell'Italia.
La storia insegna che, quando si tagliano le radici, l'albero della civilta' si secca e muore.
 
Deborah Fait .- informazionecorretta


MIELI
Decenni fa chiunque sapesse leggere e scrivere era sufficientemente equipaggiato per sapere che Stalin era un orribile tiranno, colpevole di inenarrabili stragi. Ma i comunisti l'ammettevano? Certo che no. Gli piaceva credere che Stalin fosse il piccolo padre del suo popolo e che i sovietici vivessero nel paradiso dei lavoratori. L'illusione cadde solo quando fu denunciata da chi, in quanto successore di Stalin, beneficiava del monopolio della verità: Khrushchev. Ecco perché il XX Congresso del Pcus non fu insignificante: non insegnò nulla agli storici indipendenti ma rivelò moltissimo ai comunisti di tutto il mondo.
In Italia molta gente è convinta che la sinistra dica sempre la verità. Per anni i leader hanno detto che Berlusconi è il padrone di cinque televisioni su sei e di tutti i giornali e dunque la verità non poteva essere che questa. Certo, qualcuno, come "il Giornale", era solo un portatore d'acqua, e qualcuno, come "Repubblica", era chiaramente contro (anche se Berlusconi era il padrone di tutti i giornali!) ma per tutti c'era almeno un dogma intangibile: che il "Corriere della Sera" fosse "il più grande, il più borghese, il più equidistante giornale italiano". Ora lo stesso direttore ha contraddetto questo dogma e la cosa ha lo stesso valore dirompente del rapporto al XX Congresso. Fra l'altro perché la rivelazione non riguarda solo il futuro: è chiaro che le cose stanno così da tempo. Diversamente ci sarebbe stata una sollevazione, al "Corriere". S'immagina che cosa sarebbe successo se Mieli avesse detto che intendeva sostenere il centro-destra? Già così il Comitato di Redazione ha protestato contro Mieli perché si permetterà di continuare a scrivere a persone, come Ostellino, che non hanno simpatia per il centro-sinistra. Secondo il CdR, per essere coerente con la linea finalmente ammessa, il giornale dovrebbe escludere chiunque non sia militante.
Il Corriere è un quotidiano di centro-sinistra ed oggi ha fatto una rischiosa scelta di verità. È infatti più facile fare danni al centro-destra con un giornale pretesamene equidistante che con un giornale innegabilmente schierato. Mieli è dunque criticabile, ma solo da sinistra: perché toglie credibilità ed oggettività ad un giornale che credibilità ed oggettività certo non aveva, ma fino ad oggi poteva pretendere di averle. E trovare ingenui pronti a crederlo.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 11 marzo 2006


Corsera - Vietato l'ingresso a chi che non scrive bene della sinistra
Succede che Paolo Mieli pur  schierando il 'Corriere della Sera' a sinistra  annuncia, bontà sua,  che nei fondi e negli editoriali, che ''rappresentano le linea di ogni giornale autonomo e indipendente'', questa scelta di campo ''potrà essere contraddetta e criticata formulando anche opzioni opposte''.
Non ci voleva altro a scatenare,
in nome della "libbera 'nformazzione de sinistra",  il Comitato di redazione (Cdr) del Corsera.
In un incontro avvenuto ieri per avere chiarimenti, e riportato in un comunicato pubblicato oggi dal 'Corriere', il Comitato di redazione (Cdr) del Corsera sottolinea che Mieli ha spiegato che ''la posizione espressa va considerata 'punto di vista della direzione, che impegna il giornale, fatta salva la libertà di opinione di tutti i giornalisti'''.
Capperi! cos'è 'sta roba della "libertà d'opinione"?
Eccoli,   quelli del Cdr
- rimesso l'eskimo e rispolverato Stalin - in comunicato sindacale, considerare "legittima" (sic) la decisione del direttore di schierare il Corsera a sinistra, ma ... c'è un <<problema di metodo>>: la scelta di Mieli  deve essere portata avanti con coerenza non permettendo, come lui stesso invece ha annunciato, che nei fondi e negli editoriali possa <<essere contraddetta e criticata formulando anche opzioni opposte>>.
Mortadella e vino rosso a tutti, e così sia. Cuntent?
cp, 10 marzo 200


È questo il vero conflitto d'interessi
Diciamoci la verità: il Corriere della Sera, il quotidiano della cosiddetta borghesia moderata, ha perso l'indipendenza da molto tempo; chi si scandalizza per l'editoriale di Paolo Mieli in cui il direttore di via Solferino abbraccia con ardore la causa di Prodi o ha la memoria corta o negli ultimi anni è stato un po' distratto.
Mario Cervi ha ricordato ieri su queste pagine che il Corriere perse la verginità e l'imparzialità nei primi anni Settanta, con una direzione che strizzava l'occhio alla sinistra e una proprietà che intratteneva in salotto l'ultrasinistra.
L'infatuazione di direzione e proprietà per tutto ciò che era rosso spinse Indro Montanelli e tanti altri bravi colleghi, tra i quali appunto lo stesso Cervi, a far le valigie e a fondare Il Giornale.
Gli anni sono passati ma il più venduto quotidiano italiano non ha corretto il suo strabismo a sinistra, semmai lo ha accentuato, avvolgendolo però in parole dolci come «cerchiobottismo».  In realtà, dietro il paravento di una finta equidistanza tra i due schieramenti politici si nasconde un'attiva militanza a favore della sinistra, sia da parte della direzione, sia da parte degli azionisti.
Paolo Mieli, che è certamente uomo intelligente e astuto, aspira da tempo a fare ciò che al suo maestro di giornalismo, ossia Eugenio Scalfari, non è riuscito: condizionare la politica e anche il mondo della finanza e delle imprese. E siccome è certo che con Berlusconi al governo un'operazione del genere non si può fare, non rimane che liquidare in fretta il Cavaliere e appoggiare una sinistra fragile e divisa.
Che il Corriere nelle mani di Mieli sia diventato il bastone e la carota con cui l'ex militante di Potere operaio ed ex assistente di Renzo De Felice vuole dettare la linea ai partiti dell'Unione, è un dato di fatto. Le reazioni stizzite che nei mesi scorsi hanno avuto sia Fassino sia D'Alema ne sono testimonianza. I due capi ds temono che il direttore del Corriere e il gruppo di potere che dietro a lui si muove intendano lanciare un'Opa sulla sinistra, ossia conquistarla per poi eterodirigerla.
Tra i vertici della Quercia si è convinti che l'abbraccio di Mieli miri a stritolare il partito, o quanto meno il suo presidente, così da poter far avanzare nella sinistra dei nuovi soggetti, più malleabili e meno ostili a certe alchimie.
Non deve infatti sfuggire che, mentre il Corriere scende in campo per la sinistra, nel mondo bancario c'è chi si prepara a scendere in campo per ridisegnare gli equilibri finanziari. Il presidente di Banca Intesa, Nanni Bazoli, nei giorni scorsi non ha nascosto l'interesse che il suo istituto ha per Capitalia. Sarà un caso, ma la dichiarazione avviene in un momento assai delicato per la banca romana, mentre il suo presidente – già sotto inchiesta – è stato sospeso per due mesi dall'esercizio dell'attività bancaria.
L'acquisto di Capitalia da parte di Banca Intesa non solo darebbe vita a un gigante bancario, ma consentirebbe di concentrare nelle mani di Bazoli un pacchetto di azioni determinante nella società che detiene la proprietà del Corriere e, soprattutto, il controllo della più grande compagnia di assicurazione italiana, le Generali.
Il professore bresciano diventerebbe il più grande banchiere italiano, finanziatore di tutte le più grosse imprese, il più influente editore e anche il più importante assicuratore.
Di Bazoli è notoria l'antipatia politica che nutre nei confronti di Berlusconi, così come è nota la simpatia – anch'essa politica – per Prodi, dovuta alla comune frequentazione di Beniamino Andreatta, che anni fa li scelse e li impose, il primo nella finanza, il secondo nella politica.
Se questi progetti – la vittoria del centrosinistra e la conquista di Capitalia e di tutto ciò che ne consegue – dovessero avverarsi, nei prossimi mesi ci ritroveremmo nell'incredibile condizione che allo stesso schieramento politico non solo farebbero capo il 75% degli enti locali italiani e circa il 70% delle Regioni, il governo, la maggioranza dei quotidiani (Corriere, Sole 24 Ore, Stampa e Repubblica), ma soprattutto il sistema finanziario e gran parte del sistema industriale. Un potere enorme in mano a pochi oligarchi, al cui confronto il conflitto d'interessi di cui s'è discusso per anni appare una bazzecola.

Se fossimo pavidi e miliardari, ma soprattutto ridicoli, come Umberto Eco, verrebbe da dire che la democrazia è in pericolo e che nella sciagurata ipotesi d'una vittoria della sinistra ce ne andremmo dall'Italia. Ma siccome non siamo né pavidi né miliardari, e soprattutto temiamo il ridicolo, resteremo qui a denunciare il più gigantesco intreccio politico-affaristico e intellettuale che si sia mai visto in questa Repubblica. Almeno fino a quando ce lo permetteranno.

(Il Giornale, 10 marzo 2006) Maurizio Belpietro

MIELI 1
COME RISPARMIARE  1 AL GIORNO
PER I PROSSIMI 30 GIORNI
Il 5 marzo del 1876 uscì il primo numero del Corriere della Sera. A fondare e dirigere il quotidiano a Milano fu Eugenio Torelli Viollier.
Tradizionalmente considerato il giornale della borghesia lombarda, il Corriere della Sera ha attraversato  tutta la storia dell'Italia unita. Dal re a Berlusconi.
Tra i direttori che si sono succeduti in via Solferino, spicca  la firma - dal 1900 agli anni venti - di Luigi Albertini. Negli anni più recenti il Corriere ne ha viste di cotte e di crude.
Negli anni '80 perfino  Licio Gelli c'ha messo lo zampone, firmava come direttore Franco Di Bella a cui subentrò, nel 1981 il centrosinistrissimo Alberto Cavallari.  Nel 1984  diventò direttore  il liberale Piero Ostellino, che restò fino al 1987 quando la direzione passò ad Ugo Stille, in carica fino al 1992. Quell'anno venne nominato al vertice di via Solferino  l'ex militante di Potere Operaio Paolo Mieli, sotto la sua direzione si ricorda la feroce campagna antiberlusconiana con al culmine l'avviso di garanzia recapitato via prima pagina del Corriere  al premier mentre questi presiedeva a Napoli una sessione dell'ONU contro la criminalità.  Mieli sarà sostituito nell'aprile del 1997 da Ferruccio De Bortoli. Nel suo primo editoriale De Bortoli scrisse ai lettori: "Vi informeremo correttamente, senza dipendere da nessuno e, soprattutto, senza nascondere nulla". Oggi il direttore è di nuovo Paolo Mieli.
Mieli l'otto marzo scorso, in vista delle elezioni politiche,  in un editoriale di prima pagina  si schiera,  auspicando "un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra."  
Bene. Per quello che mi riguarda, almeno fino a quando non sarà conclusa questa campagna elettorale,  da stamattina smetto di comprare  il Corriere della Sera.
cp, 9 marzo 2006


MIELI 2
IN DIFESA DI MIELI



Io non voterò per il centro-sinistra ma tengo a difendere Paolo Mieli dalle accuse ricevute. Il suo editoriale è una dimostrazione di onestà intellettuale. Infatti egli avrebbe potuto schierare il quotidiano mantenendo la pretesa dell'equidistanza. In questo modo invece, diminuendo la propria credibilità politica, egli aumenta ai miei occhi la sua credibilità morale.
Gianni Pardo



MIELI 3
MIELI MELENSO

Siamo giunti oggi alla conclusione di quello che già si sospettava da un po' di tempo, vale a dire la partigianeria del quotidiano di Via Solferino a favore del centro-sinistra. La cosa fa sinceramente dispiacere, perchè un grande quotidiano dovrebbe limitarsi a raccontare la realtà, anche se nel far questo finisce in tempi di campagna elettorale per propendere per una parte o per l'altra, ma sarebbe opportuno non passasse mai la linea che lo consegna nell'ambito dell'informazione di parte.
 Quello che ha fatto Mieli è avvenuto nel consueto rispetto delle regole, cioè il direttore del Corriere della Sera ha agito facendo apparire la sua come una scelta sofferta, sostenuta però da delle motivazioni solide e ben precise.
Quali queste motivazioni ? La estrema bravura di tutti gli uomini del centro-sinistra. Bravura in cosa ? Beh, Prodi per aver condotto e guidato la coalizione al punto fermo in cui si trova, Fassino per aver traghettato i suoi dal comunismo verso i valori occidentali, Bertinotti per aver smussato le sue posizioni ed aver espressamente rinunciato alla violenza. Insomma, in poche parole, Mieli loda gli esponenti dell'Unione perchè tutti avrebbero avvicinato i propri partiti e iscritti verso i principi della liberal democrazia, si tratta di un fatto che per il Direttore sarebbe comune a tutti. Non può non sottolinearsi quanto questa motivazione sia solo apparente, un classico specchietto per le allodole. Mieli sembra dimentico del fatto che non si deve prendere per oro colato, leggesi cambiamento stabile e affermato, il comportamento di un partito, e più in generale di una coalizione, tenuto nei mesi precedenti alle elezioni, perchè tutto è condizionato dalla possibilità e dalla volontà di vincere le elezioni e queste, nei tempi odierni, non si vincono con appelli alle rivoluzioni o gli inni alle aziende di stato, ma spostandosi, senza dare troppo nell'occhio, verso il centro. Basta confrontare i comportamenti di Rifondazione comunista e dei verdi di un anno fa e quelli odierni.

In seconda battuta, la seconda osservazione che sorge spontanea è che il " reo confesso ", involontariamente e perfino in modo ironico, finisce per mettere il dito nella piaga del centro-sinistra, nel momento in cui vorrebbe accentuarne la pretesa evoluzione: si sprecano lodi per la condivisione dei principi democratici nei DS, nella Margherita, in Rifondazione, per la Rosa nel pugno nei suoi componenti dei Radicali e dei Socialisti di Boselli e per associazione non si può non pensare che ci sono anche i Socialisti di Bobo Craxi, i Comunisti di Cossutta, i Verdi, l'Italia dei Valori, l'UDEUR di Mastella, per cui si finisce con l'esclamare, ma che mescolone si cela dietro la facciata dell'Unione ? In caso di vittoria, una simile coalizione potrebbe governare guidata da un uomo malsicuro e impacciato come Prodi, che per di più non fa parte di nessuno dei partiti della coalizione ?
Infine, Mieli conclude dicendo che l'alternanza è sempre positiva, ecco l'ultima valida ragione per scegliere il centro-sinistra, dopotutto il buon governo avrebbe tratto giovamento da questo principio quando si è avuto un cambio della guardia negli anni 1996 e 2001. Ancora, si è davvero avuto un cambio della guardia nel 1996 ? Non mi pare che nel 1995 governasse Berlusconi o che il centro destra desse l'appoggio al governo ; poi, dopo aver affermato che il centro-destra ha governato in maniera inaccettabile in questi anni, come può dire Mieli che la sua vittoria nel 2001 sia stata salutare ? Se, secondo lui, gli anni che son seguiti sono stati da condannare, allora era meglio una vittoria dell'Ulivo.
 Come risulta palese, le pretese argomentazioni del direttore sono inconsistenti come le proposte di Prodi e potrebbero essere spazzate via dal tenue vento primaverile : a vincere dovrebbe essere sempre chi è in grado di offrire gli uomini e i programmi migliori, senza nessuno sbarramento dell'alternanza, se una coalizione è migliore dell'altra è giusto che permanga al governo, le fumose regole dell'alternanza possono essere valide nei condomini di quattro famiglie, dove la relativa gestione può essere trasferita di anno in anno, per rispettare il doveroso principio della distribuzione dei compiti comuni, ma mai nei governi, locali o nazionali.
Quello che è pericoloso non è solo l'articolo di Mieli, che pare perfino invitare la grande maggioranza dei suoi editorialisti ad unirsi nel perseguimento del nuovo scopo " sociale ", ma il fatto che la sua posizione venga ammantata di quelle che appaiono motivazioni razionali, mentre in realtà si tratta di una serie di finzioni razionali, che hanno il triste vantaggio di colpire la buona fede di molti lettori.
 

LUCIO SERGIO CATILINA
MIELI 4
IL CORRIERE E LA STERILIZZAZIONE GIORNALISTICA

L’Editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera, in cui annuncia e spiega perfino, i motivi per cui il suo giornale si schiera apertamente per il centrosinistra nelle prossime elezioni di aprile è l’ultima frontiera del giornalismo di opinione in Italia. In Italia eravamo abituati a dividere i quotidiani in destra e sinistra, ad esempio la Repubblica era il grande quotidiano che per ragioni imprenditoriali guarda a sinistra, mentre il Giornale per gli stessi motivi guarda a destra, così idem per il Messaggero ed il Tempo a Roma. Se poi consideriamo i quotidiani di partito, il rapporto, checché se ne voglia dire e comprendendo anche i giornali locali e quelli cattolici, è sempre stato di perfetta parità fra destra e sinistra. Le uniche realtà indenni o comunque non sempre riportabili in questo schema erano il Corriere della Sera e La Stampa. Erano, perché La Stampa è tornata ad essere testa di ponte elettorale delle ragioni politiche di Agnelli, ovvero Luca Cordero di Montezemolo ed il cambio da Marcello Sorgi e Giulio Anselmi sulla poltrona di direttore ha rappresentato essenzialmente il ripristino dello status quo, dopo anni di abbandono della contesa. Tuttavia se La Stampa guarda ad un centro, sia esso di destra o di sinistra (e sinceramente non si vedono grandi differenze), quindi ad una forza moderata, magari conservatrice, ma comunque conciliante, il Corriere va oltre e fa peggio, guarda a sinistra, torna ad una parentesi che ricorda non il tanto abusato ’48, ma l’inizio degli anni Settanta, l’era di Piero Ottone al Corriere che diventa giornale di sinistra, per ragioni di opportunità e non di vero decisionismo. Paradossalmente il Corriere decide ed al tempo stesso si auto-condanna all’indecisione, si consegna al fato. Negli anni Settanta il Corriere era l’equilibrista ed il promotore della linea morbida della DC con il PCI, un partito che allora era ancora schiavo di BR, di giornali e correnti interne pericolose e confuse. Oggi il Corriere prende la stessa strada e Mieli la avalla nei motivi, per giunta, errati in tutto. Vede in Prodi il coraggio di ricostruire una coalizione, senza vedere in lui ciò che è realmente ovvero un traghettatore, un uomo di transizione, della vecchia guardia politica che in tanti non desiderano più. Vede in Fassino l’uomo che ha mantenuto unito e forte il suo partito, ma solo perché ha scelto di non scegliere, è rimasto un pavido capo, che non è riuscito nella vera impresa: creare la casa comune dei socialdemocratici come il PSE, la SPD, i laburisti inglesi. Vede in Rutelli, colui che ha saputo formare un gruppo per metà laico, per metà socialdemocratico, ma che non riesce ad essere né realmente centrista, né realmente laico. Non possiamo che vedere nel Corriere la sterilizzazione del quotidiano di opinione, propositivo e trascinante. L’ultimo giornale indipendente, che tanti sospettavano di sinistra, senza però che nessuno potesse gridare con certezza questo sospetto, non partorirà più opinioni, idee, progetti, ma diventerà sterile, appiattito, perché deve tenere conto in questo momento, di un elettorato che gli chiederà di essere alleato fedele e quindi osservatore parziale. Mai più idee, ma un vero e proprio dibattito chiuso, interno, che non guarda altrove e che, sempre nello stesso segno, si augura, che ci sia una destra ed una sinistra dopo le elezioni, che Fini e Casini crescano e che tutto prosegua così com’è, senza reali elementi di novità, ma nel segno della politica del provvisorio. Prodi vuol dire provvisorietà e perfino sperare in slanci e crescite di Rutelli e Casini vuol dire sognare il passato, immaginare una nuova stagione DC. Il Corriere sceglie la nostalgia politica, ciò che non serve. Servirebbe svegliarsi e non sognare, partorire e non sterilizzarsi.

Angelo M. D'Addesio


8 marzo, festa della donna














MURPHY E L'UMANITÀ
La legge di Murphy afferma: "if anything can go wrong, it will", se c'è qualcosa che può andare storto, lo farà. Applicata alla storia, essa fa paura. Attualmente ci sono parecchi stati in possesso della bomba atomica, quando non della bomba all'idrogeno, ma la maggior parte di essi sono retti (fino ad oggi) da persone sostanzialmente ragionevoli. Per loro l'arma atomica è una garanzia di difesa: non hanno nessuna voglia di usarla e soprattutto non hanno voglia di usarla contro chi, a sua volta, potrebbe rispondere con la stessa moneta. Si chiama MAD (mutual assured destruction, reciproca distruzione assicurata) ed ha regalato all'umanità sessant'anni di pace atomica. Ma questo principio vale per tutti? È certo che la paura di subire le stesse distruzioni che si infliggono all'avversario non avrebbe fermato Hitler. Il Führer era pieno di rancore per il popolo tedesco che si era (nientemeno) rivelato vile ed inferiore alle sue aspettative e per questo non gli dispiaceva per nulla che le città tedesche fossero ridotte in polvere dai bombardamenti e che tanta gente morisse. La pensava come Caligola il quale rimpiangeva che il popolo romano non avesse una sola testa, "Perché in tal caso taglierei quella testa". Anche Mao una volta disse che non aveva paura dell'atomica: se il nemico avesse ucciso la metà degli abitanti della Cina, ne sarebbero ancora rimasti abbastanza per far sopravvivere quella civiltà.
È possibile che il criminale al comando, (spesso protetto da un rifugio antiatomico) soccomba alla tentazione di Sansone: e che cosa avverrà quando il dito sul pulsante rosso sarà quello di un Idi Amin Dada, di un Saddam Hussein, di un Osama bin Laden o di chiunque pensi che far morire l'avversario è più importante che sopravvivere noi stessi (shahid)?
Procedendo con logica implacabile dal possibile verificarsi di un evento alla sua inevitabilità, dal momento che è possibile che un pazzo possa venire in possesso dell'atomica; dal momento che è possibile che l'usi contro un'altra potenza in possesso dell'atomica; dal momento che la potenza aggredita senza dubbio reagirà con la stessa arma, se ne deduce che senza alcun dubbio si avrà una guerra atomica. E non bisogna dimenticare che le atomiche attuali sono enormemente più potenti di quelle rudimentali usate a Hiroshima e Nagasaki.
Quel giorno - che gli anziani possono contemplare sorridendo, visto che saranno già morti - l'umanità rimpiangerà di non avere avuto il coraggio, quando ancora era possibile, di costituire un comitato per la sopravvivenza dell'umanità. Una polizia internazionale pronta ad intervenire, anche militarmente, per togliere dalla mano di chiunque quell'arma, prima che essa sia pronta all'uso. È vero, c'è giù un gruppo di paesi che la possiedono, oggi, ma il club atomico attuale, pur con i suoi difetti, l'atomica non l'ha mai usata.
La domanda di Murphy a questo punto sarebbe: l'umanità può essere tanto cretina da non capire il rischio che corre? Ed ecco la risposta: se è possibile che l'umanità sia tanto cretina da non capire il rischio che corre, una volta o l'altra lo sarà. E quella volta è oggi.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 8 marzo 2006


PRODI E MACBETH
Egidio Sterpa, sul "Giornale", osserva che si è stabilita una stretta consonanza tra l'Unione di Prodi e la Cgil di Epifani tanto che perfino uomini di sinistra - citati come fonti non certo ostili - hanno parlato di quell'organizzazione sindacale come del "nono partito della coalizione". Questa alleanza ha però scandalizzato i puristi del sindacalismo: un sindacato, per essere veramente emanazione dei lavoratori, deve avere come amici e punti di riferimento solo loro. Se invece s'impegna a sostenere il governo e ad assecondarne l'azione può farlo solo contravvenendo al proprio dovere di rappresentare gli interessi degli associati con il massimo spirito di parte: cioè come un avvocato difensore e non come un amico e sodale del giudice. In queste condizioni, dal momento che non tutti sono disposti ad un'alleanza con l'Unione e non tutti sono disposti a preferire la solidarietà col governo alla difesa dei loro rappresentati, si pongono fra l'altro le premesse per la rottura dell'unità sindacale.
La politica è del tutto estranea alla morale e bisogna precipitarsi a dire che sia la Cgil che Prodi e l'Unione hanno il diritto di fare e dire ciò che vogliono. Senza neppure incorrere in un giudizio etico negativo. Ma si può avere qualche dubbio sull'efficacia questa linea politica. Basta allineare alcuni dati.
Il programma dell'Unione è estremamente vago ed impalpabile; esso intende prestarsi alle interpretazioni più divergenti, come sempre avviene quando si indicano più gli scopi da raggiungere che i mezzi previsti per raggiungerli. I vari leader proclamano come indubitabili certi progetti pur contraddicendosi fra loro (Prodi: "la TAV si farà, e basta"; Pecoraro Scanio ed estrema sinistra: "la TAV non si farà, e basta"). Quest'ultima piroetta dell'abbraccio con Epifani dà legittimamente l'impressione che l'Unione si comporti nei confronti dei vari interlocutori come la strega di Hänsel e Gretel: offre a tutti il più svariato assortimento di leccornìe purché entrino nella casetta, tanto poi non sarà necessario mantenere nessuna promessa. E gli ospiti da commensali si trasformeranno in pietanza.

In queste condizioni è inevitabile che Prodi deluda. Ha permesso a ciascuno di pensare che mentisse agli altri e a lui personalmente dicesse la verità, ma in seguito, quando potrà fare una cosa ma non il suo opposto, come finirà? Attualmente il suo scopo è quello di vincere le elezioni e nessuno vuol fargli la morale: ma l'unica cosa che la politica non può permettersi è l'inefficacia. I provvedimenti auspicati da Rifondazione Comunista o dai Comunisti Italiani, per non parlare della Cgil di Epifani (il nono partito), sono veterocomunisti e sono squalificati dalla moderna scienza economica. Adottandoli sul serio essi provocherebbero o una scissione - in quanto difficilmente la Margherita o lo stesso Mastella si limiterebbero a tenere la candela - o la rovina dell'Italia. Non sarebbe stato meglio formulare un programma chiaro, coraggioso e capace di sfidare i massimalismi sciocchi? A che serve costituire una maggioranza e un governo con una speranza di vita di pochi mesi?
La conquista del potere, come ci spiegherebbe lady Macbeth, è una molla che spinge a commettere i peggiori crimini. Ma si deve essere in grado di mantenere il potere conquistato: diversamente non vale la pena di uccidere un onest'uomo come Duncan.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 7 marzo 2006


Massima del giorno
Le donne brutte che si credono belle hanno più successo delle donne belle che si credono brutte.
G.P.


MOLLICHINE
Prodi alla Cgil: “Abbiamo la stessa ricetta per risolvere i problemi del paese”. Ottima per l’estate: staremo freschi.

Epifani: “Trasferimento tecnologico per aumentare il tasso di innovazione, crescita dimensionale delle imprese, nascita di gruppi e consolidamento delle filiere, nascita e sviluppo di imprese in nuovi settori”. E una grande padella per friggere azoto ed ossigeno.

Hamas, un anno di tregua con Israele a condizione che si astenga dal ricorrere alla forza. Anche per difendersi.

Bush: “In Iran una piccola élite religiosa tiene in ostaggio il popolo iraniano”. Magari fosse vero.

Romano Prodi: “il Papa è libero di ricevere chi vuole”. Ma, come dicono le padrone di casa, “Niente ragazze in camera”.

Fassino: “Su Israele la sinistra non deve essere ambigua”. Per alcuni, una formula chiara sarebbe: “Dovete morire tutti”.

Gheddafi vorrebbe in regalo un’autostrada e dice: “Un grande gesto dall’Italia”. Per il gesto, nessun problema: il problema sono i soldi.

Gatti contagiati in Austria dal virus H5N1 sono ancora vivi. Si sono accorti di non essere volatili.


Gianni Pardo


L’INTOLLERANZA
Intollerante è colui che non permette ad altri comportamenti leciti. Chi non permette al vicino di ascoltare musica a tutto volume a mezzanotte non è intollerante, è solo una persona vittima dell’altrui inciviltà. Intollerante è invece chi vuole vietare i film pornografici: infatti basta non andare a vedere quei film.
Purtroppo, mentre il criterio della tolleranza giuridica è obiettivo, l’intolleranza morale è soggettiva. Molta gente si ribellerebbe all’idea di avere per vicini di casa una coppia di omosessuali, benché il loro stile di vita non provochi il minimo fastidio.
L’esempio è significativo. Chi, infastidito dalle grida dei bambini in cortile, osasse manifestare la propria sofferenza si sentirebbe dire da chiunque: “Ma poveri bambini, lasciali giocare!” Viceversa quando l’intolleranza si accoppia con l’indignazione, le cose cambiano. I bambini disturbano ma bisogna lasciarli fare, gli omosessuali non disturbano ma non si può lasciarli fare: suscitano la condanna morale e dunque vanno emarginati, allontanati, cancellati. Soppressi, perfino: come è avvenuto tante volte in passato e come avviene ancora oggi in Iran. L’intolleranza infatti è un mostro che si nutre della propria buona coscienza, che non si limita dire “non la penso come te” ma ingiunge: “devi pensarla come me o ti elimino”.
L’uomo razionale trova ciò inconcepibile ma la storia mostra che inconcepibile è lui, non il popolo fanatico. Nella guerra santa per il moderato non c’è posto. Chi esprime dubbi, chi pone domande, chi solleva obiezioni o propone accordi è presto visto come un colpevole di lassismo morale. Lo si sospetta d’indifferenza ai valori e presto d’intelligenza col nemico. Nell’epoca contemporanea questi eccessi sembrano incredibili e tuttavia è sul suolo europeo che si sono avute le conversioni forzate, le stragi dei Catari, le pire degli autodafé. Sono cose passate ma che non ci sono estranee. Tutto dipende dal fatto che i differenti paesi non vivono tutti lo stesso momento storico. A Cape Canaveral si è già al futuro, nella Papuasia si è ancora all’età della pietra e in mezzo ci sono molti arabi che vivono nel Medioevo e molti europei che vivono nel Seicento. Vanno a messa la domenica e consultano nei giorni feriali chiromanti, fattucchiere, maghi e guaritori. E tutti i giornali pubblicano l’oroscopo. Il mondo del fanatismo non è dunque “strano”, “inverosimile” o “inaccettabile”: è semplicemente “in ritardo”. Non ha ancora beneficiato del “Secolo dei Lumi”. L’atteggiamento fideistico del resto si ritrova anche nell’intolleranza di certa sinistra verso chiunque non sia di sinistra: convinta della propria superiorità, mal sopporta e disprezza come immorale chiunque non appartenga alla propria fazione.

Come si vede, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la reazione al comportamento altrui è più forte e pericolosa non quando esso fa soffrire - la sofferenza a volte è accolta come ineluttabile, “siamo nati, per soffrire” - ma quando esso disturba il senso morale. L’Europa – con buona pace di Marx – è stata insanguinata più dalle guerre di religione che dalle guerre di origine economica. E se al limite si possono capire gli scontri tra Cristianesimo e Islàm, non c’è modo di comprendere gli scontri fra cattolici e protestanti o fra sunniti e sciiti. Sette divise da piccole differenze, che molti non saprebbero precisare, si scannano senza misericordia.
L’intolleranza aggressiva e fanatica è sorda al dialogo. Essa va dunque trattata come si tratta una tigre: senza giudicarla male, senza cercare di farne un erbivoro e senza provocarla. Ma sparandole senza esitare se si avvicina troppo. Lo stesso fondamentalismo islamico non va giudicato: non è il   caso né di assolverlo né di condannarlo. All’Occidente deve bastare considerarlo incompatibile col proprio modus vivendi e tenerlo lontano. Con le buone, se possibile; con le cattive, se necessario. E il terrorismo infine, essendo una forma di criminalità al di fuori di ogni regola, va combattuto al di fuori di ogni regola.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it

PAPA E ANTIPAPA
Ha detto Fassino: «Il tentativo da parte di uomini politici di utilizzare una visita dal Pontefice in termini elettorali mi sembra, in primo luogo, poco rispettoso verso il Pontefice». L'affermazione è sorprendente. Il segretario dei Ds non si accorge innanzi tutto di star dando per assodato qualcosa che non è ancora avvenuto. Poi va sottolineato che quella visita avviene nell'ambito del congresso del 30 marzo dei capi di governo e dei leader politici del Partito popolare europeo. Che cosa bisognava fare, spostare la data per far piacere ai Ds oppure non andarci, per timore delle critiche di Fassino?
Ma più interessante è che Fassino non veda l'altro capo del problema. È vero, alcuni uomini politici, fra cui Mastella, con quella visita potrebbero dimostrare di essere più di altri graditi alla Chiesa Cattolica: ma Fassino permette sì o no alla Chiesa Cattolica di manifestare le sue preferenze?
In totale la visita di Berlusconi, di Casini e di Mastella non manca di rispetto al Papa: è il Papa che manca di rispetto a Fassino.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 6 marzo 2006


AIUTIAMO UMBERTO ECO
Si, aiutiamo Umberto Eco. Che dire? Il nostro eroe già da piccolo dimostrava capacità superiori tant'è che, si racconta,  all'asilo sostenne gli esami d'ammissione alla scuola media per poi laurearsi   all'Università di Tonino, con una tesi sul pensiero estetico di Tosca d'Aquino.
Dopo aver lavorato come baby editor dei programmi culturali della neonata Rai e come senior editor presso una vecchia  casa editrice, in università  ha insegnato quasi tutto - dall'architettura  allo spettacolo -  riuscendo  ad  infilarsi, lui taglia extralarge,  perfino  nel Gruppo 63.
Insignito di tutti i titoli onorifici da parte delle università di tutto il mondo,  pur portando spessi occhiali, è stato presidente  di tutte le  associazioni internazionali di semiotica.
Ha scritto saggi e libri in quantità su tutto, compresi specchi, rose, regine, frati, isole, Mike Buongiorno e Taricone.
Ha collaborato con  tutti i giornali della sinistra italiana ed internazionale e con gli organismi culturali di tutto il mondo,  dall'Unesco alla Tribanale di Milano.
Ha firmato centinaia di  manifesti di condanna o di sostegno, anche della lotta armata contro l'odiata borghesia.  Molte organizzazioni e accademie si sono avvalse del suo immenso contributo,  tutto teso a dimostrare l'utilità della mortadella nella rivoluzione proletaria mondiale.
Unica, borghesuccia,  debolezza:  il presidente della Repubblica francese, Jacques Chirac, l'ha insignito del titolo di ufficiale della Legion d'Honneur.
Ieri, l'ufficiale della Legion d'Honneur, ha dichiarato: «Altri cinque anni di Silvio Berlusconi e siamo fottuti. Ci giochiamo tutto, stavolta. Quanto a me, nel caso, vado in pensione e mi trasferisco all'estero»
Aiutiamolo: VOTATE BERLUSCONI.
cp, 6 marzo 2006


IL TERMINE ORDINATORIO
Tempo fa una ventina di agenti della CIA hanno rapito a Milano un tale, Abu Omar, indiziato di terrorismo, e lo hanno portato all’estero. La magistratura italiana ha aperto un’inchiesta, ha incriminato i presunti colpevoli e ha richiesto, attraverso il Ministero della Giustizia, la loro estradizione. Castelli ha lasciato dormire la pratica sinché, in questi giorni, la Procura di Milano ha richiesto a muso duro che il Ministro si pronunci. Che dia corso alla richiesta o lo neghi. In ambedue i casi, è lecito pensare, questo sarebbe profittevole alla sinistra: se Castelli dicesse di sì, si metterebbe in imbarazzo il governo e in luce la prepotenza dell’America; se dicesse di no, si accuserebbe il governo di sudditanza nei confronti dell’America e di protezione di stranieri che hanno commesso gravi reati sul suolo italiano. Il Ministro Castelli ha però risposto ipocritamente che certe questioni meritano attenta riflessione e non ha dato corso alla richiesta.
L’episodio induce a qualche considerazione. Il piano dell’attività giudiziaria è del tutto estraneo al piano della ragion di Stato e della politica internazionale. Mentre nel campo interno domina – o dovrebbe dominare – la legalità, nel campo internazionale dominano i rapporti di forza e l’interesse nazionale. Chi non tenesse conto di questi dati, dimostrerebbe di non capire nulla della condotta dello Stato.
Tuttavia, se la Procura di Milano si muovesse per pure ragioni di rispetto della legge – fiat iustitia et pereat mundus – ci sarebbe da togliersi il cappello: proprio questa è la funzione della magistratura. Ma il sospetto è che tanto zelo nasca da motivi politici, se non elettoralistici. E questo è molto triste. Non basta agire in conformità alle leggi per essere sicuri d’essere nella legalità: lo stesso diritto infatti vieta gli “atti emulativi”, cioè quelle attività conformi al diritto ma intraprese esclusivamente per danneggiare qualcun altro (Art.833 C.c.). E dal canto suo il diritto amministrativo considera abuso di potere l’azione conforme alle leggi che sia realizzata per uno scopo diverso da quello per cui la legge l’ha prevista.
Qualche osservazione ironica suscita infine il corruccio della Procura di Milano per le lungaggini del Ministero della Giustizia. Qualunque studente di legge sa che nel diritto processuale per l’attività dei magistrati esistono termini perentori e termini ordinatori. I secondi sono termini che la legge stabilisce ma, violati i quali, non casca il mondo. Per esempio, per il deposito della motivazione di una sentenza penale, la legge stabilisce un termine che spesso è largamente superato, e a volte scandalosamente superato, soprattutto quando si tratta di grandi processi. Ora, che dei magistrati facciano il viso dell’arme perché altri (neanche sottoposto ad un termine ordinatorio) ha fatto per una volta ciò che essi fanno tutti i giorni, e di cui tanto hanno da lamentarsi gli avvocati, è sorprendente.
Per non dire altro.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 5 marzo 2006

Haim e Violetta
Venerdi sera un uomo di nome Haim Habibi , ebreo e mentalmente instabile, la moglie cristiana Violetta, mezza matta pure lei,  e la figlia maggiore della coppia, plagiata da simili genitori, sono entrati nella chiesa dell'Annunciazione a Nazareth e hanno fatto esplodere dei petardi, quelli di carnevale per intenderci. L'attacco non  ha avuto niente di politico ne' di razzista perche' i due sono noti alla polizia israeliana per essere dei fuori di testa cui il tribunale ha tolto anche i figli piu' piccoli per incapacita' genitoriale. La figlia maggiore che ha aiutato i genitori nel lancio dei petardi ha confessato alla polizia di averlo fatto SOLO per motivi economici.
Fin qui niente di eclatante se non il luogo sacro in cui i tre pazzi hanno deciso di attuare la loro protesta e la notizia,  piuttosto comica,  che la coppia anni fa si era recata da Arafat per chiedere asilo politico, lamentandosi di essere perseguitati dalla polizia israeliana che aveva  tolto loro i figli.
Pare che Violetta li trascurasse molto e che Haim passasse il suo tempo a provocare  la polizia, quale idea migliore di andare a chiedere aiuto a un borderline come loro che li rispedi' al mittente pur essendo inorgoglito dal fatto inusuale. Suppongo sia stata l'unica volta nella vita che qualche essere umano chiedeva di andare a vivere sotto la sua dittatura.
Che lo abbiano fatto i due Habibi da la misura della loro pazzia.
 Niente di straordinario dunque nel lancio di petardi da parte di tre matti se non che il fatto e' accaduto in Israele dove ha sede un patriarcato cattolico presieduto da un patriarca arabo cristiano  antisemita di nome Michael Sabah il quale non perde mai l'occasione di sputare veleno contro Israele e di portare avanti una politica dell'odio in puro stile palestinese: propaganda e menzogne.
La sua e' una guerra personale poiche' il Vaticano sa perfettamente quanto siano rispettati i cristiani in Israele.
Adesso Sabah pare invitato a nozze e ieri sera era a capo di migliaia di arabi che manifestavano urlando come pazzi contro Israele e portando cartelli dove avevano scritto che la politica razzista di Israele dava i suoi frutti.
Alla faccia della faccia di bronzo! 
Ma non basta, anche i politici arabi, in vista delle elezioni, si sono messi a cavalcare la tigre della propaganda elettorale. Nessuno gli aveva mai fatto un simile regalo per poter  deviare i voti, che gli arabi cristiani danno preferibilmente ai partiti  ebrei-sionisti, verso i partiti arabi, razzisti e antiisraeliani.
Hai voglia a dire che l'attentato non aveva la minima  matrice  anticristiana o antiaraba, loro urlano , sbraitano, manifestano "Israele razzista".
Loro parlano di razzismo, loro che fanno scappare i cristiani dai Territori dell'ANP, che confiscano a Betlemme terre e beni dei cristiani, che bruciano sinagoghe e chiese per trasformarle in moschee. E Michael Sabah tace.
Il colmo del ridicolo, come sempre, lo hanno raggiunto alcuni giornali italiani,
Televideo scrive :"PETARDI IN BASILICA CRISTIANA  lanciati da tre ebrei ultraortodossi".
Analizziamo : ultraortodossi... che e'? un nuovo  tipo di ultras, quelli degli stadi di calcio italiani ? Non si sa.
Ebrei? abbiamo visto che dei tre solo uno e' ebreo e le due donne sono cristiane. Certamente nessuno dei tre e' minimamente religioso.
Quindi bufalona di televideo!
La Repubblica non e' da meno: "Aggressione di tre estremisti israeliani durante la messa".
I tre non erano estremisti naturalmente,  il termine esatto e' "mentalmente instabili".
Bufalona anche di Repubblica.
Il Mattino non vuole essere da meno e parla di "ebreo ultraortodosso", ebreo si , ultras no, ortodosso ancora meno!
Ribufala anche per il Mattino.
Insomma i media italiani non vedono l'ora di poter dare la notizia che estremisti israeliani e  doverosamente  ebrei ultraortodossi, hanno fatto saltare per aria qualche chiesa e/o magari qualche moschea.
Finora in zona mediorientale  e' successo quanto segue: sinagoghe distrutte e trasformate in moschee, chiese distrutte e trasformate in moschee, moschee distrutte da gruppi sunniti contro sciiti o viceversa. Mai, una sola volta nella storia, estremisti ebrei hanno distrutto chiese o moschee e credo che molti giornalisti italiani sbavino per poter dare una notizia del genere.
Haim habibi e sua moglie Violetta resteranno in galera o forse in manicomio, ce lo auguriamo tutti almeno potranno essere salvati i figli che hanno messo al mondo.
Vorrei pero' fare una proposta: i palestinesi che anni fa sconsacrarono la Basilica di Betlemme, occupandola colle armi spianate e riempiendola di escrementi  e immondizie  sono stati mandati in albergo in Italia.
Perche' non mandare in vacanza in italia anche Haim e Violetta?
Non e' una buona proposta? Non sono terroristi e non sono arabi?
Giusto, non avevo pensato a questo!
 
Deborah Fait - informazionecorretta

LA MINACCIA E LA VENDETTA
Dal Corriere della Sera: "Muammar Gheddafi, ieri, ha lanciato un avviso: dopo l'assalto di due settimane fa al consolato italiano a Bengasi, se il suo Paese non riceverà una compensazione adeguata per quel periodo del XX secolo, non vanno esclusi altri attacchi. Il Colonnello ne attribuisce il pericolo a passioni del suo popolo nate prima dello sdegno per le vignette danesi su Maometto e della loro riproduzione sulla maglietta del leghista Roberto Calderoli: «I libici odiano l'Italia, non la Danimarca. I libici cercano qualsiasi occasione per sfogare la loro rabbia contro l'Italia dal 1911, quando l'Italia occupò la Libia». Il Colonnello ha parlato così, stando all'agenzia britannica Reuters, davanti a alti funzionari governativi e suoi sostenitori riuniti a Sirte. Benché il Leader sia abituato a elargire colpi di scena, era da tempo che non ricorreva a toni così drastici verso l'Italia."
Dunque, Ghedaffi minaccia ed  è bene ricordare che Ghedaffi non è nuovo a minacce. Ad esempio sulla questione Ustica, strage di Bologna nel 1995 Giuseppe Zamberletti pubblicò un libro ("La minaccia e la vendetta -  - Ustica e Bologna: un filo tra due stragi", editore Franco Angeli) dove si fanno ipotesi sulle responsabilità di Ghedaffi nelle due stragi.
Ipotesi per niente campate per aria.
L'allora sottosegretario Zamberletti (sottosegretario del II Governo Cossiga) nell'agosto 1980 (per la precisione il 2 agosto 1980, stesso giorno della strage di Bologna) si trovava a La Valletta per firmare un accordo con Dom Mintoff in cui si garantiva la difesa della Repubblica di Malta contro ogni attentato alla sua neutralità e autonomia.
Un accordo  preceduto  da una trattativa, ricorda nel libro Zamberletti, costellata da minacciosi <<avvertimenti>> da parte libica.
Un mese prima, mentre il governo italiano cercava di indurre quello francese ad associarsi all'iniziativa, il Dc9 dell'Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo precipitò sulla verticale di Ustica.
Ustica, è la tesi del libro di Zamberletti,  fu un avvertimento e la strage di Bologna la vendetta per l'accordo raggiunto.
cp, 4 marzo 2006


Nel programma dell'Unione manca la parola "Israele" e la chiarezza sulla politica estera
La politica estera dell’Unione è più meno sola al mondo. La scoperta viene dalla lettura della parte del programma prodiano dedicata a un “paese protagonista del futuro europeo” e dall’analisi delle affermazioni dei leader del centrosinistra. L’unica idea chiara è il desiderio di dar forza all’integrazione europea. Ma il proposito pare da un parte superato dagli eventi – Francia e Olanda, paesi fondatori, hanno già votato no” alla Costituzione europea – e dall’altra velleitario, in un clima di rinascita dei protezionismi nazionali, con Madrid che blocca tedeschi di E.On, con Parigi che stoppa gli italiani dell’Enel. Se poi Prodi per “integrazione europea” intende la ripresa della tradizionale liaison tra Roma e l’asse franco-tedesco, anche questo desiderio pare da una parte retrodato – sono passati i tempi del motore renano di Mitterrand e Kohl, come è declinato il sogno del polo continentale (come  contraltare alla potenza americana) composto da Chirac (monsieur 1 per cento nei sondaggi) e Schröder (dipendente del Cremlino al vertice di Gazprom) – e dall’altra poco praticabile per una coalizione con Ds e Rifondazione in posizioni da combattimento. A Parigi è in ascesa l’atlantico Sarkozy, considerato “il sole della nuova Francia” dalla rivista dei neocon, il Weekly Standard, e a Berlino governa la cristiano-democratica Angela Merkel, che come primo obiettivo ha scelto quello di ristabilire ottime relazioni tra la Germania e l’America di Bush. L’Unione dice: “Più mercato unico europeo”, ma poi i francesi ci stoppano e Prodi chiede ritorsioni. L’Unione predica: “Dobbiamo al più presto rilanciare il processo costituzionale europeo”. Con chi? Con i francesi del “non”? Con la Gran Bretagna del guerriero liberista Blair? Con gli inglesi che sono addirittura fuori dall’euro? L’Unione vuole “più difesa europea”, proprio mentre c’è la corsa a entrare nella Nato, molto più che a entrare nell’euro. L’Unione dice “più Onu”, ed è difficile trovare oggi organizzazione più indebolita, per la sua inefficacia nel prevenire e risolvere crisi e per le vicende di corruzione legate a Oil for Food. L’Unione sogna “più istituzioni multilaterali”, come l’Agenzia atomica di Vienna, che per ora è riuscita solo a scoprire a posteriori le violazioni iraniane nella corsa all’atomica. L’Unione auspica “più intelligence contro il terrorismo” (come ha fatto Schröder, che in pubblico si mostrava fiero oppositore di Bush e in privato gli passava le informazioni dei servizi segreti contro Saddam), ma poi quando si scoprono operazioni di intelligence, vedi il caso Abu Omar, si grida alla violazione del diritto, della trasparenza, e si vuole processare l’intelligence. Su temi qualificanti come l’ingresso della Turchia in Europa, l’Unione scrive di essere soddisfatta dell’inizio dei negoziati, ma non è dato sapere con certezza se il Prodi che un giorno disse “mamma li turchi” sia a favore o no. Sul conflitto arabo-israeliano non si  trovano indicazioni nuove nel programma (mai citata la parola “Israele”, solo due righe per dire: “l’Europa deve assumere con rinnovato vigore l’iniziativa per la soluzione del conflitto israelo-palestinese sulla base del principio ‘due popoli, due Stati’”, e non due popoli, due democrazie), restano dunque solo le radicali prese di posizioni di D’Alema che apre a Hamas e le sagge considerazioni di Rutelli sul ruolo positivo svolto da Sharon nel rifondare la politica israeliana e nel dare un prospettiva nuova, grazie al ritiro unilaterale da Gaza. E sull’altro ritiro, quello dall’Iraq? L’avverbio “immediatamente” c’è, ma è così: “Immediatamente proporremo al Parlamento italiano il conseguente rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente necessari, definendone, anche in consultazione con le autorità irachene… le modalità affinché le condizioni di sicurezza siano garantite”. O è ambiguo o è lo stesso progetto del centrodestra.
Dal FOGLIO  di venerdì 3 marzo 2006 (da informazionecorretta)

Massima del giorno
La sinistra non ha paura della povertà. Altrui.
G.P.


MOLLICHINE
Il Sud Dakota rende illegale l’aborto. Sarà tollerato solo quello clandestino.

Ciampi: “I giudici appaiano terzi”. E sarà ancora meglio se non appaiono affatto.

Marvulli a Berlusconi: “Accuse deliranti” all’olimpica, imparziale, schiva maestà della magistratura.

Per Prodi la TAV manca dal programma “per una svista”: come una stazione ferroviaria senza binari.

Berlusconi: “L’Occidente e’ e deve essere uno solo”. Ve l’immaginate una rosa dei venti con tre Ovest?

Berlusconi: “L’11 settembre non è un attacco dell’Islam all’Occidente”. Come diceva Totò: “E i’ che me chiamme, Pasquale?”

L’Ulivo: “Berlusconi, A.D. dell’azienda Italia, dovrebbe essere licenziato”. E Prodi, dirigente dell’Iri, applaudito. Chissà.

Benedetto XVI: “Basta con il razzismo negli stadi”. Hamas d’accordo. Che ci fa, negli stadi? Meglio in Palestina.


Gianni Pardo - 3 marzo 2006

IL CROCIFISSO E LA CORTE COSTITUZIONALE
Nei primi giorni di febbraio la Corte Costituzione ha stabilito che la presenza del crocifisso nelle scuole e nei tribunali non è incostituzionale. L’ha fatto con una sorprendente motivazione secondo la quale, in sostanza, il crocifisso sarebbe un simbolo laico dei valori di democrazia e di civiltà cui si ispira il popolo italiano . Quello che importa sottolineare è che, come diceva Nietzsche, il miglior modo di danneggiare una tesi giusta è sostenerla con cattivi argomenti. Cercare di far passare il crocifisso per un simbolo di valori laici è come fare della gazzella un simbolo dei carnivori. Ma dal momento che né la Corte Costituzionale né l’estensore sono degli sprovveduti, è giusto vedere se la tesi sia sostenibile.
L’Occidente è cristiano. Anche se per la maggior parte gli europei non sono praticanti, questo non impedisce che il loro background culturale sia cristiano: come del resto si afferma nell’abusata citazione di Benedetto Croce. Ma per esempio, in quanto eredi della civiltà romana, dal punto di vista delle istituzioni giuridiche sono pre-cristiani. Se poi si considerano le loro istituzioni politiche, sono più figli dell’Illuminismo miscredente che delle teorie politiche tomistiche. Della scienza tutto si può dire salvo che sia un valore cristiano: essa storicamente si è affermata malgrado e contro la Chiesa. Perfino la filosofia ha avuto parecchio da temere, dalla religione. Basti pensare a Socrate, a Tommaso Campanella o a Giordano Bruno. Viceversa ci sono campi in cui la tradizione cristiana è assolutamente centrale: l’assistenza sanitaria, per esempio. Chi è abbastanza anziano ricorda che un tempo gli ospedali erano il regno delle suore. Quelle care donne spendevano tutta la loro vita per il prossimo sofferente. Dunque per ogni valore o gruppo di valori bisogna fare un esame a parte.
La relazione fra valori laici e valori cristiani va studiata senza estremismi e soprattutto tenendo conto che in qualche caso essi hanno viaggiato in parallelo, tanto da rendere difficile dire quale sia il primo e quale il secondo. La libertà ad esempio è un valore cristiano: tutti gli uomini hanno pari valore dinanzi a Dio, uomini e donne, liberi e schiavi. Ma, detto questo, la Chiesa non si è certo concretamente adoperata per la liberazione degli schiavi o per l’emancipazione della donna. E soprattutto non si può dimenticare che la democrazia è nata, in tempo ben anteriore a Gesù Cristo, nelle città greche. Solo lì il singolo è stato libero e perfino capace di determinare col proprio voto la condotta dello Stato.

Si può certo sostenere (lo fa la Corte Costituzionale, stavolta) che alcuni valori laici siano inclusi nella mentalità cristiana. Ma si potrebbe benissimo sostenere l’opposto, non foss’altro che per priorità cronologica. Qualcuno ha attribuito a Seneca – pensatore assolutamente pagano – una mentalità quasi da cristiano: tanto da rimpiangere che cristiano non fosse.
Il crocifisso è il simbolo d’una religione che, nel corso dei secoli, è riuscita a coniugarsi col diritto romano, con lo stato democratico moderno e con la scienza; ma questo non impedisce che molti valori su cui si fonda la vita associata abbiano altra origine. La tolleranza, la democrazia, la parità dinanzi alla legge, la scienza, il perseguimento d’una felicità edonistica sono tutt’altro che valori religiosi. E su di essi, più che sulla fede, si fonda la vita contemporanea.
Il messaggio di Gesù Cristo fu un messaggio d’amore e di tolleranza (anche se non sempre così l’interpretò la Chiesa), ma il messaggio del Buddismo è almeno altrettanto tollerante e altrettanto caritatevole. Si potrebbe dunque scegliere fra mettere il crocifisso o una statua di Budda, nelle nostre scuole?
La tesi della Corte Costituzionale è francamente arrischiata. Essa sembra nata da una sostanziale mancanza di coraggio e per questo è sostenuta con cattivi argomenti. Non sarebbe stato più semplice dire che la maggioranza degli italiani è cattolica, è abituata a vedere il crocifisso in determinati posti e gradisce continuare a vederlo lì? Dopo tutto avrà pure il diritto di arredare le scuole e le aule di giustizia in modo conforme ai propri desideri. Né i non cristiani si possono offendere, visto che hanno la fortuna di vivere in un paese in cui la religione dei più, invece di essere tendenzialmente fanatica e intollerante, è compatibile con i più alti e laici principi di democrazia.
L’Occidente, più che essere cristiano - o laico sotto forma di cristiano, come vorrebbe credere la Corte Costituzionale - è semplicemente spaventato. E non ha il né il coraggio di dirsi cristiano né il coraggio di dirsi laico.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it


Di Lieto
Tempo fa un ex-magistrato ha scritto al Corriere della Sera criticando la nuova legge sulla legittima difesa. Sosteneva tra l’altro che essa autorizzava ad uccidere solo per difendere i propri beni. Gli feci notare, con lettera anch’essa pubblicata sul “Corriere”, che la legge dice espressamente che l’uso delle armi è lecito: «quando non vi è desistenza E vi è pericolo di aggressione». Oggi il Corriere pubblica questa replica del dr.Di Lieto. Affido la mia controreplica (che non penso sarà pubblicata) al giudizio degli amici. Scrive il magistrato in pensione:
Caro Romano, mi consenta di replicare al lettore che critica le mie tesi in materia di legittima difesa. La lettura tutt’altro che «affrettata» del testo mi induce a ritenere che le espressioni adottate dal legislatore per limitare il diritto di difesa (quando si tratti di beni patrimoniali) siano poco più che superfetazioni. La nuova legge consente l’uso delle armi per difendere i beni propri o altrui «quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione». Quanto alla desistenza, non occorre un atto notificato: se il termine è stato usato in senso tecnico, basta che il ladro o il rapinatore non receda volontariamente dall’azione. Quanto al pericolo di aggressione, esso è nella gran parte dei casi in re ipsa: per il fatto stesso che sia armato il ladro o il rapinatore. Nessun dubbio che il legislatore possa valutare diversamente gli interessi delle parti in gioco. Il fatto è che questa diversa valutazione può portare a privilegiare i beni patrimoniali, di rango inferiore, al bene vita, di rango certamente superiore. Di qui il dubbio non manifestamente infondato, per me certezza, che la nuova legge sia in contrasto con la Costituzione.
Michele Di Lieto

Io ho scritto:
Caro Romano,
il dr.Di Lieto scrive: “Quanto alla desistenza… basta che il ladro o il rapinatore non receda volontariamente dall’azione”. Basta a che cosa? Perché gli si spari? Non siamo tendenziosi: la legge vuole solo dire che non è lecito reagire con le armi contro chi mostra di desistere dall’azione. La desistenza da sola esclude la legittimità dell’uso delle armi per legittima difesa. “Quanto al pericolo di aggressione, egli scrive, esso è nella gran parte dei casi in re ipsa: per il fatto stesso che sia armato il ladro o il rapinatore”. In re ipsa? È la stessa cosa avere una pistola nella fondina o puntarla contro qualcuno? È la stessa cosa se l’aggressore è armato di coltello e l’aggredito di una pistola? La volontà di aggressione alla persona non è affatto in re ipsa: diversamente i tribunali sarebbero inutili. Conclude infine il magistrato che la legge è contro la Costituzione perché privilegia i beni rispetto alla vita. In realtà si è solo spostata la frontiera dall’“aggressione in concreto” al “pericolo di aggressione”. Ma pericolo di aggressione alla persona dev’esserci: e devono stabilirlo i giudici. Con buona pace della Costituzione e del dr.Di Lieto.

Gianni Pardo


Berlusconi al Congresso Usa
Di seguito il testo integrale del discorso tenuto dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al Congresso degli Stati Uniti.
Signor Presidente, Signor Vice Presidente alla Camera dei rappresentanti, Signori membri del Congresso, è per me uno straordinario onore essere stato invitato a pronunciare questo discorso nel luogo che è uno dei massimi templi della democrazia. Parlo in rappresentanza ed a nome di un Paese che nei confronti degli Stati Uniti d’America ha un’amicizia profonda, che agli Stati Uniti si sente legato da vincoli plurisecolari.
Una parte importante dei cittadini americani ha origini italiane. Per loro l’America è stata una terra di opportunità che li ha accolti generosamente ed essi hanno contribuito con il loro ingegno e con il loro lavoro a rendere grande l’America. E sono orgoglioso di vedere quanti cittadini di origine italiana sono oggi membri del Parlamento della più grande democrazia del mondo.
Per la generazione di italiani alla quale appartengo gli Stati Uniti rappresentano il faro della libertà e del progresso civile ed economico.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver salvato il mio Paese dal fascismo e dal nazismo a costo del sacrificio di tante giovani vite americane. Sarò sempre grato agli Stati Uniti perchè nei lunghi decenni della guerra fredda hanno difeso l’Europa dalla minaccia dell’Unione Sovietica. Impegnando ingenti quantità di uomini e di mezzi finanziari in questa battaglia vittoriosa contro il comunismo gli Stati Uniti permisero a noi europei di destinare risorse preziose alla ripresa e allo sviluppo della nostra economia.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver aiutato il mio Paese a vincere la povertà ed a conseguire crescita e prosperità dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie alla generosità del Piano Marshall.
Ed oggi sono ancora grato agli Stati Uniti che continuano a pagare un alto prezzo in termini di vite umane nella lotta contro il terrorismo, per la sicurezza comune e per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo.
Quando guardo la vostra bandiera, non mi stancherò mai di ripeterlo, non vedo soltanto la bandiera di una grande democrazia e di un grande Paese, ma vedo soprattutto un simbolo, un messaggio universale di democrazia e libertà.
Signor Presidente, questi sentimenti hanno ispirato tutta la mia attività politica e l’azione dei governi che ho avuto l’onore di guidare.
Gli Stati Uniti hanno sempre potuto contare su un alleato solido e leale, pronto ad assumersi la responsabilità di essere al vostro fianco per la difesa della libertà. Lo abbiamo dimostrato dovunque l’impegno concreto dell’Italia sia stato necessario. Ne siamo profondamente orgogliosi.
Sono 40.000 i militari italiani destinati esclusivamente alle missioni di pace.
In Afghanistan abbiamo ora il comando della missione ISAF della Nato.

In Iraq siamo impegnati in compiti di pacificazione e di costruzione della democrazia.
Nei Balcani abbiamo assunto il comando delle missioni in Kossovo e in Bosnia Erzegovina.
E siamo anche in Medio Oriente, in Sudan ed in altre parti del mondo, là dove si sono aperte delle ferite che occorre sanare.
Signor Presidente, prima degli atroci attentati dell’11 settembre i Paesi occidentali vivevano nella certezza della propria sicurezza. Vivevano nella certezza che nulla, dopo il crollo del Muro di Berlino, avrebbe potuto interferire con la loro vita civile e democratica. (...)
Clicca qui per proseguire nella lettura.

DÈNGHIU, AMERICA
Dichiarazione di Daniele Capezzone, della segreteria della Rosa nel pugno :
”Sto ascoltando l'esordio del discorso di Silvio Berlusconi al congresso Usa, pronunciato in lingua inglese, o almeno questa doveva essere l'intenzione... Torna alla mente, ascoltandolo in questa che appare per lui un'improba fatica, l'immortale scena di Totò e Peppino a Milano col colbacco, che si rivolgono al vigile dicendo: "Noio volevàn savuar..."

Commento di Christian Rocca  alla suddetta dichiarazione di Capezzone:

"Il mio amico Capezzone la battuta sull'inglese di Berlusconi se la poteva risparmiare e magari concentrarsi sul fluente arabo dei suoi compagni di coalizione che non cito sennò mi querelano per un miliardo di lire. By the way, il discorso del Cav al Congresso sembrava scritto da Matteo Mecacci, il factotum radicale alle Nazioni Unite. I radicali avrebbero fatto meglio a commentare l'evento di Washington senza propaganda e magari ricordare che quando anche er mejo della loro coalizione arriverà a dire la metà delle cose dette da Berlusconi sarà già troppo tardi".

Nostro commento alla suddetta dichiarazione di Christan Rocca:

…In effetti, ve l’immaginate se al posto del Berlusca ci fosse stato Prodi? Ma ce lo vedete a parlare al Congresso, “inglese” o no?
Di più: ce lo vedete Prodi invitato a ritirare l’ “Intrepid Freedom Award” a New York, bordo della portaerei “USS Intrepid?
Al massimo, che lo si può figurare a ritirare il “Valium Award” a Disneyland, a bordo della barca di Paperino

ale tap, 2 marzo 2006
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C'e' poco da ridere
Lo avevo scritto una settimana fa: tempo un paio di mesi e l'Europa riconoscera' hamas!  Caspita, e' passata solo una settimana e gia' hanno aperto il portafoglio,  la UE ha sganciato a scatola chiusa,  chiusissima 123 milioni di dollari!
Sono proprio aquilotti questi dell'UE, James  Wolfensohn in testa, niente da dire. L'ANP rischia la bancarotta, dicono strappandosi i capelli e, nonostante ogni giorno hamas faccia dichiarazioni di guerra a Israele e i razzi kassam colpiscano  kibbuz e villaggi fino ad arrivare alla zona industriale di Ashkelon, nonostante solo un paio di settimane fa siano state distrutte e saccheggiate proprio  le sedi europee nei territori costringendo chi vi lavorava a scappare a gambe levate, nonostante tutto questo stanno firmando assegni senza nessuna garanzia, al buio come hanno fatto per 40 anni con Arafat.
La gente pero' tace, nessuno protesta, e credo che, a questo punto, sia doveroso l'intervento di uno psichiatra che spieghi il motivo di tanta simpatia e  generosita' verso gli inetti, gli incapaci, i violenti.
120 Milioni di dollari al mese a un' entita' terrorista!
Ma la cosa piu' grottesca  di tutta la storia e' stata la reazione palestinese.
Credete che abbiano detto "Grazie, amici, grazie per la vostra generosita'"?
Nooo, hanno detto " mandateci i soldi e non osate chiederci niente in cambio".
Cornuti,  contenti e mazziati gli europei.
Ma c'e' di piu', hamas non prende soldi solo dalla pancia molle dell'Europa ma anche dai paesi arabi , prendono soldi da tutti, vogliono soldi da tutti, non pensano nemmeno lontanamente a lavorare, le loro occupazioni preferite sono fare terrorismo e oziare, violentare i loro figli per farli diventare assassini e oziare.
Per questo altri 250 milioni di dollari arrivano dall'Iran, altri arriveranno dai paesi arabi e cosi' avanti, la storia non finira' mai.
A questo amore malato per una popolazione che ha scelto ancora una volta, dopo Arafat che li affamava, di avere una classe dirigente di terroristi assassini si contrappone l'odio per Israele che gli europei si tramandano di generazione in generazione da 20 secoli.
L'odio ha solo cambiato nome, ieri era il giudeo, oggi e' il giudeo sionista, l'israeliano ebreo .
Leggiamo dichiarazioni ridicole dei politici italiani di sinistra  "hamas non e' solo violento, hamas crea scuole e campeggi, hamas e' stato eletto democraticamente".
Certo scuole e campeggi per rovinare generazioni di  i bambini imbevendo di odio le giovani anime.
Democraticamente? Come si fa ad essere democratici se non si hanno istituzioni democratiche?  L'imbecillita' imperversa.

Sergio Romano,  piu'  ridicolo di altri, arriva a dire che "anche gli ebrei erano terroristi" e ha la faccia tosta di scriverlo e di firmarlo insieme alla difesa di David Irving, il negazionista condannato in Austria, e alla giustificazione del  diritto sacrosanto (secondo lui)  di negare la Shoa' arrivando ad attribuire le leggi di nazioni sovrane a una sorta di sudditanza alle comunita' ebraiche.
La vecchia tecnica del sospetto, il famoso complotto plutogiudaicomassonico che vuole comandare il mondo.
Intanto l'onorevole Diliberto querela Yasha Reibman per aver detto la verita'.
Dopo anni di bandiere arrostite in pubblico, adesso, in prossimita' delle elezioni, l'onorevole osa negarlo e querela chi gli da dell'antisemita. Non le bruciava lui le bandiere? no certo ma pare che i membri del suo partito non abbiano mai ricevuto to'to'sulle manine visto che lo fanno  ad ogni manifestazione da parecchi anni.
Vabbe', per la serie che al peggio non c'e' mai fine,  ecco che Rifondazione Comunista candida Ali' Rashid, quindi, a elezioni vinte, un  uomo dell'OLP, tirapiedi di Arafat,  siedera' in Parlamento.
Mi dicono che al centro destra c'e' chi nega la Shoa', si, va bene, cioe' male ma a sinistra c'e' chi adora Ahmadinejad e cosa dice il presidente iraniano ? nega la Shoa' e vuole  annientare Israele.
Insomma come ti giri vedi nero....o meglio ...rosso...beh e' la stessa cosa!
Intanto in Israele ci scansiamo per non beccarci i missili palestinesi sulla testa e rabbrividiamo di puro orrore leggendo i giornali europei.
Qualcuno tenta di scherzarci su, un po' di umorismo ebraico aiuta sempre ma c'e' poco da ridere: Israele e' circondato. Ha alle porte un'entita' terrorista che parla di tutto meno che di pacificazione, poco piu' lontano c'e' un paese islamico che vuole ripulire la carta geografica.... al di la' del mare c'e' tanto odio, demonizzazione, boicottaggio, disinformazione, ragazzi ebrei ammazzati, finanziamenti a gogo' a chi ci ha ammazzato per anni e vuole continuare a farlo.   
Si, c'e' proprio poco da ridere.

Deborah Fait - informazionecorretta