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MARZO 2006
LA STANCHEZZA DELLA
POLITICA
Forse non voi, ma parecchi schivano
i programmi politici, i dibattiti da Vespa e tutti
gli incontri elettorali. Può darsi che costoro
abbiano idee molto chiare e che non cerchino ulteriori
lumi, ma non è solo questo. Infatti potrebbe sempre
essere utile avere nuovi dati, saperne un po’ di più del
prevedibile futuro dell’Italia e a volte, perfino, sfuggire
a qualche insipido varietà televisivo. Ma la politica
è contemporaneamente sopra le righe e noiosa come
un attore che confonda pathos e livello sonoro.
Fra gli altri
difetti della campagna politica c’è l’insufficienza
di dati. Ci sono persone che parlano di un’Italia
che ha fatto miracoli, tenuto conto della situazione
obiettiva, e persone che parlano di un’Italia economicamente
disastrata. A questo punto si avrebbe tanta voglia di chiarezza
e di certezza ma neanche i numeri sono affidabili. Qui, se
si deve scrivere 11, si discute su quale 1 mettere prima.
Poi un programma elettorale raggiunge proporzioni da manuale
universitario e si arena dinanzi a parole come “grandi patrimoni”:
che non significano nulla, senza le cifre. Ciò che è
grande per uno può essere piccolo per un altro. E se l’ambiguità
è voluta affinché ognuno pensi che si parla di qualcuno
più ricco di lui può anche avvenire che ognuno
tema d’essere considerato titolare d’un grande patrimonio
se ha un appartamento di cinque stanze in città.
Le parole
non sembrano più avere il loro normale significato.
Non che la TAV sia importantissima, l’Italia può
benissimo fare a meno del Corridoio Cinque. È sopravvissuta
ai barbari e ai Lanzichenecchi, sopravviverà alla
marginalizzazione. Ma perché nonsi riesce a sapere
se è nel programma della sinistra o no? L’intelligenza,
la capacità di “scegliere fra”, si sforza di capire
se deve prendere sul serio Prodi o Pecoraro Scanio, e poi
essa stessa avverte che non è un problema semantico, si
tratta di sapere chi prevarrà. Cosa che nessuno può
prevedere. Ed ecco si è stanchi di uno sforzo che non ha
condotto a nulla.
Il fenomeno
è generale e riguarda anche il centro-destra.
La coalizione che con una solida maggioranza non è
riuscita a realizzare alcune riforme nel modo radicale
che avrebbe voluto – per esempio la giustizia, la previdenza, il
mercato del lavoro –promette ora che le farà nella prossima
legislatura: chi le può credere?
I partiti
di centro-sinistra dal loro lato promettono di fermare
i grandi lavori e azzerare tutto quello che ha fatto
il centro-destra. Cioè promettono di non far nulla.
Perché passerebbero il loro tempo a rimettere
indietro il contatore e a correggere la legislazione passata.
Ovviamente è un’esagerazione (l’ha detto anche Rutelli)
ma il problema rimane: in che misura governerebbero il
paese e in che misura passerebbero cinque anni – loro, i “progressisti”!
- a tornare indietro nel tempo? E che effetti potrebbe avere,
sull’economia, un mercato del lavoro reso ancor più
anchilosato di quanto non sia?
La confusione
sotto il cielo è così grande che è inutile
ascoltare i dibattiti televisivi. È inutile perfino
cercare dati obiettivi perché o non esistono o sono
stravolti dalla faziosità. A questo punto possiamo
solo guardare in faccia gli uomini che dovrebbero
governarci e se Fassino ci convince più di Tremonti,
o Fini più di Bertinotti, sappiamo per chi votare.
Le facce
sono l’unica cosa obiettiva che propone la televisione.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 1 aprile 2006
Sull'orlo
di una crisi di nervi!
Allora, facciamo un piccolo
riassunto perchè se no rischiamo di perderci:
1) 2 giorni
fa, D'Alema ha detto che, qualora la sinistra andasse
al governo, abrogherebbe la legge sulla fecondazione
assistita (tra parentesi, fregandosene altamente del
volere del popolo italiano). I radicali e i verdi esultano,
la Margherita meno. Prodi nicchia. Cosa farà la
sinistra, qualora andasse al governo? Boh.
2) Lite
tra Bertinotti e Mastella sulle tasse di successione.
Uno è convinto che se hai un monolocale alla periferia
di Roma sei un porco capitalista da tassare a volontà,
l'altro no. Prodi dice che la tassa di successione verrà
applicata solo "ai grandissimi patrimoni", ma non fornisce alcuna
cifra. Sai com'è , quando nella sua coalizione c'è
gente che di ce che 180'000 euro sono un grandissimo patrimonio,
non c'è da stare tanto allegri!
3) Lo
stesso Mastella va al congresso del PPE, la casa degli
anticomunisti europei, e si prende una bordata di fischi.
Prova a spiegare perchè ha scelto la sinistra, ma
non ci riesce. I delegati europei gli preferiscono di
gran lunga Gianfranco Fini. Intanto, ieri le parole del Papa
sono state applaudite da Mastella e Rutelli, ma duramente
criticate dai postcomunisti e dalla Rosa nel Pugno.
4) Solo
ieri, Montezemolo (fan non tanto nascosto della sinistra)
ha "intimato" alla sinistra di non cancellare,
ma anzi di completare la legge Biagi. Come la prenderanno
Rifondazione, Verdi, Comunisti Italiani, e gran parte
dei DS che della legge Biagi hanno fatto un cavallo di battaglia
elettorale?Intanto, Montezemolo riceve l'appoggio
di Rutelli.
5) Conflitto di interessi. Su
questo argomento l'Unione dovrebbe essere a prova di
bomba. Invece no. Perchè se i duri e puri vogliono
ancora una vendetta lucida e brutale contro Silvio,
i più morbidi non intendono fare una legge apposta per
penalizzarlo. Ed è polemica.
6) Capitolo
privatizzazioni. Da un lato la Rosa nel Pugno che
ne vorrebbe a volontà, dall'altro la sinistra
post-comunista che vorrebbe salvare anche l'ultimo
carrozzone statale. Proprio su questo argomento si è
sviluppata martedì scorso la lite tra la Bonino e
Berinotti a Ballarò.
7) Capitolo
energia: un bel rigassificatore al largo della Toscana
è quello che ci vuole per innescare una furibonda
polemica tra le comunità locali, la sinistra "in
doppiopetto" e quella piazzarola. e poi pretendono di risolvere
il problema energetico!
8) c'è
anche spazio per una bella lite tra il sindaco di
Bari (centrosinistra ) e i Verdi, riguardo l'ecomostro
di punta Perrotti...
9) Infine,
la questione della tassazione dei bot: qui l'Unione
non ha affatto una posizione unitaria. Perchè
sull'altra roba si?, mi chiederete voi. Vabbè, ma
qui di più.
10) E
Prodi? povero Mortadellone! Siccome non può dire
nulla , perchè nella sua coalizione non conta
un tubo (non avete idea della fatica che ho fatto a scrivere
tubo...) si sfoga prima con l'ascoltatore radiofonico
sfuggito dal manicomio (almeno secondo lui), poi dichiara
che la Casa della Libertà fa "delinquenza politica":
caro Mortadella, quelli che fanno delinquenza politica sono
prima di tutto coloro che sfasciano le vetrine e assaltano
i Mac Donald pieni di ragazzini. E quelli votano tutti per
te.
Queste
sono le liti furiose che hanno imperversato a sinistra
solo negli ultimi tre giorni! Vogliamo davvero affidare
l'Italia a questa gente? Secondo me no. Infatti, la
sinistra è sull'orlo di una crisi di nervi perchè
sa che la sconfitta è possibile. Il popolo Italiano
è un po' lento a capire, ma non stupido. Il 10 aprile
potrebbe punire l'insaccato e tutta la sua litigiosa coalizione.
di Bobo .
Lanterna magica
Nanny McPhee
Un
vedovo deve badare ai sette figli, delle autentiche
pesti che fanno scappare anche le governanti più
pazienti. Fino a quando dal cielo non arriva Nanny McPhee.
Divertente favola inglese, con un cast notevole…
Nanny
McPhee
Regia:
Kirk Jones
Interpreti:
Emma Thompson, Colin Firth, Kelly MacDonald, Angela
Lansbury, Celia Imrie, Derek Jacobi, Imelda Staunton
Sceneggiatura:
Emma Thompson
Data
di uscita italiana: 7 aprile 2006
Voto:
6,5/10
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Massima del giorno
A volte
la cultura è un'aggravante.
G.P.
L'ESPERIENZA INUTILE
L'esperienza è maestra di vita.
Chi non ne tiene conto è destinato a mettersi nei guai,
ad essere deluso da tutti, a non capire la realtà. Ma
questo non significa che sia necessario ascoltare tutte le sue
lezioni: perché essa è ripetitiva. Alla fine è
giusto dire: "Va bene, ho capito, ne terrò conto". E non ascoltare
le successive lezioni.
Un esempio di questa sovrabbondanza
di messaggi è la cronaca nera. Non c'è crimine
che non abbia un precedente, che non sia la replica di qualcosa
che è già avvenuto, decine o centinaia di volte.
Dunque non serve a nulla interessarsi dei particolari dell'ultimo
fattaccio, non basta che cambino gli attori perché la
tragedia sia nuova. E non è neppure importante che i morti
siano più numerosi che negli altri delitti dello stesso
tipo: in qualunque classifica c'è sempre un primo e ogni nuovo
crimine rappresenta una minima variazione sul tema. Sotto ogni
cielo e in ogni epoca c'è sempre chi ruba, chi rapisce, chi
uccide e la lezione è semplice: l'uomo è capace di tutto
e del peggio.
Occuparsi di ogni nuovo caso è
una triste necessità e un mestiere, per poliziotti, per magistrati
e per psichiatri; ma per il resto, così come l'uomo
medio non s'interessa dei problemi delle fognature di Treviso,
a meno che non abiti a Treviso, o dei problemi della cavolaia, a
meno che non coltivi cavoli, non c'è ragione di sapere tutto
del rapimento d'un bambino. È tristissimo, è doloroso,
ma non è leggendo che si farà qualcosa per lui.
La molla della cronaca nera è
la curiosità e basta. Una curiosità priva di
effetti positivi e con qualche effetto negativo: si pensi all'emulazione
idiota, alla candeggina nell'acqua minerale o ai sassi buttati
giù dai cavalcavia. L'informazione sul terrorismo, poi, non
che contribuire a contrastarlo, lo fa nascere: i terroristi uccidono
per avere i titoli dei giornali e la loro attività è una
forma criminale di pubblicità. Tanto è vero che non
esiste dove la stampa non è libera.
Molti sono incolti e credono che un
fatto sia una novità storica solo perché essi lo
sentono per la prima volta. L'omicidio premeditato suscita
in questa gente l'emozione, la sorpresa, lo sdegno che avrebbe
suscitato nel Paradiso Terrestre. I giornalisti sanno di avere,
fra i loro lettori, molti che in quanto a storia non vanno oltre
gli ultimi dieci anni e dunque accontentano la loro curiosità,
la nobilitano e l'avallano con l'autorità della carta stampata.
La cronaca nera non rischia di morire.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 31 marzo 2006
«Ma questo e' matto...!»
Succedono cose strane. Se il Presidente
del consiglio durante un comizio dice una mezza frase
sui «bambini che nella Cina di Mao venivano bolliti
e usati come concime», verità storica mai smentita
( pagina 460 dell'edizione italiana del 'Libro nero del comunismo'
c'e' scritto che nel 1960, all'epoca della scellerata collettivizzazione
forzata dell'agricoltura cinese, nell'ambito dell'atroce repressione
contro i contadini che si ribellavano, vi erano 'torture sistematiche
su migliaia di detenuti, bambini uccisi, messi a bollire e poi
utilizzati come concime'), sono lì tutti, dai giornali
ai TG, a fare gli scandalizzati e raccogliere le proteste
di uno smemorato funzionario di Pechino .
Se invece Prodi, durante una diretta
radiofonica, da del «matto» ad un ascoltatore
che, in modo assolutamente garbato, manifesta dei dubbi sulla
tenuta della variegata coalizione di centro-sinistra, nessuno,
dai giornali ai TG, alza i toni, anzi...
Eppure sarebbe stato facile facile
polemizzare con Prodi ricordandogli che il paese dove
gli oppositori venivano giudicati «matti» - per
poi essere internati o rinchiusi, a milioni, nei gulag
- era l'ex Unione Sovietica, culla del comunismo....
In verità, l'unico a sbilanciarsi
è stato il solito Calderoli. Non ha aspettato un minuto
per dichiarare all'Ansa: «Il lupo evidentemente perde
il pelo, ma non il vizio: mi auguro, però, che - Prodi
ndr- nella sua evoluzione politico-ideologica non pensi di
arrivare a far bollire i bambini e mangiarseli...».
Si attendono reazioni da un ex cuoco
dell'ex Unione Sovietica.
cp, 31 marzo 2006
Pro memoria:
intrecci organici tra Cooperative rosse e i DS
Il collegamento organico (politico
e finanziario) tra le cooperative rosse e il più
forte partito della sinistra (prima il PCI, oggi i DS) è
un vecchio problema della politica italiana, problema mai affrontato
seriamente
Per completezza di informazione,
ricordiamo che Nordio nel 1999 aveva chiesto il rinvio
a giudizio di oltre 100 amministratori di cooperative venete,
finite sotto inchiesta per associazione a delinquere, falso
in bilancio, bancarotta, finanziamento illecito del PCI-PDS.
Gli indagati furono quasi tutti condannati o patteggiarono la pena.
Come è noto le cooperative
hanno sempre goduto di agevolazioni fiscali non indifferenti
per poter rispettare i criteri di socialità e solidarietà.
Sulla base di queste agevolazioni
fiscali e di altri benefici e con il supporto politico
specie dei partiti di sinistra, il sistema delle cooperative
è cresciuto e si è sviluppato ed oggi le cooperative
italiane rappresentano dei veri conglomerati industriali
e finanziari (nel campo delle costruzioni, delle assicurazioni,
della grande distribuzione, dei servizi, ecc.). Sono inoltre un
fattore preoccupante di concorrenza rispetto alle altre imprese
che devono rispettare altre regole e non hanno le agevolazioni
fiscali.
Non dimentichiamo che i legami
con il vecchio PCI ed oggi con i DS sono sempre stati
stretti, anzi gli amministratori vengono tutti o quasi dallo
stesso partito. Nel passato esisteva una vera e propria cinghia
di trasmissione con il partito, c’era un vincolo di fedeltà
tra partito della sinistra e la Lega delle cooperative.
Oggi tutto questo si è
un po’ allentato, ma esiste tuttora uno scambio reciproco
di classe dirigente, sicuramente di finanziamenti e un
preoccupante intreccio tra cooperative e municipalità rosse,
in termini di servizi, di appalti, di copertura di tutti gli
spazi.
Carlo Nordio aveva accertato l’esistenza
di un immenso patrimonio immobiliare fittiziamente intestato
a prestanome, ma in realtà riconducibile al Pci-Pds.
Valeva circa mille miliardi di lire.
Il patrimonio fu scoperto,
più precisamente, dalla procura di Milano, che già
nel settembre 1993 aveva fatto perquisire Botteghe Oscure
e vi aveva trovato una stanza piena di fascicoli relativi agli
immobili posseduti. Ma poi, stranamente (!!!) non si procedette
al sequestro e il giorno dopo i fascicoli erano scomparsi.
Il partito non ha mai spiegato
come fosse venuto in possesso di questo gigantesco patrimonio,
con quali soldi lo avesse acquisito e perché lo avesse
tenuto nascosto.
La cessione di gran parte
di questo patrimonio immobiliare effettuata in questi
ultimi anni, abbinata ad altrettanto strane (!!!) cancellazioni
di forti pendenze debitorie del vecchio PCI da parte di alcune
banche nazionali, ha permesso al Tesoriere Sposetti (DS) di
ripianare i debiti di circa mille miliardi di vecchie lire che
i DS avevano ereditato dal vecchio PCI.
Torniamo all’intervista di
Carlo Nordio. Ad una precisa domanda del giornalista:
Dieci anni fa le Coop come finanziavano il Pci-Pds?
Nordio risponde: “In modo
diretto e indiretto. Le Coop avevano una riserva rigorosa
di appalti pubblici, frutto di accordi politici spartitori
a livello nazionale e regionale. In questo senso non c’era
alcuna differenza fra DC, PSI e PCI: si erano divisi equamente tutto,
con qualche briciola per gli alleati minori: Dc e Psi sponsorizzavano
le imprese amiche, il Pci le coop. Ma i finanziamenti erano diversi.
Alla Dc e Psi arrivavano contributi in denaro, con i quali si pagavano
i funzionari e le altre spese. Nel Pci i funzionari erano pagati
dalle coop, ma lavoravano per il partito. Il risultato finale
è identico, però lo strumento è diverso. E
lo è anche dal punto di vista penale: la mazzetta integra
il reato di corruzione. Il sistema del Pci no. Un altro modo era quello
della pubblicità inesistente: le coop pagavano cifre enormi per
farsi pubblicità sui giornaletti del partito. Spesso le inserzioni,
pagate, non venivano neanche pubblicate.”
Ora ci domandiamo: cosa è
cambiato da allora?
Perché dieci anni fa
è stato tanto difficile indagare sul finanziamento
illecito del PCI-PDS, e oggi è altrettanto difficile
indagare sui conti, sulle consulenze (50 milioni di euro per
Consorte e Sacchetti!!!) dei dirigenti della cooperazione, sul
finanziamento occulto dei DS?
Due pesi e due misure?
Articolo di Pierangelo Rossi,
tratto da cartalibera.
Gianni "Che"Vattimo
Dal quotidiano on line del regime
cubano Granma
Intenational: L’Avana. – Il filosofo e ricercatore
italiano Gianni Vattimo ha conquistato i cuori cubani con
la sua conferenza nell’Istituto Superiore d’Arte, durante
la quale ha confessato di sentirsi già cittadino cubano.
L’istituzione culturale ha conferito il diploma al merito artistico
per il valore dell’opera scritta a questo notevole pensatore
del nostro tempo, sempre in lotta contro la globalizzazione egemonica
ed i convenzionalismi, impiegando l’arma dei saggi e di un ampio
lavoro giornalistico.
Lanterna magica
Factotum
Henry Chinaski è
un aspirante scrittore, che per sbarcare il lunario
passa da un lavoro precario all’altro. Dall’omonimo romanzo
semiautobiografico di Charler Bukowski, un film interessante,
anche grazie alle prove di Matt Dillon e Lili Taylor…
Factotum
Regia: Bent Hamer
Interpreti: Matt Dillon,
Lili Taylor, Marisa Tomei, Fisher Stevens, Karen Young
Sceneggiatura: Bent Hamer
& Jim Stark
Data di uscita italiana:
31 marzo 2006
Voto: 6/10
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Orfani di
Sharon
Ieri, andando a votare,
sentivo i commenti delle persone che erano in fila
con me. La maggior parte diceva "se ci fosse Sharon saprei
per chi votare". Alle interviste televisive la stessa frase
veniva ripetuta come un ritornello "Se ci fosse Sharon..."
Probabilmente la maggior parte degli
israeliani, da quando il il Premier si e' ammalato, si
sente come mi sento io , orfana di un grande leader, di
un uomo forte che dava sicurezza, che aveva saputo
dare una svolta a Israele, tirarla fuori dal buco nero in cui
si trovava a causa del terrorismo palestinese e ridarle speranza.
La speranza di finire
la guerra anche a costo di grossi sacrifici.
Israele non puo' continuare
ad essere costretta a difendersi giorno e notte,
non perche' non abbia la capacita' e la forza di farlo ma
perche' la societa' israeliana vuole vivere, lavorare, studiare
in pace, vuole ridere. Lo abbiamo visto ieri, seguendo in
diretta TV il Tutto Elezioni: grandi risate, pacche sulle spalle,
satira impietosa contro tutti i politici ma soprattutto tanta
voglia di leggerezza, di allegria, di vita, di futuro.
Queste elezioni non
hanno avuto campagna elettorale, sono state prese
sottogamba anche dai politici stessi, tutti sicuri che
la grande ombra di Sharon avrebbe vinto. Invece non avevano
fatto i conti con la voglia di ridere degli israeliani che per
prima cosa sono andati a fare pic nic anziche' andare a votare,
e molti di quelli che si sono recati alle urne hanno votato un
po' alla rinfusa, un po' protesta, un po' per cinismo, un po' per
apataia e un po' proprio per dare un taglio a tutto per la voglia
di allegria dopo tante disperate lacrime.
Purtroppo Sharon,
dopo aver creato un nuovo partito si e' addormentato
lasciandoci tutti senza fiato, storditi e impauriti come
quando se ne va un padre che sa sempre come proteggere i propri
figli.
Il suo successore
Ehud Olmert e' un bravo ragazzo ma non e' un leader
e in questi mesi, dall'inizio del sonno del grande Arik,
il partito Kadima ha perso molti seggi, dai 42 previsti all'inizio
siamo arrivati oggi a 28. Pochi ma sempre miracolosi se
si pensa che Kadima e' un partito nuovo, senza storia, che non
ha mai guidato Israele, che non ha alle spalle nessuna tradizione
politica. Nonostante tutto una buona percentuale di israeliani,
fedeli al Vecchio Leone e desiderosi di staccarsi dai palestinesi,
lo ha votato, gli altri si sono dispersi, hanno votato,
oltre a Avoda' e Israel Beitenu di Avigdor Liberman , partitini
quasi inesistenti tipo il partito dell'hashsish, del pane,
degli sms. Voti di protesta, voti di dichiarato fanculismo,
di chi forse non ha capito che queste elezioni erano importantissime
per Israele.
Gli israeliani sono stanchi e sfiduciati
perche' 5 anni di terrorismo, tre anni ininterrotti di autobus
che saltavano, bombardamenti sulle citta' israeliane del
neghev, bombardamenti a nord da parte del partito del demonio,
gli hezbollah, amici di Diliberto, avrebbe distrutto chiunque.
Il voto di ieri, nonostante
tutto, dimostra che Israele continua con coraggio
a tenere alta la testa per andare avanti nella
vita e nella storia.
Kadima Israel.
Guardare indietro
non serve, fa star male perche' si vedono solo morti,
i nostri morti innocenti che devono essere ricordati offrendo
a chi li piange un' Israele piena di speranza che vuole
lasciare l'odio al di la' della barriera di sicurezza a disposizione
della barbarie del nemico.
Vogliono nutrirsi
di odio i palestinesi? facciano pure, ma non con noi.
Nei territori c'e'
il vuoto riempito solo dal terrorismo, ieri il primo
razzo katiusha, dopo migliaia di Qassam, e' arrivato
vicino a Askelon, esercito e polizia di frontiera hanno
fermato decine di tentativi di attentati, una settantina in
un paio di giorni, il 67% dei palestinesi ha dichiarato di
non essere d'accordo di riconoscere Israele.
Bene. Buon pro gli
faccia e si annegassero nei soldi che tutto il mondo
gli manda. Hanno chiesto soldi, 2 milioni di dollari, persino
per ammazzare le galline malate di aviaria. Se no, hanno
detto, non le ammazziamo. E subito la Banca Mondiale glieli
ha mandati! Agli ordini!
E noi cosa vogliamo
fare? mangiarci il fegato per questo? Assolutamente
no. Vogliono mantenerli e cedere a tutti i loro ricatti?
facciano pure ma senza di noi.
Vogliamo continuare
ad aspettare che tra i palestinesi nasca una persona
raziocinante e coraggiosa? Una chimera.
Hanno avuto 40 anni
di tempo, continuano a preferire la barbarie e
allora se la vivano in pieno ma da soli.
Olmert fara' la coalizione,
le notizie di oggi sono che oltre al partito di
Amir Perez, entrera' Shas e , udite udite, i pensionati
che hanno guadagnato ben 7 seggi.
Il terzo partito di
Israele e' diventato Israel Beitenu che si oppone
alla separazione col sacrificio di terre, sia storicamente
che legalmente, nostre.
Pero' Kadima ha vinto,
ha vinto lo strappo col passato, il rifiuto di mandare
i nostri ragazzi a morire per niente.
Sharon dorme e non
lo sapra' mai ma anche da quel letto di ospedale sta
guidando Israele verso la speranza.
Deborah Fait
- informazionecorretta
LA
SCELTA CONFUSA DI ISRAELE
Ha vinto il nulla.
Un nulla rappresentato dal 30% circa degli elettori
che è rimasto a casa, deluso o incerto, magari perfino
addormentato da una campagna elettorale in cui le strade
da offrire realmente convincenti parlano solo per bocca di Olmert
che è poi in realtà la bocca chiusa di Sharon: ritiro
dai territori, nessuna trattativa con Hamas, completamento del
muro e proseguimento delle relazioni politiche con gli Usa.
L’unica vera alternativa
era quella sociale ed infatti chi ha creduto nei
Laburisti, ha regalato 21 seggi a chi potrà imporre
un’inversione di rotta nella politica economica e salariale,
costituendo un governo di coalizione con Kadima. Il resto
è stato torpore. Il torpore di chi non ha voluto certificare
Olmert e pur essendo fedele alla causa di Arik, si è bloccato,
come lui, per assistere precauzionalmente alle mosse del successore,
per metà nostalgico e per metà titubante. E’ rimasta a
casa la destra che non ha creduto più nelle idee del vecchio
Likud, ma non ha ceduto alla tentazione di spostarsi verso Kadima,
che accoglie falchi rabboniti e colombe del vecchio laburismo. Un
buon 10% ha condannato Netaniahu per non regalargli un consenso immeritato.
E’ rimasta a casa una
buona fetta di coloni, particolarmente gli sradicati
dalla striscia di Gaza e da alcuni insediamenti del nord
della Cisgiordania, che si sono sentiti traditi dall’intero
sistema politico israeliano, trattati da merce di scambio
o da capro espiatorio degli eventi che hanno costretto
e costringeranno a cedere terre alla Palestina per non rischiare
più in termini di sicurezza.
Se una certezza c’è, in
queste elezioni per il Knesset, consiste nel paradosso di un
governo di centro-sinistra, in cui la crescita vera si è
concentrata a destra. Non inganni la sconfitta di un appannato
Likud, abbandonato dai moderati votatisi a Kadima e tradito dagli
astenuti, tutti i rivali del centro-sinistra si sono accasati
nel nuovo fronte anti-arabo ed anti-palestinese di Yisrael Beytenu,
forte di 14 seggi, guidato da Liberman, emigrante moldavo, quindi
degno rappresentante dei suoi elettori, emigranti russi, considerati
stranieri in terra loro. Proprio come i coloni di questa generazione.
Non è un caso che 14 + 11 dia come risultato 25, più o
meno il risultato plausibile di un Likud forte dopo la frattura di Kadima.
Liberman raccoglie il malessere ed è il sintomo chiaro
di un periodo statico privo di personaggi e di voci forti, orfano
di Sharon ed è la conseguenza logica di una tornata elettorale
dove i partiti grandi finiscono con il non differenziarsi. D’altronde,
in una campagna elettorale dai toni cupi e canonici, Liberman
è stato l’unico a commercializzare bene il suo intransigente
prodotto, apparendo molte volte in tv, regalando abbonamenti telefonici
e buoni mensa
Chi non si è
rifugiato nel risentimento anti-arabo, lo ha fatto
nella religione. Solo così si spiega l’affermazione
di Shas che conserva il suo elettorato, nonostante gli
scandali del passato ed una chiara propensione verso le aperture
sociali, invise alla classe dirigente israeliana, ma non al
popolo.
Naturalmente la vittoria
del piccolo e quindi il frutto della confusione,
fa proseliti anche a sinistra. Ne è un esempio il partito
dei pensionati (che avrà 7-8 seggi a disposizione),
altra branca che ha preferito non immergersi nella sua reale
destinazione, ovvero il partito Laburista, ma si è
mantenuta indipendente, giocando così sul ruolo di calamita
di ulteriori scontenti e sul vantaggio politico di essere l’ennesimo
ago della bilancia nella partita delle trattative per il nuovo
governo.
E’ certa la sconfitta
di Hamas che non potrà essere contenta della vittoria
di due partiti, che non gli permetteranno di cercare pretesti
per una nuova intifada, né di mettere in subbuglio
un popolo che, nonostante la confusione elettorale, sa bene
di non avere di fronte un interlocutore credibile, ma una
lobby congiunta Anp-Hamas troppo insincera per suscitare fiducia.
Il governo israeliano
sarà comunque frammentato a discapito delle decisioni
importanti, seppur scontate da prendere. Ora, non più
scontate come ai tempi di Arik.
Angelo M.
D'Addesio
LA CORDA SPEZZATA
L'unilateralismo è
l'atteggiamento di chi, avendo provato a fare una cosa
in compagnia, decide, dal momento che può, di farla
da solo. La semplificazione è brutale ma quando si usano
concetti evanescenti è bene tradurli in concetti concreti.
L'unilateralismo ha
cattiva stampa per un motivo molto semplice: chi agisce
da solo toglie agli altri la possibilità d'influire
nella decisione. Ed è dunque normale che, non avendo
altre armi, ci si aggrappi alla condanna morale. Anche qui
è opportuno un esempio concreto. Jacob ha una proprietà
che dà sul fiume ed ogni volta che c'è una piena il suo
orto e quelli dei vicini sono allagati. Jacob propone dunque di
costruire un argine per tutti, ed è perfino disposto a farlo
a proprie spese, ma i vicini obiettano che si modifica il panorama;
che si potrebbe scavare il fiume; che il muro dev'essere fatto con
granito importato; ch'esso dev'essere costruito tre metri dentro l'orto
di Jacob. Si tratta a lungo e non si arriva a nulla. Alla fine Jacob
dice: sentite, il muro l'avrei fatto per tutti a spese mie, voi non siete
contenti ed allora ho deciso che non chiedo il parere di nessuno e lo
faccio per il mio orto soltanto. A questo punto tutti condannano Jacob,
l'unilateralista.
Questo è lo
schema di ciò che avviene in Palestina. Per decenni
gli israeliani hanno tentato di realizzare una pace con
i loro vicini, confidando in parole come land for peace,
Accordi di Oslo, negoziati di Camp David, Quartetto e Road
Map. Non s'è mai approdato a nulla. Non solo. Da una tregua
precaria si è passati prima all'Intifada delle pietre
e poi all'Intifada dei kamikaze; e i palestinesi sono passati
dal peggio che ambiguo Arafat ad un'organizzazione terroristica,
Hamas, che ha nel proprio statuto l'eliminazione di Israele.
Qual è il risultato?
Il risultato è
stato che Jacob l'israeliano (stavolta nomen
non omen), ha perso la pazienza ed ha deciso di fare
da sé. Col ritiro da Gaza, per quanto doloroso, si è
liberato del problema di avere a che fare con quel pericoloso formicaio.
Con la barriera anti-terrorismo (che gli anti-unilateralisti
si sono precipitati a condannare moralmente) è
riuscito a ridurre del 90% gli attentati. Tanto che oggi in Israele
si vive normalmente. Infine, nell'impossibilità di negoziare
con chi semplicemente lo vuole morto, si appresta a stabilire
unilateralmente i propri confini definitivi, cessando ogni
rapporto con i palestinesi. È un atteggiamento non negoziale,
ma talmente produttivo d'effetti positivi che Israele si è
unificato dietro di esso e le elezioni ne hanno decretato il successo.
Il governo di coalizione uscito dalle elezioni ha ormai questo
programma e l'estremismo di Hamas, che pareva dovesse costituire
chissà che pericolo per lo Stato ebraico, si è rivelato
l'occasione per un cambio di mentalità che lascia i palestinesi
soli ed inermi. Senza dire che forse perderanno le sovvenzioni
europee.
Quando si negozia con
chi può fare da sé bisogna non tirare mai
troppo la corda. Perché il poco che si ottiene
è sempre più del nulla che offre una corda spezzata.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 29 marzo 2006
TASSE:
BERLUSCONI ATTACCA LA SINISTRA
In Italia va avanti
la campagna elettorale che prosegue sempre sul terreno
fertile dei conti pubblici.
A seguito delle
insistenti richieste presentate dal centro-sinistra,
il presidente Berlusconi, palesando un certo stupore
per la richiesta dell'opposizione, dicendo di non aver
mai sentito parlare di una trimestrale riferita al periodo
ottobre-dicembre, ha garantito che prima del 9 e 10 aprile
prossimo, “a grande scorno della sinistra”, saranno presentati
i conti del 2005, già approvati dal Parlamento e dall’Europa.
E il tema del fisco
continua ad essere il cavallo di battaglia, e il principale
argomento utilizzato dal centro-destra per colpire l’opposizione,
tanto da indurre ancora una volta il premier a dichiarare
che con Romano Prodi ci saranno più tasse sul ceto medio,
unitamente ad un aumento del costo dello Stato. Dalla lettura
del programma dell’Unione, a detta del premier, emerge in
maniera chiara il fatto che non è cambiata la concezione
dello Stato e del potere, con un intervento massiccio nel controllo
dell’economia, dal momento che il progetto è quello
di creare altri 45 enti di controllo che comporterà
inevitabilmente un maggiore esborso di danaro.
Secondo Berlusconi,
la sinistra sarà alla spasmodica ricerca di
un modo attraverso il quale tassare gli italiani, e in questa
direzione va presa per buona la sua intenzione di aumentare
gli estimi catastali e l’ICI dal momento che per essa, da
sempre, la proprietà non è un diritto ma un privilegio.
In questa direzione
dunque è prevedibile un intervento sulle case,
diversamente da quanto contemplato dal centro-destra che,
a suo dire, ha varato un piano per concedere mutui alle giovani
coppie. Questo si andrebbe ad integrare con un piano casa
che prevede la possibilità per i cittadini in affitto
di acquisire la loro abitazione con gli introiti si procederà
alla realizzazione di un grande piano di costruzione di nuove
case.
L’idea dell’attuale
premier è che il suo rivale Prodi, ha proposto
la riduzione di cinque punti del cuneo fiscale, per ingraziarsi
le imprese, ma il reperimento dei 10 miliardi di euro,
necessari per finanziare questa operazione, porterà
ad attingere inevitabilmente “alle tasche di tutti gli italiani”.
A proposito di imprese,
Berlusconi ha inoltre aggiunto che in caso di vittoria
elettorale del suo schieramento, uno dei primi provvedimenti
che saranno varati dal nuovo governo, sarà quello
“dell’esenzione fiscale e previdenziale degli straordinari”.
Il disegno di legge sarebbe già pronto e permetterà
alle aziende di pagare lo straordinario direttamente nelle
tasche del lavoratore, senza l’obbligo di versare più
contributi né al fisco né alla previdenza.
Lanterna magica
Tutto, pare,
iniziò con un giocattolo - descritto
da Atanasius Kircher nel suo Ars magna lucis et umbrae
- chiamato "lanterna magica". Insomma, siamo sempre
lì. Con i fratelli Lumiere, il cinema,
scrive Borges, diventa la "la rappresentazione grafica del movimento,
e ciò specialmente, nella sua enfasi di rapidità,
di solennità, di caos" e se "il primo spettatore potè
meravigliarsi alla vista di un solo cavaliere; al suo equivalente
di oggi, ne occorrono moltissimi ... la sostanza dell'emozione
è uguale".
Bene, questa
la premessa per annunciare una nuova collaborazione
a "Capperi.net".
Grazie alla
disponibilità di Robert Bernocchi,
cercando - è la libertà,
bellezza!- sempre nuove emozioni, apriamo
"lanterna magica", spazio dedicato alla critica
cinematografica. (cp, 27 marzo 2006)
Basic Instinct 2
Sharon Stone
indossa nuovamente i panni di Catherine Tramell, che,
dopo essersi trasferita a Londra, si ritrova ancora
implicata in una serie di omicidi. Un film incredibilmente
stupido e che riesce a scontentare tutti…
Basic Instinct
2
Regia: Michael
Caton-Jones
Interpreti:
Sharon Stone, David Morrisey, Charlotte Rampling,
David Thewlis
Sceneggiatura:
Leora Barish & Henry Bean
Data di uscita
italiana: 31 marzo 2006
Voto: 1,5/10
Per leggere la recensione clicca
qui.
Massima del giorno
Nessuno è tanto generoso
quanto colui che può fare regali a spese altrui.
G.P.
MOLLICHINE
“Il Caimano”. Ma come, è
già uscito? Ed io che pensavo di non andare a vederlo
fra qualche giorno! Vuol dire che non andrò a vederlo
già da oggi.
Rutelli: “Nel tempo mi sono
riavvicinato alla mia fede”. Ma no! Non s’è mai
allontanato dalla politica!
Mastella: no ai Pacs. “E’
un punto programmatico che noi non abbiamo sottoscritto”.
Perché, la sinistra ha sottoscritto la TAV che
Prodi dice farà?
Montezemolo per l’equidistanza
della Confindustria. Se non puoi vincere, cerca di
pareggiare.
Francia. Studenti in piazza
contro il “contratto di primo impiego”. Loro vogliono
solo l’aumento della paghetta.
Micklethwait nuovo direttore
dell’Economist. Con un simile cognome, lo chiameranno
“Mr.Whatsyourname…”
Gianni Pardo
Dacia Valent - nota attivista
razzista e antisemita- premiata dallo Stato?
Lo Stato italiano è
pronto a dare un premio a Dacia Valent, attivista "musulmana"
che definisce l'Italia «paese delle cacche»,
parla degli ebrei come di «bestie fredde e crudeli»,
accusa don Mario Santoro, il sacerdote cattolico ucciso
in Turchia, di essere un maniaco sessuale e sostiene che il
regista olandese Theo Van Gogh sia stato assassinato non da un
estremista islamico, ma per via delle sue «frequentazioni
discutibili». A denunciarlo è il direttore dell'Istituto culturale della Comunità
islamica italiana, lo sceicco Abdul Hadi Palazzi, che
fa notare come tra le finaliste del premio "Donna e Web", dedicato
dal ministero delle Pari opportunità alle donne che utilizzano
Internet, figuri anche l'ex parlamentare di Rifondazione comunista,
oggi portavoce dell'lslamic anti defamation league (l'Authority
musulmana di vigilanza su quanto viene detto e scritto sull'Islam).
La Valent è stata premiata per il suo sito: «Un blog
dai contenuti razzisti, antisemiti e di incitamento alla violenza,
già stigmatizzati dalla stampa e denunciati da numerosi
cittadini», fa notare Abdul Hadi Palazzi in una lettera di
fuoco inviata al ministero, in cui dice di aver appreso «con
stupore e sgomento» la notizia. «Ci sembra inconcepibile»,
tuona lo sceicco, «che la vostra giuria ritenga che l'istigazione
all'odio razziale, la propaganda antisemita, l'apologia della
violenza siano meritevoli non già di una debita sanzione
penale, ma addirittura di un premio, per giunta concesso col
patrocinio delle istituzioni». Oltre al ministero delle
Pari opportunità, quello dell'Innovazione tecnologica,
la Regione Toscana, la Provincia di Lucca e il Comune di Viareggio.
«All'odio razzista nei confronti degli ebrei», aggiunge,
«la Valent associa quello nei confronti degli esponenti più
stimati della comunità musulmana». Ovvero, il vice direttore
del Corriere della Sera, Magdi Allam, e Souad Sbai, presidente della
Confederazione della comunità marocchina in Italia e membro della
Consulta islamica.
da "Libero", quotidiano
diretto da Vittorio Feltri
APOLOGO EQUIDISTANTE
2Giacomo possedeva
un'automobile vecchia e non poteva permettersene
una nuova. Quando pioveva doveva guidare quasi coricato
sul sedile di destra, perché il tergicristallo
di sinistra non funzionava. La marcia indietro era così
difficile da ingranare che spesso preferiva scendere e spingere
la macchina. Lo sportello posteriore destro era un problema
e la luce interna rimaneva spenta anche se aveva cambiato due
volte la lampadina. Per tutto questo e altro ancora fu molto
contento quando incontrò un amico meccanico che si offrì
di vedere che cosa si poteva fare, facendogli pagare solo i
pezzi di ricambio.
La notte precedente
la riparazione gli apparve però un angelo che
gli disse: "Tu sei un brav'uomo. Hai sempre lavorato,
non hai mai violato la legge e sei così povero che anche
il costo dei pezzi di ricambio per te è una spesa difficile
da affrontare. Ecco perché lassù si è deciso
che tu meriti un'automobile nuova e del tutto gratis. L'avrai
fra una settimana da oggi".
Giacomo raccontò
tutto all'amico, lo ringraziò lo stesso caldamente
e poi, dato che partiva per l'Australia, l'accompagnò
lui stesso all'aeroporto.
Allo scadere
della settimana - era un mercoledì - Giacomo si
svegliò presto e andò alla finestra: c'era solo
il suo vecchio catorcio fermo al solito posto ma non si scoraggiò:
"La giornata però è appena cominciata!" si
disse. E andò spesso alla finestra, ogni volta sperando
d'avere la bella sorpresa. Purtroppo nulla cambiò,
neanche dopo mezzanotte. Ebbe ancora qualche speranza il
giorno seguente e perfino il venerdì e il sabato - gli angeli
non possono mentire! - ma infine dovette arrendersi all'evidenza,
niente auto nuova: aveva rinunciato alla riparazione in favore
d'un totale ed indolore miracolo e non aveva avuto né
la riparazione né il miracolo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
25 marzo 2006
Cinema recensioni: "Il caimano",
una boiata pazzesca
Il caimano - Regia: Nanni Moretti
Interpreti: Silvio
Orlando, Margherita Buy, Michele Placido, Jasmine
Trinca, Giuliano Montaldo, Antonello Grimaldi
Sceneggiatura:
Nanni Moretti, Francesco Piccolo & Federica Pontremoli
Data di uscita
italiana: 24 marzo 2006 - Voto: 3/10 -
recensione a cura di badtaste.
E’ difficile parlare
di questo film senza considerare tutto quello che
gli sta intorno. Le voci (uscite soprattutto su giornali
vicini alla destra, ma non per questo necessariamente poco
credibili) di un Moretti confuso e incerto sulla direzione
da dare al film. Ma soprattutto, il tema della pellicola, che
ha fatto discutere nell’ultimo anno: Berlusconi. Sarebbe stato
un attacco diretto al Presidente del Consiglio? O forse sarebbe
stato una sferzata al paese in generale, considerando anche
quanto Moretti prediliga colpire all’interno del suo stesso
schieramento (“D’Alema, dì qualcosa di sinistra!”).
E poi, la comunicazione.
A mia memoria, in questi cinque anni non è mai
capitato che non venisse fatta una conferenza stampa per
un film italiano. Sarebbe stato divertente vedere Moretti
rispondere alle domande de Il Foglio, Il giornale, Libero o
magari del Tg4. Ma questo piacere ci è stato negato.
Similmente, sarebbe stata una scelta geniale farsi intervistare
soltanto da Giuliano Ferrara su 8 & mezzo (avrei pagato per
un incontro del genere), ma il regista ha preferito puntare sul
programma (molto più tranquillo e ‘agevole’) di Fabio Fazio.
Non deve invece sorprendere (come invece traspariva sui giornali
in questi giorni) la scelta di partecipare ad un dibattito sabato
sera in un cinema di Milano. Infatti Moretti (nonostante quello
che diceva in Ecce Bombo contro questa forma di comunicazione) è
abituato a farli, considerando il suo impegno durante la rassegna
‘Bimbi Belli’, in cui presentava diversi incontri con registi di
film italiani e ne moderava appunto il dibattito.
Insomma, si tratta forse del titolo
italiano più atteso dell’anno, forse anche troppo
(Moretti, nonostante quello che si potrebbe pensare,
non è mai stato un campione d’incassi, considerando
che il suo film più fortunato, La stanza del figlio,
ha superato di poco i 6 milioni di euro). E il risultato è
veramente pessimo. Il caimano non solo è il peggior film
di Moretti, ma una dimostrazione di banalità incredibile
e indegna dell’intelligenza di questo regista, che arriva (anche
giustamente, in un certo senso) ad un finale ai confini della realtà.
Peraltro, un timido tentativo di applauso alla fine della proiezione
(non più di 15-20 persone in una sala di più di 400
posti quasi completamente piena) si è spento subito, facendo
capire l’imbarazzo della critica italiana nei confronti di questa
pellicola. Insomma, se domani leggerete pareri cerchiobottisti sul
film, sarà l’ennesima dimostrazione del livello del giornalismo
italiano (e, per una volta, non sarà colpa di Berlusconi)
Si inizia con una
parodia dei film di genere (ad opera del produttore
protagonista, interpretato da Silvio Orlando) molto
superficiale (soprattutto il gore non funziona), anche
se con qualche battuta non male. Si capisce subito che
Moretti vuole rifarsi molto alla sua cinematografia passata
(la scena con il critico culinario ricorda molto quella
in Caro diario, Maciste contro Freud sa molto di Sogni d’oro
e in generale c’è il solito utilizzo del gioco come
valvola di sfogo), cosa di solito poco positiva.
Peraltro, Moretti
a tratti si ricorda di poter anche essere un regista
efficacemente visionario, ma questa sua dote purtroppo
appare solo in un paio di scene (una con delle lettere per
terra, l’altra con un set in cui convivono un saloon e il
Parlamento)
Non convince per
nulla invece il discorso sul cinema italiano. Più
che un ritratto dello stato in cui versa la settima arte nel
nostro Paese, sembra un’idea strampalata nella mente di un
regista che, per sua stessa natura, frequenta poco l’ambiente.
Ed ecco che un produttore polacco (interpretato da Jerzy
Stuhr, celebre attore di Kieslowski) coproduce pellicole italiane
di genere (?), mentre c’è il progetto di rifare un film
su Colombo (sì, come no, dopo i flop micidiali delle
pellicole a stelle e strisce degli anni novanta).
Peccato, perché
poteva essere l’occasione per puntare tutto sul
personaggio di Orlando e dipingere un ritratto favoloso
di quello che deve fare un produttore per sopravvivere.
Ma forse ci sarebbe stata troppa ironia in questo modo, mentre
qui si pontifica sui massimi sistemi.
Anche gli attori non sono sempre
efficaci. Orlando è simpatico, ma a tratti troppo
macchiettistico. La Buy, almeno, per una volta non rifa del
tutto il solito ruolo (anche se, alla fine, ritorna sui
binari abituali). Placido mostra un certo coraggio nell’interpretare
un attore così superficiale, ma alla fine esagera un
po’. La prova peggiore è sicuramente quella di Jasmine
Trinca che, se già di base non sembrava molto credibile come
regista, dopo averla vista ti fa pensare che nessun produttore
con un minimo di cervello le possa anche solo dare dieci euro per
realizzare un film su Berlusconi.
Da segnalare peraltro
anche il tentativo di battere il record di registi
che partecipano ad un film (se non mi scordo qualcuno, ci
sono Renato de Maria, Giuliano Montaldo, Antonello Grimaldi,
Carlo Mazzacurati, Paolo Virzì e i già citati Michele
Placido e Jerzy Stuhr).
Ad un certo punto
poi (peraltro, curiosamente in sintonia con i problemi
produttivi del film nel film) la pellicola si incarta su
se stessa, incapace di capire bene dove andare a parare. Sembra
che Moretti avesse voglia di soffermarsi più sull’aspetto
personale della vicenda (e una certa dose di autobiografia
mi sembra evidente) che su quello politico, ma i risultati sono
decisamente banali. La coppia Orlando – Buy è uguale a migliaia
di tante altre in crisi, senza un guizzo o un’intuizione efficaci
(a parte il finale, poco credibile).
E’ curioso poi
come Moretti, che è un mago delle frasi che diventano
dei tormentoni, in questa occasione non abbia scritto
nulla di memorabile. Per carità, i film non devono
essere una raccolta di aforismi, ma la passata efficacia
del regista romano nel sintetizzare un discorso complesso
in poche parole qui manca decisamente.
E, infine, Berlusconi.
All’inizio, lo vediamo in alcune fasi della sua ascesa
negli anni settanta, interpretato da Elio De Capitani,
ma non c’è nulla che non si possa leggere in un qualsiasi
libro di Travaglio (il cinema dovrebbe essere un'altra cosa)
e la raffigurazione del Caimano sembra uscita dal Bagaglino.
Insomma, un pamphlet poco ispirato, almeno fino ai dieci minuti
finali, che sono un delirio (ne parlo diffusamente più
sotto, per chi volesse evitare gli spoiler).
Infine, è
curioso notare come Silvio Berlusconi e Nanni Moretti
abbiano lavorato sui loro ‘progetti’ personali (uno come
presidente del consiglio, l’altro come regista) negli ultimi
cinque anni. Ed entrambi hanno ottenuto dei risultati ottimi
per loro stessi (sicuramente Il Caimano andrà molto bene
al botteghino), ma non per la gente…
Alla fine, dopo
la rinuncia di Michele Placido ad interpretare il Caimano,
è lo stesso Moretti a calarsi nei panni del Cavaliere.
Tutt’altro che una grande sorpresa, resa anche meno efficace
dal look di Moretti, identico a quello che aveva ne Il portaborse.
Ma se lì se prendeva in giro il socialismo rampante, qui
il volto sempre incazzato non funziona (Berlusconi ha fatto
la sua fortuna sullo charme, non certo sulla rabbia).
Vediamo quindi
un montaggio tra alcune sue dichiarazioni in tribunale
e in macchina, in cui si ripetono i soliti argomenti
didascalici sul personaggio. Infine, si arriva al delirio.
Il tribunale si riunisce per emettere la sentenza di notte
(???). Dopo la condanna a sette anni (ma in quale processo, che
ormai li ha bloccati tutti?), i suoi sostenitori assediano il
tribunale, gettando una molotov contro il giudice che ha emesso
la sentenza. Ora, a parte la volgarità del mostrare i sostenitori
di Forza Italia come un branco di terroristi, qual è
il realismo di una scena in cui un giudice viene portato fuori
dall’uscita principale, nonostante la folla che lo vorrebbe visibilmente
linciare? Il film finisce con i fuochi al tribunale e il Caimano
Berlusconi mentre se ne va in macchina…
Robert Bernocchi
Per la
seconda parte della critica, clicca qui.
Quando D’Alema prese soldi
sporchi
Qualcuno, tra quanti
blaterano di “mafiosità” del premier, ricorda
quando Massimo D’Alema venne inquisito per i milioni presi
da Francesco Cavallari, l’allora re delle cliniche baresi
finito nei guai per la sua contiguità al clan dei Capriati?
Certo faranno spallucce i diessini che finalmente hanno
gettato nella campagna elettorale il loro argomento “pesante“.
Pedissequamente usi a sostituire gli slogan al raziocinio
e svezzati a una scuola politica che impone i precetti di
partito come verità universali, non potevano esimersi dal
rimasticare il luogo comune più trito di tutti. Ci ha
pensato Luciano Violante, ex giudice torinese presidente dei
deputati ds, a rinverdire la teoria del «giro mafioso intorno
a Berlusconi».
Alla stantia
invettiva, dal centrodestra ha fatto da contraltare
l’altrettanto scipito coretto d’indignazione: pare che
nessuno abbia osato rispedire con cognizione di causa l’accusa
al mittente, di infrangere il tabù. Eppure la cronaca
vicina e lontana testimonia che il mito della sinistra-antimafia
non sta in piedi. Non regge in Campania, dove su 92 amministrazioni
comunali del Napoletano (quasi tutte uliviste) solo
nove non sono sotto inchiesta per infiltrazioni camorriste.
Dove in comuni-laboratorio del modello progressista come
Salerno, scattano le manette ai polsi di autorevoli esponenti
dei Democratici di sinistra invischiati in giri di usura sotto
la regia delle cosche locali. Dove una comunista candida come
Ersilia Salvato, che da sindaco di Castellammare di Stabia
aveva chiesto spiegazione su certi giri visti in campagna elettorale,
viene zittita e finisce col mollare il partito della
Quercia perchè «i Ds
tacciono sulla camorra». Dove, in un concitato direttivo,
il deputato della Quercia Enzo Diana ha intimato ai suoi
compagni di non fare i santerellini, perchè in quanto a
mafiosità nessuno può scagliare la prima pietra
nella terra di Bassolino: «La situazione - ha detto - è
allarmante in tutta la Campania e il centrosinistra dovrebbe fare
mea culpa. Non si può continuare a far finta di nulla per evitare
strumentalizzazioni». Non vedo, non sento e non parlo
è un vecchio e collaudato motto anche in terra sicula, dove
non mancano gli imbarazzi per la Quercia. Basta pensare ai guai
in cui si è cacciato il sindaco di Bagheria, Pino Fricano,
già Ds ora a capo come indipendente di una giunta di sinistra.
E’ indagato per mafia dopo che lo ha tirato in ballo Francesco Campanella,
il pentito che ha inguaiato pure Totò Cuffaro e che con le
sue deposizione ha regalato più di una chicca ai cultori della
materia. Ad esempio, il particolare che al chiacchierato Cuffaro,
oggi additato dalla sinistra come nemico pubblico numero uno, venne
proposto di entrare nel governo D’Alema al posto del ministro Cardinale.
E proprio
il nome del presidente dei Ds spicca in una sorta di
lista di proscrizione compilata da Società civile. Massimo
D’Alema è collocato tra i politici “reprobi” per una vicenda
di soldi sporchi intascati nel 1985. All’epoca dei fatti il
lìder Maximo ricopriva l’incarico di segretario regionale
pugliese del Partito comunista. Erano tempi di conflittualità
sociale e allora qualche sindacalista finiva col dare fastidio
anche agli amici degli amici. Francesco Cavallari, re
delle cliniche baresi che poi risulterà legato al clan
mafioso dei Capriati, voleva apparire molto amico di D’Alema.
Pare, si dice in ambienti di sinistra, che avesse tutto l’interesse
ad ammorbidire la Cgil pugliese troppo attiva nelle sue società.
D’altra parte, alcuni di questi sindacalisti guastafeste ricevettero
una dura lezione da picchiatori dell’onorata società.
In ogni caso,
Cavallari invitò a cena il segretario regionale
comunista e gli snocciolò sul piatto una ventina
di milioni, che allora erano bei soldi. Per quell’episodio
D’Alema venne inquisito ma fu “graziato” con la prescrizione
nel 1995. Nel dispositivo, però, la gip Concetta
Russo sottolineò che «uno degli episodi di
illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione
di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato
sostanziale conferma nella leale dichiarazione dell’onorevole
D’Alema». Che dunque ammise di avere intascato quei
quattrini di provenienza, oltre che illecita, anche alquanto
pericolosa. Per quell’episodio l’attuale presidente dei Ds non
ha pagato, grazie alla prescrizione avvenuta dopo dieci anni di
giustizia dormiente. Un dettaglio: il pm che seguì l’inchiesta,
Alberto Maritati, venne candidato alle suppletive del giugno del
’99 nelle liste del centrosinistra, fu eletto al Senato e premiato
con una poltrona da sottosegretario all’Interno.
Giulio
Ferrari - La Padania del 24 marzo 2006
UNA POLITICA PER LA
GIUSTIZIA
Una politica
per la giustizia non equivale ad un progetto di riforme
della legislazione processuale, dell'ordinamento giudiziario
ed anche, magari, del diritto sostanziale, civile
e penale e, comunque, non si esaurisce in un simile progetto.
Anzitutto,
va considerato che, per usare un'espressione udita
una volta dal compianto Franco De Cataldo, "il diritto
è quello che è, la giustizia è quella
che fanno". Una politica per la giustizia, infatti, deve
tener conto delle deformazioni, dei travisamenti e degli scavalcamenti
delle leggi processuali e ciò non soltanto nel momento
di congegnare le leggi processuali e sostanziali in modo
che il travisamento ne sia evitato, per impedire o reprimere
tali devianze e deformazioni, ma nel congegnare i tempi,
i modi, per attuare tali interventi e nel reperire e dosare le forze,
i consensi, gli strumenti politici per realizzare le riforme
legislative, per assicurarne la comprensione e l'accettazione
da parte della pubblica opinione e per imporne l'obbedienza
da chi debba osservarli.
Una politica
della giustizia deve, in ogni caso, affrontare
tutti i problemi legislativi sostanziali e processuali
considerando le "ricadute" di ogni innovazione e
le risorse necessarie alla attuazione di esse.
Tutto
ciò in linea generale. In particolare, quando
sono venute in essere situazioni eccezionali, crisi d'ordine
anche istituzionale, che abbiano inciso ed incidano
sull'andamento della giustizia, non potrà una
qualsiasi politica in tale settore prescindere da tale eccezionalità
della situazione e dalle questioni d'ordine propriamente istituzionale
e di politica generale ad essa sotteso.
Ciò
posto, è impossibile parlare in Italia di una
qualsiasi riforma del sistema giudiziario o semplicemente
di una politica per la giustizia che non sia la politica
della pura e semplice conservazione dello sfascio esistente,
se si prescinde dal fatto che la magistratura è
stata protagonista di un vero e proprio golpe realizzato
attraverso "l'uso alternativo della giustizia" (in
passato teorizzata esplicitamnente), secondo una precisa
strategia per la quale i singoli processi, arresti, informazioni
di garanzia hanno rappresentato meri strumenti per una ben coordinata
strategia. Golpe per il quale la magistratura e la minoranza
egemone di essa che ne è stata protagonista, hanno stretto
alleanze ed usufruito di coperture, provocato distruzioni di
forze politiche, distribuito vantaggi e penalizzazioni, avendo
avuto a disposizione i mezzi di comunicazione di massa. Ed
hanno soppresso e represso ogni efficace voce critica, hanno
demonizzato chiunque abbia osato mettersi di traverso a tale operazione.
(...) Clicca qui per
proseguire nella lettura.
Mauro Mellini - Riformatori liberali
5 DOMANDE PRODI
Abbiamo chiesto al giornalista
e senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti di formulare
le cinque domande “cattive” che nessuno oserebbe fare a Prodi.
1 - Era considerato nell'Est e a Mosca negli anni
'70 un promettente intellettuale di sinistra non comunista
che meritava simpatia. Poi nel 1978 venne miracolosamente
a conoscere l’indirizzo del commando delle Br che teneva
prigioniero Aldo Moro e anziché precipitarsi al telefono
mise su una seduta spiritica, con un piattino semovente
che compose non solo il nome del paese di Gradoli, ma pure quelli
delle vicine Bolsena e Viterbo. Poi non andò dalla polizia
ma alla Dc buttò là l'informazione, che provocò
una massiccia incursione al paese di Gradoli e la fuga immediata
dei brigatisti da via Gradoli a Roma. Vuole finalmente spiegarci
questa storiaccia?
2 -
Nel 1991, mentre era in corso il golpe contro Gorbaciov,
intervistato dal “Corriere” spiegava che Gorbaciov
era un fallimento, che il capo dei golpisti Pavlov era suo
amico e che stava agendo con coerenza, che attendeva le
nuove direttive economiche mentre la sua Nomisma lavorava a
Mosca con l'istituto Plehanov, sezione economica del Kgb. Come
spiega quel suo imbarazzante tifo per un ritorno del comunismo?
3 -
Da capo del governo nel 1996 e 1997 lasciò che
il Sismi occultasse e mettesse sotto chiave tutte le informazioni
sugli agenti sovietici in Italia fornite dal governo
britannico sulla base delle informazioni portate da Vasilij
Mitrokhin e oggi lei si trova deferito per questo al Tribunale
dei ministri. Come spiega che la notizia sia stata occultata
alla stampa?
4 –
Premiò il direttore del Sismi che aveva agito
ai suoi ordini promuovendolo al comando dell’Arma
dei carabinieri, cosa mai più accaduta dai tempi
di De Lorenzo, per non dare troppo potere informativo a
un solo uomo. Il generale Siracusa fu riconfermato nel comando
malgrado avesse superato i limiti d età: non era
mai successo. Perché tanta gratitudine?
5 –
Perché per due volte ha spintonato giornalisti
che le facevano domande sgradite, facendo cadere
malamente una collega senza nemmeno scusarsi?
Massima del giorno
Ha
detto Amleto: “La coscienza ci rende tutti vili”.
Ma per fortuna non tutti l’hanno.
G.P.
MOLLICHINE
La figlia di Vanna Marchi
girerà un film porno con un partner ceko. L’avessi
sentita, invece che letta, la notizia, avrei capito “cieco”.
Devastazioni di Milano.
Caruso: «La mia preoccupazione in questo momento
è la liberazione dei manifestanti”. Se no come vanno
a sfasciare altre cose?
Cofferati: Nessuna piazza
per il Msi a Bologna. Finalmente ha detto qualcosa
di sinistra: quando mai il comunismo ha tollerato altri partiti?
Gianni Pardo
LA MORALITE
A Calabasas, non lontano
da Los Angeles, è nata la prima “smoke free city”.
È la prima città in cui, a suon di ammende pesanti,
è vietato fumare anche per le strade o nei giardini pubblici.
Ci si può arrischiare a farlo chiudendosi in casa ed evitando
che il fumo - chissà, uscito dalle fessure - possa arrivare
nella proprietà altrui.
Il fatto è allarmante
anche per chi non fuma da trentasette anni. Per secoli,
la morale è stata qualcosa che ha riguardato i singoli.
Sulla base di essa ci si regolava, ci si confessava e si giudicava
il prossimo con cui si aveva da fare: ma per il resto era chiaro
che ciascuno doveva pensare a se stesso e ci si poteva aspettare
ben poco dagli altri. Forse qualche elemosina. Se si era fortunati,
un po’ d’assistenza in un lazzaretto prima di morire. Nessuno avrebbe
immaginato di giudicare negativamente il commerciante che si
arricchiva o il potente che imponeva tributi. Era naturale che
ciascuno facesse il proprio interesse. E nessuno avrebbe immaginato
di pretendere da loro che si occupassero dei bisogni altrui.
Con l’avvento dello stato
moderno si è avuto un totale ribaltamento di questa
mentalità. Col Welfare State i cittadini vogliono essere
protetti da ogni male. Dalle malattie, dalla disoccupazione,
dalla droga e dai pericoli della strada. Ma anche dall’alcoolismo,
dalla disonestà dei commercianti e dalla propria stessa
imprudenza: basti pensare agli sportivi della montagna, che si
mettono nei guai e devono essere salvati da apposite squadre, o
a coloro che vanno a fare turismo in Yemen. Infine si aspettano di
essere protetti dal rischio cancro costituito dalle sigarette. Lo
Stato dovrebbe agire come una mamma che prima scrive sulla tavoletta
di cioccolato che piace al figlioletto “ricordati che ti fa male al
pancino”, poi addirittura la nasconde. La tendenza è quella
ad una totale deresponsabilizzazione.
I genitori però, oltre che
protettivi, sono repressivi. E a Calabasas sono arrivati
alla conclusione che se le sigarette fanno male a tutti,
a tutti devono essere vietate. I figli si amano tutti allo
stesso modo, no? Certo, fra gli altri ci sono quelli che – empi!
– si considerano adulti e preferiscono decidere da sé
come vivere; quando avere caldo e quando mettersi la maglia di
lana. Ma costoro non hanno molte speranze. La società non ama
i discoli. E poi i figli, anche se hanno cinquant’anni, sono sempre
“i miei bambini”.
Non è lecito sorridere
di questa pandemia californiana di “morale invadente”
e di “protezione dei minorenni”. Essa è allarmante perché
gli europei da un lato passano il tempo a posare ad antiamericani,
dall’altro sono proni alle mode statunitensi. Non c’è
ubbia abbastanza stupida che non giunga da noi con vent’anni
di ritardo, divenendo magari più virulenta. La contestazione
ad esempio l’inventarono a Berkeley ma quando arrivò
in Italia fece più guasti e durò molto più a
lungo che in America o in Francia. Ancora oggi c’è gente
che dice: “Io ho fatto il ‘68” come un tempo diceva: “Ad
Austerlitz ho combattuto anch’io”.
La vita pubblica si avvia
ad essere amministrata col metro delle beghine idealiste.
Lo Stato, suprema realtà etica genitoriale, deve pensare
a tutto. E gratis. Da tutti, e soprattutto dagli uomini pubblici,
ci si aspetta onestà, dedizione, trasparenza e un livello
etico più che gandhiano. Le armi non vanno usate neanche
per difendersi e le guerre, se non si possono evitare, vanno
combattute a colpi di cuscini. E infine lo Stato deve controllare
l’alito dei cittadini, per accertarsi che non abbiano fumato.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 22 marzo 2006
Imprenditori
Il Berlusca quel colpo
in canna lo covava da mo’. Già nella famigerata
intervista “incompiuta” a Lucia Annunziata – quella del “mi
alzo e se ne vado” – aveva “osato” dire che gli attacchi
di Montezemolo non erano attribuibili a tutti “gli imprenditori”,
e l’intervistatrice, forse anche perché poco esperta
della materia, aveva manifestato incredulità.
In effetti, tecnicamente
è proprio così. Il Presidente di Confindustria
(il quale nomina una parte della sua Giunta, per il resto
composta dagli ex presidenti e dagli ex vicepresidenti) è
eletto periodicamente dall’Assemblea. I delegati che le singole
associazioni di categoria mandano a partecipare all’Assemblea
“dispongono congiuntamente di un determinato numero di voti in
ragione del contributo confederale annuo corrisposto per conto
delle proprie imprese dall’Associazione”.
Quindi, non si vota
per teste (1 man 1 vote), ma per contributi
versati e perciò per dimensioni della propria impresa.
Il che, ovviamente,
implica che una esigua casta di grandissimi industriali
“decide” sempre, anche a dispetto degli umori e delle preferenze
di una vasta maggioranza di piccoli e medi imprenditori:
questi ultimi, tanto per intenderci, si trovano una situazione
per certi versi paragonabile a quella di un “piccolo azionista”,
chessò, della Telecom, il quale non può che subire
le decisioni degli “azionisti di riferimento”. Con tutto ciò
che ne segue anche in termini di insofferenza: l’insofferenza
delle “retrovie” che sabato a Vicenza applaudivano tanto più
chiassosamente quanto più quella cagnara imbarazzava il
solito “Gotha” algidamente assiso nelle simboliche “prime file”.
Saper cogliere, dichiarare,
amplificare e “sposare” teatralmente l’insofferenza
di quelle retrovie è stata una
mossa davvero senza precedenti e contraria
a tutte le convenzioni, e che, forse, proprio per questo
rimarrà tra i pochi episodi degni di essere ricordati
come davvero divertenti ed interessanti in questa campagna
elettorale piuttosto malinconica.
Se poi sarà anche
“la dichiarazione di una resistenza che alla fine potrebbe
durare”, come scrive
Ferrara, lo scopriremo solo vivendo.
(ale tap, 21.03.06)
“GRANDE” IMPRESA E “PICCOLA”
POLITICA
A mente fredda sarà
più utile esaminare in minimi termini lo sfogo velenoso
del premier, piuttosto che giocare al pallottoliere sul
confronto applausi-fischi fra Berlusconi e Della Valle. Dov’è
la verità? Innanzitutto c’è da dire che Berlusconi
giocava in casa. Era fra imprenditori, quegli stessi che
guardarono storto D’Alema, dopo lo “scippo” a Prodi e snobbarono
Rutelli, premiando Forza Italia nel 2001; era a Vicenza, dove
il centro-destra continua e continuerà ad essere vincitore,
perché il Nord-Est, pur attraversando un periodo di
calo, non vive alcuna crisi e non vuole lasciare ciò che conosce
per la strada che non conosce (o che conosce benissimo, quella
della iper-tassazione delle rendite finanziarie). Da giocatore
in casa, ha giocato la sua partita, ma non in termini tecnici,
ma negli unici che conosce in questo periodo elettorale, cioè
attaccando, ritornando al leit-motiv dei poteri forti contro il
Governo, della Magistratura che copre gli imprenditori grandi e del
pessimismo di sinistra. Termini politici. Tecnicamente il premier
è tornato a farsi piccolo contro i grandi, a schierarsi con il
Veneto, il Friuli, il Trentino, la Lombardia fuor di Milano contro
Roma, Torino, Milano, la grande catena di montaggio. Ha ripreso la strada
che in quelle zone è già stata di Maroni e Bossi, quando
attaccarono l’aiuto statale continuo di Roma ladrona alla Fiat, i giochini
di alta finanza di De Benedetti, Tronchetti Provera e Pininfarina.
Ha rischiato, risultando più leghista che liberale, più
uomo del piccolo tessuto economico che non gestore della globalizzazione.
Siccome la verità sta sempre nel mezzo, sarebbe altrettanto inesatto
dire che Berlusconi ha scosso gli imprenditori e spaccato Confindustria.
Confindustria è sempre stata
divisa fra piccola e grande impresa e mentre la seconda
ha più colte criticato Berlusconi in questi ultimi
tempi, sull’onda dell’era Montezemolo, la prima lo ha sempre
applaudito e non si è mai accodata al suo presidente.
Eppure la piccola impresa non è l’impresa dei lavoratori,
schiacciati dalle fatiche, denigrati da Confindustria e poco protetti
dallo Stato.
Lo Stato foraggia
le grandi imprese, ma non disdegna le piccole. Quali
sono allora le piccole imprese? Ad esempio quelle che hanno
fondato piccoli imperi edilizi locali, grazie a legislazioni
basate su condoni e sanatorie negli ultimi cinque anni;
l’imprenditoria del terziario che continua a nutrire di enormi
privilegi, esenzioni di tasse, finanziamenti e regimi speciali,