ARCHIVIO MARZO 2006

LA STANCHEZZA DELLA POLITICA
Forse non voi, ma parecchi schivano i programmi politici, i dibattiti da Vespa e tutti gli incontri elettorali. Può darsi che costoro abbiano idee molto chiare e che non cerchino ulteriori lumi, ma non è solo questo. Infatti potrebbe sempre essere utile avere nuovi dati, saperne un po’ di più del prevedibile futuro dell’Italia e a volte, perfino, sfuggire a qualche insipido varietà televisivo. Ma la politica è contemporaneamente sopra le righe e noiosa come un attore che confonda pathos e livello sonoro.
Fra gli altri difetti della campagna politica c’è l’insufficienza di dati. Ci sono persone che parlano di un’Italia che ha fatto miracoli, tenuto conto della situazione obiettiva, e persone che parlano di un’Italia economicamente disastrata. A questo punto si avrebbe tanta voglia di chiarezza e di certezza ma neanche i numeri sono affidabili. Qui, se si deve scrivere 11, si discute su quale 1 mettere prima. Poi un programma elettorale raggiunge proporzioni da manuale universitario e si arena dinanzi a parole come “grandi patrimoni”: che non significano nulla, senza le cifre. Ciò che è grande per uno può essere piccolo per un altro. E se l’ambiguità è voluta affinché ognuno pensi che si parla di qualcuno più ricco di lui può anche avvenire che ognuno tema d’essere considerato titolare d’un grande patrimonio se ha un appartamento di cinque stanze in città.
Le parole non sembrano più avere il loro normale significato. Non che la TAV sia importantissima, l’Italia può benissimo fare a meno del Corridoio Cinque. È sopravvissuta ai barbari e ai Lanzichenecchi, sopravviverà alla marginalizzazione. Ma perché nonsi riesce a sapere se è nel programma della sinistra o no? L’intelligenza, la capacità di “scegliere fra”, si sforza di capire se deve prendere sul serio Prodi o Pecoraro Scanio, e poi essa stessa avverte che non è un problema semantico, si tratta di sapere chi prevarrà. Cosa che nessuno può prevedere. Ed ecco si è stanchi di uno sforzo che non ha condotto a nulla.
Il fenomeno è generale e riguarda anche il centro-destra. La coalizione che con una solida maggioranza non è riuscita a realizzare alcune riforme nel modo radicale che avrebbe voluto – per esempio la giustizia, la previdenza, il mercato del lavoro –promette ora che le farà nella prossima legislatura: chi le può credere?
I partiti di centro-sinistra dal loro lato promettono di fermare i grandi lavori e azzerare tutto quello che ha fatto il centro-destra. Cioè promettono di non far nulla. Perché passerebbero il loro tempo a rimettere indietro il contatore e a correggere la legislazione passata. Ovviamente è un’esagerazione (l’ha detto anche Rutelli) ma il problema rimane: in che misura governerebbero il paese e in che misura passerebbero cinque anni – loro, i “progressisti”! - a tornare indietro nel tempo? E che effetti potrebbe avere, sull’economia, un mercato del lavoro reso ancor più anchilosato di quanto non sia?
La confusione sotto il cielo è così grande che è inutile ascoltare i dibattiti televisivi. È inutile perfino cercare dati obiettivi perché o non esistono o sono stravolti dalla faziosità. A questo punto possiamo solo guardare in faccia gli uomini che dovrebbero governarci e se Fassino ci convince più di Tremonti, o Fini più di Bertinotti, sappiamo per chi votare.
Le facce sono l’unica cosa obiettiva che propone la televisione.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 1 aprile 2006


Sull'orlo di una crisi di nervi!
  Allora, facciamo un piccolo riassunto perchè se no rischiamo di perderci:
1) 2 giorni fa, D'Alema ha detto che, qualora la sinistra andasse al governo, abrogherebbe la legge sulla fecondazione assistita (tra parentesi, fregandosene altamente del volere del popolo italiano). I radicali e i verdi esultano, la Margherita meno. Prodi nicchia. Cosa farà la sinistra, qualora andasse al governo? Boh.
2) Lite tra Bertinotti e Mastella sulle tasse di successione. Uno è convinto che se hai un monolocale alla periferia di Roma sei un porco capitalista da tassare a volontà, l'altro no. Prodi dice che la tassa di successione verrà applicata solo "ai grandissimi patrimoni", ma non fornisce alcuna cifra. Sai com'è , quando nella sua coalizione c'è gente che di ce che 180'000 euro sono un grandissimo patrimonio, non c'è da stare tanto allegri!
3) Lo stesso Mastella va al congresso del PPE, la casa degli anticomunisti europei, e si prende una bordata di fischi. Prova a spiegare perchè ha scelto la sinistra, ma non ci riesce. I delegati europei gli preferiscono di gran lunga Gianfranco Fini. Intanto, ieri le parole del Papa sono state applaudite da Mastella e Rutelli, ma duramente criticate dai postcomunisti e dalla Rosa nel Pugno.
4) Solo ieri, Montezemolo (fan non tanto nascosto della sinistra) ha "intimato" alla sinistra di non cancellare, ma anzi di completare la legge Biagi. Come la prenderanno Rifondazione, Verdi, Comunisti Italiani, e gran parte dei DS che della legge Biagi hanno fatto un cavallo di battaglia elettorale?Intanto, Montezemolo riceve l'appoggio di Rutelli.

5) Conflitto di interessi. Su questo argomento l'Unione dovrebbe essere a prova di bomba. Invece no. Perchè se i duri e puri vogliono ancora una vendetta lucida e brutale contro Silvio, i più morbidi non intendono fare una legge apposta per penalizzarlo. Ed è polemica.
6) Capitolo privatizzazioni. Da un lato la Rosa nel Pugno che ne vorrebbe a volontà, dall'altro la sinistra post-comunista che vorrebbe salvare anche l'ultimo carrozzone statale. Proprio su questo argomento si è sviluppata martedì scorso la lite tra la Bonino e Berinotti a Ballarò.
7) Capitolo energia: un bel rigassificatore al largo della Toscana è quello che ci vuole per innescare una furibonda polemica tra le comunità locali, la sinistra "in doppiopetto" e quella piazzarola. e poi pretendono di risolvere il problema energetico!
8) c'è anche spazio per una bella lite tra il sindaco di Bari (centrosinistra ) e i Verdi, riguardo l'ecomostro di punta Perrotti...
9) Infine, la questione della tassazione dei bot: qui l'Unione non ha affatto una posizione unitaria. Perchè sull'altra roba si?, mi chiederete voi. Vabbè, ma qui di più.
10) E Prodi? povero Mortadellone! Siccome non può dire nulla , perchè nella sua coalizione non conta un tubo (non avete idea della fatica che ho fatto a scrivere tubo...) si sfoga prima con l'ascoltatore radiofonico sfuggito dal manicomio (almeno secondo lui), poi dichiara che la Casa della Libertà fa "delinquenza politica": caro Mortadella, quelli che fanno delinquenza politica sono prima di tutto coloro che sfasciano le vetrine e assaltano i Mac Donald pieni di ragazzini. E quelli votano tutti per te.
Queste sono le liti furiose che hanno imperversato a sinistra solo negli ultimi tre giorni! Vogliamo davvero affidare l'Italia a questa gente? Secondo me no. Infatti, la sinistra è sull'orlo di una crisi di nervi perchè sa che la sconfitta è possibile. Il popolo Italiano è un po' lento a capire, ma non stupido. Il 10 aprile potrebbe punire l'insaccato e tutta la sua litigiosa coalizione.

di Bobo .

Lanterna magica
Nanny McPhee
Un vedovo deve badare ai sette figli, delle autentiche pesti che fanno scappare anche le governanti più pazienti. Fino a quando dal cielo non arriva Nanny McPhee. Divertente favola inglese, con un cast notevole…
Nanny McPhee

Regia: Kirk Jones
Interpreti: Emma Thompson, Colin Firth, Kelly MacDonald, Angela Lansbury, Celia Imrie, Derek Jacobi, Imelda Staunton
Sceneggiatura: Emma Thompson
Data di uscita italiana: 7 aprile 2006
Voto: 6,5/10

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Massima del giorno
A volte la cultura è un'aggravante.
G.P.


L'ESPERIENZA INUTILE
L'esperienza è maestra di vita. Chi non ne tiene conto è destinato a mettersi nei guai, ad essere deluso da tutti, a non capire la realtà. Ma questo non significa che sia necessario ascoltare tutte le sue lezioni: perché essa è ripetitiva. Alla fine è giusto dire: "Va bene, ho capito, ne terrò conto". E non ascoltare le successive lezioni.
Un esempio di questa sovrabbondanza di messaggi è la cronaca nera. Non c'è crimine che non abbia un precedente, che non sia la replica di qualcosa che è già avvenuto, decine o centinaia di volte. Dunque non serve a nulla interessarsi dei particolari dell'ultimo fattaccio, non basta che cambino gli attori perché la tragedia sia nuova. E non è neppure importante che i morti siano più numerosi che negli altri delitti dello stesso tipo: in qualunque classifica c'è sempre un primo e ogni nuovo crimine rappresenta una minima variazione sul tema. Sotto ogni cielo e in ogni epoca c'è sempre chi ruba, chi rapisce, chi uccide e la lezione è semplice: l'uomo è capace di tutto e del peggio.
Occuparsi di ogni nuovo caso è una triste necessità e un mestiere, per poliziotti, per magistrati e per psichiatri; ma per il resto, così come l'uomo medio non s'interessa dei problemi delle fognature di Treviso, a meno che non abiti a Treviso, o dei problemi della cavolaia, a meno che non coltivi cavoli, non c'è ragione di sapere tutto del rapimento d'un bambino. È tristissimo, è doloroso, ma non è leggendo che si farà qualcosa per lui.
La molla della cronaca nera è la curiosità e basta. Una curiosità priva di effetti positivi e con qualche effetto negativo: si pensi all'emulazione idiota, alla candeggina nell'acqua minerale o ai sassi buttati giù dai cavalcavia. L'informazione sul terrorismo, poi, non che contribuire a contrastarlo, lo fa nascere: i terroristi uccidono per avere i titoli dei giornali e la loro attività è una forma criminale di pubblicità. Tanto è vero che non esiste dove la stampa non è libera.
Molti sono incolti e credono che un fatto sia una novità storica solo perché essi lo sentono per la prima volta. L'omicidio premeditato suscita in questa gente l'emozione, la sorpresa, lo sdegno che avrebbe suscitato nel Paradiso Terrestre. I giornalisti sanno di avere, fra i loro lettori, molti che in quanto a storia non vanno oltre gli ultimi dieci anni e dunque accontentano la loro curiosità, la nobilitano e l'avallano con l'autorità della carta stampata.
La cronaca nera non rischia di morire.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 31 marzo 2006


«Ma questo e' matto...!»
Succedono cose strane. Se il Presidente del consiglio durante un comizio  dice una mezza frase sui «bambini che nella Cina di Mao venivano bolliti e usati come concime»,  verità storica mai smentita ( pagina 460 dell'edizione italiana del 'Libro nero del comunismo' c'e' scritto che nel 1960, all'epoca della scellerata collettivizzazione forzata dell'agricoltura cinese, nell'ambito dell'atroce repressione contro i contadini che si ribellavano, vi erano 'torture sistematiche su migliaia di detenuti, bambini uccisi, messi a bollire e poi utilizzati come concime'),  sono lì tutti, dai giornali ai TG,  a fare gli scandalizzati e  raccogliere le proteste di uno smemorato  funzionario di  Pechino .
Se invece Prodi, durante una diretta radiofonica,  da del «matto»  ad un ascoltatore che, in modo assolutamente garbato, manifesta dei dubbi sulla tenuta della variegata coalizione di centro-sinistra, nessuno, dai giornali ai TG, alza i toni, anzi...
Eppure sarebbe stato facile facile  polemizzare con  Prodi ricordandogli  che il paese dove gli oppositori venivano giudicati «matti» - per poi essere internati  o rinchiusi, a milioni,  nei gulag -  era l'ex Unione Sovietica, culla del comunismo....
In verità, l'unico a sbilanciarsi è stato il solito Calderoli. Non ha aspettato un minuto per dichiarare all'Ansa: «Il lupo evidentemente perde il pelo, ma non il vizio: mi auguro, però, che - Prodi ndr- nella sua evoluzione politico-ideologica non pensi di arrivare a far bollire i bambini e mangiarseli...».
Si attendono reazioni da un ex cuoco dell'ex Unione Sovietica.
cp, 31 marzo 2006


Pro memoria: intrecci organici tra Cooperative rosse e i DS
Il collegamento organico (politico e finanziario) tra le cooperative rosse e il più forte partito della sinistra (prima il PCI, oggi i DS) è un vecchio problema della politica italiana, problema mai affrontato seriamente
Per completezza di informazione, ricordiamo che Nordio nel 1999 aveva chiesto il rinvio a giudizio di oltre 100 amministratori di cooperative venete, finite sotto inchiesta per associazione a delinquere, falso in bilancio, bancarotta, finanziamento illecito del PCI-PDS. Gli indagati furono quasi tutti condannati o patteggiarono la pena.
Come è noto le cooperative hanno sempre goduto di agevolazioni fiscali non indifferenti per poter rispettare i criteri di socialità e solidarietà.
Sulla base di queste agevolazioni fiscali e di altri benefici e con il supporto politico specie dei partiti di sinistra, il sistema delle cooperative è cresciuto e si è sviluppato ed oggi le cooperative italiane rappresentano dei veri conglomerati industriali e finanziari (nel campo delle costruzioni, delle assicurazioni, della grande distribuzione, dei servizi, ecc.). Sono inoltre un fattore preoccupante di concorrenza rispetto alle altre imprese che devono rispettare altre regole e non hanno le agevolazioni fiscali.
Non dimentichiamo che i legami con il vecchio PCI ed oggi con i DS sono sempre stati stretti, anzi gli amministratori vengono tutti o quasi dallo stesso partito. Nel passato esisteva una vera e propria cinghia di trasmissione con il partito, c’era un vincolo di fedeltà tra partito della sinistra e la Lega delle cooperative.
Oggi tutto questo si è un po’ allentato, ma esiste tuttora uno scambio reciproco di classe dirigente, sicuramente di finanziamenti e un preoccupante intreccio tra cooperative e municipalità rosse, in termini di servizi, di appalti, di copertura di tutti gli spazi.

Carlo Nordio aveva accertato l’esistenza di un immenso patrimonio immobiliare fittiziamente intestato a prestanome, ma in realtà riconducibile al Pci-Pds. Valeva circa mille miliardi di lire.
Il patrimonio fu scoperto, più precisamente, dalla procura di Milano, che già nel settembre 1993 aveva fatto perquisire Botteghe Oscure e vi aveva trovato una stanza piena di fascicoli relativi agli immobili posseduti. Ma poi, stranamente (!!!) non si procedette al sequestro e il giorno dopo i fascicoli erano scomparsi.
Il partito non ha mai spiegato come fosse venuto in possesso di questo gigantesco patrimonio, con quali soldi lo avesse acquisito e perché lo avesse tenuto nascosto.
La cessione di gran parte di questo patrimonio immobiliare effettuata in questi ultimi anni, abbinata ad altrettanto strane (!!!) cancellazioni di forti pendenze debitorie del vecchio PCI da parte di alcune banche nazionali, ha permesso al Tesoriere Sposetti (DS) di ripianare i debiti di circa mille miliardi di vecchie lire che i DS avevano ereditato dal vecchio PCI.
Torniamo all’intervista di Carlo Nordio. Ad una precisa domanda del giornalista: Dieci anni fa le Coop come finanziavano il Pci-Pds?
Nordio risponde: “In modo diretto e indiretto. Le Coop avevano una riserva rigorosa di appalti pubblici, frutto di accordi politici spartitori a livello nazionale e regionale. In questo senso non c’era alcuna differenza fra DC, PSI e PCI: si erano divisi equamente tutto, con qualche briciola per gli alleati minori: Dc e Psi sponsorizzavano le imprese amiche, il Pci le coop. Ma i finanziamenti erano diversi. Alla Dc e Psi arrivavano contributi in denaro, con i quali si pagavano i funzionari e le altre spese. Nel Pci i funzionari erano pagati dalle coop, ma lavoravano per il partito. Il risultato finale è identico, però lo strumento è diverso. E lo è anche dal punto di vista penale: la mazzetta integra il reato di corruzione. Il sistema del Pci no. Un altro modo era quello della pubblicità inesistente: le coop pagavano cifre enormi per farsi pubblicità sui giornaletti del partito. Spesso le inserzioni, pagate, non venivano neanche pubblicate.”
Ora ci domandiamo: cosa è cambiato da allora?
Perché dieci anni fa è stato tanto difficile indagare sul finanziamento illecito del PCI-PDS, e oggi è altrettanto difficile indagare sui conti, sulle consulenze (50 milioni di euro per Consorte e Sacchetti!!!) dei dirigenti della cooperazione, sul finanziamento occulto dei DS?
Due pesi e due misure?

Articolo di Pierangelo Rossi,  tratto da cartalibera
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Gianni "Che"Vattimo
Dal quotidiano on line del regime cubano Granma Intenational:  L’Avana. – Il filosofo e ricercatore italiano Gianni Vattimo ha conquistato i cuori cubani con la sua conferenza nell’Istituto Superiore d’Arte, durante la quale ha confessato di sentirsi già cittadino cubano. L’istituzione culturale ha conferito il diploma al merito artistico per il valore dell’opera scritta a questo notevole pensatore del nostro tempo, sempre in lotta contro la globalizzazione egemonica ed i convenzionalismi, impiegando l’arma dei saggi e di un ampio lavoro giornalistico.

Lanterna magica
Factotum
Henry Chinaski è un aspirante scrittore, che per sbarcare il lunario passa da un lavoro precario all’altro. Dall’omonimo romanzo semiautobiografico di Charler Bukowski, un film interessante, anche grazie alle prove di Matt Dillon e Lili Taylor…
Factotum

Regia: Bent Hamer
Interpreti: Matt Dillon, Lili Taylor, Marisa Tomei, Fisher Stevens, Karen Young
Sceneggiatura: Bent Hamer & Jim Stark
Data di uscita italiana: 31 marzo 2006
Voto: 6/10

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Orfani di Sharon
Ieri, andando a votare, sentivo i commenti delle persone che erano in fila con me. La maggior parte diceva "se ci fosse Sharon saprei per chi votare". Alle interviste televisive la stessa frase veniva ripetuta come un ritornello "Se ci fosse Sharon..."
Probabilmente la maggior parte degli israeliani, da quando il il Premier si e' ammalato, si sente come mi sento io , orfana di un grande leader, di un  uomo forte che dava  sicurezza, che aveva saputo dare una svolta a Israele, tirarla fuori dal buco nero in cui si trovava a causa del terrorismo palestinese e ridarle speranza.
La speranza di finire la guerra anche  a costo di  grossi sacrifici.
Israele non puo' continuare ad essere costretta a difendersi giorno e notte, non perche' non abbia la capacita' e la forza di farlo ma perche' la societa' israeliana vuole vivere, lavorare, studiare in pace, vuole ridere. Lo abbiamo visto ieri, seguendo in diretta TV il Tutto Elezioni: grandi risate, pacche sulle spalle, satira impietosa contro tutti i politici ma soprattutto tanta voglia di leggerezza, di allegria, di vita, di futuro.
Queste elezioni non hanno avuto campagna elettorale, sono state prese sottogamba anche dai politici stessi, tutti sicuri che la grande ombra di Sharon avrebbe vinto. Invece non avevano fatto i conti con la voglia di ridere degli israeliani che per prima cosa sono andati a fare pic nic anziche' andare a votare, e molti di quelli che si sono recati alle urne hanno votato un po' alla rinfusa, un po' protesta, un po' per cinismo, un po' per apataia e un po' proprio per dare un taglio a tutto per la voglia di allegria dopo tante disperate lacrime.
 Purtroppo Sharon, dopo aver creato un nuovo partito si e' addormentato lasciandoci tutti senza fiato, storditi e impauriti come quando se ne va un padre che sa sempre come proteggere i propri figli.
Il suo successore Ehud Olmert e' un bravo ragazzo ma non e' un leader e in questi mesi, dall'inizio del sonno  del grande Arik, il partito Kadima ha perso molti seggi, dai 42 previsti all'inizio siamo arrivati oggi a 28. Pochi ma sempre miracolosi se si pensa che Kadima e' un partito nuovo, senza storia, che non ha mai guidato Israele, che non ha alle spalle nessuna tradizione politica. Nonostante tutto  una buona percentuale di israeliani, fedeli al Vecchio Leone e desiderosi di staccarsi dai palestinesi, lo ha votato, gli altri si sono dispersi, hanno votato, oltre a Avoda' e Israel Beitenu di Avigdor Liberman , partitini quasi inesistenti tipo il partito dell'hashsish, del pane, degli sms. Voti di protesta, voti di dichiarato fanculismo, di chi  forse non ha capito che queste elezioni erano importantissime per Israele.

Gli israeliani sono stanchi e sfiduciati perche' 5 anni di terrorismo, tre anni ininterrotti di autobus che saltavano, bombardamenti sulle citta' israeliane del neghev, bombardamenti a nord da parte del partito del demonio, gli hezbollah, amici di Diliberto, avrebbe distrutto chiunque.
Il voto di ieri, nonostante tutto, dimostra che Israele continua con coraggio a  tenere alta la testa per  andare avanti nella vita e nella storia.
Kadima Israel.
Guardare indietro non serve,  fa star male perche' si vedono solo morti, i nostri morti innocenti che devono essere ricordati offrendo a chi li piange  un' Israele piena di speranza che vuole lasciare l'odio al di la' della barriera di sicurezza a disposizione della barbarie del nemico.
Vogliono nutrirsi di odio i palestinesi? facciano pure, ma non con noi.
Nei territori c'e' il vuoto riempito solo dal terrorismo, ieri il primo razzo katiusha, dopo migliaia di Qassam,  e' arrivato vicino a Askelon, esercito e polizia di frontiera hanno fermato decine di tentativi di attentati, una settantina in un paio di giorni, il 67% dei palestinesi ha dichiarato di non essere d'accordo di riconoscere Israele.
Bene. Buon pro gli faccia e si annegassero nei soldi che tutto il mondo gli manda. Hanno chiesto soldi, 2 milioni di dollari, persino per ammazzare le galline malate di aviaria. Se no, hanno detto, non le ammazziamo. E subito la Banca Mondiale glieli ha mandati! Agli ordini!
E noi cosa vogliamo fare? mangiarci il fegato per questo?  Assolutamente no. Vogliono mantenerli e cedere a tutti i loro ricatti? facciano pure ma senza di noi. 
Vogliamo continuare ad aspettare che tra i palestinesi nasca una persona raziocinante e coraggiosa? Una chimera.
Hanno avuto 40 anni di tempo, continuano a preferire la barbarie e  allora se la vivano in pieno ma da soli.
Olmert fara' la coalizione, le notizie di oggi sono che oltre al partito di Amir Perez, entrera' Shas e , udite udite, i pensionati che hanno guadagnato ben 7 seggi.
Il terzo partito di Israele e' diventato Israel Beitenu che si oppone alla separazione col sacrificio di terre, sia storicamente che legalmente, nostre.
Pero' Kadima ha vinto,  ha vinto lo strappo col passato, il rifiuto di mandare i nostri ragazzi a morire per niente.
Sharon dorme e non lo sapra' mai ma anche da quel letto di ospedale sta guidando Israele verso la speranza.
 
Deborah Fait - informazionecorretta      

LA SCELTA CONFUSA DI ISRAELE
Ha vinto il nulla. Un nulla rappresentato dal 30% circa degli elettori che è rimasto a casa, deluso o incerto, magari perfino addormentato da una campagna elettorale in cui le strade da offrire realmente convincenti parlano solo per bocca di Olmert che è poi in realtà la bocca chiusa di Sharon: ritiro dai territori, nessuna trattativa con Hamas, completamento del muro e proseguimento delle relazioni politiche con gli Usa.
L’unica vera alternativa era quella sociale ed infatti chi ha creduto nei Laburisti, ha regalato 21 seggi a chi potrà imporre un’inversione di rotta nella politica economica e salariale, costituendo un governo di coalizione con Kadima. Il resto è stato torpore. Il torpore di chi non ha voluto certificare Olmert e pur essendo fedele alla causa di Arik, si è bloccato, come lui, per assistere precauzionalmente alle mosse del successore, per metà nostalgico e per metà titubante. E’ rimasta a casa la destra che non ha creduto più nelle idee del vecchio Likud, ma non ha ceduto alla tentazione di spostarsi verso Kadima, che accoglie falchi rabboniti e colombe del vecchio laburismo. Un buon 10% ha condannato Netaniahu per non regalargli un consenso immeritato.
E’ rimasta a casa una buona fetta di coloni, particolarmente gli sradicati dalla striscia di Gaza e da alcuni insediamenti del nord della Cisgiordania, che si sono sentiti traditi dall’intero sistema politico israeliano, trattati da merce di scambio o da capro espiatorio degli eventi che hanno costretto e costringeranno a cedere terre alla Palestina per non rischiare più in termini di sicurezza.

Se una certezza c’è, in queste elezioni per il Knesset, consiste nel paradosso di un governo di centro-sinistra, in cui la crescita vera si è concentrata a destra. Non inganni la sconfitta di un appannato Likud, abbandonato dai moderati votatisi a Kadima e tradito dagli astenuti, tutti i rivali del centro-sinistra si sono accasati nel nuovo fronte anti-arabo ed anti-palestinese di Yisrael Beytenu, forte di 14 seggi, guidato da Liberman, emigrante moldavo, quindi degno rappresentante dei suoi elettori, emigranti russi, considerati stranieri in terra loro. Proprio come i coloni di questa generazione. Non è un caso che 14 + 11 dia come risultato 25, più o meno il risultato plausibile di un Likud forte dopo la frattura di Kadima. Liberman raccoglie il malessere ed è il sintomo chiaro di un periodo statico privo di personaggi e di voci forti, orfano di Sharon ed è la conseguenza logica di una tornata elettorale dove i partiti grandi finiscono con il non differenziarsi. D’altronde, in una campagna elettorale dai toni cupi e canonici, Liberman è stato l’unico a commercializzare bene il suo intransigente prodotto, apparendo molte volte in tv, regalando abbonamenti telefonici e buoni mensa
Chi non si è rifugiato nel risentimento anti-arabo, lo ha fatto nella religione. Solo così si spiega l’affermazione di Shas che conserva il suo elettorato, nonostante gli scandali del passato ed una chiara propensione verso le aperture sociali, invise alla classe dirigente israeliana, ma non al popolo.
Naturalmente la vittoria del piccolo e quindi il frutto della confusione, fa proseliti anche a sinistra. Ne è un esempio il partito dei pensionati (che avrà 7-8 seggi a disposizione), altra branca che ha preferito non immergersi nella sua reale destinazione, ovvero il partito Laburista, ma si è mantenuta indipendente, giocando così sul ruolo di calamita di ulteriori scontenti e sul vantaggio politico di essere l’ennesimo ago della bilancia nella partita delle trattative per il nuovo governo.
E’ certa la sconfitta di Hamas che non potrà essere contenta della vittoria di due partiti, che non gli permetteranno di cercare pretesti per una nuova intifada, né di mettere in subbuglio un popolo che, nonostante la confusione elettorale, sa bene di non avere di fronte un interlocutore credibile, ma una lobby congiunta Anp-Hamas troppo insincera per suscitare fiducia. 
Il governo israeliano sarà comunque frammentato a discapito delle decisioni importanti, seppur scontate da prendere. Ora, non più scontate come ai tempi di Arik.
Angelo M. D'Addesio


LA CORDA SPEZZATA
L'unilateralismo è l'atteggiamento di chi, avendo provato a fare una cosa in compagnia, decide, dal momento che può, di farla da solo. La semplificazione è brutale ma quando si usano concetti evanescenti è bene tradurli in concetti concreti.
L'unilateralismo ha cattiva stampa per un motivo molto semplice: chi agisce da solo toglie agli altri la possibilità d'influire nella decisione. Ed è dunque normale che, non avendo altre armi, ci si aggrappi alla condanna morale. Anche qui è opportuno un esempio concreto. Jacob ha una proprietà che dà sul fiume ed ogni volta che c'è una piena il suo orto e quelli dei vicini sono allagati. Jacob propone dunque di costruire un argine per tutti, ed è perfino disposto a farlo a proprie spese, ma i vicini obiettano che si modifica il panorama; che si potrebbe scavare il fiume; che il muro dev'essere fatto con granito importato; ch'esso dev'essere costruito tre metri dentro l'orto di Jacob. Si tratta a lungo e non si arriva a nulla. Alla fine Jacob dice: sentite, il muro l'avrei fatto per tutti a spese mie, voi non siete contenti ed allora ho deciso che non chiedo il parere di nessuno e lo faccio per il mio orto soltanto. A questo punto tutti condannano Jacob, l'unilateralista.
Questo è lo schema di ciò che avviene in Palestina. Per decenni gli israeliani hanno tentato di realizzare una pace con i loro vicini, confidando in parole come land for peace, Accordi di Oslo, negoziati di Camp David, Quartetto e Road Map. Non s'è mai approdato a nulla. Non solo. Da una tregua precaria si è passati prima all'Intifada delle pietre e poi all'Intifada dei kamikaze; e i palestinesi sono passati dal peggio che ambiguo Arafat ad un'organizzazione terroristica, Hamas, che ha nel proprio statuto l'eliminazione di Israele. Qual è il risultato?
Il risultato è stato che Jacob l'israeliano (stavolta nomen non omen), ha perso la pazienza ed ha deciso di fare da sé. Col ritiro da Gaza, per quanto doloroso, si è liberato del problema di avere a che fare con quel pericoloso formicaio. Con la barriera anti-terrorismo (che gli anti-unilateralisti si sono precipitati a condannare moralmente) è riuscito a ridurre del 90% gli attentati. Tanto che oggi in Israele si vive normalmente. Infine, nell'impossibilità di negoziare con chi semplicemente lo vuole morto, si appresta a stabilire unilateralmente i propri confini definitivi, cessando ogni rapporto con i palestinesi. È un atteggiamento non negoziale, ma talmente produttivo d'effetti positivi che Israele si è unificato dietro di esso e le elezioni ne hanno decretato il successo. Il governo di coalizione uscito dalle elezioni ha ormai questo programma e l'estremismo di Hamas, che pareva dovesse costituire chissà che pericolo per lo Stato ebraico, si è rivelato l'occasione per un cambio di mentalità che lascia i palestinesi soli ed inermi. Senza dire che forse perderanno le sovvenzioni europee.
Quando si negozia con chi può fare da sé bisogna non tirare mai troppo la corda. Perché il poco che si ottiene è sempre più del nulla che offre una corda spezzata.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 29 marzo 2006


TASSE: BERLUSCONI ATTACCA LA SINISTRA
In Italia va avanti la campagna elettorale che prosegue sempre sul terreno fertile dei conti pubblici.
A seguito delle insistenti richieste presentate dal centro-sinistra, il presidente Berlusconi, palesando un certo stupore per la richiesta dell'opposizione, dicendo di non aver mai sentito parlare di una trimestrale riferita al periodo ottobre-dicembre, ha garantito  che prima del 9 e 10 aprile prossimo, “a grande scorno della sinistra”, saranno presentati i conti del 2005, già approvati dal Parlamento e dall’Europa.
E il tema del fisco continua ad essere il cavallo di battaglia, e il principale argomento utilizzato dal centro-destra per colpire l’opposizione, tanto da indurre ancora una volta il premier a dichiarare che con Romano Prodi ci saranno più tasse sul ceto medio, unitamente ad un aumento del costo dello Stato. Dalla lettura del programma dell’Unione, a detta del premier, emerge in maniera chiara il fatto che non è cambiata la concezione dello Stato e del potere, con un intervento massiccio nel controllo dell’economia, dal momento che il progetto è quello di creare altri 45 enti di controllo che comporterà inevitabilmente un maggiore esborso di danaro.
Secondo Berlusconi, la sinistra sarà alla spasmodica ricerca di un modo attraverso il quale tassare gli italiani, e in questa direzione va presa per buona la sua intenzione di aumentare gli estimi catastali e l’ICI dal momento che per essa, da sempre, la proprietà non è un diritto ma un privilegio.
In questa direzione dunque è prevedibile un intervento sulle case, diversamente da quanto contemplato dal centro-destra che, a suo dire, ha varato un piano per concedere mutui alle giovani coppie. Questo si andrebbe ad integrare con un piano casa che prevede la possibilità per i cittadini in affitto di acquisire la loro abitazione con gli introiti si procederà alla realizzazione di un grande piano di costruzione di nuove case.
L’idea dell’attuale premier è che il suo rivale Prodi, ha proposto la riduzione di cinque punti del cuneo fiscale, per ingraziarsi le imprese, ma il reperimento dei 10 miliardi di euro, necessari per finanziare questa operazione, porterà ad attingere inevitabilmente “alle tasche di tutti gli italiani”.
A proposito di imprese, Berlusconi ha inoltre aggiunto che in caso di vittoria elettorale del suo schieramento, uno dei primi provvedimenti che saranno varati dal nuovo governo, sarà quello “dell’esenzione fiscale e previdenziale degli straordinari”. Il disegno di legge sarebbe già pronto e permetterà alle aziende di pagare lo straordinario direttamente nelle tasche del lavoratore, senza l’obbligo di versare più contributi né al fisco né alla previdenza.


Lanterna magica
Tutto, pare, iniziò  con un giocattolo -  descritto da Atanasius Kircher nel suo Ars magna lucis et umbrae -  chiamato "lanterna magica".  Insomma, siamo sempre lì. Con i fratelli Lumiere,  il cinema,  scrive Borges, diventa la "la rappresentazione grafica del movimento, e ciò specialmente, nella sua enfasi di rapidità, di solennità, di caos" e se "il primo spettatore potè meravigliarsi alla vista di un solo cavaliere; al suo equivalente di oggi, ne occorrono moltissimi ... la sostanza dell'emozione è uguale".
Bene, questa la premessa per annunciare una nuova collaborazione a "Capperi.net".
Grazie alla disponibilità di
Robert Bernocchi, cercando - è la libertà, bellezza!- sempre nuove emozioni,   apriamo "lanterna magica",  spazio dedicato alla critica cinematografica. (cp, 27 marzo 2006)

Basic Instinct 2
Sharon Stone indossa nuovamente i panni di Catherine Tramell, che, dopo essersi trasferita a Londra, si ritrova ancora implicata in una serie di omicidi. Un film incredibilmente stupido e che riesce a scontentare tutti…

Basic Instinct 2
Regia: Michael Caton-Jones
Interpreti: Sharon Stone, David Morrisey, Charlotte Rampling, David Thewlis
Sceneggiatura: Leora Barish & Henry Bean
Data di uscita italiana: 31 marzo 2006
Voto: 1,5/10

Per leggere la recensione clicca qui.

Massima del giorno
Nessuno è tanto generoso quanto colui che può fare regali a spese altrui.
G.P.


MOLLICHINE
“Il Caimano”. Ma come, è già uscito? Ed io che pensavo di non andare a vederlo fra qualche giorno! Vuol dire che non andrò a vederlo già da oggi.

Rutelli: “Nel tempo mi sono riavvicinato alla mia fede”. Ma no! Non s’è mai allontanato dalla politica!

Mastella: no ai Pacs. “E’ un punto programmatico che noi non abbiamo sottoscritto”. Perché, la sinistra ha sottoscritto la TAV che Prodi dice farà?

Montezemolo per l’equidistanza della Confindustria. Se non puoi vincere, cerca di pareggiare.

Francia. Studenti in piazza contro il “contratto di primo impiego”. Loro vogliono solo l’aumento della paghetta.

Micklethwait nuovo direttore dell’Economist. Con un simile cognome, lo chiameranno “Mr.Whatsyourname…”

Gianni Pardo


Dacia Valent - nota attivista razzista e antisemita-  premiata dallo Stato?
Lo Stato italiano è pronto a dare un premio a Dacia Valent, attivista "musulmana" che definisce l'Italia «paese delle cacche», parla degli ebrei come di «bestie fredde e crudeli», accusa don Mario Santoro, il sacerdote cattolico ucciso in Turchia, di essere un maniaco sessuale e sostiene che il regista olandese Theo Van Gogh sia stato assassinato non da un estremista islamico, ma per via delle sue «frequentazioni discutibili». A denunciarlo è il direttore dell'Istituto culturale della Comunità islamica italiana, lo sceicco Abdul Hadi Palazzi, che fa notare come tra le finaliste del premio "Donna e Web", dedicato dal ministero delle Pari opportunità alle donne che utilizzano Internet, figuri anche l'ex parlamentare di Rifondazione comunista, oggi portavoce dell'lslamic anti defamation league (l'Authority musulmana di vigilanza su quanto viene detto e scritto sull'Islam). La Valent è stata premiata per il suo sito: «Un blog dai contenuti razzisti, antisemiti e di incitamento alla violenza, già stigmatizzati dalla stampa e denunciati da numerosi cittadini», fa notare Abdul Hadi Palazzi in una lettera di fuoco inviata al ministero, in cui dice di aver appreso «con stupore e sgomento» la notizia. «Ci sembra inconcepibile», tuona lo sceicco, «che la vostra giuria ritenga che l'istigazione all'odio razziale, la propaganda antisemita, l'apologia della violenza siano meritevoli non già di una debita sanzione penale, ma addirittura di un premio, per giunta concesso col patrocinio delle istituzioni». Oltre al ministero delle Pari opportunità, quello dell'Innovazione tecnologica, la Regione Toscana, la Provincia di Lucca e il Comune di Viareggio. «All'odio razzista nei confronti degli ebrei», aggiunge, «la Valent associa quello nei confronti degli esponenti più stimati della comunità musulmana». Ovvero, il vice direttore del Corriere della Sera, Magdi Allam, e Souad Sbai, presidente della Confederazione della comunità marocchina in Italia e membro della Consulta islamica.
da "Libero", quotidiano diretto da Vittorio Feltri

APOLOGO EQUIDISTANTE
2Giacomo possedeva un'automobile vecchia e non poteva permettersene una nuova. Quando pioveva doveva guidare quasi coricato sul sedile di destra, perché il tergicristallo di sinistra non funzionava. La marcia indietro era così difficile da ingranare che spesso preferiva scendere e spingere la macchina. Lo sportello posteriore destro era un problema e la luce interna rimaneva spenta anche se aveva cambiato due volte la lampadina. Per tutto questo e altro ancora fu molto contento quando incontrò un amico meccanico che si offrì di vedere che cosa si poteva fare, facendogli pagare solo i pezzi di ricambio.
La notte precedente la riparazione gli apparve però un angelo che gli disse: "Tu sei un brav'uomo. Hai sempre lavorato, non hai mai violato la legge e sei così povero che anche il costo dei pezzi di ricambio per te è una spesa difficile da affrontare. Ecco perché lassù si è deciso che tu meriti un'automobile nuova e del tutto gratis. L'avrai fra una settimana da oggi".
Giacomo raccontò tutto all'amico, lo ringraziò lo stesso caldamente e poi, dato che partiva per l'Australia, l'accompagnò lui stesso all'aeroporto.
Allo scadere della settimana - era un mercoledì - Giacomo si svegliò presto e andò alla finestra: c'era solo il suo vecchio catorcio fermo al solito posto ma non si scoraggiò: "La giornata però è appena cominciata!" si disse. E andò spesso alla finestra, ogni volta sperando d'avere la bella sorpresa. Purtroppo nulla cambiò, neanche dopo mezzanotte. Ebbe ancora qualche speranza il giorno seguente e perfino il venerdì e il sabato - gli angeli non possono mentire! - ma infine dovette arrendersi all'evidenza, niente auto nuova: aveva rinunciato alla riparazione in favore d'un totale ed indolore miracolo e non aveva avuto né la riparazione né il miracolo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it   25 marzo 2006

Cinema recensioni: "Il caimano", una boiata pazzesca
Il caimano
- Regia: Nanni Moretti
Interpreti: Silvio Orlando, Margherita Buy, Michele Placido, Jasmine Trinca, Giuliano Montaldo, Antonello Grimaldi
Sceneggiatura: Nanni Moretti, Francesco Piccolo & Federica Pontremoli
Data di uscita italiana: 24 marzo 2006 - Voto: 3/10
 - recensione a cura di badtaste.
E’ difficile parlare di questo film senza considerare tutto quello che gli sta intorno. Le voci (uscite soprattutto su giornali vicini alla destra, ma non per questo necessariamente poco credibili) di un Moretti confuso e incerto sulla direzione da dare al film. Ma soprattutto, il tema della pellicola, che ha fatto discutere nell’ultimo anno: Berlusconi. Sarebbe stato un attacco diretto al Presidente del Consiglio? O forse sarebbe stato una sferzata al paese in generale, considerando anche quanto Moretti prediliga colpire all’interno del suo stesso schieramento (“D’Alema, dì qualcosa di sinistra!”).
E poi, la comunicazione. A mia memoria, in questi cinque anni non è mai capitato che non venisse fatta una conferenza stampa per un film italiano. Sarebbe stato divertente vedere Moretti rispondere alle domande de Il Foglio, Il giornale, Libero o magari del Tg4. Ma questo piacere ci è stato negato. Similmente, sarebbe stata una scelta geniale farsi intervistare soltanto da Giuliano Ferrara su 8 & mezzo (avrei pagato per un incontro del genere), ma il regista ha preferito puntare sul programma (molto più tranquillo e ‘agevole’) di Fabio Fazio. Non deve invece sorprendere (come invece traspariva sui giornali in questi giorni) la scelta di partecipare ad un dibattito sabato sera in un cinema di Milano. Infatti Moretti (nonostante quello che diceva in Ecce Bombo contro questa forma di comunicazione) è abituato a farli, considerando il suo impegno durante la rassegna ‘Bimbi Belli’, in cui presentava diversi incontri con registi di film italiani e ne moderava appunto il dibattito.

Insomma, si tratta forse del titolo italiano più atteso dell’anno, forse anche troppo (Moretti, nonostante quello che si potrebbe pensare, non è mai stato un campione d’incassi, considerando che il suo film più fortunato, La stanza del figlio, ha superato di poco i 6 milioni di euro). E il risultato è veramente pessimo. Il caimano non solo è il peggior film di Moretti, ma una dimostrazione di banalità incredibile e indegna dell’intelligenza di questo regista, che arriva (anche giustamente, in un certo senso) ad un finale ai confini della realtà. Peraltro, un timido tentativo di applauso alla fine della proiezione (non più di 15-20 persone in una sala di più di 400 posti quasi completamente piena) si è spento subito, facendo capire l’imbarazzo della critica italiana nei confronti di questa pellicola. Insomma, se domani leggerete pareri cerchiobottisti sul film, sarà l’ennesima dimostrazione del livello del giornalismo italiano (e, per una volta, non sarà colpa di Berlusconi)
Si inizia con una parodia dei film di genere (ad opera del produttore protagonista, interpretato da Silvio Orlando) molto superficiale (soprattutto il gore non funziona), anche se con qualche battuta non male. Si capisce subito che Moretti vuole rifarsi molto alla sua cinematografia passata (la scena con il critico culinario ricorda molto quella in Caro diario, Maciste contro Freud sa molto di Sogni d’oro e in generale c’è il solito utilizzo del gioco come valvola di sfogo), cosa di solito poco positiva.
Peraltro, Moretti a tratti si ricorda di poter anche essere un regista efficacemente visionario, ma questa sua dote purtroppo appare solo in un paio di scene (una con delle lettere per terra, l’altra con un set in cui convivono un saloon e il Parlamento)
Non convince per nulla invece il discorso sul cinema italiano. Più che un ritratto dello stato in cui versa la settima arte nel nostro Paese, sembra un’idea strampalata nella mente di un regista che, per sua stessa natura, frequenta poco l’ambiente. Ed ecco che un produttore polacco (interpretato da Jerzy Stuhr, celebre attore di Kieslowski) coproduce pellicole italiane di genere (?), mentre c’è il progetto di rifare un film su Colombo (sì, come no, dopo i flop micidiali delle pellicole a stelle e strisce degli anni novanta).
Peccato, perché poteva essere l’occasione per puntare tutto sul personaggio di Orlando e dipingere un ritratto favoloso di quello che deve fare un produttore per sopravvivere. Ma forse ci sarebbe stata troppa ironia in questo modo, mentre qui si pontifica sui massimi sistemi.

Anche gli attori non sono sempre efficaci. Orlando è simpatico, ma a tratti troppo macchiettistico. La Buy, almeno, per una volta non rifa del tutto il solito ruolo (anche se, alla fine, ritorna sui binari abituali). Placido mostra un certo coraggio nell’interpretare un attore così superficiale, ma alla fine esagera un po’. La prova peggiore è sicuramente quella di Jasmine Trinca che, se già di base non sembrava molto credibile come regista, dopo averla vista ti fa pensare che nessun produttore con un minimo di cervello le possa anche solo dare dieci euro per realizzare un film su Berlusconi.
Da segnalare peraltro anche il tentativo di battere il record di registi che partecipano ad un film (se non mi scordo qualcuno, ci sono Renato de Maria, Giuliano Montaldo, Antonello Grimaldi, Carlo Mazzacurati, Paolo Virzì e i già citati Michele Placido e Jerzy Stuhr).
Ad un certo punto poi (peraltro, curiosamente in sintonia con i problemi produttivi del film nel film) la pellicola si incarta su se stessa, incapace di capire bene dove andare a parare. Sembra che Moretti avesse voglia di soffermarsi più sull’aspetto personale della vicenda (e una certa dose di autobiografia mi sembra evidente) che su quello politico, ma i risultati sono decisamente banali. La coppia Orlando – Buy è uguale a migliaia di tante altre in crisi, senza un guizzo o un’intuizione efficaci (a parte il finale, poco credibile).
E’ curioso poi come Moretti, che è un mago delle frasi che diventano dei tormentoni, in questa occasione non abbia scritto nulla di memorabile. Per carità, i film non devono essere una raccolta di aforismi, ma la passata efficacia del regista romano nel sintetizzare un discorso complesso in poche parole qui manca decisamente.
E, infine, Berlusconi. All’inizio, lo vediamo in alcune fasi della sua ascesa negli anni settanta, interpretato da Elio De Capitani, ma non c’è nulla che non si possa leggere in un qualsiasi libro di Travaglio (il cinema dovrebbe essere un'altra cosa) e la raffigurazione del Caimano sembra uscita dal Bagaglino. Insomma, un pamphlet poco ispirato, almeno fino ai dieci minuti finali, che sono un delirio (ne parlo diffusamente più sotto, per chi volesse evitare gli spoiler).
Infine, è curioso notare come Silvio Berlusconi e Nanni Moretti abbiano lavorato sui loro ‘progetti’ personali (uno come presidente del consiglio, l’altro come regista) negli ultimi cinque anni. Ed entrambi hanno ottenuto dei risultati ottimi per loro stessi (sicuramente Il Caimano andrà molto bene al botteghino), ma non per la gente…
Alla fine, dopo la rinuncia di Michele Placido ad interpretare il Caimano, è lo stesso Moretti a calarsi nei panni del Cavaliere. Tutt’altro che una grande sorpresa, resa anche meno efficace dal look di Moretti, identico a quello che aveva ne Il portaborse. Ma se lì se prendeva in giro il socialismo rampante, qui il volto sempre incazzato non funziona (Berlusconi ha fatto la sua fortuna sullo charme, non certo sulla rabbia).
Vediamo quindi un montaggio tra alcune sue dichiarazioni in tribunale e in macchina, in cui si ripetono i soliti argomenti didascalici sul personaggio. Infine, si arriva al delirio. Il tribunale si riunisce per emettere la sentenza di notte (???). Dopo la condanna a sette anni (ma in quale processo, che ormai li ha bloccati tutti?), i suoi sostenitori assediano il tribunale, gettando una molotov contro il giudice che ha emesso la sentenza. Ora, a parte la volgarità del mostrare i sostenitori di Forza Italia come un branco di terroristi, qual è il realismo di una scena in cui un giudice viene portato fuori dall’uscita principale, nonostante la folla che lo vorrebbe visibilmente linciare? Il film finisce con i fuochi al tribunale e il Caimano Berlusconi mentre se ne va in macchina…
Robert Bernocchi    

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Quando D’Alema prese soldi sporchi
Qualcuno, tra quanti blaterano di “mafiosità” del premier, ricorda quando Massimo D’Alema venne inquisito per i milioni presi da Francesco Cavallari, l’allora re delle cliniche baresi finito nei guai per la sua contiguità al clan dei Capriati? Certo faranno spallucce i diessini che finalmente hanno gettato nella campagna elettorale il loro argomento “pesante“. Pedissequamente usi a sostituire gli slogan al raziocinio e svezzati a una scuola politica che impone i precetti di partito come verità universali, non potevano esimersi dal rimasticare il luogo comune più trito di tutti. Ci ha pensato Luciano Violante, ex giudice torinese presidente dei deputati ds, a rinverdire la teoria del «giro mafioso intorno a Berlusconi».
Alla stantia invettiva, dal centrodestra ha fatto da contraltare l’altrettanto scipito coretto d’indignazione: pare che nessuno abbia osato rispedire con cognizione di causa l’accusa al mittente, di infrangere il tabù. Eppure la cronaca vicina e lontana testimonia che il mito della sinistra-antimafia non sta in piedi. Non regge in Campania, dove su 92 amministrazioni comunali del Napoletano (quasi tutte uliviste) solo nove non sono sotto inchiesta per infiltrazioni camorriste. Dove in comuni-laboratorio del modello progressista come Salerno, scattano le manette ai polsi di autorevoli esponenti dei Democratici di sinistra invischiati in giri di usura sotto la regia delle cosche locali. Dove una comunista candida come Ersilia Salvato, che da sindaco di Castellammare di Stabia aveva chiesto spiegazione su certi giri visti in campagna elettorale, viene zittita e finisce col mollare il partito della
Quercia perchè «i Ds tacciono sulla camorra». Dove, in un concitato direttivo, il deputato della Quercia Enzo Diana ha intimato ai suoi compagni di non fare i santerellini, perchè in quanto a mafiosità nessuno può scagliare la prima pietra nella terra di Bassolino: «La situazione - ha detto - è allarmante in tutta la Campania e il centrosinistra dovrebbe fare mea culpa. Non si può continuare a far finta di nulla per evitare strumentalizzazioni». Non vedo, non sento e non parlo è un vecchio e collaudato motto anche in terra sicula, dove non mancano gli imbarazzi per la Quercia. Basta pensare ai guai in cui si è cacciato il sindaco di Bagheria, Pino Fricano, già Ds ora a capo come indipendente di una giunta di sinistra. E’ indagato per mafia dopo che lo ha tirato in ballo Francesco Campanella, il pentito che ha inguaiato pure Totò Cuffaro e che con le sue deposizione ha regalato più di una chicca ai cultori della materia. Ad esempio, il particolare che al chiacchierato Cuffaro, oggi additato dalla sinistra come nemico pubblico numero uno, venne proposto di entrare nel governo D’Alema al posto del ministro Cardinale.
E proprio il nome del presidente dei Ds spicca in una sorta di lista di proscrizione compilata da Società civile. Massimo D’Alema è collocato tra i politici “reprobi” per una vicenda di soldi sporchi intascati nel 1985. All’epoca dei fatti il lìder Maximo ricopriva l’incarico di segretario regionale pugliese del Partito comunista. Erano tempi di conflittualità sociale e allora qualche sindacalista finiva col dare fastidio anche agli amici degli amici. Francesco Cavallari, re delle cliniche baresi che poi risulterà legato al clan mafioso dei Capriati, voleva apparire molto amico di D’Alema. Pare, si dice in ambienti di sinistra, che avesse tutto l’interesse ad ammorbidire la Cgil pugliese troppo attiva nelle sue società. D’altra parte, alcuni di questi sindacalisti guastafeste ricevettero una dura lezione da picchiatori dell’onorata società.
In ogni caso, Cavallari invitò a cena il segretario regionale comunista e gli snocciolò sul piatto una ventina di milioni, che allora erano bei soldi. Per quell’episodio D’Alema venne inquisito ma fu “graziato” con la prescrizione nel 1995. Nel dispositivo, però, la gip Concetta Russo sottolineò che «uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema». Che dunque ammise di avere intascato quei quattrini di provenienza, oltre che illecita, anche alquanto pericolosa. Per quell’episodio l’attuale presidente dei Ds non ha pagato, grazie alla prescrizione avvenuta dopo dieci anni di giustizia dormiente. Un dettaglio: il pm che seguì l’inchiesta, Alberto Maritati, venne candidato alle suppletive del giugno del ’99 nelle liste del centrosinistra, fu eletto al Senato e premiato con una poltrona da sottosegretario all’Interno.
Giulio Ferrari - La Padania del 24 marzo 2006

UNA POLITICA PER LA GIUSTIZIA
Una politica per la giustizia non equivale ad un progetto di riforme della legislazione processuale, dell'ordinamento giudiziario ed anche, magari, del diritto sostanziale, civile e penale e, comunque, non si esaurisce in un simile progetto.
Anzitutto, va considerato che, per usare un'espressione udita una volta dal compianto Franco De Cataldo, "il diritto è quello che è, la giustizia è quella che fanno". Una politica per la giustizia, infatti, deve tener conto delle deformazioni, dei travisamenti e degli scavalcamenti delle leggi processuali e ciò non soltanto nel momento di congegnare le leggi processuali e sostanziali in modo che il travisamento ne sia evitato, per impedire o reprimere tali devianze e deformazioni, ma nel congegnare i tempi, i modi, per attuare tali interventi e nel reperire e dosare le forze, i consensi, gli strumenti politici per realizzare le riforme legislative, per assicurarne la comprensione e l'accettazione da parte della pubblica opinione e per imporne l'obbedienza da chi debba osservarli.
Una politica della giustizia deve, in ogni caso, affrontare tutti i problemi legislativi sostanziali e processuali considerando le "ricadute" di ogni innovazione e le risorse necessarie alla attuazione di esse.
Tutto ciò in linea generale. In particolare, quando sono venute in essere situazioni eccezionali, crisi d'ordine anche istituzionale, che abbiano inciso ed incidano sull'andamento della giustizia, non potrà una qualsiasi politica in tale settore prescindere da tale eccezionalità della situazione e dalle questioni d'ordine propriamente istituzionale e di politica generale ad essa sotteso.
Ciò posto, è impossibile parlare in Italia di una qualsiasi riforma del sistema giudiziario o semplicemente di una politica per la giustizia che non sia la politica della pura e semplice conservazione dello sfascio esistente, se si prescinde dal fatto che la magistratura è stata protagonista di un vero e proprio golpe realizzato attraverso "l'uso alternativo della giustizia" (in passato teorizzata esplicitamnente), secondo una precisa strategia per la quale i singoli processi, arresti, informazioni di garanzia hanno rappresentato meri strumenti per una ben coordinata strategia. Golpe per il quale la magistratura e la minoranza egemone di essa che ne è stata protagonista, hanno stretto alleanze ed usufruito di coperture, provocato distruzioni di forze politiche, distribuito vantaggi e penalizzazioni, avendo avuto a disposizione i mezzi di comunicazione di massa. Ed hanno soppresso e represso ogni efficace voce critica, hanno demonizzato chiunque abbia osato mettersi di traverso a tale operazione. (...) Clicca qui per proseguire nella lettura.
Mauro Mellini - Riformatori liberali


5 DOMANDE PRODI
Abbiamo chiesto al giornalista e senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti di formulare le cinque domande “cattive” che nessuno oserebbe fare a Prodi.
  1 - Era considerato nell'Est e a Mosca negli anni '70 un promettente intellettuale di sinistra non comunista che meritava simpatia. Poi nel 1978 venne miracolosamente a conoscere l’indirizzo del commando delle Br che teneva prigioniero Aldo Moro e anziché precipitarsi al telefono mise su una seduta spiritica, con un piattino semovente che compose non solo il nome del paese di Gradoli, ma pure quelli delle vicine Bolsena e Viterbo. Poi non andò dalla polizia ma alla Dc buttò là l'informazione, che provocò una massiccia incursione al paese di Gradoli e la fuga immediata dei brigatisti da via Gradoli a Roma. Vuole finalmente spiegarci questa storiaccia?

2 - Nel 1991, mentre era in corso il golpe contro Gorbaciov, intervistato dal “Corriere” spiegava che Gorbaciov era un fallimento, che il capo dei golpisti Pavlov era suo amico e che stava agendo con coerenza, che attendeva le nuove direttive economiche mentre la sua Nomisma lavorava a Mosca con l'istituto Plehanov, sezione economica del Kgb. Come spiega quel suo imbarazzante tifo per un ritorno del comunismo?

3 - Da capo del governo nel 1996 e 1997 lasciò che il Sismi occultasse e mettesse sotto chiave tutte le informazioni sugli agenti sovietici in Italia fornite dal governo britannico sulla base delle informazioni portate da Vasilij Mitrokhin e oggi lei si trova deferito per questo al Tribunale dei ministri. Come spiega che la notizia sia stata occultata alla stampa?

4 – Premiò il direttore del Sismi che aveva agito ai suoi ordini promuovendolo al comando dell’Arma dei carabinieri, cosa mai più accaduta dai tempi di De Lorenzo, per non dare troppo potere informativo a un solo uomo. Il generale Siracusa fu riconfermato nel comando malgrado avesse superato i limiti d età: non era mai successo. Perché tanta gratitudine?

5 – Perché per due volte ha spintonato giornalisti che le facevano domande sgradite, facendo cadere malamente una collega senza nemmeno scusarsi?


Massima del giorno
Ha detto Amleto: “La coscienza ci rende tutti vili”. Ma per fortuna non tutti l’hanno.
G.P.


MOLLICHINE
La figlia di Vanna Marchi girerà un film porno con un partner ceko. L’avessi sentita, invece che letta, la notizia, avrei capito “cieco”.

Devastazioni di Milano. Caruso: «La mia preoccupazione in questo momento è la liberazione dei manifestanti”. Se no come vanno a sfasciare altre cose?

Cofferati: Nessuna piazza per il Msi a Bologna. Finalmente ha detto qualcosa di sinistra: quando mai il comunismo ha tollerato altri partiti?

Gianni Pardo


LA MORALITE
A Calabasas, non lontano da Los Angeles, è nata la prima “smoke free city”. È la prima città in cui, a suon di ammende pesanti, è vietato fumare anche per le strade o nei giardini pubblici. Ci si può arrischiare a farlo chiudendosi in casa ed evitando che il fumo - chissà, uscito dalle fessure - possa arrivare nella proprietà altrui.
Il fatto è allarmante anche per chi non fuma da trentasette anni. Per secoli, la morale è stata qualcosa che ha riguardato i singoli. Sulla base di essa ci si regolava, ci si confessava e si giudicava il prossimo con cui si aveva da fare: ma per il resto era chiaro che ciascuno doveva pensare a se stesso e ci si poteva aspettare ben poco dagli altri. Forse qualche elemosina. Se si era fortunati, un po’ d’assistenza in un lazzaretto prima di morire. Nessuno avrebbe immaginato di giudicare negativamente il commerciante che si arricchiva o il potente che imponeva tributi. Era naturale che ciascuno facesse il proprio interesse. E nessuno avrebbe immaginato di pretendere da loro che si occupassero dei bisogni altrui.
Con l’avvento dello stato moderno si è avuto un totale ribaltamento di questa mentalità. Col Welfare State i cittadini vogliono essere protetti da ogni male. Dalle malattie, dalla disoccupazione, dalla droga e dai pericoli della strada. Ma anche dall’alcoolismo, dalla disonestà dei commercianti e dalla propria stessa imprudenza: basti pensare agli sportivi della montagna, che si mettono nei guai e devono essere salvati da apposite squadre, o a coloro che vanno a fare turismo in Yemen. Infine si aspettano di essere protetti dal rischio cancro costituito dalle sigarette. Lo Stato dovrebbe agire come una mamma che prima scrive sulla tavoletta di cioccolato che piace al figlioletto “ricordati che ti fa male al pancino”, poi addirittura la nasconde. La tendenza è quella ad una totale deresponsabilizzazione.

I genitori però, oltre che protettivi, sono repressivi. E a Calabasas sono arrivati alla conclusione che se le sigarette fanno male a tutti, a tutti devono essere vietate. I figli si amano tutti allo stesso modo, no? Certo, fra gli altri ci sono quelli che – empi! – si considerano adulti e preferiscono decidere da sé come vivere; quando avere caldo  e quando mettersi la maglia di lana. Ma costoro non hanno molte speranze. La società non ama i discoli. E poi i figli, anche se hanno cinquant’anni, sono sempre “i miei bambini”.
Non è lecito sorridere di questa pandemia californiana di “morale invadente” e di “protezione dei minorenni”. Essa è allarmante perché gli europei da un lato passano il tempo a posare ad antiamericani, dall’altro sono proni alle mode statunitensi. Non c’è ubbia abbastanza stupida che non giunga da noi con vent’anni di ritardo, divenendo magari più virulenta. La contestazione ad esempio l’inventarono a Berkeley ma quando arrivò in Italia fece più guasti e durò molto più a lungo che in America o in Francia. Ancora oggi c’è gente che dice: “Io ho fatto il ‘68” come un tempo diceva: “Ad Austerlitz ho combattuto anch’io”.
La vita pubblica si avvia ad essere amministrata col metro delle beghine idealiste. Lo Stato, suprema realtà etica genitoriale, deve pensare a tutto. E gratis. Da tutti, e soprattutto dagli uomini pubblici, ci si aspetta onestà, dedizione, trasparenza e un livello etico più che gandhiano. Le armi non vanno usate neanche per difendersi e le guerre, se non si possono evitare, vanno combattute a colpi di cuscini. E infine lo Stato deve controllare l’alito dei cittadini, per accertarsi che non abbiano fumato.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 22 marzo 2006


Imprenditori
Il Berlusca quel colpo in canna lo covava da mo’. Già nella famigerata intervista “incompiuta” a Lucia Annunziata – quella del “mi alzo e se ne vado” – aveva “osato” dire che gli attacchi di Montezemolo non erano attribuibili a tutti “gli imprenditori”, e l’intervistatrice, forse anche perché poco esperta della materia, aveva manifestato incredulità.
In effetti, tecnicamente è proprio così. Il Presidente di Confindustria (il quale nomina una parte della sua Giunta, per il resto composta dagli ex presidenti e dagli ex vicepresidenti) è eletto periodicamente dall’Assemblea. I delegati che le singole associazioni di categoria mandano a partecipare all’Assemblea “dispongono congiuntamente di un determinato numero di voti in ragione del contributo confederale annuo corrisposto per conto delle proprie imprese dall’Associazione”.
Quindi, non si vota per teste (1 man 1 vote), ma per contributi versati e perciò per dimensioni della propria impresa.
Il che, ovviamente, implica che una esigua casta di grandissimi industriali “decide” sempre, anche a dispetto degli umori e delle preferenze di una vasta maggioranza di piccoli e medi imprenditori: questi ultimi, tanto per intenderci, si trovano una situazione per certi versi paragonabile a quella di un “piccolo azionista”, chessò, della Telecom, il quale non può che subire le decisioni degli “azionisti di riferimento”. Con tutto ciò che ne segue anche in termini di insofferenza: l’insofferenza delle “retrovie” che sabato a Vicenza applaudivano tanto più chiassosamente quanto più quella cagnara imbarazzava il solito “Gotha” algidamente assiso nelle simboliche “prime file”.
Saper cogliere, dichiarare, amplificare e “sposare” teatralmente l’insofferenza di quelle retrovie è stata una mossa davvero senza precedenti  e contraria a tutte le convenzioni, e che, forse, proprio per questo rimarrà tra i pochi episodi degni di essere ricordati come davvero divertenti ed interessanti in questa campagna elettorale piuttosto malinconica.
Se poi sarà anche  “la dichiarazione di una resistenza che alla fine potrebbe durare”, come scrive Ferrara, lo scopriremo solo vivendo.
(ale tap, 21.03.06)

“GRANDE” IMPRESA E “PICCOLA” POLITICA
A mente fredda sarà più utile esaminare in minimi termini lo sfogo velenoso del premier, piuttosto che giocare al pallottoliere sul confronto applausi-fischi fra Berlusconi e Della Valle. Dov’è la verità? Innanzitutto c’è da dire che Berlusconi giocava in casa. Era fra imprenditori, quegli stessi che guardarono storto D’Alema, dopo lo “scippo” a Prodi e snobbarono Rutelli, premiando Forza Italia nel 2001; era a Vicenza, dove il centro-destra continua e continuerà ad essere vincitore, perché il Nord-Est, pur attraversando un periodo di calo, non vive alcuna crisi e non vuole lasciare ciò che conosce per la strada che non conosce (o che conosce benissimo, quella della iper-tassazione delle rendite finanziarie). Da giocatore in casa, ha giocato la sua partita, ma non in termini tecnici, ma negli unici che conosce in questo periodo elettorale, cioè attaccando, ritornando al leit-motiv dei poteri forti contro il Governo, della Magistratura che copre gli imprenditori grandi e del pessimismo di sinistra. Termini politici. Tecnicamente il premier è tornato a farsi piccolo contro i grandi, a schierarsi con il Veneto, il Friuli, il Trentino, la Lombardia fuor di Milano contro Roma, Torino, Milano, la grande catena di montaggio. Ha ripreso la strada che in quelle zone è già stata di Maroni e Bossi, quando attaccarono l’aiuto statale continuo di Roma ladrona alla Fiat, i giochini di alta finanza di De Benedetti, Tronchetti Provera e Pininfarina. Ha rischiato, risultando più leghista che liberale, più uomo del piccolo tessuto economico che non gestore della globalizzazione. Siccome la verità sta sempre nel mezzo, sarebbe altrettanto inesatto dire che Berlusconi ha scosso gli imprenditori e spaccato Confindustria.
Confindustria è sempre stata divisa fra piccola e grande impresa e mentre la seconda ha più colte criticato Berlusconi in questi ultimi tempi, sull’onda dell’era Montezemolo, la prima lo ha sempre applaudito e non si è mai accodata al suo presidente. Eppure la piccola impresa non è l’impresa dei lavoratori, schiacciati dalle fatiche, denigrati da Confindustria e poco protetti dallo Stato.
Lo Stato foraggia le grandi imprese, ma non disdegna le piccole. Quali sono allora le piccole imprese? Ad esempio quelle che hanno fondato piccoli imperi edilizi locali, grazie a legislazioni basate su condoni e sanatorie negli ultimi cinque anni; l’imprenditoria del terziario che continua a nutrire di enormi privilegi, esenzioni di tasse, finanziamenti e regimi speciali,