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CAPPERI NOVEMBRE 2005
Silvia Tortora:
non occupiamoci della giustizia assassina solo quando
ci va di mezzo gente famosa, Enzo Tortora o Adriano
Sofri.
Dall'intervista di Jacobo Iacoboni del quotidiano "La Stampa" a Silvia Tortora:
«Non mi vorrà
mica far polemizzare con Sofri?».
L’idea era l’opposto,
per la verità.
«Sofri
lo stanno ammazzando, come mio padre. Però non
dovremmo interessarci di ingiustizie clamorose solo quando
riguardano detenuti illustri, come Enzo Tortora o Adriano
Sofri. Mi raccomando, scriva “Tortora e Sofri” perché
qualche anno fa per un malinteso finii in una brutta polemica
con lui, e si figuri se volevo mettermi a polemizzare con
un uomo che sta in carcere, oltretutto malato».
Chi parla così
è Silvia Tortora, la figlia del giornalista
vittima di uno dei casi di malagiustizia più clamorosi
dell’Italia repubblicana. Silvia è una donna appassionata
e anche emotiva, fa la giornalista e la sceneggiatrice.
Su Epoca teneva una rubrica in cui ogni settimana pubblicava
le lettere dei condannati a morte del carcere di Huntsville,
Texas.
Cosa aveva detto su
Sofri?
«Anni
fa mi chiama il Corriere, mi pare fosse il ‘98. Mi pescano
in un momento di grande turbamento, dopo l’assoluzione
dei giudici che perseguitarono papà. Mi scappano
parole forti, lamento che i giornali si interessano di cattiva
giustizia solo quando ci sono di mezzo, dico, i compagni di merende;
da allora sul Foglio è iniziata una polemica dura contro di
me. Prima con una piccola posta di Sofri, poi con altri interventi.
Era stato del tutto frainteso lo spirito di quello che volevo dire».
Cosa le disse Sofri?
«Scrisse
sul Foglio: “Gentile Silvia Tortora, protestando
la sua amarezza per l’archiviazione dell’inchiesta su magistrati
e investigatori che perseguitarono suo padre, lei ha
detto (lo leggo sul Corriere): ‘Mi chiedo dov’è la reazione
di chi si indigna per ogni cosa, magari per ex compagni di merende
come Sofri’. Ora, le leggi di questo paese consentono a chiunque
ci provi gusto di chiamarmi assassino. È un’abominevole
ingiustizia, ma si può. Che cosa però ha spinto
lei a insultarmi in modo così triviale?”. Capisce? Si figuri
invece se io volevo insultare Sofri. Mio padre l’hanno ammazzato,
e adesso per poco non rischiano di uccidere in un carcere Sofri.
Io però dico anche non occupiamoci della giustizia assassina
solo quando ci va di mezzo gente famosa, Enzo Tortora o Adriano
Sofri. Lo posso dire o no?».
Magari i
casi famosi servono per affermare un principio che
vale anche per i poveracci.
«Ma
lei ha l’impressione che succede? Le ripeto, non c’è
mica solo il caso Sofri. Cosa sta capitando a Sofri? Qual
è l’ingiustizia?»
A prescindere dal giudizio sulla
sua colpevolezza, tenere dentro un uomo in condizioni di
salute critiche; oggi infatti gli viene diagnosticata
una malattia seria.
«Ci
mancherebbe che non difendo una persona malata, e
malata in carcere. Chi conosce la mia storia sa quali sono
state le mie battaglie, non per mio padre, ripeto, per tutti
i detenuti. Ma per me non esistono uomini che vanno difesi per
le buone idee, ci sono detenuti che vanno difesi comunque dall’ingranaggio
che li uccide, anche se non si chiamano Tortora o Sofri».
(...)
Libertà
di terrorismo?
«Allah è
grande! Viva l’Italia».
Così, in
aula, il marocchino Mohammed Daki e i tunisini Maher
Bouyahia e Ali Ben Sassi Toumi hanno espresso la loro
gioia per la sentenza con cui ieri la terza Corte d’Assise
d’Appello di Milano li ha assolti dal reato di associazione
eversiva finalizzata al terrorismo internazionale. Stante il giudizio
della Corte, giunto dopo sei ore di camera di consiglio, il processo
di appello si configura quindi come la “grande vittoria” del giudice
Clementina Forleo, che in primo grado aveva scagionato Daki e
i due tunisini dall’imputazione più grave, condannandoli invece
per due reati minori: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina
e falsificazione di documenti.
In appello, a ben
vedere, il giudizio della Forleo non è stato
solo confermato, ma addirittura superato. Daki, infatti,
condannato in primo grado a due anni e dieci mesi per ricettazione
di documenti fasulli, è stato assolto anche da quest’accusa,
mentre per i due tunisini il reato di terrorismo internazionale,
il 270bis, è stato derubricato in associazione per delinquere
semplice finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Per loro, tuttavia, la condanna a 3 anni di reclusione emessa
in primo grado è stata confermata.
Ma chi è
Mohammad Daki?. 38 anni, marocchino, Daki
è arrivato dal Marocco in Germania con un visto per motivi
di studio. Durante il suo soggiorno a Amburgo, è
stato provato il suo contattato con i membri che hanno progettato
gli attacchi del'11 settembre alle "torri gemelle". Nella
primavera di 2002, lasciata la Germania, Daki ed è
arrivato a Milano. Il 4 aprile 2003, Daki è stato arrestato
dalla polizia italiana con l'accusa di reclutare immigrati
mussulmani da mandare a compiere azioni kamikaze in Iraq. Daki si è difeso dichiarandosi
vittima di una serie bizzarra di coincidenze.
"io, un terrorista? Non ho fatto nulla. Sono solo
venuto a contatto con qualche persona nel momento sbagliato.
Sono pulito."
«Allah è
grande! Viva l’Italietta».
SENZA PAROLE
palestinesi all'ufficio passaporti
Europa: ero quasi
in crisi di astinenza!
Dopo aver letto
il bellissimo articolo di Anna Borioni dal titolo
"La sinistra e Israele"
mi si e' aperto il cuore. "Ma guarda, ho pensato, che la sinistra
stia incominciando a capire qualcosa? che si stiano
rendendo conto del danno incommensurabile fatto alla democrazia?".
L'analisi da standing
ovation della Borioni e' stata preceduta dalle dichiarazioni
di Piero Fassino da cui emergeva una sorta di atto di dolore
per le posizioni costantemente e vergognosamente filopalestinesi
della sinistra.
Vabbe' uno legge, spera,
si illude. E' umano, no?
Uno si illude che una
parte politica italiana, quella di sinistra, dopo
aver dipinto Israele come un mostro per anni, anni e anni,
incominci a guardare con altri occhi a quello che
succede da queste parti, uno si illude che dopo simili importanti
dichiarazioni di pentimento, arrivino anche le condanne
a raffica per i nostri aggressori, nello specifico attuale
per gli hezbollah e il loro ennesimo, immotivato e inutile
attacco a Israele con bombardamenti sui civili delle citta'
e kibbuz del nord.
Uno spera che sentire
Nasrallah dichiarare che e' un suo diritto rapire
israeliani scandalizzi qualcuno della sinistra ....pentita.
"Abbiamo il diritto
di rapire israeliani", cosi' ha detto il criminale.
Qualcuno gli ha chiesto "perche'?" Diliberto, suo amico,
gli ha chiesto perche'? Qualcuno ha avuto la nausea nel
sentire queste parole? Pare di no.
Uno spera, si illude
che arrivino proteste, condanne per questi criminali.
Niente! Silenzio!
Ma allora a cosa
serve fare dei summit per dire che:
"ampi settori della
sinistra hanno potuto semplicemente ignorare il progetto
di distruzione dello Stato ebraico, continuando ad attribuire
alla volontà d‚Israele la mancata nascita dello
Stato palestinese. Ma così facendo la sinistra ha diseducato
se stessa, a favore della costruzione di uno schema ideologico
interpretativo del conflitto mediorientale che sembra rinunciare
all‚analisi della realtà, dando vita a una posizione
pregiudiziale su Israele che lo colloca sempre dalla parte del
torto. Dalla leadership palestinese non si è preteso in
modo chiaro e inequivocabile la fine di ogni atto di terrorismo
e della propaganda antisemita, mentre si è consentito che le
giuste aspirazioni del popolo palestinese a un proprio Stato e a
una vita dignitosa, continuassero a essere strumentalizzate dal
folle disegno di eliminazione della nazione ebraica perseguito dal
nazionalismo arabo e dal razzismo islamico."
A cosa serve che una persona intelligente,
giusta , capace di autocritica dichiari queste verita'
se la parte politica di cui fa parte se ne strafrega e perde
l'occasione, offerta quasi su un piatto d'argento,
di condannare l'aggressione subita da Israele da parte dei nazisti
iraniani che hanno creato in Libano uno stato nello stato
come aveva fatto 40 anni prima l'altro nazista, Yasser Arafat!
A che serve che a sinistra
vi siano persone coraggiose e intelligenti se
poi caraggio e intelligenza vanno a cozzare contro l'ignoranza
e la la stupidita' di altri e la' tutto si ferma e l'illusione
muore miseramente?
Lasciamo stare l'Italia
ormai senza speranza , l'Italia dove si dedicano strade
a un nazista palestinese e si sputa sui caduti di Nassyria.
L'italia dove un Bertinotti dice che la sinistra non e' antisemita
perche' non va contro l'ebreo ma contro l'israeliano.
Lasciamola stare questa
Italia strana e squilibrata che dall'entusiasmo ti
fa ricadere subito nell'amarezza.
Guardiamo all'Europa
invece.
Si l'Europa!
Quasi quasi andavo
in crisi di astinenza.
Era tanto che non leggevo
critiche e condanne a Israele, era un sacco di tempo
che l'Unione Europea non denunciava colpe israeliane e
io, nella mia ingenuita', pensavo "beh, adesso siamo buoni e
bravi, abbiamo dato ai palestinesi la striscia di Gaza, si parla
di evacuare anche alcuni insediamenti illegali in Cisgiordania,
cioe' le nostre Giudea e Samaria, ormai avranno capito che tra Israele
e i palestinesi e' solo Israele che cerca la pace, non ci vuole mica
un'intelligenza superiore per capirlo".
"Che
strano, pensavo ancora, non arriva nessuna critica,
tutto tace, significa che siamo stati riabilitati,
da israeliani boia siamo diventati israeliani bravi"
e quasi quasi mi mancava la condanna quotidiana, mi mancava la
scarica di adrenalina provocata dalla rabbia che provavo ogni volta
che arrivava l'insulto europeo a Israele.
Per la prima volta
in 5 anni la comunita' europea ha fatto passare
ben tre mesi senza demonizzare Israele. Un record!
E invece eccoli qua,
erano solo un po' distratti, ecco ecco, puntuale
e' arrivata la notizia che gli inglesi hanno pronto un documento
in cui si accusa Israele di non voler dare ai palestinesi
Gerusalemme capitale e di volersi annettere la Citta' .
Sono tanto distratti
da non ricordare che Gerusalemme e' gia' annessa
a Israele, lo e' stata nel momento della liberazione
dall'occupazione giordana, nel 1967, nel momento in
cui il suono dello shofar e' risuonato di nuovo al Kotel,
il Muro del Pianto, dopo duemila anni. Israele aveva
vinto e liberato la sua Capitale.
E adesso gli inglesi
si svegliano e dicono che ce la vogliamo annettere!
Ma dove erano negli ultimi 40 anni? Pensavano ancora al Mandato
britannico?
Mica mi serviva una
dose di adrenalina cosi' potente, bastava meno, signori
inglesi , caspiterina! Meno male che Gianfranco Fini e
Frattini mi hanno evitato lo chock anafilattico opponendosi
a questa pensata degli ex-padroni inglesi che non riescono
ad abituarsi all'idea di non essere piu' padroni di niente!
Speriamo che l'altra
Italia, quella giusta, quella che ama Israele
e che sfila in corteo per dire che Israele c'e' e ci sara' sempre,
abbia la forza di opporsi alla perfida Albione che non poteva
scegliere momento peggiore per rinverdire la sua antipatia
verso Israele.
Non esiste un solo
caso al mondo in cui una Nazione sovrana regali
la propria capitale o parte di essa a un altro stato vicino.
Gerusalemme e' stata per 3000 anni capitale politica, spirituale,
storica e geografica di Israele, Gerusalemme non e' mai
stata una citta' araba.
I palestinesi si facciano
la loro capitale da un altra parte rendendo cosi' felici,
superfelici, felicissimi i 200.000 arabi di Gerusalemme
est gia' terrorizzati dal pericolo di finire sotto l'ANP
e , da cittadini di una democrazia, diventare carne da
macello di una dittatura terrorista.
Signor Straw e compagni,
in Egitto i Fratelli Musulmani si sono beccati 29
seggi, al nord di Israele i nazisti Hezbollah pensano a quale
cittadino israeliano rapire, come pare sia loro diritto e
dovere, in Europa c''e' il maltempo, in Africa le guerre continuano
a massacrare le popolazioni, l'AIDS imperversa, l'influenza
aviaria bussa timidamente alle porte, le citta' europee
sono sempre minacciate di terrorismo, varie calamita' e
un' infinita' di problemi internazionali dovrebbero attirare la
vostra attenzione e voi non avete di meglio da fare che preparare
un documento di condanna perche' Israele non vuole regalare mezza
Gerusalemme ai palestinesi? Ma, visto che siete cosi' generosi
con le capitali altrui, perche' non date voi mezza Londra ai
pakistani?
L'impressione che uno
riceve da questa desolante storia e' che Tony Blair
stia frequentando pessime compagnie e abbia strani consiglieri
che forse lo hanno convinto che in questo momento delicatissimo
per le trattative israelopalestinesi sia opportuno dimostrare
agli arabi che lui e' un figo e che sta dalla loro parte.
Mi spiace per lui ma
Gerusalemme e' ebraica e israeliana e lo sara'
per 3000 anni ancora, e tutta intera.
Deborah Fait
- informazionecorretta
PICCOLA
UNIONE PICCOLA
Ci sono degli sviluppi
interessanti, certamente indicativi, nei rapporti
tra i partiti facenti parte della coalizione di centro-sinistra
che si chiama " l'Unione ".
Uno di questi è
l'abbandono da parte di sette esponenti dei DS del
loro partito, con straccio di tessera incorporato, per confluire
nel partito di Rifondazione comunista ; e, si badi bene,
non si tratta di tesserati " anonimi ", quanto di dirigenti
del partito nella regione Lazio, quali per esempio il direttore
regionale del partito. La coalizione pare spostarsi più
a sinistra ? Non esattamente, visto l'altro episodio rilevante,
cioè l'intervista rilasciata da Armando Cossutta al
Corriere della Sera. Il predidente dei comunisti italiani lamenta
il mancato raggiungimento dell'accordo con i verdi e nello stesso
tempo, più significativamente, espone i limiti dell'Unione.
Dice Cossutta che questa formazione si è spostata troppo
nettamente su posizioni mederate ed accusa la stessa Rifondazione
comunista, che dovrebbe stare alla sinistra dei Comunisti italiani,
di aver modellato le proprie posizioni su quelle dei DS, la cui
politica non si discosterebbe troppo da quella del governo. Esempio
fondante ne sarebbe la presa di posizione sul punto più importante,
vale a dire la guerra in Iraq : non dovevano esserci tentennamenti sul
fatto che, se il centro-sinistra avesse vinto le elezioni, l'Italia
avrebbe dovuto ritirarsi senza condizioni dal fronte di guerra ed invece
ora già si comincia con i distinguo e tutto questo avviene senza
una consultazione, per cui Cossutta si trova di fronte al fatto compiuto.
L'intervista però,
contrariamente a quanto si potrebbe ritenere, ha suscitato
furori non all'interno dell'Unione, ma all'interno degli
stessi comunisti italiani per quanto il presidente del partito
ha detto a proposito del loro simbolo ; vale a dire che
se è questo che preoccupa i verdi, lui sarebbe disposto
a rinunciarci nell'alleanza con quel partito. In effetti,
sentir dire a l'homo sovieticus Cossutta che alla falce e martello
si potrebbe rinunciare perchè oramai il comunismo è
morto è una cosa che da una certa soddisfazione, anche
se sulle prime uno potrebbe pensare si tratti di uno scherzo.
Ebbene, Diliberto, di fronte alle
dichiarazioni del presidente ha chiesto un'immediata
convocazione della direzione nazionale, perchè questa
cosa della rinuncia al simbolo per allearsi con i verdi
gli ha procurato un travaso di bile. Che si prospetti
l'ennesima scissione, con relativi strascichi giudiziari sull'uso
legittimo del simbolo ? Non si sa, è certo comunque
che questo fine settimana, nonostante la buffonata retorica
di turno del " Big Talk "- ennesimo seminario del centro-sinistra,
dove i maggiori rappresentati si esprimono in interventi memorabili
nelle intenzioni, risibili nei risultati ( Rutelli : dobbiamo
andare al governo con la prospettiva di governare fino al 2011.
Il grande assente non è solo l'idealismo, quanto il programma
) - questa Unione tanto unita non lo è affatto: i comunisti
italiani non riescono a raggiungere un accordo elettorale con i verdi
e si spaccano all'interno, rifondazione comunista che si appiattisce
sui DS per riesplodere prima o poi ( il caso Bologna ne è una
prova ), gli stessi DS che conoscono una fuoriuscita di fedeli dal
loro partito.
Viene solo da chiedersi
che succederà quando presto un accenno al programma
della coalizione dovrà essere fatto e ogni anima del
centro-sinistra dovrà pronunciarsi. Le prospettive
non sono rosee.
Certo, se poi pensiamo
che questo insieme di partiti dovrà essere guidato
ed anche controllato da Romano Prodi, che può conservare
un'autorità fintanto che si rimane sul generico scopo
della sconfitta del centro-destra, ma che al dunque rivelerà
la sua nullità di capo, ci sono buone possibilità
per il Polo delle libertà di riconfermarsi, anzi Prodi
è la migliore garanzia per sperare ancora, davvero.
LUCIO SERGIO
CATILINA
LA BESTEMMIA
Ad Aosta è stato
revocato l'invito a parlare all'islamista Tarik Ramadan.
Oriana Fallaci è stata denunciata e processata per
le sue idee, e forse lo sarà ancora. Infine, caso più
clamoroso, in Austria l'11 novembre è stato arrestato
uno storico negazionista, David Irving, ed ancora oggi è
in carcere: in quel paese infatti negare la Shoah è
reato punibile con la reclusione. Gli esempi si potrebbero moltiplicare,
ma questi eventi disparati fanno riconoscere una costante storica:
la comunità, su certi temi, è così sensibile
da non permettere la libertà di opinione e di parola. Secoli
fa in Francia un nobile fu condannato a morire dopo atroci tormenti
solo per non essersi cavato il cappello mentre passava il Santissimo
Sacramento, anche nei tempi recenti è stato facile procurarsi
grandi guai semplicemente parlando o scrivendo. Ne è prova
l'assenza di dissidenti sotto Stalin. Comunque, di dissidenti
vivi.
La cosa più
semplice che vien da dire, in un‚epoca di political
correctness, è che si tratta di cose orribili:
la libertà di parola dovrebbe essere garantita a tutti
e comunque. Ma questa rischia d'essere solo retorica. La storia
insegna cose ben diverse. Quanto più forte è la spinta
morale, politica o religiosa di un popolo, o anche solo dei
suoi gruppi dominanti (i cattolici al tempo della Santa Inquisizione,
i giacobini, i bolscevichi, gli integralisti cristiani
o musulmani), tanto maggiore è l'intolleranza. Coloro
che reclamano - da sinistra - la più totale libertà
di parola, sono ex-studenti che, nelle assemblee d'istituto
dei licei, o non davano la parola ai colleghi di destra o sommergevano
ciò che quelli avevano da dire con urla e contestazioni.
Ci sono pochi innocenti che possano scagliare la prima pietra.
Le parole feriscono.
Ecco perché la bestemmia era reato, in Italia.
Non perché il legislatore fosse religioso ma perché
doveva tenere conto della sensibilità del popolo.
La gente non sopportava che non fosse punito chi offendeva
così profondamente ciò che c'era di più sacro.
Poi, quando la società è divenuta più
laica, quel reato è stato abolito. Inutile chiedersi
se fosse giusta la legge prima o dopo. La risposta è
che è stata giusta in ambedue i casi e si è adattata
ad una società mutevole.
Il problema non è dunque se
negare la Shoah sia un orrore da punire o una stupidaggine
storica da ignorare. Il problema è se una tale negazione
offenda il popolo in maniera sufficientemente grave da
reclamare l'intervento dello Stato. Del resto la libertà
di parola non incontra solo limiti religiosi o storici: dal
punto di vista strettamente laico e statale ci si può chiedere
se sia da permettere una propaganda antidemocratica ("votate in
massa per Tizio e finalmente avremo la dittatura con lui a capo"),
ed è comunque vietata l'istigazione al reato. Eppure, astrattamente
anche l'istigazione al reato può essere una manifestazione
della libertà di pensiero: se, per Proudhon, la proprietà
è un furto, ne consegue il diritto di rubare al ricco, anzi,
di "ricuperare" dal ricco. E tuttavia se qualcuno provasse a predicare
il furto rischierebbe una condanna penale. Salvo ovviamente chiamare
il furto "esproprio proletario" e trovare un giudice "comprensivo".
Dall'astrazione si
è scesi alla concretezza. La libertà di parola
non è e non può essere totale. Se dunque possiamo
essere contenti del fatto che in Italia David Irving
non sarebbe stato arrestato, non dobbiamo dedurne che noi
abbiamo la libertà di parola e l'Austria no, dobbiamo
dedurne che abbiamo leggi diverse. Se proprio si vuole, si può
discutere quale legge sia migliore ma la questione non è
metafisica. E perfino il nostro giudizio potrebbe mutare, col
tempo: come è mutata la sanzione sulla bestemmia.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
28 novembre 2005
GEBRAUCHSANWEISUNGEN
Fassino (parole riportate dal
"Foglio", 26/11/'05) ha rimproverato al Manifesto di aver
"guardato sempre Israele e la questione ebraica con forte
pregiudizio".
Meno male che questo non è
avvenuto con nessuno dei gentili partecipanti al forum
di questo blog.
Massima del giorno
Accetto l'uomo a partire
dal momento in cui, per età e vocazione, ha
imparato a mettere le mutande alla propria spontaneità.
G.P.
MOLLICHINE
Julia Roberts ha venduto per
5.000.000 $ il suo appartamento sulla Quinta Avenue.
Pare abbia saputo che Berlusconi dà una casa a chi non
l'ha.
Secondo Diliberto, tutte
le città dovrebbero avere Via Arafat. Purché
faccia angolo con Via Caligola e Via Stalin.
Amato, sul partito democratico:
«non è pensabile che i vecchi contenitori
contengano con facilità nuovi contenuti». Così
come una ripetizione è ripetitiva per la sua ripetitività.
Il senatore Sodano, sul
sindaco di Marano (Via Arafat): «Non facciamone
un mostro, non è una cattiva persona». E chi
mai ha confuso un cattivo con un imbecille?
Netanyahu all'attacco:
"Sharon è un dittatore e mette in pericolo la
sicurezza nazionale". E se non basta gli farà mordere
i polpacci da Marco Rizzo.
Storace, sulla legge 194:
libertà di abortire e di non abortire. Ma non quella
di non sentirne più parlare.
Proteste per Via Arafat.
Ma bastava correggere così: Via Arafat!
Prodi ha detto di "voler
coprire mezza Italia di pannelli solari". Se paga di
tasca sua, tutti d'accordo.
"L'usura è una deplorevole
piaga sociale". L'ha detto Papa Benedetto XVI. La Chiesa
presterà denaro ai poveri oppure ho capito male?
Pinochet (90 anni) agli
arresti per evasione fiscale. Tutta colpa di Al Capone!
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
I
veri crimini commessi a Falluja
Altro che "fosforo
bianco", per raccontare che cos'era Falluja prima dell'intervento
americano, ci affidiamo a una fonte non di parte, il giornale
giordano Al Quds Al Arabi, in una corrispondenza dalla città
sunnita firmata da Naad Baker: «Carceri, stanze
di tortura dentro le case, cadaveri bruciati e tumefatti per
terra. Orrore che rivela un profilo sinistro del governo islamico
che ha imposto il proprio potere sulla città lungo
gli ultimi otto mesi. La scoperta dei cadaveri in concomitanza
con la testimonianza degli abitanti disegnano un quadro infernale
sulla realtà della città, governata da un Consiglio
di Consulta composto da religiosi fondamentalisti e da guerriglieri
islamici che emetteva le fatwa e le faceva rispettare da uomini
armati: erano messi al bando l'ascolto della musica, la vendita
e il consumo degli alcolici. I peccatori venivano frustrati in pubblico,
rispettivamente con 60 e 80 frustate». Il giornalista
arabo ha visto i manifesti che riportavano «l'ordine alle
donne di vestirsi con lo hijaab dalla testa fino a coprire le caviglie,
pena la condanna a morte. I cadaveri di due donne ritrovati la sera
di domenica scorsa dimostrano che le minacce di morte non erano
solo parole».
LIBERTÀ
E RESPONSABILITÀ
Il problema della perizia
psichiatrica per Anna Maria Franzoni è molto più
generale e importante di quanto non si creda. Infatti coinvolge
morale, diritto, scienza, religione e filosofia. Quanto segue
è solo un'occasione di riflessione.
La responsabilità
è concepibile solo in quanto si sia liberi. Se
si obbliga un cassiere ad aprire la cassaforte della banca
puntandogli una pistola alla tempia, forse che il malcapitato
è complice dei banditi? Tuttavia ci si può chiedere
se anche nella vita d'ogni giorno l'uomo sia libero o al contrario
se - sulla base della sua fisiologia e del suo condizionamento
- non sia comunque determinato a fare quello che fa. È esperienza
comune che la maggior parte dei delinquenti proviene dalle classi
più povere e dagli ambienti più degradati. A questo
punto è facile osservare che lo stesso uomo, se fosse nato
nei quartieri alti e fosse stato il figlio di un noto ingegnere,
probabilmente sarebbe divenuto un medico o un notaio, e non un ladro.
È dunque colpa sua, se lo è? Alcuni chiedono però,
giustamente: come mai suo fratello, nato e vissuto nelle stesse condizioni,
è un onesto carrozziere? Il ladro è colpevole d'essere
ladro. Ma ne possiamo essere sicuri? Come negare che, se avessimo
un corpo diverso e un'educazione diversa, saremmo diversi e ci
comporteremmo diversamente? La riflessione, cioè la filosofia,
non è stata in grado di venire a capo del problema. Lo
stesso grandissimo Immanuel Kant si è rassegnato a dichiararlo
insolubile (fa parte delle quattro antinomie).
Tuttavia del dogma
della libertà non si può fare a meno. Se
non ci considerassimo tutti liberi, perderebbero il loro senso
parole come colpa, decisione, merito, punizione, peccato,
dovere e molte altre. Mentre al contrario tutti i rapporti
sociali sono fondati sul presupposto della responsabilità.
Ecco perché l'umanità nel suo complesso ha proclamato
questo dogma della libertà (libero arbitrio, per la Chiesa)
e ogni individuo è chiamato a rispondere delle proprie
azioni.
Il diritto - cioè
il campo in cui il concetto di responsabilità ha le
conseguenze più gravi - pone la libertà come un dato
pre-giuridico e non se ne occupa neppure. Ha tuttavia
dei ripensamenti e non riesce a chiudere gli occhi sul fatto
che un idiota clinico non è capace d'intendere e di volere.
Così come reputa irresponsabile il ragazzino di undici
anni o il vecchio affetto dal morbo di Alzheimer che non riconosce
più nemmeno i propri figli. Ma a questo punto il problema
della libertà, estromesso dalla porta, è rientrato
dalla finestra. Il giudice infatti, quando è perplesso,
delega la decisione alla scienza e chiede al perito "se, al
momento del fatto, l'imputato fosse in grado d'intendere
e di volere". Cioè se fosse libero o no di commetterlo.
Cioè se fosse libero. E come può stabilirlo, il perito?
Un amico psicologo, G.Paradiso, ha scritto seccamente: "s'intende
per libertà l'ignoranza dei condizionamenti che hanno
indotto quell'atto".
Anche lo psichiatra di fatto è costretto
a partire da assiomi indimostrabili. Il primo è
che l'uomo sano di mente sia libero, (affermazione tutt'altro
che scientifica); il secondo è che, con l'aggravarsi
della patologia, questa libertà diminuisce, fino a determinare
la seminfermità mentale e infine la totale mancanza
di responsabilità. Una facoltà spirituale - la
libertà - si degrada, per ragioni "materiali", fino a fare
dell'uomo qualcosa come un automa. La libertà infatti
apparterrebbe all'anima (essa stessa indimostrabile perfino
per Kant) mentre la materia è tutta determinata. E
con la malattia si passerebbe da un eccesso di anima (libertà
incondizionata) ad un eccesso di corpo (determinismo). Quanto
tutto questo sia poco "scientifico" è evidente, sicché
la tentazione di rimanere scettici è forte e, come diceva
Oscar Wilde, "se c'è qualcosa cui non resisto, è la tentazione".
Lo scemo del villaggio
è percepito da tutti come totalmente infermo
di mente, ma nel caso degli schizofrenici quanti di noi saprebbero
riconoscerli? Questi irresponsabili sono di solito
persone che - magari con qualche stranezza - fanno parte
della comunità. Quanta gente ipotizza che la madre amorevolissima,
anche se spesso triste, sia la melanconica che un giorno ucciderà
i suoi figli e se stessa? La perplessità, malgrado il
rispetto dovuto a chi a questi problemi ha dedicato la vita,
rimane. Addirittura a volte sorge il sospetto che la diagnosi
d'infermità mentale nasca dall'orrore: "Quale persona
sana di mente farebbe una cosa del genere?" Che è un
mettere il carro dinanzi ai buoi.
Forse è per
un simile interrogativo che la Corte d'Assise di Torino
ha ordinato la perizia psichiatrica su Anna Maria Franzoni.
Il contrasto tra il feroce e brutale assassinio d'un piccolo
bambino indifeso e l'atteggiamento innocente e piagnucoloso
di colei che appare come l'unica colpevole possibile
lascia perplessi. Ma con quale speranza di giungere alla verità?
Se la scienza psichiatrica fosse in grado di dare risposte
certe, le avrebbe già date con la prima perizia, che
ha giudicato la Franzoni sana di mente. E se la seconda giungesse
a conclusioni difformi, sarebbe "scientifico" credere alla seconda
piuttosto che alla prima? Quando la scienza è veramente
tale dà solo risposte univoche. Quando non dà risposte
univoche, scientifico è il metodo ma non è detto
che scientifica (nel senso di certa) sia la conclusione. Come nelle
previsioni del tempo.
L'umanità
ha bisogno di credere alla libertà e alla responsabilità;
l'umanità ha bisogno di credere che ci sia una
giustizia penale: ma solo degli ingenui possono avere una
seria fiducia nella libertà, nella scienza e nella giustizia
penale.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 24 novembre 2005
Guia e l’aborto
(un problema che non riguarda coloro che ne parlano)
Il bello è
che non ne parla mai chi sa di che cosa si stia
parlando. Ne discettano tutti da studiosi, col loro
bravo riflesso pavloviano “l’aborto-è-un-dramma”.
L’altra sera, a Matrix, l’aborto era un dramma per tutti
i dibattenti. Detto da chi difendeva la 194, faceva
un po’ tenerezza: una legge che è come un parente
un po’ scemo, da difendere pur vergognandosene. A un certo
punto è comparsa una signora e ha detto che è inutile
continuare a parlare di contraccezione, nei paesi
ad alto tasso di contraccezione le donne abortiscono come
altrove. Ottimo. Quindi la contraccezione non serve, l’aborto
è una tragedia dell’umanità, riproducetevi come
coniglie e andate in pace.
Il bello
è che non parla mai chi è interessato all’argomento.
(...) Per proseguire nella lettura clicca qui.
da Il Foglio del 23 novembre 2005, articolo
di Guia Soncini
LE ENERGIE
ALTERNATIVE
Secondo alcuni, quella dal sole
sarebbe la fonte energetica del futuro e quella nucleare
agli sgoccioli. Tra essi spicca l'aspirante presidente del
Consiglio, Romano Prodi, che sull'energia solare ha un'agenda
politica ricca di progetti di legge. Peccato che le leggi di Prodi
contraddicano quelle della fisica. Che c'insegnano, invece,
che l'energia solare non ha futuro.
Il sole invia per 365 giorni l'anno,
su ogni metro quadrato di pianeta, tanta energia quanta
se ne consuma tenendo accesa una lampadina di 200 watt per
24 ore al giorno; ma non essendo né energia meccanica né
energia elettrica, siamo obbligati a usarla in forma trasformata.
Ecco come: l'energia dal sole è responsabile della fotosintesi
che fa crescere le piante che ci danno la legna da ardere (o
altra biomassa); fa evaporare le acque che, ricadendo sotto
forma di pioggia, possono raccogliersi in un bacino idroelettrico;
crea i gradienti di temperatura atmosferici responsabili dei venti;
viene trasformata direttamente in energia elettrica dai moduli fotovoltaici
(FV) e riscalda il fluido che circola in un collettore solare. Ebbene,
questi processi hanno, ciascuno, un'efficienza intrinseca, e che non
possiamo modificare più di tanto: i 200 W/mq che arrivano sulla
Terra diventano 0,5 W/mq con l'idroelettrico o la legna da ardere
(o anche meno se è biomassa coltivata), 1 W/mq con l'eolica,
20 W/mq coi moduli FV, e 100 W/mq coi collettori solari.
Può sembrare curioso, ma
oltre il 95% dell'energia «solare» che usiamo
è fornita dalle forme meno efficienti: legna da ardere
ed energia idroelettrica. Basta riflettere un attimo per
capire che curioso non è: l'energia è un bene che
vogliamo usare quando ci serve, non quando brilla il sole o soffia
il vento. Ecco perché preferiamo la legna da ardere e
i bacini idroelettrici: essi sono, per così dire, dei serbatoi
d'energia (decidiamo noi quando bruciare un ciocco di legno o
quando far cadere sulle turbine l'acqua raccolta dietro una diga).
Inoltre, se fino a due secoli
fa l‚energia usata dall'uomo proveniva al 100% dal sole
- quasi tutta legna da ardere (e forza muscolare degli schiavi,
un'altra forma d'energia solare) - oggi il contributo dal sole
è inferiore al 10%, a dispetto del fatto che disponiamo
anche di dighe, turbine eoliche, pannelli FV e collettori termici:
insomma, appare evidente che quella dal sole è, innanzitutto,
l'energia del passato.
Abbiamo già avuto occasione
di notare il fallimento delle 15mila turbine eoliche tedesche
(che Prodi addita agli italiani come esempio da imitare):
esse producono meno del 2% dell'elettricità consumata in
Germania, e sono state interamente pagate dai contribuenti tedeschi
perché nessuno investirebbe un proprio euro su un'impresa
decisamente a perdere.
Solare
fotovoltaico. C'è speranza che l'efficienza
dei moduli fotovoltaici migliori significativamente? Purtroppo,
per ragioni proprie della tecnica FV, la risposta è negativa.
Il materiale di cui sono fatti i pannelli FV diventa conduttore
d'elettricità perché gli elettroni di quel materiale
assorbono una ben precisa quantità (diciamo Q) d'energia.
Ora, la luce solare consta di fotoni con energie comprese tra l'infrarosso
e l'ultravioletto; ma i fotoni d'energia inferiore a Q non servono,
e quelli d'energia superiore cedono solo la quota Q agli elettroni,
mentre la differenza si disperde come inutile calore. Ecco perché
le migliori celle disponibili su larga scala hanno un'efficienza del
10%.
Poi c'è la questione dei
costi. Se volessimo coprire col solare FV l‚1% del consumo
elettrico italiano, dovremmo spendere, oggi, più di
10 miliardi d'euro solo in pannelli FV (senza installazione,
accumulatori, trasformatori). La stessa cifra, se impiegata
nelle centrali convenzionali (nucleari comprese), coprirebbe
più del 20% dei nostri consumi elettrici. Alcuni s'illudono
che i costi del FV possano diminuire: tutto sommato - dicono -
basta guardare come si sono abbattuti i costi dei computer, la cui
tecnologia (quella dei semiconduttori) è la stessa delle
celle FV. Effettivamente, nei soli ultimi 15 anni il costo dei
transistor dei circuiti integrati si è abbattuto di un fattore
100. Come mai? Perché è stato possibile allocare milioni
di transistor sulla superficie di un francobollo, circostanza che
ha permesso di aumentare la velocità e diminuire le dimensioni
dei computer: quelli che 30 anni fa occupavano lo spazio di un intero
salone, oggi, a parità di prestazioni, stanno dentro la valigetta
ventiquattrore che ci portiamo appresso. Negli ultimi 15 anni il
costo dei moduli FV, invece, si è abbattuto solo di un fattore
2 (essenzialmente per migliorata efficienza di produzione): le loro
dimensioni devono essere, ovviamente, massime perché massima
è l'energia che vogliamo catturare dal sole. Al quale non possiamo
chiedere di brillare né più intensamente né di notte,
cosicché bisogna aggiungere, ai pannelli, i costi degli accumulatori
(che vanno sostituiti spesso), da caricare quando brilla il sole e scaricare
quando abbiamo bisogno d'energia elettrica.
Solare termico. Dal
solare termico si produce solo acqua o aria calda (soprattutto
d'estate, cioè quando serve meno). Ma l'energia che il
mondo usa per riscaldare gli edifici o per dotarli d'acqua calda
è inferiore al 10% del totale, per cui, in teoria, coi collettori
solari si potrebbe coprire solo quella quota. I fatti smentiscono
la teoria: il reale contributo dai collettori solari all'energia
del mondo è inferiore allo 0,005% del loro potenziale contributo
teorico, giacché costa meno ed è più affidabile
usare l'elettricità o il gas alla cui rete di distribuzione
ogni edificio deve comunque essere allacciato. Il 90% dei collettori
solari esistenti in Usa, ad esempio, è adibito a riscaldare le
piscine delle ville degli attori di Hollywood.
Biocombustibili.
I biocombustibili si distinguono dalla legna da ardere perché
la materia prima è frutto di un'attività agricola.
Energeticamente parlando sono equivalenti alla legna da
ardere: entrambi offrono la parte d'energia solare che hanno
immagazzinato come risultato del processo di fotosintesi; che
- abbiamo già visto - è, tra tutti, il più
inefficiente processo di utilizzo d‚energia solare (0,5 W/mq). Ma quella
differenza tra legna da ardere e biocombustibili impone che, nel computo
dell'energia netta ottenibile da questi ultimi, si sottragga,
innanzitutto, l'energia spesa in ogni momento della fase agricola
(semina, raccolto, produzione di fertilizzanti), e poi l'energia
spesa per la produzione e la distribuzione del biocombustibile
(distillazione, trasporto). Nelle più ottimistiche condizioni,
da un ettaro di terreno coltivato per produrre biocombustibile
si riesce a ricavare tanta energia quanto basta ad alimentare un
frigorifero: per alimentare solo i frigoriferi italiani bisognerebbe
coltivare 150.000 kmq di terreno, cioè metà penisola.
In condizioni più ordinarie, invece, quella dei biocombustibili
è, energeticamente parlando, u'impresa a perdere: l'energia
spesa per produrli è superiore a quella ricavata quando bruciano.
Gli unici a trarne profitto sono solo quei quattro gatti di agricoltori
cui quelli del Sole-che-ride vorrebbero elargire ricche sovvenzioni
di denaro pubblico. Non so quale altra forma di energia solare abbiano
in mente costoro e, con essi, il Professor Prodi, ma siamo qui tutt'orecchi
e ansiosi di apprendere.
CALAMITA' NATURALI
E’ stato chiuso il programma “Rai
21.15” condotto da Pierluigi Diaco su Rai News 24, con replica
su Rai3 alle 7 del mattino. Insomma,
Roberto Morrione - noto assertore del socialismo renale, fondato
su telespettatori presi per i fondelli - censura e fotte.
All'orizzonte
non si segnalano né girotondi né proteste.
Castelli su Spataro
È un Pm militante
Sono bastate poche parole del ministro
della Giustizia, Roberto Castelli, per scatenare la reazione
della sinistra e della magistratura che ancora una volta si schierano
una a fianco dell’altra. L’ennesimo scontro tra le toghe rosse
e il Guardasigilli ha per oggetto le rogatorie relative alla estradizione
di 22 agenti della Cia, che sarebbero responsabili del presunto
sequestro di Abu Omar, l’ex imam di via Quaranta a Milano, arrivate
da una settimana sul tavolo del ministro. A inviarle, su richiesta
di due pm antiterrorismo Armando Spataro e Ferdinando Pomarici,
è stata la Procura generale di Milano. Una «questione
estremamente delicata», su cui il ministro della Giustizia
sta riflettendo, senza evitare di mettere in conto il fatto di essere
di fronte ad una richiesta formulata da un «magistrato militante».
Il ministro Castelli, ha risposto così ai giornalisti che
gli chiedevano se con il suo omologo americano, il ministro Gonzales,
abbia anche parlato, nella recente visita negli Stati Uniti, della faccenda.
«Mi limito a dire che
la questione è estremamente delicata - ha risposto
Castelli - stiamo esaminando le carte. In questo caso la
legge dà al ministro la facoltà di decidere se accogliere
o meno le richieste della magistratura, un caso rarissimo visto
che la magistratura è indipendente. La ratio di questa
norma, è evidente, - ha sottolineato Castelli - è
che al ministro spetta decidere anche sulla fondatezza delle accuse.
Stiamo esaminando le carte per capire bene se il teorema sia fondato
o se sia legato ad una sorta di antiamericanismo che attraversa purtroppo
la sinistra». E «siccome in questo caso siamo di fronte
ad un magistrato militante la faccenda è da valutare con grande
attenzione». Per il Guardasigilli «è noto» che
Armando Spataro, il magistrato che ha formulato la richiesta di ascoltare
gli agenti americani, «sia un magistrato militante».
Le sue dichiarazioni di voler
votare alle scorse primarie, organizzate dall’opposizione,
è solo «un ultimo episodio», ha aggiunto
Castelli, per il quale «ognuno è libero di
fare quello che vuole, ma poi deve sopportarne le conseguenze.
Io mi sento autorizzato a pensare - ha concluso il ministro
- che nei confronti degli Stati Uniti non sia così imparziale».
Con il ministro della Giustizia americano «abbiamo
parlato di tutti i problemi sul tappeto fra Italia e Usa. I rapporti
- ha detto Castelli - sono ottimi, eccellenti, ma ci sono tutta
una serie di questioni molto delicate che impongono uno sforzo
da entrambe le parti, per andare avanti nella collaborazione che
fra noi c’è sempre stata».
Parole che hanno scatenato la reazione
della sinistra e della magistratura militante. Secondo Franco
Giordano, capogruppo di Rifondazione comunista alla Camera si
tratta di «parole gravissime», mentre per il verde
Paolo Cento: «Castelli non deve ostacolare le indagini».
Anche le toghe si sono subito mosse. Il procuratore capo di Milano
Manlio Minale si è affrettato a sottolineare che la richiesta
di estradizione «è stata da me pienamente condivisa».
L’Associazione nazionale dei magistrati non rimane fuori dalla
mischia e, attraverso il suo presidente Ciro Riviezzo, chiede che
il ministro della Giustizia non delegittimi quei magistrati che,
impegnati nella lotta al terrorismo, «rischiano la vita»
e non si assuma compiti che «la Costituzione assegna all’autorità
giudiziaria». Dello stesso avviso i consiglieri togati delle correnti
di sinistra del Consiglio superiore della magistratura che hanno
chiesto al vicepresidente Virginio Rognoni di aprire una pratica a
difesa del procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro. Secondo loro
il ministro Castelli avrebbe offeso il magistrato sostenendo che è
«un militante... e che nei confronti degli Stati Uniti non sia
così imparziale».
Ma chi è Spataro? È
veramente una “toga militante” come ha lasciato intendere
Castelli? Per affermare questo basterebbero le stesse
parole pronunciate dal Guardasigilli che ricordano il voto
alle primarie dell’Unione. A questo episodio, di per sé
già grave in quanto compiuto da chi dovrebbe essere
e sembrare imparziale, si possono aggiungere gli infiniti
interventi in cui Spataro attacca il governo e i mille incontri
pubblici a cui ha partecipato.
Dopotutto per chi è
promotore del comitato milanese “Salviamo la Costituzione”
non è difficile credere ad una iper attività di propaganda.
Attivismo che Spataro esercita anche via e-mail e Sms. Nel
mese di luglio del 2002 finirono su tutti i giornali le e-mail antigovernative
che aveva scritto oppure gli sms che questo Capodanno inviava
con messaggi di solidarietà al lanciatore di treppiedi che
ferì Berlusconi.
Senza contare che fu Spataro
a presentare in anteprima il libro “L’ombra di Berlusconi.
Criminalità, giustizia e la ricerca del potere”, scritto
da David Lane. Un Pm proprio imparziale.
Igor Iezzi per "La
Padania" del 23/11/2005
«FREEDOM
HOUSE» FA AUTOCRITICA
«Libertà di
stampa: cambieremo i criteri per valutare l'Italia»
«In Italia c'è
ancora una situazione di "parziale libertà" per
quanto riguarda la stampa e il diritto di espressione».
Comincia così il comunicato della Freedom House, la società
americana che ha stilato il contestato rapporto sulla libertà
di stampa nel mondo, assegnando all'Italia il 77˚ posto, e ripreso
anche da Adriano Celentano nella trasmissione Rockpolitik.
La società prende
anche le distanze dall'intervista rilasciata al nostro
giornale quasi un mese fa: «Contrariamente a
quanto scritto daI Giornale del 26 ottobre, le azioni legali contro
i due giornalisti Massimiliano Mellili e Lino Jannuzzi non sono
le uniche ragioni (sole reason) della retrocessione dell'Italia
».
La precisazione della società
Usa, oltre che tardiva, è anche imprecisa, perché
Il Giornale non ha mai sostenuto che i due arresti fossero le
uniche ragioni, ma semplicemente che, cifre alla mano, senza
quegli arresti saremmo stati un Paese anche da loro considerato
libero. La richiesta di ulteriori chiarimenti ai responsabili
della società è stata difficile: la Karlekar, contattata
via e-mail, risulta assente da domenica scorsa e fino al 2 dicembre.
Riusciamo a parlare con Sarah Repucci, che ha redatto la precisazione.
Come mai questa precisazione,
un mese dopo l'intervista?
«Karin Karlekar
dice di essere stata mal interpretata nell'intervista,
e ancor di più perché qualcuno, dall'Italia,
ha detto che l'unica fonte che ha ascoltato l'estensore del rapporto
è il quotidiano Repubblica. Questo lo smentisco».
Nient'altro?
«Avete
sostenuto che il motivo principale della vostra posizione
era l'arresto dei due giornalisti».
No. La Karlekar mi ha detto
che senza quelle due sentenze della magistratura la
nostra posizione sarebbe stata diversa. Saremmo stati liberi...
«I due arresti
hanno pesato, non saprei se 6 punti come dice lei o
no. Ma i problemi dell'Italia sono altri. Cito dal rapporto:
il premier Berlusconi e la sua famiglia, che hanno interessi
nel settore dei media, la legge Gasparri...»
Lei sa che cosa prevede
la Gasparri?
«No».
Annuncia la possibile privatizzazione
della Rai, che toglierà la tv pubblica dal controllo
del potere politico. Moltiplica i canali televisivi
grazie al digitale terrestre, prevede un contributo per l'acquisto
del decoder. Lo sapeva?
«No».
Sul vostro rapporto si legge:
«I critici sostengono che questa legge rinforza
il potere di Berlusconi sui media». E quelli che sono
favorevoli?
«Non saprei».
Chi ha redatto il rapporto?
«Questo non posso
dirglielo, deve rimanere segreto. Ma posso assicurarle
una cosa».
E cioè?
«Che il prossimo
anno, quando valuteremo la situazione italiana, ascolteremo
anche altre voci».
Articolo da "Il Giornale"
Commento di Gianni Pardo:
Se l'anno venturo vincesse il centro-sinistra, e se
questa Freedom House si rimangiasse le baggianate scritte fino
ad ora, in giro si direbbe che "ora l'Italia è libera
perché il primo ministro si chiama Prodi". I francesi in
questi casi dicono "Voilà comment on écrit l'histoire"
(ecco come si scrive la storia).
Sharon, re
di Israele!
Sharon ha sciolto la Knesset,
si e' dimesso dal Likud e ha fondato un nuovo partito.
Il tutto in un paio di giorni,
sempre fresco come una rosa, neanche un tretenne troverebbe
la sua forza, e per la prima volta lo abbiamo visto sorridente
e rilassato, allegro e pieno di sense of humor , una simpatica
particolarita' del suo carattere che negli ultimi anni si era
un offuscata per cause di forza maggiore. Credo che nessun uomo,
nessun premier sia stato piu' sotto pressione di lui e sono convinta
che nessuno sia stato piu' insultato, criminalizzato e demonizzato
di lui, manco Berlusconi e nemmeno Bush.
Gli hanno detto di tutto,
da nazista ( in Europa) a traditore, in Israele, prima
, durante e dopo l'evacuazione da Gaza.
Ma lui e' andato avanti
per la sua strada senza farsi impressionare da minacce
di morte, da processi all'Aja, da scandali e quant'altro
perche' quando il Leone decide una cosa la porta a termine
senza mai tergiversare.
"Restare nel likud e' tempo
perso" ha dichiarato senza troppi complimenti e, seguito
da 15 ministri e deputati del suo ex partito, in testa la bravissima
Tzipi Livni, ministro della Giustizia, da Haim Ramon dell'Avoda',
dal presidente dell'Universita' di Beer Sheva, da un paio
di deputati del Shinui e sicuramente altri si aggiungeranno, ha
fondato la "Responsabilita' Nazionale", Achraiut Leumi', il suo
nuovo partito di centro.
Niente piu' l'ambiguita'
del centro destra e centrosinistra in Israele, grazie
a Sharon ci sara' una destra, una sinistra e un centro liberale,
il suo, che e' gia' in testa ai sondaggi col 33% dei seggi, seguito
a grande distanza dall'Avoda' e a grandissima distanza dal Likud
che senza di lui si sta sgretolando.
Non e' che l'Avoda', il
partito laburista, stia molto meglio, l'elezione di
Amir Perez, focoso ex sindacalista, odiato dalla popolazione
per gli scioperi che hanno bloccato e isolato ripetutamente
il Paese con le chiusure di porti di mare e aeroporto internazionale,
non dara' molto lustro a un partito gia' ossidato.
Perez che amici italiani
hanno trovato molto somigliante al Peppone di Don Camillo,
non ha nessuna esperienza politica e diplomatica, e' incapace
di fare un discorso che non sia urlato, e' un abbastanza
buzzurro e ha gia' incominciato a fare, anzi a urlare, discorsi
sospetti su Gerusalemme.
I miei amici israeliani
di sinistra hanno gia' dichiarato che piuttosto di
votare Peppone Perez non andranno alle urne o voteranno Sharon.
Ormai quest'uomo, questo
Leone del Neghev, questa forza della natura ha conquistato
il mondo, i suoi nemici si stanno innamorando di lui e la
sinistra europea, ottenebrata per decenni dalla propaganda
palestinese e dagli sputacchi di Arafat, e' diventata la sua piu'
grande sostenitrice e, dimenticando di averlo tacciato da bestia
nera di Israele e criminale di guerra, adesso lo definisce
"unica speranza di pace" per il Medio oriente.
Da non credere! Come cambia
il mondo!
Ormai Sharon, insieme a
Israele, e' rimasto "boia" soltanto per poveri e miserandi
e miserabili fascio-comunisti che non fanno testo e si consolano
dedicando strade ad Arafat.
E' di oggi la notizia che , se sara'
rieletto, Sharon proporra' la totale autonomia per l'ANP
in cambio della sicurezza totale per Israele. Questa e' la cosa
che piu' gli sta a cuore, la nostra sicurezza, la certezza
che nessun autobus saltera' piu' in Israele e che nessuna citta'
israeliana verra' piu' bombardata. Lui vuole un Israele sicuro,
sereno e produttivo rivolto al mondo esterno non ghettizzato da
esso.
Finito dunque anche lo scandaloso
aforisma "terra in cambio di pace".
Basta con questa porcheria
! La pace si da in cambio di pace non di terra. La terra
si da in cambio di altra terra.
Per decenni tutti sono caduti
in questa trappola, compreso Israele che si e' visto
costretto a regalare territori per avere in cambio non pace
ma guerra e terrorismo. E dovevamo essere anche cornuti e contenti.
Adesso basta!
Sharon, melech Israel, re
di Israele, come si canta da queste parti, dara' politica
in cambio di politica, autonomia e aiuti in cambio di sicurezza,
e confini sicuri per Israele.
Grande Sharon! Che Dio gli
dia lunga, lunghissima vita.
Deborah Fait - informazionecorretta
Il potere di Berlusconi
dilaga in tv
Accendo la tv.
1. Apprendo che
Santoro sta per tornare.
2. Guardo mai
dire Lunedì e le battute sono solo su Berlusconi
3. La Cortellesi che imita
la Prestigiacomo fa la gag dicendo che lei (la Prestigiacomo)
è stata obbligata dal cavaliere tramite unincantesimo
ad aderire a Forza Italia e a sottoscrivere tutte le "cazzate"
contenute nel programma.
4. Guardo la Dandini.
5. Battuta su
Berlusconi.
6. Invitato: Michele
Serra
7. Battuta di
Vergassola: "Fo e Ferrante candidati a Milano, dice che
vinceranno considerando che gli elettori sono quelli che
hanno eletto Albertini?" - Come dire che gli elettori milanesi
sono cretini, mica intelligenti come loro..
8. Battuta di
Vergassola a Serra: "Lei ha fondato un giornale, <<cuore>>,
comesi sente adesso sapendo che un altrogiornale, <<Libero>>,
fa più ridere del suo?". Insomma, quelli che leggono Libero
sono coglioni e i giornalisti di Libero fanno ridere, mica come
noi che leggiamo Repubblica e i nostri giornalisti coi controcoglioni...
9. Battuta su
Berlusconi
Considerazioni:
* Questa sarebbe
la televisione sotto il controllo di Berlusconi?
* Quanti Ricolfi
ci vorranno per far capire alla sinistra che la loro spocchia
è insopportabile?
* Le battute sulla
sinistra le abbiamo dimenticate?
* E la cosiddetta
"satira" sarebbe di questo livello?
da jjangolopolitica
LA DOPPIA FACCIATA
Il parente della mia donna che
preferivo era un signore di più di 70 anni, avevo delle
discussioni piacevoli con lui, si vedeva che aveva l'anima
dell'imprenditore, per il gusto che metteva negli affari e per
un pizzico di cinismo che contraddistingueva il suo modo di
fare. Ci trovavamo spesso d'accordo, tranne quando si veniva alla
politica, perchè lui era un comunista di vecchia data, che
aveva avuto degli incarichi a livello provinciale ed io invece
ero esattamente dalla parte opposta. Era una cosa un pò strana,
ogni volta era come se si rivelasse una sorpresa, mi piaceva la sua
compagnia, concordavo con ciò che diceva, poi ci scoprivamo
inconciliabili politicamente e veniva quasi di chiedersi, ma com'è
possibile ?
L'ultimo pranzo che facemmo a
casa sua avvenne nell'autunno del 2003, mentre gli altri
si trattenevano a tavola, noi due ci spostammo in poltrona
ed il discorso cadde sul condono approvato dal governo. Sembrava
che lui non volesse calcare troppo la mano e gridare il suo disprezzo
per questo provvedimento, - sarebbe stato irrispettoso verso
di me e questo signore aveva una sua classe - quindi ne parlò
come di una cosa spiacevole, che non educa al rispetto della legalità.
Io gli obiettai che, fermo restando la sua conclusione e che comunque
si tratta di una misura da usare con cautela, purtroppo quello era
uno dei sistemi per far incassare qualcosa al fisco in certi casi,
perchè altrimenti queste entrate sarebbero perso del tutto,
vuoi per il passare del tempo, vuoi perchè lo stato non può
conoscere e mai conoscerebbe altrimenti di certe opere edilizie "
irregolari ". L'argomento sembrò convincerlo, anzi diciamo
pure che fece crollare ogni sua difesa, infatti annuì e mi
disse che anche nella casa dove eravamo, cioè la sua, c'era
una stanza nata come abusiva. Ci alzammo e me la mostrò, si
trattava di uno stanzino e mi disse che se avesse dovuto costruirlo
rispettando il fisco, il costo sarebbe stato esorbitante. Non ricordo
se avesse sfruttato il condono di un governo Craxi o quello del 2003
del governo Berlusconi, rimane il fatto che il vecchio compagno era
ricorso al condono per sanare un abuso edilizio. Sarà che mi stava
simpatico e quindi mi limitai a dirgli " Hai visto ? Avevo ragione "
?, ma non potei far a meno di riflettere su questa cosa, lui tira fuori
l'argomento per farne una questione morale e poi lui stesso è
stato uno dei beneficiari del provvedimento ; se non avesse avuto diversi
anni più di me e non ci fosse stato questo buon rapporto, la mia
reazione sarebbe stata piuttosto diversa.
La
cosa mi è tornata in mente quando ho letto oggi che
i grandi castigatori Benigni, Celentano e Grillo ( ci sarebbe
anche Dario Fo, ma questo non costituisce una novità,
anche se lo stesso vale per lui ) hanno sfruttato a piene mani il
condono, uno dei due di quelli emanati dal governo Berlusconi.
Come fa certa gente a prendere certe posizioni in pubblico e
poi a contraddirle maledettamente in privato ? E' una cosa assolutamente
abominevole questa doppia veste che indossano e per di più
con estrema impunità ; son talmente sicuri della loro posizione
che possono permettersi di nascondere il pelo sullo stomaco, tanto
nessuno lo rivelerà. Già, perchè a parte
i quotidiani " Il Tempo " e " Il Giornale ", quanti altri mettono
in risalto questo comportamento assolutamente vergognoso ?
Da non dimenticare che un altra
figura curiosa che ha beneficiato del condono è
la signora Franzoni e non mi riferisco all'indagata dell'omidicio
di Cogne, ma alla moglie di Romano Prodi. Anche l'uomo illuminato
dell'attuale panorama politico ha tratto vantaggi dalla misura
fiscale.
Che dire ? Solo ricordare che
nel 1993, negli USA, quando Clinton pensò di nominare
quale ministro della giustizia la signora Baird, fu scoperto
che lei aveva assunto un'immigrante illegale e non l'aveva assicurata
e perciò la sua candidatura fallì ; come si poteva
pensare di far assumere la carica di ministro della giustizia
a chi ha contravvenuto alle leggi pubbliche sull'immigrazione? Potrebbe
quella stessa persona dopo parlare a nome della Giustizia ? Certamente
no. Il concetto dovrebbe essere valido anche da noi e per esempio
Romano Prodi dovrebbe essere cancellato quale guida del centro-sinistra,
viste tutte le sue uscite sulla vergognosità del condono.
Così come Dario Fo, Benigni,Celentano e Grillo dovrebbero
essere esposti alla pubblica vergogna.
Ma, come purtoppo si può
constatare, il nostro paese è certamente diverso
dagli Stati Uniti e di queste macroscopiche contraddizioni
l'opinione pubblica è e sarà scarsamente cosciente.
LUCIO SERGIO CATILINA
Massima del
giorno
Ammiro i truffatori, non
perché hanno imbrogliato il prossimo ma perché
hanno capito come lo si poteva imbrogliare.
G.P.
MOLLICHINE
All'Università Roma
Tre è stato richiesto di bandire la Coca Cola dai
distributori, perché americana. Ognuno ha il 1789 che
può permettersi.
I vescovi si chiedono se
la Devolution sia una buona legge. Presto un congresso
di senatori italiani per stabilire se la Madonna è
stata o no assunta.
Villepin: "la stragrande
maggioranza dei musulmani di Francia vive nel rispetto
dei valori francesi". Peccato che la minoranza bruci le auto.
I nazisti, coi cadaveri degli
ebrei, facevano sapone. I cinesi da quelli dei condannati
a morte ricavano collagene e lo vendono. Quando si dice il
progresso.
Ruini: "La Chiesa tiene all'unita‚
del paese". Lo ha dimostrato lungo tutto l'Ottocento.
L'Onu con 62 astenuti ha
condannato la Corea del nord per gravi violazioni dei
diritti umani. 62? Ma la paura non faceva 90?
Al Zarqawi non intendeva
"colpire i fedeli musulmani" nelle feste nuziali ad
Amman... Peggio per loro, se si suicidano in massa, con una
bomba.
Sri Lanka. Rajapakse ha vinto
su Wickremesinghe ed ha nominato premier Wickremanayake.Grande
paese. In Italia non avremmo neppure saputo leggere i
nomi dei candidati.
Rina Gagliardi desolata perché
i "compagni" continuano a bere Coca Cola. Come direbbe Woody
Allen, non solo non hanno fatto la rivoluzione mondiale...
Bertinotti e Pannella a favore
del giudice Tosti e contro una condanna per "intolleranza".
Dopo tutto, dove sta scritto che un giudice debba giudicare?
Gianni Pardo
Era un
babau, figlio mio
Gli innamorati di Arafat,
a un anno dalla morte, non sanno piu' cosa fare per
ricordare l'assassino di tanti loro connazionali e per rendere
eterna la sua malefica memoria.
Il virus dell'odio, da
Marano dove, sabato, il sindaco comunista Mauro Bertini
ha voluto dedicare una strada al mostro, si e' allargato
verso la Capitale dove il movimento giovanile di AN guidato
dal suo presidente Federico Iadacicco, vuole onorare il mostro
defunto intitolandogli un parco.
Gia', l'odio comune unisce
gli estremi, io l'ho sempre asserito, neri e rossi
appassionatamente insieme contro ebrei e Israele.
Ricordo che quando, bambina,
passeggiavo con i miei genitori nei giardini pubblici
della mia bella citta', mi fermavo davanti ai busti di
Mazzini, Cavour, Dante Alighieri e , curiosa, chiedevo chi
fossero e cosa avessero fatto. Ho imparato cosi' , gia' piccolissima,
la storia d'Italia ed ero orgogliosa di quei personaggi che
mi guardavano con i loro occhi vuoti di pietra.
Lo stesso succedeva con
le targhe che portavano i nomi delle strade dedicate
a Piccolomini, a Domenico Rossetti, Francesco Guicciardini,
Garibaldi, Carducci. Sotto il nome c'era sempre la data di
nascita e di morte dei personaggi e quello che avevano fatto in
vita ... poeta, patriota, scrittore, storico.... mia madre
raccontava, raccontava, io bevevo ogni parola e fu cosi' che , dalla
curiosita' che suscitavano in me quei nomi , nacque la mia passione
per la storia, la letteratura e soprattutto il mio amore per l'Italia.
Provo dunque a immaginare
il dialogo tra un bambino maranese o romano e sua madre:
"Mamma chi era Yasser
Arafat?" (...) Per proseguire nella lettura
clicca qui.
Deborah Fait - informazionecorretta
LA CONDANNA
DEL GIUDICE TOSTI
fra politica e diritto
Qualcuno ha espresso
comprensione per la battaglia - o "impuntatura" che
sia - del giudice Tosti, condannato a sette mesi per essersi
rifiutato di esercitare le sue funzioni con un crocefisso
alle spalle. Il magistrato è stato sostenuto facendo
rientrare il caso in una più vasta difesa della libertà
di opinione e della laicità dello Stato. Tuttavia è
necessario osservare che, proprio se si discute di una condanna,
la prima cosa da tenere presente è il dato giuridico.
La libertà d'opinione
è il diritto di esprimere idee. Cioè la
facoltà giuridica di formulare affermazioni, non certo
la possibilità concreta di esplicare qualunque attività
coerente con quelle affermazioni. Se si sostenesse che
bisognerebbe negare il visto d'ingresso a qualunque persona
proveniente dalla Costa d'Avorio, si direbbe una cosa strana
che potrebbe tuttavia rientrare nella libertà d'opinione.
Se viceversa si sparasse ad un signore solo perché di pelle
scura e proveniente da quel paese, chi si sentirebbe di far rientrare
questo delitto nella libertà d'opinione?
Nel caso specifico,
anche a dare ragione a chi biasima il comportamento
della Chiesa in Italia - argomento che esula da queste note
- bisogna sottolineare che il giudice Tosti non è
stato giudicato per le sue idee sulla religione, sulla laicità
dello Stato, o sull'arredamento delle aule di giustizia: è
stato condannato esclusivamente in base al suo mancato esercizio
delle funzioni di giudice. Cosa che ha impedito per mesi agli abitanti
di Camerino di avere giustizia. Un po' come si condannerebbe chiunque
sparasse ad un turista di colore.
Ovviamente qualcuno
potrebbe vedere come "eroica" la motivazione del reato:
con sacrificio personale, il dr.Tosti ha portato sotto gli
occhi dell'Italia tutta il problema della laicità dello
Stato e dell'amministrazione della giustizia. Ma anche
ad essere d‚accordo su questa lode, la cosa risulterebbe lo
stesso del tutto priva d'importanza dal punto di vista giuridico.
Nei reati dolosi l'elemento soggettivo ha rilevanza solo per
l‚intenzionalità del fatto, mentre la motivazione del fatto
è ininfluente. Chi ruba ai ricchi per dare ai poveri
per la gente è un emulo di Robin Hood, per il giudice è
un ladro. Si condanna per omicidio se è provata la volontarietà
dell'azione, mentre le ragioni per cui l'azione è stata portata
a termine non contano o quasi. Chi uccide nel corso di una lite è
condannato ai sensi dell'art.575 del codice penale e importa poco
se, in quella lite, avesse ragione o torto. Ché anzi, se
ha ucciso per pochi spiccioli, si vedrà attribuire l'aggravante
d'avere agito "per motivi futili". Insomma, i motivi dell'azione
possono avere un'influenza solo per le attenuanti e le aggravanti,
ma non cambiano la sostanza del reato e la necessità della
sua sanzione.
La condanna del giudice
per l'astensione dalle udienze è perfettamente
plausibile e, si spera, sarà pronunciata in casi
analoghi.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it - 19 novembre 2005
AMMONIMENTI
Un articolo di Capperi
apparso il 19/11 ci fà conoscere che la propaganda
iraniana estrema ha fatto breccia anche in Italia e ci
illustra il basso e fanatico livello di questa. Gli aggettivi
sono i soliti della propaganda sovietica, i nemici, o quelli
considerati tali, son tutti " imperialisti ", oppure " agenti
della CIA " ed infine, per ovvie ragioni, " sionisti ".
Per dimostrare il mio
assunto, cioè il fatto che questa tecnica di
lavaggio del cervello sia molto simile a quella sovietica,
riporto quello che una fonte sovietica ufficiale - con ciò
intendendo non un giornale di partito, ma una pubblicazione
che doveva essere la più obiettiva possibile - ,quale
la Grande enciclopedia Sovietica, descrive alla voce Gandhi,
cioè al padre dell'India e uno degli esempi più validi,
se non quello in assoluto più valido, del pacifismo e della
non violenza .
" Mohandas Karamchand
Ganghi ( 1869-1948 ) : autore degli insegnamenti
reazionari del Gandhismo, derivati dalla casta Baniya che
era impiegata nel commercio e nell'usura. In Sud Africa,
Gandhi sabotò l'unità tra gli indiani e i negri nello
sforzo per la liberazione e nel 1906 lui attivamente aiutò
l'imperialismo britannico attraverso l'organizzazione e la guida
di un'unità sanitaria indiana che aiutò l'esercito
britannico nella sua invasione della terra degli Zulu, distruggendoli
con le armi da fuoco e le spade.
Il suo ruolo nel movimento
per la liberazione nazionale riflettè il tradimento
della classe media indiana e dei proprietari terrieri in
generale. Questi formarono un blocco comune con gli imperialisti
contro il popolo, nel quale vedevano il principale nemico.
Quando il movimento popolare risultò essere uno di tipo rivoluzionario,
Gandhi tradì il popolo e aiutò gli imperialisti a
sopprimere la rivolta. Agì nello stesso modo durante
i i fermenti rivoluzionari degli anni 1929-32.
Nella sua vita privata
Ganghi predicò l'ascetismo. Ha preteso essere
in maniera demagogica il sostenitore dell'indipendenza
indiana ed un nemico degli inglesi.
Gandhismo è
l'arma ideologica della medio alta classe, che è
strettamente legata ai proprietari terrieri feudali e agli
usurai. Sfrutta abbondantemente i pregiudizi religiosi e
i dogmi Hindu per l'incondizionata sottomissione della bassa
classe sociale bassa a quella alta, e anche il dogma del "
peccato " di ogni tentativo di cambiare la presente gerarchia di
caste che, sostengono, è stata stabilita dalla volontà
di Dio.
Il blocco reazionario
della borghesia e dei proprietari terrieri feudali
usa il Gandhismo nel suo scopo di disarmare le masse ideologicamente.
Promuovendo la teoria del Gandhismo, i capitalisti indiani
e i proprietari terrieri applicano largamente una politica del
terrore diretta contro le masse popolari ".
Lo scritto era così
veritiero che poi, quando l'India instaurò con
Nehru un rapporto più stretto con Mosca ( a causa dei
conflitti con la Cina, che minacciava di oltrepassare i
confini con l'India ), la " voce " dell'enciclopedia subì
delle variazioni.
Attenzione quindi a
sottovalutare i tentativi odierni di " armare le masse
ideologicamente ", con forza e disprezzo certe iniziative
vanno meticolosamente inserite nel luogo loro proprio,
nella raccolta differenziata dei rifiuti.
LUCIO SERGIO
CATILINA
Le barzellette
su Prodi
Sta girando per e-mail
e sui blog una bellissima barzelletta che prende di
mira il candidato della sinistra per il premiership. Dopo
anni di SMS e barzellette a go-go che colpivano solo ed esclusivamente
il premier in carica, finalmente un po' di umorismo che trafigge
l'altro bersaglio. La barzelletta si chiama "Confessione"
e racconta la storia di Prodi costretto a scavalcare la gerarchia
della chiesa cercando di farsi confessare. Parte con il suo incontro
col parroco. "Signor parroco, mi vorrei confessare. Certo figliolo,
qual è il tuo nome? Romano Prodi, padre. Ah, l'ex Presidente
del Consiglio! Ascolta figliolo, mi pare proprio che il tuo caso
richieda una competenza superiore. Credo sia meglio che tu ti rechi
dal Vescovo. Così Prodi si presenta dal Vescovo chiedendogli
se lo poteva confessare. Certo figliolo, come ti chiami? Romano Prodi?
Ex Presidente del Consiglio? No caro mio, non ti posso confessare perché
il tuo è un caso difficile, è meglio che tu vada in Vaticano.
Prodi va dal Papa.
Sua Santità, voglio confessarmi. Caro figlio
mio, come ti chiami? Romano Prodi. Ahi, ahi, ahi, figliolo,
il tuo caso è molto difficile anche per me. Guarda,
qui, sul lato del Vaticano, c'è una piccola cappella.
Al suo interno troverai una croce. Il Signore ti potrà
ascoltare. Prodi, giunto nella cappella, si rivolge al crocifisso:
Signore, voglio confessarmi. Certo figlio mio, come ti chiami?
Romano Prodi. Chi? L'ex Presidente del Consiglio? L'ex Presidente
dell'Iri? L'ex Presidente della Comunità Europea? L'amico
dei comunisti? Quello che ci ha spremuti per entrare nell'Europa
con l'Eurotax? Quello che ha fatto una voragine nei conti dell'Iri
insabbiando tutto? Quello che ha permesso alla Cina di invadere
i mercati europei di materie prime a basso costo senza controllo?
Ehm... sì, sono proprio io, Signore. Figlio mio, non
hai bisogno di confessarti, tu devi solamente ringraziare. Ringraziare?
E chi Signore? Ma i Romani, per avermi inchiodato qui. Altrimenti
scendevo e ti facevo un culo così." Nota: Tutti gli italiani
che riceveranno questa comunicazione hanno l'obbligo civile e
morale di inviarla ad almeno dieci amici. Non sia mai che qualcuno
lo voti di nuovo!" Fine della barzelletta, ma non dei peccati.
Sarebbero da elencare
le cause di quella voragine nei conti dell'Iri, da
quelli più conosciuti come il regalo dell'Alfa Romeo alla
Fiat e il tentativo di vendita della Sme a De Benedetti sempre
a prezzi da omaggio, a quelli meno conosciuti. Ma forse i suoi
peccati più (in)confessabili sono quelli che riguardano
le sue pretese capacità da chiromante come quella che
gli fa prevedere le periferie italiane in fiamme come le
banlieues di Parigi (incitamento al delitto?) o quella
che lo ha permesso di fornire in seduta spiritica l'indirizzo
dove le Brigate rosse tenevano nascosto Aldo Moro (complicità
nel delitto?). Forse è proprio quest'ultimo il peccato
che il Professore avrebbe voluto confessare.
Sandra Giovanna Giacomazzi
Carlos: un filo
rosso-verde nella strage di Bologna
La riapertura dell'inchiesta sulla strage
di Bologna è un fatto di grande importanza. Per
saperne di più sul terrorista venzuelano Carlos, implicato,
e sui collegamenti tra questo evento e tutte le stragi e le
guerre invisibili condotte negli anni '70 e '80, dal blog di PAOLO
DI LAUTREAMONT,
ITALYATOLLAH
La Radiotelevisisione di Stato dell'Iran
possiede un canale radio che trasmette in italiano sul nostro
territorio, facendo propaganda fondamentalista contro America,
Israele e Berlusconi. Si chiama Radio Italia , e si rivolge
a un pubblico di immigrati e no global pacifondai. Non a caso
tra gli intervistati fissi figurano opinion maker di quell'area,
da Giulietto Chiesa ai giornalisti del Manifesto, dal verde Bulgarelli
a Padre Benjamin ai freelance antagonisti. La stazione fa parte
del network mondiale Irib ( la televisione degli Ayatollah), che
diffonde in 35 lingue il suo verbo d'odio, con emittenti in Pakistan,
Afghanistan, Bosnia, Siria. Ma considera terra di conquista anche
Italia, Francia, Germania, Regno Unito.(...) Il radiogiornale è
filtrato dalle fonti di regime, agenzia di stampa Irna e Irib tv. Così
la fine di un terrorista si trasforma in « martirio di un'attivista
» , la marcia del Foglio è « imbarazzante »
e Ferrara « agente Cia » . Mentre per le bombe giordane, essendo
morto il capo 007 dell'Anp, la pista diventa « israeliana »
.(...)Aldilà dei sondaggi in rete ( Bush e Blair dietro le bombe
a Londra), si leggono missive « di sostegno alla posizione iraniana
antisionista » . « Vi sono vicino nella lotta contro i nemici
» , scrive Francesco Boco. « L'Iran è l'ultimo baluardo,
onore a Khomeini e Ahmadinejad » , anonimo. « Approvo la
vostra linea » , Abdallahu Rumi e Wahid Aiello. « Ho a cuore
gli oppressi dall'imperialismo » , Rinaldo Metrangolo, Pescara.
« Eurasia esprime solidarietà per il linciaggio mediatico
» , il coordinatore Stefano Vernole. « Sincera solidarietà
al vostro popolo, la resistenza irachena vi indica la via di fronte
alle minacce » , firmato Campo Antimperialista. E la Repubblica
d'Iran umilmente ringrazia.
Fonte: liberaliperisraele
«News
al fosforo»
E’curioso come la questione
del fosforo bianco utilizzato a Fallujah campeggi sui
giornali italiani e non invece sulla stampa internazionale.
Che in queste stesse ore,
invece, si sta occupando del raid con cui gli americani
hanno scoperto un carcere governativo in cui i detenuti
venivano sottoposti a pratiche disumane. Scoperta che si presta
a molte considerazioni, a cominciare dalla constatazione
che il dopo Abu Ghraib, tra processi e rimozioni di ufficiali
e graduati, non sarebbe dunque stato rimosso, al punto che i cattivi
maestri sono passati a rivestire i panni meticolosi di controllori
degli abusi. L’altra considerazione è che non ci si è
posti alcuna questione di opportunità politica, a meno di un
mese dalle elezioni, nel sollevare uno scandalo che avvelena i rapporti
tra sciiti – carcerieri – e sunniti, carcerati.
O, forse, l’opportunità politica sta proprio nel giocare
la carta rischiosa di coinvolgere i sunniti
in un processo nel quale
le denunce degli abusi poggiano sulle inchieste, e
non sui proclami di al Zarkawi. O, forse, semplicemente gli
americani hanno giocato in proprio, puntando a migliorare la propria
immagine, o mandato un segnale agli sciiti.
Ma, insomma, in Italia
siamo tutti affannati attorno alla questione del fosforo,
al punto che viene da dire che il paese in cui la libertà
di stampa langue a mezza classifica è capace di scoop mondiali,
e il paese in cui il regime controlla l’informazione produce
inchieste – è vero, c’è chi chiede che vengano mandate
in onda in prima serata
e non di mattina presto
– che è piuttosto il regime mondiale a relegare
alla periferia dell’impero. E dunque restiamo al fosforo.
Non ho alcuna competenza in materia, e non ho pregiudizi.
Ho letto le cose che si sono presto trasformate in campagna
(sit-in, conta del chi c’era e chi no, polemiche interne alla sinistra)
e mi ha colpito solo l’alta velocità – in altri tempi si
sarebbe chiamata teorema – con cui si è passati dall’inchiesta
alle conclusioni, come se in fondo i fatti fossero irrilevanti,
e contassero le parole d’ordine, e i pregiudizi, confermati.
Ora, sui fatti, esiste,
sotterranea, curiosamente sotterranea, un’altra versione,
come se l’informazione ufficiale (telegiornali compresi,
che hanno ripescato perfino le immagini del Vietnam) fosse
quella che una volta era considerata controinformazione,
e l’informazione vera, o fosse pure filo-occidentale, o proamericana,
fosse ridotta a essere flebile controinformazione (i più
interessati vadano a vedersi il blog www.tonibaruch.blogspot.
com/ e da lì risalgano per li rami di Internet ai samidzat che smontano
il reportage di Rainews 24). Ho visto da vicino gli errori tragici
dell’armata americana, conosco la sproporzione tra proclami,
intenti e condotta dei singoli e dei reparti, conservo tutti i miei
dubbi sul fatto che la democrazia sia esportabile com’è
stato in Iraq, e le perplessità sul fatto che la lotta al
terrorismo possa essere indebolita anziché rinforzata da buchi
neri come Abu Ghraib o Guantanamo. Ciò che non mi impedisce
di constatare che in Iraq la democrazia ha fatto dei passi in
avanti, e che il nocciolo della teoria secondo cui il terrorismo
alla resa dei conti si può battere solo globalizzando diritti,
partecipazione e democrazia è un nocciolo da non sputare,
e comunque preferibile al compromesso, in nome della stabilità,
con qualunque regime autoritario. E dunque credo sia importante
entrare nel merito dei fatti, sviscerarli senza pregiudizi, nella
convinzione che ogni ombra sul comportamento delle forze occidentali
è un punto a favore del terrorismo, e ogni tentativo onesto
di far chiarezza, un servizio reso alla lotta contro il terrorismo.
Alla lotta cioè contro le organizzazione che appesero dei cadaveri
carbonizzati sul ponte di Fallujah, e che governarono la città
libera con la sharia, ospitando prigioni di sequestrati, studi
televisivi improvvisati per le decapitazioni, cortei con venditori
di alcol alla gogna. Ma inchieste, appunto, non propaganda veloce
a essere spesa nella causa: tutti a casa, via dall’Iraq.
Fissare la data
del ritiro Negli Stati Uniti si fa strada una convinzione: fissare
una data per il ritiro totale – fine 2007 – e un calendario di ridimensionamenti
parziali. Servirebbe a fissare un’agenda libera dal
ricatto terrorista, responsabilizzare gli iracheni,
svuotare dal messaggio nazionalista la tattica di Zarkawi.
L’opinione pubblica irachena
ne sarebbe rassicurata. Non solo quei sunniti riottosi
che hanno almeno il merito di un’ottima battuta, nelle parole
di un reduce da Abu Ghraib – “gli americani hanno portato
l’elettricità prima al mio culo che a casa mia” – ma anche
tutti coloro, sciiti o curdi, che non nascondono la convinzione
che la presenza americana finisca, in fondo, per alimentare
gli attentati e il terrorismo, invece di spegnerli. E’ una
prospettiva realistica e di buon senso, che pone un’altra domanda:
gli italiani, che debbono fare? Andarsene via per primi, o con
un’agenda dettata dalla politica e dai governi nostri, o iscriversi
in questo graduale passaggio di consegne, in questa strategia
d’uscita, che segnerebbe una discontinuità voluta e non
traumatica, piuttosto di una rottura simbolica e pratica con quanto
è stato fatto finora?
L’informazione italiana,
irrorata di fosforo come alla vigilia di un esame, legge
la questione come il cavillo di un programma elettorale,
un braccio di ferro interno all’Unione, alla vigilia dell’unico
esame, appunto, che conti: il voto, il voto.
Da Il Foglio, articolo
di Toni Capuozzo
I CELLULARI
E LE ROVINE
Nel nostro mondo dominato
dall'elettronica, giunge la notizia che ora sarà
possibile ricevere sul proprio cellulare il
riassunto, solo 160 caratteri, delle principali opere
di letteratura ; e crediamo, che non sarà lontano il momento
in cui sarà possibile fare lo stesso anche per la
geografia o la storia.
L'aspetto aberrante di
questa notizia, che altri non è se non l'invenzione
di un ulteriore motivo per interagire con il telefonino,
è il tono positivo con cui è data, tono tipico con
cui vengono annunciati i miglioramenti, i progressi che ci
facilitano nella vita di tutti i giorni. Credo proprio di fare
appello ad un'esperienza ampiamente condivisa se affermo che
una parte notevole del tempo di tutti noi è oggi trascorsa
usando il cellulare : basta uscire di casa od anche affacciarsi
ad una finestra, per notare che la maggior parte dei passanti parla
al telefono oppure controlla qualcosa sul cellulare il messagio
appena ricevuto oppure quelli avuti nella giornata o qualsiasi
altra informazione che questo congegno può dare.
Le imprese produttrici
hanno provato a creare un'ulteriore ragione per usare
il cellulare e questo è assolutamente normale, perchè
un'impresa stà sul mercato se riesce a vendere e se
il suo prodotto finisce con risultare indispensabile quanto
l'acqua potabile ha raggiunto il suo scopo. La cosa del tutto
anomala è invece che le persone dotate di un minimo di buon
senso trovino questa " proposta " positiva e utile.
In primo luogo : è
davvero così nuova l'idea di fornire dei riassunti
di rapida consultazione sulle materie scolastiche ? Assolutamente
no, il famoso Bignami c'è stato per la mia generazione
e c'era anche in quella dei miei genitori. Il Bignami era
forse il campione più nobile del genere, perchè i
suoi riassunti non erano tanto scarni da abbrutire la materia di riferimento
; si trattava ancora di riassunti che qualche spiegazione la
fornivano. Poi, immancabilmente, gli imitatori di questo genere
sono giunti al punto di ridurre la storia o la letteratura al
livello di un trafiletto o di una barzelletta, ma non si può
fagliene una colpa, si tratta di uno sviluppo inevitabile, se
c'è una richiesta in proposito. Ora, nell'era moderna, si
è fatto un monumento al trafiletto, con i " 160 caratteri
" che arrivano sul cellulare.
In secondo luogo : costituisce
davvero un vantaggio ridurre un'opera letteraria a
qualche riga su uno strumento elettronico ? Ne ho avuto
un saggio leggendo ieri sera il riassunto di Romeo e Giulietta
e vorrei chiedere a quei professori, che sostengono che
questi "telegrammi urgenti " aiutano a ripassare, cosa possa
un allievo inparare da una trama così cruda da risultare
insignificante. L'apprezzamento della cultura e lo sviluppo del
ragionamento possono alimentarsi se insegno che i Promessi Sposi
è la storia di una coppia di innamorati che incontra delle
difficoltà a sposarsi, Don Rodrigo si oppone e Don Abbondio
ne è intimorito, ma che poi dopo molte vicessitudini la faccenda
si conclude a buon fine ? Quegli insegnanti che privi di pudore e
del senso di decenza hanno sostenuto l'importanza di questi orribili
riassunti non capiscono che ridurre la letteratura, poi sicuramente
anche la storia, ad una trama così striminzita equivale alla
banalità di uno sceneggiato TV, merce tipicamente usa e getta
di cui i giovani, e non solo, abusano in maniera deleteria per i
loro neuroni ? Il riassunto di Romeo e Giulietta infatti, così
come l'ho letto potrebbe essere la trama di un qualsiasi filmetto
da quattro soldi e la tristezza è che probabilmente sarà
questo il modo in cui tanti studenti lo classificheranno, visto che
non c'è caratterizzazione dei personaggi, contesto storico, ecc.ecc.
Mi auguro di trovare presto
qualche denuncia al fulmicotone sull'ennesima buffonata
da " mondo moderno ", sulla nuova elevazione del fetore di
fogna al livello del profumo di un buon rosso stagionato,
spero di cuore di trovare degli adepti davvero dediti a combattere
questa crociata contro la barbarie.
Che si mobilitino le riserve
e si riformino le divisioni !
LUCIO SERGIO
CATILINA
Massima del giorno
Le anime belle si
fanno una gloria della loro stupidità.
G.P.
MOLLICHINE
La polizia iraniana
ha sequestrato centinaia di manichini dai negozi perché
ritenuti troppo sexy. Si teme che parecchi di loro siano
stati violentati, in caserma.
Bill Clinton ha detto
che sua moglie potrebbe diventare un presidente degli
Stati Uniti migliore di lui. I presenti, da veri maleducati,
non l'hanno contraddetto.
Un ospedale serbo:
nuovo metodo contraccettivo per gli uomini, elettroshock
ai testicoli (Dg). Efficacissimo. Basta minacciarlo e
chiunque si astiene dal sesso.
In Tailandia un uomo
ha detto di usare un coccodrillo vivo come cuscino
per dormire (Dg). Ci si chiede come il coccodrillo acconsenta
a dormire con un fesso del genere.
Bertinotti, per le
assicurazioni di Prodi a Talabani, parla di «giochi
di parole» e «formule di cortesia a un leader
a sovranità limitata». Dà del magliaro
a Prodi e del fantoccio a Talabani.
Corriere della Sera:
Catania è la città più analfabeta d'Italia.
Scapagnini addirittura detta tutto ad uno scrivano.
Il verde Amorosi
espulso dal partito perché favorevole a Cofferati.
I verdi preservano l'ambiente. Anzi, il milieu.
Monsignor Betori.
No alla Ru486: "Il problema di questo farmaco è
il problema dell'aborto". Ma appunto: e non era risolto?
In Val di Susa hanno
protestato in 50.000 contro l'alta velocità.
E per dare il buon esempio sono andati a piedi.
Il ministro degli
Esteri cinese Zhaoxing: "Taiwan è parte inseparabile
della Cina". Come disse il marito della moglie che era
fuggita con un altro.
L'Anp chiede aiuto
a Israele per trovare il tesoro di Arafat. Ma non
era sua moglie, il suo solo tesoro?
Gianni Pardo
FOSFORO
Prima di perdersi in dietrologie
e prima di stracciarsi le vesti, raccogliere i dati. Il primo
dato è che, a parte che presso l'estrema sinistra
italiana, questa storia del fosforo non ha "fatto i grandi
titoli" da nessuna parte. Il secondo dato è che una
coalizione internazionale per proteggere gli americani è
impensabile, perfino dentro gli Stati Uniti. Il terzo dato
è che la spiegazione della tranquillità con cui è
stato accolto il presunto "scoop" nasce dal fatto che tale
non è.
Persino il Corriere
della Sera ha ieri scritto quanto segue.
G.P
Il Pentagono: usato fosforo ma non
sui civili
<<Serviva per
stanare i nemici e poi ucciderli con esplosivi potenti».
Le precisazioni di un portavoce: arma convenzionale,
non chimica>>
Il fosforo bianco utilizzato durante
un'assedio (apprezzare quell'apostrofo! G.P.)
WASHINGTON (Stati
Uniti) - L'esercito americano ha utilizzato fosforo
bianco durante l'offensiva contro la città irachena
di Falluja nel novembre 2004. Lo ha confermato un portavoce
del Pentagono, interrogato oggi dalla Bbc. La vicenda
era ermersa dopo un servizio di Rainews 24 che aveva raccolto
le rivelazioni
di alcuni militari americani che hanno prestato
servizio in Iraq.
«ARMA CONVENZIONALE»
- «L'abbiamo utlizzato come arma incendiaria
contro combattenti nemici», ha dichiarato, rispondendo
a una domanda, il tenente colonnello Barry Venable. «Il
fosforo bianco è un'arma convenzionale, non
è un'arma chimica. Non è illegale», ha
rilevato l'ufficiale. «Noi l'utilizziamo in primo luogo
come agente oscurante, per cortine fumogene o per illuminare
obiettivi», ha detto ancora il portavoce. «È
comunque un'arma incendiaria, che può essere utilizzata
contro combattenti nemici», ha aggiunto.
«STANARLI PER
POI UCCIDERLI» - Venable ha spiegato alla Bbc
la tecnica di impiego del fosforo bianco usata a Falluja.
«Quando hai forze nemiche al riparo, la tua artiglieria
con cariche potenti non ha effetto e vuoi stanarle dalle
loro posizioni, una delle tecniche è sparare fosforo
bianco. Gli effetti combinati del fuoco e del fumo, e in alcuni
casi il terrore causato dall'esplosione, le faranno uscire dai
ripari, in modo che tu possa ucciderle con esplosivi potenti»,
ha dichiarato.
«NON CONTRO
I CIVILI» - Venable ha precisato che questo tipo
di esplosivo non è stato usato contro i civili e
ha fatto riferimento ad un articolo, pubblicato nel numero
di marzo-aprile 2005, della rivista Army's Field Artillery,
una pubblicazione ufficiale, in cui veterani di Falluja spiegano
che il fosforo bianco «ha dimostrato di essere una
munizione efficace e versatile». Gli autori dell'articolo
riconoscono di averlo utilizzato in combattimento, «come
una potente arma psicologica contro i rivoltosi... nelle trincee
quando non eravamo in grado di ottenere risultati effettivi con
gli esplosivi» più potenti. Secondo i militari in questione,
a Falluja non incontrarono praticamente nessun civile. «Le
forze americane non utilizzano napalm nè fosforo bianco come arma»,
ha inoltre sostenuto l'ambasciatore americano a Londra Robert Tuttle,
in una lettera pubblicata oggi dal quotidiano britannico Independent.
16 novembre 2005
URSS : L'ULTIMA
BRUTTURA DIMENTICATA
Purtroppo, non è
la prima volta che in Afghanistan si combatte una
guerra, infatti questo stato conobbe l’invasione straniera
ad opera dell’Unione Sovietica il 27 dicembre del 1979,
anche se corre una sostanziale differenza con l’attuale
intervento statunitense : mentre questa è una ritorsione
per un attacco sferrato ai danni degli Stati Uniti, una vera
e propria dichiarazione di guerra da parte del governo dei Talebani,
nel caso dei sovietici si trattò di un’invasione pura e
semplice.
Verrà qui
tracciata una sintesi dei fatti storici relativi
a questo episodio, per valutare poi la presa di posizione
in merito delle Nazioni Unite, ai fini di un eventuale
confronto con la posizione registrata verso l’attacco
americano.
L’occupazione
militare sovietica avvenne tra il 1979 ed il 1982,
gli anni più duri della guerra furono quelli tra
il 1982 ed il 1986, quando cominciò la graduale ritirata,
che in sostanza si compì del tutto solo nel 1992,
quando il crollo dell’Unione Sovietica portò dietro di
sé la fine del governo afgano di Najibullah.
I sovietici e
i comunisti afgani controllarono solo il 20% del territorio,
quella parte però costituita dalle grandi arterie,
le principali città, le zone ricche di cereali,
petrolio, gas naturale, destinati in gran parte alla stessa
Unione Sovietica. L’invasione straniera condusse alla nascita
della Resistenza afgana che, avendo l’appoggio della popolazione,
raggiunse un numero di combattenti compreso tra i 60000 e
i 200000. Uno dei problemi più consistenti fu quello dei
rifugiati, che secondo un rapporto di Amnesty International
furono “ il gruppo più numeroso del mondo “ : sembra che
nell’insieme del territorio, più della metà della popolazione
abbia dovuto espatriare, a causa della guerra e del terrore su
vasta scala perpetrato dall’Armata rossa e dai loro omonimi afgani.
Per quanto attiene infatti ai
crimini di guerra, oltre alla testimonianza di Amnesty International,
vi è da segnalare quella del Tribunale permanente
dei popoli, considerato una filiazione giuridica di quello
di Norimberga, che ha condotto inchieste su eccidi di
massa e massacri compiuti sui villaggi sospettati di organizzare
la resistenza : non solo, ma ai tremendi atti di barbarie compiuti
ai danni della popolazione civile, senza distinzione tra uomini
donne e bambini, diversi tipi di gas tossici vennero usati contro
gli abitanti, l’aviazione sovietica fece uso massiccio di napalm
e fosforo, l’esercito sovietico gettava sostanze tossiche nelle sorgenti
d’acqua potabile, causando la morte delle persone e del bestiame.
Fu compiuto un uso notevole anche delle mine antiuomo, 20 milioni
ne furono sistemate soprattutto intorno alle zone di sicurezza delle
truppe sovietiche e delle fabbriche. Infine, il terrore politico,
il Khad, la polizia segreta afgana, controllava i luoghi di detenzione,
aventi caratteristiche al di sotto di ogni standard per ciò
che concerne l’igiene e gli spazi, con uso anche di celle sotterranee;
un rapporto delle Nazioni Unite del 1986 accusa pesantemente il
Khad, definendolo “ macchina di tortura “. Secondo un censimento,
sempre di quegli anni, il numero totale dei prigionieri avrebbe oltrepassato
le 100000 persone. Il triste bilancio di questa guerra fu l’alto
numero dei morti, tra un milione e mezzo e due milioni, di cui il 90%
di civili, e quello dei feriti, tra i 2 e i 4 milioni.
Per quel che riguarda
la reazione dell’ONU, il numero degli interventi
risulta piuttosto limitato : si hanno due risoluzioni dell’Assemblea
Generale ( n. 35/37 del 20/11/80 e n.36/34 del 18/11/81),
più un’altra adottata sempre da detto organo nel corso della
sesta sessione speciale d’emergenza ( ES-6/2 del 14/11/80). Il contenuto
di questi documenti è quasi uguale, al limite dell’identicità,
e può essere sintetizzato dividendolo in due parti.
Nella prima, l’Assemblea, appellandosi alla carta delle Nazioni
Unite, riafferma il divieto dell’uso della forza contro la
sovranità, l’integrità territoriale, l’indipendenza
politica di un altro stato ed il diritto di ogni popolo di
liberamente determinarsi quanto alla forma di governo ; quindi,
preso atto dei gravi problemi susseguenti l’invasione, delle
sofferenze del popolo afgano, del problema dei rifugiati afferente
anche agli stati accoglienti come Iran e Pakistan, nella seconda
parte passa ad enunciare solennemente quei diritti che spettano
all’Afghanistan e che sono violati, ordina il ritiro delle truppe
sovietiche, richiama le parti in causa all’urgenza del raggiungimento
di una soluzione politica ai fini del ritorno dei rifugiati e
in proposito invita la comunità e le organizzazioni internazionali
a dare loro assistenza. Da segnalare, in ultimo, il riconoscimento
fatto dall’Assemblea al contributo dato per la cessazione del conflitto
dalla Organizzazione della Conferenza Islamica e dal Movimento dei
Paesi Non-Allineati.
Da notare che, in Italia, l’invasione
sovietica non ha scosso gli animi : la sera dell’invasione,
si è riusciti a racimolare solo sette persone
– davvero eroiche – per protestare all’ambasciata sovietica.
Non si è
potuto arrivare nemmeno a dieci.
I mass media e
il mondo accademico hanno manifestato una compostezza
in proposito al limite dell’indifferenza ; probabilmente,
le loro coscienze erano ancora sconvolte della guerra
in Vietnam.
Il mondo del cinema
e della musica hanno deciso di non entrare nel mercato
per un fatto del genere. Nessun film quindi o canzone.
Forse è stato lo scioglimento dei Beatles che ha
impedito un rifacimento della storia del ragazzo che amava
i Beatles e i Rolling Stones. Sarebbe bastato il fatto di
amare la libertà, per giustificare una nuova melodia,
ma non si può chiedere ad un’impresa di investire in
operazioni fallimentari, del tentativo di annessione sovietica,
l’italiano che va al cinema o che compra i dischi non si è
neppure accorto.
LUCIO
SERGIO CATILINA
Massima del giorno
Non sono
tanto nobile da dire "non mi abbasserò ad usare
le loro armi". Se si tratta di combattere contro il diavolo
mi abbasso al livello dell'inferno.
G.P.
Riceviamo
e, volentieri, pubblichiamo
Cara amica, caro amico,
IL PARTITO RADICALE TRANSNAZIONALE
SOSTIENE E RILANCIA IL DIGIUNO DEI MILITANTI TUNISINI INVITANDO
ALLA MOBILITAZIONE DAL 16 AL 18 NOVEMBRE
Dal 10 ottobre 2005,
Ayachi Hammami
(avvocato, Segretario Generale della sezione di Tunisi
della Lega Tunisina dei diritti dell'uomo e membro
del partito Iniziativa Democratica), Mokhtar Yahaoui
(ex giudice, avvocato), Najib Chebbi (Presidente del Partito
Democratico Progressista), Hamma Hammami (Presidente del partito
Operaio Comunista Tunisino - non riconosciuto), Lotfi Hajji
(giornalista, presidente del sindacato dei giornalisti tunisini
- non riconosciuto), Mohammed Ennouri (avvocato), Samir Dilou
e Abdelatif Hayedi sono in sciopero della fame per denunciare
il regime oppressivo e censoreo del Presidente Ben Ali.
I leader dell'opposizine
tunisina si sono riuniti nell'ufficio dell'avvocato
Hammami a Tunisi e si appellano alle autorità di quel paese
affinché vengano rispettate le libertà civili delle
organizzazioni della società civile, dei partiti politici
e dei vari media tunisini e perché vengano imediatamente
liberati tutti i prigionieri politici detenuti nelle carceri
di quel paese spesso a seguito di processi sommari. Per la prima
volta una mobilitazione nonviolenta unisce in un'azione politica
congiunta membri dell'opposizione che appartengono a gruppi
religiosi e laici.
Il Partito Radicale
Transnazionale si unisce a loro e invita tutti i cittadini
di buona volontà a digiunare nei prossimi giorni.
Sin dal primo giorno
dello sciopero della fame, la polizia tunisina ha
circondato l'edificio dove gli otto militanti si sono riuniti
e ha tentato di bloccare l'accesso alle strade circostanti
maltrattando tutti coloro che volevano mettersi in contatto coi
digiunatori. Malgrado tutto questo, centinaia di sostenitori son
riusciti a contattare i militanti e decine di digiuni di sostegno
e solidarietà son stati lanciati in varie città
tunisine e all'estero. Alcuni militanti tunisini fanno sapere
che, malgrado la potente opposizione del regime, i sostegni aumentano
quotidianamente e che l'azione sta unendo moltissime persone in
un'inedita federazione di oppositori.
Lo sciopero della
fame è la tappa finale di una serie di iniziative
lanciate da varie organizzazioni non-governative tunisine
volte a convincere le autorità nazionali a garantire
la libertà di espressione, associazione e informazione
al fine di consentire un sistema basato sullo stato di diritto
e sulla multi-partiticità in politica.
Per tutto il 2005,
gli appelli di varie organizzazioni per la libertà
in Tunisia sono stati repressi dai servizi di sicurezza dando
spesso vita a processi farsa. Per queste ragioni il Congresso
della Lega tunisina dei diritti umani, la società dei
giudici tunisini son stati disciolti e l'attività dell'Istituto
arabo dei diritti umani è stata congelata.
Nell'unirsi ai digiunatori
e nell'invitare altri a sostenere l'iniziativa
nonviolenta, il Partito Radicale Transnazionale conferma
il proprio sostegno a tutti gli sforzi tunisini volti
all'apertura di un dibattito politico aperto e trasparente
in quel paese.
Per aderire al digiuno e annunciare
la partecipazione ai presidi che verranno organizzati
davanti alle rappresentanze diplomatiche tunisine visitare
www.radicalparty.org (il sito è al momento oscurato
in Tunisia).
Tra i primi ad annunciare
il proprio digiuno: Marco Cappato, Segretario dell'Associazione
Luca Coscioni Association, Marco Perduca e Matteo Mecacci
Rappresentanti all'ONU del PRT. Vari membri del Partito
Radical tunisini hanno inoltre annunciato la loro partecipazione.
Per aderire
qui.
Un video
per dimostrare quello che non c'è
Ci risiamo, il metodo
a sinistra è sempre quello: una bugia
ripetuta cento volte magicamente dovrebbe diventare la verità.
Dunque non ci son santi, secondo i soliti sinistrissimi
personaggi gli americani hanno usato bombe al fosforo
e napalm a Falluja. C'hanno fatto -con i soldi pubblici
della RAI e scopiazzando
quel simpaticone di Moore- pure il filmetto
per dimostrare quanto cattivi sono gli americani.
Noi, qui di seguito , pubblichiamo una serie di
articoli a cominciare da questo di Andrea Nativi:
Armi chimiche a
Falluja e in Irak sganciate dagli americani? Non scherziamo.
Il documentario trasmesso da RaiNews24 non dimostra
assolutamente nulla, anzi. Il video comincia con immagini
di repertorio sul Vietnam, dove in effetti furono largamente
utilizzati sia il napalm sia agenti defolianti. Ma il napalm
nell‚ultima guerra in Irak non è mai stato impiegato.
Il napalm è
uscito dagli arsenali statunitensi nel 2001.
In ogni caso non si trattava certo di armi chimiche. È
stato invece impiegato il «parente» moderno del
napalm, la bomba incendiaria Mk 77 Mod.5 da 340 kg, sganciata
dai piloti degli Harrier dei Marines contro le truppe irachene
nel corso dei combattimenti nel marzo del 2003. Sono armi che svolgono
la stessa funzione, ma non sono la stessa cosa, la composizione
è diversa. Si tratta di bombe studiate per attaccare obiettivi
areali, estesi, il cui uso in combattimento non è proibito
da nessuna convenzione internazionale. La Cwc, Convenzione per la
messa al bando di alcune armi convenzionali, del 1980, si limita, al
Protocollo III, a bandire l'uso di armi incendiarie contro i civili
non contro obiettivi militari. Peraltro questo Protocollo non è
stato ratificato dagli Usa. Si parla in ogni caso di armi incendiarie,
non di armi chimiche, perché altrimenti anche una bottiglia molotov
diventerebbe un'arma chimica e chi la lancia un criminale di guerra.
Il filmato poi si
occupa del Wp, il famigerato fosforo bianco. Cominciamo
col dire che la «pistola fumante», la sequenza
incriminata in cui un velivolo lancerebbe armi misteriose
non dimostra alcunché. Basta guardare le immagini (la
sequenza di foto in alto) riferite all‚esplosione di munizioni
convenzionali o fumogene o esplosive/incendiarie per convincersene.
Né dimostrano qualcosa le crude immagini dei corpi
carbonizzati, con parte dei propri abiti indosso e senza apparenti
ferite di armi da fuoco: non c‚è alcun referto medico
e nessun cadavere è stato sottoposto a un esame patologico.
Inoltre chi ci assicura che quei corpi si trovassero a Falluja?
L'impiego del munizionamento
al fosforo come arma incendiaria era un tempo molto
comune: durante la Seconda guerra mondiale intere città
giapponesi furono trasformate in roghi da spezzoni e bombe incendiarie,
così come accadde a diverse città della Germania.
Bombe del genere furono anche lanciate contro l'Italia. E nessuno
ha mai lontanamente sostenuto che si trattasse di armi chimiche.
Oggi invece il fosforo
bianco, così come il fosforo rosso, è utilizzato
come munizionamento fumogeno, illuminante o per «marcare»
un bersaglio, nel munizionamento tracciante. Ed è anche
usato in agricoltura, nei fertilizzanti e nei normali
fuochi d'artificio. L'effetto incendiario esiste, ma è
secondario. Tanto è vero che il munizionamento in questione
non è proibito dalla Convenzione Onu ed è utilizzato
praticamente da tutti gli eserciti di questo mondo.
A Falluja i marines ne hanno fatto uso
in misura limitata, certamente con l'artiglieria a terra, forse
anche da bordo di velivoli che sostenevano l'azione dei
commilitoni sul terreno. In qualche caso, sporadico, il Wp,
Willy pete, è stato utilizzato per ottenere un effetto
psicologico: doveva spaventare gruppi di guerriglieri trincerati
e forzarli ad abbandonare i rifugi, in modo di poterli attaccare
con proiettili ad alto esplosivo.
Comunque, impiegare
il munizionamento al fosforo come arma diretta per
sfruttare l'effetto secondario incendiario sarebbe del
tutto improprio e inefficace: visto che la munizione ha
uno scopo diverso e non è così letale. Soprattutto,
negli arsenali esistono munizioni specifiche per attaccare
bunker o trincee o bersagli estesi molto più micidiali:
testate a dispersione di vario tipo, testate termobariche,
Fae (Fuel air explosive).
Per non parlare
del fatto che l'impiego di munizionamento al fosforo
va limitato a causa della tossicità. I comandanti
americani non volevano correre rischi inutili, perché
a Falluja c'erano e ci sono restati a lungo, migliaia di
soldati americani e iracheni, mentre dopo la fine delle ostilità
sono tornati ad abitarvi centinaia di migliaia di civili.
Per gli stessi motivi
l'impiego di qualunque altra arma chimica con un
minimo di persistenza non può che essere escluso a
priori. Nessuno al Pentagono vuole una nuova «sindrome
del Golfo». Quindi niente armi chimiche americane
in Irak. Gli Usa hanno sottoscritto la apposita convenzione,
hanno rinunciato alle armi chimiche e stanno distruggendo i
propri arsenali eredità della guerra fredda. In Irak c'è
però chi ha usato indiscriminatamente le armi chimiche,
anche contro i civili: Saddam Hussein e i suoi accoliti, che
dovranno rispondere molto presto anche di questo.
Andrea Nativi da "Il Giornale". Per altri articoli
clicca qui.
FEDELI A SE'
STESSI
In seno all'amministrazione
americana è in atto da tempo un braccio di
ferro in merito al trattamento dei prigionieri terroristi,
cioè dei prigionieri non comuni. Già dal 2001,
erano stati sollevati da parte di varie organizzazioni umanitarie
degli appelli, affinchè nella base di Guantanamo Bay,
a Cuba, i prigionieri afgani, membri di Al-Qaida, avessero
un trattamento in accordo con i trattati internazionali in
materia.
Ormai, pare che
la linea dura, sostenuta dal Vice-Presidente americano
Cheney sia in minoranza, in quanto tanto il Ministro
degli esteri Rice, quanto il capo della CIA Negroponte
sono in favore di un codice di norme per il trattamento
dei terroristi in accordo con la Convenzione di Ginevra .
C'è da segnalare che il problema riguarda, ovviamente,
le basi americane, o della CIA, in territorio straniero,
perchè per quelle all'interno del territorio statuinitense
dei limiti già esistono.
Qualche giornalista
ha scritto che certe basi della CIA in cui i prigionieri
son torturati si trovano in Ungheria ed in Polonia, ma
questi due stati, anche di fronte alle interrogazioni poste
della UE, hanno negato tutto.
In ogni caso,
sarebbe auspicabile che gli USA, in ossequio alla
tradizione che li contraddistingue, optassero per un corpo
di garanzie che non possono non applicarsi anche ai
terroristi ; questo non significa far coppia con gli ingenui
e pensare che chi è disposto a farsi saltar in aria o,
peggio, a causare delle stragi, debba essere trattato con i
guanti di velluto, nutrito 3 volte al giorno, lavato e ricambiato
ogni giorno. Dei modi di pressione per farlo parlare devono
esserci, nell'interesse di tutti a che il terrorista parli e
ci aiuti a distruggere la sua organizzazione terrorista. Ciò
però non deve condurre a delle forme più incivili di
tortura, che sono più tipiche di altre " organizzazioni
politiche " e sono e devono rimanere estranee alla tradizione
occidentale. Parlo di tradizione occidentale nell'ovvio assunto
che la lotta americana al terrorismo non è certo questione
interna americana, ma un problema comune a tutti gli stati industrializzati
e non solo, come i recenti tristi fatti della Giordania hanno
dimostrato.
Se questo
è un invito agli USA a rimanere fedeli a loro
stessi, c'è chi fedele a sè stesso rimane sempre
e comunque, senza nessun invito.
A Roma c'è
stata l'ennesima manifestazione di alcuni diessini
DS, Rifondazione comunista ,comunisti italiani e
Verdi davanti all'ambasciata americana per protestare, tanto
per cambiare, contro la guerra in Iraq ed per il presunto
uso di bombe al fosforo da parte degli americani, i quali hanno
già smentito. Si è visto il solito fantoccio di Bush
con la svastica disegnata sopra e si son risentite le grida di
" assassino ".
La cosa triste
è che lo stesso segretario dei DS ha preso tremendamente
sul serio la manifestazione e per non essere scavalcato
a sinistra ha chiesto al governo di riferire in Parlamento.
Eppure Fassino pare una persona più equilibrata e
non incline alla demagogia, ma anche lui ci dimostra che avere
delle riserve sul suo conto può sempre aiutare.
Contrariamente
a quanto detto sopra per gli americani, per alcuni
la fedeltà a sè stessi non è una qualità
da coltivare e nonostante tutto rimane un tratto che
non si scalfisce.
LUCIO
SERGIO CATILINA
AMERICA MERCATO
INDIVIDUO
Assemblea nazionale
dei Riformatori Liberali
Roma - 30 novembre
2005, ore 10-18
Spazio Etoile,
P.za San Lorenzo in Lucina
concluderà
i lavori: SILVIO BERLUSCONI
(comunica
la tua partecipazione qui)
MOLLICHINE
Chirac: "Quali
che siano le nostre origini, siamo tutti figli della
Repubblica". E poiché alcuni, soprattutto in
certe periferie, sono figli di puttana...
Sarkozy: "Espellere gli stranieri
clandestini e anche quelli regolari condannati per i disordini".
Proteste. Ma se sono infelici, in Francia, non è
per il loro bene?
Israele.
Peretz è il nuovo leader del partito al posto
di Peres. Tutto per un paio di consonanti!
Minzolini
spezza una lancia a favore degli spot elettorali. Difficoltà
di sintetizzare i programmi. Suggerimento per Prodi:
"Sono buono, bravo e bello".
Grande coalizione.
Prodi: "Non prendiamo in giro gli italiani". E
lui, per cominciare, non presenta il programma del centro-sinistra.
La Devolution,
col voto del Senato, sarà legge. Comunisti italiani
e Verdi delusi. Avrebbero preferito la Revolution.
Il titolo
Alitalia è calato ieri del 9,06 %. Se continua a
calare, atterrerà.
Per le loro
imprese, i giovani violenti di Parigi si sono dati
appuntamento con un mare di sms. Ma allora, se non hanno
pane, mangino i telefonini!
Il primo
risultato della Grosse Koalition, in Germania, è
l'aumento delle tasse. Finalmente abbiamo capito a che
serve l'opposizione.
Abu Mazen:
"Realizzerò il sogno di Arafat: far sventolare la
bandiera palestinese sui minareti di Gerusalemme".
Poi, certo, l'arresteranno...
Michele Serra
non odia Berlusconi, sente per lui disprezzo. Cosa
che contiene la parola "prezzo". Ma il prezzo di Berlusconi
non è troppo alto, per lui?
Michael Ledeen:
"L'Onu è la più grande organizzazione criminale.
Rinvigorirla sarebbe come rafforzare la mafia". Ma allora
si può dire male di Garibaldi!
Talabani:
«Prodi, Rutelli, Fassino e D'Alema mi hanno
assicurato che il ritiro dall'Irak sarà programmato
e concordato con noi». Se Prc e Verdi lo permetteranno.
Gianni Pardo
IL GIOCO
DEI DISORDINI
E con oggi
siamo a diciassette, diciassette giorni di danni
e disordini nelle periferie di Parigi soprattutto e
di altre città francesi. Un numeraccio davvero. Le
misure di sicurezza adottate dalla polizia francese
hanno soltanto diminuito, e neppure tanto, le violenze,
ma non le hanno di certo escluse: sono ben 315 le vetture
incendiate e 161 le persone fermate, mentre la sera prima,
prima del divieto di assembramenti, le vetture incendiate
erano state 386 ed i fermati 162.
I giornali
ci informano che i giovani coinvolti negli scontri
sono immigrati e figli di immigrati e mi domando
perchè la Francia dovrebbe tollerare simili violenze
da parte di chi, senza essere francese o essendolo di
seconda generazione, è stato ammesso a vivere e
lavorare in Francia.
Che le situazioni
delle periferie possano essere misere fino ad essere
degradanti non è certo una novità di oggi
e neppure una caratteristica francese, ma quasi universale
all'incirca. Se l'azione intrapresa da questi giovani
è alimentata da un desiderio sincero di richiamare l'attenzione
del governo, delle istituzione, dei mezzi di comunicazione
di massa sullo stato malandato delle loro abitazioni e sulle
scarse possilità di miglioramento delle loro vite, a
questo punto la violenza dovrebbe cessare immediatamente.
I riottosi
hanno ottenuto un risultato al di là di ogni
migliore aspettativa, la notizia dei danni da loro provocati,
infatti, ha occupato le prime pagine dei giornali di
tutto il mondo e lo spazio centrale dei telegiornali.
Questo vuol dire che il governo non potrà più
mettere in secondo piano il miglioramento delle periferie,
le quali, a loro volta, saranno costantemente oggetto d'attenzione
da parte di giornali e TV proprio a seguito della grande
attenzione che hanno attirato.
Se però le violenze dovessero
ancora proseguire, il che poi produce dei tentativi di imitazione,
come è successo ad Atene o in Belgio, tutte
le migliori intenzioni di questi giovani verrebbero inevitabilmente
avvolte dal dubbio. Che altro si vuole ottenere con le
violenze ? Si pensa forse che così facendo i problemi
dei quartieri degradati possano risolversi nell'arco di una settimana,
magari con una pronta firma su un decreto governativo ? O forse
l'inaspettata attenzione che i fatti hanno suscitato, con l'annessa
conseguenza di veder le proprie gesta amplificate in TV e sui
giornali, ha dato loro la carica per continuare sino allo stancamento
?
Non si dimentichi
che ai tempi della contestazione in Vietnam negli
Stati Uniti, i capigruppo degli studenti o dei movimenti
antisistema non erano più disponibili alla lotta
dopo le 18, perchè erano impegnati a rivedersi nei notiziari
che venivano trasmessi a quell'ora.
Come dicevo
la maggior parte dei giovani coinvolta è formata
da immigrati, cosa dà loro il diritto, in senso
politico ovviamente, di distruggere una terra alla
quale hanno avuto il privilegio di essere ammessi
a lavorare ? Devono pensare che l'ingresso negli stati democratici
sia accompagnato da una lunga serie di diritti, rispetto
a quanto avviente nella loro terra d'origine? E soprattutto
che riuscire a migliorare la propria condizione sia una cosa
facile, da realizzare con lieve sforzo?
Questi interrogativi,
già sollevati all'indomani dei primi scontri,
ora si fanno sempre più pesanti.
La capitale
francese è naturalmente blindata in questi giorni,
è sancito il divieto di assembramenti, tuttavia
è stata permessa ieri una manifestazione di cittadini,
cui hanno partecipato diversi esponenti della sinistra e
dei sindacati ( in verità, il sospetto è che
questi ne siano gli ispiratori ). Scopo della manifestazione,
lo si ripete in un momento in cui nonostante la presenza delle
forze dell'ordine, i danni continuano a prodursi, è stato
quello di protestare contro l'attuale stato di emergenza,
considerato " provocatorio ".
Di fronte
a queste prese di posizione, così allucinanti
e deliranti, un'altra forma di protesta simile la si è
avuta a Tolosa, si potrebbe perfino ribaltare quanto detto
nell'articolo e augurarsi che, per gente che pensa così,
gli scontri e i disordini si protraggano ancora per un
bel pò.
LUCIO SERGIO CATILINA
SIMMETRIE
E ASIMMETRIE
Sergio Romano,
chiarendo un noto concetto, ha scritto: la guerra
simmetrica "è quella che gli americani hanno vinto
in poche settimane combattendo contro le forze armate
del regime di Saddam Hussein. La seconda (asimmetrica)
è quella che gli americani hanno combattuto nei mesi seguenti".
A suo parere, "È possibile che la guerra asimmetrica
sia per molti aspetti il frutto della eccezionale potenza
bellica degli Stati Uniti. Quanto più l'America metterà
in campo armi tecnologicamente imbattibili, tanto più
i suoi nemici, incapaci di affrontarla sul suo terreno, si
serviranno di armi improprie, ma terribilmente insidiose".
Quello che
Romano però non aggiunge è che mentre le guerre
simmetriche si possono vincere o perdere, le guerre asimmetriche
forse non si possono vincere ma di certo non si possono
perdere. In quale misura il terrorismo in Iraq ferisce
gli Stati Uniti? Se si tiene conto del numero dei morti non
di una guerra, ma di una scaramuccia, i duemila morti in tutto
degli Stati Uniti, in mesi ed anni di operazioni in Iraq, sono
un'inezia. Possono ovviamente provocare un grande dolore nei
familiari dei caduti, ma dal punto di vista bellico sono del tutto
insignificanti. Anche per l'opinione pubblica statunitense.
Ovviamente
del terrorismo ha sofferto, più degli americani
e dei loro alleati, la stessa popolazione civile irakena.
Ma neanch'essa - che ha una libera stampa - ha dato segno
di voler arrendersi ad Al Zarkawi. Inoltre, dal momento
che questi terroristi non si muovono nel popolo, come diceva
Mao, come i pesci nella loro acqua, c'è anche da
pensare che, migliorando le tecniche della polizia locale
e con l'aiuto di una popolazione stanca di lutti ed attentati,
il terrorismo possa essere vinto. La partecipazione alle
elezioni mostra chiaramente che gli irakeni vogliono non il
califfato ma la democrazia.
La conclusione
è che una guerra asimmetrica si può perdere
solo se uno Stato si scoraggia e si arrende. Se cioè
è battuto dal venir meno della sua voglia di combattere
e vincere. Ma un simile atteggiamento oggi non si vede né
negli Stati Uniti né nello stesso Iraq.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it
Nassiriya,
due anni fa
(AGI) - Roma, 12 nov. - Sono ventidue le
Croci d'Onore consegnate oggi al Vittoriano alle vittime
e ai feriti della strage di Nassiriya, avvenuta due anni
fa. Alla cerimonia ha partecipato il Presidente della Repubblica,
Carlo Azeglio Ciampi, accompagnato dalla signora
Franca, il ministro della Difesa Antonio Martino, il sottosegretario
alla presidenza del consiglio, Gianni Letta, il presidente
della corte costituzionale Annibale Marini, i vertici delle
forze armate, il prefetto di Roma Achille Serra, il sindaco
Walter Veltroni e il presidente della giunta regionale del
Lazio Piero Marrazzo.
Croce d'Onore
e' stata concessa per l'esercito al capitano Massimo
Ficuciello, al maresciallo capo Silvio Olla, al caporal
maggiore Emanuele Ferraro, al primo caporal maggiore
Pietro Petrucci. Per i carabinieri al sottotenente Enzo
Fregosi, al sottotenente Alfonso Trincone, al sottotenente
Filippo Merlino, al sottotenente Giovanni Cavallaro, al maresciallo
Massimiliano Bruno, al maresciallo Alfio Ragazzi, al maresciallo
capo Daniele Ghione, al brigadiere Giuseppe Coletta, al brigadiere
Ivan Ghitti, al vicebrigadiere Domenico Intravia, all'appuntato
Andrea Filippa, all'appuntato Horacio Majorana. La Croce d'Onore
e' stata concessa inoltre a Stefano Rolla e a Marco Beci, i
due civili morti nell'attentato. L'onorificenza e' stata consegnata
inoltre al maresciallo dei carabinieri Riccardo Saccotelli,
al brigadiere Cosimo Visconti ed all'appuntato Antonio Altavilla,
che nell'attentato rimasero gravemente feriti
DAS DEUTSCHE
BEISPIEL (L'esempio tedesco)
Prima delle elezioni
i socialdemocratici tedeschi proponevano di abbassare
le aliquote fiscali e i cristiano democratici proponevano
una flat tax con aliquota bassa, qualcosa di simile alla
Reaganomics. Sono andati al governo insieme, in una Grande
Coalizione, e mancando non solo il bue che desse del cornuto
all'asino, ma anche l'asino che desse del cornuto al bue, si sono
messi d‚accordo su questi provvedimenti: aumento dell'aliquota
massima della tassazione diretta dal 42 al 45%, per colpire
i ricchi, e aumento dell'Iva dal 16 al 19%, per colpire tutti colpendo
i consumi.
Dal fatto si possono
trarre molte lezioni. In primo luogo, coloro che dicono
ad ogni piè sospinto "in nessun paese del mondo...,
„in nessun paese civile..." ecc., per dire che l'Italia è
la fogna del mondo, sono serviti. Se questo è il modo
di mantenere le promesse elettorali, non abbiamo molto da andare
ad imparare al di là delle Alpi.
Inoltre, il provvedimento
è grave perché o era giusta almeno una
delle due proposte o non era giusta nessuna delle due. Se
era giusta una delle due, perché non è stata adottata?
Solo per spirito di parte e per non darla vinta all'ex-avversario?
E se erano sbagliate tutte e due, che razza di paese è
la Germania, se i più grandi partiti propongono di
danneggiare il paese? E se quella adottata era la soluzione
giusta, come mai nessun partito l'ha proposta prima, come mai tutti
i politici considerano così ottusi i loro elettori?
Infine una critica
nel merito. L'aumento delle tasse, in un momento di
difficoltà economica e di recessione, somiglia
al salasso praticato ad un anoressico. Avranno ragione, ed
è comunque ciò che si spera, ma si rimane lo
stesso sconvolti.
La Germania è
il centro dell'Europa. Essa ci ha dato i più grandi
filosofi e i più grandi musicisti (anche Mozart si
dichiarava Deutscher). Ha un grande passato e possiede una lingua
che è un capolavoro di precisione ed espressività.
In una parola sta nel cuore di tutte le persone colte. Ma dover
ridire tutte queste cose, nel momento in cui il suo comportamento
politico ci rende perplessi, somiglia a quella sorta di ammirazione
venata di commiserazione con cui gli stranieri parlano dell'Italia,
ricordando che è stata la sede della civiltà romana,
la madre della grande pittura, dell'inizio della musica moderna...
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
Mi
turo il naso e racconto Yasser Arafat
Una Kefiah inamidata a forma dello
Stato di Israele, sotto un ceffo orrendo, due occhi
da matto fanatico, due labbrone gonfie e rosse e sempre sporche
di saliva: Yasser Arafat.
Mi turo il naso e
racconto, purtroppo brevemente per ragioni di spazio,
Arafat a un anno dalla morte che provvidenzialmente venne
a liberare il mondo da uno dei suoi mostri piu' feroci.
Nel 1965 nasce l'OLP,
Organizzazione per la liberazione della Palestina,
con due soli obiettivi: rovesciare in Giordania il regime
di re Hussein e arrivare con tutti i mezzi del terrorismo
alla distruzione dello stato di Israele.
Il primo capo dell'OLP
fu Ahmed Shukeiri , un violento subito defenestrato
da un altro elemento violento ma politicizzato a Mosca,
Yasser Arafat, da quel momento ebbe inizio per il Medio
Oriente un periodo da incubo, un infernale periodo in cui attentati
e morti si susseguirono senza sosta, che non e' ancora finito.
Il grande genio malefico
di Arafat si rivelo' alla grande nella capacita' di
spostare le simpatie dell'Europa da Israele ai palestinesi
con una propaganda battente e attentati sanguinosi dentro
e fuori i confini di Israele.
Fino a quando Israele
doveva combattere, solo contro i paesi arabi tutti
insieme, uniti nel tentativo di distruggerlo, le simpatie
europee erano per Israele ma quando la lega Araba, con l'OLP
in testa, decise di dare ad Arafat il compito di destabilizzare
questa situazione, trasformando, nell'opinione pubblica
occidentale, il piccolo Israele in uno stato potente e aggressivo
contrapposto a un mondo arabo umiliato per le guerre perse
e soprattutto a un popolo palestinese inventato ad hoc, l'obiettivo
fu raggiunto.
Da quel momento per
Israele non vi fu piu' speranza e ogni tentativo di
difesa veniva trasformato in aggressione verso i poveri
palestinesi. (... ) Per
proseguire nella lettura clicca qui.
Deborah Fait
- informazionecorretta
IN NOME
DEL PADRE
La guerra in Iraq
continua a tormentarci giorno dopo giorno. La cosa
più preoccupante, e credo anche la più evidente,
è che una soluzione della complessa questione riguardo
il governo di questo stato non avverrà certo in
tempi brevi ; i tempi saranno comunque lunghi, sempre che la
situazione non si aggravi con l'ingresso sulla scena, o il coinvolgimento,
di altri stati della regione, come la Siria, la Giordania o l'Iran,
perchè in questo caso gli sviluppi potrebbero essere drammatici.
Pensare, come viene suggerito dalla sinistra, di ritirare
il contingente ed andarsene, costituisce una fuga dai problemi,
un comportamento indegno di uno dei paesi più industrializzati
al mondo, e per di più renderebbe vano tutto il lavoro
compiuto fino ad adesso : in Iraq abbiamo deciso di andare e
ora dovremmo restare per risolvere questa complessa questione.
Quello che ancora
fa pensare è la ragione per cui gli Stati Uniti
si sono addentrati in questa intricata vicenda. Nel caso
della Corea, così come in quello del Vietnam, l'intervento
era causato dall'invasione da parte della Corea del Nord
e del Vietnam del Nord ai danni, rispettivamente, della Corea
del Sud e Vietnam del Sud in violazione di precisi accordi internazionali,
per cui, anche per impedire l'alterarsi delle rispettive
zone d'influenza nella logica della guerra fredda, gli
Stati Uniti avevano dovuto intervenire ( da notare poi, che
nel caso della Corea, questa guerra veniva combattuta sotto l'egida
dell'ONU ). Nel caso dell'Iraq invece, non c'era stato niente
che imponesse l'intervento armato. Bush Junior, in base ad un suo
calcolo politico, aveva ritenuto che Saddam Hussein non potesse
non essere un robusto finanziatore dei movimenti terroristici.
Data questa idea incrollabile, si sono poi trovati incidentalmente
e strada facendo quelli che potevano essere i motivi a giustificazione
dell'attacco, all'inizio la costruzione delle armi atomiche, poi
l'esportazione della democrazia. (...) Per proseguire nella
lettura clicca qui.
LUCIO SERGIO
CATILINA
LA BORSELLINO
E LE STRANE PRIMARIE DELLA SINISTRA
Il 20 novembre
prossimo si terranno le primarie del centro-sinistra
in Sicilia ed in proposito si è registrato un
certo contrasto tra la Margherita e i DS. La ragione del contendere
è il candidato che dovrebbere affrontare Cuffaro
per la presidenza della regione Sicilia : la Margherita
presenterà Latteri, rettore dell'Università di
Catania, e i DS Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso
dalla mafia. Gli uomini di Rutelli si sono risentiti perchè
hanno temuto di ricevere l'imposizione della candidatura
della Borsellino, senza poter scegliere ; ad ogni modo ora,
i giochi sono chiari.
La Sicilia è
una delle poche regioni in cui il centro destra conserva
un certo consenso popolare, dunque i DS hanno ripiegato
su una persona dal cognome pesantissimo, che potesse risollevare
le loro sorti e per questo hanno a malincuore rinunciato
alla candidatura di Bianco.
La signora Borsellino
ha 60 anni e fa la farmacista, non ha mai svolto attività
all'interno di un partito, in altre parole non ha alcuna
esperienza politica. Fa parte di " Libertà ", l'associazione
di Don Ciotti, che mira alla distruzione della cultura
mafiosa ed alla diffusione della legalità, fermo restando
che questa partecipazione è nata nel 1995, un pò
dopo la morte del fratello e visto come questo grande magistrato
è stato ucciso, entrare in un'associazione per la
lotta alla mafia è abbastanza naturale e non vi si può
attribuire un significato maggiore di quello che ha.
Se Rita Borsellino non ha la più
remota esperienza politica, perchè i DS a lei si son
rivolti per un posto tanto importante quale il presidente
della regione Sicilia ? Forse può contribuire alla
definizione di un preciso indirizzo politico ? Naturalmente
no, i DS sperano che candidando una signora dal cognome così
importante e significativo possano conquistare anche la Sicilia.
A riprova di questo,
è da citare un passo di un'intervista che la
neocandidata per i DS ha rilasciato ad un sito che si chiama
" Carovana per la Costituzione ". Di fronte alla domanda
più ovvia, cioè quale sia il suo programma,
vale a dire per quale ragione gli elettori siciliani dovrebbero
votarla ora ed eventualmente preferirla il prossimo anno a Cuffaro,
la Borsellino risponde : ".....ma per parlare del programma
è ancora presto. Ne riparleremo dopo le primarie, se
sarò io candidata. Il mio obbiettivo è camminare insieme
alla società per capire quali sono i bisogni e risolverli
nella legalità." La cosa strana e abnorme è che questa
idea bastarda delle primarie pare essere quella condivisa da tutto
il centro-sinistra. Ne abbiamo già avuto un saggio con le
primarie a livello nazionale. Non si partecipa alle primarie con un
programma, con delle idee che favoriscano il candidato rispetto agli
altri. Al contrario, non si fa nemmeno campagna elettorale, con comizi
e scontri con gli avversari - dello stesso partito - e soprattutto
non si fa accenno a quello che si vorrebbe realizzare in caso di
vittoria. Il centro-sinistra, quindi, traduce le consultazioni
primarie con un giustapporre le fotografie dei candidati in bella
posa sulla scheda, candidati che, lo rimarco, non si affrontano come
in una qualsiasi competizione elettorale e che faranno la concessione
di far sapere ai loro elettori il programma solo in caso di vittoria,
come ha detto Prodi e come ha ribadito Rita Borsellino.
Non so quanto questa
messinscena possa proseguire, se gli esponenti
dell'Unione volevano importare in Italia il prodotto anglosassone
delle primarie, ebbene hanno importato un prodotto contraffato
e contraffatto malamente. Se un americano vedesse il modo
in cui si svolgono le primarie nel centro-sinistra
riderebbe di cuore a crepapelle, noi non possiamo che sorridere
amaramente, ma ciò è comunque meglio di quelli
che invece pensano che si tratti di una cosa seria che permette
loro di scegliere, nel momento che fanno la crocetta sul candidato
già scelto dalla coalizione.
LUCIO
SERGIO CATILINA
GORBACIOV
POLITICALLY CORRECT
Abbiamo tutti un
inestinguibile dovere di gratitudine verso Mikhail
Gorbaciov, l'uomo che per primo ha dato un volto umano
alla Russia moderna e l'ha riportata nel concerto delle nazioni
civili. Tuttavia non si possono condividere le sue idee
sui disordini francesi. Sulla Stampa
dell'11 novembre egli parla della: "vertiginosa crescita della
disuguaglianza globale che si è verificata, e incessantemente
è cresciuta, negli ultimi venticinque anni", sicché
"L'ultima generazione [degli immigrati] è cresciuta
in questa disuguaglianza crescente e i leader dei Paesi
ricchi si sono illusi che milioni e miliardi si sarebbero
adattati a questa situazione. Ora cominciamo a vedere che la crescita
smodata della ricchezza di pochi non è più accettata
da masse crescenti di poveri". E anche se precisa che "coloro
che finiscono col sentirsi poveri con i metri del passato non
lo sarebbero", sembra mostrare comprensione per il fatto che i
giovani reagiscano "di fronte all'ostentazione della ricchezza
dei ricchi, che viene percepita come un'offesa”.
Queste parole stupiscono in bocca
ad un uomo che si reputava ragionevole. Non ha senso scrivere
che il povero "non accetta più la crescita
smodata della ricchezza". Questo presupporrebbe infatti
che egli possa dire di sì o di no al fenomeno. Mentre
non solo il ricco non chiede il consenso del povero ma, se
attaccato, può comprare ottime armi e difendersi con estrema
efficacia. La ricchezza non dipende dall'accettazione di
nessuno. Certo, se è vista come un male, lo Stato può
intervenire, ma tutto quello che riesce a fare è rendere
poveri i ricchi e ancor più poveri i poveri. S'è già
visto.
Se la povertà
non piace, che ci si attivi per diventare ricchi.
A volte riesce e molte volte no, ma è stato sempre
così: si tratta di una semplice constatazione
e non serve a nulla dichiararsi indignati. Se piove a dirotto
è inutile prendersela con chi dice che piove.
I poveri che "percepiscono
come un'offesa” la ricchezza altrui dovrebbero
fare un esame di coscienza e cercare d'eliminare l'invidia
dal loro cuore. La prosperità, soprattutto se
dipende dal lavoro, non è un'offesa più di quanto
lo sia il fatto che un signore abbia una moglie bellissima
e noi no.
Gorbaciov scrive:
"Non è un caso che vengano dati alle fiamme i simboli
della civiltà dei consumi", ma riprendendo il parallelo
di prima gli si potrebbe chiedere se dunque si avrebbe
il diritto di violentare la bella moglie di un altro,
solo perché la nostra è brutta. Inoltre egli dimentica
che sono state distrutte anche scuole, asili, edifici pubblici
di assistenza. E le auto, proprio perché parcheggiate in
quel quartiere, appartengono ai genitori dei violenti o, se non
ai loro genitori, ad altri immigrati come loro. Bel guadagno.
Infine nell'articolo
si parla dei paesi islamici: "oltre un miliardo
d'individui che si sentono - così per lo meno a loro
sembra - relegati ai margini del processo storico, respinti,
umiliati, offesi". Ma che sentano questo è assurdo.
Infatti, chi li va a cercare a casa loro, chi li umilia, chi
li offende? Tutto ciò che gli occidentali chiedono è
di non essere ammazzati.
Se i paesi islamici
sono rimasti indietro nella civiltà è perché,
seguendo la loro religione (Islàm significa abbandono
a Dio), tendono all'inerzia mentre l'occidentale è industrioso
da sempre. Si cominciò con Catone, faber est quisque
fortunae suae; si continuò con San Benedetto, "ora et
labora”; si arrivò a Galileo che preferì l'osservazione
e l'esperimento alla teoria e alla teologia e la rivoluzione
industriale fu un fenomeno autoctono. Le differenze che umiliano
gli islamici non sono affatto colpa degli occidentali. Non più
di quanto l'artrosi del vecchio sia colpa della velocità
del centometrista.
Non è vero,
come scrive Gorbaciov, che "Il problema della giustizia
e dell'uguaglianza è infine esploso come una bomba
a scoppio ritardato". Quella che è esplosa è la
pretesa che l'uguaglianza di partenza corrisponde all'uguaglianza
di arrivo. I meritevoli, gli abili, gli intelligenti
staranno sempre meglio degli incapaci. Fra gli uomini delle caverne
si può star certi che il migliore cacciatore si nutriva
meglio di chi aveva una pessima mira. E anche oggi il grande
chirurgo che salva delle vite sarà sempre pagato più
di un idraulico che un altro idraulico può facilmente sostituire.
Nell'articolo si legge: “i nuovi
arrivati [fra gli immigranti] sono diversi dai vecchi:
conoscono - perché lo vedono in televisione - tutto
ciò che viene reclamizzato come ottenibile, a portata
di mano, ma sperimentano di non poterlo ottenere né
adesso né mai". Questo è vero. Prima molte persone,
per mancanza di dati, neanche sapevano che si poteva vivere
meglio e ignoti nulla cupido (non si desidera ciò che
non si conosce). Ma questa è la sorte comune. Tutti vediamo
cose che non otterremo mai o non possiamo più ottenere.
I vecchi che passano il tempo dinanzi ad immagini di belle ragazze,
in televisione, avrebbero qualche chance, se provassero a corteggiarle?
La realtà
è banale: i ragazzi scalciano perché vorrebbero
la luna mentre non sono in grado nemmeno di ottenere la
promozione alla fine dell'anno o un lavoro umile ed onesto.
I loro genitori, che faticano ben di più e ancora li
nutrono, la notte non bruciano automobili.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 11 novembre 2005
IL COMUNISTA
Uno dei tratti
che più caratterizzano questo tipo umano è
la totale dedizione alla causa, il rivoluzionario di professione
non discute mai i dettami della dottrina sacra e quando
viene pescato in fallo nega tutto, nella maniera più
assoluta, anche di fronte all'evidenza.
Uno dei casi più
celebri è quello di Alger Hiss, alto funzionario
del Ministero degli Esteri americano, consigliere giuridico
a Yalta del Presidente Roosevelt, che fu smascherato da un
ex del partito, Whittaker Chambers, il quale evidentemente
non era proprio della razza e una volta fuori dal comunismo,
a seguito dei richiami della coscienza, rivelò alla Commissione
per le attività antiamericane quanto a fondo le spie al
servizio dell'URSS fossero penetrate nell'amministrazione Roosevelt
e quanto fossero dedite alla causa, cioè la distruzione
del sistema americano. Hiss fu riconosciuto colpevole di aver giurato
il falso, poi il Tribunale ordinario gli comminò 5 anni di carcere
e da allora, gennaio 1951, fino alla morte nel novembre 1996, non
ha fatto altro che negare di essere stato legato al partito comunista.
Anche in casa nostra
le cose non sono mai andate tanto diversamente,
basti pensare al famoso Primo Greganti, disposto ad incolpare
sè stesso, negare l'evidenza, pur di salvare il partito.
Ma uno dei casi
più pittoreschi, perchè lo sguardo del personaggio
è tutt'altro che freddo, anzi è bonaccione,
è quello del sindaco di Roma Walter Veltroni.
Compagno tesserato
di vecchia data, al momento del crollo del comunismo
su scala mondiale, con partecipazione ha affermato di
non essere mai stato comunista, nel senso di credente ai
valori di questa filosofia politica, anzi di aver sempre provato
ribrezzo per i crimini dal comunismo commessi; in fondo, lui
sostiene, anche qua contro ogni più elementare riscontro
contrario, che si poteva stare nel PCI anche senza essere comunisti.
Non si può far altro che farci una risata sù, perchè
se l'uomo medio ragionasse come Veltroni il partito comunista sarebbe
il primo partito d'Italia con larghissima maggioranza, visto che
ci si possono iscrivere anche i non comunisti e pure gli anticomunisti.
Dalla risata però si scende
alle serie questioni, quando si vede che Veltroni non dimentica
la sua fede politica. Infatti, a parte i soliti proclami
di facciata in nome della fine delle ideologie e della
bellezza della democrazia ( che implica, sottolineiamolo,
il rispetto rigoroso della legge ) questo comunista agisce
con comunista anima. Il fatto : il consiglio comunale di Roma
ha approvato la Variazione alla previsione del bilancio 2005-2007
e € 280.000 sono stati stanziati per la manutenzione dei centri
sociali occupati dalla sinistra estrema, in particolare € 200.000
sono stati assegnati per la manutenzione di vari centri sociali
e € 80.000 per la manutenzione straordinaria dei centri sociali
Corto Circuito, Astra, Dulcinea, Via dei Volsci.
Ciò è
avvenuto in deroga perfino alla normativa che sana
l'occupazione illegale degli immobili, vale a dire la delibera
del Comune di Roma secondo la quale "...costituisce
titolo preferenziale - per la legittima occupazione - l'impegno
a provvedere alla manutenzione ordinaria e straordinaria
deli immobili, a cura e spesa dell'assegnatario, senza
che questi nulla possa pretendere dall'amministrazione ".
Quindi i centri
sociali hanno avuto la sanatoria della loro occupazione
ed a spese del Comune della Capitale che pagherà le
ristrutturazioni.
La struttura ossea
del comunista rimane come si può vedere, al
momento giusto dove operare lo si sa, nonostante gli insulsi
appelli a Kennedy o Clinton e nonostante l'aspetto bonario
e conciliante di Veltroni, che secondo la vulgata del comunismo
del XXI secolo, non è mai stato comunista ed invero
ha manifestato un sincero entusiasmo quando 16 anni orsono il
muro di Berlino fu abbattuto.
LUCIO
SERGIO CATILINA
BALLE
AL FOSFORO
Secondo Rai
News 24, l'esercito degli Stati Uniti avrebbe
usato armi chimiche (fosforo bianco e Napalm) durante
l'attacco a Fallujah del novembre del 2004.
Nel filmato
mandato in onda c'è di tutto e di più,
perfino la Sgrena -ricordate, quella dei "400 colpi"!-
, a raccontare all’inviato di Rai News 24 di testimonianze di
alcuni profughi di Fallujah, raccolte prima del suo rapimento,
sull'uso del fosforo e del Napalm, che avrebbero avuto strani
effetti anche sui corpi dei soldati americani.
Noi, che siamo
un poco diffidenti di Sgrene e Rai News, per non
farci mancare niente, al di la della smentita ufficiale del governo USA,
invitiamo i nostri lettori a cliccare qui.
Rock
e lento
In questi giorni
gli italiani che vivono in israele vedono l'Italia
divisa in due.
Da una parte, per usare
la noia del linguaggio celentanesco copiato dal gradissimo
Giorgio Gaber, ecco i Rock che portano le fiaccole
e le bandiere di Israele in giro per Roma e quelli,
tantissimi, che, non potendo andare alla manifestazione di solidarieta',
hanno acceso le candele alle finestre per dire che Israele
c'e' e ci sara' sempre.
Poi c'e' l'altra parte
, quella lenta, lentissima, che disegna vignette
oscene o che dice che non va alla manifestazione contro la
distruzione di Israele perche' "troppo sbilanciata" verso
Israele.
Vi sembra un ragionamento
normale? e' lento, lentissimo, una lumaca addirittura.
Onore all'Italia che,
grazie a Giuliano Ferrara, e' stato l'unico paese
europeo a scendere in piazza per gridare che Israele non si
distruggera' mai!
Le altre nazioni europee
sono state in silenzio forse perche' hanno altri
gravi problemi: sono loro che stanno per essere distrutte
dalla rivolta dei giovani arabi di seconda e terza generazione.
La povera Francia ,
cosi' filoaraba, cosi' antisraeliana, cosi' grandeur,
cosi' colla puzza sotto il naso, cosi' pronta a urlare
contro Israele, sta passando un momentaccio,
messa a ferro e fuoco da aitanti giovani arabi con poca voglia di
lavorare e molta energia in corpo.
Gli stessi lenti che
non hanno voluto portare le fiaccole per Israele,
giustificano incondizionatamente la marmaglia che brucia
migliaia di automobili a notte, che lancia bombe molotov contro
chiese e sinagoghe, che dissacra cimiteri ebraici, che aggredisce
giornalisti, che uccide a sprangate un vecchio e, dicono,
questi lenti intelligentoni, e' tutta colpa della societa'
e dell'emarginazione.
Chissa' perche' sono
cosi' ripetitivi e noiosi, chissa' perche' ogni volta
che gli arabi commettono crimini o terrorismo la colpa
deve essere della societa' e dell'emaginazione o , addirittura,
del colonialismo di qualche secolo fa.
Strano, non si e' mai avuto sentore
di indiani o di poveri abitanti delle favelas arrivati
in Europa per metterla a ferro e fuoco.
Strano,
gli assassini suicidi arabi sono tutti figli della
borghesia, compresi i maledetti terroristi delle Twin
Towers, tutti ricchi e laureati.
Compresi i palestinesi
che vengono a farsi esplodere in Israele.
Compreso il miliardario
Ben laden che non si batte per dare una vita migliore
al fellah arabo ma per la distruzione dell'Occidente.
Altro che societa'
e emarginazione.
Questi hanno ridotto
l'Europa a un ammasso tremolante di paura, convinta
di dover dare a questi giovani arabi il pane
e il companatico senza farli lavorare.
Tornando alle dichiarazioni
di Ahmadinejad si e' sentita una qualche protesta
dei paesi arabi riguardo alla distruzione di Israele? Sto
parlando di quei paesi che vogliono farsi passare per
democratici, sto parlando anche dell'ANP che i non-portatori-di
-fiaccole vorrebbero far entrare in Europa.
Niente, anzi, a parte
il balbettio confuso di Abu Mazen, abbiamo sentito
le organizzazioni palestinesi appoggiare il presidente
iraniano, sperando... fusse ca fusse ....che
qualcuno finalmente faccia quello che loro sperano e
tentano di ottenere da 40 anni: l'annientamento dell'odiata
entita' sionista, come loro chiamano lo Stato di Israele.
Intanto in Israele
continuano gli attacchi dei palestinesi e il rappresentante
europeo del Quartetto dice che Israele e' troppo preoccupato
per la propria sicurezza e questo ritarda il procedere delle
trattative.
Quando uno che
si chiama Wolfenshon dice simili idiozie e incolpa
chi si difende anziche' chi offende, significa che l'Europa
si merita il ferro e il fuoco che la preoccupa in questi giorni.
Sono entrati nel mirino
della violenza araba e continuano caparbiamente a
difenderla.
Che lenti ! Che lumache.
Rock e' Israele, Rock
e' Giuliano Ferrara, Rock sono gli italiani con le
fiaccole e le bandiere biancoazzurre.
Rock sono i lumini
alle finestre per dire che Israele c'e'.
Rock sono giustizia,
liberta' e democrazia.
La tolleranza dell'igniavia
e della violenza non e' altro che razzismo ed e'
lenta. Molto lenta.
Festa
della Libertà
Anche quest'anno il 9 novembre,
giorno della ricorrenza dell'abbattimento del muro di Berlino, sarà la ''Giornata
della libertà''.
Per noi, che non dimentichiamo, la
"Giornata della Libertà" è auspicio di democrazia
per le popolazioni tuttora soggette al totalitarismo.
LA RISPOSTA NON ALLINEATA
I disordini francesi
hanno ovviamente provocato una marea di commenti
e spiegazioni. È normale: di fronte a fenomeni del genere,
per condannare o per assolvere, si vuole innanzi tutto capire.
Per questo, essendo già stati chiamati a dire la loro illustri
sociologi, eminenti politici, grandi giornalisti e tuttologi
d'ogni pelame, bisognerebbe forse astenersi dal dire la propria.
A meno che non ci si chieda, un po' come Bertoldo: ma i giovani sarebbero
in grado di concepirle, sia pure vagamente, queste dotte motivazioni?
L'esimio competente crede proprio che riuscirebbe a spiegargliele?
E se non sono in grado di capirle, siamo sicuri che siano mossi
proprio da esse?
Si può dunque,
col metodo Bertoldo, prendere il problema all'incontrario
e invece di partire dalla storia, dall'economia e dalla
sociologia, chiedersi in che modo uno di questi scalmanati
può concepire quanto sta facendo. Bisogna immaginare qualcosa
di semplice, d'univoco; tale da essere chiaro anche ad un
adolescente incolto e vissuto in un ambiente degradato.
Bisogna per prima
cosa ammettere che la situazione dell'adolescente,
anche di quello fortunato, è difficile. Egli è
infatti una contraddizione vivente: è sessualmente
potente ma è trattato da bambino; anela all'indipendenza
ma gli manca la base stessa dell'indipendenza, cioè
un proprio reddito; vive in un mondo in cui senza automobile
si è come paralitici e non solo lui non ne possiede una,
ma non gli permettono neppure di guidarla; è in grado
di sognare tutto, magari prendendo per normali le immagini del
cinema, della televisione e della pubblicità, e non può
ottenere niente, soprattutto se è povero. Da tutto questo
nasce una situazione di frustrazione.
La frustrazione è
un sentimento deprimente ma non sempre negativo.
Non è negativa l'amarezza del ragazzo bocciato perché
non ha studiato, mentre suo fratello è stato promosso
e complimentato, perché non solo sarebbe un'ingiustizia
se ambedue avessero gli stessi risultati, ma sarebbe antieducativo
dal momento che nella vita ben poche cose ci cadono dal
cielo senza che noi facciamo uno sforzo. In un articolo sul
Figaro di oggi si leggono parecchie brevi interviste a ragazzi
di Bondy Nord (Seine Saint-Denis) e in una di esse Djamila,
14 anni, dichiara che non vuole cominciare a lavorare a questa
età, perché desidera «devenir journaliste»
tuttavia senza «faire d'études».
Ecco un caso di drammatico disorientamento che nessuna automobile
in fiamme riuscirà a curare.
La frustrazione è spesso l'amara constatazione
dei nostri limiti. Un eminente psicoanalista scriveva
in un libro che bisogna far pagare la terapia non solo perché
lo psicoanalista deve pur vivere, ma soprattutto perché
non bisogna coltivare l'importanza che il nevrotico
dà a se stesso e al proprio disagio esistenziale.
Se non pagasse finirebbe col credere che il suo caso è
eccezionale, che lui è una persona assolutamente speciale,
che per lo psicoanalista è un onore occuparsene. Al
contrario, pagando l'ora di analisi, apprende d'essere uno
fra gli altri, i cui discorsi sono così noiosi che se
qualcuno è disposto ad ascoltarli è solo
a pagamento.
Se la via maestra
per superare la frustrazione è lo sforzo di eliminarne
le cause, esiste una scorciatoia particolarmente allettante
per coloro che soffrono di ipoevolutismo psichico: rovesciare
il tavolo. E questo in tutte le direzioni. Non si è
bocciati perché non si è studiato ma perché
il professore è cretino. Il compagno non è
più ricco perché i genitori si sono laureati ed hanno
fatto carriera, ma perché sono dei privilegiati. Il padre
non nega il denaro perché ne ha poco o teme che se ne faccia
un cattivo uso, ma perché è tirchio ed egoista. In
questo modo si rigetta verso l'esterno un problema interno o
si nega l'esistenza di un limite oggettivo, attribuendone la colpa
ad altri o ad altro.
Si potrebbe chiamare
questo fenomeno "risposta non allineata". Se la
domanda è "qual è la radice cubica di 343?" la
risposta allineata è "7". O anche: "non lo so".
Invece la risposta non allineata è: "solo uno scemo
come te si pone problemi del genere". Una famosa risposta "non
allineata" è quella di Alessandro Magno che, non riuscendo
(come tutti) a sciogliere il nodo di Gordio, lo tagliò
con la spada. Ma Alessandro era Alessandro e voleva indicare che
un conquistatore si fa ragione con le armi: mentre lo studente
bocciato che uccidesse il professore o bruciasse un autobus non
per questo sarebbe più colto.
I giovani della regione
parigina, come in generale tutti i giovani che sono
pronti ad intrupparsi per darsi alla violenza - con caschi
da motociclista, tute di vario colore, passamontagna e
all‚occasione bottiglie Molotov - costituiscono con le loro
devastazioni un caso di questo genere. Si sentono frustrati
per essere meno ricchi di altri, per avere meno speranze
di altri e soprattutto perché afflitti da complessi d'inferiorità,
e reagiscono buttando all'aria il tavolo. Ecco la loro risposta
non allineata: "Non sono io sbagliato, non siamo noi, sbagliati,
è sbagliato il mondo: e tanto vale distruggerlo".
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it - 9 novembre 2005
La sinistra
si confonde con lo Stato
Il modello del vero
uomo di Stato è Carlo Azeglio Ciampi, non
quello offerto dall'industriale brianzolo Silvio
Berlusconi. Questo è il succo di un articolo
di Eugenio Scalfari su Repubblica di domenica: importante,
com'è stato notato, non per le argomentazioni, anche
se Scalfari tenta di essere meno propagandistico del
solito riconoscendo persino qualche virtù al
leader del centrodestra. Ma perché, contrapponendo
alle scelte più o meno discutibili di un capo
di governo quelle di un notaio delle regole, com’è
l'inquilino del Quirinale quando si comporta come l'ottimo
Ciampi e non come il re dell'intrigo Oscar Luigi Scalfaro,
svela la filosofia fondante del centrosinistra: lo
Stato siamo noi. La politica non è più scelta
tra diversi obiettivi, è pura applicazione delle
regole; la linea del centrodestra non è criticabile,
è «contro le regole». La lotta è
tra diritto e sopruso. Tra Stato e anti-Stato. C'è tanto
dossettismo in questa cultura: l'idea che la Costituzione
non sia un quadro di riferimento di regole e valori,
ma «un programma d'applicare» e chi non si attiene alla
lettera a questo «programma» (la cui interpretazione
è affidata a una ristretta cerchia di devoti) è
anticostituzionale. C'è la cultura giustizialista
del decennio per cui la legge non è espressione della
sovranità popolare, ma frutto degli operatori del
diritto. E chi contesta questa posizione è contro
il diritto.
Da questa impostazione
sostanzialmente totalitaria (chi è contro
di noi è fuori dal contesto civile) nascono,
poi, tante scelte concrete. Si consideri la Sicilia: scegliere
per governare questa Regione una persona che ha
come unico titolo d'impegno pubblico il suo essere simbolo
della lotta antimafia, com'è Rita Borsellino,
è scelta che rappresenta senza dubbio anche rigore
e denuncia morale. Ma tende innanzi tutto a configurare la
lotta politica regionale come scontro tra mafia e antimafia,
tra sistema e antisistema: il che non solo impoverisce il
dibattito politico ma anche di fatto indebolisce la stessa
lotta antimafia che come ci hanno spiegato proprio Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino è autonomia dalla lotta politica,
anche perché più alta della letta politica, più
direttamente fondata sull'etica.
Ma se quella di Rita Borsellino è
almeno una testimonianza di una persona coraggiosa, inconsistente
sul piano politico ma esemplare sul piano
morale, le discese in campo di tanti altri «servitori dello
Stato» propiziate dalla sinistra sono anche
eticamente non convincenti. Moralmente ambigui
appaiono quei magi strati e prefetti che non interpongono un
intervallo di tempo e di spazio rispetto al loro
impegno pubblico precedente. Il giorno prima si presentavano
come espressione unitaria dello Stato, il giorno dopo
eccoli qua nella nuova veste di candidati di parte:
così è successo con Felice Casson a Venezia,
Michele Emiliano a Bari e avviene in questi giorni con
il prefetto Bruno Ferrante a Milano. Queste scelte
rivelano tutta l'arroganza di una sinistra che si sente
padrona dello Stato. E inducono alla perplessità
larghi settori di una società civile già non sempre entusiasta
di come funziona il nostro stato. Gettando anche un'ombra inevitabile
su chi si presta a queste operazioni: come ci si può
trattenere dal pensare che questo o quell'atto dei
neo candidati, già «servitori pubblici»,
teoricamente neutri rispetto a interessi politici, non
siano stati in realtà progettati per favorire
la parte di chi oggi li ospita?
Peraltro sono scelte
che spesso non pagano elettoralmente: le città
fiere di sé ben difficilmente accettano una qualche sorta
di commissariamento.
da Il Giornale
del 9 novembre 2005, articolo di Lodovico Festa
Massima
del giorno
La fede è
solida e cieca quando è anche sorda.
G.P.
MOLLICHINE
Bonus in busta
paga e rinvio del pensionamento. Solo ad ottobre, 51.066
richieste. 51.066 persone chiedono d'essere maltrattate
da una legge ad personam.
Maradona pensatore
politico: "Yankee go home" e "Libera droga in libero
stadio".
Rognoni (Ds) del
Cda Rai: <<Celentano? Non ne posso più di
sentir parlare male di Berlusconi>>. È una lista
di proscrizione?
Gianni Pardo
LA SICILIA
Anni fa Dominique
Fernandez, un "italianista" francese, scrisse in un
libro, Mère Méditerranée,
che "la Sicilia è l'Italia al quadrato". E c'è del
vero. In Sicilia le caratteristiche di questo paese divengono
esagerazione e metafora.
Molto dipende dalla storia. È una
considerazione banale ma vera quella per cui la Sicilia s'è
vista consegnare a domicilio le principali civiltà,
da quella fenicia all'anglo-americana, nel 1943, e non ne
ha mai creato una sua. Lo stesso tentativo di Federico Secondo
è presto svanito. L'isola ha avuto dominatori provenienti
da ogni dove, dai romani ai cartaginesi, dagli aragonesi agli
angioini, senza dimenticare gli arabi, e non ha mai dominato nessuno.
Anzi, nemmeno se stessa, perché è stata sempre, più
o meno, una colonia. Questo ha prodotto come conseguenza che i
siciliani, per dire di qualcuno che è un amico, dicono "è
cosa nostra" (unde il nome Cosa Nostra), mentre lo Stato e i suoi
rappresentati non sono cosa nostra, sono "cosa loro". Un potere
ostile e per nulla interessato al bene dei cittadini. Che poi cittadini
non sono. I siciliani sono infatti individualisti ma non come gli
inglesi: questi sono individualisti nell‚ambito di una democrazia,
ché anzi per questo l'hanno creata, i siciliani invece sono
individualisti già originariamente, in maniera arcaica per
non dire selvaggia. Un po' come i gatti, che un'autorità neanche
riescono a concepirla.
Una storiella
saporita illustra benissimo questo concetto. Una pattuglia
della polizia stradale contesta ad un signorotto siciliano
d'avere superato la linea doppia continua e quello non
si capacita del male commesso. Il poliziotto cerca di spiegarglielo,
con molta pazienza, l'altro proprio non capisce. Non è
morto nessuno, non è successo niente, che diamine si vuole,
da lui? Il poliziotto, disperato, alla fine quasi gli grida:
"Ma insomma, lo vuole capire che questa doppia linea bianca
lei non la deve né calpestare né oltrepassare? È
come un muro, un muro capisce?". A questo punto si fa una luce
nella mente del vecchio siciliano che si sporge dal finestrino, guarda
la fiancata e si chiede: "Allura a bedda machina sgaggiai?"
(ho graffiato?).
Per un siciliano
la legge non è un precetto morale, è solo
un ostacolo. Se ci fosse una pattuglia della "Stradale"
dietro ogni curva i siciliani non oltrepasserebbero mai
la linea bianca, esattamente come se ci fosse un muro che
può danneggiarli. Se invece le pattuglie sono rare,
il siciliano guarda le linee bianche e pensa: Ma sono cretini?
Secondo loro io non sono capace di vedere dov'è
il centro della strada?
Freud è
nato a Vienna e non poteva nascere né a Catania
né a Palermo. Perché questa isola non ha superego.
Perfino un genio come Pirandello, un genio che l'occasione
di conoscere la follia l'aveva in casa, l'ha forse rappresentata,
nella sua opera? No. Ha solo posato uno sguardo perplesso
e disincantato sulla diversità dei comportamenti umani,
radicalmente incomprensibili malgrado i mille ragionamenti.
Per lui la vita si compone soltanto di un'infinita e demente
varietà di azioni di cui alla fine è difficile
dire quale sia giusta e quale sbagliata, quale sia morale
e quale immorale. "Ciascuno a suo modo".
Al livello popolare questa mancanza
di superego si traduce in un estremo realismo che da
un lato non fa capire le strisce bianche delle strade
dall'altro spinge i politici a chiedersi non quale azione
corrisponda agli ideali propri (?) o del partito, ma quale
azione corrisponda in concreto, hic et nunc,
ai propri interessi. Questo spiega perché siano nati in
Sicilia il "milazzismo" e ogni forma di esperimento politico
"eretico". Solo nell'isola si ha la sfrontatezza di andare fino in
fondo senza scrupoli. Nietzsche chiedeva: "Fin dove osi pensare?".
Il siciliano potrebbe rispondere: "Pensare non so. Quanto all'agire,
vado anche oltre ciò che potresti concepire tu".
La Mafia ha sempre
potuto prosperare perché si fonda sul principio
di realtà. Quando il "picciotto" viene a parlare
di rischio di furto o incendio, il piccolo imprenditore
capisce che gli stanno chiedendo il "pizzo" e capisce anche che,
se dicesse di no, e se gli incendiassero l'impresa, il giorno
dopo i giornali deprecherebbero la cosa, lo Stato prometterebbe
ferro e fuoco ma di fatto non avverrebbe nulla e intanto lui
sarebbe rovinato. Meglio pagare il pizzo. Per vincere la Mafia
lo Stato dovrebbe dimostrare d'essere più forte, più
efficiente e all'occasione più privo di scrupoli della Mafia.
Campa cavallo. Dopo l'unità d'Italia, la lotta ai
"briganti" fu condotta spietatamente perché serviva la
ragion di Stato piemontese; per il negozio del signor Rapisarda
o la fabbrica di sedie del signor Giuffrida lo Stato non si
attiva con uguale energia: e i risultati si vedono.
Si vedono perfino
nelle barzellette. Per i "Morti" (il due novembre,
la Befana locale) il boss regala al figlioletto una
piccola lupara e quello va a pavoneggiarsi in piazza, dove
incontra il figlio del sindaco cui è stato regalato
un orologio. I due ragazzini confrontano i regali, osservano
che ognuno avrebbe preferito quello dell'altro e alla fine
se li scambiano. Al ritorno il figlio del mafioso si vanta
dell'affare: "Guarda papà, guarda, ho dato a quello
scemo del figlio del sindaco la lupara e guarda che m'ha dato:
questo bellissimo orologio!". Il padre scuote la testa, quasi con
disgusto, e lo commisera: "E bravo! Così, se domani ti dicono
cunnuuutu! tu gli rispondi: sono le undici e un quarto".
La Sicilia non
ha superego ed anche l'ego è costretto dall'ambiente
ad avere molto chiaro "il principio di realtà".
Ad un siciliano non verrebbe mai in mente di partecipare
a quei "corsi di sopravvivenza" che si organizzano negli
Stati Uniti o altrove. Sopravvivere in Sicilia è allenamento
sufficiente. L'arte di farla in barba alle difficoltà
(di cui fa parte la legge) è in se stessa un mito. Un
tempo si raccontava con compiacimento, e quasi come insegnamento,
che nel famigerato ventennio Mussolini venne a Catania
e... gli rubarono la bombetta.
In Sicilia per
sopravvivere bisogna essere adulti, svegli e distinguere
benissimo le strisce bianche dai muri di cemento.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 9 novembre
2005
DISCUTERE
RINGHIANDO E ABBAIANDO
In un articolo
di Cristina Missiroli, sul "Giornale" di oggi (cliccare
qui per chi volesse leggerlo),
si parla di polemiste televisive e in particolare
di una certa Ann Coulter, che nei dibattiti è capace
di fare andare fuori dai gangheri gli intellettuali liberal
(in Italia sarebbero di sinistra o di estrema sinistra). Il
metodo pare sia quello di "mai arrendersi, mai stare sulla
difensiva, insultare il nemico, mai scusarsi («viene
visto come segno di debolezza»), mai fare un complimento,
mai mostrarsi cortesi. La strategia è semplice: sparare
per primi quando si può e rispondere sempre colpo su colpo.
Stare sempre attenti a rendere i propri colpi chiari e ben argomentati".
Due domande:
qualcuno riconosce in questo ritratto lo stile dei
politici italiani di sinistra? Da che cosa si pensa che
dipenda? Che giudizio dare, di questo atteggiamento, dal momento
che, se è efficace, è politicamente giusto?
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it
BUONE
NOTIZIE PER L'ILLUMINATO
E' notizia di
oggi che i forum dei siti Internet legati alla rete
terroristica di Al-Qaeda contengono dei riferimenti
ai prossimi attacchi terroristici. Uno dei capi dell'organizzazione,
tale Sayf al-Adel, ci informa che obiettivo dei
prossimi attacchi terroristici sarà l'Europa ed il particolare
l'Italia ed il periodo dell'evento sarà quello delle
feste natalizie. Sayf al-Adel fà sapere che le "Brigate
Abu Hafs al- Marsi" sono riuscite ad ottenere dalla Cecenia
dei missili terra-aria e del quantitativo di materiale velenoso
per creare delle bombe ed aggiunge che "Se Allah vorrà,
non ci sarà sicurezza nella terra dei Romani e la guerra sarà
lunga ". Dopo l'atto terrorista di Natale, dovrebbe intervenire Osama
Bin Laden e questa è una notizia importantissima per tutti,
visto che il capo dell'organizzazione veniva dato per morto.
Non c'è
che dire, si tratta di notizie ottime per il capo
dell'Unione Romano Prodi, il quale dopo il quasi invito
alla ribellione rivolto agli abitanti delle periferie italiane
- infatti se queste son come quelle francesi ed è solo
questione di tempo prima che esplodano, si è dato
un indubbio incitamento - ora si ha la prospettiva di un
attacco terroristico contro l'Italia. La cosa è
positiva a tutto tondo per il Professore, visto che la data
prevista per l'attacco è stata fissata per le vacanze
natalizie, cioè prima delle elezioni, e così lui,
pur con la scarsa e pedante eloquenza che lo caratterizza, potrà
affermare che il colpo di Al-Qaeda è diretta conseguenza della
politica di questo governo, dell'intervento in Iraq e di tutta
la sua politica estera di sostegno agli americani e, in più,
ad Israele. Prodi finirà insomma - dopo che con espressione
grave si sarà rammaricato del gravissimo fatto, facendo appello
a delle forze immateriali e generiche come " la politica ", " l'Europa
", " il senso di civiltà"- per scusare parzialmente e tra le
righe l'attentato terroristico e per ribadire che una volta che lui
sarà al governo, i gruppi terroristici non avranno proprio
ragione di attaccare l'Italia.
Parlando
di terrorismo, c'è da registrare, e da apprezzare,
che nella nostra capitale, così come è
avvenuto in altre città italiane, ci sia stata una
simulazione di attentato terroristico da parte delle
forze dell'ordine, in modo che queste non si trovino impreparate
nel caso, che ci auguriamo non avvenga mai, dovessimo
subire un attacco. Purtroppo però, si deve segnalare
anche l'atto di estrema intelligenza compiuto da dei gruppi
di giovani cosiddetti " no global ", i quali hanno impedito,
o comunque reso più difficoltosa l'esercitazione antiterrorismo
ed hanno fatto questo per protestare contro la guerra in Iraq.
Che legame ci sia tra le due cose e quale maturità politica
possa rivelare l'impedirci di addestrarci per affrontare
un eventuale attacco lo lasciamo dedurre a tutte le persone le
cui cellule cerebrali siano regolarmente alimentate.
Solo non
possiamo fare a meno di notare che i rappresentanti
politici di queste giovani intelligenze sono gli alleati
dell'illuminato Prodi e immaginiamo quanta fatica
egli dovrà compiere per portar la sua luce ad illuminare
quelle giovani menti, quando e se il periodo di luna di
miele elettorale sarà terminato e i giochi della politica
a sinistra cominceranno a svolgersi sul serio.
LUCIO
SERGIO CATILINA
Parigi
brucia
Ieri mattina,
di nuovo, 32 parigini si sono svegliati e hanno
visto che la loro auto parcheggiata davanti a casa era ridotta
a un ammasso di ferraglia annerita. Trenta, secondo
la prefettura di Parigi, i fermati "intra muros", 11 dei
quali in flagranza di reato, colti cioè "mentre maneggiavano
ordigni incendiari". Alle 32 auto distrutte, se ne devono
aggiungere altre 19 danneggiate dalle fiamme. E nelle file
della polizia, provata dal superlavoro, dalla tensione e
dalla fatica di queste notti, circola la convinzione che la
Ville Lumiere possa diventare anch'essa scenario delle battaglie
notturne d'ora in poi. Anche se, sottolineano, i commandos della
guerriglia che operano in periferia potrebbero essere scoraggiati
dalle minori vie di fuga che si offrono loro nell'intreccio delle
vie di Parigi.
Bernardo
Valli, in un articolo su "Repubblica", descrive
cosa succede a Parigi in questi giorni, scegliendo il punto
di vista di uno che a Parigi ci vive. "Nei giorni
festivi, ma soprattutto le sere che li precedono, il venerdì
e il sabato, i giovani traboccano dalla banlieues.
Si riversano nel quartiere dove abito da quasi trent'anni: un
arrondissement, il Nono, che io chiamo di confine, perché
da un lato si stende fino al centralissimo Boulevard des
Italiens, e include l'Opera Garnier: e dall'altro, nella parte
alta, si arrampica sul crinale di Montmartre, incollandosi
a Barbès, dove sono cresciute generazioni di Beurs.
Si chiamano
così, Beurs, nel gergo dei sobborghi diventato
linguaggio comune, i figli o i nipoti degli immigrati.
I quali non sono più autentici magrebini, perché
sono nati in Francia e hanno studiato nelle scuole laiche
della République; ma che non si sentono neppure
autentici francesi, pur avendone spesso la nazionalità,
perché sanno di non essere accettati come veri cittadini.
Non basta un passaporto per essere tali, per usufruire
di tutti i diritti enumerati ed esaltati dalla retorica
ufficiale repubblicana imparata sui banchi di scuola, il
più delle volte disertati, per rifiuto o disaffezione.
La sera,
attraversando Place Clichy, per raggiungere il Cinema
des Cinéastes o la Brasserie Weppler, incontro
stormi di giovani arabi che sprigionano le loro frustrate
energie. Non passeggiano, corrono, galoppano. Consumano
la loro forza inutilizzata gesticolando, urtandosi, gridando.
Nella calca, quando sfioro le loro spalle o sono investito
dal loro vocìo frastornante, ho l'impressione di
scontrarmi con una massa rovente.
Non è
certo la folla soffice, educata o esangue, che, scendendo
verso la Senna, incontro nel Faubourg - Saint - Honoré,
su cui si affacciano le vetrine di Hermès
e il Palazzo presidenziale dell'Eliseo, dove abita Chirac,
il vecchio monarca repubblicano, Quei giovani, figli
o nipoti di immigrati, in cui mi imbatto ai piedi di Montmartre
o nella non lontana Barbès, garantiscono la crescita
demografica della Francia, altrimenti condannata all'invecchiamento.
Essi rappresentano gran parte dei
quattrocentomila francesi che ogni anno si affacciano
sul mercato del lavoro. E il più delle volte vengono
respinti, perché se non sono più ufficialmente
algerini, tunisini o marocchini, non sono neppure considerati
del tutto francesi da chi può dare un impiego o una casa..
Adesso è
esplosa la loro collera. La quale non sembra una
rivolta contro lo Stato, ma contro la condizione cui
sono condannati. È rabbia. Qualcosa di molto vicino
alla disperazione. Una collera che non è islamica.
L'Islam non c'entra. Né c'entrano altre ideologie
I giovani che appiccano il fuoco alle automobili private,
alle scuole pubbliche, alle biblioteche, non scandiscono
slogan politici. E si guardano bene dall'affrontare la polizia,
come facevano i giovani borghesi del maggio '68 sui boulevards
della Riva Sinistra. Al massimo lanciano qualche pietra e
si disperdono nei desolati labirinti della banlieue. La loro
è una rabbia nuda, cruda, che non investe la società
benestante delle città.
Questi giovani
non fanno simpatia ai francesi, ma il modello
francese deve aver sbagliato qualcosa. Quel modello
"si basava sull'assimilazione ed escludeva il comunitarismo
di stampo britannico, considerato una minaccia per
la compattezza della nazione francese. Quel che sta accadendo
nelle periferie dimostra che, nonostante la scolarità
di massa e le decretate garanzie sociali, il paventato comunitarismo
sta corrodendo la République".
L'ORIGINE
DEL RANCORE
M'è venuta
un'idea. Come mai i tedeschi dell'Est ce l'hanno con
i tedeschi dell'Ovest che si sono svenati (e continuano
a svenarsi) per loro? Come mai i maghrebini di seconda e terza
generazione odiano una Francia che li ospita generosamente,
nel senso che li tratta da cittadini come tutti gli altri?
Come mai il mondo intero ce l'ha più o meno rancorosamente
con gli Stati Uniti?
La risposta è
forse unica. Per gli incolti e gli immaturi la
ricchezza è un dato. Qualcosa che si ha o non si ha,
indipendentemente dall'aver fatto qualcosa per averla.
Ciò posto, se i francesi sono in media più ricchi
degli immigrati o dei loro figli e nipoti, se i tedeschi del'Ovest
sono più ricchi degli altri, ecc., è perché
è in atto un'ingiustizia. Forse un furto. E da questo
consegue il rancore. Non è perché gli americani,
per dirne una, lavorano molte più ore settimanali degli
italiani, che sono più ricchi. O perché hanno una
maggiore dose di liberismo, nella loro economia. No. È
perché sfruttano questo e quello.
Insomma l'invidia,
che pure è tanto odiosa da essere uno dei
sette peccati capitali, si è vestita d'ideologia
e di moralismo. È divenuta un patetico tentativo
di autogiustificazione e di rovesciamento su terzi
di un fondato disprezzo di sé. Ma rimane soltanto quel
vecchio peccato da falliti: l'invidia.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it
PRODI
DEL MALAUGURIO
Mentre in Francia,
con sabato, si registra la notte peggiore per quanto
concerne le autovetture bruciate - 1300 fino ad ora - ,
i danni provicati all'edilizia pubblica e privata e i ferimenti,
In Italia viene richiesto un parere in proposito all'uomo
che guida il centro-sinistra, il Romano Prodi.
Stavolta, l'uomo
delle U, cioè Ulivo, Unione ( che inventerà
la prossima volta ? ) fà sfoggio di un altro aspetto
della sua - scarsa - personalità. Mentre si trova
a Bologna per partecipare ad un seminario che si chiama " Semi
di Ulivo ", ennesima rivisitazione in chiave ultraretorica
del suo partito e del suo - al momento ancora non esistente
- programma, si esprime sui gravissimi fatti di Parigi. Per dire
cosa ? Che anche le periferie delle città italiane
sono pessime, tra le peggiori d'Europa, e che è solo questione
di tempo, prima che anche qua da noi si verifichino degli incidenti.
Senza filtro od eleganza, Prodi ci dice che anche l'Italia
dovrebbe aspettarsi da un momento all'altro dei disordini
alle periferie e lui se lo augura decisamente. Viene da chiedersi,
cos'altro Prodi vorrebbe che ci capitasse, pur di facilitare
il suo ingresso a Palazzo Chigi: anzi, a dire ilvero, questa
sarebbe proprio una delle principali catastrofi.
Questo lato
del Professore non è nuovo, già in altre
occasioni si era già avuta espressione di questa
sua ineleganza e vorremmo dire anche inadeguatezza. A proposito
del cosiddetto Patto di stabilità, cioè l'accordo
siglato in sede UE con cui si limita il deficit pubblico di
ogni stato alla misura del 3% del suo Prodotto Interno Lordo, Prodi
ebbe a dire semplicemente che applicare rigorosamente questo
patto era " stupido ". E si badi bene che il Professore in quel
momento era il Presidente della Commissione Europea. Prodi non
pensava che il parlare di questioni tanto delicate e sulle quali
è intervenuto un accordo tra stati ed in più vista
la sua altissima - e immeritatissima - carica era il caso di esprimersi
di conseguenza? Non poteva dire che l'applicazione rigorosa del
patto ( a parte il fatto che un patto che non si debba applicare
è una contraddizione ) poteva essere, in certi casi, controproducente
o inopportuna ?
Stesso meccanismo
ha operato anche megli ultimi commenti di Prodi
e quindi lui si aspetta che dei danni si producano anche
nelle periferie italiane, così lui potrà legittimarsi
come il salvatore della nazione. Una cosa però il
Professore ha tralasciato, ed è il fatto che lui non è
affatto nuovo alla guida del governo, già ha governato per
due anni abbondanti e non risulta che il problema abbia raccolto
la sua attenzione, nè quella dei suoi successori, cioè D'Alema
e Amato, alla guida dei rispettivi illegittimi governi.
Ogni giorno
ormai, assistiamo ad una falsa entrata, una malauscita
di Prodi, tanto nell'area della politica estera, che
in quella domestica ; riescono i compagni a vedere quello
che hanno fatto loro scegliere ? E quelli del
centro-destra non pensino certo che una persona tale sia imbattibile,
altrimenti sarebbe quasi il caso di trovar rifugio nelle
periferie parigine.
LUCIO
SERGIO CATILINA
Farnesina:
«Nessuna lezione da Teheran»
Il ministero degli
Esteri replica al portavoce Hamid Reza Asefi che
aveva criticato il vicepremier per la sua posizione
sulla marcia
Dal Corriereonline: Botta e
risposta a stretto giro di posta tra i ministeri degli Esteri
di Roma e di Teheran. La Farnesina ha «respinto al mittente»
le critiche del portavoce del ministero iraniano nei confronti di
Gianfranco Fini. In una conferenza stampa Hamid Reza Asefi aveva
duramente
criticato l'accenno di Gianfranco Fini
a potenziali pericoli per la comunità italiana
in Iran se avesse partecipato alla fiaccolata di protesta
contro le affermazioni del presidnete Mahmud Ahmadinejad
sulla distruzione di Israele. «Il ministro Fini»
affermano fonti diplomatiche, «non può certo
accettare lezioni di comportamento provenienti da un portavoce estero.
Il signor Hamid Reza Asefi sembra non aver compreso il pur chiaro
messaggio espresso dal Ministro Fini: nessuno vuole isolare l'
Iran, anzi tutti noi auspichiamo che Teheran, adottando comportamenti
responsabili, voglia giocare un ruolo di stabilizzazione
nella sua regione, ma è l' Iran che inevitabilmente isola
se stesso nel momento in cui nega il diritto all' esistenza di un
altro Stato e di un altro popolo». 6 novembre 2005
Massima
del giorno
Molti
moralisti agiscono per motivi nobilissimi. Non è
colpa loro se poi essi coincidono con i loro interessi.
G.P.
MOLLICHINE
In Cile
due galli si sono messi a deporre le uova (Dagospia).
Se l'avesse fatto solo uno, magari si potevano sposare.
In Brasile
una donna ha querelato il marito colpevole di non
darle orgasmi (Dagospia). Lì capita che non ci
siano altri uomini nel raggio di trenta chilometri.
In India
una donna si è sepolta viva per tre giorni
per far sì "che il mondo sia un posto migliore in cui
vivere" (Dagospia). Lo è stato per tre giorni.
Nel Wisconsin
un uomo è stato arrestato per aver diffuso
fotografie del suo pene (Dagospia). Il giudice, rilasciandolo:
"E in futuro non faccia cazzate!"
Qualcuno
ha detto che Adriano Celentano è "un cretino
di talento". Sono d'accordo a metà.
Il Daily
Telegraph: Prodi "non ha personalità alcuna".
Ebbene? Si è sempre detto che è la faccia
presentabile della sinistra.
"È
assolutissimamente falso che Leoluca Orlando sia stato
'espulso', 'liquidato' o 'sospeso' dalla Margherita".
È stato solo invitato a non farsi più vedere.
Gérard
Depardieu starebbe per dare l'addio al cinema. Chissà
perché in questi casi si pensa che sia il cinema, a
dare l'addio.
A Hong
Kong una statua a Bruce Lee. Ai posteri bisognerà
spiegare lungamente chi fosse.
Materialoni:
Che pensi dell'Urlo di Munch? Quello che Fantozzi
pensava della Corazzata Potëmkin.
Vogliono
intitolare una strada a Moana Pozzi (Dagospia).
È la gloria. Viva la foca!
Gianni Pardo
LA SINISTRA
SCAMBIA LE ISTITUZIONI PER LE FRATTOCCHIE
Epoi dicono
che uno si butta a sinistra. Però poi, guardi
bene e ti rendi conto che sono sempre "alcuni" che si
buttano a sinistra. Quelli che indossano una toga, che
fanno i prefetti, i giornalisti… A sinistra, chissà com’è,
c’è sempre un posto per alcuni di loro.
Lilli Gruber,
Santoro, Marrazzo: volti tra i più noti di Mamma
Rai, tv di Stato, che passano dalla telecamera alle liste
di partito.
Il giudice
Felice Casson che non fa neanche a tempo a svestire
la toga che già gli convocano una bella conferenza
stampa per annunciare urbi et orbi la candidatura a sindaco
di Venezia. Poi è finita com’è finita: con il concorrente
a sinistra - Massimo Cacciari - che gli sbarra la strada.
Il copione
si ripete a Milano dove il signor Bruno Ferrante si
sveglia la mattina prefetto di Milano e se ne va a coricarsi
da candidato sindaco. Sempre di Milano e sempre per il
centrosinistra, ovviamente. In mezzo, solo qualche ora per
scrivere la lettera di dimissioni: quando si dice il rispetto
per le istituzioni…
Tralascio
il particolare che questa decisione viene smascherata
- sì smascherata perché la candidatura di
Ferrante era il segreto di Pulcinella - il 4 novembre, festa
istituzionale.
Questa
dunque è la classe dell’ormai ex uomo delle
istituzioni, Bruno Ferrante. Oggi uomo della sinistra.
Un signore cui manca la sensibilità di lasciar
trascorrere un minimo di intervallo tra una funzione di
controllo pubblico e una designazione partitica.
Sindaco
dei cittadini? Ma mi faccia il piacere, signor Ferrante,
non faccia più il furbetto! Lei - al pari di Casson
e degli altri della compagnia - ha approfittato della
sua funzione e ne approfitterà per fare campagna elettorale.
E lo stesso
vale per la sinistra che, ancora una volta, si serve
delle istituzioni di uno Stato (che, a maggior ragione,
va riformato da cima a fondo) come vivaio propagandistico.
Che scambia le Istituzioni con le Frattocchie, la
vecchia scuola quadri del Pci. Una volta i giornalisti, un’altra
i magistrati e ora i prefetti. Per non dire del Capo dello Stato,
la cui figura era ieri sui manifesti con il simbolo dell’Unione,
in Calabria, in occasione della marcia contro la ’ndrangheta:
ma Ciampi non è il presidente di tutti?
Ma no, alla sinistra si concede
tutto, anche il primato sul tema della legalità. Legalità…
chiedetelo a Cofferati, quanto sia unita l’Unione su questo
tema.
E siccome
Bologna non basta, ora ecco l’asso Ferrante, il sciur
prefett che vuole diventare sciur sindich. Alla faccia
delle primarie. Che ovviamente, l’Ulivo ha organizzato
perché alle pagliacciate non c’è mai un limite.
Prima scelgono il “cavallo vincente” (Prodi, Ferrante…)
poi puntano a botta sicura. Prima fanno fuori Veronesi, poi
si mettono d’accordo sul nome dell’ex prefetto e poi dicono che
decideranno i cittadini. Ma neanche Gino Bramieri le raccontava
così bene.
Ah, dimenticavo:
a proposito di barzellette, nella corsa a Palazzo
Marino c’è anche Dario Fo. Uno che solo cinque anni
fa avrebbe fatto titillare la sinistra e le sue anime
pie. Uno che l’Unità “allegava” un giorno sì
e l’altro pure. Adesso hanno scaricato anche lui! Quando
vinse il Nobel, era tutto un osanna. Ora, l’è un
pisquano. Quando qualcuno tirava fuori la storia della sua
fanciullezza un po’ in camicia nera, i post comunisti indignati
ne difendevano i suoi valori di sinistra. Ora sono rimasti
quelli di Rifondazione e pochi altri a tenerne la bandiera.
Lo scaricabarile
su Dario Fo e la contestuale scelta di Ferrante
segnano l’ipocrisia della sinistra, la sua vergogna
a guardarsi allo specchio. Un decennio fa, Ferrante - per
il solo fatto di indossare una uniforme - l’avrebbero definito
fascista. E alcuni ancora lo fanno, magari di nascosto...
Auguri,
quindi, prefetto-candidato-sindaco-dalla-sera-alla-mattina:
a sinistra avrà non poche gatte da pelare. Quanto
a noi, le confessiamo che non le sconteremo nulla.
Dalla sera alla mattina non si passa da prefetto a sindaco,
perché così facendo lei legittima ogni dietrologismo.
Ora capiamo
perché lei ce l’aveva tanto con la Lega e il centrodestra:
le sue critiche alla Bossi-Fini erano ideologiche, la
mano molle che ha dimostrato sulla vicenda della scuola di via
Quaranta era dettata dalla paura di rompere gli equilibri dei
suoi partiti sostenitori. Le sue decisioni discutibili
sugli extracomunitari e sugli zingari sono figlie di una
cultura politica che ora viene allo scoperto.
Ma dirò
di più. Non sarà una campagna elettorale
facile per il centrodestra: chi non si fa problemi a
diventare da prefetto a candidato di una parte politica
senza far trascorrere un minimo di tempo, mi fa paura.
Ferrante è prefetto uscente, ha quindi trattato dati
sensibili, ha acquisito informazioni, sa di Tizio, di Caio
e di Sempronio: quanto vorrei essere davvero convinto che
queste informazioni non saranno utilizzate come propaganda elettorale.
Per gli attivisti della Lega, la vedo molto male…
Vi renderò
presto conto: quanto scommettete che mi querelerà?
GIANLUIGI PARAGONE, La Padania, 5 novembre 2005
SIONISMO
La definizione
di «entità sionista» per indicare
lo Stato d’Israele adoperata dal presidente dell’Iran,
Ahmadinejad, nella dichiarazione con la quale ha posto
come obiettivo dei Paesi islamici la distruzione di quello
Stato e l’appellativo di «italiani sionisti»
rivolto ai manifestanti di Roma, non sono certo una novità.
L’aggettivo sionista viene impiegato da tutti coloro
che si rifiutano non solo di riconoscere lo Stato d’Israele,
ma anche di nominarlo e ha assunto, perciò, un significato
spregiativo. La parola sionismo, invece, ha una origine e una
storia ben diverse. Indicò, infatti, il movimento fondato
da Theodor Herzl, un ebreo ungherese, il quale, dopo la celebrazione
in Francia del processo che aveva visto la condanna per spionaggio
di Dreyfus, un innocente coinvolto nell’affare soltanto perché
ebreo, si era convinto che l’integrazione degli ebrei nei Paesi
europei sarebbe stata sempre molto difficile e aveva auspicato
la creazione di uno Stato che li accogliesse, non necessariamente
in Palestina. Questa tesi fu esposta in un’opera pubblicata nel
1896 col titolo «Lo Stato ebraico» e l’anno successivo
Herzl fondò l’«Organizzazione sionistica mondiale».
Il sionismo fu, dunque, in origine il movimento politico destinato
a realizzare il sogno degli ebrei di ricostruirsi una patria.
La parola acquistò un significato negativo soprattutto dopo
la pubblicazione di un libello, «I protocolli dei savi anziani
di Sion», apparso nei primi anni del Novecento, in cui veniva
immaginato un complotto degli ebrei per impadronirsi del governo del
mondo. Il sionismo, che in origine indicava soltanto nazionalismo,
fu visto perciò come un imperialismo di nuovo tipo, da realizzare
attraverso la forza finanziaria dei grandi banchieri e uomini
d’affari ebrei.
L’idea del
complotto «sionista» per impadronirsi del mondo
è stata pressoché completamente abbandonata
in Occidente, dopo la tragica strumentalizzazione
che ne fece Hitler. All’esistenza dei «protocolli»
continuarono a credere soltanto i più fanatici e ignoranti
antisemiti. Intanto la parola sionismo, che per l’ebraismo
mondiale restava legata alla rivendicazione di una patria,
diventò sinonimo di espansionismo in quegli ambienti politici
e in quella parte dell’opinione pubblica dove allignava l’antisemitismo.
Ed è in questa accezione che continua a essere adoperata
ancora oggi nei paesi arabi e musulmani, dove peraltro circolano
anche «I protocolli dei savi anziani di Sion».
Dando al sionismo questo significato, che non è comunque
quello storico, è possibile ai circoli politici e anche
a responsabili istituzionali islamici affermare che essi non combattono
l’ebraismo (cioè la religione e la cultura ebraica), ma
soltanto il sionismo. La distinzione viene talvolta utilizzata
anche nei paesi occidentali, da parte dei nemici della politica di
Israele. In realtà, il sionismo, con la fondazione dello
Stato ebraico, ha esaurito la sua funzione storica (anche se resta
nelle aspirazioni della destra israeliana alla Grande Israele) e assume
oggi un significato pressoché esclusivamente polemico. La
manifestazione di ieri a Roma, oltre ad affermare che nessuno Stato
può chiedere o progettare la totale distruzione di un altro
Stato senza mettersi fuori del diritto internazionale, serve anche a
tagliare una delle più forti radici dell’antisemitismo attuale,
costituito proprio dalla confusione tra sionismo ed ebraismo. Questo
rappresenta un elemento costitutivo della civiltà occidentale,
mentre il sionismo ne ha rappresentato soltanto la fase della
rinascita di uno stato ebraico, dopo la millenaria cancellazione.
Articolo dello storico Aurelio Lepre
sul MATTINO del 4-11-05
IL PROCESSO
A MUSSOLINI
In questi
giorni si discute ancora una volta della fine di Mussolini,
se pure con un po' più di serenità rispetto
al passato, dal momento che sono passati circa sessant'anni.
D'Alema ha sostenuto (ora) che sarebbe stato giusto processarlo,
mentre Fassino ha ripetuto le vecchie tesi retorico-resistenziali
che giustificherebbero l'assassinio. Gian Enrico Rusconi
sulla “Stampa” sostiene invece che un simile processo sarebbe
stato sommamente imbarazzante, sia per i contatti che -
si dice - lo stesso Duce avrebbe avuto con alcuni grandi nomi
inglesi, sia per le persone che Mussolini avrebbe potuto indicare
come complici ("Mussolini avrebbero necessariamente coinvolto
la monarchia, i vertici dell'esercito [Badoglio], la burocrazia
e la magistratura").
Ma l'imbarazzo
più grande sarebbe potuto derivare dalla formulazione
delle accuse, dal momento che la grande politica
non è materia di codice penale. E certamente non lo
è una guerra perduta. Al processo di Norimberga i
gerarchi nazisti furono accusati d'avere scatenato una guerra
d'aggressione (come quella di Cesare in Gallia, insomma) ma
a Mussolini non si sarebbe potuto neanche addebitare una responsabilità
ugualmente grave. L'Italia entrò in guerra dopo che questa
era combattuta da quasi un anno e, essendovi impreparata, per
così dire vi entrò con la precisa intenzione di non
combatterla: fu solo una scommessa politica perduta.
Mussolini
non fu un uomo bieco e sanguinario come Saddam Hussein.
Uno sciocco che attentò alla sua vita se la cavò
con qualche anno di carcere. In effetti le sue responsabilità
più gravi furono due: soppresse le libertà civili
e fu complice di Hitler. Divenire dittatori - va
detto ancora una volta - non è materia da codice penale.
La dittatura è un regime che è giusto disapprovare,
magari vivacemente, ma che non dà luogo di per sé
a responsabilità giuridiche. Diversamente bisognerebbe
rimpiangere che non sia stato possibile processare Ottaviano
Augusto. Un dittatore deposto può essere processato
solo in quanto colpevole di reati comuni.
Quanto
all'essere stato Mussolini complice di Hitler, è
certo un'accusa molto più seria e grave: l'unica
per la quale avrebbe potuto essere processato. Ma
valeva la pena di processarlo per essa, col rischio - segnalato
da Rusconi - di tutte le rivelazioni imbarazzanti che
avrebbe potuto fare e perfino col rischio di accentuare l'instabilità
politica dell'Italia di allora?
A conclusione
di una guerra o di una rivoluzione, non è raro
che si reputi opportuno uccidere il perdente, senza
tante storie e magari senza fingere un processo ridicolo
come quello a Ceausescu. La cosa non è giuridicamente
corretta ma è politicamente conveniente. Ma questo
significa che si giustifica l'assassinio di Mussolini? Non esattamente.
Un conto
è l'opportunità politica, un conto è
uccidere anche Claretta Petacci. Kappler - non lo si
dimentichi - non fu condannato per la strage delle Ardeatine,
cioè per i trecento fucilati, ma per il "buon peso"
di cinque o quindici ostaggi fucilati in più. La Petacci
rappresentò in questo caso un "buon peso" esiziale che
degrada quei partigiani a volgari assassini. Si è costretti
a dimenticare la politica e a vedere gli esecutori come belve
assetate di sangue.
Infine
un conto è far sparire un cadavere (per evitare
il culto del defunto), un altro appenderlo per i piedi
ad un distributore di benzina. Insomma in quell'occasione
l'Italia riuscì a trasformare una necessità
della politica e una ferrea e spietata legge di guerra in
un comportamento infame e incivile. Un episodio che pesa
ancora oggi sulla coscienza delle persone per bene.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 4
novembre 2005
GRAZIE
ITALIA
Come
sempre le manifestazioni per Israele si svolgono
in pace e allegria, bandiere, striscioni senza odio
per nessuno, solo amore per Israele.
Non ci sono teppisti, nessuno rovina niente, i negozianti
non hanno paura, la gente sciama con le sue bandiere
, sorridendo, cantando, chiamandosi, tenendosi
per mano.
E' la seconda volta in questi ultimi cinque anni
che Giuliano Ferrara chiama i romani a manifestare
per Israele e i romani rispondono compatti e felici. C'e'
chi ha la bandiera colla Stella di David in un cassetto,
la tira fuori, se la mette sulle spalle o la lega all'asta
e fuori, fuori di casa, fuori per Israele.
Chi non ha la bandiera
se la va a cercare oppure esce con la bandiera italiana
e di colpo Roma si tinge di biancoazzurro
e risuona di canti ebraici.
Ho sentito cantare l'Inno, Hatikva', la Speranza,
anche l'inno di Mameli per amore verso l'Italia
che e' patria degli ebrei italiani.
Ieri sera, guardando il telegiornale, io ho pianto,
quando ho visto Giuliano Ferrara gridare al microfono
"VIVA ISRAELE, VIVA ISRAELE" mi sono commossa cosi'
tanto da singhiozzare.
Non siamo abituati ad essere amati e quando capita
e soprattutto capita in modo cosi' bello, con
tanta gente che corre in strada per noi, per Israele,
per dire a quel caprone fanatico iraniano che lui non distruggera'
niente e nessuno, non possiamo trattenere l'emozione.
Tutti i media israeliani hanno riportato la notizia
in prima pagina con le fotografie dei romani
che sventolavano la nostra bandiera e io mi sono
sentita orgogliosa di essere italiana dopo aver tanto sofferto
in questi anni per altre manifestazioni.
Ve le ricordate? Sto parlando di quelle indegne dimostrazioni
di odio in cui i manifestanti si travestivano
da kamikaze, urlavano "A MORTE ISRAELE", bruciavano le bandiere,
le calpestavano, portavano manifesti che auguravano
la morte al sionismo e ai sionisti.
Quanta vergogna provavo in quelle occasioni.
Quanta rabbia, quante lacrime amare.
Manifestavano per quelli che facevano saltare gli
autobus in cui morivano bruciati decine e decine
di innocenti e gridavano come forsennati il loro
odio contro di noi.
Quanta immensa rabbia.
Ieri niente di tutto questo, ieri c'era Israele per
le strade, e l'Italia quella vera, quindi la civilta'
e il rispetto.
Le forze politiche hanno partecipato compatte alla
manifestazione, c'erano tutti quelli del centro destra
e del centro sinistra. C'erano gli amici dell'Istituto
Culturale della Comunita' Islamica Italiana. C'era persino
l'ambasciatore Scialoia.
Fini aveva promesso di andare ma all'ultimo ci ha ripensato
, il Ministro Martino anche lui ci ha ripensato.
Che delusione.
Dicono che chi sta al governo non puo' andare a manifestare
davanti a un'ambasciata straniera. Mah!
Quando quell'ambasciata rappresenta un paese guidato
da un fanatico penso sia lecito anche per i ministri
andare a esprimere la propria protesta. Io so che il
Ministro Martino e' amico di Israele, credo che anche Gianfranco
Fini sia amico di Israele, pero' hanno avuto paura.
Quindi non e' questione di amicizia, quella non e'
in discussione, forse e' solo un problema
di palle.
Non e' andato Bertinotti che ha avuto l'ipocrisia
di dire "Non vado perche' non si parla della Palestina".
Ohibo' Mister Bertinotti,
che scusa miserella miserella.
Ahmedinejad non ha mica chiesto la distruzione della
Palestina!
In effetti questa volta la Palestina c'entrava come
i cavoli a merenda, mr. Bertinotti.
Questa volta era solo Israele in gioco e la minaccia
della sua distruzione. Quindi la sua ipocrisia
mi fa veramente un baffo anche perche' non mi risulta,
Mr. Bertinotti che quando lei partecipa alle manifestazioni
in cui si grida "A morte Israele" ponga qualche condizione.
Ha mai detto in quelle indegne occasioni "Non vengo
finche' non promettete di piantarla col terrorismo".
Lo ha mai detto, Mr.Bertinotti? NO e allora anche per
lei e' solo questione di palle. C'e' chi ce l'ha
e c'e' chi non ce l'ha.
Non vorrei parlare di altri che non hanno partecipato
alla manifestazione, degli amici degli hezbollah,
di quegli italiani che non riconoscono lo stato di Israele.
Lo faccio solo per manifestargli il mio disprezzo
ma devo riconoscere che sono stati coerenti col loro
odio.
L'amico Ahmedinejad vuole un mondo senza sionismo,
loro anche. L'amico Ahmedinejad vuole distruggere
Israele e loro non si opporrebbero. Quindi hanno
fatto bene a non farsi vedere.
Loro vanno ad altre manifestazioni, quelle dove si
urla odio e fanatismo, quelle
dove si bruciano bandiere, e si rovesciano i cassonetti.
I 15.000 italiani che hanno manifestato PER ISRAELE
a Roma e le altre migliaia di Torino e Milano e tutti
quelli che hanno acceso una candela davanti alla finestra
sono gente che oltre alle palle ha un cuore, un cuore
grande, un cuore che ama questo Paese e che vuole
dimostragli solidarieta' perche' non ha ancora mai finito
di soffrire , di essere minacciato di distruzione e di
avere paura.
A tutti loro, per tutti loro, da Israele, e a
nome di tutti gli israeliani perche' so che lo pensano
e molti me lo hanno detto, io grido:
"GRAZIE ITALIA".
Deborah Fait -
informazionecorretta
FERRARA
CON DAVID
La
fiaccolata di sostegno ad Israele si è rivelata
un successo. Mi riferisco a quella di Roma, quella
principale perchè tenutasi davanti all'ambasciata
iraniana, ma non devono essere dimenticate anche
le altre manifestazioni che si sono svolte in Italia sempre
per lo stato di Israele, come quella di Milano.
E' stata incoraggiante la reazione che le parole di
Ahmadinejad hanno avuto, la partecipazione è
stata numerosa, 15.000 presenze secondo gli organizzatori,
10.000 per le forze dell'ordine, e soprattutto
si è tenuta all'insegna della civiltà, cioè
senza scontri o pericoli di sorta. Tutti hanno ribadito
la convinzione del diritto di Israele ad esistere - ciò
che dovrebbe essere una cosa assolutamente pacifica - e
senza proclami guerreschi o fanatici, in stile no global, ed hanno
invitato il presidente iraniano a cancellare i suoi proclami
assassini e folli. E' apprezzabile che alla manifestazione
abbiano partecipato anche dei rappresentanti della comunità
musulmana in Italia, che con i loro cartelli hanno espresso
la convinzione della doverosità del diritto alla
coesistenza tra i popoli.
C'è stata anche una massiccia presenza di uomini
politici, solo che non tutti hanno sacrificato le
loro beghe di partito per una questione che di gran lunga
le trascende tutte. Mentre infatti, quelli più accorti
non hanno rilasciato dichiarazioni oppure hanno tenuto
un basso profilo - fa onore a Fassino l'aver espresso comprensione
per la mancata partecipazione del Ministro degli Esteri Fini
- altri purtroppo non hanno mancato di usare l'occasione per
mettersi in mostra e continuare con la campagna elettorale anche
in un contesto tanto inopportuno. Il peggiore, e questa posizione
deve essergli riconosciuta con forza, è stato Pecorario
Scanio che se l'è presa con il Ministro della Cultura Buttiglione,
perchè avrebbe accusato parte del mondo islamico di
voler portare a compimento l'Olocausto. Il presidente iraniano
afferma che Israele dovrebbe essere cancellato dalla carta geografica
ed a Pecoraro Scanio pare un'esagerazione che Buttiglione si
esprima in quel modo ; fermo restando che questa questione non
doveva essere sollevata ier sera, rimane il fatto che il Ministro della
Cultura ha agito benissimo nel denunciare quelle che sono parole
inammissibili ed ha fatto bene a farlo subito. E' bene non ripetere
gli errori di Chamberlain, che sottovalutò Hitler, e quelli
di Franklin Roosevelt, che sottovalutò Stalin e il comunismo.
Quindi doppia bocciatura per Pecoraro Scanio, una presenza
sgradita alla fiaccolata ed un politico che si è rapidamente
dimenticato che scopo dell'evento era di rimarcare l'esistenza
indiscutibile dello stato di Israele.
In ultimo, qualche parole dev'essere spesa per Giuliano
Ferrara. La sua iniziativa si è rivelata
un gran successo, c'è stata una partecipazione
numerosa e varia, ed ha dato voce all'impulso democratico ed
obiettivo di quanti son davvero inorriditi dalle parole di
Ahmadinejad. Inoltre, di fronte al successo riscosso, Ferrara
non ha agito da protagonista, non ha ecceduto nel farsi paladino
di Israele, come putroppo certamente avrebbero fatto altri
al loro posto.
Ma, più di tutto questo, ed è ciò che
più conta, la fiaccolata ha avuta una grandissima
eco fino in Iran, dove certamente sarà
stato recepito che certe prese di posizione non verranno
mai lasciate cadere nel vuoto e che la reazione sarà
tanto dura, quanto insensate saranno le prese di posizione
del loro presidente.
LUCIO SERGIO
CATILINA
Yitzhak
Rabin
Il 4 novembre 1995, durante
un raduno di massa che si svolge a Tel Aviv sotto lo slogan
"sì alla pace, no alla violenza", viene assassinato
da Yigal Amir, un estremista di destra israeliano.
Clicca qui per la biografia di Rabin.
Al
Qaeda si è trasferita in Iran
Il
quotidiano americano 'Washington Times' riporta
fonti pachistane impegnate in prima linea nella
lotta ai seguaci di Osama bin Laden
La
rete terroristica al Qaida, che fa capo a Osama bin
Laden e che e' considerata responsabile degli attacchi
terroristici dell'11 Settembre contro l'America,
ha spostato la propria centrale operativa dal Pakistan,
dove l'aveva stabilita dopo la guerra in Afghanistan,
all'Iran.
Sarebbe
stato l'arresto, avvenuto il 28 febbraio, a Rawalpindi,
in Pakistan, di uno dei leaders di al Qaida, Khalid
Shaikh Mohammed, a costringere numerosi esponenti della
rete, che dall'Afghanistan erano gia' passati in Pakistan,
a trasferirsi ancora, stavolta in Iran.
Questa
ipotesi era gia' stata prospettata a piu' riprese,
da vari esponenti dell'Amministrazione americana e
dallo stesso presidente pachistano Parvez Musharraf. Secondo
le informazioni di cui dispone il Washington Times, giornale
conservatore con buone fonti anche nell'intelligence americana,
i terroristi di al Qaida e gli elementi dei taleban
che avrebbero trovato rifugio in Iran sarebbero 250. Fra
questi, il giornale cita Saif Al-Adel, un egiziano che, dopo
l'arresto di Mohammed, e' diventato il capo militare della
rete e che sarebbe a Zahedan, una citta' iraniana vicina al
confine pachistano e a quello afghano, dove sarebbe giunto da
Taftan, dopo avere sfruttato complicita' tribali a Quetta.
Con
lui ci sarebbero il figlio maggiore di bin Laden, Saad
bin Laden, e ancora Yaaz bin Sifat, definito uno degli
uomini al vertice dell'organizzazione, che e' ricercato
nell'inchiesta sugli attentati dell'11 Settembre; e pure
Abu Mohammad al-Masri e numerosi ministri del deposto governo
dei taleban.
Il
sindaco di Kabul all'epoca del regime dei taleban,
Mohammed Islam Haani, e' stato recentemente arrestato
mentre cercava di passare il confine tra Afghanistan
e Iran: l'episodio sarebbe una conferma della diaspora in
Iran di elementi di al Qaida e dei taleban.
L'ARTICOLO
VERO E QUELLO CONTRAFFATTO
Di fronte alle inaudite e gravissime minacce del
presidente iraniano Ahmadinejad, Romano Prodi si
è sentito in dovere di farsi sentire, anche
se con ritardo. Visto il contenuto della sua lettera
però, era certamente meglio se si fosse limitato
a qualche commento. Cosa propone l'uomo illuminato del
centro-sinistra ? Innanzitutto di fermare Ahmadinejad con
i mezzi della politica. Qualcuno forse aveva proposto il
ricorso alle armi ? Prodi scrive a Sharon che si deve proseguire
con la " road mad ", cioè con il piano concepito dagli Stati
Uniti, alla realizzazione del quale il Professore ritiene
che l'Europa, e l'Italia all'interno di questa, possa svolgere
un importante ruolo. Lo sproloquio di Ahmadinejad aveva indotto
qualche capo di stato ad interrompere la "road map" ?
In sostanza, dal cappello di Prodi si è
sprigionata un'abbondanza di aria fritta, poi un
pò d'acqua calda ed infine un pò di
polvere, se qualcuno pensava che un suo contributo potesse
alimentare il dibattito su una questione così
delicata, ebbene quel qualcuno si ostina a non sapere che
è Prodi. Chissà come Sharon, che si trova
in una situazione così difficile, possa giudicare certi
esercizi linguistici sul nulla.
Quanto si è rivelata di ben altra statura
la visita di Fini in Israele. Il Ministro degli Esteri
italiano, di fronte alla follia del presidente iraniano,
ha subito proposto che l'ONU impedisca all'Iran di costruire
l'atomica, senza perdersi, vista la concreta minaccia, in
untuosi inviti alla pacifica convivenza tra i popoli israeliano
e palestinese. Inoltre, e qua si vede la stoffa dell'uomo
di stato, Fini non ha voluto commentare con quelli che non
saranno presenti alla fiaccolata del 3 di novembre : in presenza
di una crisi nel medio-oriente di queste dimensioni, non
è certo il caso di abbassarsi a polemiche tra i partiti
nostrani.
Mi auguro che i veri amici del popolo d'Israele
sappiano cogliere la differenza che passa tra chi
è partecipe attivo della loro situazione e
chi invece compie interventi di pura circostanza, chi simula
una preoccupazione che nasconde una quasi indifferenza.
Non è un caso che Sharon abbia definito Fini
amico d'Israele e non è certo una qualifica
che rilascia con facilità. Non sappiamo
cosa egli dirà di Prodi, quello che possiamo dire
noi è che certi interventi sono sempre male accetti,
perchè sono inutili ; ma, quando la situazione è
di emergenza, come adesso, questi mucchi di parole sono
solo abominevoli, insulti inaccettabili verso chi soffre
e, casomai ce ne fosse bisogno, una riconferma della miseria
prodiana.
LUCIO SERGIO CATILINA
Berlusconi,
Bush, la guerra e la sinistra più ridicola
del mondo
Non è un Paese serio, e per quanto Silvio Berlusconi
si sforzi di metterci del suo gran parte del merito
di questo va alla sinistra italiana.
Scrivono e dicono che «il
premier si rimangia le parole "pacifiste" del
giorno prima» (L'Unità); «Ennesima
capriola del premier italiano: da "guerra sbagliata,
io l'avevo detto" a "siamo orgogliosi di essere suoi alleati"»
(Il Manifesto). Solo che è falso. Perché non c'è
un "giorno prima" e un "giorno dopo". Non c'è nessuna
retromarcia nelle dichiarazioni del premier, nessuna
capriola. Non c'è stata alcuna intervista «pacifista»
del presidente del Consiglio. C'è stata solo una
lunghissima intervista registrata la scorsa settimana e concessa
da Berlusconi a Omnibus, la trasmissione di La7, e anticipata
sabato in alcuni punti. Le parole "pacifiste" che hanno fatto tanto
discutere (strumentalmente, come spiegato qui) facevano parte
del testo dell'intervista anticipato sabato. Le parole che a sinistra
vogliono interpretare come una "capriola" facevano parte della
stessa intervista, erano state pronunciate nella stessa occasione
di quelle diffuse sabato, ma non erano state anticipate. Sono parole
come queste: «Abbandonare prima che ci sia una vera
democrazia il Paese significherebbe tradire tutti gli iracheni
che anche a rischio della loro vita sono andati a votare; tradire
tutti coloro che si sono impegnati per questa nuova democrazia
compresi coloro che sono caduti, alcuni anche figli nostri; significherebbe
consegnare l'Iraq ad una guerra civile cruenta e senza fine; significherebbe
destabilizzare l'intera regione». Nella stessa parte dell'intervista
Berlusconi dice chiaramente «non staremo in Iraq per tanti
anni», dove la parola chiave, ovviamente, è proprio
"anni", a indicare la fedeltà all'alleato americano, perché
non c'è alcuna presa di distanza. Di queste parole, che
certo non sono «pacifiste» nel senso inteso dalla sinistra
e che peraltro non aggiungono nulla di nuovo a ciò che Berlusconi
dice da sempre, si è saputo solo lunedì, e parlando
ai giornalisti alla Casa Bianca il premier non ha fatto che ripetere
questi concetti, ripetendo pure il suo «orgoglio» di essere
alleato degli Stati Uniti, cosa che dice da quando è entrato
in politica. Per avere la prova basta leggere quello che hanno scritto
sabato le agenzie di stampa relativamente all'anticipazione dell'intervista
e quello che hanno scritto lunedì,
dove si parla, esattamente, della stessa
intervista. Delle due l'una: o a sinistra
sono ignoranti - ma molto - o sono in malafede.
Insomma, non è un Paese
serio, e questa sinistra è assai più
ridicola di questa destra.
Si, sinistra da ridere. Volete
un esempio? Tutta la politica italiana degli ultimi
giorni è ruotata intorno a questa frase di Silvio
Berlusconi, di sabato 29 ottobre 2005: «Io
non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema
migliore per arrivare a rendere democratico un Paese e a
farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa».
Il Corriere della Sera (versione
on line) titola: «Clamorosa rivelazione
del Presidente del Consiglio».
La Repubblica: «La
svolta arriva dai sondaggi».
L'Unità ci apre il giornale
due giorni di fila e titola (domenica 12 febbraio):
«Finisce il grande inganno».
Il Manifesto: «Il "presidente
pacifista" è l'ultima trovata del Cavaliere».
Interviene Prodi, da par suo:
«Si è accorto solo adesso che era una
guerra sbagliata?».
Alfonso Pecoraro Scanio: «Le
parole di Berlusconi sono gravissime, perché
riconosce di aver messo da parte la sovranità nazionale
per salvaguardare il suo rapporto con Bush».
Giuseppe Fioroni (Margherita),
altro titano della politica: «Siamo
commossi dal tardivo pentimento di Berlusconi».
Ora, si può essere d'accordo
con l'intervento in Iraq oppure no (chi scrive lo
è, ma stavolta non c'entra). Si può dire che
Berlusconi mente, è un paraculo, un doppiogiochista.
Ma non si può dire che la sua frase è
clamorosa, una svolta, il segno della fine dell'inganno,
una trovata di questi giorni dettata dall'andamento
dei sondaggi, un riconoscimento o un pentimento tardivo.
Perché la stessa cosa Berlusconi
l'ha detta più volte. E non di nascosto, ai
microfoni di qualche agenzia di stampa di quart'ordine.
L'ha detta al Parlamento europeo in seduta plenaria (e
Vespa, l'altra sera, davanti ad uno stralunato Rutelli
che insisteva nella versione taroccata, ha mandato in onda
il filmato originale) , l'ha detta pubblicamente,
anche in Parlamento, davanti all'assemblea del Senato, il
pomeriggio del 20 maggio del 2004. Cioè un anno
e mezzo fa. Con queste esatte parole:
«Personalmente, ho
avuto due lunghi colloqui con il presidente americano
(il primo a Camp David, il secondo alla Casa Bianca)
in cui ho cercato di sostenere le nostre tesi,
che puntavano a dire che non era conveniente un’operazione
militare, anche perché conoscevamo la complessità
della società irachena: in particolare, la sua composizione
a prevalenza sciita, quindi di religiosi che potevano essere
indotti al fondamentalismo. Tutto ciò lo abbiamo
fatto presente al nostro alleato americano, il quale, tuttavia,
ad un certo punto ha assunto una decisione che si fonda anche
sulla Carta delle Nazioni Unite: quella di un attacco preventivo,
ritenendo che il suo Paese fosse in pericolo.
Cosa abbiamo fatto noi? In maniera
molto chiara, abbiamo detto subito al presidente
Bush che non era nelle nostre possibilità intervenire,
ove non vi fosse una previa esplicita autorizzazione
delle Nazioni Unite, perché la nostra Costituzione
ce lo impedisce. Abbiamo tuttavia promesso un aiuto, da
alleati leali; lo sottolineo: non da servi, ma da alleati leali,
che provano riconoscenza nei confronti degli Stati Uniti
d’America per averci salvati dal comunismo e dal nazismo,
per averci aiutati ad entrare nell’area del benessere grazie
alla generosità degli aiuti del Piano Marshall, per averci
consentito per cinquant’anni di vivere con una certa tranquillità
e senza l’incubo degli arsenali nucleari sovietici attraverso
la NATO e grazie ai contribuenti americani, che hanno pagato
quasi il 4 per cento di ciò che guadagnavano per quelle
grandi spese militari che ci hanno consentito e ancora oggi ci consentono
tranquillità».
Sintesi rielaborata dal blog aconservativemind
CITAZIONE
Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime,
non cè dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi,
non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa
dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri
erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una
piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente
e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una
propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo
sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere
contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo
pietoso caso, in un modo o nellaltro, bisognerà pure
risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa
sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei.
Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente
falso.
Dal «Corriere
della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre
1972
In sostegno di
Israele
In sostegno del diritto
di Israele ad esistere, contro le minacce dell'Iran,
la Comunità Ebraica di Torino e l'Associazione
Italia Israele di Torino chiedono ai cittadini
ed ai rappresentanti di partiti e associazioni di manifestare
la propria solidarietà
Giovedì 3
novembre alle ore 18.30 in Piazza Palazzo di Città
(anzichè Piazza Castello, causa inagibilità
della piazza).
Per l'Associazione
Italia Israele
Laura Camis de
Fonseca -
Associazione
per la Democrazia in Medioriente
Massima del
giorno
La vita è tanto vana che non c'è nemmeno
da avere rimpianti, se non si è combinato
nulla.
G.P.
MOLLICHINE
Bertinotti alla manifestazione di Ferrara se si
parlasse anche d'uno stato palestinese. Ma in
Iran ne hanno invocato la distruzione? Devo essermi
distratto.
Anp-Jihad Islamica: niente
attentati contro Israele se cessano gli "assassini
mirati". Toh, pensavamo avrebbero smesso piuttosto
per i cortei pacifisti!
Strasburgo ha votato a favore
dell'abolizione di ogni brevetto in materia biotech.
Tutto gratis, come la partecipazione dei deputati al
Parlamento di Strasburgo.
Rizzo Nervo e Curzi: "incaricheremo
l'ufficio legale della Rai ad assumere la nostra
difesa". Bisognerebbe incaricare loro "ad" andare a
ripetizioni d'italiano.
Gianni Pardo
IL MEIN KAMPF
DI AHMADINEJAD
Dinanzi ad un orrore storico come il massacro di
sei milioni di ebrei è naturale che si cerchi
un colpevole. Per fortuna la storia ne offre uno,
e incontestabile per giunta: Adolf Hitler. Ma a molti non
basta. Possibile che un'impresa organizzativamente mastodontica
sia colpa di un uomo solo? Il popolo tedesco o una buona
parte di esso non sono stati complici?
A questo punto si è costretti
a fare un paio di conti. Quanti erano i tedeschi
del Dritte Reich, nel 1943? Quanti di essi erano semplici
privati, vecchi, donne, bambini, gente ignorante e qualunque?
Quante decine di migliaia di uomini appartenevano alla
Wehrmacht, che portava certo armi ma fu estranea al genocidio?
Delle stesse SS molte formazioni costituivano unità
combattenti e non si occupavano certo del lavoro sporco dei
Sonderkommando o dei Lager. Stringendo stringendo si arriva
ad una frazione tanto piccola del popolo tedesco che l'argomento
perde forza. Come del resto risultò al processo di Norimberga,
la stragrande maggioranza dei tedeschi non seppe niente,
dell'Olocausto (sì invece delle deportazioni), tanto che
gli alleati quasi obbligarono gli abitanti di posti come Dachau
a visitare i lager alla cui esistenza non volevano credere. Non
solo i collaboratori della Endlösung ("Soluzione finale")
furono relativamente pochi, ma la stragrande maggioranza di loro
ebbe la scusa d'avere "obbedito agli ordini".
Qualcuno ha tuttavia ricercato
una più grave e generale responsabilità
del popolo tedesco, per avere mandato Hitler al potere dopo
che egli aveva delineato, nel Mein Kampf, esattamente
quello che intendeva fare. Se fornisco la pistola a chi parla
d'andare ad uccidere mio fratello non sono forse colpevole
di complicità?
Questo argomento ha un suo peso.
O, almeno, l'avrebbe se si dovesse prendere assolutamente
sul serio il programma di un politico. Purtroppo,
i casi in cui i comportamenti degli statisti risultano
diversi dal previsto sono innumerevoli. E non sempre
c'è stato da lamentarsene. De Gaulle fu mandato al
potere da chi gridava "Algérie Française!"
e cantava la marsigliese sul Forum d'Algeri, ma
fu proprio il Generale a liquidare l'Algeria e il
problema che essa costituiva. È un fenomeno corrente
per cui un conto sono i discorsi prima d'avere il potere,
altra cosa è il comportamento di chi ha la responsabilità
del timone. A parte il caso famoso di Tommaso Becket e quello
attuale di Cofferati, a Bologna, non sempre l'uomo al comando
risulta simile a quello che aspirava al comando.
Dunque si è di fronte
a un bivio. Se si accetta che i discorsi e i
programmi dei politici sono "flatus vocis"
senza importanza, si dovrà assolvere il popolo
tedesco del 1933. Se invece si stabilisce che si ha
il dovere di prenderli sul serio le conseguenze non sono
meno importanti. Il caso dell'Iran ne è un perfetto
esempio.
Il Presidente Mahmud Ahmadinejad
ha affermato che desidera cancellare Israele
dalla faccia della terra. Questo è il Mein Kampf
iraniano. Se le parole hanno un senso, esse significano:
"In questo preciso momento non ne ho la possibilità,
ma appena potrò ucciderò tutti gli israeliani".
Ovviamente, se disponesse della bomba atomica, Ahmadinejad
questa possibilità l'avrebbe. E allora Israele,
tenendo conto delle parole deliranti di quel delinquente
internazionale, non avrebbe il diritto di prevenire
la propria distruzione distruggendo l'Iran con le bombe
atomiche di cui dispone? Sarebbe sbagliato parlare d'un
caso di legittima difesa?
E se poi invece Ahmadinejad
si limitava ad una mossa demagogica, esclusivamente
a fini politici interni? Ci sarebbe da esser contenti
della morte di centinaia di migliaia di persone innocenti,
solo per le sciocchezze dette da un pasdaran ignorante?
Nel campo storico si possono
fornire soluzioni etiche, nel senso di dare ragione
all'uno o all'altro, ma le soluzioni etiche non hanno
nessuna importanza. Quello è un mondo dominato
dalla nuda forza. Per questo il problema dell'importanza
da dare alle dichiarazioni degli statisti, prima e durante
il tempo del loro potere, lo risolvono in definitiva
i fatti storici.
Qualche anno fa l'Irak si stava
dotando di armi nucleari e Israele distrusse,
con un raid aereo, l'impianto di Osirak: cosa che, sia
detto en passant, ha liberato l'occidente dall‚incubo
di un Saddam Hussein fornito dell'arma atomica. Ora che
cosa farà, con l'Iran? La giustificazione giuridica
certamente l'ha. Ma ne ha le ragioni politiche, militari
e di semplice convenienza? Male che vada non è meglio
che aspetti di vedere l'Iran sul punto d'avere effettivamente
l'arma atomica? Ma fra qualche mese la gente ricorderà ancora
che Ahmadinejad ha fornito il casus belli? Si dimentica così
presto!
In realtà tutti questi discorsi
sono inutili perché inutile è in questo campo il
punto di vista etico. L'Iran cercherà o no di
distruggere Israele; e ci riuscirà o non ci riuscirà;
Israele agirà preventivamente contro l'Iran
o non agirà. Fra l'altro un rivolgimento
politico-sociale potrebbe cambiare il volto dell'Iran
nel giro d'un paio di settimane e tutti questi discorsi
mostrerebbero la loro vacuità.
Si ha il diritto ai propri giudizi
morali, ma non bisogna dimenticare che essi
non hanno alcun peso, nella politica internazionale.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 1° novembre 2005