Autore: U.DE GIOVANNANGELI
Testata: UNITA'
Del: 18/02/2005
Arlacchi: via i soldati italiani, dobbiamo formare una polizia irachena
ROMA «È un video scioccante, una testimonianza drammatica, ma
quella che Giuliana Sgrena racconta è una verità incontestabile:
la verità di un Iraq occupato militarmente da potenze straniere, un
Paese nel quale solo il 5% della popolazione ritiene ancora gli americani
e i loro alleati dei liberatori». A sostenerlo è Pino Arlacchi,
già vice segretario generale delle Nazioni Unite. «Ritirare
i nostri militari - sottolinea Arlacchi - non significa abbandonare a se
stessi gli iracheni ma ripensare forme nuove di aiuti come, ad esempio, destinare
all’addestramento della polizia irachena i fondi, enormi, oggi stanziati
per il mantenimento del contingente militare». L’opinione pubblica
italiana è ancora sotto shock per il drammatico video-messaggio di
Giuliana Sgrena. A un giorno di distanza, qual è l’impressione «a
freddo»? «È una testimonianza drammatica, scioccante;
il tono della voce della giornalista è tale da far pensare che le
cose che dice non siano completamente autonome, sue. Ma il contenuto è
inequivocabile: Giuliana Sgrena descrive quella che è la situazione
dell’Iraq, e cioè un’occupazione militare con la sua classica ferocia
da ambedue le parti: la ferocia di chi sequestra, uccide, decapita, e la
ferocia di chi distrugge, di chi tortura e agendo così cancella ogni
distinzione con il nemico che si vorrebbe combattere». Nel suo drammatico
appello, Giuliana chiede il ritiro dei militari italiani presenti in Iraq.
C’è chi sostiene, in primis il governo italiano, che accettare questa
richiesta vorrebbe dire cedere ai terroristi. «Non si tratta di un
cedimento ai terroristi perché i terroristi non devono essere un interlocutore
del governo italiano e della Comunità internazionale. I terroristi
non devono dettare l’agenda politica, ma al tempo stesso non devono servire
da alibi per non compiere scelte diverse da quella, sciagurata, di essere
parte di un’occupazione. Gli Stati Uniti devono ritirarsi dall’Iraq non perché
l’impongono i terroristi ma perché stanno occupando un altro Paese
in maniera illegale, perché la percezione che la popolazione irachena
ha di loro è estremamente negativa, ormai è solo il 5% della
popolazione che continua a ritenerli dei liberatori; se ne devono andare
perché non sono stati capaci di gestire la ricostruzione del Paese,
dimostrandosi incapaci anche di gestire la principale risorsa dell’Iraq:
il petrolio. Un altro scandalo che si profila riguarda ciò che è
successo al petrolio iracheno subito dopo l’invasione. Dalle prime notizie
che abbiamo sulle società di auditing, la metà di questi profitti
sono spariti. Non sono stati capaci di gestire al ricostruzione perché
hanno sbagliato completamente la formula, in quanto hanno preteso di affidare
a società private la gestione di compiti delicatissimi. Il peggiore
degli scenari da noi paventato si è verificato. Si diceva che l’Iraq,
essendo in fondo un Paese ricco grazie al petrolio, poteva essere ricostruito
rapidamente e in modo efficiente, ma a distanza di due anni non c’è
niente. Hanno fatto errori spaventosi, quale quello di dissolvere la polizia
e l’esercito iracheni. Quando parliamo del terrorismo in Iraq, stiamo parlando
di un prodotto dell'occupazione americana...». Un’accusa pesantissima.
«Ma fondata. Perchè in Iraq c’è almeno mezzo milione
di giovani, ex soldati ed ex poliziotti, armati, che sanno come usare le
armi, con a disposizione di un armamento di tutto rispetto, teniamo conto
che ci sono almeno 4-5mila missili terra-aria portatili a disposizione di
queste persone, nonché centinaia di migliaia di tonnellate di esplosivo
che sono nelle mani di questa gente che così può continuare
a ribellarsi quasi a tempo indefinito, anche quando la grande maggioranza
della popolazione non li appoggia. Attenzione, però: il fatto che
la grande maggioranza della popolazione irachena si sia stancata del terrorismo
e della violenza, ciò non significa che questo atteggiamento si trasformi
automaticamente in sostegno alle forze di occupazione. In questa situazione
sarebbe saggio ritirarsi. L’hanno fatto gli spagnoli, lo hanno fatto decine
di altri Paesi; di Paesi di un certo rilievo, oltre a Usa e Gran Bretagna,
sono rimasti solo Italia e Polonia. Ma andarsene non significa affatto disinteressarsi
dell’Iraq. In questo senso, vorrei lanciare dalle colonne dell’Unità
una proposta...». Quale? «Proprio per far vedere come l’Italia
è sensibile alle sorti del popolo iracheno, e vuole dare un contributo
alla stabilità internazionale, l’Italia - è questa la proposta-
ritiri il contingente militare e decida che la cifra che viene spesa annualmente
per la missione dei nostri soldati in Iraq - una cifra enorme, che si aggira
attorno ai 200 milioni euro - venga messa a disposizione del governo iracheno
per la formazione della polizia irachena».