Vita e morte di un incompiuto

Storia di un padre e di un figlio che era un ‘rudimentale abbozzo di uomo’    

 da Il Foglio del 31 marzo 2005


di Angiolo Bandinelli

C’era un uomo che non credeva. Non credeva da quando, ragazzo, i coetanei di scuola e lui stesso, un po’ furtivamente come succede in queste cose da adolescenti, si erano messi a leggere, evitando vigili e premurosi guardiani, i libri per cui la gente crede: libri che mettevano meraviglia o paura, ma nessuno di quei ragazzi volle dare a vedere agli altri che lui provava meraviglia o paura. Disse, spavaldamente: “Sciocchezze!”, e da quel momento non credette più. Anche gli altri non credettero più. Se lo giurarono anzi e risero, non sapevano bene perché. Si separarono e si incontrarono sempre meno, piuttosto si evitarono. Uno cresce isolandosi con se stesso. Divenuti grandi, adulti, non avevano ora bisogno di incontrarsi per leggere, o per fare assieme, cose proibite. Ma ciascuno e tutti cercarono puntigliosamente, anno dopo anno, di mantener fede a quel giuramento, antico e sbiadito dalla memoria. Era parte di loro: non ricordavano perché lo avessero fatto, di tanto in tanto con stupore lo ritrovavano lì, seppellito tra i ricordi. La memoria ha i suoi musei.
 
Quest’uomo ebbe poi, nella sua vita, un figlio. Nacque difficile, sbieco, stentò a crescere, e man mano che gli anni passavano era sempre più dubbio poter cogliere in lui quel trasalimento da cui – già nel bambino e poi nel ragazzo – si avverte la maturazione dell’uomo. L’uomo sboccia per segni non manifesti ed anzi apparentemente casuali e ambigui che solo a poco a poco, legandosi e – per così dire – chiarendosi l’uno con l’altro, abbozzano prima e poi mostrano dispiegata la forma (e dunque la sostanza) dell’adulto. Colui di cui parliamo aveva osservato questo trascolorare sui volti dei bambini che giocavano e gridavano, e sempre ne era restato incantato. Dopo l’incontro con un piccolo si trovava a ripensarci e sempre avvertiva, dinanzi alla ritornante scoperta, meraviglia: c’era ogni volta da domandarsi, con curiosità e persino non senza apprensione, quale adulto, quale uomo, si sarebbe sviluppato dalla tale o talaltra piantina. Imparò anche che non c’era mai troppo da fidarsi, perché in questa vicenda le apparenze sono ingannevoli: un turgido bocciolo stenta ad aprirsi nel fiore; al contrario, da un viticcio molle e malinconico prendono a volte slancio tralci abbondanti e spettacolosi a vedersi. Così, per alcuni anni, egli poté nutrire l’attesa che anche dal terriccio di quel suo bambinello, per quanto gracile, sarebbe spuntato infine l’albero robusto. 
 
Spiava gli occhi del ragazzo, acquosi come quelli di un docile quadrupede, un cavallo, una pecora, un bue pesante. Non che fossero brutti, perché nella loro tondità un po’ fissa, velata da ciglia lunghe e da sopracciglia spesse e dure, avevano anzi una loro altera malinconia, come se nell’incerto aspetto fosse comunque racchiuso – celato o solo obliquamente visibile – il marchio abissale della specie umana che, per quanto sbattuta e percossa, sempre rivendica il suo orgoglio, il suo essere. Ugualmente conservavano tutta la loro dignità le spalle curve e macilente e il torace, ampio sulle ossa legnose; le gambe poi ricordavano stranamente la perfezione di colonne di antichi templi, nonostante le ginocchia torte, la muscolatura confusa, la pelle ruvida sotto il pelo che cresceva ispido. L’uomo intravedeva nel figlio un’intima presenza, il sospetto di qualcosa di grande e bello: guardava meglio e doveva con sgomento riconoscere che no, il figlio non era né grande né bello e cresceva invece sempre più disarmonico.
 
Soprattutto le mani lo colpivano, nel fanciullo. Lo avevano colpito fin dalla nascita, quando tra i merletti bianchi aveva scorto, scosse nel primo pianto, dita lunghissime e finemente inarcate, già portatrici di un destino di eccezione. Con la loro fibra lieve e pura sembravano indicare una strada di bellezza. Se fosse stato più vigile avrebbe avvertito che ogni destino, per quanto annunciato, è doppio e ambiguo: è la caratteristica del destino, l’ambiguità entro i cui indistinti ma irremovibili confini l’uomo chiamato ad attuarlo e completarlo è sempre costretto a scegliere. Tocca a lui ogni giorno saper puntare sulla carta buona, saper fare il passo giusto che lo porti un po’ più avanti senza farlo cadere nel burrone aperto lì a fianco, nel quale precipitano tanti: tutti coloro che, avendo smarrito il cammino e il destino, credono poi di essere vivi e sono invece già morti da tempo. Strano è il rapporto col destino: perciò tutti lo respingono o fanno in modo di ignorarlo e pensano di essersene difesi negando l’accadimento fatale nel momento stesso in cui accade, la peripezia anche quando si manifesta nella sua assoluta determinatezza, e credono che una vita abbarbicata alle cose di ogni giorno, alla ripetizione meticolosa delle note faccende, lavoro, professione, famiglia, ecc., possa fare a meno di questo indiscreto e querulo accompagnatore; che invece ti assale a ogni momento, a ogni passo, per chiederti conto di dove stai andando; e dell’esser negato si vendica provocando disastri, calamità, disgregazione e rovine morali e quant’altro, in una sequela di furiosi, rabbiosi sconvolgimenti.
 
Avvertì l’inanità di quei suoi primi, lontani slanci via via che le mani del fanciullo si vennero deformando e avvilendo. Ma non andiamo troppo avanti, anche se è normale voler precorrere gli eventi, quando si è di fronte a qualcosa di amaro e cerchiamo o di liberarcene o di affrettarne la fine anticipando di forza, come che vada, la conclusione. 
 
Gli anni passavano, l’uomo spiava ogni giorno con ansia più cocente le fattezze del figlio: non voleva smettere di sperare, e tenacemente lo accudiva, lo curava, lo incitava, stimolandolo, indicandogli e porgendogli cose che potessero fare sviluppare i sensi, le facoltà; mettendogli accanto gente, altri ragazzi che gli sorridessero e parlassero; soprattutto, per quanto poteva, tenendolo con sé, vicino a sé. Elaborava programmi, progetti. Anche, a volte, assieme alla moglie che glielo aveva partorito: ma sempre pensando che la faccenda riguardasse soprattutto, o solamente, lui. Solo lui avrebbe saputo avvertire il segno fugace del mutamento e il compiersi in uomo del figlio; lui solo era pronto, poteva essere pronto a cogliere l’occasione. Lungamente si divise tra la speranza che il tempo, sollecitato e veloce, gli portasse finalmente l’attesa rassicurazione, e l’ineluttabilità molesta e arrogante di una constatazione che esigeva di non essere più oltre rimossa. Per ritardarla si illuse di poterlo fermare, magari di un impalpabile secondo, il tempo inesorabile; visse in una altalena sfiancante, solitaria. 
 
L’impazienza divenne un tarlo, che gli ronzava fastidiosamente all’orecchio la sua rabbia perché la svolta, il mutamento grande e solenne, non si avverava portandogli l’esito felice tanto lungamente atteso (e preparato, non si dimentichi, perché l’uomo era puntiglioso), e invece si venivano materializzando i più riposti, feroci timori; tutti, e al peggio di come la sua fantasia glieli veniva aizzando contro. Cominciò a imprecare, a sgridare e picchiare quel figlio, che ne restava smarrito e derelitto.
 
Si rivoltava nel letto, di notte, quando i suoi occhi bovini gli si paravano davanti pieni di tristezza, quasi volessero dirgli di non sperare inutilmente; e che comunque era cosa che non riguardava, non doveva riguardare lui, il padre, e nemmeno la madre. Quegli occhi spenti erano come affaticati, a volte, da una vista interiore, difficile a spiegarsi ma di cui essi apparivano dolorosamente partecipi: quando, durante il giorno, il padre si inquietava con il figlio che non capiva le sue parole e non gli obbediva, lui entrava in una subitanea furia, lo assaliva, lo colpiva con la testa e cercava di morderlo; quasi fosse, quella rabbia improvvisa e inopinata, l’esplodere finale di una impazienza, di uno stranimento sconvolto ma, in qualche modo, consapevole. Anche così pareva che il ragazzo volesse dire al padre di non importunarlo, perché solo a lui toccava portare il fardello del proprio destino, quale che fosse: per cui era inutile dargli ulteriore fastidio, ulteriore amarezza.
 
Rabbrividiva scoprendo, in quegli occhi aggrottati, il lampo di una straordinaria condanna (per questo, parevano dire, siamo così tristi, velati di lacrime) dalla quale lui, padre, si ritirava, vile e sgomento. Era come se il ragazzo fosse depositario di un segreto troppo grande, impostogli da una volontà superiore, inappellabile, però a lui familiare e alla quale obbediva per una sorta di voto, una deliberazione primitiva della coscienza. “Io non sono qui”, sembrava dire la muta voce del ragazzo, “altrove io riceverò quello che mi spetta: dunque non infastiditemi, non chiedetemi quello che non posso, quel che mi è vietato, darvi ora e qui: anche a te, padre”.
 
Più o meno tali erano i dialoghi muti tra il figlio e il padre (o così almeno, il padre li ascoltava). Questi, tuttavia, non riusciva a convincersi che alla fine tutto non sarebbe andato nel verso giusto con quel figlio: che finalmente si sarebbe aperto, non più estraneo nella sua differenza. Le cose dovevano assolutamente combinarsi, combaciare. Non v’era motivo perché non accadesse: motivo ragionevole, diciamo. Fu una impuntatura logorante, perché il dialogo non si apriva, non si completava mai, la materia restava sorda, incapace di affidarsi alla parola che spiegasse, chiarisse, indicasse il possibile pur intravisto. La materia, la materia di cui il figlio era fatto costituiva il vero ostacolo, sospettò il padre; la materia, ostacolo opaco e sordo: il corpo, insomma. Priva di carità, la materia si frapponeva, ottusa, non rispondendo allo stimolo della sua speranza. 
 
Gli venne alle labbra – e non era sicuro che gli venisse dal cervello, dalla mente piuttosto che dalle viscere – la parola “incompiuto”. Era una strana parola, che lo lusingava persino: per cui provò verso di essa anche diffidenza. Quelle dita e quelle mani, i capelli, le gambe del figlio non erano malfatti, ma “incompiuti”, appunto. Che voleva dire? Forse che per un miracolo (dunque, anche se lontanissimamente, possibile) un giorno l’incompiuto avrebbe potuto compiersi, il vuoto colmarsi, il difetto sparire, lentamente o tutto d’un tratto, come ad un risveglio ristoratore? Ma perché, e a che punto, la costruzione era restata incompiuta? Dove e come il meccanismo si era inceppato? Quella parola era posticcia, menzognera e indulgente, si rendeva ben conto, ma difficile a scacciar via. Ne veniva turbato, ma naturalmente quel turbamento lo attirava. Ne esplorava le possibilità e i significati con la stessa ostinata impazienza con cui, quando si ha un dente rotto, lo si fruga con la lingua, che ne sanguina. Si concedeva a esercizi mentali orribili: come sarebbe stato, come poteva essere, il figlio “compiuto”? Come si sarebbero sviluppate quelle dita affusolate, i capelli ricci, le gambe tornite? E, ancor più tortuosamente: se era un incompiuto, dove era la compiutezza del figlio? Si trovava da una qualche parte, rintracciabile, afferrabile e riconducibile, anche se ricalcitrante, alla volontà o almeno alla speranza sua, di lui, del padre? Si diceva, si ripeteva, che sarebbe finalmente bastato un piccolissimo gesto o evento per rimettere le cose al loro giusto posto e cancellare per sempre il brutto sogno del figlio difettoso.
 
Oppure anche stuzzicava dolorosamente un’altra vaga sensazione, che aveva provato e in cui si era torbidamente cullato: che il vero figlio fosse dietro l’angolo, in un gioco a nascondino perverso. Il figlio lì davanti a lui, quello che respirava, si muoveva con la sua goffaggine e tutte le sue pesantezze e tare, era una immagine, uno specchiamento: il figlio vero era dietro l’angolo, occhieggiante, ridente, dolce e sbarazzino. Ma ora gliel’avrebbe fatta vedere: fulmineamente avrebbe girato quell’angolo (metaforico, certo) e lo avrebbe finalmente incontrato, puro e bello come lui lo conosceva, come lui sapeva che era.
 
Fuor di metafora, pareva a quel padre che solo una infinitesimale differenza – non l’abisso che lo accorava – lo separasse dalla verità del figlio, mentre dinanzi a lui si muoveva goffa la maschera, l’abbozzo rudimentale di uomo che lo sgomentava. 
 
Non venne nulla, a dar sostanza a tante immaginazioni. Un giorno, il figlio morì. L’ottusa materia che lo imprigionava e nascondeva lo colpì brutalmente, a tradimento, e lo uccise. Dire a tradimento forse è una parola grossa, e soprattutto inesatta: perché non vi fu nulla che indiziasse un tradimento, opera di volontà attiva e produttrice di eventi. Fu un caso. E che è il caso? Davvero non ha premonizioni? I giorni che seguirono la morte, nella sua disperazione il padre si sforzò a ricostruire i momenti che l’avevano preceduta e quasi introdotta, così misteriosamente casuale. Dall’indagine che egli venne minuziosamente compiendo, un’indagine che scoprì con orrore rassomigliare ad un perfido gioco (perché questo strazio inutile?), arrivò alla fine a persuadersi che sotto l’apparente disordine (il caso, appunto) una mano avesse regolato e scandito i tragici avvenimenti. Di più: come non dubitare persino, scavando, ricostruendo, mettendo assieme o distinguendo, che tutto fosse accaduto obbedendo addirittura a una precisa indicazione del figlio – proprio di lui – espressa in modo tortuoso e balbettante ma chiarissimamente a chi avesse saputo prestare l’occhio e l’orecchio? 
 
Erano usciti il pomeriggio, in macchina, assieme, per un giretto, a distrarre la malinconia che rivestiva ogni giorno di più le lunghe ciglia dell’adolescente. Percorsero, come sempre in quelle gite (ma sembravano, piuttosto, processioni), strade deserte. Pareva un girare senza meta e non lo era: le strade, le piazze erano quelle note, scelte con cura in base a elaborati e cavillati indizi, tenendo conto di mille fattori che da soli, essi stessi, costituivano una spessa e defatigante (perché muta) conversazione. Era una domenica di autunno trascolorante, né troppo calda né ancora fredda, e il tempo scivolava via vuoto mentre la macchina oziosamente girava. Ad un tratto il ragazzo aveva pronunciato in quel suo balbettare, assieme infantile e grave: “Ciao”.
 
Solo quella parola. Il ragazzo possedeva pochissimi monosillabi. Anzi, possedeva ormai pochissimi monosillabi. Non ancora adolescente aveva tentato, con la gola aspra di una pecora, di modulare suoni articolati, e alcuni li aveva anche scoperti o inventati, con una gioia infantile che aveva nutrito ancor più, nel padre, una speranza da non abbandonare. Col tempo, però, il trepidare, la gioia si erano affievoliti, e il ragazzo ora aggrottava la fronte quando doveva pronunciare uno dei suoi scarsi monosillabi. L’esercizio non lo divertiva più, si fece stizzito, persino disperato, oltreché evidentemente inutile. Il ragazzo restrinse a poco a poco la già precaria gamma dei suoni e li usò sempre più raramente. Abbandonò il campo, o ne venne richiamato indietro da un comando che lui solo sentiva e al quale era obbediente. “Ciao” continuò a dirlo. Gli era una espressione consueta, anzi, era il modo con cui voleva dire “io vado” o “voglio andare” (o, a volte, “vattene”, se qualcuno lo infastidiva o non gli era simpatico). Forse, era anche il suo modo ellittico e brusco di avvertire che non era felice. Il padre prestava una attenzione anche morbosa a questi esercizi, e cercava di dare loro sempre l’interpretazione più favorevole. Così fu, ora, per il monosillabo, “ciao”. Come poteva sospettare? 
 
Tornarono a casa, quando l’automobile ebbe percorso esattamente il giro per il quale la domenica era programmata. La madre uscì a sua volta, da sola. Anche quella sera si sarebbe ripetuto il minuetto di entrate e uscite dell’uomo e della solitaria madre (solitaria portatrice di un segreto incomunicabile, il dolore del parto frustrato). Restati soli il padre e il figlio, questi si era messo a scuotere, a martoriare le porte e le finestre. Cercava, con tutta evidenza, di aprirle. Gli incupiva gli occhi una furia dolorosa: come stesse cercando – e stava cercando – una qualunque uscita per porre in atto il suo desiderio, la sua necessità – irrevocabile – di andarsene. E – forse lui già lo sapeva – per sempre. Ma come tradurre in parole umane, che il padre potesse comprendere, quello che era un discorso profondo, e muto ben al di là del suono, della parola espressa o da esprimere? 
 
Morì. Morì per andarsene, per uscire definitivamente dalla sua infelicità. Il padre lo tenne sulle sue ginocchia finché non sentì uscire dalle labbra l’ultimo sospiro e d’improvviso farsi fredda la fronte: un passaggio istantaneo e dunque da non credersi (ancora una volta, non credibile), perché la morte è istantanea, quasi ad evitare che qualcuno provi ad arrestarla e a farla recedere. La morte è un filo che si strappa bruscamente. A lungo si resta increduli.
 
Il padre diede sepoltura al figlio. Lo portò via, lontano, con pretesti futili, per seppellirlo in un posto custodito e amato. Sapeva che seppelliva una salma: e, nel silenzio della notte, si ritrovò a riflettere sul suono di parole come salma, corpo, sepoltura, bara. Erano parole su cui prima non si era soffermato. Non gli dicevano nulla. Non attribuiva loro un senso sinistro. Aveva già visto la morte. Non sapeva se era coraggioso o incosciente, ma aveva visto più volte l’andarsene di qualcuno, e aveva persino saputo compiere silenziosamente i pochi doveri che quell’andarsene affida a chi resta. La prima volta, neppure adolescente, aveva vegliato, solo, nella camera di antichi legni lucidi e ferro, sul letto con le coperte rosse e lo specchio velato sul comò, la nonna. Aveva fissato a lungo la crocchia voluminosa di capelli a chignon, quasi un nido in cima ad un alto albero. Sentì quella veglia (durante la quale aveva anche recitato preghiere lette sul breviario nero e oro, profumato da foglie secche poste a segnalibro) come un dovere, neanche sgradevole e forse anzi voluttuoso, al quale non ebbe alcuna intenzione di sottrarsi perché ne provava un segreto misterioso piacere.
 
Quelle parole dunque erano state per lui, prima, di un significato accettabile, per nulla da scansare. Ma adesso si trovava a pensare ad esse, e se le ripeteva, e si accorgeva che erano parole tristi, dense di minacciosi riflessi (e, come per il breviario della nonna, persino di oscuri odori e di sapori). Ad ognuna ora corrispondeva un significato che seccamente la legava alla morte triste del figlio, al figlio estremo perduto; e allora se le ripeteva – “salma, corpo, bara” – per poter evocare attraverso di esse ancora una volta – attraverso un suono, dunque – il figlio, sia pure freddo, inerte, rigido come lo aveva sentito divenire tra le sue mani mentre se ne andava, si assopiva, si abbandonava alla morte che veniva a raccoglierlo. Ora la salma era lì, dietro un foglio di pietra con incise poche parole e cifre. Era lì, proprio, la salma, quella cosa che avrebbe dovuto essere suo figlio, con i suoi occhi parlanti e le sue mani nervose e sfigurate: si era – pensò in un brivido – riconciliato con la sua materia, era tornato tutto in essa, nella sua fredda distanza e alterità. E, per un po’, pensò che forse da qualche parte, in qualche modo, doveva pur esservi un mondo perfettamente identico al nostro nel quale tutte le essenze, le entità, le vite di questo siano conservate e ripetute nel loro preciso e indistruttibile significato: un mondo in cui le identità sono vivificate, splendono nella loro verità, una loro bellezza fino a ieri celata, per non essere più cancellate. Ecco, questa sola può essere, pensò, la forma necessaria dell’eternità, che giustifichi, col suo esserci, la stessa comprensibilità e accettabilità del nostro mondo nella sua inguaribile, inaccettabile, futilità. 
 
Il paesaggio intorno alla tomba aveva un calore, almeno in quella stagione dell’anno, che carezzava tuttavia il cuore del padre: c’erano cipressi e sotto i cipressi i cornioli, le roverelle ed edere e clematidi selvatiche; e ginestre e meli e rovi arruffati, e rose canine che parevano, con il ciuffo dei sarmenti espansi in tutte le direzioni e rivestiti di bacche di corallo, l’esplodere di un fuoco d’artificio; e poi, nelle radure, malve violacee e bianche, mentre l’erba ancora folta brucava le sassaie e la strada per la quale si veniva al cimitero. Il padre aveva scelto quel posto per il calore cordiale che lo tonificava. Sapeva che la salma (quell’orribile parola) era fredda e muta laggiù, e allora fingeva che i suoni del luogo fossero la voce di quella, suoni lieti. Fingeva? Non si capacitava che le cose fossero altrimenti. Scarsi uccelli saltellavano tra i rami e le macchie, le frasche facevano un fragore come di violoncello quando smosse dai venti, le api e i calabroni ronzavano nel loro cruccio indaffarato. Tutti questi suoni si fondevano in un mormorio indistinto, triste nel suo fondo ma anche straordinariamente pieno di vitalità, quasi che esprimessero l’ammonimento continuo che (nel bene o nel male, nel passare degli uomini) le cose, il mondo nella sua qualità più intima, fossero lì per sempre, indistruttibili. Come non attribuire al figlio lontano questo bene: come non coltivare questa speranza, questa illusione? Poi d’un tratto si diceva che tutto ciò era solamente frutto della sua tarda e disperata immaginazione, perché nella verità vera quel suo figlio esisteva ormai solo per la sua memoria e per la memoria della madre, forse di pochi altri.
 
Ma ognuno di coloro che potevano ricordarlo aveva una immagine frammentaria, incompleta, inadeguata, di quel che il ragazzo nella sua breve vita era stato, cosicché, nella vaghezza di tanti ricordi e di tante immagini incomplete, lui non era più, non c’era più. Dio non c’è – lo sapeva dai tempi lontani della scuola – perché se ci fosse dovrebbe assicurare l’immortalità, cioè le fattezze, gli odori, il sapore tenero sotto i baci, di ciascun uomo passato sulla terra; gli odori, il sapore dei teneri baci che sono stati quel determinato uomo e in cui per sempre e solo consisterà quel ciascun uomo, le sue infinite possibili immagini e identità: dunque realtà, e dunque esistenze. Annichilito, si rendeva conto che di quella persona, che gli era stata cara in modi tanto amari, non esisteva più nulla se non l’orrenda cosa chiamata salma e labili ricordi, sparsi qua e là come i petali di un fiore presso tante persone e sempre più, giorno dopo giorno, miserevoli, come gli stracci che rivestono uno spaventapasseri o si scoprono dentro gli immensi canterani delle soffitte abbandonate.
 
Allora, se la prendeva col mondo circostante. Avrebbe voluto piegarlo, stringerlo al dialogo con il figlio. Di nuovo, lui che aveva da tempo obliato l’episodio giovanile del giuramento degli amici, non credette. Le radici stesse del credere si ritrovarono più aride. Aveva colto la prova irrefutabile che Dio non c’è, e non c’è nemmeno l’immortalità dell’anima di ciascuno degli uomini passati sulla terra; aveva decifrato il significato di quel lontano giuramento giovanile di cui per tutta la vita non aveva, fino ad ora, compreso il verdetto profondo. Allora, lo aveva sfidato con spavalderia (e che cosa è la giovanezza se non spavalderia?), adesso però lo accoglieva con uno smarrimento insospettato. Ma appunto per questo vero, finalmente. Il non credere non può ridursi alla banalità della spavalderia, deve esprimersi nello smarrimento: che è il timbro della sua veridicità. Pensare all’uomo, alle sue vicissitudini e inquietudini, alle vittorie e alle sconfitte, non può non essere un esercizio dello smarrimento; e del dolore, che è il vero unico figlio del non credere, in qualsiasi delle sue manifestazioni. E non c’è altro modo per sperimentare il dolore, lo smarrimento, dunque il non credere, se non vivendo, quotidianamente, accanto alla inutilità della morte.