Vita e morte di un incompiuto
Storia di un padre e di un figlio che era un ‘rudimentale abbozzo di
uomo’
da Il Foglio del 31 marzo 2005
di Angiolo Bandinelli
C’era un uomo che non credeva. Non credeva da quando, ragazzo, i coetanei
di scuola e lui stesso, un po’ furtivamente come succede in queste
cose da adolescenti, si erano messi a leggere, evitando vigili e premurosi
guardiani, i libri per cui la gente crede: libri che mettevano meraviglia
o paura, ma nessuno di quei ragazzi volle dare a vedere agli altri
che lui provava meraviglia o paura. Disse, spavaldamente: “Sciocchezze!”, e
da quel momento non credette più. Anche gli altri non credettero
più. Se lo giurarono anzi e risero, non sapevano bene perché.
Si separarono e si incontrarono sempre meno, piuttosto si evitarono.
Uno cresce isolandosi con se stesso. Divenuti grandi, adulti, non
avevano ora bisogno di incontrarsi per leggere, o per fare assieme, cose
proibite. Ma ciascuno e tutti cercarono puntigliosamente, anno dopo
anno, di mantener fede a quel giuramento, antico e sbiadito dalla
memoria. Era parte di loro: non ricordavano perché lo avessero
fatto, di tanto in tanto con stupore lo ritrovavano lì, seppellito tra
i ricordi. La memoria ha i suoi musei.
Quest’uomo ebbe poi, nella sua vita, un figlio. Nacque difficile, sbieco,
stentò a crescere, e man mano che gli anni passavano era
sempre più dubbio poter cogliere in lui quel trasalimento da
cui – già nel bambino e poi nel ragazzo – si avverte la maturazione dell’uomo.
L’uomo sboccia per segni non manifesti ed anzi apparentemente casuali
e ambigui che solo a poco a poco, legandosi e – per così
dire – chiarendosi l’uno con l’altro, abbozzano prima e poi mostrano
dispiegata la forma (e dunque la sostanza) dell’adulto. Colui di
cui parliamo aveva osservato questo trascolorare sui volti dei bambini che
giocavano e gridavano, e sempre ne era restato incantato. Dopo l’incontro
con un piccolo si trovava a ripensarci e sempre avvertiva, dinanzi
alla ritornante scoperta, meraviglia: c’era ogni volta da domandarsi, con
curiosità e persino non senza apprensione, quale adulto, quale
uomo, si sarebbe sviluppato dalla tale o talaltra piantina. Imparò anche
che non c’era mai troppo da fidarsi, perché in questa vicenda
le apparenze sono ingannevoli: un turgido bocciolo stenta ad aprirsi
nel fiore; al contrario, da un viticcio molle e malinconico prendono
a volte slancio tralci abbondanti e spettacolosi a vedersi. Così,
per alcuni anni, egli poté nutrire l’attesa che anche dal terriccio di
quel suo bambinello, per quanto gracile, sarebbe spuntato infine l’albero
robusto.
Spiava gli occhi del ragazzo, acquosi come quelli di un docile quadrupede,
un cavallo, una pecora, un bue pesante. Non che fossero brutti,
perché nella loro tondità un po’ fissa, velata da ciglia
lunghe e da sopracciglia spesse e dure, avevano anzi una loro altera
malinconia, come se nell’incerto aspetto fosse comunque racchiuso –
celato o solo obliquamente visibile – il marchio abissale della
specie umana che, per quanto sbattuta e percossa, sempre rivendica il suo
orgoglio, il suo essere. Ugualmente conservavano tutta la loro dignità
le spalle curve e macilente e il torace, ampio sulle ossa legnose;
le gambe poi ricordavano stranamente la perfezione di colonne di antichi templi,
nonostante le ginocchia torte, la muscolatura confusa, la pelle ruvida
sotto il pelo che cresceva ispido. L’uomo intravedeva nel figlio
un’intima presenza, il sospetto di qualcosa di grande e bello: guardava
meglio e doveva con sgomento riconoscere che no, il figlio non
era né grande né bello e cresceva invece sempre più
disarmonico.
Soprattutto le mani lo colpivano, nel fanciullo. Lo avevano colpito
fin dalla nascita, quando tra i merletti bianchi aveva scorto, scosse
nel primo pianto, dita lunghissime e finemente inarcate, già
portatrici di un destino di eccezione. Con la loro fibra lieve e pura
sembravano indicare una strada di bellezza. Se fosse stato più
vigile avrebbe avvertito che ogni destino, per quanto annunciato, è
doppio e ambiguo: è la caratteristica del destino, l’ambiguità
entro i cui indistinti ma irremovibili confini l’uomo chiamato
ad attuarlo e completarlo è sempre costretto a scegliere. Tocca
a lui ogni giorno saper puntare sulla carta buona, saper fare il
passo giusto che lo porti un po’ più avanti senza farlo cadere
nel burrone aperto lì a fianco, nel quale precipitano tanti: tutti
coloro che, avendo smarrito il cammino e il destino, credono poi di
essere vivi e sono invece già morti da tempo. Strano è il
rapporto col destino: perciò tutti lo respingono o fanno in modo
di ignorarlo e pensano di essersene difesi negando l’accadimento fatale
nel momento stesso in cui accade, la peripezia anche quando si manifesta nella
sua assoluta determinatezza, e credono che una vita abbarbicata alle
cose di ogni giorno, alla ripetizione meticolosa delle note faccende,
lavoro, professione, famiglia, ecc., possa fare a meno di questo indiscreto e
querulo accompagnatore; che invece ti assale a ogni momento, a ogni
passo, per chiederti conto di dove stai andando; e dell’esser negato
si vendica provocando disastri, calamità, disgregazione e rovine
morali e quant’altro, in una sequela di furiosi, rabbiosi sconvolgimenti.
Avvertì l’inanità di quei suoi primi, lontani slanci via
via che le mani del fanciullo si vennero deformando e avvilendo. Ma
non andiamo troppo avanti, anche se è normale voler precorrere
gli eventi, quando si è di fronte a qualcosa di amaro e cerchiamo
o di liberarcene o di affrettarne la fine anticipando di forza,
come che vada, la conclusione.
Gli anni passavano, l’uomo spiava ogni giorno con ansia più cocente
le fattezze del figlio: non voleva smettere di sperare, e tenacemente lo
accudiva, lo curava, lo incitava, stimolandolo, indicandogli e porgendogli cose
che potessero fare sviluppare i sensi, le facoltà; mettendogli
accanto gente, altri ragazzi che gli sorridessero e parlassero; soprattutto,
per quanto poteva, tenendolo con sé, vicino a sé. Elaborava
programmi, progetti. Anche, a volte, assieme alla moglie che glielo
aveva partorito: ma sempre pensando che la faccenda riguardasse soprattutto, o
solamente, lui. Solo lui avrebbe saputo avvertire il segno fugace del
mutamento e il compiersi in uomo del figlio; lui solo era pronto,
poteva essere pronto a cogliere l’occasione. Lungamente si divise tra la
speranza che il tempo, sollecitato e veloce, gli portasse finalmente
l’attesa rassicurazione, e l’ineluttabilità molesta e arrogante di
una constatazione che esigeva di non essere più oltre rimossa.
Per ritardarla si illuse di poterlo fermare, magari di un impalpabile secondo,
il tempo inesorabile; visse in una altalena sfiancante, solitaria.
L’impazienza divenne un tarlo, che gli ronzava fastidiosamente all’orecchio
la sua rabbia perché la svolta, il mutamento grande e solenne,
non si avverava portandogli l’esito felice tanto lungamente atteso (e
preparato, non si dimentichi, perché l’uomo era puntiglioso),
e invece si venivano materializzando i più riposti, feroci timori;
tutti, e al peggio di come la sua fantasia glieli veniva aizzando
contro. Cominciò a imprecare, a sgridare e picchiare quel figlio,
che ne restava smarrito e derelitto.
Si rivoltava nel letto, di notte, quando i suoi occhi bovini gli si
paravano davanti pieni di tristezza, quasi volessero dirgli di non
sperare inutilmente; e che comunque era cosa che non riguardava, non
doveva riguardare lui, il padre, e nemmeno la madre. Quegli occhi
spenti erano come affaticati, a volte, da una vista interiore, difficile
a spiegarsi ma di cui essi apparivano dolorosamente partecipi:
quando, durante il giorno, il padre si inquietava con il figlio che
non capiva le sue parole e non gli obbediva, lui entrava in una
subitanea furia, lo assaliva, lo colpiva con la testa e cercava di morderlo; quasi
fosse, quella rabbia improvvisa e inopinata, l’esplodere finale di una
impazienza, di uno stranimento sconvolto ma, in qualche modo, consapevole.
Anche così pareva che il ragazzo volesse dire al padre di non
importunarlo, perché solo a lui toccava portare il fardello del
proprio destino, quale che fosse: per cui era inutile dargli ulteriore fastidio,
ulteriore amarezza.
Rabbrividiva scoprendo, in quegli occhi aggrottati, il lampo di una
straordinaria condanna (per questo, parevano dire, siamo così
tristi, velati di lacrime) dalla quale lui, padre, si ritirava, vile
e sgomento. Era come se il ragazzo fosse depositario di un segreto troppo
grande, impostogli da una volontà superiore, inappellabile, però
a lui familiare e alla quale obbediva per una sorta di voto, una
deliberazione primitiva della coscienza. “Io non sono qui”, sembrava
dire la muta voce del ragazzo, “altrove io riceverò quello
che mi spetta: dunque non infastiditemi, non chiedetemi quello che non
posso, quel che mi è vietato, darvi ora e qui: anche a te,
padre”.
Più o meno tali erano i dialoghi muti tra il figlio e il padre
(o così almeno, il padre li ascoltava). Questi, tuttavia, non
riusciva a convincersi che alla fine tutto non sarebbe andato nel
verso giusto con quel figlio: che finalmente si sarebbe aperto, non
più estraneo nella sua differenza. Le cose dovevano assolutamente
combinarsi, combaciare. Non v’era motivo perché non accadesse: motivo
ragionevole, diciamo. Fu una impuntatura logorante, perché il
dialogo non si apriva, non si completava mai, la materia restava
sorda, incapace di affidarsi alla parola che spiegasse, chiarisse, indicasse
il possibile pur intravisto. La materia, la materia di cui il figlio
era fatto costituiva il vero ostacolo, sospettò il padre; la
materia, ostacolo opaco e sordo: il corpo, insomma. Priva di carità,
la materia si frapponeva, ottusa, non rispondendo allo stimolo della
sua speranza.
Gli venne alle labbra – e non era sicuro che gli venisse dal cervello,
dalla mente piuttosto che dalle viscere – la parola “incompiuto”. Era
una strana parola, che lo lusingava persino: per cui provò verso
di essa anche diffidenza. Quelle dita e quelle mani, i capelli,
le gambe del figlio non erano malfatti, ma “incompiuti”, appunto. Che
voleva dire? Forse che per un miracolo (dunque, anche se lontanissimamente,
possibile) un giorno l’incompiuto avrebbe potuto compiersi, il
vuoto colmarsi, il difetto sparire, lentamente o tutto d’un tratto,
come ad un risveglio ristoratore? Ma perché, e a che punto, la
costruzione era restata incompiuta? Dove e come il meccanismo si era
inceppato? Quella parola era posticcia, menzognera e indulgente,
si rendeva ben conto, ma difficile a scacciar via. Ne veniva turbato,
ma naturalmente quel turbamento lo attirava. Ne esplorava le possibilità
e i significati con la stessa ostinata impazienza con cui, quando si
ha un dente rotto, lo si fruga con la lingua, che ne sanguina. Si concedeva
a esercizi mentali orribili: come sarebbe stato, come poteva essere,
il figlio “compiuto”? Come si sarebbero sviluppate quelle dita affusolate, i
capelli ricci, le gambe tornite? E, ancor più tortuosamente:
se era un incompiuto, dove era la compiutezza del figlio? Si trovava
da una qualche parte, rintracciabile, afferrabile e riconducibile,
anche se ricalcitrante, alla volontà o almeno alla speranza sua,
di lui, del padre? Si diceva, si ripeteva, che sarebbe finalmente
bastato un piccolissimo gesto o evento per rimettere le cose al loro
giusto posto e cancellare per sempre il brutto sogno del figlio
difettoso.
Oppure anche stuzzicava dolorosamente un’altra vaga sensazione, che
aveva provato e in cui si era torbidamente cullato: che il vero
figlio fosse dietro l’angolo, in un gioco a nascondino perverso. Il
figlio lì davanti a lui, quello che respirava, si muoveva con
la sua goffaggine e tutte le sue pesantezze e tare, era una immagine,
uno specchiamento: il figlio vero era dietro l’angolo, occhieggiante, ridente,
dolce e sbarazzino. Ma ora gliel’avrebbe fatta vedere: fulmineamente avrebbe
girato quell’angolo (metaforico, certo) e lo avrebbe finalmente incontrato, puro
e bello come lui lo conosceva, come lui sapeva che era.
Fuor di metafora, pareva a quel padre che solo una infinitesimale differenza
– non l’abisso che lo accorava – lo separasse dalla verità
del figlio, mentre dinanzi a lui si muoveva goffa la maschera, l’abbozzo
rudimentale di uomo che lo sgomentava.
Non venne nulla, a dar sostanza a tante immaginazioni. Un giorno, il
figlio morì. L’ottusa materia che lo imprigionava e nascondeva lo
colpì brutalmente, a tradimento, e lo uccise. Dire a tradimento
forse è una parola grossa, e soprattutto inesatta: perché non
vi fu nulla che indiziasse un tradimento, opera di volontà attiva
e produttrice di eventi. Fu un caso. E che è il caso? Davvero non
ha premonizioni? I giorni che seguirono la morte, nella sua disperazione
il padre si sforzò a ricostruire i momenti che l’avevano preceduta
e quasi introdotta, così misteriosamente casuale. Dall’indagine
che egli venne minuziosamente compiendo, un’indagine che scoprì
con orrore rassomigliare ad un perfido gioco (perché questo strazio
inutile?), arrivò alla fine a persuadersi che sotto l’apparente
disordine (il caso, appunto) una mano avesse regolato e scandito
i tragici avvenimenti. Di più: come non dubitare persino, scavando,
ricostruendo, mettendo assieme o distinguendo, che tutto fosse
accaduto obbedendo addirittura a una precisa indicazione del figlio
– proprio di lui – espressa in modo tortuoso e balbettante ma chiarissimamente
a chi avesse saputo prestare l’occhio e l’orecchio?
Erano usciti il pomeriggio, in macchina, assieme, per un giretto, a
distrarre la malinconia che rivestiva ogni giorno di più le lunghe
ciglia dell’adolescente. Percorsero, come sempre in quelle gite (ma
sembravano, piuttosto, processioni), strade deserte. Pareva un
girare senza meta e non lo era: le strade, le piazze erano quelle note,
scelte con cura in base a elaborati e cavillati indizi, tenendo
conto di mille fattori che da soli, essi stessi, costituivano una spessa
e defatigante (perché muta) conversazione. Era una domenica
di autunno trascolorante, né troppo calda né ancora fredda,
e il tempo scivolava via vuoto mentre la macchina oziosamente girava.
Ad un tratto il ragazzo aveva pronunciato in quel suo balbettare, assieme
infantile e grave: “Ciao”.
Solo quella parola. Il ragazzo possedeva pochissimi monosillabi. Anzi,
possedeva ormai pochissimi monosillabi. Non ancora adolescente
aveva tentato, con la gola aspra di una pecora, di modulare suoni articolati, e
alcuni li aveva anche scoperti o inventati, con una gioia infantile
che aveva nutrito ancor più, nel padre, una speranza da non abbandonare. Col
tempo, però, il trepidare, la gioia si erano affievoliti, e il
ragazzo ora aggrottava la fronte quando doveva pronunciare uno
dei suoi scarsi monosillabi. L’esercizio non lo divertiva più,
si fece stizzito, persino disperato, oltreché evidentemente inutile.
Il ragazzo restrinse a poco a poco la già precaria gamma dei
suoni e li usò sempre più raramente. Abbandonò
il campo, o ne venne richiamato indietro da un comando che lui
solo sentiva e al quale era obbediente. “Ciao” continuò a dirlo.
Gli era una espressione consueta, anzi, era il modo con cui voleva
dire “io vado” o “voglio andare” (o, a volte, “vattene”, se qualcuno
lo infastidiva o non gli era simpatico). Forse, era anche il suo
modo ellittico e brusco di avvertire che non era felice. Il padre prestava
una attenzione anche morbosa a questi esercizi, e cercava di dare
loro sempre l’interpretazione più favorevole. Così fu,
ora, per il monosillabo, “ciao”. Come poteva sospettare?
Tornarono a casa, quando l’automobile ebbe percorso esattamente il giro
per il quale la domenica era programmata. La madre uscì
a sua volta, da sola. Anche quella sera si sarebbe ripetuto il minuetto
di entrate e uscite dell’uomo e della solitaria madre (solitaria
portatrice di un segreto incomunicabile, il dolore del parto frustrato). Restati
soli il padre e il figlio, questi si era messo a scuotere, a martoriare
le porte e le finestre. Cercava, con tutta evidenza, di aprirle.
Gli incupiva gli occhi una furia dolorosa: come stesse cercando – e
stava cercando – una qualunque uscita per porre in atto il suo
desiderio, la sua necessità – irrevocabile – di andarsene. E
– forse lui già lo sapeva – per sempre. Ma come tradurre in parole
umane, che il padre potesse comprendere, quello che era un discorso profondo,
e muto ben al di là del suono, della parola espressa o da esprimere?
Morì. Morì per andarsene, per uscire definitivamente dalla
sua infelicità. Il padre lo tenne sulle sue ginocchia finché
non sentì uscire dalle labbra l’ultimo sospiro e d’improvviso farsi
fredda la fronte: un passaggio istantaneo e dunque da non credersi (ancora una
volta, non credibile), perché la morte è istantanea, quasi
ad evitare che qualcuno provi ad arrestarla e a farla recedere. La
morte è un filo che si strappa bruscamente. A lungo si resta
increduli.
Il padre diede sepoltura al figlio. Lo portò via, lontano, con
pretesti futili, per seppellirlo in un posto custodito e amato. Sapeva
che seppelliva una salma: e, nel silenzio della notte, si ritrovò
a riflettere sul suono di parole come salma, corpo, sepoltura, bara.
Erano parole su cui prima non si era soffermato. Non gli dicevano nulla.
Non attribuiva loro un senso sinistro. Aveva già visto la
morte. Non sapeva se era coraggioso o incosciente, ma aveva visto più
volte l’andarsene di qualcuno, e aveva persino saputo compiere
silenziosamente i pochi doveri che quell’andarsene affida a chi resta. La
prima volta, neppure adolescente, aveva vegliato, solo, nella camera
di antichi legni lucidi e ferro, sul letto con le coperte rosse e
lo specchio velato sul comò, la nonna. Aveva fissato a lungo
la crocchia voluminosa di capelli a chignon, quasi un nido in cima ad un
alto albero. Sentì quella veglia (durante la quale aveva anche
recitato preghiere lette sul breviario nero e oro, profumato da foglie secche
poste a segnalibro) come un dovere, neanche sgradevole e forse anzi
voluttuoso, al quale non ebbe alcuna intenzione di sottrarsi perché
ne provava un segreto misterioso piacere.
Quelle parole dunque erano state per lui, prima, di un significato accettabile,
per nulla da scansare. Ma adesso si trovava a pensare ad esse,
e se le ripeteva, e si accorgeva che erano parole tristi, dense di minacciosi riflessi
(e, come per il breviario della nonna, persino di oscuri odori e di
sapori). Ad ognuna ora corrispondeva un significato che seccamente
la legava alla morte triste del figlio, al figlio estremo perduto; e
allora se le ripeteva – “salma, corpo, bara” – per poter evocare
attraverso di esse ancora una volta – attraverso un suono, dunque –
il figlio, sia pure freddo, inerte, rigido come lo aveva sentito
divenire tra le sue mani mentre se ne andava, si assopiva, si abbandonava alla
morte che veniva a raccoglierlo. Ora la salma era lì, dietro
un foglio di pietra con incise poche parole e cifre. Era lì,
proprio, la salma, quella cosa che avrebbe dovuto essere suo figlio,
con i suoi occhi parlanti e le sue mani nervose e sfigurate: si era
– pensò in un brivido – riconciliato con la sua materia, era
tornato tutto in essa, nella sua fredda distanza e alterità.
E, per un po’, pensò che forse da qualche parte, in qualche modo, doveva
pur esservi un mondo perfettamente identico al nostro nel quale tutte
le essenze, le entità, le vite di questo siano conservate
e ripetute nel loro preciso e indistruttibile significato: un mondo
in cui le identità sono vivificate, splendono nella loro verità,
una loro bellezza fino a ieri celata, per non essere più cancellate.
Ecco, questa sola può essere, pensò, la forma necessaria dell’eternità,
che giustifichi, col suo esserci, la stessa comprensibilità e
accettabilità del nostro mondo nella sua inguaribile, inaccettabile,
futilità.
Il paesaggio intorno alla tomba aveva un calore, almeno in quella stagione
dell’anno, che carezzava tuttavia il cuore del padre: c’erano cipressi
e sotto i cipressi i cornioli, le roverelle ed edere e clematidi selvatiche; e
ginestre e meli e rovi arruffati, e rose canine che parevano, con il
ciuffo dei sarmenti espansi in tutte le direzioni e rivestiti di
bacche di corallo, l’esplodere di un fuoco d’artificio; e poi, nelle
radure, malve violacee e bianche, mentre l’erba ancora folta brucava
le sassaie e la strada per la quale si veniva al cimitero. Il padre
aveva scelto quel posto per il calore cordiale che lo tonificava. Sapeva
che la salma (quell’orribile parola) era fredda e muta laggiù,
e allora fingeva che i suoni del luogo fossero la voce di quella,
suoni lieti. Fingeva? Non si capacitava che le cose fossero altrimenti.
Scarsi uccelli saltellavano tra i rami e le macchie, le frasche
facevano un fragore come di violoncello quando smosse dai venti, le
api e i calabroni ronzavano nel loro cruccio indaffarato. Tutti
questi suoni si fondevano in un mormorio indistinto, triste nel suo
fondo ma anche straordinariamente pieno di vitalità, quasi
che esprimessero l’ammonimento continuo che (nel bene o nel male, nel
passare degli uomini) le cose, il mondo nella sua qualità
più intima, fossero lì per sempre, indistruttibili. Come
non attribuire al figlio lontano questo bene: come non coltivare questa
speranza, questa illusione? Poi d’un tratto si diceva che tutto ciò
era solamente frutto della sua tarda e disperata immaginazione, perché
nella verità vera quel suo figlio esisteva ormai solo per la
sua memoria e per la memoria della madre, forse di pochi altri.
Ma ognuno di coloro che potevano ricordarlo aveva una immagine frammentaria, incompleta,
inadeguata, di quel che il ragazzo nella sua breve vita era stato, cosicché, nella
vaghezza di tanti ricordi e di tante immagini incomplete, lui non era
più, non c’era più. Dio non c’è – lo sapeva dai tempi
lontani della scuola – perché se ci fosse dovrebbe assicurare
l’immortalità, cioè le fattezze, gli odori, il sapore
tenero sotto i baci, di ciascun uomo passato sulla terra; gli odori,
il sapore dei teneri baci che sono stati quel determinato uomo e in
cui per sempre e solo consisterà quel ciascun uomo, le sue
infinite possibili immagini e identità: dunque realtà,
e dunque esistenze. Annichilito, si rendeva conto che di quella persona,
che gli era stata cara in modi tanto amari, non esisteva più
nulla se non l’orrenda cosa chiamata salma e labili ricordi, sparsi
qua e là come i petali di un fiore presso tante persone e sempre
più, giorno dopo giorno, miserevoli, come gli stracci che
rivestono uno spaventapasseri o si scoprono dentro gli immensi canterani
delle soffitte abbandonate.
Allora, se la prendeva col mondo circostante. Avrebbe voluto piegarlo,
stringerlo al dialogo con il figlio. Di nuovo, lui che aveva da
tempo obliato l’episodio giovanile del giuramento degli amici, non credette.
Le radici stesse del credere si ritrovarono più aride. Aveva
colto la prova irrefutabile che Dio non c’è, e non c’è
nemmeno l’immortalità dell’anima di ciascuno degli uomini passati
sulla terra; aveva decifrato il significato di quel lontano giuramento
giovanile di cui per tutta la vita non aveva, fino ad ora, compreso
il verdetto profondo. Allora, lo aveva sfidato con spavalderia (e che
cosa è la giovanezza se non spavalderia?), adesso però
lo accoglieva con uno smarrimento insospettato. Ma appunto per questo
vero, finalmente. Il non credere non può ridursi alla banalità
della spavalderia, deve esprimersi nello smarrimento: che è il
timbro della sua veridicità. Pensare all’uomo, alle sue
vicissitudini e inquietudini, alle vittorie e alle sconfitte, non può
non essere un esercizio dello smarrimento; e del dolore, che è il
vero unico figlio del non credere, in qualsiasi delle sue manifestazioni.
E non c’è altro modo per sperimentare il dolore, lo smarrimento,
dunque il non credere, se non vivendo, quotidianamente, accanto alla
inutilità della morte.