«Elogio della divisione»
La Stampa del 2005-08-22, Barbara Spinelli
Per molti ebrei d'Israele, le immagini che si sono viste in questi giorni
sull'evacuazione dei territori occupati a Gaza sono un nuovo inizio per il
loro Stato, per la loro stessa religione, e per i rapporti che la loro politica
ha con la religione. L'ebreo israeliano in questi giorni non combatte solo
il male esterno, che minaccia di sommergerlo e annientarlo. Non vive passivamente
la storia, di volta in volta come vittima assoluta o come padrone assoluto
che entra in azione ma trascurando il volubile divenire umano di cui pretende
impadronirsi. Combatte anche i propri fratelli, quando questi deviano dalla
legge dello Stato e privilegiano la presunta legge di Dio. Combatte contro
se stesso, visto che i fratelli che sottopone a coercizione sono una parte
di sé. Abbiamo visto le immagini che ritraggono il soldato di Tsahàl
nel momento in cui versa lacrime sulle spalle del colono che egli stesso
sta evacuando con violenza non sanguinosa, ma pur sempre con violenza: sono
immagini che cambiano la storia d'Israele, che ricominciano l'incessante
sua interrogazione sull'identità ebraica. Siamo ebrei come nazione
o religione? Siamo israeliani perché possediamo una terra data da
Dio o perché rispettiamo le leggi del nostro Stato e le sue regole?
Perché siamo uniti come popolo o perché sappiamo dividerci
in quanto individui liberi? Perché siamo in attesa del messia che
confermerà la nostra elezione o perché siamo una nazione con
responsabilità simili alle responsabilità di altri popoli?
Tutte queste domande non sono nuove nella storia ebraica. Ma qui, ora, proprio
a Gaza dove nel '600 nacquero nell'ebraismo correnti messianiche sovvertitrici
della legge, l'interrogarsi riprende, con il travaglio di una creazione.
Lo scrittore Amos Oz dice: «Assistiamo alla prima battaglia tra Sinagoga
e Stato nella storia d'Israele, la prima occasione di fare chiarezza sul
significato dell'ebraicità dell'unico Stato ebraico». La questione
sollevata dallo scrittore è: quali dovrebbero essere ruolo e peso
di religione e clero nella guida di un paese? «Alcuni Stati hanno trovato
la soluzione secoli fa. Altri non hanno mai smesso di cercarla. I paesi musulmani,
ad eccezione della Turchia, non hanno neanche iniziato» (Amos Oz, Corriere
della Sera 20-8-05).
Tutti siamo di fronte a quest'avvenimento che trasforma il modo israeliano-ebraico
di stare nella storia, che sostituisce alla passività la responsabilità,
che separa il sacro dal profano, e che di conseguenza cambia anche l'idea
che il mondo esterno si fa d'Israele: il mondo esterno rappresentato dall'occidente
ma soprattutto dall'islam, in particolare arabo e palestinese. Può
darsi che i governi d'Israele smetteranno di correggersi: può darsi
che non evacueranno gli altri territori occupati e che hanno sacrificato
Gaza pur di preservare Giudea e Samaria in Cisgiordania, i quartieri arabi
a Gerusalemme. Ma Gaza crea un precedente ed è ormai un modello pratico:
è così, dubitando della propria infallibilità e delle
presunte parole di Dio, che lo Stato d'Israele ha pensato di poter vincere
mali che voleva immaginare tutti esterni, e tutti estirpabili con guerre
mai interrotte.
Lo stereotipo che ritrae un Israele impermeabile al dubbio e dominatore,
aggrappato a diritti e verità che non derivano da questa terra ma
delle sacre scritture (la verità di Eretz Israel, di un Grande Israele
che include i territori divinamente garantiti di Gaza, Giudea, Samaria) è
sempre di nuovo usato ma ora s'infrange, e l'islam dovrà prenderne
atto. Finora islam e ebraismo erano fratelli siamesi, come più volte
ha detto Oz, erano abbarbicati l'uno all'altro in una perversa simbiosi.
Il palestinese costruiva una propria mitica narrativa di persecuzione e redenzione
apocalittica imitando la narrazione dell'integralista religioso israeliano
(narrazione che in fondo impregna anche il sionismo laico, secondo lo studioso
dell'ebraismo Gershom Scholem). Gli ebrei vedono nella shoah l'evento fondatore,
i palestinesi lo scorgono nella nakhba, la catastrofe della loro cacciata
dalla Palestina nel '48. Anche i palestinesi hanno falsi profeti che promettono
redentrici riconquiste di una Grande Palestina. Anche in loro la passività
tende a prevalere sulla responsabilità, sul realismo. La passività,
nei messianesimi politici, può esprimersi in due modi: con l'attesa
nell'inerzia, o affrettando il compirsi dei tempi violando le leggi terrene,
dunque con l'anomia di violenti gesti rivoluzionari. Questa simbiosi ora
si spezza, e l'islam è di fronte a sé con nuovi compiti: non
solo in Palestina, ma ovunque.
Il primo tra questi compiti, fin qui congelato, è la questione Stato-religione.
Il cristianesimo ha trovato la soluzione secoli fa. L'ebraismo «non
ha mai smesso di cercarla», e in questi giorni accentua la ricerca.
I paesi musulmani ancora devono cominciare, il più delle volte. Per
questo sono imbarazzati e si dividono, sugli accadimenti di Gaza. Solo Mubarak
e i re di Giordania e Marocco elogiano il coraggio di Sharon. Altri politici
musulmani, affezionati allo stereotipo, negano l'importanza dei fatti.
La chiave della svolta è racchiusa in una parola: divisione. In democrazia
divisione è lievito, premessa della sua forza, del suo successo. Per
giungere alla verità bisogna sapersi dividere: fratello contro fratello,
parte dell'anima contro parte dell'anima. Bisogna uscire dai recinti dei
gruppi d'appartenenza, esporsi al rischio di cambiare idea o precisarla meglio.
Bisogna rinascere come individui. Pagine di grande bellezza, tutte da rileggere,
sono state scritte in Italia da uno spirito liberale, Luigi Einaudi, alla
vigilia del fascismo. Nel 1920 scrive un saggio contro il filosofo Giuseppe
Rensi (Verso la Città Divina), che poi riapparirà nel Buongoverno.
È uno spavaldo e attualissimo elogio della divisione, della disunione
degli spiriti, della discordia: «Il bello, il perfetto, non è
l'uniformità, non è l'unità, ma la varietà e
il contrasto. L'idea forte nasce dal contrasto», ogni unità
imposta è «morte spirituale». Possono unirci solo lo Stato-limite,
l'impero della legge come «condizione per l'anarchia degli spiriti».
L'unità ristretta alle forme e condizioni di vita, sì; «ma
dentro, ma nella sostanza, nello spirito, nel modo di agire: lotta continua,
pertinace, ognora risorgente». Gli israeliani hanno dato un esempio,
di questa discordia che elude la morte spirituale e prepara gli uomini alle
forme della politica.
I palestinesi e l'islam hanno bisogno di scoprire il valore della divisione,
dunque dell'agorà. È una divisione che timidamente fa apparizione,
nei movimenti di liberazione. Comincia con la questione centrale di questi
giorni: il ritiro degli israeliani da Gaza è una vittoria del terrorismo
palestinese e islamico? In parte certamente lo è, come sostengono
alcuni israeliani tra cui Abraham Yehoshua: «Estremisti islamici, kamikaze,
militanti della lotta dura: avete vinto. Israele per causa vostra si ritira
da Gaza. Ma adesso sta a voi cogliere l'occasione e costruire la pace».
Gli estremisti palestinesi hanno vinto, ai punti: ma da questa vittoria possono
apprendere lezioni contrastanti, distruttive o costruttive.
Possono glorificare questa vittoria, e prepararsi a una successione di Intifade
contro le popolazioni civili israeliane: è la linea Hamas, che in
questi giorni canta vittoria. Oppure possono ascoltare Mahmud Abbas, presidente
palestinese, che constata l'«evento storico» ma si dichiara insoddisfatto,
desideroso di ulteriori rapidi progressi. Paradossalmente sono gli insoddisfatti
che hanno più realismo responsabile, perché s'oppongono alla
spirale intifade-concessioni israeliane unilaterali. Vogliono non unilateralismi
ma negoziati, per separare davvero i fratelli siamesi e anche per sconfiggere
Hamas. Anche qui c'è nuovo inizio, vivificato dalla divisione degli
animi. Con le divisioni finisce il messianesimo politico, viene inaugurata
la politica senza messia. Con la disillusione ha inizio la saggezza, per
l'individuo e le nazioni; compresa la saggezza di sopravvivere e durare.
Ma anche i dirigenti occidentali sono di fronte agli eventi con la responsabilità
d'imparare da essi, per meglio pensare la lotta al terrorismo. Vale la pena
leggere la dichiarazione di Sharon alla vigilia dello sgombero, il 15 agosto:
«Insieme a tanti altri, avevo creduto e sperato che potessimo restare
(nelle colonie di) Netzarim e Kfar Darom per sempre. Le trasformazioni intervenute
nella realtà del paese, della regione, del mondo, hanno però
reso necessarie una revisione e modifica delle mie posizioni. Non possiamo
tenere la Striscia per sempre. Vi abita oltre un milione di palestinesi e
il loro numero raddoppia ad ogni generazione. Essi vivono ammassati in campi
profughi sovraffollati, in condizioni di povertà e sofferenza, in
focolai di crescente odio, senza alcuna speranza all'orizzonte». Il
che vuol dire per Israele: non possiamo salvare la natura ebraica del nostro
Stato-nazione (di per sé già un anacronismo, considerata l'evoluzione
multietnica degli Stati-nazione), se nei territori attizziamo l'odio d'un
popolo che demograficamente già ora ci supera. E per tutti significa:
esistono radici obiettive e locali, nel terrorismo odierno, oltre alla distruzione
fine a se stessa. Esso non è solo antisemita, antioccidentale: non
è rivolto solo verso quel che l'ebreo e l'occidentale sono, ma anche
verso quello che essi fanno o non fanno.
Il terrorismo lo si combatte restando se stessi, s'è detto forse con
troppa fretta. Ma forse lo si combatte anche mutando se stessi e non temendo
le nostre interne divisioni, sempre che mutare e dividersi non sia compromettersi
col male. Non per emarginare la religione, ma per restituirle la spiritualità
che essa perde quando si mescola alla politica e comanda su di essa. Per
ridare anche a noi l'orizzonte di speranza che con gli attentati s'appanna.
Ritrovarlo richiede spirito di resistenza, a volte armata altre no ma in
ogni circostanza razionale, affilata dal tornio della politica. E ogni razionalità
politica comincia con una disillusione («anch'io credevo...»),
succeduta da dissensi interni che sfociano in azioni autocorrettive. Aver
capito questo è forza, non debolezza d'Israele. Chissà se gli
estremisti palestinesi lo comprendono, senza farsi ubriacare da una vittoria
- quella loro attribuita - che è solo militare o criminosa.