Nanni Moretti e Il caimano
La recensione dell’ultimo film di Nanni Moretti ha provocato un interesse
inaspettato e anche diverse polemiche. Torno allora su Il Caimano, per spiegare
le mie perplessità di fronte ad un film decisamente non riuscito…
Intanto, una precisazione. E’ triste che chi scrive un articolo di cinema
debba parlare delle sue opinioni politiche, ma visto che, in questo periodo,
ogni cosa viene considerata di parte, è meglio chiarire. Voto per
il centrosinistra e spero francamente di non vedere altri cinque anni di
governo Berlusconi. Insomma, sono dalla stessa parte di Nanni Moretti, quindi
non è certo la sua militanza politica che contesto. Ma non per questo
devo difendere una pellicola confusa, incerta e, a tratti, delirante (a mio
modesto avviso, s’intende).
Sono tante le cose che non vanno di Moretti e de Il caimano ed è
il caso di analizzarle per bene.
Il cinema
Una delle cose più inquietanti de Il caimano è la visione
del cinema di Moretti. Di segnali preoccupanti ce ne sono stati già
negli scorsi anni. Dal massacro critico di Henry, pioggia di sangue alla superficiale
stroncatura di Heat, era evidente che il regista romano non riuscisse più
a cogliere l’importanza di alcuni titoli nel panorama artistico internazionale
(al di là della semplice divergenza d’opinione, ovviamente legittima
e sacrosanta).
Qui andiamo molto peggio. Non si tratta tanto dei giudizi sui film degli
altri (anzi, è lodevole mostrare al pubblico italiano, che continua
colpevolmente ad ignorarlo, il grande Miyazaki), quanto sul cinema in generale
e su come viene prodotto.
Personalmente, non sono un grande appassionato del cinema di genere italiano
degli anni settanta. I film che ho visto (non tantissimi, per la verità,
ma quelli magari più famosi) mi hanno fatto pensare che, come spesso
accade, quei pochi che hanno una conoscenza vasta del fenomeno abbiano sopravvalutato
certi prodotti, anche per l’impossibilità di molti di vedere certe
pellicole e mettere in discussione le loro opinioni.
Detto questo, il ritratto di un produttore di film di cassetta (interpretato
da Silvio Orlando) è allucinante. Le pellicole di genere avevano
film furbi (magari pruriginosi), non certo idioti come questi (Cataratte?
Cataratte???). E non basta certo fare una zoomata fulciana né massacrare
un critico culinario (scena peraltro poco originale, considerando quello
che capita in Caro diario) in maniera sanguinolenta e sadica, per dare l’impressione
di essere veramente in una pellicola di serie B.
Ma questa forse non sarebbe neanche la cosa peggiore. Che dire di un produttore
in crisi (e quindi bisopnoso di soldi) che rinuncia ad un progetto sicuro
su Cristoforo Colombo (sicuro ovviamente nella testa di Moretti, considerando
i flop degli anni novanta a Hollywood sullo stesso argomento), per fare
un film su Berlusconi. E che per realizzarlo si affida ad una regista esordiente,
di cui non ha visto neanche i lavori precedenti, peraltro senza che questa
faccia o dica cose particolarmente geniali per convincerlo a puntare su
di lei. E che decide di girare solo una scena del film (per chi, per i cineclub?)
in una sola notte (non si sa come si possa fare tutte quelle riprese in
poche ore). Se l’idea di Moretti era di rifare The Producers di Mel Brooks,
nulla da dire; altrimenti, devo constatare che Il caimano è un film
di fantascienza…
La famiglia
E’ evidente che la crisi del rapporto tra i due coniugi protagonisti (Silvio
Orlando e Margherita Buy) ha molti punti di contatto con le vicende personali
del regista. D’altronde, Moretti inserisce spesso elementi autobiografici
nei suoi film ed era prevedibile un discorso di questo tipo. Si deve però
constatare una totale mancanza di coraggio su questo punto. Mi rendo conto
di scoprire l’acqua calda, ma di solito quando un rapporto è in crisi
è normale che ci siano relazioni extraconiugali di mezzo. Qui la
cosa viene soltanto accennata (quando il rapporto è finito) ed esclusivamente
per quanto riguarda il personaggio femminile.
Ma, per carità, non è tanto questo il punto. Di coppie in
crisi, al cinema (ma soprattutto nella vita reale), ne abbiamo viste tante,
ma qui non c’è nulla che si sollevi dalla banalità. Nessuna
frase e nessun atto che non sia visto e rivisto, scontato e ovvio. Moretti
ci vuole far capire le difficoltà di una separazione? Non basta certo
qualche carrellata di Orlando che cammina sul lungotevere, con sullo sfondo
una colonna sonora che impone le sensazioni da provare (visto che la storia,
da sola, non ci riesce), per fare un’analisi intelligente di questo dramma.
Soprattutto se poi il finale è stupidamente e assurdamente riconciliante,
senza un collegamento logico con quello che abbiamo visto fino a quel momento.
La politica
Moretti, fino al 2002-2003, diceva di non amare i film militanti e di voler
separare la sua professione dal cinema. Difficile capire cosa lo abbia spinto
a questa conversione, se non una visione messianica di salvatore della patria,
non molto dissimile da quella che avrebbe portato il Cavaliere in politica.
Intanto, un errore di logica che pochi sembrano aver notato. Il produttore
del film, mentre legge la sceneggiatura, immagina le scene che vengono descritte
su carta. Ma lui non ha ancora capito che si tratta della storia di Berlusconi
(lasciamo perdere la credibilità della cosa, è meglio). E
allora, se non sa che si sta parlando di Berlusconi, perché immagina
un interprete molto simile a lui?
Che le accuse verso Forza Italia e il suo fondatore Silvio Berlusconi siano
vere o meno, metterle in scena nel modo in cui ha fatto Moretti è
un grave difetto del film. Se il regista avesse deciso di prendere Marco
Travaglio e gli avesse fatto leggere dei brani dei suoi libri, il risultato
non sarebbe stato molto diverso. Il grosso difetto dalla pellicola è
riuscire a raccontare una storia avvincente (qualsiasi opinione se ne abbia)
come quella di Berlusconi e renderla piatta e banale. Il cinema è
un'altra cosa, Moretti avrebbe fatto bene a studiare Tutti gli uomini del
presidente e titoli analoghi...
E vogliamo parlare della contestata scena finale? Tutti hanno prestato
attenzione ai simpatizzanti di Forza Italia che tirano una molotov. Lasciamo
perdere per un attimo la verosimiglianza di questa idea (francamente, molto
rozza) e concentriamoci sugli altri protagonisti della scena. Vi pare possibile
che, di fronte ad una folla visibilmente inferocita, le forze dell'ordine
decidano di far uscire i magistrati dall'entrata principale e senza neanche
aver chiesto rinforzi? Messa così, anche se involontariamente, mi
sembra che Moretti insulti pesantemente le forze dell'ordine, rappresentandoli
come degli idioti. Peraltro, da quando in qua i tribunali emettono le sentenze
in piena notte?
E Moretti ha sbagliato completamente a rifare il personaggio de Il portaborse.
Lì andava bene per far vedere il volto nascosto del socialismo rampante,
ma con Berlusconi non c’entra nulla (e ovviamente non mi riferisco alla
somiglianza fisica, inesistente, perché quella è voluta e
anche interessante).
La stampa
In teoria, non c’entrerebbe nulla con Moretti, ma forse sì. Uscendo
dal cinema, ho sentito il direttore di un importante quotidiano italiano
lamentarsi del fatto che il film fosse lento, con un tono discretamente annoiato.
Ho ascoltato più tardi la stessa persona parlare del film alla radio
come se si trattasse della pellicola più intelligente e importante
del secolo. Ho sentito l’inviata del Corriere della Sera online fare un servizio
in cui il refrain principale è che il film è deprimente (ma
che giudizio è?) e l’opinione fondamentale è basata su una
definizione, ‘Hollywood Lag’, che l’autrice si è quasi sicuramente
inventata (fate una ricerca su Google e non troverete niente a proposito).
Ho letto tante recensioni, in cui gli autori, non avendo il coraggio di prendere
chiaramente posizione, si limitavano a descrivere la trama, per racchiudere
il giudizio nelle tre-quattro righe finali (della serie “mi si nota di meno
così”). E poi, che dire del pellegrinaggio da Moretti al Nuovo Sacher
giovedì sera, con la politica e il mondo del giornalismo romano pronti
a genuflettersi di fronte al Vate, con pareri sul film imbarazzanti (neanche
fosse Quarto potere o Il padrino), degni di uno Schifani o di un Bondi.
Il paradosso è che in Italia è più facile parlare
male di Berlusconi che di Moretti. Incredibile, ma vero…
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