Relazione di Daniele Capezzone al Congresso dei Radicali Italiani
29 0ttobre 2004
1. 2005: 50 anni di vita del Partito Radicale, 30 anni dalla morte di Pier
Paolo Pasolini. Una lunga e difficile fecondazione eterologa -riuscita- della
società italiana, del suo vissuto più profondo. La reazione
dell’Italia “ufficiale”.
Carissime compagne, carissimi compagni, cari amici,
l’anno che verrà, il 2005, porta con sé, tra l’altro, due ricorrenze
che quasi sgomentano.
Per un verso, il cinquantesimo anno di vita del Partito Radicale: la più
lunga esperienza liberale nella storia dell’Italia unita. E, per restare
ai quasi sei decenni di storia repubblicana, la più lunga esperienza
politica organizzata tout-court, ormai: non dimentichiamo, infatti, che,
mentre ogni altra forza politica italiana (ex, neo o post confessionale;
ex, neo o post comunista; ex, neo o post fascista) ha voluto o dovuto mutare
denominazione e sigla, il Partito Radicale vive dal 1955 una ininterrotta
continuità, anche giuridica e statutaria.
Per altro verso -ecco il secondo anniversario- il trentesimo anno dalla morte
di Pier Paolo Pasolini. E (con l’unica eccezione di Giuseppe Zigaina, eterodosso
e bandito, cioè messo al bando, come eterodosso e bandito fu Pasolini,
e come lo siamo noi, e per le stesse ragioni), c’è da attendere con
angoscia -dico bene: letteralmente con angoscia-, tra dodici mesi, il triste
rosario delle celebrazioni, delle commemorazioni pasoliniane, da parte di
chi ne fu parassita in vita, e continua ad esserlo post mortem, da parte
dei tenutari ufficiali di una memoria monca e alterata, costantemente adattata
e abbassata alle esigenze e agli interessi dell’autoproclamato celebrante,
cioè del piazzista di turno. Scrisse Leonardo Sciascia che l’Italia
deve la conservazione della parte residua del suo patrimonio artistico, in
particolare architettonico, piuttosto all’incuria -la quale sa essere, a
suo modo, “rispettosa”, o quanto meno “equa”- che non a certe forme di “restauro”.
Ecco, a me pare che, per Pasolini, sia venuto il momento di chiedere, innanzitutto
ai Nico Naldini, agli Enzo Siciliano e a tutti gli altri, che, con un po’
di pietas, e insieme con un sussulto di dignità, inizino a sperimentare,
a tentare la strada del silenzio…
Eppure, contro ogni previsione, starei per dire contro ogni apparente ragionevolezza,
questi decenni di pensiero-azione radicale e pannelliano da una parte, e
di echi della parola di Pasolini dall’altra, hanno prodotto una vera e propria
fecondazione eterologa della società italiana, del suo vissuto più
profondo. La fecondazione eterologa (ormai, lo sappiamo bene, noi peccatori,
anzi -secondo il lessico corrente- noi laicisti, noi anticattolici, noi antireligiosi:
cosa tocca sentire…), la fecondazione eterologa -dicevo- è quella
in cui il donatore è esterno alla coppia. A volte ho l’impressione
che il “donatore” radicale, o, su un piano diverso, pasoliniano, sia stato
non solo “esterno”, ma “strano” e “straniero”, rispetto a chi doveva ricevere
il seme. Eppure, il concepimento c’è stato. Ed è riuscito.
Pensavo, in questi giorni, ad uno degli ultimi scritti di Pasolini, rimasto
incompiuto. Pensavo -cioè- a “Gennariello”, una specie di trattato
pedagogico in forma di dialogo: per Pasolini, un estremo atto di parola,
e quindi di amore, per una gioventù in cui tanto aveva sperato, e
che però gli appariva ormai prossima al disfacimento, pronta a deturparsi,
con l’imbruttimento esteriore specchio e testimonianza dell’abbrutimento
interiore, per sua natura definitivo, irreparabile. Pensavo a “Gennariello”
perché esce in questi giorni (per Franco Angeli, a cura di Alfio Maggiolini
e dello psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet) una indagine sugli adolescenti
italiani che -ripeto: contro ogni previsione, contro ogni apparente ragionevolezza-
rende Pasolini vincitore, trent’anni dopo. Certo, tante sono le ombre sui
ragazzi e le ragazze italiane, in questa ricerca (le loro insicurezze, le
mille fragilità che intuiamo), ma -paradossalmente- proprio i giovani
cresciuti con quella scuola dell’obbligo e quella televisione pubblica (due
delle cose da abolire, secondo Pasolini: non dimentichiamolo mai…), proprio
i giovani allattati alla mammella del conformismo, dell’omologazione, proprio
loro -dicono gli autori della ricerca- vivono l’amore e l’incontro con l’eros
“secondo un galateo amoroso completamente reinventato, basato su livelli
di autonomia e reciproco rispetto impensabili ai nostri tempi…”. C’è
-insomma- una nuova antropologia con cui fare i conti, e mi guardo bene dal
citare Rimbaud per ri-teorizzare “ragionevoli sregolamenti”. Constato però
che, anche nelle cosiddette “trasgressioni” (o nella capacità di essere
parte di una relazione non asfittica, o magari centro di più relazioni,
articolando e modulando sentimenti senza pretese di esclusività),
sembra esserci molta consapevolezza, molta maturità, molta capacità
di essere -ciascuno- “compos sui” e presente a se stesso.
Insomma, è successo qualcosa nelle pieghe della società italiana:
nonostante tutto, “Gennariello” è cresciuto, e, se mai lo vorrà,
rischia di divenire anche un buon padre; così come -sempre nonostante
tutto: ed è la stessa vicenda- è cresciuta la forza delle idee
radicali, sempre più simili al fiume carsico cui spesso Marco accenna.
Piuttosto, sarebbe venuto il momento di illuminare (per capire, per andare
al fondo del mistero chiamato “uomo” o “donna”, mai per “condannare e basta”)
anche episodi verificatisi all’interno di quella cosa che chiamano “normalità”
(e la chiamano così per colpire tanto i presunti “normali” quanto
le pretese “anomalie”)…La rassegna fa una certa impressione: il matricidio-fratricidio
di Novi Ligure (con la 16enne Erica e il 17enne Omar che uccidono la madre
e il fratellino di lei, con più di 50 coltellate); il parricidio di
Padova nel 2001 (con il 23enne Paolo che massacra di botte il padre e ne
brucia il corpo); i fatti di Cogne; gli altri (e sono decine…) massacri di
padri, madri, figli, fratelli e sorelle che (da Parma a Verona, da Cerveteri
a Sestri Levante, hanno visto levarsi coltelli, bastoni, pistole, fucili,
martelli); fino all’ultima tragedia, quella del direttore di Raidue Massimo
Ferrario, che saluto da qui: con padre e madre raggiunti dai colpi d’ascia
vibrati dal figlio 17enne. Trascuro i profili più meschini e infami
di quest’ultima storia (con -pare- dirigenti Rai che hanno subito iniziato,
dopo appena una mezz’ora dall’uscita delle prime agenzie, la corsa frenetica
ad autocandidarsi per sostituire Ferrario) o gli aspetti più eloquenti:
in questo caso, si è scelto una (per me giusta, umana) sobrietà
mediatica; ma certo, se si fosse trattato di altri, di altre famiglie, avremmo
rivisto il triste circo di psicologi, criminologi, cappellani, con tanto
di piantine, plastici, ricostruzioni (tutte armi -voglio dirlo con molta
franchezza- assai più violente e pericolose delle stesse asce, coltelli,
pistole, fucili e bastoni di cui dicevo poco fa, e usate con ancora minore
pietà). Ma lasciamo perdere.
Quel che mi importa dire è che questi episodi atroci sono spesso maturati
anche in famiglie cattoliche, con il parroco che vedeva tutto, controllava
tutto, confessava e comunicava tutti. Se ne può parlare? Ripeto: per
capire, tutti, qualcosa di più. La tragedia -greca o di Shakespeare-
racconta questo, e di questo. Perché -invece- dovremmo bendarci gli
occhi, quando la tragedia (può succedere) non riguarda solo chi vive
una vita “al confine”, “sulla frontiera”, ma -invece- bussa alla porta e
varca la soglia della “normalità”, della “famiglia normale italiana”?
***
Per la verità, Pasolini può aiutarci anche percorrendo un’altra
strada, quella del suo ultimo testo, quel suo testamento civile e politico
indirizzato proprio ad un Congresso radicale. Pasolini, in quegli otto paragrafi,
in realtà, non si rivolge solo a noi, ma alla politica italiana tutta,
e in particolare, anche, agli uomini e alle donne delle classi dirigenti
della sinistra. La profezia è terribile, ha una potenza -e una violenza,
perfino- quasi biblica: la nuova “trahison des clercs”, i “chierici del nuovo
potere”, il “tesseramento”, addirittura, nel nuovo potere…Ma non è
un anatema, una “maledizione”: è l’ultima stazione del Calvario del
“ragionare” di Pasolini su quelle classi dirigenti e su quella Italia: su
un modo di essere opposizione, nella politica e nella società, che
concepisce, come orizzonte possibile, la presa del potere, l’occupazione
della cabina di pilotaggio, la sostituzione degli occupanti -perché
“corrotti” o “fascisti”- della stanza dei bottoni, ma essendo chiaro che
la stanza rimane e deve rimanere quella, e i bottoni pure. Insomma, con le
parole di Pasolini, in nome dell’”identificazione” e non in nome dell’”alterità”.
Con le parole di Pannella, in nome magari dell’”alternanza”, ma non dell’”alternativa”,
di un’”alternativa”.
E’ a partire da questa chiave che intendo affrontare quello che considero
l’elemento centrale di questa relazione: la questione della legalità
e della democrazia nel nostro paese. Se c’è -e c’è- necessità
di un medico che trovi il coraggio di dire: “Questo è cancro” (e parlo
proprio del meccanismo tumorale, cioè di un meccanismo che cambia,
che fa impazzire il modo in cui le cellule nascono e crescono), se l’Italia
è, a mio avviso, a questo punto, tutto ciò non accade per nequizia
o sadismo di qualcuno, e neppure -meno che mai!- per ragioni “storiche” e
“culturali”, perché questo è il paese di Machiavelli. A parte
il fatto che questo è soprattutto il paese di Guicciardini, e che,
prima o poi, invece, bisognerà restituire la verità di Machiavelli
(che non è affatto “machiavellico”: quanti sanno che interi capitoli
de “Il Principe” sono dedicati alla differenza tra la conquista del potere
compiuta attraverso il “merito”, la “virtù”, e quella avvenuta per
effetto della “violenza” o del “caso”?), a parte questa digressione, che
scuserete, il problema è tutt’altro. Ripeto: né “storico-culturale”,
né di “nefandezza collettiva” delle classi dirigenti. Il problema
è di necessità. Le classi dirigenti di questo paese hanno avuto
e continuano ad avere una spasmodica, tremenda e assoluta, necessità
di illegalità. Per sopravvivere, per non morire, per non essere battute
e travolte.
So di essere sommario, ma non credo di manipolare: dagli anni Settanta ad
oggi, sull’uno o sull’altro fronte, cioè di volta in volta su profili
legati alle libertà individuali, o invece a questioni istituzionali,
o economico-sociali, gli uomini del potere italiano si affacciano alla loro
finestra e, come tanti piccoli Ceausescu, vedono, “sentono” un paese che,
appena può, si esprime contro di loro. Vedono, “sentono”, un paese
che, a sua volta, “sente” e vive diversamente da loro. C’è un filo,
esile ma tenacissimo, che unisce il 59% del ‘74 sul divorzio ai sondaggi
unanimi che, in queste settimane, hanno salutato i nostri referendum su fecondazione
e libertà di cura; ed è lo stesso filo che tiene unite le maggioranze,
“bulgare” per quantità e “americane” per qualità, che si sono
espresse contro proporzionale e finanziamenti pubblici. E’ il filo che unisce
trent’anni di voti referendari (diamo un po’ di cifre: dal ‘74 ad oggi, i
radicali hanno raccolto le firme per la convocazione di 89 referendum abrogativi
per un totale di oltre 50 milioni di firme autenticate; sui 44 referendum
giudicati ammissibili -la Consulta ha bocciato 45 quesiti, stracciando più
di 27 milioni di firme-, sono stati espressi 1.077.106.889 di voti validi;
per 31 volte ha vinto il “sì” con 597.007.350 di voti favorevoli espressi)
in cui, nel 75% dei casi, gli elettori si sono schierati con noi, e per lo
più con maggioranze del 75%!
E’ la storia di trent’anni di “corpo a corpo” (non riesco a trovare immagine
più pertinente) tra chi cerca con ogni mezzo (innanzitutto, la seconda
scheda “costituzionale”, quella referendaria) di far esprimere quelle maggioranze,
e una classe dominante che sente l’incalzare del pericolo e si muove di conseguenza.
Poi, l’idra ha molte teste (di volta in volta, quella “Dc-Pci” del compromesso
storico; quella “pentapartita” con le “opposizioni” a supporto nella difesa
del sistema comune; quella del “blocco burocratico e anti-produttori” che
unisce, nel parassitismo e nel privilegio, certa Confindustria e certo sindacato;
infine, quella del Polulivo…), ma, sia pure con testa e tentacoli di volta
in volti diversi, il mostro reagisce in un solo modo: arginando o cercando
di arginare una minaccia che ritiene giustamente letale, cioè quella
della rivoluzione liberale possibile.
Così va interpretata la giurisprudenza della Corte costituzionale,
che, come ho detto, ha vanificato in partenza il “50%+1” delle richieste
referendarie (45 su 89): non va letta, anche qui, in termini di successione
di giudici corrotti, ma va -letteralmente- apprezzata e compresa nel suo
affastellarsi, nella sua progressione. Non guardate i singoli “punti”, guardate
la “curva”, la sua “traiettoria”: vedrete, nel “corpo a corpo”, l’idra che
risponde “colpo su colpo”, che a nuova domanda, a nuovo tentativo, a nuovi
argomenti, risponde con nuovo diniego, nuova illegalità, nuova escogitazione
giuridica.
Ed è così, infine, che vanno letti gli eventi di questi ultimi
giorni, il cosiddetto “caso Buttiglione”, che è legato al “caso Barroso”
dallo stesso rapporto che, sul fondale del nostro Congresso, lega il “caso
Italia” al “caso Europa”. Verrò più avanti a questa vicenda,
così emblematica, ma qui -in apertura della mia relazione- quel che
mi importa sottolineare è che le due risposte che ci vengono opposte
sono sempre le solite: per un verso, il silenzio (alzi la mano chi ha visto
in questi giorni Marco Pannella o Emma Bonino o altri radicali intervistati
o anche semplicemente inquadrati, fotografati da un solo tg su questa storia,
della quale Marco e i radicali sono stati protagonisti e in buona misura
artefici!); per altro verso, il sacrificio della regola, delle regole, con
un Parlamento che accetta l’inaccettabile, e cioè che -al momento
del voto- il Governo da votare si alzi di scatto e -letteralmente- fugga
dai suoi banchi (episodio unico, credo, nella storia parlamentare di tutto
il mondo!), senza che il Parlamento adempia al suo obbligo di votare secondo
le procedure fissate…
Insomma, silenzio e sfregio delle regole: come unica risposta possibile al
“trauma” e al rischio chiamati “libertà”.
2. Il “secondo tempo” della partita è già cominciato. E sarà
durissimo.
Starei per dire a me stesso: non divagare. Ma, in realtà, in questa
introduzione c’è l’essenziale, e la divagazione rischia di essere
il resto.
Vedete, questo -per tanti versi- potrebbe essere un Congresso di sorrisi,
di feste e di congratulazioni reciproche fra di noi, perché (è
la verità) i radicali escono da due indiscutibili successi.
L’ultimo è quello maturato con il “non voto” del Parlamento europeo
di martedì, o, se preferite, con la fuga di Barroso. Diciamoci la
verità: quanti, in Italia, avrebbero scommesso un solo euro quando,
già ad agosto, al momento della designazione di Buttiglione, Marco
iniziò una campagna perché il Governo tornasse da subito sulle
sue scelte? Nell’arco di tre mesi, giorno dopo giorno, quella iniziativa
politica è cresciuta, e meriterebbe di essere studiata retrospettivamente:
la capacità di incidere all’interno del Gruppo liberale e poi della
Commissione libertà pubbliche e poi nel Parlamento europeo tutto;
la vera e propria alimentazione, il progressivo rilancio della campagna da
parte di Radio Radicale; la ricerca di interlocutori italiani e stranieri,
popolari, socialisti e liberali…Insomma: un’affermazione così piena
-come detto- da non dover, da non poter essere conosciuta in Italia.
E poi, il primo successo, quello delle firme referendarie. Un buon percorso:
partito bene con l’insistenza di Marco (gli va riconosciuta) per avviare
presto, da subito, la campagna sul quesito unico; e anche (bisognerà
riconoscere pure questa) con la tenacia di altri di noi, insieme a lui, nel
darci come obiettivo finale la raccolta su tutti e cinque i quesiti. Poi,
le cifre dicono tutto: 1 milione e 90mila firme sul referendum di abrogazione
totale della legge (350mila in più degli altri quesiti, dei quali
siamo pure copromotori); di quel milione e passa di sottoscrizioni, più
di mezzo milione (per l’esattezza, 550mila), raccolte soltanto da noi e nei
Comuni: lo sottolineo perché questo dato continua a sfuggire anche
a qualche amico radicale…; ritmi di raccolta, ai tavoli, che non si riscontravano
dai tempi della petizione per l’impeachment di Scalfaro (ma era una petizione,
era una sola firma, e con un qualche appoggio mediatico, allora); il lavoro
sulle associazioni condotto da centinaia di compagni in tutta Italia, e coordinato
in questi anni da Michele De Lucia prima con Antonio Cerrone e poi con Alessandro
Massari, e che è giunto a un compimento importante (con punte di 180-190
tavoli in un solo giorno; con 80-90 tavoli anche nei giorni di metà
settimana di agosto); il tutto -è bene averlo presente- in modo rigorosamente
militante e autofinanziato; con la spesa di 400milioni di vecchie lire (Massimo
Bordin ha avuto la bontà di ricordare che, in altri tempi e altro
contesto, decidemmo di spendere una cifra simile -anzi, un po’ più
alta- per il solo acquisto di banner pubblicitari su Internet!); poi, per
giunta, l’aiuto (Rita in testa, mentre Maurizio Turco coordinava la fase
finale di lavoro a Torre Argentina) fornito da noi, dall’”apparato radicale”
(viene da sorridere a definirci così) al Comitato comune, con questa
struttura (non la nostra!) che, per fare fronte alle esigenze, ha dovuto
assumere collaboratori interinali, a un certo punto…E poi, la bella collaborazione
fianco a fianco con l’Associazione Coscioni, con Luca, Marco Cappato e gli
altri; il lungo e decisivo sciopero della fame portato avanti insieme a Rita;
la battaglia giuridico-mediatica, con i successi strappati (saluto Marco
Beltrandi, e con lui i non pochi che hanno lavorato per questo) in Vigilanza
e -perfino!- presso l’Authority; una certa capacità di governare tre
mesi non facili, collaborando con altre forze, ottenendo -in un secondo momento-
che si decidesse l’adozione di un modulo unico di raccolta (con il nostro
quesito al primo posto), e comunque garantendo un sicuro protagonismo radicale;
la capacità di usare anche la misera attualità estiva (a partire
dalle allucinanti performances dei Sirchia, dei Castelli, dei Giovanardi,
tra gli altri) per convertirla in occasioni di raggiungere l’opinione pubblica…Siamo
stati noi. E siamo stati bravi.
Potremmo giustamente compiacerci, e magari consentirci qualche sorriso e
qualche lazzo, ricordando (faccio un solo esempio, tra i tanti da scegliere…)
le dichiarazioni sul referendum di Alfonso Pecoraro Scanio, sicuramente più
numerose -le dichiarazioni, voglio dire- delle firme raccolte dal suo partito
(a me ne risultano 145, di firme…). E analogo discorso potrei fare per tanti
che abbiamo avuto il piacere di vedere spesso alla tv, ma mai ai tavoli,
e dal vivo una sola volta: al momento della consegna in Cassazione…Come dire:
un piacere breve ma intenso…
Ma non è proprio il caso di …riposare sugli allori. Perché,
con la raccolta delle firme, abbiamo vinto solo il primo tempo della partita,
ed è già cominciata una “ripresa” durissima, nella quale dobbiamo
aspettarci almeno due colpi bassi.
Il primo è quello della ormai leggendaria “leggina-truffa”. Vedete,
se non parlassimo di cose maledettamente serie, ci sarebbe quasi da sorridere:
la patetica rincorsa tra Camera e Senato, tra le due Commissioni Sanità,
su chi comincia prima (sono le stesse Commissioni che avevano respinto a
raffica 330 emendamenti su 330, e che ora hanno fretta di “migliorare” la
legge!); il ruolo di Giuliano Amato (ve lo ricordate, nell’ultima Convention
radicale? Un tempo, si paragonò a “Eta Beta”, il simpatico personaggio
di Disney che estraeva sempre dalla sua tasca l’attrezzo giusto: non vorrei
che ora Eta Beta avesse fatto un patto con i “cattivi”, con Pietro Gambadilegno,
per passargli piedi di porco, attrezzi da scasso, e altro armamentario da
malaffare…Capisco che la corsa al Quirinale abbia le sue esigenze, e che
la concorrenza del Presidente popperiano e neoratzingeriano -tanto Popper
non può farci nulla…- Pera sia forte nella conquista dei “grandi elettori”
vaticani, però sarebbe il caso di darsi un limite…); e poi la fretta
e lo zelo dell’onorevole Prestigiacomo…
Parliamoci chiaro: se non fossimo in paese in cui il diritto è cosa
strana e straniera, potremmo tranquillamente dormire tra due guanciali, perché
-per evitare un referendum- non basta una leggina purchessia, ma occorre
una legge che accolga, che soddisfi effettivamente la domanda contenuta nei
quesiti (il che è praticamente impossibile per il quesito unico -dovrebbero
abolire tout-court la legge 40-; ma è fortemente improbabile anche
per i quesiti parziali: ve lo immaginate questo Parlamento, proprio questo,
che dà via libera alla clonazione terapeutica e alla fecondazione
eterologa, e che abroga l’articolo-manifesto della legge, quello che equipara
il concepito a una persona?). Morale: al massimo, e con grande sforzo, potrebbero
accogliere un solo quesito su cinque, quello sulla salute della donna, lasciando
quindi integro il corpo del “pacchetto”.
Ma …c’è un “ma”. E se comincia (e magari dura qualche settimana),
a reti unificate, con tanti autorevoli “destri” e “sinistri” a supporto,
una campagna volta a dire in modo martellante all’opinione pubblica che il
Parlamento sta risolvendo (anzi: ha già risolto!) la questione, e
che restano solo i soliti quattro gatti radicali che vogliono “spaccare il
Paese”, “lacerare” l’intesa già raggiunta, e altre mostruosità
del genere, che facciamo, come ci difendiamo? La verità è che
possono travolgerci.
E del resto, la campagna di falsificazione mediatica è già
cominciata, e ha vissuto in queste settimane le “prove generali” di quel
che potrà accadere nei prossimi mesi.
Infatti, mentre i radicali venivano silenziati sull’”affaire Buttiglione-Barroso”,
ha avuto luogo, in Italia, una gigantesca operazione di inganno degna del
Fedro del lupo e dell’agnello, per capacità di rovesciamento delle
cose e ribaltamento delle parti.
Sin dall’inizio, Marco e noi tutti abbiamo insistito sul fatto che la scelta
di Buttiglione era questione di “opportunità” politica, non certo
di “legittimità”. Franco Debenedetti ha trovato, più di tutti,
le parole giuste: non sarebbe certo illegittimo, ma -vivaddio- inopportuno
sì nominare un comunista alle Finanze, un no-global al Commercio estero,
o uno statalista all’Antitrust. E del resto (aggiungo io) dove sta scritto
che un politico (oltre ad essere giudicato per le sue opere: e Buttiglione
di “opere” ne ha compiute molte, dal blocco dei finanziamenti europei sulla
ricerca al contributo alla legge 40, in Italia: quindi, altro che “linciaggio
delle convinzioni”…), dove sta scritto, dicevo, che un politico non debba
essere giudicato anche per le sue idee? Se un leghista a cui fosse affidata
la responsabilità dell’immigrazione dicesse, che so, che lui rispetterebbe
le leggi vigenti, ma gli immigrati gli fanno comunque schifo; oppure, se
un testimone di Geova arrivasse al Ministero della Sanità e dicesse,
pure lui, che rispetterebbe le leggi, ma che le trasfusioni sono comunque
un male assoluto, cosa sarebbe giusto fare? Anche qui, insisto: legittima
qualunque cosa, ma non saremmo dinanzi -per caso- a scelte politicamente
discutibili e inopportune?
O ancora, su un altro piano. Si parla molto dell’ingresso della Turchia nell’Unione
Europea, con la bella iniziativa di cui Emma è animatrice. Bene, si
può avere qualunque opinione in merito; ma cosa sarebbe successo se
il premier turco Erdogan avesse osato dire la metà (anzi, faccio lo
sconto: anche solo un terzo) delle cose che ha detto Buttiglione davanti
alla Commissione libertà pubbliche del Parlamento Europeo? Risposta
facile: gli stessi professori di liberalismo che si sono mobilitati per denunciare
la “crociata antireligiosa e anticattolica” e il “rogo” del povero cristiano
Rocco (risparmiando perfino alla Chiesa la fatica di esporsi: tanto c’erano
i “liberali italiani”…) si sarebbero subito scatenati al grido di “Mamma,
li turchi”…
Da questo punto di vista, dinanzi a questa potenza di fuoco, dobbiamo stare
attenti anche ai sondaggi. Fin qui, le cose sono andate benone: dall’Eurispes
all’Ekma passando per la SWG (con l’unica eccezione del sondaggio, diciamo
così, …autoprodotto, molto autoprodotto, dal “Foglio”), tutte le rilevazioni
attribuiscono al referendum una propensione ondeggiante dal 59 al 70% dei
sì (con assoluta trasversalità tra elettori del Nord, del Centro
e del Sud; del Polo e dell’Ulivo; cattolici e laici), e ci hanno anche assegnato
il merito, nei mesi della campagna referendaria, di avere portato gli indecisi
dal 40 al 10%: insomma, li abbiamo convinti. E la nostra presenza mediatica
sui referendum, strappata con lo sciopero della fame estivo, ha avuto un
riverbero (per quel che vale) anche sulle intenzioni di voto: ai radicali,
infatti, Ekma attribuiva il 7-8 settembre il 3,5%, e, ancora il 16 ottobre,
il 3,3. Ci è stato spiegato che il dato di inizio settembre, successivo
a una buona esposizione, è ancora cresciuto fino ai primi di ottobre
(in coincidenza con il rush finale referendario), per poi assestarsi sul
3,3, anche dopo i primi dieci giorni di ri-sparizione dal video. Ma (teniamolo
presente) dopo un mesetto di “cura”, cioè dopo un mese di silenziatore,
possono tranquillamente rischiacciarci sotto il 2. O comunque (metodo Vespa
di questi 40 giorni), garantirci un minimo di esposizione (così magari
il dato di partito resta decentemente su), ma organizzare vere e proprie
trappole (dibattiti 2 contro 4, 2 contro 5, 2 contro 6: come già Vespa
ha fatto due volte) che rischiano di sabotare la partita complessiva, quella
sul referendum. Occorre tenerne conto, pena il non capire quello che sta
per succedere e succederci.
Detto tutto questo, c’è poi il secondo colpo basso (portato magari
insieme al primo), che si chiama Corte Costituzionale. Anche qui, in altro
contesto (come diceva quello? in un “paese normale”…), nulla quaestio, perché
i quesiti sono inattaccabili. Ma sappiamo bene che le cose andranno per il
verso giusto (cioè secondo diritto) solo se ci sarà consentito
di arrivare al giudizio con gli occhi dell’opinione pubblica addosso alla
Consulta. Altrimenti, sarà -un’altra volta- macelleria. Io non dimentico
quel che accadde la volta scorsa. Spiegammo a Berlusconi (ed erano firme
raccolte con autenticatori in tanta parte polisti, e con gli stessi leader
del Polo -tutti!- che si erano impegnati, in estate, a sostenere i quesiti
qualora il Parlamento non li avesse fatti suoi) che poteva appoggiarli (ma
si inventò -figurarsi- la necessità di riunire il Consiglio
nazionale di Forza Italia, in omaggio alle note procedure democratiche di
quel partito…), e che poteva, magari, destinare all’informazione pre-Consulta
una quota del denaro che aveva già stanziato per i suoi spot pubblicitari
natalizi. Ma lui preferì travestirsi da Babbo Natale, l’Ulivo ne fu
ben lieto, e la Corte anche. Morale: dei nove quesiti sul lavoro, restò
solo l’articolo 18 (la fecondazione eterologa di allora, se volete…), e poi
venne tutto il resto, con gli indimenticabili “referendum comunisti” (ci
tornerò più tardi). Tutto questo può ripetersi: molto
più rapidamente e violentemente di quanto noi stessi immaginiamo.
3. Il “caso Stato Città del Vaticano” e la strategia globale di un
leader politico come Joseph Ratzinger. Cosa deve fare un liberale?
Dopo tanta analisi del già accaduto e dell’ancora possibile, sto per
“scollinare” verso la seconda metà della mia relazione, e verso alcune
proposte, alcuni percorsi di lavoro per questo Congresso. Ma prima, credo
che sia ancora necessario aggiungere un tassello: quello che chiamerò
il “caso Stato Città del Vaticano”, con la relativa strategia globale
di un leader politico forte, attrezzato, abile (e io aggiungo: pericolosissimo)
come il cardinale Joseph Ratzinger.
Vedete, su un piano generale che non ci appartiene, quello della grande storia,
era forse scontato che, crollato il Muro e le terribili ideologie che avevano
segnato il Novecento, l’insidia, una nuova-vecchia insidia (anche per l’Occidente)
potesse venire di nuovo dall’integralismo religioso. Starei per dire: una
ipotesi da manuale.
Così come, su un piano più contingente, io condivido la lettura
offerta in questi giorni da Marco Pannella, con una regia (non necessariamente:
la regia) e un filo che hanno effettivamente tenuto uniti gli eventi di Bruxelles
e quelli dell’Onu, con il possibile bando (o invito al bando) anche della
clonazione terapeutica. In questo senso, non c’è dubbio sul fatto
che a misurarsi in modo consapevole e “integro” siano proprio la politica
del grande Vaticano da una parte, e quella dei piccoli radicali dall’altra,
che intuiscono, operano, illuminano, rendono il percorso altrui meno facile…E
in questo senso, il nostro Congresso sarà anche segnato dall’attesa
per ciò che accadrà a New York: vedremo se, dopo la ritirata
di Bruxelles, il fronte opposto subirà anche al Palazzo di vetro una
battuta d’arresto. Certo, pure in questo caso, si è fatto il possibile:
e va in primo luogo all’Associazione Coscioni il merito di avere contribuito
ad animare un fronte, con più di 50 Nobel, 100 parlamentari europei,
molte decine di italiani…
E, badate, è anche questione di soldi, di molti soldi. Tra novembre
e dicembre, gli specialisti nordcoreani in terapia nucleare, biologia e genetica
(ripeto: nordcoreani, regime comunista) saranno invitati a Roma dal leader
della Confindustria del Lazio (sì, proprio la Confindustria che parla
di ricerca e innovazione, e intanto ci ignora), l’onnipresente Giancarlo
Elia Valori (reduce da un viaggio a Pyongyang e poi in Cina, a Pechino, dove
l’università -ci racconta Panorama- ha dedicato un edificio a sua
madre Emilia…), che ha dato vita a una Fondazione per le bioscienze, e farà
venire questi ospiti presso (udite udite) il Campus biomedico dell’Opus Dei…Avete
capito bene: in Italia, deve rimanere la legge 40; ma, su scala globale,
si progettano triangolazioni tra industriali italiani, Opus Dei e regimi
comunisti del sudest asiatico. Ciascuno immagina con quali e quanti “paletti
etici”…
Vedete, in Italia, accade qualcosa di particolare rispetto al modo in cui
la Chiesa si muove.
Non parlo solo dell’antologia dell’orrore, del florilegio di cose terribili
dette da tanti altissimi prelati. Qui potremmo fare notte: il cardinale Martino
(quello tanto preoccupato per la visita dentistica di Saddam) che qualifica
la clonazione terapeutica come “opera del demonio”; il potentissimo neoarcivescovo
di Bologna Caffarra che definisce l’omosessualità “la più radicale
separazione tra la sessualità e il dono della vita”, o spiega che
“l’uso della pillola e del preservativo equivale all’omicidio”; il rilancio
-non solo da parte di Comunione e Liberazione- del Sillabo (documento che
oggi qualunque talebano non avrebbe difficoltà a sentire come suo).
Né voglio parlare del folklore del vecchio cardinale Angelini, antica
conoscenza dei radicali, che adesso fa pure il commentatore sportivo, e discetta
sulle caratteristiche etiche degli arbitri e delle scelte del Commissario
tecnico della nazionale di calcio, con buona risposta del toscano Lippi,
peraltro (“due bestemmie, e subito spunta un cardinale…”). Potrei aggiungere
il tentativo (non solo socciano, nel senso del povero Antonio Socci) di imporre
a reti unificate una controstoria del Risorgimento (dimenticando o fingendo
di dimenticare che, in quegli anni e anche molto dopo, la Chiesa comminava
-e metteva efficientemente in pratica- tipi di “fatwa” e di condanna non
dissimili da quelli più recentemente scagliati da altri contro Salman
Rushdie…). Potrei aggiungere altro sul recente libro del Papa e le sue riflessioni
sul comunismo “male necessario” (considerazione che avrà assai confortato,
immagino, i milioni di assassinati da Stalin e dallo stalinismo): specchio
di una visione della storia governata in toto dalla provvidenza divina…Potrei
dire dell’impressionante occupazione mediatica da parte degli ecclesiastici,
che non ha pari in nessun paese del mondo, che abbiamo denunciato a settembre,
e che la stessa Cei ha mostrato di riconoscere (per la verità, molto
poco per ridurla, e assai più per “centralizzarla”, consentendo proprio
alla Conferenza episcopale la gestione diretta di “ospiti” e “presenze”)…Tra
l’altro (ci avete pensato?), vi immaginate cosa sarà, televisivamente
parlando, l’agonia del Papa? Cosa dovremo vedere contro la pietà in
nome della pietà, contro la fede in nome della fede, contro l’umanità
in nome dell’umanità?…Infine, potrei ancora (grazie al grande lavoro
di Maurizio Turco) parlare di finanza, e ricordare che lo Stato Città
del Vaticano è uno dei pochissimi a non avere adottato regole internazionali
antiriciclaggio…
Potrei andare avanti con tutte queste anomalie, molte delle quali macroscopiche,
vere e proprie bestemmie in primo luogo agli occhi di un credente, e ricordare
l’evangelico monito di Cristo: “Sulla cattedra di Mosè sono seduti
gli scribi e i farisei. Quello che vi dicono fatelo e osservatelo, ma non
fate secondo le loro opere perché loro dicono ma non fanno”. Passo
seguito da una vera e propria maledizione: “Guai a voi, scribi e farisei
ipocriti che rassomigliate a sepolcri imbiancati. All’esterno sono belli
ma dentro sono pieni di ossa di morti e di putridume. Così anche voi
apparite giusti all’esterno ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna?”
Certo, starà a loro fare i conti con la propria coscienza: ma sta
a noi avere presenti tutte queste cose, che accadono nella città,
nella “polis”, e ne condizionano la vita. E, da questo punto di vista, vengo
a Ratzinger (parola che, appena pronunciata, suscita brividi e esigenze di
immediata difesa, non solo da parte di Vespa, come si è visto l’altra
settimana alla tv…). Ratzinger è oggi non solo in “pole position”,
per così dire, per la successione a Woytjla, ma detiene già
un potere straordinario: è prefetto della congregazione per la dottrina
della fede, cioè depositario del dogma. E, in questa veste, realizza
addirittura lettere circolari a tutti i vescovi, cioè documenti sulla
dottrina che spetterebbero solo al Papa. Bene, la più importante di
queste è stata la celebre “Dominus Iesus”. Perché la cito?
Perché Ratzinger, che pure partecipò al Concilio Vaticano II,
con questo documento ne ha sancito il superamento, il capovolgimento, e ha
invece teorizzato che la fede in Cristo è “l’unica e insostituibile
via di salvezza per ogni uomo”. Ripeto: unica e insostituibile, e per ogni
uomo. Non c’è spazio per altre scelte, neppure per altre scelte religiose.
E già non vedo cosa ci sia di diverso da tante infuocate prediche
nei venerdì di Teheran…
Ma poi c’è il passo successivo. Nel suo fondamentale documento, recentissimo,
sulle radici spirituali dell’Europa, il cardinale parla testualmente di alcuni
diritti e valori (sappiamo quali) che “non vengono creati dal legislatore,…sono
sempre da rispettare da parte del legislatore, e…sono a lui previamente dati
come valori di ordine superiore…”. Di qui, le conclusioni, sul legislatore
che deve tenere presente che “solo il Creatore può stabilire valori
che si fondano sull’essenza dell’uomo e che sono intangibili”. Oplà,
il gioco è fatto: si stabilisce anche quello che il legislatore può
e non può, deve e non deve fare. Aggiungete le sue recenti esternazioni
sulla “verità” come guida anche per la politica (senza di che, possono
esservi rischi per l’assetto democratico); e -magari- un’autentica finezza,
e cioè il suo richiamo a Lenin (del quale ho già parlato un’altra
volta) sul fatto che il mondo apparterrà alle minoranze forti che
sapranno organizzarsi bene…
Ora, dinanzi a tutto questo, cosa deve fare un politico, e -per avventura-
un politico liberale? Certo (e nessuno ne dubita) deve garantire che anche
queste opinioni possano essere espresse. Certo, deve contrastare i politici
che si genuflettono. Certo. Ma non abbiamo, per caso, anche il diritto (e,
per chi lo avverte, il diritto-dovere) di considerare e -starei per dire-
di onorare queste tesi, che sono tesi politiche (perché riguardano
la vita della città, della “polis”), trattandole come tali, e quindi
affrontandole e provando a sconfiggerle in campo aperto? Avranno pure tutta
la legittimità del mondo, ma non abbiamo anche noi (lo dico a chi
ci accusa -nientemeno- di essere “antireligiosi”, perfino qui dentro) il
diritto di contrastarle? Non abbiamo anche noi il diritto di denunciare il
tentativo in corso di tradurre le convinzioni di alcuni in precetti per tutti
quanti? Non abbiamo anche noi il diritto di dire che, se prevalessero quelle
tesi, si allargherebbe concretamente lo spazio della malattia, della sofferenza
e della morte? O dobbiamo anche qui dentro accettare una specie di perbenismo
per cui pare che sia Coscioni ad aver imposto qualcosa a Bottiglione e a
Sirchia, e non questi altri ad avere impedito qualcosa a Coscioni e ai Coscioni
di tutta Italia?
Tanto avevo desiderio di dire da tempo. Così come mi restano due domande
per i professori di liberalismo, e per quanti ci accusano di essere “anticattolici”.
Primo: ma voi liberali (o voi cattolici) dove eravate quando noi, “antireligiosi
e anticattolici”, bussavamo alle vostre porte (anche nel Santo Natale e nella
Santa Pasqua…) per parlarvi dei Montagnard e delle altre minoranze cristiane
perseguitate? Perché il Papa e il Vaticano non hanno ancora risposto
alle lettere di Kok Ksor, mentre proseguono -invece- i rapporti con tanti
regimi assassini in primo luogo di cristiani? E perché Kok Ksor ha
scelto (anche quest’anno, con altri trecento e passa iscritti a quota americana)
di essere parte del Partito Radicale? Ingannato, truffato? Ditecelo, e magari
diteglielo…
Secondo (e ha fatto molto bene Sergio D’Elia a sottolinearlo, l’altro ieri).
Dunque, la Chiesa ci dice che noi vogliamo assassinare degli embrioni, che
sarebbero da considerare sullo stesso piano di una persona. Bene (si fa per
dire): ma perché, allora, anche l’ultimo Compendio del catechismo
cattolico continua a legittimare e giustificare la pena di morte? La vita
di un condannato a morte (o dei cristiani degli Altipiani centrali del Vietnam)
vale dunque meno di quella di un embrione (visibile sulla punta di uno spillo,
se ingranditi al microscopio -l’embrione e lo spillo- 130 volte)? Basta saperlo,
ma fatecelo sapere, se potete…
4. La difesa giuridica, nonviolenta, politica dei referendum e della legalità
istituzionale.
Certo, venendo al moltissimo che è da fare, una parte consistente
del nostro lavoro dei prossimi mesi è tracciata -non ci sono dubbi-,
e passa dalla difesa giuridica, nonviolenta e politica dei referendum, tema
su cui rifletterà una delle nostre Commissioni congressuali.
Essendo chiara una cosa, peraltro: ripensando al ’74 (almeno io che non ho
l’ho vissuto direttamente, così lo rivedo oggi), sembra incredibile,
e quasi si stenta a credere che si sia potuto vincere, in quell’Italia, con
-dall’altra parte- la Chiesa, la Dc, la Rai, il resto…Bene, stavolta, se
possibile, le cose sono ancora peggiori, perché quei poteri hanno
con sé…trent’anni in più di potere, appunto, e gli altri immensi
e poderosi mezzi che hanno via via potuto accumulare; mentre il vascello
radicale ha su di sé i segni di trent’anni di battaglie, e anche questo
va tenuto presente. Sarà ancora di più Davide contro Golia,
e c’è il rischio che a Davide tolgano anche la fionda, da un momento
all’altro.
Ma andiamo con ordine. Il primo aspetto è -naturalmente- quello della
difesa giuridica dei quesiti. Ovviamente, abbiamo già allertato giuristi
autorevoli, altri ancora contiamo di coinvolgerli subito dopo il Congresso,
e -entro un mese, entro la prima decade di dicembre: e cioè, realisticamente,
a trenta giorni dal giudizio della Corte- dovrà tenersi un significativo
appuntamento pubblico e di mobilitazione, anche segnato dall’intervento pesante
di rappresentanti della dottrina.
Va detto -infatti- che, insieme ai nostri referendum (e in particolare con
il primo), sarà in causa la stessa legalità costituzionale,
l’articolo 75 della Carta nella sua letteralità contro le escogitazioni
già immaginate o ancora immaginabili dalla giurisprudenza.
Proseguirà, insomma, la stessa battaglia per il principio di legalità
che, in questa legislatura, ha visto Marco e i radicali impegnati per il
ripristino del plenum di Camera e Consulta, o per la difesa delle prerogative
presidenziali in materia di grazia: sarà un’altra tappa della stessa
lotta.
In questi giorni, mi è ricapitato sotto gli occhi il lungo testo con
cui Emma accettò la sua candidatura a Presidente della Repubblica:
un testo da rileggere e da conservare, tutto proteso a spezzare la regola
feroce che fa della legge scritta, in Italia, un puro e semplice richiamo
di valore ordinatorio, esposto al vento gelido delle valutazioni politiche,
di convenienza, di parte. E mi è venuta malinconia: pensando al potere
di grazia; pensando alle esternazioni presidenziali su tutto (che “dettano”,
quasi Ciampi fosse Bush o Chirac, le linee di politica estera o economica…);
pensando agli editorialisti che -come domenica scorsa Edmondo Berselli su
“La Repubblica”- teorizzano il ruolo del Capo dello Stato (testualmente)
come “grande sedatore, grande neutralizzatore del conflitto politico” (e
siamo, per quanto mi riguarda, pienamente dentro quel “fascismo democratico”
di cui Pannella osò parlare qualche anno fa); pensando -ancora- a
cosa è divenuto il CSM (e non a caso lo esportiamo, con il solo Giuseppe
Di Federico a battersi contro Berlinguer che diventa leader della “Rete europea
dei Consigli di giustizia…”). In fondo, ha ragione Francesco Merlo quando
parla di un virus che stiamo esportando: per noi, quelli della “peste italiana”,
è lessico familiare. Ed è tragicamente vero (non è solo
una grande, perfida battuta) che, in qualche momento, il profilo di Barroso
ricordava quello di Totò Cuffaro…
Il secondo aspetto di questa difesa è poi quello di sempre, quello
del diritto dei cittadini ad essere informati.
Certo, alcuni di noi si ostinano (e rischiamo di divenire un po’ patetici,
ma ci verrò) a ribadire che una proposta politica è tale solo
se è comunicata e comunicabile, se si può contare sulla circolazione
delle idee (le proprie e le altrui), se la “parola”, il “verbo” delle idee
può farsi “carne”, entrando nella vita, nella testa e nelle case di
ciascun cittadino, di ogni abitante di una certa “polis”. Un’idea vive se
è conosciuta, se qualcuno può farla sua (e spiegare le ragioni
per cui la fa sua), se qualcun altro può respingerla (e spiegare le
ragioni per cui la respinge), se un altro ancora può emendarla o arricchirla
(e spiegare le ragioni per cui la emenda o la arricchisce).
Ora, il Censis ci spiega che il 93% degli italiani (ripeto: il 93%) guarda
la tv e poi, su quella base, decide come e per chi votare; per altro verso,
Marco Beltrandi ha fatto ancora una volta lo sforzo di riassumere in un dossier
tutto quel che è capitato, ci è capitato, ed è capitato
ai cittadini in un anno…Qualcuno dei nostri critici avrà voglia di
leggerlo?
Per la verità, io pure qualche curiosità ce l’avrei. Ci si
dice che siamo fissati con l’informazione: bene, sarà vero. Ma allora
come mai, quando siamo passati in tv (dopo le “consuete” tre settimane di
sciopero della fame), sono venute le firme, i sondaggi ultrafavorevoli sui
referendum e perfino sul voto di lista? Come si spiega? Magari qualcuno (davanti
a quei tavoli presi letteralmente d’assalto dopo qualche presenza televisiva
anche radicale) farebbe bene perfino a riflettere su cosa “funziona” e cosa
“non funziona” alla tv, tema su cui pure abbiamo dovuto sentire, in questi
anni, mini e maxi-balle. Ma lasciamo perdere…
Oppure, come si spiega che (sempre dopo le iniziative nonviolente), per passare
ancora, questa estate (e ci siamo riusciti, in parte!), abbiamo dovuto dare
fondo ad ogni “trovata” di comunicazione (un anno fa, la “gabbia” insieme
a Sergio D’Elia; quest’anno, gli addobbi da talebani, o da ladri del finanziamento
pubblico, o da non so più cos’altro), essendo precluso qualunque percorso
comunicativo “normale”?
Io credo che il grande progetto (che abbiamo solo avviato, con centinaia
di sostegni di parlamentari e di giuristi) di automonitoraggio politico-elettorale
delle democrazie avanzate (come pendant naturale dell’Organizzazione Mondiale
delle Democrazie) sia un percorso da riprendere, da rilanciare. Anche in
questo caso, ricordo alcune ironie rispetto a quest’altro “Cacao meravigliao”:
per la cronaca, il “Cacao meravigliao” è sbarcato anche negli Stati
Uniti, perché le prossime elezioni presidenziali (con l’accordo sia
dei Democratici che dei Repubblicani) usufruiranno di una forma di monitoraggio
internazionale…
Credo proprio che dovremo ripartire da questi fili. Un soggetto politico
che accetti di vedere violati i propri diritti non è in grado di candidarsi
a difendere quelli degli altri. Io affermo qui che esiste un “caso Pannella”,
il caso di una personalità che è letteralmente bandita dalla
televisione pubblica e privata. Affermo che esiste un “caso Bonino”, che
è più facile vedere sulla BBC o su Al-Jazeera che non sulla
Rai. Affermo che esiste un “caso Coscioni”, altro desaparecido, con l’Associazione
che porta il suo nome e i suoi dirigenti, mentre assistiamo alla promozione
attiva, a mo’ di spot, di (per carità: rispettabilissime) figure di
malati entusiasti della propria malattia, e pronti a consigliarla a tutti,
in vere e proprie “televendite della sofferenza”…Affermo che esiste un caso
radicale, che riguarda il Partito Radicale, Radicali italiani e i suoi esponenti
(a partire dalla Tesoriera), Nessuno tocchi Caino, e tutti gli altri. E,
se consentite, esiste perfino un caso che mi riguarda personalmente, perché
-con tutta la buona volontà- giudico per lo meno curioso (e da studiare)
che, ormai, quando mi si invita, io venga sempre inserito in contesti in
cui c’è da contendersi brandelli di microfono, in quattro, in cinque,
in sei…E comunque (mai, ripeto mai e in nessun caso) da solo: neppure per
tre minuti. Non credo che sia reato di opinione affrontare questi temi.
Ancora sui referendum, da ultimo -ma da ultimo per modo di dire-, c’è
tutta l’opera di tessitura politica in senso stretto, che va compiuta anche
rispetto agli altri partiti.
Nel corso della campagna di raccolta delle firme, ci siamo mossi su sue piani:
da una parte, incoraggiando chi si mostrava disponibile sul quesito unico
(e occorre dare atto a Rifondazione, ad esempio, delle 40mila firme che ha
garantito); dall’altra, sollecitando quanti parevano più sensibili
ai quesiti cosiddetti “mirati” (e così è nato quel “Comitato
comune” di cui ho già detto a lungo, e anche a nome del quale saremo
lieti di ascoltare domani il senatore Turci).
Sul centrodestra, nei mesi passati, c’è poco da dire: ha mostrato
(con rare eccezioni: penso a Del Pennino, penso a Raffaele Costa, che sentiremo
domani) di essere in totale mancanza di sintonia con i suoi elettori.
Più complessa è stata l’operazione sul centrosinistra. Non
dimenticate che la nostra campagna referendaria è anche partita con
una sequenza di pagine pubblicitarie su “L’Unità”, volte ad informare,
e insieme a valorizzare -da una parte- quei militanti e dirigenti diessini
(che, come la stessa Unità) sembravano entusiasti di partecipare,
e a evidenziare -dall’altra- il comportamento opposto dei vertici, cui si
deve (non dimentichiamolo mai) il sacrificio delle 150mila firme raccolte
fino a giugno.
Bene, abbiamo saputo -contemporanemente- collaborare con gli uni, e mettere
alle strette gli altri. Fino a un rush finale in cui Piero Fassino (il Fassino
che firmava, e però faceva dichiarazioni antireferendarie; lo stesso
Fassino, del resto, che aveva “rassicurato” il segretario della Conferenza
episcopale -circostanza mai smentita da alcuno, ed evidentemente non smentibile-),
avendo constatato che i radicali ce l’avevano fatta sul quesito unico, si
è reso conto che il “costo” -per lui- di non raccogliere le firme
stava diventando troppo alto.
Lo scenario si ripeterà, pari pari, nel “secondo tempo”: e torneremo
a vivere mesi da 1974, con i militanti della sinistra da una parte, e i loro
vertici -dall’altra- terrorizzati e pronti a compromessi (in questo caso,
peraltro, per nulla storici…).
Noi dobbiamo ritentare l’operazione di incalzarli, di conquistare alleanze
e alleati, di entrare in comunicazione con segmenti della loro base e con
spezzoni della loro dirigenza: per -ripeto- rendere troppo alto (in primo
luogo, per la leadership diessina) il prezzo dell’eventuale affossamento
del referendum.
E la stessa operazione dobbiamo provare a compierla anche dall’altra parte:
i sondaggi attestano che, pure nel centrodestra, la stessa quota di elettori
è pronta al “sì”: occorre dunque, simmetricamente, rendere
ai vertici meno conveniente la campagna antireferendaria, e più conveniente
la non ostilità al quesito.
Molto, quasi tutto dipenderà da quanto dicevo prima, dal “conoscere
per deliberare” e da quanto strapperemo su quel terreno: ma conterà
parecchio anche questa nostra paziente, tenacissima disposizione alla tessitura.
5. Radicali italiani nel 2005. Alcune altre urgenze politiche e organizzative.
Verrò tra poco al tema -pare, spinoso- dei rapporti con le altre forze
politiche, delle “alleanze”, e a qualche considerazione sulle scadenze elettorali:
tutte questioni anch’esse (ma -spero vivamente- non solo esse!) oggetto della
nostra Seconda Commissione congressuale.
Io, se penso al 2005 di Radicali italiani, credo che vi siano almeno tre
altre urgenze politiche e organizzative.
Intanto, in primo luogo, una questione di “macchina”. Ho già ricordato
ampiamente le “poste attive” del nostro bilancio, su questo fronte, e la
crescita importante delle nostre associazioni. E ne aggiungo un’altra assai
rilevante, che per molti rappresenterà una sorpresa, ed è invece
un’altra conseguenza del buon lavoro dei radicali in tutta Italia. Come si
ricorderà, ai tavoli era fondamentale chiedere la “seconda firma”,
quella della “privacy”, per fare in modo che gli indirizzi raccolti rimanessero
utilizzabili. Bene, si poteva temere che queste “doppie firme” fossero poche,
ed è ancora in corso un gran lavoro di esame del milione di sottoscrizioni.
Ma, dalle prime 124mila firme inserite, risulta una percentuale del 35,9%
di doppie firme; e, da un altro sondaggio “a campione”, si salirebbe al 41,5%.
Io, che non mi fido fino alla fine, voglio addirittura dimezzare il dato:
ma se anche fosse solo così (quindi, che so, un 20%), avremmo comunque
incamerato più di 200mila nuovi indirizzi utilizzabili, che rappresentano
un patrimonio che attendevamo da tanto tempo.
Al di là di questo specifico aspetto, significativo ma non centrale,
ovviamente, resta però una questione di fondo, sul funzionamento della
nostra struttura: e su questo il da fare -ahinoi- supera largamente il già
fatto.
Penso alla parte telematica. Potremmo crogiolarci sugli allori: il nuovo
sito (che mi pare molto ricco, molto funzionale, grazie al lavoro di Antonio
Grippo, con l’aiuto di Gianni Betto) o ragionare sul fatto che la “community”
di radicali.it (me lo confermava il ricercatore Raphael Kies, che è
qui e sta conducendo un’indagine su questo) rappresenta un “unicum” rispetto
a qualunque sito di qualunque altro partito nel mondo. Certo, abbiamo ancora
accresciuto il nostro modo di vivere “da Grande Fratello”, con le riunioni
di direzione online e la messa in rete perfino dei dati personali dei dirigenti
(con ciò che questo significa in termini non solo di “trasparenza”
ma di positiva “interferibilità” nella e della “cosa radicale”).
Ma non basta: attendiamo il nuovo forum; abbiamo un grave ritardo rispetto
a uno strumento fondamentale (la newsletter, o comunque un messaggio quotidiano
per raggiungere regolarmente migliaia di persone); e più complessivamente,
non siamo riusciti a compiere passi e scatti ulteriori rispetto all’incrocio
tra telematica e politica (dopo le esperienze -decrescenti anche per significato-
delle elezioni online, del voto elettronico e del voto via sms: anche se
confesso che mi ha un tantino inorgoglito sapere che ora anche l’INPS -avete
capito bene: proprio l’INPS- terrà online, con tanto di PIN e password,
alcune forme di elezione).
Però, al di là di questi aspetti più circoscritti, abbiamo
bisogno di un tempo di riflessione-azione sul complesso dei mezzi, della
strumentazione necessaria alla nostra lotta politica: e forse, da questo
punto di vista, non dobbiamo avere paura anche di una fase di lavoro meno
“pubblica”, più oscura, più -appunto- “di macchina”, che ci
servirà a fronteggiare anche i nuovi tempi di vacche magre che dovessero
eventualmente arrivare.
Per altro verso, ci è forse necessario immaginare qualche altro filo
da tirare presto in termini di battaglie politiche. Mi è capitato
più volte di ricordare, in questi mesi, la celebre prima pagina di
“Liberazione” del 13 maggio ’74, che nel suo secondo titolo, a vittoria sul
divorzio appena conquistata (anzi, nel momento in cui il giornale veniva
stampato, a vittoria tutta da conquistare), già recitava: “E ora subito
gli altri otto referendum”. In questo stesso senso, Marco ha recentemente
evocato anche l’incrocio, in qualche misura incarnato dalla persona di Roberto
Cicciomessere, obiettore di coscienza e segretario della Lega sul divorzio,
tra due successive battaglie. Io sono convinto che sia utile tentare una
continuità, un passaggio di testimone tra temi, che possono rafforzarsi
reciprocamente e anche dare fisionomia al nostro soggetto politico, che deve
cercare di non essere identificato solo da e su una cosa.
Per questo, mi domando da un po’ (e sono stato lieto di trovare attenzione
e conforto nell’ultima Direzione precongressuale) se non possiamo, scegliendo
tempi e modi, ripetere l’operazione che l’anno scorso abbiamo compiuto sulle
carceri, quando una iniziativa nonviolenta (modulata, prudentissima, a tappe)
che conducemmo insieme a Rita e a Sergio D’Elia ci portò a strappare
il voto parlamentare sui cosiddetti provvedimenti di clemenza.
Su questo, aprendo una parentesi, consentitemi per un verso di inviare un
saluto ai detenuti che sono ancora in lotta (e che, ineccepibilmente, continuano
a chiedere il rispetto della legalità scritta, a partire dalla legge
Gozzini, dando una lezione di senso delle istituzioni in primo luogo al Ministro
della Giustizia che è capitato -meglio: che Berlusconi ha fatto capitare-
a questo sciagurato paese…), e per altro verso permettetemi di ricordare
quanto abbiamo avuto ragione noi lo scorso anno. Avevamo detto alle Camere:
“Noi, con il nostro sciopero della fame, vi chiediamo solo di decidere, null’altro;
e vi diciamo che quel provvedimento vi aprirà una piccola finestra
temporale per immaginare interventi strutturali. Fatene tesoro, pena il ritrovarci
tutti, tra qualche mese, nella stessa situazione di prima”. Come volevasi
dimostrare: li abbiamo aiutati a decidere (realizzando pienamente l’obiettivo
della nostra azione), ma -specie per responsabilità del Senato- hanno
votato un provvedimenticchio, e poi non hanno fatto seguire null’altro, se
non gli insulti estivi ai detenuti e ai radicali che li visitavano. E siamo
punto e a capo, con una politica ufficiale che si copre di vergogna.
Ma torno al punto: l’anno scorso, attuammo un’azione volta a chiedere al
Parlamento di votare (sì o no) su disegni di legge che giacevano da
tempo e su cui si era acceso un forte dibattito, che però non sembrava
trovare sbocchi. Perché non ripetere l’operazione? Perché non
ritentare di aiutare le Camere a dare un senso ai prossimi mesi? Io, come
ho detto alla Direzione di Radicali italiani, ho intenzione di avviare -con
tempi e modi da stabilire, e con chi vorrà- una azione nonviolenta
per chiedere alle Camere (partendo dalla Commissione Giustizia di Montecitorio,
dove il dossier si trova attualmente) di calendarizzare i provvedimenti in
materia di unioni civili e coppie di fatto. Se ne parla da anni; da anni
giacciono decine di proposte (tra cui la nostra: una delle 25 che io stesso
colpevolmente troppo spesso dimentico); e ora si è deciso (e io mi
trovo d’accordo) di accantonare quelle che parlano di matrimonio per concentrarsi
su quelle semplicemente centrate sul riconoscimento di un “contratto”, di
una “unione civile”. Come immaginate, sono d’accordissimo anche nel merito,
e trovo scandaloso che due persone che si amano (quali che siano le loro
preferenze sessuali o il carattere della loro relazione) non possano -che
so- visitarsi in carcere o assistersi nella malattia, ma le mie opinioni
-davvero- non importano. Né importano i consensi che da ogni parte
(a parole) sembrano salutare queste ipotesi: l’ultimo anche da parte di Ignazio
La Russa a nome di AN. Bene, e allora calendarizzino, votino, decidano: approvino
o respingano. Dicano un chiaro sì o un chiaro no: noi, anche con la
nonviolenza, li aiuteremo a concludere con la moralità di un voto
un percorso insopportabilmente lungo e tortuoso.
C’è poi un terzo spunto su cui riflettere, e mi riferisco a nuovi
possibili tentativi referendari. I referendum, in Italia, ricordano per tanti
versi l’Ogino-Knaus: bisogna azzeccare il momento, il giorno, l’ora…E l’incrocio
della legislazione referendaria con il calendario elettorale preclude nuove
raccolte di firme fino al prossimo ottobre, tra 11 mesi. Che si può
fare, allora? Come tentare di costruire sulla campagna referendaria che cerchiamo
di difendere e strappare (è -lo ricordo ancora- il nostro primo obiettivo,
e ne parlerà la Prima Commissione) un nuovo percorso? Visto che c’è
molto tempo per eventualmente scegliere (scegliere di fare o di non fare,
di fare poco o di fare molto, di fare solo sui temi civili o anche su altro:
ed è questione -ripeto- di un anno), possiamo preparare scenari, arare
terreni.
Faccio un esempio, ed è solo una delle cose su cui si può riflettere.
Potremmo recuperare i quesiti di cui già disponiamo (i 7 referendum
“comunisti” già approvati dalla Consulta), immaginarne degli altri
(con il professor Guido Blumir, che ringrazio, ne abbiamo pensati un paio
in materia di droghe, a partire dall’abolizione di quella vergogna che sono
le sanzioni amministrative, per arrivare alla cannabis terapeutica; ma molto
altro ancora si può immaginare: mi piacerebbe coinvolgere personalità
come i professori Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, ad esempio, per immaginare
altre ipotesi di “apertura” di quel che in Italia è “chiuso”, a partire
dal “sistema”, dall’”assetto” della nostra ricerca); dopo di che, potremmo
mettere in rete tutti questi temi e quesiti, ed aprire forme di consultazione
online (per ridare respiro anche a quello strumento, come dicevo) e avere
una indicazione su preferenze e orientamenti (su cosa privilegiare); e quindi,
mentre si svolgerà (speriamo!) la campagna referendaria sulla fecondazione
e disporremo (speriamo!) anche di spazi televisivi, dare vita ad una nuova
mobilitazione nelle piazze, per raccogliere centinaia di migliaia di “prenotazioni”,
di “prefirme” (con relative email, che tanto ci mancano); salvo poi, se tutto
andasse bene, ricontattare tutti ad ottobre per chiudere il cerchio con la
firma vera e propria. Dando così continuità tra la vittoria
(magari) strappata, e altre possibili scadenze, altri possibili obiettivi.
Ripeto: non è “la” proposta, e neppure una proposta già organica:
ma è uno spunto da tenere presente, uno dei fili (con gli altri che
citavo) che potremmo provare a tirare. E sempre nello spirito non di vincolarci
ad imprese impossibili, ma di rendere disponibili altre carte (che resteremo
liberi, con l’andare dei mesi, di valutare come meritevoli o meno di essere
giocate). Insomma, non vincoli ma opportunità.
6. I Poli, la questione delle “alleanze”, le scadenze elettorali.
Come promesso, è venuto il momento di dire qualcosa sui nostri rapporti
con i due Poli maggiori, sulla questione delle “alleanze” e sulle prossime
scadenze elettorali.
Comincio dalla Casa delle libertà. E dico subito che, al giro di boa
-ormai ampiamente superato- di metà legislatura, il quadro mi pare
addirittura imbarazzante: se ne potrebbe trarre un manuale su come non usare
una maggioranza parlamentare forse irripetibile (non dimentichiamolo mai:
più 100 deputati a Montecitorio, e più 50 senatori a Palazzo
Madama).
E comincio dalla fine, dal 7 a 0 rimediato nelle suppletive: va bene che
Vespa è un amico (per loro), e quella sera ha pensato bene di esporre
il cartello “qui non si parla di politica”, buttandosi su Valerio Merola,
Alessia Merz e l’Isola dei Famosi: ma non si può pensare che il paese
non si accorga di nulla. Mi spiace per Fabrizio Cicchitto, ma le sue dichiarazioni
di minimizzazione mi hanno ricordato l’indimenticabile Ministro dell’Informazione
di Saddam Hussein: quello per cui la situazione era “perfettamente sotto
controllo” anche mentre i soldati suoi nemici entravano nella sua stanza…
Non si può andare avanti così, né far finta di non vedere
la matrjoska di gaffes (una dentro l’altra) che sembra essere divenuto il
segno, il logo di questa fase politica del Polo. Esempio: hanno combinato
il “caso Buttiglione”, li si è avvisati, niente: avanti imperterriti.
Ora leggo che, per uscire dalla crisi, si starebbe pensando all’alleanza
con la Mussolini. Per carità, nulla contro la simpatica Alessandra,
ma mi permetto di porre una domanda. Dunque, presidente Berlusconi, lei -a
torto o a ragione- è sotto tiro in Europa; contemporaneamente, com’è
noto, una delle poche cose che gli Europei abbiano ben chiara sulla storia
italiana (non dispiaccia troppo a Bruno Vespa) è chi sia stato Mussolini;
bene: e lei cosa fa? L’alleanza con la Mussolini. Già vedo i titoli:
“Berlusconi’s new alliance: Mussolini”. Suona bene: “La nuova alleanza di
Berlusconi: Mussolini”. Che dire? Sarà un successo…Auguri. Presidente,
ma chi gliele consiglia queste cose?
Come quell’altra storia: ora leggo che, per Buttiglione, si penserebbe al
Ministero della Pubblica Istruzione…A parte ogni altra considerazione più
politica, complimenti anche per il tempismo e la sagace scelta tattica: gli
studenti italiani di ogni ordine e grado non attendono altro per dare vita
a un quadrimestre di agitazioni e proteste. E la notizia è che farebbero
bene.
Si può andare avanti, signor Presidente Berlusconi, in questa atmosfera
che ricorda la gag di Petrolini “bravo, grazie; bravo, grazie”, in cui non
si capiva più chi dicesse “bravo” e chi “grazie”; in cui i cieli di
Forza Italia restano azzurri e senza nuvole anche quando infuria la tempesta?
E le suppletive saranno solo l’antipasto di quel che vedremo alle regionali
(dopo che, la primavera scorsa il centrosinistra ha conquistato 70 province
su 100): voteremo in 15 regioni, e la mia valutazione, oggi, è che
il massimo risultato a cui il Polo possa aspirare, in questo momento, sarebbe
perdere solo -“solo” si fa per dire- 11 a 4…
Purtroppo per il centrodestra, vengono al pettine i nodi di un quinquennio.
Si è cominciato con i referendum comunisti (cioè tra l’altro,
tanto per rinfrescarci la memoria, il maggioritario secco, la separazione
delle carriere, la responsabilità civile dei giudici, il no agli incarichi
extragiudiziari dei magistrati, il no ai finanziamenti pubblici di partiti
e sindacati): dica la verità, signor Presidente, ma la dica a se stesso:
è stata una buona scelta boicottare quell’occasione? O dire che non
ci voleva l’accetta referendaria ma occorreva il cesello legislativo? E questo
cesello a cosa è servito, oltre che alla -peraltro inutile- Cirami?
Poi, la Bonino cacciata da Bruxelles (nel ’99, in accordo con l’Ulivo; stavolta,
diciamo così, in piena autonomia…); poi, Coscioni escluso dal Comitato
di bioetica (altra pagina gloriosa e soprattutto lungimirante…); poi, l’affossamento
della campagna di Nessuno tocchi Caino (con testimonial un Governatore repubblicano,
e maggioranza acquisita all’Onu) sulla moratoria della pena di morte; poi,
il rifiuto perfino di incontrare Marco da “Iraq libero” a tutto il resto.
E, nel frattempo, la scelta della linea “Bossi-Tremonti”; le riforme costituzionali
di Calderoli (ora, finché si scherza si scherza, ma c’è un
limite a tutto…), e il resto che sapete. Fino alla sequenza talebana dell’ultimo
semestre: no al divorzio breve (e sono tutti divorziati, naturalmente); attacco
all’aborto; legge sulla fecondazione; caso Buttiglione-Barroso-Onu-eccetera;
proposta (grande mossa di Fini…) di carcere per chi abbia sei spinelli in
tasca; tentativo di ripristino del reato di plagio; mezze porzioni; criminalizzazione
perfino dei cani (che poi sono ridiventati tutti mansueti con la successiva
ordinanza di Sirchia); ghettizzazione dei fumatori…E, se non bastasse la
sostanza, non dimenticate la forma: con Giovanardi che ci dà dei nazisti
(stessa qualifica che il poverino -senza saperlo- ha destinato ai governanti
olandesi, democristiani suoi compagni del Partito Popolare Europeo…); Castelli
che ci accusa di istigare i detenuti; Sirchia che teme le troppe iscrizioni
di donne a Medicina (e in particolare le specializzazioni in andrologia:
perché se no i pazienti maschi si vergognano…); ancora Calderoli per
cui bisogna (testualmente) cambiare le “regole d’ingaggio” (sì, proprio
le “regole d’ingaggio”) con gli immigrati; e Mantovano che chiede di “condurre
indagini sulle droghe a livello planetario”…Insomma, il Mediterraneo non
gli basta più: rotta su Marte…
Ora -ripeto- si può andare avanti così?
Nel 1996, tutti i leader del centrodestra (Buttiglione, allora, incluso)
sottoscrissero un accordo che prevedeva la parità non solo di candidati,
ma addirittura -tendenzialmente- di eletti tra “laici” e “cattolici”. Poi
fecero saltare tutto, e -ciononostante- l’appoggio radicale nei collegi uninominali
garantì l’elezione di 44 deputati polisti. Proprio Buttiglione, da
quel momento, è stato il più scatenato nel sostenere l’impossibilità
di qualunque intesa con noi. Presidente Berlusconi, è stato un buon
affare dargli retta?
La verità è che la crisi di Berlusconi è innanzitutto
la sua, la sua personale. Dal 1994, deteneva un record: ogni volta che compariva
in tv, gli ascolti si impennavano. Ma alle ultime europee, ad ogni sua apparizione,
metà spettatori hanno cambiato canale. E’ l’ora che faccia i conti
con questa realtà, e che inizi -come si dice- a “elaborare questo
lutto”.
E’ molto probabile che perda, a questo punto; ma darsi una fisionomia meno
illiberale è l’unico modo che ha per conquistare tempo, per garantirsi
un “dopo” politico, un’altra stagione. Altrimenti, non solo perderà,
ma perderà senza nessuna prospettiva di un “domani” politico.
Certo, voglio dire con la stessa franchezza che, se Atene piange, Sparta
non ha grandi motivi per sorridere.
Faceva una certa impressione, la sera delle suppletive, vedere la sinistra
esultare per l’elezione di un presidente degli industriali, di un ex sindacalista
democristiano, e dell’ex presidente del Consiglio di amministrazione di un
ente pubblico, della Rai: è questa l’alternativa?
Oppure, al clericalismo di Buttiglione o -per chiamare le cose con il loro
nome- al clericofascismo di tanti suoi sodali, si risponde come fa Veltroni,
quando propone di aumentare l’8 per mille alla Chiesa, portandolo all’8,2?
E’ questa l’alternativa?
Oppure, per restare a Veltroni, a Bassolino, a Cofferati, e a tanti altri
sindaci “democratici e perbene”, sono credibili come alternativa quando “esternano”
tutti i giorni su tutto, salvo rifiutarsi di firmare il referendum sulla
fecondazione assistita? Sono già tutti pronti al nuovo “inciucio,
alla nuova “Bicamerale”, stavolta -magari- direttamente con la Cei?
Decisamente non ci siamo. Senza dire che, ancora oggi, un elettore ulivista
anche pieno di buona volontà non saprebbe da che parte trovare uno
straccio di programma comune su politica estera, economia, giustizia, diritti
civili. Al massimo, i più “scafati” troverebbero su Internet il programma
redatto da Amato per le europee: ma (tra difesa delle tasse e politica internazionale
-incredibile a dirsi- declinata alla Marco Rizzo) gli verrebbe un tantino
di paura, e spegnerebbe il computer…
La verità è che si blatera tanto di e su Zapatero, ma si ignora
il vero miracolo che Zapatero sta realizzando, simmetrico a quello compiuto,
prima di lui, da Aznar. Il socialista, oggi, sta facendo passi straordinari,
radicali, sul terreno dei diritti civili, ma soprattutto si guarda bene dallo
smontare le scelte economiche del suo predecessore, specie in termini di
legislazione sul mercato sul lavoro (quella contro cui si mobilitarono anche
i sindacati di lì). Insomma, Zapatero fa tesoro delle riforme esistenti
su un versante, e ne aggiunge della altre su un altro versante. Così
come, prima di lui, Aznar aveva fatto una splendida rivoluzione sulla parte
economica, ma non si era sognato di cancellare i passi avanti sulle libertà
individuali garantiti, anni prima, dai socialisti di Gonzales. E, anzi, è
stata proprio la destra di Aznar, a Madrid, a fare i primi coraggiosi esperimenti
su droga e unioni civili.
Morale: altrove, c’è una corsa in avanti, a progredire rispetto a
chi governava prima; qui sembra affermarsi una bipartisanship dell’oscurantismo
e della superstizione.
E intanto, il paese è a pezzi. Lo dicono i fondamentali dell’economia:
i dati sulla disoccupazione, sul prodotto interno lordo, sul calo dei consumi,
sulla realtà delle famiglie italiane (una su cinque delle quali è
concretamente a rischio-povertà). In questa lenta emarginazione, in
questo lento ma certo scivolamento del paese verso il basso, in questa “argentinizzazione”
senza apparenti traumi, gli unici a rialzare la testa sono i “poteri forti”,
debolissimi appena oltre Chiasso, ma potentissimi qui: la Banca d’Italia,
i banchieri alla Geronzi (clamorosamente usciti dall’angolo e tornati a dettare
legge), la cosiddetta “nuova Confindustria”, e, naturalmente, il Quirinale
(non necessariamente nel senso di Ciampi, com’è ben noto).
E’ in questo quadro che, da tante parti e anche da parte di alcuni amici
radicali, ci si dice: “Alleanza, alleanza, alleanza”. Che dire?
Primo. Io cado dalle nuvole, perché sembra che -fra di noi- ci siano
i “concreti”, i “pragmatici”, i “ragionevoli” che vogliono le intese; e poi
un sinedrio di trinariciuti che invece si oppongono. Confesso che non so
quale cinema trasmetta questo film. In questi anni, a cominciare dal Polo
(ma senza escludere gli altri, a cui sono state dirette tutte le iniziative
che citavo prima, a cominciare da “Iraq libero”), non abbiamo fatto altro
che rispondere ai silenzi e ai dinieghi altrui con nuove offerte, con nuove
proposte. Respinte con altri silenzi e altri dinieghi. A meno di ritenere
che Bonino si sia esclusa da sola da Bruxelles, che D’Elia si sia autoaffossato
la moratoria, e che Coscioni si sia autoestromesso dal Comitato di bioetica.
Tesi legittima (per carità), ma francamente curiosa. Quindi: continueremo
imperterriti a offrire, a proporre: ma non sarebbe male se, perfino da parte
di qualche radicale, si comprendesse che non siamo stati, non siamo e non
saremo noi a dire “no”.
Secondo. Gli accordi (posto che l’interlocutore, destro o sinistro, smetta
di dire no) si costruiscono se uno esiste, se uno fa, se uno ha una consistenza
certa: quella che ti deriva dalle lotte che incardini e di cui sei protagonista.
Ma insomma, come si fa a non vedere che proprio grazie alla campagna referendaria
(che tanti cantori delle alleanze, diciamo così, hanno un tantino
trascurato…) si è risollevata una attenzione certa nei nostri confronti?
Posto che uno voglia sedersi a qualunque tavolo di trattative, un conto è
sedercisi avendo delle carte, altra cosa è farlo avendo solo un cappello
in mano per chiedere l’elemosina. Ci si consigliava di trattare con il Polo
per le suppletive: e lasciamo perdere per carità di patria… Piuttosto,
così come abbiamo acquisito -grazie al milione di firme sul referendum-
una possibilità di stare in partita (e di giocarla fino in fondo,
come dicevo prima, tanto rispetto al centrosinistra quanto rispetto al centrodestra),
ci si spieghi perché su altri fronti (penso a quello centrale, strategico
delle pensioni, o dell’interlocuzione con gli imprenditori) non siamo stati
capaci di combinare granché…
Per favore, proviamo a dare alle nostre posizioni una sostanza di lotta,
che è la migliore garanzia per conquistarsi anche una capacità
vera, effettiva, di interlocuzione: ma a testa alta, e non da questuanti.
E così va vista anche la questione delle elezioni. Io al tridente
storico dei radicali (“nonviolenza, istituzioni, referendum”) ci credo sul
serio, e so bene che stare nelle istituzioni è meglio che non starci
(affermazione con cui anche Max Catalano non avrebbe difficoltà a
convenire).
Ma anche qui, rispetto alle prossime regionali, come si fa a discutere “a
prescindere”? Io, in generale, sono convinto che noi non dobbiamo fare politica
per le elezioni, ma usare le elezioni come occasione di iniziativa politica:
e quindi -che so: parlo sempre in termini generali- vedo bene quella tradizione
radicale che, per le amministrative, si concentra su casi precisi, facendone
vere e proprie campagne (da Catania a Trieste, da Roma a Napoli). Ma anche
a prescindere da questa mia preferenza generale (direi quasi generica), come
si fa, stavolta, a discutere “al buio”? I referendum ci saranno, sì
o no? E quanti? E quali? Ci sarà un pacchetto integro o ci avranno
lasciato …l’”articolo 18”? E avremo l’abbinamento con le regionali o no?
E, in caso negativo, ce li schiafferanno al 15 giugno o no? E nel frattempo
(ne parlavo ampiamente prima) come sarà andata la nostra opera di
“tessitura politica” sul referendum? Avrà aperto qualche contraddizione
a sinistra, a destra, o da nessuna parte? Al netto di tutto questo, le discussioni
sulle elezioni mi sembrano, in tutta franchezza, un esercizio incomprensibile,
al quale fatico a partecipare.
Occorre, quindi, molta flessibilità e molta fantasia: molta disposizione
a tessere, a costruire politica, senza pregiudizi. A titolo di esempio, voglio
ricordare una pagina tutt’altro che ingiallita, ai miei occhi: quella del
1994, anno a cui il prossimo 2006 delle politiche potrebbe anche assomigliare,
per alcuni versi. Dieci anni fa, una strategia complessa determinò
l’appoggio del Polo della libertà a sette candidati radicali, a sette
nostri compagni, poi eletti in altrettanti collegi uninominali, ed entrati
-come componente dei Riformatori- nei gruppi parlamentari di Forza Italia.
Contemporaneamente, Marco Pannella si candidò in un collegio romano
contro Gianfranco Fini: e non fu solo una scelta emblematica, ma un’iniziativa
volta ad orientare l’evoluzione possibile di un centrodestra magmatico in
una direzione diversa, che la sinistra, peraltro, sabotò con due candidati
di disturbo (uno solo le parve poco…); e a quella stessa logica corrisposero
per un verso la nostra offerta (rifiutata) di appoggio -nel sud- a tutti
i candidati uninominali dei progressisti che non fossero stati espressi dalla
Rete di Orlando o da Rifondazione comunista, e per altro verso la proposta
-a partire dall’Italia centrale- di costituire uno schieramento terzo, con
Segni, Amato, Martinazzoli, i quali, a loro volta, con scarsa lungimiranza,
lasciarono cadere quell’opportunità.
Occorre una simile ambizione di tessitura politica, facendo tesoro della
grande carta referendaria, a cui si aggiunge la gigantesca occasione rappresentata
da quanto è accaduto a Strasburgo, e che potrebbe indurre il Governo
(e l’opposizione, perché, nei loro diversi ruoli, la cosa vale sui
due fronti) a riaprire la partita della Commissione europea. Perché
nessuno prende l’iniziativa di riaprire il “caso Bonino”?
Ed è bene avere chiaro che le intese, tanto improbabili -ad oggi-
quanto massimamente da ricercare, devono, dovrebbero (perfino al di là
dei precisi segmenti o punti di accordo) prevedere una evidenza nostra perfino
“scandalosa”. Se (lo ripeto: è improbabile, e proprio per questo è
cosa da coltivare, da ricercare, da costruire) intesa ci fosse, l’”evento”
di un accordo con i radicali dovrebbe essere presentato come tale, in modo
da raggiungere il 100% degli elettori, per sperare di determinare un fatto
nuovo, o -se preferite- due fatti nuovi: per un verso, il passaggio nostro
dalla dimensione del 2 a quella dell’8% (sapete da tempo la mia opinione
sul fatto che il livello del 4% ci è -per così dire- precluso:
o la comunicazione non passa, e allora è 2%; oppure, invece, passa,
e può determinarsi una grande sorpresa); per altro verso -e sono le
due facce della stessa medaglia- una ripresa di forza delle potenzialità
liberali di uno schieramento (e quindi, in prospettiva, anche dell’altro).
Se le cose stanno così, mi si permetta: piuttosto che inventarsi ricostruzioni
fittizie, e su quella base costruire contrapposizioni prevedibili, mi parrebbe
saggio -per ciascuno- fare tesoro della linea che abbiamo seguito, e che
si è rivelata positiva, e contribuire -semmai- ad arricchirla, ad
irrobustirla, ad articolarla, ad affinarla. Non tanto (cosa legittima ma
a mio avviso un po’ sterile) a contrapporvisi per partito preso, per ritagliarsi
un ruolo.
7. Politica internazionale. Noi disponiamo del bene più prezioso:
una strategia.
Mi scuserete se affronterò molto rapidamente i temi della politica
internazionale, e solo per quegli aspetti che mi paiono funzionali ai nostri
lavori, a questo nostro Congresso.
Credo che valga la stessa logica a cui mi sono appena affidato per le questioni
nazionali: dobbiamo essere aggrappati ad alcuni obiettivi, e per il resto
essere flessibili, senza rigidità o partiti presi.
Noi abbiamo il “fronte Coscioni”, destinato ad una crescita spettacolare:
ed il buon lavoro transnazionale che i dirigenti di quell’Associazione hanno
avviato è motivo di fiducia. Vedremo se i fatti del Palazzo di vetro
in queste ore ci aiuteranno o no.
Per altro verso, c’è -se possibile, ancora più robusto- tutto
il capitolo Community of democracies (il fronte animato, in particolare,
da Matteo Mecacci), così intrecciato alla rete -unica per importanza-
costruita da Emma in Medio Oriente, e -potenzialmente- alla intuizione di
Marco sugli Stati Uniti d’Europa e d’America.
Nel suo piccolo, Radicali italiani cerca di contribuire e contribuirà
a tutto questo, e dalla scorsa settimana con uno strumento in più:
siamo divenuti membri a pieno titolo del Partito liberaldemocratico europeo,
dell’ELDR Party, dove siamo stati accolti a Berlino lunedì scorso,
e cercheremo di trasformare quella tribuna in una postazione per raccogliere
sostegni concreti in più paesi alle iniziative del movimento radicale.
Senza gonfiare inutilmente il petto, insomma, il movimento radicale nel suo
assieme dispone del bene più prezioso: una strategia, che è
esattamente ciò di cui troppi difettano.
Ad esempio, manca una strategia chiara -purtroppo- a ciascuno dei due maggiori
candidati alle presidenziali americane, al termine di una campagna elettorale
per tanti versi deludente (e che, lo dico per inciso, mi vedrebbe oggi astenuto).
Sono molto grato all’Ambasciatore americano a Roma che ha avuto la cortesia
di invitarmi, martedì, a seguire da lì la notte del voto (serata
-scusate l’autoreferenzialità- un po’ tesa per me, perché pare
che contemporaneamente, su Italia 1, parta una mia caricatura-imitazione
curata dal perfido e bravissimo Neri Marcorè: che Dio ce la mandi
buona…). Ma resta la delusione per una campagna in cui Kerry ne ha combinata
una sola buona (la posizione sulle staminali, appunto), salvo ondeggiare
furbescamente su tutto il resto, mentre Bush -dall’altra parte- ha scelto
rigurgiti “realisti” in politica estera e rigurgiti di destra fondamentalista
in politica interna (di cui è buona -cioè cattiva!- testimonianza
la sua scelta all’Onu per il bando della clonazione terapeutica).
Male, molto male, dunque: e si fa strada la prospettiva di un quadriennio
in cui, nell’uno e nell’altro caso (sia pure in modo diverso), le contingenze
faranno premio sulla “vision”.
Se devo essere sincero, aggiungerò che peggiore della campagna elettorale
mi è parso solo il modo -da tifoseria da quattro soldi- in cui è
stata raccontata qui. Mi piacerebbe che si sapesse che Kerry si è
pronunciato per l’aumento (non la diminuzione) delle spese militari; che
quando Bush dava il peggio di sé lanciandosi sul controllo delle impronte
digitali, quell’altro, Kerry, straparlava sul controllo addirittura del fondo
dell’iride; o, ancora, che Kerry ha reiteratamente dichiarato che la promozione
globale della democrazia non è per lui una priorità, salvo
dichiararsi a favore della dottrina dell’intervento preventivo. E questa
sarebbe l’alternativa…
Allo stesso modo, mi piacerebbe che si sapesse che proprio il Bush pessimo,
per tanti, troppi versi sulle questioni attinenti alle libertà individuali,
si è però schierato apertamente (addirittura, sul New York
Times, contraddicendo la platform dei repubblicani) a favore delle unioni
civili (non del matrimonio gay): posizione -confesso- che non mi risulta
propria, che so, di un Francesco Rutelli…
Mi piacerebbe, ancora, che si seguisse con più attenzione un fenomeno
politico come quello di Arnold Schwarzenegger: ricordo i sorrisini, quando
in pochi spiegammo chi era e cosa poteva divenire; oggi, incarna una posizione
originale e singolarissima, che concilia l’appoggio a Bush con il sostegno
pieno al referendum californiano sulle staminali, e perfino posizioni serissime,
ambientaliste e di governo in materia di automobili e inquinamento atmosferico.
Mi piacerebbe, infine, che la si smettesse di dire genericità e idiozie
sulla realtà neocon, oggi in tanta misura emarginata (purtroppo per
lui) da Bush, e che è (più di ogni altra) sensibile al tema
democratico. E da lì (non dall’amministrazione Bush o dai democratici)
vengono infatti, proprio insieme a noi, le uniche posizioni chiare sulla
politica violenta e pericolosa di Putin.
Ma -al di là di questa digressione- il fatto è che noi abbiamo
una strategia, basata sull’OMD, sul “basta soldi ai dittatori” e sull’uso
della grande arma preventiva dell’informazione. Purtroppo, gli unici ad avere
una controstrategia (pur disperata e da colpo di coda) sembrano essere quelli
di Al Qaeda, e il mondo pare trasformato in una versione da incubo del celebre
spot Telecom di Spike Lee: ma nello spot, è Gandhi a parlare e comparire
ovunque, con mezzi di comunicazione vecchi e nuovi; nella nostra realtà,
invece, il posto del Mahatma è occupato da Al-Zarkawi. Che -insisto-
può essere battuto: e senza bisogno di adottare le politiche di Ratzinger.
La strategia, invece, manca altrove. Guardate il modo sciatto in cui si è
seguito un evento epocale come le elezioni in Afghanistan: troppo pochi morti,
una cosa andata tutto sommato troppo bene, dunque ininteressante per i più…
Guardate, ancora, cosa accade in tutta l’area vicina alla Russia: non solo
la deriva totalitaria di Putin, ma, vicino a lui, l’investitura a vita con
un referendum-farsa del dittatore bielorusso, e, in Ucraina, l’avvelenamento
del candidato di opposizione alle presidenziali…Su questo, ovunque (a parte
un perfino troppo timido e limitato passo statunitense, con il rilancio,
anche lì, delle trasmissioni di Voice of America), è silenzio.
Come ovunque è silenzio (pur in tempi di cosiddette mobilitazioni
antiterrorismo…) sul fatto che solo il 2% delle navi-cargo, nel mondo occidentale,
sono ispezionate…Ci rendiamo conto?
Parlerò pochissimo anche di Unione Europea. C’è chi, in primo
luogo Angiolo Bandinelli, ha promosso un dibattito sulla “posizione” da prendere
oggi (e magari oggi diversamente da ieri) sulla Costituzione europea. La
discussione rischia di assumere una piega tanto interessante quanto astratta,
perché l’approvazione c’è stata, c’è già. E quindi
rischiamo di fare accademia. Quel che conta (anche in questo caso) è
essere aggrappati al filo dei contenuti, al filo delle nostre battaglie.
Certo, se dovessi dire la mia, per essere contrario a questa Costituzione
mi basterebbe l’articolo 51, una sorta di “superconcordato” che riconosce
le intese mondane realizzate ad ogni livello con le varie confessioni religiose;
così come mi basterebbe (ma ne ho scritto altrove) il pasticcio istituzionale
ademocratico in cui l’Unione vive. Ma -ripeto- mi importa poco il dibattito
teorico sulle opinioni di ciascuno. Quel che conta è la concretezza
di alcune battaglie: e l’iniziativa di Marco e dei radicali sul caso Buttiglione-Barroso
ha consentito, insieme, di tenere alta la bandiera della laicità degli
ordinamenti, e pure quella della dignità delle istituzioni, a partire
dal Parlamento europeo che, per un momento speriamo lungo, ha ritrovato un
po’ d’animo e d’anima. Bisognerà proseguire, tenendoci alla larga
da chi (come la Lega) vuole distruggere l’Europa, ma anche da chi usa la
retorica europeista per contrabbandare un percorso che umilia e stravolge
le speranze di Ventotene. E anche (se posso) da chi, come l’ottimo Fausto
Bertinotti (non pago di esser già divenuto -dice lui- “nonviolento”,
“gandhiano”, “radicale”, “transnazionale”…) adesso parla anche a nome di
Altiero Spinelli, e ci spiega cosa Spinelli avrebbe fatto e detto…
8. Ecco perché abbiamo assoluto bisogno di un grande Partito Radicale
Ecco perché abbiamo assoluto bisogno di un grande Partito Radicale,
il Partito (non dimentichiamolo mai) di cui il nostro movimento è
uno dei soggetti costituenti e ri-costituenti, insieme agli altri soggetti
dell’area radicale.
Io so bene (non lo nego) che tutto ciò può costituire una realtà
complessa, a volte complicata, a volte troppo complicata, e foriera (anche)
di difficoltà e incomprensioni, nel modo in cui i vari soggetti si
articolano e si interfacciano.
Radicali italiani si è, diciamo così, dato una abitudine e
attitudine svizzera alla puntualità anche giuridica, al rispetto delle
proprie regole, e pure questo è un contributo che ci permettiamo di
offrire a chi vorrà farne tesoro. Ma, con le stesse parole che usai
nella mia relazione dell’anno scorso, voglio ribadire anche quest’anno che
Radicali italiani non è (né potrebbe) essere l’unico luogo
di decisione della politica radicale, delle sue scelte di fondo: a rigor
di logica, non è neppure il luogo di decisione “dei“ radicali in Italia,
ma solo di quei radicali che si siano organizzati, appunto, in “Radicali
italiani”.
E aggiungevo un anno fa quel che aggiungo anche ora. Cosa vuol dire tutto
questo? “Scoraggiare” chi partecipa a questo Congresso? Al contrario: ne
parlo in questi termini perché spero, anche in questo modo, di contribuire
ad una discussione, e di aiutare il Congresso ad assumersi il 100% delle
sue responsabilità, prendendo le sue decisioni (offrendo all’area
radicale, anche per il 2005, l’apporto -credo di poter dire- straordinario
che abbiamo assicurato nel 2004, realizzando il nostro “programma” di Radicali
italiani), e -insieme- riproponendo alla “cosa” radicale di rilanciare un
percorso: quello -nella sua interezza- individuato a Ginevra e a Tirana.
E’ per questo che mi convincono poco cose che ho sentito qua e là,
non solo da parte di Benedetto: una sorta di “fusione” tra Radicali italiani
e Lista Pannella. Confesso: non so se ho capito, ma se ho capito non sono
d’accordo. E non sono d’accordo perché, posto che un “risultato” del
genere vada ottenuto, va ottenuto non rispetto a Radicali italiani, ma rispetto
al soggetto politico centrale dell’area, che deve essere il Partito Radicale.
Se no, va all’aria il percorso (che per me è ancora valido, nelle
sue linee essenziali) di Ginevra e di Tirana, con la centralità del
progetto politico del Partito a cui deve fare da pendant anche la centralità
del soggetto-Partito nella geografia interna dei soggetti radicali. Ed è
a partire da quella centralità che vanno anche esaminate le ipotesi
(che, com’è noto) mi sono molto care nei loro obiettivi, della “fondazione”
o del “trust” radicale o di strumenti equivalenti.
Anche per questo, mi auguro che dal dibattito del nostro Congresso (che è
Congresso di Radicali italiani e non dell’area, ricordatelo sempre: anche
se capisco il disagio di chi non trova molte altre sedi, se non quelle offerte
da Radicali italiani, per discutere di tutto questo), anche per questo -dicevo-
mi auguro che i responsabili del Partito Radicale, il Presidente e il Tesoriere,
trovino motivi di incoraggiamento e di spinta per rompere gli indugi (se
ve ne fossero, da parte di chicchessia) e per marciare spediti verso quel
che -credo- molti iscritti (anch’io fra questi, per quel che vale) attendono:
la convocazione di un Congresso del Partito Radicale in tempi non biblici,
corrispondenti alle straordinarie urgenze -ripeto: alle straordinarie urgenze-
politiche del Partito. Come condizione -insisto- per il rilancio e l’aggiornamento
del grande percorso politico e organizzativo delineato a Tirana.
Credo che Radicali italiani non chieda di meglio se non di poter collaborare
con slancio a questa prospettiva.
9. Conclusioni
Sono giunto alla fine. Vedete, lo accennavo prima: io non credo -vale nella
vita pubblica come nelle esistenze di ciascuno di noi- che le responsabilità
si suddividano. Credo invece che ciascuno debba assumersi tutto intero il
suo 100% di responsabilità, per quel che non ha fatto, per quel che
ha fatto, e per come lo ha fatto. Vale -certo- per ogni partecipante al Congresso,
a quello dell’anno scorso, come a questo. E vale ancora di più per
il gruppo dirigente. Ciascuno deve chiedersi, un anno dopo, se e come ha
fatto tesoro della fiducia dei compagni, o anche di un solo, magari isolatissimo
compagno, che gliel’abbia concessa. E’ importante -come alcuni compagni hanno
fatto e faranno- animare il dibattito precongressuale e il Congresso (siamo
qui per questo: e ci siamo felicemente autocrocifissi a uno Statuto unico
al mondo anch’esso, che ci inchioda ai Congressi, ai Comitati, a discussioni
serrate…). Ma è ancora più importante chiedersi cosa ciascuno
abbia fatto, per se stesso e per il Movimento, tra un Congresso e l’altro,
se e come abbiamo avuto cura del nostro giardino, se e come abbiamo provato
-evangelicamente- a valorizzare i talenti che ci sono stati affidati.
Ciascuna giornata -e, in fondo, la vita- di ognuno di noi è segnata
da questo bivio (che è, diciamola la parolaccia, il vero “bivio etico”):
il bivio tra il fare e il non fare, tra l’azione per ciò in cui diciamo
a noi stessi di credere e invece l’inerzia, tra il tentativo (certo: rischioso,
insicuro), e l’attesa (furba e sparagnina, o anche semplicemente rassegnata).
Usciamo da un anno molto bello, su cui in pochi -fuori di qui- avrebbero
scommesso un euro, dodici mesi fa; va a Rita, a tanti compagni in tutta Italia,
a quelli di cui più da vicino -ogni santo giorno, da molto presto
a molto tardi- ho potuto apprezzare la tenacia, il merito di averlo reso
possibile. Ed è iniziato un bel Congresso, con gli interventi che
abbiamo scelto per aprirlo.
Inizia un anno durissimo. Pensando a Luca, e ai Luca, mi domandavo in questi
giorni cosa ci riserverà la sorte: verrà prima, nel mondo,
una grande, spettacolare guarigione conquistata dalla scienza, che silenzierà
-ovunque- i Buttiglione; o invece ci sarà scagliato addosso qualche
scandalo, magari riesumando i Raeliani? A proposito, vi ricordate quando
ce li hanno catapultati a reti unificate, per impaurirci, per intimidirci?
Ora li hanno fatti di nuovo sparire, e gli servirà qualche altra maxi-balla…Ma,
lavorando per il meglio, dobbiamo essere pronti a fronteggiare anche il peggio.
In questi mesi, si è letto di tutto, perfino una specie di disputa
culturale contro il mito di Prometeo, quello che sfidò l’ordine del
creato, che relegava l’uomo a un ruolo quasi animale, e rubò il fuoco
(che è innanzitutto il fuoco del sapere) agli dei: e da Bertinotti
a molti altri, lo si è evocato come un modello negativo, un rischio
per il nostro tempo. Io credo invece che Prometeo -se posso dirlo- incarni
lo spirito dell’avventura radicale e pannelliana di questi cinquant’anni:
giocare -sempre- la carta della speranza, del miglioramento di sé
e dell’esistente, contro quella della paura. Non smettiamo di provarci. Anzi:
proviamoci ancora, subito. Grazie.