di Jay Nordlinger*
da Ideazione, marzo-aprile 2005
A volte ho la sensazione che Che Guevara sia ritratto su più oggetti
di Topolino. Parlo di magliette e simili (ma soprattutto magliette). Un artista
ha avuto l’ispirazione di combinarli: ha messo le orecchie di Topolino su
Guevara. Non deve piacere molto ai fans di quest’ultimo. Il mondo è
inondato da accessori del Che ed è un’offesa continua alla verità,
alla ragione e alla giustizia (un bel trio). I cubani-americani rimangono
sconcertati da questo fenomeno, come altre persone dotate di un po’ di decenza
e di consapevolezza. Una reazione contro la glorificazione del Che esiste,
ma è minima se paragonata al fenomeno stesso. Un cambiamento di tendenza
contro Che Guevara richiederebbe una rieducazione massiccia, cosa che il
vecchio comunista apprezzerebbe molto.
I suoi gadgets si trovano nei posti più insospettabili. Ma forse la
cosa non è poi così sorprendente. La New York Public Library
ha un negozio di articoli da regalo dove, fino all’altro giorno, vendevano
un orologio con la faccia del Che e la parola “Revolution”. La pubblicità
diceva: «La rivoluzione è uno stato permanente con questo intelligente
orologio con la classica immagine romantica di Che Guevara, intorno alla
quale gira (revolves, ndt) la parola “rivoluzione”». Veramente intelligente.
Che una delle più prestigiose biblioteche del mondo debba vendere
un articolo che decanta un brutale criminale non era niente di nuovo, ma
alcuni cubani-americani, e pochi altri, hanno reagito. Avendo saputo dell’orologio,
molti hanno scritto alla biblioteca, implorando i suoi funzionari di rientrare
in sé. Un cubano-americano, cercando di fare leva sulle vecchie sensibilità
americane, scriveva: «Vendereste orologi con le immagini del Gran Dragon
del KKK?”». Ricordò anche che la Cuba comunista, che Guevara
contribuì enormemente a fondare e modellare, è particolarmente
dura con i bibliotecari. Il movimento delle biblioteche indipendenti è
stato brutalmente represso e alcuni dei più autorevoli prigionieri
politici provengono da quel movimento.
E però non c’è praticamente alcuna solidarietà fra i
bibliotecari del mondo libero e i bibliotecari di Cuba, o aspiranti bibliotecari.
Un anno fa il sostenitore dei diritti civili Nat Hentoff “ha rinunciato”
– parole sue – al premio conferitogli dall’American Library Association,
perché l’istituto trattava freddamente i cubani, preferendo parteggiare
per l’amato tiranno “socialista”, Castro. In ogni caso, proprio prima di
Natale la New York Public Library ha ritirato l’orologio, senza rilasciare
nessuna dichiarazione.
La nebbia del tempo e la forza dell’anti-anti-comunismo hanno oscurato il
vero Che. Chi era costui? Era un rivoluzionario argentino che prestò
servizio come tagliagole principale di Castro. Era particolarmente infame
perché dirigeva le esecuzioni sommarie a La Cabãna, la fortezza
che fungeva da mattatoio. Gli piaceva amministrare il colpo di grazia, il
proiettile nella nuca. E amava far sfilare la gente sotto El Paredón,
il muro rosso di sangue contro il quale furono uccisi tanti innocenti. Inoltre,
istituì il sistema di campi di lavoro dove innumerevoli cittadini
– dissidenti, democratici, artisti, omosessuali – soffrivano e morivano.
Stiamo parlando del gulag cubano. Uno scrittore cubano-americano, Humberto
Fontova, descrisse Guevara come «una combinazione fra Beria e Himmler».
Antony Daniels, in vena di spiritosaggini, disse: «La differenza fra
[Guevara] e Pol Pot era che [il primo] non aveva studiato a Parigi».
E tuttavia, uno degli uomini più illiberali viene esaltato dai “liberal”.
Come Paul Berman recentemente ha riassunto su Slate: «Il Che era un
nemico della libertà ed è stato eretto a simbolo della libertà.
Ha contribuito ad istituire un sistema sociale ingiusto a Cuba ed è
stato eretto a simbolo della giustizia sociale. Si è schierato per
le antiche rigidità del pensiero latino-americano in versione marxista-leninista
ed è stato esaltato come un libero pensatore e un ribelle».
Quelli che conoscono, o ai quali importa, la verità su Guevara, hanno
spesso la tentazione di abbandonarsi alla disperazione. Il sito web del nostro
National Institutes of Health lo descrive in questo modo: un «fisico
e combattente per la libertà argentino». Guevara era un fisico
più o meno come Ceausescu era un chimico. Per quanto riguarda il combattente
per la libertà... ancora una volta la tentazione di abbandonarsi alla
disperazione è forte.
E tuttavia, i cubani-americani e i loro amici non cedono del tutto, come
abbiamo visto per la New York Public Library. Ecco un altro caso: non molto
tempo fa la Burlington Coat Factory, un gigantesco rivenditore di abbigliamento,
ha lanciato uno spot televisivo con un teenager che indossava una maglietta
di Guevara. Il titolo dello spot era – sentite questa! – “Valori”. Gli anti-comunisti
hanno organizzato boicottaggi, picchettaggi, hanno scritto lettere e l’azienda
ha ritirato la maglietta, ma non prima di aver definito gli attivisti “provocatori”,
“fanatici” e “estremisti”. (L’azienda deve modernizzarsi: il termine castrista
preferito per i democratici e i sostenitori dei diritti umani è gusanos,
“vermi”).
Intanto, a Los Angeles, un negozio chiamato La La Ling, vende una maglietta
con Guevara per bebè; anzi, in realtà è una tutina.
La pubblicità dice testualmente: «Consigliato dalla guida allo
shopping delle vacanze del Time Magazine, “Viva la revolution [sic]!” Ora
anche i più piccoli ribelli possono esprimersi con questa fantastica
tutina. Questa classica icona di Che Guevara è disponibile anche su
magliette a maniche lunghe in taglie da bambino... Lunga vita al ribelle
dentro di noi... non c’è un’icona più cool di quella del Che!».
Chi potrebbe obiettare? Nonostante le proteste, il negozio ha tenuto duro.
Il suo proprietario ha detto al Sun-Sentinel della Florida: «[La tutina]
è uno dei nostri articoli più venduti. In questo momento l’immagine
del Che è semplicemente trendy... Non credo che la maglietta venga
comprata per la politica attuata da Guevara. Ho un negozio per bambini e
ai miei occhi si tratta solo di una maglietta».
Gradi di colpa
Proprio qui sono racchiuse alcune delle questioni chiave. Sembra ovvio che
alcune persone sappiano cosa stanno esaltando e altre no. Essendo cresciuto
ad Ann Arbor nel Michigan, ho visto molto spesso la faccia del Che e, nella
stragrande maggioranza dei casi, quelle persone sapevano cosa stavano facendo:
apprezzavano le posizioni di Guevara. Altre sono totalmente inconsapevoli.
Altre ancora sono forse semi-inconsapevoli e vogliono esprimere semplicemente
sdegno o provocazione o palesare il proprio anticonformismo. (In realtà
ad Ann Arbor indossare il Che significava conformarsi). L’attrice Margaret
Cho si è fatta ritrarre in posa alla Guevara per il suo “Cho Revolution”
tour. Il pugile Mike Tyson si è fatto tatuare Guevara sul torso, quando
si è sentito vittima di torti. E l’estate scorsa, si poteva trovare
il Che alla fiera dello Stato del Minnesota: era ritratto con i semi. (Come,
non avete mai sentito parlare di arte dei semi?)
Una delle più nauseabonde recenti celebrazioni di Guevara ha avuto
la forma di un film, The Motorcycle Diaries, il cui produttore esecutivo
era Robert Redford (uno dei più devoti apologeti di Castro che esistono
a Hollywood, non so se mi spiego). Al Sundance Festival il film è
stato accolto da una standing ovation. Per commentare questa disgustosa agiografia
e distorsione, mi limiterò a citare Tony Daniels: «È
come se qualcuno facesse un film su Adolf Hitler descrivendolo come un vegetariano
che amava gli animali e voleva combattere la disoccupazione. Sarebbe tutto
vero, ma piuttosto poco pertinente». Sta per uscire un altro film su
Guevara, diretto da Steven Soderbergh. Possiamo immaginarne il contenuto
dal materiale pubblicitario: «Combattè per il popolo».
Ma certo. Di recente un importante cubano-americano ha pranzato con un attore
famoso e potente per discutere la possibilità di fare un film, che
raccontasse la verità su Guevara. L’attore era completamente d’accordo,
ma diceva che semplicemente non si poteva fare: Hollywood non lo avrebbe
permesso.
A parte le proteste o i boicottaggi occasionali, c’è un po’ di reazione
alla moda Guevara: in forma di magliette o contro-magliette, se preferite.
(Sì, in un certo senso l’anti-comunismo è contro-culturale).
Su una maglietta c’è l’immagine di Guevara barrata da una linea diagonale
e le parole «I comunisti non sono cool». Su un’altra c’è
Guevara in un mirino (violento, troppo nello stile del Che). Su un’altra
ancora, sotto l’immagine, c’è la scritta: «Non ho idea di chi
sia questo!». Su una quarta maglietta c’è un campo di esercitazione
con Guevara ornato di strass e la scritta «Liberache» (ache:
dolore, ndt).
Il Centre for a Free Cuba di Washington D. C. produce una maglietta molto
più seria. Davanti c’è Guevara con la scritta Cuba libre nei
capelli; dietro sono elencati i prigionieri politici cubani, comprese le
loro condanne. In Francia lo straordinario gruppo Reporter senza Frontiere
ha preso un’immagine molto nota in quel paese: un poliziotto che brandisce
un manganello e uno scudo. Ma, al posto della faccia del poliziotto, c’è
quella di Guevara con sotto la scritta: «Benvenuti a Cuba, la più
grande prigione per giornalisti del mondo». Una donna, Diane Díaz
Lopez, si è opposta: è la figlia di “Korda”, il defunto fotografo
cubano che scattò “l’immagine iconica” del Che. Pare che sia una marxista
a oltranza. Ha portato in tribunale Reporter senza Frontiere e ha vinto.
Così hanno dovuto abbandonare quella particolare tattica.
Fra tristezza e rabbia
Alcune persone conserveranno sempre un sentimento romantico per Guevara e
per la rivoluzione cubana. Per loro Guevara era un vero uomo, non una pappamolla
liberal, uno intransigente: con una volontà così pura da fare
quello che era necessario. Un anti-comunista che conosco ha chiesto a una
sua amica perché ammirava Guevara. Gli ha risposto: «Non si
è mai venduto». Frank Calzón, direttore esecutivo del
Center for a free Cuba, dice: «Sì, Guevara era “coraggioso”
e “impegnato”. Anche molti rapinatori di banche lo sono». Prima della
guerra in Iraq, ho chiesto a Bernard Kouchner, il grande filantropo e politico
francese, come mai molti dei suoi compatrioti sembravano entusiasti di Saddam
Hussein. Mi ha risposto che il loro entusiasmo per Saddam era simile al loro
attaccamento al Che: un modo per esprimere anti-americanismo (in breve),
a prescindere dai fatti su questi due uomini. Ma per i cubani-americani,
i fatti non sono una cosa trascurabile. Immaginate di essere uno di loro
e di vedere tutt’intorno a voi immagini che esaltano Guevara. Immaginate
– peggio – di essere figlio di qualcuno che Guevara ha giustiziato personalmente.
Negli Stati Uniti ci sono queste persone. O immaginate – ancora peggio –
di essere un prigioniero politico cubano e di sapere che, in paesi liberi,
un sacco di persone portano il Che sul petto.
Se si chiede ai cubani-americani cosa provano, parleranno subito di Hitler
e dei nazisti: nessuno venderebbe o sfoggerebbe gadget che esaltano quelle
bestie; che differenza c’è, proporzioni a parte? Otto Reich è
un cubano-americano che ha molto riflettuto su questa cosa. È stato
funzionario con gli ultimi tre presidenti repubblicani ed è fuggito
da Cuba; suo padre era fuggito dall’Austria nazista. Reich dice: «La
prima reazione [nel vedere un capo d’abbigliamento con il Che] è la
repulsione. Il secondo è più simile alla pietà, perché
quelle persone non hanno la più pallida idea di quello che fanno».
Ronald Radosh ha raccontato di un attivista democratico di Hong Kong. Nella
sua ingenuità, quest’uomo – Leung Kwok-hung, soprannominato “Capellone”
– va in giro con una maglietta di Guevara. Come sottolinea Radosh, Guevara
sarebbe orripilato da quest’uso della sua immagine e «favorirebbe l’immediato
arresto [di Capellone] come contro-rivoluzionario, se non una pronta fucilazione
da parte del plotone di esecuzione». E da una mia conoscente che insegna
alla scuola americana in Giappone, ho sentito raccontare: «Immaginatevi
lo shock, quando la settimana scorsa ho visto un mio alunno di quattro anni
venire a lezione con una felpa, che aveva quell’immagine del Che sovrapposta
alla bandiera americana. È un bambino simpatico e chiaramente non
sapeva di cosa si trattasse, ma semplicemente stare nella stessa stanza con
quella maglietta mi metteva a disagio. Diavolo, solo sapere che quella maglietta
esiste in una taglia che va a un bambino di quattro anni mi metteva a disagio».
È chiaro che la mia conoscente non ha mai visto la tutina.
Un’ultima storia: qualche settimana fa l’Hartford Courant ha pubblicato la
foto di una matricola del Trinity College che protestava contro l’esecuzione
di un serial killer. Aveva un cartello che diceva: «Perché uccidiamo
chi uccide per dimostrare che uccidere è sbagliato?». E indossava
un cappello alla Che Guevara! Quando si dice mandare messaggi contraddittori.
Alcuni si consolano con il fatto che Guevara, il comunista che voleva distruggere
tutto quello che era capitalista, è diventato un bene di consumo.
Ma si tratta di una magra consolazione, perché la glorificazione senza
fine di questo criminale è, sì, un’offesa alla verità,
alla ragione e alla giustizia. Pensate a chi potrebbe prendere il suo posto
sulle magliette; per esempio Oscar Elías Biscet, uno dei detenuti
di lungo corso di Castro. È un democratico, un fisico – uno vero –
ed è afro-cubano (se a qualcuno interessa). Ha dichiarato che i suoi
eroi sono Gandhi e Martin Luther King. Non solo merita di essere celebrato,
ma un po’ di pubblicità potrebbe anche servirgli. Ma niente.
Senza dubbio, parte del culto di Guevara è dovuto alla bellezza fisica
(anche se credo che Biscet sia abbastanza attraente, nonostante gli anni
di sadiche violenze subite). Più di un anti-comunista si è
lamentato del fatto che gli zigomi del Che hanno fatto battere milioni di
cuori e crollare milioni di coscienze. Tony Daniels cita un intimorito giornalista
britannico che incontrò Guevara all’ambasciata sovietica dell’Havana
nel 1963: “Era incredibilmente bello”. Povero Stalin, così tarchiato
e butterato. Avrebbe potuto diventare una star.
Guevara, però, ha un po’ di competizione da quando alcune celebrità
americane sono state viste con magliette del Subcomandante Marcos. Chi è
il Subcomandante Marcos? Grosso modo il Che messicano, anche se sembra poco
probabile che riesca a superare Guevara, la cui perpetua esaltazione è
uno dei fenomeni più dolorosi e irritanti dell’era moderna.
14 marzo 2005
traduzione dall’inglese di Barbara Mennitti