I COMMENTI DI
BERTOLDO
Il Velino riferisce le idee di Piero Craveri e di Vittorio Mathieu sulla
crisi della politica italiana. Il terzo che volesse interferire fra questi
pesi massimi rischierebbe parecchio ma Bertoldo può avere il coraggio
che mancherebbe a Balanzone e affermare che quanto da sostenuto da
Piero Craveri e da Vittorio Mathieu, pur essendo del tutto esatto, non spiega
l’origine del fenomeno.
Riassumiamo le interviste. Dopo che Ernesto Galli della Loggia aveva parlato
sul “Corriere” dell’incapacità di una vera e grande politica, in
Italia, e della cronica assenza d’una destra liberale, capace di diffondere
parole d’ordine quali meritocrazia, competizione, efficienza, rischio, Craveri
identifica in Italia “il virus della vecchia socialità”, e molte
“pregiudiziali stataliste”. Per lui, “Paradossalmente, la destra sociale
non differisce troppo dalla sinistra”. Inoltre, mentre altrove le estreme
sono isolate, da noi sono decisive e condizionanti, e An rimane “una struttura
assimilabile più alla sinistra che alla destra”.
Mathieu nota che in Italia nessuno potrebbe avere il coraggio della Thatcher,
che affrontò (e vinse) uno sciopero a tempo indeterminato di migliaia
di minatori. La nostra società non lo permetterebbe. Anche per lui
manca “una destra liberale e liberista”. E anche per lui in Italia le estreme
condizionano la politica. Anzi, “l’unico che abbia le idee chiare è
Fausto Bertinotti”.
La diagnosi del fenomeno è concorde
ma non si parla della sua l’origine.
L’Italia è uno Stato unitario formatosi più tardi di altri
e dopo di altri approdato alla rivoluzione industriale. Per conseguenza qui
i cittadini hanno un minore senso dello Stato e una minore coscienza economica:
da questo nasce il rifiuto della meritocrazia, della competizione, dell’efficienza,
del rischio. La cultura italiana è essenzialmente cristiana ed umanistica.
Sulle dure leggi economiche hanno sempre fatto aggio i valori spirituali e
perfino il pauperismo cattolico. Il nostro è un paese in cui l’aggettivo
“ragionieristico” è un insulto, quasi come affermare che sei per sei
fa trentasei. Ciò spiega il successo dell’utopia comunista. Qui essa
ha trovato l’humus più fertile e qui s’è avuto il più
grande partito comunista al di fuori del paesi del socialismo reale. Benché
Pio XII tuonasse contro questa dottrina atea e la scomunicasse, gli italiani
hanno sempre ritenuto compatibili cristianesimo e comunismo perché
troppi erano i messaggi comuni alle due teorie.
Secondo la mentalità cristiana - il cui anelito utopico tiene conto
del Vangelo e non di Adam Smith - non importa perché una persona è
povera e bisognosa, perfino se è povera e bisognosa per colpa sua:
è solo doveroso aiutarla. Lo stesso per la mentalità comunista.
Non importa quale rendimento un lavoratore abbia per il suo datore di lavoro,
essi chiedono solo, virtuosamente: “Ma con una simile paga, un uomo può
mantenere la sua famiglia?” No? Ed allora va aumentata. Qualcuno ne ha fatto
una teoria ed ha affermato che il “salario è una variabile indipendente”.
L’Italia - paese cristiano, comunista e di buon cuore - s’è sempre
sovranamente disinteressata delle leggi economiche. Conseguentemente i politici
hanno fatto a gara nel promettere benefici mirabolanti a tutti: ed ecco l’immane
debito pubblico. Inoltre, profittando d’una congiuntura favorevole durata
decenni, gli italiani hanno effettivamente visto migliorare le loro condizioni
di vita e ciò li ha confermati nella bontà delle loro idee.
Si era aumentata la paga del padre di famiglia in un momento in cui l’impresa
sosteneva di non poterselo permettere? Tuttavia l’impresa non è affondata
e il padre di famiglia è vissuto meglio. Dunque aveva fatto bene ad
insistere per l’aumento.
Oggi però le cose vanno diversamente
e dunque, anche per parare la crescente concorrenza internazionale, a parere
di tutti (Galli della Loggia, Craveri, Mathieu e Bertoldo, per non parlare
delle teste pensanti di tutti i partiti), sarebbero necessarie delle riforme
strutturali. Ma nessuno può farle. Perché l’Italia è
comunista per la parte in cui non è cristiana ed è cristiana
per la parte in cui non è comunista. La mentalità liberale,
cioè la mentalità conscia delle leggi dell’economia, qui non
ha peso. Anche a convincere i capi, non convincerebbe i milioni di votanti.
Ecco perché, anche se riconosce che certe riforme sono necessarie
(per esempio, quella del sistema previdenziale), la sinistra non può
farle: perché perderebbe le elezioni. E lo stesso vale per il centro-destra.
Se riforme si fanno (Dini), si fanno con l’ago indolore e con scadenze di
decenni. Cioè non si fanno.
Il centro non osa formulare proposte che sarebbero subito bollate come
liberismo selvaggio, attacco ai diritti e alle conquiste dei lavoratori,
e il resto. An per parte sua ha radici socialiste. A sinistra, i Ds sono
spaccati e spesso personaggi della Margherita stanno alla loro sinistra.
In totale, le estreme hanno un peso elettorale determinante perché
corrispondono ai sentimenti viscerali degli italiani. Ecco perché
Mathieu dice che “Bertinotti è l’unico ad avere le idee chiare”. In
realtà, è l’unico che abbia il coraggio di dirle ad alta voce.
A lui che importa, che siano assurde? Da un lato non conta d’andare al governo,
dall’altro sa che quelle idee hanno un immenso seguito. Anche in chi non
vota Rifondazione Comunista.
L’Italia è un paese buonista e sentimentale nel quale le necessità
economiche sono incomprese - ragionieristiche, appunto - e si tira a campare
sperando che il torrente non divenga rapida, la rapida cascata e la cascata
disastro.
Giannipardo@libero.it, luglio 2004