Appunti di viaggio in Emilia
di Carduccio Parizzi
Emilia-Romagna, terra di miracoli laici dove la cucina
è ricca, saporita, generosa, golosa, cordiale e divisa in due entità
molto diverse: l'Emilia fiancheggia il Po tra fertili pianure e colline
che sembrano aprirsi per accarezzare il lungo fiume... la Romagna, invece,
è il mare. Il mare Adriatico, luminose paludi silenziose e irriverenti
divertimentifici...
Entrambe terre di sedizioni fulminee, di impuniti adulterii, di rossi
e di neri, di preti e mangiapreti, eccola, l'Emilia-Romagna.
Pur avendo mediato attraverso storia e geografia le rispettive cucine,
entrambe sono unite dalla sfoglia, quella fatta in casa, a mano e tirata
con il matterello. Tagliatelle, lasagne, tortelli gonfi di zucca o di
erbette, cappelletti, anolini, garganelli... e mentre il versante emiliano
ci regala, insieme all'inarrivabile "parmigiano-reggiano", aromatici aceti
nati dal mosto d'uva cotto e tradizionalmente invecchiati, fantastici
salumi ed insaccati come il culatello di Zibello, il salame di Felino
(altrimenti chiamato salame "Gentile"), il prosciutto di Langhirano,
la spalla di San Secondo, la coppa e la pancetta Piacentina, il cotechino,
lo zampone, il cappello del prete, la mariola... nel litorale romagnolo,
non dimenticando la "piadina" e il "formaggio di fossa", ci aspettano
scorfani, cefali, calamari, anguille e tutta la grande varietà di pesci
dell'Adriatico per la frittura mista.
Eppoi i vini...
Di certo dalle nostre parti non circolano volentieri anemici brodini
e leggere pastine per stomachi delicati e, se tutti quei grassi profumati
e trionfanti che sorridono sulle nostre tavole non disturbano più di
tanto la pressione arteriosa o il tasso di colesterolo, il segreto, di
sicuro, sta nel fondo del bicchiere.
La grande produzione di vini, bianchi o rossi, allegramente spumosi,
di non eccessiva gradazione alcolica, sembra fatta apposta per conciliare,
o almeno arginare, i possibili misfatti di grassi e calorie...
Insomma, anche questa è una tradizione delle nostre parti ...o, forse,
la sappiamo raccontare... o, forse, sarà soltanto una diceria messa in
giro dagli osti... sta comunque di fatto che, a tavola, è difficile sottrarsi
al fascino e alle generose tentazioni dell'ammandorlato Gutturnio che
sposa in terra piacentina l'asciutta Barbera con l'amabile Bonarda...
e poi l'Ortrugo, solo nel nome ti scoppietta in bocca... e ancora le Malvasie,
il Pignoletto, l'Albana e il Sangiovese profumato di viole.... e allora,
questo viaggio non solo enogastronomico sulla via Emilia, cominciamolo
da una terra di mezzo qual è Bologna...
Narrano le cronache che nel 1650 a Bologna vi fossero
55 parrocchie, novemila tra monasteri, palazzi e case, 72 mila abitanti
e 12 mila porci...
Capito bene: 1 porco ogni 6 abitanti!
Al Museo archeologico nazionale si può ammirare un mortarium
, si insomma, un mortaio di età augustea che serviva già allora per amalgamare
le carni e
confezionare il salume cui prende nome: la Mortadella... la tradizione
(o tempora! o mores!) passò poi nelle mani e... nei mortai dei
monaci di SanPetronio che ne hanno fatto uno dei simboli della città...
Non per niente Bologna, proprio nei secoli passati sotto il Soglio di Pietro,
viene chiamata "la grassa" ... tortellini in brodo, lasagne e tagliatelle
nei "primi" ... bolliti, il maiale in tutte le salse, galantine, libidinosi
arrosti e fritti di verdure nei "secondi" ... la fanno da padrone...
Il mio consiglio enogastronomico è, da subito, una visita al ristorante
"Da Bertino", in via delle Lame al 55. ... trovato posto, salterei decisamente
il solito piatto di salumi d'antipasto (l'antipasto a Bologna, per uno abituato
agli insaccati di Parma, è sofferenza...) per inoltrarmi nelle tipiche
tagliatelle bolognesi al ragù di carne (in alternativa lasagne o garganelli...tutta
pasta tirata a mano...), proseguirei (attenzione: le porzioni sono abbondanti)
con il divino e fumante carrello dei bolliti o degli arrosti... finendo
con uno dei dolci della casa... (per il vino, la "carta" non è eccezionale
... consiglio comunque di restare sui rossi locali.
... Volendo, si può fare una visita alla Trattoria
Serghei, sotto i portici di via Piella al 12... in zona universitaria (in
via Piella scorrevano i vecchi navigli... da una finestrella, che si apre
a sorpresa e che basta cercare per trovare, si può ancor oggi osservare
quello che ne rimane...), il locale è piccolo e a gestione familiare...
qui bisogna lasciarsi guidare dai consigli del ristoratore ... varie
paste fresche, ripiene e non, in brodo o asciutte, e secondi di carne
o verdura ... di solito non deludono...
"Silverio" in via Mirasole al 10 (siamo nel centro storico) gestito
da Silverio Cineri... uno dei più sorprendenti chef del panorama gastronomiconon
solo bolognese, uno chef-poeta che offre dei menù, colorati e saporiti,
legati ai prodotti di stagione... anche il pesce non manca mai e i dolci
- squisiti- sono quasi sempre "al cucchiaio". La "carta" dei vini non è
da meno... soprattutto per introvabili vini locali di nicchia...
Per finire (si, è un classico del classico, la tradizione della tradizione
....ma...non se ne può fare a meno) il mitico "Diana" di via Indipendenza
al24... nel locale vige una particolare atmosfera che ricorda gli anni '30...
e, dimenticando il trionfo di funghi, in questa stagione in vetrina...,dalla
cucina consiglierei, a scelta, spuma di mortadella, galantina di pollo,
lasagne verdi, tortellini in brodo, fritto misto all'italiana...
Eppoi, digerendo, per ristorare pure la mente... ecco
Bologna con le sue magie: il palcoscenico
è sempre quello di Piazza Maggiore. Da un lato il palazzo, dorata prigione
di Re Enzo, figlio sfortunato dell'Imperatore Federico II, stupor mundi.
Di fronte, la fontana del Nettuno. Dal lato opposto ecco Palazzo d'Accursio,
oggi sede del Comune, sul cui ingresso troneggia la statua di Gregorio XIII
(i simboli chiesastici, a Bologna, sono ovunque) e, quasi a far da angolo,
la basilica di San Petronio dove, basta saperlo leggere, il gotico esoterico
corona lo scenario.
A chiudere la piazza, i portici di via Clavature, con i negozi belli e
le stradine, strette e ricche, che s'innervano nel corpo di una Bologna
umida e medievale.
Basterebbe quest'angolo di mondo per un mese di storie, storie da vivere
e raccontare.
Invece - da subito, lì dietro quell'angolo di mondo - eccola la basilica
di Santo Stefano, con le sue "sette chiese" una dentro l'altra, costruita
probabilmente sopra un ninfeo isiaco (le sirene bicaudate, che s'intrecciano
tra loro nel capitello del Martirium, sono una delle rappresentazioni
della dea Iside) dove l'insieme dei simboli presenti richiamano la Gerusalemme
Celeste e offrono uno spunto per l'Inferno dantesco all'interno del chiostro
dove le pietre sembrano sempiterni custodi di antiche sacralità nel percorso
che riproduce il cammino evolutivo dell'uomo attraverso le sue sette chiese.
Eppoi (ma come si fa, rebus sic stantibus , a fermarsi?) finisco
nell'antico Ghetto, all'ombra della Torre degli Asinelli.
Poco prima, ecco piazza Ravegnana dove, all'incrocio con
via de' Giudei, vi era uno dei tre cancelli che chiudevano il Ghetto, e lì,
tra via del Carro e via Canonica, ecco via dell'Inferno (sempre cari ragazzi...
questi papisti...), probabilmente la via principale del Ghetto che, all'incrocio
con via Oberdam, confinava con il quartiere delle prostitute.
In via Goito, lì vicino nascosto nel tessuto urbano della Bologna tardo-medievale,
ecco Palazzo Bocchi con le sue iscrizioni in ebraico e latino, iscrizioni
che, si racconta, interpellassero l'esoterismo intercettando le correnti
misteriche dell'antico Egitto (ah! di nuovo la dea Iside e i suoi culti misterici...)
con il pensiero a quell'Ermete Trismegisto e il suo linguaggio esoterico.
E siamo alla Cabala e a quel Merchion Cerrono che, nel
millecinquecento e dispari, fu "Lettore di Logica" presso l'Università
di Bologna, ma soprattutto gran mescolatore di carte che non dovevano
essere mescolate e i cui studi avrebbero contribuito ai tanti traguardi
scientifici del XVII secolo.
Aremotis, qui si rischia la "sindrome
di Stendhal"! Come faccio ad abbandonare Bologna dimenticando l'onnipresente,
imprescindibile Santuario della Beata Vergine di San Luca, la sul colle
che domina la città.
E' fatica!
E' fatica arrancare su quella specie cordone ombelicale che è il portico
di San Luca. E' fatica arrivare dalla città fino alla sommità del colle
su cui sorge il santuario. E' fatica doppia se ci vai dopo pranzo, quando
preferiresti lasciar tranquilli al loro mestiere i succhi gastrici, magari
appisolato tra le fusa del gatto e una carezza amica. Meglio, dunque, mettersi
in "viaggio" (scarpe comode, bottiglietta di minerale, cervello collegato)
a metà mattina. Caffè, veloce lettura del "Carlino", lì nel barino all'inizio
dei portici, e via.
E di nuovo Iside.
Eccolo il mistero, nascosto dentro la Guardiana del Tempio. Ecco il mistero
di Iside che generò la Vita e il Verbo. Ecco il mistero dell' Iside nera,
nera come la Vergine sul Colle della Guardia. Eccolo il mistero dipanarsi
lungo le 666 arcate del portico di San Luca che conduce fino a Lei e ci
fa prostrare, esausti, di fronte alla sua immagine, spingendoci nel labirinto
della nostra consapevole, tutta terrena, infedeltà al dogma e al libro
che lo proclama.
Eppoi, bisognerebbe almeno ricordare, salendo, la faccenda sul chi dipinse
l'icona della Madonna Nera di San Luca e sul come la stessa raggiunse quel
colle. E' un poco storia e un poco leggenda. Comunque affascinante. C'è
di mezzo la luna e tutto coincide con la figura di Iside-Vergine/terranera-alchimia.
Ed è storia soprattutto di donne, prima Angiola, che (siamo nel XII secolo),
per sfuggire come tante al destino familiare di inconsapevole promessa
sposa, si ritira in preghiera tra i boschi del Colle della Guardia, raggiunta
poi da un'altra fanciulla, Angelica, e poi da altre e altre ancora.
Per accoglierle venne costruito un eremitaggio e la chiesa fu dedicata
a San Luca, fu allora, complice una serie infinita di eventi miracolosi
e leggendari, che la storia del santuario si fuse con quella della Madonna
Nera di San Luca.
Cavolaccio, camminando e raccontando, è quasi mezzodì... lo stomaco
brontola e, nel prepararci alla discesa, una sosta al, gastronomicamente
terribile, ristorante-panineria appena sotto il Santuario è, oggi, l'unico
peccato consentito... omnia munda mundis ... a scanso di cattivi
incontri, meglio fermarsi all'insalata...
...lasciando le Due Torri,
piazza Maggiore e San Petronio... inseguendo lo spirito e la carne... infinite
sono le possibilità...
Subito, a un tiro di schioppo, ecco la pianura bolognese
con San Giovanni in Persiceto... sosta all'Osteria del Mirasole in via
Matteotti al 17, dove, a seconda dell'orario, si può bere un buon caffè,
magari gustando i localissimi e deliziosi Africanetti o le Ciabattine di
S.Antonio... oppure impegnarsi con le "tagliatelle con rigaglie", la "torta
di ciccioli a velo", i "fegatelli all'alloro" e le storie di Bertoldo
e Bertoldino, sgorgate della penna cinquecentesca del persicetano Giulio
Cesare Croce ... poco più avanti Pieve di Cento, la città del Guercino, dove
sarebbe da non perdere il "luccio in lattuga" dell'eccellente ristorante
"Buriani dal 1967"... e via verso Bentivoglio, dove si può visitare (località
San Marino) l'originale Museo della civiltà contadina... e San Pietro in
Casale, dove varrebbe fermarsi al ristorante "Dolce e Salato" in piazza Calori
al 16, considerato un tempio della pasta emiliana in tutte le forme e
in tutti i ripieni...e poi ancora una sosta ad Altedo capitale dell'asparago
verde...e, ritornando verso la via Emilia, a Budrio terra della tradizionale
cultura della patata
cucinata in tutte le maniere possibili... e dell'ocarina, l'umile
strumento musicale che qui trova patria, dignità e addirittura un museo...per
fermarsi, passati i campi di cipolla dorata che qui hanno la nobiltà dell'IGP,
a Castel Guelfo di Bologna dove si può pernottare, in attesa di ripartire
per la vicina Imola, alla <<Locanda Solarola>> ...l'accoglienza
è di prim'ordine, camere confortevoli e una cucina emiliana di ricerca
particolarmente innovativa...
E, in attesa d'arrivarci, parliamo di Imola e della Basilica del
Piratello... Perché "Piratello"?
La storia è intrigante... c'è di mezzo Caterina Sforza... ma, prima
della storia, c'è un racconto tramandatoci dalla voce del popolino....
insomma, relata refero: in un gelido giorno di marzo della fine
del 400, un uomo pio, pieno di fede, se ne andava pellegrino da Cremona a
Loreto, per rendere omaggio alla Madonna... A quei tempi girovagare a piedi
con la scusa della Madonna... era uno dei tanti modi per evadere da un quotidiano
fatto di abitudinarie fatiche e piatti vuoti... e prenotarsi il paradiso...
Il nostro uomo, che doveva essere vispo di cervello e di nome faceva Stefano
Mangelli, a tre chilometri da Imola, accusò segni di stanchezza ... non avendo
affari da sbrigare se non con l'eternità della Madonna ...gli parve opportuno
fermarsi all'inizio di una straduccia, sfociante sulla via Emilia, che s'infilava
nel verde verso la collina....
Combinazione delle combinazioni... il nostro uomo notò un pilastro
fiancheggiato da un pero, un piccolo pero, che nel dialetto del luogo
si dice "piradsl" (da cui deriva, ecco risolto il mistero, Piratello)...
Nel pilastro, come in tutti i pilastri che si rispettino, c'era una nicchia
che custodiva l'immagine della Madonna con il bambino in braccio... Mangelli
si inginocchiò e cominciò a pregare quando... si sentì chiamare per nome:
<<Mangelliiii, Stefano Mangelliiii...>>
In giro non c'era un anima viva... e sai lo spavento...<<Ohhhh
la madonna! Ma chi è?>> gridò il poveretto... guardandosi meglio
intorno, vide, intuizione delle intuizioni, proprio l'immagine della Madonna
che, chissà poi perché, sorridendo, gli diceva di andare a Imola e di
avvisare le autorità e il popolo che desiderava essere venerata in quel
luogo.
Post scriptum: meglio se protetta da un riparo...
A prova, nel caso qualcuno non gli avesse creduto, la Madonna gli
diede un mazzo di rose - e non era stagione - profumate e fresche... Stefano
si levò in piedi e, come quell'altro delle Termopili, corse, zampettando
zampettando, verso Imola...
Lì arrivato con il fiatone e un poco stranito... rovesciò sul tavolo
del governatore le rose avute dalla Madonna e raccontò l'accaduto...
carpe diem andò pure dal vescovo e ripeté il racconto...
A Imola, che non c'avevano ancora l'Autodromo e il manicomio non
l'avevano ancora costruito, a quei tempi non succedeva nulla.
La straordinaria notizia fece il giro della città...
Si formò il solito girotondo di gente credulona e un poco esaltata,
che, insieme ai religiosi, ai magistrati e allo sbalordito pellegrino
cremonese, raggiunse il Piratello...
Eravamo nel marzo 1483.
Pochi anni dopo, nel 1489 Caterina Sforza, passando per Imola,
raggiunse il Piratello per ringraziare la Madonna di uno scampato pericolo
(le avevano ammazzato il marito, però!). Insieme agli anziani di Imola e,
si racconta, a qualche intraprendente mastro muratore, indirizzò una
supplica a Innocenzo VIII affinché concedesse la facoltà di edificare una
chiesa e un convento... dove i frati potessero custodire la sacra immagine
e celebrare i riti...
La bolla fu emessa poco dopo... Oggi, nonostante le premesse, la
Basilica del Piratello è monumento artistico di notevole valore... senza
dubbio da visitare.
Vi si trovano tele della scuola del Guercino e fa pure bella mostra
di se l'immagine della Madonna, detta del Piratello...
... da Castel Guelfo a Imola ci s'arriva d'un soffio passando proprio
alla Madonna del Piratello (...) e poi la via Emilia...e qui, nel ricordare
il Marco Emilio Lepido, si potrebbero proporre paralleli tra strada e caratteri
emiliani ...
A ben vedere, infatti e di norma, gli emiliani le
cose che son da fare le fanno presto e bene e possibilmente dritte...insomma,
come il Marco Lepido con la sua strada... senza dimenticare, prima di lui,
gli Etruschi e tutti gli altri che, bricconcelli, han lasciato nei grembi
i loro semi, dai Celti ai Franchi, ai Bizantini ...
Basta divagare... Imola (e soprattutto il San Domenico...) c'aspetta...
Ma che dico? Questa è terra "del divagare"... ancor oggi, se di questa
stagione ti fermi tra le case basse della periferia per chiedere indicazioni
della Rocca piuttosto che di Palazzo Tassoni, il signore che, intabarrato,
ferma la bicicletta e senza scendere - mani sul manubrio... una gamba tesa,
piede a toccar terra... l'altra piegata ad angolo retto e piede, in alto,
sul pedale - prima di risponderti s'infervora nell'informarti sul perché
e il percome è sbagliata l'attribuzione della nascita di Forum Cornelii
(l'antico nome di Imola) a Silla... quel Cornelio Silla ... mentre il forum
sarebbe stato fondato più addietro...negli anni stessi della centuriazione
dell'agro ...E arriviamo al San Domenico in via Sacchi all'1... innumerevoli
sono le espressioni o gli aggettivi che potrei utilizzare per descrivere
il SanDomenico (aproposito, gestito dalla stessa famiglia, anche a New York
dovrebbe esserci il San Domenico...) ... ma le parole non basterebbero...bisogna
provare per credere. Siamo in uno dei più eleganti e raffinati locali
che mi è capitato di vederee ...gustare... davvero un mangiare unico consumato
in un ambiente estremamente ricercato... le tovaglie sono di lino... i
sottopiatti e le posate d'argento... e il pane viene sfornato fresco due
volte al dì... il servizio in sala è garbatamente efficiente... nel menù,
che cambia ogni giorno, segnalo la scaloppa al fegato d'oca con mele all'aceto
balsamico... i garganelli con erba cipollina e caviale beluga... l'uovo
in raviolo con tartufi bianchi... il trancio di branzino con crema di alici...il
piccione con polenta alla verza in salsa di pepe nero e uva passa... il
carré d'agnello arrostito al rosmarino e la terrina di fegato ai tartufi...
eppoi ecco la deliziosa e piccola pasticceria che accompagna i dolci ...
la bavarese al caffè con crema moka... la cassata alla frutta secca di bosco
con salsa di lamponi e... la pera Williams in salsa profiterole...
E poi i vini...
se riuscirete ad infrangere le leggere resistenze del proprietario,
fatevi accompagnare in cantina... vi troverete in una vera e propria
fortezza sotterranea che comprende il fior fiore dell'enologia italiana
e straniera... una riserva di distillati incredibile e una collezione di
magnum francesi da far girar la testa...
Bello sarebbe domani proseguire, passando per Faenza...
Forlì... Ravenna... Rimini..., verso la Romagna e il mare, ma... bisogna
pur scegliere ed io, prima di tornare nell'Emilia più grassa, scelgo gli
Estensi, Giorgio Bassani e, quindi, Ferrara...
.... da Imola, per andare a Ferrara, conviene ritornare
a Bologna e prendere la A13 (Uscita Ferrara Sud) ... oppure la via normale
verso Cento (un bel borgo, con via porticate, dignitose architetture del
600 e nella Pinacoteca i quadri del Guercino...), Sant'Agostino (zona di
funghi e tartufi... doverosa una sosta alla <<Trattoria La Rosa>>,
in via del Bosco 2, per i tortelloni di zucca e la faraona al cartoccio...)
Vigarano Mainarda e, finalmente, Ferrara...
Certamente bisognerebbe munirsi, nell'arrivare in città, dei Taccuini
dove D'Annunzio riassunse i ricordi e le sensazioni vissute nel viaggio
che lo vide protagonista nel novembre 1898... e con lui rivisitare la storia
della città... e quella di una delle più illustri e antiche signorie della
penisola ...per poi perdersi dilatando con lo sguardo dal palazzo Schifanoia
al palazzo dei Diamanti, dalla casa dell'Ariosto alla piccola chiesa
di Santa Maria della Consolazione... soffermandosi in particolare sull'
"arco de la porta minore (destra) " della Cattedrale... dove si può incontrare
"la testa di Madonna Ferrara"....e, poco distante, al Castello, la memoria
di quel Niccolò III del quale, grazie agli umori contenuti nei tortelli
di zucca e nella salama da sugo, ancor di lui si dice: "di qua e di
là dal Po, tutti figli di Niccolò"...
Eppoi...sempre seguendo il divino poeta, ci si può immergere in
un itinerario tutto al femminile... ecco la casa di Marfisa, la celebre
nobildonna estense che, secondo la leggenda, "faceva innamorare e morire",
precipitando gli amanti in pozzi irti di rasoi... ecco la tomba della
"signora di Ferrara" Lucrezia Borgia... ed ecco affacciarsi il tragico
fantasma della Parisina, protagonista della vicenda di amore e morte che
appassionò poeti e scrittori ....
.... E allora, all'ombra del Castello, bisognerebbe
leggere, ad alta voce, l'ode "Alla città di Ferrara", di Carducci, dove,
ancora, viene rievocata storia e preistoria... non mancando cenni di color
locale nei riferimenti ai personaggi più rappresentativi, da "Leonora,
matura vergine senz'amore" a, di nuovo, "Parisina ardente del sangue
natal di Francesca, / che del vago Tristano legge gli amori e l'armi"....
a far da controcanto alla "O deserta bellezza di Ferrara, / ti loderò
come si loda il volto / di colei che sul nostro cuor s'inclina / per aver
pace di sue felicità lontane" di dannunziana memoria...
E come dimenticare, entrando, lì nell'angolo della piazza dove
una volta si serravano le porte, nel "Ghetto", come non ripercorrere
con la memoria gli otto secoli di presenza ebraica in città?
Qui, tra le mura umide e scalcinate, par di rivederli quelli dal
berretto rosso e le basette arrotolate... prima un minuscolo insediamento
presso l'attuale corso Giudecca... poi, dal Quattrocento, nel cuore della
città medioevale, nel triangolo tra via Sabbioni (oggi via Mazzini),
via San Romano, via Gattamarcia (oggi via Vittoria).
E' storia comune di queste incredibili signorie padane... grazie
alla loro benevolenza ... e soprattutto grazie allo spasmodico bisogno
di denaro per i loro vizi o le loro guerre ...
anche nella Ferrara degli Estensi, confluirono nei secoli, con
una certa libertà, le correnti migratorie ebraiche ... che influirono
notevolmente non solo nell'espansione dei mestieri "liberali" e nella
cultura ma anche nella ... gastronomia... Poi, come da nota e infame
tradizione cattolica romana e papista ..., anche per gli ebrei ferraresi
arrivò (1624) la costrizione del "Ghetto" ... cinque portoni, chiusi
al tramonto e riaperti all'alba, bloccavano il quartiere all'inizio e
alla fine dell'odierna via Mazzini e delle adiacenti via Vignatagliata
e via Vittoria... fino al 1859, quando furono abbattuti dal nuovo regno
dell'Italia unita. Oggi... strade, stradine, cortili, percorsi tortuosi,
interni e passaggi segreti, tra le case cresciute... in altezza per una
popolazione stipata in minuscoli ambienti, con i balconi come unico sbocco
verde, conservano ancora intatta la struttura architettonica e l'atmosfera
dell'intensa vita del ghetto, il cui fulcro è l'edificio complesso e interconnesso
delle tre sinagoghe di via Mazzini... Una curiosità: se passate davanti
alla cattedrale osservate la colonna che sostiene la statua del duca Borso
d'Este... quella colonna è costruita con le pietre tombali dei due cimiteri
ebraici abbattute nel 1716...
.... la Ferrara in cucina inizia dal... pane...
dal tipico "ferrarese" dove la forma del pane, coppietta o, com'è chiamata
dal locali, "ciupeta", è data dall'unione di due panetti con un
corpo centrale da cui si distinguono due capi o "curnit" elegantemente
ritorniti per finire a punta... prosegue con i "cappellacci di zucca alla
ferrarese" ... a differenza di quelli mantovani, che nel ripieno contengono
anche amaretti sbriciolati, quelli "ferraresi" trovano la loro perfezione
nella pasta sfoglia che va "tirata" sottile, a mano, dalla "sfoglina"...
così viene chiamata la donna che tira la sfoglia a mano; oggi la "sfoglina"
- può ancora trovare nei ristoranti più tipici...- si consolida con la
salama da sugo... un insaccato tipico, reperibile solamente a Ferrara e
provincia, al quale si attribuiscono immensi poteri afrodisiaci ... ogni
salama va riempita con fegato, lingua, collo, gola del maiale... il tutto
ben tritato, macerato nel vino del Bosco, insaporito con cannella, pepe e
chiodi di garofano... la "salama" va stagionata al buio e in luogo fresco
per almeno un anno... va poi cotta a vapore e servita bollente con purea
di patate d'inverno e fredda con melone d'estate; il sapore è ottimo e del
tutto particolare... si può consumare a fettine oppure scavandone l'interno
con un cucchiaio...
Comunque a Ferrara, come del resto in tutta l'Emilia, la cucina
invernale significa soprattutto maiale, che si mangia tutto... dalla testa
alle zampette: coppa di testa, pancetta, mortadella, zamponi, salami ...
selvaggina: fagiani, pernici, folaghe, anitre, lepri e quaglie costituiscono,
in questa stagione, un cibo prelibato... sedendosi a tavola, da ricordare
che la marcata presenza ebraica, ha fatto sì che alcuni piatti siano entrati
ormai stabilmente nelle abitudini gastronomiche dei ferraresi; il "prosciutto
d'oca", il classico "burrico", un grosso raviolo ripieno di carni di pollo
e vitello, "i ciccioli d'oca", la "minestra di farro"... così come i dolci
di marzapane o di pasta al forno o fritti: i "ricciolini di Kippur" (giorno
del perdono), gli "zuccherini di Pesach" (Pasqua)... .... per finire nel
"panpepato" ... un dolce tipicamente di Ferrara ... che si dice sia nato
in uno dei tanti conventi della zona... tant'è che la forma a calotta ricoperta
di cioccolato, tende a rassomigliare allo zucchetto, il copricapo degli
ecclesiastici... comunque è il dolce di Natale... ripieno di cacao, farina,
miele e mandorle, cedro e spezie nel più grande rispetto dell'antica ricetta
tradizionale.
Prima mettere le gambe sotto la tavola del ristorante, ricordo
che i ferraresi amano il loro "vino del Bosco Eliceo", leggermente frizzante
e corposo la cui produzione viene consumata quasi totalmente localmente...con
il mosto d'uva bollito e ristretto in tempo di vendemmia, che da altre
parti viene nobilitato trasformandolo via invecchiamento in "aceto balsamico",
si ottengono i "sugol" dal sapore dolce e aspro, ottimo ristoratore dopo
le fatiche del lavoro in campagna. A dire il vero il turismo di massa
ha un poco livellato la qualità dei ristoranti ferraresi... comunque resistono
il "Centrale" in via Boccaleone all'8 ... "Al Brindisi" in via Adelardi
all'11 (qui la salama da sugo è ancora la salama da sugo...) e il Ristorante
Duchessa Isabella che propone, insieme ai tipici piatti locali alcune, ricette
rinascimentali...
.... da Ferrara via verso Finale Emilia (volendo ci si può fermare per
assaggiare l'Anicone... liquorino spiritoso) Mirandola (dice niente
il Pico della...
Mirandola?) Carpi (la piazza è uno spettacolo rinascimentale) e li
poco più avanti, sulla statale 413, a Soliera sosta obbligata alla
trattoria <<Lancellotti>>
in via Grandi al 10 per gustare una delle migliori cucine d'Italia
in quanto a erbe e verdure... prodotte nell¹orto biologico (da visitare) della trattoria... e poi
a Nonantola... terra di mangiatori di lumache ...eppoi i maccheroni
al pettine o il coniglio all¹aceto Balsamico dell'Osteria di Rubiara in località,
appunto, Rubiara di Nonantola in via Risaia 2. Quest'Osteria meriterebbe
una vista solo per conoscerne l'originale, e un poco matto, proprietario che impedisce
l'uso dei telefonini in sala (se li vede, o li sente, li sequestra!)
e ti da da mangiare quel che vuol lui, e solo se gli sei simpatico...
Bene.
Siamo arrivati a Modena.
Per
me, Modena è il suo duomo... il suo lambrusco e... il suo maiale,
tutto il suo maiale... dalla coda alle orecchie...
Ma
prima del duomo, del lambrusco e del maiale vorrei parlare un poco
di dettagli... ad esempio dello spigolo del palazzo in angolo tra Piazza
Grande e Via Castellaro ... lì a mezz'aria, basta alzare di un
poco lo sguardo, edecco la Bonissima .... una statua di marmo, molto cara ai
modenesi, che rappresenta una donna vestita con una lunga gonna su
cui scende una tunica più corta... i capelli sono raccolti
in una treccia che ricade sulle spalle... la mano destra regge forse
una borsa o un cappuccio... mentre il braccio sinistro, flesso, sostiene
un oggetto rotondeggiante in cui alcuni vedono una mela, altri una
melagrana (frutto simbolico con cui si soleva rappresentare Matilde di Canossa)...
Le cronache riportano che la statua venne posta in Piazza Grande, nel
1268
sopra un enorme pietrone sorretto da quattro colonne (solo 1448 la statua
fu spostata e collocata nella posizione attuale)...
Come
sempre accade nelle storie che racconta il popolino, la Bonissima
ha due vite, due immaginari... per alcuni la statuetta riguarda una nobildonna modenese chiamata Bona, ricca e generosa,
che soccorse i poveri a sue spese ... .
Per altri, altro
non sarebbe che... il simbolo dell'Ufficio della Buona Opinione ...
ufficio addetto al controllo degli scambi commerciali e volto a garantire
l'onestà e la giustizia nelle compravendite (Ufficio della Buona Estima -popolare bona ésma
- quindi Bonissima ). . . Abbandonata la Bonissima e le sue storie ...
basta poco per raggiungere l'ingresso del Palazzo comunale e
raggiungere una saletta, posta tra la cosiddetta "Sala del Fuoco" e
la "Sala del Vecchio Consiglio"... li si trova attualmente la celebre "Secchia Rapita"
vile e supremo trecentesco oggetto di contesa tra modenesi e bolognesi
che ispirò ad Alessandro Tassoni il suo famoso poema eroicomico....
siamo nel 1325 e infuria, tra modenesi e bolognesi, la storica battaglia
di Zappolino... un manipolo di modenesi insegue i nemici fin dentro le
mura di Bologna e ne riporta, quale trofeo di guerra, una secchia tolta
a un pozzo di Porta San Felice... di qui inizia una lunga ed esilarante
vicenda che vede protagonisti, oltre ai comuni mortali, anche gli dei
dell'Olimpo....anzi le loro caricature, pronti a parteggiare ora per
l'una ora per l'altra delle fazioni in lotta...
Tutti gli ingredienti dei poemi epici sono presenti, ma rivisitati
in chiave comica... "Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori..."
ruotano attorno alla ridicola causa della guerra: una misera secchia di
legno! Dalla secchia rapita ai... "bolidi rossi" il passo è breve...
infatti il Monumento a Enzo Ferrari , che fu eretto nel 1998 per
ricordarne il centenario della nascita, sorge poco lontano dal Palazzo
comunale, a due passi dalla prima officina della Scuderia Ferrari,
oggi scomparsa...
...."Porca madosca"... se t'infili nelle viuzze tutte
intorno alla piazza Grande di Modena, da sempre il cuore pulsante della
città, splendidamente incorniciata dal Duomo, dalla Torre
Ghirlandina e dal porticato del Palazzo Comunale, simboli storici
della municipalità ... se t'infili nelle viuzze con le drogherie tutte di legno...
le botteghe d'ortolano con la verdura sotto i portici... e le osterie
che profumano di lambrusco e cotechino...insomma, se riesci ad
inciampare in questi reperti "storici" non ancora sfrattati dalle
ginserie e dalle paninoteche... allora, il "porca madosca" ti rincorrerà tra
le vie strette e i portici bassi a ricordarti che questa terra è
terra emiliana... è forse, "porca madosca", la più ricca delle terre emiliane... e che, "porca
madosca", qui, dove ha regnato per secoli il potere spirituale
e temporale... per un giorno all'anno di tutti gli anni, a Carnevale, regna Sandrone,
la maschera modenese, che pronuncia il suo annuale "sproloquio" dal
balcone del palazzo municipale...
E
poi il duomo.
Il duomo di Modena, sintesi mirabile di scultura e architettura,
venne iniziato sotto la direzione dell'architetto Lanfranco il 9 giugno
del 1099....
e poi impreziosito dalle sculture del Wiligelmo... due maestri che
dal nulla diedero forma e sostanza ad un vero capolavoro di sintesi
delle tradizioni
lombarde e toscane ... ma al tempo stesso un capolavoro che si regge
su principi geometrici e ritmici nuovi e alternativi alla tradizione
del tempo.... tutta
questione di ritmo... Il ritmo, ad esempio, delle loggette che si ripetono
nella facciata.. Ed è ben vero che, mentre l'Antelami in quegli anni riempiva
con i suoi capolavori
di pietra la facciata del duomo di Fidenza e il Battistero con la
Cattedrale di Parma, il Wiligelmo, scultore straordinario e poliedrico, aperto a modelli diversi e circondato,
come l'Antelami, da una vera e propria officina popolata di intagliatori,
scultori, esperti di metallo... combinava il suo capolavoro nel duomo
di Modena... forgiando, nella dura pietra, figure umane e profeti, animali
e girali di rami, storie tratte dal libro della Genesi e 40 diversi capitelli,
un bestiario favoloso di uomini e mostri, la porta regia in marmo
rosso di Verona, e la "porta dei principi" (opera, quest'ultima, del cosiddetto
Maestro di San Geminiano e di altri seguaci di Wiligelmo)... mentre
sull'archivolto ecco gli episodi che raffigurano il ciclo bretone di re
Artù... ....quest'ultima cosa, per certi versi, rappresenta una curiosità.
Il bassorilievo
venne realizzato nel 1120... 1120? Gli studiosi di Re Artù fanno notare
che il ciclo di narrazioni scritte dedicato al signore di Camelot e ai cavalieri della tavola
rotonda (la cosiddetta "materia di mBretagna"), già conosciuto sulle
isole britanniche e nel nord della Francia, arrivò nella "lontana" Italia soltanto
nel 1130... insomma, uno scoop ante litteram... Uno scoppio,
invece, annuncia che il "lambrusco" è stato sturato... .
Leggermente aspro ma anche amabile, vivace, spumeggiante, accompagnatore
preferito di pasta asciutte e zampone... ecco il "lambrusco",Lambrusca
vitis lo chiamavano i Romani, e ancor prima gli Etruschi, ... Virgilio,
Catone e Plinio lo conoscevano così bene da citarlo nelle loro opere...
ma che cosa significa "lambrusco"? Anche qui due scuole di
pensiero... da una parte c'è chi sostiene che la parola derivi dall'unione
dei vocaboli latini labrum e ruscum ... per altri, il suo
significato verrebbe invece dalle parole latine labens e bruscum
... in verità a me piace un'altra storia... dove si racconta che un
giorno, durante la nota contesa tra Modena e Bologna, Venere, Marte
e Bacco si sedettero in un'osteria per architettare qualche cosa che aiutasse
i modenesi ad averla vinta sugli storici "nemici"... così, prima d'andarsene,
Bacco diede alcuni semi di vite all'oste. Questi ne ottenne un vino
straordinario che portò fortuna a lui e alla città... a chi gli domandava
dove avesse preso quella vite, l'oste raccontava la storia di uno strano
cliente che gli aveva ordinato un <<vino generoso e schietto>>...
quando l'oste gli aveva domandato se lo preferisse dolce o brusco...
il signore gli aveva risposto: << Io l'amo brusco>>
quindi... "porca madosca", ecco il... lambrusco... Ma torniamo
al concreto... di lambruschi oggidì se ne trovano tanti... forse troppi...
Doc sono quelli di Sorbara, il Grasparossa di Castelvetro e il Salamino
di Santa Croce... io preferisco quelli a tiratura limitata... insomma,
se si passa dall¹Osteria del Pedroni di Rubbiara non dimenticare
di farne scorta... .... piedini, stinco, cotechino, zampone, cotiche,
orecchie, lingua, cuore, testina, cervello, salsicce, costine... e ancora,
polmone, fegato, lombo,sanguinaccio, braciole, rognone, filetto, lonza,
spalla, costata, arista,lardo, strutto... e se non basta, imprigionati
a stagionare al buio... nellavescica o nel budello merdaiolo qui chiamato
'gentile', ecco prosciutti, pancette, coppe, salami, mortadelle
e culatello...e di sicuro dimentico qualche cosa... ma, basta evocarlo...
così appetibile, appetitoso e soprattutto allusivo... parla agli ormoni,
alle viscere, alle papille, all'immaginazione... eccolo:
il maiale..
.... C'è quello da carne e quello da salumi ... a tavola,
in quel di Modena... e via via verso Reggio, Parma e Piacenza... lo
si può mangiare in mille modi, dall'antipasto al dessert... e il
sacro rito dell'uccisione e dell'insaccatura del gozèn lo si
può incontrare in mille chiese... dalla cripta di San Savino a Piacenza
all'abbazia di San Colombano a Bobbio... nell'abside di San Donnino a
Fidenza o nelle formelle del protiro del duomo di Parma... difeso
e ritualizzato dalle modenesi corporazioni medievali dei Lardaruoli
e Salzitiari ... o dai modernissimi Consorzi di Tutela... tutti certificati
ISO 9002... e tutti destinati, porca madosca, ad appiattirne sapori e qualità...
.... se non esistessero (come esistono) posti che escono dal seminato
per dar mercato ai piccoli produttori di antiche delizie non solo maialare...
posti come l'Antica Salumeria Giusti, in via Farini al 75, dicono la
più antica salumeria del mondo... che s'è messa a far pure da mangiare...
o la Salumeria San Francesco che perpetua la miracolosa alchimia gastronomica
che fu di Telesforo Fini...(il Fini di rua Frati Minori) oppure l'Osteria
della Redecocca, che sorge nella piazzetta omonima ed è il regno modenese
di tigelle e gnocco fritto... che è d'obbligo gustare caldo col proverbiale
lardino...
....se non esistessero questi posti, cosa ci fermerebbe dalla comunistizzazione
persino dello stracotto?
Eppoi, se ci si vuol fermare, dispiegare il tovagliolo e mettere
i piedi sotto il tavolo... perché non anche, sempre uscendo dal seminato,
una cucina creativa ...riletta alla sapiente lezione della tradizione
come propongono i ristoranti La Francescana, in via Stella, e Aurora,
in via Coltellini.
Ma tra le trattorie... non si può dimenticare l'Aldina in via Albinelli,
che quarant'anni fa sfamava i dipendenti dell'Enel, e oggi miete
trionfi tra gli ammiratori del suo stinco di maiale, ancora senza uguali
entro le mura... Basta, si potrebbe chiudere qui con Modena... ma come
dimenticare il bel mercato coperto , ove è d'obbligo andar per ciccioli
e salumi... e ancora, li vicino, il pastaio, di cui non ricordo il nome,
che si incontra tornando verso il Duomo nella Piazzetta dei Servi ...
eppoi il Forno San Giorgio, in via Taglio, dove si possono trovare
tutte le specialità modenesi, dalla pasticceria alla gastronomia pronta...
i tortellini invece a Modena hanno una loro boutique, che è facile rintracciare
inoltrandosi nella via che si apre davanti al sagrato del Duomo...
ma voglio alla fine ricordare l'Aceto Balsamico Tradizionale... quello
dell'Azienda Agricola Pedroni (si, quello un poco matto del ristorante...)
, che proviene dal mosto d'uva di "Trebbiano di Romagna" ottenuto in
un fazzoletto di vigna a Rubbiara di Nonantola... ha un colore bruno
scuro, sapore forte, intenso, caramellato.... viene usato per le pietanze
calde, appena prima di servire in tavola, mai incottura... la misura
ideale è una goccia, forse due...
L'importante è non
esagerare...
porca madosca!
.... non si può lasciar Modena senza fare un salto, li vicino, a
Vignola , allo sbocco del Panaro, sulla strada che poi porta a casa
di Vasco Rossi, a Zocca ..., basterebbero le ciliegie, ("zrése"
in dialetto, non è stagione
....ma
le conservano sotto spirito e le chiamano "visciole" o "duroni"..
i "duroni di Vignola") a dettar sosta in questo borgo ... eppoi
c'aggiungi i
portici che, emilianamente, si rincorrono nel centro storico con...
la memoria di "Villa Braglia"... oggi deturpata da luccicanti negozi e
un ristorante che
vanta (diocisalvi) specialità marittime (!). .. e via a rifarti occhi
e palato a "L'antica trattoria del Moretto" sulla Frignanese per assaggiare il vero "prosciutto
di Modena" accompagnandolo con un bicchiere di <<Lambrusco Grasparossa>>
... ma - è la prima cosa che vedi, da lontano, arrivando - Vignola è la
sua rocca, con le torri che spuntano tra i ciliegi dominando il piatto
paesaggio...
è in questa rocca che trovò casa, e feudo, il figlio naturale di papa
Gregorio XIII ... si racconta che quando, dopo il conclave, Carlo Borromeo,
che non per niente diventò santo, venne a sapere del fatto gli disse:
"Santità, se avessi conosciuto una circostanza così grave, non avrei
contribuito alla sua elezione"... rispose Gregorio, mangiandosi papescamente un "durone", "anche lo Spirito
Santo lo sapeva, eppure ha permesso che diventassi papa"... alla
faccia... è in questa rocca che fu tenuto prigioniero l'inquieto Ugo
Foscolo...
è nella
volta della cappella di questa rocca che si possono ammirare, non
se si ha il torcicollo, le "Storie di Cristo" ... cristo!
E
domani si va nel reggiano...
... da Vignola, pensando alla Ferrari, verrebbe voglia d'andare
verso Reggio
passando per Maranello ... e poi giù verso Sassuolo (mitico il "Sassolino", un liquore a base di
anice... e il "Nocino", un infuso di mallo di noci...) e Scandiano con la Rocca
e le torri che si stagliano nel paesaggio della prima collina a ricordarci
che questa è terra di storia antica... ed eccola Reggio nell'Emilia... Qui, terra di cibi buoni e buongustai,
la cucina non è soltanto una tradizione, è un'arte.
Qui le rezdore (parola dialettale che serve ad indicare la
massaia) da secoli tramandano una gastronomia fatta di
alimenti genuini, cucinati con sapienza e pazienza...... come dalla
sapienza e pazienza nasce il formaggio più buono del mondo: il Parmigiano-Reggiano.
Nella gastronomia reggiana il Parmigiano Reggiano è definito semplicemente
"al furmaj", il formaggio, un termine dialettale che racchiude in
sé tutta l'importanza di questo nobilissimo prodotto... compare praticamente
in quasi tutti i piatti... a parte i primi piatti reggiani, nei quali
il Parmigiano Reggiano è abbondantemente onnipresente (si pensi a cappelletti,
tortelli, gnocchi), vanno ricordate le famose "chizze" (rettangoli
ricavati da pasta di gnocco fritto, farciti con scaglie di Parmigiano
Reggiano, richiusi e fritti in abbondante olio bollente) e l'inimitabile
"erbazzone" (torta salata e cotta al forno a base di spinaci, cipollotti
e... Parmigiano Reggiano).
Qui "al furmaj" viene gustato anche da solo, a scaglie, magari
con qualche goccia di... Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia
(ah questi reggiani! da una parte contendono il balsamico con Modena...
dall'altra "al furmaj" con Parma...) ...
Se il Parmigiano Reggiano è il formaggio per antonomasia... il maiale
è "al nimèl" , l'animale per eccellenza.... De "al nimèl"
, ad eccezione delle unghie, si consuma tutto... dal muso fino al codino...
anche qui prosciutto crudo, salame e coppa, si gustano prevalentemente
da soli, come antipasti o come secondi, magari accompagnati da sottaceti
o funghi, o tra due caldi pezzi di "gnocco fritto", ma vengono utilizzati
anche per la preparazione di moltissimi piatti tipici... ad esempio
nei "cappelletti" reggiani (da non confondere con i tortellini bolognesi
o con gli anolini parmigiani)... che vantano un ripieno ricco di carne
di maiale... dalla polpa magra al prosciutto crudo ... e poi gli insaccati,
da cuocere in abbondante acqua, sono un'altra specialità emiliano-reggiana...
in particolare lo zampone, il cotechino e il cappello da prete...
piatti forte della tavola natalizia... e si gustano bolliti e accompagnati
con lenticchie, fagioli e purè di patate.
Chiunque si fermi in una delle numerose trattorie che costellano la
terra reggiana non avrà che l'imbarazzo della scelta, tra tortelli verdi
(con bietole, spinaci e ricotta), tortelli di zucca, cappelletti, lasagne,
tagliatelle al ragù o al sugo di lepre, maltagliati con i fagioli, gnocchi
di patate... carré di bolliti con salsa verde, zampone e cotechino
con fagioli e purè, o ancora gustare il coniglio o il pollo alla cacciatora...
lo stracotto d'asina, gli arrosti... zampetti e code di maiale con i
fagioli, oppure il fegato di maiale nella rete con cipolla... eppoi la polenta...
condita con saporosi umidi al pomodoro, fricassee di pollo e coniglio,
selvaggina, funghi e formaggi fusi (specialmente nelle zone matildiche)
o con lo stracotto d'asina (!), specialità delle trattorie lungo il Po.
Tra i dolci della gastronomia reggiana da non perdere la "spongata"...
La "spongata", è un antico dolce medievale, derivato della cucina ebraica...,
il ripieno di mandorle, noci, nocciole, pinoli, miele e spezie lo rende
unico e pregiato.
In mezzo a
questo ben-di-dio... poteva mancare il vino? Eccolo, il fresco e
frizzante Lambrusco da preferire per i primi e piatti di carne...e il
Bianco dei Colli di Scandiano e Canossa... un Sauvignon, che a qui viene
chiamato Spergola, dal sapore caratteristico e che può essere di gusto
dolce o abboccato ... e in questo caso accompagna il dessert a fine
pasto, ed è perfetto con la "spongata"... oppure, secco, è ottimo
come aperitivo o insieme ad antipasti, verdure o pesci.
L'unico consiglio per il pranzo, vista l'alta qualità dei ristoranti
della zona (però attenti a non farvi fregare dai ristoratori improvvisati...
dove, tra pizze e gnocco fritto, c'è la fregatura in agguato...)...
è un salto appena fuori Reggio, verso Modena, a Rubiera alla Clinica
Gastronomica Arnaldo in piazza xxiv maggio al 3... dove ci si cura con carrelli
di arrosti saporiti e bolliti fumanti, squisite paste al forno e Lambrusco
frizzante... il locale è affascinante, la cucina è legata alla tradizione....
da non perdere l'erbazzone, i cappelletti, le tagliatelle al ragù o al
prosciutto... ma la vera specialità è la "spugnolata" , una pasta al
forno farcita con funghi spugnoli ... eppoi i carrelli d'arrosti e bolliti...
per finire non bisogna perdere una delle migliori zuppe inglesi della
zona (e qui
la zuppa inglese è arte!)...
A completamento ci si può fermare a dormire (e digerire) all'albergo
Aquila d'Oro, ambiente tranquillo e di classe gestito dagli stessi
proprietari del ristorante...
E domani, dopo aver saziato lo stomaco
bisogna pur accontentare anche l'anima, si va per chiese...
(6 dicembre 2002 18:46)
.... quand'ero piccolo... il babbo, quando per gli affari suoi se
ne andava a Bologna, spesso mi portava con se sulla Lancia Fulvia...
quand'ero piccolo...
ricordo quella bandiera rossa che, issata su una casona lungo la
via Emilia poco dopo Sant'Ilario, m'annunciava d'essere arrivato in territorio reggiano...vedendola,
<<siamo a Reggio>> diceva il babbo, mi prendeva l'ansia...
Erano
passati oltre tre lustri dai fatti ma...sapevo, per i racconti dei
grandi, che, finita la guerra, erano centinaia le persone uccise o
fatte scomparire
dai comunisti reggiani nel terribile "triangolo della morte"...
e molti, tra gli uccisi o scomparsi nel nulla, erano i preti... e io
che c'andavo a
catechismo per prepararmi alla prima comunione... insomma... a me,
bambino, quella bandiera...
Poi un
giorno ci siamo fermati con il babbo a Reggio... sagra cittadina
... dal Palazzo comunale dei comunisti sventolava il gonfalone della
città...e sul
gonfalone c'era... l'immagine della Madonna ...
Pardon?
Cosa?
I comunisti
e la Madonna? Che c'entrano i comunisti con la Madonna? ... Che
c'entra la Madonna con
i comunisti?
Da quel
momento non ho più creduto né alle paure per i comunisti... né alle
grazie che promettevano i cattolici...e forse, a pensarci ora, è in quell'esatto momento che... son diventato
curioso, cioè laico e liberale...
Comunque,
raccontiamola la storia di quella Madonna.
E' nella
basilica della Ghiara che viene costudita quell'immagine, l'immagine della
Madonna del Canton dei Servi ... quell'immagine che poi troverò riprodotta sul gonfalone
comunale... degli ammazzapreti comunisti.... Anche la sagra cittadina
si chiama la Giarèda e quella Madonna è considerata dai reggiani
la "regina della città" ( nel 1674 il Comune fece addirittura incoronare
l'effigie con una preziosissima corona in oro e gemme ora custodita all'interno del museo annesso
alla chiesa)..
Il tutto
nasce nel 1596 quando un garzone di beccaio di nome Marchino, sordomuto
dalla nascita, riacquista improvvisamente la favella... "Mutus loquitur" secondo la
didascalia del quadro conservato nella cappella... l'evento ebbe grande
risonanza e, come sempre accade dove c'è miracolo, si volle costruire una chiesa... In
pochi mesi, raccontano le cronache, i fedeli fecero affluire molti
denari... era passato solo un anno dal "miracolo" e, presenti il duca Alfonso
II d'Este e la moglie Margherita Gonzaga, si posò la prima pietra... vent'anni
dopo la chiesa era terminata... uno dei rari casi in Italia di chiesa di proprietà
comunale... 1200 metri quadri di affreschi, duemila stucchi, oltre
2500 paramenti
murari, venti tele, dieci sculture in marmo...insomma una vera e propria
antologia della pittura emiliana del '600...
Vale la
pena.
.... Sempre
a Reggio Emilia... bisognerebbe visitare la chiesa di San Prospero...
anche solo per vedere, nella sacrestia della basilica, la pala dell'Assunta... e non per via del
perfetto restauro... ma soprattutto per una curiosità, un particolare:
il dipinto è opera di Tommaso Laurenti che.... morendo prima di terminare l'opera...
lasciò soltanto abbozzata la mano sinistra di San Giacomo... mano che
poi fu fatta terminare, da "Li Padri Theatini", a Ludovico Carracci...
Se si
guarda il quadro non si può non notare la differenza di stile e di
"racconto" tra le due mani... quella manieristica e prospettica del
Laurenti ....
e quella più forte e innovativa del Carracci ... Insomma, un particolare che rende
unica la Pala dell'Assunta... un poco come il Parmigiano-Reggiano ...
(7 dicembre
2002 13:13)
.... sarebbe
ora d'abbandonare le terre reggiane a andarsene verso l'amata Parma...
ma non posso, visto che la "bassa" l'attraverseremo per raggiungere Parma, non posso non almeno accennare
all¹Appennino reggiano... Dalla città si raggiunge,seguendo l'Enza, Montecchio
il cui castello
fronteggia quello sull'altra sponda, che è parmigiana, quello di Montechiarugolo...e
poi via per San Polo d'Enza, dove la strada comincia a salire per l'Appennino... più avanti,
in vista del castello di Rossena, in alto su una rupe rossastra ...
si devia per Canossa, luogo legato alla memoria dell' episodio più drammatico
nella lotta delle investiture tra Chiesa e Impero, con la contessa
Matilde, l'amante del papa Gregorio VII, a far da protagonista e l'Imperatore
Enrico IV, per tre giorni a piedi scalzi nella neve ad attendere il
papa sotto casa dell'amante, a far l'umiliato...
Eccola
la rocca di Canossa... un rudere isolato tra spettacolari calanchi....
e poi via ancora verso la salita che porta a Casina e, per la statale
del Cerreto,
a Castelnuovo ne' Monti, dove magari ci si può fermare in un piccolo
albergo a gestione familiare, la <<Locanda da Cines>> con valida cucina di funghi e tartufi..., li
vicino i boschi protetti del Parco dell'Appennino Reggiano e la Pietra
Bismantova, singolare montagna tabulare, che Dante ricordò in un canto del
Purgatorio e che conviene gastronomicamente ricordare al ristorante dell'albergo
che porta il nome della pietra... dove si possono gustare ottimi tortelli alla
reggiana e il rotolo di maiale farcito...una specialità di queste
montagne che furono il regno della contessa Matilde...
e che ancor oggi mantengono intatto il loro fascino storico, naturalistico
e gastronomico e sono una meta ideale per chi voglia visitarle....
Insomma,
in questa zona il turismo è a tutto tondo: attrezzature ricreative lungo
i fiumi, svariati sentieri per il trekking, numerosi itinerari
storico culturali,
paesaggi da mozzare il fiato, shopping di alta qualità negli antichi
borghi, dove ancora oggi si pratica l'antica e inimitabile Ars Canusina, e infine, una gastronomia
impareggiabile, nella quale regna sovrano il Parmigiano-Reggiano,
insieme al maiale, al fungo e al frizzant Lambrusco...
(10 dicembre 2002 15:49)
.... se ci fate caso, la provincia di Reggio Emilia, verso la "bassa",
è tutta racchiusa dalla grande curva che il Po affronta a Guastalla...
ci troviamo
nel cuore dell'Emilia, nelle terre di pianura che si estendono tra
l'appennino e il Po che costeggia da più lati un piatto, ampio tavolato
su cui si
allineano filari di pioppi. E' sulle sponde di questo fiume che, in
rapida successione, incontriamo Brescello, Boretto, Gualtieri, Guastalla, Reggiolo, città d'arte, che devono
la loro storia al Po, specchio del secolare lavoro umano di questi paesi...
piccole capitali del saper vivere... ma andiamo con ordine... partendo da Reggio per
andare verso Parma seguendo le terre della "bassa", si prende la
strada per Correggio...Correggio
è la città dove son nati, a circa cinquecento anni l'uno dall'altro,
due grandi della pittura e della letteratura... il primo, Antonio Allegri detto, per l'appunto,
"il Correggio", ha disseminato chiese e monasteri di sublimi dipinti...
e vorrei qui ricordare per l'affresco (1518-1519) della Camera di San Paolo
nell'omonimo monastero benedettino di Parma... e soprattutto per la
realizzazione degli affreschi del Duomo di Parma (cupola, abside, arconi e pilastri)...
un'opera ciclopica, realizzata solo in parte dal 1526 al 1530 allorché
dipinge i 650 metri quadrati della Assunzione della Vergine nella cupola
...; il secondo è quel Pier Vittorio Tondelli... che sin dal primo romanzo
"Altri libertini" ha conosciuto un immediato, e meritato,
successo di pubblico che lo impose all'attenzione della critica come
uno dei più interessanti scrittori della nuova generazione... e che qui muore, a solo
36 anni, la sera del 15 dicembre 1991... queste terre sono anche
quelle raccontate dalle canzoni e dai films di Luciano Ligabue...
quello, a me insopportabile, del politicamente corretto Radio Freccia...
.... Proseguendo
nella "bassa" verso Parma, incontriamo Novellara, che fu capitale,
dal 1335 al 1728, di un piccolo stato indipendente... che conserva nell'ampia piazza porticata e nella
Rocca dei Gonzaga immagini degne del suo nobile passato... nella
Rocca è possibile visitare il Museo Gonzaga dove, il bell'ordine, si possono ammirare
gli affreschi romanico-bizantini, i ritratti dei Gonzaga di Novellara,
gli affreschi cinquecenteschi di Lelio Orsi, la collezione delle monete
dei Gonzaga di Novellara e le bellissime ceramiche, sempre cinquecentesche,
dell'antica farmacia dei Gesuiti...... e poi ecco, alla confluenza del Crostolo
con il Po, Guastalla... anche qui portici e case antiche, palazzi
nobiliari e belle piazze e, se non si vien fermati dalla voglia mangereccia
di fumanti tortelli d'erbetta, cappelli da prete, bondiole e anguille
affumicate (al Ristorante "Ai Pavoni" in piazza Martiri a Reggiolo ... ) conviene
proseguire per Gualtieri... Gualtieri è, forse, il più classico esempio
di piccola capitale padana del Rinascimento... e merita di sicuro
una sosta... per più ragioni... la prima... è che qui ci troviamo di
fronte ad una stupenda piazza porticata (100 metri per lato, disegnata dall'Argenta)
che caratterizza il centro dell'abitato... sul lato orientale della
piazza si staglia il gigantesco Palazzo Bentivoglio... il Palazzo
fu eretto tra il 1594 e i primi anni del 1600 da Ippolito Bentivoglio,
con pianta quadrata e quattro torri angolari .... se pensiamo che nel 1751 i tre
quarti dell'edificio furono demoliti per arginare, con i rottami, le
piene del Po... abbiamo ben da immaginare lo splendore dell'edificio... nel palazzo,
di proprietà comunale, ha sede la biblioteca e si svolgono importanti
mostre d'arte.... tra l'altro vi è ospitato anche un piccolo museo dedicato
al celebre pittore "primitivo" Antonio Ligabue che qui abitò per lunghi
anni ...
La seconda.. la terza e anche la quarta.. è che nel paese, subito
dietro la piazza, in via Giardino al 19, vi è la birreria-spuntineria
di Gilda e
Giuseppe Caleffi.
Giuseppe, con la moglie Gilda, gestisce da anni, e con passione, "Al Giardino"
...il luogo per alcuni di noi extraterrestri è mitico... tra quelle
mura è nata la lunga storia (da qualche anno... interrotta e che vedeva
amici di Parma, Reggio, Cremona, riuniti intorno ad Adele Faccio e
a fantastiche grigliate... ) delle "Cene laiche ed anticlericali" ...
da qui siamo anche partiti per organizzare il primo, se non unico,
festival radicale degli anni '80... si chiamava "Un Po radicale" ... insomma:
mito e storia... salamini e lambrusco...
Ma andiamo
avanti... da Gualtieri si esce seguendo la strada che porta
sull'argine
maestro del Po... verso Brescello... curve e controcurve... canpanili che
spuntano tra borghi, appena li sotto l'argine, e se da un lato lo
sguardo che si perde nella piatta pianura... dall'altro sbatte contro
montagne di sabbia ... pioppeti e casone isolate laggiù in golena...
appena prima del grande fiume...
Una curva...
ed eccola, Brescello...
.... "C'era
una volta un paesino..."
Comincia
così uno dei films della serie Don Camillo e Peppone girati a Brescello,
un paese come tanti altri: chiesa, piazza, bar sotto i portici e le case tutt'intorno... qui è già
terra che profuma di culatello e il salame si chiama Fiorettino...
eppoi la spongata, tipico dolce di queste terre, qui vanta una tradizione secolare...
ma questa è anche terra di cipolla <<borettana>> e pesce di
fiume... per il pesce di fiume consiglio il ristorante "Al Ponte", in via Argine
al 5... lì vicino a Boretto...
Ma oramai,
costeggiando la strada ferrata sulla quale ancora oggi viaggia il
trenino locale che fu di Don Camillo, siamo in territorio parmense...
E questa
è faccenda di domani ...
(11 December
2002 11:3)
.... da
Brescello, per incontrare da subito le terre parmensi, conviene girare,
li appena fuori del paese, a destra, sull'argine, e andare verso Colorno per vedere la sua Reggia
e... cominciare a sentirne l'odore... di Parma...
Colorno, costruito in un'ansa di sponda destra del torrente Parma
(X-XI sec), era un punto strategico per il controllo dei traffici fluviali
fra Emilia
e Lombardia... ben lo sapeva Francesco Sforza che nel 1448 conquistò
la fortezza assegnandola a Roberto Sanseverino, suo fedele condottiero...
Ma è solo
con Barbara Sanseverino, sul finire del 1500, che la severa rocca
militare si trasforma in una animata corte rinascimentale ...
Che donna
Barbara Sanseverino! ...
Raccontiamola
questa storia.
Nata a
Milano nel 1550, entra per la prima volta in contatto con Colorno
nel 1577, quando, in occasione della morte della sorella Giulia, precedente feudataria, uccisa dal marito Giovan
Battista Borromeo, Ottavio Farnese, secondo duca di Parma e Piacenza,
aveva designato a signore di Colorno Gerolamo , figlio di Barbara e del
di lei marito Gilberto Sanvitale signore di Sala Baganza...
Donna
di grandissima cultura, la Sanseverino, nei primi anni di usufrutto
del feudo, creò ed animò un cenacolo letterario, in concorrenza con
la corte Farnese
di Parma... entrando in relazione con i Gonzaga di Mantova e con gli
Este di Ferrara.... proprio le sue strette relazioni con la corte mantovana, furono la sua disgrazia e... finì
malissimo... - i Farnese, ricordiamolo, avevano un conto aperto con i
Gonzaga...che accusavano, a ragione, di aver fatto assassinare pochi anni prima,
via complotto ordito in combutta con i nobili piacentini, il primo
duca, Pierluigi.
Vittima
dei sospetti e della persecuzione di Ranuccio Farnese, la povera Barbara
fu accusata, ingiustamente, di congiura ...e condannata al patibolo nel 1612...
Ma andiamo
con ordine... la reggia di Colorno con la Sanseverino si arricchisce
di un raffinato giardino all'italiana dal disegno geometrico con aiuole, fontane, sentieri e una rete
di fitti canali... tant'è che i maggiori poeti dell'epoca, quali il
Guarini e il Tasso, celebrarono le magnificenze di quel giardino...
La signora
di Colorno, seguendo la tradizione dalle più importanti famiglie del
tempo, fu anche raffinata collezionista d'arte e raccolse nel palazzo opere di Tiziano, di Gerolamo Mazzola
Bedoli, di Giulio Romano, di Andrea del Sarto, del Correggio, del Parmigianino,
di numerosi autori fiamminghi e una straordinaria raccolta di cammei
antichi... molte delle opere, a partire dai cammei, sono poi finite,
via Borbone, nel Museo di Capodimonte a Napoli...
Comunque,
fatta giustiziare Barbara, il Farnese confisca tutti i possedimenti
della Sanseverino... e fa di Colorno la propria residenza estiva.
La rocca
cinquecentesca si trasforma in una lussuosa reggia ed il giardino di
Barbara diviene un grande parco alla francese ....
Poi anche
i Farnese passano e, nel 1749, Colorno diventa la residenza Ducale
dei Borbone...
In questo
periodo la struttura del palazzo viene modificata profondamente: Il duca
Filippo affida all'architetto francese Ennemond Alexandre Petitot (!)
la ricostruzione dello scalone d'onore al centro della facciata verso
il giardino...
il duca Ferdinando, successivamente, commissiona la costruzione di un
suo appartamento e, religiosissimo com'era, di una chiesa e un convento per i frati dell'ordine
domenicano...
Nel 1815
il ducato passa all'ex imperatrice Maria Luigia d'Austria... che
ne prenderà possesso il 19 aprile del 1816... attraversando il Po su un
ponte di barche,
proprio a Colorno... forse non sarà per questo... resta il fatto che
la <<buona duchessa>> (così veniva soprannominata dal
popolino Maria
Luigia) dedicherà grande attenzione al giardino... commissionando a
Carlo Barvitius la ristrutturazione del parco secondo il modello romantico all'inglese....
Dopo l'Unità
d'Italia, il palazzo viene prima adibito a scuola militare (1862-64)
e poi a Manicomio provinciale...
Oggi la
reggia, dopo impegnative campagne di restauro che hanno coinvolto anche
il giardino, è ritornata agli antichi splendori e ospita mostre temporanee...
Colorno
dunque, con la sua Reggia ... e li vicino Sacca di Colorno, dove Stendhal
ha ambientato uno degli episodi chiave della sua "Certosa di Parma" e dove Bruno Morini ha intitolato
il suo ristorante proprio allo scrittore... proponendo tutto il meglio
della cucina tipica parmigiana... dai salumi di produzione propria,
ai risotti... dalle pappardelle ai tortelli di erbetta, di spinaci e
di ricotta... e poi il carrello dei bolliti e, siamo in riva al Po, piatti
di pesce con l' anguilla cucinata in vari modi, i pesciolini fritti
e lo storione...
Se sei
a Colorno hai due possibilità: o punti direttamente verso Parma oppure...
la prendi lunga e ti butti nelle terre di Verdi e Guareschi, nel regno della spalla cotta e del culatello...
Probabilmente
la prenderò lunga...
(11 December
2002 15:52)
.... si,
l'ho presa lunga... da Colorno via verso San Secondo Parmense...dove, più
celebre del pur celebre castello eretto a metà del '400 da Pier Maria Rossi, è la spalla
cotta ... la più antica specialità suina del territorio. Citata in alcune pergamene degli
anni intorno al Mille, la spalla cotta di San Secondo va mangiata
calda... accompagnandola con l'altra specialità della zona: la <<torta fritta>>
... che non è un dolce... ma l'equivalente parmigiano dello "gnocco
fritto" reggiano o della "crescetina" bolognese... insomma, un semplice impasto di farina
bianca, acqua e sale... tirato a sfoglia sottile ... poi tagliata a
rombi e fritta nello strutto... più la sfoglia viene tirata sottile e più
la <<torta fritta>>, a differenza degli unti e indigeribili
concorrenti reggiani e bolognesi, è leggera e appetitosa...
Dovrei
poi parlare, dopo la spalla cotta, di quella cruda... lavorata, da
alcuni, in salamoia di lambrusco... e stagionata in antiche ed umide
cantine a fianco
del Culatello... ma la vera spalla cruda è un prodotto talmente raro che
preferisco, quando la trovo, farne man bassa e starmene zitto ...
Poco distante
da San Secondo ecco Zibello, la capitale del Culatello, epicentro di una
produzione che interessa sette comuni limitrofi (Busseto,Polesine Parmense, Soragna,
Roccabianca, San Secondo Parmense, Sissa e Colorno).
Il Culatello
è il più pregiato prodotto, per rarità e prelibatezza, che si ricava
dai nobili lombi del maiale... come dice la parola, il Culatello, viene fuori dalla parte estrema della
coscia posteriore del maiale... ma il Culatello non si fa o, per
meglio dire, non si può fare dappertutto.
Come il
dolce prosciutto, per diventare tale, deve essere messo a "balia" lungo
le vallate del torrente Parma o del Taro... che prendono la brezza marina dalla vicina Versilia ...
che poi s'infiltra nella Val Magra, fra le Apuane e i monti di Liguria
per superare il passo della Cisa... scivolando giù fino in val Parma...a donar dolcezze
e umori.. al prosciutto, quello di Parma..., così il Culatello, per
stare all'onor del mondo, ha bisogno delle nebbie del Po, dell'umido clima della
Bassa parmense ... a volte un semplice fosso può far da confine: da
una parte il nasce bene... dall'altro non più...
Degno
di una visita il ristorante <<La Buca>> in via Ghizzi
al 6 ... dove impera il culatello, la cucina casalinga e... la mariola,
l'antico cotechino della mietitura (veniva preparato in dicembre per essere
consumato ad agosto)...
Sempre
a parlare di Culatello non può passare senza citazione, lì vicino
in quel di Polesine Parmense... in riva al Po... in golena appena sotto l'argine ..., il ristorante <<Al
Cavallino Bianco>>... culatello in primis, ma, piatto bandiera,
il "luccio in salsa Farnese" ...
Da Polesine
Parmense a Busseto la strada è breve... siamo al centro delle terre
verdiane ... a Roncole si visita la modesta casa natale del Maestro,
a Sant'Agata
la villa dove risiedette all'apice della fama (si racconta che Verdi
per raggiungere la villa di Sant'Agata con il calesse, allungasse
il tragitto solo
per evitare di passare per Busseto...) in Busseto da visitare il restaurato
Teatro Verdi incastonato nell'angolo destro della Rocca (ora sede di orrendi uffici comunali...)
di fronte alla Rocca il monumento a Giuseppe Verdi... nella periferia
un occhio meriterebbe Villa Pallavicino e, lì vicino, la chiesa quattrocentesca
di Santa Maria degli Angeli dove si conserva il Compianto sul Cristo
morto , capolavoro, a grandezza naturale, in terracotta policroma di Guido
Mazzoni... Caratteristica di Busseto è la spongata, dolce natalizio di
origine ebraica
che spesso incontriamo in questi paesi della bassa parmense e reggiana...
per mangiare consiglierei o "I due Foscari"(dove impera il tenore Bergonzi)
a fianco della Rocca... oppure, poco fuori il paese, sulla strada che
porta a Roncole Verdi (quasi di fronte alla casa natale del Maestro,
girare a sinistra seguendo il cartello "Madonna dei Prati" ) sosta obbligata
alla Trattoria Campanini, una trattoria di campagna dove gustare tortelli
e arrosti... oppure culatello, salame, torta fritta e la localissima <<Fortanina>>
un vino rosso dolce e spumeggiante ... da ricordare, poco lontano da
qui, ad un tiro di schioppo, la grande azienda agricola "Le Piacentine"
dove fu girato il film "Novecento" di Bertolucci...
Da Madonna dei Prati a Soragna sono una manciata di chilometri...
A Soragna
sono nato... ne parliamo domani...
(12 December
2002 13:44)
Per incontrare
un principe vero - l'unico da queste parti - bisogna recarsi a
Soragna... eccoci dunque sulla strada che, in un niente, porta da Madonna dei Prati a Sanboseto, Diolo e poi
a Soragna...
Se non
per via del principe, bisognerebbe farla questa strada solo per aver
l'occasione di fermarsi a Diolo di Soragna all'Antica Osteria dell'Ardenga .... che propone tutti i piatti della
tradizione parmense e salumi, a partire dal Culatello e, se siete
fortunati, spalla cruda, di propria produzione... anche i vini sono scelti con cura...
non solo la localissima e rossa "Fortana" o il "nostranino bianco", ma
malvasie di Casatico e sauvignon dei Vigneti Calzetti di San Vitale di
Baganza... fanno da accompagnamento, insieme al gutturnio e alla bonarda
piacentini, a tortelli grondanti di burro e parmigiano... alla punta
di petto (che qui chiamano picaja) e alla torta con la marmellata
di prugne... quella fatta in casa...
A Soragna,
dunque... Diofebo VI Negrone Meli Lupi, principe del Sacro Romano
Impero, è un signore di media età dal fisico asciutto che, adattandosi
ai tempi, si
occupa di produrre parmigiano-reggiano e accompagnare gli ospiti, paganti,
a visitare la sua Rocca insieme a... Donna Cenerina, il fantasma di casa... la leggenda narra che trattasi
di Cassandra Ravignoni, moglie di Diofebo II Meli Lupi, uccisa dal
marito della di lei sorella ... il conte Guido Anguissola, che, con il pretesto
di volersi riconciliare con la moglie, Lucrezia, dalla quale viveva
separato, era riuscito a combinare un incontro... quel giorno invece -
era il pomeriggio del 18 giugno 1573- il conte invase la casa ove
Lucrezia si trovava con la sorella Cassandra, e .... uccise entrambe a pugnalate... sta
di fatto che da questo delitto rimasto, nonostante la volontà del Marchese
di Soragna, impunito... sorse la leggenda di Donna Cenerina... grigio e impalpabile
fantasma che si aggira inconsolato nelle sale della Rocca e che si fa
sentire dai suoi proprietari quando è imminente una disgrazia o un lutto
familiare....
Nella
Rocca di Soragna tutte le stanze sono magnificamente affrescate: Giovanni
Moffa firma la "Galleria dei poeti"... Francesco e Fernando Bibiena dipingono le gallerie del primo piano
nonché la "Sala degli stucchi"... al Parmigianino, poi, vengono attribuiti
genietti e putti in affreschi di recente scoperta e un delizioso "Amore
che scocca l'arco" ... c'è pure la sala del trono in oro zecchino,
un giardino con percorso misterico e laghetto incorporato...
Appena
fuori le mura della Rocca, salutato il principe, li, di fianco alla
Chiesa parrocchiale intitolata a San Giacomo e di stile barocco, ecco
la Sinagoga...
un edificio del 1855 con annesso Museo ebraico (visitabile), che
raccoglie i reperti delle antiche comunità di Busseto, Fiorenzuola
e Cortemaggiore...
una porta del piano superiore, all'ingresso della Sinagoga, conserva
i segni della cera lacca opposta nel 1939 in ottemperanza alle leggi razziali dell'anno prima e
che imponevano il sequestro dei beni degli ebrei...
A Soragna
si mangia bene... alla trattoria "Al Voltone", proprio di fronte all'ingresso
della Rocca in via Della Repubblica al 20, gli anolini e il culatello sono ottimi... eppoi...
eppoi la "locanda Stella d'Oro" in via Mazzini al 20... dove si può
anche pernottare... il menu è parecchio invitante, il servizio attento e
"familiare", e soprattutto... non ingombrante... la cucina innovativa,
ma non creativa a tutti i costi...
Notevole
la lista dei vini, grandi classici e una bella selezione di vini meno
conosciuti...
Tra gli
antipasti... imperdibile un delicato e sfizioso caprino giovane
in crosta di pancetta con cipolle di tropea... oppure i fiori di zucca ripieni... oppure ancora la ricottina
calda con noce moscata su porcini... Tra i primi ... il "savarin di
riso" ricorda colori e sapori dell'indimenticabile Peppino Cantarelli...
che teneva bottega qui vicino, a Samboseto... eppoi le crespelle
ripiene di ricotta in letto di salsa di zucca con cubetti di cotechino...
il risotto mantecato con gamberi di fiume e rane.
Tra i
secondi... entusiasmanti le bracioline di maiale da latte con funghi
porcini ...e la "mariola" su letto di pomodori verdi....
Come dessert
da non perdere l'intrigante il gelato alla Fortana... e una classica
gustosissima, ma ben più calorica, mousse di cioccolato fondente con noci e crema di vaniglia...
La "Stella
d'Oro" ha recentemente ottenuto una "stella" dalla guida Michelin...
secondo voi perché?
Molto
d'altro, e d'oltre, avrei da dire su questo paesino della "bassa" parmense...
ma i ricordi s'accavallano reclamando precedenze... meglio dunque
uscire dal paese e, anche qui pochi chilometri di una strada stretta,
umida e...torta, raggiungere Fontanellato ... con la rocca dei Sanvitale...
.... questa
è storia per domani...
(20 December 2002 16:55)
.... a
Fontanellato ci si va per due cose: il Parmigianino e la Madonna... La
Madonna, la Madonna del Rosario... una immagine lignea del 1615, abita una chiesona incastonata in un elaborato
complesso fatto erigere dai Domenicani a cavallo del 1600 ... l'attuale
facciata, in forme echeggianti il barocco.... è però stata costruita
nel 1913 su disegni dello Ximenes. La devozione a questa Madonna ha
antiche radici ...
Allora
raccontiamola questa storia...
Succedeva
che, più di quattro secoli or sono, il Capitolo generale dei religiosi
domenicani riunitosi a Venezia decretava la creazione della Confraternita del Rosario seguendo
le disposizioni emanate da un altro domenicano, il Papa Pio V... che,
impegnato nella riforma decretata dal Concilio di Trento, aveva istituito
una speciale festa... affidando la ripresa spirituale della Chiesa...alla
Madonna...
Fu per
questa ragione che i padri domenicani del convento di San Giuseppe
di Fontanellato... ordinarono ad un anonimo artista di Parma di scolpire
nel legno la
statua della Madonna del Rosario...
L' immagine
della Madonna... vestita di panni preziosi con un regale e benedicente
bambino che sembra porgere ai fedeli la corona del Rosario... venne portata con solenne processione
al santuario... sarà per precauzione... sarà come sarà... ma il popolino,
visti i tempi grami, s'affidò da subito alla Madonna di Fontanellato.... infatti
le cronache del tempo riferiscono del gran fiorire di grazie e prodigi...
Il primo
miracolo si verificò nel 1628 quando tale Gianpietro Ugolotti di
Borgo San Donnino (oggi Fidenza) di 65 anni, colpito da forti febbri
e mancando d'aspirina,
ottenne immediata guarigione dalla Vergine di Fontanellato... altra miracolosa
storia è quella delle Suore Agostiniane di un convento di Parma, che, pur vivendo
in povertà non erano astemie, avevano come unico sostentamento del
pane che mangiavano intinto nel vino... improvvisamente un brutto giorno,
il vino diventò imbevibile e la madre priora propone alle consorelle
di pregare la Vergine di Fontanellato... Il mattino successivo, spillato il vino
dalle botti fu trovato "sanissimo, chiaro e bello come un rubino" ... e
si ricomincio ad intingervi il pane...
Verità
è che il successo popolare e attualissimo di questa Madonna viene testimoniato
non solo dalle preghiere che, come un mantra ( "Regina gloriosa del Santo
Rosario, che dalla benigna Immagine di Fontanellato diffondi i raggi
della tua gloria su tutti gli uomini guarendo le infermità, consolando
le sventure e diffondendo nei cuori le energie della speranza celeste;
io umile tuo figlio ti supplico, per gli splendori eterni dei misteriosa
Regina dolcissima del Santo Rosario, che dalla tua Miracolosa Immagine
di Fontanellato riempi di gioia i tuoi fedeli con le grazie incessanti
che profonde il tuo cuore materno; io umile tuo figlio ti supplico,
per le dolcezze ineffabili che ci concedi di meditare nei misteri gaudiosi
del tuo
Rosario, di ascoltare pietosa le mie invocazioni, di soccorrermi nelle
difficoltà e di infondere nel mio cuore il santo gaudio della perenne riconoscenza verso la tua materna
bontà. Padre Nostro e Ave Maria" )
....preghiere
che, come un mantra, si alzano al cielo... .
Ma eccole, vere testimonianze di una popolarità senza tempo, ecco
le pareti del Santuario... pareti piene di ex voto... sotto il vetro
di quadretti
dalle cornici dorate ... non solo migliaia di luccicanti cuorocini
affondati in pizzi e merletti... ecco decine... centinaia di polverose
stampelle... arti
in ceramica... sbiadite fotografie di catastrofi ... malmesse ruote
di carri, carretti... volanti spezzati di probabili automobili accartocciate.... pezzi di bicicletta... motociclette....
gessi di gambe e braccia... bendaggi... tutti li a significare una grazia
concessa, un miracolo andato a buon fine... basta crederci.
Basta!
Basta
con le madonne!
Sia detto
- dopo le favole, un poco di storia- il nome Fontanellato trae origine
dall'abbondanza di acque sotterranee e affioranti che da sempre caratterizzano il paese e la fertile
pianura circostante.
Dominato
dalla maestosa mole della Rocca, l'abitato ha origini longobarde....
divenuto feudo dei Pallavicino, passò nel 1404 sotto il dominio dei Sanvitale, che lo fortificarono,
imprimendogli quell'aspetto di borgo medievale che conserva tuttora,
e trasformarono il castello in residenza signorile...
La Rocca
rimane uno dei più interessanti esempi di architettura militare
e residenziale di tutto il territorio... eretta all'inizio del '400
sull'area di una
preesistente fortezza dei Pallavicino risalente al secolo XII, è formata
da quattro corpi di diverso spessore, delimitati esternamente da una cortina merlata con quattro torri
angolari - tre cilindriche e una quadrata - e da un ampio fossato,
risistemato all'inizio del XVII secolo dall'architetto parmense Smeraldo
Smeraldi....
Da ricordare
l'altra cosa per la quale visitare Fontanellato: il Parmiganino.
Prima
di parlare del gioiello più prezioso della Rocca di Fontanellato vorrei
ricordare, sempre nella Rocca, la sala delle "Donne Equilibriste"...siamo agli affreschi
di quella che era l'antica taverna del castello.... interamente
decorata da un fregio monocromo con Amorini che sorreggono un cartiglio e un satiro
che soffia nella siringa: l'effetto è particolarmente suggestivo
per il tratto rustico ma efficace della realizzazione pittorica... tra
le colonne corinzie che reggono il fregio, è teso un filo sul quale
si adagiano nude figure femminili, che hanno dato nome alla sala e che stan lì in equilibrio
tra corde e cigni dal lungo collo.... ancora da ricordare è la "Sala
degli Amorini"... piccolo ambiente in cui compare la scritta "Regina cieli
alettare qua meruisti portare" ... per molti anni questa stanza
venne considerata la cappella del primo '500 (gli affreschi sono analoghi a quelli
della sala delle "donne equilibriste")... oggi gli studiosi, guardando
la raffigurazione al centro del soffitto, pensano che potesse essere il gabinetto
alchilico di Galeazzo Sanvitale, ai suoi tempi famoso alchimista...e
questa è ancora un'altra, affascinante e un poco cupa, storia...
Lasciando perdere le altre storie possibili... ma non dimenticando
la meravigliosa "camera ottica", da dove, con un ingegnoso sistema
di luci e di
specchi ancora funzionante, il feudatario poteva controllare, senza
essere visto, tutto l'esterno del castello... vera chicca di questa Rocca,
è una saletta,
o un bagno... o non si sa che... in un angolo... messa lì a farci
discutere... ed eccola la "saletta di Diana e Atteone", affrescata nel
1524 da Francesco
Mazzola detto il Parmigianino , uno dei maggiori maestri del Manierismo
italiano... un ciclo pittorico che rappresenta la "Dannazione di Atteone" ... storia di un povero guardone
destinato a essere sbranato dai cani per aver spiato Diana nuda al
bagno... insomma, una favola poetica e sensuale che ha luogo sotto un improbabile
pergolato di canne e verzure, sotto lo sguardo di putti e amorini del
tutto indifferenti al dramma che si sviluppa li a fianco nel soffitto...
e che in realtà nascolde ben altro privatissimo dramma...
Indifferenti
invece non si può restare ai tortelli , preparati in tutte le maniere,
anche con la farina di castagne, del "Bar del Teatro" in via san Vitale... e a quelle "anatre mute"
passate al forno della "trattoria Verdi ....e già siamo sulla strada
per Parma, dove il nostro viaggio non solo gastronomico troverà traguardo...
(22 December
2002 14:28)
....uscendo
da Fontanellato per andare verso Parma... accarezziamo con l'ultimo
sguardo le torri, i merli, le logge, la cinta, i bastioni, l'ultimo barbaglio dei riflessi d'acqua del
fossato... e con la fantasia quel povero Atteone a cui, per aver sorpresa
al bagno Diana, spuntarono le corna..., comunque, per andare verso Parma,
meglio prendere per Fontevivo, un piccolo borgo, sul percorso via Francigena,
che deve il proprio nome ai numerosi fontanili che un tempo scaturivano
nella zona.
La storia
di Fontevivo inizia dall'Abbazia cistercense, fondata da 12 monaci,
transfughi della vicina Chiarivate della Colomba, nel 1142... nella seconda navata destra dell¹Abbazia
si trova una statua attribuita a Benedetto Antelami: "La Madonna
col Bambino" ... Degne di nota pure la lastra sepolcrale di Guidone Pallavicino,
cavaliere templare protettore dell'abbazia, morto nel 1301... e il monumento
al duca Don Ferdinando di Borbone (1803).... il convento a
fianco dell'Abbazia, un tempo luogo di villeggiatura per gli allievi
del Collegio dei Nobili, oggi, dopo accurati restauri, è sede di un delizioso
albergo, il "Relais"...
Poco più
avanti di Fonetico, Bellina... dove si può ammirare villa Mannelli,
neoclassica, fra le più belle della provincia... e Bianconere da dove
ci si immette
sulla via Emilia poco prima del ponte sul Taro... ponte costruito tra
il 1816 e il 1821, su progetto dell'ingegnere Antonio Cocconcelli
e su mandato della
duchessa Maria Luigia... da notare, mentre si è in fila automobilistica
ad attendere lo smaltimento di eterne e pestifere code, le 4 statue all'inizio e alla fine del
ponte, sono di Giuseppe Cara (1766-1841) e rappresentano i principali
corsi d'acqua del parmense: Taro, Parma, Enza e Stirone...
.... Dunque,
prima ancora di Parma, ecco la figlia dell'Imperatore Francesco I°,
far capolino, in attesa di essere prima donna tra queste gastronomiche
righe...ecco
Maria Luigia moglie di Napoleone che, all'abdicazione del piccolo còrso...,
ebbe dal padre, via il congresso di Vienna (1815), il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla...
entrandovi il 19 aprile 1816 attraversando il confine sul fiume Po su
un ponte di barche... lì a Colorno (ricordate?) ...
Superato
l'ingorgo del ponte, Parma, la "petite capitale" è alle porte...
allora, mentalmente e in vista della città, ci si immagina un percorso...
il parcheggio
in Borgo Tanzi... la casa natale di Toscanini... la Corale Verdi... il
Parco Ducale... la Pilotta... il Teatro Farnese... la Biblioteca Palatina... la Pinacoteca... il Teatro
Regio... il Duomo... il Battistero.... San Giovanni... via Cavour... piazza
Garibaldi... l'Università... il Lungoparma.. i borghi "dedlà da l'àcua"
... e poi scorpacciate di Correggio, Parmigianino, Bedoli, Bertoja, Giulio
Romano, Sebastiano del Piombo, Benedetto Antelami...
Di fronte
a tanta magnificenza di pietra, tela e memoria... occorre, ahimè,
ammettere che la situazione della ristorazione locale non è particolarmente brillante... dopo la chiusura del
"Molinetto" dove governava la mitica "signora Maria" ... quelli che,
nel senso proprio della frase, "sanno far da mangiare" sono rimasti in pochi (troppe
pizzerie... troppe improvvisazioni ... poca cultura... nessuna tradizione...
) qualcuno si salva... ad esempio quelli del ristorante Parizzi (nessuna
parentela...) in via della Repubblica al 71, uno dei pochi in grado
di offrire con continuità una cucina di buon livello ... poi le Sorelle Picchi,
una "droghera-trattoria" in via Farini al 27, che continua la tradizione
della pasta fatta a mano ... la Trattoria dei Corrieri in via del Conservatorio,
luogo frequentato in velocità da commessi viaggiatori e avvocati buongustai
... il Tramezzo a San Lazzaro, una stella Michelin e tante bontà in cucina...
il Leon d'Oro in via Fratti al 4, magnifici i carrelli dei bolliti e
degli arrosti ... la Greppia in strada Garibaldi al 39, ottime le pappardelle
e una trippa da leccarsi le dita... Cocchi in via Gramsci al 16, dove
i tortelli ripieni di erbette, zucca o patate contendono il primato di bontà
agli anolini in brodo... poi, per quelli che pur avendo fretta si vogliono
bene, suggerisco uno spuntino, in piedi, da Pepén in borgo Sant¹Ambrogio
dove la "carciofa" e i "carré" sono da primato... oppure i piatti
freddi di Lazzaro in borgo XX Marzo al 14... e il "bianchino" con il pane caldo
e fragrante, generosamente imbottito di "cicciolata" o culatello,
dell'Enoteca Fontana in via Farini al 24...
A domani, a domani...
(24 December 2002 15:46)
.... il
mio amico Gustavo Marchesi (che di Parma ha scritto pure la storia
(Storia di Parma, Newton Compton, 1994), ricorda che i parmigiani spesso mettono in gara la musica con l'infatuazione
del sesso e, più ancora, del cibo...
Ecco,
devo stare attento, per me la Parma della triade musica-sesso-cibo...
va presa a piccole dosi... un poco di Maria Luigia... una spolverata
di Farnese...
una fetta di culatello... la sensualità di Tamara Baroni... due
anolini in brodo... una strofa di di Attilio Bertolucci... due righe
de "la Califfa"...
un putto del Parmigianino...le tettine della Petra... un aria di
Verdi... una suonata di Toscanini... un mese dell'Antelami... l'Angiolino del Duomo... l'alfabeto di Bodoni...
E allora
incominciamo a parlare di donne... che poi non sono solo sesso, musica
e cucina... c'è un filo "rosa" che lega la storia di Parma alle donne... eccola la donna al parmense,
ispiratrice piuttosto che consigliera...autoritaria e/o dolcissima...
madre, sorella, moglie o amante... comunque divina... donne, con le loro belle facce...
il petto abbondante e i fianchi torniti... donne alle quali le condizioni
sociali del
loro tempo avevano affidato, con poche possibilità di scelta, ruoli domestici
e apparentemente subalterni.... donne che, sfidando il tempo e la
storia, hanno saputo, senza uscire dalla posizione loro assegnata dal
tempo e dalla storia, dare una propria impronta alla vita politica,
sociale e culturale...
E che
impronta!
Ecco,
donne costrette a matrimoni combinati o al chiostro, donne rifiutate
o condivise... trasformarsi in diplomatiche, mecenati, duchesse, regine, poetesse...memoria popolare, mito...
Eccole,
in modo disordinato, ecco Margherita d'Austria, la "Madama" di "palazzo
Madama", che, con entusiasmo e tenace caparbietà, salva, facendo valere i suoi titoli di bastarda
imperiale, il Ducato appena nato e già in pericolo... ecco Luisa
Elisabetta di Borbone, figlia di Luigi XV, e sublime artefice della rinascita di Parma,
trasformata da decadente cittadina di provincia nell'Atene d'Italia...
ecco la parmigianissima Elisabetta Farnese... al primo impatto "ragazza
burro e formaggio"... poi regina, moglie del Re di Spagna Filippo V,
che governò, si racconta, al posto del marito... e poi Bianca Pellegrini
che conquistò il cuore di Pier Maria Rossi... per lei il condottiero
parmense costruì due imponenti castelli (Torrechiara e Roccabianca) dove
fece dipingere intere pareti per raccontare il loro definitivo amore...
e poi ancora...ancora... ancora grazie alle donne... grazie al loro intuito,
oggi possiamo ammirare gli affreschi del Correggio nella Camera di
San Paolo (commissionati dalla badessa Giovanna Piacenza) e quelli del Parmigianino
nella Rocca di Fontanellato (voluti da Paola Gonzaga, moglie di
Giangaleazzo Sanvitale) ... e poi che dire di quella Giulia Farnese, amante di
papa Giulio II, "che la gonna alzò" consentendo al fratello di esser
nominato cardinale e poi ancora papa con il nome di Paolo III... e poi Maria
Luigia d'Austria, irrequieta duchessa dai molti giovani amanti...
diventata quasi un mito per i parmigiani... "e la Gigiasa in tal canel
col gambi praria..." unitamente a Verdi e agli "anolini"...
Gli "anolini"?
... Questa grazia di dio, rigorosamente in brodo, che fino a pochi
anni fa si mangiava solo in occasione di Natale o Capodanno (mentre
i tortelli d'erbetta
ancor oggi sono d0obbligo per la "Notte di San Giovanni")
.... oggi,
gli "anolini"...
(Ingredienti per 6:
Per la pasta: 600 g di farina 5 uova intere, acqua e un pizzico di
sale, Per il ripieno: 700 g polpa di manzo da fare in stracotto, 100
gr. di pane grattugiato, 100 gr. di Parmigiano grattugiato, 4 uova, noce
moscata, chiodi di garofano, odori (cipolla, aglio, carota, sedano
tagliasti fini con la mezzaluna), 100 gr. di burro, conserva di pomodoro, 1 litro
di brodo . Preparazione: amalgamare bene gli ingredienti per la pasta
sfoglia, quindi
lavorarla energicamente. Lasciarla riposare per una mezz'ora circa.
Nel frattempo soffriggere gli odori nel burro, unire la carne, 2 chiodi
di garofano, sale pepe, un litro di brodo quindi coprire il tegame
e lasciare andare a cottura molto lenta per un 12 ore... dopo 6 ore unire
un cucchiaio
di conserva di pomodoro diluita in un poco d'acqua calda... alla fine
passare il tutto allo schiacciapatate e utilizzare la salsa molto densa
che ne uscirà
(non la carne) per amalgamarla con il parmigiano, il pane grattato,
4 uova, una grattatina di noce moscata.
Successivamente
stendere la pasta sfoglia con un matterello di legno fino ad uno
spessore di circa 2-3 mm., ricavando delle strisce di 10-15 cm. di altezza. Quindi aiutandosi con un
cucchiaio porre sul primo foglio di pasta una quantità di ripieno
pari ad una noce, fino a creare una fila di mucchietti distanziati tra loro di
circa 2 cm. Una volta che il ripieno si è esaurito, ricoprire i mucchietti
di ripieno avvolgendo su se stessa la pasta premendo bene ai bordi. A questo
punto si ricavino i singoli anolini con lo stampino apposito di tipo
liscio. Cuocere infine gli anolini in brodo
bollente
per circa 20-30 minuti. Gli anolini si gustano in genere con un brodo
di lesso misto.) ...
.... oggi
gli "anolini" si possono trovare nei vari menù dei ristoranti cittadini...
ma, visto lo stato dell'arte della ristorazione stanziale..., io, a scanso di brutti incontri,
eviterei d'ordinarli ... comunque i migliori li trovate da "Cocchi"
e al "Leon d'Oro"...
E poi
le storie della Parma di Stendhal con Fabrizio del Dongo, la Sanseverina,
il conte Mosca, Clelia Conti... storie della Parma di Giacomo Casanova... o di quella di Alberto
Bevilacqua... storie raccontate da Cesare Zavattini o Attilio Bertolucci...
da Pietro Bianchi... e Latino Barilli... e Luigi Malerba... e la Claudia Cardinale
de "La ragazza con la valigia"... e Romy Schneider de "La Califfa"
... e la Sanda di "Novecento"...
Tutte
storie di domani...
(25 December
2002 18:43)
.... quanti
ne ho visti di turisti stendhaliani i quali, scendendo a Parma,
vorrebbero
ritrovare tale e quale la città di Fabrizio del Dongo e di Clelia
Conti... qualcuno, l'ho sentito proprio ieri al tavolo di un ristorante
del centro mentre pasticciava con scontenti tortelli d'erbetta naviganti
in troppo
burro, rimane perplesso perché la Cittadella è senza torre... perché
la Certosa, se è quella, è una scuola per la Polizia penitenziaria...
perché non
esiste né il palazzetto della Fausta, né i grandiosi palazzi dei Sanseverina
e Crescenzi... perché... perché...
Certo,
il disappunto del lettore della Chartreuse è comprensibile ... però....
però per consolarlo basterebbe una visita alla Camera di San Paolo e raccontare che... non è un semplice
caso se Stendhal ha scelto di collocare l'inesistente palazzo Crescenzi
nell¹area stessa ove sorgeva il famoso convento dove la badessa Giovanna
Piacenza ordinò al Correggio di affrescarle la camera... e poi, poco
più in là, ecco la stradetta "dove si fanno silenziosi gli amanti" ...
l'attuale Borgo Giordani (l'antica via San Paolo) lì, lungo il muro
conventuale delimitante l'ex Convento di San Paolo, c'è tuttora, a metà circa, la porticina
di cui si parla nella Chartreuse .... al di là di quella porticina...
e al di là dal giardino, la celebre Camera: una camera di un convento che una
badessa, insofferente delle ombre claustrali, aveva voluto divenisse,
con la complicità di un genio, una esaltazione della luce... e poi ancora,
a due passi, la "Steccata"... la chiesa da cui suona la mezzanotte
quando Fabrizio arriva al suo appuntamento...
Dunque,
niente delusioni... Parma: sempre se stessa, sempre diversa... E par
di vederlo il Casanova, Giacomo Casanova... che tutto ricorda nella "Storia della mia vita", ... par
di vederlo nel 1749 arrivare in città, prendere albergo da d'Andremont...
già turbato perché " non mi sembrava d'essere in Italia, tutto aveva
un'aria d'oltralpe" , e, "dovendo comprare diversa biancheria"
, mettersi a cercare una merceria... trovarla, mercanteggiare sui prezzi e, alla
fine, ordinare: "ventiquattro camice da donna, del cotone per
delle sottovesti e dei corsetti, della mussola, dei fazzoletti e altre cose" ...
E ancora
Parma... che tutto, ma proprio tutto, potrebbe raccontare... ma soltanto
mettendolo in bocca al suo burattino preferito: Bargnocla ... Si, Bargnocla ... era l'inizio
del 900, tempi in cui, davvero, niente poteva esser detto per non
incorrere nelle ire dei potenti... ed erano questi "innocui" pezzi di legno che potevano
dire tutto...
Insomma
- il medium è il messaggio - i burattini sconfiggevano i potenti, armati
solo della loro arguzia e di un bastone... e si compiva l'opera:
gli spettatori
riscattavano attraverso di essi la loro impotenza e la loro frustrazione...
A saperla raccontare...
bisognerebbe dirlo almeno ai fratelli Guzzanti ...
Si, la
satira sociale e politica, nei tempi indietro, era demandata allo
spettacolo per bambini... dove l'apparente innocenza riscattava la sconfitta quotidiana...
Come scrive
Gustavo Marchesi "il burattino ci pianta una bella bevuta, afferra
il suo bastone e mette in fuga tutti i fantasmi di questo mondo, creati dalla falsa coscienza dei
venditori di fumo. E' un puro, e come tale vince, come sono puri e
vincono i bambini, quando gli adulti non si incaricano di tradire la loro
purezza" .
Perché proprio Bargnocla? Domanda che trova risposta nell'identità
di Bargnocla ... è dell'Oltretorrente, (nasce nel 1917 da Italo
Ferrari) ha il parlare arguto e schietto del Parmigiano del popolo...e, in
vino veritas , si rifugia volentieri nella sua scodella di vino...
Ecco,
la scodella di ceramica bianca... dove il vino, lasciando le linee
del livello decrescente, testimonia la sua propria genuinità... ecco
quelle osterie
oltretorrente, oramai scomparse, culla del dialetto parmigiano, delle
espressioni intraducibili del vernacolo di rara espressività, di
quel linguaggio colorito che non riesce mai, cla vaca d tò mädra!
ad essere scurrile....
Italo
Ferrari (ora c'è un museo, nel monastero di San Paolo, che lo ricorda)
crea qui il burattino Parmigiano Bargnocla ... e qui il burattino
trova ispirazione
per la sua analisi della realtà che lo circonda, parlando di politica
e dei suoi problemi, che sono poi quelli di tutti...
Dal dialogo
con l'uomo (ora a dialogare con il burattino è il figlio di Ferrari,
Gimmi, già animatore del complesso dei Corvi... quelli che negli anni '80 cantavano: "sono un ragazzo
di strada"... ricordate? ) il burattino esce immancabilmente vincente,
affrontando con il suo minimalismo atavico le complesse problematiche contemporanee
e risolvendole con l'arguzia che nasce dal vissuto e dalla tradizione
popolare ...
Ma anche
questa è altra storia, come quella del complesso monumentale di
S. Giovanni Evangelista... con la chiesa, il monastero, i chiostri,
gli orti, i servizi,
l'antica spezieria, il refettorio, la sala capitolare, la biblioteca e
i lunghi corridoi per le celle dei monaci... con alle pareti capolavori che portano i nomi di
Correggio, Parmigianino, Michelangelo Anselmi ... di cui non vogliamo parlare
perché oggi è il tempo della facciata composta da Simone Moschino
nel 1607... un palcoscenico di santi, appena restaurato...
E poi
l'Antelami.
Benedetto
Antelami... genialità e cultura del grande architetto e scultore qui
si rivela a pieno nel Battistero da lui progettato in forma di ottagono (la forma della perfezione perché
più vicina al cerchio) con un alternarsi di grandi portali di memoria
gotica... delle grandi cattedrali dell'Ille de France... La sua firma e la data d'inizio dei
lavori (1196) sono incisi nell'architrave del portale principale dedicato
alla Vergine proprio sulla piazza... le sculture della Vergine
con storie di Giovanni e Gesù, del Giudizio e la leggenda di Barlaa,
si rincorrano da un portale all'altro...mentre, tutt'intorno all'edificio, corre pure
lo zooforo: una serie di formelle scolpite con animali fantastici
e reali, simboli delle idee della vita e della natura del medioevo... l'interno,
completamente restaurato, brilla ora di uno splendore unico e il grande
testo per immagini si dispiega nella cupola dipinta da maestri bizantini tra
il 1260 e il 1270... mentre il marmo, a volte rosa, di angeli e stagioni
riserva emozioni
e memorie...
Eppoi,
lì sul portale esterno, invisibile ai più, ecco Erode e Erodiade... dietro
una tavola imbandita sopra la quale si scorge un pollo dentro un recipiente, del pane e sulla sinistra
una pasta ripiena simile per forma e dimensione ai tortelli d'erbetta...
Tortelli d'erbetta? Di nuovo?
E allora
eccola la ricetta per questi tortelli d'erbetta.
Ingredienti
per 4 persone:
Per il
ripieno: 500 gr. di spinaci freschi, 500 gr. di ricotta fresca, 100
gr. di Parmigiano grattugiato, 20 gr. di burro, 1 uovo, sale e un pizzico
di noce moscata.
Per la
sfoglia: 500 gr. di farina, 4 uova e acqua. Lavate gli spinaci e
bolliteli in acqua bollente, poi asciugateli e strizzateli fino a che
hanno perso tutta
l'acqua, e tagliateli in modo sottile. Mettete in una ciotola la
ricotta, il parmigiano, il burro, l'uovo, gli spinaci il sale e la noce
moscata,
mescolate il tutto fino ad ottenere un impasto omogeneo. Preparate
la pasta con le uova e la farina e tiratela il più sottile possibile,
fate delle piccole
palline di ripieno e ponetele ad intervalli regolari sulla pasta e
tagliate dei rettangoli regolari che andranno chiusi su sé stessi come a formare dei tortelli. Fate
attenzione che i bordi dei tortelli siano ben chiusi per evitare che
si aprano in cottura. Cuocete la pasta ottenuta (tortelli) in acqua salata per 6-8
minuti . Scolateli con attenzione e poneteli in una profonda casseruola,
coprite ogni strato di tortelli con abbondante burro fuso e parmigiano-reggiano
grattugiato.
E via,
fumanti, in tavola...
A domani,
a domani
(26 December
2002 14:26)
....Ranuccio
era fermamente convinto della efficacia del potere malefico delle "streghe"
sugli uomini e si di lui in particolare... ed era un guaio... Ranuccio,
infatti, non era un coglione qualsiasi, era un coglione che di cognome
faceva Farnese, Ranuccio Farnese... nato a Parma il 28 marzo
1596 da Alessandro Farnese e da Maria di Braganza, nominato, alla
morte delpadre, duca di Parma e Piacenza nel 1592 ... dunque uomo
di potere...
Dieci
anni prima di diventare duca... al tredicenne Ranuccio capitò di assistere
a due avvenimenti che non avrebbe mai dimenticato: il ritorno a Parma della sorella Margherita, in
precedenza andata a Mantova sposa di Vincenzo Gonzaga e da lui ripudiata
a causa di "nobilissima obstructione pudenti uteri a carnea quadam
membrana natura genita" , insomma, una malformazione dell'utero
che impediva congiunzione carnale e dunque d'avere figli... e l'esecuzione della sentenza
di morte contro quattro condannati per una presunta "congiura" contro
il nonno Ottavio Farnese...
Le due
vicende lasciarono una grande impressione sul tredicenne Ranuccio...
La prima infatti dette origine ad uno stato di tensione tra la corte
di Mantova e
quella di Parma... tensione da sempre esistente... potentemente rinfocolata
dallo scioglimento del matrimonio con quella motivazione, alla quale si contrapponeva quelle dei
parmensi che accusarono Vincenzo Gonzaga di essere impotente...
La "congiura"
dal canto suo insegnò a Ranuccio che accusare i nobili di aver "congiurato"
era una strada che, alla bisogna, si poteva percorrere senza
troppe
esitazioni con il risultato di eliminare possibili concorrenti e
incamerarne il patrimonio...
Dunque
Ranuccio mescolò, per tutto il tempo del suo ducato, incantesimi
ed esorcismi con ragioni di stato e complotti inventati... molte furono
le "streghe"
buttate a marcire nelle galere o bruciate sul rogo purificatore.... tanti
gli episodi di contrasto, anche militare ma soprattutto di sputtanamento reciproco, con i dirimpettai
mantovani... e una decina i nobili che, in nome della "gran giustizia"
ducale, salirono al patibolo ed ebbero i beni confiscati...
Ma di
Ranuccio, messa da parte la caccia alle "streghe" e arricchito il
patrimonio con le confische dei beni dei "congiurati", si ricorda soprattutto la costruzione del Teatro
Farnese... e questa è una storia che va raccontata.
Nel 1617
arrivò a Parma la voce che il granduca di Toscana Cosimo II aveva in
progetto un viaggio a Milano per recarsi a pregare sulla tomba di
Carlo
Borromeo...e
che per raggiungere il capoluogo lombardo il granduca era intenzionato
ad attraversare le terre farnesiane...
L'ego
di Ranuccio, che cercava ovunque legittimazioni, era immenso... la
voglia di superare in fasto e magnificenza i più ricchi signori toscani, anche più forte ...
Subito
Ranuccio cominciò a pensare al come accogliere l¹illustre ospite...
si, van bene le cerimonie... solite per eventi del genere ..., ma...
ci vorrebbe una idea... insomma una novità, novità assoluta, da far
parlare il mondo... e la "novità" avrebbe dovuto essere quella di un
torneo che avrebbe dovuto svolgersi all'interno di un teatro... all¹uopo venne
chiamato da Ferrara Giovan Battista Aleotti, detto "l'Argenta".. l'Aleotti
presentò un
progetto che, partendo dal progetto palladiano del Teatro di Vicenza,
vedeva un enorme teatro ligneo, un grande catino a forma di anfiteatro,
sul quale dominano,
come chiglia di una nave, 13 gradoni... contornato da un doppio ordine
di fornici sovrapposte, con balaustre e statue che richiamano la facciata della Basilica di Vicenza
... Naturalmente Cosimo II, il cui prossimo arrivo era all'origine dell'opera,
non si fece vivo...
Soltanto
dieci anni dopo tornerà l'impegno di programmare in un teatro un grande
spettacolo... l'occasione fu quella delle nozze di Odoardo Farnese, figlio di Ranuccio ed erede del ducato,
con la quindicenne Margherita di Toscana, figlia di ... Cosimo II...
Ecco dunque
che nella piccola, ma non modesta, cor te farnesiana di Parma,
dopo una decennale attesa, si alza finalmente il sipario che racchiude
il più grande
spettacolo del mondo... per la prima volta nella storia del teatro sulle
tavole del palcoscenico si effettuano cambiamenti a vista delle scene....
addirittura la platea, mediante l'impiego di complessi marchingegni di
alta ingegneria idraulica, è trasformata in un laghetto artificiale per
la simulazione di una battaglia navale... è anche la prima volta al
mondo che, tra le tante novità tecniche, si inaugura la <<fossa
orchestrale>>... in anticipo di oltre due secoli su quella studiata
da Wagner nel teatro di Bayreuth...
E poi
il banchetto... 124 portate (vi risparmio l'elenco...) in un preciso
rituale di servizio festosamente proposto da coppieri e da trinciatori
in una sala
addobbata con drappi serici, che riportavano le armi di famiglia, ghirlande
e festoni di foglie, fiori e frutta.... una tavola trionfo di tovaglie di lino bianco, anche operate,
che ricoprono, fino a terra, la mensa... lo splendore e il perfetto
servizio a tavola era affidato allo scalco , vero gentiluomo di fiducia,
che sovrintendeva alle complesse operazioni della tavola... dal ripiegare
le salviette in mille modi creando montagne incantate... sopra tavole
lucenti di bicchieri, colorate maioliche, splendide saliere, cristalli,
affilati coltelli, forchette (oramai d'uso comune) e candelieri montati
su basi dorate... nonché ricchi vasi d'oro e d'argento... e le viole,
le violette di Parma, a dar colore al candore delle tovaglie...
La violetta,
la violetta di Parma, solo sotto Maria Luigia (un paio di cent'anni
dopo) la violetta verrà ricoperta di cristalli di zucchero e candita
... ancora oggi , se passate dalla <Pasticceria Torino>>,
in strada Garibaldi al 61, trovate le violette candite, preparate tutto
l'anno per gli
irriducibili del "mauve" parmense... ma il locale, gestito da Dino
Paini e dal figlio (che ha aperto una chocolaterie-bomboniera in via
Farini al 60)
Gianluca, propone altre specialità... la Torta della nonna al limone
... Zuppa inglese ... tortelli con marmellata o agli spinaci... torte
di cioccolato
, originali cioccolatini con le facce di Verdi e Maria Luigia...
Ho quasi
finito con Parma, lussuosa e appariscente come solo le metropoli sanno
essere... a vederla così placida e piatta come il torrente che la attraversa e le da il nome, Parma
non offre subito la sensazione della sua maestà... ma, basta uno
sguardo in giro e... le donne, come le chiese e le piazze, le donne sono belle come
il sole... Basta uno sguardo per innamorarsene...
A domani...
(27 December 2002
12:47)
....è ben strana questa cosa.
La cucina parmigiana ha una lunga e celebrata tradizione che conserva
ancora il gusto della buona cucina... ma soprattutto nelle case private,
come scrivevo:
... occorre, ahimè, ammettere che la situazione della ristorazione
locale non è particolarmente brillante...
Dunque
(non ovunque) a tavola!
E che
tavola!
Il primo
estensore o divulgatore della gastronomia parmigiana fu Salimbene de
Adam, il più grande cronista che Parma abbia mai avuto... la sua dugentesca Cronaca è piena della
fragranza della cucina locale... e, solcando gli anni della storia,
non è il solo: nei trattati di cucina dal trecento in avanti... la cucina parmigiana
ebbe un suo posto d¹obbligo... basti ricordare che l'Apicio moderno di
Francesco Leonardi, cuoco -mica cazzi- di Caterina II di Russia,
riporta addirittura una serie di venti piatti alla <<parmigiana>>...
Ma non
si può abbandonare Parma senza citare - prodotto unico, inimitabile
e irripetibile... - il capolavoro della gastronomia parmigiana: il
formaggio parmigiano-reggiano!
Se il
formaggio e il burro (altra tipica specialità parmigiana) nobilitano
l'umile mucca e fanno di questo animale una specie di divinità o nume tutelare della cucina parmigiana,
il maiale (<<gosèn>> quando è vivo... <<
nimel>> quando è morto) ne è il profeta sicuro e generoso...
se non altro
tutto quello che da di sé è eccellente...
Tutto:
dai salumi al lardo e allo strutto, dalle zampe alla coda... prosciutti
(di Parma), culatelli (di Zibello) , salami (di Felino) non ammettono
repliche.
Non per
niente a Parma c'è un detto:<<Il maiale è come la musica di
Verdi: non c'è niente da buttar via>>... Insomma la cucina parmigiana non
nasce per caso, ma per lunga e tenace abitudine... e non è un caso che
proprio a Parma sia nata e prosperi quella che è forse la più grande industria
europea per la produzione di paste alimentari... anche qui al principio
c'era appena un piccolo forno per la cottura del pane... il pane... ecco
un argomento che potrebbe riempire una intera giornata... se fosse,
però, il pane di una volta, quello che usciva caldo e morbido, profumato e croccante
dai forni che si aprivano prima dell'alba... e che oggi, purtroppo,
trovi, molliccio... plasticato ...
Basta!
Come diceva il poeta romanesco Cesare Pascarella: <<Una mangiata
alla parmigiana mi ha riconciliato con l'umanità>>
E dopo
aver mangiato ... prima di lasciare la città, d'obbligo un salto
in Pilotta (palazzone con enormi portici... così chiamato dal gioco
della pelota che
si giocava in uno dei cortili) è d'obbligo...
Il palazzo,
che fu residenza e palazzo di Governo dei Farnese, è oggi contenitore
di teatri, musei e biblioteche... dalla Biblioteca Palatina... fondata nel 1861 da Filippo di Borbone
e aperta al pubblico nel 1769, è il frutto ben riuscito di un disegno
architettonico severo ed elegante dovuto all'architetto francese E.A.Petitot
che ne ha disegnato sobrie scaffalature cesellate a festoni e sormontate
da anfore scolpite... alla Galleria Nazionale dove, grazie al collezionismo
dei Duchi di Parma (don Filippo e don Ferdinando di Borbone) e agli
acquisti operati da Maria Luigia d'Austria ci troviamo in una importante quadreria...
particolare importanza rivestono per numero e rappresentatività delle
opere, che ne fanno una delle Gallerie più ragguardevoli d'Italia, la scuola
emiliana del XV e XVI sec. ( Correggio, Parmigianino, Bedoli, Bertoja),
quella veneta del XV-XVI sec. e quella romana (Giulio Romano, Sebastiano
del Piombo).
Dal Museo
Archeologico... fondato a Parma nel 1760 da don Filippo di Borbone
per la conservazione dei materiali portati in luce dallo scavo promosso
da don Filippo stesso a Velleia, piccola città romana sull'Appennino
piacentino.... al Museo Bodoniano... li, all'ultimo piano della biblioteca Palatina, interamente dedicato all'opera
tipografica di Giambattista Bodoni, che assunse l'incarico di dirigere
la stamperia reale di Parma nel 1768 facendone un centro tipografico internazionale
della sua epoca e ottenendo risultati tecnici davvero eccezionali...
eppoi, sempre nel maestoso Palazzo della Pilotta si trova il bellissimo
Teatro Farnese... quello di Ranuccio, tutto di legno.... si sale il
grande scalone all'imperiale (ricordo dell'Escorial) e si arriva al portale
del teatro... quasi all'improvviso ci si trova nella più grande e
più moderna sala di spettacolo dell'epoca...
.....
Insomma, arrivederci "petit capitale" ... e "capitale" significava
"Corte" con funzionari... artisti... artigiani... prostitute... cuochi
... non dimenticando i tremila francesi (il 10% dell'intera popolazione)
che nella seconda metà del '700, quando il ducato per l¹infecondità
dei maschi Farnese passò ai Borbone, giunsero in città al seguito
del duca don Filippo e della di lui consorte duchessa Luisa Elisabetta
(un'altra donna!) , figlia di Luigi XV...
E' proprio
allora, in quel tempo, che la "piccola capitale", grazie a Luisa Elisabetta,
si trasformò in "petite capitale "... col francese nella lingua
che si alternava, mischiandosi al parmigiano e che, insieme alla erre
moscia, faceva penetrare nell'animo, nel cervello, nello stomaco, nella sensibilità della gente quella apertura
culturale, quella raffinatezza... anche in cucina che diventavano caratteristiche
genetiche per i parmigiani... risultato immediato: Parma era la città
-dopo Parigi, ovviamente- che aveva più abbonati all'Encyclopèdie
di Diderot e D'Alambert... e con l'Encyclopèdie... l'Illuminismo
con il suo razionalismo, con la sua laicità, e con la netta divisione
dei poteri statali da quelli religiosi... le radici parmigiane affondano
qui... tra le sete fruscianti.... i ricami dorati... i balli di Corte...
gli spettacoli al Farnese.,.. le edizioni bodoniane... l'Università
sottratta ai gesuiti... il Collegio del nobili... lo stracotto di
cavallo, il formaggio più buono del mondo e il vino scuro che tinge
le scodelle...
Insomma,
la "Corte" richiedeva funzionari, impiegati, artigiani, gente di
cucina, artisti... umanità bella, viva e istruita.
Cinquant'anni
dopo toccava ad un'austriaca, una donna austriaca, Maria Luigia, di
nuovo stimolare, con altre e più intime sollecitazioni intellettuali e pratiche,
quella che oggi definiamo come "parmigianità"... che ci parla di cultura
e gusti raffinati... e dell'amicizia che le donne, tutte le donne, splendide
nella loro ricercata eleganza, aiutata da un soprappiù di cultura e
di briosità sensualità, hanno avuto per questa città...
Eppoi
gli industriali... i poeti... gli scrittori... gli scienziati...
i musicisti... i giornalisti... i registi... i campioni dello sport...
i pittori... e, ancora, con le <<rezdore>> ...
richiamate nella mistica poesia di pietra dell'Antelami... come
negli squillanti, solari, vertiginosi inni del Correggio e del Parmigianino...
Parma: un anolino in brodo e il sorriso di una donna.
FINE.
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LINK di
riferimento al testo:
www.emiliaromagnaturismo.it
www.imola.queen.it/citta/dozza/eno_ita.htm
www.castelliducato.it
www.veronelli.com
www.bussetolive.com
www.storiainrete.com
www.biblcom.unipr.it
www.viamichelin.com
www.circuitocittadarte.it
www.vigolenoitaly.com
www.museolombardi.it
www.fontanellato.org/italiano/saletta.htm
www.tolasudolsa.com
www.winesemporium.com
www.saporiemiliani.it
www.terreverdiane.it
www.mondopiccolo.it
www,primaelunae.it/artisti/Parma.burattini.htm
www.esoteria.org
www.giuseppeverdi.it
www.stradadelculatello.it
www.stradadelprosciutto.it
www.stradaviniesapori.it
www.cittacastelliciliegi.it
www.parmigianino.com
www.ce.unipr.it/segno/farnese/storiadiparma.html