SOLIDARIETÀ AL PRETE DEL CENTRO REGINA PACIS DI LECCE
I NEMICI DI DON CESARE
Le ragazze che hanno accusato don Lodeserto hanno ritrattato.
Ma spuntano i sospetti di vendetta della mafia dell'Est europeo che prospera
sulla prostituzione.
Gavrjusha scrive dall’Ucraina e centra l’obiettivo: «Don Cesare deve
aver pestato i piedi a qualcuno continuando a esercitare non solo il suo
dovere, ma anche il suo ministero apostolico». Bisogna occuparsi del
contesto per capire dove sono maturate le accuse che hanno portato in carcere,
con una decisione clamorosa e forse non necessaria, don Cesare Lodeserto,
il sacerdote degli immigrati di Lecce, il fondatore del Centro Regina Pacis.
Dicono i suoi avvocati: «Pochi sanno quanto è pericolosa la
mafia dell’Est, quella che dirige il traffico delle donne». Don Cesare
in questi anni ha tirato via dalla strada oltre 1.100 ragazze. Per il business
della prostituzione è stato un colpo straordinario. E non ci vuole
nulla per fargliela pagare.
Le ragazze ospitate nel centro della Fondazione Regina Pacis, che non è
più uno dei centri per gli immigrati previsti dalla legge Bossi-Fini,
i cosiddetti Ctp (Centri di permanenza temporanea), hanno steso lenzuola
bianche alle finestre in segno di solidarietà. Era appena tornato
dalla Moldavia, venerdì scorso, quando i carabinieri si sono presentati
per arrestarlo. Era a Mantova, dove la Fondazione gestisce un altro centro,
ed era atterrato da poco all’aeroporto di Verona. A don Cesare è stato
notificato un mandato di arresto per sequestro di persona e abuso di mezzi
di correzione.
La denuncia era stata fatta da alcune ragazze ospiti del Centro a cui don
Cesare avrebbe impedito di uscire, ritirando loro il permesso di soggiorno.
Lunedì le ragazze hanno ritrattato, ritirato l’accusa, giustificandosi
di averla fatta in un momento di difficoltà, forse a causa di qualche
bicchiere di troppo. E poi hanno chiesto di poter tornare al Centro Regina
Pacis, da dove gli inquirenti le avevano allontanate.
Ma questo è solo l’ultimo atto di una campagna contro l’impegno del
sacerdote pugliese e della Chiesa di Lecce. Da anni i no global del "Lecce
Social forum", appoggiati anche da alcuni deputati della sinistra radicale
e dei verdi, chiamano don Cesare "il boia del Regina Pacis". Circola anche
un filmato per sostenere le accuse.
Dalla lotta politica si è passati alle denunce per maltrattamenti
e peculato e alle bombe contro il Duomo di Lecce, abitazioni dei parenti
di don Cesare e altri uffici della Curia. Si è parlato di matrice
"anarco-insurrezionalista", ma forse c’è anche dell’altro, visto che
sugli attentati indaga anche l’antimafia.
È ancora il contesto che bisogna leggere in tutte le sue pieghe. Don
Cesare ha sempre criticato la legge Bossi-Fini, ma anche scelto, fino a un
certo punto, di restare dentro i Ctp, per umanizzarli. Quello di San Foca
era diverso dagli altri e quando 17 immigrati hanno accusato don Cesare,
i collaboratori e i carabinieri di guardia di violenze di varia natura, anche
di carattere religioso (secondo l’accusa, un musulmano sarebbe stato costretto
a mangiare carne di maiale cruda), è scattato più di un sospetto.
Alcuni circoli della sinistra no global hanno accusato in questi anni don
Cesare e il volontariato della Chiesa leccese di coprire tutto con la «retorica
dell’accoglienza», chiedendo la chiusura del Regina Pacis. La realtà
è assai diversa. Da quasi 10 anni a San Foca si fa tutto, eccetto
che retorica.
Spiega monsignor Francesco Ruppi, arcivescovo di Lecce: «Don Cesare
ha servito e aiutato una grandissima schiera di poveri, immigrati, diseredati.
Ho fiducia che la verità venga a galla dinanzi alla giustizia della
terra, così come lo è dinanzi alla giustizia di Dio».
E la solidarietà è scattata subito attraversando tutte le formazioni
politiche: da D’Alema a Buttiglione, dalla Cgil al ministro Prestigiacomo,
e poi vescovi, il direttore della Radio Vaticana padre Federico Lombardi.
Infine migliaia di e-mail arrivate dall’Italia e dall’estero, soprattutto
da Moldavia, Ucraina, Romania, da tante famiglie che hanno recuperato grazie
all’opera di don Cesare e dei suoi le mamme, le sorelle, le figlie.
Da Chisinau ha scritto il vescovo Anton Cosa: «Non ho mai pensato che
si potesse arrivare fino a questo punto. Sono sicuro che dietro c’è
una forza del Maligno. Don Cesare, sta’ forte e non cadere. È solo
un’altra prova della nostra lotta. Serve a dimostrare che è una lotta
vera».
Don Cesare, che dopo l’arresto si è dimesso da tutte le cariche per
facilitare l’accertamento della verità, ha aperto case per ragazze
in difficoltà, per i bambini che vivono nelle fogne in Moldavia, in
Ucraina. Lo ha fatto sempre in accordo con la Chiesa locale. Con lui lavorano
molte congregazioni religiose. Ed è stato anche l’unico sacerdote,
anzi l’unico straniero, a poter entrare in Trasnistria, una lingua di terra
incastrata tra la Moldavia e l’Ucraina lungo il fiume Dnestr, dove è
stata autoproclamata una Repubblica comunista riconosciuta solo da Mosca
e dove le condizioni di vita della popolazione sono di gran lunga sotto la
soglia di sopravvivenza. Da alcuni mesi, nei pressi di Tiraspol, funziona
un orfanotrofio gestito dalla Fondazione Regina Pacis che cerca di alleviare
le sofferenze di molti bimbi abbandonati.
Sono tutte frontiere difficilissime quelle su cui si è sempre mosso
don Cesare. L’ultima è quella dei night club. Perché, ha chiesto
in una lettera inviata a molti parlamentari, le ballerine dei night sono
fuori dalle quote e le badanti no? A chi ha pestato i piedi don Cesare?
Alberto Bobbio - Famiglia Cristiana