altro che “fighetta style”, le imprese vogliono essere più protette

Cresce l’imbarazzo di politici, grandi industriali, sindacalisti che per mesi si sono tanto opposti
Ormai si moltiplicano le prese di posizione a favore di misure più decise contro la concorrenza sleale. Altro che “fighetta style”, “grandi marchi”, “grandi firme”. Occorrono dazi, o misure “antidumping”, e serie. L’importante è fare presto. Le attese imposte dalla procedura Ue per giungere a misure di protezione sono troppo lunghe e inefficaci. Servono interventi qui, ora, subito. Il made in Italy, quello vero, fatto di decine di migliaia di imprese piccole e medie, sta per chiudere.
È il messaggio che proviene dai tanti settori colpiti (vedremo in particolare quali) a mano a mano che passano le ore, nell’approssimarsi delle decisioni che il Consiglio dei ministri deve prendere riguardo il tema della competitività. Tale pressione mette in imbarazzo numerosi rappresentanti della politica che nei mesi e ancora nei giorni scorsi si erano dati da fare per negare quanto la Lega sta proponendo.
Paolo Galassi, presidente di Apimilano, associazione che raggruppa 3 mila pmi, rileva: «È colpa del sistema burocratico-finanziario della Ue e della Banca Centrale Europea se le economie nazionali non riescono a difendersi dall’aggressione produttiva e commerciale della Cina. I dazi sarebbero superflui se l'Ue garantisse il rispetto delle norme severe che regolano l’importazione dei prodotti extracomunitari, oggi massiccia e sregolata. E la Bce dovrebbe attivare misure per riallineare l’euro al dollaro». Anche Carlo Longo, presidente dell’unione industriale di Prato, zona dove la concorrenza cinese è temibilissima, chiede misure che assomigliano moltissimo alle richieste della Lega: «L'Ue prima di tutto deve applicare le clausole di salvaguardia, che bloccherebbero la crescita annua delle importazioni. Abbiamo bisogno di dazi anti-dumping, di misure per fermare i prodotti sottocosto. Servono anche prezzi uguali per tutti e l'etichettatura obbligatoria per i prodotti che arrivano in Europa».
Il Presidente di Federlegno, Arredo, Roberto Snaidero, si dice preoccupato per i continui rinvii sul decreto per la competitività. «È un tema importantissimo - dice Snaidero - e dentro la bozza di decreto ci sono misure indispensabili per rilanciare le aziende. Ma si sta perdendo troppo tempo». Secondo Snaidero, «un’introduzione generalizzata dei dazi preventivi è anacronistico, un’assurdità». Ma poi ammette: «Altro discorso è applicare delle procedure antidumping su alcune specifiche merceologiche. E gli imprenditori tessili e delle calzature hanno ragione quando chiedono dazi compensativi, contro il dumping».
Francesco Cavallaro, segretario generale della Cisal, (Confederazione Italiana Sindacati Autonomi Lavoratori) con circa 1.700.000 iscritti, non certo abbonati al “fighetta style”, commenta la proposta delle Lega Nord di imporre dazi sulle merci cinesi: «L'ipotesi di attivare dazi compensativi anti-dumping può essere utile per tutelare il lavoro italiano e a far rispettare gli accordi sottoscritti anche dalla Cina. Non vediamo perché tale forma di contrasto - continua Cavallaro - non possa essere usata dall’Italia a fronte di comportamenti sempre più aggressivi e sleali che stanno mettendo in ginocchio interi distretti industriali con conseguenze pesantissime sulla tenuta dell’occupazione. Inoltre - ha concluso il segretario della Cisal - al momento è assolutamente impossibile tenere il passo, in modi diversi, alla concorrenza scorretta di paesi ancora molto avari nel concedere diritti e libertà democratiche ai loro lavoratori».
Per combattere la concorrenza sleale perfino Confindustria sollecita che «siano utilizzati i mezzi da tempo previsti dai regolamenti comunitari, compresi i dazi temporanei compensativi antidumping e gli altri strumenti di salvaguardia». Lo chiedono i vertici dell’imprenditoria italiana ricordando però come «la politica commerciale è oggi di competenza esclusiva dell’Ue». In quella sede il governo deve impegnarsi. Confindustria «continuerà a sollecitare gli organismi europei competenti affinché adottino rapidamente tutte le misure necessarie a contrastare le pratiche scorrette in atto che falsano la competizione internazionale».
Chi è piuttosto in imbarazzo è il viceministro alle attività produttive, Adolfo Urso, con delega per il Commercio estero. Urso non ha dubbi: «La Cina prima di tutto è una grande opportunità. E chi chiede più dazi dice una sciocchezza». Evidentemente, il viceministro pensa alle “grandi firme”. Ma poi annuncia che la prossima settimana avrà un incontro con Peter Mandelson, commissario Ue al commercio, al quale chiederà, guarda caso, «varie misure di salvaguardia». L'incontro servirà a discutere proprio le preoccupazioni italiane per le importazioni cinesi.
Il ministro delle attività produttive, Antonio Marzano, dopo avere a lungo negato la necessità dei dazi, scrive direttamente a Mandelson: «Non auspichiamo certo, signor Commissario, l’introduzione di dazi (salvo i cosiddetti dazi antidumping) quanto piuttosto la piena e puntuale applicazione di quelle misure di salvaguardia che i meccanismi comunitari contemplano a fronte di principi di fair competition da parte dei paesi terzi». Il testo assume particolare importanza alla luce della richiesta della Lega di inserire dei dazi nel provvedimento del governo per la competitività.
Intanto l’Associazione delle industrie tessili europee, Euratex, ha chiesto alla Commissione Ue e agli Stati membri di applicare restrizioni alle importazioni di alcuni prodotti tessili dalla Cina verso l’Europa. La richiesta di Euratex è relativa a 12 categorie di prodotti importati dalla Cina, per le quali vengono chieste particolari tutele. Per Euratex, per queste categorie di prodotti è “fuori di dubbio” che esistano pratiche commerciali “inaccettabili”.
Una posizione totalmente contrastante il pensiero di del vicepresidente di Confindustria, Andrea Pininfarina, il quale ricorda che l’Unione europea ha nei giorni scorsi imposto limiti alle importazioni per 58 prodotti. «Evitiamo quindi - afferma Pininfarina - operazioni che ci mettano solo in difficoltà rispetto ad azioni già in atto».
Già il presidente degli industriali, Luca Cordero di Montezemolo, nei giorni scorsi si era detto contrario alla proposta di introdurre dazi ai prodotti importati dalla Cina, ma solo dopo avere tergiversato a lungo, perché come gli ha fatto notare il ministro Roberto Maroni, la proposta, in realtà, proviene soprattutto dai suoi stessi associati. Ma Pininfarina e Montezemolo è giusto del “fighetta style” che hanno fatto una bandiera, quello che si autofinanzia con ingenti masse finanziarie.
L’Ulivo, in pratica, non ha parole, non ha una linea, una strategia. Per il leader dell’Unione, Romano Prodi, i dazi sono addirittura «impossibili, non siamo più arbitri del nostro futuro, introdurli significa ritirarci dalla Ue». Per Fausto Bertinotti «è tutta propaganda della Lega», mentre il leader della Margherita Francesco Rutelli dice che i dazi «sono solo un’aspirina il cui effetto dura una notte e il giorno dopo ci si ritrova di nuovo col febbrone». Ma allora come mai uno dei maggiori responsabili della politica economica dei Ds, Pierluigi Bersani, di fatto li smentisce tutti ammettendo: «Alla luce delle normative comunitarie si possono chiedere meccanismi di salvaguardia, come tasse, quote contingentate»? All’Europa, continua Bersani, bisogna innanzitutto chiedere che tutti i Paesi rispettino le regole del Wto». E il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani rompe il lungo silenzio sindacale: «In Europa ci sono norme e procedure che tutelano dalla concorrenza sleale che vanno attuate». Già ma con quali tempi.


[Data pubblicazione: 11/03/2005]