L’ATROCITA SVENTATA

di GIORDANO BRUNO GUEItRI

La legge numero 40 del 2004 del 19 febbraio - approvata con 277 voti contro 222 in scrutinio segreto - prevedeva il divieto di fare analisi sugli embrioni prima di impiantarli, in modo che non si potesse scegliere questo piuttosto che quello (maschio o femmina, ad esempio), che insomma non si arrivasse alla selezione genetica della razza. Ma così facendo si rischiava inutilmente di impiantare embrioni malati («tanto, poi, si può fare un bell’aborto terapeutico» sarà stato il pensiero di qualche legislatore).
Di fronte a una legge così feroce, c’era solo da sperare che un caso simile non si presentasse mai. Invece alla coscienza di chi quella legge l’aveva voluta e approvata si presentò subito il caso umano, di carne e di dolore. Due coniugi portatori sani di talassemia (quindi ad alto rischio per il feto) non poterono selezionare gli ovuli perché una sentenza, perfettamente coerente alla legge, di un giudice di Catania stabilì che «Gli ovuli fecondati vanno impiantati anche se c’è il rischio che possano essere portatori di malattie genetiche». La sentenza era del 5 maggio, l’impianto avvenne l’11 lasciando madre e padre nell’incubo di sapere se avranno un figlio gravemente malato. Immaginiamo lo Stato d’animo dei due aspiranti genitori, ai quali sarebbe bastato fare una gita fuori porta - Lione, o Barcellona - per ottenere che i loro ovociti venissero esaminati, ma che hanno voluto affidarsi allo Stato italiano.
Questa atrocità è stata parzialmente risolta dalle «linee guida» della legge appena emanate dal ministero della Sanità: l’impianto di un embrione malato non è «coercibile».
Ma restano altri punti inaccettabili della legge, non a caso influenzata dalle gerarchie cattoliche. Il primo vieta la fecondazione con seme e ovociti estranei alla coppia: in pratica, se uno dei due non può generare, nessuno può generare (con donatore segreto) anche se il loro massimo desiderio è avere un figlio. Che gli importa allo Stato con chi si fanno figli? Per coerenza, uno Stato così dovrebbe impiccare gli amanti.
Il secondo punto è che non si possono utilizzare più di tre embrioni per volta, e bisogna trasferirli nell’utero con un solo impianto: ovvero si riducono moltissimo le possibilità che l’operazione funzioni, e si trasforma una conquista scientifica in una lotteria pur di «salvare» qualche embrione: in uno Stato che permette e paga nelle strutture pubbliche dai 150.000 ai 200.000 aborti l’anno.
Il miglior pensiero di sintesi sulla legge l’ha espresso - a mio parere - Miriam Mafai, che l’ha definita «ideologica, crudele, offensiva per le donne, per la libertà dei cittadini e della ricerca scientifica».
Una legge che, per salvare i diritti di un embrione di poche ore di vita, provoca aborti di feti in stato avanzato. Che discrimina coppie giovani e coppie mature, le quali hanno sempre meno possibilità di avere figli. E che costringerà, ancora una volta, a rivolgersi all’estero. Pei questo invito ad appoggiare la raccolta delle firme promossa dai radicali per un referendum abrogativo.

Il Giornale, 28.7.2004