«L’iperbole
retorica del gulag è l’ultimo caso di finto scoop utile alla causa»
“Guantanamo è il gulag dei
nostri tempi”. Anzi no, scusate, l’abbiamo detto così per dire. “Donald
Rumsfeld è l’architetto delle torture”. Anzi no, scusate, non lo sappiamo
per certo, “anche se sarebbe affascinante scoprirlo”. “A Guantanamo si oltraggia
il Corano”. Anzi no, scusate, le nostre fonti non erano state verificate,
tanto è noto che nella super prigione di Cuba succede di tutto, sarà
successo anche questo.
Quando il pregiudizio diventa notizia l’approssimazione è sempre
in agguato, come dimostra il non-scoop di Newsweek che ha infiammato le piazze
in Afghanistan. Ma c’è di più. C’è che Amnesty International
– dopo che il suo segretario generale, Irene Khan, ha lanciato la definizione
di “gulag” e il suo direttore, William Schultz, ha ritrattato in un’intervista
a Fox News – si è trincerata dietro la scusa dell’iperbole retorica,
giustificando in questo modo non soltanto il paragone con i campi di concentramento
sovietici, non soltanto le critiche a Rummy, ma anche l’insinuazione che
a Guantanamo si pratichi quella tecnica dei “desaparecidos” tanto in voga
nei regimi latinoamericani di un trentennio fa.
Si potrebbe definirle parole in libertà. Se non fosse che poi, sull’onda
lunga della polemica, è cominciata la carrellata di chi richiede la
chiusura della prigione incriminata. Il New York Times in primis, con editoriali
e con il contributo di Thomas Friedman, poi Jimmy Carter, ex presidente molto
attento al rispetto dei diritti umani tanto da richiedere osservatori internazionali
durante le elezioni in Florida, poi un po’ di politici, di destra e di sinistra,
Bill Clinton compreso.
Si potrebbe definirle parole in libertà
se non fosse che poi il senatore dell’Illinois Dick Durbin, il numero due
dei democratici al Senato americano, non fosse andato oltre, passando – durante
un’audizione del Judiciary Committee on Guantanamo Bay – in un sol colpo
dal gulag alle torture naziste e a quelle di Pol Pot in Cambogia, rifiutandosi
poi di ridimensionare il paragone nonostante le critiche piovute da ogni
parte e, anzi, conquistandosi un posto d’onore nei notiziari di al Jazeera,
l’emittente del Qatar che non ha perso occasione per dare il solito tocco
antiamericano al mondo già antiamericano che ogni giorno rappresenta.
Weekly Standard ha cominciato una dura campagna contro Durbin, chiedendo
una procedura ufficiale di censura e invitando anche il Partito democratico
a riflettere sull’eventualità di rimuovere il suo rappresentante:
così si rinfocola la propaganda jihadista, sostiene il magazine di
Bill Kristol.
Si potrebbe definirle parole in libertà se poi non fosse che, quando
Rumsfeld ha precisato come stanno le cose a Guantanamo, le sue parole sono
state liquidate come un banale atto di difesa dell’Amministrazione di George
W. Bush, uno dei soliti motivetti che ricordano quanto si mangi bene nella
base di Cuba, quanto ci sia rispetto religioso e culturale. Invece il segretario
alla Difesa ha sottolineato aspetti ben più importanti rispetto alle
idee (non confermate dai fatti) esposte da Amnesty International: ha detto
che il Pentagono spende più per il rancio dei detenuti di Guantanamo
– “per rispettare le regole dettate dalla religione” – che per quello delle
truppe americane; ha detto che, per quel che lo riguarda, chiuderebbe volentieri
la base di Guantanamo, visto che la sua costruzione è costata 100
milioni di dollari e ne costa 95 ogni anno per essere gestita, e altrettanto
volentieri farebbe a meno di questa “custodia” e rimanderebbe i detenuti
alla “rule of law” dei loro paesi d’origine, se soltanto là esistesse.
Le frasi del segretario generale di Amnesty –
il paragone con il gulag – non sono dunque parole in libertà. Hanno
un preciso obiettivo propagandistico, contribuiscono a disegnare un mondo
distorto, scatenano reazioni che non sempre sono prevedibili, rimangono al
servizio di un pregiudizio, evitano di far emergere la differenza che esiste
– ed esiste – tra le repressioni di un regime e le imperfezioni di una democrazia.
Ma nella mente dei lettori (ed elettori) resterà impressa l’idea “Guantanamo=gulag”.
La doppia realtà è un vizio del gran galà mediatico.
Questa del gulag è l’ultima delle “sviste” rimbalzate sulle prime
pagine dei giornali: la penultima è stata quella di Newsweek. Il magazine
ha ritrattato e chiesto scusa, e per molti la questione è finita così.
Poi si è scoperto che il Corano ogni tanto è effettivamente
oltraggiato a Guantanamo, ma
soprattutto da parte dei detenuti, che cercano di scatenare una rivolta all’interno
del carcere. Una guardia accusata di aver dato un calcio al Libro sacro dell’islam
è stata licenziata, un’altra che ha lanciato un gavettone, bagnando
il Corano, ha fatto la stessa fine: ogni volta sono state consegnate nuove
copie ai detenuti. Ma queste non sono notizie da gran galà mediatico.
Poi il Time ha fatto un reportage sugli interrogatori cui è stato
sottoposto a Guantanamo Mohammed al Qahtani, considerato il ventesimo membro
del gruppo di dirottatori che hanno fatto crollare le Torri gemelle l’11
settembre: le guardie lo hanno tenuto in isolamento, sveglio e in piedi,
lo hanno circondato di donne, gli hanno tolto i vestiti, gli hanno mostrato
i cani e gli hanno fatto sentire per ore la terribile musica di Christina
Aguilera. Ma anche questa non è una notizia “utile”.
L’iperbole retorica non l’ha certo inventata Amnesty. Basta ricordare quel
dato agghiacciante sparato dai mass media italiani nell’ottobre scorso: secondo
la rivista The Lancet, dall’inizio della guerra in Iraq sarebbero morte 100
mila persone, cioè 166 morti al giorno dal momento dell’invasione.
Poi si è scoperto che il dato devastante era emerso da un sondaggio
effettuato su 800 iracheni, un campione esiguo per un’iperbole accattivante.
Basta ricordare il Daily Mirror, che ha pubblicato le foto di detenuti iracheni
seviziati da soldati britannici: poi sono arrivate le smentite, le scuse,
le dimissioni del direttore, ma quelle immagini sono ancora impresse nei
ricordi dei lettori (e per alcuni sono ancora vere, come per i lettori dell’Espresso,
che le ha pubblicate senza poi comunicare che in realtà erano false).
Basta ricordare come è nato il cosiddetto scandalo di Abu Ghraib:
tutti pensano che sia stata la stampa-che-controlla-il-potere a smascherare
le nefandezze dei soldati americani, ma non è andata così.
E’ andata che il Pentagono aveva già aperto un’inchiesta: le immagini
dei soldati americani che abusano e umiliano i prigionieri iracheni erano
in possesso dei vertici militari statunitensi ben prima che Cbs e New Yorker
facessero i loro presunti scoop. Ma di quell’inchiesta – che ha portato a
cambi di personale e a pene detentive per i “torturatori” – poco si è
detto, qualche pagina interna, non certo la risonanza delle immagini dei
corpi nudi dei detenuti di Abu Ghraib. Basta ricordare Dan Rather e i documenti
falsi sui favori riservati al presidente figlio di papà Bush che l’hanno
costretto a pubblica ammenda e alle dimissioni. Basta ricordare la Bbc e
la drammatica iperbole sui documenti resi “più sexy” per aumentare
la forza della minaccia di Saddam che hanno causato la morte dello scienziato
David Kelly. Basta ricordare anche tutte le volte – e non sono poche – in
cui è stato dato spazio alle teorie del complotto, alla cabala neoconservatrice
e alle sue smodate manie di imperialismo. Sono queste le doppie realtà
del gran galà mediatico, che non ammette smentite e che tralascia
ciò che non è utile alla causa, ma poi alla fine non capisce
perché Bush stravince in America e l’Europa straperde in Francia.
(da IL FOGLIO di martedì 21
giugno 2005)