Guia e l’aborto (un problema che non riguarda
coloro che ne parlano)
Un’obiezione radicale alle posizioni del Foglio.
La rivendicazione della possibilità di dare o negare la vita.
da Il Foglio del 23 novembre 2005.
di Guia Soncini
Il bello è che non ne parla mai chi
sa di che cosa si stia parlando. Ne discettano tutti da studiosi,
col loro bravo riflesso pavloviano “l’aborto-è-un-dramma”. L’altra
sera, a Matrix, l’aborto era un dramma per tutti i dibattenti. Detto
da chi difendeva la 194, faceva un po’ tenerezza: una legge che è
come un parente un po’ scemo, da difendere pur vergognandosene. A un
certo punto è comparsa una signora e ha detto che è inutile
continuare a parlare di contraccezione, nei paesi ad alto tasso di contraccezione le
donne abortiscono come altrove. Ottimo. Quindi la contraccezione non
serve, l’aborto è una tragedia dell’umanità, riproducetevi come
coniglie e andate in pace.
Il bello è che non parla mai chi è interessato all’argomento.
A dibattere di quel che devi fare se ti accade di aspettare un figlio
senza averne alcuna voglia sono sempre uomini senza figli (vescovi e
non) e donne ormai al sicuro da quello scivoloso crinale che è
l’arco dell’età riproduttiva e che, mi piace pensare, in gioventù
abortirono – con dramma interiore, si capisce – e ora ne sono talmente
pentite da voler risparmiare a tutte noi questa possibilità. Non
si può dire che non siano altruiste. Certo hanno le stesse probabilità
di finire in un consultorio a elemosinare Ru486 e a ricevere buoni
consigli da quelli che preferiscono la riproduzione (specie se praticata da
altri) che ho io, e la somma di queste probabilità è zero.
Il direttore di questo giornale, che ha fatto la sua brava
campagna per astenersi dal voto e dalla creazione di embrioni, e l’ha fatta
giurando che era orrendamente in malafede chi pensava quella per la fecondazione fosse
la prima tappa di una lunga campagna che aveva per obiettivo ultimo l’aborto,
ha detto che per carità lui non vuole tornare all’aborto illegale.
Pochi secondi dopo ha dichiarato il proprio obiettivo: il numero
di aborti effettuati dev’essere portato a zero. Enrico Mentana avrà
avuto le sue buone ragioni per non chiedergli come pensi di conciliare
le due cose: niente aborti legali, niente aborti illegali… iniezioni obbligatorie
di senso materno? Sterilizzazione? Certo non semplice contraccezione, visto
che di lì a poco la sua sparring partner ha appunto argomentato
che è inutile, le cittadine di quei paesi sciamannati in
cui si fa dissennato utilizzo di contraccezione fanno uso altrettanto
dissennato di interruzione di gravidanza. Avrò sicuramente capito
male, ma mi è sembrato di cogliere il percorso auspicato dal
direttore di questo giornale nella sua risposta a una domanda sui
volontari del Movimento per la vita. Usando più o meno le stesse
parole che di lì a poco, in un servizio, avrebbe usato proprio
uno dei volontari in questione, l’uomo che vuole zero aborti legali
e zero illegali ha detto che le donne convinte dai volontari pensavano
di non volere figli “in un primo momento”, ma “poi sono contente”. Queste
sciocchine. Puoi convincerle a cambiare idea sulla loro volontà
di fare un figlio con la stessa facilità con cui le puoi convincere
a comprare una gonna in saldo. Puoi convincerle a fare un figlio e poi
non potranno che esserne contente, è ineluttabile, tutti
i genitori amano i figli, si sa, tutti gli esseri umani sono dotati
di istinto genitoriale, diamine. La settimana scorsa questo giornale,
che quando si tratta di sostenere le proprie idee non va troppo per
il sottile, ha pubblicato la lettera dei genitori di Holly Patterson,
che due anni fa morì di infezione dopo aver preso la Ru486. Aveva diciassette
anni. Io non ho ben capito, ma è sicuramente un limite mio, perché
da queste parti ce la si abbia tanto con la Ru486. Ho l’impressione
che non sia perché si sta con la salute delle donne invece che
con la lobby dei medici, che sia piuttosto un problema di “se devi abortire,
che almeno la cosa ti sia di un qualche peso, niente vie brevi e
niente anestesia generale, ché devi stare ben sveglia e renderti conto
della porcata che stai facendo” – ma sono certa di stare travisando.
Dunque c’era questa lettera, in cui i genitori – che avendo scelto
all’epoca di generare e non di abortire sono evidentemente persone migliori
di me e persino della loro stessa defunta figlia – scrivevano che “Holly
non era una ragazza sola, disamata, senza protezione o appoggio”.
Quella ragazza amata e appoggiata dai genitori, quell’abitante di una
famiglia felice di quelle che si creano solo in una cultura della vita,
preferì morire piuttosto che rivelare ai suoi genitori che
aveva fatto una cosa turpe come scegliere di non avere un figlio a diciassette anni.
Lo so, non bisogna infierire su persone devastate dal dolore. Ma loro
per quanto devastati sono vivi, e mi piacerebbe sapere se alla povera
Holly, morta di emorragia per non farsi sgridare, avevano insegnato i
fondamentali della contraccezione. Aveva diciassette anni, mica sette.
Io ero certamente disattenta. Probabilmente confusa dalla
visione dei volontari del Movimento per la vita, impegnata a pensare
che “fanatismo religioso” fosse una tautologia, con un calo di concentrazione dovuto
all’ora tarda. Perché giurerei che, nel dibattito su Canale5,
il direttore di questo giornale abbia detto che “la salute della
donna risiede nella sua capacità di generare” – e questo non può
essere vero, giusto? Non può averlo detto, dico bene? Non
tanto e non solo perché sarebbe troppo sprezzante nei confronti
di tutte le donne che scelgano di non generare, perché sancirebbe
la figura della donna-come-fattrice- punto. Quanto perché giurerei
che, nel corso del dibattito sull’astensione dalla procreazione
assistita e dal voto, lo stesso direttore di questo stesso giornale argomentasse che
la sterilità non è una malattia che va curata, ma una
condizione naturale da accettare come tale. O forse ero distratta anche
allora, e ho capito male.
Facciamo finta di essere d’accordo su una premessa: si abortisce
a quindici anni, non a trenta. Una donna adulta che non abbia ancora
imparato a mandare a quel paese gli uomini che “con il preservativo non mi
tira”, gli uomini che “stai tranquilla ci penso io”, e in generale a
gestirsi accortamente le poche ore di fertilità che le capitano ogni
mese, una donna così è adulta solo formalmente. Le gravidanze
indesiderate sono un accidente di gioventù, di quell’età dell’innocenza
in cui è ancora lecito pensare che gli uomini preferiscano essere informati
della questione e partecipare alla decisione se abortire o procreare,
di quel periodo di incertezza in cui è lecito non sapere
se un figlio lo si vuole o no, e magari fare conversazione con un volontario può
convincerti in un senso o nell’altro. Una donna adulta che – ops – resta
incinta per sbaglio, e – ops – credeva di voler abortire ma le
si può far cambiare idea come sull’acquisto di un cappotto che
tutto sommato non le dona, una donna così è un’idiota. Vanno
protette, le idiote, quelle che credono “che all’ottava settimana sia
un grumo” e quando vedono l’immagine con le braccine sono così
commosse che improvvisamente sono pronte a essere madri? Vanno
salvate da loro stesse? E, se sì, è più protettivo
nei loro confronti forzarle a riprodursi, mettendo al mondo figli indesiderati (al
netto della poetica poi-sei-contenta), o a lasciar perdere, ché
la maternità è questione che necessita di un po’ di sale in
zucca, e non si capisce perché aprire una salumeria richieda
una licenza e prendersi a vita la responsabilità di un altro
essere umano neppure richieda un test psicoattitudinale? (Sì,
sì: i figli si sono sempre fatti senza tante storie. Sì,
sì: torniamo nelle caverne).
Siccome Dio esiste e traccia i palinsesti, a interruzione
del dibattito sull’aborto c’era uno spot della Mister Baby: la città
pullulava di donne col pancione, e la voce fuori campo spiegava,
casomai ce ne fosse bisogno, che da quando ci sono meravigliosi biberon
e gadget assortiti della Mister Baby “cresce la voglia di diventare mamma”.
Diteglielo, ai volontari, che basta così poco: invece di
stordirle di chiacchiere, le gravide, si presentassero con un biberon
in omaggio. Le sciocchine si lasceranno convincere.
(Poi c’è la questione del “sostituirsi a Dio” e “chi
sei tu per scegliere di dare la vita e la morte?”. Lieta di apprendere
che Dio c’è per certo – mica ci si può sostituire a qualcuno
che non c’è, no? – provo a rispondere: sono una che può
dare la vita, e anche decidere di non darla. Spiacente, è una
discussione impari. Magari nella prossima vita sei fortunato, nasci
con un utero, ma per ora non puoi praticare nessuna delle due opzioni.
Quanto al delirio di onnipotenza, segnalo il caso di scuola del “dare
la vita per interposto parto”: la signora della Mangiagalli e l’orgoglio
del suo sguardo nel raccontare, fingendo di schermirsi, delle madri che
dicono ai neonati “non fosse per questa signora tu non saresti nato”.
Poi lo scaricano a lei, il pupo, quando si accorgono di non essere
portate per il mestiere di madre?)
Il bello è che non parlano mai quelle che non sono
né me né le dibattenti televisive. Quelle che, in caso
di bisogno, vanno davvero in un consultorio. Ne parliamo noi, che
abbiamo stipendi sufficientemente alti e assicurazioni sanitarie sufficientemente buone
da, in caso di bisogno, andare non dal macellaio da ambulatorio mostrato
in tv l’altra sera, ma in una qualche serissima casa di cura privata
che scriva “raschiamento” sulla cartella clinica. L’abbiamo sempre
fatto, perché sulla legalità prevale la comodità,
lo faremmo anche se l’aborto fosse illegale. Il rappresentante del Movimento per
la vita, osasse questionare sulle nostre decisioni, verrebbe trattato
come un rappresentante di aspirapolveri. Ma non se ne darà
l’occasione, perché noi dal consultorio non ci passeremo comunque.
Non è un nostro problema. E’ un problema delle extracomunitarie,
delle pocotenenti, e delle tredicenni. Quelle stesse tredicenni di cui,
sempre l’altra sera in tv, un infermiere di un ospedale romano lamentava
non usassero il preservativo e poi andassero a chiedere la pillola
del giorno dopo. Ecco, io preferirei che qualcuno, magari genitori che
si organizzino prima per non piangerne la morte per aborto malfatto dopo,
insegnasse loro un paio di banalità sulla contraccezione. A
quel punto, potrò anch’io iniziare a scandalizzarmi per le cose
veramente importanti, quelle per cui l’altra sera in tv si scandalizzava
il direttore di questo giornale: che per l’infermiere la pillola del
giorno dopo fosse affare così banale da trattarlo con strascicata
cadenza romanesca. A quel punto potremo tutti riguadagnare un po’
di stile, smettendo di sporcarci le mani con una bruta realtà
fatta di sangue, sperma, dialetti.