Questa non è la prima guerra civile palestinese
(Carlo Panella, dal “Foglio”)
“C’è da aspettarsi che per mezzo secolo gli arabi si uccideranno
a vicenda per vendicarsi di quanto è avvenuto”. Questa frase non è
di oggi, anche se molti in Palestina la condividerebbero, ma è stata
pronunciata nel 1938 da Raghib Nashashibi, autorevole leader della fazione
palestinese moderata Partito della difesa nazionale, antenato diretto di
quello di Abu Mazen. Una frase profetica, che si riferisce alla prima guerra
civile palestinese, ben più feroce e sanguinaria di quella di queste
settimane, che si svolse per tre anni, tra il 1936 e il 1939, intrecciandosi
con una violenta azione antisionista e antibritannica (la Palestina era sotto
mandato inglese), in un contesto straordinariamente simile a quello di oggi
(fatte salve le ovvie differenze d’epoca). Fu infatti una rivolta innescata
dal Partito nazionale palestinese, fondamentalista, fondato nel 1935 dal
Gran Mufti Haj Amin al Husseini – cui Hamas si rifà esplicitamente
– per impedire che la fazione nazionalista saldamente ancorata alla Giordania,
come lo è oggi Abu Mazen, accettasse la soluzione “due popoli, due
stati”, che allora si chiamava “Piano di partizione Peel” e che prevedeva
la costituzione di un minuscolo stato ebraico su 5.000 chilometri quadrati
e di uno stato arabo sulla quasi totalità del territorio. Chi oggi
spiega il mattatoio chirurgico di Gaza, la ferocia dei miliziani di Hamas,
come il prodotto della “esasperazione palestinese” e ne accolla la responsabilità
politica a Israele – tra questi Massimo D’Alema e molti altri – guardi alla
prima guerra civile palestinese, ai suoi attori così simili a quelli
di oggi, agli schieramenti anch’essi identici e alla loro ferocia, ancora
superiore. Guardi infine ai morti di allora, quattro volte quelli di oggi:
mille i palestinesi uccisi da palestinesi dal 2004 a oggi, quattromilacinquecento
tra il 1936 e il 1939. Guardi e si interroghi. Forse quelle valutazioni antisioniste
non sono, come ha denunciato il presidente Giorgio Napolitano, ispirate dall’antisemitismo.
Forse lo sono. Comunque sono assolutamente antistoriche. La guerra civile
palestinese 1936-1939 mette infatti indiscutibilmente davanti agli occhi
una verità storicamente inoppugnabile: la ferocia palestinese e la
logica della guerra civile palestinese non sono nate nel 1967, non sono state
prodotte dai campi profughi o dalle colonie israeliane o dalla violenza dell’esercito
israeliano. Sono tutte dentro la storia palestinese e sono già esplose,
con maggiore violenza, ben settanta anni fa, quando i sionisti erano poche
centinaia di migliaia, disarmati o con poche armi, osteggiati dalla comunità
internazionale e – in particolare – dalla potenza mandataria, l’Inghilterra.
La rivolta palestinese cominciò casualmente il 15 aprile 1936, quando
due ebrei furono uccisi da briganti palestinesi che rapinavano passanti sulla
strada per Tulkarem; i sionisti reagirono con rappresaglie e nel giro di
pochi giorni la situazione diventò incandescente. Il Gran Mufti di
Gerusalemme leader del partito antenato di Hamas in apparenza fece opera
di mediazione, ma in realtà lavorò per trasformare i tumulti
in un Jihad: formò un “Comando Generale del Jihad”, proclamò
uno sciopero generale che durò 175 giorni (a suon di violenze sui
tantissimi crumiri, soprattutto commercianti), trovò subito un suo
obbiettivo non soltanto nei sionisti e nelle truppe britanniche, ma anche
e soprattutto nei palestinesi “collaborazionisti”. Arrivarono anche volontari
arabi dalla Siria e dall’Iraq, circa 200 feddayn al comando di Fawzi al Qawuqji,
un ufficiale ottomano di origine irachena, che sarà nel decennio successivo
il più brillante comandante militare dei palestinesi (poi responsabile
della radio nazista in arabo da Berlino). Una volta rientrato lo sciopero
generale, i disordini continuarono fino a tutto il 1939, con una ferma reazione
inglese, il confronto militare con le unità dell’Hagana, la milizia
sionista che sviluppò una intensa strategia militare di “difesa aggressiva”,
le prime rappresaglie terroriste dell’Irgùn di Jabotinsky, purtroppo
anche contro civili arabi, le esecuzioni e i taglieggiamenti di migliaia
di palestinesi a opera di palestinesi. Se si leggono le cronache di allora
(naturalmente, non quelle sioniste, ma quelle insospettabili e attendibili
di parte palestinese) e le si paragona a quanto è successo a Gaza
– ma anche in Algeria, in Libano, in Iraq, in tutte le nazioni arabe collassate
su se stesse – il risultato è sconcertante. Questo il rapporto scritto
nel maggio del 1939 al proprio “Comando centrale del Jihad”, autoesiliatosi
a Damasco, il comandante della rivolta di Nablus Mohammed Hasan, detto Abu
Bakr: “Il comportamento dei combattenti nei confronti degli abitanti dei
villaggi è quantomeno dispotico, talvolta disgustoso: pure e semplici
razzie, esecuzioni senza indagini preventive, violenze disordinate e senza
motivo o, al contrario, inerzia assoluta. Gli abitanti dei villaggi chiedono
aiuto ad Allah contro simili comportamenti. La gente di campagna è
profondamente esasperata. Nelle città c’è profonda sfiducia.
Ci sono spie ovunque e chi è ancora leale alla rivolta non sa come
regolarsi”. Divisi da una striscia di sangue Il movimento jihadista del Gran
Mufti, aveva una motivazione essenzialmente religiosa, ideologica, fondamentalista,
radicata nel suo clan famigliare, ma soprattutto in plebi urbane marginali
e allo sbando. Ebbe da subito relazioni intense con il fondamentalismo wahabita
dei sauditi (come si vide nella triangolazione di armi richiesta a Mussolini
dal Gran Mufti attraverso i sauditi nel 1936) e che soffrì, però,
ancora di un relativo isolamento nel mondo arabo e musulmano, nonostante
i reiterati appelli alla umma mondiale lanciati dal Gran Mufti. Un isolamento
controbilanciato dall’alleanza già consolidata col nazifascismo: Galeazzo
Ciano testimonierà nel suo Diario nel 1940 di “milioni” versati al
Gran Mufti e solidi aiuti gli arrivarono anche tramite Fritz Grobba, eminenza
grigia di Hitler in medio oriente. Dall’altra parte, il movimento palestinese
moderato che faceva capo al clan dei Nashashibi raccoglieva il consenso dei
grandi proprietari terrieri, di buona parte del Bazar di Gerusalemme (quindi
dei commercianti e del minuscolo mondo, ancora arretrato, della finanza),
e soprattutto aveva – e avrà ancora per decenni – una forte sponda
moderata araba sul piano internazionale. Sia re Abdullah al Hashemi di Transgiordania,
che suo fratello re Feisal dell’Iraq e dopo di lui Nuri al Said, intervennero
infatti pesantemente negli anni Trenta, soprattutto tra il 1936 e il 1939,
nella crisi palestinese, per contrastare il jihadismo del Gran Mufti (che
infatti tenterà di detronizzarli nel 1941), per mediare con i sionisti
e con gli inglesi, per rafforzare i Nashashibi e infine per fare approvare
il piano inglese che prevedeva la nascita di due stati, uno palestinese e
uno ebraico, al termine del mandato britannico. Dopo la prima fase della
rivolta, preso atto che la convivenza tra le due comunità non era
praticabile, le autorità britanniche inviarono l’undici novembre 1936
a Gerusalemme una commissione di inchiesta presieduta da Lord William Robert
Peel – non a caso ex responsabile dell’India Office – che convocò
palestinesi e sionisti. Naturalmente il Gran Mufti e il “Comitato centrale
per il Jihad” rifiutarono la convocazione perché pretesero – il particolare
è tipico della loro mentalità – che fosse accettata una precondizione
che non era tale, ma avrebbe segnato la loro vittoria completa: il blocco
totale dell’immigrazione ebraica. Una concezione della trattativa come pura
e semplice attestazione delle loro ragioni, senza spazi di mediazione, senza
politica che di nuovo ricorda l’impolitico rifiuto di Hamas a riconoscere
Israele. Impressionante, soprattutto, perché il suo estremismo ideologico
e metodologico non si rapporta mai a una valutazione reale delle proprie
forze e di quelle dell’avversario, ma è soltanto conseguenza di una
presupposta “superiorità” delle proprie ragioni derivata dalla “superiorità”
della propria religione, dell’islam. Le autorità britanniche, in segno
di apertura, ridussero comunque l’ammissione di profughi ebrei da 4.500 unità
a sole 1.800 l’anno, ma non bastò. Il 7 luglio 1937 la Commissione
Peel pubblicò il suo rapporto, che fu elaborato essenzialmente mediando
tra le posizioni dei sionisti, quelle dei moderati Nashashibi, del re di
Transgiordania Abdallah e dell’iracheno Nuri al Said, che non mancarono di
inoltrare suggerimenti. Un minuscolo stato sionista di soli 5.000 chilometri
quadrati, meno di un quinto della Palestina (un quarto di Israele attuale),
grande circa come il Trentino, per di più separato in due zone non
comunicanti, uno stato palestinese, una zona – Gerusalemme – sotto controllo
britannico e infine un dislocamento bilanciato di sionisti e palestinesi
per rendere omogenee le rispettive zone. Il dibattito all’interno del movimento
sionista fu intensissimo: Jabotinsky e la sua Irgùn rifiutarono nettamente
l’accordo che consideravano rinunciatario rispetto alle aspirazioni alla
Eretz Israel, la Grande Israele biblica. Jabotinsky non era isolato nel movimento
sionista, ma il piano di bipartizione fu infine accettato dal ventesimo Congresso
Sionista di Zurigo nell’agosto del 1937 con 299 voti a favore e 160 contrari,
la posizione realpolitiker di Ben Gurion riuscì dunque a prevalere,
non senza forti contrasti. Dunque, il movimento sionista, nel 1937, accettò
non solo il principio, ma la proposta concreta, assolutamente sfavorevole
e impraticabile, di un Israele minuscola e per di più formata da due
enclavi circondate dallo stato arabo e non comunicanti. Un precedente che
va ricordato, perché nel 2007, chissà perché, Massimo
D’Alema non è il solo a dare mostra di non saperlo, o di non volerlo
sapere. Ma la accettazione sionista doveva naturalmente essere confortata
da quella palestinese e, in una prima fase, sembrò che vi fossero
delle possibilità positive. Re Abdallah di Transgiordania era assolutamente
favorevole e così Nuri al Said in Iraq, come assolutamente favorevole
era Fakhri Nashashibi e i notabili del suo clan, che avevano partecipato
alla prima fase della rivolta, ma poi se ne erano distaccati, avevano preso
contatto con i sionisti, organizzato addirittura delle “squadre della pace”,
forti di migliaia di palestinesi per sedare gli animi e i tumulti. In molti
villaggi e anche a Gerusalemme vi furono iniziative comuni. In particolare
si distinsero in questo senso i palestinesi cristiani, che non avevano partecipato
alla rivolta e che pagarono il loro atteggiamento con molte persecuzioni
– compresi molti stupri – da parte dei jihadisti. Il partito jihadista del
Gran Mufti aveva però un mezzo semplice per far saltare l’accordo
e lo mise in atto: l’inasprimento della guerra civile interpalestinese e
la ripresa degli attacchi ai sionisti. Il Gran Mufti, che era scappato da
Gerusalemme e si era rifugiato a Damasco, centrò dunque in pieno il
suo obbiettivo e incardinò un principio che sarà poi seguito
dalle due leadership palestinesi successive, quella nasseriana e quella di
Yasser Arafat e di Hamas: rifiutare ogni soluzione politica. Alcuni notabili
palestinesi, come Khalil Taha, latifondista di agrumeti a Haifa, contrario
alla ripresa della rivolta, furono assassinati dai sicari del Gran Mufti,
altri ebbero la stessa sorte, alcuni furono buttati in pozzi pieni di serpenti
e scorpioni, mentre furono incendiati i seimila ulivi di un latifondista
che aveva buoni rapporti con i sionisti. Elias Sasson, dell’Agenzia ebraica,
scrisse: “Ora una striscia di sangue separa le due fazioni palestinesi”.
Lo stesso Raghib Nashashibi, a triste conferma della sua previsione di una
infinita stagione interpalestinese di vendette, fu in seguito ucciso da un
sicario del Gran Mufti a Baghdad nel 1941, in piena faida interaraba. Basta
guardare al bilancio delle vittime di quel triennio, per comprendere che
quella “rivolta araba” fu qualcosa di ben più complesso di un tentativo
di eliminare la presenza sionista in Palestina, come molti storici scrivono
in Europa: non meno di 6.000 (circa l’un per cento della popolazione) i palestinesi
uccisi, dei quali non meno di 4.500 per mano palestinese e 100 impiccati
dagli inglesi (un solo ebreo subì la stessa sorte); circa 30.000 palestinesi
(circa il cinque per cento della popolazione), in buona parte le élite
cittadine, rifugiati all’estero per timore di essere massacrate da palestinesi
(oltre che dal terrorismo ebraico dell’Irgùn), circa duemila le case
palestinesi rase al suolo dall’esercito britannico. Un migliaio i ribelli
palestinesi, nel 1936 diventarono 7.500, più 15.000 non impegnati
stabilmente, nel 1939. Per contro, le vittime ebraiche ammontarono a poche
centinaia (cento nel solo 1936). Particolare non secondario: 200.000 furono
gli alberi “ebrei” abbattuti o bruciati dai palestinesi. Dopo il Piano Peel,
i palestinesi rifiutarono, prima del 1967, per altre due volte il loro stato,
la prima nel 1939, quando Chamberlain offrì tutto il territorio della
Palestina e la fine del sogno sionista (la rifiutarono perché contrari
all’immigrazione di 75.000 ebrei alla vigilia di Auschwitz), la seconda nel
1947, quando l’Onu decretò la bipartizione della Palestina.
Carlo Panella