I Ds a Prodi: la ricreazione è finita
ROMA - «Prodi deve sapere che la ricreazione è finita. Noi adesso siamo uniti: Fassino, D'Alema, Veltroni, Cofferati...». Sfuggono parole pesanti all'entourage del segretario diessino. Ma perché l'offensiva nei confronti del professore è tutt'altro che di maniera. E vuole arrivare alla dimostrazione di forza in occasione del congresso. Perché «il dato nuovo di questi giorni», osservano tra i fedelissimi del segretario, è che «non ci sono più vari leader dei Ds». Una novità sancita dal direttivo. Da allora, si dice, «è cambiato tutto», «parliamo tutti la stessa lingua». E questo significa che «quando uno di noi dice una cosa parla per tutti, non sono più possibili giochetti». Insomma, il professore non conti più sul tabù del parricidio da parte di Veltroni. Oppure sul fatto che Fassino possa puntellarsi a lui per timore dal redivivo asse tra Veltroni e D'Alema. La Quercia non vuole le primarie, punto e basta. E sono tutti i suoi leader a non volerle, manda a dire il messaggio. Perché i Ds sono la sola forza che non potrebbe trarre alcun protagonismo politico. «Non vorremmo fare il congresso su queste cose», insistono dunque i colonnelli diessini: «Noi il congresso lo faremo sui temi veri del paese, sui contenuti. Sono giorni che leggiamo dichiarazioni anche con toni intimidatori ma noi non vogliamo alimentare il teatrino». Il riferimento è al modo in cui Arturo Parisi ha ribadito che le primarie s'hanno da fare: vere e aperte a tutti, quindi anche al leader del Prc Fausto Bertinotti, perché certo «non si può impedire a nessuno di partecipare». Infatti per i Ds non vanno fatte. Perché, recita la controffensiva, «le vere primarie sono il 3 e 4 aprile». Se cioè le lezioni regionali «vanno bene, sarà poi difficile non tenere conto di questa indicazione di milioni di italiani». E per questo i Ds puntano sulla «moratoria» a proposito di primarie per concentrare tutte le forze della coalizione sulla sfida amministrativa. Mirando a ottenere il massimo sia come coalizione che come liste unitarie. Quello «sarebbe un test di milioni di persone, un pò più impegnativo delle migliaia di militanti del centrosinistra...», recita il piano. E dopo il quale si potrà ritenere superata d'ufficio anche la prova delle primarie. Quindi, a quel punto dovrà «essere Prodi a dire che le primarie non si fanno più», sapendo «che tutti i Ds chiedono questo». Altrimenti la minaccia che viene fatta aleggiare è quella di una candidatura diessina, rilanciata ieri anche dalla Velina rossa di stretta osservanza dalemiana. La nuova tattica del botteghino troverà sicuramente occasione di riconferma al congresso che apre a Roma proprio tra sette giorni. Gli ambienti prodiani guardano con preoccupazione a questo ricompattamento dello stato maggiore diessino, e in particolare alla riedizione della pax tra Veltroni e D'Alema. Ma proprio il peccato originale post-Pci è ancora la carta vincente del professore. La compattezza della burocrazia Ds è il motivo per cui Rutelli vuole mantenere margini di autonomia nella Fed e quindi per il quale la Margherita tiene aperta la porta delle primarie. E a Bologna contano sempre sul fatto che il sindaco di Roma non potrà mai fare un passo contro il suo padrino senza rituffare se stesso e il suo partito nel limbo post-Pci.

dal MANIFESTO del  28/01/2005