L’IMPERO DEI DIRITTI DELL’UOMO
di MICHAEL IGNATIEFF
Al presidente George W. Bush piace concludere
i comizi con una perorazione sulla libertà - e quindi sulla democrazia
- che non sarebbe solo il regalo dell'America al mondo, ma il dono di Dio
all'umanità. Il passaggio è sempre applaudito, forse perché
reca la lieta implicazione che quando l'America e i suoi soldati promuovono
la democrazia all’estero, stanno facendo il lavoro di Dio, come anche in
Iraq. Il nome di quest'idea è provvidenzialismo democratico. È
diventata la visione strutturale di un'amministrazione che pure prese il
potere nel 2001 disprezzando visibilmente una pretenziosa elevazione della
politica estera. Tutto quello che John Kerry ed i Democratici vi potevano
opporre era un prudente realismo, e, nella misura in cui le elezioni sono
state un referendum sulla visione, il prudente realismo ha perso a mani basse.
Le elezioni del 2004 hanno liquidato il capitolo finale in un avvincente
riallineamento della politica americana. I Democratici, un tempo eredi di
grandi sognatori come Franklin Roosevelt e Woodrow Wilson, rischiano di diventare
il partito dei piccoli sogni, mentre i Repubblicani, che sotto Nixon e Kissinger
sembravano decisi a spogliare la politica estera da ogni alto fine morale,
sono diventati il partito che vuole cambiare il mondo.
Beninteso, non vi è necessariamente nulla di buono nel sognare in
grande. I grandi sogni possono essere folli. E pericolosi. Un sacco di persone
- tra cui molte di fede cristiana - hanno trovato allarmante che un presidente
possa davvero pretendere di sapere quale sia il progetto di Dio, e ancor
più spaventoso che ci possano essere cristiani evangelici sicuri per
grazia divina che lo stesso George W. Bush faccia parte di quel progetto.
Però, se l'aspetto provvidenziale del provvidenzialismo democratico
può non piacere, resta vero che la promozione della democrazia da
parte degli Stati Uniti ha dimostrato di essere una buona idea. L'America
può anche essere impopolare come mai prima d'ora, ma la sua egemonia
ha davvero coinciso con una rivoluzione democratica nel mondo. Per la prima
volta nella storia, la maggior parte dei popoli della Terra vive in democrazia.
In un'epoca pericolosa come questa, è la migliore notizia possibile,
perché le democrazie, generalmente, non si combattono a vicenda e
non si frantumano in guerre civili. Come risultato - e contrariamente all'opinione
diffusa che il mondo stia diventando più violento - gli scontri etnici
e civili stanno davvero diminuendo dai primi anni '90, secondo uno studio
sui conflitti violenti condotto da Ted Robert Gurr all'Università
del Maryland. La transizione può essere violenta - quando la democrazia
giunse in Jugoslavia, il dominio della maggioranza portò per prima
cosa alla pulizia etnica e ai massacri - ma una volta che le democrazie si
sono stabilizzate, una volta che hanno istituito tribunali indipendenti e
procedure volte ad impedire abusi, possono iniziare a promuovere gli interessi
della maggioranza senza sacrificare i diritti della minoranza.
La democrazia presenta altri vantaggi, alcuni dei quali illustrati in un
recente e persuasivo libro intitolato The Democracy Advantage (Routledge),
a cura di un trio di autori capitanati da Morton Halperin che aveva dato
una mano a istituire la «comunità delle democrazie» durante
il mandato di Madeleine Albright al Dipartimento di Stato. Il vero test della
democrazia non è vedere come funziona in Paesi che sono già
ricchi. Le nazioni più ricche sono tutte democrazie, ma si tratta
di quei Paesi fortunati che hanno lungamente beneficiato di geografia favorevole,
istituzioni stabili e profitti imperiali.
L'esame consiste nel vedere se la democrazia funzioni nei paesi poveri privi
di questi vantaggi. Alcuni analisti, come Fareed Zakaria, mettono in dubbio
che si possa instaurare la democrazia in Paesi dove il reddito pro capite
è inferiore ai 6000 dollari annui. Se non si può avere la democrazia
finché lo sviluppo non raggiunge questo livello, e se per ottenere
la crescita occorre il dispotismo, allora, secondo alcuni analisti, sarebbe
saggio da parte degli Stati Uniti sostenere autocrazie orientate alla crescita
come il Vietnam o Singapore.
Halperin e i suoi colleghi non sono d'accordo con questa tesi di «prima
sviluppo, poi democrazia». Sostengono che i vantaggi della democrazia
diventano evidenti se si paragonano Paesi con reddito lordo pro capite inferiore
a 2000 dollari diventati democrazie - come gli Stati baltici, il Mozambico,
il Senegal e la Repubblica Dominicana - con Stati autoritari come la Siria,
l'Angola, l'Uzbekistan e lo Zimbabwe. Le democrazie povere permettono più
crescita, meno mortalità infantile e maggiore aspettativa di vita.
E la recente immagine delle decine di migliaia di persone una notte dopo
l'altra nelle gelide strade di Kiev ha ricordato agli stanchi democratici
d'ogni luogo che la democrazia è l'unico sistema politico che dice
a ciascun individuo: tu conti, e il tuo voto conta. Quindi, i cattivi leader
non possono prendere in giro i democratici e aspettarsi di farla franca.
Mentre la dignità conferita dalla democrazia piace a tutti - i sondaggi
d’opinione nei paesi Arabi, per esempio, indicano una netta preferenza per
la democrazia -, non tutti credono che possa mantenere le promesse. La delusione
rispetto alla democrazia in America Latina sta crescendo, perché le
nuove amministrazioni che hanno sostituito i governi militari negli anni
'90 non sono riuscite a onorare la promessa di crescita. Alcuni economisti
accusano le democrazie di aumentare la spesa sociale per compiacere gli elettori,
per poi inguaiarsi coi deficit e non poter sostenere politiche economiche
efficaci. Halperin e i suoi co-autori obiettano che le democrazie non tendono
affatto a incrementare il deficit, e se talvolta possono mancare di disciplina,
sono comunque in grado di evitare gli errori più gravi, come l'industrializzazione
forzata della Cina che negli anni '50 e '60 costò milioni di vite.
Nonostante gli sbagli commessi, i cinesi pongono un problema alla tesi che
la democrazia funziona meglio dell'autocrazia. Il governo del perfido e corrotto
partito unico ha gestito la spettacolare crescita economica in Cina quasi
quintuplicando i redditi tra il 1982 e il 2002, da 186 a 944 dollari. Al
confronto, la democratica India nello stesso periodo è riuscita soltanto
a raddoppiare il reddito pro capite. La Cina continua ad attirare una quota
straordinaria degli investimenti destinati ai Paesi in via di sviluppo. Il
suo mercato è vastissimo, la manodopera a basso costo, e il governo
mantiene stabili le cose.
L'interrogativo, però, è quanto a lungo possano combinarsi
crescita ed autocrazia. Oggi, il Partito Comunista non rappresenta più
del 5 per cento della popolazione, la sua corruzione irrita milioni di persone
e, presto o tardi, sia i vincitori che i perdenti del boom cinese chiederanno
di dire la loro su come vengono governati. La democrazia potrà impiegarci
un po' ad arrivare in Cina, ma se ciò non avvenisse, come farà
il partito a gestire in modo pacifico le tensioni crescenti tra città
e campagne, classi, regioni e settori? Nelle recenti elezioni indiane, il
Bjp (Bharatiya Janata Party, partito del popolo indiano) al governo, dominato
dagli Hindu, si è vantato del boom del software e dei call center
guidato da Bangalore negli anni '90, ma gli elettori poveri, che non ne hanno
mai ricevuto alcun vantaggio, lo hanno condannato alla sconfitta. Se il nuovo
governo del partito del Congresso manterrà le promesse fatte a questi
elettori, la democrazia mostrerà come si può armonizzare la
crescita con una maggiore equità, una lezione che la Cina farebbe
meglio a imparare alla svelta. Promuovere la democrazia - e non solo il buon
governo - è un'idea talmente buona che Halperin e i suoi colleghi
suggeriscono che la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale abbandonino
la pretesa tecnocratica di dispensare solo consigli economici e inizino invece
a promuovere la democrazia come prerequisito per il progresso economico.
Il programma «Millennium challenge account» dell'amministrazione
Bush fa proprio questo: mira a distribuire, per la prima volta, oltre 5 miliardi
di dollari dell'assistenza americana all’estero a quei Paesi che «governano
in modo giusto» e «investono a favore del loro popolo».
Per gli americani, il problema è cosa fare quando democrazia e interesse
nazionale entrano in conflitto. Parlando l'anno scorso al «National
Endowment for Democracy», il presidente ha riconosciuto che l'America
non potrà avere una strategia politica realizzabile contro il terrorismo
islamico senza intercedere a favore della democrazia nel mondo musulmano.
Il problema è che se gli Stati Uniti agiscono così, i nuovi
regimi al potere dopo le elezioni in Egitto o in Pakistan potrebbero essere
violentemente antiamericani. «Un uomo, un voto, una sola volta»
è un'altra reale preoccupazione: gli islamici (o i despoti secolari)
che si servono della democrazia elettorale per abolire la democrazia stessa.
Quindi promuovere la democrazia è rischioso, ma appoggiare gli autocrati
non fa che posticipare il giorno della resa dei conti con la rabbia popolare.
Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti hanno spalleggiato autocrati come
lo scià di Persia, mettendo l'America dalla parte sbagliata di una
genuina insurrezione popolare contro la tirannia, la rivoluzione sciita del
1979. Gli Stati Uniti ne stanno ancora pagando il prezzo in terrorismo, proliferazione
nucleare e ostilità.
Cercare di annullare le elezioni quando vanno contro i propri interessi è
un altro errore, come ha imparato la Francia appoggiando i militari algerini
dopo la vittoria elettorale del Fis islamico nel 1992. Meglio avere gli islamici
al potere - a fare errori, a imparare a servire l'elettorato - che sostenere
autocrazie che tradiscono il loro popolo. Il partito al potere in Turchia
è musulmano, e la democrazia, più la speranza di entrare in
Europa, ne hanno disciplinato il radicalismo.
Tuttavia, la lezione più difficile da imparare per un potente popolo
democratico non è quale Paese sostenere ma come gestire le sue enormi
aspettative. Gli Stati Uniti possono promuovere, incoraggiare e sostenere
la democrazia, ma non possono imporla. Nel 2000, l'abile assistenza americana
all'opposizione serba contribuì a rovesciare Slobodan Milosevic, ma
quell’evento è destinato a restare un'eccezione. Gli Stati Uniti possono
aiutare i popoli con le elezioni, ma spetta ai popoli stessi ancorare le
libere istituzioni alla propria terra. Il provvidenzialismo democratico nutre
l'illusione che sia l'America a guidare la storia mondiale. L'America ha
un grande potere e dovrebbe usarlo, ma non sempre la storia è al servizio
dei grandiosi progetti americani.
Secondo i pessimisti, il provvidenzialismo democratico se l’è cavata
per un pelo in Afghanistan ma incontrerà la sua Waterloo in Iraq.
Gli influenti partiti sunniti chiedono già di rimandare le elezioni,
temendo che il diffuso astensionismo della loro comunità si combini
con la difficoltà generale nel fare svolgere le elezioni nelle aree
sunnite, e porti gli sciiti a un potere eccessivo. L'insurrezione sta tentando
di sopprimere la democrazia sul nascere uccidendo ogni iracheno che lavora
per il governo di Allawi. Se la rivolta alla fine arrivasse alla vittoria
il costo del fallimento - per tutti gli iracheni, senza tenere conto degli
Stati Uniti - sarebbe enorme. Se l'Iraq l'anno prossimo non sarà riuscito
a darsi istituzioni semi-legittime, e una costituzione che assegni risorse
e poteri a ogni comunità che costituisce il Paese, l'invasione americana
avrà solo sostituito una pericolosa dittatura con uno Stato fallito,
santuario dei terroristi.
I pessimisti sostengono che gli Stati Uniti stanno imponendo la democrazia
in Iraq con la minaccia delle armi, ma è provato che milioni di curdi
e sciiti, e pure alcuni sunniti, desiderano appassionatamente libere elezioni
nel loro Paese. Non vi è ragione per cui i soldati americani e della
coalizione non possano aiutarli ad assicurare un voto relativamente libero,
proprio come hanno fatto in Afghanistan. Questo momento, per spaventoso e
precario che sia, rappresenta l'ultima possibilità per gli iracheni
di uscire dal tunnel del governo baathista e dal caos dell'incipiente guerra
civile.
L'amministrazione americana però deve dimostrarsi all'altezza della
propria retorica. La fede in un Dio schierato a favore della libertà
e della democrazia può avere contribuito a rendere il presidente Bush
così superficiale riguardo ai dettagli della guerra in Iraq, e così
incredibilmente sicuro nel dichiarare «missione compiuta» un’operazione
appena cominciata. Un altro punto interrogativo sull'impegno americano per
la democrazia all'estero è il suo atteggiamento verso la democrazia
in casa propria. La democrazia è qualcosa di più che il governo
della maggioranza degli stati repubblicani. La fede democratica esige anche
il rispetto per la magistratura, la difesa della separazione costituzionale
dei poteri, la ragionevole attenzione per le opinioni del resto dell’umanità,
per non parlare dell’osservanza di trattati ratificati democraticamente come
la Convenzione di Ginevra. Ultima ma non meno importante, l'umiltà
che viene dalla consapevolezza di essere al servizio di un intero popolo,
e non di un disegno provvidenziale che solo i veri credenti possono capire.