Io so...
di Valter Vecellio




E’ diventato uno sport, un’attività di massa. Anche qui, non solo “fuori”: quella del crucifige Stati Uniti Era sperabile, augurabile che almeno qui da noi, tra noi, questo sport e questo tipo di attività non si manifestasse come pur si manifesta: nelle forme e nei modi simil Indymedia o simil rifondaroli e circuiti “sociali”.
Ora io sarò pure un amerikano con tutte le strakappa del caso. E pazienza se mi beccherò del militarista da chi non sapevo neppure dove fosse e cosa facesse, quando – con appena altri sei: Walter Baldassarri, Rolando Parachini, Angelo Tempestini, Vincenzo Zeno, e,sì, anche lui, Francesco Rutelli – comunicammo al ministero della Difesa che ci mettessero pure in galera, tanto noi eravamo indisponibili sia al servizio militare che a quello civile, e questo perché avevano sabotato la legge sull’OdC. E pazienza ancora se sembra che tutta questa gente fosse impegnata altrove, ma non dove io mi trovavo, quando un giudice romano, Alibrandi (fascista e padre di un super-fascista finito morto ammazzato), ordinò l’arresto di Giancarlo Cancellieri, Roberto Cicciomessere, Bruno De Finetti, Andrea Tosa e mio per vai a capire quale inchiesta che coinvolgeva anche i PID di Lotta Continua. O forse loro c’erano, e chissà dov’ero io, e se me lo sono sognato quello che credo sia accaduto attorno a me: visto che tanti grilli parlanti, qua e là si sentono in dovere di spiegare quello che è giusto, bello e buono. “Grilli parlanti” che a uno davvero vien la voglia d’essere Pinocchio.
E’ avvilente che si debba dire quel che in pochi si dice (anche qui, anche qui). Così, tutti a inveire, agara, contro gli Stati Uniti, biechi e cattivi. Tutti a spiegare che seppure processano i seviziatori in Irak, è una farsa, un volare di stracci. E se anche si rimuovono i generali, è tutta una finta. E sempre tutti a dirci che se non ha ragione chi il 4 giugno manifesterà contro la visita di George W. Bush, certo ha torto chi esprime invece gratitudine a quel paese che venne in Europa a liberarci da fascismo e nazismo, e son pieni i cimiteri di ragazzi che neppure sapevano bene dov’era Roma o Parigi. Così Guantanamo e Abu Ghraib sono diventati l’emblema e il simbolo del Male, quello Assoluto e quello Relativo, di cui ovviamente Bush e America sono personificazione. Così siamo a un passo dal dirlo, ma ci arriveremo, questione di poco, che in fin dei conti l’11 settembre, le Twin Towers, il Pentagono, null’altro sono stati se non una legittima difesa di oppressi contro una politica imperialista, una legittima rappresaglia. Insomma: gli americani se la sono voluta, cercata e meritata.
Così, ecco: l’Irak è “occupato”. I terroristi sono “resistenti”. Gli assassinii quotidiani a Baghdad e altrove, sono lotta di liberazione. Si è volgari, sicuro, se si dice che possono andarsene tutti a quel paese, quelli che dicono, scrivono e pensano queste cose. Volgari, ma se lo meritano.
Bisognerebbe pur dire e ricordare (ma quanto poco lo si dice e lo si ricorda; e non si obietti che è cosa scontata, sottintesa. Niente è scontato e sottinteso), che non siamo, intanto, noi cittadini d’Europa i più titolati a scagliare pietre dello scandalo.
E’ bello l’articolo scritto da Pierre Vidal-Naquet su “Le Monde” (non direi che l’autore e il giornale siano “amerikani”), che riflette sulle sevizie abominevoli di Abu Graib e di Baghdad; ma ricorda ai suoi connazionali che non è il caso siano così lesti nel salire sul pulpito, visto che i francesi in Algeria hanno fatto ben di più e ben di peggio; ma soprattutto visto che i monsieurs dopo tanti anni ancora non hanno fatto chiarezza su quel che fu e quel che furono. E questo discorso un po’ lo possiamo fare anche per noi: che siamo certo italiani brava gente, ma non sempre: come agevolmente si può dimostrare.
Ma questo è ancora il meno. Vidal-Naquet conclude: gli americani hanno arrestato i torturatori. Noi arrestavamo chi denunciava i parà torturatori. E anche tra noi, c’è qualcuno che potrebbe raccontare di quei giorni e quei tempi, avendoli vissuti in prima persona e scritti quando poteva.
Ma al di là di questo, è la denuncia che quotidianamente viene fatta circa la falsità della democrazia americana, il suo essere un involucro vuoto, la sua ipocrisia, e anche la violenza, la volgarità, e tutto il catalogo trito e ritrito che sappiamo. Ebbene: sono proprio loro il miglior elogio a quella democrazia.
Le denunce continue che si fanno alla democrazia americana. Le elencazioni delle contraddizioni e delle lacune fondate che siano o no, comportano che là ci si squarta e dilania per correggersi ed emendarsi. Ed accade, è accaduto, accadrà. A differenza di altri sistemi, dove l’errore viene confermato senza sosta e dove la capacità di autocorrezione non esiste. Io so che in quella democrazia così vituperata e dileggiata, guardata in cagnesco e con sospetto, si discute e si dibatte di tutto: da Abu Ghraib agli scandali finanziari, dalle lobby ai conflitti di interesse, e molto prima e molto meglio di quanto non facciano i Gore Vidal e i Michel Moore. E perfino del complesso militare industriale si può leggere e si discute, e non solo nei bollettini ciclostilati e distribuiti dalla City Lights Library, ma anche in libri acquistabili da Barnes & Nobles solo a volerli cercare per non dire di quelli che si possono ordinare in rete. Ci sono una quantità di guai, negli Stati Uniti, un cantiere infinito di malaffare e malaffari, che però non smette un istante di rinnovarsi: e di vincere ogni volta le sfide contro regimi autoritari. Chi lamenta in libertà i limiti gravi del sistema americano ne tesse, suo malgrado, l’elogio migliore, più radicale.
Non capire questo non è di per sé molto grave. Significa “solo” che sull’essenziale non si capisce e non si è compreso nulla. Non di quello che dice Capezzone o gli amerikani che siamo; ma dell’essere i radicali dei liberali, liberisti, libertari, come penso e credo d’aver imparato e mi sforzo di essere. Ed è questo non capire e non comprendere che trovo inquietante e un poco (solo un poco) irritante.
VALTER VECELLIO