In testa un Kyoto fisso
Farà freddissimo. No, caldissimo. Fa niente: è il carnevale
del Protocollo sui gas nocivi, in vigore dal 16 febbraio. Ecco
quanto ci costa e a cosa non serve
di Riccardo Cascioli
«Il pericolo di una nuova era glaciale risulta ora più minaccioso
e incombente di quanto gli esperti non avessero temuto pochi anni or sono».
Era il 1977 e Nigel Calder, celebre divulgatore scientifico, rilanciava questo
allarme ambientale che in quegli anni era molto diffuso. Chi avesse la pazienza
di sfogliare le vecchie annate dei quotidiani italiani ritroverebbe lo stesso
allarme “sparato” a nove colonne, esattamente come oggi si usa lo stesso
spazio per lanciare l’allarme opposto. Da notare come l’aumento di concentrazione
di anidride carbonica fosse considerato allora la causa di un’era glaciale
prossima ventura così come oggi è accusato di provocare il
riscaldamento globale.
Basterebbe questo a sollevare forti dubbi su tutta l’impalcatura che sta
alla base del Protocollo di Kyoto, che infatti mostra tutte le crepe proprio
nella settimana in cui si festeggia in modo carnevalesco la sua entrata in
vigore. In realtà, anche se le organizzazioni ambientaliste amano
dire che tutti gli scienziati – esclusi una piccola minoranza, ovviamente
pagata dalle multinazionali – sono d’accordo sulla gravità della situazione
e che bisogna fare qualcosa per evitare una catastrofe climatica, le cose
stanno ben diversamente.
Ma esiste davvero un fenomeno di “riscaldamento globale”? Ebbene, è
un’ipotesi possibile, verosimile, ma non certa. Il fatto è che negli
ultimi 120 anni si è registrato un aumento della temperatura di 0,6°,
misura che è ancora all’interno di un margine di errore dovuto a una
serie di fattori, tra cui la disomogeneità dei punti di rilevamento
e la cattiva manutenzione degli apparati di misura. Inoltre tale variazione
si riferisce alle rilevazioni delle stazioni a terra, mentre se si prendono
le rilevazioni effettuate da sonde e da satelliti, si ottiene tutt’altro
risultato. Negli ultimi 23 anni, per esempio, i satelliti non hanno rilevato
alcuna variazione di temperatura. Ma, pur ammettendo che effettivamente un
riscaldamento globale vi sia, si dovrà comunque riconoscere che non
ci sarebbe nulla di strano giacché, se una caratteristica del clima
esiste, questa è proprio la variabilità. Tanto è vero
che nella storia si sono succeduti periodi di caldo, come per esempio tra
l’800 e il 1300, e periodi di freddo come la “piccola glaciazione” che ha
interessato il periodo fra i secoli XVI e XIX . Risalendo ancora, la storia
ricorda che nel 218 a.C. Annibale attraversò le Alpi con gli elefanti,
il che fa ritenere che a quelle quote non vi fosse neve. Gli esempi si potrebbero
moltiplicare, ma già questi mostrano come non vi sia alcunché
di di catastrofico nei mutamenti climatici.
Oroscopi ecologisti e gas satanici
La vera catastrofe è invece quella d’investire tanto denaro per cercare
di controllare quanto controllabile non è. Il sistema climatico è
infatti complesso ed è influenzato da una serie di fattori: il Sole,
gli oceani e le proprietà fisico-chimiche dell’atmosfera su cui incidono
anche le emissioni naturali, per esempio le eruzioni dei vulcani. Per quel
che riguarda le attività umane, si calcola che le emissioni di anidride
carbonica a esse dovute siano all’incirca il 4-5% del totale. In realtà,
nessuno scienziato è in grado di stabilire precisamente un nesso di
causa-effetto tra uno di questi fattori e il clima, men che mai per quel
che riguarda le attività umane: conoscere le singole parti non spiega
il comportamento del “tutto”. Si capisce allora come la previsione, fatta
dagli ambientalisti, di aumenti di temperatura compresi tra 1,4 e 5,8°
entro la fine del secolo abbiano più o meno lo stesso valore di un
oroscopo.
La mistificazione del Protocollo di Kyoto emerge ulteriormente se si pensa
all’equivoco generato intorno all’anidride carbonica (CO2), il principale
dei gas serra posti sotto accusa. La propaganda è tale che ormai la
gente si è abituata a pensare alla CO2 come a un agente inquinante,
a un “gas satanico”. Nulla di più falso: l’anidride carbonica è
infatti un elemento vitale per la nostra sopravvivenza. Insieme alla luce
e all’acqua è un nutriente fondamentale per le piante e per il processo
di fotosintesi. Non per niente un’elevata concentrazione di CO2 è
usata negli allevamenti delle piante in serra proprio per aumentarne la crescita.
E basterebbe aprire un semplice manuale di chimica per scoprire che la CO2
è prodotta da eruzioni vulcaniche, combustione dei materiali contenenti
carbonio e respirazione.
Già, proprio la respirazione, anche umana. È qui che si mostra
l’aspetto antiumano della tesi del riscaldamento globale. Le emissioni antropiche
vengono infatti condannate in toto senza pensare di stabilire una quota “naturale”,
ovvero necessaria all’esistenza dell’uomo. L’uomo, insomma, non fa parte
della natura.
Ora, non vi è dubbio che il Protocollo di Kyoto abbia molto più
a che fare con la politica che non con la scienza. E qui, in prima linea,
figura l’Unione Europea, pronta a usare l’arma dei cambiamenti climatici
in chiave antiamericana (l’Amministrazione Bush non ha infatti intenzione
di sottoscrivere il Protocollo). Basti pensare a come si è arrivati
all’adesione della Russia, decisiva per l’entrata in vigore dell’accordo.
Putin pareva deciso a non firmare, così consigliato da scienziati
e da economisti: basi scientifiche troppo fragili e costi economici troppo
elevati.
Ma la UE si è mostrata disposta a prezzi molto elevati: dapprima una
serie di accordi commerciali importanti, poi il sostegno all’ingresso di
Mosca nel WTO. Ancora però non bastava e così la svolta è
giunta solo con la strage nella scuola di Beslan: nei giorni successivi,
l’insistenza della Commissione Europea, e del suo presidente Romano Prodi,
sulle responsabilità dell’esercito russo nella strage e la reiterata
richiesta di spiegazioni al governo fecero notevole rumore a livello internazionale.
Nel giro di poche settimane, dunque, Putin annunciava l’adesione al Protocollo
di Kyoto.
Anche il Giappone trema
Il fatto è che l’adesione della Russia e l’entrata in vigore del Protocollo
di Kyoto hanno messo in difficoltà gli stessi demagoghi europei, perché
un conto è inveire contro l’inquinatore statunitense quando il trattato
è ancora un’ipotesi remota, un altro quando si tratta di passare all’azione
e dare il buon esempio. Il caso più eclatante è quello del
premier britannico Tony Blair che nei mesi scorsi, incalzato dalla Sinistra
ambientalista, si è esposto avocando a sé la leadership mondiale
per la lotta ai cambiamenti climatici, fenomeno che membri e consiglieri
del suo governo hanno più volte e avventatamente definito come “più
grave” del terrorismo internazionale. Dovendo passare ai fatti, il suo governo
ha presentato un piano per la riduzione delle emissioni che Bruxelles ha
bocciato proprio nei giorni scorsi considerandolo inadeguato e troppo indulgente
nei confronti della lobby industriale.
Non sembra però che Blair abbia intenzione di fare dietrofront e a
Bruxelles si annuncia il braccio di ferro. Il problema è che, dati
alla mano, il premier britannico si è reso conto che rientrare nei
parametri di Kyoto significa per il Regno Unito un aumento dei costi dell’energia
che si traducono in bollette più salate per i cittadini nell’ordine
del 30-50%. Ciò che negli Stati Uniti hanno ben presente da tempo:
il Dipartimento per l’Energia dell’Amministrazione Clinton già aveva
calcolato che l’obiettivo fissato da Kyoto per il Paese – riduzione delle
emissioni del 7% per arrivare ai livelli del 1990 – avrebbe significato un
aumento dei prezzi dell’elettricità dell’86%.
Anche il Giappone si mostra del resto preoccupato, un Paese che esce ora
da lunghi anni di recessione. La grande industria si sta infatti ribellando
ai costi che il Protocollo impone, spingendo il governo a una posizione meno
rigida. Ciò sembra dare ragione ai calcoli che l’International Council
for Capital Formation, statunitense, presentò due anni fa sostenendo
che l’applicazione di Kyoto avrebbe avuto un impatto valutabile tra l’1 e
i 4 punti di Pil per i Paesi europei, con conseguente recessione e perdita
di posti di lavoro.
A preoccupare maggiormente è il fatto che tali costi non sembrano
effetti collaterali di una medicina comunque efficace; al contrario, paiono
proprio l’obiettivo ricercato dalla lobby ambientalista mondiale che, attraverso
le agenzie dell’ONU, sta condizionando da anni le scelte energetiche del
mondo intero predicando la fine dello sviluppo.
Che pensa di fare l’Europa?
Se ne è avuta una prova a Buenos Aires lo scorso dicembre, quando
si è svolta la Cop 10, la riunione per il negoziato tra le parti sui
cambiamenti climatici.
Nelle intenzioni si dovevano porre le basi per un Kyoto2, ovvero come proseguire
dopo il 2012, anno di scadenza dell’attuale Protocollo. Strada obbligata:
imporre limiti di emissioni anche ai Paesi in via di sviluppo – Cina, India
e Brasile in testa – lasciati fuori dal primo accordo. Conclusione: fallimento
completo perché i Paesi in via di sviluppo si sono alleati con gli
Stati Uniti, convinti che il vero obiettivo fosse quello d’impedire il loro
sviluppo.
E non avevano torto: lo scorso 22 gennaio, per esempio, una nota organizzazione
ambientalista, il Rainforest Action Network, ha annunciato di aver finalmente
vinto la campagna lanciata 4 anni fa per trasformare in “ecologiche” le attività
della più grande istituzione finanziaria internazionale, il Citigroup,
fortemente impegnata a finanziare lo sviluppo industriale ed economico. Il
Citigroup ha quindi accettato di limitare i propri prestiti ai Paesi in via
di sviluppo, negandoli in caso di rischio per gli habitat naturali, evitando
di finanziare progetti per energia da combustibili fossili e valutando le
emissioni di gas serra. Di fatto saranno così gli ambientalisti a
decidere i finanziamenti per lo sviluppo dei Paesi poveri, e di questo si
possono facilmente immaginare le conseguenze data la nota avversione di questi
gruppi allo sviluppo.