LA PARTIGIANERIA IN POLITICA
In politica, come in materia
di religione, di morale o di calcio, ciascuno ha le sue idee. È cosa
legittima. Anzi, a non averne, si può giustamente essere accusati
di non partecipare alla vita associata. Tuttavia questo prendere posizione
può raggiungere livelli che vanno oltre la moderazione e che fanno
divenire, appunto, partigiani. Chi aderisce troppo ad una fazione diviene
fazioso e chi aderisce troppo ad una setta diviene settario. Tutti questi
aggettivi parlano di fanatismo e d’offesa alla verità.
Visto che si ha certamente il diritto di reputare una cosa giusta e l’altra
sbagliata, il problema è quello di stabilire il limite oltre il quale
si eccede. Il problema è ovviamente insolubile se si pretende di risolverlo
con un colpo di spada, tutto il buono da una parte e tutto il cattivo dall’altra,
ma si possono dare indicazioni di massima.
La prima regola è che, in nessun caso e per nessun motivo, bisogna
negare la realtà. Già durante i primi anni di guerra i tedeschi,
avendo scoperto le fosse di Katyn, fecero constatare ad una commissione internazionale
che quei polacchi erano stati trucidati dai sovietici e non da loro. Il Kremlino
negò sfacciatamente la circostanza: si doveva ancora tenere il processo
di Norimberga e Stalin voleva sedere dal lato dei giudici, non degli imputati.
E questo si può anche capire. Ma non si può ammettere che,
per puro fanatismo, la panzana fosse avallata anche da coloro che, come i
comunisti italiani, non avevano la ragion di stato, per mentire. Essi dunque
negavano la responsabilità sovietica del massacro esclusivamente perché
questo andava contro gli interessi del comunismo. Ecco un esempio di violazione
della verità per motivi di partigianeria.
La pratica è eterna ed universale. Nella vicenda Dreyfus, una parte
della resistenza alla revisione del processo nacque dalla preoccupazione
di salvare l’onore dell’esercito e della sua magistratura. Ma il mezzo era
inammissibile: non si poteva tenere un innocente all’Isola del Diavolo solo
perché si sarebbero squalificherebbero i giudici che l’avevano condannato.
Per questo, la battaglia di Zola, modestissimo romanziere ma galantuomo coraggioso,
rimarrà indimenticabile.
La tendenza a dare ascolto alle proprie passioni piuttosto che alla propria
intelligenza è fin troppo corrente. Tiziano Terzani, considerato un
grande giornalista, confessò, decenni dopo, di non aver inviato reportage
onesti dal Vietnam e dalla Cambogia perché, per amor di parte, “chiuse
gli occhi” e nascose molti fatti. E per questa confessione è stato
lodato! In realtà, visto che già sul momento si sapeva come
stavano le cose, il suo giornale, se fosse stato serio, avrebbe dovuto licenziarlo.
Ma era anch’esso fazioso.
Gli uomini sono felici di santificare qualcuno – non si può “dir male
di Garibaldi”, di lui nihil nisi bonum – così come sono felici di
demonizzare qualcun altro. Hitler non aveva doti artistiche e i suoi quadri
non valevano molto: ma se fossero stati dei capolavori, quanta gente l’avrebbe
riconosciuto? Si sarebbe dimenticato che grandi musicisti, come Stradella,
o grandi poeti, come François Villon, o grandi pittori, come il Caravaggio,
si sono trovati invischiati in vicende che avrebbero fatto sollevare più
d’un sopracciglio al giudice penale: dal momento che Hitler era cattivo,
si sarebbe detto che i suoi quadri erano brutti.
La seconda regola, per evitare il fanatismo, è quella di guardarsi
costantemente dal saltare alle conclusioni negative, quando si tratta del
nostro nemico. Se si è convinti che il tale uomo politico è
nocivo, per il paese, non se ne deve dedurre che, non appena va al potere,
rubi. Quando un giornalista al fiele dice che gli uomini della sinistra “andarono
al potere con le pezze nel culo” e ne uscirono ricchi, dice un’enorme, inqualificabile
sciocchezza. O più esattamente formula una calunnia per cui meriterebbe
qualche anno di prigione. Certo, se l’accusa fosse provata, l’uomo politico
dovrebbe finire in galera o, come Verre, sparire dalla circolazione per non
farsi mai più vedere. Ma, fino alla condanna definitiva, è
inammissibile dire di qualcuno che, visto che ha avuto la possibilità
di mal fare, per ciò stesso ha mal fatto.
Qualcosa di analogo avviene per Berlusconi. Indubbiamente, chi possiede tre
televisioni e può influenzare il servizio pubblico, va ben sorvegliato.
Ma dalla possibilità d’un conflitto d’interessi non è lecito
passare alla denuncia del conflitto d’interessi in atto. Bisogna provare
che esso si è avuto in una determinata, precisa ed evidente occasione.
Cosa che i mille accusatori di Berlusconi, in materia di televisione, non
hanno mai fatto e non potevano fare: quell’uomo, sulle sue reti, non compare
praticamente mai e su quelle pubbliche non più di altri nella sua
posizione.
Un’ultima, importante regola per evitare la partigianeria sciocca, è
il buon gusto. Posso disistimare Pecoraro Scanio, ma non mi è permesso
dire, a commento d’una sua dichiarazione, “veramente farebbe bene a tornare
alle sue pecore”. Scherzare sul cognome è stupido già per i
ragazzini della Scuola Media. Nello stesso modo, è stupido irridere
la statura di Berlusconi o la magrezza di Fassino. Oltre tutto chi questo
fa non diventerebbe certo un sostenitore di Berlusconi se fosse alto un metro
e novanta o di Fassino se pesasse cento chili. Il riporto dei capelli di
Schifani non influenza ciò che c’è dentro il cranio come la
venustà di Livia Turco non è una ragione per condannare o applaudire
le sue idee. Né gli occhiali bianchi della Wertmüller migliorano
o peggiorano i suoi film più di quanto il gilet rosso di Théophile
Gautier rendesse più rivoluzionario il romanticismo.
Ma queste sono prediche al vento. Chi vuol essere partigiano rimarrà
partigiano e se ne farà un vanto. C’è tutta una parte della
sinistra – non certo la migliore – che ha come nocciolo politico l’odio a
Berlusconi: il più ortodosso è quello che riesce a dirne più
male. Atteggiamento esiziale. Esso dimostra ancora una volta la validità
del detto di Nietzsche per il quale il miglior modo di danneggiare una tesi
è quello di difenderla con pessimi argomenti.
Giannipardo@libero.it, 27 agosto 2004