LETTERA DI
BERLUSCONI AL FOGLIO
«Gentile direttore, questo che la prego di ospitare
non è un articolo, è quasi un manifesto.
E' una postilla al contratto con gli italiani, ma decisiva perché
ne riassume il significato e il valore politico ed etico. Infatti quel contratto
non era un espediente elettorale, secondo la versione banale che ne danno
i soliti increduli e qualche praticone della politica politicante. Quel contratto
esprimeva il senso stesso del mio ingresso nella politica italiana, dieci
anni fa. Era l’unica legittima giustificazione, dopo sette anni di inganni
seguiti al ribaltone del ’94, della perseveranza e perfino dell'ostinazione
con cui un imprenditore aveva cambiato vita e mestiere per compiere una missione
politica nel senso più alto e necessario di questa espressione.
Il cuore del contratto con gli italiani è che questo paese può
fare meglio, può diventare più libero e più responsabile.
E che questa nuova libertàresponsabile è possibile ottenerla
solo ed esclusivamente riducendo la dipendenza del cittadino, e in primo
luogo del lavoratore, del contribuente, dallo Stato, che è fatto per
servirlo e non per esserne servito.
La riduzione del carico fiscale sul reddito individuale e sull’impresa grande
e piccola non è né un regalo né una promessa: è
bensì una strategia di cambiamento del nostro modo di vita, è
un nuovo orizzonte, è una nuova frontiera della politica.
Il cuore del cuore del contratto era la chiara e libera volontà,
affermata testualmente e chiaramente, di vincolare alla realizzazione di
questo programma la sorte del mio impegno personale e di quello del partito
di maggioranza relativa che ho avuto l'onore di fondare dieci anni fa. Se
le imposte si riducono in modo consistente e visibile, la corsa continua.
Altrimenti, la parola deve tornare agli italiani perchè siano loro
a decidere del proprio destino.
Lo stolto dice che sono prigioniero delle promesse elettorali. Non è
così. Io sono volontariamente prigioniero solo della mia idea di libertà,
in economia e in politica. Io sono convinto che l'azione di governo deve
fondarsi su un mandato, e che il mandato degli elettori sovrani è
il fondamento, è la legittimazione dell'esistenza di un governo e
della sua effettiva capacità di agire. Il resto è professionismo
politico senza contenuto e senza legittimità democratica.
Se sulle nostre spalle pesa uno dei debiti di Stato più colossali
del mondo, la colpa è di governi che hanno governato senza tenere
in alcun conto il mandato elettorale. Se la benedetta introduzione della
moneta unica europea ha fino ad ora prodotto un risultato che è l'esatto
contrario dello scopo per cui l'euro nacque, e cioè un'economia asfittica
e una crescita zoppicante sotto il fardello del vincolismo stupido invece
che una liberazione delle grandi energie dell'Unione, lo si deve di nuovo
al clamoroso abbaglio di una politica senza mandato.
Le burocrazie e i partiti sono l'ossatura costituzionale dello Stato e i
necessari protagonisti della vita pubblica, ma il protagonista più
grande e indiscusso è il cittadino elettore, è lui il padrone
costituzionale delle decisioni che lo riguardano. La riduzione strutturale
delle imposte, combinata con un intelligente ridimensionamento e cambiamento
qualitativo della spesa pubblica e con un duttile ricorso al deficit di bilancio,
è la leva che ha permesso i più grandi risultati nella storia
dell'economia occidentale. Senza sviluppo non c'è risanamento, ma
stagnazione. E senza maggiore libertà economica, lo sviluppo non arriverà
mai. Attivare la leva fiscale è la politica di questo governo, concordata
con la maggioranza che lo ha eletto e presentata nella massima chiarezza
agli italiani e sottoscritta con parole inequivoche dai leader e dai candidati
dei partiti della coalizione di governo. Impossibile anche solo pensare che
a questo programma si possa rinunciare, aggiustando in qualche modo le cose
a seconda di nuove convenienze e rinnegando un esplicito mandato con argomenti
contingenti e di facciata. Il mio partito ed io non siamo a disposizione
per questo voltafaccia. Il presidente del Consiglio non è a disposizione
per questo rovesciamento del senso stesso di una missione di cambiamento e
di sviluppo del paese.
Sono orgoglioso della stabilità assicurata all'Italia. Dei progressi
nel campo dell'occupazione e del mercato del lavoro. Della nostra capacità
di introdurre riforme decisive nei campi dell'educazione, del vivere civile,
del sistema pensionistico, dell'organizzazione federale dello Stato. Sono
fiero della severità con cui abbiamo tenuto in ordine i conti pubblici
in un tempo di stagnazione e sotto gli effetti della guerra contro il terrorismo
all'indomani dell'11 settembre. La copertura delle riduzioni fiscali c'è
anche in virtù di questa azione responsabile di politica economica.
Sono convinto che l'Italia abbia speso nel modo migliore la sua influenza
nel mondo per espandere la democrazia contro le tentazioni neototalitarie
coltivate dai fanatici della guerra santa. So che con la firma a Roma del
nuovo Trattato costituzionale l'Europa ha fatto un passo avanti molto significativo
sul piano politico, e sono impegnato alla più solerte ratifica di
questo passo avanti. Abbiamo fatto tutto quel che dovevamo per integrare
e rilanciare sul piano mondiale le due grandi tradizioni politiche italiane,
quella atlantica e quella europeista. Ma non sono per nulla soddisfatto dell'evidente
povertà dei tassi di crescita delle economie europee e di quella italiana,
specie se comparate all'energia mostrata dall'economia americana, rilanciata
dal più consistente taglio fiscale della storia di quel paese. Non
sono per niente soddisfatto del tasso troppo basso di innovazione, di ricerca,
di investimento e consumo delle economie europee e della nostra.
Senza una radicale immissione di libertà e di responsabilità,
senza un'appello e una scossa alla società, ai cittadini e alle imprese,
il rischio da tutti percepito è quello di un declino strategico. Una
costante della storia dice che meno i popoli sono liberi, meno sono ricchi.
E che la prosperità vera è un modo di vita dignitoso per tutti,
in cui a ciascuno sia lasciata una quota di responsabilità, pari alla
sua libertà, per crescere e competere con gli altri. La solidarietà
sociale e le regole pubbliche, elementi indispensabili in ogni economia di
mercato, possono e devono correggere gli squilibri, ma non devono mai diventare
una filosofia della rinuncia, una limitazione delle libertà individuali
e imprenditoriali, una filosofia della miseria.
Spero e credo che sia possibile usare i diciotto mesi che ci separano dalla
fine della legislatura per andare fino in fondo. In Europa è fortissima
la spinta a rivedere gli aspetti di vincolismo rigido del Trattato di Maastricht,
quei fattori perversi che hanno incrementato il valore della nostra moneta
oltre il necessario e artificialmente penalizzato la competitività
delle nostre industrie e dei nostri servizi. Il nostro modello produttivo
e di consumo deve tornare a credere in un orizzonte economico più
libero e competitivo. Chi produce reddito individuale e profitto d'impresa
deve tornare a credere nella possibilità di spenderlo e di investirlo
in piena autonomia e indipendenza da uno Stato mangiatutto. È per
questo che sono entrato in politica. E' per questo che ho formato una coalizione
di governo. È per questo che ho firmato un contratto con gli italiani
a nome di questa coalizione.
È per questo che disponiamo di una maggioranza elettorale chiara
e stabile nel paese e in Parlamento. È per questo che ho detto e confermo,
senza arroganza, ma anche senza cedere a quello spirito rinunciatario che
è il male oscuro della politica italiana: o si attua il programma
fino in fondo oppure la missione è finita e la parola torna al paese».
23 novembre 2004