Voto sull'Iraq, una doppia occasione mancata
Il voto di oggi al Senato sul rifinanziamento della missione italiana è certamente un’occasione mancata. Ma solo per la sinistra? O anche per il governo? Vorrei intanto sgombrare il campo delle opinioni, dal momento che in materie così delicate è bene essere chiari: personalmente, come ho scritto su questo giornale, sono tra coloro che credono che il centrosinistra avrebbe dovuto stavolta andare persino oltre l’astensione e votare il rifinanziamento. Tuttavia, le critiche che si possono fare alla opposizione in queste ore, non oscurano i tatticismi e le contraddizioni dello stesso governo. Quel governo che ha chiesto con calore e urgenza al centrosinistra di ripensare alla sua posizione: ma cosa ha davvero fatto per ottenerne il consenso? E’ evidente infatti che al centro di questo dibattito è la assunzione che le elezioni in Iraq abbiano cambiato la situazione in quel Paese, e dunque la missione stessa dei soldati italiani. Alla sinistra viene di conseguenza chiesto oggi di adeguare il proprio punto di vista: ma questo vale egualmente per il governo. Il passaggio da una presenza militare mirata a gestire la sicurezza, a una presenza militare finalizzata a rafforzare un processo istituzionale appena avviato, è un cambiamento anche per chi le truppe le ha volute; implica infatti una ridefinizione dell’impiego sul terreno dei soldati, ma anche delle strategie diplomatiche dentro e intorno all’Iraq. Se è vero che il centrosinistra deve oggi tener conto di questo, a maggior ragione dovrebbe tenerne conto il governo. In altre parole, allargare le basi del consenso della nostra politica estera non è una graziosa concessione all’opposizione: è una necessità per i nostri governanti innanzitutto. Ne hanno bisogno perché se la situazione in Iraq migliora o precipita, in entrambi i casi la missione potrebbe allungarsi. Ne hanno bisogno perché non possono riallinearsi con una Europa che comincia a rivedere la propria posizione, senza includere le forze che in Italia hanno rappresentato l’opposizione europea alla guerra. Ne hanno infine bisogno perché non possono sembrare disallineati rispetto agli stessi Stati Uniti. E’ stata proprio Washington infatti ad affrontare per prima il riallargamento delle proprie alleanze, aprendo la strada alla riconciliazione con gli europei, immediatamente dopo (e grazie a) il voto in Iraq. A pochi sfugge oggi così l’ironia di una situazione in cui la Rice va nella gabbia dei leoni di «sciences po» di Parigi e il premier Berlusconi si limita ad esortare l’opposizione dai banchi del governo. E la differenza non è solo questione di stile. Le aperture del ministro degli Esteri, gli inviti del vicepremier Follini sono stati episodi illuminati e simpatici, ma ai fini istituzionali hanno rappresentato solo delle dichiarazioni a mezzo stampa. La costruzione di un voto bipartisan su temi così laceranti richiede invece passaggi seri, l’apertura di una trattativa con la finalizzazione di arrivare a una piattaforma comune. In assenza di un percorso del genere, l’invito a votare non è stato nulla di serio: è stato solo un altro episodio di guerra mediatica preelettorale. Ma forse era tutto quello a cui doveva servire.
 
Lucia Annunziata, La Stampa - 16-02-2004