Il 12 agosto 2007 Romano Prodi è intervenuto sulla questione piuttosto
confusa (per le molte dichiarazioni contrastanti di ministri e leader politici
di maggioranza) dei rapporti dell'Italia con Hamas.
Hamas esiste, ha sostenuto Prodi e dunque bisogna parlarci. Auitandola "ade
volvere" perché "lavori per la pace".
Un programma del tutto irrealistico, soprattutto se Hamas non pagherà
nessun prezzo politico per la sua intransigenza e la sua costante rivendicazione
della legittimità del terrorismo.
E l'essenza della politica di Prodi è appinto che terroristi e dittature
mediorentali non devono pagare nessun prezzo politico, mai. Aiutarli ad "evolvere"
significa, di fatto, aiutarli politicamente, sottraendoli all'isolamento,
e anche finanziariamente.
Esemplare di questa mentalità è la dichiarazione di Prodi sulla
Siria. La quale ha chiesto aiuto per il problema dei profughi iracheni che
si affollano entro i suoi confini, fuggendo dal terrorismo che Damasco sostiene
insieme all'alleato iraniano.
E' segno che il regime vuole uscire dall'isolamento, che si apre
all'Occidente e alla pace, ha concluso Prodi. Dunque, gli aiuti devono
essere forniti.
No. E' segno che un regime in difficoltà vuole il sostegno dell'Occidente.
Ma non si impegna a cessare il sostegno al terrorismo, ( di Hezbollah,
di Hamas, dei jihadisti in Iraq), a riconoscere Israele, ad allentare la
presa sul Libano.
Prodi appare disposto a dare a Bashar Assad ciò che chiede,
senza ricevere nulla in cambio. Per convertirlo "alla pace".
Naturalmente, sui quotidiani del 13 agosto, si è subito fatto sentire
il coro dei laudatori acritici della politica di apertura ad Hamas e a Damasco.
Scontrandosi con un irragionevole centro destra "sempre all´attacco"
il coraggioso Prodi si avventura su un terreno "enormemente spinoso" alla
ricerca di "strade di pace in Medio Oriente".
E' la versione di Marco Marozzi su La REPUBBLICA, a pagina 11. Ecco il testo:
CASTIGLIONE della pescaia - «Aiutare Hamas ad evolvere». «Perché
lavori per la pace». Romano Prodi rilancia ancora una volta il ruolo
del suo governo nella ricerca di strade di pace in Medio Oriente. Lo fa su
un terreno enormemente spinoso: Hamas, il movimento integralista che ha vinto
le elezioni in Palestina, nega ogni rapporto se non di conflitto con Israele
e da due mesi ha occupato militarmente Gaza, in uno scontro militare oltre
che politico con il presidente dell´Autorità nazionale palestinese,
Abu Mazen e il governo da lui voluto. L´atteggiamento verso Hamas,
oltre che dividere il mondo, America e Russia, spacca anche l´Italia:
con il centrodestra da sempre all´attacco di Prodi e del ministro degli
Esteri D´Alema.
La via italiana per essere protagonista continuerà, dopo le visite
di luglio in Israele e Palestina, negli incontri ai primi di settembre con
il re e il primo ministro di Giordania ad Amman e successivamente con i colloqui
ai margini dell´assemblea generale dell´Onu, a New York. Un nuovo
assaggio della sua linea il presidente del Consiglio lo ha dato ieri in un
luogo doppiamente simbolico. Un seminario del Campo scuola dell´"Opera
per la gioventù Giorgio La Pira" a cui partecipavano ragazzi israeliani,
palestinesi, europei.
«Bisogna parlare con tutti e non chiudersi a nessuno. Per aiutare tutti»
ripete Prodi. «Tutto questo deve essere fatto apertamente, con trasparenza»
ha ripetuto ieri, spuntato con la moglie all´incontro nella pineta
maremmana. «Hamas esiste ed è una realtà molto complessa
che dobbiamo aiutare ad evolvere perchè lavori per la pace»
ha spiegato. Negando qualsiasi frizione con il premier isrealiano Ehud Olmert
ed Abu Mazen. Anzi dicendo di volerne rafforzare il ruolo. «Sto aiutandoli
fortemente e lealmente per fare reciproci gesti di pace». «Ma
è impossibile pensare di avere la pace in Medio Oriente con i palestinesi
divisi» ripete Prodi, mentre l´esperto di studi strategici Enrico
Jacchia evoca, fra strategie di israeliani, giordani, egiziani, americani
e superattivismo di Sarkozy, la possibilità di una Palestina smembrata
fra Gaza ad Hamas e la Cisgiordania ad Al Fatah.
Prodi rilancia anche il ruolo di un altro protagonista tabù del Medio
Oriente: la Siria. Ha ricordato la telefonata di una settimana fa con Bashar
al Assad. Il presidente siriano ha posto al premier italiano il problema
dei tantissimi profughi iracheni che fuggono in Giordania e nel suo Paese.
«Ed è la prima volta che lo fa un leader cone lui, in una nazione
così chiusa» ha avvertito Prodi. Occasione da non perdere, dice
il presidente del Consiglio. «Dobbiamo offrire aiuto alla Siria»,
farlo come Unione europea, anche per coinvolgere Bagdad - che ha un ruolo
pesantissimo anche in Libano - in un percorso positivo in tutta l´area.
«Non ci sarà mai pace finchè la Siria non farà
parte del processo di pace».
Muoversi allora su tutto lo scenario, invece di pensare a truppe internazionali
di interdizione a Gaza come nel Libano. «Non si può fare una
missione di pace in situazioni conflittuali, quando non c´è
un accordo tra le parti in gioco su come risolvere i problemi e sulla stessa
utilità della missione». Meglio piuttosto pensare a nuove presenze
nella strategia per affrontare le crisi mondiali: quella della Cina in testa
a tutti. «Se non la ingaggiamo nella missioni internazionali fin dall´inizio
non avremo mai la pace. Bisogna preparare la pace basandosi su quello che
sarà il mondo domani, e non su come è il mondo oggi».
"Importanti" le affermazioni, "impegnative" le analisi, "di avanguardia"
la linea.
Sull'UNITA' Umnberto De Giovannangeli non lesina in aggetivazioni favorevoli.
Prodi, d'altro canto, per u.d.g. "rivendica", "insiste", "ribadisce"
, "osserva" ,"rimarca", "sgombra il campo" e non ritiene, opina , sostiene,
argomenta. Le sue parole appartengono al regno delle verità oggettive,
non dell'opinabile. Inevitabilmente, dunque, la sua linea "d'avanguardia"
"si fa strada".
Ecco il testo, da pagina 12:
AFFERMAZIONI IMPORTANTI Analisi impegnative. Destinate a far discutere. Romano
Prodi e Hamas. Le considerazioni del presidente del Consiglio non si prestano
a equivoci: «Hamas esiste. È una realtà molto complessa
che dobbiamo aiutare a evol-
vere perché lavori per la pace». Sarebbe ipocrita negarlo e
il tentativo di dialogo con Hamas deve avvenire «apertamente, con trasparenza».
Il premier fa questa considerazione parlando della questione mediorientale
al campo scuola dell'«Opera gioventù Giorgio La Pira»
in un villaggio della pineta di Castiglione della Pescaia. Ospite di un dibattito
sulla convivenza tra i popoli il presidente del Consiglio affronta anche
le questioni internazionali. E rivendica l'azione dell'Italia in Medio Oriente,
in primo luogo la buona riuscita dell'esperienza in Libano. Ma soprattutto
Prodi insiste sul tasto del dialogo, unica strada per arrivare davvero a
una pace che non sia precaria. Bisogna parlare con tutti, ribadisce il premier,
e «non chiudersi a nessuno». Neanche ad Hamas. Parla di evoluzione
politica del movimento islamico palestinese il premier e lega il suo ragionamento
all'attuale crisi interna ai palestinesi con la Striscia di Gaza, in mano
ad Hamas, divisa dalla Cisgiordania in mano ad al-Fatah. «È
impossibile pensare di avere la pace in Medio Oriente con i palestinesi divisi.
Io stesso sto aiutando fortemente lo sforzo del presidente dell'Autorità
palestinese del primo ministro israeliano per fare reciproci gesti di pace»,
ha osservato. «Serve il dialogo con tutti - sottolinea ancora Prodi
- La stessa logica che cerco di usare sul discorso di Hamas». Il sostegno
al presidente Abu Mazen è fuori discussione. Ma, rileva il premier,
«non possiamo avere una pace con i palestinesi divisi, e lo sanno benissimo
anche loro perché è chiaro che non ci sarà una pace
di lungo periodo con due Palestine. Hamas esiste, è una struttura
molto complessa che dobbiamo aiutare ad evolvere». «Tutto questo
-insiste Prodi- deve essere fatto con trasparenza, chiaramente, discutendone
come ho fatto con Abu Mazen e Olmert nel mio ultimo viaggio. L'obiettivo
è due nazioni e due popoli che vivono in pace come due Paesi europei,
ma bisogna spingere al dialogo affinché avvenga e -rimarca Prodi-
non chiudersi a nessuno». Dialogo, dialogo ed ancora «dialogo»;
con tutti, coinvolgendo i più diversi attori della scena internazionale,
Hamas e Siria compresi. Hamas non può essere più una parola
tabù, insiste Prodi. E se si vuole aiutare veramente lo sforzo di
Abu Mazen e Olmert a compiere «i difficilissimi gesti di pace»
necessari a ridare impulso al processo di pace occorre parlare con anche
con i «cattivi» dell'area. Ovvero Siria -perché, rimarca
il premier- «non ci sarà mai pace finché Damasco non
farà parte del processo di pace»- Iran, Hamas e Hezbollah. Una
linea di dialogo a tutto campo, di avanguardia per molti, che ha già
provocato non pochi problemi interni ed internazionali a Palazzo Chigi e
Farnesina. Ma alla bontà della quale il premier -in totale sintonia
con il ministro degli Esteri Massimo D'Alema- crede fermamente e che si sta
facendo strada come dimostra un ormai ampio dibattito internazionale che
si è sviluppato sul ruolo da dare ad Hamas ed alla Siria. Prodi ha
anche sgombrato il campo su una ipotesi ventilata nelle scorse settimane:
una missione internazionale di pace nella Striscia di Gaza è per il
momento «impossibile». Oggi è irrealistica, ha precisato,
perché «non si può fare una missione di pace in situazioni
conflittuali, quando non c'è un accordo tra le parti in gioco su come
risolvere i problemi e sulla stessa utilità della missione».
Acritica anche la cronaca di Francesco Rizzi sul MESSAGGERO , sulle cui pagine
Eric Salerno esalta la vittoria democratica di Hamas (la quale, democraticamente,
ha partecipato alle elezioni in armi, sulla base di una piattaforma politica
che prevede il terrorismo, la distruzione di uno Stato sovrano e un genocidio
finale) e la fallita unità palestinese.
Particolarmente scorretta, su questo quotidiano, la titolazione.
A pagina 14 la cronaca di Rizzi e l'analisi di Salerno sono affiancate da
un'intervista a Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle comunità
ebraiche,
Il titolo è "La comunità ebraica contraria: non si parla con
gli estremisti".
Il titolo della cronaca di Rizzo è "Dobbiamo aiutare Hamas a evolvere",
il sottotitolo "Prodi punta sul dialogo: non ci sarà pace finché
ci saranno divisioni".
Il lettore poco informato ne evince facilmente che "la comunità ebraica"
è contraria all' "evoluzione" di Hamas, un'innocuo gruppo appena un
po' "estremista", al "dialogo" , alla "pace" e alla fine delle "divisioni";
probabilmente a quelle tra israeliani e palestinesi, anche se
nelle dichiarazioni di Prodi si tratta in realtà di quelle
tra Fatah e Hamas.
In prima pagina il pericoloso equivoco è ancora più forte .
Il titolo del richiamo è "Il premier: per la pace aiutiamo Hamas a
evolvere. Il no delle comnità ebraiche".
Francesca Paci su La STAMPA per dar credito alla linea di Prodi cita le parole
dell'ex ministro degli Esteri israeliano Shlomo Ben Ami, che ripete
la nota tesi per la quale con Hamas si dovrebbe dialogare perché
"ha vinto le elezioni",
Per lo meno dubbio nel caso palestinese (dato che alle elezioni partecipavano
gruppi terroristici e non partiti) il principio è valido se applicato
a Israele. Al governo italiano spetta "dialogare" con chi è oggi al
governo in Israele.
Le cui posizioni su Hamas sono molto chiare. Ecco l'articolo (pagina 6):
Gerusalemme arde a quaranta gradi di temperatura, un‚estate caldissima: ma
le dichiarazioni di Romano Prodi gelano la Knesset, il parlamento israeliano.
Il premier italiano ha detto proprio così, che bisogna dialogare con
Hamas? Il concetto va ripetuto un paio di volte perché i politici
lo digeriscano. Un mese fa, durante la visita di Prodi in Terra Santa, i
giornali israeliani ne avevano enfatizzato l‚affinità con «l'amico
e collega» Ehud Olmert, sottolineando la comune fiducia nei palestinesi
«moderati» rappresentati dal presidente Abu Mazen e la differenza
rispetto alla Farnesina di Massimo D'Alema, favorevole a un‚apertura di credito
ai nuovi signori di Gaza. Allora, in un‚intervista alla Stampa, l‚ex primo
ministro palestinese e leader di Hamas Ismail Haniyeh invitò senza
successo Prodi a Gaza: il protocollo prevedeva solo meeting ufficiali, Gerusalemme
e Ramallah.
L‚Italia cambia idea? Mark Regev, portavoce del ministro degli Esteri israeliano
Tzipi Livni, evita, abile, la polemica, spostando il discorso sui progressi
delle ultime settimane: «Abbiamo fatto notevoli passi verso un‚intesa
bilaterale. Israele ha liberato moltissimi prigionieri palestinesi e scongelato
le risorse finanziarie; è stata avviata la cooperazione sulla sicurezza
e le economie iniziano a collaborare; il premier Olmert ha incontrato Abu
Mazen a Gerico, la prima volta di un vertice nel territorio controllato dall‚Autorità
nazionale palestinese».
Hamas non è mai nominato, semplicemente non siede al tavolo delle
trattative. Guai a pensare d‚invitarlo: «Chi vuole dare riconoscimento
ai nemici della pace non aiuta la pace». Non conta che Hamas rappresenti
il popolo palestinese, che sia stato votato a maggioranza durante le prime
elezioni democratiche del mondo arabo. Su questo il Ministero degli Esteri
marcia compatto con l‚ufficio del premier Olmert: «Il legittimo governo
palestinese, l‚unico riconosciuto dalla comunità internazionale, dalle
Nazioni Unite, dall‚America, è quello di Abu Mazen e rappresenta tutta
la popolazione, Cisgiordania e Gaza».
L‚Italia è un partner amato da queste parti, parla una lingua amica
tanto se tradotta in arabo che in ebraico. Ma nessuno conosce la realtà
mediorientale meglio di chi la vive, ammonisce Ayelet Frish, portavoce del
presidente Simon Peres. Peres lo ripeterà a Prodi e al Capo dello
Stato Giorgio Napolitano il 5 settembre prossimo, quando sarà a Roma
per una visita ufficiale: «Non possiamo dialogare con Hamas finchè
non accetterà l‚esistenza d‚Israele, smetterà di lanciare missili
Qassam oltre il confine, rinuncerà all‚egemonia religiosa su l‚intera
area». Il neopresidente israeliano è un paladino della pace,
che nel 1994 gli ha regalato il premio Nobel a sei mani con il collega Rabin
e Yasser Arafat. Per Prodi farebbe bene a osservare cautela: «Se Hamas
ha a cuore la sorte del suo popolo deve cambiare strategia, offrire alla
gente speranza di vita e non di morte».
Il problema è tutto lì, nella strategia. Secondo l‚ex ministro
degli Esteri israeliano, il laburista Slomo Ben-Ami, l‚unica chance di pace
è la politica dei piccoli passi, scelte tattiche prima che strategiche.
A cominciare da Hamas: «Da molto tempo sostengo la necessità
del dialogo a 360 gradi con i palestinesi. Hamas dev‚essere incluso nelle
trattative perchè ha vinto le elezioni». Sia dunque benvenuto
Prodi, dice, tra i veri nemici del terrorismo internazionale: «Solo
aprendo le porte ad Hamas lo sottrarremo all‚influenza della Siria e dell‚Iran,
l‚asse del male». I palestinesi, divisi, tacciono. I primi ad essere
confusi su chi debba rappresentarne le istanze.