UNA POLITICA PER LA GIUSTIZIA
PREMESSA
Questo scritto, come è chiaramente espresso nel titolo, non
vuole essere un programma completo di provvedimenti capaci di rendere la
giustizia del nostro Paese come sarebbe auspicabile che fosse e come la nostra
civiltà impone debba essere, ma, piuttosto, la fissazione di quelli
che appaiono come punti di partenza, descrizione di una piattaforma necessaria
perché la riforma possa tentarsi senza che, già in partenza,
risulti frammentaria e contraddittoria.
Esso, inoltre, si fonda su una diagnosi dei mali della giustizia italiana,
che, per la massima parte, sono, in vario modo, riconducibili alla pretesa
della giurisdizione di invadere campi che non le sono propri e che essa non
può responsabilmente gestire. Una diagnosi ed una tesi che lo stesso
autore ha di recente espresso nel libro "La fabbrica degli errori" Breviario
di patologia giudiziaria" (Koinè Nuove Edizioni - Roma,
Via della Grande Muraglia, www.edizionikoine.it <http://www.edizionikoine.it>
, Fax 06-52244280).
M.M.
Una politica per la giustizia non equivale ad un progetto di riforme
della legislazione processuale, dell'ordinamento giudiziario ed anche, magari,
del diritto sostanziale, civile e penale e, comunque, non si esaurisce in
un simile progetto.
Anzitutto, va considerato che, per usare un'espressione udita una volta
dal compianto Franco De Cataldo, "il diritto è quello che è,
la giustizia è quella che fanno". Una politica per la giustizia, infatti,
deve tener conto delle deformazioni, dei travisamenti e degli scavalcamenti
delle leggi processuali e ciò non soltanto nel momento di congegnare
le leggi processuali e sostanziali in modo che il travisamento ne sia evitato,
per impedire o reprimere tali devianze e deformazioni, ma nel congegnare
i tempi, i modi, per attuare tali interventi e nel reperire e dosare le forze,
i consensi, gli strumenti politici per realizzare le riforme legislative,
per assicurarne la comprensione e l'accettazione da parte della pubblica
opinione e per imporne l'obbedienza da chi debba osservarli.
Una politica della giustizia deve, in ogni caso, affrontare tutti i
problemi legislativi sostanziali e processuali considerando le "ricadute"
di ogni innovazione e le risorse necessarie alla attuazione di esse.
Tutto ciò in linea generale. In particolare, quando sono venute
in essere situazioni eccezionali, crisi d'ordine anche istituzionale, che
abbiano inciso ed incidano sull'andamento della giustizia, non potrà
una qualsiasi politica in tale settore prescindere da tale eccezionalità
della situazione e dalle questioni d'ordine propriamente istituzionale e
di politica generale ad essa sotteso.
Ciò posto, è impossibile parlare in Italia di una qualsiasi
riforma del sistema giudiziario o semplicemente di una politica per la giustizia
che non sia la politica della pura e semplice conservazione dello sfascio
esistente, se si prescinde dal fatto che la magistratura è stata protagonista
di un vero e proprio golpe realizzato attraverso "l'uso alternativo della
giustizia" (in passato teorizzata esplicitamnente), secondo una precisa strategia
per la quale i singoli processi, arresti, informazioni di garanzia hanno
rappresentato meri strumenti per una ben coordinata strategia. Golpe per
il quale la magistratura e la minoranza egemone di essa che ne è stata
protagonista, hanno stretto alleanze ed usufruito di coperture, provocato
distruzioni di forze politiche, distribuito vantaggi e penalizzazioni, avendo
avuto a disposizione i mezzi di comunicazione di massa. Ed hanno soppresso
e represso ogni efficace voce critica, hanno demonizzato chiunque abbia osato
mettersi di traverso a tale operazione.
Si può dire che tutta la politica italiana, dal 1992 ad oggi,
abbia risentito di quelle vicende e che gli stessi schieramenti politici
attuali siano quelli che il golpe, di fatto, ha disegnato: da una parte,
i golpisti in prima persona, i mandanti, gli interessi, i giornali che ne
sono espressione, i beneficiari, coloro che ne contrassero la "sindrome di
Stoccolma", i manutengoli, i "furbi" corsi a salvarsi in mezzo alle fila
dei golpisti; dall'altra, coloro che non sono saltati sul carro dei golpisti,
quelli che si sono messi di traverso, i "nemici" degli interessi dei promotori
del golpe, i garantisti che non hanno sopportato l‚"uso alternativo della
giustizia" etc. etc.
Si deve aggiungere che la mancanza di un approfondimento, di un vero
bilancio del golpe degli anni '90 è causa non secondaria di una grave
confusione oggi regnante nel mondo politico italiano e di una serie di equivoci
e distorsioni che complicano ogni problema sia di schieramento, sia di azione
politica, legislativa e di governo.
La questione giustizia, anche per questo motivo, cioè per essere
il ruolo della giustizia, della giurisdizione e dei magistrati l'essenziale
di una pagina non ancora chiusa della nostra storia di fine ed inizio secolo,
è, dunque, questione centrale tra i problemi politici italiani.
Per parlare di politica della giustizia bisogna, dunque, tener presente
che, se i "tempi della giustizia" sono notoriamente assai lunghi, i tempi
di ogni intervento riformatore in tema di giustizia sono lunghissimi. Si
pensi, ad esempio, all'importantissima questione del reclutamento e delle
carriere dei magistrati, così come ad ogni altra normativa in tema
di ordinamento giudiziario. Ogni riforma in tale campo non può dare
i suoi frutti se non a distanza di molti anni. Ne consegue che anche un governo
ed una maggioranza assai stabili che ricevano ripetuti mandati dal voto popolare,
non potranno realizzare compiutamente senza difficoltà un disegno
riformatore, specie se si consideri che difficilmente in un così lungo
lasso di tempo non verranno in essere talune di quelle emergenze che possono
indurre a mettere da parte i disegni di più ampio respiro per affrontare
le contingenze più roventi.
Ogni politica per la giustizia deve, dunque, poter contare, prima di
tutto, su di una estrema chiarezza di propositi e di obiettivi, tale da non
facilitare deviazioni, contrattempi, trastulli marginali. In secondo luogo,
nessuna opera riformatrice potrà avere effettiva realizzazione, tale
da sortire risultati pratici sull'andamento della Giustizia, senza una serie
di interventi diversi da quelli normativi, ma con essi coerenti. Di questi
solo una parte, e non certo la maggiore, saranno di competenza del Governo
e ricadranno sotto il controllo politico del Parlamento e della sua maggioranza,
essendo oggi la quasi totalità dell‚attività di governo della
magistratura attribuita oggi dalla Costituzione alla competenza del Consiglio
Superiore della Magistratura; tra tutti gli ordinamenti dei paesi liberi,
quello italiano è quello che prevede una separazione addirittura al
di là di ogni ragionevolezza istituzionale dell'apparato giudiziario
di quello legislativo ed esecutivo, che sottrae la giustizia al controllo
della stessa fonte della sovranità, la volontà popolare espressa
con il voto.
Il fatto che del CSM sia presidente il Presidente della Repubblica
(anche se lo presiede abitualmente il Vice), anziché attenuare la
separatezza, ne rende più delicate le conseguenze in caso di conflitti.
Tutto ciò dovrebbe comportare che le forze politiche che ritengono
di dover affrontare riforme del sistema giudiziario in presenza di situazioni
patologiche come quella italiana, si rendano conto della necessità
di coinvolgere nell'opera riformatrice e, anzitutto, nella valutazione negativa
del sistema di cui si impone il cambiamento, nella rilevazione delle sue
incongruenze, delle prevaricazioni e distorsioni, l'opinione pubblica, creando
una corrente, non circoscritta al mondo politico ed agli "addetti ai lavori",
che possa dirsi riformatrice, con un minimo di informazione e di coerenza.
Che ciò sia assolutamente necessario può desumersi "a
contrario" proprio dalla preoccupazione di quello che chiameremo il "partito
dei magistrati", degli autori del golpe giudiziario degli anni ‚90, di reprimere
le critiche anche contro le più strampalate e sospette operazioni
giudiziarie con una sistematica campagna di querele per diffamazione manifestamente
organizzate, purtroppo, anche nelle sedi in cui doveva giudicarsi di esse.
Non si dimentichi che, se i molti e gravissimi errori commessi nel
caso di Enzo Tortora (una sorta di prova generale di altre più clamorose
gesta negli anni successivi) nessuno pagò, né ne ebbe il minimo
pregiudizio, ad essere condannato e sottratto a stento al carcere fu Lino
Jannuzzi, giornalista e parlamentare, reo di aver denunziato alcune delle
malefatte.
Bisogna anche dire che, tranne il partito Comunista (poi PDS e DS)
di Luciano Violante, vero stratega del ramo, nessuna forza politica si è
mai posta il problema di una politica per la giustizia, nel senso e nei termini
di cui abbiamo parlato nei vari punti che precedono.
Da dove incominciare.
Tutto quanto si è detto in precedenza ed il molto altro da dire
in proposito, possono fornire un quadro estremamente articolato, complicato
di situazioni variamente connesse ed intrecciate tra loro per vincoli di
reciproca dipendenza e ricadute a volte non immediatamente e facilmente percepibili.
A fronte di esso, chiunque, constatata l'insostenibilità dello stato
attuale, si proponga una qualsiasi opera riformatrice, deve porsi il problema:
da dove incominciare. Problema arduo, che tale è ed appare anche alla
luce dell‚esito di numerosi tentativi compiuti che si sono rivelati infelici
e ciò non solo per le resistenze incontrate, delle quali troppo spesso
(occorre cominciare a dirlo non solo a bassa voce) è stato, se non
artefice, certo sollecito ascoltatore, addirittura il Quirinale, ma anche
per l'obiettiva inadeguatezza delle questioni affrontate a rappresentare
il "bandolo della matassa".
All'angoscioso interrogativo, intanto, una risposta può essere
data proprio affermando che nessuna politica, nessun progetto riformatore
può muovere i primi passi con la prospettiva di arrivare ad un risultato
consistente, se, non spostando la battaglia dal piano esclusivamente legislativo
ed istituzionale a quello del dibattito del problema nel Paese, tra
le categorie professionali, tra le persone colpite dalla "malagiustizia"
etc.
La magistratura gode oggi nel Paese di una situazione di privilegio
nei mezzi di comunicazione di massa e, in conseguenza, nella pubblica opinione.
Non si piò dire che la fiducia nella giustizia da essa amministrata
sia elevata; è vero semmai, il contrario. Ma il diffuso senso di sfiducia
e, magari, di riprovazione è privo di orientamento, non trova punti
di riferimento, adeguata informazione, chiaro indirizzo in ordine alle responsabilità.
Se, a fronte di ogni caso luttuoso, anche se, magari, rientrante nei
limiti statisticamente fisiologici, verificatosi negli ospedali o, comunque,
in relazione all'assistenza medica, scatta la protesta, la denuncia per "l‚ennesimo
caso di malasanità", a fronte delle sentenze più stravaganti,
dei più abominevoli abusi della carcerazione preventiva, dell'uso
dei pentiti, della fantasia onirica nella formulazione delle imputazioni,
della faziosità più manifesta ed, a volte, ostentata, la stampa
tace o acconsente o, al più, si rifugia nel generico disappunto, che,
peraltro, è più spesso e più smaccatamente espresso
e fonte di una sentenza assolutoria, che, magari, rimedi a clamorosi errori,
ma che lasci, come sconciamente scrivono i giornali, un delitto "senza autori",
che non per autentiche strampalatezze ed enormità giudiziarie.
Portare la politica per una giustizia gusta tra la gente è oggi
difficile, ma non impossibile: c‚è sete di giustizia, né questo
dà "beatitudine". Si tratta di incanalare e razionalizzare tale sconcerto,
fornire informazione e giusti parametri di giudizio.
Questa è una premessa. Occorre, poi, cercare di chiarirsi e
di chiarire le idee circa la vera essenza ed i mali veri della giustizia
(cosa necessaria anche e, forse, soprattutto, per render popolare la "questione
giustizia"), guardandosi dai luoghi comuni, assai diffusi persino tra gli
"addetti ai lavori", oltre che nell'ambiente politico.
Ritenere che tutti siano d'accordo sui mali della giustizia e che i
dissensi siano solo sulle cure è un errore assai grave e deleterio.
Occorre, invece, anzitutto, mettere in chiaro quale sia l'essenza vera
della malagiustizia, le sue cause, i suoi aspetti più rilevanti e
basilari. Non è questa la sede per un'analisi tanto complessa ed estesa,
cui, del resto, non ci siamo sottratti in altre sedi ed occasioni. Possiamo
e dobbiamo, però, ricordare le conclusioni: la giustizia italiana
soffre essenzialmente della tendenza dell'apparato giudiziario a travalicare
i confini che siano propri della giurisdizione per perseguire direttamente,
sostituendosi al potere legislativo ed a quello esecutivo e delle amministrazioni,
finalità di "promozione sociale".
Tendenza certamente più manifesta nell'esercizio della giustizia
penale, ma tale da condizionare anche quella civile.
In questa ottica la magistratura si pone come un "apparato di lotta",
per il quale l'accertamento della verità secondo criteri e procedimenti
prestabiliti e l'applicazione delle leggi secondo canoni interpretativi rigorosi
è considerato "riduttivo" e, più o meno esplicitamente e coscientemente,
superato e rifiutato.
Da ciò discende lo "spirito di corpo" della magistratura, la
ricerca dell'indipendenza di questa in danno di quella dei singoli giudici,
il "protagonismo" dei magistrati che si ritengono impegnati nelle più
"brillanti" operazioni, la scarsa efficacia dei rimedi previsti dalla
legge per erronei provvedimenti, l'uso spregiudicato dei pentiti, la valutazione
del "lavoro" dei magistrati con il metro del risultato "globale" rispetto
a determinati fenomeni (lotta alla mafia, alla corruzione, alla pedofilia,
all'inquinamento), anziché con quello dell'esattezza e ragionevolezza
delle decisioni circa i singoli casi.
Ma la caratteristica oramai preminente, e tale da rappresentare qualcosa
di unico rispetto a tutti gli altri paesi, è l'atteggiamento costantemente
polemico e antagonistico della magistratura rispetto ad ogni altro potere.
Non si tratta di una situazione contingente, dovuta a particolari evenienze.
Esiste, tra i magistrati, una vera e propria cultura dell'antagonismo verso
il potere politico. La continua, lamentosa denuncia di pretesi attentati
all'indipendenza della magistratura vanno di pari passo con i reali sconfinamenti,
sempre più numerosi, nelle sfere di competenza di altri poteri e nei
quotidiani e gravi condizionamenti dell'esercizio di tali poteri da parte
degli organi e dei soggetti cui essi competono. Lo sconfinamento ha contagiato,
poi, in modo evidente e clamoroso il CSM che, chiuso a riccio nella tutela
corporativa della magistratura (ma non dei diritti dei singoli magistrati),
pretende di arrogarsi compiti di "terzo ramo del Parlamento", con una competenza
in ogni campo relativo a leggi e giustizia.
Se dobbiamo prendere atto di ciò e del fatto che da tutto questo
deriva la gran parte delle storture e dei mali della giustizia, si impone
di mettere in discussione il ristabilimento dell'immunità parlamentare,
sciaguratamente abolita, con atto di imperdonabile debolezza, nell'imperversare
del golpe di "mani pulite".
Non sarà un'iniziativa che trovi facili consensi. E‚ da aspettarsi,
anzi, una dura e demagogica resistenza anche nella pubblica opinione. E‚
vero , del resto, che di tale immunità si è assai spesso abusato,
negando autorizzazioni a procedere per reati né politici, né
immaginari. Ma più gravi sono stati gli abusi perpetrati con la persecuzione
sistematica di uomini politici e di partiti. Tanto grave che non fu neppure
immaginato dai padri della Costituzione, che pure vollero che l'immunità
fosse stabilita.
Occorre dire che il "sistema italiano", non a caso preso ad esempio
ed esaltato da quanti, in altri paesi esprimono velleità di un analogo
debordare della giurisdizione nella vita istituzionale, è clamorosamente
fallito sia sul piano dell‚armonia e del bilanciamento dei vari poteri ed
istituzioni, sia in quello dei risultati in fatto di effettiva indipendenza
ed imparzialità dei singoli giudici e, per quanto di ragione, dei
magistrati del P.M.
La conflittualità, oggi pervenuta ai limiti del grottesco, non
può considerarsi dovuta solo alla presenza dell'attuale governo e
dell'attuale maggioranza. Se la sinistra sfrutta oggi appieno tale conflittualità
ed è la beneficiaria sia del golpe che delle "operazioni" di condizionamento
e di discredito del governo Berlusconi, è tuttavia difficile
immaginare che, in caso di una vittoria elettorale, essa non finirebbe per
trovarsi di fronte agli stessi problemi di antagonismo e di interferenze.
Solo che, in tale, deprecabile caso, la soluzione finirebbe per prospettarsi
in termini di ben altro rapporto con il potere politico e di ancor più
grave pregiudizio per l'imparzialità dei giudici e per la salvaguardia
dei diritti dei cittadini.
Fallimento di un sistema, infatti, lo ripetiamo, sul piano propriamente
istituzionale. Ma fallimento pure, e non è cosa che meno conti, sul
piano più specificamente funzionale e dei risultati.
Condanne ingiuste ed ingiuste assoluzioni, parzialità a volte
ostentata dei magistrati, incertezza inconcepibile nella interpretazione
ed applicazione del diritto, sproporzione tra i sacrifici imposti ai diritti
della persona con provvedimenti cautelari, spinti fino alla crudeltà,
non necessari, imprudenti, teatralità delle inchieste, intromissioni
persino grottesche in ogni campo della vita sociale.
Arretrato spaventoso dei procedimenti, carceri piene fino all'inverosimile
più di imputati che di condannati.
Il rimedio dell'amnistia, con il quale per decenni si è cercato
il rimedio più facile e demagogico, si riaffaccia pericolosamente
e sconsideratamente viene presentato addirittura come presupposto di ogni
altro rimedio e di ogni riforma.
Amnistia e condono sono inevitabilmente provvedimenti ingiusti sul
piani del beneficio per i singoli imputati, condannati, detenuti.
Ne usufruiscono egualmente colpevoli ed innocenti. Ma poiché
è difficile proprio che essi possano essere concessi per i reati di
maggior allarme sociale nel momento, ne sarebbero esclusi più facilmente
quegli innocenti che più spesso sono ingiustamente condannati quando
infuriano le "campagne" contro questa o quella forma di criminalità,
che costituisce l'emergenza del momento e troppo spesso porta alla giustizia
sommaria, al sospetto, alla persecuzione.
Anziché presupposto per riforme e rimedi, amnistia ed indulto
sembrano essere proroghe concesse ad un intollerabile ed insostenibile sistema
di malagiustizia ed alla passività rispetto ad esso.
Da tutto ciò si deve trarre la conclusione che il punto di partenza
di una politica liberale, consona al senso dello Stato e intesa alla difesa
dello stato di diritto, deve cominciare dalla denuncia chiara e responsabile
di tale situazione di permanente e latente prevaricazione e di difesa da
tali interferenze.
Per questo e per ogni altra vera azione politica coerente ed efficace
in tema di giustizia, occorre, anzitutto, che il futuro governo abbia non
solo un ministro della giustizia di buon livello e di ampie vedute, ma anche
un ministero della giustizia che, di fatto, in Italia, non esiste o, almeno,
non ne esiste uno capace di fronteggiare le esorbitanze e le pretese dei
magistrati.
Il ministero della Giustizia è, infatti, l'unico in cui non
vi siano funzionari d'alto livello di carriera, essendo oggi, per legge,
riservati i posti direttivi a magistrati fuori ruolo, chiamati dal Ministro
e dal Consiglio di Amministrazione, ma previo nulla osta del CSM e soggetti,
all‚atto del ritorno alle normali funzioni, al giudizio ed alle destinazioni
disposte da questo. Questo sistema aveva una ragione ed una giustificazione
quando non esisteva il CSM, rappresentando una sorta di garanzia per lo stato
dei magistrati soggetti ai provvedimenti ministeriali. Oggi ciò non
ha più senso e gravemente pregiudica le già ridotte facoltà
residue del Ministro della Giustizia.
Al contrario, al CSM, dove, per legge, dovrebbero essere addetti funzionari
reclutati per concorso con le norme ordinarie, la burocrazia è rappresentata
da magistrati chiamati dal Consiglio, con rigorose lottizzazioni tra le correnti
dell'Associazione.
Altro punto basilare del sistema di invadenza ed interferenza della
magistratura nella vita istituzionale e di grave turbamento del buon andamento
della giustizia è la cosiddetta obbligatorietà dell‚azione
penale che è, di fatto, sistema di arbitrarietà e di strumentalizzazione
sempre latente.
Perché l'azione penale fosse obbligatoria, secondo un significato
ragionevole di tale espressione, dovrebbero essere stabiliti con precisione
le condizioni, i casi in cui nasce tale obbligo, così come ogni obbligo
non può prescindere da precise condizioni che lo determinino. E',
anzi, da notare che, mentre il „Codice Rocco‰ del 1930 stabiliva, sia pure
con grande latitudine, i casi in cui il P.M. aveva l‚obbligo di esercitare
l‚azione penale (querela, denunzia rapporto... e negli altri casi in cui
gli pervenga notizia di reato), il codice del 1989 (un vero codice traditore
delle speranze e dei propositi garantisti) non contiene alcuna indicazione
al riguardo, così legittimando la distorsione (già in atto)
del concetto di "obbligatorietà", distorsione consistente nell'azione
dei P.M. diretta a ricercare l'eventuale sussistenza di notizie di reato.
Così, la funzione dei P.M. diviene "ispettiva", sul modello della
funzione di generale controllo delle Prokurature sovietiche. Siamo giunti
al grottesco: inchieste "colossali" di tal fatta sono state messe in atto
in tutti i campi, per accertare se gli arbitri delle partite di calcio siano
imparziali o, eventualmente, corrotti, per verificare le cause della morte
degli ex calciatori nell‚arco di molti decenni, per vedere se non siano da
ascrivere all'uso di sostanze dopanti, per stabilire se le logge massoniche
siano "regolari" o "deviate" e così via. Ed intanto, denunzie documentate
vengono accantonate in attesa della prescrizione.
Occorre stabilire in modo rigoroso che il P.M. non possa promuovere
azione penale se non a seguito di rapporti di polizia o di denunce di privati
o di rapporti di altra autorità giudiziaria o amministrativa o nel
caso in cui nell'attività dello stesso magistrato sia chiaramente
rilevata la sussistenza di altro reato diverso da quello per il quale si
procede. In tali casi, potrebbe ben parlarsi di obbligatorietà dell'azione
penale. Sarebbe esclusa, però, l'azione "propedeutica", diretta a
procurarsi l'obbligo di agire.
Strettamente collegata con tale problema e con la soluzione che se
ne è prospettata è la necessità di vietare qualsiasi
provvedimento restrittivo della libertà o coercitivo d'altro tipo
(perquisizione etc.) e la stessa prosecuzione delle indagini senza previa
formulazione di un preciso capo d'accusa che consenta la preliminare verifica
che il fatto costituisca veramente reato. Tale salvaguardia sarebbe importantissima
per ciò che riguarda i reati contro la Pubblica Amministrazione e
per tutti gli altri di complessa struttura.
Altra questione basilare: il ritorno alla collegialità degli
organi giudicanti, abolita per i dibattimenti per una serie troppo vasta
di reati anche assai gravi. Ciò si inquadra nella più ampia
questione della necessità di porre fine al ricorso alla sommarietà
in funzione (supposta) della rapidità dei giudizi. Inoltre, è
certo che il giudice monocratico è più facilmente influenzabile
dal P.M. e più difficilmente si sottrae a indebiti condizionamenti.
Il ministro della Giustizia dovrebbe essere abilitato, sulla base di
risultanze del servizio ispettivo, a richiedere al Parlamento indagini di
speciali commissioni sullo stato della giustizia in determinate circoscrizioni
o per particolari materie (esecuzioni di pene, uso dei pentiti, durata dei
procedimenti, casi clamorosi di ingiusta detenzione etc) e in presenza di
gravi errori giudiziari allo scopo di pervenire a rimedi per le constatate
disfunzioni e distorsioni.
La riforma del CSM dovrebbe essere portata fino alla modifica delle
norme costituzionali che lo riguardano, con separazione del Consiglio per
i giudici e Consiglio per i P.M. con composizione e modalità di elezione
che pongano fine alla sciagurata onnipotenza delle "correnti associative"
ed alle scandalose lottizzazioni.
Queste riforme non avrebbero, magari, un'immediata efficacia rilevante
sulla qualità del servizio giustizia e potrà sorgere il dubbio
se valga la pena affrontare la resistenza più accanita, che è
prevedibile sia posta in atto dal "partito dei magistrati" e la spaccatura
conseguente con autentiche manifestazioni di vera sovversione che pure è
prevedibile, di larga parte dei "signori della giustizia". Ma la comparazione
non potrà essere fatta tra effetti migliorativi immediati e prezzo
in termini di equilibri istituzionali, oggi così gravemente stravolti.
Con tali riforme, ed altre sempre di natura ed effetto basilare, si
giuoca la possibilità di imporre modificazioni autentiche del sistema
e la credibilità di una visione sistematica della politica per la
giustizia.
Mauro Mellini Avvocato, tra i fondatori del Partito Radicale e principale
ispiratore della Lega Italiana per il Divorzio (LID), è stato parlamentare
per quattro legislature (la prima volta nel 1976, quando ˆ insieme a Marco
Pannella, Emma Bonino ed Adele Faccio ˆ fu protagonista della prima storica
esperienza parlamentare dei radicali).
Già componente del Consiglio Superiore della Magistratura nel
biennio 1993-1994, è stato animatore delle battaglie radicali per
la Giustizia Giusta e per la difesa di Enzo Tortora.
Svolge un‚intensa attività pubblicistica, trattando in particolare
questioni relative all‚amministrazione della giustizia. Tra le sue principali
pubblicazioni: Così annulla la Sacra Rota (1968); Brigate rosse: Operazione
aborto (1974); Il giudice e il pentito (1986); Toghe padrone (1996); Nelle
mani dei pentiti (1999); Tra corvi e pentiti (2004); La fabbrica degli errori
- Breviario di patologia giudiziaria (2005).
Dal Gennaio 2006 aderisce ai Riformatori Liberali.
www.riformatoriliberali.org