QUESTIONE MORALE
Cosucce che si dimenticano, cosucce da ricordare.
Esattamente 10 anni fa, il 14 settembre 1995, il PM veneziano Carlo Nordio inviava avvisi di garanzia ad Achille Occhetto, Massimo D'Alema, Bettino Craxi e all'ex vicepresidente nazionale della Lega delle cooperative Luciano Bernardini. Nei capi d'imputazione si ipotizzava il finanziamento illecito al Pci-Pds e al Psi, con somme provenienti da una serie di illeciti: dalla bancarotta fraudolenta pluriaggravata al falso in bilancio e alla frode fiscale.
L’indomani su La Repubblica il direttore Eugenio Scalfari commentava così:
“Il collateralismo tra movimento cooperativo e partiti della sinistra esiste fin dalla fine del secolo scorso ed è stato anzi un vanto del socialismo italiano. Fin qui il procuratore Nordio non dice nulla di nuovo nè di turpe […] Tuttavia, il ribadire in un documento di giustizia una verità storica e non controversa non è irrilevante ai fini della pubblica accu-sa. Le Cooperative venete infatti (ma presumibilmente tutte le Cooperative di maggior peso industriale) partecipavano allo stesso patto scellerato sulla base del quale è nata Tangentopoli, e il patto si può defini-re sinteticamente come una sistematica turbativa d’asta per quanto riguarda l’ampia e ghiotta materia dei pubblici appalti. La documentazione e il testimoniale raccolti da Nordio in proposito sono estremamente convincenti: le Cooperative erano destinatarie di una percentuale di circa il 20 per cento degli appalti banditi dalla pubblica ammini-strazione e dagli enti locali, e il partito comu-nista vigilava affinché questo patto - conclu-so con gli altri maggiori partiti nazionali -fosse rigorosamente rispettato. Quando non lo era, i rappresentanti del Pci nelle Regioni e nei Comuni ponevano il veto alla gara, che in realtà era una gara truccata a beneficio dei soliti noti; ma bastava che le percentuali pattuite fossero ripristinate e il veto cadeva. […] Che cosa dobbiamo dedurre da questa verità documentata dal procuratore di Vene-zia? Semplice: che il Pci, nell’ambito del meccanismo consociativo vigente nel decen-nio degli anni Ottanta, non soltanto lottava per garantire lavoro e profitti per le Coope-rative e per se stesso, ma così operando diveniva di fatto complice della ‘turbativa d’asta’ e quindi anche delle malefatte altrui. Beneficiario in proprio di quel 20 per cento di appalti e complice dell’80 per cento che andava a beneficio della Dc, del Psi e dello spicciolame minore dei piccoli partiti”.

L’inchiesta sulle cooperative rosse è proseguita per anni.
Il filone di minore era quello delle assunzioni fittizie, con cui veniva garantita la pensione agli esponenti locali del partito: gente che non aveva mai messo piede nella cooperativa di cui figurava come dipendente.
Il filone principale era invece quello degli appalti, che le coop rosse edilizie truccavano con le tangenti, e quello delle false liquidazioni, basato sui finanziamenti pubblici italiani ed europei che cooperative create ed avviate solo sulla carta incassavano per poi essere dismesse in tutta fretta.
In tutti i casi emergeva un rapporto organico con il PCI, per cui gli inquirenti lavorarono sull’ipotesi che questo ne fosse il reale beneficiario, e che quindi si trattasse di una forma indiretta di finanziamento illecito al partito. Ciò venne provato a Rovigo con i finanziamenti al giornale del Pci “La Risposta”, un miliardo di lire in “pubblicità” (in realtà inesistente) dall’imprenditore Donigaglia (il quale, interrogato, spiegò semplicemente: “io ho finanziato il mio partito perché sono comunista”). Quello però fu l’unico caso pienamente provato: negli altri la prova non è stata trovata. Che le cooperative abbiano pagato tangenti è pacifico, è stato ammesso dai diretti interessati. Ma le responsabilità sono rimaste relegate in ambito locale.
Salvo nel caso dell’inchiesta sulla cooperazione agricola. In quel caso gli inquirenti arrivarono al vertice dell’ex PCI. Le "coop" ricevevano contributi dalle Regioni e dalle banche, e i soldi venivano poi “gestiti in proprio” (leggi: fatti sparire) da tal signor Alberto Fontana. Il quale era stato piazzato lì dal PCI, come risultava da una lettera del presidente del Coalve che si lamentava con Occhetto della gestione “mafiosa” delle coop agricole.
Alla fine i vertici ne uscirono indenni. Tangentopoli deflagrò a dismisura perché tutti i dirigenti dei partiti governativi “collaborarono”, cioè cantarono; invece ogni volta che venne individuato un responsabile Pci-Pds che aveva incassato dei soldi, quello disse detto di averlo fatto “per sé”.  Come Renato Morandina, già candidato alla segreteria regionale veneta del Pds, al quale la Fiat aveva versato 200 milioni su un conto estero: quando a Milano scoprirono che i soldi erano stati impiegati per la campagna elettorale, Morandina disse che però il partito non lo sapeva… Insomma, i vertici del PCI-PDS, per mutuare l’espressione usata da Di Pietro, si erano “attorniati di persone che hanno saputo fare quadrato” (o, per usare un’espressione alternativa, godettero di un’omertà mafiosa pressoché inscalfibile). Alla fine, nel novembre 1998, Nordio, da sempre contrario a processi fondati solo sulla cosiddetta prova logica (“non poteva non sapere”), chiese l’archiviazione per D’Alema (privandosi così del piacere di chiedere il rinvio a giudizio dio un Presidente del Consiglio fresco di nomina), nonché di Occhetto e Craxi. La richiesta di rinvio a giudizio riguardò quindi “solo” un centinaio di funzionari, mentre con uno stralcio fu “passato” ad altre procure il dossier sull’immenso patrimonio immobiliare delle coop rosse scoperto da Nordio, la cui acquisizione era patrimonio assolutamente al di là delle possibilità finanziarie delle cooperative così come dichiarate nei bilanci, e che quindi non poteva essere stato acquistato che con finanziamenti clandestini (destinati alle coop stesse o, più verosimilmente, al partito).
…Così, tanto per non dimenticare proprio tutto.

(ale tap, 14.9.05)