ECCO PERCHE' HEZBOLLAH NON HA VINTO (ALMENO IN MEDIO ORIENTE)
Il quotidiano libanese francofono l’Orient le Jour prova che l’88 per cento dei libanesi sogna un paese al riparo dai conflitti regionali. Il 51 per cento vuole il disarmo di Hezbollah. Durante il weekend, il leader del Partito di Dio è apparso in televisione, intervistato dall’emittente libanese New-Tv. Ha detto che se avesse previsto l’entità della risposta israeliana, il suo gruppo non avrebbe rapito i due soldati di Tsahal, il 12 luglio. Ieri, da Beirut, il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, nella prima tappa di un tour mediorientale, ha chiesto la liberazione dei due militari e la fine del blocco israeliano sul Libano. Il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, ha invece smentito lo stesso leader del Partito di Dio, dichiarando che l’Italia non medierà nella questione prigionieri. Nasrallah è pronto a incontrare Annan. Il leader sciita, con l’intervista e il nuovo atteggiamento dialogante, si mette al riparo da chi, in Libano, gli chiede il conto della guerra.   
Sono soprattutto i politici e gli intellettuali del fronte del 14 marzo a farlo: chi dopo l’assassinio dell’ex premier Rafiq Hariri, il 14 febbraio 2005, ha portato nelle strade di Beirut migliaia di persone, il 14 marzo appunto, per manifestare contro l’egemonia siriana. Alcuni di loro hanno aperto un’inchiesta per indagare sulle circostanze che hanno portato al conflitto. La crisi in Libano ha rafforzato il rancore dei politici e della società civile verso l’asse Hezbollah-Siria-Iran. Gli attivisti libanesi antisiriani a Parigi danno la colpa della distruzione di Beirut più che alle bombe israeliane al movimento sciita. Alcuni intellettuali nei salotti francesi – che portano ancora sul petto la spilla con il volto del giornalista assassinato, Samir Kassir – dicono al Foglio che Israele avrebbe dovuto colpire la Siria per impedire il riarmo degli Hezbollah dall’Iran. In una recente intervista Walid Jumblatt, leader druso, ha paragonato Nasrallah ad Adolf Hitler: “Anche il Führer ha ingigantito il senso d’onore della popolazione e ha guidato così la Germania verso la guerra”. L’agenzia di stampa iraniana, Irna, ha riportato le parole del Gran Muftì di Damasco, Sheikh Ahmad Badr el din Hassoun: “I giovani di Hezbollah temevano che la guerra terminasse prima di ottenere il martirio; gli israeliani, invece, avevano paura di morire”.   
L’attacco di Bashar el Assad   
Il 13 luglio, Jumblatt ha detto al Figaro che il movimento sciita è diventato un “satellite” dell’Iran. Qualche giorno dopo, sul quotidiano online liberale saudita, Elaph, ha ribadito che il popolo libanese “è ostaggio” dall’asse Damasco-Nasrallah-Teheran. “L’Iran vuole imporre attraverso la Siria un nuovo medio oriente. Il rapimento dei soldati israeliani non ha alcuna connessione con la richiesta del rilascio dei prigionieri libanesi a Israele, ma è collegato a specifici interessi dell’asse siriano-iraniano”.   
Sul sito Thissyria.net, Samir Geagea, capo maronita delle Forze libanesi, ha dichiarato che Hezbollah non persegue gli interessi del paese, ma della Siria e dell’Iran. “Ci sono molti prigionieri libanesi nelle carceri di Damasco – ha detto Geagea – Dovremmo quindi rapire qualche soldato siriano?”.  
I leader del 14 marzo continuano a rilasciare interviste per convincere la comunità internazionale a non cadere nella trappola dell’asse sciita. In risposta, il rais siriano Bashar el Assad, nel suo ultimo discorso, ha definito le forze del 14 marzo le “forze del 17 maggio”, data in cui, nel 1983, rappresentanti americani, libanesi e israeliani firmarono un accordo nel tentativo di mettere fine alla guerra civile. Era presidente Amin Gemayel, che oggi ritiene Hezbollah colpevole per i 33 giorni di guerra. “Negli anni 70 avevamo Fatah-land – ha detto riferendosi alla presenza delle milizie palestinesi in Libano durante la guerra civile – ora c’è Hezbollah-land”. Il fornte antisiriano a Beirut ha paura che il silenzio possa riportare il paese sotto il controllo non più solo di Damasco, ma anche di Teheran. Saad Hariri, figlio dell’ex premier, sul quotidiano saudita Okaz ha elogiato la posizione di Riad contro l’Iran (il regno aveva subito criticato l’attacco del Partito di Dio al convoglio israeliano) e ha detto di essere stanco degli slogan di Hezbollah. “Arriverà un giorno in cui faremo i conti”, ha detto.
(Dal Foglio del 29 agosto 2006).
Ieri la solidarietà, ora il dubbio e, per molti, la rabbia. Hezbollah non piace più. Il 51% dei libanesi chiede che il movimento sciita deponga le armi, e l’81% è favorevole allo schieramento delle forze Onu, mentre la gente prende coscienza del costo enorme provocato da una guerra, che lo stesso Nasrallah riconosce inutile. Le cifre sono impressionanti: i danni ammontano a 15 miliardi di dollari; oltre 15mila abitazioni, 94 strade e 80 ponti sono stati distrutti o gravemente danneggiati. Secondo l’Onu, sono stati cancellati 15 anni di progressi economici, e ora Beirut si trova con un debito di 200 miliardi di dollari, pari al 200% del Pil; un livello che impedisce il ricorso a nuovi prestiti. E a dieci giorni dalla proclamazione del cessate il fuoco, la gente comincia ad accusare Nasrallah. Il sondaggio dell’istituto libanese Ipsos rivela che il 48% dei giovani non si immagina più un futuro nel Paese dei Cedri. Davanti alle ambasciate Usa e canadese si formano lunghe code. Gente alla caccia di un visto, per fuggire e non tornare mai più. L’altro Libano fa sentire la sua voce: per strada, sui siti internet, nelle interviste ai media arabi si moltiplicano le critiche agli Hezbollah. «Loro amano la morte, noi la vita», dichiara a Lebanon Wire Khalil Bou Azzedine, un druso di Bakleen. I sunniti sono amareggiati e temono la guerra civile: «Le bandiere del Partito di Dio non devono più sventolare», minaccia il 25enne Kassim al-Kadri. I cristiani, come la 48enne Maggie Haddad o il 31enne Georges Abou Zeid, affermano che «fino a quando Hezbollah esiste e avrà le armi, ci sarà la guerra».Già, le armi. Israele insiste: vanno consegnate all’esercito libanese. Il ministro degli Esteri Tipi Livni lo ribadisce incontrando a Berlino il collega tedesco Frank-Walter Steinmeier, ma ammette l’impotenza delle forze regolari di Beirut: «Senza un impegno internazionale gli sciiti non disarmeranno». Il messaggio è chiaro: la Forza internazionale di pace dovrà accollarsi questo incarico, che invece non è contemplato nel mandato del Consiglio di sicurezza. E dovrà bloccare i rifornimenti provenienti da Siria e Iran: «Se non si istituirà l’embargo - spiega la Livni - loro riforniranno rapidamente i loro arsenali e ci troveremo ad affrontare lo stesso problema». Ma Kofi Annan, che ieri si è recato in visita a Beirut, non ci sente: «Non prendiamoci in giro, le milizie non possono essere disarmate con la forza - dice -. Questo obiettivo potrà essere raggiunto solo attraverso il dialogo». Ed esclude lo spiegamento dei caschi blu al confine con la Siria. Il segretario generale dell’Onu fa un solo passo nei confronti dello Stato ebraico, chiedendo insistentemente che i due soldati israeliani rapiti vengano consegnati alla Croce Rossa.
Troppo poco per tranquillizzare il governo di Gerusalemme, tanto più che gli Hezbollah, nonostante il tardivo mea culpa di Nasrallah - il quale domenica ha detto che se avesse previsto la guerra non avrebbe fatto rapire i soldati israeliani -, continuano a comportarsi da vincitori. Ignorano le critiche e pensano, innanzitutto, a riavviare la macchina dell’assistenza: ogni famiglia che ha perso la casa riceverà entro pochi mesi 12mila dollari in banconote da cento. E il disarmo? Secondo il sondaggio dell’Ipsos, pubblicato dal quotidiano di lingua francese L’Orient le Jour, l’84% degli sciiti rifiuta questa opzione, che invece è invocata dalle altre tre grandi comunità libanesi: il 79% dei drusi, il 77% dei cristiani, il 54% dei sunniti chiedono lo scioglimento delle milizie. D’altronde ci sono pochi dubbi sulle intenzioni dei leader del Partito di Dio. Il ministro del Lavoro Trad Kanj Hamadé continua a ripetere che il suo partito Hezbollah non deporrà le armi, ma le nasconderà bene, come d’altronde ha fatto nei giorni scorsi, quando ha smantellato 14 avamposti al confine con Israele, nei pressi delle fattorie di Shaba. I bulldozer hanno raso al suolo gli edifici e ostruito l’accesso ai bunker. Ma, come rivela il quotidiano A-Saphir, numerosi testimoni hanno visto partire verso nord mezzi pesanti con a bordo razzi, granate, mitragliatori e materiale militare. Più che alla pace, gli Hezbollah sembrano prepararsi a una nuova guerra.
Marcello Foa, Dal “Giornale” del 29 agosto 2006
Dalle notizie trasmesse da tutti i media occidentali, Hezbollah sembra aver ottenuto una vittoria schiacciante contro Israele e gli Stati Uniti, sanato i dissapori tra sunniti e sciiti, e dato forza alla pretesa dei mullah iraniani di assumere la leadership del mondo musulmano. Il volto di Hassan Nasrallah, il giovane mullah alla testa del ramo libanese del movimento pansciita, ha campeggiato sulle copertine delle riviste di tutto l’occidente, ribadendo il messaggio che questo figlio della rivoluzione khomeinista sia il nuovo eroe della mitica “via araba”. Forse perché guarda molta Cnn, anche la guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ha creduto a questa “vittoria divina” e ha chiesto ai 205 membri del suo majlis islamico di inviare un messaggio di congratulazioni a Nasrallah “per la sua sapiente e lungimirante conduzione della umma che ha portato alla grande vittoria in Libano”. Grazie al controllo del flusso delle informazioni provenienti dal Libano durante il conflitto e all’aiuto ricevuto da tutti coloro che non condividono la politica statunitense, Hezbollah ha probabilmente vinto la guerra mediatica in occidente. Ma in Libano, in medio oriente e nel mondo musulmano in genere, il quadro è decisamente diverso. Cominciamo dal Libano. Subito dopo l’ordine del cessate il fuoco stabilito dalle Nazioni Unite, Hezbollah ha organizzato una serie di spettacoli di fuochi d’artificio, distribuendo frutta e dolci per celebrare il trionfo. Tuttavia, la maggior parte dei libanesi, trovando l’idea sconveniente, non ha partecipato ai festeggiamenti. Quella che avrebbe dovuto essere “la più grande marcia della vittoria” di Beirut sud, la roccaforte di Hezbollah, ha attirato solo poche centinaia di persone. Inizialmente, gli Hezbollah non sapevano se festeggiare la vittoria o mettersi a lutto per piangere i loro “martiri”; la seconda opzione sarebbe stata più in sintonia con la tradizione sciita, incentrata com’è sul culto del martirio dell’imam Hussain nel 680 d.C. Alcuni membri di Hezbollah avrebbero voluto giocare la carta del martirio per poter accusare Israele – e anche gli Stati Uniti – di crimini di guerra. Erano consapevoli che per gli sciiti, allevati in una cultura di eterno vittimismo, sarebbe stato più facile piangere su una calamità immaginata che ridere di gioia per una vittoria dichiarata.
 Dal punto di vista politico, Hezbollah ha dovuto dichiarare il trionfo per una semplice ragione: doveva dare a intendere che la morte e la desolazione che aveva provocato erano servite a qualcosa. Una dichiarazione di vittoria sarebbe stata lo scudo di Hezbollah contro le critiche mosse a una strategia che aveva portato il Libano a una guerra all’insaputa del suo governo e della sua gente (…). La tattica ha funzionato per un paio di giorni. Ma non è bastata a zittire i critici, che negli ultimi giorni si sono fatti sempre più severi. I leader del movimento “14 Marzo”, il partito che detiene la maggioranza in Parlamento e nel governo libanese, hanno chiesto l’apertura di un’indagine per capire meglio le circostanze che hanno condotto alla guerra, percorrendo una via indiretta per accusare Hezbollah di avere provocato la tragedia. Il primo ministro, Fouad Siniora, ha affermato che non permetterà a Hezbollah di continuare a vivere come uno stato dentro lo stato. Anche Michel Aoun, leader cristiano maronita e alleato tattico di Hezbollah, ha chiesto lo scioglimento della milizia sciita.
 Dopo la dichiarazione di vittoria, Nasrallah ha proseguito quella che è stata definita “L’inondazione verde” (Al-sayl al-akhdhar), in riferimento alle ingenti quantità di banconote verdi (i dollari americani) che Hezbollah sta distribuendo tra gli sciiti a Beirut e nel sud. I dollari dell’Iran vengono traghettati a Beirut passando per la Siria e distribuiti tramite le reti dei militanti. Chiunque provi che la sua casa ha subito danni a causa della guerra riceve 12 mila dollari.
 Lo stile “stalinista” dello sceicco
 L’inondazione verde è stata decisa per mettere a tacere i detrattori di Nasrallah e dei suoi capi a Teheran, ma non sembra che il giochetto stia funzionando. “Se Hezbollah ha vinto, è stata una vittoria di Pirro – afferma Walid Abi-Mershed, noto giornalista libanese – Ha fatto pagare un prezzo troppo alto al Libano, e per questo deve essere ritenuto responsabile”. Hezbollah è criticato anche all’interno della comunità sciita libanese che corrisponde al 40 per cento circa della popolazione. Sayyed Ali al Amin, il grande vecchio dello sciismo libanese, ha rotto un lungo periodo di silenzio per criticare Hezbollah per avere provocato la guerra e ha chiesto il suo disarmo. In un’intervista concessa al quotidiano Beirut an-Nahar, al Amin ha respinto l’affermazione secondo cui Hezbollah rappresenterebbe l’intera comunità sciita: “Non credo che abbia chiesto alla comunità sciita cosa pensasse dell’idea di iniziare la guerra. Il fatto che masse (di sciiti) siano fuggite dal sud dimostra che non approvavano la guerra. La comunità sciita non ha mai concesso a nessuno il diritto di scatenare guerre a suo nome”. Ma ci sono stati attacchi anche più duri. Mona Fayed, illustre docente sciita all’università di Beirut, ha scritto un articolo che è stato pubblicato anche da an-Nahar, chiedendo: “Chi è sciita in Libano oggi?” e fornendo una risposta sarcastica. “Sciita è colui che riceve istruzioni dall’Iran, terrorizza i propri compagni di fede fino a ridurli al silenzio e conduce la nazione alla catastrofe senza consultare nessuno”. Un altro accademico, Zubair Abboud, scrivendo su Elaph, notiziario online in lingua araba, ha attaccto gli Hezbollah e accusando Nasrallah di mettere a repentaglio la vita del Libano per servire le ambizioni territoriali dell’Iran.
 Prima di provocare la guerra, Nasrallah stava già ricevendo critiche sempre maggiori non solo dal mondo sciita, ma anche dall’interno del gruppo Hezbollah. Alcuni componenti dell’ala politica dell’organizzazione avevano espresso insoddisfazione per l’eccessivo accento che Nasrallah già poneva sull’apparato militare e di sicurezza del movimento. Parlando sotto garanzia di anonimato, essi avevano descritto lo stile di Nasrallah “stalinista”, sottolineando il fatto che il consiglio per la direzione del partito (la shura) non teneva una sessione plenaria da cinque anni. Nasrallah prendeva tutte le decisioni più importanti soltanto dopo essersi consultato con i suoi contatti iraniani e siriani, e durante le sue visite ufficiali a Teheran si assicurava incontri in solitaria con la guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei. Nasrallah giustificava il suo comportamento sostenendo che il coinvolgimento di troppe persone nel processo decisionale avrebbe permesso al “nemico sionista” di infiltrarsi più facilmente nel movimento. Dopo avere ricevuto il via libera dall’Iran per provocare la guerra, ha agito senza informare nemmeno i due ministri Hezbollah del gabinetto di Siniora, né i 12 membri Hezbollah del Parlamento libanese. Nasrallah è stato poi criticato anche per avere riconosciuto Ali Khamenei come il Marja al Taqlid (Fonte di emulazione), la più alta autorità teologica dello sciismo. Per sottolineare la sua bay’aah (fedeltà) a questa figura, Nasrallah bacia la mano di Ali Khamenei ogni volta che lo incontra (…). La stragrande maggioranza di sciiti libanesi considera piuttosto il grande ayatollah Ali Sistani, iracheno, o l’ayatollah Muhammad Hussein Fadlallah, di Beirut come “Fonte di emulazione”. Inoltre, alcuni sciiti libanesi mettono in dubbio la strategia di opposizione di Nasrallah al “progetto di pace” promosso dal premier Siniora e propongono, in alternativa, un “progetto di sfida” con il sostegno dell’Iran. La coalizione guidata da Siniora vuole costruire un Libano pacifico nel cuore di una zona turbolenta. I suoi oppositori liquidano questo disegno definendolo un piano “per creare una Monaco più grande”, mentre il “progetto di sfida” di Nasrallah mira a trasformare il Libano nella prima linea della difesa iraniana in una guerra tra civiltà in cui l’islam (sotto la guida di Teheran) si scontra con gli “infedeli”, con a capo l’America. “La scelta è tra la spiaggia e il bunker”, afferma lo studioso libanese Nadim Sheha- deh. Chiaramente, la maggioranza degli sciiti libanesi preferirebbe la spiaggia. C’è stato un tempo in cui gli sciiti erano una sottoclasse di contadini poveri e sporchi del sud, con qualche sporadico elemento a Beirut. Negli ultimi 30 anni circa, invece, il quadro è cambiato. Il denaro inviato dagli sciiti immigrati in Africa occidentale (dove dominano il commercio dei diamanti) e negli Stati Uniti (in particolare nel Michigan) ha contribuito a creare un prospero ceto medio sciita che è più interessato alla bella vita che al martirio alla imam Hussain. Questa nuova borghesia sciita sogna di vivere in un luogo che sia all’avanguardia della politica libanese e spera di potere sfruttare il vantaggio demografico della comunità come un trampolino di lancio per la leadership nazionale. E Hezbollah, a meno che non cessi di essere uno strumento della politica iraniana, non può realizzare quel sogno (…).
 Cavallo di Troia khomeinista
 Lungi dal rappresentare il consenso nazionale libanese, Hezbollah è un gruppo settario che si regge su una milizia addestrata, armata e controllata dall’Iran. Per dirla con le parole di Hossein Shariatmadari, editore del quotidiano iraniano Kayhan, “Hezbollah è l’Iran in Libano”. Alle elezioni municipali del 2004, Hezbollah ha ottenuto il 40 per cento circa nelle aree sciite, mentre il resto della popolazione ha votato il rivale Amal (Speranza) e altri candidati indipendenti. Alle ultime elezioni generali dell’anno scorso, Hezbollah ha ottenuto solo 12 dei 27 seggi assegnati agli sciiti, tra i 128 totali dell’Assemblea nazionale, a dispetto delle alleanze con i partiti cristiani e druse, e nonostante la spesa di ingenti somme di denaro iraniano per comprare i voti. La posizione di Hezbollah non è più sicura nemmeno nel mondo arabo, dove il movimento è visto come uno strumento in mano all’Iran piuttosto che l’avanguardia di un nuovo Nahda (risveglio), come sostengono i media occidentali. Il gruppo ha ancora potere perché ha armi, denaro e sostegno dall’Iran, dalla Siria e da tutti i paesi che odiano l’America, ma la lista dei più illustri scrittori arabi, sia sciiti sia sunniti, che hanno descritto Hezbollah per quello che è, un cavallo di Troia khomeinista, sarebbe troppo lunga da inserire in un unico articolo. E stanno cominciando a sollevare il velo del silenzio per rivelare quello che è veramente successo in Libano. Ora che ha perso più di 500 dei suoi combattenti e che quasi tutti i suoi missili a medio raggio sono andati distrutti, Hezbollah potrebbe avere qualche difficoltà a continuare a sostenere la tesi della vittoria. “Hezbollah ha vinto la guerra di propaganda perché molti in occidente hanno voluto che vincesse per accumulare qualche punto contro gli Stati Uniti”, spiega il giornalista egiziano Ali al Ibrahim. Ma gli arabi sono diventati abbastanza intelligenti da distinguere tra una vittoria televisiva e una vera”.
 Amir Taheri& ©Wall Street Journal
 per gentile concessione di Milano/Finanza& (traduzione Studio Brindani)
Anche questo dal “Foglio”, 29/8/’06