Umm Mohammed tutte le mattine va a lavorare sotto l’ultimo
albero a destra che si incontra venendo dalla Meidan Ferdous, in arabo Piazza
del Paradiso.
Umm Mohammed (“Madre di Maometto”) non è il nome ufficiale ma il soprannome.
Significa che la donna ha un figlio chia-mato Mohammed, per onorare il Profeta.
Il suo lavoro si svolge all’aperto, è comodo perché a pochi
passi da casa, non faticoso e discretamente pagato. Ogni giorno, dalle 8
alle 16, dà in affitto agli automobilisti l’ombra dell’albero che
si trova all’angolo della sua strada con la Shara Al Saddoun.
Umm Mohammed è un esempio di quella maggio-ranza silenziosa tirata
in ballo da re Abdallah di Giordania in un’intervista al Corriere della Sera.
Gente che collabora alla costruzione di una realtà nuova, probabilmente
democratica. Persone di buona volontà che però, dice re Abdallah,
non devono rimanere in difesa ma alzare la voce, lottare contro gli estre-mismi
ovunque siano.
La Shara Al Saddoun, «il posto di lavoro» di Umm Mohammed, è
un’arteria centrale sempre piena di traffico, le vecchie botteghe piene di
polvere e i palazzoni scheggiati dalle recenti esplosioni ma dove non mancano
anche i nuovi negozi eleganti, per esempio quelli di telefoni cellulari. Fra
i paradossi dell’Iraq, dove la sicurezza è un miraggio, figura infatti
la proliferazione incredibile dei telefonini, che fino a pochi mesi fa non
esistevano affatto. A Bagdad se ne vedono e se ne sentono squillare da tutte
le parti. Nel suq e perfino nella vecchia scuola coranica di Al Mustansiriya
o sulla pista di atletica dell’università, dove nel tardo pomeriggio
si ritrovano ragazzi e ragazze che corrono, sullo sfondo di una città
dominata dalle nere colonne di fumo delle esplosioni.
Già, le esplosioni. L’ora delle esplosioni a Bagdad è concentrata
su tre fasce orarie. Le prime autobombe scoppiano verso le 7, quando la temperatura
è fresca, i controlli minori, perché i poliziotti non sono tutti
in servizio e le possibilità di commettere stragi maggiori, perché
molti stanno facendo la fila davanti agli uf-fici per procurarsi un documento
o un lavoro.
C’è poi un secondo picco di attività terroristica nel pomeriggio
quando, con la chiusura anticipata degli uffici, le strade sono piene di gente
e di traffico. A notte inoltrata, infine, verso la mezzanotte, di tanto in
tanto si verifica un «terzo turno», con lanci di mor-taio e di
granate che hanno l’obiettivo specifico di spezzare i nervi alla gente impedendole
il sonno.
Al di fuori di questi periodi di punta, anche se l’imprevisto è sempre
in agguato, la vita nella capita-le dell’Iraq procede con relativa normalità.
Umm Mohammned, la signora con la nera zimarra che affitta agli automobilisti
l’ombra dell’albero, è un esempio. «Con questo lavoro guadagno
250.000 dinari al mese: mai visto tanto denaro», dice soddisfatta.
Per un occidentale 250.000 dinari non sono gran cosa, meno di 140 euro. Ma
se si considera che in Iraq, con questa cifra, riesce a tirare avanti decentemente
una famiglia media di cinque persone, i calcoli cambiano.

L’affitto dell’ombra per parcheggiare a Bagdad è un business importante.
Una macchina ferma sotto il sole d’estate, quando il termometro raggiunge
i 55 gradi, si trasforma infatti nel giro di pochi minuti in un inservibile
ferro rovente. Ma il vero mistero, in un Paese che si è dissanguato
combattendo nell’arco di una generazione tre guerre, è il numero incredibile
di iracheni che durante l’ultimo anno si sono potuti permettere di cambiare
l’auto, o di comprarla per la prima volta. La benzina, è vero, a 5
centesimi al litro, dieci volte meno di una lattina di Pepsicola, non rappresenta
un problema. Una macchina poi, soprattutto se dotata di un motore potente,
può essere utile per mettersi in salvo con un’accelerata violenta.
Ma come fa un iracheno normale a pagarsi la macchina? Se si guardano le statistiche,
almeno un 30% della popolazione non ha lavoro. Eppure quando si circola —
anzi, più spesso, si rimane bloccati — nella caotica capitale si vede
un enorme fiume di Toyota, Bmw e Mercedes in ottimo stato, di solito importate
di seconda mano dalla Germania o dalla Turchia. Come per i cellulari, computer,
elettrodomestici e condizionatori, che si vedono ancora imballati lungo i
marciapiedi nei quartieri commerciali come Karrada, perché i negozi
sono già pieni di merce, anche il boom automobilistico è difficile
da spiegare.
E che dire del fiorente mercato, che lo scorso anno non esisteva neppure,
delle antenne paraboliche, dei caffè Internet che si contano a centinaia
e dei negozi di videocassette e Dvd? L’impressione è che l’iraq, crollata
la dittatura, senza avere neppure l’indispensabile in fatto di servizi essenziali
e di sicurezza, corra disordinatamente verso il superfluo. Ogni sera, in milioni
di case irachene lo spettacolo di cui parlano tutti è il reality show
di una tv privata intitolato Amore e guerra. Perfino nel ghetto sciita di
Sadr City (già Saddam City), dove non ci sono le fogne e i bambini
giocano insieme alle capre in mezzo a montagne di spazzatura, moltissime
sono le famiglie, che possiedono un televisore (e un kalashnikov nascosto),
intente a guardare l’ultima puntata del popolarissimo reality show.
Diverse sono, è evidente, le priorità nei quartieri dei ricchi
come Al Mansur, Adhamiya, Qaddissiya, dove con 300.000 euro è possibile
comprare una villa con palmizi e vista sul fiume. Qui la televisione, a parte
le registrazioni dei film (anche a luci rosse) e i programmi via satellite
in lingua straniera, interessa di meno. Vanno molto, invece, le palestre per
gli appassionati di fitness, e così pure le lezioni di danza e la
chirurgia plastica. «Lo scorso anno», dice Saba Adnani, una bruna
universitaria ventenne con un profilo alla Audrey Hepburn, «prima che
incominciasse l’invasione degli americani, mia madre si era messa in testa
di farmi fare la plastica al naso - “O adesso o mai più”, ripeteva.
“Poi, con la guerra, non funzionerà nulla e dopo i prezzi saliranno
alle stelle”. Aveva ragione».
C’è una spiegazione in tutto questo rivoluzionamento sociale, anzi
ce ne sono parecchie. La prima ovviamente è l’enorme sviluppo dell’economia
sommersa che nelle cifre ufficiali dell’economia non figura neppure. Ma vi
sono altre cause. Un fattore importante è la decisione presa dal proconsole
americano Paul Bremer, di destinare una notevole parte degli enormi proventi
del petrolio iracheno alla creazione di una classe media burocratica e amministrativa.
La polizia e la Guardia Nazionale sono entrate immediatamente nella nuova
casta, con stipendi che, rispetto ai livelli irrisori del defunto regime,
devono essere sembrati da capogiro: perfino 90 volte di più.

Un poliziotto, per esempio, oggi guadagna 450.000 dinari al mese contro
i 5.000 dell’epoca di Saddam, ai quali vanno aggiunte — oggi come sotto la
dittatura — le distribuzioni gratuite di viveri. L’uomo in uniforme, è
vero, rischia in continuazione la vita, ma può concedersi per la prima
volta lussi insperati.
Un’altra categoria colpita da improvviso benessere è quella degli
statali, dei medici e degli insegnanti. Al ministero dell’Istruzione il nuovo
clima si nota subito quando si entra. Il personale, seduto in uffici nuovi
con nuovi computer — almeno uno dei quali, per la verità, -ha lo schermo
rivolto verso il muro dando la netta impressione che nessuno lo usi —, forse
per effetto dei nuovi stipendi e del nuovo status, non ha più l’aria
indolente e annoiata di un tempo.
Semplici impressioni superficiali? «No», assicura Sawsan, una
dirigente scolastica. «Ci sono dei cambiamenti. A parte gli stipendi
degli insegnanti, che prima erano letteralmente da fame mentre ora sono stati
moltiplicati per 30, sono cambiati anche i libri di testo e i programmi. Nelle
classi ora si studia la storia senza le falsificazioni imposte dal precedente
regime, quando eravamo obbligati a insegnare ai ragazzi che nel ‘91 Saddam
aveva sconfitto gli americani».
Un fenomeno inatteso, tenendo conto del terrorismo e dell’incertezza, è
l’aumento del numero dei matrimoni, spesso celebrati in gran pompa. «E
vero». osserva Sadoun Al Durame, direttore del Centro di ricerche e
di studi strategici di Bagdad. «Sembra incredibile che, in una situazione
di pericolo, ci si sposi di più. Ma le statistiche parlano chiaro.
Del resto, l’aumento dei matrimoni si concilia con quello che abbiamo verificato
in fatto di aspettative economiche. Sorprendentemente infatti, nonostante
la violenza e la crescente ostilità della gente verso l’occupazione
straniera, secondo un nostro recente sondaggio, il numero di famiglie che
dichiarano di stare meglio rispetto allo scorso anno è in aumento,
in particolare a Bagdad, dove gli ottimisti sono saliti dal 48 al 65%».
I giovani che si sposano in Iraq forse sono d’accordo.
Renzo Cianfanelli
Corriere della Sera Magazine, n.23/2004
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