Caro Montanelli,
oggi 16 novembre 1996 Liguori l’ha attaccata in televisione ed io che la
seguo da decenni, che sono sin dalla prima ora un lettore del “Giornale”,
ho avuto una stretta al cuore. Perché ricordo perfettamente il tempo
in cui Liguori lavorava al “Giornale”, sotto la sua direzione, e perché
oggi egli non aveva torto. E’ stato un po’ il delitto di Cam: ma certo Noè
aveva il torto di essersi ubriacato. E questo episodio mi ha fatto misurare
il passaggio del tempo. Ora anch’io sono oltre i sessanta e le parlo da vecchio
a vecchio.
Ricordo gli anni eroici in cui redattori e lettori eravamo simili a una
società segreta, un’associazione per delinquere nata con lo scopo
di commettere il reato di libertà di pensiero e di anticomunismo,
e misuro la distanza da allora. Ricordo le lodi poi rinnegate che Lei mille
volte fece a Silvio Berlusconi in quanto editore ideale, che mai aveva messo
becco nel giornale che pure aveva contribuito grandemente a salvare e ricordo
le sue - mi permette di dire le nostre? - battaglie. Ricordo soprattutto
che una volta le scrissi una lettera - fra le tante - in cui rivendicavo
il diritto di non aspettare che Lei morisse per giudicarla uno dei grandi
del nostro tempo. Caro ineguagliabile Indro Montanelli, c’è stato
un tempo in cui Lei è stato un faro di indipendenza di pensiero, di
libertà, di civiltà.
Poi Dio sa che tarantola lo ha morso. Ma dev’essere una tarantola che lo
visita periodicamente, come la depressione. Qualcosa che la fa litigare anche
con i migliori amici, sicché molti prestigiosi collaboratori sono
spariti in silenzio: Bettiza, Isotta, Brera, e tanti tanti altri di cui non
ho tenuto il conto e che hanno avuto tuttavia il buon gusto di andar via
in silenzio, così come Lei ha avuto il buon gusto di non dirne male.
Forse Zappulli si è salvato perché è morto. Come dice
Lei stesso, avere carattere corrisponde spesso ad avere un cattivo carattere.
Eh sì, Lei sicuramente ha carattere.
Sia come sia, è venuto il momento in cui chi le voleva bene e la
stimava si è ripetutamente chiesto se non le avesse dato di volta
il cervello. Dopo avere litigato con tanti collaboratori Lei ha deciso di
litigare anche con i suoi lettori. E ci ha lasciati. Ha sperato che la seguissimo
nel suo nuovo delirio, dimenticando che eravamo centinaia di migliaia ad
aver sopportato il sarcasmo di tutti, perché lettori di Montanelli,
perché anticomunisti. Non potevamo marciare sotto le bandiere del
Pds e neppure sotto quelle della “Voce”, giustamente ammazzata dalla sua
rancorosa inutilità. Quel Berlusconi di cui aveva detto tutto il bene
possibile per Lei era divenuto una sorta di bestia nera da combattere in
tutti modi, anche i più beceri. Rimproverandogli innanzi tutto di
essere entrato in politica, predicendogli (augurandogli?) mille disastri
e poi - crimine orribile - di avervi avuto successo. Ma perché mai
i lettori avrebbero dovuto condividere questa idea, nel momento stesso in
cui Berlusconi appariva l’unica possibilità di contrapporre qualcosa
alla marcia trionfale della Sinistra verso il potere? E in seguito, chi mai
la dominava al punto da indurla a pubblicare quello che pubblicava “la Voce”?
Quei fotomontaggi al vetriolo ma sconclusionati? Era ancora il mio, il nostro
vecchio Montanelli, quello? Anche Federico Orlando era (ed è) impazzito,
ma Orlando non era Montanelli e di lui non importa molto a nessuno di noi.
Caro vecchio maestro del giornalismo, caro uomo insopportabile e adorato
(è questa la prova delle grandi passioni), dopo avere pianto per tre
anni la perdita di un amico quotidiano, mi sembra giusto precorrere la fine
delle nostre vite per dirle che non rinnego quanto le scrissi un tempo: Lei
merita un monumento. Lei è stato un mito e gli Italiani liberi le
diciamo grazie. Se poi, da vecchio, ha dato i numeri, bisogna fare in modo
da dimenticarlo. Forse che pensando a Bertrand Russel ricordiamo che da vegliardo
predicava il disarmo unilaterale?
Non sono più un suo lettore, salvo il Giovedì, quando compro
il Corriere per avere i programmi della filodiffusione. Ma mi pare giusto
che, da una sponda lontana, lontana quanto può essere Feltri da Lei,
le giunga l’abbraccio deluso di uno che un tempo l’amò e la difese,
e che ancora oggi vuol confermarle che un grande amore intellettuale non
muore tanto facilmente.
Non dimenticherò mai l’emozione del primo numero che lessi del “Giornale”:
era una copia abbandonata non so da chi e ricordo la sorpresa di trovare qualcuno
scandalosamente capace di dichiararsi anticomunista, nientemeno, in un’Italia
molto più sovietica della Russia. Già. Perché le utopie
assurde e dannose è più facile coltivarle con la pancia piena
che con la pancia vuota. Qualche anno dopo Lei ha pagato il suo coraggio
con le ferite alle gambe ma lo ha trasfuso in noi, suoi lettori, fino alla
risalita al momento presente in cui anche coloro che tengono la scritta Pci
nel loro simbolo si offendono se uno li chiama comunisti.
Ma ora che ha vinto Lei ne approfitta per dire cose non condivisibili. Mentre
affetta senso del reale e perfino cinismo, continua a vagheggiare una destra
che non esiste invece di accorgersi che il solo modo di sfuggire al disastro
è sostenere l’unica destra - o centro destra - che c’è. Per
sostenere un partito non è necessario essere convinti che non sbagli
in nulla: basta obbedire al principio per cui i nemici dei miei nemici sono
miei amici. Lei invece - col suo buon gusto, con la sua lealtà, con
la sua chiarezza - confessa di aver votato per quel giuggiolone fargugliante
di Prodi. E io sono ancora costretto a volerle bene! Ah, che amaro calice.
Le invio queste righe come un amante deluso potrebbe inviarle alla persona
amata: proprio per dirle che factum infectum fieri nequit, non possiamo annullare
il passato. E assumendo per un istante la rappresentanza di tutti i suoi vecchi
lettori del Giornale, ho voglia di cantarle in napoletano - io siciliano a
Lei toscano - “nui nun ci amammo cchiù ma ‘e vvote tu distrattamente
piensi a mme”. Perché se Montanelli è indimenticabile per chi
gli è stato accanto per decenni, noi lettori del Giornale di un tempo
siamo sicuramente indimenticabili per lui.
Gianni Pardo