LA PADELLA E LA BRACE
I risultati d'una recente indagine demoscopia, riferiti dal New York Times,
provano che gli americani e in particolare molti di coloro che hanno votato
per Bush, sono più perplessi oggi, sul suo conto e sulla sua politica,
di quanto non fossero all'inizio del mese. Parecchi sono disturbati dalla
sua ostentata religiosità, in molti temono leggi restrittive in materia
di sanità e sull'aborto e via dicendo. Per non dire che molti pensano,
a proposito dell'Iraq, che non bisognava nemmeno cominciarla, quella guerra.
Non che siano pentito del loro voto - sarebbe impossibile, dopo poco così
poco tempo - ma è come se l'incanto (se mai incanto ci fu) fosse rotto.
Sembra un atteggiamento strano e forse contraddittorio, ma non è.
Il fatto è che molti americani non hanno votato per Bush, hanno votato
contro Kerry. (segue, per continuare nella lettura clicca qui)
In queste elezioni, si sapeva - o si pensava - che avrebbe vinto il
candidato che fosse riuscito a sconfiggere l'astensionismo del proprio elettorato.
Per conseguenza ambedue le enormi macchine elettorali hanno ripetuto un milione
di volte ai loro simpatizzanti "se non andate a votare vince l'altro". Gli
americani, tanto di tendenza democratica quanto di tendenza repubblicana,
ci hanno creduto. E sono andati a votare. Ma si sono scomodati non tanto per
fare vincere il loro campione quanto per impedire che il candidato rivale
vincesse. L'astensionista è qualcuno che - salvo il caso d'un totale
disinteresse per la politica - disprezza in blocco tutti i politici. Se l'entusiasta
vota per il proprio candidato - un angelo contro il diavolo - l'astensionista
pensa che un diavolo valga l'altro.
Le ultime elezioni si spiegano guardando alle personalità dei
due candidati. È stranoto che George W.Bush, rispetto alla media dei
Presidenti, ha una specialissima caratteristica: ha suscitato e suscita antipatie
profondissime. Confinanti col disprezzo e il disgusto. Tanto da avere creato
una nuova categoria politica e lessicale, quella dei Bush-haters (quelli
che odiano Bush). È un fenomeno che in Italia conosciamo bene, visto
che qui abbiamo i Berlusconi-haters. È dunque ovvio che i Bush-haters
hanno potuto ripetere con la massima convinzione: votate per Kerry come votereste
per un yellow dog (un cane giallo, Pinco Pallino), perché questa
è l'unica occasione che abbiamo di toglierci Bush di torno. Molti
gli hanno dato ascolto e i votanti democratici sono aumentati di numero.
Purtroppo per loro, accanto ai Bush-haters c'erano coloro che
giudicavano Bush un uomo semplice, in buona fede e risolutamente, pure se
rozzamente, preoccupato dei destini degli Stati Uniti. Kerry era un patrizio
venuto dal Massachusetts, si presentava sottile e complesso come un europeo,
fino ad essere contraddittorio e gli elettori lo hanno guardato con perplessità.
Dove ci condurrebbe, costui? Mentre i villains, i bad guys,
insomma i cattivi ci minacciano, sarà capace di estrarre per primo
e difenderci, o cercherà di cavarsela con le parole?
A questo punto anche gli astensionisti repubblicani si sono sentiti
spinti a votare. Bush può aver sbagliato questo e quello, ma possiamo
affidarci a Mr.Flip Flop (Sor Tentenna), mentre è a rischio
la sicurezza del paese? Dite tutto il male che volete di Bush ma andate a
votare se non volete che Kerry, un parolaio sostenuto da fanatici come Michael
Moore o, addirittura, da terroristi come Osam bin Laden, vada al potere.
E così è andata. Bush è stato eletto ma, una volta
che l'hanno visto di nuovo alla Casa Bianca, i suoi elettori si sono trovati
nella condizione d'una ragazza che è riuscita, sposando un coetaneo
almeno simpatico, ad evitare di sposare il vecchio ricco che volevano imporle
i suoi genitori e che, dal giorno dopo, dimenticando lo scampato pericolo,
comincia ad accorgersi che quel giovane è mediocre, non brilla
in società, non saprebbe neppure riparare una maniglia in casa e commette
perfino errori di lingua. Tutte cose vere e visibili anche prima, ovviamente:
ma mentre prima lei pensava a "non sposare l'altro", ora s'accorge di dover
dire "questo è mio marito".
Rimane da porsi la domanda se per caso, oggettivamente, ambedue i candidati
non fossero negativi. La cosa sembra improbabile. La trafila per concorrere
alla carica di Presidente è così lunga, ci sono tante occasioni
per farsi dei nemici, per essere vittima di rivelazioni o sarcasmi per le
proprie manchevolezze, che è difficile possa arrivare a quella posizione
una completa nullità. Più probabile è invece l'ipotesi
che il giudizio severo su uno o ambedue i candidati dipenda da una sorta
di contraccolpo della carica stessa. Nessuno si stupisce se un professore,
un calciatore, un pianista o un medico sono sciocchi. Se ne sorride e si
tira diritto. Invece, più è importante la carica, più
è viva l‚esigenza che l'eletto sia all'altezza. Si vuole che il Presidente
degli Stati Uniti sia moralmente inattaccabile più del Papa; che abbia
un passato impeccabile; che sia vigoroso ma pietoso; che assicuri la libertà
ma anche la sicurezza; che sia onnisciente e infallibile. Insomma, una sorta
di superuomo, una sorta d'eroe dalla corazza d'oro scintillante: e in queste
condizioni è improbabile che un qualunque essere umano sia considerato
all'altezza. Quello, Presidente degli Stati Uniti? Ma va‚.
D'accordo, andiamo: ma dove? Abbiamo questa sola umanità e da
millenni non è più in garanzia. C'è per giunta il rischio
simmetrico che un Presidente sia ampiamente applaudito per il suo ciuffo
biondo e perché ha una moglie elegante di nome Jackie. Un successo
non dissimile da quello della Principessa Diana.
Forse bisognerebbe smetterla con la speranza di trasformare la Casa
Bianca in Camelot. Di sperare in un successo a base di gossip e rotocalchi,
da un lato, o di ottenere la stima degli intellettuali dall'altro. Soprattutto,
bisognerebbe smetterla col disprezzo nei confronti di persone che sono esseri
umani come tutti noi, per quanto alta sia la loro carica.
Gianni Pardo, 28 novembre 2004