Perché fuori dai salotti e dai
giornali la sinistra che ragiona non conta niente
La Gad è fragile, e questo si sapeva. Ma ora la vittoria
pugliese del ragazzo poeta con l'orecchino crea un dramma nel dramma. Quello
di una coalizione debole che vede crescere la forza della sua componente
più radicale, e al suo interno quello dei riformisti che attraverso
l'omonimo giornale principe si interrogano sul senso della vita. Dove andiamo,
cosa facciamo, ma soprattutto a cosa serviamo se le nostre idee fanno proseliti
solo tra sparute, infime minoranze? Insomma, serpeggiano vistosi dubbi che
il riformismo, se non di questo mondo, non sia certo di questo Paese, dove
per inveterata tradizione si pensa con la pancia. Chi lo professa si porta
dietro l'aura dell'intellettuale pedante, un po' lezioso, che svolge sulle
prime pagine il suo ineccepibile compitino affinché il giorno dopo
qualcun altro gli risponda per dirgli quanto è stato bravo. In un articolo
altrettanto lungo e compiaciuto del fatto di appartenere a un club ristretto,
il cui senso spesso si potrebbe riassumere in una gratificante telefonata
tra gli interessati. Primo grande difetto dunque: il riformismo è
autoreferenziale, parla a se stesso usando un metalinguaggio che il lettore
comune non capisce. In più è virtuale, nasce e muore nello
spazio della pagina di un giornale, seguendo uno schema che è la ripetizione
dell'identico: parte Michele Salvati sul Corriere, rispondono Franco Debenedetti
o Nicola Rossi sul Sole 24 Ore, riprende e sintetizza Giuliano Amato con
un'intervistona alla Repubblica, chiosa e rilancia Il Riformista. Il tutto
mentre, dall'altra parte, Silvio Berlusconi grida al ritorno del comunismo
e dei suoi spettri di miseria, terrore, morte. Evidentemente il bersaglio
del paradosso non è Romano Prodi, dietro la cui aria paciosa da curato
di campagna è difficile intravedere il guardiano del gulag, ma quella
cospicua parte di immaginario collettivo che a quel richiamo è ancora
sensibile. A ben guardare, funziona così anche con Fausto Bertinotti.
Crede davvero nel comunismo, se pur rifondato, il compagno Bertinotti? Ma
non scherziamo, un raffinato cultore del cachemire che per di più
si bea di essere assurto al ruolo di star televisiva ha poco a che spartire
con l'ideologia che fu di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer. Eppure,
i suoi messaggi colpiscono nel segno, l'uso sapiente di termini svuotati
del loro senso storico: rivoluzione, masse, operai, fa ancora vibrare le
corde sensibili dei tiratori (pentiti) di treppiede. E servono a far vincere
le primarie in Puglia contro un margheritino un po' scialbo ma perbene, che
nell'esame del suo sangue riformista ha tutti i valori a posto. Però
non prende, non fa sognare, è più prodotto d'apparato che di
autentiche terrigne passioni. E ha un «nomen, omen», Boccia,
che gli segna il destino. Secondo grande difetto: i riformisti non hanno
anima, o se ce l'hanno non la tirano fuori. Sembra che nello stesso momento
in cui parlano mettano le mani avanti, dichiarino il senso del loro limite,
compiacendosi di stare riparati dentro il pessimismo della ragione. Chiedono
quasi scusa del loro pensiero, del piccolo rumore di fondo che provocano,
del fastidio che producono nei loro partiti di riferimento, dove peraltro
sono posti al margine del margine. Troppo poco radicali nel coraggio di sostenere
le loro idee, per nulla antagonisti. Eccolo qua il terzo grande difetto: l'esiguo
tasso di antagonismo si riflette spesso sulla superficialità dell'analisi.
La sensazione è confusa, ma quando si legge l'intervento di un riformista
sembra sempre che manchi qualcosa, che il tema vero sia stato aggirato e
non preso di petto, che la realtà sia più complessa di quella
che con colpevole schematismo egli tratteggia. Il problema è bucare
il consenso, la cornice stretta delle élite. Quel che riusciva a Pier
Paolo Pasolini, che passa per un apocalittico ma invece per lucidità
e passione è stato l'ultimo grande riformista. Usava lo spazio del
giornale, ma le sue idee lo trapassavano per diventare argomento vivo di
polemica. Usava la metafora che, se pur desueta, resta ancora la figura principe
per leggere il mondo in prospettiva. Usava la provocazione e lo scandalo,
che infondono anche se in modo sgradevole la percezione della differenza.
E metteva in discussione modelli di sviluppo non nell'ottica delle riforme
istituzionali da fare, ma in quella del fondamentale rapporto tra tecnologia
e società. Che dovrebbe essere il pane quotidiano della riflessione
a sinistra. Lo faceva in un constesto culturale già dominato da sragione
e sentimento. E gli riusciva perché non era triste, impopolare e poco
sexy come gli attuali riformisti.
Da L'Opinione -28-01.2005