PESACH, QUANDO LA SUPERBIA DEL FARAONE E IL
PANE DEGLI EBREI NON LIEVITARONO PIU'.
3000 anni fa l’Egitto di Faraone ebbe
come vicerè nientemeno che l’ebreo Giuseppe figlio di Giacobbe. Allorchè
una terribile carestia si abbattè sulla terra di Canaan, Giuseppe
chiamò in Egitto suo padre e i suoi fratelli. Un giorno salì
al trono un Faraone che non aveva conosciuto Giuseppe e che, temendo il numerosissimo
popolo israelita come una minaccia nel proprio Paese, li ridusse in schiavitù.
Gli Ebrei furono costretti a impastare e cuocere mattoni per costruire superbi
obelischi e palazzi.
Venne un uomo giusto, educato
presso la casa reale chiamato Mosè, il quale scoprì di essere
Ebreo e fu scelto per liberare il suo popolo. Mosè era un uomo restio
alla sua missione, per di più era balbuziente; ma accettò il
suo destino ed ebbe il coraggio di sfidare il potere di Faraone.
Numerose sciagure si abbatterono
sul popolo egiziano perché Faraone si convincesse a liberare dalla
schiavitù gli Israeliti; ma Faraone, arrogante e duro di cuore,
resisteva. Finchè la sera di luna piena del primo plenilunio di
primavera accadde qualcosa di sconvolgente. L’angelo della morte attraversò
l'Egitto e uccise tutti i primogeniti egiziani. L’angelo risparmiò
i primogeniti degli Ebrei poiché Mosè diede loro ordine di
intingere gli stipiti delle loro case con sangue di agnello; alla vista
di ciò, l’angelo sarebbe andato oltre, in ebraico pésach (da
cui Pasqua).
Faraone capitolò; Mosè
e il suo popolo poterono tornare nella Terra Promessa, la terra d’Israele.
Quella notte era diversa da tutte le altre, tanto diversa che il pane dovette
essere fatto in fretta da non aver il tempo che lievitasse. La libertà
non poteva aspettare.
L’uccisione dei primogeniti egiziani
fu il segnale della svolta epocale del popolo ebraico, del loro riscatto.
Quella sera Israele insegnò al mondo cosa significhi essere un popolo
libero, aver diritto alla propria terra e riconoscere unicamente la Torah,
la Legge e l’insegnamento dell’unico Dio. Tuttavia l’uccisione di uomini
e fanciulli egiziani colpevoli soltanto di essere primogeniti non fu qualcosa
di cui poter andar fieri; ecco perchè ancora oggi, alla vigilia di
Pèsach (la Pasqua ebraica), i primogeniti ebrei digiunano perchè
ricordino che uomini innocenti morirono per la loro salvezza, che il Dio
d’Israele fece una dolorosa scelta e che la morte è un fatto tragico
per l’uomo, chiunque esso sia.
Un gesto di umiltà dunque,
che contraddistingue gli 8 giorni della festa di Pèsach. A cominciare
dalla matzàh, il pane non lievitato di cui gli Ebrei debbono cibarsi
per tutti i giorni di Pèsach. Pane senza chamètz ovvero cotto
senza che faccia in tempo a fermentare. Senza chamètz deve essere
tutta l’alimentazione ebraica durante Pèsach; perciò al bando
grano, orzo, farro, avena, segale e loro derivati, se non sono stati cotti
sotto stretta sorveglianza rabbinica. L’ordine è tassativo: “chiunque
mangerà del chamètz sarà escluso dalla comunità
di Israele” (Es. 12,15). Il chamètz va cercato, trovato e bruciato.
I cibi contenenti chamètz possono essere distrutti o venduti.
Privarsi del chamètz significa anche purificarsi
di tutto quanto possa lievitare nell’uomo; orgoglio, egoismo, sentimenti
che tendono inevitabilmente a far gonfiare l'uomo, che deve estirpare dal
suo animo e dalla sua vita materiale il chamètz, inteso simbolicamente
come fermento del male.
Quest’anno Pèsach cade la sera del 23 aprile
in quanto l’anno ebraico in corso, il 5765, è un anno embolismico
ossia ha un mese in più, necessario a sincronizzare l’anno lunare
di 354 giorni con le stagioni dell’anno solare di 365. Pertanto ogni due-tre
anni viene aggiunto un tredicesimo mese che precede il mese di Nisan in
cui cade Pèsach.
Il Sèder (lett. ordine) di Pèsach,
la cena delle prime due sere di Pasqua, è costellata da cibi e atti
simbolici che scorrono sulla tavola imbandita delle case ebraiche. Ci sono
3 matzòth (una delle quali, chiamata afikòmen, è oggetto
di un sapiente gioco tra il capotavola e i bambini seduti a tavola), il
maròr (le erbe amare, ricordo della schiavitù egiziana), il
charòset (impasto di frutti, mandorle e vino rosso che ricorda la
malta dei mattoni con i quali gli Ebrei costruivano piramidi e statue in
Egitto), il carpàs (una foglia di lattuga con accanto una ciotola
di acqua salata o aceto), il vino da consumarsi in abbondanza (sino a 4
calici ripieni per ognuno dei commensali), l’uovo sodo (simbolo di lutto
per la distruzione del Tempio di Gerusalemme), il tutto scandito dalla lettura
della Aggadàh (il racconto della Pasqua, ricco di citazioni bibliche
e della tradizione rabbinica).
Infine, il zerò'a, una zampa arrostita
di agnello, il simbolo più triste. Perché l’ebreo non consuma
più l’agnello pasquale dal giorno in cui il Santuario di Gerusalemme
fu distrutto dai Romani nell’anno 70 dell’era volgare, distruzione che diede
termine al corbàn (il sacrificio quotidiano che si consumava nel
Santuario). Unica eccezione, Roma; lì l’agnello viene tuttora mangiato
a Pèsach in seguito a una eccezionale deroga che sin dai tempi più
antichi fu concessa alla più importante comunità ebraica dell’Impero
romano.
Il Sèder di Pesach ha qualcosa di magico;
è una festa ebraica ma è rivolta anche ai non ebrei, perché
possano comtemplare il miracolo della libertà riservato al popolo
di Israele. Perciò le porte di casa degli Ebrei rimangono aperte alla
sera di Pèsach. Eppure a tavola c’è un posto imbandito al
quale non siede nessuno; quella sedia è per Elia, il profeta che
secondo il racconto biblico fu rapito da un carro celeste e che la sera
di Pèsach, all’insaputa dei padroni di casa, potrebbe entrare nella
casa di ogni Ebreo, magari sotto le spoglie di un povero passante. Sarebbe
un segno atteso della venuta del Messia.