Per
Pino Arlacchi dal voto nascono le “dittature della maggioranza”
Nell’imminenza del voto in Iraq, il difficile tentativo di far rinascere
la democrazia in quel paese deve confrontarsi non solo con le aggressioni
terroristiche dei tagliagola locali e importati, ma anche con quelle verbali,
meno sanguinose, della sinistra snob di casa nostra. Gianni Vattimo, seguendo
una linea di “pensiero” cui si era già ispirato Antonio Tabucchi, ci
ha spiegato che quelli che cercano di impedire le elezioni sono come i partigiani
che hanno contribuito alla liberazione del nostro paese. I partigiani veri
se la sono presa a male e hanno replicato che loro lottavano perché
si potesse votare, non per il contrario. Pino Arlacchi, che di democrazia
se ne intende per aver trattato (e contrattato) con quella dei Talebani in
Afghanistan, si mette a spiegarci che le elezioni in Iraq non sono l’avvio
della democrazia, ma l’instaurazione di una “dittatura della maggioranza sciita”.
L’errore di fondo dell’amministrazione americana, secondo Arlacchi, consiste
nell’aver “voluto le elezioni a tutti i costi”, di voler imporre la democrazia
contro la “cosiddetta tirannia”. Che l’orientamento politico sia dettato
da una maggioranza non è democrazia ma dittatura, mentre la tirannide
di Saddam Hussein, con i suoi genocidi e persecuzione delle minoranze, era
“cosiddetta”. Forse sarebbe bene che coloro che hanno vissuto e pagato in
prima persona la lotta per la libertà in Italia ricordassero anche
ad Arlacchi l’abc della democrazia. La preoccupazione che nessuna minoranza
irachena, dai kurdi ai sunniti, sia discriminata è ragionevole, anche
se la costituzione in vigore è la più liberale e garantista
tra quelle esistenti nei paesi arabi. Ma quelli che combattono le elezioni
non chiedono garanzie: intimano agli elettori di non recarsi ai seggi minacciandoli
di morte. La situazione irachena è assai diversa da quella dei paesi
occidentali che hanno imparato l’antica lezione di separare ciò che
è di Cesare e ciò che è di Dio. Lì la cultura
politica è fortemente intrecciata con quella religiosa, con permanenti
pericoli di teocrazia. Ma arrivare, per questo, a negare a quel popolo il
diritto di autogovernarsi è razzistico. Non riconoscere, poi, l’abisso
morale che separa bande di assassini da una popolazione che, rischiando la
pelle, vuole andare a votare, non è solo un errore di valutazione politica.
E’ disgustoso. Comprensibile solo come espressione di una ubriachezza molesta
di fondo.