«L'Iraq, la democrazia e l'uso della forza»
Non c'è contrasto tra bandiere arcobaleno e benvenuto a Bush.
A Bagdad intervento umanitario sotto efida Onu
Lettera al Corriere della Sera del 25-02-2005
Caro Direttore, domenica scorsa, alla vigilia dell'arrivo del presidente
Bush a Bruxelles, ho scritto ed inviato al direttore di Repubblica un articolo
che terminava con le parole «Welcome, Mr President». Era un benvenuto
che testimoniava la mia profonda soddisfazione per la decisione senza precedenti
del presidente americano di incontrare in modo ufficiale le grandi istituzioni
europee, Parlamento e Commissione. Ed era, al medesimo tempo, l'auspicio
e la speranza che, a partire da questo pieno riconoscimento del ruolo dell'Ue,
si fossero finalmente determinate le condizioni per un rilancio su nuove
e solide basi del rapporto tra Stati Uniti ed Europa.
A questo mio articolo, generosamente trascurando il fatto che fosse stato
pubblicato su un quotidiano concorrente, il suo giornale ha dedicato due
editoriali: uno scritto da Paolo Franchi, e uno, non meno autorevole, disegnato
da Giannelli. Come sempre mi accade per gli interventi che portano le loro
firme, li ho letti e meditati. leader dell’Unione. Con la penna e la matita,
Franchi e Giannelli hanno sollevato e mi hanno posto due domande di fondo.
Quale filo corre tra il mio benvenuto di oggi al presidente Bush e l’invito
da me rivolto ai cittadini romani nel giugno dello scorso anno di accogliere
il presidente americano, allora in visita in Italia, esponendo le bandiere
arcobaleno della pace? Tra le due prese di posizione, c’è continuità
o, invece, si deve parlare di svolta? Questa, posta in modo come sempre straordinario
da Giannelli con l’immagine di una bandiera della pace strappatami di mano
da un vento impetuoso e da me sostituita con la bandiera americana, era la
prima domanda.
Una domanda pesante e che la tensione di questi giorni così carichi
di angoscia per la sorte di Giuliana Sgrena rende ancor più impegnativa.
Ancor più rilevante era il secondo quesito. Che si debba parlare di
continuità o, al contrario, di svolta, qual è la linea di politica
estera che ho in mente per l’Ulivo, per l’Unione, per l’Italia? A Franchi
e Giannelli potrei dire che il programma comune dell’Unione e il contributo
che ad esso verrà dall’Ulivo, che dell’Unione vuole essere un motore
riformista, verranno definendosi nei prossimi mesi e che, quindi, il tempo
per rispondere ai loro quesiti non è ancora arrivato. Ma, dopo cinque
anni trascorsi lavorando in Europa e per l’Europa e nel momento in cui mi
preparo alla sfida elettorale del 2006 per conquistare alle forze democratiche
riunite sotto il segno dell’Unione il diritto e la responsabilità
di governare il Paese, non voglio replicare così. Le loro sono domande
alle quali, dopo qualche giorno fatto volutamente trascorrere per una doverosa
riflessione, sento di dovere dare risposta meditata. Al primo quesito - svolta
o continuità? -, posso, in tutta coscienza, rispondere che sono persuaso
di avere mantenuto, sull’intera vicenda irachena, una linea del tutto coerente.
«Una guerra che non avrebbe mai dovuto essere iniziata». Così
dissi, subito, a conflitto appena iniziato, e così la penso ancora
oggi, dopo le elezioni in Iraq. Elezioni che ho sempre considerato una tappa
essenziale nella costruzione di un Iraq libero e indipendente e per le quali
mi sono personalmente speso, come presidente della Commissione europea, con
l’obiettivo di inviare degli osservatori internazionali. Per quanto questa
forma di controllo, pur necessaria, si sia poi rivelata impossibile, non
ho esitato un attimo a salutare il voto di milioni di donne e di uomini come
un avvenimento che può aprire una nuova e promettente pagina nella
storia dell’Iraq.
Ma questo non basta a farmi cambiare idea sulla guerra. Perché non
di un’operazione di pace si è trattato, ma di guerra. Una guerra contro
la quale si sono espressi tutti i popoli europei, e la maggioranza del Consiglio
di sicurezza e dell’Assemblea generale dell’Onu, che mancava tanto di una
valida giustificazione quanto di una difendibile legittimità internazionale
e che ha lasciato e continua a lasciare una lunga scia di morte e di dolore.
Angelo Panebianco scrive che, dopo le elezioni in Iraq, le affermazioni del
tipo «la democrazia non si esporta con la guerra» sono passate
di moda. Pur apprezzando il giudizio positivo da lui espresso sul mio benvenuto
al presidente Bush, debbo dire con nettezza che non sono d’accordo con il
mio vecchio amico e collega. A dargli, fortunatamente, torto è la
storia tutt’intera dell’Europa unita. Dal primo riunirsi dei sei Paesi fondatori
sino al recentissimo e non ancora concluso allargamento ad est che estenderà
e garantirà a mezzo miliardo di persone un’area di pace, di sicurezza
e di libertà, la recente storia europea è una straordinaria
esperienza di esportazione pacifica della democrazia. Non è un caso
che alla nostra Unione Europea guardino, come ad un possibile approdo finale
nel cammino verso la democrazia o più semplicemente come ad un affascinante
modello politico ed istituzionale, Paesi ai confini dell’Europa come l’Ucraina
o la Georgia o Paesi più lontani come le nazioni dell’Unione Africana.
Sulla guerra in Iraq non ho, dunque, cambiato idea. Ma non è in questi
termini ristretti che va posto il problema che è, oggi, piuttosto,
il problema della violenza di massa alla quale, in assenza di un’organizzazione
statuale in grado di controllare il territorio e di garantire la sicurezza,
è tuttora esposta la popolazione irachena. Una violenza nella quale
trovano spazio e alimento i terrorismi di ogni tipo.
In queste condizioni, la protezione delle popolazioni e, soprattutto, la
ricostruzione materiale ed istituzionale dell’Iraq, richiedono l’impegno
e l’intervento della comunità internazionale. Un impegno e un intervento
che, pur necessariamente prevedendo una componente di forza sino al momento
nel quale il nuovo Stato iracheno potrà interamente ed autonomamente
assicurare la sicurezza dei propri cittadini e degli stranieri presenti sul
suo territorio (e il pensiero corre di nuovo a Giuliana Sgrena), deve avere
un carattere essenzialmente umanitario e multinazionale e avvenire sotto
l’autorità delle Nazioni Unite. Questo è il quadro che ci troviamo
davanti e questa è la strada sulla quale dobbiamo cercare di procedere
per aiutare a costruire un nuovo Iraq, libero, democratico e pacifico. Una
strada che, dopo le elezioni, si è fatta un poco più larga
ma sulla quale, come in qualsiasi viaggio bene organizzato, non si potrà
utilmente procedere senza la definizione di un chiaro calendario che si ponga
l’obiettivo finale del passaggio di tutte le responsabilità civili
e militari al nuovo Stato iracheno e che, pertanto, tra le tappe da mettere
progressivamente in sequenza, preveda obbligatoriamente anche quella del
ritiro delle truppe. La convocazione di una conferenza internazionale di
pace, a più riprese invocata e invano suggerita al governo da noi,
opposizione italiana, ed ora formalmente proposta da Europa e Stati Uniti,
costituisce il foro più appropriato per definire questo percorso.
Questa, dunque, è la mia posizione. Non sono cieco alle novità
sul territorio mediorientale: il voto e la prossima formazione di un nuovo
governo in Iraq (anche se non mancano le preoccupazioni per il futuro assetto
del Paese), i nuovi spiragli di dialogo che si aprono tra israeliani e palestinesi
ora che entrambe le parti si sono date nuovi governi. E non sono cieco di
fronte alla novità, sostanzialmente confermata negli incontri e nei
colloqui di Bruxelles tra il presidente Bush e i rappresentanti europei,
di una politica estera americana che finalmente riconosce nell’Unione Europea
un protagonista della politica mondiale. Colgo i segni del cambiamento ma
non per questo rinuncio alle mie convinzioni profonde: la scelta europea,
l’amicizia su un piano di pari dignità con gli Stati Uniti d’America
e, prima di tutto e sopra tutto, la pace. La pace è l’obiettivo di
fondo di quella che io vedo come la politica estera per l’Italia. Non abbiamo
bisogno di inventare cose nuove. Per trovare la nostra stella polare, ci
basta restare fedeli alla nostra Costituzione. Leggiamolo tutto intero, l’articolo
11 della nostra carta costituzionale. «L’Italia ripudia la guerra come
strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di
risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di
parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie
ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove
e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
In quelle parole scritte dai nostri padri costituenti c’è già
tutto ciò che ci serve per orientare, ancor oggi, le nostre scelte.
C’è il rifiuto, fermo e assoluto, della guerra in nome del rispetto
dovuto alla libertà di ciascun popolo e, dunque, alla persona come
valore supremo da tutelare. C’è, su un piano di assoluta parità
di valori, il richiamo alla pace e alla giustizia come obiettivo e valori
fondanti delle relazioni fra le nazioni. C’è, in nome di questi stessi
valori di pace e giustizia e purché avvenga su un piano di parità,
il richiamo alle organizzazioni internazionali: l’Unione Europea come nostra
casa naturale e prima garanzia del nostro futuro, l’Alleanza atlantica come
strumento di quel patto tra Europa e America senza il quale pace e sicurezza
nel mondo sono destinate a restare parole vuote, le Nazioni Unite come motore
e supremo garante dell’ordine e della legalità internazionali. Non
si tratta di indicazioni generiche. Non è generica l’indicazione che
la guerra, ogni guerra portata contro un altro popolo o un altro Stato, è
bandita come illegittima e immorale. Non è generica l’indicazione
che ci si debba concretamente impegnare per ridurre l’iniquità nell’accesso
alle ricchezze tra le nazioni del mondo e per difendere l’ambiente. Non è
generica l’indicazione che le controversie internazionali devono essere risolte
ricorrendo agli strumenti della politica. Non è, infine, per nulla
generica l’indicazione, pure essa limpidamente deducibile dal dettato costituzionale,
che l’uso della forza è consentito solo e soltanto quando esso è
indispensabile per portare pace e giustizia e quando è approvato dalla
comunità internazionale. Rispetto a quest’ultimo punto, decisamente
il più delicato, già un anno fa, nel decimo anniversario del
genocidio ruandese e proprio sul Corriere della Sera , ribadito che l’Onu
è, nella quasi generalità dei casi, l’unica istituzione dalla
quale può legittimamente derivare l’approvazione della comunità
internazionale, non mi sono sottratto all’onere di indicare in quali casi
un intervento armato potrebbe essere considerato giustificato. «Quanto
alla sostanza - scrivevo un anno fa -, l’uso della forza potrebbe e dovrebbe
essere ammesso solo in quei casi in cui essa servisse a proteggere delle
popolazioni: uomini, donne, famiglie, bambini, anziani. Stiamo, dunque, parlando
dei casi, e solo dei casi nei quali si tratti di offrire protezione da atti
di genocidio, da una guerra civile, dall’aggressione ad uno Stato sovrano,
da atti di terrorismo. In nessun modo si dovrebbe accettare come giustificato
l’uso della forza qualora esso dovesse servire a risolvere una controversia
internazionale o a determinare un cambio di regime in un altro Stato.
Affinché il termine protezione conservi un significato autentico,
si dovrebbe, peraltro, ammettere che questi tipi di interventi possano essere
attuati, quando indispensabile, anche in forma preventiva. Contrasterebbe,
infatti, con ogni elementare regola di coscienza una regola che imponesse
di attendere che il genocidio fosse in atto per muoversi a protezione delle
popolazioni interessate». Non erano parole scritte a caso. Da esse,
guardando ai casi degli anni più recenti, discendeva l’approvazione
degli interventi nel Kosovo (per proteggere le popolazioni locali delle violenze
dei serbi), a Timor Est, in Albania e, con minore fortuna, in Somalia (per
fare fronte al caos generato dal disfacimento di uno Stato), nel Kuwait (per
difenderlo dall’invasione da parte dell’Iraq), in Afghanistan (per contrastare
il terrorismo) e in Macedonia (per evitare lo scoppio di una guerra civile).
Da quelle medesime parole, che imporrebbero oggi un immediato intervento
nel Darfur per prevenire disastri ancora più terribili, derivava pure
l’ammissione della colpa per non essere intervenuti in Bosnia, dove la comunità
internazionale si mosse solo dopo il massacro di Srebrenica, e in Rwanda,
dove poche migliaia di soldati avrebbero probabilmente evitato orrori talmente
disumani da spingere, poi, alla costituzione del Tribunale penale internazionale.
Non ho, infine, quasi bisogno di aggiungere che già allora, sulla
base degli stessi principi applicati agli altri casi, consideravo l’intervento
in Iraq privo non solo di legittimità in quanto non approvato dall’Onu
né dalla maggior parte della comunità internazionale, ma anche
ingiustificato. Mentre giudicavo che, posta fine all’occupazione, avrebbero
potuto esistere tutte le condizioni di un intervento umanitario. Con questo,
il cerchio partito dall’Iraq si chiude. Più che di tornare sulla vicenda
irachena, tuttavia, ciò che mi premeva era offrire un possibile e
coerente quadro di assieme per la politica estera italiana. A questo stadio,
si tratta niente di più che del mio personale contributo. Coltivo,
tuttavia, la speranza che, lungo una linea e un cammino come quello che ho
indicato, si possano ritrovare tutti coloro, partiti, associazioni, movimenti
e cittadini che partecipano e si riconoscono nel progetto dell’Unione e che,
come dice la nostra Costituzione, vogliono lavorare per un mondo di pace
e di giustizia.
Romano Prodi