Quando va in onda l'appello della Sgrena, per la prima volta un
vero telegiornale sull'Iraq
Quando va in onda il disperato appello di Giuliana Sgrena vediamo per la
prima volta il vero telegiornale sull'Iraq. Invece di un cronista che cerca
di darci percentuali elettorali e totoministri di quel Paese tuttora sconvolto
dalla guerra, mentre alle sue spalle trasportano via in fretta ciò
che resta (resti umani, resti meccanici) dell'ultima autobomba, invece di
mentirci da studio sul "rifinanziamento" dei soldati italiani a Nassiriya
(quei fondi sono già stati approvati nella legge finanziaria, è
falso che votando "no" si lasciano i soldati italiani a vagare senza risorse
nel deserto) vediamo una persona che conosce la disperazione cieca dell'Iraq
e, col suo volto, la rappresenta. E', quel volto, molto più di un
documentario. E' il dolore nella sua forma assoluta, murata in un mondo di
magia nera in cui niente funziona tranne la morte. Il volto, la voce, il
pianto vanno molto al di là dell'appello angosciato dell'ostaggio.
Testimoniano di un disastro che appare senza uscita, un disastro ottuso e
totale che non ha niente di buono, se non nel curare e aiutare i sopravvissuti.
Di colpo quel volto rappresenta un Paese straziato. Chi ha armi ed esplosivo
conta. Soldati della coalizione, insorgenti, terroristi, non fa differenza
per chi muore. Continuano a morire in tanti. La notizia è questa.
Ci sei se spari o fai esplodere un pezzo di vita. Ci sei se fai abbastanza
male da lasciare il segno. Qualcuno potrà dimenticare gli occhi di
Giuliana Sgrena, come di chi cerca un punto in cui guardare, un essere umano
su cui fissarsi, una immagine per dare senso a ciò che accade, le
parole a cui affidarsi per spiegare quello che ha visto, che vede, che sente,
che pensa? In quegli occhi si vede bene che lei è giocata da un gioco
misterioso e crudele. Intorno a quel gioco si gioca una guerra misteriosa
e crudele. E intorno a quella guerra si gioca un gioco politico piccolo,
angusto, sconnesso da questa tragedia, che è il gioco politico italiano.
È buono chi vota sì, è cattivo chi vota no al restare
dentro la guerra. Lei guarda, come se ci fosse una porta. Chiede che si smettano
i giochi, che i leader politici del suo Paese si comportino da adulti consci
dell'immensità del male finora accaduto. Il terrorismo di cui Giuliana
Sgrena è ostaggio è la cancrena di una grave ferita che finora
nessuno ha curato. La disperazione si infrange nel muro che fa da squallido
fondo alla stanza vuota, alla voce anonima, al gesto di violenza che le è
stato imposto. Una fessura si è aperta sulla tragedia irachena, abbiamo
visto che è viva. Abbiamo visto il solo telegiornale vero, finora,
e terribile. Non resta che ascoltarlo e riascoltarlo in tutto il suo dolore.
Forse c’è un segnale. Forse quello sguardo disperato può guidarci
verso una via d'uscita.
Furio Columbo, L'unità - 17-02-2005