Nel paese degli sciiti guardiani della politica
Tratto da un articolo di Bijan Zarmandili:"la
Repubblica", 8 novembre 2005
Chissà quante rughe severe, lampi d´ira e aspri ghigni si aggiungerebbero
al volto avaro di sorrisi dell´Ayatollah Khomeini vedendo cosa hanno
fatto dopo la sua morte figli, discepoli e successori della sua Repubblica
islamica: lui che aveva tanto faticato ad imporre alla potente gerarchia
sciita iraniana una sua idea inedita, per certi versi paradossale, della
teocrazia: il Velayat-e Faghih.
Quella configurazione ideativa di origine greca tra Theos (Dio) e Kràtos
(potere) assumeva attraverso la rivoluzione khomeinista un nuovo significato
e si faceva prestare dal vocabolario sciita il fascino lessicale delle parole
antiche: si trasformava in Velayat, governo, del Faghih, del saggio. Un neologismo,
frutto del fervore inventivo dei mullah cresciuti sui libri del vecchio Imam.
Il "governo del saggio" in pratica però voleva dire il potere di veto
della Guida suprema sull´insieme delle strutture e degli organi eletti
e non eletti del nuovo regime. Khomeini costruisce con tenacia una farraginosa
piramide, con al suo vertice la Guida della rivoluzione, seguita da una serie
di organismi espressi dalla Costituzione islamica, dal Consiglio dei Guardiani
della Rivoluzione, dall´Assemblea degli Esperti e dal Consiglio per
i Pareri di Conformità, che la Guida controlla e utilizza per censurare
l´operato dei due soli organi eletti, il Majlis, il Parlamento e la
presidenza della Repubblica, il potere Esecutivo. O, nei momenti opportuni,
per mediare con essi.
Tutto e tutti, insomma, sottomessi alla giurisprudenza dei teologi, comprese
le forze armate (Esercito, Pasdaran e Basiji), perché soltanto il
"saggio" conosce la volontà di Allah e del suo Profeta Mohammad per
il bene dell´Ommat-e islami, il popolo dell´islam.
Il Velayat-e Faghih doveva essere il capolavoro teologico-politico del clero
sciita che era arrivato al potere, ispirato assai liberamente al primo governo
islamico, quello di Scià Ismail (sedicesimo secolo). Doveva essere
inoltre una sorta di risarcimento: lo sciismo era nato come corrente ribelle
alla supremazia sunnita, scegliendo il genero del Profeta, il primo Imam
Ali, come suo legittimo successore e aveva sopportato persecuzioni e diaspora
per sopravvivere all´islam egemone, quello sunnita. Nella visione di
Khomeini, l´Iran, la nazione sciita più grande del mondo islamico,
poteva e doveva ora ripagare il sacrificio dei suoi martiri, l´Imam
Hussein, il figlio di Ali, in primo luogo, trucidato insieme alla sua famiglia
nel deserto di Karbala nel Sesto secolo.
Il trionfo del pensiero khomeinista costò caro innanzitutto agli oppositori
più prestigiosi e considerati più colti del fondatore della
Repubblica islamica: al gentile e amatissimo Ayatollah Taleghani, al fiero
e combattivo rivale, l´ayatollah dell´Azarbaigian iraniano, Shariat-Madari
e persino a colui che doveva essere il suo "delfino", l´Ayatollah Montazeri,
tuttora rinchiuso nella sua casa nella città santa di Qom. Si oppose
anche il vecchio di Najaf di origine iraniana, l´Ayatollah Ali al-Sistani,
che, caduto Saddam Hussein, divenne la guida spirituale degli sciiti iracheni.
Ma alla fine vinse Khomeini e la sua Velayat-e Faghih venne approvata insieme
alla Costituzione della Repubblica islamica come suo cardine dalla stragrande
maggioranza degli iraniani. E tutto filò più o meno liscio
fin quando era in vita lui, custode incontrastato della teocrazia sciita
iraniana.
Con la morte del vecchio Imam la teocrazia permane ma emergono anche i primi
segnali della sua crisi. Intanto, il suo successore, l´Ayatollah Ali
Khamenei gode degli stessi poteri e privilegi del predecessore, ma non ha
il suo carisma, strumento indispensabile per farsi obbedire. A garantire
la sopravvivenza del regime è il potente Hojattol-islam (gradino più
basso dell´ayatollah nella gerarchia del clero sciita) Hashemi Rafsanjani,
che per due mandati consecutivi vince le elezioni presidenziali e controlla
da eminenza grigia il composito mondo del clero e gli organi della piramide
del potere. Comincia una fase di tacito ridimensionamento del khomeinismo,
assegnando alla teocrazia compiti più politici che ideologici: un
khomeinismo più pragmatico, che spesso fa un uso strumentale del Velayat-e
Faghih e di chi lo rappresenta, cioè dell´Ayatollah Khamenei.
Durante gli otto anni della presidenza di Rafsanjani, la teocrazia iraniana
diviene anche più dialettica e nascono i primi riformisti, che con
la elezione di Mohammad Khatami alla presidenza della Repubblica trovano
terreno fertile (o s´illudono) per poter riformare il regime.
Khatami insiste sul rispetto della Costituzione, del "governo del saggio",
chiede l´impossibile a chi lo rappresenta, all´Ayatollah Khamenei:
chiede la democrazia, il rispetto dei diritti, la libertà d´espressione.
Involontariamente mette in crisi la sostanza della teocrazia sciita iraniana,
il Velayat-e Faghih e fa venire in primo piano il ruolo ricoperto da Khamenei.
I seguaci più radicali di Khatami vogliono che la Guida venga eletta
dal popolo, qualcuno chiede una riforma "protestante" della religione e altri
ancora propongono un referendum per abolire il Velayat-e Faghih: la teocrazia
si divide in fazioni litigiose e nel regime la prassi corrente è la
dualità del potere tra riformisti e conservatori, il caos insomma.
La vera crisi della teocrazia iraniana però, appare paradossalmente
nella sua forma più insidiosa con la sconfitta elettorale dei riformisti
e dei conservatori pragmatici durante le presidenziali del 2005 e con la
vittoria di Mahmud Ahmadinejad, bollato immediatamente come ultraconservatore.
Malgrado le apparenze, cioè malgrado il ritorno al khomeinismo duro
e puro con Ahmadinejad, la sua comparsa sulla scena politica iraniana segnala
l´inizio di un mutamento sostanziale del sistema teocratico della Repubblica
islamica. Ahmadinejad è un fanatico khomeinista, è un fervente
musulmano, forse anche bigotto, ma è un civile. Anzi, proviene dai
corpi speciali dei Pasdaran, appartiene a quella generazione di iraniani
che ha fatto per otto anni la guerra contro l´Iraq e ha l´ambizione
di sintetizzare la volontà politica di una nuova casta, quella dei
militari, fin qui rimasta ai margini del potere, completamente monopolizzato
dal clero, riformatore o conservatore.
Con lui, il "saggio" si spoglia del turbante e il "governo" si militarizza
e si dota delle armi nucleari; Theòs è un Dio guerrigliero,
populista, che chiama i fedeli a «pulire il mondo dal sionismo»
e Kràtos è quella particolare forma di potere che si esercita
con il pugno di ferro, nello spartano stile dei Pasdaran sui terribili campi
di battaglia della guerra contro Saddam. Ecco perché il vertice della
teocrazia sciita iraniana, il clero, in questi drammatici giorni di crisi
lo teme e lo protegge, lo corregge e lo distanzia. Ahmadinejad è la
nuova destra che gode del sostegno dell´unico fenomeno nuovo, dell´unica
forza emergente nel regime islamico, i militari e i paramilitari che chiedono,
a distanza di diciassette anni dalla fine della guerra Iran-Iraq, il conto
al clero. E se oggi vogliono essere l´interlocutore privilegiato degli
ayatollah, nessuno può escludere che domani ne divengano il vero rivale.
La vera crisi della teocrazia iraniana però, appare paradossalmente
nella sua forma più insidiosa con la sconfitta elettorale dei riformisti
e dei conservatori pragmatici durante le presidenziali del 2005 e con la
vittoria di Mahmud Ahmadinejad, bollato immediatamente come ultraconservatore.
Malgrado le apparenze, cioè malgrado il ritorno al khomeinismo duro
e puro con Ahmadinejad, la sua comparsa sulla scena politica iraniana segnala
l´inizio di un mutamento sostanziale del sistema teocratico della Repubblica
islamica. Ahmadinejad è un fanatico khomeinista, è un fervente
musulmano, forse anche bigotto, ma è un civile. Anzi, proviene dai
corpi speciali dei Pasdaran, appartiene a quella generazione di iraniani
che ha fatto per otto anni la guerra contro l´Iraq e ha l´ambizione
di sintetizzare la volontà politica di una nuova casta, quella dei
militari, fin qui rimasta ai margini del potere, completamente monopolizzato
dal clero, riformatore o conservatore.
Con lui, il "saggio" si spoglia del turbante e il "governo" si militarizza
e si dota delle armi nucleari; Theòs è un Dio guerrigliero,
populista, che chiama i fedeli a «pulire il mondo dal sionismo»
e Kràtos è quella particolare forma di potere che si esercita
con il pugno di ferro, nello spartano stile dei Pasdaran sui terribili campi
di battaglia della guerra contro Saddam. Ecco perché il vertice della
teocrazia sciita iraniana, il clero, in questi drammatici giorni di crisi
lo teme e lo protegge, lo corregge e lo distanzia. Ahmadinejad è la
nuova destra che gode del sostegno dell´unico fenomeno nuovo, dell´unica
forza emergente nel regime islamico, i militari e i paramilitari che chiedono,
a distanza di diciassette anni dalla fine della guerra Iran-Iraq, il conto
al clero. E se oggi vogliono essere l´interlocutore privilegiato degli
ayatollah, nessuno può escludere che domani ne divengano il vero rivale.