Appunti storiografici sulla Resistenza
Memoria rossa, memoria nera, memoria grigia. Come e perché non si
è riusciti a crearne invece una condivisa. Italiana. Vera.
Sembrerebbe questo l’anno definitivo del 25 Aprile. Sessant’anni di distanza
sono un tempo giusto perché i fatti appaiano sufficientemente lontani,
ma in grado ancora di riverberarsi sul presente. Non è un caso che
oggi prevalgano sulle narrazioni storiche, le analisi storiografiche: segno
che se pochi dubbi ancora sussistono sugli accadimenti, molti fraintendimenti
esistono ancora sull’interpretazione che ne è stata data.
La nostra provocazione di abolire il 25 Aprile come data simbolo dell’identità
italiana (il Domenicale, n.14, 2 aprile) è stata raccolta e ribaltata
nella solita gibigiana mediatica fatta di rilanci, deduzioni, esasperazioni
politiche. D’altronde un bel libro di Filippo Focardi, La guerra della memoria.
La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 a oggi (Laterza),
ben si prestava al gioco di scovare quanti e quali padri potesse annoverare
una proposta revisionistica di tale portata. Spesso padri nobili, spesso
padri politicamente scorrettissimi.
Eppure, come già detto, due elementi prevalgono: la distanza nel tempo
e il perdurare degli effetti meno positivi. In sostanza, oggi è possibile
indagare in modo critico sulle fondamenta della “prima repubblica” perché
non si è animati da particolari revanchismi né reduci fisici
di una delle due fazioni al tempo in lotta, e allo stesso tempo avere a cuore
il bene di questa “seconda repubblica” che non riesce a emanciparsi dai vizi
del passato.
All’avverarsi dell’alternanza politica, infatti, non è seguita l’auspicabile
fine dell’egemonia culturale che anzi mina le basi del nuovo sistema bipolare,
impedendo che i due contendenti vengano percepiti come ugualmente legittimi:
nella Sinistra perdurando il vezzo di una supremazia democratica, sulla Destra
il marchio infamante del fascismo.
È ovvia per chiunque – anche per i frequentatori meno attenti della
storia, che vedono nella proposta di abolire il 25 Aprile la solita boutade
da irridere con ironia – la portata e le cause di questo scompenso culturale:
di fatto, proprio nella lettura marxista e azionista della Resistenza si
fonda il pregiudizio più deleterio della politica attuale. Sostituire
il 25 Aprile con una data meno conflittuale, non sarebbe dunque un pericoloso
atto antidemocratico, bensì una grande lezione democratica che alla
fine gioverebbe anche a tutti quei partiti per i quali l’antifascismo è
l’unica fede.
Come venne già espresso negli ultimi anni con lungimiranza, per esempio
dal presidente del Senato Marcello Pera, una nazione non può fondarsi
su valori negativi. Anche solo come deduzione paradossale, è chiaro
che cercare le proprie radici esclusivamente nell’antifascismo comporta il
mantenere in vita surrettiziamente ed eternamente il fascismo o il pericolo
che esso torni. Con il limite che una parte degl’italiani, non fascisti ma
neppure di sinistra, venga esclusa dal dibattito culturale, benché
(altro lato paradossale da tenere in considerazione) sia preponderante e
spesso decisiva negli appuntamenti elettorali.
Storiografia e revisionismi
La questione Resistenza/antifascismo è molto complessa e complessi
gli sviluppi storiografici che ne discendono. Oggi, come si diceva, prevalgono
quest’ultimi sugli studi storici. Di fatto l’attenzione si è spostata
dagli eventi a come negli ultimi sessant’anni gli storici e la politica hanno
sedimentato visioni contrapposte, partendo da quei medesimi eventi. Lo dimostrano
brillantemente alcuni studi recenti.
Anzitutto il già citato Focardi che, nonostante una mole ingente di
documenti e di citazioni, cade però in un controsenso: dà,
cioè, troppo credito allo “sforzo propagandistico” – come egli stesso
lo definisce – delle forze antifasciste all’indomani dell’8 settembre 1943.
Uno sforzo di propaganda che i partigiani misero in atto con l’esigenza di
controbattere la propaganda della Repubblica Sociale Italiana, di mobilitare
la popolazione contro la Germania, di ottenere qualcosa di più dagli
Alleati che non il solo riconoscimento della cobelligeranza e di evitare
una pace punitiva. Un progetto funzionale, quindi, alla liberazione: lecito,
ma pur sempre di propaganda «condensata in luoghi comuni interpretativi
relativo alla trascorsa esperienza del fascismo, all’alleanza italo-tedesca»
in cui proditoriamente il Duce aveva condotto gl’italiani.
Se dunque è interessante seguire lo sviluppo della crisi del fronte
antifascista a partire dal 1948, e gli alti e bassi della “narrazione egemonica”
della Sinistra sulla Resistenza, il volume appare più debole e ideologicamente
troppo sbilanciato, specie quando si tratta di affrontare gli ultimi anni
in cui, a detta di Focardi, un pericoloso revisionismo «sfida la memoria
pubblica» costruita appunto sui dogmi del citato sforzo di propaganda
partigiana. Qui le tesi di Focardi sembrano mosse da un’ideologia “reazionaria”
per cui ogni tentativo di smitizzare la lotta partigiana, quand’anche persegua
la verità storica, appare proditorio.
Da leggere con attenzione è anche il volume di Alberto Cavaglion,
La resistenza spiegata a mia figlia (L’ancora del Mediterraneo), che Einaudi
ha rifiutato di pubblicare, c’è chi dice – anche se l’autore (ricordiamo:
storico dell’Istituto piemontese della resistenza) non conferma – perché
troppo severo con la Sinistra. Censura o no (ma non sarebbe la prima volta
nella storia dello Struzzo), il libello è certamente urticante per
il pensiero politicamente corretto, seppur non per questo motivo definibile
di destra. Tutt’altro. Cavaglion da sinistra, anzi nel nome della Sinistra
più pura, critica l’impalcatura retorica costruita sulla memoria resistenziale
e cerca nel racconto smitizzante la chiave di una nuova lettura con cui dare
senso a tutte le vite perse e spiegare tutti quei piccoli grandi atti compiuti
da antieroi che condussero per bande una propria guerra personale.
Il primo punto è che, contrariamente a quanto solitamente afferma
la volgata, per Cavaglion il fascismo non fu una parentesi nella storia italiana,
ma una malattia costituzionale che ottenne un consenso notevole: gl’italiani
che si lasciarono ingannare dall’incantatore Benito Mussolini furono tanti,
e la Resistenza nacque tardi e solo dopo che i danni di questa “ipnosi” collettiva
erano già incalcolabili. Secondo, il fascismo cadde per mano dei propri
stessi gerarchi e senza tale manovra interna non ci sarebbe stata neppure
la Resistenza. Terzo, la Resistenza si servì della violenza in un
contesto di guerra globale, mentre i successivi tentativi di portarla a termine
come “rivoluzione tradita” (per esempio il terrorismo rosso degli anni Settanta)
agirono senza attenuanti. Quarto, la Resistenza come il Risorgimento è,
nel bene e nel male, un fenomeno d’élite: come tale non poteva quindi
pretendere di ottenere di più. Le separazioni al proprio interno non
fecero che perpetuare le divisioni storiche da sempre presenti nella politica
italiana.
Il concetto più criticato da Cavaglion è però quello
di “zona grigia”, il limbo dove appunto si stemperano le colpe di fascisti
e antifascisti, e in cui anche un integerrimo difensore della Resistenza
come Giorgio Bocca tentò di far sprofondare il proprio passato antisemita.
Anoressia e bulimia
Parte dallo stesso colore, ma con finalità differenti l’analisi di
Roberto Chiarini offerta in 25 aprile. La competizione politica sulla memoria
(Marsilio), studio dedicato alla cosiddetta “memoria grigia”, vale a dire
alla memoria della “maggioranza passiva” degl’italiani nei confronti della
Resistenza.
In pratica, secondo Chiarini, docente di Storia contemporanea all’Università
degli Studi di Milano, nel campo della Resistenza si sono scontrate tre memorie:
quella “rossa”, quella “nera” e appunto quella “grigia”. Le prime due attive,
antitetiche e strutturalmente minoritarie, la terza passiva, impolitica,
maggioritaria e comunque fondamentale nel determinare il corso politico del
Dopoguerra.
Questa sorta di stabile e inconciliabile tripolarità della memoria
della Seconda guerra mondiale si fonda su alcuni elementi: il conflitto fascismo/antifascismo,
prolungatosi come frattura politica e istituzionale ben oltre la fine della
guerra civile; l’impossibilità per la memoria attivamente antifascista
di diventare memoria largamente condivisa soprattutto perché incapace
di dialogare con quella parte del Paese che, nel bene o nel male, ha condiviso,
appoggiato, il regime fascista o ne è stata, consensualmente, succube;
specularmente, l’inesorabile (e giusta) damnatio per la memoria attivamente
fascista o neofascista.
Risultato? L’importanza capitale della “memoria grigia” (che è orientata
per definizione verso destra, proprio perché non condivide nessuna
pulsione giacobina, nessun valore della Sinistra e sulla quale forse si sarebbe
potuto costruire una memoria condivisa ) e allo stesso tempo la sua discriminazione
da parte della storiografia di sinistra nel nome dell’equazione Sinistra=antifascismo
e Destra= fascismo: onde per cui non esiste nulla al di fuori dell’antifascismo
che non sia fascismo.
In questo senso, l’antifascismo attivo quando piega i valori della Resistenza
e ne fa un uso strumentale e politico, quando insiste sull’apologia e il
martirologio, quando distorce la storia (per esempio negando l’apporto fondamentale
degli Alleati nella guerra di liberazione), quando insiste sull’elitismo,
si preclude ogni possibilità di proporsi come cultura condivisa e
brucia in radice la speranza dei partiti del patto antifascista di dare alla
causa della nuova democrazia il consenso delle masse.
Alla fine, secondo Chiarini, i mali della “prima repubblica” derivano proprio
da questa dicotomia tra memoria grigia non portata alla politica e memoria
rossa iperpoliticizzata. La prima, anoressica, «ha reso la risorta
democrazia carente di difese immunitarie nei confronti delle minacce eversive.
Ha comportato per la Repubblica il rischio di renderla portatrice sana del
virus autoritario». La seconda, bulimica, l’ha viceversa «sottoposta
a continuo stress da allarme autoritario, costringendola ad un arroccamento
che l’ha spinta a vedere sempre e solo fantasmi di un risorgente fascismo,
anche quando i pericoli erano di altra natura[...] nonché fornire
una spunta, seppure involontaria, alla riproduzione di un ghetto dove gli
sconfitti difendevano coi denti la loro identità».
Da il Domenicale
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> Filippo Focardi, La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito
politico italiano dal 1945 a oggi, Laterza, Roma-Bari 2005, pp.364, €20,00
> Alberto Cavaglion, La resistenza spiegata a mia figlia, L’ancora del
Mediterraneo, Napoli 2005, pp.118, €9,00
> Roberto Chiarini, 25 aprile. La competizione politica sulla memoria,
Marsilio, Venezia 2005, pp.120, €9,00